I sopravvissuti di Kuweyris

La storia dei ragazzi assediati alla base di Kurelleis é qualcosa di enorme e commovente.  Quasi ognuno dei 314 soldati liberati, presentava ferite e malattie, al momento della liberazione.
Avevano  passato 35 mesi, con scarsita di luce e acqua, arrivando in certi periodi, a mangiare una volta ogni 2 giorni.
Durante questo supplizio, venivano costantemente attaccati dall Isis.
Rifiutarono , un offerta a consegnarsi e pentirsi,  in cambio salva la vita.
Se fossero stati americani, vedreste sicuramente loro storia in un kolossal di Hollywood, interpretato da alcuni dei migliori attori in circolazione,   Con colonne sonore, e scene struggenti, per  ricordarci quanto questi ragazzi amavano la propria patria, e i propri compagni.
Ma non sono americani, sono siriani, e per giunta leali al loro governo.
Quindi verrano sostanzialmente ignorati dal mondo.

Non da noi comunque,  e dal giornalista italiano Gian Micalessin, che preparò un servizio per il pubblico italiano.

Quelle che seguono sono alcune tra le foto e i video più suggestivi.

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Il tenente Lyhad in posa durante l’assedio, dove ha passato 4 anni della sua vita.

Il servizio curato da Gian Micalessin, in italiano,  che ripercorre la loro drammatica storia

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Il figlio partecipa all’offensiva per liberare il padre assediato nella base

 

Testimonianza di Mons. Nazzaro : La Primavera Siriana – dai prodromi al Califfato Conferenza di Monsignor Giuseppe Nazzaro, Vicario Apostolico emerito di Aleppo, presso l’Istituto Veritatis Splendor a Bologna, il 30 ottobre 2014

Mi sia concesso iniziare questa mia presentazione affermando che, prima del 15 marzo 2011 non erano tantissime le persone al mondo che conoscevano dove trovare la Siria sulla carta geografica. Era un problema di pochi addetti ai lavori. Raggiungeva piuttosto certi ambienti colti che si interessavano di archeologia, dei popoli legati alle antiche civiltà assiro-babilonesi o di storia del cristianesimo.
Il mondo intero, oggi, parla della Siria e si interessa di questo paese di circa 185.180 kmq, che si estende sulla costa del Mediterraneo Orientale per circa 80 Kilometri.

I prodromi della situazione
La data del 15 marzo 2011, ufficialmente, coincide con quella che possiamo definire: l’inizio di una rivoluzione nata ‘quasi per gioco’ al confine con la Giordania, sui muri della città di Dera’a, ad opera di dodicenni che s’erano divertiti a scrivere dei graffiti del seguente tenore: “abbasso il regime”.
Ciò che all’inizio, poteva sembrare un gioco o, meglio, una ragazzata, in realtà, non era altro che l’inizio di una richiesta di maggiore apertura al Governo centrale del paese che, per i non addetti ai lavori o per chi non aveva conosciuto la Siria prima dell’anno 2000, avrebbe potuto anche essere una richiesta legittima. Chi invece vi è vissuto, ha visto e costatato con i propri occhi non solo l’apertura del Governo verso le riforme sociali, ma soprattutto ha visto il benessere che le riforme avevano già portato e continuavano a portare al popolo siriano.
Ora non penso di dire un’eresia se affermo che il giovane dottore Bachar El-Assad, dopo alcuni mesi dalla sua elezione alla Presidenza della Repubblica Araba Siriana, ha iniziato immediatamente una serie di riforme per il benessere del paese e dei suoi compatrioti: commercio con l’estero, turismo interno ed estero, soprattutto libertà di movimento, di istruzione per uomini e donne. Le donne libere professioniste in continuo aumento, l’Università aperta a tutti senza distinzione di sesso. Un paese dove vivevano diverse etnie e 23 gruppi religiosi e tutti si rispettavano e si accettavano in quanto facenti parte, come in realtà si ritenevano, di un’unica realtà e figli di un unico paese che era la Siria, casa e Patria comune a tutti. Dal punto di vista religioso tutti erano liberi di esercitare e vivere il loro credo rispettati ed accettati da tutti.
I cristiani siriani, dopo l’Egitto, costituivano la comunità più numerosa del Medio Oriente. Erano circa il 10-11% su una popolazione totale di circa 23.500.000, godevano di una legislazione propria per quanto riguarda i tribunali ecclesiastici, l’eredità, l’adozione dei bambini (cosa non ammessa dalla Legge islamica), ecc. Le relazioni con tutti erano improntate sul reciproco rispetto. Dobbiamo dire, ad onore del vero che, dopo il viaggio del Pontefice oggi San Giovanni Paolo II, effettuato nel Maggio del 2001, il popolo siriano e gli intellettuali hanno preso una maggiore coscienza riconoscendo ai cristiani siriani un ruolo non irrilevante nel paese ed hanno contribuito in modo determinante al benessere della Siria. Tutto questo si concretizza in maniera pubblica ed ufficiale quando in diverse circostanze il Grand Moufti di Siria, Dott. Badr Ed-Dine Hassoun, dichiara pubblicamente che “i cristiani sono cittadini siriani a tutti gli effetti, la Siria è la loro casa, fanno male ad abbandonarla, dovunque andranno, saranno sempre degli estranei, mentre in Siria no, perchè sono a casa propria”, e questo fu il messaggio che lo stesso Mufti inviò al Sommo Pontefice al momento in cui rientrava in Italia l’allora Nunzio Apostolico, S.E. Giovanni Battista Morandini.

La primavera siriana.
Naturalmente, la polizia si rese subito conto che dietro i graffiti di Dera’a vi era qualcuno e qualcosa di più grosso del semplice gioco o di una ragazzata. Vi era un mandante o dei mandanti, tanto per stare nel clima di quei popoli e della loro mentalità: lanciare il sasso e nascondere il braccio, o se si vuole meglio: servirsi di scudi umani non perseguibili.
Circa una settimana dopo a Damasco vi furono delle manifestazioni di piazza che chiedevano delle riforme, nello specifico si chiedeva: l’abolizione della legge di emergenza (una legge che risaliva agli inizi degli anni 60 ma che in realtà non era più applicata tanto che lasciò molti scioccati chiedendosi se veramente esisteva detta legge); una nuova Costituzione; una Università islamica; il velo alle donne negli uffici governativi e pluripartitismo.
La risposta del Governo ai richiedenti fu immediata, concedendo ciò che avevano chiesto: abolizione della vecchia legge di emergenza, la creazione di una Commissione di giuristi per riscrivere la Costituzione, l’Università islamica ed il velo alle donne sul lavoro e libertà di unirsi in differenti formazioni politiche.
Con queste risposte il Governo spiazzò i richiedenti. Evidentemente questi non si attendevano un esito positivo a loro favore. Continuarono le manifestazioni di piazza, ma non le fiumane di gente che trasmetteva l’emittente Al-Jiazirah, passando immediatamente ad azioni terroristiche, prima con un attentato di enormi proporzioni in Damasco, contro una caserma in centro città ed in pieno quartiere cristiano, poi con un altro attentato in un crocevia frequentatissimo: entrambi gli attentati lasciarono per terra decine e decine di morti. Dal sud del paese, e precisamente, dalla vicina Giordania entrarono i combattenti Salafiti (dove avevano il loro campo di addestramento) ed attaccarono subito la città di Banias, sulla costa mediterranea, nel cuore della regione a maggioranza Alawita. Combatterono per oltre due mesi; non avendo avuto ragione dell’esercito, abbandonarono Banias e si diressero sulle città dell’interno quali Homs ed Hama.
Nella città di Homs lo scorso 7 aprile è stato ucciso il campione del dialogo e della convivenza islamo-cristiana, P. Franz Van der Lugt sj, oggi la sua tomba è meta di continui pellegrinaggi di cristiani e musulmani.
Il resto del paese, possiamo dire, viveva quasi tutto nella normalità. L’unica cosa che faceva stare allerta la popolazione erano i continui blocchi stradali che i viaggiatori dovevano attraversare: molti erano derubati di quanto avevano, altri fermati finché non venisse pagato per loro un riscatto. In questa sorta di guerra erano presi di mira i cristiani, i religiosi, e le persone facoltose sia cristiani che musulmani ai quali veniva richiesta una somma esosa per il proprio riscatto. Qualche volta il riscatto veniva pagato, ma il prigioniero non era rilasciato ed allora si capiva che era stato eliminato; a questi blocchi stradali si potevano incontrare terroristi Afgani, Pakistani o Ceceni.
Il sottoscritto, come Vescovo della comunità cattolica latina, ha potuto girare tranquillamente per tutta la Siria, eccetto la zona di Homs e di Hama, fino al mese di Agosto 2012. Poi il viaggiare è diventato rischioso, ma usando alcuni accorgimenti di prudenza e in momenti particolari mi potevo muovere anche fuori la zona di Aleppo dove vivevo abitualmente.
La città di Aleppo, come ho potuto costatare, non ha partecipato attivamente alla rivolta contro il Governo. Aleppo e gli Aleppini, che sono sempre stati il motore dell’economia del paese con le più di 1500 fabbriche, tra grandi e piccole, non voleva certamente perdere il benessere che s’era acquistato con sacrifici enormi sia prima che dopo l’apertura economica operata dal Presidente in carica; purtroppo, oggi di questo benessere non esiste più nulla, tutte le fabbriche sono state saccheggiate dei loro macchinari e trapiantate in Turchia. Certamente questo saccheggio non è stato ad opera dei legittimi proprietari, magari per fuggire le tasse come succede altrove, esse sono state saccheggiate dai terroristi che han tutto venduto per finanziarsi, prima che subentrassero i finanziamenti di alcuni stati arabi ben conosciuti ed appoggiati dalla benedizione del grande fratello. (cfr. Corriere della Sera, 24/09/2014- Antonio Ferrari, pag. 3)
Inizialmente si assisteva a delle manifestazioni per le strade che, dopo la preghiera del venerdì, partivano in corteo gridando abbasso il regime. Partecipavano a questi cortei i fedeli delle moschee che avevano un Imam wahabita, cioè pro Arabia Saudita che, tra l’altro, riforniva di dollari questi Imam: 10 dollari a testa distribuiti a chi scendeva per strada almeno per un’ora gridando: “abbasso il regime”.
In molte zone della città di Aleppo la gente invece è scesa in strada a protestare contro questi prezzolati perché turbavano la pace e la tranquillità. La reazione della popolazione si spiega perché in alcune zone si erano formati gruppi di guerriglieri che combattevano contro tutto e tutti, coinvolgendo non solo la polizia locale ma anche l’esercito che, non essendo preparato alla guerriglia cittadina, ha risposto prima con armi semi pesanti e poi con quelle pesanti. In questo modo sono state distrutte molte case e molti quartieri periferici di Aleppo. Dal canto loro i ribelli hanno incendiato, distruggendolo, il famoso souk coperto di Aleppo dopo averlo saccheggiato dei suoi tesori.
Alcuni di questi guerriglieri, venuti dai paesi sopra citati, sono stati fatti prigionieri ed hanno confessato di essere stati inviati a combattere per liberare Gerusalemme, molti di loro erano dei condannati delle prigioni reali dell’Arabia Saudita e liberati, appunto, perché andassero a liberare la città santa di Gerusalemme passando prima per la Siria.
Con l’avvento dei terroristi stranieri compaiono anche le formazioni terroristiche vere e proprie, quali: Jabhat al-Nusra – Da’esh – Al-Qaeda che si dividono le zone di influenza e competenza. Jabhat al-Nusra si schiera nel Governatorato di Idleb a sud di Aleppo e controlla il collegamento tra Aleppo e la città portuale di Lattakia. Daesh ed Al-Qaeda si schierano nel governatorato di Raqqa ad est di Aleppo, controllando tutta la zona fino al confine con l’Iraq.
Le Jabhat al-Nusra , agli inizi del 2012 fecero una incursione notturna nel villaggio cristiano di Ghassanieh costringendo gli abitanti a lasciare le loro case altrimenti sarebbero stati tutti decapitati. Sempre loro, il 2 giugno 2012, hanno decapitato 120 poliziotti nella cittadina di Gisser El-Choughour, nella Provincia di Idleb. Testimoni oculari affermano che le teste di questi poliziotti furono affisse sul frontespizio della caserma, altre furono issate sulla torre pubblica ed i loro corpi gettati nel fiume Oronte. In conseguenza di questi avvenimenti la Missione francescana del vicino villaggio di Kanayé fu invasa dai rifugiati, cristiani, sunniti ed alawiti. Il Padre riuscì a sistemare tutti facendo in modo che non si scontrassero l’uno con l’altro, cioè il sunnita con l’alawita, ecc.

Il 23 giugno 2013, sempre i guerriglieri della Jabhat al-Nusra uccisero, nel convento francescano di Ghassanieh, il P. François Mourad. Avevo visitato questo villaggio il venerdì 22 marzo 2013 e vi trovai, dopo l’esodo obbligato da parte dei terroristi, meno di 20 persone tra cui due sacerdoti e tre Suore. Tutti, in seguito all’uccisione di P. François, furono evacuati. Oggi il villaggio è totalmente in mano ai terroristi.
Come potete notare, le decapitazioni sono iniziate ben due anni prima, nessuno ne ha mai tenuto conto, eccetto il sottoscritto che l’ha denunziato al mondo intero ma non s’è dato credito alle sue parole. Tirate le conclusioni che volete!
L’esempio di Ghassanieh la dice lunga per tutti i villaggi cristiani che si trovano lungo il fiume Oronte. Agli inizi di dicembre 2013 ai terroristi delle Jabhat al-Nusra subentrano, nella Provincia di Idleb, i terroristi dell’organizzazione Daesh che non sono da meno. Il capo di questa organizzazione s’è presentato nel villaggio di Kanayé chiedendo al Missionario, senza mezzi termini, che se voleva vivere doveva farsi musulmano, doveva far sparire la croce dalla Chiesa, le Statue dei Santi, non doveva suonare le campane, le donne uscendo di casa (anche se tutte cristiane in un villaggio cristiano) velarsi il capo, perché nel califfato non esistono altro che islamici. Chi vuole vivere all’ombra del califfo o diventa musulmano o sarà eliminato. Siccome il Missionario in questione è un sacerdote che conosce la storia del paese e dell’islam, ha apostrofato l’emissario del califfo ricordandogli che lo stesso Omar aveva accettato i cristiani nel califfato. Questi, vistosi spiazzato fece dietrofront, accontentandosi dell’applicazione delle sue richieste.
Al Missionario che chiedeva: e se non accettassimo le vostre richieste? La risposta fu: in tre giorni mineremo il villaggio e salterete tutti in aria.

Chi è dietro i terroristi?

In parte perché essi stessi l’hanno ammesso, in parte lo si arguisce per i famosi 10 dollari a testa distribuiti ai manifestanti di Aleppo, e per il poco buon sangue che è sempre intercorso tra sciiti e sunniti, in parte per interessi economici tra i potenti della regione che chiedevano alla Siria di far passare sul proprio territorio il gasdotto verso l’Europa ed il pipeline dell’oro nero fino alla Turchia ed il Mediterraneo…
I fratelli ricchi si sono visti rifiutare il passaggio che, per altro, non poteva essere concesso perché anche l’Iran chiedeva altrettanto e l’amica Russia non vedeva di buon occhio queste concessioni, ed oltretutto bisognava anche proteggere il proprio prodotto.
Quindi, si pesca nel torbido malumore che esisteva contro il Governo, come del resto esiste dappertutto. Allora ci si rivolge ai paladini della democrazia soffiando al loro orecchio: “come? voi, paladini della democrazia mondiale, non sapete che vi è un paese al mondo che non è democratico? È una dittatura, e per giunta, non sono neppure rispettati i diritti umani.”
C’è da domandarsi però: chi ascoltava e prendeva in considerazione queste accuse si chiedeva se in casa degli accusatori esistevano ed esistono i diritti umani? Vi è a casa loro una Costituzione e questa garantiva e garantisce i propri sudditi? È sufficiente ricordarsi quanto è successo nel Bahrein al momento delle richieste della maggioranza sciita del paese, quale è stata la reazione dei paesi confinanti il piccolo sultanato …

Il grande paladino delle libertà democratiche interviene e detta la sua legge che non è rispettata. Allora che fare? si approfitta di un certo malessere che è nel paese, si armano i malcontenti più facinorosi che attaccano con armi in pugno creando la guerriglia tra le strade cittadine. Tra questi vi è gente che si rifà ad Al-Qaeda, Jabhat al-Nusra , Daesh, e gente che non ha nulla da perdere, viene in Siria non solo per soldi, ma anche per trovare in una jihad che non gli appartiene nuove emozioni alla loro vita altrimenti fallita. Oggi, sul suolo siriano, si contano terroristi di circa 80 paesi che contribuiscono alla distruzione di un paese straordinariamente bello e ricco. Bello per i suoi paesaggi naturali, ricco per la sua ricchezza del sottosuolo, la sua storia, ma soprattutto per la sua ricchezza d’animo, per la sua bontà, per la sua ospitalità, ed il rispetto per gli altri.
Tutti fanno del proprio meglio per armare questi signori venuti da lontano. D’altro canto ci sono anche coloro che sostengono il Governo e lo riforniscono di armi. Tutti, in questa bolgia infernale, sparano e ammazzano. Gli armatori stanno a guardare e attendono l’ora in cui non esisterà più nulla della Siria che abbiamo conosciuto.
Le armi che noi abbiamo regalato han fatto il loro dovere: hanno distrutto tutto col nostro aiuto. È arrivato, così, il momento di uscire allo scoperto per presentarsi da grandi benefattori altruisti: “ricostruiamo il tutto, voi non dovete preoccuparvi di nulla, salvo pagare il conto alla fine.
Noi, sempre generosamente, li esoneriamo dal pagare il conto e chiediamo loro di lavorare per noi per tot numero di anni, nelle fabbriche che abbiamo ricostruito. Noi vi daremo tutto il materiale necessario per la produzione, vi pagheremo pure un salario perché possiate vivere e produrre per noi. Dopo tot anni noi, sì o no, vi diremo grazie lasciandovi le fabbriche già diventate vecchie che necessitano di essere rinnovate perché il progresso ne ha inventate di più moderne.”
Tutto questo in nome della democrazia mentre, in realtà, non è altro che una neo colonizzazione.

La città di Aleppo

Ho accennato al fatto che la città di Aleppo e i suoi abitanti non si son fatti trascinare dalla situazione per lungo tempo. In realtà, la città ha goduto di una quasi totale tranquillità, eccetto una parte della sua periferia est, fino quasi alla fine di novembre 2012. Lo stesso aeroporto internazionale è rimasto aperto fino agli inizi di gennaio 2013, quando fu chiuso al traffico perché era continuamente sotto tiro dei terroristi.
La città ha cominciato a soffrire dal novembre 2012. Molti, soprattutto chi aveva beni, hanno portato la famiglia al sicuro nel vicino Libano, mentre in città restavano gli uomini per continuare la loro attività. Questo sistema è andato avanti finché non si son trovate le fabbriche, una dopo l’altra, vuote dei macchinari perché rubati e venduti in Turchia.
I terroristi hanno attaccato in massa alcuni quartieri della città e così abbiamo avuti i primi sfollati che si sono rifugiati, occupandolo, nel campus universitario. Molti commercianti hanno abbandonato i loro esercizi creandosi uno spazio commerciale sui marciapiedi attorno all’Università, s’era creata così una tendopoli nella stessa città.
Il 15 gennaio 2013, a pochi metri dal Vescovado ci fu una enorme esplosione di due bombe che fece sul posto oltre 90 vittime: tra queste una religiosa, Sr. Rima Nasri, che dirigeva il convitto Universitario per ragazze povere situato soltanto a una decina di metri dall’esplosione. La Suora stava rientrando in casa quando ci fu lo scoppio e di essa non è mai stato trovato neppure un resto….

La città allora ha cominciato a subire interruzioni di acqua potabile, di elettricità, gasolio per il riscaldamento, benzina. I commercianti in nero iniziarono i loro affari d’oro. L’acqua è stata inquinata perché i terroristi hanno fatto saltare le fogne che si sono riversate nei bacini dell’acqua potabile e così molti han dovuto far ricorso agli ospedali con sintomi di colera.
Oggi la città è per buona parte approvvigionata di acqua dai pozzi che già esistevano in alcune chiese e moschee. Lo stesso Vescovo Latino ne ha fatto perforare uno nel recinto del Vescovado ed ha trovato l’acqua ad oltre 150 metri. Coloro che non possono accedere ai pozzi, perché troppo lontani da casa o corrono pericolo per raggiungerli, continuano a dissetarsi con acque inquinate.
L’interruzione di erogazione di gas da cucina, gasolio da riscaldamento, ha indotto la gente a tagliare selvaggiamente gli alberi dei viali e dei giardini pubblici di cui Aleppo andava fiera. Passare un inverno ad Aleppo senza il minimo riscaldamento è qualcosa di terribile, il freddo vi penetra nelle ossa.
Aleppo, una volta città opulenta per le sue fabbriche, per il suo souk ed il suo commercio, oggi è prostrata, la gente è affamata, gli unici che dispongono di qualche soldo sono coloro che lavorano col Governo, tutto il settore privato è morto.
Oggi, non solo Aleppo, ma tutto il paese vive una situazione veramente tragica. La gente teme l’avanzata dei terroristi tagliagole di ISIS. L’esercito governativo è riuscito a creare un varco abbastanza sicuro per approvvigionare la città, ma quanti possono comperare? La Chiesa, grazie agli aiuti economici che riusciamo a raccogliere e far arrivare, riesce a sollevare un po’ le pene di tanta gente che, altrimenti, morrebbe di fame.
La comunità cristiana della città si è ridotta del 60% circa. In città sono rimasti coloro che non hanno alcuna possibilità di trasferirsi altrove, perché privi di mezzi o non hanno parenti in altre zone o Paesi su cui appoggiarsi.
In tutto questo disastro, resta salda sempre la presenza dei missionari religiosi siriani e stranieri: francescani, gesuiti, salesiani, lazaristi, cappuccini, religiosi del Verbo Incarnato, Fratelli Maristi di Champagnat; più uno svariato numero di religiose appartenenti a diverse congregazioni, quali Salesiane, suore di San Giuseppe dell’Apparizione, Suore della Carità, Suore di Madre Teresa di Calcutta, Suore del Verbo Incarnato, Suore dei Santi Cuori, Suore di Besançon, Suore Carmelitane Scalze di clausura ed Apostoliche, Suore Francescane Missionarie di Maria e Suore Francescane del Cuore Immacolato di Maria, Suore di Jesus and Mary.
Tutti questi Istituti si dedicano oggi ad assistere e sostenere quanti a loro si rivolgono per usufruire delle mense che sono state create nei vari Istituti: tutti senza distinzione di credo si rivolgono a loro e tutti sono aiutati, perché tutti figli di uno stesso Padre Celeste. Lo stesso Vicariato Apostolico di Aleppo ha ospitato nel pensionato universitario “Gesù Operaio” un Istituto islamico per handicappati e persone anziane.
Ai religiosi siriani e stranieri dobbiamo rispetto e ammirazione perché potevano abbandonare le loro posizioni per lidi più tranquilli, dove non si corre pericolo della vita: invece, sono rimasti al loro rispettivo posto per aiutare e confortare quanti sono nel dolore e nella necessità.

Il califfato.
I mass media, me lo lascino dire, non sempre hanno reso un buon servizio all’umanità a proposito di questa guerra siriana.
Hanno sempre insistito nel colpevolizzare solo e soltanto il dittatore ed il suo esercito: “L’esercito ha ucciso tante persone…, i morti in Siria fatti dall’esercito sono saliti a questa cifra…, l’esercito ha ucciso tanti bambini…, l’esercito ha creato le fosse comuni..”; un mese e mezzo fa alle Nazioni Unite a Ginevra, nell’ambito della Conferenza sui Diritti umani, ho dovuto ascoltare dal rappresentante di un paese occidentale che (solo) l’esercito siriano continuava ad uccidere. Evidentemente, i terroristi, armati da quel paese e dai loro alleati, non sono mai esistiti; oppure, se c’erano, combattevano l’esercito con armi giocattolo, perciò non facevano vittime…
I Media, non potendo discostarsi dal palinsesto voluto dai potenti, non potevano dire che i terroristi si sono serviti di scudi umani, una cosa caratteristica di quei popoli, creando così una totale disinformazione in occidente.
Quanti hanno realmente compreso che fin dal primo anno e mezzo di guerra la cosiddetta opposizione siriana non esisteva più, non aveva più da dire una sua parola? Chi comandava e chi dirigeva le operazioni erano le varie organizzazioni venute dall’estero, tutto andava verso una direzione che dapprima è sfociata nella creazione del califfato del Levante e poi nella organizzazione attuale del Califfato con il proprio califfo El-Baghdadi (ben conosciuto da chi l’aveva prigioniero e lo ha liberato) e l’esercito dei tagliagole di ISIS. L’ISIS ha fatto e continua a fare il bello ed il cattivo tempo in Siria ed in Iraq, creando migliaia e migliaia di sfollati, ha tagliato gole a centinaia di persone: cristiani, yazidi, sciiti, sunniti, che non erano del loro stesso parere, ha venduto le donne come schiave o per altro scopo, soprattutto se vergini.
Noi di tutto questo siamo stati edotti dai Mass Media, abbiamo gridato condannando con ottima retorica questi orrori, però non abbiamo fatto più di tanto, perché non toccavano i nostri interessi.
Quando i tagliagole di ISIS hanno osato avvicinarsi ai nostri interessi, quando hanno assassinato due-tre nostri fratelli occidentali, allora immediatamente s’è gridato allo scandalo: ‘questo è inammissibile, dobbiamo agire’. Sì, dobbiamo agire! E le teste tagliate prima, non ci hanno fatto riflettere?
La riflessione che è stata fatta da un personaggio che fino due anni addietro era la stratega incontrastata della politica in Medio Oriente, e ha cavalcato il cavallo delle cosiddette “primavere arabe” a suo piacimento nei differenti paesi dove quel cavallo ha corso, questo personaggio, oggi, dinanzi al potere sfrenato e tanto potente di ISIS, ha dichiarato; “ora dobbiamo combattere ciò che abbiamo creato”.
Nel mondo arabo esiste un proverbio che suona così: “Chi è riuscito a far salire l’asino sul minareto, conosce anche la strada come farlo scendere”.
Sembra che la strada per far scendere l’asino dal minareto debba essere quella della coalizione che include pure gli stati arabi come l’Arabia Saudita, il Qatar ed altri, oltre che armare circa 50.000 siriani della cosidetta opposizione moderata al Presidente Bashar El-Assad.
Io non sono e non intendo essere affatto un politico. Però il progetto accennato sopra per far scendere l’asino dal minareto zoppica fortemente. Zoppica perché i paesi arabi della coalizione, intervenendo in Siria vanno a nozze, perché finalmente hanno una copertura per prendersi la rivincita su colui che non ha concesso loro il passaggio del pipeline e del gasdotto. Hanno tentato di prendersi la rivincita armando e sostenendo ISIS, ma ora, temendo che questo possa arrivare fino a loro, è bene combatterlo a casa di chi ha fatto loro l’affronto del rifiuto, prima che arrivi a casa loro e faccia saltare per aria tutto il loro sistema.
La seconda riflessione è questa: se la scelta è armare circa 50.000 ‘siriani dell’opposizione moderata’ e prepararli a combattere ISIS, signori, ci rendiamo conto che giochiamo ignorando pure il significato del termine moderato? Il moderato è tale proprio perché non ha mai preso le armi in mano. Ha fatto opposizione dialettica e con la propria intelligenza ha tentato di far capire a chi di dovere che le cose dovevano cambiare. Costoro hanno avanzato delle richieste che, come abbiamo già detto, sono state concesse. Il braccio facinoroso ed armato è fin dall’inizio sceso in piazza con attentati, aiutato immediatamente dai salafiti arrivati dalla Giordania, non è certamente l’opposizione moderata che ha fatto salire l’asino sul minareto….
Chi ritiene di essere il padrone del mondo, impari prima ad essere il padrone di se stesso!!!
Pubblicato da Fraternità Maria Gabriella

Liberazione della base aerea di Kuweyris

 

La liberazione di Kuwayris

Dal maggio 2012 l’aeroporto militare di Kuwayris, fu posto sotto assedio dai gruppi armati ribelli dell’Esercito siriano libero ai quali seguirono poi gli jihadisti dello Stato Islamico[11]. All’interno dell’aeroporto si trovava anche una scuola di aviazione militare con oltre trecento[10][12] allievi ufficiale comandati dal generale Munzer Zammam[11].

Gli assediati bloccati all’interno della base, in oltre due anni, per sopravvivere hanno dovuto contare esclusivamente sulle proprie riserve di farina, sui prodotti in scatola ricorrendo anche alla coltivazione di verdure all’interno del perimetro difensivo[11].

Secondo il generale Zammam dall’inizio dell’assedio la guarnigione aveva subito circa quattrocento attacchi, ma la situazione era nettamente peggiorata quando al posto dei ribelli moderati comparvero gli jihadisti dell’ISIS e gli attacchi si erano protratti anche per quattro giorni consecutivi

L’offensiva e la liberazione :

l 14 settembre 2015, l’Esercito arabo siriano (SAA) – in cooperazione con la Forza Nazionale di Difesa (NDF) e i battaglioni del partito Al-Ba’ath – lanciarono l’offensiva nelle aree sudorientali del governatorato di Aleppo con l’obiettivo di liberare l’Aeroporto militare di Kuwayris dall’assedio dello Stato islamico (ISIS). A questa offensiva seguirono poi altri sforzi nella metà di ottobre per rafforzare il controllo governativo sulla principale strada che giunge ad Aleppo dalla Siria centrale[16]. Oltre a rendere più sicure le linee di comunicazione con i territori a sud nonché per rendere sicure le vie di comunicazione dell’esercito siriano e di interrompere la continuità territoriale dell’ISIS in Siria[17].

A partire dal 15 settembre le forze governative lanciarono l’offensiva lungo il bordo nord-occidentale del lago al-Jaboul ottenendo subito il controllo delle due colline di Tal Tal Na’am e Sab’in, a nord del Lago al-Jaboul[1]. Ciononostante, l’ISIS riuscì a riorganizzarsi e a lanciare un contrattacco riconquistando alcuni dei loro territori perduti. Il 22 settembre, l’intervento dell’aviazione siriana permise di riprendere l’iniziativa e continuare l’avanzata fino a catturare Salihiyah e Tal-Rayman[18].

Il 4 ottobre, le forze aeree russe attaccarono l’ISIS lungo l’autostrada cheporta a Dayr Hafir consentendo alle Cheetah Forcese alla Forza Nazionale di Difesa dell’esercito siriano di entrare nel villaggio di Ayn Sabil[19]. Secondo fonti dell’esercito siriano l’ISIS avrebbe perso oltre 75 combattenti negli attacchi aerei russi[19].

Il 16 ottobre, le forze governative appoggiate anche da milizie volontarie irachene, si scontrarono nuovamente con i miliziani dell’ISIS provocando venticinque caduti. Fu occupata subito la cittadina di Al-Nasiriyah permettendo quindi l’avanzata verso la città di Barayjeh, a soli sette chilometri da Kuweires[20].Il 17 ottobre fu occupata Huwaija[21]. Il giorno successivo proseguì l’avanzata delle forze governative che catturarono, dall’inizio delle operazioni, un totale di cinque villaggi[22].Il 19 ottobre, cadde Bkayze, a circa sette chilometri dalla base aerea e altri due villaggi nei pressi[23].

Il 21 ottobre, le forze governative assunsero il controllo dell’area di Tal Sbi’ein, incluse le aree collinari[24] e due giorni più tardi anche Dakwanah[25], arrivando a quattro chilometri dall’aeroporto[26].

Il 9 novembre cadde la città di Sheikh Ahmad, a soli due chilometri dall’obiettivo ponendo le condizioni per l’assalto finale[27].

Il 10 novembre, l’esercito ruppe l’assedio all’aeroporto di Kuweires dopo tre anni di isolamento[28]. Successivamente, l’esercito prese anche i villaggi di Rasm’ Abboud e Umm Arkileh nei pressi dell’aeroporto[5]. Il giorno seguente i militari, insieme agli alleati, presero anche i villaggi di Jdaydet Arbin e Arbid sempre nelle vicinanze dell’aeroporto[29][30]. Nelle ultime 24 ore di combattimenti intorno all’aeroporto furono uccisi sessanta militanti dell’ISIS, più di venti soldati siriani, tredici iraniani e otto combattenti di Hezbollah[31]. Dopo il ristabilimento dei contatti il presidente siriano Bashar al-Assad telefonò al comandante della base assediata Munzer Zammam per complimentarsi personalmente con il personale della base per l’ostinata resistenza[32].

Il 13 novembre, le forze governative avanzarono di oltre quattro chilometri lungo l’autostrada Aleppo-Raqqa, raggiungendo l’impianto di produzione di sostanze chimiche e prendendo posizione presso la fabbrica Sisako.[33] e il 16 novembre, l’aeroporto fu ufficialmente dichiarato sicuro con la presa del villaggio di Kaskays[3][34].

 

Khalim Gulmurod , addestramento Usa, ex contractor e poi diventato comandante Isis

A former police commander from Tajikistan was featured in an ISIS video recently where he admitted he was trained by the U.S. State Department and former military contractor Blackwater all the way up until last year.


At a Blackwater facility in North Carolina, Col. Gulmurod Khalimov received “counter-terrorism training.”

“From 2003-2014 Colonel Khalimov participated in five counterterrorism training courses in the United States and in Tajikistan, through the Department of State’s Diplomatic Security/Anti-Terrorism Assistance program,” said US State Department spokeswoman Pooja Jhunjhunwala.

According to CNN’s fearmongering report, “The program is intended to train candidates from participating countries in the latest counterterrorism tactics, so they can fight the very kind of militants that Khalimov has now joined.”

In the video he spoke in Russian, giving a speech perfect for a mainstream media report: “Listen, you American pigs, I’ve been to America three times. I saw how you train soldiers to kill Muslims…we will come to your homes and we will kill you.”

What kind of extensive training spans 11 years and what did this person actually learn? Why and how did this person receive Russian training while simultaneously being deeply connected to the U.S.?

If you need more proof that the U.S. government doesn’t have a strategy to deal with ISIS, here it is. It doesn’t get much more blatant than this. The group has captured billions of dollars in American-supplied military equipment, is expanding its territory despite the western world bombing it, and recently leaked documents prove the U.S. predicted — even encouraged — the creation of ISIS. All the while, U.S. trained fighters continue to join the ranks of the ‘Islamic State,’ using weapons that American taxpayers paid for, against other forces equipped with U.S. financed military equipment. Seems legit.
sorgente: https://realitieswatch.com/isis-colonel-was-trained-by-blackwater-and-u-s-state-department-for-11-years/

I ribelli moderati sono come gli elfi, un parto della narrativa anglosassone

Il ribelle moderato in Syria è un Elfo !. Splendida creatura della narrativa anglosassone.
Dopo circa 3 anni di ricerche sui cosidetti  ribelli moderati, e nonostante  la mole di materiale visionato fosse  imponente, trovare un ribelle moderato è stato difficile quanto per un  paleontologo  trovare resti di uno stegosauro .
Non è possibile condensare in unico articolo  tutto il materiale interessante a riguardo , perciò mi limitero’ a illustrare il rapporto del “Ribelle Moderato”, chiamato anche Free syrian army, con il suo parente più prossimo, il membro del Isis (alqaeda non la consideriamo certo un specie separata) .
Il Free syrian army nasce da diserzioni del regime siriano, (militari e politiche ) e da un miscuglio di vecchi opppsitori in esilio, tra i quali chierici wahabity la, cui unica forma di tolleranza è probabilmente riservata al glutine. Questi “vecchie oppositori e i loro referenti turchi e giordani, avvicinarono quanti più ufficiali e soldati possibili, e posero a essi un semplice quesito, ” Vuoi un futuro con noi nel nuovo governo , soldi e rifugio sicuro in Turchia o Giordania per la famiglia, oppure vuoi perdere la testa quando Bashar cadrà ?, Perché come Geddafi, Mubarak e Ben Ali , anche Bashar presto cadrà .”
Il colore della loro bandiera (quella di epoca coloniale), divenne l’ indicatore della loro scelta .
Uno dei più rappresentativi esemplari di codeste creature della narrativa anglosassone e Il colonnello Abdul Jabbar Okkaydy.
Okkaydy è comandante di alto vertice del esercito libero siriano (1) intratteneva ( e intrattiene ) importanti relazioni internazionali, sia con i turchi, che con gli americani. In passato Lo ammirammo in compagnia del ex ambasciatore americano Ford (2), come del emiro Abu Jandal di Isis..Fu con gli uomini del emiro Jandal che ” i Moderati ” conquistarono l aeroporto di Menagh in nord Aleppo, ripreso poi dai curdi nel recente febbraio. Jandal(3) è un simpatico personaggio, oltre a tagliare teste a destra manca infatti, non manco’ di promettere ad Assad che gli avrebbe preso e stuprato e la moglie. (4,5). Okkaydy gentilmente lascio’ ai posteri, in tempi antecedenti i contrasti con gli ex camerati, una dichiarazione di elogio dei fratelli dello stato islamico, che al epoca si addestravano tutti insieme in quel grande parco giochi per “Moderati esportatori di Democrazia”, che è la Turchia, (6,7 ).

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Abdul Jabbar Al Okkaydy
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Abdul Okkaydy con l’ambasciatore Usa Ford e a destra con l’emiro Jandal di Isis

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Emiro Abu Jandal di Isis, tratto da un video diffuso su YouTube da Isis

 

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Foto scattata dopo la conquista della base aerea di Menagh a Nord di Aleppo
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Un ribelle intervistato nel 2013

Intorno però alla fine del 2013 Isis iniziò a cullare il desiderio di prendere il potere nelle proprie mani, e litigo cosi con gli ex “fratelli” del fsa, e di Alqaeda. Questa parte della storia è raccontata  dai nostri media come  “Ribelli moderati che combattono isis e Assad”.
Nella realtà, a seconda dei territori, i “cosiddetti moderati”, passarono armi e bagagli con isis, si trasferirono in altri lidi, o combatterono per il territorio. Soprattutto però la logica seguita era la convenienza, ovvero parametri quali   il più forte nel proprio territorio, dove combatte mio fratello maggiore , Chi paga meglio, e chi ha deciso di seguire  il comandante della brigata.
Questi infatti sono tutt’ora i capisaldi di ogni “Moderato”.

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La vera specialità dei ” Moderati ” e invece il saper cambiare di abito per ogni occasione, per il regime finche le cose andavano bene, con l’ occidente quando parlavano alle telecamere della BBC, per Allah quando ascoltavano un sermone del predicatore di turno, in Alqaeda quando vengono scoperti dei massacri, e anche in Isis quando questo torna comodo.
Indiscusso Maestro del ” Moderato trasformismo ” fu Haytam HafIsi

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  Haytam Aflishy con il fratello e la sua brigata fsa

Haytam (o Haytem ) alto comandante del fsa, che come ogni Combattente che si rispetti, non si è fatto mancare la foto con il senatore Pazzo John Maccain,   fb_img_1484765851635   fu’ a capo della cosiddetta 7 divisione fsa, rifiutò in marzo la proposta americana di combattere insieme Isis, adducendo politiche ragioni, quali la necessità di abbattere prima Assad. Lo vediamo in una foto di gruppo con i suoi fedelissimi, tra cui il fratello  sotto le bandiere fsa, un paio di anni prima.
Il fratello , che nella foga dimenticò d coprirsi il volto fb_img_1484765869367 , è tra coloro che catturarono il povero pilota Giordano, poi bruciato vivo. fb_img_1484765837070

Un operazione che tutto il mondo ha visto, che tutti sanno essere di Isis, e avvenne vicino a Raqqa. Avete capito perché si coprono il volto i combattenti Isis…perché sia che siano stranieri, o che siano siriani, hanno spesso qualcosa da nascondere al mondo, e a quelli come Noi che ricercano Elfi.

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Il piano sionista per il Medio Oriente. Tradotto dall’ebraico in inglese a cura di Israel Shahak

Il piano sionista per il Medio Oriente
Tradotto dall’ebraico in inglese
a cura di Israel Shahak


Da Oded Yinon “Una strategia per Israele negli anni Ottanta”
Pubblicato dall’Associazione Laureati arabo-americana, Inc. Belmont, Massachusetts, 1982 Speciale Documento n° 1
Oded Yinon è un ex alto funzionario del ministero degli Esteri israeliano degli affari. E ‘(1996), giornalista del Jerusalem Post.


Una strategia per Israele negli anni Ottanta
da Oded Yinon

Questo articolo è originariamente apparso in ebraico su Kivunim (Direzioni), un Giornale per il Giudaismo e il Sionismo, N° 14 Inverno, 5742, febbraio 1982 Editore: Yoram Beck. Comitato Editoriale: Eli Eyal, Yoram Beck, Amnon Hadari, Yohanan Manor, Elieser Schweid. Pubblicato dal Dipartimento di Pubblicità / Organizzazione Sionista Mondiale, Gerusalemme.

1

All’inizio degli anni ottanta lo Stato di Israele ha bisogno di una nuova prospettiva per il suo posto, i suoi scopi e gli obiettivi nazionali, in patria e all’estero. Questa esigenza è diventata ancora più importante a causa di una serie di processi centrali che il paese, la regione e il mondo stanno attraversando. Oggi viviamo le fasi iniziali di una nuova epoca della storia umana, che non è del tutto simile a quella precedente, e le sue caratteristiche sono totalmente diverse da quello che abbiamo finora conosciuto. Ecco perché, da un lato abbiamo bisogno di una comprensione dei processi centrali che caratterizzano questa epoca storica e dall’altro lato abbiamo bisogno di una visione del mondo e di una strategia operativa conforme alle nuove condizioni. L’esistenza, la prosperità e la stabilità dello Stato ebraico dipenderanno dalla sua capacità di adottare un nuovo quadro di riferimento per i suoi affari interni ed esteri.

2

Questa epoca è caratterizzata da numerosi tratti che possiamo già diagnosticare, e che simboleggiano una vera e propria rivoluzione nel nostro stile di vita attuale. Il processo dominante è la rottura della prospettiva umanista razionalista considerata la pietra angolare di supporto alla vita e alle conquiste della civiltà occidentale a partire dal Rinascimento. Le opinioni politiche, sociali ed economiche emanate da questo fondamento si basavano su diverse verità che stanno attualmente scomparendo, per esempio, l’idea che l’uomo come individuo è il centro dell’universo e di tutto ciò che esiste al fine di realizzare il suo bisogni materiali di base. Questa posizione viene invalidata nel presente, quando è diventato chiaro che la quantità delle risorse nel cosmo non soddisfa i requisiti dell’uomo, i suoi bisogni economici o i suoi vincoli demografici. In un mondo in cui ci sono quattro miliardi di esseri umani e le risorse economiche ed energetiche che non crescono in proporzione per soddisfare le necessità degli uomini, non è realistico aspettarsi di soddisfare il requisito principale della società occidentale, cioè, il desiderio e l’aspirazione per un consumo illimitato. Il punto di vista che l’etica non abbia alcun ruolo nel determinare la direzione dell’Uomo, ma invece l’abbiano i suoi bisogni materiali sta diventando prevalente oggi, mentre viviamo in un mondo in cui quasi tutti i valori stanno scomparendo. Stiamo perdendo la capacità di valutare le cose più semplici, soprattutto se riguardano la semplice questione di ciò che è bene e ciò che è male.

3

La visione delle aspirazioni illimitate dell’uomo e delle sue abilità si restringe di fronte ai tristi fatti della vita, quando assistiamo alla disgregazione dell’ordine nel mondo che ci circonda. La visione che promette la libertà al genere umano sembra assurda alla luce del triste fatto che tre quarti del genere umano vive sotto regimi totalitari. I punti di vista riguardanti l’uguaglianza e la giustizia sociale sono stati trasformati dal socialismo e soprattutto dal comunismo in uno zimbello. Non vi è alcun argomento a supporto della verità di queste due idee, ma è chiaro che non sono state messe in pratica correttamente e che la maggior parte del genere umano ha perso la libertà e la possibilità di vivere nell’uguaglianza e nella giustizia. In questo mondo nucleare in cui ancora viviamo in relativa pace da 30 anni, il concetto di pace e convivenza tra le nazioni non ha significato quando una superpotenza come l’URSS detiene una tale dottrina militare e politica: indi per cui, non sia solo possibile una guerra nucleare, ma necessaria per conseguire l’estinzione del marxismo, e che sia possibile sopravvivere dopo, per non parlare del fatto che si possa essere vittoriosi.

4

I concetti fondamentali della società umana, soprattutto quelli d’Occidente, stanno subendo un cambiamento a causa di trasformazioni politiche, militari ed economiche. Così, la potenza nucleare e convenzionale dell’Urss ha trasformato l’epoca che si è appena conclusa in un ultima tregua prima della grande saga che sarà demolire gran parte del nostro mondo in una guerra globale multidimensionale, rispetto a cui le guerre del mondo passato sembreranno un gioco da ragazzi. Il potere del nucleare e delle armi convenzionali, la loro quantità, la loro precisione e la loro qualità rivolteranno la maggior parte del nostro mondo a testa in giù nel giro di pochi anni, e noi, in Israele, dobbiamo allinearci in modo da poter affrontare questa trasformazione. Che è, poi, la principale minaccia per la nostra esistenza e quella del mondo occidentale. La guerra per le risorse del mondo, il monopolio arabo sul petrolio, e la necessità dell’Occidente di importare la maggior parte delle materie prime dal terzo mondo, stanno trasformando la realtà che conosciamo, dato che uno dei principali obiettivi dell’URSS è quello di sconfiggere l’Occidente per ottenere il controllo sulle gigantesche risorse del Golfo Persico e della parte meridionale dell’Africa, in cui la maggior parte dei minerali mondiali sono situati. Possiamo immaginare le dimensioni del confronto globale, che si dovrà affrontare in futuro.

5

La dottrina Gorshkov richiede il controllo sovietico degli oceani e delle zone ricche di minerali del Terzo Mondo. Insieme all’attuale dottrina nucleare sovietica che sostiene che sia possibile gestire, vincere e sopravvivere ad una guerra nucleare, nel corso della quale l’Occidente potrebbe benissimo essere distrutto ed i suoi abitanti fatti schiavi al servizio del marxismo-leninismo; sono il principale pericolo per la pace nel mondo e per la nostra stessa esistenza. Dal 1967, i sovietici hanno trasformato l’aforisma di Clausewitz in La guerra è la continuazione della politica con mezzi nucleari, e ne hanno fatto il motto che guida tutte le loro politiche. Già oggi sono occupati ad effettuare i loro obiettivi nella nostra regione e in tutto il mondo, e la necessità di affrontarli diventa l’elemento centrale nella politica di sicurezza del nostro paese e, naturalmente, in quella del resto del mondo libero. Questa è la nostra grande priorità di politica estera.

6

Il mondo arabo musulmano, quindi, non è il principale problema strategico che dovremo affrontare negli anni Ottanta, nonostante il fatto che esso eserciti la principale minaccia contro Israele, a causa della sua crescente potenza militare. Questo mondo, con le sue minoranze etniche, le fazioni e le crisi interne, che è sorprendentemente autodistruttivo, come possiamo vedere in Libano, nell’Iran non arabo e ora anche in Siria, è incapace di affrontare con successo i problemi fondamentali e quindi non costituisce una minaccia reale per lo Stato di Israele, nel lungo periodo, ma solo nel breve periodo in cui il suo potere militare immediato è di grande importanza. Nel lungo periodo, questo mondo non sarà in grado di esistere nel suo quadro presente nelle zone intorno a noi, senza dover passare per veri cambiamenti rivoluzionari. Il mondo arabo musulmano è costruito come una casa temporanea, fatta di carte messe insieme da Francia e Gran Bretagna negli anni venti, senza che i desideri dei suoi abitanti venissero presi in considerazione. E’ stato arbitrariamente diviso in 19 stati, tutti composti da combinazioni di gruppi etnici e minoranze ostili gli uni agli altri, in modo che ogni stato arabo musulmano al giorno d’oggi deve affrontare la distruzione etnica sociale al suo interno, e in alcuni una guerra civile è già in corso. La maggior parte degli arabi, 118 milioni su 170, vivono in Africa, soprattutto in Egitto, oggi 45 milioni.

7

A parte l’Egitto, tutti gli stati del Maghreb sono costituiti da un misto di arabi e berberi non arabi. In Algeria vi è già una guerra civile tra le due etnie nel paese, che infuria nelle montagna di Kabile. Marocco e Algeria sono in guerra tra loro per il Sahara spagnolo, oltre alle lotte interne in ciascuno di essi. L’Islam militante mette in pericolo l’integrità della Tunisia e Gheddafi organizza guerre che sono distruttive dal punto di vista arabo, per un paese scarsamente popolato e che non potrà diventare una nazione potente. È per questo che in passato egli tentò l’unificazione con gli stati che sono più genuini, come l’Egitto e la Siria. Il Sudan, lo Stato più lacerato del mondo musulmano arabo di oggi è costruito su quattro gruppi ostili gli uni agli altri, una minoranza araba sunnita che governa la maggioranza degli africani non arabi, pagani e cristiani. In Egitto c’è una maggioranza musulmana sunnita di fronte a una grande minoranza di cristiani che è dominante nell’Alto Egitto, circa 7 milioni. Anche Sadat, nel suo intervento dell’8 maggio, espresse il timore che possano aspirare ad un loro proprio stato, qualcosa come un secondo Libano cristiano in Egitto.

8

Tutti gli Stati arabi a est di Israele sono lacerati, spezzati e crivellati da conflitto interiori ancor più di quelli del Maghreb. La Siria fondamentalmente non differisce dal Libano salvo che per il forte regime militare che la governa. Ma la vera e propria guerra civile che si svolge attualmente tra la maggioranza sunnita e la minoranza sciita alawita, un mero 12% della popolazione, che però domina il paese, testimonia la gravità del problema nazionale.

9

L’Iraq non è diverso nella sostanza dai suoi vicini, anche se la sua maggioranza è sciita e la minoranza sunnita è quella dominante. Il sessantacinque per cento della popolazione non ha voce in politica, dove una élite di 20 per cento detiene il potere. Inoltre c’è una grande minoranza curda nel nord del paese, e se non fosse per la forza del regime al potere, l’esercito e le entrate petrolifere, il futuro dello stato iracheno non sarebbe diverso da quello del Libano in passato, o della Siria oggi. I semi del conflitto interno e della guerra civile sono evidenti già oggi, soprattutto dopo l’ascesa di Khomeini al potere in Iran, un leader che gli sciiti in Iraq vedono come il loro leader naturale.

10

Tutti i principati del Golfo e l’Arabia Saudita sono costruiti su di una delicata casa di sabbia in cui vi è solo petrolio. In Kuwait, i kuwaitiani costituiscono solo un quarto della popolazione. In Bahrain, gli sciiti sono la maggioranza, ma sono privi di potere. Negli Emirati Arabi Uniti, gli sciiti sono ancora una volta la maggioranza, ma i sunniti sono al potere. Lo stesso è vero per l’Oman e lo Yemen del Nord. Anche nello Yemen marxista del Sud c’è una considerevole minoranza sciita. In Arabia Saudita la metà della popolazione è straniera, egiziana e yemenita, ma una minoranza saudita detiene il potere.

11

La Giordania è in realtà palestinese, governata da una minoranza beduina Trans-Giordana, ma la maggior parte delle forze armate e di certo la burocrazia sono ora palestinesi. È un dato di fatto che Amman sia palestinese come Nablus. Tutti questi paesi hanno eserciti potenti, relativamente parlando. Ma c’è un problema anche lì. L’esercito siriano è oggi per lo più sunnita con un corpo ufficiali alawita, l’esercito iracheno è sciita con comandanti sunniti. Questo ha un grande significato nel lungo periodo, ed è per questo che non sarà possibile conservare la fedeltà dell’esercito per un lungo periodo a meno che si tratta del solo comune denominatore: l’ostilità nei confronti di Israele, ma oggi anche questo è insufficiente.

12

Accanto agli arabi, divisi come sono, l’altro stato musulmano condivide una situazione simile. La metà della popolazione iraniana è costituita da un gruppo di lingua persiana e l’altra metà da un gruppo etnico turcomanno. La popolazione turca dispone di una maggioranza musulmano sunnita pari a circa il 50%, e di due grandi minoranze, 12 milioni di sciiti alawiti e 6 milioni di sunniti curdi. In Afghanistan ci sono 5 milioni di sciiti, che costituiscono un terzo della popolazione. Nel Pakistan sunnita ci sono 15 milioni di sciiti, che mettono in pericolo l’esistenza di quello stato.

13

Questa immagine delle minoranze etniche nazionali che si estende dal Marocco all’India e dalla Somalia alla Turchia, sottolinea la mancanza di stabilità e la possibilità di una rapida degenerazione in tutta la regione. Quando questo quadro si aggiunge a quello economico, vediamo come l’intera regione è costruita come un castello di carte, incapace di sopportare i suoi gravi problemi.

14

In questo mondo gigantesco e fratturato ci sono alcuni gruppi di ricchi e una massa enorme di persone povere. La maggior parte degli arabi hanno un reddito medio annuo di 300 dollari. Questa è la situazione in Egitto, nella maggior parte dei paesi del Maghreb, tranne per la Libia, e in Iraq. Il Libano è lacerato e la sua economia sta cadendo a pezzi. E’ uno stato in cui non vi è alcun potere centralizzato, ma solo 5 autorità sovrane de facto; i cristiani nel nord, sostenuti dai siriani e sotto il dominio del clan Franjieh, in Oriente una zona di conquista diretta siriana, nel centro un’enclave falangista controllata dai cristiani, nel sud e fino al fiume Litani una regione prevalentemente palestinese controllata dall’OLP e dallo stato dei cristiani del maggiore Haddad infine mezzo milione di sciiti. La Siria è in una situazione ancora più grave e anche l’assistenza che otterrebbe in futuro, dopo l’unificazione con la Libia non sarà sufficiente per affrontare i problemi fondamentali dell’esistenza e il mantenimento di un grande esercito. L’Egitto è nella situazione peggiore: milioni di persone sono sull’orlo della fame, la metà della forza lavoro è disoccupata, e l’alloggio è scarso in questa zona più densamente popolata del mondo. Fatta eccezione per l’esercito, non vi è un singolo reparto operativo in modo efficiente e lo Stato è in una condizione permanente di fallimento e dipende interamente dall’assistenza estera americana garantita dalla pace.

15

Negli Stati del Golfo, l’Arabia Saudita, la Libia e l’Egitto vi è la più grande accumulazione di denaro e di petrolio al mondo, ma quelli che ne godono sono piccole élites che non hanno una larga base di sostegno e di fiducia, qualcosa che nessun esercito può garantire. L’esercito saudita con tutta la sua attrezzatura non può difendere il regime da pericoli reali in casa o all’estero, e ciò che ha avuto luogo a La Mecca nel 1980, è solo un esempio. Una situazione triste e molto burrascosa circonda Israele e crea sfide per esso, problemi, rischi, ma anche ampie opportunità per la prima volta dal 1967. Le probabilità sono le occasioni perse in quel momento, ma che diventeranno realizzabili negli anni Ottanta in misura e secondo dimensioni che non possiamo nemmeno immaginare oggi.

16

La politica di pace e la restituzione dei territori, attraverso una dipendenza dagli Stati Uniti, preclude la realizzazione della nuova opzione creata per noi. Dal 1967, tutti i governi di Israele hanno limitato i nostri obiettivi nazionali fino a restringerne le esigenze politiche da un lato, mentre dall’altro i pareri distruttivi in casa neutralizzano le nostre capacità, sia in patria che all’estero. Non riuscire a prendere provvedimenti nei confronti della popolazione araba nei nuovi territori, acquisiti nel corso di una guerra a cui ci hanno costretto, è il grande errore strategico commesso da Israele, la mattina dopo la Guerra dei Sei Giorni. Avremmo potuto salvare noi stessi tutto il conflitto aspro e pericoloso fin da allora, se avessimo dato la Giordania ai palestinesi che vivono a ovest del fiume Giordano. Così facendo avremmo neutralizzato il problema palestinese che abbiamo oggi di fronte, al quale abbiamo trovato soluzioni che non rappresentano veramente nessuna soluzione, come il compromesso territoriale o l’autonomia che costituisce, nei fatti, la stessa cosa. Oggi, ci troviamo improvvisamente ad affrontare immense opportunità per trasformare a fondo la situazione e dobbiamo farlo nel prossimo decennio, altrimenti non potremo sopravvivere come stato.

17

Nel corso degli anni Ottanta, lo Stato di Israele dovrà passare attraverso cambiamenti di vasta portata nel suo regime politico ed economico nazionale, insieme a cambiamenti radicali nella sua politica estera, al fine di resistere alle sfide globali e regionali di questa nuova epoca. La perdita dei campi petroliferi del Canale di Suez, dell’immenso potenziale di petrolio, gas e delle altre risorse naturali nella penisola del Sinai, che è geomorfologicamente identica ai ricchi paesi produttori di petrolio della regione, si tradurrà in una perdita di energia nel prossimo futuro che distruggerà la nostra economia nazionale: un quarto del nostro presente PIL così come un terzo del budget che viene utilizzato per l’acquisto di petrolio. La ricerca di materie prime nel Neghev e sulla costa non potrà, in un prossimo futuro, modificare tale stato di cose.

18

Riconquistare la penisola del Sinai con le sue risorse attuali e potenziali è dunque una priorità politica ostacolata da Camp David e dagli accordi di pace. La colpa si trova, naturalmente, con l’attuale governo israeliano e con i governi che hanno aperto la strada alla politica del compromesso territoriale, governi allineati fin dal 1967. Gli egiziani non avranno alcun bisogno di mantenere il trattato di pace dopo la restituzione del Sinai, e faranno tutto il possibile per tornare all’ovile del mondo arabo e dell’URSS al fine di ottenerne sostegno e assistenza militare. Gli aiuti americani sono garantiti solo per un breve periodo, entro i termini della pace e l’indebolimento degli Stati Uniti, sia in patria che all’estero porterà ad una riduzione degli aiuti. Senza petrolio ne il reddito da esso prodotto, con l’enorme spesa pubblica a cui far fronte, nelle condizioni attuali non saremo in grado di passare il 1982, e dovremo agire al fine di ritornare alla situazione che esisteva nel Sinai prima della visita di Sadat e dell’errato accordo di pace firmato con lui nel marzo 1979.

19

Israele ha due vie principali attraverso cui realizzare questo scopo, una diretta e l’altra indiretta. L’opzione diretta è quella meno realistica a causa della natura del regime e del governo di Israele, così come la saggezza di Sadat che ha ottenuto il nostro ritiro dal Sinai, che è stato, dopo la guerra del 1973, il suo successo più importante da quando ha preso il potere. Israele non romperà il trattato unilateralmente, né oggi, né nel 1982, a meno che sia duramente incalzato economicamente e politicamente, e l’Egitto non ci fornisca per la quarta volta la scusa per invadere di nuovo il Sinai. Ciò che rimane dunque, è l’opzione indiretta. La situazione economica in Egitto, la natura del regime e la sua politica pan-araba, porterà a una situazione dopo l’aprile 1982, nella quale Israele sarà costretto ad agire direttamente o indirettamente, al fine di riprendere il controllo del Sinai come riserva strategica, economica ed energetica per il lungo periodo. L’Egitto non costituisce un problema strategico militare a causa dei conflitti interni e potrebbe essere guidato indietro alla situazione di guerra post 1967 in non più di un giorno.

20

Il mito dell’Egitto quale leader forte del mondo arabo è stato demolito nel 1956 e sicuramente non è sopravvissuto al 1967, ma la nostra politica, della restituzione del Sinai, è servita a trasformare il mito in realtà. Tuttavia, il potere dell’Egitto in proporzione sia al solo Israele sia nei confronti del resto del mondo arabo si è ridotto di circa il 50 per cento dal 1967. L’Egitto non è più il principale potere politico nel mondo arabo ed è sull’orlo di una crisi economica. Senza assistenza straniera la crisi arriverà domani. Nel breve periodo, a causa della restituzione del Sinai, l’Egitto guadagnerà parecchi vantaggi a nostre spese, ma solo nel breve periodo fino al 1982, e non riuscirà a cambiare gli equilibri di potere a suo vantaggio, e possibilmente porterà alla sua caduta. L’Egitto, nel suo attuale quadro politico interno, è già cadavere, tanto più se si tiene conto della crescente spaccatura tra musulmani e cristiani. Dividere l’Egitto territorialmente in regioni geografiche distinte è l’obiettivo politico di Israele negli anni Ottanta sul fronte occidentale.

21

L’Egitto è diviso e lacerato da molti focolai di autorità. Se l’Egitto va in pezzi, paesi come la Libia, il Sudan o anche gli Stati più lontani non continueranno ad esistere nella forma attuale e si uniranno alla rovina e alla dissoluzione dell’Egitto. La visione di uno Stato cristiano copto in Egitto insieme a un certo numero di stati più deboli con potenza molto localizzata e senza un governo centralizzato come è stato fino ad oggi, è la chiave per uno sviluppo storico che è stato solo rallentato con l’accordo di pace, ma che sembra inevitabile nel lungo periodo.

22

Il fronte occidentale, che in superficie appare più problematico, è di fatto meno complicato del fronte orientale, dove la maggior parte degli eventi che dettano i titoli ai giornali hanno avuto luogo di recente. La dissoluzione totale del Libano in cinque province, serve da precedente per tutto il mondo arabo, inclusi Egitto, Siria, Iraq e penisola arabica, e stà già seguendo quell’orientamento. La dissoluzione di Siria e Iraq in aree etnicamente o religiosamente uniche come in Libano, è l’obiettivo primario di Israele sul fronte orientale nel lungo periodo, mentre la dissoluzione del potere militare di questi stati costituisce l’obiettivo primario a breve termine. La Siria cadrà a pezzi, in conformità con la sua struttura etnica e religiosa, divisa in diversi stati, come in oggi il Libano, in modo che ci sarà uno stato sciita alawita lungo la sua costa, uno stato sunnita nella zona di Aleppo, un altro stato sunnita a Damasco ostile al suo vicino del nord, e i drusi che si insedieranno in uno stato forse anche nel nostro Golan, e certamente nel’Hauran e nel nord della Giordania. Questo stato di cose sarà la garanzia per la pace e la sicurezza nella zona, nel lungo periodo, e questo obiettivo è già alla nostra portata oggi.

23

L’Iraq, ricco di petrolio da una parte e lacerato internamente dall’altra, è un candidato garantito per gli obiettivi di Israele. La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. Nel breve periodo è il potere iracheno che costituisce la più grande minaccia per Israele. Una guerra Iraq-Iran ridurrà in pezzi l’Iraq e provocherà la sua caduta, anche prima che sia in grado di organizzare un ampio fronte di lotta contro di noi. Ogni tipo di confronto inter-arabo ci aiuterà nel breve periodo e accorcerà la strada verso l’obiettivo più importante, dividere l’Iraq come in Siria e in Libano. In Iraq, una divisione in province lungo linee etnico-religiose, come in Siria durante il periodo ottomano è possibile. Così, tre o più stati esisteranno attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul. Le zone sciite nel sud separate da quelle sunnita e curda del nord. E’ possibile che l’attuale scontro iraniano-iracheno approfondisca questa polarizzazione.

24

L’intera penisola arabica è un candidato naturale alla dissoluzione a causa delle pressioni interne ed esterne, e la questione è inevitabile soprattutto in Arabia Saudita, indipendentemente dal fatto che la sua forza economica a base di petrolio rimanga intatta o se invece venga diminuita nel lungo periodo, le divisioni interne e le disgregazioni sono uno sviluppo chiaro e naturale alla luce dell’attuale struttura politica.

25

La Giordania costituisce un obiettivo strategico immediato nel breve periodo ma non nel lungo periodo, poiché non costituisce una minaccia reale nel lungo periodo dopo il suo scioglimento, la cessazione del lungo dominio del re Hussein e il trasferimento del potere ai palestinesi nel breve periodo.

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Non vi è alcuna possibilità che la Giordania continui ad esistere nella sua struttura attuale per molto tempo, e la politica di Israele, sia in guerra che in pace, deve essere orientata alla liquidazione della Giordania sotto l’attuale regime e il trasferimento del potere alla maggioranza palestinese. La modifica del regime a est del fiume causerà anche la risoluzione del problema dei territori densamente popolati dagli arabi ad ovest del Giordano. Sia in guerra che in condizioni di pace, l’emigrazione dai territori e il loro congelamento economico e demografico, sono le garanzie per il prossimo cambiamento su entrambe le rive del fiume, e noi dobbiamo essere attivi al fine di accelerare questo processo nel prossimo futuro. Il piano per l’autonomia dovrebbe essere respinto, così come ogni compromesso o divisione dei territori, a causa dei piani del’Olp e di quelli degli stessi arabi israeliani, il piano Shefa’amr del settembre del 1980, non è possibile andare a vivere in questo paese nella situazione attuale, senza separare le due nazioni, gli arabi in Giordania e gli ebrei nelle zone ad ovest del fiume. La coesistenza genuina e la pace regnerà sulla terra solo quando gli arabi capiranno che senza dominio ebraico tra il Giordano e il mare non avranno alcuna esistenza né sicurezza. Una loro nazione sarà possibile solo in Giordania.

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All’interno di Israele, la distinzione tra i confini del ’67 e i territori al di là di essi, quelli del ’48, è sempre stata priva di significato per gli arabi e al giorno d’oggi non ha più alcun significato neanche per noi. Il problema deve essere visto nella sua interezza, senza la linea verde del ’67. Dovrebbe essere chiaro, in ogni futura situazione politica e militare, che la soluzione del problema degli arabi indigeni arriverà solo quando riconosceranno l’esistenza di Israele nei confini sicuri fino al fiume Giordano e al di là di esso, come un nostro bisogno esistenziale in questa difficile epoca, l’epoca nucleare in cui presto entreremo. Non è più possibile vivere con tre quarti della popolazione ebraica concentrata sulla battigia, è molto pericoloso in un epoca nucleare.

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La dispersione della popolazione è quindi un obiettivo strategico nazionale di primissimo ordine, in caso contrario, dovremo cessare di esistere entro i confini. Giudea, Samaria e Galilea sono la nostra unica garanzia per l’esistenza nazionale, e se non diventiamo maggioranza nelle zone di montagna, non riusciremo a governare questo paese e saremo come i Crociati, che l’hanno perso perchè non era loro in ogni caso, ma soprattutto perché erano stranieri. Riequilibrare il paese demograficamente, strategicamente ed economicamente è l’obiettivo più alto e più centrale di oggi. Cominciando dallo spartiacque montagnoso da Bersabea all’Alta Galilea, si realizza l’obiettivo nazionale generato da una maggiore considerazione strategica che sta sistemando la parte montuosa del paese, che è vuota di ebrei oggi.

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Realizzare i nostri obiettivi sul fronte orientale dipende in primo luogo dalla realizzazione di questo obiettivo strategico interno. La trasformazione della struttura politica ed economica, in modo da consentire la realizzazione di questi obiettivi strategici, è la chiave per raggiungere l’intera variazione. Abbiamo bisogno di cambiare un’economia centralizzata in cui il governo è ampiamente coinvolto, in un mercato aperto e libero, nonché di cambiare con le nostre mani la dipendenza dal contribuente degli Stati Uniti, in una vera e propria infrastruttura economica produttiva. Se non siamo in grado di fare questo cambiamento liberamente e volontariamente, saremo costretti in esso dagli sviluppi mondiali, in particolare in materia di economia, energia e politica, e dal nostro isolamento crescente.

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Da un punto di vista militare e strategico, l’Occidente guidato dagli Stati Uniti non è in grado di resistere alle pressioni globali dell’URSS in tutto il mondo, e Israele deve quindi stare da solo negli anni Ottanta, senza alcuna assistenza estera, militare o economica, e questo rientra nelle nostre capacità di oggi, senza compromessi. I rapidi cambiamenti del mondo porteranno un cambiamento anche nella condizione della comunità ebraica mondiale per cui Israele diventerà non solo l’ultima istanza, ma l’unica opzione esistenziale. Non possiamo supporre che gli ebrei degli Stati Uniti, e le comunità di Europa e America Latina continuino ad esistere nella loro forma attuale in futuro.

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La nostra esistenza in questo paese è certa, e non vi è alcuna forza che potrebbe mandarci via da qui ne con la forza ne con l’inganno (come ha fatto Sadat). Nonostante le difficoltà dell’errata politica di pace, del problema degli arabi israeliani e di quelli dei territori, siamo in grado di affrontare efficacemente questi problemi nel prossimo futuro.

( http://www.reteccp.org/biblioteca/disponibili/guerraepace/guerra/yinon/yinon9.html )