Il piano sionista per il Medio Oriente. Tradotto dall’ebraico in inglese a cura di Israel Shahak

Il piano sionista per il Medio Oriente
Tradotto dall’ebraico in inglese
a cura di Israel Shahak


Da Oded Yinon “Una strategia per Israele negli anni Ottanta”
Pubblicato dall’Associazione Laureati arabo-americana, Inc. Belmont, Massachusetts, 1982 Speciale Documento n° 1
Oded Yinon è un ex alto funzionario del ministero degli Esteri israeliano degli affari. E ‘(1996), giornalista del Jerusalem Post.


Una strategia per Israele negli anni Ottanta
da Oded Yinon

Questo articolo è originariamente apparso in ebraico su Kivunim (Direzioni), un Giornale per il Giudaismo e il Sionismo, N° 14 Inverno, 5742, febbraio 1982 Editore: Yoram Beck. Comitato Editoriale: Eli Eyal, Yoram Beck, Amnon Hadari, Yohanan Manor, Elieser Schweid. Pubblicato dal Dipartimento di Pubblicità / Organizzazione Sionista Mondiale, Gerusalemme.

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All’inizio degli anni ottanta lo Stato di Israele ha bisogno di una nuova prospettiva per il suo posto, i suoi scopi e gli obiettivi nazionali, in patria e all’estero. Questa esigenza è diventata ancora più importante a causa di una serie di processi centrali che il paese, la regione e il mondo stanno attraversando. Oggi viviamo le fasi iniziali di una nuova epoca della storia umana, che non è del tutto simile a quella precedente, e le sue caratteristiche sono totalmente diverse da quello che abbiamo finora conosciuto. Ecco perché, da un lato abbiamo bisogno di una comprensione dei processi centrali che caratterizzano questa epoca storica e dall’altro lato abbiamo bisogno di una visione del mondo e di una strategia operativa conforme alle nuove condizioni. L’esistenza, la prosperità e la stabilità dello Stato ebraico dipenderanno dalla sua capacità di adottare un nuovo quadro di riferimento per i suoi affari interni ed esteri.

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Questa epoca è caratterizzata da numerosi tratti che possiamo già diagnosticare, e che simboleggiano una vera e propria rivoluzione nel nostro stile di vita attuale. Il processo dominante è la rottura della prospettiva umanista razionalista considerata la pietra angolare di supporto alla vita e alle conquiste della civiltà occidentale a partire dal Rinascimento. Le opinioni politiche, sociali ed economiche emanate da questo fondamento si basavano su diverse verità che stanno attualmente scomparendo, per esempio, l’idea che l’uomo come individuo è il centro dell’universo e di tutto ciò che esiste al fine di realizzare il suo bisogni materiali di base. Questa posizione viene invalidata nel presente, quando è diventato chiaro che la quantità delle risorse nel cosmo non soddisfa i requisiti dell’uomo, i suoi bisogni economici o i suoi vincoli demografici. In un mondo in cui ci sono quattro miliardi di esseri umani e le risorse economiche ed energetiche che non crescono in proporzione per soddisfare le necessità degli uomini, non è realistico aspettarsi di soddisfare il requisito principale della società occidentale, cioè, il desiderio e l’aspirazione per un consumo illimitato. Il punto di vista che l’etica non abbia alcun ruolo nel determinare la direzione dell’Uomo, ma invece l’abbiano i suoi bisogni materiali sta diventando prevalente oggi, mentre viviamo in un mondo in cui quasi tutti i valori stanno scomparendo. Stiamo perdendo la capacità di valutare le cose più semplici, soprattutto se riguardano la semplice questione di ciò che è bene e ciò che è male.

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La visione delle aspirazioni illimitate dell’uomo e delle sue abilità si restringe di fronte ai tristi fatti della vita, quando assistiamo alla disgregazione dell’ordine nel mondo che ci circonda. La visione che promette la libertà al genere umano sembra assurda alla luce del triste fatto che tre quarti del genere umano vive sotto regimi totalitari. I punti di vista riguardanti l’uguaglianza e la giustizia sociale sono stati trasformati dal socialismo e soprattutto dal comunismo in uno zimbello. Non vi è alcun argomento a supporto della verità di queste due idee, ma è chiaro che non sono state messe in pratica correttamente e che la maggior parte del genere umano ha perso la libertà e la possibilità di vivere nell’uguaglianza e nella giustizia. In questo mondo nucleare in cui ancora viviamo in relativa pace da 30 anni, il concetto di pace e convivenza tra le nazioni non ha significato quando una superpotenza come l’URSS detiene una tale dottrina militare e politica: indi per cui, non sia solo possibile una guerra nucleare, ma necessaria per conseguire l’estinzione del marxismo, e che sia possibile sopravvivere dopo, per non parlare del fatto che si possa essere vittoriosi.

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I concetti fondamentali della società umana, soprattutto quelli d’Occidente, stanno subendo un cambiamento a causa di trasformazioni politiche, militari ed economiche. Così, la potenza nucleare e convenzionale dell’Urss ha trasformato l’epoca che si è appena conclusa in un ultima tregua prima della grande saga che sarà demolire gran parte del nostro mondo in una guerra globale multidimensionale, rispetto a cui le guerre del mondo passato sembreranno un gioco da ragazzi. Il potere del nucleare e delle armi convenzionali, la loro quantità, la loro precisione e la loro qualità rivolteranno la maggior parte del nostro mondo a testa in giù nel giro di pochi anni, e noi, in Israele, dobbiamo allinearci in modo da poter affrontare questa trasformazione. Che è, poi, la principale minaccia per la nostra esistenza e quella del mondo occidentale. La guerra per le risorse del mondo, il monopolio arabo sul petrolio, e la necessità dell’Occidente di importare la maggior parte delle materie prime dal terzo mondo, stanno trasformando la realtà che conosciamo, dato che uno dei principali obiettivi dell’URSS è quello di sconfiggere l’Occidente per ottenere il controllo sulle gigantesche risorse del Golfo Persico e della parte meridionale dell’Africa, in cui la maggior parte dei minerali mondiali sono situati. Possiamo immaginare le dimensioni del confronto globale, che si dovrà affrontare in futuro.

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La dottrina Gorshkov richiede il controllo sovietico degli oceani e delle zone ricche di minerali del Terzo Mondo. Insieme all’attuale dottrina nucleare sovietica che sostiene che sia possibile gestire, vincere e sopravvivere ad una guerra nucleare, nel corso della quale l’Occidente potrebbe benissimo essere distrutto ed i suoi abitanti fatti schiavi al servizio del marxismo-leninismo; sono il principale pericolo per la pace nel mondo e per la nostra stessa esistenza. Dal 1967, i sovietici hanno trasformato l’aforisma di Clausewitz in La guerra è la continuazione della politica con mezzi nucleari, e ne hanno fatto il motto che guida tutte le loro politiche. Già oggi sono occupati ad effettuare i loro obiettivi nella nostra regione e in tutto il mondo, e la necessità di affrontarli diventa l’elemento centrale nella politica di sicurezza del nostro paese e, naturalmente, in quella del resto del mondo libero. Questa è la nostra grande priorità di politica estera.

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Il mondo arabo musulmano, quindi, non è il principale problema strategico che dovremo affrontare negli anni Ottanta, nonostante il fatto che esso eserciti la principale minaccia contro Israele, a causa della sua crescente potenza militare. Questo mondo, con le sue minoranze etniche, le fazioni e le crisi interne, che è sorprendentemente autodistruttivo, come possiamo vedere in Libano, nell’Iran non arabo e ora anche in Siria, è incapace di affrontare con successo i problemi fondamentali e quindi non costituisce una minaccia reale per lo Stato di Israele, nel lungo periodo, ma solo nel breve periodo in cui il suo potere militare immediato è di grande importanza. Nel lungo periodo, questo mondo non sarà in grado di esistere nel suo quadro presente nelle zone intorno a noi, senza dover passare per veri cambiamenti rivoluzionari. Il mondo arabo musulmano è costruito come una casa temporanea, fatta di carte messe insieme da Francia e Gran Bretagna negli anni venti, senza che i desideri dei suoi abitanti venissero presi in considerazione. E’ stato arbitrariamente diviso in 19 stati, tutti composti da combinazioni di gruppi etnici e minoranze ostili gli uni agli altri, in modo che ogni stato arabo musulmano al giorno d’oggi deve affrontare la distruzione etnica sociale al suo interno, e in alcuni una guerra civile è già in corso. La maggior parte degli arabi, 118 milioni su 170, vivono in Africa, soprattutto in Egitto, oggi 45 milioni.

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A parte l’Egitto, tutti gli stati del Maghreb sono costituiti da un misto di arabi e berberi non arabi. In Algeria vi è già una guerra civile tra le due etnie nel paese, che infuria nelle montagna di Kabile. Marocco e Algeria sono in guerra tra loro per il Sahara spagnolo, oltre alle lotte interne in ciascuno di essi. L’Islam militante mette in pericolo l’integrità della Tunisia e Gheddafi organizza guerre che sono distruttive dal punto di vista arabo, per un paese scarsamente popolato e che non potrà diventare una nazione potente. È per questo che in passato egli tentò l’unificazione con gli stati che sono più genuini, come l’Egitto e la Siria. Il Sudan, lo Stato più lacerato del mondo musulmano arabo di oggi è costruito su quattro gruppi ostili gli uni agli altri, una minoranza araba sunnita che governa la maggioranza degli africani non arabi, pagani e cristiani. In Egitto c’è una maggioranza musulmana sunnita di fronte a una grande minoranza di cristiani che è dominante nell’Alto Egitto, circa 7 milioni. Anche Sadat, nel suo intervento dell’8 maggio, espresse il timore che possano aspirare ad un loro proprio stato, qualcosa come un secondo Libano cristiano in Egitto.

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Tutti gli Stati arabi a est di Israele sono lacerati, spezzati e crivellati da conflitto interiori ancor più di quelli del Maghreb. La Siria fondamentalmente non differisce dal Libano salvo che per il forte regime militare che la governa. Ma la vera e propria guerra civile che si svolge attualmente tra la maggioranza sunnita e la minoranza sciita alawita, un mero 12% della popolazione, che però domina il paese, testimonia la gravità del problema nazionale.

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L’Iraq non è diverso nella sostanza dai suoi vicini, anche se la sua maggioranza è sciita e la minoranza sunnita è quella dominante. Il sessantacinque per cento della popolazione non ha voce in politica, dove una élite di 20 per cento detiene il potere. Inoltre c’è una grande minoranza curda nel nord del paese, e se non fosse per la forza del regime al potere, l’esercito e le entrate petrolifere, il futuro dello stato iracheno non sarebbe diverso da quello del Libano in passato, o della Siria oggi. I semi del conflitto interno e della guerra civile sono evidenti già oggi, soprattutto dopo l’ascesa di Khomeini al potere in Iran, un leader che gli sciiti in Iraq vedono come il loro leader naturale.

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Tutti i principati del Golfo e l’Arabia Saudita sono costruiti su di una delicata casa di sabbia in cui vi è solo petrolio. In Kuwait, i kuwaitiani costituiscono solo un quarto della popolazione. In Bahrain, gli sciiti sono la maggioranza, ma sono privi di potere. Negli Emirati Arabi Uniti, gli sciiti sono ancora una volta la maggioranza, ma i sunniti sono al potere. Lo stesso è vero per l’Oman e lo Yemen del Nord. Anche nello Yemen marxista del Sud c’è una considerevole minoranza sciita. In Arabia Saudita la metà della popolazione è straniera, egiziana e yemenita, ma una minoranza saudita detiene il potere.

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La Giordania è in realtà palestinese, governata da una minoranza beduina Trans-Giordana, ma la maggior parte delle forze armate e di certo la burocrazia sono ora palestinesi. È un dato di fatto che Amman sia palestinese come Nablus. Tutti questi paesi hanno eserciti potenti, relativamente parlando. Ma c’è un problema anche lì. L’esercito siriano è oggi per lo più sunnita con un corpo ufficiali alawita, l’esercito iracheno è sciita con comandanti sunniti. Questo ha un grande significato nel lungo periodo, ed è per questo che non sarà possibile conservare la fedeltà dell’esercito per un lungo periodo a meno che si tratta del solo comune denominatore: l’ostilità nei confronti di Israele, ma oggi anche questo è insufficiente.

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Accanto agli arabi, divisi come sono, l’altro stato musulmano condivide una situazione simile. La metà della popolazione iraniana è costituita da un gruppo di lingua persiana e l’altra metà da un gruppo etnico turcomanno. La popolazione turca dispone di una maggioranza musulmano sunnita pari a circa il 50%, e di due grandi minoranze, 12 milioni di sciiti alawiti e 6 milioni di sunniti curdi. In Afghanistan ci sono 5 milioni di sciiti, che costituiscono un terzo della popolazione. Nel Pakistan sunnita ci sono 15 milioni di sciiti, che mettono in pericolo l’esistenza di quello stato.

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Questa immagine delle minoranze etniche nazionali che si estende dal Marocco all’India e dalla Somalia alla Turchia, sottolinea la mancanza di stabilità e la possibilità di una rapida degenerazione in tutta la regione. Quando questo quadro si aggiunge a quello economico, vediamo come l’intera regione è costruita come un castello di carte, incapace di sopportare i suoi gravi problemi.

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In questo mondo gigantesco e fratturato ci sono alcuni gruppi di ricchi e una massa enorme di persone povere. La maggior parte degli arabi hanno un reddito medio annuo di 300 dollari. Questa è la situazione in Egitto, nella maggior parte dei paesi del Maghreb, tranne per la Libia, e in Iraq. Il Libano è lacerato e la sua economia sta cadendo a pezzi. E’ uno stato in cui non vi è alcun potere centralizzato, ma solo 5 autorità sovrane de facto; i cristiani nel nord, sostenuti dai siriani e sotto il dominio del clan Franjieh, in Oriente una zona di conquista diretta siriana, nel centro un’enclave falangista controllata dai cristiani, nel sud e fino al fiume Litani una regione prevalentemente palestinese controllata dall’OLP e dallo stato dei cristiani del maggiore Haddad infine mezzo milione di sciiti. La Siria è in una situazione ancora più grave e anche l’assistenza che otterrebbe in futuro, dopo l’unificazione con la Libia non sarà sufficiente per affrontare i problemi fondamentali dell’esistenza e il mantenimento di un grande esercito. L’Egitto è nella situazione peggiore: milioni di persone sono sull’orlo della fame, la metà della forza lavoro è disoccupata, e l’alloggio è scarso in questa zona più densamente popolata del mondo. Fatta eccezione per l’esercito, non vi è un singolo reparto operativo in modo efficiente e lo Stato è in una condizione permanente di fallimento e dipende interamente dall’assistenza estera americana garantita dalla pace.

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Negli Stati del Golfo, l’Arabia Saudita, la Libia e l’Egitto vi è la più grande accumulazione di denaro e di petrolio al mondo, ma quelli che ne godono sono piccole élites che non hanno una larga base di sostegno e di fiducia, qualcosa che nessun esercito può garantire. L’esercito saudita con tutta la sua attrezzatura non può difendere il regime da pericoli reali in casa o all’estero, e ciò che ha avuto luogo a La Mecca nel 1980, è solo un esempio. Una situazione triste e molto burrascosa circonda Israele e crea sfide per esso, problemi, rischi, ma anche ampie opportunità per la prima volta dal 1967. Le probabilità sono le occasioni perse in quel momento, ma che diventeranno realizzabili negli anni Ottanta in misura e secondo dimensioni che non possiamo nemmeno immaginare oggi.

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La politica di pace e la restituzione dei territori, attraverso una dipendenza dagli Stati Uniti, preclude la realizzazione della nuova opzione creata per noi. Dal 1967, tutti i governi di Israele hanno limitato i nostri obiettivi nazionali fino a restringerne le esigenze politiche da un lato, mentre dall’altro i pareri distruttivi in casa neutralizzano le nostre capacità, sia in patria che all’estero. Non riuscire a prendere provvedimenti nei confronti della popolazione araba nei nuovi territori, acquisiti nel corso di una guerra a cui ci hanno costretto, è il grande errore strategico commesso da Israele, la mattina dopo la Guerra dei Sei Giorni. Avremmo potuto salvare noi stessi tutto il conflitto aspro e pericoloso fin da allora, se avessimo dato la Giordania ai palestinesi che vivono a ovest del fiume Giordano. Così facendo avremmo neutralizzato il problema palestinese che abbiamo oggi di fronte, al quale abbiamo trovato soluzioni che non rappresentano veramente nessuna soluzione, come il compromesso territoriale o l’autonomia che costituisce, nei fatti, la stessa cosa. Oggi, ci troviamo improvvisamente ad affrontare immense opportunità per trasformare a fondo la situazione e dobbiamo farlo nel prossimo decennio, altrimenti non potremo sopravvivere come stato.

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Nel corso degli anni Ottanta, lo Stato di Israele dovrà passare attraverso cambiamenti di vasta portata nel suo regime politico ed economico nazionale, insieme a cambiamenti radicali nella sua politica estera, al fine di resistere alle sfide globali e regionali di questa nuova epoca. La perdita dei campi petroliferi del Canale di Suez, dell’immenso potenziale di petrolio, gas e delle altre risorse naturali nella penisola del Sinai, che è geomorfologicamente identica ai ricchi paesi produttori di petrolio della regione, si tradurrà in una perdita di energia nel prossimo futuro che distruggerà la nostra economia nazionale: un quarto del nostro presente PIL così come un terzo del budget che viene utilizzato per l’acquisto di petrolio. La ricerca di materie prime nel Neghev e sulla costa non potrà, in un prossimo futuro, modificare tale stato di cose.

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Riconquistare la penisola del Sinai con le sue risorse attuali e potenziali è dunque una priorità politica ostacolata da Camp David e dagli accordi di pace. La colpa si trova, naturalmente, con l’attuale governo israeliano e con i governi che hanno aperto la strada alla politica del compromesso territoriale, governi allineati fin dal 1967. Gli egiziani non avranno alcun bisogno di mantenere il trattato di pace dopo la restituzione del Sinai, e faranno tutto il possibile per tornare all’ovile del mondo arabo e dell’URSS al fine di ottenerne sostegno e assistenza militare. Gli aiuti americani sono garantiti solo per un breve periodo, entro i termini della pace e l’indebolimento degli Stati Uniti, sia in patria che all’estero porterà ad una riduzione degli aiuti. Senza petrolio ne il reddito da esso prodotto, con l’enorme spesa pubblica a cui far fronte, nelle condizioni attuali non saremo in grado di passare il 1982, e dovremo agire al fine di ritornare alla situazione che esisteva nel Sinai prima della visita di Sadat e dell’errato accordo di pace firmato con lui nel marzo 1979.

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Israele ha due vie principali attraverso cui realizzare questo scopo, una diretta e l’altra indiretta. L’opzione diretta è quella meno realistica a causa della natura del regime e del governo di Israele, così come la saggezza di Sadat che ha ottenuto il nostro ritiro dal Sinai, che è stato, dopo la guerra del 1973, il suo successo più importante da quando ha preso il potere. Israele non romperà il trattato unilateralmente, né oggi, né nel 1982, a meno che sia duramente incalzato economicamente e politicamente, e l’Egitto non ci fornisca per la quarta volta la scusa per invadere di nuovo il Sinai. Ciò che rimane dunque, è l’opzione indiretta. La situazione economica in Egitto, la natura del regime e la sua politica pan-araba, porterà a una situazione dopo l’aprile 1982, nella quale Israele sarà costretto ad agire direttamente o indirettamente, al fine di riprendere il controllo del Sinai come riserva strategica, economica ed energetica per il lungo periodo. L’Egitto non costituisce un problema strategico militare a causa dei conflitti interni e potrebbe essere guidato indietro alla situazione di guerra post 1967 in non più di un giorno.

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Il mito dell’Egitto quale leader forte del mondo arabo è stato demolito nel 1956 e sicuramente non è sopravvissuto al 1967, ma la nostra politica, della restituzione del Sinai, è servita a trasformare il mito in realtà. Tuttavia, il potere dell’Egitto in proporzione sia al solo Israele sia nei confronti del resto del mondo arabo si è ridotto di circa il 50 per cento dal 1967. L’Egitto non è più il principale potere politico nel mondo arabo ed è sull’orlo di una crisi economica. Senza assistenza straniera la crisi arriverà domani. Nel breve periodo, a causa della restituzione del Sinai, l’Egitto guadagnerà parecchi vantaggi a nostre spese, ma solo nel breve periodo fino al 1982, e non riuscirà a cambiare gli equilibri di potere a suo vantaggio, e possibilmente porterà alla sua caduta. L’Egitto, nel suo attuale quadro politico interno, è già cadavere, tanto più se si tiene conto della crescente spaccatura tra musulmani e cristiani. Dividere l’Egitto territorialmente in regioni geografiche distinte è l’obiettivo politico di Israele negli anni Ottanta sul fronte occidentale.

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L’Egitto è diviso e lacerato da molti focolai di autorità. Se l’Egitto va in pezzi, paesi come la Libia, il Sudan o anche gli Stati più lontani non continueranno ad esistere nella forma attuale e si uniranno alla rovina e alla dissoluzione dell’Egitto. La visione di uno Stato cristiano copto in Egitto insieme a un certo numero di stati più deboli con potenza molto localizzata e senza un governo centralizzato come è stato fino ad oggi, è la chiave per uno sviluppo storico che è stato solo rallentato con l’accordo di pace, ma che sembra inevitabile nel lungo periodo.

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Il fronte occidentale, che in superficie appare più problematico, è di fatto meno complicato del fronte orientale, dove la maggior parte degli eventi che dettano i titoli ai giornali hanno avuto luogo di recente. La dissoluzione totale del Libano in cinque province, serve da precedente per tutto il mondo arabo, inclusi Egitto, Siria, Iraq e penisola arabica, e stà già seguendo quell’orientamento. La dissoluzione di Siria e Iraq in aree etnicamente o religiosamente uniche come in Libano, è l’obiettivo primario di Israele sul fronte orientale nel lungo periodo, mentre la dissoluzione del potere militare di questi stati costituisce l’obiettivo primario a breve termine. La Siria cadrà a pezzi, in conformità con la sua struttura etnica e religiosa, divisa in diversi stati, come in oggi il Libano, in modo che ci sarà uno stato sciita alawita lungo la sua costa, uno stato sunnita nella zona di Aleppo, un altro stato sunnita a Damasco ostile al suo vicino del nord, e i drusi che si insedieranno in uno stato forse anche nel nostro Golan, e certamente nel’Hauran e nel nord della Giordania. Questo stato di cose sarà la garanzia per la pace e la sicurezza nella zona, nel lungo periodo, e questo obiettivo è già alla nostra portata oggi.

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L’Iraq, ricco di petrolio da una parte e lacerato internamente dall’altra, è un candidato garantito per gli obiettivi di Israele. La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. Nel breve periodo è il potere iracheno che costituisce la più grande minaccia per Israele. Una guerra Iraq-Iran ridurrà in pezzi l’Iraq e provocherà la sua caduta, anche prima che sia in grado di organizzare un ampio fronte di lotta contro di noi. Ogni tipo di confronto inter-arabo ci aiuterà nel breve periodo e accorcerà la strada verso l’obiettivo più importante, dividere l’Iraq come in Siria e in Libano. In Iraq, una divisione in province lungo linee etnico-religiose, come in Siria durante il periodo ottomano è possibile. Così, tre o più stati esisteranno attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul. Le zone sciite nel sud separate da quelle sunnita e curda del nord. E’ possibile che l’attuale scontro iraniano-iracheno approfondisca questa polarizzazione.

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L’intera penisola arabica è un candidato naturale alla dissoluzione a causa delle pressioni interne ed esterne, e la questione è inevitabile soprattutto in Arabia Saudita, indipendentemente dal fatto che la sua forza economica a base di petrolio rimanga intatta o se invece venga diminuita nel lungo periodo, le divisioni interne e le disgregazioni sono uno sviluppo chiaro e naturale alla luce dell’attuale struttura politica.

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La Giordania costituisce un obiettivo strategico immediato nel breve periodo ma non nel lungo periodo, poiché non costituisce una minaccia reale nel lungo periodo dopo il suo scioglimento, la cessazione del lungo dominio del re Hussein e il trasferimento del potere ai palestinesi nel breve periodo.

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Non vi è alcuna possibilità che la Giordania continui ad esistere nella sua struttura attuale per molto tempo, e la politica di Israele, sia in guerra che in pace, deve essere orientata alla liquidazione della Giordania sotto l’attuale regime e il trasferimento del potere alla maggioranza palestinese. La modifica del regime a est del fiume causerà anche la risoluzione del problema dei territori densamente popolati dagli arabi ad ovest del Giordano. Sia in guerra che in condizioni di pace, l’emigrazione dai territori e il loro congelamento economico e demografico, sono le garanzie per il prossimo cambiamento su entrambe le rive del fiume, e noi dobbiamo essere attivi al fine di accelerare questo processo nel prossimo futuro. Il piano per l’autonomia dovrebbe essere respinto, così come ogni compromesso o divisione dei territori, a causa dei piani del’Olp e di quelli degli stessi arabi israeliani, il piano Shefa’amr del settembre del 1980, non è possibile andare a vivere in questo paese nella situazione attuale, senza separare le due nazioni, gli arabi in Giordania e gli ebrei nelle zone ad ovest del fiume. La coesistenza genuina e la pace regnerà sulla terra solo quando gli arabi capiranno che senza dominio ebraico tra il Giordano e il mare non avranno alcuna esistenza né sicurezza. Una loro nazione sarà possibile solo in Giordania.

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All’interno di Israele, la distinzione tra i confini del ’67 e i territori al di là di essi, quelli del ’48, è sempre stata priva di significato per gli arabi e al giorno d’oggi non ha più alcun significato neanche per noi. Il problema deve essere visto nella sua interezza, senza la linea verde del ’67. Dovrebbe essere chiaro, in ogni futura situazione politica e militare, che la soluzione del problema degli arabi indigeni arriverà solo quando riconosceranno l’esistenza di Israele nei confini sicuri fino al fiume Giordano e al di là di esso, come un nostro bisogno esistenziale in questa difficile epoca, l’epoca nucleare in cui presto entreremo. Non è più possibile vivere con tre quarti della popolazione ebraica concentrata sulla battigia, è molto pericoloso in un epoca nucleare.

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La dispersione della popolazione è quindi un obiettivo strategico nazionale di primissimo ordine, in caso contrario, dovremo cessare di esistere entro i confini. Giudea, Samaria e Galilea sono la nostra unica garanzia per l’esistenza nazionale, e se non diventiamo maggioranza nelle zone di montagna, non riusciremo a governare questo paese e saremo come i Crociati, che l’hanno perso perchè non era loro in ogni caso, ma soprattutto perché erano stranieri. Riequilibrare il paese demograficamente, strategicamente ed economicamente è l’obiettivo più alto e più centrale di oggi. Cominciando dallo spartiacque montagnoso da Bersabea all’Alta Galilea, si realizza l’obiettivo nazionale generato da una maggiore considerazione strategica che sta sistemando la parte montuosa del paese, che è vuota di ebrei oggi.

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Realizzare i nostri obiettivi sul fronte orientale dipende in primo luogo dalla realizzazione di questo obiettivo strategico interno. La trasformazione della struttura politica ed economica, in modo da consentire la realizzazione di questi obiettivi strategici, è la chiave per raggiungere l’intera variazione. Abbiamo bisogno di cambiare un’economia centralizzata in cui il governo è ampiamente coinvolto, in un mercato aperto e libero, nonché di cambiare con le nostre mani la dipendenza dal contribuente degli Stati Uniti, in una vera e propria infrastruttura economica produttiva. Se non siamo in grado di fare questo cambiamento liberamente e volontariamente, saremo costretti in esso dagli sviluppi mondiali, in particolare in materia di economia, energia e politica, e dal nostro isolamento crescente.

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Da un punto di vista militare e strategico, l’Occidente guidato dagli Stati Uniti non è in grado di resistere alle pressioni globali dell’URSS in tutto il mondo, e Israele deve quindi stare da solo negli anni Ottanta, senza alcuna assistenza estera, militare o economica, e questo rientra nelle nostre capacità di oggi, senza compromessi. I rapidi cambiamenti del mondo porteranno un cambiamento anche nella condizione della comunità ebraica mondiale per cui Israele diventerà non solo l’ultima istanza, ma l’unica opzione esistenziale. Non possiamo supporre che gli ebrei degli Stati Uniti, e le comunità di Europa e America Latina continuino ad esistere nella loro forma attuale in futuro.

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La nostra esistenza in questo paese è certa, e non vi è alcuna forza che potrebbe mandarci via da qui ne con la forza ne con l’inganno (come ha fatto Sadat). Nonostante le difficoltà dell’errata politica di pace, del problema degli arabi israeliani e di quelli dei territori, siamo in grado di affrontare efficacemente questi problemi nel prossimo futuro.

( http://www.reteccp.org/biblioteca/disponibili/guerraepace/guerra/yinon/yinon9.html )

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