Giornalisti e terroristi

Quello tra i Giornalisti e terroristi, è un tipo di rapporto, che deve la sua logica al dovere di cronaca. In alcuni casi, però,  più che un rapporto,  si è prodotta una simbiosi,  tanto da chiedersi se siano giornalisti o piuttosto terroristi, gli uomini e le donne,  che raccontano al mondo l’attualità.

In altri il rapporto è stato invece conflittuale, ed i giornalisti sono finiti ostaggio degli stessi terroristi. Terroristi che magari fino a poche ore prima, consideravano partigiani e difensori di un  popolo .

《ho cercato di raccontare la rivoluzione siriana, ma può essere che questa rivoluzione mi abbia tradito》

Queste sono state tra le prime parole pronunciate del giornalista della Stampa Domenico Quirico, rapito in Siria il 09/04/2013, espresse quando è atterrato  a Ciampino dopo la liberazione ( Quirico: «La rivoluzione siriana mi ha tradito» | Tempi.it ). Una prigionia la loro, particolarmente dura.

Secondo i dati del Cpj, più di 100 giornalisti sono stati rapiti in Siria dall’inizio del conflitto nel 2011: fra questi, di due americani, James Foley e Steven Sotloff, si sa che sono stati uccisi dai militanti islamici del Isis. Almeno altri 22 – inclusi molti siriani, un americano, un giapponese  – sono invece ancora dispersi.

Sovente, per timore di infangare l’immagine dei ribelli,  che l’Occidente arma, difende politicamente, e che molti giornalisti amano dipingere per partigiani in lotta contro la tirannia,  si tira in ballo lo stato islamico, anche dove non c’è.

Come ad esempio nel caso dei  tre giornalisti spagnoli – Antonio Pampliega, Jose Manuel Lopez e Angel Sastre,  rilasciati in data 08/05/2016 dopo quasi un anno di prigione.

I tre reporter erano stati rapiti dal Fonte Al Nusra, ilgruppo estremista siriano che fa capo ad Al Qaeda,  il 12 luglio 2015 ad Aleppo.

Al momento del rapimento,  i  tre giornalisti spagnoli, secondo il Guardian,  erano impegnati a raccontare le battaglie appena a Nord di Aleppo, che vedevano i ribelli  contrastare Isis, e quindi si temeva fossero stati rapiti dallo Stato Islamico, perché nonostante decine di rapimenti accertati , commessi  dai “ribelli  cosiddetti moderati” ,  abbattere il Tabù ideologico, che lega il ribelle siriano a un combattente per la libertà è ancora impresa ardua.

Il caso più celebre , e vergognoso,  è quello di Richard Engel della Nbc, che con 2 colleghi, fu rapito da miliziani del gruppo Falchi del nord Idlib, nel 2012. Un gruppo ufficialmente considerato moderato, che beneficia di armi e denaro, anche dei paesi della U.E., guidato da Azzo Qassab.

Engels affermò per due anni, che a rapirlo, in pieno territorio ribelle, furono sciiti e shabiba del regime, e questo rapimento fu infatti attribuito a Assad (come molti altri crimini ), finche un indagine del N.Y.T. approfondita e basata su testimonianze di persone coinvolte e informate dei fatti,  sbugiardo’ Engel,  costringerndolo ad emettere poi un comunicato di scuse e giustificazioni (https://www.nbcnews.com/news/world/new-details-2012-kidnapping-nbc-news-team-syria-n342356).

Anche gli italiani purtroppo, non sono immuni a un comportamento,  oggettivamente fazioso. Nel 2013 infatti, venivano rapiti in Siria, da miliziani incappuciati,  Susan Dabous, Andrea Vignali, Sergio Colavolpe e Amedeo Ricucci.

I quattro successivamente sosterranno che probabilmente,  i miliziani, dopo  aver  visto loro girare nei pressi di una chiesa dissacrata, pensando volessero scattare delle foto e incolparli (non sia mai !!!), li avevano arrestati e interrogati.

Dichiarazioni che se lette a fondo, unite agli articoli di Repubblica,  Unita, Il Fatto quotidiano,  sembrano quasi voler legittimare l’operato di Al Nusra, che si deve tutelare, in zona di guerra, da possibili spie, e   puo quindi operare come polizia, fermare, interrogare e rimpatriare.

Eppure non eravamo molto d’accordo, quando Alqaeda si comportava in questo modo in Iraq.

Sia Ricucci che la Dabous,  sono giornalisti che simpatizzavano per i rivoluzionari,  prima ancora di partire, capaci anche nel Blog della Dabous,  di dichiarare che 《Aleppo è diversa da Mosul, perché non c’è Isis, ma soltanto Fsa, e quindi non sono giustificati i bombardamenti 》 (https://diariodisiria.com/2016/11/04/cosa-sta-accadendo-a-mosul-intervista-ad-amedeo-ricucci/)..peccato che  Isis ancora a ottobre 2016 fosse presente al distretto industriale di Shejk Najar e controllasse la scuola di fanteria  (http://www.liveleak.com/view?i=2f7_1458478398&comments=1) (http://www.liveleak.com/view?i=2f7_1458478398) (https://www.google.it/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://www.almasdarnews.com/article/in-pictures-syrian-army-victorious-over-isis-at-aleppo-infantry-school/&ved=0ahUKEwiyxeS9zNjRAhXhK5oKHQS6DQkQFgg2MAc&usg=AFQjCNHDSf5yfiV3fEf1f_KV0YEXRxMJig&sig2=nEgN_an0aq0NQjwohoxLrw)

Dimenticandosi  poi di Alqaeda, Arhar al sham, yajsh al Islam,  e il fatto che Fsa in Aleppo, non si è negata nessun tipo di crimine immaginabile,  contro la popolazione.

Soprattutto,  ciò non toglie che questo atteggiamento,  quasi comprensivo, per dei sequestratori jhadisti,  non lo avrebbero avuto, se a fermarli e rimpatriarli, fosse stata la polizia siriana (qui un articolo sul Double standard perpetrato, a firma di Gian Micalessin (http://www.analisidifesa.it/2013/04/giornalisti-rapiti-in-siria-basta-ipocrisie-quei-ribelli-sono-dei-terroristi/)

Il giornalista spagnolo del quotidiano El Periodico Marc Marginedas, fu invece preso prigioniero in Siria da un gruppo di ribelli il 4 settembre del 2013.

Il  suo giornale riferì che, secondo diverse fonti, Marginedas, 46 anni, viaggiava in macchina insieme alll’autista quando fu’ fermato ad un posto di blocco da un gruppo di ribelli nei pressi della città di Homs, nell’ovest della Siria, e pensare che stava indagando sulla strage del Gouta e l’uso delle armi chimiche,  quindi era presumibile , viste  le accuse occidentali, usufruisse del’aiuto dell’opposizione.

Marginedas fu’ liberato 6 mesi dopo, probabilmente,  dopo il pagamento di un riscatto.  Sorte analoga toccò al giornalista turco Bunyamin Aygun, detenuto per 6 mesi, da un gruppo , semplicemente denonimato radicale (l’aggettivo di comdo quando commettono  un crimine ), e al danese Jepp Nybroe (http://it.euronews.com/2014/03/07/libero-dopo-un-mese-il-giornalista-danese-rapito-in-siria).

Invece un giornalista che varrebbe la pena ascoltare, perché  durante la sua prigionia nelle mani di Jabat al Nusra, ebbe modo di conoscere e osservare i rapporti tra Alqaeda e Isis, è l’americano Theo Padmos Curtis.

Egli era imprigionato, proprio nel periodo del deterioramento dei rapporti tra Isis e Al nusra (fine 2013 ), e come riporta in alcune interviste,  il motivo unico della disputa,  era il denaro. Denaro generato dal controllo del territorio. Con buona pace di quei supporters nostrani di Al Nusra.

L’elenco è lungo, vogliamo ricordare  Marcin Suder, rapito a Idlib, da un gruppo “presumibilmente islamico”, che secondo Euro news, riuscì a fuggire da solo ( http://it.euronews.com/2013/10/31/siria-fotografo-polacco-rapito-a-luglio-e-riuscito-a-fuggire).

Altri, come la giornalista siriana di Al Ikbarhiya,  Yara Abbas, non furono invece così fortunati, si presero’ una moderata pallottola in testa, da un cecchino in Qusayr nel 2013.

In occidente però i giornalisti come Yara, non hanno una grande considerazione,  in quanto lavorano per le televisioni dette di Regime, e quindi la loro parola, non ha la stessa valenza di quella di un Fouadi Rouehia o Shady Hamady, o la gia citata, Susan Dabous.

La metafora assoluta però della rivoluzione siriana e del suo rapporto con i giornalisti,  è rappresentata dalla vicenda che interessò Anthony Loyd, e il suo fotografo Jack Hill, entrambi sequestrati poco a Nord di Aleppo (dove  i ribelli sono tutti moderati all’occorenza),  presumibilmente dai turkmeni della Liwa Sultan Murad, o un altra fazione fsa.

Loyd, Hill e il loro interprete, dopo un breve tentativo effettuato nei primi giorni del sequestro,  furono ripresi, percossi, legati e a lui,  davanti a una folla di ” Curiosi”, un miliziano sparò 2 volte a bruciapelo nella gamba, accusandolo di essere una spia della C.I.A. (la classica scusa che in Mediooriente giustifica un rapimento per riscatto e pestaggio).

La cosa “Tragicomica”, è che quasi 2 anni dopo, Loyd riconobbe il suo aguzzino in un video, che stava riprendendo un gruppo di miliziani, ufficialmente supportati e addestrati  dagli Stati Uniti. Proprio l’uomo che aveva accusato lui di essere una spia della C.I.A., stava ora lavorando per i servizi americani…  (http://www.dailymail.co.uk/wires/afp/article-3772147/Reporter-shot-Syria-claims-gunman-US-backed-rebel.html)

 

capire la guerra alla Libia 3

di Michel Collon
Traduzione di Marcello Gentile per l’ernesto Online
Ad ogni guerra è sempre lo stesso. All’inizio è quasi impossibile opporsi. Il martellamento mediatico è tale che immediatamente si viene catalogati come complici di un mostro. Dopo un po’ di tempo, quando cominciano ad esserci gli “errori”, i morti civili, le sconfitte militari e le rivelazioni sui “nostri amici”, il dibattito finalmente si apre. Però all’inizio è molto dura.

3ª Parte : Strade per reagire

Per sbloccare questo dibattito, la battaglia dell’informazione, come diciamo già da una settimana [1], è la chiave. Questa battaglia non può che stare sulle spalle di ognuno di noi, ovunque staremo, in funzione delle persone con le quali ci incontreremo, ascoltando bene quello che li influenza, verificando le informazioni con loro, pazientemente… Per affrontare efficacemente questo dibattito, è molto importante studiare l’ esperienza della disinformazione sulle guerre precedenti.

I 5 principi della propaganda della guerra applicata alla Libia
Questa esperienza l’abbiamo riassunta nei “5 principi della propaganda di guerra”, esposti nel nostro libri “Israel parlons-en”. Ad ogni guerra i media vogliono persuaderci che i nostri governi stanno operando bene e per questo applicano i 5 principi: 1. Occultare gli interessi economici. 2. trasformare la vittima in aggressore. 3. Occultare la storia. 4. Demonizzare. 5. Monopolizzare l’ informazione. Questi cinque punti si sono applicati di nuovo contro la Libia. Ce ne siamo già resi conto nelle pagine precedenti. Per finire, chiamiamo l’attenzione sul quarto: la demonizzazione dell’avversario. I guerrafondai devono sempre persuadere l’ opinione pubblica del fatto che loro non agiscono per ottenere vantaggi economici o strategici, ma per eliminare una grave minaccia. Ad ogni guerra, da decenni, il leader avversario è sempre stato presentato come crudele, immorale e pericoloso, con le peggiori descrizioni delle sue atrocità. Più tardi, molte di queste notizie, a volte tutte, vanno sgonfiandosi; ma non importa, perché hanno già fatto il loro lavoro: manipolare le emozioni del pubblico per impedirgli di analizzare gli interessi che sono realmente in gioco. Impossibile a questo punto tornare indietro.
Non abbiamo avuto i mezzi per essere presenti in Libia. Però siamo stati in Jugoslavia, sotto le bombe della NATO, abbiamo constatato e provato, che la NATO ha mentito sistematicamente [2]. Anche in Iraq. In quanto alla Libia, la cosa ha molte somiglianze, ma fino ad ora non abbiamo avuto i mezzi per procedere nel contrastare le informazioni presentate. La nostra squadra di “Investing’Action” non ha i mezzi necessari. Però vari osservatori hanno già trovato molti indizi di disinformazione. Per esempio i “seimila morti ipotizzati vittime dei bombardamenti di Gheddafi sulla popolazione civile”. Dove sono le immagini? Non c’era nessuna videocamera, nessun telefonino lì, come c’erano a Gaza, in piazza Tahrir, a Tunisi o in Bahrein? Nessuna prova, nessun testimone affidabile, smentiti dai satelliti russi o dagli osservatori della UE, eppure, l’informazione rimane instancabilmente impermeabile e nessuno si azzarda a contraddirla a meno di essere tacciato di “complicità”. Una guerra civile non è mai un merletto (pizzo) e questo è vero per entrambe le parti. Un’informazione parziale tenterà sempre di farci credere che le atrocità si commettono solo da una parte e quindi si dovrà appoggiare la parte avversa. Tuttavia è conveniente essere prudenti su questo tipo di racconti
Chi ci informa?
Una cosa che bisogna spiegare… è che la demonizzazione non cade dal cielo. E’ diffusa da media che prendono partito, spesso senza dichiararlo. Per questo la prima domanda che bisogna porsi ad ogni guerra è “mi hanno fatto ascoltare l’altra parte? Perché in Europa e negli USA i media sono tutti d’accordo su Gheddafi? Perché in America Latina, in Africa, in Russia, al contrario, si denuncia una nuova crociata imperialista? Si sbagliano tutti? Sono gli occidentali che sanno meglio degli altri quello che succede? O è meglio che ognuno sia influenzato dai suoi media? Quindi dobbiamo seguire ciecamente i nostri media o contrastarli?

Ci stanno saturando abbondantemente sugli aspetti negativi di Gheddafi. Ma ci hanno informati dei suoi aspetti positivi? Chi ci ha informato del suo aiuto ai progetti di sviluppo africano? Chi ci ha detto che la Libia ha, secondo le istituzioni internazionali, il più alto “indice di sviluppo umano” di tutta l’ Africa, molto lontano dai favoriti dell’ Occidente come l’ Egitto o la Tunisia? Speranza si vita, 74 anni; analfabetismo ridotto al 5%; investimento in educazione il 2% del PIL, mentre quello per la difesa il 1,1%.

Distinguere due questioni differenti.
C’è molta intimidazione intellettuale nel dibattito sulla Libia. Se denunci la guerra contro la Libia, ti si accusa di tutto quello che ha fatto Gheddafi. E allora no. C’è da distinguere due problemi distinti.

Da una parte i libici hanno assolutamente il diritto di eleggere i loro rappresentanti e di cambiarli con i mezzi che considerano necessari. I libici! Non Obama, nemmeno Sarkozy. Dopo aver separato dalle accuse contro Gheddafi, ciò che è veramente provato da quello che è propaganda interessata, un progressista può perfettamente desiderare che i libici abbiano un leader migliore. Dall’altra parte, quando la Libia viene attaccata perché dei pirati vorrebbero fare un colpo di mano sul suo petrolio, sulle sue riserve finanziarie e sulla sua posizione strategica, allora bisogna dire che il popolo libico soffrirà in maniera peggiore sotto il potere di questi pirati e delle loro marionette. La Libia perderà il suo petrolio, le sue imprese, le riserve della sua banca nazionale, i suoi servizi sociali e la sua dignità. Il neoliberismo le applicherà le sue zozze ricette che hanno già mandato in miseria tanti altri popoli.

Allora, un “buon dirigente” non arriva mai nelle valigie degli invasori a colpi di bomba. E’ lo stesso che gli USA hanno portato in Iraq, Al-Maliki e un piccolo gruppo di corrotti che stanno vendendo il loro paese alle multinazionali. In Iraq hanno si la “democrazia”, ma hanno perso il petrolio, l’ elettricità, l’ acqua, la scuola e tutto quello che gli permette una vita degna. E’ lo stesso che gli USA hanno portato in Afganistan, Karzai che regna sopra il nulla o forse su un quartiere di Kabul, e, mentre le bombe USA annientano villaggi, feste di matrimonio, scuole, il commercio della droga non è mai stato così prospero

I dirigenti che si imporranno alla Libia mediante le bombe occidentali saranno ancor peggio di Gheddafi. Per questo bisogna appoggiare il governo legale libico, quando lo stesso resiste a quella che è un’ autentica aggressione neocoloniale. Perché tutte le soluzioni previste da Washington e dai suoi alleati sono pessime: sia il rovesciamento o l’ assassinio di Gheddafi, sia la scissione del paese in due o la “somalizzazione”, cioè una guerra civile a bassa intensità e lunga durata. Tutte queste soluzioni porteranno sofferenze alle popolazioni.

L’ unica soluzione interessante per i libici sarebbe il negoziato, con mediatori che non abbiano interessi diretti e che non siano parte del conflitto, come Lula. Un buon accordo implicherebbe il rispetto della sovranità libica, il mantenimento dell’unità del paese, la preparazione delle riforme per la democrazia e la fine delle discriminazioni regionali.

Far rispettare il diritto, il contrario del “diritto di ingerenza”
Bisogna sempre portare i principi di base delle relazioni internazionali in questi delicati dibattiti politici: sovranità degli stati, coesistenza pacifica tra i differenti sistemi, non ingerenza negli affari interni. Alle potenze occidentali piace presentarsi come coloro che cercano di far rispettare il diritto. E’ totalmente falso.

Se ci si dice che gli USA oggi sono molto più rispettosi del diritto internazionale rispetto a quando c ’era il cow-boy Bush e che questa volta c’è stata una risoluzione ONU. Non è qui il luogo per discutere se l’ONU rappresenti veramente la volontà democratica dei popoli o se i voti di numerosi stati non siano oggetto di compra vendita o di pressioni. Semplicemente rispondere dettagliatamente che questa risoluzione 1973 viola il diritto internazionale e, in primo luogo, la carta fondamentale… della stessa ONU. Effettivamente il suo articolo 2/7 dice: “Nessuna disposizione della presente Carta autorizza le Nazioni Unite ad intervenire negli assunti che appartengono essenzialmente alla giurisdizione interna di uno stato. Reprimere un’ insurrezione armata è competenza di uno stato, anche se si dovessero deplorare le conseguenze. Ad ogni modo, se bombardare dei ribelli armati è considerato un crimine intollerabile, allora bisognerebbe giudicare con urgenza Bush e Obama perché hanno fatto lo stesso in Iraq e Afganistan.
Ugualmente l’ articolo 39 limita i casi in cui la coercizione militare è autorizzata: “ L’ esistenza di una minaccia contro la pace, di una rottura della pace o di un atto d’ aggressione”. Bisogna segnalare, anche solo per riderci sopra, che incluso nel trattato della NATO il suo articolo 1 precisa: “ Le parti si impegnano, come stipulato nella carta delle Nazioni Unite, a regolare con mezzi pacifici tutte le controversie internazionali nelle quali si possa essere implicati”

A noi ci viene presentato questo “diritto d’ingerenza umanitaria” come una novità e un gran progresso. In realtà, il diritto d’ ingerenza è stato praticato per secoli dalle potenze coloniali contro i paesi africani, asiatici e latino americani. Dai forti contro i deboli. Ed è precisamente per metter fine a questa politica delle cannoniere che nel 1945 furono adottate le nuove regole del diritto internazionale. Nel concreto la Carta delle Nazioni Unite ha proibito ai paesi forti di invadere i paesi deboli e questo principio della sovranità degli stati costituisce un progresso storico. Annullare questa conquista del 1945 e tornare al diritto d’ ingerenza, è come tornare al tempo delle colonie.

Quindi per far approvare una guerra con dietro molti interessi, si tocca la corda sensibile: il diritto d’ ingerenza sarebbe necessario per salvare le popolazioni in pericolo. Tali pretesti erano anche utilizzati a suo tempo dalle colonialiste Francia, Inghilterra e Belgio. Anche tutte le guerre imperiali degli USA sono state fatte con questo tipo di giustificazioni.
Con gli USA e i suoi alleati come gendarmi del mondo, il diritto di ingerenza lo avranno con ogni evidenza i forti contro i deboli e mai al contrario. Ha per caso l’ Iran il diritto d’ ingerenza per salvare i palestinesi? Ha il Venezuela il diritto d’ ingerenza per metter fine al sanguinoso colpo di stato in Honduras? Ha la Russia il diritto d’ ingerenza per protegge la popolazione del Bahrein?
In realtà, la guerra contro la Libia è un precedente che apre la via all’ intervento armato degli USA e dei suoi alleati e non importa in quale paese arabo, africano o latino americano. Oggi si ammazzano migliaia di libici “per proteggerli” e domani si ammezzeranno civili siriani, iraniani o venezuelani, o eritrei “per proteggerli”, nel frattempo i palestinesi e tutte le altre vittime dei “forti” continueranno a soffrire sotto dittature e massacri…
Dimostrare che l’ intervento occidentale viola il diritto e ci riporta al tempo del colonialismo, mi sembra che sia un tema che si debba mettere al centro del dibattito.

Che fare?
Gli USA hanno battezzato la guerra contro la Libia “ l’alba dell’Odissea”. Allora i loro nomi codificati contengono sempre un messaggio diretto al nostro inconscio. L’ Odissea, un gran classico della letteratura greca, parla del viaggio decennale di Ulisse e delle sue peripezie attraverso il mediterraneo per tornare ad Itaca. Con mezze parole ci si sta dicendo che la Libia oggi è il primo atto di un lungo viaggio degli USA per (ri)conquistare l’ Africa.

Tentano così di frenare il loro declino. Però alla fine sarà invano. Gli USA perderanno inevitabilmente il loro trono. Perché questo declino non è dovuto al caso o a circostanze particolari, ma al loro stesso modo di funzionare. Smith mise in guardia da molto tempo: “ L’ economia di un qualunque paese che pratichi la schiavitù, inizierà una discesa verso l’ inferno che sarà molto dura il giorno che le altre nazioni si sveglieranno.”
Di fatto gli USA hanno rimpiazzato una schiavitù con un’ altra. Nel XX secolo hanno basato la loro prosperità sulla dominazione e sul saccheggio di interi paesi, hanno vissuto come parassiti, per questo hanno indebolito le loro capacità economiche interne. L’ umanità ha un gran interesse affinché il sistema cada definitivamente. Lo stesso popolo statunitense ha interesse in questo. Affinché si finisca di chiudere fabbriche, di distruggere posti di lavoro, di farsi confiscare le proprie case per poter pagare bonus ai banchiere e profitti di guerra. Anche il popolo europeo ha lo stesso interesse per un’ economia che non sia al servizio delle multinazionali e delle loro guerre, ma al servizio della gente.

Così stiamo ad un incrocio. Che alba vorremmo? Quella annunciata dagli USA che ci porterà per 20 o 30 anni per incessanti guerre in tutti i continenti? O sarebbe meglio una vera “alba”, un altro sistema di relazioni internazionali, nel quale nessuno imponga i suoi interessi con la forza e dove ogni popolo possa intraprendere liberamente il proprio cammino?

Come ad ogni guerra degli ultimi venti anni, nella sinistra europea regna una gran confusione. I discorsi pseudo-umanitari diffusi dai media accecano perché noi dimentichiamo di ascoltare l’ altra versione, di studiare le guerre precedenti, di contrastare l’ informazione.

Michel Collon

[1] S’informer est la clè – Michel collon lanza un llamamiento
http://www.michelcollon.info/S-informer-c-
[2] Kosovo, OTAN et medias, debate entre Michel Collon, Jamie Shea (portavoz de la OTAN) y Olivier Corten (profesor de derecho International), 23 de junio de 2000, DVD Investig’Action.

Articolo preso da:http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20992