Bufale, disinformazione e superficialità.

Bufale disinformazione e superficialità,  e sempre a senso unico, la guerra in Siria è anche questo, e ci sarebbe da stupirci del contrario,  dato che la propaganda è parte stessa di ogni scontro.

Pochi giorni  prima del natale 2012 abbiamo sentito, di donne e bambini sterminati a centinaia,  ad Halfaya, mentre erano in fila per il pane. Ovviamente, abbiamo passato dei  momenti di indignazione e maturato l’idea che un regime sanguinario, commettesse stragi senza nessun criterio, se non quello di punire un intera popolazione che aveva osato ribellarsi.

Soltanto i pochi che successivamente,  sono andati a  indagare, nei mesi successivi,  hanno scoperto che non c’era nessuna fila di donne e bambini per il pane e nessuna panetteria,  ma un edificio,  in una cittadina appena conquistata dagli islamisti, con bandiera di milizia sul tetto bombardato, e conseguente morte di almeno una ventina di uomini, in parte armati e in parte in mimetica

Poi un miliziano sveglio, appoggiando una piadina su una pozza di sangue, ha dato possibilità ad Al Arabya (nota emittente dei paladini dei diritti umani ) di diffondere questa notizia, ripetuta a pappagallo da tutti i Tg e giornali europei.

Bisogna dire che un errore puo capitare, e che vista la situazione , è comprensibile che i nostri giornali ci siano cascati. Certo, eravamo a dicembre del 2012, relativamente parlando, ancora agli inizi di questa guerra, e la ribellione godeva di un credito pressoche totale. Al’epoca quasi nessuno conosceva l’esistenza di Isis e di milizie criminali.

Peccato che gia 6 mesi prima di quel fatto,  molti paesi interrupero le relazioni con la Siria, Italia inclusa, per la strage di Houla, un altra situazione molto mal raccontata (per cui rimandiamo in un articolo a parte ).

Dopo quella strage in giugno Raitre, ci mostrò un documentario commovente, che ci invitava a prendere coscienza delle atrocità del regime, in modo da non poter dire in futuro,  che noi non sapevamo, e che noi non avevamo visto.

Ci mostrarono strazianti immagini di salme di bambini uccisi dallo spietato dittatore Assad e dalle sue milizie Shabiba (invisibili) in Houla.

Peccato che  usarono foto di salme di bambini iraqeni uccisi dalle bombe di Bush padre, per indignarci degli orrori del regime siriano .  Il documentario , di nome Doc3, ci propose anche interessanti concetti, a proposito di una ribellione coraggiosa e male armata, che doveva fronteggiare tank e aerei. Quasi un invito a sperare nel supporto di qualche paese terzo e nell’invio di armi più adatte all’autodifesa del popolo siriano. Ecco ben sintetizzate quali povere armi e quali piccole vittime, venivano vendute dai Media come tali

Due errori possono comunque capitare, specialmente considerando quanto fosse difficile per i giornalisti avventurarsi in zona di guerra (anche perché solitamente rapiti dagli stessi miliziani di cui andavano a decantare le gesta)

Ecco perché spesso si servivano di corrispondenti del posto, attivisti neutrali e affidabili come Daniel Abdul Dayem, detto Danny, che qui impariamo a conoscere tramite i suoi report da Homs per la CNN

Danny fu poi beccato durante un fuori onda chiedere ai suoi collaboratori di simulare rumori di spari e di bombe, per supportare la sua successiva testimonianza una volta in diretta, che avrebbe poi raccontato di come fossero  costantemente bombardati,  e come lui si trovasse molto vicino agli scontri, e coraggiosamente stesse testimoniando al mondo la tragedia del conflitto e la barbaria dell’esercito governativo.

Dopo che il fatto venne a galla,  Danny spiegò che si trovava a 15 km di distanza e avevano usato qualche effetto, unicamente per documentare le reali tragedie che aveva visto in altri momenti. Insomma aveva solo inscenato uno squarcio di realtà, ma per il “nostro” bene.

D’altronde dovremmo fidarci di chi sul posto rischia la vita,  per documentarci le atrocità del regime. Essi sono anime pure, senza altro interesse che la democrazia e  la libertà

E lo dimostravano fin dall’inizio (aprile e settembre 2011 )

Anche e soprattutto con il supporto di Alyazeera

Che puntualmente aggiornava via satellite i Siriani dei crimini (come quello sopra ) commessi dal governo siriano. Siriani che senza la voce della verità (dal Qatar ) avrebbero soltanto sentito la propaganda di regime, e quindi sarebbero stati ignari di cio che stava succedendo (non è lo stesso video questo sotto, solo l’immagine di copertina è identica ).

Comunque qualcuno con un po’ di coscienza esiste

E infatti gli tocca dimettersi…

Altri invece seguono ciecamente  medici  e attivisti dell’opposizione, come questa dottoressa , figlia di un comandante ribelle, che vediamo impegnata prestare soccorso alle vittime di un presunto attacco con  napalm. Un mese dopo, tentando di influenzare il dibattito riacceso sul’utilizzo delle armi chimiche,  la BBC modificherà (presumibilmente con l’aiuto dell’integerrima dottoressa) anche l’audio del video,  trasformando la parola precedentemente usata “Napalm” in “chemical weapons”. Un aggiustamento che pretendeva influenzare il dibattito politico in corso.

In tutti i filmati di scontri  da me visionati in questi 4 anni, non avevo mai assistito a scene come queste. Qui vediamo le “vittime”in posa come se fossero gli attori di un clip di Michael Jackson,  fermi , in attesa quasi di un cenno, partire al’unisono camminando  come zombie in giro per la camere.

Ciak si gira by BBC

Madaya invece, è un altro punto cruciale dell infamante propaganda che i media di alcuni paesi arabi e occidentali hanno toccato.

Mentre i contemporanei assedi dei villaggi a maggioranza sciita di Fu’ua e Kafraya venivano, e vengono sistematicamente ignorati , perché commessi dai ribelli finti  moderati,  in Madaya stime esagerate, foto prese da altri contesti e in altri tempi, comparivano quotidianamente sulle pagine social di Media e attivisti,  tutti atti a instillare l’idea che l’esercito stesse volutamente affamando le persone, ridotte a scheletri .

Peccato che fossero gli stessi miliziani a impedire alla popolazione di uscire dall’area da loro controllata (se si fosse spopolata, non avrebbero più avuto la scusante di difendere i civili dagli attacchi di Assad ) e a rivendere il cibo a caro prezzo, a coloro che non avevano parenti tra i miliziani.

Alla fine poi con il tempo in Madaya sono arrivati sia gli aiuti umanitari che i giornalisti come Murad Gazdiev, e le accuse di Donatella Rovera di Amnesty, si sono scoperte montate sul nulla.

Peccato che nel mentre alcuni comandanti ribelli, abbiano approfittato di lucrose collette per i cttadini di Madaya,  per intascare altri soldi.

Ecco cosa ha trovato Murad Gazdiev durante il suo viaggio assieme alla mezza luna rossa e agli aiuti umanitari in Madaya.

Tra i molti Fake, come si è visto nei video,  non potevano mancare quelli della BBC :

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Un altro che invece è esperto sia di tweet che di fake,  è il famoso giornalista di Repubblica,  Vittorio Zucconi, che dopo la riconquista lo scorso dicembre di Palmyra,  ad opera dello stato islamico,  ha accusato addirittura Putin di bombardare i siti archeologici.  Con quali prove ? Semplice,  con le foto dei templi precedentemente minati dall Isis :

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D’altronde dal gruppo Espresso che proponeva panetterie bombardate e centinaia di donne e bambini in fila per il pane sterminate, dove un miliziano aveva buttato una piadina su una pozza di sangue, non ci si poteva aspettare molto.

Infatti lo scorso agosto, nonostante tutti gli addetti ai lavori, e i Media che più monitorano il conflitto,  pro o contro Assad, sapessero che gli scontri erano concentrati nell’accademia militare di Rasmouse, conquistata da Fatah al sham e alleati intorno al 8 agosto e recuperata agli inizi di settembre dai lealisti,  L’Espresso,  unico nel  mondo, ci proponeva l’orribile video del bombardamento agli edifici universitari.

Qui però l’errore era di superficialità (e ignoranza ), visto che per tradurre il video dall’arabo erano ricorsi al Google translate, che usava traduttore in Collegio/Università/facoltà il complesso militare denonimato Accademia militare di Rasmouse,  composto dalla caserma di artiglieria, dal college dell’Airforce e dalla scuola degli armamenti.

Sarebbe bastato seguire quotidianamente il conflitto e sapere che in Aleppo a agosto le università sono chiuse, e per altro in territorio governativo, per capire dove si stava realmente combattendo : http://video.repubblica.it/mondo/siria-aleppo-bombardamenti-contro-edifici-universitari/249746/249892?ref=vd-auto&cnt=2

 

 

Per altri riferimenti specifici alla battaglia di Rasmouse, abbiamo approfondito meglio in questo precedente articolo :

https://suriyayahabibati.wordpress.com/2017/01/27/al-muhaysini-un-saudita-che-comandava-decine-di-migliaia-di-uomini-tutti-moderati-quando-combattevano-aleppo/

Ulteriori riferimenti su quei giorni e gli scontri, si possono reperire nei siti pro governativi di Al Masdar news e Syrian Reporter,  nei siti neutrali come Monitor Middle east pulse e nei siti pro opposizione come Alyazeera o Orient Tv , Sohr o i canali video di Fatah al Sham.

Concludo non per mancanza di materiale,  ma unicamente per sopraggiunta stanchezza, questo parziale elenco di bufale, superficialità e faziosità da parte dei mezzi di informazione, ci meritiamo di meglio, e non è cosi difficile,  essere più obbiettivi,  ci riusciamo noi come pagina, che comunque siamo ufficialmente schierati con un lato, potrebbero riuscirci  anche i Mass Media pieni di risorse e professionisti.

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PARLA MUAMMAR GHEDDAFI

intervista tratta da: Panorama, 12 ottobre 2000

di STELLA PENDE fotografie di PIGI CIPELLI

Amsa’d (deserto del Sahara), 2/3 ottobre 2000

L’automobile corre nel buio da un’ora. Nessuno sa dove andiamo. Il silenzio nero del deserto è rotto solo da qualche lampeggio del mare che appare e scompare come una cartolina strappata. Lasciamo a cento chilometri Tobruk, piccolo porto libico che nell’ultima guerra è stato la sconfìtta del generale Erwin Rommel. Posto di blocco. Qualche minuto d’attesa e l’apparizione: d’improvviso davanti a noi: il Sahara è attraversato da un serpente luminoso di macchine che muove la coda dentro la strada ondulata. «È la fila delle auto per la frontiera con l’Egitto» mente uno degli accompagnatori, tenuto, come tutti, al pegno del silenzio. Una voce, un nome, cade come un sasso fra noi: «E’ Gheddafi». «E’ lui che si muove con i suoi Caravan e più di cento Toyota al seguito». «Gli ultimi in coda sono due pullman: il primo, immenso, è una casa viaggiante. L’altro porta i generatori». Per fare cosa? «Per illuminare la sua tenda. La pianta dovunque. A Tripoli in mezzo alle macerie della sua casa bombardata, in mezzo al deserto, davanti al mare. Sta andando in Egitto, al Cairo la farà montare dentro il parco dell’ambasciata. Lui non occupa mai piani interi di alberghi. Dorme solo sotto la tenda. Anche l’intervista la farete lì sotto». La voce aveva ragione. Oggi, davanti alla guerra del Medio Oriente e a quella del petrolio, davanti alla liberazione degli ostaggi francesi e al nuovo accordo firmato con l’Italia, un incontro con lui diventa sempre più importante e difficile. Forse impossibile. Invece, dopo un’attesa di un’ora nel comando di Amsa’ad, alla frontiera con l’Egitto, arriva il via. «È pronto». Tutti corrono. I libici hanno per il loro leader rispetto e paura. Entriamo da un cancello presidiato da guardie. Decine. Donne e uomini armati. Dopo il controllo, una tenda dai colori arlecchino. Muammar Gheddafi aspetta in piedi. Ha una camicia a onde verdi e marroni. Sulle spalle una casacca araba nera come gli occhi. Piccoli e brillanti.

Lei ha detto: «Mi hanno accusato di essere contro la pace perché finanziavo i movimenti rivoluzionali di liberazione nel mondo. Oggi è tutto cambiato. Oggi è chiaro che avevo ragione io». Mi perdoni, colonnello, ma la Palestina che lei ha aiutato è praticamente in guerra con Israele. Niente sembra cambiato in Medio Oriente, niente finito.

Andiamo con ordine. Per anni la comunità internazionale mi ha accusato di essere un terrorista. Oggi si rende conto che le cause che aiutavo erano legittime e che i capi dei movimenti che sostenevo sono diventati capi di stato, come in Sud Africa Nelson Mandela, in Zimbabwe Robert Mugabe, Idriss Deby nel Ciad e, perché no, Yasser Arafat. Se parliamo invece di quello che succede oggi tra palestinesi e israeliani, il discorso è tutto diverso: quel conflitto rischia di rimanere uguale a se stesso all’infinito.

È la fine del processo di pace?

Se aspettiamo la pace fra i due stati dovremmo aspettare la fine del mondo.

Non le pare di esagerare?

Neanche un po’. E poi mi rimproverano oggi di non aver accettato la partecipazione di Israele alla Conferenza mediterranea di Barcellona. Nè israeliani nè palestinesi, con quello che accade fra loro, possono stare seduti accanto a noi. Con quale diritto potrebbero farlo, con il comportamento che tengono? Non si tratta di capire o di giudicare chi fra i due ha torto o ragione. Questa gente lotta ancora oggi per cercare e stabilire terre e identità. Ma non sa ancora chi è. Israeliani e palestinesi non hanno ancora capito che non si possono costruire stati a base di principi etnici e religiosi. È assurdo, anacronistico e pericoloso. E’ come pretendere che una piccola palla di sabbia rimanga insieme se tu la affondi nell’acqua del mare. Israele in particolare è, e sarà sempre, uno stato surreale. Il suo cittadino non sarà mai cittadino del mondo, ma solo del luogo dove avverrano i suoi investimenti. Anche la lingua ebraica si perderà dentro la globalizzazione.

Questo è il suo odio atavico per Israele.

No, è la realtà. E le dirò di più: anche l’alleanza sionista-americana si sbriciolerà. Perché la fame colonialista di quei due paesi è reazionaria e li metterà uno contro l’altro. Gli ebrei strumentalizzano l’America, ma prima o poi, come Mosca ha dovuto rinunciare alla Germania dell’Est così Washington dovrà rinunciare a Gerusalemme. E, quando avverrà, il conflitto tra i due paesi sarà terribile.

Chi fa meglio all’America, George Bush o Al Gore?

Non vedo alcuna sensibile differenza tra l’uno e l’altro candidato. La battuta fa il miracolo: un sorrìso. Ma Gheddafi ci mette un attimo a tornare Gheddafi. Si toglie e si mette le scarpe. Lui, beduino figlio dell’Africa, sta sempre a piedi nudi. Si racconta che una volta un piccolo scorpione passeggiava per la sua tenda. Lui lo prese in una morsa tra le dita dei piedi e lo stritolò.

Colonnello, parliamo della liberazione degli ostaggi francesi. Alcuni dicono che è stato un gesto contro il fondamentalismo islamico, altri per dar lustro alla sua immagine. Qual è la verità?

La nostra immagine non ci pareva così cattiva da sobbarcarci queste iniziative. La nostra battaglia contro il fondamentalismo islamico è già molto nota. Non ha bisogno di palcoscenico. Inoltre ricordo che l’intervento è stato fatto dalla fondazione Gheddafi e non dallo stato della Libia.

Ma se è stato suo figlio ad accogliere gli ostaggi liberati e a raccontare di aver pagato 1 milione di dollari a ostaggio. Che ruolo ha oggi Seif Al Islam e quale avrà domani nella Libia moderna?

La domanda gli incendia gli occhi. Chi fa queste domande viene qui e non sa che la Jamahyria vuol dire stato delle masse. Nessuno in Libia ha ruoli singoli. Nè Gheddafi nè altri. Il potere e le decisioni spettano solo al popolo. I presidenti della repubblica europei decidono quasi tutto. Niente è approvato in Libia senza il consenso dei comitati popolari. Mio figlio è, come me, un semplice cittadino. Posso aggiungere che la fondazione di cui è presidente si occupa di lotta alla droga e di handicappati.

Bene, torneremo in Italia con uno scoop: spiegheremo agli italiani che abbiamo scoperto che Gheddafi non ha in Libia alcun potere.

Muto. Proviamo con l’Africa.

L’Africa muore: minata dalla crisi economica, martirizzata da guerre fratricide e da morbi tenibili come l’aids.

Comincia a parlare come se la domanda fosse trasparente. La verità è che il mondo corre alla velocità del suono. Cambiano i paesi e i loro destini. Lo stato nazionalistico è entrato nella seconda fase: quella degli spazi regionali, nuova forma della globalizzazione. Le grandi nazioni sono sparite. Ingoiate. Una volta il Portogallo era una potenza che aveva invaso il mondo. Oggi è solo un piccolo paese dell’Unione Europea. La Gran Bretagna, nazione immensa, oggi non riesce a tener testa a un piccolo gruppo di guerriglieri come quelli dell’Ira. Chi l’avrebbe mai detto, scusi, che una signora come la Thatcher sarebbe scappata dalla finestra di una cucina per la paura di un agguato? Anche l’Africa è cambiata. Ha lottato per l’indipendenza, ha vinto, ma paga cara la sua vittoria. La libertà non basta più, ha bisogno dell’unità.

Per questo sogna gli Stati Uniti d’Africa?

Sì, e riuscirò a vedere il risveglio africano. Intanto ho fondato la Comunità degli stati sahael-sahariani: Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad, Centrafrica, Sudan ed Eritrea. E abbiamo vinto la sfida. Il deserto del Sahara da sempre barriera di immensità per linguaggi e culture diverse, oggi è diventato un ponte naturale fra il Nord Africa e i paesi al di là. E adesso stiamo pensando e investendo in infrastrutture: strade e mezzi di comunicazione ed elettricità. La malattia dell’Africa è soprattutto la solitudine e l’isolamento. Nel 1991 il trattato di Abuja lanciò la comunità economica africana, ma da allora niente è accaduto. Io spero che l’Europa ci aiuterà in quest’impresa.

È vero che Gheddafi vuole la Banca centrale africana e che prepara la moneta dell’Africa unita?

È per questo che l’Europa non ci aiuterà… Certo oggi il Fondo monetario tratta con una cinquantina di paesi e di monete in Africa. La nostra moneta potrebbe essere come quella nuova europea e la banca come quella Mondiale. Prima però bisogna rimettere in piedi la Banca di sviluppo africana. Vogliamo un Fondo monetario per l’Africa. Ci sarebbe una giusta parità fra lo yen, l’euro e le monete africane.

Parliamo di Italia, colonnello. Per questo paese lei ha sempre dimostrato odio e amore. Oggi dov’è l’odio e dove l’amore?

L’Italia è stata per lungo tempo nemica della Libia. Prima dell’accordo di cooperazione firmato nel ’98 con il governo dell’Ulivo e di D’Alema avevamo deciso di farla restare nella lista dei nemici. Abbiamo aspettato inutilmente vent’anni. Oggi tutto può cambiare se l’accordo verrà rispettato. Attenzione, per ora poco è stato fatto.

Si dice che per Massimo D’Alema e per Romano Prodi, cioè per l’Italia e per l’Europa, il suo discorso sul colonialismo dell’Europa al vertice del Cairo sia arrivato come una bomba.

La verità è che Prodi si è fermato solo al mio dissenso sulla partecipazione alla Conferenza mediterranea di Barcellona. Barcellona potrebbe essere un fatto positivo per la Libia. La legherebbe a un continente progredito e aperto come l’Europa, ma ci sono cose in quel trattato che non accetteremo mai. Prima di tutto la divisione del territorio geografico dell’Africa che la Conferenza propone. L’Africa rimane unica e unita. Poi la partecipazione di Israele alla Conferenza, come ho già detto. Non potrò mai sedere accanto a quel paese. Dalla Turchia alla Palestina, bisogna tirare una linea rossa.

Come è andata davvero la storia dell’invito a Bruxelles che è poi saltato?

È stato un errore di Prodi. Prodi è un po’ amico e un po’ nemico. Lui mi ha telefonato per invitarmi. Ha fissato perfino la data. Poi ho saputo che il viaggio doveva essere considerato sospeso finché non avessi firmato un comunicato dove approvavo Barcellona. In questo caso bastava che lui mi avvisasse prima: o firmi o non vieni. Oppure vediamoci per discutere della cosa. Io credo che Prodi sia stato pressato e messo in imbarazzo da sionisti e americani. «Sei pazzo a invitare Gheddafi?». Si è trovato davanti a un muro e ha ceduto.

L’ex presidente Francesco Cossiga ha lavorato molto per la fine dell’embargo. Durante gli incontri con lui furono decisi progetti finanziari, cooperazione politica ed economica. Cosa resta di quegli accordi? È vero che si ricomincia a parlare di nuovi affari con la Fiat? Che ne è del grande gasdotto progettato dall’Agip petroli e dalla Oil corporation libica? La Libia ha una grande presenza anche nella seconda banca italiana, la Banca di Roma. Con quali obiettivi strategici?

Noi siamo aperti alla collaborazione finanziaria ed economica con l’Italia. Il gasdotto è un progetto immenso e sacro che va avanti. Dalla Libia all’Italia e dall’Italia al resto d’Europa. Inoltre, la nostra partecipazione alla Banca di Roma verrà aumentata di molto. In quest’operazione i libici stanno facendo grandissimi passi avanti. Per finire, finché la porta di Tripoli resterà aperta all’Italia, la Fiat o qualunque altra azienda italiana sarà la benvenuta.

Se sarà la benvenuta, perché ha fatto aspettare inutilmente Giovanni Agnelli a Tripoli prima dell’estate?

Agnelli ha detto? Perché il presidente della Fiat dovrebbe incontrare Gheddafi? Sarebbe solo un incontro simbolico. Agnelli deve incontrare gli enti competenti per discutere certe cose.

Colonnello Gheddafi, una domanda che interessa molto agli italiani: quanto dureranno i prezzi folli del petrolio? E quanto potrebbero crescere ancora?

Faccio appello agli europei e agli italiani: riducete le tasse sui prodotti petroliferi! I governi europei incassano quattro volte di più dei paesi produttori del petrolio. Se noi guadagniamo 20 dollari netti al barile, loro ne prendono 80.

Verrà prima o poi in Italia?

Sì, se il popolo libico darà il suo consenso al viaggio.

Nonostante la posizione di certi cattolici nei confronti dei musulmani? Il cardinale Giacomo Biffi ha ribadito la sua crociata contro l’Islam. A Giacarta due settimane fa la World islamic call society, che raggruppa 180 paesi islamici, ha invece predicato comprensione per le culture diverse. Lei come risponde?

Che chi parla mi rende perplesso. Chi critica e attacca un musulmano perché prega e rispetta la sua religione non ha un vero Dio. Pregare Dio sotto una tenda, dentro una moschea o una chiesa non fa e non deve fare differenza. La diversità è tra qualcuno che prega Dio e qualcun altro che adora il diavolo.

L’«Herald tribune» dice che nel processo in corso in Olanda sul caso Lockerbie non sono emerse prove certe sulla colpevolezza dei cittadini libici accusati. Se dovessero essere assolti, lei cosa farebbe?

Pretenderò risarcimenti esattamente uguali ai danni che abbiamo ricevuto.
Muammar Gheddafi è stanco. Si alza. E in un attimo la sua tenda è vuota.

Preso da: http://www.francocenerelli.com/antologia/parla_gheddafi.htm

Video Intervista a Georges Abou Khazen:”L’Isis è un’invenzione dell’Occidente!”

Ennesima conferma che proviene da parte dei clericali. Intervista rilasciata a “la cosa” dove Georges Abou Khazen, vescovo di aleppo, per cui persona di una credibilità superiore al cosiddetto giornalismo prezzolato del mainstream occidentale,  dichiara apertamente, inequivocabilmente e senza mezzi termini la sua posizione riguardo l’Isis.