Il giorno della memoria “corta” – l’ olocausto indiano che nessuno vuole ricordare !!

 

Il 27 gennaio si celebra l’ormai noto “giorno della memoria” ricordando lo sterminio nazista degli ebrei.

Ma noi vogliamo ricordare un altro genocidio volutamente dimenticato, infatti nessun telegiornale di regime ne parla, né tanto meno si sente parlarne nei nostri libri di storia usati a scuola o sarebbe il caso di chiamarla “sQuola”..

Perché il massacro dei nativi americani non viene ricordato?

Forse perché non fa notizia? Non frutta soldi? Non sono stati scritti diari delle memorie in merito? O forse perchè gli stessi che domani verseranno lacrime per le vittime dei campi di sterminio nazisti, solo gli stessi che qualche generazione fa portarono morte, abusi e violenza, laddove regnava un popolo LIBERO? Un popolo senza prigioni né delinquenti, un popolo in armonia con la Natura…

Vi riporto una testimonianza scioccante:

Il massacro dell’Acqua Azzurra

“Vedevo gli indiani che cercavano di fuggire in tutte le direzioni, trascinandosi bambini, donne sanguinanti, uomini già chiaramente morti, ma che le loro squaw non volevano abbandonare…

La Cavalleria sopravveniva alle loro spalle e li spingeva verso i soldati appiedati che tiravano su di loro con calma, caricando e ricaricando a turno i moschetti… Quelli che riuscivano a fuggire, venivano inseguiti e finiti dai dragoni a cavallo…

I guerrieri cantavano il canto di guerra e si lanciavano contro i soldati, cadendo dopo pochi passi tra pallottole che ronzavano dappertutto come vespe furiose…
Cinque figure accovacciate sotto un cespuglio saltarono fuori, aprendosi le vesti sul seno per fare vedere ai soldati che erano donne, ma i soldati le inseguirono facendole a pezzi, tagliando via prima un braccio, poi una gamba e divertendosi a mozzare i loro seni con le sciabole…

Un gruppo di donne, saranno state cinquanta o sessanta, si erano rifugiate in una piccola grotta e mandarono fuori una bambina piccola con uno straccio bianco in mano per chiedere pietà…
La bambina fu subito decapitata da un fendente di sciabola…

I soldati sembravano impazziti, correvano e sparavano e mutilavano…

C’era chi mutilava anche i morti, tagliando via i testicoli ai maschi e dicendo che ne avrebbero fatto una borsetta per il tabacco… Qualche ufficiale gridava basta, fermatevi in nome di Dio, siete soldati dell’esercito degli Stati Uniti, ma quegli uomini non erano più soldati, erano diventati come cani idrofobi…

(Capitano John Todd a proposito del massacro dell’Acqua Azzurra, 1855)

Sono passati ormai quasi 200 anni da quel terribile quanto inutile massacro..L’uomo bianco è sempre lo stesso..ignorante e criminale come allora, ora gli “indiani” sono diventati le popolazioni della Palestina, dell’ Iraq, del Libano, dell’Afghanistan, della Somalia, della Siria,dell’ Iran…

L’uomo bianco che conquistò l’America dei nativi con la violenza, ora uccide per il petrolio, esporta democrazia, guerre…Quell’uomo bianco ora sventola la bandiera stelle e strisce…il genocidio continua..Eppure non ci sono giorni della memoria per tutte queste vittime innocenti..

Ora tocca a noi, figli di quell’uomo bianco tanto ignorante e violento, porre fine a questa catena…

Il giorno della memoria “corta” – l’ olocausto indiano che nessuno vuole ricordare !!

Fonte: Scienza di Confine

DA ilnuovomondodanielereale.blogspot.it

Preso da: http://lapillolarossa15.altervista.org/olo1074-2/

DALLA LIBIA CON AMOREFURORE, di Fulvio Grimaldi

28 maggio 2011

Tra Gheddafi e Mladic, l’onore di Tripoli, il disonore del “manifesto”

Torno da Tripoli, Libia, con nelle orecchie ancora lo schianto delle bombe che hanno incenerito, secondo la Nato, “otto navi da guerra di Gheddafi che sparavano sui civili di Misurata” che poi, quanto a quelle che ho visto esplodere e incenerirsi nel porto commerciale di Tripoli, erano due motoscafi della Guardia Costiera, fermi lì causa blocco navale Nato fin da quando li vedevo dal vicino albergo a metà aprile, e un cargo da trasporto pieno di rifornimenti per un popolo che si vuole gaza-izzare. Basta vedere le file chilometriche delle auto ai distributori di benzina, nel paese più ricco di petrolio di tutta l’Africa, per capire che paralisi e agonia tipo Gaza o Iraq è nei piani di chi dall’ONU era stato autorizzato soltanto a inibire voli e uccisione di civili. Le raffinerie erano già poche e ora sono in massima parte sotto controllo dei mercenari Nato di Bengasi. Si incomincia a non riuscire più a raggiungere la scuola, l’ospedale, il mercato, gli uffici, i parenti, il lavoro. E da fuori la grande armata Nato, che fa affogare i migranti in fuga dalla Libia perché l’aggressione gli ha fatto perdere lavoro, casa, scuola, sanità, dignità, blocca perfino la benzina per i trasporti privati (i mezzi armati corrono su nafta), come anche farmaci e soccorsi di ogni genere. Hanno imparato dall’assedio di Gerusalemme. Poi Goffredo da Buglione è entrato e ha ammazzato i morti di fame e di sete. Tutti.

E pensare che Gheddafi stava realizzando l’Ottava Meraviglia del Mondo, come la chiamavano i tecnici, pescando dal mare fossile sotterraneo di acqua dolce, con seimila chilometri di acquedotti a ragnatela su tutto il territorio, acqua d’irrigazione e potabile per sei milioni di libici e per mille anni. Già, sei milioni da decimare alla maniera di Graziani che, a forza di veleni nelle acque e iprite in testa, fece fuori un terzo della popolazione libica. Da decimare oggi quasi tutti, giacchè cinque milioni insistono a riconoscersi nel governo sovrano della Jamahiriya, repubblica popolare socialista delle masse, mentre solo un milione è sotto dominio dei tagliagole monarco-integralisti bengasiani che ogni due per tre, non avanzando di un metro causa deficienza di consenso popolare, invocano più bombe Nato sul proprio popolo. E di questo milione vai a sapere quanti di cuore e cervello e non per terrore da pogrom sostengono i vendipatria assoldati dai predatori planetari. Se è vero, come nessun organo d’informazione si è peritato di riportare, ma come abbiamo visto alla tv libica (voce da sopprimere), che a Bengasi è in corso una rivolta contro i “giovani rivoluzionari” del “manifesto” e che in tanti quartieri risventolano le bandiere verdi della libertà. Non è bastato, agli sgherri di Sarkozy e ai fantocci di Obama far fuggire 70mila persone dalla città, eliminare centinaia di famiglie che non condividevano una “rivoluzione” nel nome della Sharìa e di Bill Gates e sgozzare tutti i lavoratori neri incontrati per strada.

Viaggio verso casa e mi circondano gli spettri dei 19 morti ammazzati nel sonno la sera dopo il glorioso assalto alle barchette. “Colpito il compound di Gheddafi” con 15 incursioni in mezz’ora. Sarà. In quel caso hanno massacrato qualcuno delle migliaia di ragazzi, donne, patrioti, che ogni notte stanno lì a cantare e a sfidare nei luoghi-simbolo del loro leader, dove ovviamente non c’è più alcun bunker (quelli stanno tutti a Washington) e che è già stato sbriciolato ripetutamente, alla faccia di quegli impertinenti scudi umani. Ma, visto che il famoso compound, già bombardato dal pirata Reagan nel 1986, sta in mezzo alla città, magari hanno mirato proprio all’attraente agglomerato di case e di vite civili che lo circondano. Me lo fa immaginare, e nemmeno tanto a pene di segugio, quel palazzo polverizzato tra le cui macerie e disegni di bambini per terra e sugli alberi, tra le ultime mura sbrecciate ancora perpendicolari, avevo incontrato i resistenti Ali Mohamed Mansur, Nuri Ben Otman e Leila Salah Ashur. Il primo presidente del’Associazione di Amicizia Libia-Palestina, il secondo segretario dell’Associazione di Amicizia Italia-Libia (!), la terza presidente dell’Associazione delle Donne Libiche (“Con Gheddafi le donne di Libia sono diventate donne vere, da fantasmi che erano, sono diventate la componente di maggior peso della società”).

Già, quell’edificio, a due passi dal mio albergo, sulla passeggiata del lungoporto e in pieno nuovo quartiere residenziale, scaturito dal piano “650mila nuove case popolari” del governo Gheddafi, ora interrotto dalla missione umanitaria “protezione dei civili”, era frequentato da gente così. Era il palazzo che ospitava alcune delle organizzazioni che da noi si chiamano della “società civile”. Ovvio obiettivo per chi punta a “strutture militari e governative”. Bersaglio da privilegiare per quel gaglioffo britannico, comandante in capo, che annuncia “e ora diamoci dentro contro le infrastrutture di Gheddafi”. Quali infrastrutture più strategiche che dei bambini, magari orfani, magari down, magari disabili? C’erano quelli della Palestina (e si capisce l’accanimento della Nato, braccio armato anche di Sion), quelli delle amicizie con altri paesi (compresi i paesi che gli stanno infilando pugnalate nella schiena a protezione degli amici in zona che tagliano gole), quelle delle donne, quelli degli orfani, disabili e down da assistere e istruire. Ho una ripresa che fa la panoramica dall’insegna “Istituto per l’avanzamento dei bambini con sindrome down” al fondo del corridoio nel quale si rovesciano le macerie dei tetti sfondati e dal quale si intravvede il giardino dei giochi, ora frequentato da palme spezzate e ferraglia contorta. Civili da salvare. Sento dire: “I nostri bambini non sono più qui, si sono dispersi, chissà come faranno ora. Ma noi restiamo qui, tra mobili sfasciati e mura pericolanti, nelle polvere delle macerie. Siamo legati a questo posto, non diamo a nessuno la soddisfazione di lasciarlo, anche se ci scagliano altre bombe in testa. I bambini presto o tardi torneranno”. Così si parla dalla parte di Gheddafi.

Appunto, c’è società civile e società civile. Quella nostrana è melma collaborazionista, quella loro sono 2000 capitribù, in rappresentanza di tutte le tribù libiche, che a Tripoli hanno confermato la loro fedeltà al governo legittimo, smascherato l’ipocrisia dei salvatori di civili, denunciato gli ascari del nuovo colonialismo. Quella loro sono le migliaia di donne riunite in assemblea per respingere ricatti e divisioni, resistere in difesa del loro paese e delle conquiste realizzate, e che poi sono marciate sul fortino della sparuta stampa internazionale presente (stanno tutti a Bengasi), l’Hotel Rixos, per esigere che la si smetta con le menzogne, le falsità, gli occultamenti. Rintanati tra i cristalli e gli stucchi del loro dorato e ben protetto rifugio, i peripatetici dell’informazione a la carte colonialista, non hanno scritto un rigo o emesso un fiato. In testa alla marcia delle donne libiche un’intemerata italiana, Tiziana Gamannossi, unica imprenditrice che non si è fatta coniglio, o traffichina vorace alle porte di Bengasi. Uno straccetto di bandiera italiana da non sfregiare.

Qualcuno è sfuggito all’operazione “Civili da salvare” lanciata dalla risoluzione ONU 1973. Li incontro nel modernissimo ospedale “Al Khadra”, anch’esso in pieno centro: c’è un giovane con le gambe tagliate al ginocchio, la foto di Gheddafi sopra il letto e le dita degli arti residui levati a V; una bambina, Leila, di due anni, intubata e rotta dallo stomaco alla gola, un ragazzo in coma, più bende che pelle, attaccato a una macchina che fa bip-bip lentamente. E proprio allora un altro schianto, vicino, un altro ancora, corriamo sul balcone, filmo a mezzo chilometro, tra case e alberi una gigantesca nuvola di fumo nero. Altri missili a difesa dei civili. Accanto a me infermiere e pazienti, come sempre, inesorabilmente, sparano al cielo il grido della Libia: “Allah, Muammar, Libya u bas”. Dio, Muammar, Libia e nient’altro. Così è. Così sarà, che al “manifesto” dei “giovani rivoluzionari di Bengasi” piaccia o no.

Torno da Tripoli, dopo aver visitato alcune delle 70mila famiglie fuggite ai mercenari Nato e ora sistemate alla meglio nelle case degli operai stranieri fuggiti dopo la chiusura delle loro imprese. Ne hoincontrato uno, Nasser Ali Sajer Attagag, 29 anni, da Misurata, catturato il 18 marzo della forze lealiste del “Popolo in armi”. Dead man walking, è un morto che cammina, ce l’ho ancora in pancia con la sua faccia spenta e i suoi racconti dell’orrore, dei soldati libici sgozzati, tagliati a fette, appesi davanti al palazzo di giustizia, chiusi nel congelatore di una macelleria, delle famiglie pro-Gheddafi pestate a morte, delle loro figlie sequestrate, consegnate ai “giovani rivoluzionari”, violentate, i seni tagliati, morte dissanguate nel corso della “festa della rivoluzione. Ascolterete tutto, vedrete i documenti, nel prossimo documentario “Maledetta primavera – rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre Nato nel mondo arabo”. Un omaggio particolare a Rossana Rossanda e affini.


Torno da Tripoli e, non potendo fare a meno di leggere di Fincantieri e oscenità berlusconiane, scivolo sulla pagina-vomito del “manifesto”, redatta tutta da Tommaso de Francesco, a celebrazione della cattura di Radko Mladic, con tanto di box dedicato all’escort di Clinton e parca manidiforbice di Milosevic e della Serbia, Carla del Ponte, magistrato integerrimo del Tribunale Nato dell’Aja. Mladic e ancora l’infame balla di Srebrenica, a dispetto di tutte le prove che la smentiscono, a dispetto delle migliaia di ricomparsi dei presunti 8mila trucidati. Un soffietto di questo presunto difensore della Serbia a coloro che l’hanno sbranata, un gradino della scala al patibolo (lo faranno morire in carcere come Milosevic, incapaci di provare alcunché) per colui che, a differenza dei fascisti croati e bosniaci, cari alla marmaglia democratica sinistra-destra occidentale, non sterminava per accaparrarsi terre e beni altrui, ma difendeva l’unica vera autodeterminazione dei popoli di tutta la vicenda jugoslava. Mancano la parole. Se non per dire che tout se tien, le brigate internazionali invocate da Rossanda a sostegno degli sgherri Nato bengasiani, gli orgasmi sulla vendetta colonialista contro i patrioti della Jugoslavia socialista e sovrana, Vendola, il Forum Palestina, l’intera cloaca finto-pacifista e finto-dirittoumanista e le grasse risate della cupola necrocrata sul capolavoro finale del nostro taffazzismo.
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Analisi degli avvenimenti di Srebrenica

di Ed Herman, professore universitario americano, (ZMAG- USA)

(Traduzione dal francese di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Srebrenica. L’episodio è divenuto il simbolo del male, particolarmente del male Serbo. Viene descritto come “un orrore senza pari nella storia di Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale”, che ha visto l’esecuzione a sangue freddo “di almeno 8.000 fra giovani e uomini adulti musulmani.” [1]

Gli avvenimenti si sono svolti all’interno, o nei dintorni della città bosniaca di Srebrenica, fra il 10 e il 19 luglio 1995, quando la città è stata occupata dall’esercito Serbo Bosniaco (ASB), dopo aver combattuto e ucciso un gran numero di musulmani Bosniaci, dei quali non si conosce quanti siano morti nel corso degli scontri e quanti siano stati giustiziati.

È fuori dubbio che ci siano state delle esecuzioni, e che molti musulmani Bosniaci siano morti durante l’evacuazione di Srebrenica e nelle fasi successive.

Ma veramente quello che viene raramente messo in discussione, il problema più importante, è di sapere quanti fra quelli siano stati giustiziati, essendo dato che molti dei corpi ritrovati nelle sepolture sul posto sono di vittime dei combattimenti, e che una gran parte dei musulmani Bosniaci che erano scappati dalla città sono arrivati senza intoppi in territorio bosniaco musulmano. Alcuni cadaveri riesumati sono perfino dei numerosi Serbi ammazzati nel corso di razzie effettuate dai musulmani Bosniaci, mentre se ne andavano da Srebrenica nel corso degli anni che hanno preceduto il luglio 1995.

Il massacro di Srebrenica ha giocato un ruolo particolare nella politica occidentale di ristrutturazione della ex Jugoslavia, e più in generale nelle politiche di intervento.

Il massacro ha suscitato un ritorno di interesse in concomitanza con la commemorazione del suo decimo anniversario nel luglio 2005.

Viene citato costantemente come prova del “male Serbo” e delle volontà genocide della Serbia.

È servito per giustificare la punizione dei Serbi e di Milosevic, e nel contempo la guerra del 1999 della NATO contro la Serbia.

Inoltre ha fornito un alibi morale per le future guerre occidentali di vendetta, di proiezione di potere e di “liberazione”, dimostrando che esiste un male che l’Occidente può e deve sradicare.

Comunque, esistono tre elementi che avrebbero dovuto sollevare dei pesanti interrogativi a proposito del massacro, a quell’epoca e ancor oggi, cosa che non è mai avvenuta.
Il primo è che il massacro ha soddisfatto molto opportunamente le necessità politiche del governo Clinton, dei musulmani Bosniaci e dei Croati.
Il secondo è che già in precedenza si era tenuto conto, prima di Srebrenica (e si è continuato a farlo anche in seguito), di una serie di pretese atrocità serbe, rivelate regolarmente nei momenti strategici in cui si preparava un intervento violento degli Stati Uniti e del blocco della NATO, e perciò vi era la necessità di un solido sostegno dell’opinione pubblica e di relazioni pubbliche, atrocità che in seguito venivano dimostrate essere mai avvenute.
Il terzo è che le prove di un tale massacro, di almeno 8.000 fra giovani e uomini adulti, sono sempre state per lo meno poco attendibili.

Convenienza politica
Gli avvenimenti di Srebrenica, e le rivelazioni di un enorme massacro, hanno aiutato notevolmente il governo Clinton, la dirigenza bosniaca musulmana e le autorità croate.

Clinton, nel 1995, era stato incalzato allo stesso tempo dai mezzi di informazione e da Bob Dole per una azione più energica in favore dei musulmani Bosniaci, [2] e il suo governo ricercava attivamente la giustificazione per una politica più aggressiva.

Le autorità Clintoniane si sono precipitate sulla scena di Srebrenica per confermare e rendere di pubblico dominio le affermazioni di un massacro, come più tardi, nel gennaio 1999, veniva fatto da William Walker. La pressante relazione presentata da Walker a Madeleine Albright l’aveva fatta esultare, tanto da esclamare: “La primavera è apparsa presto, quest’anno!” [3]

Srebrenica, in quell’estate del 1995, ha permesso all’autunno di “apparire prima” all’amministrazione Clinton!

I leaders Bosniaco-musulmani si erano battuti per anni per convincere le potenze della NATO di intervenire più energicamente in loro favore, e ci sono forti indicazioni che loro erano pronti non solo a mentire, ma anche a sacrificare i loro stessi concittadini e soldati per ottenere l’intervento (problemi trattati nella seconda parte).

Alcuni personaggi autorevoli musulmano-Bosniaci hanno dichiarato che il loro presidente, Alija Izetbegovic, aveva loro comunicato che Clinton aveva avvertito che l’intervento avrebbe avuto luogo solamente nel caso in cui i Serbi avessero ammazzato a Srebrenica più di 5.000 persone. [4] L’abbandono di Srebrenica da parte di una forza militare ben più consistente di quella degli attaccanti, e la ritirata che aveva reso vulnerabile questa forza superiore e che aveva comportato moltissime vittime in combattimento o nelle rese dei conti, avevano permesso di arrivare a quelle cifre che corrispondevano, più o meno, al criterio di Clinton.

Esistono le prove che la ritirata di Srebrenica non derivava da alcuna necessità militare, ma corrispondeva ad una decisione strategica, secondo la quale le perdite incorse erano un sacrificio obbligatorio in favore di una causa più importante. [5]

Le autorità Croate erano entusiaste di vedere che si svelava un massacro avvenuto a Srebrenica, poiché questo stornava l’attenzione dallo loro devastante pulizia etnica nella Bosnia occidentale, avvenuta ben prima, a spese dei Serbi e dei Musulmani di Bosnia, (pressoché completamente ignorata dai media Occidentali). [6] E questo avrebbe fornito una giustificazione per l’espulsione già pianificata di molte centinaia di migliaia di Serbi dalla regione della Krajina, in Croazia.
Questa operazione di pulizia etnica massiccia è stata condotta con l’approvazione degli Stati Uniti e il loro sostegno logistico, appena un mese dopo gli avvenimenti di Srebrenica, e ha probabilmente causato la morte di molti civili Serbi, che non avevano nulla a che vedere con le uccisioni di civili Bosniaci musulmani, avvenute in luglio nel settore di Srebrenica.

La maggior parte delle vittime musulmano-Bosniache erano combattenti, dato che i Serbi di Bosnia avevano messo al sicuro donne e bambini convogliandoli su autobus, cosa che i Croati non hanno fatto, ottenendo come risultato la morte di molte donne, bambini e vecchi, massacrati da loro nella Krajina.[7]
Il cinismo dei Croati era impressionante : “Le truppe delle Nazioni Unite hanno osservato con orrore i soldati Croati trascinare i cadaveri dei Serbi lungo la strada che fiancheggia il centro dell’ONU, imbottirli di pallottole di AK-47 e quindi schiacciarli sotto i cingoli di un carro armato.” [8] Ma di questo non si è fatta attenzione, vista l’esplosione di indignazione e di propaganda in seguito a Srebrenica, grazie ai grandi mezzi di informazione, il cui ruolo bellicista giocato durante le guerre Balcaniche era già solidamente collaudato. [9]
Anche il Tribunale Penale Internazionale per la Jugoslavia (TPIY) e le Nazioni Unite hanno giocato un ruolo importante nel consolidamento della narrazione standard del massacro di Srebrenica.

Dopo il suo esordio, il TPI è stato il braccio giuridico delle potenze della NATO che lo hanno creato, finanziato, utilizzato come strumento di polizia e di informazione, e di cui in contraccambio hanno beneficiato dei servigi che si aspettavano.[10]
Il TPI si è concentrato intensamente su Srebrenica e ha raccolto sedicenti conferme importanti, indipendenti dalla realtà del massacro, accompagnate da affermazioni di “genocidio” pianificato “utilizzabili in ambito giudiziario”.

Le Nazioni Unite non sono di meno coinvolte nelle esigenze delle potenze della NATO, ma anzi hanno fatto loro eco e, nella questione di Srebrenica, hanno assunto le posizioni pretese dagli Stati Uniti e dai loro alleati.[11]

L’interesse politico del massacro di Srebrenica non prova naturalmente che la narrazione dei fatti da parte dell’establishment sia erronea. Ma implica la necessità di essere prudenti e di diffidare delle falsificazioni e delle affermazioni esagerate. Questa vigilanza ha completamente fatto difetto nei resoconti sui fatti di Srebrenica diffusi dai mezzi di informazione.

Le menzogne senza tregua prima e dopo Srebrenica
Ad ogni tappa dello smantellamento della Jugoslavia e della sua pulizia etnica, come prima e durante la guerra della NATO per la provincia serba del Kosovo nel 1999, le menzogne propagandistiche hanno giocato un ruolo molto importante nel sostenere il conflitto e la giustificazione degli interventi antiserbi. Ci sono state menzogne per omissione e menzogne che hanno propagato informazioni ed impressioni false.

Una delle più gravi menzogne per omissione è stata la presentazione sistematica di comportamenti criminali come una specificità serba, senza aggiungere che questi comportamenti erano caratteristici anche dei Musulmani e dei Croati, per non parlare del complesso del conflitto.

Caso dopo caso, i media hanno descritto le aggressioni e le atrocità serbe, senza menzionare gli attacchi preliminari lanciati contro i Serbi nelle medesime città, quindi facendo passare le risposte dei Serbi come azioni non provocate di aggressione e di barbarie. Questo è risultato evidente fin dall’inizio degli scontri importanti del 1991 nella Repubblica di Croazia. Ad esempio, nella loro copertura degli avvenimenti nella città di Vukovar, in Croazia orientale, i media (e il TPI) hanno insistito esclusivamente sulla presa della città, avvenuta nell’autunno del 1991 da parte dell’esercito federale jugoslavo, ignorando completamente il massacro di Serbi che vivevano in quella zona compiuto nella primavera e nell’estate precedenti da parte delle truppe della Guardia Nazionale croata e di paramilitari.

Secondo Raymond K. Kent, “una parte considerevole della popolazione serba dell’importante città slavona di Vukovar è scomparsa, senza essere fuggita, e sono rimasti segnali di torture nelle vecchie catacombe austriache sotto la città, e ci sono prove di violenze e di assassini. I media occidentali, già fortemente impegnati nella demonizzazione dei Serbi, hanno scelto di ignorare questi fatti.” [12] Questo approccio tendenzioso e ingannevole è stata la pratica abituale dei grandi media e del TPI.
Altre menzogne per omissione sono state evidenti nell’aver messo in primo piano i campi di prigionia Serbo-bosniaci come quello di Omarska, descritti nei dettagli e con tanta indignazione, senza tenere conto del fatto che i Musulmani e i Croati avevano dei campi similari a Celebici, Tarcin, Livno, Bradina, Odzak e il campo Zetra di Sarajevo, fra gli altri, [13] con un numero di prigionieri e di installazioni del tutto confrontabili, ed un trattamento peggiore dei prigionieri. [14] Ma, a differenza dei Serbi, i Musulmani e i Croati hanno fatto ricorso ad agenzie competenti in relazioni pubbliche e si sono rifiutati di lasciare ispezionare le loro installazioni, e l’edificio di parzialità eretto ha fatto in modo che i media si interessassero solamente dei campi serbi. Folli affermazioni sulle condizioni di detenzione, tipo Auschwitz, nei “campi di concentramento” serbi sono state riprese dai giornalisti in servizi che hanno avvallato la propaganda diffusa dalle autorità musulmane e croate e dai loro incaricati in relazioni pubbliche.

Roy Gutman, che ha ricevuto il premio Pulitzer con John Burns per i suoi reportages sulla Bosnia nel 1993, si affidava quasi unicamente alle autorità musulmane e croate, a testimoni di dubbia credibilità e ad affermazioni inverosimili, ed è stato una fonte importante dello straordinario lavaggio dei cervelli, tendenzioso e menzognero, sui “campi di concentramento”. [15]

Il premio Pulitzer per John Burns si basava su una lunga intervista a Boris Herak, un prigioniero Serbo bosniaco, che era stato messo a disposizione sua, e di un cineasta finanziato da Soros, dai Musulmani di Bosnia. Qualche anno più tardi, Herak denunciava pubblicamente che era stato costretto a fornire la sua confessione altamente inverosimile e che aveva dovuto imparare a memoria pagine e pagine di menzogne. Proprio due delle sue presunte vittime sono risultate più tardi viventi.

Però, nel reportage su Herak, John Burns e il New York Times, (come pure il film finanziato da Soros), hanno trascurato di citare un particolare che sarebbe stato la rovina della loro credibilità : infatti, Herak accusava anche l’ex comandante dell’UNPROFOR, il generale canadese Lewis MacKenzie, di avere violentato una giovane musulmana in un bordello serbo. [16]

Questi due scandalosi premi Pulitzer sono la testimonianza della parzialità mediatica che regnava nel 1992-93.
In un recente attacco di curiosità, nel corso di una visita a Izetbegovic morente, Bernard Kouchner ha interrogato l’ex Capo di Stato della Bosnia sui campi di concentramento serbo-bosniaci. Izetbegovic gli ha reso la sorprendente confessione che l’informazione su questi campi era stata distorta allo scopo di ottenere dalla NATO il bombardamento contro i Serbi. [17] Questa confessione importante non ha avuto mai alcuna menzione da parte dei media americani o inglesi.

Una delle più spettacolari menzogne degli anni Novanta è stata quella riguardante il campo serbo di Trnopolje, visitato da giornalisti britannici della ITN nell’agosto 1992. Questi giornalisti hanno fotografato un certo Fikret Alic, mostrandolo emaciato e apparentemente rinchiuso dietro lo sbarramento di un campo di concentramento. In realtà, Fikret Alic si trovava in un campo di transito, era malato di tubercolosi ben prima di arrivare al campo, non rappresentava in alcun modo gli altri residenti del campo, e partiva poco tempo dopo per la Svezia. Inoltre, lo sbarramento circondava i fotografi, non venivano impediti i movimenti al fotografato. [18]

Ma questa foto particolarmente disonesta, che ha fatto il giro per tutto l’Occidente come prova dell’esistenza di un Auschwitz serbo, è stata accolta come prova di accusa dalle autorità della NATO, e ha fornito il fondamento per la creazione del TPI e della sua missione di combattere contro la malvagità dei Serbi.
Nel caso dell’assedio di Sarajevo, come nel caso dei conflitti intorno alle città “protette”, il governo musulmano bosniaco si è impegnato in un regolare programma di provocazioni contro i Serbi, condannandoli per le loro reazioni, mentendo sul numero delle vittime e cercando solitamente con successo di far addossare tutte le responsabilità sui Serbi.
Come ha dichiarato Tim Fenton : “Le asserzioni di massacri di musulmani Bosniaci seguivano subitamente come la notte segue il giorno : il più eloquente era il Primo Ministro musulmano Haris Silajdzic che affermava che le Nazioni Unite erano responsabili della morte di 70.000 persone a Bihac all’inizio del 1995, quando in quella zona non si avevano avuti praticamente combattimenti e il numero delle vittime era stato molto poco elevato.” [19]

Una rimarchevole caratteristica dello sforzo dei musulmani Bosniaci per demonizzare i Serbi, in vista di ottenere che la NATO corresse in loro soccorso con i bombardamenti, è stata la loro propensione ad ammazzare i loro stessi concittadini. L’esempio più eclatante è stato il bombardamento di civili di Sarajevo nel corso di tre massacri : nel 1992, il “massacro della panetteria”; nel 1994, il “massacro del mercato” di Markalé ; e nel 1995, il secondo “massacro del mercato”. Secondo la versione ufficiale, erano stati i Serbi i responsabili di queste atrocità, e bisogna ammettere che è difficile credere che le autorità musulmane abbiano trucidato il loro stesso popolo per ottenere un vantaggio politico, anche se i fatti sono tutti convergenti in questa direzione. Ma questi massacri sono stati l’oggetto di un “timing”, di una coordinazione temporale messa in atto per influenzare la decisione imminente degli Stati Uniti e della NATO per un intervento in favore dei musulmani Bosniaci.

Per altro, numerose autorità dell’ONU e comandanti militari occidentali hanno affermato che esistono forti presunzioni del fatto che i tre massacri siano stati pianificati e messi in esecuzione dai musulmani Bosniaci.[20] L’ufficiale dell’esercito USA John F. Sray, che si trovava sul posto in Bosnia al tempo di questi massacri e dirigeva la sezione dei servizi informativi americani a Sarajevo, ha fatto le stesse considerazioni, che gli incidenti, e la probabile implicazione delle autorità musulmano-Bosniache, “meritano un’inchiesta approfondita del Tribunale Penale Internazionale”. [21] Inutile dire che non è stato dato corso a nessuna inchiesta.

In una parola, l’analisi di questi tre massacri non fa riferimento alla teoria del complotto, ma trae la giusta conclusione, fondata su molteplici e attendibili constatazioni, alla quale nello stesso modo non si fa richiamo nei resoconti tendenziosi della storia recente dei Balcani. [22]

Tornando al caso di Srebrenica, prima e dopo, la manipolazione delle cifre è stata una pratica corrente, che ha contribuito a sostenere il resoconto dei fatti dominante.

Per la Bosnia, nel dicembre 1992, il governo musulmano Bosniaco ha tenuto conto di 128.444 morti militari e civili, un numero che è salito a 200.000 nel giugno 1993, poi a 250.000 nel 1994. [23] Queste cifre sono state fagocitate senza batter ciglio dai politici occidentali, dai media e dagli intellettuali che esaltano la guerra, con Clinton stesso che citava il numero di 250.000 in un discorso del novembre 1995.

L’ex-responsabile del Dipartimento di Stato George Kenney ha fatto spesso riferimento a queste cifre, e si è meravigliato di constatare la credulità con cui i media le hanno accettate, senza la minima velleità di verificarle. La sua valutazione si è situata fra i 25.000 e i 60.000. [24]

Più di recente, uno studio patrocinato dal governo Norvegese ha fatto una valutazione di 80.000 morti, e una inchiesta del TPI stesso ha concluso su 102.000 vittime. [25] Ne’ l’uno ne’ l’altro di questi risultati è stato presentato dai mezzi di informazione USA, che avevano regolarmente infarcito i loro documenti con cifre all’ingrosso.
Una inflazione paragonabile è avvenuta nel 1999, durante i 78 giorni del bombardamento della NATO, con autorità americane di alto grado a fare menzione, in momenti diversi, di 100.000, 250.000 e 500.000 Albanesi del Kosovo trucidati da parte dei Serbi, ed utilizzare a sproposito il termine “genocidio” per descrivere le operazioni serbe in Kosovo. [26] A poco a poco, queste cifre sono state ricondotte a 11.000, e si sono fermate a questo livello, sebbene non siano stati trovati che 4.000 corpi nel corso di una delle più intense indagini condotte con metodi scientifici della storia, e che un numero imprecisato di questi corpi appartenevano a combattenti, a Serbi, o alle vittime dei bombardamenti americani.
Ma deve essere accettata come esatta la cifra di 11.000 morti, in quanto i membri della NATO e il TPI l’hanno dichiarata tale, e Michel Ignatieff ha dato assicurazioni ai lettori del New York Times che “la scoperta di questi 11.334 cadaveri dipendeva dal fatto che l’esercito e la polizia della Serbia li avessero o no rimossi.” [27]
Questo récital di sistematica disinformazione non prova necessariamente la falsità della versione ufficiale del massacro di Srebrenica. Ma richiama alla mente la necessità di esaminare con più attenzione le asserzioni, che tanto si sono dimostrate convenienti, un esame che i mezzi di informazione di massa si sono sempre rifiutati di fare.

Le affermazioni molto dubbie sul massacro
Al momento degli avvenimenti di Srebrenica del luglio 1995, lo scenario era stato ben collocato in modo tale che le affermazioni sul massacro sembrassero credibili.

Praticamente nessuno aveva smentito l’incessante serie di menzogne dei media, i processi di demonizzazione e di manicheismo “bene-contro-male” erano stati ottimamente collaudati, il TPI e i dirigenti dell’ONU osservavano alla lettera il programma degli USA e dei loro alleati, e i media seguivano pedissequamente le orme del loro bellicismo. Pertanto, sarebbe stato facile svelare le incrinature del contesto.
Un primo elemento del contesto avrebbe potuto essere quello di “zona protetta”, non altro che una frode : si supponeva che queste zone fossero disarmate. Ora non era vero nulla, e con la connivenza dell’ONU. [28] I musulmani Bosniaci le utilizzavano, a Srebrenica e altrove, come trampolini di lancio di attacchi contro i villaggi serbi dei dintorni. Nel corso dei tre anni che hanno preceduto il massacro, più di 1.000 civili Serbi sono stati ammazzati dalle forze musulmane in un gran numero di villaggi devastati. [29] Ben prima del luglio 1995, il comandante musulmano di Srebrenica Naser Oric aveva fatto vedere con fierezza ad alcuni giornalisti occidentali dei video che mostravano alcune delle sue vittime decapitate, e si vantava di questi assassini. [30]
Testimoniando davanti al TPI, il 12 febbraio 2004, il comandante militare delle Nazioni Unite in Bosnia nel 1992-93, il generale Philippe Morillon, ha ribadito la sua convinzione che l’attacco a Srebrenica era stato una “reazione diretta” ai massacri dei Serbi compiuti da Naser Oric e dalle sue forze nel 1992-93, massacri di cui Morillon era perfettamente a conoscenza. [31]

La testimonianza di Morillon non è stata di alcun interesse per i media occidentali, e quando il 28 marzo 2003 il TPI si è finalmente deciso a mettere sotto accusa Naser Oric, probabilmente per costruirsi una immagine di imparzialità giuridica, quest’ultimo è stato imputato per l’assassinio di soli sette Serbi che erano stati torturati e picchiati a morte dopo la loro cattura, e di avere distrutto alcuni villaggi della zona circostante presi a casaccio. Benché si fosse vantato apertamente con i giornalisti occidentali di avere massacrato dei civili Serbi, il TPI “non ha riscontrato alcuna prova di vittime civili durante gli attacchi a villaggi serbi nel suo teatro di operazioni”. [32]

Quando i Serbi di Bosnia si sono impadroniti di Srebrenica nel luglio 1995, veniva riferito che il 28.esimo reggimento dell’Esercito Musulmano Bosniaco (AMB), costituito da parecchie migliaia di uomini, se ne era già andato dalla città. [33] I media non si sono proprio domandati come una forza tanto importante potesse trovarsi in una “zona protetta” disarmata. Inoltre, avendo ignorato le angherie perpetrate in precedenza, promosse a partire dalla zona protetta, i media potevano adottare la versione ufficiale di un “genocidio” di una indicibile crudeltà, piuttosto che quella di una ritorsione, che i media hanno comunque ammesso per giustificare in parte la violenza esercitata dalle “vittime che vanno loro a genio” (come quella degli Albanesi che danno luogo ad espulsioni e ad uccisioni dei Serbi e dei Rom, dopo l’occupazione del Kosovo da parte della NATO).
Un secondo elemento del contesto è stata la possibile ragione politica della evacuazione di Srebrenica da parte di una forza in buona posizione difensiva, superiore numericamente all’attaccante Esercito Serbo Bosniaco (ASB), nel rapporto di sei o forse otto contro uno, ma che batteva in ritirata prima dell’assalto, e prima di tutto venivano ritirati i suoi comandanti da parte del governo musulmano Bosniaco. [34] Questa ritirata ha lasciato la popolazione senza protezione, e ha reso i quadri dell’Esercito AMB vulnerabili nel momento in cui si ritiravano in disordine verso le linee musulmano-Bosniache. Si trattava di una nuova manovra di auto-sacrificio da parte dei leaders in vista di produrre delle vittime, poteva essere per raggiungere l’obiettivo dei 5.000 morti fissato da Clinton, e indurre così la NATO ad un intervento più energico? I media non si sono mai posti questo interrogativo.

Gli avvenimenti di Srebrenica presentano sicuramente degli aspetti che rendono “plausibile” la versione della esecuzione di 8.000 fra “uomini adulti e giovani”. Fra questi aspetti vi è la confusione e l’incertezza rispetto alla sorte dei soldati musulmano-Bosniaci in fuga, alcuni erano riusciti a raggiungere Tuzla sani e salvi, altri erano finiti uccisi nei combattimenti, altri ancora erano stati fatti prigionieri. La cifra pari a 8.000 è stata fornita di primo acchito dalla Croce Rossa, basata su una rozza valutazione che l’ASB aveva catturato 3.000 uomini e che 5.000 dovevano essere considerati “scomparsi”. [35] È stato ben dimostrato che migliaia di “scomparsi” sono arrivati a Tuzla sani e salvi, o sono stati uccisi in combattimento. [36] Ma in una straordinaria trasformazione che testimonia dell’ardore di situare tutto il male dalla parte dei Serbi e di fare dei Musulmani delle vittime, per i mancanti all’appello sono state ignorate le categorie “arrivati sani e salvi” o “morti in combattimento”, e tutti i dispersi sono stati considerati come giustiziati!
Questa ingannevole conclusione è stata rinforzata dalla Croce Rossa, quando, facendo riferimento ai 5.000, li definisce come “semplicemente scomparsi”, non ha corretto questa qualificazione politicamente tendenziosa e non ha mai sottolineato, quantunque l’avesse riconosciuto, che “molte migliaia” di rifugiati erano arrivati nella Bosnia centrale. [37] Questa qualificazione ha ricevuto rinforzo anche dal rifiuto delle autorità musulmano-Bosniache di fornire i nominativi e il numero delle persone che si erano salvate senza intoppi. [38] Ma, nell’establishment occidentale esisteva una spiccata propensione non solo a non tenere conto di questi che erano giunti a buon porto, ma di ignorare perfino i morti in combattimento e a considerare tutti i cadaveri come vittime di esecuzioni.
In questo caso, la fede cieca è senza limiti : il reporter David Rohde ha visto un osso emergere da un sito di tombe nei pressi di Srebrenica, e ha saputo d’istinto che si trattava delle vestigia di una esecuzione e la prova effettiva di un “massacro”. [39]

La pratica corrente dei media è stata quella di passare dalla constatazione riconosciuta di migliaia di scomparsi, o dalla notizia di una esumazione di corpi in un sito, alla conclusione che così veniva dimostrata l’esecuzione di 8.000 persone. [40]

Con 8.000 esecuzioni e alcune migliaia di caduti in combattimento, si avrebbero dovuti trovare enormi siti di seppellimenti, e si sarebbero dovute accumulare tramite satellite le prove delle esecuzioni, dei seppellimenti ed eventualmente delle rimozioni dei corpi. Ma le ricerche nel settore di Srebrenica hanno avuto riscontri “dolorosamente deludenti”, con la scoperta, per tutto l’anno 1999, di soli 2.000 corpi, compresi quelli dei morti in battaglia e anche di Serbi, alcuni morti già prima del luglio 1995.

La scarsità di questi risultati ha condotto all’idea che i corpi fossero stati rimossi e riportati in altri luoghi, ma era un’idea difficilmente convincente, visto che dopo il luglio 1995 i Serbi erano stati sottoposti ad un’intensa pressione militare. Era il periodo in cui la NATO bombardava le posizioni serbe e gli eserciti musulmano e croato sviluppavano un’offensiva in direzione di Banja Luka. L’ASB era sulla difensiva ed era carente in modo preoccupante di equipaggiamenti e di rifornimenti, compreso il carburante. Mettere in piedi un’operazione di tali dimensioni di esumazioni, del trasporto e della risepoltura di migliaia di cadaveri sorpassava di molto i mezzi che l’esercito Serbo Bosniaco disponeva a quell’epoca. Di più, mettendo in esecuzione un programma di tale ampiezza, non potevano sperare di passare inosservati da parte del personale dell’OCSE, dei civili locali e delle osservazioni da satellite.

Il 10 ottobre 1995, ad una sessione a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza, Madeleine Albright ha mostrato delle foto satellitari, come parti di un dossier accusatorio dei Serbi in Bosnia. Una di queste foto mostrava delle persone, indicate come musulmani di Bosnia delle vicinanze di Srebrenica, radunate in uno stadio, ed un’altra, presumibilmente scattata poco dopo, che mostrava un campo nei pressi, con il terreno “rivoltato”. Queste foto non sono mai state rese pubbliche, ma anche se fossero state autentiche, non avrebbero potuto costituire una prova, ne’ di esecuzioni, ne’ di seppellimenti. Inoltre, benché il TPI assumesse come reale il “tentativo organizzato e globale” di dissimulare i cadaveri, e che David Rohde parlasse di un “gigantesco sforzo da parte dei Serbi di nascondere i corpi”, [41] ne’ la Albright, ne’ chiunque altro hanno mai mostrato uno straccio di foto satellitare di esecuzioni di persone, di seppellimenti o di dissotterramenti per spostare i cadaveri, o di camions che trasportassero da altre parti migliaia di cadaveri. Ossia, una mancanza flagrante di documentazione, malgrado gli avvertimenti di Madeleine Albright ai Serbi : “Noi vi terremo d’occhio !”, e malgrado che a quel tempo, durante l’estate 1995, i satelliti facessero almeno otto passaggi quotidiani e che i droni geostazionari potessero piazzarsi sopra la Bosnia e prendere fotografie ad alta definizione. [42] I grandi mezzi di comunicazione hanno considerato che queste lacune non interessavano per nulla.
Un gran numero di corpi erano stati ammassati a Tuzla, qualcosa come 7.500 cadaveri o più, molti in pessimo stato o a pezzi, la loro raccolta e la loro manipolazione incompatibili con le norme scientifiche professionali, la loro origine incerta, i loro legami con gli avvenimenti del luglio 1995 a Srebrenica lontani dall’essere provati e persino improbabili, [43] e la causa della loro morte generalmente non ben definita. È interessante notare, allorquando i Serbi venivano di continuo accusati di nascondere i corpi, che nessuno abbia suggerito che i musulmani Bosniaci, incaricati da lungo tempo della ricerca dei cadaveri, e per questo in grado di mettere in atto falsificazioni, potessero spostare dei corpi e quindi manipolare le informazioni.

È in corso un tentativo di utilizzare l’ADN per riunire i resti a Srebrenica, ma questo solleva numerosi problemi : a parte quelli delle procedure di investigazione e dell’integrità dei soggetti da esaminare, sarà di difficile risoluzione la differenziazione fra un’esecuzione e una morte in combattimento.
Inoltre, esistono degli elenchi di scomparsi, ma sono pieni di errori, con dei doppioni, con nomi di persone decedute prima del luglio 1995, che si erano allontanate per evitare di servire nell’Esercito Serbo di Bosnia, o che, in seguito, nel 1997 si sono iscritte nelle liste elettorali, e gli elenchi comprendono anche i morti in combattimento, i nomi di superstiti che si erano messi al sicuro o che erano stati fatti prigionieri, e che si sono fatti una nuova esistenza da altre parti. [44]

Per di più, la cifra di 8.000 è incompatibile con l’aritmetica elementare applicata a Srebrenica, prima e dopo il luglio 1995. Le persone che si sono spostate da Srebrenica, vale a dire i sopravvissuti al massacro che si sono fatti registrare all’inizio dell’agosto 1995 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dal governo Bosniaco, ammontavano ad un totale di 35.632.

I musulmani che hanno potuto guadagnare le linee musulmane “senza che le loro famiglie fossero informate” erano perlomeno 2.000, e circa 2.000 sono stati uccisi nei combattimenti. Considerando un totale di 37.632 superstiti, più i 2.000 morti in combattimento, se aggiungiamo gli 8.000 giustiziati, la popolazione di Srebrenica prima della guerra raggiungerebbe i 47.000 abitanti, quando in realtà si avvicinava ai 37-40.000. (Il giudice del TPI Patricia Wald ha fatto una stima di 37.000).
Quindi, le cifre non concordano! [45]

Ci sono stati riscontri di uccisioni a Srebrenica, dove persone hanno affermato di esserne stati testimoni. In numero minore, alcuni di questi testimoni avevano dei conti politici da regolare o si rivelavano poco credibili. [46] Comunque, molte testimonianze erano attendibili e descrivevano senza dubbio avvenimenti orribili e reali. Ma si parla di qualche centinaio di esecuzioni, non di 8.000 o di un numero qualsivoglia si avvicini a questo.
Il solo testimone che ha preteso di avere partecipato direttamente ad un massacro di persone che superava il migliaio è stato Drazen Erdemovic, un Croato associato ad una banda di assassini mercenari, che avevano ricevuto un compenso di 12 chili di oro per i loro servigi in Bosnia e avevano finito, lui compreso, per andare a lavorare in Congo per il servizio informazioni Francese. La sua testimonianza è stata accettata, malgrado la sua inconsistenza e le sue contraddizioni, e malgrado il fatto che soffrisse di turbe mentali, al punto di essere stato esonerato dall’essere egli stesso processato, appena due settimane prima di essere ammesso come testimone, ma con la dispensa di essere contro interrogato.

Le deposizioni di questo e di altri testimoni sono spesso state inficiate da una procedura di patteggiamento preventivo, secondo cui, se imputati, potevano negoziare una riduzione di pena in cambio della loro collaborazione con il Tribunale. [47]

Allo stesso tempo, è importante sottolineare il numero di osservatori imparziali che non hanno visto, ne’avuto riscontri minimi di un massacro, compresi i membri delle forze Olandesi presenti nella “zona protetta”, e di personaggi come Henry Wieland, il comandante del corpo investigativo dell’ONU sugli abusi contro i diritti dell’uomo, che non ha trovato alcun testimone oculare di atrocità dopo cinque giorni di interviste nell’ambito di 20.000 sopravvissuti di Srebrenica, riuniti nel campo profughi presso l’aeroporto di Tuzla. [48]

Anomalie
Una anomalia specifica per Srebrenica consiste nella stabilizzazione della cifra in 8.000 vittime musulmane Bosniache nel luglio 1995, e 8.000 sono rimaste a tutt’oggi, malgrado il carattere approssimativo della prima valutazione, malgrado le prove che molti, se non la maggior parte, dei 5000 “scomparsi” avevano raggiunto il territorio musulmano-bosniaco, o erano stati uccisi nei combattimenti, e malgrado l’incapacità di produrre testimonianze probatorie, nonostante i massicci tentativi per farlo.

In altre situazioni, come per la valutazione delle vittime degli attentati dell’11 settembre, o per la stessa dei morti in Bosnia o delle vittime dei bombardamenti sul Kosovo, le cifre sono state riviste al ribasso nel momento in cui i ritrovamenti dei corpi rendevano indifendibili le prime valutazioni sovradimensionate in modo esagerato. [49]

Ma, dato il suo ruolo politico fondamentale per gli Stati Uniti, per i Musulmani di Bosnia e per i Croati, e in ragione della fede quasi religiosa nell’esistenza delle atrocità che vi sarebbero state commesse, Srebrenica si è rivelata impermeabile ad ogni realtà. Dal primo giorno fino ad oggi, la cifra di 8.000 è stata considerata come una verità intangibile, la cui messa in dubbio deve essere considerata come una eresia e una apologia del demonio.

Un’altra anomalia che illustra il carattere sacrale, intoccabile e politicizzato del massacro nell’ideologia Occidentale, è stata la sua rapida qualificazione di “genocidio”.

In questo caso, il Tribunale ha giocato un ruolo decisivo, con la straordinaria credulità, con i psicologismi a briglia sciolta, e con l’incompetenza dei ragionamenti giuridici, che i giudici hanno manifestato esclusivamente nei confronti dei casi riguardanti i Serbi.

In materia di credulità, un giudice ha convalidato come fatto reale l’affermazione di un testimone, che i soldati Serbi avessero costretto un vecchio musulmano a mangiare il fegato del suo nipotino. [50] E i magistrati hanno ininterrottamente rievocato come cosa assodata l’esecuzione di 7.000 o 8.000 musulmani, riconoscendo nello stesso tempo che le loro informazioni “suggerivano” che la “maggioranza”dei 7-8.000 scomparsi non erano stati uccisi in combattimento, cosa che diminuiva sensibilmente la cifra accettata per vera. [51]
Il Tribunale ha risolto l’imbarazzante problema dei Serbi… autori di genocidio, che trasportano con autobus in zone sicure le donne e i bambini musulmani Bosniaci, affermando che l’avevano fatto per ragioni di pubbliche relazioni, ma, come ha sottolineato Michael Mandel, non commettere un atto criminale, malgrado il desiderio di attuarlo, viene definito come un “atto criminale non commesso”. [52] Il Tribunale non si è mai domandato perché i Serbi…autori di genocidio non abbiano accerchiato la città, prima di conquistarla, per impedire a migliaia di uomini di fuggire, e nemmeno perché i soldati musulmani Bosniaci abbiano abbandonato le loro donne, i loro bambini e tanti loro compagni feriti alla mercé dei Serbi, [53] e non ha mai evidenziato il fatto che 10.000 abitanti di Zvornik, principalmente musulmani, si siano messi al sicuro dalla guerra civile rifugiandosi nella stessa Serbia, come è stato attestato dal testimone di accusa Borislav Jovic. [54]
Fra le altre incoerenze degli argomenti dei magistrati del Tribunale, figura il concetto per il quale si tratta di genocidio quando vengono uccisi i componenti di un gruppo etnico con l’obiettivo di diminuirne nel futuro la popolazione, rendendo quindi quel gruppo non più visibile in una certa area. Si potrebbe volerli eliminare semplicemente per impedire di essere in seguito eliminati, ma la Corte conosce meglio la psicologia dei Serbi, e quindi questa non poteva essere la sola motivazione, bisognava che ci fosse uno scopo più sinistro. Il ragionamento del Tribunale, condotto sulla base psicologica favorevole all’accusa, è che ogni evento di eliminazione di un avversario può essere considerato come genocidio.
Sussiste inoltre il problema della definizione di gruppo etnico. I Serbi cercavano di eliminare tutti i musulmani di Bosnia, o i musulmani in generale? O solamente i musulmani di Sarajevo? I giudici hanno considerato che la stessa espulsione di musulmani da Sarajevo doveva essere considerata come genocidio, e hanno grosso modo assimilato il genocidio con la pulizia etnica. [55] Comunque, è importante sottolineare che il TPI non ha mai qualificato come “genocidio” la pulizia etnica di 250.000 Serbi dalla Krajina, sebbene in questo caso molte donne e bambini siano stati massacrati, e nonostante questa pulizia fosse stata applicata su un territorio più vasto e avesse causato più vittime civili che a Srebrenica. [56]
Il 10 agosto 1995, Madeleine Albright affermava a voce alta che “quasi 13.000 uomini, donne e bambini erano stati cacciati dai loro focolari” a Srebrenica. [57] Forse il Tribunale ha fatto propria l’impagabile formula di Richard Holbrooke che qualificava la Krajina come un caso di “espulsione involontaria”! [58] La parzialità risulta eclatante, la politicizzazione dell’istanza giuridica estrema.
La copertura mediatica degli avvenimenti di Srebrenica e nella Krajina ha seguito il medesimo schema ed illustra come i media abbiano differenziato le vittime buone da quelle cattive, a seconda della presa di posizione politica.
Erano i Serbi il bersaglio del governo USA, e questo governo appoggiava in modo massiccio il programma Croato di pulizia etnica nella Krajina, e perciò i media hanno gratificato Srebrenica di un trattamento esagerato e denso di indignazione, usando un linguaggio pieno di odio, lanciando appelli all’azione ed evocando al minimo il contesto. La Krajina, al contrario, non ha avuto il diritto che di un’attenzione debole e passeggera, scevra da ogni indignazione : la descrizione dettagliata della sorte delle vittime è stata ridotta al minimo, i modi per descrivere le rese dei conti sono stati neutri, e il contesto evocato ha reso gli avvenimenti degni di comprensione.

Il contrasto è stato tanto grossolano da risultare risibile: l’attacco su Srebrenica era “agghiacciante”, “assassino”, “selvaggio”, “criminalmente perpetrato a sangue freddo”, “genocida”, qualificato come “aggressione” e , ben inteso, come “pulizia etnica”; con la Krajina, nulla di paragonabile, perfino “pulizia etnica” risultava troppo. L’aggressione Croata non era che una grandiosa “rivolta” che “avrebbe indebolito il nemico”, una “offensiva lampo”, giustificata come una “risposta a Srebrenica” e un prodotto degli “eccessi” compiuti dai leaders Serbi.

Il Washington Post ha perfino citato l’ambasciatore USA in Croazia, Peter Galbraith, che ribadiva “l’esodo serbo non è una pulizia etnica”. [59] Il giornale non consentiva alcuna messa in dubbio di questo giudizio. Nei fatti, le operazioni croate in Krajina hanno fatto della Croazia il più etnicamente puro fra tutti gli stati componenti la ex Jugoslavia, benché l’occupazione del Kosovo da parte della NATO abbia consentito una pulizia che rivaleggia con la purificazione etnica della Croazia.

Un’altra anomalia nella questione di Srebrenica è l’accanimento posto nel perseguire davanti al Tribunale tutti i criminali (Serbi), e ad ottenere dei carnefici (Serbi), che riconoscessero volontariamente la loro colpevolezza, essendo la loro confessione una loro esigenza di giustizia e la condizione per la riconciliazione. Il problema è che la giustizia non può essere di parte, altrimenti cessa dall’essere giustizia, e allora rivela il suo vero volto di vendetta e di giustificazione di obiettivi politici. La pulizia etnica in Bosnia in alcun modo avveniva da una sola parte, e i morti per nazionalità non sono lontani dal corrispondere alle proporzioni della popolazione. [60]

I Serbi affermano, documenti alla mano, di aver avuto migliaia di morti per mano dei musulmani di Bosnia e dei gruppi di moudjahidin da costoro introdotti, ed anche per mano dei Croati, ed hanno il loro gruppo di investigazione alla ricerca di identificare i corpi di fosse comuni stimate nel numero di 73. [61] Queste vittime non hanno attirato l’attenzione dei media occidentali o del TPI.

L’eminente scienziato jugoslavo, il Dr. Zoran Stankovic, nel 1996 ha osservato che “il fatto che la sua squadra di lavoro avesse in precedenza identificato i corpi di 1.000 Serbi di Bosnia nella regione (di Srebrenica) non abbia riscosso alcun interesse da parte del procuratore Richard Goldstone.” [62]
Invece, si sente senza sosta la cantilena ripetitiva sulla tendenza dei Serbi di piangersi addosso e di lamentarsi, mentre le lamentazioni dei musulmani Bosniaci vengono considerate come quelle delle vittime vere e non sono mai paragonate a dei piagnistei.

Lontana dal contribuire alla riconciliazione, l’insistenza sulle vittime e sugli assassini di Srebrenica stimola l’odio e il nazionalismo, come la guerra e la violenza in Kosovo vi hanno esacerbato gli odi e le tensioni, e hanno dimostrato che l’obiettivo ostentato da Clinton di un Kosovo tollerante e multietnico equivaleva ad una farsa.
In Kosovo, la propaganda di parte e l’occupazione da parte della NATO hanno scatenato una incontrollabile violenza antiserba e antirom, antiturca e contro i dissidenti Albanesi, sostenuta dalla compiacenza delle autorità della NATO, che distolgono gli occhi quando i loro alleati, le pretese vittime, si prendono la loro rivincita e perseguono il loro obiettivo di sempre, quello della purificazione etnica. [63]
In Bosnia e in Serbia, i Serbi, senza tregua, sono stati denunciati ed umiliati, e i loro leaders e i loro comandanti militari puniti, mentre i criminali fra i musulmani Bosniaci, i Croati e i potenti della NATO (Clinton, Blair, Albright, Holbrooke, ecc.) non sono stati fatti oggetto di alcuna sanzione, ma, al contrario, alcuni fra costoro (Clinton et al.), sono presentati come campioni di giustizia. [64]

È evidente che l’intento di quelli che pretendono il castigo dei Serbi non è ne’ la giustizia ne’ la riconciliazione. Si tratta solo di unificare e consolidare la posizione dei musulmani di Bosnia, di schiacciare la Republika Srpska per eliminarla completamente come entità indipendente in Bosnia, di mantenere la Serbia in uno stato destrutturato, disorganizzato, di debolezza e di dipendenza dall’Occidente, e di continuare a presentare sotto una luce favorevole l’aggressione degli USA e della NATO e lo smantellamento della Jugoslavia.

Questo ultimo obiettivo richiede di distogliere l’attenzione dal ruolo di Clinton e dei musulmani di Bosnia nella costituzione di una testa di ponte di Al Qaeda nei Balcani, nella costruzione di un’alleanza fra Izetbegovic e Osama bin Laden, in appoggio alla “Dichiarazione islamica” che esprime l’ostilità verso lo Stato multietnico, [65] e per l’introduzione di 4.000 mudjahidin a condurre una guerra santa in Bosnia, con l’aiuto attivo del governo Clinton e dell’associazione UCK-Al Qaeda.
Questo aspetto della presa di posizione in favore dei musulmani di Bosnia ha sempre imbarazzato i produttori della propaganda di guerra, e l’imbarazzo è accresciuto dopo gli attentati dell’11 settembre. Il rapporto della Commissione USA sull’11 settembre afferma che due degli undici pirati dell’aria, Nawaf al Hazmi e Khalid al Mindhar, così come uno dei cervelli dell’attacco, Khalid
Sheikh Mohammed, hanno “combattuto” in Bosnia, e che Bin Laden aveva degli “uffici” a Zagabria e a Sarajevo. [66] Malgrado l’enorme copertura mediatica sull’11 settembre e su Al Qaeda, questi collegamenti non sono mai stati menzionati dai grandi mezzi di comunicazione e non hanno mai prodotto effetti sul proconsole in Bosnia Paddy Ashdown, che ha assistito ai funerali di Izetbegovic e che continua a prendere le parti dei musulmani Bosniaci.
Certamente, già dal 1993, i Serbi avevano denunciato le crudeltà ( e le decapitazioni) da parte dei moudjahidin, ma i media e il TPI non se ne sono mai interessati a quell’epoca, e non se ne interessano nemmeno oggi. Bisogna solo parlare di Srebrenica, dei musulmani di Bosnia come uniche vittime, e dei generosi soccorsi, comunque un po’ tardivi, recati da Clinton e dall’Occidente a questi disgraziati oppressi.
Ma i Serbi di Bosnia, non sono stati loro ad aver “confessato” di aver massacrato 8.000 civili? I media occidentali si sono impadroniti di questa “confessione”, dimostrando una volta di più la loro sottomissione all’agenda politica dei loro leaders. I Serbi hanno effettivamente pubblicato un rapporto su Srebrenica nel settembre 2002, [67] ma questo rapporto è stato respinto da Paddy Ashdown, per non essere sfociato in opportune e appropriate conclusioni. Il proconsole ha preteso un nuovo rapporto, congedando una carrettata di politici ed analisti della Republika Srpska, minacciando il governo per l’appoggio dato, e ha terminato con il fare redigere un testo da certuni che accettavano le conclusioni ufficialmente approvate. [68] Dunque, questo rapporto, pubblicato l’11 giugno 2004, è stato accolto dai media Occidentali come una conferma significativa della versione ufficiale.
Il refrain era che i Serbi avevano “ammesso” il massacro e che la questione era ormai regolata. Il divertente sta nel fatto che questo rapporto, imposto con la forza, è ben lontano dal riconoscere le 8.000 esecuzioni (non parla che di “ diverse migliaia”). La sola cosa che “prova” questo episodio è che la campagna Occidentale, destinata a far umiliare i Serbi vinti, non è terminata, nemmeno è giunta alla fine la credulità dei media e il loro assoggettarsi alla propaganda.

Conclusione
Il “massacro di Srebrenica” è il più grande trionfo del lavaggio dei cervelli rispetto alle guerre dei Balcani. Altre asserzioni e menzogne hanno giocato il loro ruolo nei conflitti Balcanici, ma comunque hanno occupato un rango modesto nel repertorio propagandistico rispetto alla menzogna sul massacro di Srebrenica, che le sorpassa tutte per il suo potere altamente simbolico, nonostante la concorrenza di tante altre falsità (Racak, il massacro di Markalé, il rifiuto serbo di negoziare a Rambouillet, i 250.000 morti di Bosnia, la conquista della Grande Serbia come elemento motore delle guerre Balcaniche). [69] Srebrenica rappresenta il simbolo della malvagità dei Serbi e della sofferenza dei musulmani di Bosnia, come della giustezza dello smantellamento della Jugoslavia e degli interventi Occidentali, che comprendono i bombardamenti e l’occupazione della Bosnia e del Kosovo.
Disgraziatamente, non esiste alcun legame fra questo trionfo della propaganda, e la verità e la giustizia. La negazione della verità si incarna nel fatto che la prima valutazione di 8.000 morti, compresi i 5.000 “scomparsi” che avevano abbandonato Srebrenica per ricongiungersi alle linee Bosniaco-musulmane, è stata tenuta per valida anche dopo che si era rapidamente stabilito che in molte migliaia avevano raggiunto quelle linee, e che migliaia di altri erano morti nei combattimenti. Ad oggi, questa cifra bella tonda resta intoccabile, anche di fronte all’incapacità di trovare i corpi dei giustiziati e malgrado l’assenza della pur minima foto satellitare che mostri delle esecuzioni, dei cadaveri, delle persone che scavano, o dei camions che trasportano dei corpi per rimuoverli e risseppellirli.
A questo riguardo, i media si sono ben guardati di porsi degli interrogativi, nonostante la promessa di Madeleine Albright dell’agosto 1995 : “Noi vi terremo d’occhio”. La dichiarazione dell’Albright, e le foto che all’epoca è andata in giro a mostrare, hanno distolto l’attenzione dal “massacro della Krajina” avvenuto nella Krajina croata, una pulizia etnica di una crudeltà ben più importante che a Srebrenica, comportando meno combattimenti effettivi che a Srebrenica, una purificazione fatta di aggressioni, di omicidi e di espulsioni di civili indifesi. A Srebrenica, i Serbi di Bosnia hanno portato al sicuro le donne e i bambini, e non esiste alcuna prova che ne abbiano uccisi [70]; invece nella Krajina non è stata organizzata alcuna separazione di questo genere e si stima in 368 il numero di donne e bambini massacrati, con numerosi infelici troppo anziani o infermi per scappare. [71]

Il successo della propaganda può essere misurato dal fatto che i media non hanno mai evocato la possibilità che l’intensità dell’attenzione rivolta al massacro di Srebrenica sia servita per mascherare il “massacro della Krajina”, che è immediatamente seguito, e che ha ricevuto il sostegno degli Stati Uniti. Per i media, Srebrenica ha contribuito a provocare la Krajina, e i Serbi hanno meritato quello che gli è capitato. [72]
I media hanno giocato un ruolo importante nel trionfo della propaganda che è stato il massacro di Srebrenica. Come abbiamo detto in precedenza, nel 1991 i media sono divenuti i complici del bellicismo, e tutte le regole dell’obiettività sono scomparse, per fare posto al loro sostegno servile di una politica pro musulmani di Bosnia e contro i Serbi.

Prendendo in considerazione i reportages di Christine Amanpour, e di altri, riguardanti i combattimenti intorno a Gorazde, già nell’ottobre 1995 il tenente colonnello dell’esercito USA John Sray aveva messo per iscritto che le informazioni “erano deprivate di qualsiasi parvenza di verità”, che gli Americani dovevano subire un “monumento di disinformazione”, che “l’America non era stata mai tanto deplorevolmente ingannata” dopo la guerra del Vietnam, e che la percezione popolare sulla Bosnia “era stata manipolata da una prolifica macchina di propaganda che è riuscita a congegnare fatti illusori per sostenere gli scopi dei musulmani.” [73] La macchina della propaganda ha conquistato i liberali e una grande parte della sinistra negli Stati Uniti, che hanno avvallato la versione dominante dei Serbi malvagi alla ricerca di egemonie, che hanno fatto ricorso a strategie brutali e di genocidio, e che hanno portato alla rovina l’oasi multietnica che esisteva in precedenza in Bosnia, un’oasi governata da Osama bin Laden e dal suo amico ed alleato Alija Izetbegovic e, secondo una tardiva correzione apportata da Clinton, Holbrooke e dalla Albright, strettamente collegata all’Iran, alla Turchia e all’Arabia Saudita!

La coalizione bellicista liberale-di-sinistra doveva demonizzare i Serbi per giustificare la guerra imperiale, e questo è stato fatto impregnandosi dell’insieme delle menzogne e dei miti che hanno costituito la versione ufficiale. [74] Questo amalgama di “missili da crociera della sinistra (MCG)” [75] e di liberali ha molto contribuito allo sviluppo della tesi dell’“intervento umanitario”, che è consistito nell’aggredire i Serbi a tutto vantaggio dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, e, nei fatti, ha preparato il terreno per le guerre di “liberazione” di Bush.

Il massacro di Srebrenica ha aiutato a convincere i liberali e il MCG per la crociata nei Balcani e ha fornito loro la giustificazione morale per il sostegno dei loro paesi e dei loro alleati all’espansionismo imperiale.

L’ex-responsabile dell’ONU Cedric Thornberry, in un testo del 1996, ha annotato : “Messa in evidenza da un certo numero di mezzi di comunicazione internazionali liberali, la presa di posizione è che i Serbi sono gli unici mascalzoni”. Già nel 1993, presso il quartier generale delle Nazioni Unite, egli aveva lanciato l’avvertimento in questi termini: “Mettetevi al riparo, la falsificazione è in corso!”. [76] In effetti, la manipolazione era già in corso, anche se era ancora tacita, ma si stava infiltrando nelle relazioni fra governo, i media e il TPI. La menzogna ha contribuito a fare del massacro di Srebrenica il simbolo del male e, con l’aiuto della “giustizia”del Tribunale e il sostegno dei liberali e del MCG, ha fornito una giustificazione dell’aggressione USA-NATO e dello smembramento della Jugoslavia, e più in generale dell’“intervento umanitario”.

Cosa si può domandare di più ad un sistema di propaganda?

 

Preso da: http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2011/05/dalla-libia-con-amorefurore.html

Siria e servizi segreti occidentali, tra incompetenza e malafede.

“Il carrozzone deve andare avanti, il circo ha sempre bisogno di nuove tappe e lo spettacolo non si puo fermare. C’è chi attacca i volantini,  chi addestra le bestie, chi monta il tendone e chi fa i salti mortali,  ma soprattutto a fine spettacolo,  c’è chi conta l’incasso e lo divide”

 

Quando penso ai servizi segreti mi viene in mente un tentacolo, quando  immagino la testa della piovra, mi accorgo però di sbagliare. Non c’è nessuna piovra, e nemmeno una gerarchia piramidale, ferrea e strutturata. Non ci sono delle menti illuminate, che tirano le file di burattini, ma soltanto un immenso leviatano. Una creatura che si nutre di se stessa e di cio che la circonda, praticamente una forza in cui mente, corpo e anima, sono fuse in unico insieme, chiamato Interesse. Non  mi fraintedete, senza dubbio esistono persone più influenti di altre, e persone che devono comunque sottostare a degli ordini, ma quello che mantiene una rete di potenti uniti è sempre il comune interesse.

Fare politica ad alto livello, significa necessariamente creare una rete di contatti di alto livello, tra i quali rientra chiunque possiede un influenza importante in ogni settore che conta. Fare carriera significa molto spesso,  crearsi una rete di contatti, alleanze e favori da cui attingere. Fare soldi invece significa produrre le condizioni di guadagno e quasi sempre, avere soldi, aiuta a farne altri.

Quando tutto questo si incrocia,abbiamo una rete di interessi, magari trasversale, elastica e quindi mutabile in alcune figure, ma c’è comunque un Interesse potente,  talmente potente da godere di vita propria, e come per un circo, ognuno nel suo ruolo, se non per amore, se non per passione, se non per idee comuni, sarà comunque legato al bene dell’altro, affinche lo spettacolo vada avanti.

I servizi segreti non sono immuni a queste dinamiche. Le persone infatti ottengono benefit, o problemi,  a seconda di quanto chi è legato a loro, ottiene uno o l’altro. Per questo motivo, se alcuni politici e alcuni appaltatori,  i capi e gli immediati sottoposti, hanno interesse che le cose vadano in una direzione,  un dipendente capace,  adeguera’ i suoi sforzi, al perseguimento dell’obbiettivo.

L’obbiettivo massimo della guerra,  non è necessariamente la vittoria , non è la risoluzione dei conflitti e nemmeno la libertà del genere umano.

L’obbiettivo primo è sempre l’interesse personale e di chi è parte del circolo.

Spostare soldati dalla Germania alla Lituania, ad esempio,  genera appalti per miliardi e coinvolge dall’ultimo fornitore di pentole, al primo politico che cavalca la battaglia,  senza nemmeno l’effettivo bisogno di farla la guerra, e quindi di vincerla, l’importante è mettere in piedi un’altro spettacolo. Una volta poi che lo show è allestito,   è bene  che ci sia una prossima tappa , perché un ultimo spettacolo di addio,  non serve a nessuno.

L’interesse personale del dipendente, invece,  non è  tanto nel risolvere i problemi una volta per tutti, ma assecondare i bisogni e le dinamiche propri e del gruppo.

Ecco perché nessun servizio segreto serve davvero allo scopo di rendere sicuri i cittadini del proprio paese natale , quindi a eliminare i cosidetti cattivi, ed ecco perché nessuna guerra potrà mai essere l’ultima.

La guerra, combattuta o meno, è soltanto parte dello spettacolo e lo spettacolo sta in piedi solo quando genera business.

In Siria, e nei paesi limitrofi, assieme a tutto il carrozzone, sono partiti anche i servizi segreti, equamente divisi tra chi addomesticava le bestie (addestratori), chi contava spese e ricavi (analisti) e chi affiggeva  i volantini pubblicitari (consiglieri diplomatici).

A tutta questa turma di giostrai, il fatto che Isis o Alqaeda, esistessero e prosperassero, importava relativamente.

La cosa importante, era se Isis o Alqaeda, potessero essere variabile utile al evento oppure no. Se poi le tigri finiscono per azzanare   il domatore, è parte del rischio, e  “the Show must go on”,  lo spettacolo deve andare avanti, e si mandano allora  in scena i pagliacci ( i portavoce politici generalmente ), si tampona la ferita, e successivamente,  il presentatore (il presidente solitamente), annuncia la prossima esibizione,  e possiamo magari ammirare planare gli  acrobati.

L’unica differenza tra questo è il circo è che qui gli spettatori non sempre si  limitano a osservare, dopo aver pagato il biglietto,  ma sono talmente coinvolti nello spettacolo,  da diventarne vittime.

 non esiste una guerra al terrorismo,  al massimo si colpiscono dei terroristi ”

Quando si vuole davvero vincere una guerra, la si combatte come in Iraq o in Libia su tutti i fronti.  Ecco che l’avversario viene quindi demonizzato come parte della propaganda bellica,  viene isolato finanziariamente e colpito anche economicamente in ogni modo, così da limitarne potere, consenso interno e sostentamento,  e viene attaccato militarmente in maniera proporzionale al raggiungimento dell’obbiettivo.

Una guerra a due paesi ricchi e geograficamente situati in posizione strategica, teoricamente,   compensa in pieno i costi e genera nuovi guadagni. Una guerra al terrorismo invece costa, e il beneficiario puo essere un paese terzo con il quale il rapporto è pessimo . Nessuno quindi sano di mente e parte del sistema,  proporrà mai in questo momento, un intervento atto a eliminare  Alqaeda e Isis, dalla Siria, perché significherebbe spendere miliardi di $ per fare un favore a Bashar Assad,  al Iran e a Putin, e danneggiare  alcuni degli stessi  finanziatori dell’apparato

Ecco perché i pagliacci di turno debbono canzonare slogan quali “Assad è parte del problema” oppure “L’entrata in scena della Russia allontana una soluzione del conflitto”. Non potendo dire che limitatamente a quel territorio,  gli sforzi reali per distruggere Isis o Al qaeda,  inizieranno soltanto ci conviene, si manda il messaggio che l’ostacolo a una soluzione sono appunto i  nostri rivali (che dovrebbero accettare di perdere come atto di buona volontà ). Questo con buona pace delle vittime di un Bataclan come di un villaggio cristiano del Est Homs.

Eppure tutti i presentatori del circo (i politici di primo piano), e i dipendenti, hanno chiaro che il terrorismo fondamentalista islamico, ha la sua base dottrinale nel wahabismo e i suoi finanziamenti e appoggi più influenti proprio in Arabia Saudita e nelle petro monarchie confinanti. Che la soluzione o quanto meno la battaglia contro il fondamentalismo passerebbe per forza da uno scontro, armato o culturale o politico/economico, contro quegli stati, i dipendenti del circo, lo sanno molto bene. Lo affermano nei loro meeting, come ad esempio faceva l’ex vicesegretario al tesoro Stuart Levey nel 2007, a un meeting del Aspen Institute

 

e lo riportano nei loro documenti, come questo estratto del tenente colonnello ed ex consigliere alla pianificazione politica del governo israeliano,  Jonathan D. Alevi (    https://www.jcpa.org/jl/vp531.htm) , lo si trova scritto nelle loro email,  ( email di Clinton 30/12/2009 a proposito di Arabia Saudita alqaeda e taleban https://wikileaks.org/plusd/cables/09STATE131801_a.html) (e anche report ed email del 2014 a proposito di Isis , Alqaeda e Arabia Saudita http://www.salon.com/2016/10/11/leaked-hillary-clinton-emails-show-u-s-allies-saudi-arabia-and-qatar-supported-isis/) e talvolta persino pubblicamente in sfoghi che almeno in parte dovranno poi ritrattare (https://www.washingtonpost.com/news/worldviews/wp/2014/10/06/behind-bidens-gaffe-some-legitimate-concerns-about-americas-middle-east-allies/?utm_term=.2e5f76b9dfb4).

Non possono però farci proprio niente,  per la semplice ragione, che i potenti di Arabia Saudita,  Qatar, Kuwait e Emirati,  sono parte del circo, né sono addirittura tra i “Finanziatori”.

L’Arabia Saudita possiede infatti 117 miliardi di $ del Debito pubblico americano (http://www.repubblica.it/economia/2016/05/17/news/debito_usa_arabia_saudita-139971934/)

L’ Arabia Saudita  con circa 31 milioni di abitanti,  ha  superato l’India (che ha un miliardo di abitanti però) ed è diventato il Primo paese importatore di armi nel 2015 (http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/mondo/2015-03-08/l-arabia-saudita-supera-l-india-e-primo-importatore-armi-mondo-2014–174318.shtml?uuid=ABqCo45C) è il primo cliente dell’industria britannica degli armamenti , oltre alle 200 joint venture che producono un giro di affari di 18 miliardi di sterline, ed è il partner storico degli Stati Uniti d’America,  al quale nel periodo che va dal 1950 al 2006 , ha elargito la somma di 62,7 miliardi $ per armamenti e 17 miliardi per costruire installazioni militari (https://www.isn.ethz.ch/Digital-Library/pubblications/detail/?id=146431ng=en.) (da Il patto con il diavolo. Come abbiamo consegnato il Medio Oriente al fondamentalismo e all’Isis di Fulvio Scaglione )

Una cifra che nonostante la consapevolezza dell’identità del interlocutore,ovvero  il regno Wahabita della Arabia Saudita,  è salita battendo ogni record nel 2016,arrivando a 1,5 miliardi di $, nella totale accondiscenza dei vertici del partito democratico,  fossero il presidente uscente, o la candidata in corsa (http://m.asianews.it/index.php?art=38297&l=it).

Capite anche voi, che pretendere una lotta al fondamentalismo a tutto campo,  è semplicemente assurdo, sarebbe come chiedere a un cantante di fare la guerra ai suoi produttori.

 

” intelligence … mica tanto !”

 

Qui di seguito riportero’ alcune Operazioni di Intelligence,  che se lette con la pretesa di scovare un Intelligenza,  nel modo in cui sono state condotte, ci lascerebbero al quanto perplessi.

 

La scrittrice e analista politica  Loretta Napoleoni, nel suo libro ” Isis lo stato del terrore “,partendo dal periodo dei dissidi tra Alqaeda e Isis, del 2013 quando ancora erano ancora alleati, che fu oggetto di dibattito tra i sostenitori dei 2 gruppi , nei social,   racconta quel che segue :

《 […] questi dibattiti non hanno suscitato l’interesse degli innumerevoli think tank sorti dopo l’11 settembre con lo scopo di studiare fenomeni come il processo di radicalizzazione e il terrorismo del fondamentalismo islamico. L’intenso uso che i membri del Isis fanno dei social media e delle tecniche di comunicazione più avanzate,  allo scopo di fare proseliti e raccogliere fondi, dovrebbe rappresentare per questi organismi,  una sorta di manna dal cielo. Invece non è cosi.

La rivista “The Atlantic”, analizzando la strategia social mediatica del Isis, ha scoperto che essi ricevono 72 retweet per ogni tweet inviato usando l’account in lingua araba @Active Hastag, che promuove gli hastag più popolari per attirare utenti. Le opportunità di studiare il gruppo di Al Bagdadi erano tante, così come le opportunità di penetrarne elettronicamente al interno, ma nessuno era interessato neanche ad approfondire la consocenza.

Paradossalmente i servizi di Intelligence e i Media tradizionali occidentali, non solo hanno ignorato per un paio di anni gli sviluppi dello Stato Islamico,  ma quando finalmente hanno mostrato qualche interesse hanno chiesto alle persone sbagliate. Le prime vittime di questa carenza di Intelligence sono stati i giornalisti.

Tra aprile e maggio del 2014 mi stavo preparando a tornare a Aleppo dalla Turchia. L’intelligence occidentale mi ha aggiornato su quello che stava accadendo nella battaglia tra le forze di Assad e i ribelli. Mi hanno detto che il regime di Assad era sul punto di crollare, quindi non c’era pericolo ad usare la strada che dal confine porta a Aleppo.

Ero la prima giornalista straniera a varcare quel confine,  abbiamo finito a viaggiare lungo 15 km di linea del fronte,  non so come abbiamo fatto ma siamo sopravvissuti. Quando sono tornata ho riferito che i ribelli si sono ritirati e che la città era nelle mani di Assad, ma loro non mi hanno creduto e neppure la stampa internazionale ha voluto pubblicare la mia storia.

I servizi di informazione e i Media continuavano a dire che le cose, da quel che vedevano su Facebook e YouTube stavano diversamente. Riceviamo notizie diverse dai ribelli tramite i Social Media che ci raccontano e ci mostrano immagini della loro vittoria. L’unico giornale che ha pubblicato il mio servizio è stato Le Monde […]

Estratto da “isis lo stato del terrore ” di Loretta Napoleoni

Inquietante poi è sia l’incompetenza (o la malafede ) dei servizi segreti americani, che la mancanza di spirito di osservazione e critica dei Media, che ne’ rilanciavano le veline, senza nemmeno fare caso alle incongruenze,  che emergono con il passare del tempo.

Nel 2014 infatti La Repubblica pubblicava questa velina :

Isis: Cia raddoppia stime,tra i 20mila e i 31.500 miliziani

Washington, 12 set. – Lo Stato Islamico conta ‘tra i 20mila e i 31.500′ miliziani tra le sue fila in Siria e in Iraq: la stima e’ della Cia, l’agenzia di intelligence americana, che ha praticamente raddoppiato la cifra data con la valutazione precedente, nel mese di maggio (quando stimava in circa 10mila il numero degli jihadisti). L’aumento dei miliziani negli ultimi mesi e’ dovuto al ‘reclutamento maggiore avviato da giugno, dopo i successi (dell’Isis) sul campo di battaglia e l’annuncio della creazione di un califfato’, ha spiegato un portavoce. La Cia ha fatto conoscere le cifre 24 ore dopo l’annuncio del presidente Usa, Barack Obama, di un’offensiva per frenare l’avanzata jihadista, un’operazione che ora si allarghera’ anche alla Siria e che prevede l’invio di altri 475 militari in Iraq. .
(12 settembre 2014 http://www.repubblica.it/ultimora/24ore/isis-cia-raddoppia-stimetra-i-20mila-e-i-31-500-miliziani/news-dettaglio/4543354)

Una stima ridicola, volutamente  in ribasso, ripresa anche dalle altre testate, a cui sarebbe bastato contrapporre i dati incrociati di quel anno, tra territori conquistati, e grandi battaglie condotte al’interno dei 2 stati, non solo contro gli eserciti iraqeno e siriano, ma anche contro gli ex alleati ribelli, ai quali avevano preso l’intera regione di Raqqa e quella di Deyr al zour ( fatta eccezione di parte della città,  occupata ancora dal’esercito siriano ), soltanto in Siria.

Eppure   nel 2016 un funzionario che desiderava rimanere anonimo,  rivelerà al Afp (associazione stampa libera ), che erano oltre 50 Mila i miliziani del Isis uccisi dai soli raid della Coalizione ! (http://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2016/12/10/news/isis-stato-islamico-iraq-siria-110273/) (http://www.lastampa.it/2016/02/10/esteri/diminuiscono-i-miliziani-dellisis-in-siria-e-iraq-aumentano-in-libia-M04Dg9EcOptLZZ4MeE8qiO/pagina.html)

Praticamente dei 31 mila vivi nel 2014, 50 mila erano successivamente uccisi dalla sola Coalizione,  e ne sarebbero rimasti appena 15 o 25 mila secondo questo funzionario.

Quei 15/25MILA  che a oggi 27/01/2017 resistono ad Al Bab contro l’esercito turco, assediano Deyr al zour,  hanno riconquistato Palmyra,  tengono ancora la metà di Mosul, nonostante i 3 mesi di offensiva di decine di migliaia di iraqeni e curdi, supportati anche dalla coalizione, contrastano l’avanzata curda nei pressi della diga di Raqqa regione, controllano il quartiere di yarmouk a Damasco mantengono una presenza nel Qalamon, controllano un settore della regione di Dara, sono presenti in Est Hama e Nord Sweyda, possiedono cellule dormienti in ogni zona della Siria e di quasi tutto l’Iraq.

In sostanza  dei Rambo, visto che hanno  contro una stima di 550 mila nemici in Siria secondo una stima estratta da Wikipedia,  molto al  ribasso rispetto ai miei dati, ma che prenderò come termine di paragone (https://it.m.wikipedia.org/wiki/Guerra_civile_siriana), e 830 mila iraqeni,  decine di migliaia di Peshmerga curdi, contingenti turchi e russi, più gli aerei e le truppe speciali della coalizione a guida Usa. (http://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2016/12/10/news/isis-stato-islamico-iraq-siria-110273/) ( http://www.lastampa.it/2016/02/10/esteri/diminuiscono-i-miliziani-dellisis-in-siria-e-iraq-aumentano-in-libia-M04Dg9EcOptLZZ4MeE8qiO/pagina.html0

Un’affermazione che da sola avrebbe dovuto far riflettere sulla credibilità dei numeri che C.I.A  e Pentagono fanno circolare. Tralasciando che nei 2 anni indicati, senza ombra di dubbio, Isis ha perso piu uomini in combattimento contro le forze NON aderenti alla coalizione(Siria, Iraq, Hezbollah,  Russia ),  e le  forze terrestri confinanti quali Ypg e ribelli, che non i saltuari raid della coalizione Usa . Per comprensione potreste usare i dati dell’opposizione siriana,  come quelli del S.O.H.R. , che di certo non è interessato a fare propaganda al regime siriano, e vedreste che in dicembre 2014, cioè 4 mesi dopo l’inizio dei raid americani (e alleati ) , il numero di raid contro postazioni e territori Isis in Siria, era inferiore a quello dell’aviazione siriana compiva in 2 soli mesi (http://www.analisidifesa.it/2014/12/quasi-2-500-raid-aerei-siriani-in-50-giorni/).

Coalizione che pare essere carente anche di personale in grado di leggere le cartine e pianificare le missioni,  stando almeno allo stesso dipartimento di stato, visto che per errore (cosi affermano ), bombardavano la collina di Jabal Tardhe,  avamposto strategico in Deyr al Zour, sotto controllo risaputo  del’esercito siriano,  uccidendo circa 80 soldati lealisti, invece dei combattenti Isis (http://www.repubblica.it/esteri/2016/09/17/news/siria_raid_usa_strage_soldati-147988020/)

Soltanto chi monitora  il conflitto da un punto di vista prettamente  militare,  come il sito  ” Analisi e Difesa “, si è preso la briga di ridicolizzare le stime fornite (http://www.analisidifesa.it/2016/12/o-gli-usa-mentono-o-lisis-e-immortale/).  La stampa,  i servizi e  i politici, non  amano invece  ricordare i  loro errori. Non stupisce quindi, che nonostante  sbandierate offensive debbano partire per Raqqa fin del 2015, Raqqa sia ancora controllata dai 15/25 mila immortali  miliziani che restano al Isis, secondo C.I.A. e dipartimento di stato, e anzi  contrattacchino persino, tanto da riprendersi Palmyra in dicembre. (http://www.lastampa.it/2015/11/18/esteri/cos-nasce-la-grande-offensiva-anticaliffato-cSX50uQZwwKGCB3zn9arCO/pagina.html)(http://www.huffingtonpost.it/2016/11/06/offensiva-raqqa_n_12826140.html)

D’altronde, i Servizi americani e i giornali, non sono Nemmeno in grado di capire quando un singolo miliziano è ancora vivo,  oppure è morto, vedi il caso di Abu Omar Al shishany (che è anche un nome di battaglia talmente diffuso, dal causare parecchia confusione negli impiegati dell’Intelligence.

 

“Morte, presunte morti e smentite, Abu Omar Al shishany”

 

È ufficialmente morto il 14 luglio 2016, quando l’agenzia di stampa Amaq, legata allo Stato Islamico, ha confermato la morte di al-Shīshānī, attribuendola alle ferite riportate in combattimento nella città di al-Shirqat, nel governatorato di Salah al-Din in Iraq.[23] Lo Stato Islamico stesso, ha ammesso l’uccisione di al-Shīshānī, giurando vendetta.[24]

Non è la prima volta tuttavia che al-Shīshānī viene dichiarato morto o catturato, per poi ricomparire: fu dato per deceduto la prima volta a novembre 2014 nel Caucaso,[25] poi in Iraq a giugno 2015,[26] e poi dichiarato catturato dalle United States Army Special Forces a Kirkuk nel dicembre 2015.[27] Shīshānī fu creduto morto ancora una volta il 14 marzo 2016 in seguito alle gravissime ferite riportate dieci giorni prima quando il suo convoglio fu colpito da un raid aereo americano presso al-Shaddadeh, una cittadina strategica fra Siria ed Iraq, attaccata dai peshmerga.[2] Queste ipotesi tutte rivelatesi evidentemente false.

 

” servizi si , ma di chi ? “

È la conclusione naturale di chiunque rifletta un minimo sul contesto. Abbiamo servizi di Intelligence che non sono apparentemente in grado di prevedere chi colmera’ il vuoto di potere lasciato nelle zone di conflitto,  che non sono nemmeno nelle condizioni di sapere cosa faranno i miliziani addestrati e armati, una volta entrati nel territorio della missione ( https://pjmedia.com/homeland-security/2016/09/16/shock-video-us-backed-moderate-free-syrian-army-rebels-threaten-to-kill-embedded-us-special-forces/) e che si affidano a personale interno, che una volta in loco, cambia bandiera, come nel caso del agente dei servizi francesi,  di origine magrebina, che mandato in Siria per fornire sostegno agli insorti e combattere l’esercito siriano (e presumibilmente infiltrare gli stessi jhadisti ) ha finito per passare con i qaedisti,  finendo alla testa del gruppo Khorassan. Per quell’episodio, La Francia fu poi costretta a chiedere agli Usa, di bombardare l’ex agente transfuga, divenuto nel frattempo molto pericoloso a causa della sua consocenza di figure e dinamiche e dei servizi segreti francesi (http://www.corriere.it/esteri/14_ottobre_06/anche-007-francese-traditore-bersagli-raid-usa-siria-2f3fd166-4cdb-11e4-8c5c-557ef01adf3d.shtml).

Forse bisognerebbe iniziare a comprendere che i servizi segreti non sono al servizio dei cittadini dei propri paesi, e non operano per ridurre le minaccie nel mondo, ma sono semplici dipendenti , pagati ovviamente con i soldi degli spettatori,  che rispondono agli azionisti del più grande Circo del mondo, quello della Guerra.

In video il generale in pensione ed esperto di contro insurgenza e psi.ops, Paul Vallely in Aleppo nel 2014.

 

LA “GUERRA UMANITARIA”.

In questo breve documento video, sono spiegati i meccanismi della giustizia internazionale, e come è possibile manipolarli.
Vedremo il lavoro sporco della LLHR la “lega libica dei  diritti umani”.E’ da notare l’ intervista al suo segretario generale SLIMAN BOUCHUIGUIR. Tenete a mente questo nome, è uno degli ASSASSINI che hanno fabbricato le false prove che hanno portato alla guerra.
Guardate le sue risposte vaghe, a delle domande precise. Notare il balletto dei numeri, parla di 18000 morti, poi di 6000, riferiti da MAHMOUD JIBRIL. Si lo stesso jibril del CNT, cioé i RATTI che ora occupano la Libia.
Sembra di sentire le vecchie comari di paese, cioè: IO dico che TIZIO è cornuto; la voce gira, lo viene a sapere CAIO che vi aggiunge del suo, lo riferisce a SEMPRONIO,( che a sua volta aggiunge qualcosa), e poi lo ridice a ME. risultato? TIZIO è davvero cornuto.
Che bella giustizia…….. COMPLIMENTI.

 

Hillary e Google fomentarono la guerra fra sciiti e sunniti in Siria per favorire Israele

killary

di Alfredo Jalife-Rahme

Lo scrutinio delle 50 mila e-mail di Hillary Clinton, dirottate illegalmente dal suo server privato, confermano quanto sia stata settaria la sua politica estera, che pregiudica i superiori interessi geostrategici degli Stati Uniti, quando era stata segretaria  del Dipartimento di Stato come ostaggio degli interessi borsistici della vilipendiata banca di investimento Goldman Sachs e del sinistro megaspeculatore George Soros (presunto prestanome dei banchieri schiavisti Rothschild) con il fine di favorire Israele e di distruggere il mondo arabo e persiano.

Adesso 147 agenti dell’FBI analizzano le sue e-mail con 52 mila pagine divulgate dal Dipartimento di Stato, mediante le quali, la pugnace Hillary ha potuto mettere a rischio la “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti e che le possono complicare il suo percorso verso la “nomination” per il Partito Democratico, che sembrava irresistibile e questo ha  rimesso in gioco, con una  sorprendente quanto vigorosa ripresa, il  “socialista” Bernie Sanders (un ammirevole ebreo azaro antisionista ed anti Wall Street).

Wikileaks ha filtrato  52 mila pagine di e-mail private di Hillary che dimostrano la sua stretta relazione con i banchieri nordatlantici Rothschild y Rockefeller.
In una e-mail perturbatrice, Hilary aveva benedetto l’invasione fatta dagli USA in Libia con il fine di impedire il lancio della moneta dinaro-oro, la nuova divisa libertaria progettata da Muammar Gheddafi, che avrebbe messo in difficoltà il dollaro statunitense e gli interessi francesi in Africa, senza contare il sacchggio delle riserve di acqua e del gas del paese nordafricano, oggi totalmente squartato  in conseguenza del “fallito” intervento militare della NATO.

Il Dipartimento di Stato ha svelato anche, dal server privato di Hillary,  una comunicazione in cui lei  desidera il rovesciamento del presidente siriano Bashar al-Assad per beneficiare Israele, dove la ex cancelliera commette il grave errore di prospettiva di affermare che la Russia non sarebbe intervenuta, cosa che si è dimostrata del tutto erronea, quando la zar Vladimir Putin, adesso,  alla fine dei fatti di oggi, si sta dimostrando il grande trionfatore in Siria, cosa che ha obbligato il segretario di Stato John Kerry, nel lasso di un anno, a fare tre viaggi in Russia- una umiliazione simile a quella di Canossa dell’imperatore Enrico IV davanti al Papa Gregorio VI nel 1077- a trattare i contenziosi dell’Ucraina e della Siria che posizionano, che lo si voglia o no, la status di grande potenza di Mosca.

Hillary asserisce che “il miglior modo di agevolare  Israele affinchè  possa affrontare la crescente capacità nucleare dell’Iran è quello di aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Assad, visto che la relazione strategica tra l’Iran e il regime di Bashar Al- Assad costituisce una minaccia alla sicurezza di Israele”. Vedi:Hillary Clinton E-mail archive
Dalla creazione dello stato razzista/apartheid di Israele nel 1948, grazie all’appoggio di tutti i banchieri Rotschild, tutto quello che non si assoggetta ai suoi interessi misantropi e settari viene indicato in modo strumentale come una “minaccia alla sua sicurezza”.

Hilary, la donna dal “grilletto facile”, minacciò di assassinare Bashar al-Assad e la sua famiglia come fece con Gheddafi: “con la sua vita e quella della sua famiglia a rischio, soltanto la minaccia dell’uso della forza cambierà la mente del dittatore siriano BAshar Assad “. Si ricorda che Gheddafi fu sodomizzato (letteralmente) con l’atroce benedizione di Hillary.
Per Hillary “rovesciare Assad non soltanto sarebbe una benedizione di massa per la sicurezza di Israele, ma faciliterebbe la paura comprensibile di Israele di perdere il suo monopolio nucleare”.

“Di quale privilegio celestiale gode Israele per essere l’unico paese che dispone armi nucleari in tutto il Medio Oriente, a detrimento di tutti gli altri paesi sottomessi al suo ricatto atomico?
Secondo Hillary, “quando Assad se ne sia andato, l’Iran già non sarà più in grado di minacciare Israele mediante i suoi alleati, è possibile che gli USA ed Israele possano concordare delle linee rosse quando il programma dell’Iran abbia attraversato un livello inaccettabile”.
Mentre Obama si lava le mani del grave errore degli Stai Uniti in Libia – che gira alla Gran Bretagna ed alla Francia- . per Hillary “l’operazione Libia non ha avuto conseguenze durature per la regione”. E come!

Oggi la Libia, in piena fase di balcanizzazione, ha acceso il fuoco della destabilizzazione migratoria al sud di Europa e opera già come il nuovo centro nordafricano degli jihadisti che iniziano ad abbandonare il teatro di battaglia in Siria ed in Iraq dopo aver compiuto la loro  missione.

La geniale idea di Hillary era quella che “Washington dovrebbe iniziare ad esprimere la sua volontà per lavorare con i suoi alleati regionali come Turchia, Arabia Saudita e Qatar per organizzare, addestrare ed armare le forze ribelli siriane” quando ” i funzionari russi hanno già ammesso che non ostacoleranno un intervento”. Pensate che modo di sbagliarsi!”
Rudy Giuliani, già sindaco di New York, ha fustigato la Clinton affermando che “Hillary potrebbe essere considerata membro fondatore degli jihadisti visto che era lei il Segretario di Stato durante il ritiro dall’Iraq  dell’Amministrazione Obama”.

Lasciamo da parte il collegamento dei conti  Twitter degli jihadisti dell’ISIS con il governo della Gran Bretagna per riferire come Google, che fa parte del GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) all’unisono di Hillary, cercava di rovesciare Assad appoggiando i ribelli siriani, in accordo con le comunicazioni presentate da Wikileaks, dove l’israeliano statunitense Jared Cohen (oggi direttore di Google ed in precedenza alla Segreteria di Stato USA) avvisa i funzionari di Hillary che ” la sua equipe pianifica di lanciare un applicazione (…) che individuerà e mapperà in modo pubblico le diserzioni in Siria da quali parti siano di provenienza del governo”, in associazione con la televisione qatariota Al Jazeera, che sarà la proprietaria dell’applicazione con cui ritrasmetteremo in Siria”, cosa che riteniamo possa avere un impatto importante”. Vedi: Unclassified US. Department of State

La sinergia golpista tra le televisioni e gli apparentemente innoqui motori di ricerca.
Julian Assange, fondatore di Wikileaks, nel suo librio “Quando Google incontro Wikeleaks”, aveva segnalato l’israelita-statunitense Jared Cohen come “il direttore di Google per il cambio di regime”.

In altra comunicazione i servizi di intelligenze della GB, Fancia e di Israele, osservano “un lato positivo della guerra civile in Siria”, già che la caduta di Assad potrebbe scatenare molto bene una guerra settaria tra gli sciiti e la maggioraza del sunniti nella regione, intrappolando l’Iran, cosa che, nell’ottica dei comandanti israeliani, non sarebbe un effetto negativo  per Israele ed i suoi alleati occidentali”, anzi una questione  che potrebbe giocare un fattore decisivo nella eventuale caduta del governo dell’Iran”.

Il grave difetto degli allucinanti schemi bancari israeliti-anglosassoni di Wall Street/la City e le loro marionette politiche negli Stati Uniti e nella  la G.B, è che Israele, incapsulato nella sua attitudine razzista, potrebbe spaventare con la sua armatura clandestina di 400 bombe nucleari, ma difficilmente potrebbe essere accettato se non si universalizza e di civilizza.

Fonte: Alfredo Jalife Rahme

Traduzione: Manuel De Silva

( http://www.controinformazione.info/hillary-e-google-fomentarono-la-guerra-fra-sciiti-e-sunniti-in-siria-per-favorire-israele/ )

la Libia che non si legge sui giornali.

di Guido Nardo Ingegnere Gruppo ENI commento letto su Conflittiestrategie

Sono stato in Libia, da lavoratore, fino al 21 febbraio scorso quando, costretto dagli eventi, ho dovuto abbandonarla con l’ultimo volo di linea Alitalia.

Ho avuto modo di conoscere gran parte del Paese, da Tripoli a Bengasi, a Ras Lanuf a Marsa El Brega a Gadames, non frequentando gli ambienti dorati, ovattati e distaccati dei grandi alberghi, ma vivendo da lavoratore tra lavoratori e a quotidiano contatto con ambienti popolari, sempre riscontrando cordialità e sentimenti di amicizia per certi versi inaspettati e sorprendenti. Non era raro per strada sentirsi chiedere di poter fare assieme una fotografia da chi si accorgeva di stare incrociando degli italiani, peraltro numerosissimi anche per le tantissime imprese che vi operavano, dalle più grandi (ENI, Finmeccanica, Impregilo ecc.) alle più piccole (infissi, sanitari, rubinetterie, arredamenti ecc.), in un ambiente favorevolissimo, direi familiare…

Da quello che ho potuto constatare il tenore di vita libico era abbastanza soddisfacente: il pane veniva praticamente regalato, 10 uova costavano l’equivalente di 1 euro, 1 kg di pesce spada cira 5 euro, un litro di benzina circa 10 centesimi di euro; la corrente elettrica era di fatto gratuita; decine e decine di migliaia di alloggi già costruiti e ancora in costruzione per garantire una casa a tutti (150-200 m2 ad alloggio….); l’acqua potabile portata dal deserto già in quasi tutte le città con un’opera ciclopica, in via di completamento, chiamata “grande fiume”; era stata avviata la costruzione della ferrovia ad alta velocità e appaltato il primo lotto tra Bengasi e il confine egiziano della modernissima autostrada inserita nell’accordo con l’Italia; tutti erano dotati di cellulari, il costo delle chiamate era irrisorio, la televisione satellitare era presente sostanzialmente in ogni famiglia e nessun programma era soggetto a oscuramento, così come internet alla portata di tutti, con ogni sito accessibile, compreso i social network (Facebook e Twitter), Skype e la comunicazione a mezzo e-mail.

Dalla fine dell’embargo la situazione, anche “democratica”, era migliorata tantissimo e il trend era decisamente positivo: i libici erano liberi di andare all’estero e rientrare a proprio piacimento e un reddito era sostanzialmente garantito a tutti.

Quando sono scoppiati i primi disordini, la sensazione che tutti lì abbiamo avuto è stata quella che qualcuno stava fomentando rivalità mai sopite tra la regione di Bengasi e la Tripolitania, così come le notizie che rilanciavano le varie emittenti satellitari apparivano palesemente gonfiate quando non addirittura destituite da ogni fondamento: fosse comuni, bombardamenti di aerei sui dimostranti ecc.

Certamente dal punto di vista democratico i margini di miglioramento non saranno stati trascurabili, del resto come in tanti altri paesi come l’Arabia Saudita, la Cina, il Pakistan, la Siria, gli Emirati Arabi, il Sudan, lo Yemen, la Nigeria ecc. ecc… e forse anche un po’ da noi! Pertanto prima o poi qualcuno dovrà spiegare perché in questi Paesi non si interviene…

Sono triste e amareggiato al pensiero di come sarò considerato dagli amici libici che ho lasciato laggiù dopo questa scellerata decisione di stupidissimo interventismo!

Guido Nardo
Ingegnere Gruppo ENI

Preso da: http://appelloalpopolo.it/?p=2914

Obama ha aiutato l’isis

È il 22 settembre del 2016 e a New York, nella sede della Missione olandese alle Nazioni Unite, si svolge una riunione riservata; anzi riservatissima. Il Segretario di Stato dell’amministrazione Obama, John Kerry, s’incontra a porte chiuse con un gruppo di dissidenti siriani anti-Assad. Oggetto della discussione: provare a capire i possibili sviluppi della guerra e definire il ruolo degli Stati Uniti. La riunione viene registrata segretamente da uno dei presenti ed il suo contenuto è oggi integralmente reso libero da Wikileaks e accessibile sul web.


Il contesto

In quei giorni Washington e Mosca si erano accordati per un “cessate il fuoco” che avrebbe dovuto consentire interventi umanitari per Aleppo e definire meglio sul terreno la distinzione tra ribelli moderati e combattenti jihadisti. Ma quattro giorni prima di questa riunione, gli aerei americani avevano violato il cessate il fuoco bombardando (ufficialmente “per errore”), le postazioni dell’esercito arabo-siriano a Deir Ezzor, uccidendo 60 soldati di Assad che difendevano con i denti l’accerchiamento della sacca strategica dai mercenari dell’Isis.

 

Secondo un articolo del New York Times pubblicato il 30 settembre (di cui parleremo in seguito) la riunione vedeva attorno al tavolo circa 20 persone: oltre a Kerry e al suo staff, i rappresentanti di quattro gruppi anti-Assad che fornivano soccorso e servizi medici nelle zone controllate dai ribelli (tra i quali è facile immaginare anche i leggendari Elmetti Bianchi di cui abbiamo parlato qui) e diplomatici di almeno tre o quattro paesi della coalizione a guida Usa. Come scrive il quotidiano, la registrazione fu fatta “da un partecipante non-siriano e confermata nella sua autenticità da parecchi altri presenti”.

La rivelazione

Nel colloquio John Kerry esprime frustrazione per l’impossibilità degli Usa di intervenire direttamente nel conflitto siriano; mentre la Russia può farlo perché ha avuto la richiesta diretta del governo di Assad (che è appunto il governo legittimo).
Ma c’è un passaggio incredibile che svela il doppio gioco adottato in Medio Oriente dall’amministrazione Obama: dal minuto 26 della registrazione si sente Kerry affermare: “La ragione per cui la Russia è intervenuta in Siria è perché l’Isis stava diventando sempre più forte e minacciando Damasco… per questo la Russia è intervenuta perché non volevano un governo Daesh”. E poi la parte più sconvolgente: “Noi sapevamo che l’Isis stava crescendo, lo stavamo osservando. Noi abbiamo visto che Daesh cresceva in forza e abbiamo pensato che questo avrebbe potuto minacciare Assad costringendolo a negoziare… ma invece di negoziare lui ha ricevuto l’aiuto di Putin…”

In altre parole, Kerry conferma che mentre l’obiettivo della Russia era combattere l’Isis, l’obiettivo degli Usa era combattere Assad anche con l’aiuto dell’Isis. Per l’amministrazione Obama sia nella gestione estera Clinton che Kerry, i tagliagole dell’Isis, l’espansione del Califfato, le stragi in Europa, il dramma profughi sono stati, tutto sommato, mali minori rispetto all’obiettivo primario: abbattere Assad e completare l’effetto domino iniziato con le Primavere Arabe, con la guerra in Libia e con il caos mediorientale. Le parole di Kerry svelano il grande imbroglio della retorica sulla “guerra al terrorismo” di Obama in questi anni.

New York Times e Cnn

E arriviamo al ruolo dei media democratici. Il New York Times riceve la registrazione della riunione per primo e ne dà notizia in un articolo del 30 Settembre 2016. Ma cosa fa il grande giornale liberal, campione di moralismo e di retorica sulla libera informazione? Censura la parte più compromettente pronunciata da John Kerry; nell’articolo inserisce parti dell’audio ma, guarda caso, non questa, che doveva essere così imbarazzante da non venire riportata neanche nel resoconto della riunione. Alla Cnn fanno anche peggio: pubblicano in un primo tempo sul sito l’intero file audio ma poi lo cancellano (una volta resisi conto del reale contenuto della registrazione) sostituendolo con un breve servizio, adducendo motivi legati al rischio di identificazione dei presenti.

Conclusione

La registrazione non conferma quello che Donald Trump ha ripetuto in campagna elettorale: e cioè che Obama ha creato l’Isis. Ma sicuramente conferma che Obama non ha mai combattuto realmente l’Isis; ma al contrario, lo ha usato per il proprio disegno di destabilizzazione del Medio Oriente.

D’altro canto, se dietro l’Isis non c’era lo zampino della Cia di Obama, sicuramente c’era quello dei suoi alleati sauditi come rivelò la stessa Hillary Clinton, in una mail svelata da Wikileaks, dove la candidata democratica, mentre riceveva milioni di dollari di finanziamento dalle oscurantiste monarchie del Golfo per la sua Fondazione, ammetteva che l’Arabia Saudita (e il Qatar) finanziavano l’Isis.

La vera ragione dell’opposizione senza precedenti a Donald Trump è proprio questa: un Presidente eletto ma non controllabile dal sistema di potere che ha governato l’America in questi anni (quello della Cia, di Soros e di Goldman Sachs), potrebbe svelare il vero volto dell’élite criminale che ha governato l’America in questi anni e di cui Obama è stato il volto pulito ed ecumenico.

@GiampaoloRossi

Sorgente:http://www.occhidellaguerra.it/obama-aiutato-lisis

quello che ho visto in Libia nel 2011

Le vere ragioni della guerra alla Libia

Testimonianza di Paolo Sensini – fine aprile 2011

«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza»
George Orwell, La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico,
in 1984 (parte ii, capitolo 9)
Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la cosiddetta «rivolta delle popolazioni libiche». Poco prima, il 14 gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987.
È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre trent’anni, il dominus incontrastato del suo paese, tanto da guadagnarsi l’appellativo non proprio benevolo di «faraone». Eventi che la stampa occidentale ha subito definito, con la consueta dose di sensazionalismo spettacolare, come «rivoluzione gelsomino» e «rivoluzione dei loti».
La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi, aiutati in quest’ultimo caso dall’intervento oltre confine di reparti dell’esercito dell’Arabia Saudita, reagiscono molto violentemente contro il dissenso popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la riforma della costituzione.
Due mesi in cui, una volta poste in standby le vicende di Tunisia ed Egitto, tutti i grandi media internazionali hanno concentrato il loro focus sull’«evidente e sistematica violazione dei diritti umani» (Risoluzione 1970 adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’onu il 26 febbraio 2011) e sui «crimini contro l’umanità» (Risoluzione 1973 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo 2011) perpetrati da Gheddafi contro il «suo stesso popolo».

Una risoluzione, quest’ultima, priva di ogni fondamento giuridico e che viola in maniera patente la Carta dell’onu. Si tratta insomma di un vero e proprio pateracchio giurisprudenziale in cui una violazione ne richiama un’altra: la «delega» agli Stati membri delle funzioni del Consiglio di Sicurezza è a sua volta collegata alla «no-fly zone», che è anch’essa illegittima al di là di come viene applicata, perché l’onu può intervenire ai sensi dell’articolo 2 e dello stesso Capitolo vii della Carta di San Francisco solo in conflitti tra Stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al loro «dominio riservato». Ma questa è storia vecchia: la prima no-fly zone (anch’essa illegale) risale al 1991, dopo la prima guerra all’Iraq, da cui si può far decorrere la crisi verticale del vecchio Diritto Internazionale sostanzialmente garantito dal bipolarismo Est-Ovest scomparso a cavallo tra i decenni Ottanta e Novanta del secolo scorso.
Ma torniamo ai momenti salienti della cosiddetta «primavera araba». Se nel caso tunisino ed egiziano le cancellerie occidentali si erano dimostrate molto prudenti circa i possibili sviluppi politici, economici e militari di questi paesi, con il riacutizzarsi dell’antagonismo storico tra la Cirenaica da un lato, dove si concentrano le maggiori ricchezze petrolifere della Libia, e la Tripolitania e il Fezzan dall’altro, potenze come Francia, Stati Uniti e Regno Unito si trovano subito concordi nel sostenere «senza se e senza ma» i rivoltosi in buona parte composti da islamisti radicali (particolarmente numerosi sarebbero i «fratelli musulmani» provenienti dall’Egitto, gli jihadisti algerini e gli afghani) capeggiati da due alti dignitari del passato governo libico come l’ex ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil e dall’ex ministro dell’Interno, il generale Abdul Fatah Younis, oltre che da nostalgici di re Idris i, deposto militarmente da Gheddafi e dagli ufficiali nasseriani il 1° settembre 1969.
O, per essere ancora più precisi, come continua sistematicamente a ripetere il colonnello fin dall’inizio nei suoi accalorati speech alla nazione, una rivolta monopolizzata in gran parte da appartenenti ad «Al-Qāʿida». Già prima che l’insurrezione infiammasse la Cirenaica, tuttavia, manipoli di truppe scelte occidentali, con alla testa gli inglesi dei sas, operavano segretamente in loco, con lo scopo di addestrare e organizzare militarmente le fila dei ribelli. Contemporaneamente, in maniera non ufficiale, alcuni paesi occidentali, Francia e Gran Bretagna in primis, rifornivano gli insorti di armi e automezzi che avrebbero dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli.
Così, subito dopo i primi momenti in cui filtrano notizie piuttosto confuse e contraddittorie circa gli sviluppi della situazione sul campo, la Francia, alle ore 17,45 di sabato 19 marzo, due giorni dopo la promulgazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza onu 1973, rompe gli indugi e anticipa le mosse della «Coalizione dei volenterosi», in accordo con usa e Gran Bretagna, cui si aggiungono presto Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia, Danimarca e Canada.
Per «proteggere la popolazione civile» di Bengasi e Tripoli dalle «stragi del pazzo sanguinario Gheddafi», il presidente francese Nicolas Sarkozy impone una no-fly zone ma – per carità, questo no – senza alcuna intenzione di detronizzare il «dittatore», ponendosi così di fatto come il capofila con l’operazione «Alba dell’Odissea», che ha portato finora a compimento più di ottocento missioni d’attacco.
È quanto assevera anche l’ammiraglio americano William Gortney, secondo cui il colonnello «non è nella lista dei bersagli della coalizione» pur non escludendo che possa venire colpito «a nostra insaputa». Anche il capo di stato maggiore britannico, sir David Richards, nega che l’uccisione di Gheddafi sia un obiettivo della coalizione perché la risoluzione dell’onu «non lo consentirebbe».
La scelta degli alleati non può dunque che essere per i «ribelli», così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori pesanti montati su pick-up a beneficio delle telecamere. Tuttavia la loro entità si è mostrata subito risibile, limitata e di poco peso nel Paese. Anche addestrata e armata fino ai denti, quella degli insorti rischia di rimanere un’armata Brancaleone che continuerà a infrangersi contro lo scoglio rappresentato dall’esercito fedele a Gheddafi, senza oltretutto godere dell’appoggio di larga parte della popolazione. E portare a termine una «rivolta popolare», senza essere sostenuti dall’appoggio del popolo, risulta impresa assai ostica oltre che originale.
Anche l’istituzione su loro richiesta di un fantomatico governo ombra denominato pomposamente Consiglio nazionale di transizione (cnt) e prontamente riconosciuto come legittimo dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, ha fatto sì che alcuni stati occidentali inviassero ufficialmente elementi di spicco dei propri eserciti con il compito di «addestrare gli insorti». Inoltre è stato reso ufficiale anche il rifornimento di armi e mezzi contro pagamento in petrolio, che prima avveniva segretamente.
La loro forza, come hanno scritto giornalisti inglesi, «sta interamente nel sostegno, politico e militare, di cui godono sul piano internazionale». Quanto a formare un governo funzionante, e soprattutto a conquistare qualche parvenza di vittoria – anche sotto il riparo della no-fly zone – ne sono del tutto incapaci.
Insomma, un’operazione dal sapore epico e romantico soltanto nel nome, ma nella sostanza un attacco militare in piena regola alla sovranità della Gran Jamahiriya Araba Libica Socialista.
 I motivi della guerra raccontati dai grandi mezzi di comunicazione
Ma che cosa ha potuto realmente giustificare, al di là delle fumisterie mediatiche che sono state riversate in grandi dosi sulla pubblica opinione, la pretesa di una simile ingerenza armata contro il governo di Tripoli travestita da «intervento umanitario»?
Come sempre accade in simili casi, il tutto ha preso l’abbrivio da una potente campagna mediatica in cui, senza alcuna evidenza di prove ma solo in virtù di una ripetizione a nastro dello stesso messaggio, si è stabilito fin dal principio che «Gheddafi aveva fatto bombardare gli insorti a Tripoli» uccidendo «più di 10.000 persone». Una «notizia» di cui inizialmente si sono fatti latori i due più importanti media del mondo arabo: Al Jazeera e Al Arabiya, considerati una sorta di cnn del Vicino e Medio Oriente. Parliamo quindi d’informazioni provenienti direttamente dall’interno di quel mondo arabo controllato rispettivamente dalle aristocrazie sunnite del Qatar e di Dubai.
Dopo l’iniziale lancio informativo, il numero di «10.000 persone fatte bombardare da Gheddafi» è immediatamente rimbalzato su tutti i media internazionali fino a diventare un «fatto» indiscutibile quasi per postulato, anche se non vi era nessuna immagine o prova tangibile che potesse suffragare una simile carneficina. A supporto di tale onirismo informativo venivano poi presentate le immagini di supposte «fosse comuni» in cui erano stati seppelliti nottetempo, sempre secondo i corifei della disinformazione di massa, coloro che erano periti sotto i bombardamenti ordinati dal «dittatore pazzo e sanguinario». Tuttavia, com’è poi emerso quasi subito, si trattava d’immagini fuorvianti e decontestualizzate, visto che ciò che si mostrava al pubblico occidentale erano le riprese di un cimitero di Tripoli dove si espletavano le normali operazioni di inumazione dei deceduti.
Ma come ogni spin doctor sa benissimo, ciò che conta per plasmare l’opinione pubblica è la prima impressione che essa ne riceve, e che imprime il messaggio nel cervello in maniera indelebile. È successo per le narrazioni degli eventi storici più importanti, ultimo dei quali è senz’ombra di dubbio il capolavoro spettacolare passato alla storia come gli «attentati terroristici di Al-Qāʿida dell’11 settembre 2001».
Non poteva dunque che essere così anche in questo caso, dove la prima versione mediatica propalata con solerzia gobbelsiana ha ripetuto in continuazione la favola dei «10.000 morti» e del «genocidio» compiuto dal «dittatore pazzo e sanguinario» senza nessuna evidenza di prove, ma facendo leva unicamente sulla pura e ininterrotta circolazione dello stesso messaggio.
Fin da quei primi momenti, il mantra recitato infinite volte nelle redazioni del Big Brother è stato unicamente questo, diventando da subito la Versione Ufficiale. Non vi era più dunque nessuno spazio residuo per il dubbio, almeno sui grandi circuiti dell’informazione, giacché il fatto conclamato s’imponeva da sé, quasi per motu proprio. Il resto era solo dietrologia o, horribile dictu, nient’altro che «complottismo».
Un altro elemento che ha giocato un ruolo decisivo, anche in termini di avallo dei conflitti bellici degli anni passati, è stata poi la pressoché totale adesione della «sinistra» in quasi tutte le sue declinazioni – da quella moderata fino alle propaggini più estreme – alla Versione Mediatica Ufficiale, che nel caso italiano comprendeva anche la voce infondata su ipotetici «campi di concentramento» o «lager» destinati agli immigrati neri provenienti dalle zone subsahariane. Una specie di riflesso pavloviano che ha portato, senza alcun tipo di vaglio o discernimento critico e, cosa ancora più grave, senza neppure porsi la questione di chi fossero realmente «gli insorti di Bengasi», a fornire una sorta di tacito avallo alle operazioni dei manovratori. Il che, di fatto, ha agevolato la strada a quei poteri internazionali che lavoravano da tempo per un intervento militare contro la Libia.
Partenza per la Libia
Per tutte queste ragioni, o forse sarebbe meglio dire per la mancanza di esse, una volta offertami la possibilità dal tenore Joe Fallisi di recarmi a Tripoli per verificare insieme a un gruppo di autentici «volenterosi» denominati The Non-Governmental Fact Finding Commission on the Current Events in Libya come stavano realmente le cose, non ci ho pensato due volte e ho deciso immediatamente di prender parte alla spedizione.
Dopo essere arrivati nel tardo pomeriggio del 15 aprile a Djerba con un volo da Roma in ritardo di più di tre ore sull’orario prefissato, il viaggio in territorio libico ci ha presentato subito la dura realtà di uno scenario militare costellato da centinaia di posti di blocco che coprivano l’intero tracciato dal confine tunisino fino a Tripoli. Ma una volta giunti alle porte della capitale il contesto che si profilava angoscioso in quelle prime lunghe ore di viaggio muta di colpo in uno scenario di piena normalità. E anzi troviamo una metropoli perfettamente in ordine, bella, molto ben tenuta e senza alcun segno tipico di uno stato di guerra incipiente. Già questo primo impatto contraddiceva in nuce i racconti dei giornalisti embedded che avevano descritto con sussiego gli scenari caotici, foschi e sanguinolenti delle «stragi» volute dal raìs.
La prima sensazione che ho avuto la mattina del 16 aprile mentre attraversavamo le strade di Tripoli diretti verso il Sud-Est del paese, è stata quella di un forte appoggio popolare nei confronti di Gheddafi, un appoggio pieno, passionale e incondizionato, e non certo di «risentimento e ostilità della popolazione» nei suoi confronti come strillavano da settimane i media. Del resto, come fa giustamente rilevare l’analista politico Mustafà Fetouri, «una delle conseguenze inattese dell’intervento militare in Libia è quella di aver rafforzato la credibilità del regime conferendogli ancora più forza e legittimità nelle zone sotto il suo controllo. In più ora, dopo l’aggressione, ha ripreso massicciamente a battere il vecchio tasto sull’antimperialismo».
Arrivati nella città di Bani Waled, a circa 125 km a sud di Tripoli all’interno di un vasto distretto montagnoso, la nostra delegazione viene accolta calorosamente dai responsabili della locale Facoltà di ingegneria elettronica. Questo territorio ospita la più grande Tribù della Libia, i Warfalla o Warfella, che con i suoi 52 Clan e all’incirca un milione e cinquecentomila effettivi rappresenta la più grande Tribù della Tripolitania, dove si trova il 66 per cento della popolazione libica (nella Cirenaica vive il 26-27 per cento, il resto è nel Fezzan), estendendosi anche nel distretto di Misratah (Misurata) e, in parte, in quello di Sawfajjn.
Ci rechiamo poi nella piazza centrale della città, dov’è in corso una manifestazione contro l’aggressione della Coalizione occidentale nei confronti della Libia. Qui la sensazione avvertita qualche ora prima attraversando la capitale diventa realtà palpabile, e le dimostrazioni d’appoggio incondizionato a favore del leader libico non danno adito ad alcun possibile fraintendimento. Lo slogan che ci accompagna lungo tutto il nostro percorso è Allah – Muʿammar – ua Libia – ua bas! (Allah, Gheddafi, Libia e basta!), che è diventata una specie di colonna sonora scandita un po’ dovunque. Mentre, tra i nemici della Libia, Sarkozy è senz’altro quello più preso di mira e contro il quale si indirizzano la maggior parte degli sberleffi («Down, down Sarkozy!»). Seguono poi gli altri leaders occidentali che si sono distinti nell’aggressione «umanitaria», come il surrealistico Premio Nobel Barck Obama, soprannominato per l’occasione U-Bomba, e via via tutti gli altri.
Veniamo poi condotti in un ampio complesso abitativo circondato da mura, dove siamo accolti dai capi Tribù dei Warfalla, tutti quanti fasciati nei loro tradizionali abiti. Aiutati da interpreti ma anche da un anziano capo clan che parla un buon italiano, ci viene ribadita la stretta alleanza della tribù con Gheddafi e la loro completa determinazione a lottare, nel caso malaugurato fossero invasi militarmente, «fino alla fine». «Se decidessero di invadere la Libia, sapremo noi come rispondere», ci dice uno dei capo tribù brandendo in alto con le sue nodose mani un fiammante kalashnikov. Non c’è nessuna tracotanza nelle sue parole, ma solo la fermissima determinazione a non permettere che il loro paese venga gettato nel caos così com’è avvenuto per il Kosovo, l’Afghanistan e l’Iraq, che dall’occupazione militare anglo-americana sono diventati forse i luoghi più pericolosi della terra e in cui si può morire semplicemente andando al mercato, a un ristorante, in banca o anche solo camminando per strada. Questi i «risultati» a quasi un decennio dai primi interventi umanitari e dalle conseguenti operazioni di Peacekeeping, che oggi qualche zelante «esportatore di democrazia» vorrebbe replicare pure in Libia…
Dovunque ci si muova, sia a Tripoli che nelle sue immediate periferie, la domanda che ci viene continuamente rivolta dalle persone con cui veniamo in contatto è la seguente: «Perché Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli abbiamo fatto? Perché l’Italia, dopo aver stipulato col nostro paese un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo?». Domande sacrosante, a cui le aggressioni militari anglo-americane degli anni scorsi forniscono una risposta fin troppo scontata.
Nei giorni successivi continuiamo le nostre esplorazioni visitando scuole di vario ordine e grado a Tripoli e dintorni, dove ritroviamo le stesse manifestazioni di appoggio e partecipazione. Ciò che stupisce in questi ragazzi, che la stampa occidentale vorrebbe dipingere come scarsamente «emancipati» rispetto ai nostri selvaggi con telefonino, è la piena consapevolezza di ciò che sta avvenendo ai danni del loro paese e il pericolo che incombe sulle sorti della Libia nel caso venisse invasa militarmente. Ma nei loro volti non vi è nessuna arrendevolezza o rassegnazione al fato, quanto invece una ferma volontà di resistere «con ogni mezzo». E anche la voglia di tramutare la pesantezza delle circostanze, per quanto possibile, in momenti di passione condivisa.
Dai sobborghi di Tripoli, dove incontriamo le persone sulle strade, nelle loro abitazioni o sui luoghi di lavoro, passando per i medici feriti durante i bombardamenti e attualmente degenti in ospedale fino agli assembramenti nel cuore pulsante della città, dovunque è la stessa disposizione d’animo verso la leadership del proprio paese e la situazione che, giorno dopo giorno, viene angosciosamente profilata dai bollettini radio-televisivi.
Unico elemento davvero anomalo e per molti versi stupefacente, soprattutto perché stiamo parlando di uno dei grandi paesi produttori di petrolio al mondo, sono le file di chilometri e chilometri di automobili incolonnate ai bordi delle strade, e che cominciano già a formarsi nelle prime ore della notte, in attesa del proprio turno di rifornimento alle stazioni di servizio. Anche questo è un paradosso, uno dei tanti paradossi insensati di cui ogni guerra è prodiga.
Muovendoci in lungo e in largo per la capitale non riscontriamo nessun segno di bombardamenti contro la popolazione libica da parte di Gheddafi, che è poi il motivo scatenante per cui sono state promulgate le due Risoluzioni onu che hanno di fatto aperto la strada all’aggressione militare. Eppure per fare più di «10.000 morti», soprattutto quando si parla di bombardamenti in una grande città come Tripoli, bisogna necessariamente aver prodotto gravi danni urbanistici e lasciato quantità e quantità di indizi disseminati per le strade. Ma questo è un dettaglio che poco importa ai signori dell’informazione: ciò che conta è il panico virtuale creato ad arte, che però sta già sortendo effetti concretissimi.
Gli unici riscontri tangibili di bombardamenti li troviamo invece in alcune località non distanti dai sobborghi di Tripoli, a Tajoura, Suk Jamal e Fajlum, dove a seguito di ripetuti bombardamenti nato hanno trovato la morte oltre quaranta civili. Lo verifichiamo direttamente in loco, quando ci rechiamo nella fattoria in cui sono state sganciate alcune bombe che hanno causato ingenti danni agli edifici prospicienti, e in cui sono ancor ben visibili i frammenti degli ordigni deflagrati. Ne avremo convalida all’ospedale civile di Tajoura, dove ci vengono mostrati dalle autorità mediche i documenti ufficiali che attestano i decessi causati dalle bombe sganciate dalla Coalizione.
La conferma ufficiale della situazione che si è venuta determinando sul terreno ce la fornisce in un incontro all’Hotel Rixos anche Moussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ci illustra la posizione del governo a questo proposito. Dopo aver tracciato un quadro sugli sviluppi bellici e diplomatici negli ultimi due mesi, Ibrahim si domanda perché gli organismi internazionali preposti non abbiamo consentito, prima di dare inizio ai bombardamenti, l’invio in Libia di una missione d’inchiesta per verificare i fatti, come richiesto da Gheddafi a più riprese, e accertare di persona i seguenti punti: 1) la reale dinamica dei fatti su come è nata la ribellione, fin da subito armata; 2) quali sono i suoi veri obbiettivi, se per caso anche secessionisti al di là della bandiera prescelta e del suo apparente leader, l’ex ministro della Giustizia libico Jelil; 3) chi ha bombardato cosa; 4) fino a che punto e attraverso quali canali i ribelli si sono armati; 5) quante sono le vittime civili dei presunti bombardamenti di Gheddafi e di quelle dei cosiddetti “volenterosi”, e così via.
«Eppure – insiste Ibrahim – l’invio in Libia di una simile delegazione per verificare come stanno veramente le cose avrebbe avuto un costo inferiore a quello di un singolo missile da crociera Tomahawk, e di questi missili ne sono stati gettati oltre 250 in questi giorni. Perché questa ipocrisia dell’Occidente nei nostri confronti? Perché non è stata imposta una no-fly zone anche a Israele quando ha bombardato Gaza per oltre un mese senza che nessun paese avesse nulla da eccepire? Perché due pesi e due misure, quando è ormai stato appurato che non abbiamo mai bombardato, e lo ribadisco in maniera fermissima, la nostra popolazione».
Ma una commissione internazionale di osservatori, nonostante le reiterate richieste da parte delle autorità libiche, non è mai stata inviata e si è continuato a salmodiare l’ormai trita versione del «dittatore sanguinario Gheddafi» bombardatore e oppressore del «suo stesso popolo». L’Occidente, o quel ristretto novero di paesi che si è arrogato abusivamente il diritto di parlare a nome del mondo intero, ha anche rifiutato l’offerta di Chavez di fare da mediatore per la Libia, nonostante essa fosse sostenuta da molti paesi latino-americani e dalla stessa Unione Africana.
Possiamo verificare di persona la sera del 17 aprile a Bāb al ‘Azīzīyah, la residenza-bunker di Gheddafi, quanto siano fuorvianti le informazioni che circolano sui grandi media occidentali a proposito della popolarità di Gheddafi tra la gente di Tripoli e più in generale della Libia; nonostante gli strettissimi controlli delle forze di sicurezza, siamo gli unici occidentali a poter aver accesso al parco antistante il bunker del raìs. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi entrando nel parco dove si trova la vecchia abitazione di Gheddafi bombardata dagli americani il 15 aprile 1986 – in cui tra l’altro perse la vita sua figlia adottiva Hana – e lasciata volutamente in quello stato a mo’ di testimonianza storica, contraddice al primo colpo d’occhio le versioni propagandistiche circolanti in Occidente. Qui ogni sera, da quando sono iniziati i «bombardamenti umanitari» contro la Jamahiriya Araba Libica, va in scena un grande happening animato da migliaia di persone, dai neonati per cui è approntato un ampio kindergarten fino agli anziani che si ritrovano con i loro narghilè sotto una tenda ricolma di cuscini e tappeti. Un grande palco montato davanti alla vecchia casa del colonnello è il proscenio sul quale si alternano musica, parole, proclami e intrattenimento per riscaldare un’atmosfera che si fa di giorno in giorno sempre più plumbea.
Il senso vero di questo assembramento, di cui i mezzi di comunicazione occidentale si guardano bene dal dare conto, «è la vicinanza e l’affetto dei libici nei confronti di brother Gheddafi», come mi spiega un giovane e colto ingegnere elettronico che ci guida lungo tutta la nostra visita; un «fratello e un padre» verso il quale è percepibile l’affetto che gli è tributato dalla sua gente. Per questo si ritrovano lì tutte le sere, per fargli sentire con la loro viva presenza tutto il calore e far scudo con i loro stessi corpi a nuove possibili incursioni dopo quella del 21 marzo 2011, incursioni ripetute anche la sera del 25 aprile, quando un edificio adibito ad uso uffici situato nel complesso di Bāb al ‘Azīzīyah è stato distrutto da un missile da crociera Tomahawk lanciato da un sottomarino della Royal Navy su coordinate fornite dalle forze speciali di Londra infiltrate anche nella capitale.
L’ultimo appuntamento con membri del governo è con il vice ministro degli Esteri, Khaled Kaim, che con grande dovizia di particolari ripercorre istante per istante gli sviluppi della crisi, dalla presenza riscontrata fin dall’inizio dalle autorità libiche di vari elementi dei «fratelli musulmani» e altri jihadisti stranieri tra i «rivoltosi di Bengasi», alla strana sincronia con cui, il 26 febbraio, il personale di diverse ambasciate presenti a Tripoli è partito senz’alcuna spiegazione plausibile, fino alle ragioni geopolitiche che hanno fatto sì che la Libia diventasse un obbiettivo appetibile per le mire occidentali già da molti anni.
Kaim ci mette anche a disposizione tutto il materiale video e le rassegne stampa internazionali che coprono interamente la sequenza temporale presa in esame, in modo da poterle vagliare nella sua ampiezza per poi emettere un giudizio obiettivo sui fatti. Il suo auspicio, rivolto idealmente all’opinione pubblica occidentale, è quello di non farsi ipnotizzare dall’informazione ad usum delphini diffusa in questi mesi dai grandi media, ma di guardare la sostanza del contenzioso tra governo e «ribelli» che comunque, secondo la sua valutazione dell’intervento militare nato nelle questioni interne libiche, ha reso più complicato e dilazionato nel tempo un possibile processo di pacificazione nazionale.
Non ci resta, prima di congedarci, che incontrare l’ultima personalità di rilievo in programma sulla nostra agenda, Monsignor Giovanni Martinelli, il vescovo di Tripoli, uno degli ultimi tra gli italiani rimasti in città dopo l’esplosione della crisi che, insieme alla combattiva rappresentante di import-export italo-libica Tiziana Gamannossi, ci conferma nel corso del colloquio quanto già avevamo accertato durante la nostra missione d’indagine: ossia che «il governo libico non ha bombardato la sua popolazione, ma che gli unici morti a causa dei bombardamenti sono stati provocati dalla nato a Tajoura; che l’unica possibile soluzione del contenzioso è il dialogo, non le bombe»; che «i ‘ribelli di Bengasi’ si sono macchiati di gravi crimini gettando il paese nel caos».
Martinelli aggiunge anche che l’attacco militare alleato nei confronti della Libia è ingiusto e sbagliato sia da un punto di vista tattico che da quello strategico, perché «le bombe rafforzeranno Gheddafi e gli permetteranno di vincere». Il suo è un giudizio ponderato e sofferto, espresso tra l’altro da un uomo che non nutre nessun favore aprioristico nei confronti del colonnello, ma del quale riconosce con equilibrio meriti e demeriti nella sua conduzione del paese. «Un uomo dal carattere fortissimo e deciso – soggiunge padre Martinelli – che ha favorito, da quando ha iniziato la sua opera di governo, la libertà di movimento, la libertà politica, la libertà religiosa e che ha permesso che in Libia convivessero pacificamente ben cinque confessioni religiose». «In oltre quarant’anni – conclude il vescovo di Tripoli congedandosi da noi –, non ho mai subito alcuna provocazione da parte di nessuno, e la nostra comunità convive serenamente con tutte le altre. Trovatemi un altro luogo in cui tutto ciò sia possibile». E come dargli torto, visto il panorama attuale del Vicino Oriente.
Se in effetti vogliamo guardare la sostanza e non la propaganda bellica che alligna stabilmente sui media ai danni della Libia, l’aspettativa di vita dei suoi abitanti si aggira intorno ai 75 anni di età, un vero record considerando che in alcuni paesi del continente africano la media si aggira intorno ai 40 anni. Quando Gheddafi prese il potere, il livello di analfabetismo in Libia era del 94 per cento, mentre oggi oltre il 76 per cento dei libici sono alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università straniere. La popolazione del paese, al contrario dei vicini egiziani e tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili. Prima dell’attacco franco-britannico, inoltre, era stato varato dal governo libico un programma di edilizia popolare agevolata in cui erano stati investiti oltre due miliardi di dinari, che doveva portare alla costruzione di circa 647 mila case in tutto il paese per una popolazione complessiva di sei milioni di abitanti. Un progetto che naturalmente ora è fermo, e che verrà riavviato – se mai lo sarà – chissà quando.
A questo punto il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi ha assunto dei contorni piuttosto delineati; sarebbe interessante proseguire verso la parte orientale del paese, dove si stanno consumando gli scontri più aspri, ma per ragioni di sicurezza ci viene vivamente sconsigliato di intraprendere un simile viaggio. Anche così, tuttavia, vi sono gli elementi necessari per capire che le Risoluzioni 1970 e 1973 promulgate dal Consiglio di Sicurezza sono destituite di ogni fondamento. E dunque che le ragioni di questo intervento armato vanno ricercate altrove.
L’incarico di riferire minuziosamente tutto ciò che è stato raccolto nel corso della missione viene affidato a David Roberts, portavoce del British Civilians For Peace in Libya, durante la conferenza stampa aperta a tutti i media internazionali presenti a Tripoli che si tiene nel lussuoso Hotel Rixos, in cui viene anche proiettato sullo schermo un documentario montato a tempo di record dal bravo videoreporter e attivista inglese Ishmahil Blagrove; la conferenza stampa è anche l’occasione per rendere noti ai media tutti i documenti, i riscontri probatori e le evidenze raccolti dalla «Fact Finding Commission» durante le sue indagini. Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della guerra.
La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala, i quali sentendosi chiamati in causa per le evidenti distorsioni a cui si erano prestati durante i loro servizi informativi e che le nostre ricerche sul campo mettevano giustamente a nudo, reagiscono in maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un «lavoro sporco» e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito tutte le informazioni in loro possesso.
Una patente menzogna, visto e considerato che con i nostri pochi mezzi a disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi precedenti. E che per un attimo, ancora infervorato da ciò che avevo visto e udito in quei giorni, ho pensato di comunicare alla zelante bombardatrice della Libia Anna Finocchiaro, capogruppo al Senato del pd, che sedeva una fila dietro di me sull’aereo che mi riconduceva da Tunisi a Roma. Ma sarebbe stata tutta fatica inutile, mi sono poi subito detto, vista la determinazione assunta in prima persona dalla “sinistra” etimologica nel condurre a un punto di non ritorno questa sporca guerra.
Come notava invero il grande scrittore Mario Mariani, «i giornalisti e i politici non debbono intendersi di niente e debbono far conto d’intendersi di tutto». L’unica cosa che davvero conta per essi, è quella di possedere un buon fiuto per sapere in quale direzione is Blowing the Wind
Le vere ragioni della guerra alla Libia
Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e non propaganda, incominciavano a farsi largo analisi serie e documentate sull’eziologia dei fatti libici. E si facevano sempre più strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici, stimati in circa 60 miliardi di barili e i cui costi di estrazione sono tra i più bassi del mondo, senza contare le enormi riserve di gas naturale valutate in circa 1.500 miliardi di metri cubi.
Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato la Libia dalla lista di proscrizione degli «Stati canaglia», Gheddafi ha cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Nel 2004, per esempio, Tony Blair, allora Primo Ministro britannico, è stato il primo leader occidentale a recarsi in Libia, divenuta così frequentabile. E nel dicembre 2007 Parigi si è presa la briga di stendere il tappeto rosso nel parco del Marigny Hotel, dove il colonnello aveva piantato la sua tenda. Cosa è cambiato da allora per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?
La risposta è stata data dal quotidiano statunitense «The Washington Times». Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi. In preda a una crisi finanziaria senza precedenti, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti vogliono a tutti i costi impossessarsi di questi fondi sovrani. «Queste sono le vere ragioni dell’intervento della nato in Libia», afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento «congelati» nelle banche centrali europee. Il motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia associata alla famiglia Gheddafi, «cosa che è totalmente falsa», come sottolinea Leghliel, il che però autorizza i pescecani della finanza decotta internazionale a voler stornare il gruzzolo nei loro caveau.
«Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio», chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.
L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile, avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.
Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana d’investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano (fma), con sede a Yaoundé, la capitale del Camerun; la Banca centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana. Il Fondo sarà finanziato principalmente da Paesi africani e, a quanto si è appreso, l’Algeria darà 14,8 miliardi di dollari usa, la Libia 9,33, la Nigeria 5,35, l’Egitto 3,43 e il Sud Africa 3,4.
La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti, secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli ultimi venticinque anni, passando dal 6 al 2 per cento; effetto dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli stati africani, perciò il principale compito del fma è promuovere gli scambi commerciali creando il mercato comune africano. Un passo necessario alla stabilità finanziaria e al progresso dell’economia del continente che decreterebbe inoltre la fine del franco cfa, la moneta che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi.
Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero progetto.
Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano comodamente seduti con in mano il joystick della playstation e mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro volta ammazzati. A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di «interventi umanitari», manifestare apertamente le proprie ambizioni e accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in Afghanistan e Iraq?
testimonianza di Paolo Sensini – fine aprile 2011

Giornalisti e terroristi

Quello tra i Giornalisti e terroristi, è un tipo di rapporto, che deve la sua logica al dovere di cronaca. In alcuni casi, però,  più che un rapporto,  si è prodotta una simbiosi,  tanto da chiedersi se siano giornalisti o piuttosto terroristi, gli uomini e le donne,  che raccontano al mondo l’attualità.

In altri il rapporto è stato invece conflittuale, ed i giornalisti sono finiti ostaggio degli stessi terroristi. Terroristi che magari fino a poche ore prima, consideravano partigiani e difensori di un  popolo .

《ho cercato di raccontare la rivoluzione siriana, ma può essere che questa rivoluzione mi abbia tradito》

Queste sono state tra le prime parole pronunciate del giornalista della Stampa Domenico Quirico, rapito in Siria il 09/04/2013, espresse quando è atterrato  a Ciampino dopo la liberazione ( Quirico: «La rivoluzione siriana mi ha tradito» | Tempi.it ). Una prigionia la loro, particolarmente dura.

Secondo i dati del Cpj, più di 100 giornalisti sono stati rapiti in Siria dall’inizio del conflitto nel 2011: fra questi, di due americani, James Foley e Steven Sotloff, si sa che sono stati uccisi dai militanti islamici del Isis. Almeno altri 22 – inclusi molti siriani, un americano, un giapponese  – sono invece ancora dispersi.

Sovente, per timore di infangare l’immagine dei ribelli,  che l’Occidente arma, difende politicamente, e che molti giornalisti amano dipingere per partigiani in lotta contro la tirannia,  si tira in ballo lo stato islamico, anche dove non c’è.

Come ad esempio nel caso dei  tre giornalisti spagnoli – Antonio Pampliega, Jose Manuel Lopez e Angel Sastre,  rilasciati in data 08/05/2016 dopo quasi un anno di prigione.

I tre reporter erano stati rapiti dal Fonte Al Nusra, ilgruppo estremista siriano che fa capo ad Al Qaeda,  il 12 luglio 2015 ad Aleppo.

Al momento del rapimento,  i  tre giornalisti spagnoli, secondo il Guardian,  erano impegnati a raccontare le battaglie appena a Nord di Aleppo, che vedevano i ribelli  contrastare Isis, e quindi si temeva fossero stati rapiti dallo Stato Islamico, perché nonostante decine di rapimenti accertati , commessi  dai “ribelli  cosiddetti moderati” ,  abbattere il Tabù ideologico, che lega il ribelle siriano a un combattente per la libertà è ancora impresa ardua.

Il caso più celebre , e vergognoso,  è quello di Richard Engel della Nbc, che con 2 colleghi, fu rapito da miliziani del gruppo Falchi del nord Idlib, nel 2012. Un gruppo ufficialmente considerato moderato, che beneficia di armi e denaro, anche dei paesi della U.E., guidato da Azzo Qassab.

Engels affermò per due anni, che a rapirlo, in pieno territorio ribelle, furono sciiti e shabiba del regime, e questo rapimento fu infatti attribuito a Assad (come molti altri crimini ), finche un indagine del N.Y.T. approfondita e basata su testimonianze di persone coinvolte e informate dei fatti,  sbugiardo’ Engel,  costringerndolo ad emettere poi un comunicato di scuse e giustificazioni (https://www.nbcnews.com/news/world/new-details-2012-kidnapping-nbc-news-team-syria-n342356).

Anche gli italiani purtroppo, non sono immuni a un comportamento,  oggettivamente fazioso. Nel 2013 infatti, venivano rapiti in Siria, da miliziani incappuciati,  Susan Dabous, Andrea Vignali, Sergio Colavolpe e Amedeo Ricucci.

I quattro successivamente sosterranno che probabilmente,  i miliziani, dopo  aver  visto loro girare nei pressi di una chiesa dissacrata, pensando volessero scattare delle foto e incolparli (non sia mai !!!), li avevano arrestati e interrogati.

Dichiarazioni che se lette a fondo, unite agli articoli di Repubblica,  Unita, Il Fatto quotidiano,  sembrano quasi voler legittimare l’operato di Al Nusra, che si deve tutelare, in zona di guerra, da possibili spie, e   puo quindi operare come polizia, fermare, interrogare e rimpatriare.

Eppure non eravamo molto d’accordo, quando Alqaeda si comportava in questo modo in Iraq.

Sia Ricucci che la Dabous,  sono giornalisti che simpatizzavano per i rivoluzionari,  prima ancora di partire, capaci anche nel Blog della Dabous,  di dichiarare che 《Aleppo è diversa da Mosul, perché non c’è Isis, ma soltanto Fsa, e quindi non sono giustificati i bombardamenti 》 (https://diariodisiria.com/2016/11/04/cosa-sta-accadendo-a-mosul-intervista-ad-amedeo-ricucci/)..peccato che  Isis ancora a ottobre 2016 fosse presente al distretto industriale di Shejk Najar e controllasse la scuola di fanteria  (http://www.liveleak.com/view?i=2f7_1458478398&comments=1) (http://www.liveleak.com/view?i=2f7_1458478398) (https://www.google.it/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://www.almasdarnews.com/article/in-pictures-syrian-army-victorious-over-isis-at-aleppo-infantry-school/&ved=0ahUKEwiyxeS9zNjRAhXhK5oKHQS6DQkQFgg2MAc&usg=AFQjCNHDSf5yfiV3fEf1f_KV0YEXRxMJig&sig2=nEgN_an0aq0NQjwohoxLrw)

Dimenticandosi  poi di Alqaeda, Arhar al sham, yajsh al Islam,  e il fatto che Fsa in Aleppo, non si è negata nessun tipo di crimine immaginabile,  contro la popolazione.

Soprattutto,  ciò non toglie che questo atteggiamento,  quasi comprensivo, per dei sequestratori jhadisti,  non lo avrebbero avuto, se a fermarli e rimpatriarli, fosse stata la polizia siriana (qui un articolo sul Double standard perpetrato, a firma di Gian Micalessin (http://www.analisidifesa.it/2013/04/giornalisti-rapiti-in-siria-basta-ipocrisie-quei-ribelli-sono-dei-terroristi/)

Il giornalista spagnolo del quotidiano El Periodico Marc Marginedas, fu invece preso prigioniero in Siria da un gruppo di ribelli il 4 settembre del 2013.

Il  suo giornale riferì che, secondo diverse fonti, Marginedas, 46 anni, viaggiava in macchina insieme alll’autista quando fu’ fermato ad un posto di blocco da un gruppo di ribelli nei pressi della città di Homs, nell’ovest della Siria, e pensare che stava indagando sulla strage del Gouta e l’uso delle armi chimiche,  quindi era presumibile , viste  le accuse occidentali, usufruisse del’aiuto dell’opposizione.

Marginedas fu’ liberato 6 mesi dopo, probabilmente,  dopo il pagamento di un riscatto.  Sorte analoga toccò al giornalista turco Bunyamin Aygun, detenuto per 6 mesi, da un gruppo , semplicemente denonimato radicale (l’aggettivo di comdo quando commettono  un crimine ), e al danese Jepp Nybroe (http://it.euronews.com/2014/03/07/libero-dopo-un-mese-il-giornalista-danese-rapito-in-siria).

Invece un giornalista che varrebbe la pena ascoltare, perché  durante la sua prigionia nelle mani di Jabat al Nusra, ebbe modo di conoscere e osservare i rapporti tra Alqaeda e Isis, è l’americano Theo Padmos Curtis.

Egli era imprigionato, proprio nel periodo del deterioramento dei rapporti tra Isis e Al nusra (fine 2013 ), e come riporta in alcune interviste,  il motivo unico della disputa,  era il denaro. Denaro generato dal controllo del territorio. Con buona pace di quei supporters nostrani di Al Nusra.

L’elenco è lungo, vogliamo ricordare  Marcin Suder, rapito a Idlib, da un gruppo “presumibilmente islamico”, che secondo Euro news, riuscì a fuggire da solo ( http://it.euronews.com/2013/10/31/siria-fotografo-polacco-rapito-a-luglio-e-riuscito-a-fuggire).

Altri, come la giornalista siriana di Al Ikbarhiya,  Yara Abbas, non furono invece così fortunati, si presero’ una moderata pallottola in testa, da un cecchino in Qusayr nel 2013.

In occidente però i giornalisti come Yara, non hanno una grande considerazione,  in quanto lavorano per le televisioni dette di Regime, e quindi la loro parola, non ha la stessa valenza di quella di un Fouadi Rouehia o Shady Hamady, o la gia citata, Susan Dabous.

La metafora assoluta però della rivoluzione siriana e del suo rapporto con i giornalisti,  è rappresentata dalla vicenda che interessò Anthony Loyd, e il suo fotografo Jack Hill, entrambi sequestrati poco a Nord di Aleppo (dove  i ribelli sono tutti moderati all’occorenza),  presumibilmente dai turkmeni della Liwa Sultan Murad, o un altra fazione fsa.

Loyd, Hill e il loro interprete, dopo un breve tentativo effettuato nei primi giorni del sequestro,  furono ripresi, percossi, legati e a lui,  davanti a una folla di ” Curiosi”, un miliziano sparò 2 volte a bruciapelo nella gamba, accusandolo di essere una spia della C.I.A. (la classica scusa che in Mediooriente giustifica un rapimento per riscatto e pestaggio).

La cosa “Tragicomica”, è che quasi 2 anni dopo, Loyd riconobbe il suo aguzzino in un video, che stava riprendendo un gruppo di miliziani, ufficialmente supportati e addestrati  dagli Stati Uniti. Proprio l’uomo che aveva accusato lui di essere una spia della C.I.A., stava ora lavorando per i servizi americani…  (http://www.dailymail.co.uk/wires/afp/article-3772147/Reporter-shot-Syria-claims-gunman-US-backed-rebel.html)

 

capire la guerra alla Libia 3

di Michel Collon
Traduzione di Marcello Gentile per l’ernesto Online
Ad ogni guerra è sempre lo stesso. All’inizio è quasi impossibile opporsi. Il martellamento mediatico è tale che immediatamente si viene catalogati come complici di un mostro. Dopo un po’ di tempo, quando cominciano ad esserci gli “errori”, i morti civili, le sconfitte militari e le rivelazioni sui “nostri amici”, il dibattito finalmente si apre. Però all’inizio è molto dura.

3ª Parte : Strade per reagire

Per sbloccare questo dibattito, la battaglia dell’informazione, come diciamo già da una settimana [1], è la chiave. Questa battaglia non può che stare sulle spalle di ognuno di noi, ovunque staremo, in funzione delle persone con le quali ci incontreremo, ascoltando bene quello che li influenza, verificando le informazioni con loro, pazientemente… Per affrontare efficacemente questo dibattito, è molto importante studiare l’ esperienza della disinformazione sulle guerre precedenti.

I 5 principi della propaganda della guerra applicata alla Libia
Questa esperienza l’abbiamo riassunta nei “5 principi della propaganda di guerra”, esposti nel nostro libri “Israel parlons-en”. Ad ogni guerra i media vogliono persuaderci che i nostri governi stanno operando bene e per questo applicano i 5 principi: 1. Occultare gli interessi economici. 2. trasformare la vittima in aggressore. 3. Occultare la storia. 4. Demonizzare. 5. Monopolizzare l’ informazione. Questi cinque punti si sono applicati di nuovo contro la Libia. Ce ne siamo già resi conto nelle pagine precedenti. Per finire, chiamiamo l’attenzione sul quarto: la demonizzazione dell’avversario. I guerrafondai devono sempre persuadere l’ opinione pubblica del fatto che loro non agiscono per ottenere vantaggi economici o strategici, ma per eliminare una grave minaccia. Ad ogni guerra, da decenni, il leader avversario è sempre stato presentato come crudele, immorale e pericoloso, con le peggiori descrizioni delle sue atrocità. Più tardi, molte di queste notizie, a volte tutte, vanno sgonfiandosi; ma non importa, perché hanno già fatto il loro lavoro: manipolare le emozioni del pubblico per impedirgli di analizzare gli interessi che sono realmente in gioco. Impossibile a questo punto tornare indietro.
Non abbiamo avuto i mezzi per essere presenti in Libia. Però siamo stati in Jugoslavia, sotto le bombe della NATO, abbiamo constatato e provato, che la NATO ha mentito sistematicamente [2]. Anche in Iraq. In quanto alla Libia, la cosa ha molte somiglianze, ma fino ad ora non abbiamo avuto i mezzi per procedere nel contrastare le informazioni presentate. La nostra squadra di “Investing’Action” non ha i mezzi necessari. Però vari osservatori hanno già trovato molti indizi di disinformazione. Per esempio i “seimila morti ipotizzati vittime dei bombardamenti di Gheddafi sulla popolazione civile”. Dove sono le immagini? Non c’era nessuna videocamera, nessun telefonino lì, come c’erano a Gaza, in piazza Tahrir, a Tunisi o in Bahrein? Nessuna prova, nessun testimone affidabile, smentiti dai satelliti russi o dagli osservatori della UE, eppure, l’informazione rimane instancabilmente impermeabile e nessuno si azzarda a contraddirla a meno di essere tacciato di “complicità”. Una guerra civile non è mai un merletto (pizzo) e questo è vero per entrambe le parti. Un’informazione parziale tenterà sempre di farci credere che le atrocità si commettono solo da una parte e quindi si dovrà appoggiare la parte avversa. Tuttavia è conveniente essere prudenti su questo tipo di racconti
Chi ci informa?
Una cosa che bisogna spiegare… è che la demonizzazione non cade dal cielo. E’ diffusa da media che prendono partito, spesso senza dichiararlo. Per questo la prima domanda che bisogna porsi ad ogni guerra è “mi hanno fatto ascoltare l’altra parte? Perché in Europa e negli USA i media sono tutti d’accordo su Gheddafi? Perché in America Latina, in Africa, in Russia, al contrario, si denuncia una nuova crociata imperialista? Si sbagliano tutti? Sono gli occidentali che sanno meglio degli altri quello che succede? O è meglio che ognuno sia influenzato dai suoi media? Quindi dobbiamo seguire ciecamente i nostri media o contrastarli?

Ci stanno saturando abbondantemente sugli aspetti negativi di Gheddafi. Ma ci hanno informati dei suoi aspetti positivi? Chi ci ha informato del suo aiuto ai progetti di sviluppo africano? Chi ci ha detto che la Libia ha, secondo le istituzioni internazionali, il più alto “indice di sviluppo umano” di tutta l’ Africa, molto lontano dai favoriti dell’ Occidente come l’ Egitto o la Tunisia? Speranza si vita, 74 anni; analfabetismo ridotto al 5%; investimento in educazione il 2% del PIL, mentre quello per la difesa il 1,1%.

Distinguere due questioni differenti.
C’è molta intimidazione intellettuale nel dibattito sulla Libia. Se denunci la guerra contro la Libia, ti si accusa di tutto quello che ha fatto Gheddafi. E allora no. C’è da distinguere due problemi distinti.

Da una parte i libici hanno assolutamente il diritto di eleggere i loro rappresentanti e di cambiarli con i mezzi che considerano necessari. I libici! Non Obama, nemmeno Sarkozy. Dopo aver separato dalle accuse contro Gheddafi, ciò che è veramente provato da quello che è propaganda interessata, un progressista può perfettamente desiderare che i libici abbiano un leader migliore. Dall’altra parte, quando la Libia viene attaccata perché dei pirati vorrebbero fare un colpo di mano sul suo petrolio, sulle sue riserve finanziarie e sulla sua posizione strategica, allora bisogna dire che il popolo libico soffrirà in maniera peggiore sotto il potere di questi pirati e delle loro marionette. La Libia perderà il suo petrolio, le sue imprese, le riserve della sua banca nazionale, i suoi servizi sociali e la sua dignità. Il neoliberismo le applicherà le sue zozze ricette che hanno già mandato in miseria tanti altri popoli.

Allora, un “buon dirigente” non arriva mai nelle valigie degli invasori a colpi di bomba. E’ lo stesso che gli USA hanno portato in Iraq, Al-Maliki e un piccolo gruppo di corrotti che stanno vendendo il loro paese alle multinazionali. In Iraq hanno si la “democrazia”, ma hanno perso il petrolio, l’ elettricità, l’ acqua, la scuola e tutto quello che gli permette una vita degna. E’ lo stesso che gli USA hanno portato in Afganistan, Karzai che regna sopra il nulla o forse su un quartiere di Kabul, e, mentre le bombe USA annientano villaggi, feste di matrimonio, scuole, il commercio della droga non è mai stato così prospero

I dirigenti che si imporranno alla Libia mediante le bombe occidentali saranno ancor peggio di Gheddafi. Per questo bisogna appoggiare il governo legale libico, quando lo stesso resiste a quella che è un’ autentica aggressione neocoloniale. Perché tutte le soluzioni previste da Washington e dai suoi alleati sono pessime: sia il rovesciamento o l’ assassinio di Gheddafi, sia la scissione del paese in due o la “somalizzazione”, cioè una guerra civile a bassa intensità e lunga durata. Tutte queste soluzioni porteranno sofferenze alle popolazioni.

L’ unica soluzione interessante per i libici sarebbe il negoziato, con mediatori che non abbiano interessi diretti e che non siano parte del conflitto, come Lula. Un buon accordo implicherebbe il rispetto della sovranità libica, il mantenimento dell’unità del paese, la preparazione delle riforme per la democrazia e la fine delle discriminazioni regionali.

Far rispettare il diritto, il contrario del “diritto di ingerenza”
Bisogna sempre portare i principi di base delle relazioni internazionali in questi delicati dibattiti politici: sovranità degli stati, coesistenza pacifica tra i differenti sistemi, non ingerenza negli affari interni. Alle potenze occidentali piace presentarsi come coloro che cercano di far rispettare il diritto. E’ totalmente falso.

Se ci si dice che gli USA oggi sono molto più rispettosi del diritto internazionale rispetto a quando c ’era il cow-boy Bush e che questa volta c’è stata una risoluzione ONU. Non è qui il luogo per discutere se l’ONU rappresenti veramente la volontà democratica dei popoli o se i voti di numerosi stati non siano oggetto di compra vendita o di pressioni. Semplicemente rispondere dettagliatamente che questa risoluzione 1973 viola il diritto internazionale e, in primo luogo, la carta fondamentale… della stessa ONU. Effettivamente il suo articolo 2/7 dice: “Nessuna disposizione della presente Carta autorizza le Nazioni Unite ad intervenire negli assunti che appartengono essenzialmente alla giurisdizione interna di uno stato. Reprimere un’ insurrezione armata è competenza di uno stato, anche se si dovessero deplorare le conseguenze. Ad ogni modo, se bombardare dei ribelli armati è considerato un crimine intollerabile, allora bisognerebbe giudicare con urgenza Bush e Obama perché hanno fatto lo stesso in Iraq e Afganistan.
Ugualmente l’ articolo 39 limita i casi in cui la coercizione militare è autorizzata: “ L’ esistenza di una minaccia contro la pace, di una rottura della pace o di un atto d’ aggressione”. Bisogna segnalare, anche solo per riderci sopra, che incluso nel trattato della NATO il suo articolo 1 precisa: “ Le parti si impegnano, come stipulato nella carta delle Nazioni Unite, a regolare con mezzi pacifici tutte le controversie internazionali nelle quali si possa essere implicati”

A noi ci viene presentato questo “diritto d’ingerenza umanitaria” come una novità e un gran progresso. In realtà, il diritto d’ ingerenza è stato praticato per secoli dalle potenze coloniali contro i paesi africani, asiatici e latino americani. Dai forti contro i deboli. Ed è precisamente per metter fine a questa politica delle cannoniere che nel 1945 furono adottate le nuove regole del diritto internazionale. Nel concreto la Carta delle Nazioni Unite ha proibito ai paesi forti di invadere i paesi deboli e questo principio della sovranità degli stati costituisce un progresso storico. Annullare questa conquista del 1945 e tornare al diritto d’ ingerenza, è come tornare al tempo delle colonie.

Quindi per far approvare una guerra con dietro molti interessi, si tocca la corda sensibile: il diritto d’ ingerenza sarebbe necessario per salvare le popolazioni in pericolo. Tali pretesti erano anche utilizzati a suo tempo dalle colonialiste Francia, Inghilterra e Belgio. Anche tutte le guerre imperiali degli USA sono state fatte con questo tipo di giustificazioni.
Con gli USA e i suoi alleati come gendarmi del mondo, il diritto di ingerenza lo avranno con ogni evidenza i forti contro i deboli e mai al contrario. Ha per caso l’ Iran il diritto d’ ingerenza per salvare i palestinesi? Ha il Venezuela il diritto d’ ingerenza per metter fine al sanguinoso colpo di stato in Honduras? Ha la Russia il diritto d’ ingerenza per protegge la popolazione del Bahrein?
In realtà, la guerra contro la Libia è un precedente che apre la via all’ intervento armato degli USA e dei suoi alleati e non importa in quale paese arabo, africano o latino americano. Oggi si ammazzano migliaia di libici “per proteggerli” e domani si ammezzeranno civili siriani, iraniani o venezuelani, o eritrei “per proteggerli”, nel frattempo i palestinesi e tutte le altre vittime dei “forti” continueranno a soffrire sotto dittature e massacri…
Dimostrare che l’ intervento occidentale viola il diritto e ci riporta al tempo del colonialismo, mi sembra che sia un tema che si debba mettere al centro del dibattito.

Che fare?
Gli USA hanno battezzato la guerra contro la Libia “ l’alba dell’Odissea”. Allora i loro nomi codificati contengono sempre un messaggio diretto al nostro inconscio. L’ Odissea, un gran classico della letteratura greca, parla del viaggio decennale di Ulisse e delle sue peripezie attraverso il mediterraneo per tornare ad Itaca. Con mezze parole ci si sta dicendo che la Libia oggi è il primo atto di un lungo viaggio degli USA per (ri)conquistare l’ Africa.

Tentano così di frenare il loro declino. Però alla fine sarà invano. Gli USA perderanno inevitabilmente il loro trono. Perché questo declino non è dovuto al caso o a circostanze particolari, ma al loro stesso modo di funzionare. Smith mise in guardia da molto tempo: “ L’ economia di un qualunque paese che pratichi la schiavitù, inizierà una discesa verso l’ inferno che sarà molto dura il giorno che le altre nazioni si sveglieranno.”
Di fatto gli USA hanno rimpiazzato una schiavitù con un’ altra. Nel XX secolo hanno basato la loro prosperità sulla dominazione e sul saccheggio di interi paesi, hanno vissuto come parassiti, per questo hanno indebolito le loro capacità economiche interne. L’ umanità ha un gran interesse affinché il sistema cada definitivamente. Lo stesso popolo statunitense ha interesse in questo. Affinché si finisca di chiudere fabbriche, di distruggere posti di lavoro, di farsi confiscare le proprie case per poter pagare bonus ai banchiere e profitti di guerra. Anche il popolo europeo ha lo stesso interesse per un’ economia che non sia al servizio delle multinazionali e delle loro guerre, ma al servizio della gente.

Così stiamo ad un incrocio. Che alba vorremmo? Quella annunciata dagli USA che ci porterà per 20 o 30 anni per incessanti guerre in tutti i continenti? O sarebbe meglio una vera “alba”, un altro sistema di relazioni internazionali, nel quale nessuno imponga i suoi interessi con la forza e dove ogni popolo possa intraprendere liberamente il proprio cammino?

Come ad ogni guerra degli ultimi venti anni, nella sinistra europea regna una gran confusione. I discorsi pseudo-umanitari diffusi dai media accecano perché noi dimentichiamo di ascoltare l’ altra versione, di studiare le guerre precedenti, di contrastare l’ informazione.

Michel Collon

[1] S’informer est la clè – Michel collon lanza un llamamiento
http://www.michelcollon.info/S-informer-c-
[2] Kosovo, OTAN et medias, debate entre Michel Collon, Jamie Shea (portavoz de la OTAN) y Olivier Corten (profesor de derecho International), 23 de junio de 2000, DVD Investig’Action.

Articolo preso da:http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20992