Aleppo al tempo dell’oblio

3 febbraio 2017
PICCOLE NOTE
Aleppo è stata liberata, anche se nella narrativa dei media occidentali si preferisce scrivere “conquistata” (da russi e siriani, ovviamente), nonostante le immagini provenienti dalla città siano state più che eloquenti, rimandando manifestazioni di massa di gente nei cui volti si leggeva gioia e sollievo.

Lo scontro che ha avuto come epicentro Aleppo è stato il più cruento che si sia registrato in questa guerra siriana. Come avvenne per Stalingrado nella seconda guerra mondiale, anche tale battaglia ha assunto un valore strategico e simbolico decisivo (l’esempio di Stalingrado non è affatto causale).

E come per Stalingrado, la popolazione civile ha dovuto pagare un tributo di sangue altissimo ai signori della guerra che hanno tentato di rovesciare Assad scatenando in loco assassini di ogni risma e Paese.
Oggi che lo scontro cittadino è stato sopito, di Aleppo rimangono per lo più macerie: palazzi polverizzati, infrastrutture al collasso, servizi inesistenti. E, altrettanto se non più dolorose, sono le macerie dei cuori, di gente che ha perso tanto o tutto, ha attraversato anni di inferno, ha avuto come compagnia quotidiana il Terrore e la Morte.

La lettera che pubblichiamo in calce a questo scritto dà conto di tutto questo meglio di quanto possa farlo la nostra povera penna (a ciascuno il suo).
La pubblichiamo non solo per doverosa informazione, ma anche per altro motivo. Per anni le informazioni sulle sofferenze di Aleppo hanno riempito i giornali. Un vero e proprio bombardamento di articoli e reportage grondanti strazio e dolore, peraltro più che giustificati.

Per anni, fonti più o meno autorevoli, più o meno disparate hanno rimandato notizie e immagini delle indicibili sofferenze patite dalla popolazione aleppina. Il tutto accompagnato da commossa, dolorosa partecipazione.
Dolente partecipazione che ha sotteso innumerevoli appelli che, negli anni, si sono susseguiti per chiedere la fine delle ostilità nella città.

In altre note abbiamo registrato come tali appelli umanitari avessero un andamento che in matematica si potrebbe definire sinusoidale: flebili se non assenti quando la vittoria sembrava arridere ai cosiddetti ribelli, assumevano toni disperati e assordanti allorquando invece i miliziani diletti dall’Occidente e dalle Petromonarchie subivano rovesci sul campo di battaglia.

Spesso tali appelli hanno avuto l’effetto di far tacere le armi. Un stop temporaneo alle ostilità utilizzato dai cosiddetti ribelli per rifornirsi di armi, munizioni e miliziani, e così riprendere, al termine della tregua, il conflitto con rinnovato slancio (sull’uso delle tregue a scopi militari hanno parlato a distesa vari ecclesiastici della Chiesa siriana, vedi ad esempio l’intervista al vescovo di Aleppo Joseph Tobji).

Oggi che la città è sotto il controllo di Damasco, le sofferenze della popolazione civile, seppur minori, restano immani, come accennato in esergo e come dettaglia la missiva che pubblichiamo.

E però tali sofferenze a quanto pare non interessano più a nessuno. Nessun cenno sui media, nessun appello perché la popolazione civile, stremata da anni di guerra, sia rifornita di energia, di derrate alimentari, di medicine per grandi e bambini. Nulla di nulla.

Le organizzazioni umanitarie internazionali sono diventate improvvisamente afone. E anche l’Onu, a quanto pare, ha altro da pensare. Lo strazio dei derelitti di Aleppo ha evidentemente perso il suo appeal.

La nostra non vuol essere una denuncia, d’altronde contiamo nulla, ma una semplice registrazione di fatti. Peraltro di uno sviluppo che non ci sorprende affatto perché le lacrime di allora e la feroce indifferenza attuale sono in fondo due facce della stessa medaglia.
Come accennato, l’emergenza umanitaria del passato aveva, al di là delle buone intenzioni dei singoli, anche motivazione belliche: poteva cioè essere usata per tentare di frenare l’offensiva delle forze di Damasco (e così di fatto è stato).

Aiutare la popolazione civile di Aleppo oggi, almeno agli occhi perversi di quanti ancora alimentano questa guerra, avrebbe l’effetto contrario.

Risulterebbe cioè un aiuto indiretto al governo di Damasco, dal momento che gli risolverebbe problemi che invece è costretto ad affrontare sottraendo risorse al conflitto contro i jihadisti (ancora in corso).
Nulla di sorprendente, dunque, in questa indifferenza. Ma di tragico sì. Eccome.

Di seguito, la missiva aleppina, che suor Arcangela ha indirizzato al sito OraproSiria e a noi gentilmente girata:

È vero che Aleppo è stata liberata da oltre un mese, e questo ci permette di vivere in pace e sicurezza. Si tratta però di una fragile pace, perché nella periferia di Aleppo i jihadisti sono sempre lì e pronti ad attaccare la città. Possiamo sentire di tanto in tanto colpi di cannone (hanno missili di 40 km di gittata).

In Aleppo città le difficoltà continuano, e continuano in modo drammatico: niente acqua da tre settimane [è stata tagliata per l’ennesima volta dai cosiddetti ribelli ndr.], l’elettricità non parliamone, non la vediamo da mesi, olio combustibile e bombole di gas sono introvabili e quando li troviamo costano troppo, fa un freddo cane (-5 di notte), le persone non hanno nulla per riscaldarsi, ad alcuni fortunati le coperte sono distribuite da varie organizzazioni che fanno di tutto per migliorare questa situazione.

Personalmente vi posso dire attraverso la testimonianza diretta del nostro personale di servizio, essi si riscaldano bruciando bottiglie di plastica, cartoni di farmaci che prendono con loro al momento di lasciare l’ospedale.

Per questo abbiamo ammucchiato il cartone da dar loro e fornito coperte, per evitare che abbiano problemi respiratori soprattutto per i bambini a causa del fumo tossico della plastica. Bisogna dire poi che la maggior parte delle persone così come il nostro staff, sono sfollati e nelle abitazioni non vi sono più riscaldamento o installazione di gas…

Da 20 giorni è totale mancanza di acqua, una situazione ancora peggiore di quella vissuta negli anni scorsi quando i miliziani interrompevano la fornitura d’acqua dalla centrale di pompaggio di Suleiman Halabi a loro piacimento; adesso il problema è che il canale che riempie il fiume che attraversa Aleppo è stato totalmente tagliato da ISIS molto vicino al lago Assad e le cisterne non vengono più rifornite.

Che dire delle persone che vivono nelle tende? E’ ben triste, perché prima della guerra c’erano sì dei poveri in Aleppo, ma non c’era la miseria, nessuno moriva di fame o di freddo. Questa guerra ingiusta ha distrutto un paese per niente …. La Siria non sarà più come prima, chi potrà ricostruirla, ricostruire anche l’ uomo?

Noi cerchiamo di guarire lo spirito e le ferite che sanguinano ancora …. Il tempo le guarirà, ma le cicatrici rimangono, per ricordare tutte le sofferenze che hanno sperimentato.

Ma vi posso assicurare che le persone che incontriamo hanno grande fede, e la Speranza non è morta, perché vediamo intorno a noi che la vita sta tornando lentamente. In effetti, gli impiegati delle strade stanno cercando di riportare la città pulita, rimuovono i blocchi stradali, e le persone riparano i loro negozi come possono … essi vogliono vivere! E noi continuiamo a mettere tutte le nostre forze per incoraggiarli e andare avanti con fiducia!

I nostri giorni sono molto pieni, abbiamo un sacco di pazienti, e la mancanza di personale si sente tanto… ..Con tutto il cuore vi abbraccio e vi chiedo di ricordarci nella preghiera

suor Arcangela, ospedale San Louis

http://piccolenote.ilgiornale.it/31157/aleppo-al-tempo-delloblio

Araba fenice, il tuo nome è Gaza di Fulvio Grimaldi

Il solito capolavoro giornalistico del grande Fulvio Grimaldi. Documentario da vedere assolutamente perché è giusto non dimenticare che cosa realmente accade in quel pezzo di terra da ormai tantissimi anni. La questione sionismo è un capitolo sempre aperto , e che prima o poi dovrà essere ripreso e chiarito. Fondamentale quindi  capire la questione da chi lì c’è stato realmente ed ha anche rischiato la vita pur di documentare tutto durante i periodi di crisi. Il documentario per chi non l’avesse visto non può lasciare dubbi su quello che accade realmente in loco, e quindi le sue fonti non sono per nulla opinabili come si è solito vedere nei talk show,  generalmente frequentati da giornalisti da bar,  giornalisti che talvolta neanche sanno dove geograficamente si trova il posto in questione.

“I servizi segreti italiani hanno dato armi ai ribelli anti-Gheddafi”

Un esperto di intelligence accusa: erano forniture utilizzate dalle strutture che hanno ereditato Gladio, le navi ufficialmente trasportavano aiuti umanitari

“L’Italia ha fornito clandestinamente armi ai ribelli di Bengasi”. Lo sostiene l’esperto di intelligence Gianni Cipriani, in un articolo pubblicato sul sito http://www.globalist.it. “L’invio di armi- viene spiegato- e’ stato fatto ai primi di marzo, proprio durante le fasi del conflitto libico, circa due settimane prima dell’inizio dei raid aerei contro Gheddafi”.
EREDITA’ DI GLADIO – Secondo quanto rivelato da Globalist, “il governo italiano ha inviato fucili, mitra e munizioni prelevati dai depositi ex Sismi della Sardegna: parte delle armi facevano parte di vecchie forniture americane utilizzate dalle strutture che hanno ereditato Gladio. Le armi sono arrivate in Cirenaica a bordo di unita della Marina militare che, ufficialmente, portavano solo ‘aiuti umanitari’”. Stando alla ricostruzione di Cipriani, “accanto a molte delle azioni diplomatiche e di intelligence che hanno riguardato la Libia e l’appoggio agli insorti, si e’ parallelamente giocata una guerriglia sotterranea tra Italia, Francia e Regno Unito, che puntano a posizioni di maggiore influenza politica ed economica nella Libia del dopo Gheddafi”.
IL RETROSCENA – Quello che è significatico, scrive Cipriani, è il retroscena politico.

Perché nei giorni in cui il governo italiano faceva arrivare clandestinamente le armi ai bengasiani, il poco prudente ministro degli Esteri, Frattini, rilasciava una dichiarazione ammiccante e poco diplomatica. L’Italia – aveva detto – “ha avviato discretamente contatti con esponenti dell’opposizione libica e ritiene che farlo in questo modo sia la soluzione migliore. C’è quasi una corsa all’incontro con il Consiglio provvisorio di Bengasi. I nostri amici inglesi ci hanno provato e il Consiglio ha detto ‘ci rifiutiamo di incontrarli’”.

“Noi – aveva ancora aggiunto il titolare della Farnesina – abbiamo delle conoscenze migliori di altri, siamo spesso richiesti in queste ore conoscendo coloro che sono lì. Conosciamo certo l’ex ministro della Giustizia libico ora a capo del consiglio di Bengasi, per i rapporti dell’Italia con la Libia. Conosciamo quella rete di ambasciatori libici che ha detto che da ora loro sono al servizio del popolo libico e non più del regime. Alcuni di loro stanno esercitando un’azione importante per coagulare un consenso”. A nessuno può sfuggire il fatto che se si avviano colloqui “con discrezione”, l’ultima cosa da fare sia raccontarlo ad Uno Mattina. Ma c’era un motivo: proprio nelle ore in cui Frattini rilasciava questa dichiarazione le armi italiane stavano per finire in mano agli insorti di Bengasi. Gli stessi che un paio di giorni prima avevano arrestato un team dei servizi segreti inglesi in missione segreta. In altri termini, l’Italia bruciando tutti con l’invio delle casse “umanitarie” piene di mitra e fucili, pensava di poter mantenere la supremazia.

Articolo preso da: http://www.giornalettismo.com/archives/132127/i-servizi-segreti-italiani-hanno-dato-armi-ai-ribelli-anti-gheddafi/2/

e da: http://marionessuno.blogspot.it/2012/07/i-servizi-segreti-italiani-hanno-dato.html

Aleppo lì dove la fiction si è frantumata contro la realtà. Intervista a Rudolf El-Kareh (prima parte).

Proponiamo l’intervista, tradotta dal francese, al sociologo e politologo libanese Rudolf el Kareh sul ruolo dei media nel conflitto siriano, in particolare sul ruolo rivestito durante la liberazione di Aleppo.

Intervista integrale rintracciabile a questo indirizzo: http://www.afrique-asie.fr/component/content/article/75-a-la-une/10736-alep-ou-le-recit-fictionnel-s-est-fracasse-contre-la-realite

***

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La Conferenza di Astana é il frutto del ritorno di tutta la città di Aleppo nel seno dello Stato Siriano.

E’ lì, nella seconda città della Siria, che si sono viste al loro massimo splendore le “manipolazioni” del racconto mediatico dominante sulla guerra in Siria.

Così come lo descrive il sociologo e politologo Rudolf El-Kareh, specialista del medio-oriente,consultato frequentemente dalle istituzioni europee.

Secondo lui, la maggior parte dei grandi media occidentali sono stati letteralmente “arruolati” nella guerra riportando “il racconto dominante” conforme agli interessi e alle strategie di alcuni Stati ed infarcito di “disinformazione”.

D. Il recupero della totalità di Aleppo da parte dello Stato siriano, a fine dicembre, è una svolta nella guerra in Siria. Non solo sul piano militare, ma a anche livello del racconto mediatico.

R.  Sarebbe ora di guardare in faccia la realtà. Vi è stato, da parte  di un gruppo di Stati con sistemi di valori opposti, una manipolazione dell’informazione ed una presentazione dei fatti dentro un racconto finalizzato a servire i loro interessi e le loro strategie.

Come tutte le azioni che si sviluppano in questi casi sono stati mobilitati tutti gli strumenti classici della propaganda. Principalmente la disinformazione, la demonizzazione, i luoghi comuni.

I gruppi terroristi affiliati a DAECH ed Al Nosra (oggi Fateh Al Cham, per non dire Al Qaida, Ndr) quanto i loro cloni sono stati presentati come dei simpatici “insorgenti” o come dei “ribelli”.

Senza dimenticare l’occultamento dell’identità dei loro padrini e dei loro finanziatori. Una formidabile macchina, al ritmo di un rullo compressore, è stata messa al servizio di questa strategia.

L’apogeo di questi artifizi ha accompagnato la battaglia per la liberazione dei quartieri della città di Aleppo tenuti, dal 2012, da Al Nosra ed i suoi cloni sotto la direzione di un QG dove operavano ufficiali appartenenti ai servizi di diversi paesi, vicini e non, secondo il meccanismo del “leading from behind”, il “comando indietro”.

Il caso dei “caschi bianchi” con la loro faccia di Giano, allo stesso tempo immagini virtuali dell’umanitarismo mediatizzato e combattenti di Al Nosra organizzati da un vecchio membro dei servizi britannici, sono stati un esempio grottesco.

Oggi la fiction si è letteralmente fracassata contro la realtà.

D. Secondo Lei i media sono stati arruolati in questa guerra?

R. E’ evidente. E non é una novità. Ricordatevi della guerra di invasione all’Iraq. Il Pentagono inventò una nuova forma di giornalismo: il giornalismo “embedded”, il giornalismo “incorporato”. Incorporato in cosa? Nello stesso veicolo del soldato e nella narrazione autorizzata dell’evento. Come potrebbe, un giornalista messo in una tale “condizione”, adottare una postura diversa che non sia quella di empatia verso il militare che rischia la sua vita e, quindi, inscrivere il suo racconto in una dimensione altra, diversa, da quella voluta dalla strategia politico-militare?

Questo non è più giornalismo.

E quando le norme così definite vengono trasgredite, perché un altro racconto si manifesta, intervengono gli errori programmati.

Ricordatevi del bombardamento dell’Hotel Palestine a Bagdad nel 2003, dove risiedevano giornalisti che trasmettevano un altro sguardo dell’invasione.
In fondo, la gestione dell’informazione in questa forma è stata teorizzata da manuali del Pentagono dopo la guerra del Vietnam. il Comando americano considerò aver perso la guerra perché aveva perso il comando del racconto e dell’informazione, cosa che rovesció l’opinione americana contro la guerra.
Dicevano, i manuali, che bisognava impedire a qualsiasi prezzo qualunque nuovo scenario stile vietnamita.
Questi imperativi si sono sommati ai metodi della “soft war” che potremmo tradurre come la “guerra delle menti”, le cui metodiche perniciose mirano dapprima a delegittimare l’avversario.
Da allora questo andazzo ha conosciuto uno sviluppo intenso ed inedito, con una manifattura quasi industriale di menzogne e di operazioni sotto false bandiere, d’altronde totalmente illegali in termini di diritto internazionale. La guerra in Siria è stata un terreno propizio.

D. Pensate ci siano buone e cattive agenzie di stampa?

R. Tutta l’informazione è iscritta dentro una linea editoriale. nessuno può pretendere di possedere il monopolio della verità assoluta. Il legame tra i fatti ei loro significato é una operazione particolarmente complessa. Ma le storie dominanti nelle principali agenzie europee ed americane, le fonti della stampa e dei medi europei, in specifico Francia e Gran Bretagna, e nei giornali chiamati “di riferimento” nord-americani, ricamavano instancabilmente  sui temi dei racconti ufficiali, senza smentite né verifiche. Senza contare le imposture degli ideologi.
Che piaccia o no, il racconto di agenzie come Russia Today o Rossia Segodnya su Aleppo e la crisi siriana si è rivelato essere il più prossimo alla realtà.
E’ questo che sembra disturbare.
Aleppo da questo punto di vista ha costituito uno snodo, mediatico e strategico.

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D. Quale è per voi la frontiera tra finzione e realtà?

R. Cinque anni fa il luogo comune propagandato era quello di un popolo che come nel famoso dipinto  di Delacroix, “la libertà che guida il popolo” si sarebbe lanciato all’assalto di un regime definito dittatoriale. Ora, è emerso, che al di là di aspirazioni reali e legittime per una profonda riforma del sistema politico, che l’obbiettivo era distruggere lo Stato siriano, le sue istituzioni e la società siriana stessa, come si è voluto distruggere lo Stato iracheno  e la società irachena dopo l’invasione del 2003 e come ci si é accaniti fra un tempo e l’altro sullo Stato libico.

D. Per Lei quale é la versione della Liberazione di Aleppo più prossima alla realtà?
R. Quello che é successo ad Aleppo è stata la liberazione della parte della città occupata dalle bande terroriste strutturate attorno ad Al Nosra, venuti dalla Turchia nel 2012 e che avevano occupato alcuni quartieri, senza riuscire a prendere la Cittadella. Una grande parte della popolazione si è rifugiata nei quartieri situati ad ovest sotto controllo dello Stato siriano e delle sue istituzioni. La progressione era stata fermata e dopo un periodo di stabilizzazione dei “fronti”, le operazioni di ripresa del territorio erano state rilanciate dall’esercito siriano, e progressivamente una parte dei quartieri coinvolti, già dal 2014, erano stati ripresi.
La nozione inetta di “quartieri ribelli” era dominante nel racconto della situazione, banalizzando l’idea che le zone occupate si fossero sollevate da sole contro il potere.
In questo immaginario così costruito, la città di Aleppo è stata ridotta a questi quartieri.
Le perdite civili subite nei bombardamenti quasi quotidiani di quello che è stato chiamato Aleppo Ovest da certi ambienti per far credere alla divisione politica della città, sono stati sia passati sotto silenzio, sia imputati… all’esercito siriano.
Il massimo della falsificazione è stato raggiunto con l’invenzione di un personaggio appartenente ad Al Nosra incaricato del titolo di sindaco di Aleppo quando non era neppure di Aleppo e neppure la funzione di sindaco esiste (cosa evidentemente non nota alle istituzioni europee Il ” sindaco” di Aleppo ricevuto dalle istituzioni europee )
Tutto questo allestimento da operetta è crollato quando, dopo un tentativo condotto da Al Nosra e dai suoi epigoni di recuperare il terreno perduto, la resa dei gruppi armati è stata organizzata e la città ha ritrovato la sua unità.
D. Ci sono state, però, pesanti campagne di bombardamenti condotte ad Aleppo dall’esercito russo e siriano, con numerosi morti tra i civili…

Le operazioni di ripresa della città sono state condotte dall’esercito siriano con il sostegno russo. Quello che è stato bombardato sono state le linee di difesa dei gruppi armati. I bersagli erano i depositi di armi, i posti di comando, le colonne di rinforzo venute dal nord vicino alla Turchia. Erano azioni militari condotte secondo le regole dell’azione militare in una condizione di guerra.
Come in ogni caso simile.
Aggiungete a questo che si trattava, se serve, della ripresa del controllo del territorio nazionale nel quadro delle missioni costituzionalmente assegnate ad ogni esercito di uno Stato moderno.
Il diritto bellico, detto “ diritto umanitario internazionale ” implica di proteggere i civili. Questo significa che tutte le guerre, sopratutto nelle aree urbane, possono colpire i civili e per evitarlo devono essere prese tutte le misure necessarie.
Come principalmente la costruzione di corridori di evacuazione che Al Nosra ha tentato di distruggere sia con i bombardamenti sia con le minacce.
La conoscenza pratica del terreno e del terreno umano da parte dell’esercito siriano spiegano allo stesso modo le manovre operative complesse che hanno permesso il crollo rapido dei gruppi armati e la loro resa, evitando combattimenti usuranti di cui i civili sono le prime vittime.

Fine prima parte.

24/01/2017

Rudolf El-Kareh

piccola biografia

Sociologo e politologo libanese. Già professore universitario in Libano, Francia e Canada. Co-autore, fra l’altro, di “International Justice and Impunity, the case of the United States”. Membro della “Conferenza di Raboué” che associa l’insieme delle chiese orientali ed i responsabili politici laici.

Seconda Parte