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Report sull’attendibilità delle “Foto di Caesar”

   Report sull’attendibilità delle “Foto di Caesar” e sulla relativa mostra

A cura di
Redazione di www.sibialiria.org
Redazione di www.lantidiplomatico.it

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Questo report esamina l’attendibilità delle “Foto di Caesar” (un sedicente fotografo della
Polizia militare siriana “incaricato di fotografare prigionieri dopo la loro esecuzione”), la veridicità del contesto nel quale sarebbero state scattate e, più in generale, l’”Operazione Caesar”: una campagna mediatica basata su queste foto e condotta attraverso innumerevoli articoli, servizi TV, libri, mostre.. finalizzata a supportare la guerra alla Siria.
Ma, prima di inoltrarci nella nostra disamina, riteniamo importante una precisazione. Noi non escludiamo affatto – anzi, le riteniamo probabili – efferatezze all’interno delle carceri di una Siria da anni aggredita da una guerra che ha già provocato 250.000 morti.

Quello che, tuttavia, più ci spinge a mobilitarci contro l’”Operazione Caesar” è che sia stato il Qatar – uno dei soggetti più attivi nel promuovere, tramite i suoi “ribelli”, questa guerra – ad avere finanziato questa campagna mediatica.

Un’altra motivazione è, poi, l’allestimento della mostra all’interno di un prestigioso museo del Ministero per i Beni Culturali. Di un paese, cioè, che , da cinque anni, contribuisce – al pari di altre nazioni occidentali e delle petromonarchie – ad alimentare la guerra alla Siria. Ci riferiamo alla rottura delle relazioni diplomatiche con Damasco, al diniego del visto di ingresso a parlamentari siriani invitati da loro colleghi
italiani, alla partecipazione italiana al “Gruppo Amici della Siria” (oggi “Small Group”, e cioè un gruppo di paesi che in vario modo ha fomentato la guerra dando appoggio a gruppi armati di opposizione e non certo “moderati”) al riconoscimento dei “ribelli” del Consiglio Nazionale Siriano quali “unici rappresentanti del popolo siriano”, all’imposizione di sanzioni che, insieme alla guerra, hanno ridotto alla fame il popolo
siriano (e che, invece, sono escluse per i “ribelli” i quali, ancora oggi, possono di vendere in Occidente il petrolio da essi estratto nei territori da essi “liberati”).
C’è poi un’altra motivazione: l’”Operazione Caesar “(che si colloca sull’onda di altre gravissime manipolazioni dei fatti, in altri contesti, come, ad esempio,  le “fosse comuni di Gheddafi” o quelle di Timisoara), al pari di alcune foto sulle foibe capovolge la realtà, trasformando le vittime in carnefici e i carnefici in vittime.

E prima di andare avanti nella lettura di questo report, vale la pena di guardare questo
breve video, prodotto da un gruppo di attiviste e attivisti siriani – SyrianGirlpartisan – che cercano, faticosamente, di fare controinformazione.
È composto di due parti.  Nella prima – già messa on line da un
gruppo di “ribelli anti-Assad” – vengono mostrati poliziotti e soldati del governo
di Damasco catturati, interrogati e successivamente uccisi.
La seconda parte del video, realizzata da SyrianGirlpartisan, mostra le foto
degli uccisi che vengono presentati da un sito internet antigovernativo come
“ribelli assassinati dal regime di Assad”.

Alcune di queste foto fanno parte delle “Foto di Caesar”.

1) Attendibilità delle fonti del Report Carter-Ruck
Il 20 gennaio 2014, due giorni prima che cominciassero i negoziati sul conflitto siriano a Ginevra, apparve su tutte le televisioni e sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, il sensazionale “Report into the credibility of certain evidence with regard to Torture and Execution of Persons Incarcerated by the current Syrian regime” (“Rapporto sulla credibilità di alcuni elementi di prova relativi a tortura ed esecuzione di persone incarcerate dal regime siriano”).

Era stato commissionato dal Qatar al “prestigioso” (tra i suoi assistiti anche Recep Erdoğan) studio legale londinese Carter-Ruck per “verificare” (tramite suoi
“esperti”) le dichiarazioni di Caesar” (sedicente fotografo della Polizia militare siriana) e delle sue 55.000 fotografie che mostravano, a detta di “Caesar”, circa 11.000 prigionieri politici siriani dopo la loro esecuzione.

Le conclusioni del Report (“Caesar è degno di fede e le sue fotografie mostrano uccisioni su scala industriale”) scatenarono la stampa mondiale contribuendo a far chiudere, sul nascere, i negoziati di Ginevra.
Ovviamente davvero pochi furono i giornalisti ad analizzare il Report della Carter-Ruck e a porsi ovvie domande.

Ad esempio, chi è “Caesar”? Secondo il report <>

Un vero album degli orrori, quindi; anche se gli esperti della Carter-Ruck (che ci assicurano aver visionato ben 5.500 foto) alla fine accludono nel loro Report solo dieci foto (“le più rappresentative”). Sulle quali ci si soffermerà.
Ma perché mai la Polizia militare di Assad avrebbe dovuto trasportare in un ospedale militare i prigionieri, ammazzarli, fotografarli e realizzare così questa macabra collezione?

Secondo il Report della Carter-Ruck (pagg. 6-7 <> Ma per quale motivo le autorità avrebbero dovuto esibire un certificato di morte (“per problemi cardiaci e attacchi respiratori”, pag. 13) alle famiglie degli 11.000 oppositori che sarebbero scomparsi nelle carceri siriane?

Per spingerle ad avere indietro il corpo del loro caro e constatare così i segni delle torture? E poi, quale regime conserverebbe una documentazione così dettagliata sui propri crimini? Da sempre, dai lager nazisti a Pinochet, gli oppositori scompaiono e basta.

Desaparecidos, appunto. Altro che certificato di morte alle famiglie o immensi archivi
fotografici a disposizione di qualche sadico satrapo di regime o di qualche inaffidabile dipendente della Polizia militare.
Ma, visto che nessuna delle dieci foto specifica chi sia la vittima, vuole almeno dire il Rapporto chi sia veramente questo “Caesar”?

No. Non lo si può rivelare “per motivi di sicurezza”, nonostante “Caesar”, da
tempo, (pag. 12) “viva fuori dalla Siria insieme alla sua famiglia”. E meno male che il Rapporto, invece, rivela che per 13 anni “Caesar” ha lavorato come fotografo nella Polizia militare siriana.

Certo, con tant suoi colleghi impegnati a fotografare decine di migliaia di cadaveri martoriati, forse può ancora sperare di mimetizzarsi.

Altre cose ci sarebbero da aggiungere sulla buona fede di “Caesar” attestata in un baleno – l’ultimo suo esame da parte degli esperti della Commissione di indagine risale (pag. 6) al 18 gennaio; il file “version to print” del Rapporto postato sul sito della CNN riporta la stessa data: 18 gennaio -; o su quella del suo (anonimo) parente (pag. 15), garante dell’identità di “Caesar”, che, “stando fuori dalla Siria e militando nell’Opposizione siriana”, avrebbe ricevuto da lui (che, allora, stava in Siria, custode di una documentazione così sconvolgente e, per di più, parente di un oppositore) “decine di migliaia di immagini”.

Forse qualche altro sistema per accertare chi fosse e che mestiere facesse davvero “Caesar” poteva essere tentato:

ad esempio, interrogare alcuni tra i numerosi poliziotti (anche della Polizia militare) che disertando, sono scappati fuori dalla Siria.

Ma considerando l’acume investigativo degli esperti della Carter-Ruck (che si
fidano di due documenti di identità ad essi mostrati da “Caesar” – vedi pag. 12), era chiedere troppo.

2) Analisi di alcune foto 

Ma occupiamoci delle foto. Essendo state scattate dal “regime di Assad” per realizzare il macabro database dei prigionieri uccisi, è ovvio che nella “cinquina” di foto che documentava la tortura e la morte di ogni vittima avrebbe dovuto essercene almeno una raffigurante la faccia del malcapitato.

In realtà, se si analizzano le foto inserite nel Report Carter-Ruck , si evidenzia che non solo nessuna tra queste permette una identificazione del condannato ma che, addirittura, nelle foto più pregnanti per dimostrare l’avvenuta tortura IL VISO È CELATO DA RETTANGOLI NERI. Perché? Il Rapporto ha la sfacciataggine di asserire (pag.
19) che <>

Motivi di sicurezza e di privacy? Per persone la cui identificazione avrebbe
significato, un inequivocabile atto di accusa per i carnefici? Per delle famiglie che certamente avrebbero diritto di conoscere la sorte toccata ai loro cari? Per i condannati stessi, che in questa rivelazione avrebbero potuto esternare la loro ultima testimonianza? Niente.

“Motivi di sicurezza e di privacy”. E così nulla si può dire sull’’identità delle persone martoriate e uccise.


Il Report Carter-Ruck mostra (su un totale dichiarato di 55.000) appena 10 foto e solo 5 tra queste mostrano un qualche segno di lesioni. Foto, per di più, costellate da
ingiustificati rettangoli neri e che se non fosse stato per una  cinghia (vedi foto 5)

– che il Report non specifica se era stata “dimenticata” dai carnefici della Polizia militare o se era stata prestata da questi per scattare la foto – presumibilmente usata per uno strangolamento, avrebbero potuto essere scattate dovunque.

Ad esempio nell’obitorio di un ospedale, come suggerirebbero le altrimenti inspiegabili garze, alcune apposte su ferite (foto 6 e 7).

Questo, verosimilmente, determinò l’esigenza di pubblicare altre foto affidando, nel dicembre 20 15, l’intera collezione delle “Foto di Caesar” all’organizzazione Human Rights Watch (HRW) che le esaminò.
Nonostante che HRW non possa certo dirsi una organizzazione sostenitrice del governo di Assad (basti considerare il suo appoggio a clamorose, quanto menzognere, campagne mediatiche – quali il “Sarin di Assad a Goutha”, il “napalm lanciato da Damasco sulle scuole”, i cecchini di Assad che sparano sulle donne gravide” …) clamorosa è la considerazione iniziale riportata nel suo Report: (HRW pp 2-3) “…oltre il 46%
delle foto (24.568) non mostra persone torturate a morte dal governo siriano ma, al contrario, mostra soldati siriani morti e vittime di autobombe o di altre forme di violenza.”

Come arriva HRW a questa considerazione?

Semplice, verificando il codice di classificazione apposto sui cadaveri: lo stesso utilizzato
dallo stato siriano per queste tipologie di morti.

E le altre foto? Per HRW le restanti 28.707 raffigurerebbero 6.786 individui morti in centri di detenzione del governo, ad attestarlo la particolarità del codice di
classificazione;

una affermazione questa smentita dalla certosina indagine sui codici mortuari in Siria svolta da un ricercatore statunitense, Adam Larson.
Ma, nonostante le iniziali precisazioni e le assicurazioni di aver intervistato centinaia di siriani per dareun nome ai morti fotografati, il Report di HRW, da un nome a solo otto di questi. Ma, anche in questi casi, le sorprese non mancano.

Come nelle presunte foto di Ayham Ghazzoul, Oqba al-Mashaan e Mohammed
Tariq Majid nelle quali la barba del soggetto che sarebbe stato ucciso è esattamente identica – curata, presumibilmente, con un rasoio elettrico – a quella del soggetto vivo. Un dettaglio questo che, insieme alla mancanza di evidenti tracce, sembrerebbe inficiare l’ipotesi di una esecuzione dopo una presumibilmente lunga detenzione.

In più, il Report di HRW, dopo avere, anche esso, riproposto gli stessi ingiustificabili riquadri che celano visi delle persone morte – e, addirittura, le etichette con il codice mortuario – e averci mostrato due cortili pieni di cadaveri (nessuno dei quali si direbbe mostri segni di torture ma tutti sembrano morti per inedia)
che ci viene garantito sono prigioni di Assad – conclude facendo sue le conclusioni del Report Carter-Ruck .
Ne avrà in cambio un cospicuo numero di foto per una sua mostra – “Caesar Photos: Inside Syria Authorities Prisons” – ospitata dal Museo dell’Olocausto di Washington DC, nel Palazzo di Vetro dell’ONU a New York, nel Parlamento Europeo di Strasburgo, in numerose altre istituzioni e musei… – visitata da flotte di persone indignate e commosse.
Del resto, perché mai esse avrebbero dovuto subodorare qualche imbroglio dietro quelle terribili foto?
Rappresentavano inequivocabilmente persone uccise. “Ovviamente”, dal regime di Assad: lo diceva pure il titolo della mostra. E anche organizzazioni dal nome immacolato, che mai si sospetterebbe lavorino al fianco dei Signori della Guerra, come Amnesty International o l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani.

E che altro fare, quindi, davanti a quelle foto se non invocare la distruzione dell’ennesimo stato canaglia?

L’”Operazione Caesar”
Verosimilmente, per sfruttare l’indignazione generale suscitato dalle mostre e i conseguenti, innumerevoli, articoli e servizi TV, nel settembre 2015, sbarca nelle librerie di tutta Europa il libro di Garance Le Caisne “Siria. La macchina della morte” basato su una serie di interviste rilasciate da “Caesar, in persona”.
Un libro davvero grottesco, grondante di incredibili episodi – come (pag. 68) cadaveri di prigionieri trasportati in camionette da Homs a Damasco “certamente per mostrare ai capi dei reparti di sicurezza che quegli uomini erano stati arrestati e uccisi” – incalzanti colpi di scena (“Una storia degna di un romanzo di spionaggio” annuncia Le Figaro in quarta di copertina) e “precisazioni” su quanto finora già detto da “Caesar” che finiscono per essere una toppa peggio del buco.
Ad esempio, alla ovvia domanda perché mai la Polizia militare di Assad avrebbe dovuto trasportare in un ospedale militare i prigionieri, ammazzarli, fotografarli e realizzare così questa macabra collezione,
“Caesar”, messe da parte le sue strampalate spiegazioni riportate nel Report Carter-Ruck, (i certificati di morte da mostrare ai familiari delle vittime) così si esprime: “ (pag. 130) Ma io sono un uomo semplice, non un politico: vi darò una risposta semplice.

I servizi di sicurezza dell’Intelligence (siriana) non sono coordinati direttamente dal regime. Ciascuno di questi dipartimenti non sa cosa fanno gli altri (…)

Il regime documenta ogni cosa per non dimenticare nulla. Perché allora non documentare quelle morti? (…) Ci siamo limitati a seguire la solita routine, senza che il regime sospettasse neanche lontanamente che un giorno tutto questo gli si sarebbe rivoltato contro.(…) A volte mi domando se i responsabili dei servizi di sicurezza non siano in realtà più stupidi di quanto si pensi.”
Ma, al di là di altre stupefacenti affermazioni, la parte più interessante del libro è il sostanziale boicottaggio che l’establishment statunitense ha riservato al “Caso Caesar”. Valga per tutti il fantomatico Dossier dell’FBI che Garance Le Caisne, (a pag. 207) cita: “…l’FBI finirà per annunciare ufficialmente che le foto del dossier sono autentiche. In un rapporto di cinque pagine consegnato al Dipartimento di Stato nel giugno 2015 e di cui il sito Yahoo News è riuscito ad ottenere una copia, l’FBI dichiara che le foto in esame non sono state manipolate…. Bensì ritraggono eventi e persone reali. Una bella patata bollente.”
In realtà, questo ormai celebre rapporto dell’FBI, pur citato anche dall’HRW nel catalogo della sua mostra, al pari dell’Araba Fenice, è introvabile. Yahoo, che lo avrebbe, più o meno, trafugato, non lo ha mai pubblicato e così l’FBI e il Dipartimento di Stato.

Ma perché Garance Le Caisne considera questo Rapporto una “patata bollente”?

Per saperlo bisogna soffermarsi sul davvero penoso capitolo – la “congiura” ordita
dal Congresso USA dopo l’audizione di Caesar – che conclude il libro di Garance Le Caisne; una cinica macchinazione dettata dall’impossibilità di Obama a bombardare la Siria e da non meno precisate canagliate diplomatiche.
Il regista di questo ennesimo tradimento dell’Occidente verso i valori della Democrazia e della Libertà?
Stephen Rapp, ambasciatore americano incaricato alla Giustizia internazionale. Che così dichiara (pag. 206) all’autrice del libro: “Quando abbiamo lanciato il progetto di riconoscimento facciale ero convinto che avremmo riscontrato un centinaio di corrispondenze. Nelle nostre banche dati abbiamo milioni di foto ma alla fine ci siamo ritrovati con meno di dieci corrispondenze.” Ma il peggio Garance Le Caisne lo rivela più
avanti: “Di passaggio a Londra nel marzo 2015, Rapp apre il computer e ci mostra due foto di uomini che in effetti presentano una strana somiglianza: uno è morto in un centro di detenzione siriano, l’altro è vivo e vegeto su una carta di identità.

Rapp continua: ”
In effetti, il battage pubblicitario, organizzato soprattutto dalla Francia, che aveva accompagnato “Caesar” nella sua audizione al Congresso USA (in realtà, una fugace, quanto coreografica, apparizione in una Sottocommissione; apparizione commentata da molti membri del Congresso con dichiarazioni di rito caratterizzati, comunque, da un tono certamente più dimesso di quelle che, anni prima, avevano accolto
un’altra “testimonianza”: quella di “Nayirah”, sedicente infermiera del Kuwait) , si è rivelato un boomerang.

Questa défaillance dell’operazione mediatica ha impedito al “caso Caesar” di approdare alla Corte Penale Internazionale. La Francia, quindi, si è consolata, nell’ottobre 2015, facendo incriminare Assad dalla Procura di Parigi proprio sulle “prove” prodotte dal duo Caesar – Garance Le Caisne.
Intanto l’Operazione Caesar – pur stancamente – procede. Ora tutto l’archivio delle sue presunte foto è proprietà del dal sito “pro ribelli” SAFMCD che, verosimilmente, continua ad alimentarlo, raccattando un po’ dovunque foto di morti; foto, tra l’altro, che il SAFMCD filigrana con il proprio logo, nella verosimile speranza di farsi pagare il copyright se qualcuno va a ripubblicarle sul web o sui media.

E tra le numerose (e spesso, raccapriccianti) che affollano il sito del SAFMCD, due foto non possono che sbalordire:

mostrano, inequivocabilmente, due degenti in qualche ospedale, ai quali, dopo la loro morte è stato apposto sulla fronte l’etichetta per la morgue. Etichetta che, ovviamente, è stata resa illeggibile dai redattori del SAFMCD.

Magari così riescono meglio a vendere le foto a qualche giornalista.

Redazione di www.sibialiria.org
Redazione di www.lantidiplomatico.it

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