La Libia dei ribelli tra pirateria e “guerra del mare”

Pubblicato il: 11 giugno, 2012
Analisi / Esteri | Di Filippo Bovo

La Libia dei ribelli tra pirateria e “guerra del mare”

S’illudevano, i “destrosinistri” liberaldemocratici di casa nostra, che, con la scomparsa di Gheddafi ed il trionfo dei ribelli giunti a Tripoli sulla punta della baionetta della NATO, la Libia avrebbe smesso di fare la voce grossa contro l’Italia: niente più “giornate dell’odio”, in realtà abolite già da quel dì, niente più attacchi, niente più ricatti. Nonchè, niente più sequestri di pescherecci italiani nel Canale di Sicilia. Pensavano d’essersi guadagnati, a suon di bombardamenti indiscriminati, una nazione umile ed umiliata, serva e servile come la rimpianta Libia di re Idris alla quale quella dei ribelli strizza l’occhio avendone fatta sua persino la bandiera.
E invece ecco che lo scorso giovedì sera è arrivata la sorpresa: tre pescherecci appartenenti alla flotta di Mazara del Vallo, “Boccia”, “Maestrale” e “Antonino Sirrato”, sono stati intercettati da motovedette libiche che hanno anche esploso in aria colpi d’arma da fuoco mentre si trovavano in acque internazionali, vale a dire a più di 30 miglia nautiche dalle coste libiche (per il diritto internazionale le acque territoriali terminerebbero a 12 miglia nautiche dalla costa). Secondo le prime testimonianze i pescherecci, con un equipaggio complessivo di 19 uomini (12 siciliani e 7 tunisini), sono stati prima di tutto arrembati da un gommone dal quale sarebbero scesi uomini con armi in pugno, che avrebbero così minacciato e costretto all’obbedienza i pescatori in attesa dell’arrivo delle motovedette. Un’azione più piratesca che militare, e che ben esprime nelle sue modalità anche il livello di “somalizzazione” conosciuto dalla Libia in questi ultimi mesi.
I pescatori adesso si trovano nel carcere di Bengasi, in attesa di giudizio da parte di un tribunale militare. Al momento le pressioni richieste dal ministro degli esteri Terzi sull’ambasciatore italiano a Tripoli e sul console a Bengasi non parrebbero aver ancora sortito alcun effetto. Si sa però che le accuse rivolte ai pescatori del Boccia, del Maestrale e dell’Antonino Sirrato sono molto gravi: sconfinamento in acque territoriali libiche con conseguente sequestro dei navigli e del prodotto ittico in essi contenuto.
In termini di diritto internazionale i pescatori non avrebbero colpe, giacché navigavano in acque internazionali, ma da oltre trent’anni la Libia ha esteso unilateralmente le proprie acque nazionali fino a 72 miglia da Sirte, tracciando così una linea che chiude tutto il Golfo omonimo. La Jamahiriya giustificava tale scelta presentando il Golfo di Sirte come una baia storica del paese, scontrandosi con le pretese delle principali potenze mondiali che si vedevano così colpite nei loro interessi nel Mediterraneo: più volte le navi da guerra degli Stati Uniti e di altri paesi hanno infatti violato tale barriera. Nei primi Anni ’80 vi fu, a tal proposito, anche la ben nota crisi del Golfo di Sirte, con lo scontro aereo tra caccia libici ed americani.
Anche le nuove autorità libiche, malgrado lo sfascio in cui versa il loro paese, non intendono rinunciare alla sovranità sulle acque di tutto il Golfo di Sirte. Anzi, proprio per questo motivo saranno probabilmente indotte a puntare sempre di più sull’arma del ricatto nei confronti del vicino italiano. Mentre la Libia sfocia in un tribalismo vieppiù accentuato, col paese frammentato tra tribù e signorie della guerra, nel Golfo di Sirte s’affaccia lo spettro della pirateria. Con buona gioia di chi credeva in una nuova Libia pacifica, democratica e collaborativa.
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