MEMBRO DEI WHITE HELMET FILMATO MENTRE SI LIBERAVA DEI CORPI MUTILATI DI SOLDATI SIRIANI

RT, 23 giugno 2017

Un membro dei cosiddetti “Caschi Bianchi”, salutati dai media occidentali come “eroi portatori di pace”, è stato ripreso in un video mentre aiutava un gruppo di militanti non identificati a liberarsi di cadaveri di soldati dell’Esercito siriano che erano stati decapitati.

Un impressionante filmato pubblicato su Twitter il 20 giugno mostra un uomo che indossa una maglietta con il logo dei White Helmet che butta in una discarica un mucchio di cadaveri, presumibilmente di soldati dell’Esercito siriano o combattenti fedeli al governo.

Nello scioccante filmato si vede che molti dei corpi sono decapitati e un militante mostra persino alla videocamera, in primo piano, la testa mozzata di un soldato.

Gli imparziali e umanitari White Helmet prendono parte alla decapitazione e all’eliminazione di cadaveri di soldati siriani in una discarica di Daraa”, recita la didascalia sotto il video postato su Twitter.

Daraa è una provincia nel sud della Siria che confina con la Giordania e in cui operano diverse fazioni di ribelli, oltre al gruppo terrorista Al-Nusra.

Non è ancora chiaro a quale gruppo appartengano i militanti che nel video si liberano dei cadaveri.

In seguito all’incidente, i White Helmet, ufficialmente noti come Syria Civil Defense, hanno rapidamente diramato un comunicato in cui la dirigenza del gruppo condannava l’uomo ripreso nel video e affermava di averlo allontanato per violazione del codice di condotta.

Il gruppo ha ammesso che l’uomo nel video era effettivamente un membro dei White Helmet ma ha affermato che stava “agendo in modo indipendente e non nelle funzioni di membro della SCD.”

Il 20 giugno 2017, nel governatorato di Daraa, un volontario della SCD è stato visto prendere parte a un’azione che violava i valori e i principi organizzativi della SCD” affermava il comunicato, aggiungendo che il comportamento dell’uomo in questione, il cui nome non veniva rivelato, “costituisce una grave trasgressione del Codice di Condotta della SCD”.

Di conseguenza, il volontario è stato espulso” affermava il comunicato.

Questa non è la prima volta che i White Helmet vengono ripresi mentre partecipano ad atrocità di vario genere in Siria, dal momento che il primo di [tali incidenti] risale al 2015” ha detto a RT Vanessa Beeley, giornalista e ricercatrice indipendente. La Beeley ha aggiunto che “l’unico motivo per cui i White Helmet hanno emesso questo comunicato è che sono stati ripresi [in video].”

Un incidente simile si era verificato a maggio, quando è uscito un filmato che mostrava diversi membri della squadra di soccorso del gruppo che aiutavano a portare via il corpo di un uomo giustiziato dai ribelli nella città di Jasim, sempre nella provincia di Daraa.

L’uomo era stato ucciso in un’esecuzione sommaria compiuta dai ribelli al cospetto di un’ampia folla e ripresa da una videocamera. Nel filmato si vedono i volontari dei White Helmet intervenire per disporre del corpo, ha riportato all’epoca Al Masdar News.

Anche allora i White Helmet avevano subito pubblicato un comunicato in cui affermavano che i volontari del gruppo “sono stati visti comportarsi in modo inappropriato e non conforme al Codice di Condotta della Syria Civil Defence.”

In quell’occasione il problema parve essere che il capo della squadra locale non aveva chiesto il “permesso ai suoi superiori prima di accondiscendere alla richiesta” di disporre del cadavere. L’uomo è stato successivamente espulso.

È ormai parecchio tempo che i White Helmet vengono salutati dai media occidentali come eroi che salvano vite umane. A febbraio un documentario di Netflix, che elogia il gruppo definendoli “volontari civili disarmati e neutrali”, ha persino vinto un Oscar come miglior documentario breve.

L’organizzazione ha ricevuto elogi anche da parte di Amnesty International, che l’ha descritta come “gruppo di volontari neutrali e disarmati”.

Eppure il gruppo è da diverso tempo inseguito dalle accuse di avere legami con formazioni terroristiche. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, in aprile ha affermato che i White Helmet sono coinvolti nell’insabbiamento dei crimini dei terroristi.

I White Helmet non solo si sentono a casa nei territori controllati da Al-Nusra e dallo Stato Islamico [IS, ex ISIS/ISIL], ma esprimono anche apertamente un atteggiamento favorevole nei loro confronti, fornendo loro informazioni e persino aiuti economici” ha aggiunto.

Le sue parole riecheggiano in parte in quelle della Beeley, la quale ha riferito a RT che i residenti di Aleppo, che hanno vissuto sotto il giogo dei terroristi per cinque anni, “possono testimoniare del fatto che i White Helmet collaboravano con il Fronte Al-Nusra, così come partecipavano alle esecuzioni e alle torture, e che lavoravano come unità di protezione civile del Fronte Al-Nusra

La Beeley ha proseguito dicendo che “i White Helmet sono un importante progetto finanziato da Gran Bretagna, Stati Uniti, Europa e stati del Golfo al fine di diffondere la propaganda contro il governo e l’esercito siriano”. Il che spiega in parte il silenzio dei media quando emergono scandali come questo.

Anche una giornalista e attivista per i diritti umani canadese, Eva Bartlett, che è stata in Siria diverse volte dall’inizio della guerra, ha messo in dubbio l’autenticità delle affermazioni dei White Helmet riguardo la loro missione di “gruppo di soccorso”.

I membri dell’organizzazione “affermano di portare soccorso ai civili di Aleppo est e Idlib [ma]… nessuno ad Aleppo est ha sentito parlare di loro” ha detto in un discorso all’ONU nel dicembre 2016.

I residenti di Aleppo hanno descritto il gruppo come “ladri e sciacalli, sempre pronti a mettersi in posa per le fotografiee interessati solo a pubblicare video d’effetto.Quando arrivavano per aiutare i feriti li derubavano” ha detto un anziano alla corrispondente di guerra di RT nel dicembre 2016. “Se trovano gioielli addosso a una persona, glieli tagliano via. Sono tutti ladri

 

Articolo originale: https://www.rt.com/news/393809-white-helmets-mutilated-bodies/

 

 

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Libia: processo farsa contro Saadi Gheddafi rinviato all’11 luglio

Tripoli, 21 giu 09:40 – (Agenzia Nova) – Il tribunale della Corte d’appello di Tripoli ha rinviato all’11 luglio l’udienza del processo a carico di Saadi Gheddafi, terzo figlio del defunto colonnello libico Muhammar Gheddafi. Saadi è comparso stamattina davanti alla seconda sezione penale del tribunale di Tripoli, davanti al giudice Ramadan Balut, il quale si occupa del RIDICOLO “caso dell’uccisione dello sportivo Bashir al Riani avvenuta sotto il regime di Gheddafi” . Saadi ha fugato così le speculazioni su dove si trovasse dopo il trasferimento del carcere di al Hadba per motivi di sicurezza e la liberazione del fratello, Saif al Islam Gheddafi.

Nell’estate del 2015 alcuni video pubblicati sul web mostravano i funzionari della sicurezza di Tripoli mentre torturavano e minacciavano Saadi Gheddafi nel tentativo di estorcergli una confessione. Il terzo figlio del colonnello è accusato, tra le altre cose, dell’”omicidio di un calciatore”  quando era capo della Federcalcio libica. Le immagini mostrano un funzionario della sicurezza mentre si rivolge al figlio del colonnello in tono minaccioso: “Puoi parlare ora di sua spontanea volontà o i nostri ragazzi ti faranno sedere su un proiettile calibro 23 millimetri per avere tutte le informazioni”. Un altro funzionario ricorda che “qui dentro abbiamo rotto le costole di Abdullah Senussi”, l’ex capo dei servizi segreti di Gheddafi. Saadi, da parte sua, chiede di rimuovere la benda sugli occhi: “Non ora, dopo”, rispondono i carcerieri di Tripoli, chiedendo all’ex calciatore di Perugia, Udinese e Sampdoria dei suoi presunti collegamenti con altri gruppi islamisti. “Mi faranno del male. Giuro su dio che mi faranno del male”, risponde uno spaventato Saadi Gheddafi. In un altro video, Saadi viene ripetutamente colpito sulle piante dei piedi con un bastone.

Intanto s’infittisce il ministero sulla sorte di Saif al Islam Gheddafi, del quale si sono perse ufficialmente le tracce dalla sera del 9 giugno quando la brigata Abu Bakr al Siddiq di Zintan lo ha liberato dallo stato di detenzione nel quale si trovava da alcuni anni. Le notizie diffuse subito dopo la sua liberazione lo davano ad al Baida, protetto dalle tribù locali, mentre negli ultimi giorni sono circolate voci sulla sua presenza a Ubari, nel sud della Libia. In realtà nelle ultime ore è circolato sul web un video che, secondo fonti algerine, ritrarrebbe lo stesso Saif al Islam insieme a dei tuareg nella città di Ubari. Nel video pubblicato sul web Saif al Islam sarebbe l’uomo che, vestito di una lunga tunica marrone, cammina insieme a esponenti di tribù tuareg per le strade di Ubari, città nel sud della Libia al confine con l’Algeria le cui famiglie sono legate a quella dei Gheddafi. A riferirlo è il quotidiano algerino “al Fadjr”, secondo il quale presto il figlio del colonnello che ha guidato la Libia per decenni potrebbe ritornare ad avere un ruolo politico nel paese.

Saif al Islam era stato arrestato dalla brigata di Zintan nel novembre del 2011 mentre si trovava sulla strada per il Niger in fuga dopo la morte del padre. Nel luglio del 2015 il tribunale d’Appello di Tripoli lo aveva condannato a morte per la “repressione delle proteste”  in Libia. Si dice convinto di un ritorno sulla scena politica di Saif al Islam Gheddafi anche l’avvocato e analista politico Ibrahim Ghweil. Parlando nei giorni scorsi al Cairo nel corso di una festa organizzata nella capitale egiziana in occasione della liberazione del figlio del colonnello libico, Ghweil ha spiegato ai presenti che “nella prossima fase ci sarà una riconciliazione complessiva della società libica e verrà completato il progetto di Libia al Ghad (la Libia del domani, piano che con Gheddafi prevedeva il passaggio del potere di padre in figlio) che si è fermato nel 2011, per far uscire il paese dalla sua crisi”. A presentare questo piano, secondo Ghweil, citato dal sito informativo “Akhbar Libya”, sarà lo stesso Saif al Islam.

Il procuratore della Corte penale internazionale (Cpi), Fatou Bensouda, nel frattempo ha chiesto l’immediato arresto e la consegna alle autorità della Corte di Saif al Islam e Al Tuhamy Mohamed Khaled, sui quali spicca un mandato di cattura per “crimini contro l’umanità” . “Il mio ufficio è a conoscenza delle ultime notizie dei media secondo cui lo scorso 9 giugno Saif al Islam Gheddafi sarebbe stato liberato dal suo stato di custodia dalla brigata Abu Bakr al Siddiq della città di Zintan in Libia”, precisa la Bensouda in un comunicato stampa pubblicato dal sito della Cpi. “Attualmente stiamo verificando queste informazioni e prendendo le misure necessarie per determinare la posizione del signor Gheddafi. A tal fine, invito le autorità della Libia, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e tutti i paesi che aderiscono allo Statuto di Roma, altri stati ed entità pertinenti ad inviare al mio ufficio qualsiasi informazione pertinente in loro possesso”, si legge nella nota.

La scarcerazione della “Spada dell’Islam”, avvenuta in teoria venerdì 9 giugno, non era stata ancora confermata da un’apparizione pubblica. Sulla piattaforma Youtube erano stati caricati alcuni filmati del figlio di Gheddafi spacciati per nuovi, ma risalenti in realtà all’epoca della passata Jamahiriya. In rete circolava voce che Saif al Islam avrebbe fatto un discorso alla nazione il 27mo giorno del Ramadan (il 22 giugno), ma intanto la località dove si trova resta ancora un mistero. (Lit)