Quello che i libici non avranno più.

Vorrei ricordare agli assassini e traditori vari, ( ma anche a chi finge di non sapere ), come era la Libia di Gheddafi e cosa è stato ” democraticamente ” distrutto.

Elettricità domestica gratuita per tutti
■Acqua domestica gratuita per tutti
■Il prezzo della benzina è di 0,08 euro al litro
■Il costo della vita in Libia è molto meno caro di quello dei paesi occidentali. Per esempio il costo di una mezza baguette di pane in Francia costa più o meno 0,40 euro, quando in Libia costa solo 0,11 euro. Se volessimo comprare 40 mezze baguette si avrebbe un risparmio di 11,60 euro.
■Le banche libiche accordano prestiti senza interessi
■I cittadini non hanno tasse da pagaren e l’IVA non esiste.
■Lo stato ha investito molto per creare nuovi posti di lavoro
■La Libia non ha debito pubblico, quando la Francia aveva 223 miliardi di debito nel Gennaio 2011, che sarebbe il 6,7% del PIL. Questo debito per i paesi occidentali continua a crescere

■Il prezzo delle vetture (Chevrolet, Toyota, Nissan, Mitsubishi, Peugeot, Renault…) è al prezzo di costo
■Per ogni studente che vuole andare a studiare all’estero, il governo attribuisce una borsa di 1 627,11 Euro al mese. ■Tutti gli studenti diplomati ricevono lo stipendio medio della professione scelta se non riescono a trovare lavoro
■Quando una coppia si sposa, lo Stato paga il primo appartamento o casa (150 metri quadrati)
■Ogni famiglia libica, previa presentazione del libretto di famiglia, riceve un aiuto di 300 euro al mese
■Esistono dei posti chiamati « Jamaiya », dove si vendono a metà prezzo i prodotti alimentari per tutte le famiglie numerose, previa presentazione del libretto di famiglia
■Tutti i pensionati ricevono un aiuto di 200 euro al mese, oltre la pensione.
■Per tutti gli impiegati pubblici in caso di mobilità necessaria attraverso la Libia, lo Stato fornisce una vettura e una casa a titolo gratuito. Dopo qualche tempo questi beni diventano di proprietà dell’impiegato.
■Nel servizio pubblico, anche se la persona si assenta uno o due giorni, non vi è alcuna riduzione di stipendio e non è richiesto alcun certificato medico

■Tutti i cittadini della libia che non hanno una casa, possono iscriversi a una particolare organizzazione statale che gli attribirà una casa senza alcuna spesa e senza credito. Il diritto alla casa è fondamentale in Libia. E una casa deve essere di chi la occupa.
■Tutti i cittadini libici che vogliono fare dei lavori nella propria casa possono iscriversi a una particolare organizzazione, e questi lavori saranno effettutati gratuitamente da aziende scelte dallo Stato.
■L’eguaglianza tra uomo e donna è un punto cardine per la Libia, le donne hanno accesso a importanti funzioni e posizioni di responsabilità.
■Ogni cittadino o cittadina della Libia si puo’ investire nella vita politica e nella gestione degli affari pubblici, a livello locale, regionale e nazionale, in un sistema di DEMOCRAZIA DIRETTA (iniziando dal Congresso popolare di base, permanente, fino ad arrivare al Congresso generale del popolo, il grande Congresso nazionale che si riunisce una volta all’anno) .

RICORDARE LA JAMAHIRIYA LIBICA

DI ALEXANDER MEZYAEV
strategic-culture.org

La Libia uno stato autosufficiente e prospero è collassato due anni fa. Riporta alla memoria i drammatici eventi e ciò che hanno prodotto. Prima di tutto, è stato un nuovo tipo di guerra, una «rivoluzione virtuale» e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite erano basate su …la revisione delle sequenze di un film Tv.

Dopo l’adozione della risoluzione numero 1970 da parte del Consiglio di Sicurezza ONU, il Consiglio ONU per i diritti umani ha inviato in Libia la Commissione d’indagine indipendente. Il governo libico acconsentì alla visita di tutti i posti dove sarebbe stato aperto il fuoco su chi protestava pubblicamente. I membri della commissione furono autorizzati ad andare ovunque volessero recarsi e loro … in tutta fretta lasciarono il paese.

Gheddafi li invita per un incontro, ma essi nemmeno attesero fino ad allora! Non seguì alcun’altra indagine da parte della «comunità internazionale ». Vladimir Chamov, ex ambasciatore russo in Libia (2008-2011), scrisse, «la menzogna usata dalla NATO per giustificare la sua Guerra contro la Libia fece impallidire persino quella inventata come pretesto per invadere l’Iraq».

Egli sa di cosa parla, visto che è stato anche ambasciatore russo in Iraq. La risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza ONU prefigurava la possibilità di «qualsiasi azione» contro la Libia. Vi si dice che la Russia commise un grande errore astenendosi mentre il Consiglio di sicurezza votava per la risoluzione N 1973. E i diplomati russi, incluso Oleg Peresypkin, ex ambasciatore russo in Libia (1984-1986), dicono che era del tutto possible opporsi al testo prima della votazione. Infatti, per la prima volta nella storia del diritto internazionale qualsiasi stato poteva adottare qualsiasi misura contro la Libia. Le parole usate erano di sfida, necessitavano un lavoro di rifinitura , di precisazione, ma … ciò non è mai accaduto.

Per la prima volta nella storia, il caso di un paese fu sottoposto alla Corte penale internazionale, per quanto la Libia non vi avesse nemmeno aderito.

Dopo gli eventi in Libia, i risultati elettorali e la conformità al diritto interno hanno cessato di essere criteri per giudicare la legittimità del potere esercitato dallo Stato. Erano le dichiarazioni di capi di stato stranieri (il Presidente degli Stati Uniti, per esempio) che ora contavano.

Le cosiddette rivoluzioni arabe hanno arrecato parecchi danni agli interessi della Russia. Senza dubbio, la cooperazione col mondo arabo era benefica, ora invece sono andati perduti molteplici contatti. Pavel Akopov, presidente dell’Associazione dei diplomatici russi ed ex Ambasciatore russo in Libia, ricorda, «Gli economisti sovietici misero a punto un sistema di concessione di crediti per gli stati arabi. Un prestito decennale veniva concesso a un tasso di interesse del 2.5%. Era possibile pagare con i beni prodotti dall’industria del paese o dale imprese costruite con l’aiuto fornito dall’Unione sovietica a scapito dei prestiti. Questo era il modo in cui esportavamo prodotti dell’industria ingegneristica ». Il modello di sviluppo di relazioni bilaterali benefiche per ambo le parti si è rivelato così attraente da essere copiato in Occidente.

Per la Russia la Libia è stata la perdita più grande nel Medio Oriente.
L’ex ambasciatore russo in Libia (1991-1992) Veniamin Popov dice che attraverso il riscatto dei prestiti la Libia pagava alla Russia più di ogni altro paese nella storia della cooperazione economica tra l’ USSR ed altri stati. I libici pagavano sempre con denaro contante, altrimenti, esportavano riserve di petrolio. Il greggio libico è un prodotto di elevata qualità, essendo praticamente privo di zolfo.
Secondo Alexey Podzerob, ex Ambasciatore russo in Libia (1992-1996), persino estinguere parte del debito era conveniente visto che il denaro veniva usato per piazzare ordini per l’industria russa!

L’eliminazione della Libia è un crimine contro lo stato, ma anche un tentativo di decretare arbitrariamente un nuovo diritto internazionale. Gli eventi in Mali sono una diretta conseguenza di ciò che è successo in Libia. Il caso è stato già trasferito alla Corte penale internazionale, e ciò non appena il Presidente legalmente eletto è stato rovesciato. Il 19 febbbraio 2013 la Commissione internazionale indipendente d’indagine dell’ONU ha consegnato un rapporto al Consiglio di sicurezza ONU nel quale si raccomandava fortemente di sottomettere la situazione in Siria all’attenzione della stessa Corte. La Commissione ha riconosciuto che «I gruppi armati anti-governativi hanno commesso crimini di guerra, tra cui omicidio, tortura, sequestro di persona ed aggressione a cose oggetto di tutela. Continuano a mettere in pericolo la popolazione civile posizionando obiettivi militari all’interno di aree civili ». E ancora, secondo la Commissione «Le violazioni e gli abusi commessi dai gruppi armati anti-governativi non hanno comunque raggiunto l’intensità e la portata di quelli commessi dalle forze governative e dalle milizie affiliate ». (1) Peraltro, Carla Del Ponte, ex procuratore capo di due tribunali ONU di diritto penale internazionale, è un membro della Commissione. Considerando casi di guerra civile, ha reso una persecuzione unilaterale una norma di «giustizia» internazionale.

Le lezioni della Libia devono essere tratte per rettificare errori. Parlando in conferenza-stampa alla fine di dicembre 2012, il presidente Putin ha detto che la Russia non avrebbe ripetuto l’errore. Secondo lui, «Non appoggeremo alcun gruppo armato che cerchi di risolvere problemi interni con l’uso della forza ». Egli ha anche rilasciato una dichiarazione che non poteva passare inosservata. Parlando in conferenza-stampa a Copenhagen nel 2011 disse che nessuno aveva il diritto di interferire nei conflitti interni altrui. Oggi questa presa di posizione acquista un significato specifico. L’intervento internazionale in altri paesi non è più trattato alla stregua di un’interferenza in affari interni. La posizione resa pubblica da Putin richiede di lasciarsi alle spalle decisioni fittizie e arbitrarie presentate come atti legali e di tornare al vero diritto internazionale. È qualcosa che va ricordato da tutti i sostenitori di un «nuovo» sistema legale internazionale parallelo.

* * *

L’eliminazione della libica Jamahiriya del Grande Popolo Socialista è stata la fine di un progetto mondiale di ampia portata, un modello alternativo di società …

Ricordando la Jamahiriya libica non si dovrebbe dimenticare il fondatore del paese che ha sacrificato la propria vita per essa. Muammar Gheddafi è morto e lo ha fatto con dignità. Aveva riflettuto sulla morte a lungo. Quasi quaranta anni fa la sua famosa storia chiamata Morte vide la luce. In essa egli si interroga se la morte sia maschio o femmina. Dal punto di vista della filosofia di Gheddafi la differenza è significativa. Se la morte è maschio ad essa bisogna opporsi ad ogni costo, se è femmina– allora bisogna abbandonarsi ad essa. La storia dice che la morte può assumere qualsiasi forma ed è la forma che definisce le tue azioni. Il capo della Jamahiriya libica ha agito come avrebbe dovuto così come descritto nella sua toccante storia.

(1) Il testo completo del rapporto della Commissione d’indagine ONU è disponibile sul sito web dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani: http://www.ohchr.org/ Documents/ HRBodies/ HRCouncil/CoISyria/A.HRC.22.59_en.pdf

Alexander Mezyaev
Fonte: http://www.strategic-culture.org
Link: http://www.strategic-culture.org/news/2013/03/04/remember-libyan-jamahiriya.html
4.03.2013

Traduzione per http://www.Comedonchisciotte.org a cura di ALE EL TANGUERO Fonte:http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11598

Anche su: http://marionessuno.blogspot.it/2013/03/ricordare-la-jamahiriya-libica.html

Libia 2011: La sporca guerra in Libia, i gas democratici sui civili.

23 ottobre 2012.
Ci vorrebbero tomi interi per scrivere tutto quello che la stampa italiana occulta. Se continueremo a seguire le vicende della sporca guerra civile in Siria, di oggi le bombe ribelli sugli inermi civili cristiani, dall’altra parte del Mediterraneo un’altra sporca guerra è invece dimenticata: la guerra civile in Libia. I diritti umani, si sa, sono merce pregiata, pertanto vanno maneggiati con parsimonia.
Quindi sarebbe inutile versare pianti o rabbrividire per quello che stanno facendo i governativi sulla popolazione tripolitana. I governativi, cui è stata immediatamente data la patente di liberatori democratici, sono i “nostri alleati” (o meglio alleati della Francia, dell’Inghilterra e di quegli italiani, pacifisti o pacifinti fino al giorno prima, che tanto hanno premuto perché Berlusconi non bloccasse la guerra democratica a Gheddafi), quindi non è proprio il caso che i nostri mezzi di informazione ci informino di cosa stiano facendo quelli che Sarkozy e alleati vari hanno fatto vincere.


Di quello che sta succedendo a Bani Walid, ad esempio, nulla si sa, tranne qualche misero articoletto dove si spiega, con un disprezzo per la verità pari al disprezzo per la vita umana, che i governativi stanno piegando le ultime forze gheddafiane del paese: la realtà pare un po’ differente. E’ una realtà atroce di bombardamenti su civili inermi, sugli ospedali e bombardamenti a gas (già il gas, che bravi ragazzi questi democratici aiutati dall’occidente!).
Una delle testimonianze viene da un fotografo di Agence France Presse che si trovava nei paraggi di Bani Walid, il quale parla di almeno 20 morti e 200 feriti nella sola giornata di sabato oltre che di fiumane di civili che scappavano in preda al panico.
Non potendo contare sull’Europa premio nobel per la pace, i capitribù e i civili di Bani Walid, hanno postato i video delle atrocità (si vedono bimbi maciullati dalle bombe), le foto e le loro e mail al governo russo e a Russia Today, da cui traiamo una parte delle notizie, nella speranza che almeno i russi possano fare qualche cosa per salvare le loro vite.
Quello che scrivono è orribile: sono sotto assedio dall’inizio di ottobre, hanno elettricità per due tre ore al giorno, sono a corto di cibo, hanno finito il latte per i bambini, sono senza medicine e l’ospedale cittadino è sotto il fuoco dell’artiglieria.
Le testimonianze dall’interno parlano di attacchi coi gas da parte dei governativi sui civili e la prova che portano è nelle foto che ritraggono gli attaccanti con le maschere antigas (ci pare una prova credibile, perché mai gli attaccanti userebbero maschere antigas se non avessero usato il gas?).
Nella giornata di domenica centinaia di abitanti di Bani Walid erano andati a Tripoli per chiedere al neonato parlamento libico il cessate il fuoco, ma la risposta è stata a base di scariche di fucile da parte della polizia.
Il testimone intervistato da RT (con volto reso irriconoscibile per ovvi motivi) conclude dicendo che l’obbiettivo delle milizie è uno soltanto: far sparire dalla faccia della terra la tribù di Bani Walid.
Lasciando stare quello che gli ex ribelli, oggi governativi, stanno facendo al figlio del dittatore morto, Seif al Islam Gheddafi, da mesi prigioniero sotto tortura, l’Europa premio nobel per la pace (non carichiamo certo il professor Monti di queste incombenze, sarebbe già molto se ci riportasse i nostri marò dall’India) dopo aver imposto al paese questi ribelli potrebbe almeno fare finta di interessarsi del destino della popolazione libica. O almeno informare i cittadini di questa Europa di quello che succede.
Ma i diritti umani, si sa sono merce pregiata, pertanto vanno maneggiati con parsimonia.
articolo di Gianni Candotto – Qelsi

Fonte:http://www.blog.art17.it/2012/10/23/la-sporca-guerra-in-libia-i-gas-democratici-sui-civili/

Anche su: banihttp://marionessuno.blogspot.it/2013/03/la-sporca-guerra-in-libia-i-gas.html

La Libia dei ribelli tra pirateria e “guerra del mare”

Pubblicato il: 11 giugno, 2012
Analisi / Esteri | Di Filippo Bovo

La Libia dei ribelli tra pirateria e “guerra del mare”

S’illudevano, i “destrosinistri” liberaldemocratici di casa nostra, che, con la scomparsa di Gheddafi ed il trionfo dei ribelli giunti a Tripoli sulla punta della baionetta della NATO, la Libia avrebbe smesso di fare la voce grossa contro l’Italia: niente più “giornate dell’odio”, in realtà abolite già da quel dì, niente più attacchi, niente più ricatti. Nonchè, niente più sequestri di pescherecci italiani nel Canale di Sicilia. Pensavano d’essersi guadagnati, a suon di bombardamenti indiscriminati, una nazione umile ed umiliata, serva e servile come la rimpianta Libia di re Idris alla quale quella dei ribelli strizza l’occhio avendone fatta sua persino la bandiera.
E invece ecco che lo scorso giovedì sera è arrivata la sorpresa: tre pescherecci appartenenti alla flotta di Mazara del Vallo, “Boccia”, “Maestrale” e “Antonino Sirrato”, sono stati intercettati da motovedette libiche che hanno anche esploso in aria colpi d’arma da fuoco mentre si trovavano in acque internazionali, vale a dire a più di 30 miglia nautiche dalle coste libiche (per il diritto internazionale le acque territoriali terminerebbero a 12 miglia nautiche dalla costa). Secondo le prime testimonianze i pescherecci, con un equipaggio complessivo di 19 uomini (12 siciliani e 7 tunisini), sono stati prima di tutto arrembati da un gommone dal quale sarebbero scesi uomini con armi in pugno, che avrebbero così minacciato e costretto all’obbedienza i pescatori in attesa dell’arrivo delle motovedette. Un’azione più piratesca che militare, e che ben esprime nelle sue modalità anche il livello di “somalizzazione” conosciuto dalla Libia in questi ultimi mesi.
I pescatori adesso si trovano nel carcere di Bengasi, in attesa di giudizio da parte di un tribunale militare. Al momento le pressioni richieste dal ministro degli esteri Terzi sull’ambasciatore italiano a Tripoli e sul console a Bengasi non parrebbero aver ancora sortito alcun effetto. Si sa però che le accuse rivolte ai pescatori del Boccia, del Maestrale e dell’Antonino Sirrato sono molto gravi: sconfinamento in acque territoriali libiche con conseguente sequestro dei navigli e del prodotto ittico in essi contenuto.
In termini di diritto internazionale i pescatori non avrebbero colpe, giacché navigavano in acque internazionali, ma da oltre trent’anni la Libia ha esteso unilateralmente le proprie acque nazionali fino a 72 miglia da Sirte, tracciando così una linea che chiude tutto il Golfo omonimo. La Jamahiriya giustificava tale scelta presentando il Golfo di Sirte come una baia storica del paese, scontrandosi con le pretese delle principali potenze mondiali che si vedevano così colpite nei loro interessi nel Mediterraneo: più volte le navi da guerra degli Stati Uniti e di altri paesi hanno infatti violato tale barriera. Nei primi Anni ’80 vi fu, a tal proposito, anche la ben nota crisi del Golfo di Sirte, con lo scontro aereo tra caccia libici ed americani.
Anche le nuove autorità libiche, malgrado lo sfascio in cui versa il loro paese, non intendono rinunciare alla sovranità sulle acque di tutto il Golfo di Sirte. Anzi, proprio per questo motivo saranno probabilmente indotte a puntare sempre di più sull’arma del ricatto nei confronti del vicino italiano. Mentre la Libia sfocia in un tribalismo vieppiù accentuato, col paese frammentato tra tribù e signorie della guerra, nel Golfo di Sirte s’affaccia lo spettro della pirateria. Con buona gioia di chi credeva in una nuova Libia pacifica, democratica e collaborativa.

Chimere atlantiste

Pubblicato il: 24 marzo, 2012
Analisi / Cultura | Di Fabio Falchi

Chimere atlantiste

In un articolo pubblicato il 20 marzo scorso, Manlio Dinucci, uno dei pochi giornalisti degni di questo nome, ha voluto ricordare come sia stato passato «sotto silenzio il fatto che un anno fa, il 19 marzo, iniziava il bombardamento aeronavale della Libia, formalmente “per proteggere i civili”. In sette mesi, l’aviazione Usa/Nato effettuava 30mila missioni, di cui 10mila di attacco, con impiego di oltre 40mila bombe e missili». (1) Facendo leva sulla tradizionale ostilità della Cirenaica nei confronti della Tripolitania e sulle divisioni tra le differenti tribù libiche, gli anglofrancesi, con il consenso e l’appoggio di Washington (che dirigeva l’intera operazione, come ha esplicitamente dichiarato l’ambasciatore statunitense presso la Nato) infiltravano forze speciali nel Paese, in particolare islamisti al soldo del Qatar, per metter fine alla Giamahiria, all’esistenza cioè di uno Stato sovrano, socialista e popolare, con un Welfare che non aveva nulla da invidiare al “modello sociale” europeo (quello, per intendersi, che i “mercati” stanno distruggendo, al fine di imporre la nuova modernizzazione “made in Usa”).
D’altronde, i media hanno passato sotto silenzio pure che il 19 marzo di nove anni fa si iniziava aggressione contro un altro Stato sovrano da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, per liquidare definitivamente il regime di Saddam Hussein. Approfittando della debolezza della Russia , gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, attaccarono l’Iraq senza l’autorizzazione dell’Onu e senza farsi scrupolo di mentire all’opinione pubblica internazionale. E Colin Powell, che allora ricopriva la carica di Segretario di Stato degli Stati Uniti, si inventò addirittura che Saddam disponeva di armi batteriologiche con le quali minacciava l’intera umanità. (Tra l’altro, Powell fu imitato da una schiera di “replicanti”, sedicenti esperti di terrorismo internazionale, tra cui il “nostro” Enrico Jacchia, che in una trasmissione televisiva terrorizzò il giornalista che lo intervistava, mostrando una fiala, il cui contenuto avrebbe potuto uccidere centinaia di migliaia di persone, e sostenendo che tale arma terribile era, in grande quantità, nelle mani del “tiranno di Baghdad”, pronto a sterminare donne, vecchi e bambini di serie A, ossia israeliani e angloamericani, di serie B, ossia degli altri Paesi “(filo)occidentali”, nonché altri meno importanti, di serie C).
Una guerra, la Seconda Guerra del Golfo, che ha causato centinaia di migliaia di vittime, che ha “sfregiato” irrimediabilmente la vita di milioni di iracheni, che ha visto gli angloamericani non solo dare sfogo ad un razzismo ripugnante, ma compiere massacri, torture, abusi e nefandezze di ogni genere, spesso facendo fare il lavoro sporco agli stessi iracheni e generando così una spirale di odio e di terrore che ha fatto precipitare l’Iraq in un girone infernale dal quale non riesce a risalire. Una guerra però che con il passare del tempo ha anche visto l’opinione pubblica occidentale dimenticare o perfino giustificare i crimini degli angloamericani, considerati a priori i “paladini dell’umanità” e quindi legittimati di fatto a commettere qualsiasi violenza, compresa quella di bruciare vivi i civili, e qualsiasi violazione del diritto internazionale per far trionfare la libertà e la democrazia. Ovverosia quella libertà e quella democrazia che sono fondate sui “mercati sovrani” e sull’ideologia della merce, come ormai è chiaro a chiunque viva e lavori in Occidente.
Si comprende allora il silenzio dei media mainstream, anche perché, se in Iraq si susseguono attentati terroristici, assassinii e scontri tra gruppi rivali, la Libia è stata trasformata dalle milizie armate filo-occidentali in un campo di battaglia. Tanto è vero che, pur essendo impegnati in torture ed esecuzioni extragiudiziarie, i “ribelli libici” hanno trovato il tempo di allestire, presso Tripoli, un campo di addestramento per i “ribelli siriani” – anche se a giudizio dei “democratici” quest’ultimo servirebbe alle “masse libiche” per insegnare alle “masse siriane” a fare la rivoluzione con armi, equipaggiamenti e istruttori forniti dallo “zio Sam”, dagli anglofrancesi e dal Qatar. Il che, in verità, è difficile da sostenere anche per i professionisti della disinformazione, senza che per questo si debba negare che in Siria vi sia una guerra civile o addirittura affermare che la Siria di Assad è un Paese perfetto. Un Paese tuttavia (e non lo si dovrebbe dimenticare) ben diverso dall’Iraq di Saddam e che da decenni si contrappone ad Israele e appoggia con coerenza e notevole coraggio sia la causa palestinese che Hezbollah.
Peraltro, il fatto che l’Occidente sia in grado di sfruttare con notevole abilità le contraddizioni e le “ferite” presenti nel mondo musulmano conferma naturalmente che tali contraddizioni e “ferite” esistono (si pensi, ad esempio, a quanto accadde nella città di Hama nel 1982), ma che non possono essere spiegate senza tener conto della particolare struttura sociale di un Paese, della sua storia, della sua cultura e soprattutto delle “ragioni” e degli “interessi” che sono alla base dei conflitti politici. Pertanto, anziché ritenere che il mondo sia popolato da ” masse rivoluzionarie” oppresse da “unicorni rossobruni”, sarebbe opportuno comprendere che il significato di termini come libertà e democrazia varia al variare del contesto storico-politico e che nella attuale fase storica l’attacco dei “mercati” contro i diritti sociali ed economici dei popoli passa anche attraverso la distruzione della sovranità di quegli Stati che, in qualche modo, ostacolano la volontà di potenza dell’Occidente, oppure, se si preferisce, della società di mercato occidentale. Sotto questo profilo, è decisivo – sia pure tenendo presente la complessità dei sistemi sociali contemporanei – il modo in cui la lotta geopolitica articola la stessa lotta sociale.
Certo la geopolitica la si può ignorare e certamente non può spiegare tutto (né vi è chi lo sostenga); ma chi la ignora, ammesso (e non concesso) che sia in buonafede, sarebbe meglio che non si occupasse di politica. Del resto, con buona pace dei “rivoluzionari da salotto” occidentali, i russi (e i cinesi) non la ignorano e sembra che siano determinati a farla comprendere, con le buone o con le cattive, anche a chi la ignora o forse fa finta di ignorarla. Una determinazione che a giudizio di alcuni sarà pure “preoccupante”, ma di cui non se ne possono dolere coloro che credono non solo che le “ragioni” e gli “interessi” dei popoli non siano rappresentati dai “mercati”, ma anche e soprattutto che, senza il riconoscimento dei “diritti dei popoli”, i cosiddetti “diritti umani”, esattamente come la libertà e la democrazia di mercato, non siano altro che “chimere atlantiste”.
Note:

(1) M Dinucci “Libia un anno fa: memoria corta” (http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in edicola /manip 2n1 /20120320 /manip2pg /14/ manip2pz/ 319871/.

Libia 2011: A tu per tu con… Yvonne Di Vito

Pubblicato il: 10 marzo, 2012

A tu per tu con… Yvonne Di Vito

Guerra di Libia: un anno dopo
a cura di Andrea Fais


Circa un anno fa cominciavano le operazioni militari contro la Libia di Gheddafi, a seguito del consiglio di guerra riunitosi a Parigi per fare un riassunto delle menzogne raccolte nei due mesi precedenti a proposito di quanto stava avvenendo nel Paese mediterraneo. I bombardamenti della Nato sono andati avanti per tutta l’estate fino a settembre inoltrato, distruggendo città, abitazioni civili, scuole, ospedali, condutture idriche, pozzi, cantieri e quant’altro. In base alla risoluzione n. 1973 l’intervento occidentale avrebbe dovuto proteggere la popolazione. In realtà ha provocato migliaia di vittime e la deflagrazione etnica, sociale e politica di una nazione che, prima della guerra, era tra le più prospere dell’Africa. Tu, che per lavoro eri in contatto con alcuni libici e hai conosciuto proprio il Colonnello Gheddafi, sei stata in Libia durante quei travagliati mesi. Un anno dopo qual’è il ricordo personale di quei momenti?
Questa domanda va a toccare un tasto per me dolente. Ho vari ricordi che si accavallano in un mix di sensazioni che vanno dal dolore alla rabbia, dalla nostalgia al senso di impotenza per non aver potuto fare di più in quello che è stato uno degli episodi più bui e scorretti della storia moderna. Prima dell’inizio dell’aggressione, non vedrei altri termini per definirla, avevo già delle idee abbastanza chiare sulla Nato, sulle “pseudo operazioni umanitarie”, e su tutti i loschi interessi che vi girano intorno. Sapevo quanto alcune operazioni degli ultimi anni fossero giustificate solo dall’“oro nero” o da meri interessi di controllo geo-strategico, sapevo quanto alcune situazioni venissero sfruttate ma ero così ingenua da non arrivare ad ipotizzare rivolte costruite. Ero contraria alla guerra perché pensavo che la violenza non avrebbe potuto risolvere alcun problema, neanche laddove vi fosse realmente stato un problema da risolvere, ma in una rivoluzione “costruita” e “sovvenzionata” da una regia occulta è evidente doppiamente quanto tutto sia stato sbagliato fin dall’inizio. Prima che la Libia, un Paese Sovrano, fosse aggredita non avrei mai pensato di vivere in un mondo così malato da portare alla distruzione una nazione con bombe così intelligenti da uccidere migliaia di persone. Ho dei ricordi meravigliosi della Libia e dei Libici, ricordi che porterò sempre nel cuore, insieme a terribili e amari ricordi della mia ultima visita di luglio/agosto 2011. Quando la Libia era libera l’ho visitata in tutte le sue regioni apprezzandone le incredibili bellezze, dal paesaggio del Sahara che toglie il respiro con le sue dune alte centinaia di metri, ai siti patrimonio dell’Umanità come Leptis Magna o Sabratha; ho avuto modo di stringere sinceri rapporti di amicizia con le persone del posto, con alcune ho un legame speciale. I Libici sono ospitali, hanno il cuore puro, sono gioviali e aperti, sono coraggiosi e dignitosi come hanno dimostrato nella loro eroica resistenza.
A distanza di mesi il ricordo invece della Libia sotto assedio è vivo come il giorno in cui sono ripartita da Tripoli il 5 agosto. Ricordo che la mia volontà di dare un piccolo contributo nella diffusione della Verità su quanto stesse accadendo era più forte della paura; ora ripensando a quanto accaduto ed alla luce di tutte le terribili efferatezze commesse dai ribelli contro chiunque si sia opposto, mi sento di essere stata incosciente.
Ricordo il sinistro ronzio degli aerei che sorvolavano il cielo di Tripoli, ricordo il cielo illuminarsi al passaggio dei missili (che sembravano stelle cadenti invece portavano solo morte), e dopo qualche secondo dei terribili boati, i vetri tremavano. In tutto questo ero colpita dalla popolazione che cercava, nonostante tutto, di mantenere un propria quotidianità continuando a svolgere le normali attività quali il lavoro, le passeggiate al suq, le gite in spiaggia, ma giorno dopo giorno era sempre più difficile continuare a “vivere” perché a poco a poco tutto diventava più difficile.
Ricordo ancora oggi i singoli volti e le voci delle tante persone che ci fermavano per strada e ci chiedevano disperatamente “perché tutto questo?!” implorandoci di fare qualcosa e raccontandoci le loro disgrazie, a qualcuno erano morti dei propri cari, in alcuni casi bambini molto piccoli e la loro sofferenza era tangibile nell’aria, non riuscivo a trattenere le lacrime. Avremmo fatto qualunque cosa per aiutarli ma non avevamo nessuna voce in capitolo in quella guerra ingiusta e dalle dimensioni spropositate.
Ho migliaia di ricordi di quei giorni, di tanti accadimenti, delle visite nei vari siti bombardati, di sensazioni e particolari apparentemente insignificanti; ho tenuto anche un Diario del viaggio perché non volevo dimenticare tanti episodi. Ricordo di essere rimasta molto colpita dalle folle oceaniche che si riunivano nelle piazze delle varie città (Tripoli, Zlitan, di Janzour…), erano folle smisurate, cariche di pathos, di entusiasmo, l’amore per il proprio Leader era assoluto e incondizionato ed io ero così arrabbiata nel pensare che la loro voce non potesse arrivare al mondo: i mass media non erano interessati o meglio non potevano dare spazio a milioni di persone. Con questo non voglio dire che tutti indistintamente volessero Gheddafi, sicuramente ci saranno state soprattutto in Cirenaica, persone che avrebbero voluto un cambiamento (nessuno può piacere a tutti, anche addirittura icone storiche di pace ganno subito critiche) ma la stragrande maggioranza dei libici era molto attaccata al proprio Leader e doveva essere rispettata. Ero molto dispiaciuta per loro, non solo per i miei amici più stretti ma per tutte quelle persone che avevo avuto modo di conoscere in quei giorni. Alcuni libici, uomini e donne, erano tornati da altri Paesi, Paesi in cui vivevano da anni per difendere la propria patria. Io ero dispiaciuta per tutti loro, provavo un’immensa tenerezza perché mi rendevo conto che delle grandi potenze guerrafondaie volevano la loro fine e la lotta era troppo impari nonostante il loro coraggio. Provavo e provo una stima incredibile per queste persone. Mi chiedevo e mi chiedo tuttora cosa avrei fatto io al loro posto; avrei avuto il coraggio di imbracciare un’arma e scendere in strada a difendere il mio Paese?! Provavo pena per loro ma allo stesso tempo invidiavano ciò che avevano nel cuore e mi sentivo anche io parte di qualcosa di bello e forte. Questo è ciò che forse più mi è rimasto dentro e mi ha cambiato. Nella nostra società, spesso priva di veri ideali, dove il massimo del pathos emerge nei derby calcistici, ho inverosimilmente invidiato queste persone che seppure in difficoltà estrema erano ricche di una grande passione, i loro occhi ardevano di Vita e di Amore. Anche il nostro Paese ha avuto grandi uomini che hanno combattuto per l’Unità e per renderlo speciale quale è, ma tante forze poi hanno remato contro. Tornando alla Libia: ogni giorno succedeva qualcosa di terribile e sempre più ravvicinato, nuovi morti, la distruzione della Tv, del “Grande Fiume”.
Ricordo che verso gli ultimi giorni avevamo la sensazione che stesse per succedere qualcosa di terribile, il muro di omertà era aumentato insieme alla pesantezza dei bombardamenti e iniziavano a girare notizie false per preparare il terreno e determinate mosse. Alessandro, mio marito, ha insistito perché partissi, lui si sarebbe trattenuto altri 2-3 giorni. Ricordo di aver lasciato Tripoli con la morte nel cuore consapevole che nulla sarebbe stato più come prima, che non avrei più rivisto alcune persone a me care, che la Libia non sarebbe stata più la stessa e così è stato. A distanza di mesi ripenso a quei luoghi: a Tripoli e al suo progresso costruito negli anni spazzato via in un attimo ; a Sirte, un tempo ridente seppur semplice cittadina sul mare, ridotta allo spettro di se stessa, una città fantasma, senza vita.
Ricordo l’espressione di Alessandro di ritorno dalla spedizione a Zlitan con i giornalisti dopo aver visitato delle case bombardate ed aver trovato due bimbi morti da poco mentre dormivano nelle loro camerette, non lo avevo mai visto così sconvolto, ho visto con lui le foto ed il video che documentava il tutto e sono rimasta in silenzio per ore. Non dimenticherò mai cosa abbiamo provato, la voglia di urlare la nostra rabbia, quel giorno ho visto in un’ottica diversa il mondo intero. Ci arrivano tante notizie terribili, a volte per autodifesa ci si crea una sorta di corazza e si soffre di meno per cose a noi lontane, quando le tocchi con mano non puoi più chiudere gli occhi e rimanere indifferente. Ho in questo Paese paradossalmente alcuni dei ricordi più belli e più atroci di tutta la mia vita.

Non sono mancate le accuse e gli attacchi personali per aver riportato su vari network, alcune verità chiaramente scomode o non allineate alla versione retorica fornita dai principali mezzi di comunicazione occidentali, che quasi quotidianamente ci raccontavano di un fronte dei ribelli “eroico” e di un Gheddafi “criminale”, in uno scenario di distorsione della realtà ormai risaputo quando abbiamo a che fare con gli interventi della coalizione atlantica. Hai avuto altri attacchi personali nel frattempo?
Avendo riportato senza veli quanto osservato nella mia spedizione in Libia, al mio rientro sono stata bersaglio di numerosi attacchi personali di varia natura, intensificatisi soprattutto in seguito all’intervista rilasciata all’emittente Russia Today. Ho ricevuto diverse mail di offese e minacce, anonime e non, sul mio sito http://www.libyanfriends.com; messaggi su facebook, aggressioni da parte di “pacifisti” durante una manifestazione.
Ricordo tante accuse di cattivo gusto e senza un filo logico, altri che contestavano la mia posizione ma aperti ad un confronto, tante falsità scritte su vari blog senza minima cognizione di causa per lo più da privati, dall’ignoranza dilagante, che passavano le loro giornate tra dibattiti scontati e luoghi comuni. Non ho dato peso a tutto ciò e dopo un po’ smisi anche di leggerli. Ciò che mi ha lasciata particolarmente perplessa è stato l’accanimento da parte di alcuni “giornalisti” di note testate nazionali. La mia versione li aveva senza dubbio infastiditi soprattutto quando accennava alle scorrettezze dei mezzi di informazione, ma pur disprezzando il loro gioco mi sono sempre limitata a riportare quanto avessi visto esprimendo un mio parere sul ruolo della disinformazione in questa guerra, senza attaccare i singoli. Di rimando ho subito da loro “avvertimenti” non troppo velati, veri e propri insulti di basso livello, fastidiosi atteggiamenti da comari contraddistinti da gergo di dubbio gusto e osservazioni fuori luogo che andavano oltre il caso concreto con un astio e una rabbia fuori misura. Parecchi amici erano preoccupati e mi raccomandavano di espormi di meno, non tanto per l’incolumità fisica ma per altre possibili ritorsioni di varia natura.
Negli ultimi mesi la situazione è stata molto più tranquilla poiché l’attenzione sulla Libia è diminuita drasticamente: la missione si è conclusa, la “democrazia” è stata “importata” ed ora sono tutti dediti a “salvare” altri Paesi come la Siria. Grazie alla Nato ed a personaggi quali Jalil, oltre alle migliaia di morti, la Libia non è più un paese unito, la Tripolitania, la Cirenaica ed il Fezzan si stanno frammentando; la quotidianità è contraddistinta da guerriglia quotidiana tra opposte milizie armate, faide tribali interne e giustizia sommaria. I mass media ormai ignorano quasi il problema.
Gli italiani che odiavano Gheddafi hanno avuto il macabro e atteso spettacolo e tutte le atrocità passate ed in corso nel paese non rappresentano più un problema. Immagino passeranno in questi giorni il loro tempo ad accusare Assad basandosi su quattro notizie ascoltate in tv o a scannarsi su chi debba uscire dall’Isola dei Famosi. Da parte di coloro cui realmente stavano a cuore la Libia e la Verità c’è ancora un grande immutato interesse e una spiccata sensibilità per i recenti accadimenti e per il futuro del paese. Vorrei sottolineare che se da una parte ho avuto degli attacchi, allo stesso tempo mi ha fatto molto piacere ricevere invece tantissime manifestazioni di stima e affetto da parte di persone da tutto il mondo, oltre che ovviamente Libici, soprattutto Africani in generale, tanti Serbi che si sono congratulati per il mio coraggio (per me semplice e dovuta cronaca dei fatti); mi hanno raccontato le loro personali esperienze di vita sottolineando le profonde motivazioni per cui amassero il Colonnello.
Per molti cittadini in Occidente ormai è un “tiranno decaduto”, ma in realtà sappiamo che Muammar Gheddafi ha incarnato uno spirito rivoluzionario capace di sconfiggere la decadente monarchia di Idris I e ridare una dignità sociale alle masse, progettando sempre in grande i suoi piani per riportare i popoli arabi e i popoli africani ad una condizione di pari dignità con i popoli dell’Occidente. Che ricordi hai del Colonnello Gheddafi?
Il mio personale ricordo di Gheddafi è quello di una persona estremamente intelligente e sagace, rispettosa, vera, legata alla sua Terra ed al suo Popolo, coraggioso, orgoglioso delle sue origini beduine, aperto al dialogo con il prossimo e soprattutto molto umile. Al nostro primo viaggio in Libia siamo stati accolti nella sua tenda dove ci è stata offerta una cena tipica e semplice, la stessa che mangiava lui con latte di cammello e datteri. Mentre lo attendevamo siamo andati a visitare le centinaia di cammelli e cammellini che circondavano il complesso.
Quando lui è entrato ci ha salutato ed il suo primo gesto è stato sostituire la propria poltrona con una sedia di plastica (le stesse che avevamo noi) per farci capire che noi eravamo importanti quanto lui. In Libia l’ospite è trattato con grande rispetto. Questo gesto ci ha profondamente colpito così come vedere la semplicità di tutto ciò che lo circondava. La sua quotidianità non era lussuosa come in molti possono pensare e lui non aveva nulla a che vedere con l’atteggiamento arrogante che contraddistingue molti altri politici. Era interessato a far conoscere ai giovani di altri Paesi la sua cultura, la sua bellissima terra, mostrare quanto la donna fosse libera ed evoluta rispetto ad altri Stati arabi. Scherzava su episodi che gli raccontavamo, rideva guardando con noi le foto dei nostri viaggi, nel vedere le nostre immagini versione tuareg o la nostra interprete un po’ attempata guidare la jeep sulle dune del Sahara… (conoscendo la sua passione per le foto gli abbiamo regalato un fotolibro con bellissimi scorci del Paese). Una volta in occasione di una festa nazionale era previsto un incontro con degli artisti provenienti dalla Costa d’Avorio, andammo anche noi ma non ci fu tempo a sufficienza da dedicarci, Alessandro però mentre usciva gli fece consegnare un oggetto che avevamo fatto fare appositamente per lui (una maglia della Roma con il n° 41 sulla schiena, il numero di anni in cui era al Governo nel 2010), lui lo aprì da lontano e tra le guardie del corpo, confusione e persone varie ricordo che cercò il nostro sguardo tra la folla per farci capire che l’aveva ricevuta e che apprezzava…
Un altro piccolo gesto arrivato dritto al cuore perché nessuno senza una spiccata sensibilità potrebbe mai avere una simile attenzione. Era interessato a confrontarsi con noi ed avere un parere su temi importanti come la religione e la società islamica ma non si tirava indietro davanti a discussioni di attualità, o a qualunque altro argomento; nei vari discorsi ho notato che coglieva al volo riferimenti e modi di dire anche tipici della nostra cultura. Una volta ad esempio gli stavamo raccontando quanto scalpore avesse fatto la sua visita in Italia susseguita da giorni e giorni di polemiche, accennammo ai giornalisti cui piace “ricamare” sopra i fatti… l’interprete ancora non capiva e lui già sorrideva e commentava con aria complice la nostra battuta.
Alcune sue cugine ci raccontavano che stretto legame avesse con la sua famiglia, con i suoi figli e soprattutto con i suoi nipotini, dicevano che per Aisha fosse importantissimo che ogni settimana passassero del tempo tutti riuniti anche perché i bimbi adoravano il nonno e lui adorava loro. Solitamente parlava in arabo, noi in italiano e l’interprete traduceva ma quando voleva accertarsi che tutto andasse bene o volesse un parere su un determinato tema senza voler rischiare “interferenze” parlavamo direttamente in inglese. Si preoccupava sempre che non avessimo avuto alcun tipo di problema o disagio negli spostamenti e che tutti ci avessero trattato con rispetto. Amava fortemente la sua gente come la sua gente amava lui, spesso viaggiava e faceva 3-4000 km in auto nel deserto per arrivare in paesi del centro africa, aveva l’aereo di stato ma voleva andare in auto, gli piaceva fermarsi lungo la strada a parlare e mangiare dividendo il cibo con le mani come si usa nella cultura beduina, “se il mio cibo lo divido con te e te lo passo con le mani significa che sei un mio amico” e lui lo era per milioni di africani, libici e non.
Quando giravo per la Libia (non parlo solo di Tripoli ma anche della Cirenaica) mi capitava di fermarmi a parlare con le persone, a Tripoli a causa della passata colonizzazione molte persone anziane soprattutto negozianti parlavano un po’ di italiano, con altri prima che io iniziassi a studiare arabo c’era una totale impossibilità di comunicazione e ricordo che loro per farmi capire andavano a prendermi qualcosa che ricordasse il leader o mi mostravano la foto sul cellulare. I malpensanti possono credere che lo facessero perché noi eravamo suoi ospiti ma non è così perché prima (e sottolineo “prima”) la Libia era un Paese sicurissimo per cui capitava di uscire da sola e andare magari al suq. Le persone vedevano Gheddafi come il loro Leader, come il giovanissimo e coraggioso ufficiale che nel 1969 fece cadere la monarchia filo-occidentale di Idris e liberò il Paese dagli invasori portando la Libia per mano in un processo di crescita e benessere sociale, economico e culturale. Negli anni passati la mia opinione di lui era molto diversa, prima di conoscerlo personalmente, prima di andare nella sua terra, prima di parlare con la sua gente, pensavo fosse uno sbruffone, un dittatore, una persona altezzosa… poi come a volte capita, conosci le persone e ti rendi conto che le tue idee non sono realmente “tue” ma sono quelle che ti mettono in testa gli altri, sono quelle che creano i media per chi si accontenta di un’informazione superficiale.
Ognuno di noi ha il diritto ed il dovere di andare oltre le versioni ufficiali, di documentarsi per non rischiare non solo di studiare una Storia non vera ma anche di vivere una Realtà costruita. Ho raccontato e ricordato la parte buona che conosciamo di lui, poi magari conosciamo anche qualche difetto caratteriale (chi non li ha?! Ma c’è già una fila lunghissima di chi voglia raccontare malignità spesso anche inventate ad arte su di lui). E’ normale che sia così, perché tutto servirà a dimostrare che se l’Occidente ha esagerato in qualche modo… in fondo era giusto! Se invece uscisse che era un brav’uomo o forse un Eroe… meglio non pensarci! Non è mia intenzione santificarlo, avrà fatto degli errori (a mio avviso non più gravi di quelli commessi da tanti altri politici…) certamente però più in buona fede. Le drammatiche immagini della sua morte ci hanno feriti, si è trattato di un brutale assassinio, l’inevitabile e annunciato epilogo di un’aggressione coloniale travestita da intervento umanitario. Siamo molto tristi perché oltre a Gheddafi è morta la Giustizia, con il suo omicidio si è oltrepassata una soglia importante, un mondo con un minimo di coscienza non avrebbe mai potuto permettere una simile atrocità, non avrebbe mai sbattuto su teleschermi e prime pagine il macabro “trofeo”. La cosa che ci fa più male è continuare a sentire le calunnie dei suoi ex collaboratori corrotti, dei politici opportunisti, o dei media che per mesi hanno bovinamente abbassato la testa al governo di turno per non perdere il proprio “posticino” di lavoro. Questo non è giusto! Non è giusto per un “Uomo” con la U maiuscola che per anni ha fatto l’Impossibile per il benessere non sono della Libia ma dell’intera Africa. Voglio ricordare solo alcuni punti come la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, la costruzione di ospedali, scuole, case, università (tutto gratuito), la costruzione dell’ottava meraviglia del Mondo il “Great Man Made River”, erogazione gratuita di medicinali ed elettricità, assenza di debito pubblico, prestiti senza interessi (gli interessi sono considerati illegali)… potrei continuare nell’elenco per giorni.
Per l’Africa ha finanziato molti progetti di modernizzazione, come l’acquisto del primo satellite africano assicurando la copertura universale all’intero continente per la telefonia. Non è giusto soprattutto per tutti quei milioni di libici che lo sostenevamo ed i cui diritti sono stati calpestati. Su questo mondo siamo solo di passaggio e ciò che conta è lasciare il segno, Gheddafi fa fatto la Storia, è morto con immenso onore da Martire, nel tempo non potrà non emergere la Verità. Il suo ricordo arde nel cuore dei libici che continuano a combattere per la Libertà… che prima o poi riconquisteranno.E’ solo questione di tempo. Da parte mia continuerò a dare il mio piccolo piccolo contributo affinché si faccia luce sulla Verità e affinché la coscienza del mondo si svegli… solo così si potrà togliere carta bianca a delinquenti ufficializzati che manovrano il mondo.
Prima di questo evento che, non dubitiamo, ha certamente sconvolto la tua vita o i tuoi affetti, che pensavi della cultura occidentale e, soprattutto, del modo di fare informazione specialmente nel campo delle relazioni internazionali e dei reportage dai teatri di guerra? Come è cambiata la tua percezione dell’informazione in questi ultimi tredici mesi?
Premetto che quando iniziai Scienze della Comunicazione presi giornalismo perché consapevole di quanto l’informazione fosse ormai alla base delle nostre vite. Pian piano mi accorsi che l’ambiente giornalistico in Italia poco avesse a che vedere con i miei ideali del cd. “giornalismo d’inchiesta”, imparziale e autonomo, così mi specializzai in altre forme di comunicazione “Impresa e Responsabilità sociale”. Ero consapevole che la notizia venisse sempre confezionata ad arte ma non pensavo si potesse costruire e manovrare come è stato fatto in Libia. Questo evento mi ha fatto capire concretamente quanto i giornalisti siano obbligati a seguire le linee guida delle loro testate che a loro volta seguono delle direttive politiche. L’unica informazione “vera” arriva ormai solo dalle testate di informazione “indipendenti” o giornalisti che lasciano una strada “certa” per diventare degli “outsider”.
Questa guerra, definita dallo stesso Lucio Caracciolo come “collasso dell’informazione”, è stata un susseguirsi interminabile di bugie e omissioni. Le “balle mediatiche” hanno a mio avviso giocato un ruolo cruciale nel conflitto al pari dei missili. Alcuni esempi a ritroso: Al Jazeera (tv fortemente interessata) accusa Gheddafi di aver bombardato le folle ed aver gettato i cadaveri in fosse comuni. La “notizia” fa il giro del mondo giustificando la necessità di un intervento Nato per “proteggere i civili”. Non fa il giro del mondo invece la smentita. Nessuna foto o video di questo massacro di migliaia di persone, nessun testimone, nessun segno di distruzione: i satelliti militari russi che hanno monitorato la situazione fin dall’inizio non hanno rilevato nulla. Non sarebbe il primo esempio storico di un “finto massacro”, Timisoara docet. Negli stessi giorni i media italiani intervistano finti libici che, radunati davanti l’Ambasciata di Via Nomentana, affermano in un dialetto dall’impresso accento tunisino che Gheddafi stesse bombardando il suo popolo, che la Libia non aveva università, ospedali, che i libici morissero di fame. Nessun giornalista ha obiettato che la Libia fosse il paese africano con miglior rapporto posti/letto popolazione; con delle bellissime e organizzatissime università gratuite, con il più alto reddito pro-capite ecc. Le notizie dilagavano non verificate rincorrendosi velocemente. Gheddafi nel suo discorso del 2 marzo chiese all’ONU di inviare ispettori per verificare cosa accadesse realmente nel Paese, ha aperto ai giornalisti affinché potessero informare l’opinione pubblica sui fatti; la risposta dei governi ex amici ci sembrò al contrario assolutamente non di dialogo e di chiarimento bensì di sfida.
I giornalisti entrano nel Paese, i ribelli così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria con i loro mitragliatori a bordo dei pickup. Sono perfetti, questo è il loro ruolo, farsi riprendere dai media mentre la vera guerra verrà giocata dagli aerei Nato con i loro quotidiani sistematici e pesanti bombardamenti. Il tutto con l’ausilio di forze di terra, la cui presenza è stata ammessa solo a fine conflitto. In Libia, c’erano milioni di persone che cercavano di far sentire la propria voce, milioni di persone che quotidianamente si riunivano nelle Piazze urlando “Allah, Muammar, Libya ua bas!” ovvero Allah, Muammar Gheddafi, la Libya e basta! Ma tutto questo “non poteva essere trasmesso” così come anche ora i media non ritengono sia doveroso mandare in onda cosa oggi stiano vivendo in Libia ovvero un regime del terrore. La caccia agli uomini neri, libici o lavoratori migranti, da torturare e ammazzare; le abitazioni, gli esercizi commerciali ed i musei saccheggiati, le donne stuprate.
La notizia della morte di Khamis Gheddafi è stata data per certa circa 5-6 volte. La notizia della presa di Tripoli è stata preparata a tavolino. Ci vengono mostrati cadaveri di lealisti spacciati per ribelli, orrori negli ospedali, sangue ed il tutto viene attribuito all’Orco Gheddafi, i militari dell’esercito libico che stanno perdendo la Vita per difendere il proprio Paese vengono additati come delinquenti, non si parla di tutte le persone massacrate dai “Giovani rivoluzionari”. Ci viene propinata solo la testimonianza di una parte, spesso con ragazzi con perfetto accento anglo-americano. I medici lamentano “non c’è acqua per lavare via il sangue…” forse anche questa è una colpa di Gheddafi o è colpa della Nato che ha bombardato il Grande Fiume lasciando la gente a morire di sete? Le masse hanno bovinamente recepito la versione confezionata dai media mainstream come un film senza pensare che fosse girato sulla pelle, sul sangue, sul dolore e le speranze di un popolo. Ricordo che quando alle manifestazioni per la pace a Roma erano presenti gli studenti libici, ho chiesto ad alcuni tg come mai non volessero sentire il loro parere e mi è stato risposto “perchè tanto non lo manderebbero, sprecheremmo soltanto pellicola…” Alcuni giornalisti con aria rassegnata mi hanno risposto sinceramente “noi non possiamo trasmettere queste versioni”, “non possiamo mandarlo in onda”, “è già deciso come andrà”. Abbiamo visto giornalisti commuoversi davanti a delle vittime innocenti, riprendere il tutto e poi non poter diffondere queste immagini… Quando eravamo al Rixos ascoltavamo e registravamo le conferenze di Mussa Ibrahim, lui comunicava i bollettini di guerra ed il punto di vista del governo libico; dopo 5 minuti in Italia arrivavano notizie opposte. Alcuni giornalisti da veri trasformisti hanno cambiato ripetutamente versione, a fine conflitto gli Stati Uniti hanno ammesso che le loro spie infiltrate erano proprio dei giornalisti. Cosa altro dire ancora?!
Sono a dir poco disgustata nonché spaventata al pensiero. Manovrando l’informazione è possibile creare dei falsi storici, cambiare per sempre il corso ed il ricordo degli eventi. Non dobbiamo permettere tutto ciò. La libertà di pensiero e di espressione va di pari passo con il diritto e la necessità di essere informati correttamente. E’ un circolo vizioso: dando una versione distorta di un qualcosa si manipola l’opinione pubblica e con il benestare dell’opinione pubblica si ha carta bianca per qualunque operazione. Se le persone fossero state realmente informate si sarebbero indignate e non sarebbe stato possibile distruggere in questo modo un Paese nella totale indifferenza.
Non ho più alcuna fiducia nelle informazioni che mi arrivano, in Libia ho avuto un accesso privilegiato per poter capire cosa stesse realmente accadendo. Non sempre si ha questa possibilità ma sono convinta che con un minimo di spirito critico e di osservazione e soprattutto “andando a cercare la notizia” invece di essere suoi bersagli indifesi, sarebbe molto semplice scoprire palesi incongruenze. Al giorno d’oggi abbiamo la fortuna di avere internet, con pochissimo tempo e risorse chiunque può approfondire una determinata tematica e scambiare informazioni non filtrate con l’altra parte del mondo. Forse ancora per poco perché non sarà difficile a breve il controllo totale dei contenuti, già ora vengono censurati i maggiori social network. Questa esperienza mi ha cambiato radicalmente, sono ormai una persona disincantata, forse anche troppo scettica ma non commetterò più lo sbaglio di dare per scontato nulla di ciò che mi viene propinato. A Tripoli con l’ausilio dell’Ufficio stampa, di fonti locali, di interviste e delle nostre visite dirette abbiamo raccolto hard disk pieni di documenti, ci abbiamo lavorato per giorni per poter fare un dossier di denuncia completo e ricco, ad ottobre ci è sembrato ormai tutto inutile ed abbiamo messo da parte il progetto. A distanza di mesi lo abbiamo ripreso e lo stiamo concludendo, è il minimo che potessimo fare ovvero continuare a batterci per ciò in cui crediano con la forza, il coraggio e la passione di cui gli amici libici sono stati e sono tuttora un grande e glorioso esempio.
Solo se le coscienze si risveglieranno sarà possibile cambiare cambiare direzione. Perchè, come in “Think Different”, “solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero”.

Il “comunista preferito”… dagli americani

Pubblicato il: 3 marzo, 2012
Analisi / Italia | Di Giulio Zotta

Il “comunista preferito”… dagli americani

Alla luce delle sue recenti dichiarazioni e prese di posizione, dovrebbe destare stupore e preoccupazione il comportamento assunto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e invece pare che la più alta carica dello Stato goda ancora di un alto consenso tra l’opinione pubblica. Un’opinione pubblica che, quasi in modo unanime da destra a sinistra, sembra vedere in lui il vero leader del Paese nonché integerrimo custode della nostra Costituzione. Ma è veramente così?
Il prestigio nazionale e internazionale di Napolitano ha subito una clamorosa impennata quando, nel novembre del 2011, a fronte delle dimissioni del premier Silvio Berlusconi, il presidente prendeva, come sottolinearono i media, saldamente la situazione in mano conferendo l’incarico a Mario Monti, che era stato frettolosamente nominato senatore a vita nei giorni immediatamente precedenti. Non si trattò di piglio “decisionista” di stampo “presidenzialista”, perché la Costituzione affida effettivamente al presidente, in caso di crisi di governo, il compito di cercare maggioranze alternative per permettere la formazione di un nuovo esecutivo, senza necessariamente passare per le elezioni anticipate.
Tuttavia, al di là delle formalità burocratiche espletate, sul piano politic non è difficile ipotizzare un’esplicita operazione, guidata dai centri di potere della finanza europea e da quelli di oltreoceano, tesa a eliminare un ormai logoro Berlusconi, incapace di fronteggiare, in un modo o nell’altro la situazione, per sostituirlo con un “presentabile” governo tecnico, guidato da Monti, i cui legami con Goldman-Sachs e con influenti quanto inquietanti organismi come la Commissione Trilaterale e il Gruppo Bilderberg, sono noti a chiunque. Guadagnate le lodi entusiastiche della maggior parte dei partiti italiani e dei leader occidentali, per Napolitano è stato un crescendo mediatico di dichiarazioni pubbliche sempre più di parte e sempre meno equilibrate. Ad esempio, di fronte al massiccio dilagare della protesta del “Movimento dei Forconi” in Sicilia e poi in quasi tutto il Meridione e fino nella capitale, Napolitano, forse dimenticando di essere al di sopra delle parti, moltiplicava i suoi appelli a sostenere il governo Monti, delegittimando in sostanza i motivi della protesta indirizzata in buona parte proprio contro le politiche di austerità e iniquità portate avanti dai “tecnici”.
Presentatosi poco tempo fa in Sardegna, regione fortemente colpita dalla crisi, in cui già prima dei forconi, i lavoratori delle aziende sull’orlo del fallimento e i pastori avevano fatto sentire la loro voce, Napolitano affermava che sebbene “legittime”, è sempre “auspicabile” che non vi siano proteste. Dopo l’incontro con gli operai del Sulcis si era detto fortemente compiaciuto che questi ultimi non manifestassero la loro drammatica condizione con “grida futili”. Ma la visita sarda di Napolitano è stata tutt’altro che un trionfo: contestato da numerosi cittadini e sindaci, si era detto convinto che le proteste fossero un “fatto limitato”. Messo ancor più in imbarazzo dai manifestanti che lo accusavano di essere il “presidente delle banche”, tentava di difendersi con un “non rappresento né le banche, né il capitale finanziario, come qualcuno umoristicamente crede e grida”, che potrebbe ricordare da vicino il discorso pronunciato da Monti in Parlamento, nel quale il premier sosteneva di non rappresentare i cosiddetti “poteri forti” oppure quando, su La7, affermava di “non essere massone e di non sapere cos’è la massoneria”.
Parole decise quelle del primo ministro, anche di fronte all’evidenza di un governo di “tecnici” animati in realtà da una ben precisa strategia politica, liberista e reazionaria in politica interna, fermamente atlantista in politica estera. L’architettura istituzionale italiana pare esser diventata l’emblema di questo totale allineamento alle imprese neo-colonialiste portate avanti dal blocco Nato guidato dagli Stati Uniti, in primis relativamente all’operazione contro la Libia di Muammar Gheddafi, impegnato in un duro scontro con guerriglieri mercenari ed ex esponenti del governo libico, apertamente foraggiati e sostenuti in particolare da Francia e Stati Uniti, e che da Bengasi hanno condotto a partire dal febbraio 2011 un’offensiva contro il legittimo governo libico.
Napolitano si evidenziò già allora per essere un fermo sostenitore della necessità dell’intervento in Libia, entusiasticamente approvato da tutti i partiti che poi avrebbero fatto parte della maggioranza del governo Monti, nonostante il vigente Trattato di Cooperazione e Amicizia tra Italia e Libia. Possiamo dunque dire che Napolitano sia stato garante della Costituzione in quel caso, se l’articolo 11 che impedisce all’Italia di condurre guerre offensive è stato violato in maniera così palese? Com’è possibile che questo articolo sia rispettato se un’altra guerra, quella in Afghanistan, continua ancora e ancora, regalandoci a intervalli di tempo regolari lo “spettacolo” di militari italiani rimpatriati nelle bare ed elogiati da Napolitano come difensori della “pace” mondiale?
La storia di Napolitano al di fuori del ruolo istituzionale che oggi ricopre è nota a tutti. Inizialmente aderente al GUF fascista nei primissimi anni Quaranta, in seguito si iscrisse al PCI, di cui in breve tempo diventerà uno dei principali esponenti. Nel 1956, seguendo la linea del Partito, difende l’intervento sovietico in Ungheria, ma è breve il passaggio dallo “stalinismo” ad una “socialdemocrazia” sempre più sbandierata. Negli anni Settanta si afferma come uno dei leader dell’ala “migliorista” del PCI, diventando anche il “ministro degli esteri” del Partito. E’ lui a guidare la prima delegazione comunista italiana a Washington, nel 1978, dove tiene conferenze in varie università e getta i ponti per quel che sarà il definitivo strappo del PCI con l’URSS e la conseguente accettazione dell’appartenenza italiana al campo atlantico, messa ben in evidenza da un Berlinguer intenzionato a rimanere sotto “l’ombrello Nato”. E’ superfluo dire che Napolitano si adeguò volentieri prima alla mutazione ideologica del PCI e poi al suo dissolvimento nel PDS-DS, di cui fino al 2006 è stato membro.
Egli gode attualmente dell’immenso sostegno e della fortissima simpatia dei media anglo-americani, che non perdono occasione per tributagli onori degni di un re: “Re Giorgio”, appunto, come l’ha ribattezzato il New York Times dedicandogli una copertina di dicembre. E, in effetti, il fondo di dotazione del Quirinale è passato in cinque anni da 216 a 228 milioni e se il numero di dipendenti si è ridotto da 2158 a 1787, la spesa per il personale è salita da 206 a 221 milioni, per non parlare delle 35 auto blu di servizio costante.
Cifre che surclassano quelle della presidenza francese e addirittura quelle della casa reale inglese.
Negli anni Settanta, Kissinger, ridacchiando, lo definì “il mio comunista preferito” e pare che Napolitano ne fosse lusingato. Se mai lo è stato davvero, adesso non è più comunista, ma sembra restare sempre il “loro” preferito.

Il “giornalista” Paul Conroy, agente operativo del MI6

Pubblicato il: 7 marzo, 2012

Il “giornalista” Paul Conroy, agente operativo del MI6

Réseau Voltaire  6 marzo 2012

Presentato come reporter del Sunday Times, Paul Conroy, che è appena fuggito dall’Emirato Islamico di Bab Amr, è un agente dell’MI6 britannico.
 
– Mahdi al-Harati ha sposato una donna irlandese e ha vissuto a Dublino. Paul Conroy è nordirlandese, ed è cresciuto a Liverpool.
Secondo l’ex premier Jose Maria Aznar, Mahdi al-Harati è ancora ricercato in Spagna per il suo coinvolgimento negli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004.
Nel 2010, con la barba e l’accurata copertura più di una ONG, Mahdi al-Harati era stato infiltrato dall’MI6 nella “Freedom Flotilla“, che cercava di portare aiuti umanitari a Gaza.
Mahdi al-Harati ha guidato la brigata di al-Qaida che aveva assediato l’hotel Rixos a Tripoli, nell’agosto del 2011. Secondo Khamis Gheddafi, era inquadrata da istruttori francesi. Una fonte militare straniera di alto livello, al-Harati ebbe dalla NATO la missione di catturare i leader libici rifugiatisi in una struttura segreta dell’hotel, e di assassinarvi il deputato ed ex-assistente di Martin Luther King, Walter Fauntroy. Doveva eliminare anche due dipendenti della Rete Voltaire, Thierry Meyssan e Mahdi Darius Nazemroaya, che risiedevano presso l’hotel Radisson, dove al-Harati aveva posto il suo centro di tortura. Questa decisione era stata presa in una riunione ristretta del comando NATO di Napoli, pochi giorni prima. La relazione menziona la presenza alla riunione di Alain Juppé. Interrogato su ciò, la sua segreteria ha negato qualsiasi coinvolgimento del ministro degli esteri francese e disse che era in vacanza, in quella data.
Nell’ottobre 2011, Mahdi al-Harati mise in scena, in Siria, un finto villaggio occupato, situato tra le montagne al confine turco. Per due mesi ricevette i giornalisti occidentali per vantare la “rivoluzione” siriana. Il villaggio è abitato da una tribù che era stata pagata per produrre delle manifestazioni e per posare per la stampa. Al-Harati vi ricevette anche Paul Moreira di Canal Plus e Edith Bouvier di Le Figaro.
– Abdelhakim Belhaj è il braccio destro di Ayman al-Zawahiri, e attuale numero due di al-Qaida. Anche se ufficialmente è ancora uno dei criminali più ricercati del mondo, è stato promosso dalla NATO a governatore militare di Tripoli. Abdelhakim Belhaj ha anche la  residenza in Qatar.
Abdelhakim Belhaj ha recentemente fatto diversi viaggi in Turchia, dove dispone di un ufficio nella base NATO di Incirlik, e in Siria dove ha infiltrato dei gruppi per un totale di 1.500 combattenti. Secondo Ayman al-Zawahiri, i suoi uomini hanno commesso gli attentati di Damasco e Aleppo.
La sua organizzazione, il Gruppo combattente islamico in Libia, si è fusa con al-Qaida, ma è ancora sulla lista dei terroristi del Dipartimento di Stato statunitense e del Dipartimento degli Interni inglese.
Associandosi con dei noti  terroristi, Conroy cade sotto la legge degli Stati Uniti e del Regno Unito per sostegno o associazione a un gruppo terroristico. Affronterebbe 15 anni di carcere, salvo affermare la sua immunità, facendo valere la sua qualifica di agente di Sua Maestà.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Preso da:http://www.statopotenza.eu/2800/il-giornalista-paul-conroy-agente-operativo-del-mi6

Anche su: http://marionessuno.blogspot.it/2013/03/il-giornalista-paul-conroy-agente.html

La storia di Halla El-Mesrati, paradigma della barbarie Nato in Libia

Questo articolo usciva nel febbraio 2012. Da allora qualcosa è cambiato, per fortuna la LEONESSA VERDE, HALLA EL MESRATI è libera. Purtroppo l’ articolo è ancora attuale. Le violenze, gli stupri sono considerati normali, le donne sono tenute prigioniere nelle loro stesse case, dai ratti, e qui sistematicamente torturate e violentate. MA NOI NON DOBBIAMO SAPERLO !!

Pubblicato il: 25 febbraio, 2012
Analisi / Esteri | Di Filippo Bovo

La storia di Halla El-Mesrati, paradigma della barbarie Nato in Libia

Sicuramente molti lettori si ricorderanno di Halla el Mesrati: era la giornalista della televisione di Stato libica Al Libya che, nelle drammatiche ore della presa di Tripoli da parte dei mercenari NATO, esibiva in diretta una pistola affermando che nulla avrebbe potuto eliminare la Jamahiriya e che gli svendipatria del CNT e i loro scherani atlantici avrebbero trovato pane per i loro denti. Caduta Tripoli, di lei non s’era saputo più nulla: alcune fonti autorevoli, a distanza di settimane, avevano ventilato l’ipotesi che Halla el Mesrati avesse trovato ospitalità in Algeria o, molto più probabilmente, in Tunisia. Purtroppo, considerata la sorte a cui è andata incontro, veniamo ora a sapere che non era così.
Al pari di molte altre donne libiche (come quelle della guardia femminile di Gheddafi, alcune delle quali imprigionate, umiliate e vessate dai ribelli, per non parlare di quelle che addirittura sono state trucidate; oppure le tante ragazze che sono state violentate, mutilate ed uccise fin dai primi giorni della “rivoluzione colorata” di Bengasi) Halla el Mesrati ha tenuto fede alla fierezza e all’amor di patria della stragrande maggioranza dei suoi connazionali e non s’è data alla fuga, attendendo veramente al varco i nemici per combatterli a viso scoperto. Catturata dai ribelli, dalla fine di agosto è loro prigioniera; dalle poche notizie che trapelano, si sa che è incinta ed è stata finora violentata non meno di diciassette volte. E’ possibile che anche la sua gravidanza sia frutto delle ripetute violenze a cui è stata sottoposta da parte dei “portatori di democrazia”.
La drammatica vicenda personale di Halla el Mesrati può essere assurta a paradigma delle barbarie che la NATO e i suoi proconsoli del CNT da mesi perpetrano a danno della Libia e della sua popolazione. Halla el Mesrati era una donna emancipata, una femminista, giornalista e scrittrice di successo: aveva pubblicato libri dallo spirito tutt’altro che castigato e per queste ragioni agli occhi dei ribelli, legati al fondamentalismo del Libyan Islamic Fighting Group, doveva essere distrutta nel corpo e nello spirito. Sotto il governo dei ribelli la Libia ha visto ripristinare la Sharia come legge fondante dello Stato e ristabilire la diseguaglianza fra uomo e donna: pertanto l’emancipazione femminile incarnata da donne come Halla el Mesrati, frutto della rivoluzione socialista gheddafiana, è considerata un sacrilegio da rimuoversi dalla società libica secondo le modalità più brutali, ricorrendo ai coltelli, allo stupro, alle percosse ed alla segregazione.
Ogni giorno uomini e donne vengono massacrati dai ribelli, dai soldati di ventura al soldo del Qatar e dai consiglieri militari americani (seimila già presenti sul posto più altri seimila in dirittura d’arrivo, per un totale di dodicimila) nel tentativo di domare una nazione che non si rassegna al furto della propria identità laica e socialista, della propria sovranità e del proprio benessere da parte dell’imperialismo americano, europeo e arabo-qatarino. Sono noti i massacri di cui sono stati vittime gli immigrati e le minoranze di colore della Libia: Tawergha, dove risiedeva buona parte dei neri di Libia, è città martire esattamente come Sirte e Bani Walid. Recentemente sono uscite immagini di cadaveri di uomini torturati ed uccisi dai ribelli del CNT: in bocca avevano i genitali che erano stati loro recisi mentre erano ancora in vita. Anche questi sono esempi della “civiltà” e della “democrazia”, certamente sconosciute sotto Gheddafi, di cui adesso i libici potranno fruire ed avvantaggiarsi grazie agli squadroni della morte della NATO e del CNT.
Viene spontaneo chiedersi, di fronte a tutte queste atrocità, dove si trovino adesso i “dirittoumanisti” occidentali, sempre pronti a levare gli scudi per le balle mediatiche usate contro i gheddafiani e gli assadiani; e a gridare contro stupri, uccisioni, torture e repressioni che alla prova dei fatti risultano essere soltanto speculazioni partorite dalla fantasia dei nostri politici e giornalisti. Di fronte alla pulizia etnica attuata dai ribelli contro i neri di Libia, dove sono adesso quei benpensanti che s’indignavano per “fora de ball” di bossiana memoria o per i campi di detenzione degli immigrati in Libia di cui è stata poi sfatata l’esistenza? E di fronte alla tragedia di Halla el Mesrati, dove si trovano ora quelle “femministe” che all’unisono con la loro beniamina Hillary Clinton sbraitavano alla notizia, poi risultata completamente infondata, dei mercenari gheddafiani che s’imbottivano di Viagra per violentare le donne libiche?
Sulla coscienza di tutte queste persone grava il peso della loro ipocrisia.

Resistenza libica e ipocrisia occidentale

Pubblicato il: 28 gennaio, 2012

Resistenza libica e ipocrisia occidentale

Un evento importante e atteso si è verificato in Libia. I leader della Resistenza hanno parlato della creazione di un governo provvisorio in Libia. Le persone di tutto il mondo, che compongono la comunità mondiale, hanno atteso questo momento. Ora il nostro compito è quello di chiedere ai governi dei nostri paesi di revocare il riconoscimento del regime di occupazione del CNT perché essi non sono i rappresentanti legali della nazione libica, e iniziare relazioni diplomatiche con il vero governo libico. Questo governo è stato varato in via temporanea fino alla completa liberazione della Libia dagli invasori della NATO.

Dopodiché i Comitati Popolari di diversi livelli verranno ripristinati e continueranno a governare la Libia come era prima dell’invasione del febbraio
2011. Ovviamente tutti gli errori riscontrati verranno presi in seria considerazione per evitare ulteriori alibi per un nuovo intervento. I media mondiali (in particolare la Reuters), attraverso i loro agenti (ratti), cercano di diffondere menzogne attraverso fonti web, affermando che i presidenti degli Stati Uniti, della Francia e della Russia stanno organizzando un vertice per discutere della situazione in Libia e, in particolar modo, di concedere a Saif Al-Islam di divenire Primo Ministro della Libia con una essenziale continua
presenza di aziende occidentali in Libia. E’ chiaro che il loro obiettivo è quello di creare caos informativo e nascondere le notizie riguardanti il rilancio del governo della Jamahirya libica; colpire Saif,la Resistenza e tutto
il popolo libico che vuole scegliere i propri leader. Barack Obama e Nicolas Sarkozy sono dei criminali.
Le forze militari dei loro paesi stanno prendendo parte al saccheggio della Libia e all’eliminazione dei civili, un crimine in corso da quasi 11 mesi. La propaganda mondiale continua a cercare di creare un’immagine di operatori di pace come se stessero ignorando i propri interessi personali nel distruggere paesi ricchi di risorse minerali. Uno scopo ulteriore di questa disinformazione è quello di sminuire la lotta libica contro gli occupanti. I media mondiali cercano di nascondere questa lotta che si è diffusa già in tutta la Libia. Nella parte orientale della Libia, la tribù Obeydi, che in un primo momento ha partecipato alla guerra al fianco degli occupanti, ha liberato dai ratti e tenuto la città di Tobruck. La tribù supporta la rivolta contro il CNT e contro gli occupanti.
La tribù Al-Zintan, dal novembre 2011, vale a dire dall’arrivo di Saif al Gheddafi nella città di Zintan,combatte nelle fila della Resistenza libica. Ciò significa che le tribù sono unite nella lotta contro gli invasori. I media mondiali nascondono le informazioni riguardanti le operazioni di successo della Resistenza libica. Vengono dipinti come attacchi terroristici. Per esempio, hanno citato il caso dell’addetto francese al CNT, il cui assassinio è stato commesso dai patrioti della Resistenza libica e l’attacco ai mercenari francesi in cui è rimasto ucciso un ex soldato francese. L’intera operazione è stata definita attacco terroristico ed è stato sottolineato che il CNT ha arrestato un sospettato.
I media mondiali ricalcano esattamente la propaganda nazista, che chiamava i partigiani russi banditi. Le squadre delle SS catturavano civili in modo casuale e chiedevano ai locali di consegnare i partigiani altrimenti minacciavano di giustiziare gli ostaggi. Esattamente lo stesso accade in Libia. Gli squadroni della NATO e del CPM hanno creato una serie di campi di sterminio per la tortura dei membri della Resistenza e terrorizzando la popolazione libica, in stretta collaborazione con in traditori interni. Video di torture si diffondono attraverso YouTube come nel febbraio-marzo i video del linciaggio dei libici dalla pelle nera. Gli amministratori del sito web hanno eliminato solo i video dei crimini commessi dalla NATO e da Al-Qaeda. Quando i media mondiali iniziano a diffondere disinformazione per far sembrare la Resistenza compromessa,dovrebbe significare che ogni libico dovrebbe continuare a lottare, perché quando i leader dei paesi sostenitori del terrorismo affermano attraverso i media che vogliono la pace, è chiaro che essi vogliono avere un pò di riposo e raggruppare le loro forze.
E’ essenziale continuare la guerriglia contro gli invasori con lo stesso passo e accordando con la strategia generale. Ora, mentre viene creato il governo provvisorio libico, è essenziale che tutte le persone e organizzazioni intelligenti garantiscano il supporto ad esso e chiedano ai governi dei propri
paesi di riconoscere questo governo come unico e legittimo rappresentante del
popolo della Jamahirya libica.
Traduzione di Enrico Siddera

Fonte: http://english.pravda.ru//hotspots/terror/18-01-2012/120272-Libyan_Resistance_and_western_hypocrisy-0/

http://www.statopotenza.eu/2016/resistenza-libica-e-ipocrisia-occidentale

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