Fuga all’inferno e altre storie, di Muammar Gheddafi – Un brano 1

Copertina
Gheddafi Muhammar
Fuga all’inferno e altre storie
introduzione di Valentino Parlato

2005 pp.128 14,00 €

Conoscevamo il Gheddafi provocatore, arringatore di folle, profeta; qui ci si rivela, in una dozzina di sorprendenti novelle, un Gheddafi scrittore e poeta, dalla personalità complessa e profondamente riflessiva. In queste storie, tra la favola moderna e la parabola morale, emerge, forse più che nei suoi interventi politici, il carattere particolarissimo di questo personaggio del nostro tempo, tanto attento alle trasformazioni portate dalla modernità quanto legato all’antica cultura beduina con le sue radici nomadi e con il suo attaccamento alla natura solitaria del deserto. Lontani dall’immediatezza della politica, questi racconti non mancano tuttavia, in forma metaforica e visionaria, di bersagli polemici come certi potentati musulmani legati mani e piedi agli Stati Uniti o come gli integralisti, cui Gheddafi imputa un carattere retrogrado e criminale. Alla fine di questa lettura avremo scoperto un personaggio davvero fuori dal comune.

INTRODUZIONE
Valentino Parlato

1. Questa è la prima edizione in lingua italiana (tradotta direttamente dall’arabo) di Fuga all’inferno e altre storie, una raccolta di scritti letterari di Muhammar Gheddafi, il discusso leader che dal 1969 regge le sorti della Libia. Qualche parola su questa Libia, che è sfondo e materia dei racconti e che è anche il paese dove sono nato e vissuto fino all’età di vent’anni.

Senza andare troppo indietro, alle presenze puniche e romane fermiamoci un po’ sull’occupazione italiana del 1911 che già con il governo Giolitti fu ferocemente repressiva (sterminio di villaggi, deportazioni, impiccagioni)1.
Il fascismo diede poi corso con l’annessione all’Italia (la «Quarta sponda», cioè la costa sud della nostra penisola) a una colonizzazione demografica, con l’esplicito obiettivo della progressiva riduzione della popolazione libica, che, peraltro, a differenza di quanto avveniva nelle colonie francesi di Tunisia e Algeria, era esclusa dalle scuole pubbliche, salvo pochissime eccezioni ad personam. La terra coltivabile della fascia costiera, salvo poche piccole oasi, era data tutta in concessione ai cittadini italiani, tra i quali anche mio nonno in quel di Sorman. Un significativo impulso a questa «italianizzazione» si ebbe nel 1938 con la costruzione dei villaggi agricoli e lo sbarco di ventimila italiani poveri provenienti dai territori della Bassa veneta e emiliana (l’attuale vescovo di Tripoli viene da una famiglia del villaggio Breviglieri)2; era il 1938 appena un anno prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, altra prova della «lungimiranza» del governo di Mussolini e di Balbo3.
È con la memoria di questo passato che, il 29 aprile del 1990, Gheddafi annuncia questi racconti per celebrare il 75° anniversario dello sterminio della colonna Miani avvenuto nel 1915. Allora le forze militari italiane erano impegnate sul fronte della prima guerra mondiale e le forze della ribellione libica riuscirono a sconfiggere duramente (a quello scontro partecipò anche il padre di Gheddafi) la formazione militare italiana guidata dal colonnello Miani, il cui nome fu poi dato a uno dei villaggi agricoli del 1938. Vale ricordare che in quegli anni l’occupazione italiana – per la spinta della ribellione libica – si era pressoché ridotta alla sola città di Tripoli e che la riconquista portata avanti da Badoglio e Graziani (con abbondanza di impiccagioni tra le quali da ricordare quella di Omar el Muktar, il famoso «Leone del deserto» (il film non è mai stato proiettato nelle sale cinematografiche italiane) si concluse solo nel 1931 con l’occupazione dell’oasi di Cufra.
Ho scritto queste sommarie note (forse troppo sommarie) sulla storia della colonizzazione italiana della Libia e anche della sua storica dipendenza (penultimi padroni i turchi, che Gheddafi, non a caso, non ama) perché questa storia è il sottofondo, e anche il tormento, dell’autore dei racconti, che ha dato, forse per la prima volta nella storia, alla Libia la dignità di nazione. Il passaggio da «scatolone di sabbia». e poi feudo petrolifero, a nazione non è opera da poco.
La prima pubblicazione a stampa di questi racconti si ebbe nel 1993 a Sirte – residenza preferita dal leader – in forma dimessa, direi quasi clandestina, non ci fu nessun lancio propagandistico, operazioni nelle quali il leader è maestro, quasi a sottolinearne la sofferenza. Questi testi furono ripubblicati in Egitto e nel 1996 a Losanna, in francese, ad opera della casa editrice Favre, con un’introduzione di Guy Georgy, primo ambasciatore di Francia presso la repubblica libica. Subito dopo si ebbe l’edizione in lingua inglese, per una casa editrice Usa e ancora, nel 1998, un’edizione in Canada, in lingua francese, con introduzione di Pierre Salinger, già portavoce di John F. Kennedy e poi protagonista della campagna elettorale di Robert Kennedy e infine senatore della California4.

2. A questo punto è inevitabile – con implicazioni culturali e politiche – una domanda; perché solo ora, dopo tanto tempo e ancora per i tipi di una casa editrice, la manifestolibri, piccola e controcorrente, viene pubblicata quest’opera del leader libico? Perché le culture francofone e anglofone hanno valutato utile tradurre e pubblicare subito questi scritti, mentre la cultura e la politica del nostro paese hanno preferito far finta di niente, ignorare? E tutto ciò nonostante i torti dell’Italia nei confronti della Libia, nonostante gli aspri conflitti del passato, antico e recente? Presunzione o miopia?
Per correttezza vale precisare che di questi scritti la stampa quotidiana italiana si è occupata, anche con firme di prestigio, penso tra gli altri a Igor Man sulla Stampa del 25 giugno 1998. Ma anche questo – sospetto – si è avuto più sull’onda del successo del libro di Angelo Del Boca (Gheddafi, una sfida dal deserto, pubblicato da Laterza nel 1998, con un capitolo sulle novelle) piuttosto che per conoscenza diretta e interesse effettivo all’opera del leader libico.
Ma detto tutto ciò la domanda resta ed è pesante: perché solo ora, a più di dieci anni dalla sua prima pubblicazione arriva nelle librerie la traduzione italiana di questi scritti? La questione non è formale. Tocca il significato di questo libro e parla dell’Italia di oggi: de te fabula narratur.
La mia risposta è duplice e temo che possa suonare schematica e arrogante. Per un verso penso che la nostra attuale cultura sia pigra, succube delle mode che vengono dall’occidente «avanzato» e spocchiosa e supponente rispetto a quel che arriva dal Sud. Per l’altro verso, e la mia critica è più pesante, c’è l’ignavia della nostra politica e anche della nostra diplomazia, che non hanno avuto neppure il sospetto che l’edizione italiana di questi scritti avrebbe potuto essere un’importante iniziativa politica tesa a migliorare i rapporti con la Libia, che vanno piuttosto male. Ora la politica estera e la diplomazia debbono incassare il fatto che Gheddafi abbia ritirato l’ambasciatore presso la Repubblica italiana e, ben di più, abbia restaurato la giornata «del lutto» o «della vendetta»5 in esplicita polemica con il nostro paese.
È dal 1969 che Gheddafi è al potere, sono passati ben 36 anni, i rapporti sono stati anche tempestosi, ma possibile che nel corso di tutto questo tempo il governo italiano non abbia affrontato e risolto la questione dell’indennizzo che, legittimamente, la Libia richiede in riparazione dei danni, delle deportazioni, delle morti a carico del nostro passato coloniale? Nonostante i buoni uffici di Andreotti, di D’Alema e anche di Dini6 non siamo riusciti a costruire un rapporto amichevole e stabile con Tripoli. E adesso, finito l’embargo e restaurati buoni rapporti con le potenze occidentali, Usa in testa, le nostre imprese, se il governo non fa una buona politica, rischiano di essere soppiantate dagli altri concorrenti e, soprattutto, dagli americani.
Noi, stato italiano, ci siamo comportati – anche la mancata edizione di questi racconti ne è un sintomo – come i più miopi degli avari, quelli che per non dare una lira oggi, saranno condannati a darne milioni domani. Quanto ci avrebbe avvantaggiato nei confronti dei libici una grande operazione di sminamento di quel territorio dove italiani, tedeschi e inglesi hanno seminato milioni di ordigni, che ancora uccidono animali e persone; lo stesso Gheddafi porta una cicatrice di questa nostra seminagione. Quanto ci avrebbe avvantaggiato la realizzazione tempestiva di un complesso ospedaliero. E poi, per ultimo la buffoneria di Berlusconi, che, in visita a Tripoli, promette – senza neppur sapere quanto costa – duemila chilometri di autostrada per poi negare e nascondersi. Senza neppure tentare di avviare i lavori, che, peraltro, avrebbero potuto dare alle imprese italiane un bel po’ di profitti.
Ma tutto questo, potrà obiettare il lettore, ha ben poco a che vedere con la raccolta dei racconti pubblicati in questo volume. Rispondo che questa Fuga all’inferno e altre storie ha molto a che fare con i rapporti tra i due paesi. Questo è un libro di narrativa, ma fortemente politica. È letteratura, ma che – come molta buona letteratura – agisce sugli uomini e sulle cose della politica.

Fonte:http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=375

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