Hanno ucciso dieci persone e si ferma il mondo, per tutti i morti in Libia nessuno alza un dito

Terrorismo: “Tutti pensano a Parigi, ma per i morti in Libia nessuno alza un dito”

Le voci raccolte in un bar alla periferia di Milano, dove cinque immigrati islamici commentano quanto è accaduto nella capitale francese, con qualche faticoso distinguo

19 gennaio 2015 Carmelo Abbate
Tarek: «I terroristi di Parigi sono degli infiltrati che hanno agito per mettere in cattiva luce la religione musulmana, guarda caso in un periodo in cui tante donne in Italia e in Europa si convertono all’Islam». Faris: «I terroristi erano francesi, come i morti ammazzati. È un problema della Francia, cosa c’entra l’Islam?» Ahmed: «Hanno ucciso dieci persone e si ferma il mondo, per tutti i morti in Libia nessuno alza un dito». Adel: «Tu hai mai sentito un musulmano offendere Gesù Cristo? Allora perché voi non fate altro che insultare il profeta Mohammed». Maghid: «Parliamoci chiaro, tu pensi davvero che dietro l’11 settembre c’è Osama Bin Laden?»

Sono alcune delle voci emerse durante una conversazione alla quale abbiamo preso parte in un bar di Milano, seduti davanti a un caffè per soli uomini, in una atmosfera distesa, tra amici che nel momento in cui passa una donna, vestita come ci si può vestire all’esterno con una temperatura vicina allo zero, si danno di gomito: guarda quella troia.

Una premessa. Il nostro obiettivo era quello di capire cosa pensano i musulmani italiani degli attentati di Parigi e dei terroristi che ammazzano in nome dell’Islam. Potevamo prendere le dichiarazioni delle frange più estremiste pubblicate in rete, dove impazzano manifestazioni di giubilo per i martiri che hanno vendicato la grave offesa dei vignettisti infedeli contro il profeta Maometto. Potevamo intervistare i portavoce delle comunità islamiche, per replicare le solite dichiarazioni, buoniste quanto poco utili, sui delinquenti che non hanno nulla a che vedere con la loro religione, che predica pace, amore e vita, non morte. Abbiamo scelto un’altra strada, abbiamo telefonato a qualche amico egiziano, tunisino, ci siamo aggregati e abbiamo passato un po’ di tempo tra musulmani che vivono a Milano, hanno una famiglia, un lavoro, una vita di relazione. Senza chiedere cognomi, dati anagrafici e numeri di telefono, senza fare troppe domande, senza pretendere di convincere, correggere, condannare. Ma per ascoltare.

Preso da: http://www.panorama.it/news/cronaca/terrorismo-parigi-libia/

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SARKHOLLANDE E GLI ALTRI PADRINI. 5 PUNTI DA GRIDARE DAI TETTI

Riassunto dei cinque punti. 1. Nato e Golfo hanno aiutato in tutti i modi l’ascesa dei terroristi in molti paesi. 2. Nato e Golfo hanno condotto guerre di aggressione dirette o indirette definibili come terrorismo. 3. Vittime di massa del terrorismo sedicente islamico sono popolazioni musulmane, e comunque popolazioni extraoccidentali. 4. Chi combatte di più e con più sacrificio contro il terrorismo sedicente islamico sono le popolazioni musulmane e comunque extraoccidentali, molti popoli e diversi governi del Sud del mondo. 5. Media e società civile d’Occidente sono colpevoli di ignavia rispetto all’intreccio guerre di aggressione-sostegno al terrorismo.

Il 2015 si è aperto all’insegna del terrorismo. In Nigeria centinaia o forse migliaia di persone in sedici villaggi sono state massacrate dai folli di Boko Haram, rafforzatisi grazie alla guerra della Nato in Libia che ha prodotto un proliferare di spore terroriste armatissime. In Yemen decine di morti e almeno 40 feriti in un attentato kamikaze compiuto a Sana’a in un’alba di morte. Diverse autobombe in Iraq, con molte vittime; succede tutti i giorni dal 2003 (invasione Usa). A Tripoli nove morti in un attentato compiuto da una delle bande nelle quali si è sciolto il paese, come nell’acido. Anche la fine dell’anno 2014 è stata un concentrato di terrore (*).

Dimenticavamo: il 7gennaio 2015 alcuni terroristi hanno ucciso 17 persone in Francia. Solo per queste ultime si sono mobilitati governi e popoli, media ufficiali e social network, associazioni e singoli. Con Sarkozy e Hollande e gli altri leader occidentali, Nato e petromonarchi in prima linea.

Gli stessi antirazzisti non islamofobi hanno peccato di razzismo inconscio. Il razzismo dei buoni? Il sangue europeo vale dunque di più, proprio in proporzione alle infinitamente maggiori possibilità economiche, per mantenere le quali si fanno le guerre?

Per questa ragione la Rete No War, bastian contrari, è andata a portare solidarietà all’ambasciata della Nigeria.

Contro l’orrore islamofobo e le prospettive di nuove guerre, cinque elementi devono essere ben chiari quanto ai veri colpevoli e alle vere vittime dei terroristi; e del terrorismo chiamato guerra.

Primo. Connivenze criminali. L’Occidente e i petromonarchi non combattono il terrorismo, anzi lo hanno fomentato permettendogli di conquistare interi paesi non occidentali prima in mano a governi laici. L’attentato a Parigi è frutto anche della politica francese in Siria (come ha ricordato l’ambasciatore siriano all’Onu Bashar al Jaafari in un’intervista a Presstv:). Nel dicembre 2012 a Marrakesh il ministro degli esteri francese Laurent Fabius aveva dichiarato che al Nusra (gruppo che fa parte della galassia armata a geometrie variabili al lavoro in Siria) faceva gli interessi della Francia (ecco il video:). E nel 2013 l’attuale primo ministro Manuel Valls aveva sostenuto di non potere, come ministro dell’interno, impedire a jihadisti francesi di andare a combattere in Siria.

Ma prima della Siria, la Libia. In questo articolo una breve storia di come fra il 2011 e il 2014 il governo francese sotto la guida di Nicholas Sarkozy e poi di François Hollande abbia perpetrato, insieme agli alleati della Nato e alle petromonarchie, una politica estera tale da provocare in Libia, Siria e non solo, massacri mille volte più grandi di quello visto a Parigi. Certo, quando fanno stragi in Occidente li chiamano terroristi; quando invece con i soldi occidentali fanno strage in Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, ecc., li chiamano «combattenti per la libertà». In Libia la Nato con sette mesi di bombardamenti ha fatto letteralmente da aviazione ad Al Qaeda. E gruppi islamisti sono stati riforniti di armi grazie a una rete della Cia.

 

Vecchia storia, ben nota, della politica neocoloniale per la rapina delle risorse altrui e l’invasione di spazi. In Afghanistan si finanziarono i mujaidin. In Kosovo con la guerra Nato del 1999 fu portato al potere l’Uck (Esercito di liberazione del Kosovo), formazione di narcotrafficanti non estranea a spore terroriste . Nell’Iraq invaso i gruppi fanatici hanno prosperato, saldandosi poi a quelli fomentati in Libia e Siria per piani geostrategici.

 

In un’operazione a tenaglia, dalla Libia il terrorismo fanatico internazionale nutrito dalla guerra Nato ha infettato di armi e uomini intere porzioni di Africa subsahariana (Mali, Nigeria, Niger) oltre a dilagare in Siria, dove passano armi e uomini in funzione anti-Assad e anti-Iran. Paesi occidentali e petromonarchi insieme alla Turchia (riuniti nell’associazione a delinquere chiamata Amici della Siria”, poi diventata “Gruppo di Londra” e mai sciolta) hanno finanziato, armato, addestrato forze antigovernative composte da siriani e combattenti di molti altri paesi (e c’è ancora chi dice che l’Occidente non ha aiutato i «ribelli» e questi si sono dovuti rivolgere agli integralisti!). Il sistema a geometrie variabili dei “ribelli” è poi sfociato nei tagliagole di Daesh (Isis) andati alla conquista dell’Iraq. E alla fine «c’è un momento – successe anche ai gerarchi di Washington – che il mostro costruito con tanta applicazione e disciplina decide di camminare per conto proprio. Si è visto con i talebani in Afghanistan o con le milizie in Libia. Il sedicente Stato islamico è questo» . Il ragionamento vale sia che il gesto di Parigi, di «jihadisti autoctoni» sia stato una missione comandata dai capi, un’azione autonoma o un false flag pretesto per nuovi interventi bellici e nuove politiche «di sicurezza».

Uno scenario diverso ma stessa vergognosa connivenza è l’appoggio politico (e quanto alla Cia anche militare) dato al golpe neonazista in Ucraina, con seguito di terrorismo modello Inquisizione nel rogo a Odessa e molto altro. Ma nessuno è Odessa….

 

Secondo. L’Occidente ha praticato anche direttamente il terrorismo colpendo intere nazioni con le guerre di bombe e sanzioni. Perché si è parlato di stato di guerra a Parigi, dimenticando che Parigi e i suoi alleati della Nato e del Golfo hanno portato una guerra vera in molti paesi distruggendoli. Guerra e terrorismo: due orrori speculari. Crimini contro l’umanità. Del resto le guerre di aggressione sono terrorismo (magari al cielo) e il terrorismo è guerra. E’ incredibile che si parli di «noi occidentali tolleranti portatori di una cultura di pace e libertà». Dalla prima guerra del Golfo nel 1991, l’Occidente buono ha condotto cinque guerre devastanti a suon di bombe con pretesti umanitari (terrorismo dai cieli in Iraq, Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia), e ha fomentato guerre per procura come in Siria e Ucraina, per suoi interessi economici e geopolitici veri o presunti. Crimini su crimini, sempre impuniti. Intanto, in contemporanea con il massacro a Parigi, la Nato ha ucciso bambini afghani nella cosiddetta lotta al terrorismo. Non parliamo poi della perenne guerra economica, condotta anche a colpi di sanzioni, contro una miriade di paesi. Guerre per il petrolio si intrecciano a guerre del petrolio. Embarghi si accavallano a destabilizzazioni. E’ dunque legittimo dire che gli attentati «sono stati commessi da quella stessa rete che la nato aveva creato per combattere una sua sporca guerra».

Terzo.  La matrice non è islamica. Sono milioni le vittime non occidentali del terrorismo (e delle bombe occidentali): i popoli mediorientali e africani, e altri popoli a maggioranza musulmana. Giustamente al diluvio di twitter @iosonocharliehebdo, uno scrittore libanese ha reagito con il twitter @jesuisAhmed: il poliziotto musulmano ucciso da falsi musulmani e veri terroristi. Ma sarebbe più esatto dire @iosonoFatimaOmarHanaEliasYuri e milioni di uccisi da bombe e terroristi.

Rafa, Omar, Hana, Elias, Salah, Fatima, Aminullah…persone incontrate in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Africa subsahariana. Popoli e nazioni annientate dal binomio bombe occidentali+terrorismo fomentato. Centinaia di migliaia di morti e amputati, infrastrutture distrutte, popolazioni sfollate o rifugiate. Il loro sangue, le loro disgrazie vanno pianti meno?

Quarto. I veri oppositori del terrorismo sedicente islamico sono proprio i popoli mediorientali e africani, gli altri popoli a maggioranza musulmana e i governi e popoli del Sud del mondo. I terroristi non sono affatto rappresentativi dell’islam e dei suoi fedeli. E non lo sono i loro padrini petromonarchi rispetto ai quali qualunque definizione sarebbe eufemistica. Proprio come non rappresentano l’Occidente i ragazzi di buona famiglia europei che buttano l’acido in faccia a qualcuno e i governanti occidentali che buttano bombe sulle teste altrui e fomentano il terrorismo.  Quando si parla di «musulmani moderati», magari aggiungendo che sono pochi, si dimentica che i musulmani non fanatici sono 1,57 miliardi e i fanatici terroristi (che si dicono musulmani) sono forse lo 0,00001…e oltretutto fanno vittime appunto soprattutto fra i musulmani e comunque fra non occidentali! E si fa anche un torto ai musulmani quando si dice che gli attentati terroristici sono una risposta asimmetrica alle aggressioni occidentali a suon di bombe sulla testa di donne e bambini. Non sono quelle donne e quei bambini a vendicarsi! Divulghiamo le parole dei giovani di Gaza ( Gaza Youth Breaks Out, li trovate qui: ) che lo spiegano per bene. Altro che «scontro di civiltà, noi contro di loro» (come le destre bombardano e come si dice nei bar sport). Sono infatti proprio quei popoli a resistere contro i tagliagole e massacratori. Resistono come possono, anche con le armi, si pensi appunto a Siria, Iraq, Kurdistan, Libia, Yemen. Quindi si fa un grosso torto a quei popoli quando, per giocare ai tolleranti, si sostiene che «se si offende l’Islam, poi c’è da aspettarselo».

E’ una farsa la lotta contro l’Isis da parte della «coalizione dei colpevoli» che sono stati parte del problema . Arabia saudita e dintorni hanno accettato di far parte della coalizione solo nella speranza che questo faccia cadere Assad. Non solo: la Turchia continua a far passare terroristi e armi in Siria e ad addestrare, con gli statunitensi, i cosiddetti ribelli siriani «moderati» da lanciare contro Damasco . Quegli stessi che – ci sono tutte le prove – funzionano in un sistema continuo di porte girevoli con al Nusra, al Qaeda e Isis.

Quinto. I popoli, i media e la società civile occidentale sono colpevoli di ignavia negli ultimi anni rispetto alle azioni dei loro governi. In questi ultimi anni è stata grande la responsabilità della stessa sinistra occidentale, per non dire dei media, perfino delle ex sigle storiche del movimento della pace. Non hanno fatto nulla o addirittura hanno espresso solidarietà ai «rivoluzionari» armati in Libia e Siria che hanno demolito i rispettivi paesi.

Un esempio…spaziale: nessuna delle tante grosse organizzazioni i cui vertici si sono recati all’ambasciata di Francia l’8 gennaio per portare solidarietà, erano là il 19 marzo 2011 alla manifestazione di realtà di base autoconvocatesi a poche ore dall’inizio della guerra contro la Libia, avviata in modo fraudolento dalla Francia approfittando lestamente dell’approvazione della  no fly zone sulla Libia da parte del Consiglio di sicurezza Onu.

Noi c’eravamo (resoconto sul manifesto di domenica 20 marzo, «E l’attacco al rais spacca i pacifisti»).

(*) Pakistan, metà dicembre: massacro in una scuola con 141 morti di cui 100 bambini. In Pakistan e Afghanistan, ripetutamente, sono i droni statunitensi antiterroristi a far strage di civili. Iraq, Siria, Kurdistan: sono continue le stragi compiute dal terrorismo del sedicente Stato islamico.

 

Marinella Correggia

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=2859

Gli Stati non possono creare moneta. Le banche sì

5 gennaio 2015,

di Michele Rallo

MAMMONA-Il-diavolo-dei-soldiStrana società, quella dei nostri giorni. E per “società” intendo quel complesso di regole che scandisce la vita dei popoli e delle nazioni. Strana società – dicevo – è la nostra, che vede gli Stati, ricchi e poveri, incapaci di provvedere con mezzi propri anche alle più elementari esigenze dei propri cittadini. Ogni cosa (dall’alimentazione alla sicurezza, dalla sanità all’edilizia pubblica, dai trasporti all’istruzione, dalla tutela ambientale alla difesa militare) ha i relativi costi; e questi costi possono essere affrontati, oltre che con l’imposizione fiscale, solamente con denaro che gli Stati non possono creare, ma che devono necessariamente farsi prestare dalle banche private. Tutti gli Stati, sostanzialmente, anche quelli che hanno l’illusione di avere ancora una propria “sovranità monetaria”. Prendete gli Stati Uniti d’America – per esempio – il cui governo ha, proprio in queste settimane, immesso sul mercato interno una gran quantità di danaro “fresco”. Ebbene, quel denaro non lo ha stampato il governo degli Stati Uniti, ma la FED, la Federal Reserve, cioè la banca “centrale” che lo ha poi prestato al governo. Malgrado la ambigua denominazione di “centrale”, infatti, la Federal Reserve è una banca privata, posseduta da un azionariato composto da banche private americane e straniere. Per l’esattezza (dati del 1992): le americane Goldman Sachs, Kuhn & Loeb, Lehman Broters, Chase Manhattam, l’inglese Rotschild, la tedesca Warburg, la francese Lazard, ed una misteriosa – per me – Banca Israel Moses Seif con sede a Roma.(1)

Certo, i popoli europei avvertono in modo particolare il problema, perché hanno perduto la sovranità politica (non soltanto la monetaria) a beneficio di una struttura sovranazionale quale è l’Unione Europea. Ma gli altri popoli del mondo non stanno messi molto meglio, perché tutti o quasi hanno rinunziato al diritto-dovere di creare il proprio denaro, delegandolo a banche private, pudicamente indicate come “centrali”. Così facendo, gli Stati non hanno solamente regalato a pochissimi soggetti privati la possibilità di arricchirsi a dismisura sulla pelle dei popoli, ma – cosa forse più grave – si sono consegnati anima e corpo alla finanza internazionale, accettando di farsi dettare da questa le regole della vita sociale interna, oltre che le linee della propria politica estera. Pena, la destabilizzazione delle proprie economie nazionali. Se oggi la Russia di Putin – per esempio – disobbedisce ai voleri dei poteri forti, i “mercati” decretano la perdita di valore del rublo, con ciò provocando anche una crisi economico-sociale interna al paese. Se, a suo tempo, l’Italia di Berlusconi – per fare un altro esempio – comprava petrolio dalla Russia e dalla Libia, ecco che i “mercati” – sempre loro – determinavano una crescita anomala del famigerato spread, con ciò incidendo pesantemente sui nostri equilibri sociali.

Ma – mi si obietterà – non è stato sempre così? Nossignore, non sempre e, comunque, non in maniera così totale e asfissiante. La guerra delle banche (e mi riferisco ovviamente alle grandi banche “d’affari”, non alle normali banche commerciali) per impossessarsi del potere politico dura da secoli, con vicende alterne. Si pensi che la capostipite di tutte le banche “centrali”, la Banca d’Inghilterra, è in attività sin dal 1694: da sempre in mani private, nel 1946 venne stranamente nazionalizzata, per essere poi ri-privatizzata nel 1997, a seguito di una riforma invocata a gran voce dal mondo della finanza. Lo stesso tipo di riforma che nel 1993 fu attuata in Italia, privatizzando la Banca d’Italia che il regime fascista aveva nazionalizzato nel 1936.

Eppure, stranamente, nessuno sembra scandalizzarsi per l’enormità di questa aberrazione. Pensate: gli Stati rinunziano al potere di creare denaro, e tale potere attribuiscono a dei soggetti privati. E non solo. Ma – cosa ancora più grave – lasciano decidere a quei privati quali debbano essere le direttrici della politica economica e sociale: se si debba assumere o licenziare, aumentare o diminuire la pressione fiscale, se incentivare la spesa pubblica o gli investimenti, se fare o non fare questa o quell’altra riforma. E ancora, sommando obbrobrio ad obbrobrio, per finanziare le proprie spese istituzionali gli Stati si fanno sovente prestare il denaro occorrente dal sistema bancario privato (banche centrali o banche d’affari, non fa molta differenza), ed a quel sistema finanziario pagano cospicui interessi, sottraendo tali somme alle necessità del governo. Dopo di che, naturalmente, gli Stati diventano ostaggio del “debito pubblico” contratto con la finanza speculativa. Non solo l’Italia, naturalmente. Se il nostro debito pubblico è pari a circa il 120% del PIL, quello della media europea è più o meno dell’85%, quello degli Stati Uniti del 105%, quello del Giappone addirittura del 210%.

E siamo soltanto all’inizio di questa serie di paradossi. Perché il sistema finanziario dal quale gli Stati attingono il denaro in prestito è drogato – se così posso dire – dalla presenza di una grande quantità di titoli derivati, cioè – sostanzialmente – di denaro virtuale, che non esiste: carta straccia creata dal nulla, senza che il sistema finanziario detenga un controvalore reale. Una volta, gli Stati potevano stampare moneta solamente in quantità corrispondente (o comunque proporzionale) alla riserva aurea posseduta. Poi, alla fine della seconda guerra mondiale, venne creato un sistema economico globale che si basava sul primato del dollaro (unica valuta ammessa per il commercio delle materie prime) e sulla sua convertibilità in oro. Poi, infine, nel 1971 gli USA decretarono (e gli Stati vassalli disciplinatamente accettarono) la fine della convertibilità delle altre valute in dollari e della convertibilità del dollaro in oro. Allora, quando le folli spese militari avevano assottigliato la riserva aurea di Fort Knox, gli Stati Uniti pensavano bene di far pagare al mondo intero i loro guai economici, e quindi abolivano, insieme al sistema dei cambi fissi, anche l’ancoraggio delle monete a quella misura di ricchezza reale che è l’oro. Da quel momento, teoricamente, ognuno poteva stampare moneta a volontà, sol che riuscisse a mantenere un rapporto accettabile nella “fluttuazione dei cambi”.

Chiedo scusa per questa lunga digressione, necessaria tuttavia per comprendere che – dal 1971 in poi – per “fabbricare” denaro non è più necessario detenere un corrispettivo reale, cioè una riserva di oro o di altri metalli preziosi. E, tuttavia, gli Stati non hanno mai abusato oltre una certa misura della possibilità di creare moneta, preoccupati di non alterare gli equilibri della fluttuazione.

Non così la finanza speculativa, che – soprattutto dall’inizio degli anni ’90 – ha cominciato a battere, di fatto, una propria moneta: non una moneta convenzionale, naturalmente, ma quella che gli esperti chiamano “finanza derivata” e che si sostanzia nella emissione di titoli privi di reale consistenza.

Che cosa è un “titolo derivato”? È una banconota virtuale emessa da un soggetto finanziario privato ed il cui valore non è garantito da alcun bene reale, ma “derivato” dal valore di mercato di uno strumento finanziario “sottostante” (azioni, obbligazioni, eccetera), o anche – cito da Wikipedia – «basato sulle più diverse variabili, perfino sulla quantità di neve caduta in una determinata zona».(2) Si tratta – in ultima analisi – di scommesse di vario genere, che un soggetto privato trasforma in “titoli”, immessi sul mercato e commerciati come se fossero emessi a fronte di una ricchezza reale, tangibile.

Ma l’aspetto più grave è la quantità di questo “denaro virtuale” gettato sul mercato. Nel 2010, a fronte di un PIL mondiale annuo di circa 70.000 miliardi di dollari – apprendo sempre da Wikipedia – il volume della finanza derivata era di 670.000 miliardi di dollari.(3) La qualcosa significa – mi permetto di chiosare – che il denaro virtuale in giro per il mondo è dieci volte il denaro vero che costituisce il prodotto interno lordo generato in un anno dall’economia reale dell’intero globo terrestre.

E in Italia – per banalizzare – non possiamo creare il denaro necessario a pagare le pensioni (e dobbiamo farcelo prestare), mentre ad un pugno di affaristi internazionali viene consentito di creare denaro virtuale per scommettere sulle nevicate del Massachusetts.

Siamo alla follia. O, forse, non è follia, ma il frutto di un lucido disegno per distruggere le nazioni e per sottrarre ai popoli le loro ricchezze reali. A proposito di ricchezze reali: l’Italia possiede la terza riserva aurea mondiale, dopo quelle degli Stati Uniti e della Germania. Volete scommettere che, quanto prima, ci chiederanno di dare quell’oro a garanzia del nostro “debito pubblico”?

NOTE

(1) http://www.signoraggio.com/fedprivata.html

(2) http://it.wikipedia.org/wiki/Strumento_derivato

(3) http://it.wikipedia.org/wiki/Strumento_derivato

Fonte: “La Risacca”, rivista mensile, a. IV, n. 10, pp. 8-9.

Preso da: http://www.ildiscrimine.com/gli-non-possono-creare-moneta-banche-si/

MI5, MI6 e la morte di al-Liby negli USA: UK, al-Qaida, al-Shabab e Lee Rigby

Murad Makhmudov e Lee Jay, Modern Tokyo Times, 5 gennaio 20152013-10-12T002304Z_1954488326_GM1E9AC0JB601_RTRMADP_3_USA-LIBYA_0MI5 e MI6 inglesi saranno profondamente sollevati dalla fortunosa morte di Anas al-Liby negli USA. La sua morte sarà stata accolta con un sospiro di sollievo sul processo che stava per avere luogo a New York. Dopo tutto, MI5 e MI6 avevano profondi legami con Anas al-Liby e altri terroristi internazionali. Naturalmente, il Regno Unito non è unico in ciò. Tuttavia, la brutale morte di Lee Rigby e la realtà degli innumerevoli terroristi di tale nazione spediti in Siria è un’ulteriore prova che c’è del marcio nel cuore della comunità d’intelligence. Pertanto, l’annuncio della morte di Anas al-Liby occulterà le molte ratlines terroristiche nel cuore della dirigenza inglese.
5930486-8837001Anas al-Liby era ritenuto un capo di al-Qaida nei corridoi del potere a Washington, pertanto fu sequestrato dalle forze statunitensi nello Stato fallito libico. Ciò accadde nel 2013 a causa delle pericolose forze interne allo Stato fallito e altri importanti fattori legati ai fallimenti politici degli USA. La BBC riporta: “Un presunto capo di al-Qaida è morto pochi giorni prima del processo a New York per gli attentati alle ambasciate degli Stati Uniti in Africa nel 1998… Doveva essere processato il 12 gennaio per quegli attentati che uccisero più di 220 persone in Kenya e Tanzania“. Purtroppo, il caso Anas al-Liby è un’ulteriore prova della grave ingenuità dei servizi segreti inglesi, come MI5 e MI6. E’ noto che una delle persone coinvolte nel barbaro assassinio di Lee Rigby doveva essere reclutato dal servizio segreto inglese. Allo stesso modo, al-Liby ebbe asilo politico nel Regno Unito, nonostante i suoi ben noti legami con al-Qaida e l’MI6 aveva anche cercato di reclutarlo. Modern Tokyo Times dichiarò sul caso Lee Rigby che: “Riguardo le agenzie di sicurezza del Regno Unito, troppi appaiono assai ingenui. Inoltre, alcuni ignorano le leggi a protezione dei cittadini inglesi. Michael Adebolajo, un religioso taqfiro islamista fu arrestato dalla polizia del Kenya, vicino al confine con la Somalia, per terrorismo. Eppure, invece d’imprigionare i cittadini inglesi che si recano all’estero per uccidere in nome dell’Islam, il Regno Unito li accoglie a braccia aperte. Perciò il Terrorism Act del 2006 è spesso manipolato. Non solo, ma MI5 ritiene che ciò dia la grande opportunità di avere come informatore, retribuito con i soldi dei contribuenti, una persona che sostiene l’odio di massa“. Modern Tokyo Times proseguiva: “Ora, se non si capisce la mentalità di al-Shabab in Somalia, allora va bene, chiaramente per i servizi di sicurezza ed élite politiche del Regno Unito. Pertanto, nonostante al-Shabab in Somalia uccida ogni convertito al cristianesimo che scovi e distrugga i santuari sufi, non sembra importare. Al-Shabab non solo decapita musulmani convertiti al cristianesimo, mentre loda Allah, ma sostiene anche la lapidazione delle donne e il taglio delle mani per reati minori. Tale realtà viene sorvolata fin troppo e lo stesso vale per le nazioni islamiche che hanno buoni rapporti con il governo inglese“. In altre parole, MI5 e MI6 faranno di tutto per reclutare persone che disprezzano l’occidente, pur di attuare le trame del governo inglese. Lee Rigby fu massacrato barbaramente a Londra, similmente a quanto fanno gli assassini taqfiri in Siria contro alawiti, cristiani, sciiti e sunniti fedeli al governo siriano.
Tale fiasco pericoloso non è una novità per Pakistan, Arabia Saudita, Stati Uniti, Regno Unito e altre nazioni del Golfo, che supportavano e addestravano jihadisti internazionali negli anni ’80 e ’90 in Afghanistan e Pakistan. Le convulsioni di tali eventi e le ratlines jihadiste che collegano la Bosnia all’11 settembre e a Madrid continuano ad affliggere il mondo. Nonostante ciò, gli stessi attori hanno deciso di “andare a letto con al-Qaida, taqfiri e salafiti in Libia“, come in Siria. Nel 2002 The Guardian riferiva: “La cellula libica di al-Qaida includeva Anas al-Liby nella lista dei ricercati del governo degli Stati Uniti, con una taglia di 25 milioni di dollari. È ricercato per il coinvolgimento negli attentati alle ambasciate in Africa. Al-Liby era con bin Ladin in Sudan prima che il capo di al-Qaida tornasse in Afghanistan nel 1996“. La stessa fonte dice: “Sorprendentemente, nonostante i sospetti che fosse un capo di al-Qaida, al-Liby ricevette asilo politico in Gran Bretagna e visse a Manchester fino al maggio 2000, quando eluse un raid della polizia fuggendo all’estero. Il raid scoprì ‘il manuale per la jihad’ di 180 pagine di al-Qaida contenenti istruzioni per attacchi terroristici“. Poi, nello stesso articolo si affermava che “The Observer può oggi rivelare che gli agenti dell’MI6 coinvolti nel presunto complotto erano Richard Bartlett, già noto con il nome in codice PT16, responsabile generale dell’operazione, e David Watson, nome in codice PT16B. Come l’omologo di Shayler nell’MI6, Watson era responsabile della gestione dell’agente libico ‘Tunworth’, che informava dall’interno della cellula. Secondo Shayler, MI6 passò 100000 sterline ai sicari di al-Qaida“.
Pertanto, la morte di Anas al-Liby sarà salutata dalla comunità dell’intelligence e dai corridoi del potere nel Regno Unito perché molte ratlines rimarranno nascoste. Analogamente, le domande sulla barbara morte di Lee Rigby saranno evitate. Tale realtà significa che altri petrodollari del Golfo diffonderanno l’odio nel Regno Unito. Allo stesso tempo, intrighi politici contro Stati nazionali come la Siria, continueranno, intrecciando obiettivi politici occidentali e di al-Qaida nonostante cerchino risultati diversi.

Police probe 'spy' death

Comando del MI6

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Originale su: https://aurorasito.wordpress.com/2015/01/10/mi5-mi6-e-la-morte-di-al-liby-negli-usa-uk-al-qaida-al-shabab-e-lee-rigby/

Il pregiudizio sulle popolazioni della Libia in epoca coloniale (parte 2 )

«Meglio non fidarsi»
La falsità era vista come costitutiva dell’intima essenza degli Arabi e l’insidia della bugia avrebbe senz’altro colto alla sprovvista il malcapitato italiano in Colonia:

«Con il cristiano […] mancano facilmente di parola e non si fanno scrupolo di mentire, [ed anche gli Ebrei libici], abbastanza solidali fra correligionari, non si fanno scrupolo d’ingannare l’europeo»59.

Con dovizia di esempi storici, si faceva risaltare l’accondiscendenza di facciata degli indigeni, velo di una perenne rivolta covante di nascosto60, perciò alle popolazioni dell’interno, “arretrate” ogni oltre tollerabilità e destinate al non invidiabile ruolo di oggetto di studio delle numerose “spedizioni scientifiche”, spettava il “titolo” di “infide e sospettose”, magari quando emissari dell’Ufficio Fondiario facevano visita alle loro proprietà con l’improbabile intenzione di ampliarle…61.
Del resto, l’azione prefascista in Colonia, sia per non aver tenuto conto dei dati essenziali della “psicologia indigena” che per averne incoraggiato vari “difetti”, si sarebbe rivelata totalmente negativa, suscitando un atteggiamento ostile da parte delle popolazioni locali, determinato dalla “diffidenza propria della razza”62.

Primitivi, quantomeno ingenui
Ma non è finita qui. Gli improvvisati psicologi di turno non potevano fare a meno di definire i Libici irrimediabilmente ingenui.
Alcune manifestazioni d’arte popolare locale, raffiguranti scene tratte da racconti, avrebbero dimostrato in maniera lampante l’ingenuità sia dei loro autori («Ingenua è la costruzione delle scene, scorretto il disegno”; “L’artista ha ingenuamente contrapposto alla nudità e alla mostruosa singolarità delle forme del genio il carattere umano ed eroico di Alì»), che del pubblico al quale erano destinate («È naturale che i quadretti siano oggetto di ingenua curiosità e attrattiva […] per una popolazione di cultura così primitiva, come quella della Tripolitania»63).
In pratica, si era dato dell'”ingenuo” a tutti Libici.
Non è poi difficile notare quanto questi luoghi comuni fossero strettamente legati l’uno all’altro, risultando così agevole scendere dall'”ingenuità” al “primitivismo”, giù giù fino all’inferiorità totale:

«Un movimento di lieta sorpresa desta la vista di queste rozze figurazioni, che colpiscono con l’inaspettato e col drammatico, e sono più accessibili, come tutto ciò che è leggenda e novella, al cuore dei popoli anche di civiltà inferiore»64.

Ad alcune etnie dell’interno –che più delle altre catalizzavano la curiosità dei nostri connazionali– non si davano poi molte chance di venir fuori da un’estrema arretratezza materiale e morale:

«Oggi specialmente, dopo la grande guerra, mentre gli arabi hanno fatto passi notevoli verso la civiltà, i fezzanesi sono rimasti più che mai primitivi, e chiusi nel loro ambiente vegetativo e inerte. Qualcuno che è riuscito a lanciarsi verso Tripoli o Tunisi, bruciando molte tappe nel suo cammino intellettuale, è riuscito ad impadronirsi persino dei segreti del motore a scoppio, pur rimanendo primitivo in tutto il resto: ma trattasi di casi sporadici»65.

Chi si fosse avventurato in una puntata verso le regioni desertiche, avrebbe certo potuto vivere situazioni a dir poco curiose:

«A Tegerhi, estremo presidio del Sud tripolino, il primo autocarro giunse nel 1930, poco dopo l’occupazione. I Tebbu del villaggio, che costituiscono l’aristocrazia locale, fecero un sommario esame del veicolo e lo classificarono senz’altro come un cammello di strano aspetto e di maggior potenza; gli offrirono quindi un cesto di datteri perché il motore, poveraccio, si potesse ristorare dopo la sfibrante traversata del deserto»66.

Anche in questo caso, l’indagine sul tema potrebbe condurci molto lontano; si può per il momento notare che questa fu una versione del mito dell'”indigeno fanciullo”, del “primitivo”, una vera e propria suggestione evoluzionistica messa in circolazione per fini unicamente pratici, di cui si erano serviti tutti i colonialismi67.

Conclusioni
Non possiamo certamente dire di aver esaurito in questa sede l’argomento, ma quel che ci interessava non era redigere una seppur interessante lista di “macchiette”, quanto dimostrare un atteggiamento diffuso in svariati settori della società italiana, dai più ignoranti a quelli maggiormente istruiti ed informati che, nella componente specialistica, della psicologizzazione dei colonizzati avevano fatto talvolta un mestiere. Basti pensare alle relazioni congressuali in cui si esponeva con spavalderia (e in poche pagine) la cosiddetta «psicologia arabo-berbera», per non tacere di scritti a metà tra lo scientifico e l’esotico dove disquisire sull’«anima degli Arabi» non era poi tanto difficile.
Questo, dunque, quel che in Italia si pensava –in buona o in cattiva fede non importa– delle popolazioni della Libia; il fatto importante è che per molti questi scritti risultavano l’unico strumento, l’indispensabile ausilio preliminare per avviarsi alla conoscenza della realtà autoctona della Colonia.

Ora, su una realtà adeguatamente addomesticata (ed esorcizzata)68, si muoveva massicciamente con le “truppe d’assalto” di quella che ipocritamente –perché trasudante moralismo– fu chiamata la «missione civilizzatrice»; a nostro vedere, sussiste un evidente parallelismo tra i luoghi comuni sugli Arabi (e più in generale sui popoli da colonizzare) e la scelta dei settori in cui si dispiegò la «missione di civiltà». «Si ha a che fare con degli scanzafatiche? Che li si metta a lavorare!»69 «Sono sporchi?70 Educhiamoli al sapone (anche metaforico, cioè quello che toglie la patina di “vecchiume” e di obsolescenza)». «Sono fanatici? Volgiamo questo difetto a nostro vantaggio facendoli combattere per noi in Etiopia». Se al Convegno Volta del ’39 dal titolo “L’Africa” si celebrava l’ormai scarsa diffusione in Colonia della “rassegnazione” e del “fatalismo musulmano”, era segno che la “terapia” stava dando i suoi frutti.

Un’ultima considerazione. L’aver dedicato queste pagine al tema del pregiudizio sugli Arabi credendo nella loro opportunità mentre tutto un universo culturale è sottoposto ai fuochi di fila del pregiudizio e dell’ostilità preconcetta, non significa affatto ritenere che «tutto il mondo è paese». I popoli hanno effettivamente caratteri differenti, in buona parte determinati dall’osservanza dei modelli di civiltà da essi adottati; è allorché le tendenze a generalizzare e a semplificare prendono il sopravvento, giungendo alla deformazione vera e propria, che invece ci troviamo nel campo del pregiudizio, che altro non è se non frutto dell’ignoranza; al contrario, il contatto e la frequentazione diretta –senza per questo dover forzatamente rimanere entusiasti di tutto e tutti– di genti e luoghi, ci garantiscono un’idea dai contorni meglio definiti. Si può e si deve comprendere, anche senza condividere; questo per evitare facili irenismi ed esaltazioni.
Chi vorrà accontentarsi di stereotipi, sappia però che –malgrado i suoi roboanti proclami– mal celerà la sua insicurezza e la sua puerile autoconvinzione di “marciare” nella direzione giusta. Il luogo comune serve in realtà a scacciare dei fantasmi, a riversare sugli altri tutto quel che si detesta o si ritiene possa incrinare un fragile castello di certezze di carta.

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Note
1- L’ultima frontiera di un discorso mirato ad educare l’Altro è quella dello “sviluppo”. Cfr. G. RIST, Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, (trad. it.) Bollati Boringhieri, Torino 1997. torna al testo ^

2- Un’indagine a più ampio raggio ci porterebbe a “scoprire” che molti di quei luoghi comuni venivano rifilati con estrema disinvoltura anche ad altri popoli colonizzati; si pensi ai caratteri degli orientali (gli stessi che vedremo attribuiti ai Libici) secondo Lord Cromer, il plenipotenziario inglese in Egitto: imprecisione (mente mancante di simmetria), ingenuità, mancanza di energia, e di iniziativa, spirito intrigante, mendacia, pigrizia, diffidenza. Cfr. E. Said, Orientalismo, (trad. it.) Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 40. torna al testo ^

3- Sulle distorsioni che in sede d’interpretazione della religione dell’Islam si produssero nel campo degli studi specialistici cfr. il nostro L’oggetto misterioso. L’immagine dell’Islàm nell’Italia tra le due guerre mondiali, «Africana», V, 1999, pp. 97-113, adesso consultabile anche sul sito EstOvest all’indirizzo http://www.estovest.net/storia/immagine_islam.html torna al testo ^

4- La degradazione che la nozione di “fato” ha subito in Occidente è ben spiegata in J. EVOLA, L’arco e la clava, Scheiwiller, Milano 1971, pp. 45-50. torna al testo ^

5- E. Petragnani, Il Sahara tripolitano, Sindacato Arti Grafiche, Roma 1928, p. 141, nota 3. torna al testo ^

6- L’Ordine religioso-militare della Sanûsiyya, radicato essenzialmente in Cirenaica, costituì il principale baluardo contro la conquista italiana della Libia. Da una bibliografia piuttosto nutrita, consigliamo l’ottimo E. E. Evans-Pritchard, Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale. I Senussi di Cirenaica, (trad. it.) Ed. del Prisma, Catania 1979. torna al testo ^

7- La prigionia non era stata affatto dura, mentre si sa delle differenti e difficili condizioni dei prigionieri libici. Vedi C. Moffa, I deportati libici della guerra 1911-12, in «Rivista di Storia Contemporanea», 1, 1990, pp. 32-56. torna al testo ^

8- E. Petragnani, op. cit., p. 142. torna al testo ^

9- F. Schuon, Comprendere l’Islam, (trad. it.) SE, Milano 1989, pp. 66-67. L’Islam è per l’Autore anche la religione dell’equilibrio, ed ecco come vi si inserisce il “fatalismo”: «L’anima in cerca di Dio deve lottare. […] Ma questa lotta è soltanto un aspetto del mondo, essa svanisce con il piano al quale appartiene; per questo tutto il Corano è pervaso da un tono di possente serenità. Dal punto di vista psicologico, diremo che la combattività del musulmano è compensata dal fatalismo. […] Praticare l’Islam, a qualsiasi livello, significa riposarsi nello sforzo». Ivi, p. 54.
Inna ‘llâhu ma’a ‘s-sâbirîn (Invero Dio è con coloro che perseverano), recita il Corano (II, 153); Sabr è la pazienza, la tolleranza intesa nel suo significato originario. torna al testo ^

10- L’abusata traduzione del termine “Islâm” con «rassegnazione», «sottomissione al volere di Dio», da cui deriverebbe un «fatalismo» caratteristico appunto del mondo arabo-musulmano, non rende affatto – senza alcuna spiegazione ulteriore – il significato che il musulmano gli attribuisce, ovvero l’azione cosciente e attiva del mu’min (il credente) per mettersi in sintonia con il volere divino. È perciò fondamentale, per poter parlare di «sottomissione al volere di Dio» senza incorrere in fraintendimenti, tener presente l’atto di consapevolezza e di scelta da parte dell’uomo che accetta volontariamente il decreto divino, e che in virtù di questo abbandono fiducioso può dirsi muslim (musulmano). torna al testo ^

11- E. De renzi, Nozioni sull’Islam, con speciale riguardo alla Tripolitania, Tipolitografia del Governo, Tripoli 1918, p. 42. Il “fatalismo”, tranne alcune eccezioni, avrebbe inoltre contraddistinto l’intera storia dell’Islam. Cfr. M. GUIDI, Aspetti e problemi del mondo islamico, Settimo Sigillo, Roma 1990 (ediz. orig. I.N.C.F., Roma 1937), p. 29. torna al testo ^

12- M. Baratta, L. Visintin, Atlante delle colonie italiane, De Agostini, Novara 1928, introduzione. torna al testo ^

13- Roghi di bandiere israeliane e americane, concitate manifestazioni in occasione di funerali di attivisti islamici, donne velate che brandiscono fucili: sono solo alcune delle immagini artatamente trasmesse ogni qualvolta avviene una crisi in Medio Oriente. Sul fatto che anche a quelle latitudini vi siano degli esagitati siamo tutti d’accordo, ma è anche vero che una “informazione” di questo tipo produce l’effetto di far perdurare certi pregiudizi. La questione del cosiddetto «fondamentalismo islamico» fornisce poi ad alcuni il pretesto per fortificarsi in determinate prese di posizione, e non è un caso che i “fanatici” di parte avversa vengano definiti, in maniera più sfumata, “ultra-ortodossi” e non “integralisti”, termine quest’ultimo già squalificante in partenza (si pensi al più noto “fascista”). torna al testo ^

14- Bourbon del Monte di Santa Maria, L’Islamismo e la Confraternita dei Senussi, Tipografia dell’Unione Arti Grafiche, Città di Castello 1912, p. 86. torna al testo ^

15- Ivi, p. 198 (cfr. anche pp. 192-198). Per una preoccupazione viva anche ai nostri giorni vedi V. Fiorani Piacentini, Il pensiero militare nel mondo musulmano, Centro Militare di Studi Strategici, Roma 1991, pp. 129-155. Ascoltiamo il parere di un dotto musulmano, neppure dei più “moderati”, secondo il quale il jihâd è obbligatorio per tutti i musulmani solo in caso di aggressione da parte di non-musulmani. In tale evenienza «colui che si sottrae al gihâd è un peccatore. Si può ben dubitare della sua fede islamica. […] Tutte le sue ‘ibâdât e tutte le sue orazioni non sono che un inganno, non sono che una vana finzione di devozione». A. A. Mawdûdî, Conoscere l’Islam, (trad. it.) Ed. Mediterranee, Roma 1977, p. 120. Sul jihâd si veda anche A proposito del concetto di «jihàd», Appendice 9 a Il Corano (Cura e traduzione di H. R. Piccardo, revisione e controllo dottrinale Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia), Newton & Compton, Roma 1996, pp. 582-583: «Allah dice: “Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva. Allah sa e voi non sapete” (II, 216)». La guerra deve perciò essere dichiarata ogni qualvolta dei Musulmani si trovino coinvolti in uno stato di fitna (persecuzione), il quale può essere definito così: «Tutti i fenomeni, i comportamenti e le intenzioni connessi a persecuzione, sedizione, sovversione, scandalo, vizio, inquinamento, corruzione, discordia, disordine, disobbedienza, ribellione, contro Allah, le Sue leggi, le Sue creature”. Ivi, p. 49, nota 153. Tuttavia nel Corano (II, 193) è scritto: &quo;Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia (reso solo) ad Allah. Se desistono, non ci sia ostilità, a parte contro coloro che perseverano”. Difatti “non è la distruzione del nemico l’obiettivo dei credenti, ma la cessazione della fitna […], escludendo in seguito qualsiasi genere di rappresaglia». Ivi, p. 49, nota 154. torna al testo ^

16- Comunicato Stefani del 28 ott. 1911, cit. in Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, F.lli Trèves, Milano 1938 (3 voll.), vol. I, p. 295. torna al testo ^

17- Bourbon del Monte di Santa Maria, op. cit., p.111. torna al testo ^

18- Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, op. cit., vol. I, p. 522. torna al testo ^

19- Ivi, pp. 327-328. torna al testo ^

20- R. Sertoli Salis, Imperi e colonizzazioni, I.S.P.I., Milano 1942, pp. 68 e 75. torna al testo ^

21- A. Malvezzi, L’Italia e l’Islam in Libia, F.lli Trèves, Milano 1913, p. 26. In un certo senso, l’Autore aveva colto nel segno. Un musulmano s’intende senz’altro meglio con un non musulmano aderente alla propria tradizione, che non con un individuo senza alcun legame con essa, vale a dire «l’indifferente, il libero pensatore, l’ateo». torna al testo ^

22- R. Tritonj, Asia ed Europa, in «Oriente Moderno», a. XII, n. 12, dic. 1932, pp. 565-575. torna al testo ^

23- A. Piccioli (a cura di), La nuova Italia d’Oltremare, Mondadori, Milano 1933 (2 voll.), vol. I, p. 22. Un simile ragionamento era debitore dell’immagine di un Oriente perennemente governato da tiranni: «Nella quasi assoluta maggioranza gli Asiatici esaltano e rispettano la volontà dell’autocrate sì come legittima». R. Tritonj, Asia ed Europa, art. cit., p. 568. Notiamo che anche gli Africani potevano risultare sensibili solo alla forza (cfr. G. Leclerc, Antropologia e colonialismo, (trad. it.) Jaca Book, Milano 1973, p. 19), ed è facile capire come anche in questo caso si trattasse di immagini stereotipate mantenute grazie ad appositi studi “dimostrativi”.
Angelo Piccioli, funzionario coloniale attivissimo nel diffondere la già citata “coscienza coloniale”, fu protagonista di un’attività editoriale veramente imperterrita, essenzialmente mirata a convincere i lettori dei miracolosi frutti della «missione di civiltà» fatta di scuole, ospedali, strade, turismo, ecc. torna al testo ^

24- Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, pp. 307-308. torna al testo ^

25- D. Lombardo, Cirenaica del IV e del XX secolo, in «L’Illustrazone Coloniale», a. XVII, n. 1, gen. 1935, p. 29. torna al testo ^

26- A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., Milano 1923 (2 voll.), vol. I, p. 20 (avvertenze e informazioni). Certe idee fisse circolavano davvero a tutti i livelli della società metropolitana e non risparmiavano quindi neppure il direttore degli Osservatori Metereologici della Tripolitania. torna al testo ^

27- «Le popolazioni africane, e in ispecie quelle dell’Africa del Nord, valutano la potenza di una Nazione europea anche in base a quella somma di capacità politiche ed economiche, che viene espressa dal complesso di tutti i rami della produzione». Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, p. 529. torna al testo ^

28- A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. II, p. 862. torna al testo ^

29- Giorgio Vercellin ha dedicato un lungo articolo al «leit-motiv secondo il quale gli Arabi sarebbero un “popolo lussurioso”». Harem e lussuria nel pregiudizio occidentale verso gli Arabi, in «Islam, storia e civiltà», VIII, n. 3, lug.-set. 1989, pp. 177-193. torna al testo ^

30- A. Benedetti, Nella conquistata Mecca della Senussia, la fuga dei tirannelli e le infide proteste di devozione, «Corriere della Sera», 28 gen. 1931. Anche Badoglio considerava i componenti della famiglia senussita dei degenerati. Cfr. Santarelli, Rochat, Rainero, Goglia, Omar al-Mukhtar e la riconquista fascista della Libia, Marzorati, Milano 1981, p. 89. torna al testo ^

31- F. Lattanzio, O. Besesti, Nostre terre d’Oltremare. Brevi cenni storici, geografici, politici ed economici per la gioventù studiosa, Cappelli, Bologna 1936, p. 43. torna al testo ^

32- E. De Renzi, Nozioni sull’Islam, con speciale riguardo alla Tripolitania, op. cit., p. 4. torna al testo ^

33- Bourbon del Monte di Santa Maria, op. cit., p. 111. torna al testo ^

34- Cfr. P. Villari, prefaz. a A. Malvezzi, op. cit., pp. VII-XXIV. torna al testo ^

35- Per la convinzione secondo cui il contatto e lo studio dell’Europa potevano mitigare alcuni “vizi” orientali, cfr. A. Malvezzi, op. cit., p. 174. torna al testo ^

36- Bourbon del Monte di Santa Maria, L’Islamismo e la confraternita dei Senussi, op. cit., p. 215. Edward Said ha osservato come il colonialismo portò a compimento l’idea «di un’Europa destinata a insegnare agli orientali il significato della libertà, concetto che si supponeva che questi ultimi, e specialmente i musulmani [in ragione del “legalismo” islamico?], ignorassero completamente». E. Said, Orientalismo, op. cit., p. 183. torna al testo ^

37- Cfr. A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., vol. I, pp. 19-20. La diversa percezione del tempo da parte degli Arabi si riflette in un’esistenza sicuramente meno agitata di quella proposta dal modello dominante in Occidente: generalmente non sono interessati ai tempi di percorrenza ad es. di un autobus; si può chiedere più volte e ci verrà data un’informazione spesso diversa. È un dato che, il più delle volte, non interessa loro. Si comprende invece come a degli occidentali entusiasti della loro civiltà e dei suoi orari così esatti, tutto ciò risulti particolarmente fastidioso. torna al testo ^

38- A. Malvezzi, op. cit., pp. 23 e 25. torna al testo ^

39- F. Serra, Il viaggio del Re in Cirenaica, «L’Illustrazione Italiana», 23 apr. 1933, pp. 614-616. torna al testo ^

40- «Si incendiavano cantieri di lavoro, si interrompevano linee telegrafiche e telefoniche» …degli invasori. R. Ciasca, Storia coloniale dell’Italia contemporanea, Hoepli, Milano 1938, p. 423. torna al testo ^

41- «Il motivo dell'”attacco a tradimento” è un vero e proprio topos dell’immaginario coloniale italiano e coloniale tout court. Ogni qual volta gli africani attaccano di sorpresa o alle spalle, cosa che ogni buon comandante cerca di fare in guerra, vengono considerati traditori. Nella guerra di Libia 1911-1912 si diffuse l’immagine del perfido beduino, così come cara ad una tradizione coloniale britannica era la figura del perfido afgano». L. Goglia, Le cartoline illustrate italiane della guerra etiopica 1935-1936: il negro nemico selvaggio e il trionfo della civiltà di Roma, in Regione Emilia Romagna — Soprintendenza per i Beni librari e documentari (a cura del Centro F. Jesi), La menzogna della razza, Grafis Edizioni, Bologna 1994, p. 30. torna al testo ^

42- A. Piccioli (a cura di), La nuova Italia d’Oltremare, op. cit., vol. I, p. 121. torna al testo ^

43- F. Beguinot, voce Berberi, Enciclopedia Italiana, vol. VI, Roma 1930, p. 686. torna al testo ^

44- L. Cipriani, Visioni della Libia rigogliosa, «Il Corriere della Sera», 7 mar. 1933. torna al testo ^

45- Cit. in F. Beguinot, voce Libia, Enciclopedia Italiana, vol. XXI, Roma 1934, p. 60. torna al testo ^

46- A. Malvezzi, op. cit., p. 136. torna al testo ^

47- Il termine Tebu riunisce due gruppi linguistici costituiti dai parlanti daza e teda. I primi, attualmente circa 220.000, abitano le distese di pascoli a sud del massiccio del Tibesti, i secondi (circa 15.000), dominano invece le aree montuose. Cfr. R. Schulze, Il mondo islamico nel XX secolo. Politica e società civile, (trad. it.) Feltrinelli, Milano 1998, p. 369. torna al testo ^

48- Cfr. E. Silvani, Il Tibesti e i suoi abitatori, in «Le Vie del Mondo», a. VIII, n. 2, feb. 1940, pp. 113-124, in cui si narra come la tribù dominante si fosse assicurata il diritto di fornire il Dardè (Sultano) solo grazie ad un’astuzia nei confronti delle altre tribù. Resta da chiedersi – come regola generale per non scadere nel pregiudizio – se ciò che a noi può apparire scaltrezza, per altri non possa assumere tutto un altro significato; inoltre, ammesso che la tradizione locale fosse effettivamente colta nel suo significato negativo, rimane il dubbio sul perché non se ne citassero altre in grado di porre in risalto qualità riconosciute come positive dal lettore italiano. torna al testo ^

49- Cfr. A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. I, p. 612, nota. Greci e Romani avrebbero costituito l’esatto opposto in termini di attività, ma la loro considerazione negativa del lavoro era accuratamente taciuta. «Presso i Greci il lavoro –che spettava esclusivamente agli schiavi– era sentito come pena e dolore: prova ne sia che il termine greco che esprime l’idea del lavoro, è ponos, che ha la stessa radice della parola latina poena, che in italiano significa “pena”, “sforzo”, “fatica”. Una tale considerazione negativa del lavoro nasceva dalla consapevolezza che le operazioni materiali pongono inevitabilmente l’uomo in contatto con gli oggetti o con il mondo di fenomeni, proibendogli così di dedicarsi nella profondità del proprio animo alla ricerca della verità. L’opinione che il Greco ed il Romano avevano del lavoro non era diversa da quella relativa all’opulenza». C. Ferri, Il feticcio “lavoro” e le sue vittime, Edizioni di Ar, Padova 1991, p. 38. torna al testo ^

50- A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. II, p. 964. torna al testo ^

51- R. Paribeni, Testimonianze di Roma in Libia, in «Nuova Antologia», n. 1559, 1 mar. 1937, pp. 78-83 (cit. p. 78). torna al testo ^

52- Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, op. cit., vol. I, p. 522. torna al testo ^

53- L. Cipriani, Razze e costumi del Fezzan, «Il Corriere della Sera», 2 mar. 1933. torna al testo ^

54- P. E. D’Emilio, Il Tibesti, «L’Illustrazione Italiana», 8 gen. 1939, pp. 55-56. torna al testo ^

55- M. Essad Bey, Maometto, (trad. it.) Bemporad, Firenze 1935, p. 4. torna al testo ^

56- F. Lattanzio, O. Besesti, Nostre terre d’Oltremare, op. cit., p. 42. torna al testo ^

57- Persino dopo la fine del dominio diretto – venendosi ad aggiungere l’irritazione per quel che si era perso – questa convinzione continuò a fare presa: «[I Garianesi] portano i segni di una desolazione che prima ancora di essere materiale, sembra consumare lo spirito, intaccarlo ed assopirlo». E. Cione, Fascino del mondo arabo, Cappelli, Bologna 1962, p. 59. Il Gariàn, zona ad altopiano della Tripolitania orientale, fu sede di uno dei primi insediamenti di coloni italiani dediti alla coltura del tabacco. torna al testo ^

58- A. Fantoli, op. cit., vol. I, p. 27. torna al testo ^

59- A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., op. cit., vol. I, pp. 27 e 25. torna al testo ^

60- Cfr. Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, p. 327. torna al testo ^

61- Cfr. A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. I, p. 540. torna al testo ^

62- E. Brotto, Pacifico rifiorire della Cirenaica, «Il Corriere della Sera», 7 ott. 1933. torna al testo ^

63- G. Crisolito, Spunti di folklore in Tripolitania, in «Rivista delle Colonie», 1930, pp. 729-733 (cit. pp. 129-130). torna al testo ^

64- Ivi, p. 729. torna al testo ^

65- E. Petragnani, Il Sahara tripolitano, op. cit., p. 139. L’Autore credeva poi opportuno di ragguagliare il lettore sul carattere dei fezzanesi, un vero cocktail dei luoghi comuni che abbiamo già passato in rassegna: «Poca o nessuna volontà di lavorare; intelligenza primitiva, seppur abbastanza vivace ed assimilatrice; apatia; generosità impulsiva; spirito di rassegnazione stupefacente; nessun spirito combattivo; profonda immoralità». Ivi, p. 146. torna al testo ^

66- P. Caccia Dominioni, Ricognizione a Tummo nel Sahara, «Il Corriere della Sera», 24 mar. 1932. torna al testo ^

67- «La grande saga dei popoli bambini, creduli, capricciosi o versatili giustifica la missione dei popoli civili: gli africani, gli asiatici, gli arabi hanno troppo bisogno dei nostri lumi perché li abbandoniamo alla loro sorte». P. Bruckner, Il singhiozzo dell’uomo bianco, (trad. it.) Longanesi, Milano 1984, p. 188. Di seguito, riferendosi ad un tipo di “terzomondismo”, l’Autore spiega come a seconda della convenienza possano essere invertiti i termini della questione: «Ma non è un caso nemmeno se, nella nostra epoca in cui “la pedagogia è divenuta teologia”, si affida al bambino l’incarico opposto, quello di istruire l’adulto, così come le società primitive si vedono conferire la missione di guidare il mondo civilizzato. Questa tendenza moderna a considerare la maturità come una decadenza che non ha saputo mantenere le promesse della giovane età è l’esatto corrispettivo dell’adulazione del Sud presentato come unico avvenire del Nord» (ibidem). Dunque, “primitivi” o no, a seconda degli obiettivi. Che il concetto di “primitivismo”, con i suoi sviluppi, abbia avallato numerosi atteggiamenti dell’epoca moderna –non solo in ambito coloniale– è poi messo in luce in J. Evola, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Edizioni Mediterranee, Roma 1990, pp. 147-155. torna al testo ^

68- «La rappresentazione europea di musulmani, ottomani o arabi fu sempre anche un modo di controllare il misterioso, minaccioso Oriente». E. Said, op. cit., p. 64. torna al testo ^

69- Le opere pubbliche impiegarono moltissima manodopera locale sottopagata, ma anche il regime dei lavori forzati –piuttosto che la galera– avrebbe «educato al lavoro». Alle Fiere Campionarie i Libici avrebbero infine osservato i risultati del «lavoro italiano», diametralmente opposti «alla avversione e alla pigrizia degli arabi e dei berberi». F. Sapori, La VII Mostra Interafricana di Tripoli, «L’Illustrazione Italiana», 26 mar. 1933, pp. 470-471. torna al testo ^

70- «Magari prima di decidere l’acquisto stanno lì a discutere sul soldo e toccano e palpano ben bene tutte quante le paste per trovar quella che li soddisfi: ma ciò non conta, perché presto ci si fa l’abitudine e se lo stomaco è buono si può mangiare tranquillamente». E. Emanuelli, Elogio di una piccola ferrovia, «L’Illustrazione Italiana», 28 gen. 1934, p. 131. torna al testo ^

Enrico Galoppini

preso da: http://www.estovest.net/storia/pregiudizio.html

Il pregiudizio sulle popolazioni della Libia in epoca coloniale (parte 1)

Uno strumento al servizio della «missione di civiltà»
di Enrico Galoppini

Introduzione
La lettura di pubblicazioni risalenti agli anni della presenza italiana in Libia, trasmettendoci in parte –meglio di quanto possa fare la posteriore storiografia specialistica– il “sentire” di chi quelle pagine scrisse, ci ha indotto a riflettere sul ruolo del pregiudizio nel mondo occidentale moderno, in particolare di quello sugli Arabi ed i Musulmani.
Non del tutto a prescindere dalle differenti fasi in cui si articolò quella presenza, il trentennio 1911-1943 vide una crescente proliferazione di una “letteratura coloniale” tra i cui compiti vi era quello dichiarato di diffondere una sempre latitante “coscienza”, appunto, coloniale. Per chiunque avesse voluto saperne di più sulla Libia e le sue popolazioni, essa costituiva una base di sicure conoscenze, un sapere diffuso il quale forniva gli “occhiali” che il lettore avrebbe potuto “inforcare” al momento di partire per la “quarta sponda» in veste di funzionario coloniale (il tipico autore di questo genere di letteratura) o di semplice turista. Il più delle volte (non a caso) si trattava di opere celebrative dell’azione svolta dai nostri connazionali in Colonia (con gli “indigeni” a far da sfondo), ragion per cui le informazioni contenutevi –non di rado preziose– vanno prese con la debita cautela, soprattutto per quanto concerne l’aspetto storico-politico. Per altri versi esse mettono invece in risalto una mentalità comune, un vero e proprio credo con i suoi dogmi essenziali ed accessori, che negli scritti d’argomento coloniale trovava infinite occasioni d’essere professato e che gli esperti di materie coloniali, cantori della vera “civiltà” da contrapporre alla “barbarie” (di volta in volta asiatica, orientale eccetera), abbracciavano entusiasticamente.
Era, per dirla in breve, sia che si scrivesse nell'”Italietta” giolittiana o negli anni del «rinnovato Impero di Roma», la già stagionata credenza nel “Progresso” –quello con la “P” maiuscola– che viveva in Colonia e nelle pagine ad essa dedicate una seconda ed insperata giovinezza. Messa in soffitta in patria dall’impeto polemico fascista, ma forse semplicemente dissimulata, nelle terre “d’Oltremare” tornava prepotentemente come irrinunciabile corredo ideologico di quella che –al di là degli accorgimenti lessicali1– da secoli rappresenta pressappoco l’unica modalità che l’Occidente ritiene di adottare nel confronto con le altre culture: la «missione di civiltà».

A giustificazione di un così impegnativo compito (che tra l’altro mai i diretti interessati avevano richiesto) si confezionò l’immagine di popolazioni tarate da innumerevoli vizi, riassumibili nel fatto che mai e poi mai, senza la nostra guida, avrebbero potuto incamminarsi verso i benefici del cosiddetto «mondo civile». Ecco quindi che nel presentare al pubblico italiano le popolazioni della Libia, la creazione dello stereotipo dell’indigeno, di un individuo artificiale “colpevole” di aver plasmato un mondo completamente da rifare, forniva agli Italiani l’onere di ridare ossigeno ad una terra, a loro dire, in piena asfissia.
Tuttavia, alla base di tutto questo vi erano alcuni equivoci di fondo, persino di “metodo”. Se da una parte l’opera dei colonizzatori si riprometteva di cambiare tutto in meglio, non si capisce come e quando i luoghi comuni sulle popolazioni della Libia sarebbero scomparsi. Vogliamo dire che anche una volta conquistate completamente le popolazioni autoctone al nostro punto di vista intellettuale («morale», si diceva), nulla lascia pensare che la scorta di immagini preconfezionate da cui attingere di volta in volta sarebbe stata messa da parte.
La verità è che i Libici e l’Islàm dovevano risultare inferiori a tutti i costi. Difatti, addirittura coloro che collaboravano con gli Italiani non potevano sperare di scrollarsi di dosso certi “abiti” confezionati appositamente per la gente a cui appartenevano: al massimo, determinate caratteristiche assegnate loro dagli Italiani potevano in tal caso assumere un segno positivo.

Ma quel che è più curioso è che mentre in Occidente la psicologia moderna dettava i caratteri dell’uomo in generale dopo aver osservato –si badi bene– solo degli occidentali, in Libia, viste le necessità d’ordine pratico, poteva bastare una sfilza di luoghi comuni, in modo da marcare l’incolmabile differenza tra «noi» e «loro»2; dunque, uomo in generale o diverse umanità, a seconda della convenienza.
Per mezzo di appositi studi “dimostrativi” venne così a prendere forma l’immagine di un tipo umano caratterialmente inferiore, la cui mentalità sarebbe stata costituita da tratti distintivi ovviamente giudicabili –dal più ampio numero di persone possibile– in termini negativi.

Ma la cosa più importante, a nostro avviso, è che quanto andiamo ad illustrare ci sembra necessario per comprendere come alla realizzazione della «missione di civiltà» –una delle ragioni d’essere di ogni colonialismo e non una semplice appendice filantropica– si aspirasse di giungere grazie al costante mantenimento di un clima adatto. Alla creazione di tale clima contribuì non poco l’artificiosa unilateralità dell’immagine delle popolazioni della Libia.
Il prodotto di quest’opera paziente, autoriproducentesi, e della quale ciascun contributo amplificava gli effetti, era l’immagine di un suddito coloniale molle e moralmente inconsistente, finanche in grado di compiere le più aberranti bassezze.

La psicologizzazione dell’indigeno
Se per un verso, il compito di ridurre la tradizione islamica entro i rigidi ed inappropriati schemi dell’indagine scientifica risultava esclusivo appannaggio degli studiosi d’islamistica3, al “puzzle” della psicologia media del Libico (variamente indicato come «arabo», «berbero» «beduino», «orientale») si giocava di preferenza nell’ambito di scritti direttamente attinenti alla nostra Colonia.
Numerosi riferimenti all’orizzonte spirituale del musulmano, al suo modo di rapportarsi con l’esistenza, in poche parole alla sua visione del mondo in quanto musulmano, apparvero sulle pubblicazioni più diffuse in materia. In questo modo si scivolò spesso e volentieri verso uno psicologismo semplicistico che si compiaceva di sviscerare le attitudini mentali dei Libici, in buona parte ascrivibili, secondo quest’ottica, al fatto di professare l’Islàm, una religione che avrebbe ricevuto tutti i suoi aspetti “positivi” (cioè graditi) dal Cristianesimo, mentre quelli “negativi” (sgraditi) non avrebbero rappresentato altro che segni di una manifesta inferiorità.
Il viaggio che ora effettueremo attraverso i più diffusi luoghi comuni sugli abitanti della Libia in epoca coloniale sarà anche l’occasione per il lettore di operare un confronto con i nostri giorni: è davvero cambiato il nostro atteggiamento nei confronti degli Arabi e dei Musulmani?

Prigionieri del fato
Un carattere ancor oggi affibbiato ai Musulmani da parte di molti occidentali è quello del fatalismo; si tratta di un pregiudizio duro a morire, le cui radici potrebbero essere rintracciate in quella percezione “superomistica” che la civiltà moderna ha di sé e che porta ad individuare del “fatalismo” ovunque non si scorga una pari volontà di dominio sul mondo. Non è poi da sottovalutare l’influenza della nozione moderna del fato, percepito come una potenza oscura e cieca4.

«La frase kan maktùb o, il semplice participio passato maktùb (scritto) riassume il fatalismo musulmano. Dio –secondo la religione islamica– s’interessa di tutto quello che succede nel mondo (dènia), ed un angelo, nel più alto dei cieli “scrive” le azioni degli uomini e le decisioni della divinità. “Ogni cosa è scritta presso Dio” = kull scèi maktùb and Allah. Nulla deve sorprendere il credente (el-Mùmen): venga la gioia, venga il dolore, bisogna dire: kan maktùb! Con la pronunzia di questa frase il musulmano ha il dovere di rassegnarsi nelle avversità”5.

Lo stesso autore di queste frasi, che, giova ricordarlo, era stato prigioniero dei Senussi6 ed aveva avuto modo di conoscerli piuttosto bene7, attribuiva agli abitanti del Fezzàn (il sud libico) una

«stoica, ammirevole dedizione ad una fatalità che li domina e li opprime»8.

Frithjof Schuon ha ben spiegato in che cosa consista questo “fatalismo” che, per la maggior parte degli occidentali, rimanda alla nota formula In shâ’a ‘llâh:

«Con tale enunciazione, il musulmano riconosce la sua dipendenza, la sua debolezza, la sua ignoranza di fronte a Dio e abdica nello stesso tempo a ogni pretesa passionale; è essenzialmente la formula della serenità. Significa parimenti affermare che il termine di tutte le cose è Dio, che egli è il solo esito assolutamente certo della nostra esistenza; non c’è futuro al di fuori di Lui. […] Il “fatalismo” musulmano, la cui fondatezza è corroborata dal fatto che si accorda perfettamente con l’attività –come è provato dalla storia– […] è la conseguenza logica della concezione fondamentale dell’Islam, secondo la quale tutto dipende da Dio e ritorna a Lui»9.

Che questo fatalismo derivasse dalla religione10, e precisamente da un malinteso principio della predestinazione, talvolta veniva espresso a chiare lettere; per di più, ad esso si amava giustapporre altre consuete peculiarità del musulmano medio e degli Arabi, come logica conseguenza

«[dell’] imperio di quel cieco fatalismo che costituisce una delle più spiccate caratteristiche della loro mentalità e che trova fondamento in altri fattori psicologici, quali l’apatia, l’indifferenza, l’imprevidenza, che più segnatamente differenziano i popoli semiti che professano l’Islam»11.

Questa caratteristica, tra le altre, era additata poi come una delle cause principali di un processo che avrebbe condotto ad un'”arretratezza” che avrebbe trovato numerose “conferme” attraverso gli studi antropologici. Era quindi del tutto ovvio che le attività dei Libici intraprese prima dell’arrivo degli Italiani fossero marchiate da una «mentalità fatalistica» che avrebbe conosciuto «la sottomissione, non la lotta contro le difficoltà della natura»12.

Fanatici guerrafondai
Il fanatismo è un altro difetto imputato solitamente agli Arabi e/o ai Musulmani, ed il termine “fanatico” –per noi rivestendo un’accezione negativa– viene a tutt’oggi associato alla religione islamica13. La cosa è piuttosto curiosa, se si pensa alla vera e propria gazzarra ideologica scatenatasi in Europa negli ultimi due secoli che, in fatto di fanatismo, ne ha prodotte di tutti i colori.
È un fatto però che ci si sentiva in dovere di ricordare «la venerazione fanatica che l’arabo ed il musulmano in generale, nutrono per Maometto e per la sua dottrina»14.

Conseguenza naturale sarebbe stata la tanto temuta “guerra santa”, facile ad essere realizzata da parte di «falsi profeti, che con la parola ardente, in nome della religione e di Maometto trascinano le masse fanatizzanti»15.

Durante i primi giorni dello sbarco a Tripoli, circolava il timore che gli Arabi opponessero resistenza a causa del loro «fanatismo religioso, abilmente eccitato»16, poiché la Sanûsiyya –«setta derivata da una religione a base di fanatismo»17– avrebbe sottoposto i propri seguaci ad una propaganda incessante, rendendoli facilmente intolleranti18.
I pericoli principali sarebbero difatti giunti da una «religione che ha instillato l’odio o il disprezzo per l’immondo cristiano e promette una vita eterna di delizie a chi muore combattendo gli infedeli», con i Turchi che, “per mezzo di fanatici marabutti”, avrebbero sparso «fra le turbe ignorantissime, le più grandi calunnie a nostro carico aizzando così sempre più l’odio già predicato dall’islamismo».
Del resto, logica deduzione era che per i Libici «l’unica distrazione alla perpetua vita d’ozio [fosse] il fare un poco di guerra»19.

Gli Italiani avrebbero quindi dovuto fare i conti con un fanatismo inscritto nel “codice genetico” dell’Islàm:

«Il motivo principe dell’espansione islamica, piuttosto che nella consapevolezza di diffondere una civiltà si deve identificare nel fanatismo religioso, [nella] essenza schiettamente fanatica e conquistatrice dell’Islam»20.

Si era senz’altro di fronte a un popolo di

«unilaterali, tenaci, fanatici. Gli arabi altro atteggiamento di vita non intendono, e, riportando essi ogni cosa alla religione, credono che altrettanto facciano gli altri popoli, e se si accorgono che non lo fanno, li disprezzano. L’indifferente, il libero pensatore, l’ateo sembra loro un essere mostruoso, un essere che va contro la natura, al quale perfino l’idolatra è infinitamente superiore»21.

In una micidiale mistura di religione e nazionalismo, il fanatismo predominante in tutti i popoli asiatici, «caratteristico specialmente tra i Maomettani», era un dato da tenere nella massima considerazione per non vedersi d’improvviso sopraffare da un autentico «potere spirituale malefico»22.

Che cosa rispettano?
Se alcuni tratti del carattere libico erano ricondotti all’influsso della loro religione, altri li avrebbero contraddistinti in qualità di «orientali». In via generale si riteneva opportuno trattarli duramente («gli orientali non rispettano che la forza»23) e sin dal momento delle prime operazioni militari si era battuto con insistenza su questo tasto, con gli Arabi che senza dubbio avrebbero preferito gli Italiani «liberatori» ai Turchi, nel caso i primi si fossero dimostrati più “forti”:

«;Sarebbe un errore credere che una politica di dolcezza, di tolleranza ci cattivi l’animo dell’arabo se non è accoppiata alla inesorabilità. […] Il diritto del più forte è l’unico riconosciuto e sopra loro una meritata lezione colle armi oggi significa la pace solidamente stabilita»24.

La legge della frusta era perciò reputata l’unica in grado di far rigare dritto:

«Né la riconoscenza né i servizi resi, né la dolcezza e l’umanità dei trattamenti, nulla farà che il barbaro dia il suo cuore o la sua fiducia al civilizzato. La forza soltanto lo costringe a rispettare l’opera civilizzatrice del signore ch’egli è incapace d’apprezzare e perfino di comprendere. Ma il giorno che questa forza cede, in cui anche il padrone s’abbandona, ci si può attendere le peggiori catastrofi»25.

Le istruzioni sul comportamento da tenere di fronte all’indigeno valevano non solo per il militare, per il funzionario, ma anche per l’italiano comune, per il turista. È per questo che in Colonia costituiva buona norma

«non fidarsi mai del primo venuto, ancorché la prima impressione ricevutane possa essere ottima; sorvegliarlo invece, dandogli prova di fermezza anziché d’eccessiva bontà»26.

In maldestri tentativi di definire ciò che gli Arabi reputassero superiore, si trova tutto e il contrario di tutto, dalla forza bruta alla capacità economica27, dalla dimostrazione di potenza alla ostentazione di ricchezza. È così che ci si poteva atteggiare a fini psicologi plaudendo alla costruzione di un adeguato palazzo del Governo a Tripoli, capace di «influire […] sulla mentalità araba proclive a riconoscere la potenza della ricchezza»28.

Un popolo dedito al piacere
Lo stereotipo dell’arabo lussurioso29, circondato da diafane fanciulle ed efebi coppieri, in barba alle regole della legge religiosa, fu tra quelli che, con l’intento di castigarne la presunta immoralità, vennero agitati contro i

«santoni senussiti, [uno dei quali] possiede un harem di una trentina di donne […]. Poiché non può essere permesso, nemmeno nel Sahara, un simile sconcio, sarà bene un po’ d’isolamento per questo capo da operetta, vivente in un mondo così poco pulito, [in cui] il traffico più importante era, sino a ieri, quello degli schiavi»30.

La stessa fede religiosa islamica, con il suo realismo scambiato per basso senso pratico, sarebbe stata alla radice della pretesa lussuria degli Arabi. La rottura del digiuno si prestava così (come oggi) a descrizioni ironiche che rafforzavano il senso di superiorità morale occidentale:

«Tutta quella gente che sembrava estatica dinanzi allo spettacolo meraviglioso della natura, si precipita sulle vivande, sul caffè, sulle sigarette, sull’idromele; e con sorprendente voracità divora tali quantità di cibo, che noi non riusciremmo a mangiare in un’intera settimana. Calmata “la furia famelica”, si beve e si fanno “fantasie”»31.

Per rinsaldare quel senso di superiorità, anche un vecchio argomento polemico come la supposta lussuria della raffigurazione musulmana del Paradiso era ancora buono:

«Per la vita futura infine, la religione di Maometto assicurava mollezze, delizie, felicità materiali»32.

Alcune incapacità mentali
Se però andava ravvisato un aspetto particolarmente grave di questa «mentalità araba», si trattava dell’incapacità, «pur nelle persone più intelligenti ed istruite, a comprendere la civiltà occidentale»33, e già all’epoca dell’aggressione ci si domandava il perché di tante difficoltà, da parte di razze giudicate apertamente inferiori, ad assimilare la nostra civiltà34. Che ne sarebbe stato del buon esito della «missione di civiltà», considerato il limitato numero di Libici «intelligenti ed istruiti», ovvero gli educati “all’occidentale”, quelli che i Francesi –con un termine estremamente rivelatore– chiamavano «évolués»35?
L’idea dominante era quella di popoli talmente calcificati nelle loro abitudini da voltare le spalle ad un mondo di delizie offerto amorevolmente:

«È un profondo errore il credere che gli Arabi siano pronti ad apprezzare il valore ed i benefici della nostra civiltà. […] Quei termini di civiltà che per noi sono i telegrafi e le ferrovie, l’agricoltura intensiva e l’industria delle macchine, quella agiatezza che insomma è frutto della nostra quotidiana e instancabile attività di lavoro, rimangono incomprensibili a quei popoli abituati, ormai fatti a una vita misera, sudicia e inerte. Essi sperimentano soltanto, che i ritrovati della nostra civiltà in nessun modo compensano la perdita d’una egoistica ed anarchica libertà individuale, che per loro è il supremo dei beni»36.

Altra insopportabile caratteristica mentale araba era l’incapacità totale di quantificare la lunghezza di un percorso in relazione al tempo occorrente per percorrerlo: l’italiano in Colonia avrebbe perciò fatto bene a diffidare delle informazioni date da un libico prima di mettersi in viaggio37.
Così, dall’esercitarsi in uno psicologismo da quattro soldi al diagnosticare delle patologie, il passo è breve:

«La facoltà di generalizzare, quella di assurgere dallo individuale all’universale e l’associazione costruttiva, si può dire che gli sono, se non ignoti, certo inconsueti; [di qui il] disordine caratteristico che si riscontra nei ragionamenti, nella filosofia, nella letteratura degli arabi. […] Ogni loro manifestazione intellettuale è caratterizzata da un logico e ordinato disordine»38.

Irrequieti e turbolenti per natura
Abbiamo dunque già appreso come differenti luoghi comuni venissero applicati alle popolazioni della Libia a seconda del fatto che se ne mettesse in risalto il carattere “arabo”, “orientale”, “musulmano”.
Il “beduino”, il “nomade” –assolutamente fuori luogo nel quadro dell’opera “civilizzatrice”– non sfuggiva alla regola ed anche per lui vi era la classica scorta di immagini precostituite.

«L’irrequietezza delle genti, per cui fu già famosa in antico la Cirenaica e che provocò memorabili repressioni romane, si perpetua nelle tribù beduine»39.

Il giudizio sui nomadi sconfitti era drastico: il “Bene” aveva avuto ragione di gente “ribelle” che neppure era in grado di immaginare i benefici derivanti dalla (loro) sottomissione e che impediva di estendere l’«opera di avvaloramento» sul Jebel cirenaico40.

Ecco due esempi –tratti da una pubblicazione destinata al grande pubblico– del modo in cui questi venivano descritti:

«Sono gli estremi rappresentanti della barbarie africana che, sospinti nelle solitudini desertiche, tessono disperatamente le ultime trame del loro medioevo: nemici d’ogni legge e d’ogni ordine sociale: che non volendo inquadrarsi con le popolazioni civili, stanno asservite alla volontà di mestatori e di filibustieri, e vivono di guerra, di aggressioni e di rapina: la sola storia che sanno creare”; “Il brigante della tradizione popolare d’occidente era generoso, e si batteva anche ad armi ineguali. Ma il predone libico è un ladro che spia, che sta in agguato, e si lancia sulla preda solo in condizioni di perfetta sicurezza41. [Egli] è di una scaltrezza e di una violenza sanguinaria senza limiti»42.

Inguaribili «predoni» sarebbero stati in particolar modo i Berberi, l’elemento indigeno discendente dagli antichi Libi, caratterizzato da un «minuto incoercibile particolarismo di gruppo, di tribù, di paese, di quartiere»43; individuarne le caratteristiche era un gioco da ragazzi, visto che nei millenni… non erano cambiate di un capello:

«Di fronte a poche doti, quali la sobrietà, il coraggio, la resistenza alla fatica e al dolore fisico, gli antichi li accusarono di essere sensuali, crudeli, dissimulatori, leggeri, incostanti, pigri, turbolenti, vendicativi, tendenti al furto e al saccheggio, non curanti della verità e della parola data, disposti a tradire in caso di convenienza, forti coi deboli e deboli coi forti; né forse, ove fossero lasciati fare, si dimostrerebbe inesatto anche oggi un tanto fosco quadro»44.

Negativo era anche il giudizio dello studioso d’islamistica Leone Caetani (uno dei pochi che in Parlamento si opposero all’«impresa di Libia»), che li dipingeva come

«nomadi, turbolentissimi, ribelli a ogni influenza esterna, avversi a ogni miglioramento della propria condizione morale»45.

Il Malvezzi, riunendo in un collage le supposte peculiarità di vari popoli al fine di giungere alla definizione delle caratteristiche naturali dei Berberi, da quelle dell’arabo sceglieva

«l’egoismo, la violenza, la tendenza all’odio, la sete di vendetta, il senso dell’indipendenza»46.

Com’è facilmente intuibile, da una vera e propria riserva di stereotipi e di pure e semplici ingiurie –adattabili a qualsiasi popolo– il polemista di turno poteva attingere a seconda delle proprie inclinazioni.
La “bocciatura” era poi drastica anche per i Tebu del massiccio del Tibesti47. In un paesaggio spesso paragonato ad un inferno dantesco vivevano popolazioni la gerarchia tra le cui tribù risultava confermata da una tradizione locale: riferirla minuziosamente serviva anche ad illustrarne la scaltra mentalità48.

L’ignavia araba opposta al dinamismo occidentale
Quello della pigrizia degli abitanti della Libia era un vero e proprio ritornello; da una parte, l’intero sistema di vita libico, caratterizzato da tempi tutt’altro che frenetici, veniva giudicato pigro e indolente, dall’altra, si trovava il pretesto per svolgere –con la coscienza a posto– quella missione di cui gli Italiani in Colonia si sentivano investiti.
In quadretti di vita indigena si ritraevano uomini inoperosi e completamente apatici, il cui unico obiettivo sarebbe stato il guadagnare lo stretto indispensabile per la sopravvivenza.

L’ignavia indigena era a dir poco proverbiale: il problema dell’acqua sussisteva a causa di un difetto atavico che, nei secoli, avrebbe fatto sì che le opere idrauliche greche e romane cadessero in un penoso stato49; pascoli, boschi e frutteti del Jebel cirenaico si erano “inselvatichiti per l’indolenza e l’ignavia araba”50.
I resti di Leptis Magna, invasi per secoli da dune di sabbia, non avevano

«scosso l’apatia dei pochi arabi dei dintorni, contenti delle loro tende e delle loro capanne, e ben lontani dall’idea di interrompere i loro riposi per affaticarsi intorno a delle pietre poste una sull’altra»51.

Mettendo in moto l’immaginazione si veniva così a delineare il ritratto di un’intera zona pullulata di sfaccendati: «Il carattere degli abitanti di Giofra è piuttosto mite, tranquillo, indolente»52. Gli abitanti del Tibesti, per i quali «il lavorare è un’onta come per noi il rubare»53, pigri ogni oltre decenza, venivano perciò bollati come «chiusi a ogni influenza della civiltà: […] si beano in un ozio quasi completo, quando non camminano, e si limitano a fabbricare qualche strano e ridicolo oggetto di cuoio e di giunchi»54.

Per spiegare il perché di questa grave tara, non si trascurava quindi di fare appello a considerazioni dettate da un marcato determinismo geografico («La pigrizia orientale è nata nel deserto nelle interminabili traversate a dorso di cammello per desolate solitudini»55) o da un approccio quanto mai semplicistico verso la religione islamica:

«Durante queste ore [del digiuno di Ramadân] i fedeli non possono né bere, né mangiare, né fumare: non possono neanche lavarsi il viso, per téma che qualche goccia d’acqua entri in bocca; si può lavorare, ma il puro necessario per procurarsi il cibo per la notte. […] Del resto gli arabi lavorano sempre così»56.

L’infingardaggine araba –ma in fondo di tutti i popoli non conquistati al nostro modello– era in definitiva qualcosa di ben più grande di una semplice non-voglia di lavorare; era semmai una malattia dell’anima, una vera prostrazione interiore57, al punto che neppure l’«educazione al lavoro italiano» sarebbe servita a molto:

«Generalmente coraggiosi, non sono molto resistenti alle fatiche come si potrebbe supporre. Per i lavori pesanti, in genere sono poco adatti, rendono un terzo dell’operaio europeo e debbono essere costantemente sorvegliati»58.

Elucubrazioni tayloristiche di questo tipo avrebbero comunque trovato una sistematizzazione nell’ambito delle teorizzazioni sul ruolo da riservare agli indigeni in un sistema interamente controllato dagli Italiani.

Fonte: http://www.estovest.net/storia/pregiudizio.html

 

Da notare come anche questo articolo è stato fatto sparire dal sito originale

Disastro Libia: ecco chi dobbiamo ringraziare

16 dicembre 2014
UN FRANCESE, UN’AMERICANA E UN ITALIANO
Un francese, un’americana e un italiano: non è l’incipit di un barzelletta ma coloro che dobbiamo ringraziare per aver imposto con miopia la più assurda tra le assurde guerre che l’Occidente ha condotto in questi ultimi anni in nome dell’imperativo umanitario. Il disastro in Libia e lo spaventoso errore di generare un “regime change” non governato, trasformando quello che era uno dei paesi più stabili e floridi dell’Africa in un cumulo di macerie, hanno tre firme d’autore.

IL FRANCESE
La prima è quella Nicolas Sarkozy, l’ex presidente francese, gollista con velleità napoleoniche. Fu lui a volere con tutta la forza l’abbattimento del regime di Gheddafi nella convinzione che la Francia avrebbe recuperato la sua “grandeur” e lui i sondaggi che lo davano peggior Presidente francese degli ultimi 20 anni (record negativo oggi conquistato da Hollande).
Fu lui a guidare le potenze occidentali al riconoscimento di un governo libico d’insorti che aveva la legittimità di un pinguino nel Sahara e fu lui ad imporre, ad un recalcitrante Obama, i bombardamenti contro l’esercito di Gheddafi che portarono la Nato ad entrare a gamba tesa in una guerra civile schierandosi con uno dei contendenti e violando così il principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Fu lui a recarsi nei giorni della fuga di Gheddafi, a Tripoli con al fianco Bernard Henry Levy il filosofo francese di sinistra da sempre protettore delle bombe umanitarie; ufficialmente per rassicurare i libici sul ruolo della Francia nella costruzione della democrazia e per chiudere qualche accordo sullo sfruttamento delle risorse energetiche del ricco paese africano, ufficiosamente per far sparire le tracce sui rapporti non proprio eleganti tra lui e Gheddafi.

L’AMERICANA
Il secondo artefice del disastro è una donna, americana: la democratica Hillary Clinton. Fu lei a trascinare di malavoglia l’amministrazione Obama nella guerra “francese” in nome della difesa di diritti umani che in Libia erano violati più dai ribelli che dai lealisti di Gheddafi; e lo fece applicando un principio del tutto nuovo: quello della guerra umanitaria preventiva (ne parlammo qui). L’idea cioè, che gli Usa, in Libia, dovessero intervenire non per i punire i crimini commessi dal regime ma per quelli che avrebbe potuto commettere. In altre parole, io ti bombardo non per quello che hai fatto ma per quello che io penso tu farai: una follia nel diritto internazionale.

L’ITALIANO
Il terzo da ringraziare è italiano e si chiama Giorgio Napolitano. Fu lui a spingere l’Italia nella guerra facendoci aderire alla coalizione che doveva applicare la risoluzione Onu, ma di fatto abbattere il regime libico al grido: “non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”. Berlusconi (allora presidente del Consiglio) si era opposto all’intervento militare per ragioni facili da comprendere: primo per un rapporto di fiducia costruito negli anni con il leader libico Gheddafi, fiducia che aveva portato importanti accordi economici tra i due paesi e un impegno della Libia a controllare l’immigrazione clandestina verso le nostre coste (impegno che aveva fatto diminuire gli sbarchi sulle coste italiane del 90%). Secondo, perché sapeva che il vuoto di potere creato sarebbe stato pericolosissimo per i nostri interessi nazionali.
Ma in quei mesi la figura del premier italiano era indebolita, assediata dalle inchieste giudiziarie, dalla perdita di credibilità internazionale dovuta allo scandalo Ruby e dalle manovre in atto di quelle tecnocrazie che avrebbero poi portato al complotto del novembre 2011. Napolitano ne approfittò e, in perfetta obbedienza a quei poteri internazionali per i quali subisce un naturale fascino, impose la nostra entrata nel conflitto non trattando nemmeno i posti a sedere nella gestione del dopoguerra e impedendo che il nostro Paese creasse un’asse neutrale con la Germania (che allo sciagurato attacco alla Libia non partecipò). Anche perché senza le basi italiane e la partecipazione dei nostri aerei nelle missioni di bombardamento e interdizione, l’operazione internazionale avrebbe avuto difficoltà a realizzarsi.

Ed è grazie alle loro resposnabilità che ora l’Occidente sta a guardare la disintegrazione della Libia e la trasformazione della guerra civile in un conflitto regionale con il coinvolgimento già attivo di Egitto ed Emirati Arabi, il rischio di allargamento alla Tunisia e l’espansione dell’islamismo.
Sarkozy, Clinton e Napolitano: ecco chi dobbiamo ringraziare se oggi l’integralismo sta dilagando in Libia e i jihadisti sono ormai a due ore dalle coste italiane.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2014/12/16/disastro-libia-ecco-chi-dobbiamo-ringraziare/

La guerra in Libia di Giorgio Napolitano

di Francesca Romana Fantetti
23 dicembre 2014
“Siamo un Paese ormai in bancarotta” è il comunicato emesso dalla Banca centrale libica a tre anni dalla caduta del regime di Gheddafi. La Libia, Paese produttore di petrolio e membro dell’Opec, “ormai è uno Stato in bancarotta”.

La Banca libica ha emesso queste poche parole in concomitanza della sospensione del dialogo promosso dalle Nazioni Unite a causa della guerra tra le varie fazioni del Paese. La Mauritania, il Mali, il Niger, il Ciad e il Burkina Faso hanno nel frattempo chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu l’invio di una forza internazionale di intervento in Libia in preda al caos. In Libia è allo stato in corso un violento scontro armato tra le milizie islamiche, che controllano la capitale Tripoli e parte della Cirenaica, e le forze del generale Haftar, laico sostenuto dall’Egitto.**** ( ormai è diventato un vizio parlare di Haftar, chiarisco per l’ ennesima volta che il lavoro lo stanno facendo le tribù oneste della Libia ) *** La Libia è un importante fornitore di petrolio e gas dell’Italia, gli islamisti con la guerra hanno costretto tuttavia a sospendere gran parte della produzione del petrolio.

E’ bene tenere a mente chi si deve ringraziare di questa guerra a meno di due ore dall’Italia. E degli sbarchi degli africani tutti, con grandi affari per Mafia Capitale e compagni di sinistra. Il disastro in Libia è lo spaventoso errore fatto con totale miopia da Giorgio Napolitano, Nicholas Sarkozy e Hillary Clinton che, aizzando per un cambio di regime non governato, hanno trasformato uno dei Paesi più floridi e stabili dell’Africa in un cumulo di macerie. Giorgio Napolitano ha infatti spinto l’Italia ad aderire alla coalizione che avrebbe dovuto applicare la risoluzione Onu, esortando nei fatti ad abbattere il regime libico sotto il grido “non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”. Diversamente l’allora presidente del Consiglio Berlusconi, amico di Gheddafi, si era opposto all’intervento militare per gli importanti accordi economici esistenti allora tra i nostri Paesi, oltre che per l’impegno della Libia nel controllo dell’immigrazione clandestina verso l’Italia, con diminuzione degli sbarchi del novanta per cento.

Il vuoto di potere è pericoloso, innanzitutto per il mantenimento e la stabilità dei rapporti economici internazionali, e Napolitano, capo del consiglio superiore della magistratura, ha fatto premere sulle inchieste giudiziarie contro il premier italiano con totale perdita di credibilità, e ha di fatto esautorato del potere chi legittimamente, cioè votato ed eletto dagli italiani, lo deteneva, decidendo in sua vece. In seguito facendolo ancora più alla grande, avendo abolito del tutto voto ed elezioni italiani e rifilandoci Monti, Letta e Renzi non eletti. Napolitano ha in sostanza tramato al fine di imporre l’entrata dell’Italia nel conflitto libico, e miope anche riguardo alla gestione del post guerra, ha impedito un eventuale, possibile asse neutrale con altri Paesi non partecipanti all’attacco scellerato. Adesso Napolitano è in fuga dalla presidenza italiana, e lascia macerie dappertutto; l’Italia infatti a pezzi all’interno, sta a guardare fuori la disintegrazione della Libia e la trasformazione della guerra civile in un conflitto regionale con il coinvolgimento attivo di Egitto ed Emirati arabi, e il fondato rischio dell’allargamento di questo alla Tunisia e all’espandersi dell’islamismo.
Oggi l’integralismo sta dilagando in Libia e i jihadisti sono anche già da noi.

Anche Nicolas Sarkozy, ex premier francese, ha voluto l’abbattimento del regime di Gheddafi e ha guidato parte dell’occidente che l’ha nefandemente seguito al riconoscimento di un governo libico degli insorti, imponendo bombardamenti contro l’esercito di Gheddafi che ha fatto sì che la Nato sia entrata in una guerra civile al fianco di uno dei contendenti in completa violazione del principio di diritto della non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Sarkozy è andato a Tripoli accompagnato dal sinistrorso nullafacente filosofo Bernard Henry Levy a incentivare, tolto di mezzo Gheddafi, accordi economici per i francesi nelllo sfruttamento delle risorse energetiche, a svantaggio e in danno degli altri Paesi europei, come l’Italia.La guerra francese contro la Libia ha avuto l’appoggio dell’amministrazione Obama con Hillary Clinton che, in nome di malintesi “diritti umani”, violati in Libia più dai ribelli che dai lealisti di Gheddafi, ha istituito e dato applicazione a un nuovo principio mai conosciuto né visto che prevede la guerra umanitaria preventiva. In base cioè a una vera e propria follia si è di fatto applicato un obbrobrio giuridico, inesistente in qualsivoglia diritto internazionale o sovranazionale, che ha previsto si intervenga nei Paesi, non per i crimini effettivamente commessi da un regime, ma per quelli ipotetici ed eventuali che potrebbe essere commessi. Chi risponde oggi del disastro umano, economico, istituzionale e sociale?

Adattamento dall’ originale: http://www.opinione.it/esteri/2014/12/23/fantetti_esteri-23-12.aspx

Sostenere il governo USA “senza saperlo”: il grave esempio di “Avaaz”

18 febbraio 2012
L’associazione non governativa “Avaaz” sta spopolando su internet e nei circoli della sinistra liberal occidentale in nome della difesa dei diritti umani. Pochi conoscono però chi si cela dietro questa organizzazione che di umanitario ha solo l’apparenza e che è stata creata per “coprire a sinistra” gli interessi geopolitici ed economici dei poteri forti occidentali, soprattutto americani. La tattica è molto semplice: si promuovono decina se non centinaia di petizioni su temi umanitari, democratici, anti-corruzione che trovano immediato consenso fra il pubblico di sentimenti progressisti (ad esempio la lotta contro la censura su internet oppure il riconoscimento della Palestina). Fra di essi vi sono anche attacchi ai governi occidentali e contro lo strapotere delle banche, così da convincere questo pubblico particolare della bontà della ONG. Fra tutti questi temi – che poi non sortiranno in gran parte comunque nessun risultato – si inseriscono invece questioni strategiche per i padroni nascosti di “Avaaz” (governi, multinazionali, eserciti) che così potranno più facilmente superare la diffidenza da parte della popolazione genericamente di “sinistra”, che non sospetterà mai che dietro a questi presunti critici degli USA è nascosto proprio il Partito Democratico del presidente Obama e dell’ex-presidente Cliton, attraverso l’organizzazione “MoveOn” che sta alla base di “Avaaz”, e che ha ricevuto un finanziamento di 1,46 millioni di dollari da George Soros per utilizzarla nella battaglia elettorale contro il Partito Repubblicano.

Una ONG schierata coi potenti

“Avaaz” è infatti una ONG creata da Ricken Patel, personaggio politicamente ben schierato a destra che gode del sostegno finanziario del patron della multinazionale informatica “Microsoft” Bill Gates e della Fondazione Rockefeller (il cui ruolo a favore dei governi americani è ben spiegato in quest’altro articolo). Non è tutto: “Avaaz” collabora strettamente con la famosa Fondazione Soros, una struttura vicina all’attuale governo statunitense e ai suoi servizi segreti che viene utilizzata per organizzare disordini e golpi nei paesi che in qualche modo non ubbidiscono ai diktat di Washington oppure che non autorizzano le grandi aziende occidentali a entrare nel loro mercato nazionale. Non a caso la Cina, che dispone di un mercato ancora fortemente controllato dallo Stato, è una delle vittime preferite di Soros e della ONG di cui stiamo parlando. Naturalmente “Avaaz” non parla di “libertà economica mancante” ma attacca la Cina in altro modo, ad esempio strumentalizzando la questione della pena di morte o del separatismo feudale del Dalai Lama in Tibet. Secondo altre fonti dietro “Avaaz” vi sarebbero mandanti di ben più alta caratura come si evince ad esempio da Indymedia Barcellona, dalla discussione interna a PeaceLink, oppure da questo blog molto dettagliato. Proponiamo ora alcuni dei tanti esempi che rendono perlomeno poco credibile “Avaaz” per chi, come la nostra redazione, si dichiara di sinistra.

Avaaz truffa gli ecologisti

A fine 2011 dichiarazioni, articoli, lettere circolano su Internet chiedendo la fine della “distruzione dell’Amazzonia”: “Avaaz” si tinge insomma di verde per ingannare gli attivisti ecologisti che mai si sognerebbero di sostenere i veri mandanti della campagna. 
 L’obiettivo che queste iniziative si pongono, infatti, non è certo quello di colpire le corporazioni transnazionali o i potenti governi filo-americani che le appoggiano, ma il governo popolare del primo presidente indigeno della Bolivia, Evo Morales. Al centro del dibattito c’è la controversa proposta di Morales di costruire un’autostrada attraverso il Territorio Indigeno del Parco Nazionale Isidoro Sécure (TIPNIS).

 Quest’ultimo, che copre una superficie di più di 1 milione di ettari di foresta, ha ottenuto lo statuto di territorio indigeno dal governo di Evo Morales nel 2009. Circa 2’000 persone vivono in 64 comunità all’interno del TIPNIS.

 Il 15 agosto, rappresentanti di tali comunità hanno iniziato una marcia verso la capitale, La Paz, per protestare contro il piano dell’autostrada.

 Sono subito partite petizioni internazionali da parte, naturalmente, di “Avaaz” che solidarizzando con gli indigeni, condannano il governo boliviano per avere indebolito i diritti indigeni.

 La gente del TIPNIS ha preoccupazioni legittime sull’impatto dell’autostrada. 

Disgraziatamente, però, la campagna di “Avaaz” strumentalizza queste preoccupazioni per indebolire politicamente Morales, il cui sentimento ostile al capitalismo americano non piace ai padroni di “Avaaz”. Con una lettera aperta firmata da più di 60 gruppi ecologisti, in maggioranza però fuori dalla Bolivia, “Avaaz” distorce i fatti e con una retorica progressista afferma “che le imprese straniere si spartiscano l’Amazzonia… e si scatenerà una febbre depredatrice su una delle selve più importanti del mondo”. Ma non menziona il fatto che la distruzione ha già luogo nell’area e che proprio il governo di Morales sta promuovendo una legge per aggiungere nuove norme protettive del parco nazionale. 

La legge proposta comminerebbe pene detentive tra i 10 e i 20 anni di carcere per insediamenti illegali, la coltivazione della coca o il taglio degli alberi nel parco nazionale.

 Avaaz questo non lo dice, ma trasmette l’idea alla sinistra e agli ecologisti che Morales (che è di sinistra e pure ecologista) non vada sostenuto. Al resto ci penseranno poi i “dissidenti” interni alla Bolivia.

Dalla Bolivia all’Iran: il caso Sakineh

A fine 2010 parte un appello mediatico globale che chiede di salvare dalla condanna a morte per lapidazione una donna iraniana, Sakineh Ashtiani. In quello stesso periodo l’Iran era il nemico numero uno dell’amministrazione Obama, si stava preparando una possibile guerra e occorreva che l’opinione pubblica avesse un’immagine demoniaca del paese. Ecco allora che “Avaaz” entra in gioco e inventa il caso Sakineh, subito dato in pasto ai giornalisti occidentali (sì, perché i giornalsti latinoamericani e orientali, invece, hanno evitato questa figuraccia andando a verificare le informazioni!). Sakineh sarebbe condannata alla “lapidazione” perché “adultera”. In realtà si verrà a sapere che Sakineh è stata condannata per aver assassinato il marito, non per averlo tradito; e in ogni caso la lapidazione nel codice penale iraniano non esiste più da decenni. Queste confutazioni sono state documentate non solo da siti di approfondimento come quello di “Come Don Chisciotte“, ma ha suscitato qualche dubbio infine anche ai giornalisti dei quotidiani italiani come “La Stampa”. Insomma “Avaaz” ha strumentalizzato politicamente questa vicenda e pochissimi media occidentali, dopo aver demonizzato l’Ira, raccontando notizie non verificate, hanno però avuto l’etica professionale di scusarsi e di rettificare, cosa che peraltro non ha fatto nemmeno l’ONG stessa, a dimostrazione che non si è trattato di un errore in buona fede.

Pacifisti che preparano la guerra

Di recente di fronte alle rivolte di alcune tribù feudali contro il governo della Libia Popolare, “Avaaz” – sempre con la scusa dei diritti umani – ha sostenuto e diffuso la rivendicazione di una “Non-Fly-Zone” contro la Libia, la quale altro non era che il primo passo per l’invasione militare del paese nordafricano da parte delle truppe della NATO che, con bombardamenti a tappeto, hanno ucciso migliaia di civili e hanno permesso ai rivoltosi di assumere il controllo del Paese e di uccidere Muammar Gheddafi. Una scelta duramente condannata, ad esempio, dal gruppo anti-militarista di Alicante (leggi). Va ricordato che oggi in Libia il governo “democratico” sostenuto da “Avaaz” e dalle diplomazie occidentali è di carattere liberista (vedi filmato), ha riabilitato non solo la figura del dittatore fascista Benito Mussolini, ma ha pure definito quale “periodo fiorente” l’epoca in cui il fascismo italiano aveva colonizzato e saccheggiato la Libia. Sul fronte dei diritti umani, inoltre, la Libia odierna si caratterizza per violenza di vario genere spesso di tipo razziale contro i neri accusati di essere tutti “mercenari al soldo di Gheddafi”, come documentato dai video pubblicati dal sito di “Fortresse Europe“. Stranamente, però, “Avaaz” ora della Libia non si occupa più, evidentemente ha raggiunto il suo vero scopo.

Esportare la democrazia e rubare il petrolio

“Normalizzata” la situazione libica al volere delle multinazionali occidentali, ora “Avaaz” si è spostata su altri fronti: anzitutto inventare notizie false su quanto accade in Siria. Secondo l’ONG il governo siriano guidato dal presidente Assad (e composto – guarda caso – da socialisti e comunisti particolarmente invisi a Washington e a Bruxelles) starebbe massacrando la popolazione civile e la starebbe opprimendo. Una falsità smentita non solo dallo stesso ex-cancelliere statunitense Henry Kissinger che anzi ha espresso stupore (e rammarico) per il fatto che il popolo siriano sia fortemente schierato a favore di Assad, ma anche da altre fonti, come il sito d’inchiesta indipendente “Informare per resistere” e come la Federazione Sindacale Mondiale, la quale parla di diritti sociali a favore dei lavoratori molto avanzati grazie al governo siriano che cerca di frenare il capitalismo europeo ed americano. “Avaaz” queste cose non le dice, così come non dice che i ribelli siriani hanno già promesso petrolio gratis alla Francia se invaderà il paese come abbiamo scritto qualche mese fa su questo stesso sito. Al contrario, “Avaaz” impropriamete si fa passare per paladina dei diritti umani, quando i suoi promotori non sono affatto dei benefattori. Il lavoro di “Avaaz” in Siria è molto pericoloso poiché qualora si scatenasse una guerra dell’Unione Europea, di Israele e degli USA contro questo paese mediorientale, molto probabilmente la Cina e la Russia dichiarerebbero guerra per impedire agli occidentali di colonizzare il bacino mediorientale e asiatico. Ognuno, soprattutto chi si dichiara a favore della pace e dei diritti umani, dovrebbe operare non per riscaldare gli animi, ma per disinnescare l’odio fra i popoli. Invece in una situazione esplosiva come questa “Avaaz” ha il compito ideologico di far passare come una lotta per la democrazia e la libertà nella mente dei cittadini dei paesi occidentali e nella sinistra europea e americana, così che non si mobiliti contro la guerra.

Originale, con tutti i link : http://www.sinistra.ch/?p=1627

Gli amici di ieri e di domani: la corsa al petrolio della Libia

25 agosto 2011
Gheddafi non è stato ancora deposto e già è cominciato l’ “affaire”, quello grosso, che richiede l’intervento degli specialisti e dei superanalisti. Quelli come Luttwak che spiega con le mappe e il plastico, quelli che sino ad oggi non ne hanno azzeccata neanche una, ma sono super pagati dalla “Ditta”, l’Agenzia di Informazione e Sicurezza.
E’ una storia che si ripete, con i soldati che presidiano le raffinerie, i ribelli che sono vittime del regime e il “dittatore” che tiranneggia il suo popolo: oggi ci sono i Lealisti di Gheddafi, anni fa avevamo gli ultranazionalisti serbi. Insomma ogni guerra se la studiano bene per fare i loro ‘impicci e imbrogli’. Poi ci sono i giornalisti, come quelli italiani che vengono derubati e poi sequestrati, ma stranamente riescono a chiamare a casa per dire che stanno bene e li hanno messi al sicuro, ma restano sempre in ostaggio. Qualcosa non torna, anche perchè ‘ovviamente’ i sequestratori sono i soldati di Gheddafi e non i mercenari di Bengasi, che maltrattano questi eroici ‘inviati di guerra’. In realtà sono solo delle pedine della macchina mediatica che si è mossa per portare al mondo il messaggio del “nemico della democrazia”. Per far questo si sono mossi giornalisti e producer internazionali, quelli che si bazzicano i ministeri della difesa e le agenzie di stampa, che mandano così i loro fiduciari. Ex agenti ripudiati dalla Ditta, oppure agenti pizzicati a fare il doppio gioco, truffe o anche rapine. In quegli alberghi succede di tutto, prostituzione minorile, droga e alcool a non finire, traffici e affari meschini. C’è chi si fa rubare le telecamere e chi si vende le telefonate, chi si fa rapinare, e poi fatture su fatture, vari business per pareggiare i debito di gioco. Questo è il sottobosco della macchina della guerra, in cui i media sono più importanti degli stessi eserciti. In Libia hanno toccato livelli spettacolari, trasmettendo un film pseudo-realistico tanto per creare confusione tra il mondo arabo e quello occidentale, che deve essere convinto che bisogna combattere un altro “nemico della democrazia.

Assatanati si sono gettati su Tripoli come non mai, messi alle strette dal FMI e dallo spettro del default. Così di punto in bianco si sono mosse Inghilterra e Francia, entrambe ostaggio di un fallimento di fatto mai dichiarato, che vanno poi in giro a fare lezioni di finanza vantando il loro ‘illustre esempio’ di economia forte, quando poi stanno peggio di tutti. Contemporaneamente si muove L’Aja, un aggregato di falsi giudici, tra travestiti e scarsi attori a pagamento. Eppure, se facciamo un passo indietro, non si può negare che Gheddafi veniva accolto con tutti gli onori di Stato da ogni Governo Occidentale, in Italia e in Francia ha anche montato la sua tenda, con tanto di cavalli ed amazzoni. D’altro canto, l’ENI doveva tutelare i suoi interessi, mentre la Areva voleva costruire una centrale nucleare nel deserto. Chissà perchè, tutto d’un colpo il Rais è impazzito e ha cominciato ‘a sparare sulla folla’. O almeno questo è quello che ci hanno raccontato…

Infatti, mentre i soldi nelle casse francesi e britanniche finivano e le pressioni dell’effetto domino della crisi finanziaria si facevano sentire, cominciavano i primi scontri nel Nord Africa. Obiettivo nevralgico della ‘primavera araba’ era proprio scatenare la rivolta in Libia, le cui avvisaglie si erano percepite nelle speculazioni sul caso di Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi, che fugge in Francia e collabora con i servizi segreti francesi per inscenare la rivolta di Bengasi. Questa città infatti costituisce la leva vincente per ribaltare il Colonnello e rimettere in discussione tutti i contratti energetici sottoscritti dalla Libia, che vedono l’Italia come grande partner di Tripoli. Nel capoluogo della Cirenaica ha sede infatti la Arabian Gulf Oil Company (Agoco), creata dalla National Oil Corporation (NOC), ma controllata da diversi mesi dall’opposizione. Essa sarà la prima a riprendere la produzione nelle prossime tre settimane, sfruttando così i giacimenti di Sarir e Mesle. L’Agoco dispone di otto pozzi di petrolio, di un terminal petrolifero e due raffinerie a Tobruk e Sarir, e aspira a divenire la compagnia petrolifera nazionale. Allo stato attuale, è la NOC a controllare il 50% della produzione nazionale, e nessuna azienda straniera può entrare sul suolo libico e intraprendere una qualsiasi attività petrolifera senza creare una filiale in cui la NOC detenga una quota di maggioranza attraverso una controllata, come ad esempio la Agoco. Quindi il primo passo è stato quello di decentrare il controllo dei pozzi petroliferi da Tripoli a Bengasi, per poi riaprire nella Cirenaica i tavoli dei negoziati con il Consiglio nazionale di transizione (CNT). Non a caso il Presidente del CNT, Mahmoud Jibril, è atteso in Europa per un tour destinato a ‘raccogliere’ sostegni al governo dei ribelli. Stranamente è atteso già domani a Roma, per incontrare il CEO ENI, Paolo Scaroni, e lo stesso Silvio Berlusconi, mentre in Francia sarà il prossimo 1° Settembre per partecipare alla Conferenza “Friends of Libya”. Forse sarebbe meglio dire “amici del petrolio della Libia”.

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La Libia ha le riserve petrolifere più grandi dell’Africa, con 1,55 milioni di barili di petrolio al giorno. Dopo ENI (270 mila barili al giorno) collegata con il gasdotto Greenstream, le principali compagnie straniere operanti in Libia sono: Total (60.000 barili), Wintershall (98.600), Marathon (45.800), Conoco (45.000), Repsol (36.000), Suncor (35.000), OMV (33.000 ), Hess (22.000), Occidental (6000) e Statoil (4500), BP (in fase di negoziati).

La Libia dispone di sei terminal petroliferi di esportazione: Es Sider (447.000 barili al giorno), Zoueitina (214 000), Zaouiah (199 000), Ras Lanouf (195 000), Marsa El Brega (51 000) et Tobrouk (51 000). Altri 333 mila barili sono esportati con altri terminal non specificati, mentre fondamentale è il gasdotto con l’Italia Greenstream.

Di fatti, se prima della guerra i principali clienti per il greggio libico erano Italia (28%), Francia (15%), Cina (11%), Germania (10%) e Spagna (10%), dopo la situazione sarà completamente diversa. Francia (la prima a riconoscere Bengasi), Regno Unito e Stati Uniti si lanciano per raccogliere i dividendi economici dei loro sforzi militari. Sarkozy ha già detto che vuole il 35% dei nuovi contratti petroliferi. L’emiro del Qatar, che ha fornito supporto militare e – noi diremmo – mediatico, non è stato dimenticato e avrà per la Qatar Petroleum un accordo commerciale preferenziale per la distribuzione del petrolio. L’olandese Vitol sarà ripagata per per aver assicurato le prime esportazioni di petrolio nel pieno della controversa guerra civile rimpinguando le casse del CNT già nell’aprile del 2011. Poi c’è la Germania, e infine l’Italia. Gli Stati Uniti, che al momento comprano solo il 3% del petrolio libico, sperano in una nuova cooperazione, ma non è da escludere che sarà proprio il Qatar la sua piattaforma commerciale. Per quanto riguarda Cina, Russia e Brasile, si vocifera che perderanno molto terreno, salvo concessioni di Bengasi e spiragli garantiti per vie traverse. Da questo punto di vista, Gazprom potrà sempre contare sull’Italia, visto che è riuscita ad entrare in Libia con l’operazione del giacimento Elephant poco prima dello scoppio del caos.

Fonte: http://etleboro.blogspot.it/2011/08/gli-amici-di-oggi-e-di-domani-la-corsa.html