Noam Chomsky: “Usa, leader mondiali in crimini internazionali”

28 luglio 2014
Noam Chomsky ci offre una panoramica impietosa delle aggressioni che hanno permesso agli Usa di “guadagnarsi” il titolo di leader mondiali in crimini internazionali. Hanno bevuto nello stesso calice avvelenato “offerto” ai nazisti nel Processo di Norimberga.
di Noam Chomsky

“L’aggressione è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri crimini di guerra in quanto contiene in sé il male accumulato dall’intera guerra”. (Dagli atti del Processo di Norimberga)

La prima pagina del New York Times del 26 giugno mostrava una foto di una donna che piangeva per un iracheno assassinato. Una delle innumerevoli vittime della campagna dell’Isis (Stato islamico di Iraq e Siria) in cui l’esercito iracheno – per tanti anni addestrato e armato dagli Usa – si è rapidamente disciolto, abbandonando gran parte dell’Iraq a pochi militanti, esperienza affatto nuova nella storia imperiale. Appena sopra la foto c’era un titolo: “tutte le notizie che è giusto pubblicare”.

C’è però una omissione cruciale. La prima pagina dovrebbe visualizzare le parole della sentenza del processo di Norimberga ai nazisti di spicco – parole che dovrebbero essere ripetute fino a penetrare la coscienza: “l’aggressione è il supremo crimine internazionale che differisce dagli altri crimini di guerra in quanto contiene in se stesso il male accumulato dall’intera guerra”.

E accanto a queste parole dovrebbe esserci il monito dell’allora procuratore capo degli Stati Uniti, giudice Robert Jackson che, rivolgendosi alla Corte di Norimberga dopo la condanna alla pena di morte degli imputati, accusati in particolare di aver commesso il “crimine internazionale supremo”, cioè l’aggressione, disse: “Il fondamento in base al quale giudichiamo questi imputati è il fondamento con cui la storia giudicherà noi, domani. Porgiamo a queste persone un calice avvelenato e se ne sorseggeremo anche noi dovremo essere sottoposti allo stesso giudizio. Altrimenti questo processo sarà una farsa”

L’invasione dell’Iraq da parte di Stati uniti e Gran Bretagna fu un esempio da manuale di ciò che è un’aggressione. Gli apologeti della guerra invocarono nobili intenzioni, cosa irrilevante anche se i motivi erano sostenibili.
Ai tribunali della Seconda guerra mondiale non importava un accidenti che gli imperialisti giapponesi volevano portare un “paradiso in terra” ai cinesi che stavano massacrando, o che Hitler nel 1939 inviò truppe in Polonia per difendere la Germania dal “terrorismo selvaggio” dei polacchi. Quando si dice sorseggiare il calice avvelenato.

Quelli dalla parte sbagliata del club hanno poche illusioni. Abdel Bari Atwan, editore di un sito web panarabo, osserva che “il principale fattore, responsabile del caos attuale [in Iraq], è l’occupazione USA /occidentale e il sostegno arabo ad essa. Qualsiasi altra affermazione è fuorviante e mira a distogliere l’attenzione [fuori] da questa verità.”

In una recente intervista al programma televisivo di Moyers & Company, lo specialista in questioni irachene Raed Jarrar ha delineato ciò che noi, in Occidente, dovremmo sapere. Come molti iracheni, Jarrar è mezzo sciita e mezzo sunnita, ma prima dell’invasione a malapena conosceva l’identità religiosa dei suoi parenti perché “la differenza etnico-religiosa non faceva parte della coscienza nazionale”.
Jarrar ci ricorda che “questa lotta settaria che sta distruggendo il paese … è chiaramente iniziata con l’invasione degli Stati Uniti e con l’occupazione.” Gli aggressori hanno distrutto “l’identità nazionale irachena rimpiazzandola con identità etniche e confessionali”, operazione iniziata immediatamente dopo che gli Stati Uniti istituirono un governo basato su identità etniche, una novità per l’Iraq.
Ormai, sciiti e sunniti sono acerrimi nemici, grazie al bastone brandito da Donald Rumsfeld e Dick Cheney (rispettivamente l’ex segretario della Difesa e vice presidente durante l’amministrazione di George W. Bush) e da altri come loro, che non capiscono altro se non violenza e terrore, e che hanno contribuito a creare conflitti che affliggono la regione, ora a brandelli.

Altri titoli riportano la rinascita dei talebani in Afghanistan. La giornalista Anand Gopal spiega le ragioni del suo straordinario libro, No Good Men Among the Living: America, the Taliban, and the War through Afghan Eyes [Nessun buono tra i vivi: Stati uniti, il talebano e la guerra vista con occhi afghani].
Nel 2001-2002, quando il bastone degli Stati uniti colpì l’Afghanistan, gli outsider di al-Qaeda si dileguarono e i talebani si dissolsero. Molti scelsero, come da tradizione, accomodarsi dalla parte dei conquistatori. Ma Washington era alla disperata ricerca di terroristi da schiacciare. Gli uomini forti, che imposero come governanti, ben presto scoprirono che potevano sfruttare la cieca ignoranza di Washington e attaccare i loro nemici, compresi quelli che collaboravano con entusiasmo con gli invasori americani. Ben presto il paese si ritrovò governato da signori della guerra senza scrupoli mentre molti ex talebani, che avevano cercato di entrare nel nuovo ordine, ricrearono l’insurrezione.

Più tardi il bastone è stato raccolto dal presidente Obama per “condurre da dietro le quinte” la distruzione della Libia.
A marzo del 2011, durante la rivolta (o primavera araba) contro il leader libico Muammar Gheddafi, il Consiglio di sicurezza dell’Onu approvò la risoluzione 1973, chiedendo “un cessate il fuoco, la fine della violenza e di tutti gli attacchi e gli abusi sui civili”

Il triumvirato imperiale – Francia, Inghilterra, Stati Uniti – decise all’istante di violare la risoluzione, trasformandosi nella forza aerea d’appoggio ai ribelli e intensificando la violenza.
Il loro intervento è culminato nell’assalto al rifugio di Gheddafi a Sirte, città
che lasciarono “completamente devastata”, secondo testimoni oculari della stampa britannica: “reminiscenza delle scene più truci di Grozny, verso la fine della sanguinosa guerra della Russia in Cecenia”. A costo di tanto sangue il triumvirato raggiunse il suo obiettivo di cambiare il regime, in violazione dei suoi pietosi pronunciamenti.

L’Unione Africana si oppose fermamente all’assalto del triumvirato in Libia. Come informò Alex De Waal, della rivista britannica International Affairs, la UA aveva proposto un cessate il fuoco e una “road map” per l’assistenza umanitaria, per proteggere i migranti africani (molti dei quali sono stati uccisi, i più fortunati espulsi) ed altri cittadini stranieri, nonché la richiesta di riforme politiche per eliminare “le cause della crisi”, stabilire un “governo ad interim per arrivare ad elezioni democratiche”.
All’inizio la proposta della UA fu accettata da Gheddafi, ma disdegnata dal triunvirato, che “non era interessato ad un vero negoziato” scrisse De Waal. Il risultato è che la Libia è ormai lacerata dalla guerra tra milizie, mentre il terrore jihadista si è scatenato in gran parte dell’Africa insieme ad una marea di armi, arrivando anche in Siria.

Esistono evidentissime prove delle conseguenze di tale politica del bastone. Prendiamo la Repubblica democratica del Congo, ex Congo Belga, un grande paese ricco di risorse – e con una delle peggiori storie dell’orrore contemporaneo. Aveva avuto una possibilità di sviluppo dopo l’indipendenza nel 1960, sotto la guida del primo ministro Patrice Lumumba.
Ma l’Occidente non voleva nulla di tutto questo. Il direttore della Cia, Allen Dulles, a proposito di Lumumba disse “la sua rimozione deve essere un obiettivo urgente e primario” dei servizi segreti, soprattutto perché gli investimenti statunitensi nel paese erano considerati in pericoloso a causa di documenti interni che parlavano della presenza di “nazionalisti radicali”.
Sotto la supervisione di ufficiali belgi Lumumba fu assassinato, realizzando il desiderio del presidente Eisenhower che gli aveva augurato “di cadere in un fiume pieno di coccodrilli.” Il Congo fu consegnato al favorito degli Stati Uniti, il dittatore sanguinario e corrotto Mobutu Sese Seko, e da lì l’attuale naufragio di ogni speranza africana.

In luoghi più vicini è più difficile chiudere gli occhi sulle conseguenze del terrorismo di Stato di Washington. Oggi regna la preoccupazione dell’esodo dal Centro America di bambini che stanno inondando gli Stati uniti. Il “Washington post” informa che questi piccoli migranti arrivano “in gran parte da Guatemala, Salvador e Honduras”, ma non dal Nicaragua. Perché? Può essere perché quando il bastone di Washington colpiva la regione, negli anni ’80, il Nicaragua era l’unico paese che poteva contare su un esercito per difendere la popolazione dai terroristi inviati dagli Stati uniti, mentre negli altri paesi i terroristi che devastavano la popolazione erano gli eserciti addestrati ed equipaggiati da Washington?
Il presidente Obama ha proposto una soluzione “umanitaria” alla tragica migrazione: una deportazione più efficiente. Vi viene in mente qualche alternativa?

Sarebbe ingiusto però omettere quanti esercitano il “potere soft” nel ruolo del settore privato.
Un buon esempio è la decisione di Chevron di abbandonare il suo tanto pubblicizzato programma di energie rinnovabili, perché i combustibili fossili sono molto più redditizi.
ExxonMobil a sua volta ha annunciato, dalle pagine del Bloomberg Businessweek , che “il suo obiettivo di usare il laser sui combustibili fossili è una buona strategia, indipendentemente dal cambio climatico, perché il mondo ha gran bisogno di energia e significative riduzioni di carbonio sono molto improbabili”.

E’ quindi un errore ricordare ai lettori, giorno dopo giorno, la sentenza di Norimberga. L’aggressione non è più considerata il “crimine internazionale supremo”, non si può mettere a confronto con il suo costo – in termini di distruzione della vita di generazioni future -, se l’obiettivo è quello di ottenere guadagni sempre maggiori oggi.

Fonte: Alternet.org (traduzione di Marina Zenobio)

Preso da: http://popoffquotidiano.it/2014/07/28/noam-chomsky-usa-leader-mondiali-in-crimini-internazionali/

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