Il pregiudizio sulle popolazioni della Libia in epoca coloniale (parte 2 )

«Meglio non fidarsi»
La falsità era vista come costitutiva dell’intima essenza degli Arabi e l’insidia della bugia avrebbe senz’altro colto alla sprovvista il malcapitato italiano in Colonia:

«Con il cristiano […] mancano facilmente di parola e non si fanno scrupolo di mentire, [ed anche gli Ebrei libici], abbastanza solidali fra correligionari, non si fanno scrupolo d’ingannare l’europeo»59.

Con dovizia di esempi storici, si faceva risaltare l’accondiscendenza di facciata degli indigeni, velo di una perenne rivolta covante di nascosto60, perciò alle popolazioni dell’interno, “arretrate” ogni oltre tollerabilità e destinate al non invidiabile ruolo di oggetto di studio delle numerose “spedizioni scientifiche”, spettava il “titolo” di “infide e sospettose”, magari quando emissari dell’Ufficio Fondiario facevano visita alle loro proprietà con l’improbabile intenzione di ampliarle…61.
Del resto, l’azione prefascista in Colonia, sia per non aver tenuto conto dei dati essenziali della “psicologia indigena” che per averne incoraggiato vari “difetti”, si sarebbe rivelata totalmente negativa, suscitando un atteggiamento ostile da parte delle popolazioni locali, determinato dalla “diffidenza propria della razza”62.

Primitivi, quantomeno ingenui
Ma non è finita qui. Gli improvvisati psicologi di turno non potevano fare a meno di definire i Libici irrimediabilmente ingenui.
Alcune manifestazioni d’arte popolare locale, raffiguranti scene tratte da racconti, avrebbero dimostrato in maniera lampante l’ingenuità sia dei loro autori («Ingenua è la costruzione delle scene, scorretto il disegno”; “L’artista ha ingenuamente contrapposto alla nudità e alla mostruosa singolarità delle forme del genio il carattere umano ed eroico di Alì»), che del pubblico al quale erano destinate («È naturale che i quadretti siano oggetto di ingenua curiosità e attrattiva […] per una popolazione di cultura così primitiva, come quella della Tripolitania»63).
In pratica, si era dato dell'”ingenuo” a tutti Libici.
Non è poi difficile notare quanto questi luoghi comuni fossero strettamente legati l’uno all’altro, risultando così agevole scendere dall'”ingenuità” al “primitivismo”, giù giù fino all’inferiorità totale:

«Un movimento di lieta sorpresa desta la vista di queste rozze figurazioni, che colpiscono con l’inaspettato e col drammatico, e sono più accessibili, come tutto ciò che è leggenda e novella, al cuore dei popoli anche di civiltà inferiore»64.

Ad alcune etnie dell’interno –che più delle altre catalizzavano la curiosità dei nostri connazionali– non si davano poi molte chance di venir fuori da un’estrema arretratezza materiale e morale:

«Oggi specialmente, dopo la grande guerra, mentre gli arabi hanno fatto passi notevoli verso la civiltà, i fezzanesi sono rimasti più che mai primitivi, e chiusi nel loro ambiente vegetativo e inerte. Qualcuno che è riuscito a lanciarsi verso Tripoli o Tunisi, bruciando molte tappe nel suo cammino intellettuale, è riuscito ad impadronirsi persino dei segreti del motore a scoppio, pur rimanendo primitivo in tutto il resto: ma trattasi di casi sporadici»65.

Chi si fosse avventurato in una puntata verso le regioni desertiche, avrebbe certo potuto vivere situazioni a dir poco curiose:

«A Tegerhi, estremo presidio del Sud tripolino, il primo autocarro giunse nel 1930, poco dopo l’occupazione. I Tebbu del villaggio, che costituiscono l’aristocrazia locale, fecero un sommario esame del veicolo e lo classificarono senz’altro come un cammello di strano aspetto e di maggior potenza; gli offrirono quindi un cesto di datteri perché il motore, poveraccio, si potesse ristorare dopo la sfibrante traversata del deserto»66.

Anche in questo caso, l’indagine sul tema potrebbe condurci molto lontano; si può per il momento notare che questa fu una versione del mito dell'”indigeno fanciullo”, del “primitivo”, una vera e propria suggestione evoluzionistica messa in circolazione per fini unicamente pratici, di cui si erano serviti tutti i colonialismi67.

Conclusioni
Non possiamo certamente dire di aver esaurito in questa sede l’argomento, ma quel che ci interessava non era redigere una seppur interessante lista di “macchiette”, quanto dimostrare un atteggiamento diffuso in svariati settori della società italiana, dai più ignoranti a quelli maggiormente istruiti ed informati che, nella componente specialistica, della psicologizzazione dei colonizzati avevano fatto talvolta un mestiere. Basti pensare alle relazioni congressuali in cui si esponeva con spavalderia (e in poche pagine) la cosiddetta «psicologia arabo-berbera», per non tacere di scritti a metà tra lo scientifico e l’esotico dove disquisire sull’«anima degli Arabi» non era poi tanto difficile.
Questo, dunque, quel che in Italia si pensava –in buona o in cattiva fede non importa– delle popolazioni della Libia; il fatto importante è che per molti questi scritti risultavano l’unico strumento, l’indispensabile ausilio preliminare per avviarsi alla conoscenza della realtà autoctona della Colonia.

Ora, su una realtà adeguatamente addomesticata (ed esorcizzata)68, si muoveva massicciamente con le “truppe d’assalto” di quella che ipocritamente –perché trasudante moralismo– fu chiamata la «missione civilizzatrice»; a nostro vedere, sussiste un evidente parallelismo tra i luoghi comuni sugli Arabi (e più in generale sui popoli da colonizzare) e la scelta dei settori in cui si dispiegò la «missione di civiltà». «Si ha a che fare con degli scanzafatiche? Che li si metta a lavorare!»69 «Sono sporchi?70 Educhiamoli al sapone (anche metaforico, cioè quello che toglie la patina di “vecchiume” e di obsolescenza)». «Sono fanatici? Volgiamo questo difetto a nostro vantaggio facendoli combattere per noi in Etiopia». Se al Convegno Volta del ’39 dal titolo “L’Africa” si celebrava l’ormai scarsa diffusione in Colonia della “rassegnazione” e del “fatalismo musulmano”, era segno che la “terapia” stava dando i suoi frutti.

Un’ultima considerazione. L’aver dedicato queste pagine al tema del pregiudizio sugli Arabi credendo nella loro opportunità mentre tutto un universo culturale è sottoposto ai fuochi di fila del pregiudizio e dell’ostilità preconcetta, non significa affatto ritenere che «tutto il mondo è paese». I popoli hanno effettivamente caratteri differenti, in buona parte determinati dall’osservanza dei modelli di civiltà da essi adottati; è allorché le tendenze a generalizzare e a semplificare prendono il sopravvento, giungendo alla deformazione vera e propria, che invece ci troviamo nel campo del pregiudizio, che altro non è se non frutto dell’ignoranza; al contrario, il contatto e la frequentazione diretta –senza per questo dover forzatamente rimanere entusiasti di tutto e tutti– di genti e luoghi, ci garantiscono un’idea dai contorni meglio definiti. Si può e si deve comprendere, anche senza condividere; questo per evitare facili irenismi ed esaltazioni.
Chi vorrà accontentarsi di stereotipi, sappia però che –malgrado i suoi roboanti proclami– mal celerà la sua insicurezza e la sua puerile autoconvinzione di “marciare” nella direzione giusta. Il luogo comune serve in realtà a scacciare dei fantasmi, a riversare sugli altri tutto quel che si detesta o si ritiene possa incrinare un fragile castello di certezze di carta.

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Note
1- L’ultima frontiera di un discorso mirato ad educare l’Altro è quella dello “sviluppo”. Cfr. G. RIST, Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, (trad. it.) Bollati Boringhieri, Torino 1997. torna al testo ^

2- Un’indagine a più ampio raggio ci porterebbe a “scoprire” che molti di quei luoghi comuni venivano rifilati con estrema disinvoltura anche ad altri popoli colonizzati; si pensi ai caratteri degli orientali (gli stessi che vedremo attribuiti ai Libici) secondo Lord Cromer, il plenipotenziario inglese in Egitto: imprecisione (mente mancante di simmetria), ingenuità, mancanza di energia, e di iniziativa, spirito intrigante, mendacia, pigrizia, diffidenza. Cfr. E. Said, Orientalismo, (trad. it.) Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 40. torna al testo ^

3- Sulle distorsioni che in sede d’interpretazione della religione dell’Islam si produssero nel campo degli studi specialistici cfr. il nostro L’oggetto misterioso. L’immagine dell’Islàm nell’Italia tra le due guerre mondiali, «Africana», V, 1999, pp. 97-113, adesso consultabile anche sul sito EstOvest all’indirizzo http://www.estovest.net/storia/immagine_islam.html torna al testo ^

4- La degradazione che la nozione di “fato” ha subito in Occidente è ben spiegata in J. EVOLA, L’arco e la clava, Scheiwiller, Milano 1971, pp. 45-50. torna al testo ^

5- E. Petragnani, Il Sahara tripolitano, Sindacato Arti Grafiche, Roma 1928, p. 141, nota 3. torna al testo ^

6- L’Ordine religioso-militare della Sanûsiyya, radicato essenzialmente in Cirenaica, costituì il principale baluardo contro la conquista italiana della Libia. Da una bibliografia piuttosto nutrita, consigliamo l’ottimo E. E. Evans-Pritchard, Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale. I Senussi di Cirenaica, (trad. it.) Ed. del Prisma, Catania 1979. torna al testo ^

7- La prigionia non era stata affatto dura, mentre si sa delle differenti e difficili condizioni dei prigionieri libici. Vedi C. Moffa, I deportati libici della guerra 1911-12, in «Rivista di Storia Contemporanea», 1, 1990, pp. 32-56. torna al testo ^

8- E. Petragnani, op. cit., p. 142. torna al testo ^

9- F. Schuon, Comprendere l’Islam, (trad. it.) SE, Milano 1989, pp. 66-67. L’Islam è per l’Autore anche la religione dell’equilibrio, ed ecco come vi si inserisce il “fatalismo”: «L’anima in cerca di Dio deve lottare. […] Ma questa lotta è soltanto un aspetto del mondo, essa svanisce con il piano al quale appartiene; per questo tutto il Corano è pervaso da un tono di possente serenità. Dal punto di vista psicologico, diremo che la combattività del musulmano è compensata dal fatalismo. […] Praticare l’Islam, a qualsiasi livello, significa riposarsi nello sforzo». Ivi, p. 54.
Inna ‘llâhu ma’a ‘s-sâbirîn (Invero Dio è con coloro che perseverano), recita il Corano (II, 153); Sabr è la pazienza, la tolleranza intesa nel suo significato originario. torna al testo ^

10- L’abusata traduzione del termine “Islâm” con «rassegnazione», «sottomissione al volere di Dio», da cui deriverebbe un «fatalismo» caratteristico appunto del mondo arabo-musulmano, non rende affatto – senza alcuna spiegazione ulteriore – il significato che il musulmano gli attribuisce, ovvero l’azione cosciente e attiva del mu’min (il credente) per mettersi in sintonia con il volere divino. È perciò fondamentale, per poter parlare di «sottomissione al volere di Dio» senza incorrere in fraintendimenti, tener presente l’atto di consapevolezza e di scelta da parte dell’uomo che accetta volontariamente il decreto divino, e che in virtù di questo abbandono fiducioso può dirsi muslim (musulmano). torna al testo ^

11- E. De renzi, Nozioni sull’Islam, con speciale riguardo alla Tripolitania, Tipolitografia del Governo, Tripoli 1918, p. 42. Il “fatalismo”, tranne alcune eccezioni, avrebbe inoltre contraddistinto l’intera storia dell’Islam. Cfr. M. GUIDI, Aspetti e problemi del mondo islamico, Settimo Sigillo, Roma 1990 (ediz. orig. I.N.C.F., Roma 1937), p. 29. torna al testo ^

12- M. Baratta, L. Visintin, Atlante delle colonie italiane, De Agostini, Novara 1928, introduzione. torna al testo ^

13- Roghi di bandiere israeliane e americane, concitate manifestazioni in occasione di funerali di attivisti islamici, donne velate che brandiscono fucili: sono solo alcune delle immagini artatamente trasmesse ogni qualvolta avviene una crisi in Medio Oriente. Sul fatto che anche a quelle latitudini vi siano degli esagitati siamo tutti d’accordo, ma è anche vero che una “informazione” di questo tipo produce l’effetto di far perdurare certi pregiudizi. La questione del cosiddetto «fondamentalismo islamico» fornisce poi ad alcuni il pretesto per fortificarsi in determinate prese di posizione, e non è un caso che i “fanatici” di parte avversa vengano definiti, in maniera più sfumata, “ultra-ortodossi” e non “integralisti”, termine quest’ultimo già squalificante in partenza (si pensi al più noto “fascista”). torna al testo ^

14- Bourbon del Monte di Santa Maria, L’Islamismo e la Confraternita dei Senussi, Tipografia dell’Unione Arti Grafiche, Città di Castello 1912, p. 86. torna al testo ^

15- Ivi, p. 198 (cfr. anche pp. 192-198). Per una preoccupazione viva anche ai nostri giorni vedi V. Fiorani Piacentini, Il pensiero militare nel mondo musulmano, Centro Militare di Studi Strategici, Roma 1991, pp. 129-155. Ascoltiamo il parere di un dotto musulmano, neppure dei più “moderati”, secondo il quale il jihâd è obbligatorio per tutti i musulmani solo in caso di aggressione da parte di non-musulmani. In tale evenienza «colui che si sottrae al gihâd è un peccatore. Si può ben dubitare della sua fede islamica. […] Tutte le sue ‘ibâdât e tutte le sue orazioni non sono che un inganno, non sono che una vana finzione di devozione». A. A. Mawdûdî, Conoscere l’Islam, (trad. it.) Ed. Mediterranee, Roma 1977, p. 120. Sul jihâd si veda anche A proposito del concetto di «jihàd», Appendice 9 a Il Corano (Cura e traduzione di H. R. Piccardo, revisione e controllo dottrinale Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia), Newton & Compton, Roma 1996, pp. 582-583: «Allah dice: “Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva. Allah sa e voi non sapete” (II, 216)». La guerra deve perciò essere dichiarata ogni qualvolta dei Musulmani si trovino coinvolti in uno stato di fitna (persecuzione), il quale può essere definito così: «Tutti i fenomeni, i comportamenti e le intenzioni connessi a persecuzione, sedizione, sovversione, scandalo, vizio, inquinamento, corruzione, discordia, disordine, disobbedienza, ribellione, contro Allah, le Sue leggi, le Sue creature”. Ivi, p. 49, nota 153. Tuttavia nel Corano (II, 193) è scritto: &quo;Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia (reso solo) ad Allah. Se desistono, non ci sia ostilità, a parte contro coloro che perseverano”. Difatti “non è la distruzione del nemico l’obiettivo dei credenti, ma la cessazione della fitna […], escludendo in seguito qualsiasi genere di rappresaglia». Ivi, p. 49, nota 154. torna al testo ^

16- Comunicato Stefani del 28 ott. 1911, cit. in Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, F.lli Trèves, Milano 1938 (3 voll.), vol. I, p. 295. torna al testo ^

17- Bourbon del Monte di Santa Maria, op. cit., p.111. torna al testo ^

18- Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, op. cit., vol. I, p. 522. torna al testo ^

19- Ivi, pp. 327-328. torna al testo ^

20- R. Sertoli Salis, Imperi e colonizzazioni, I.S.P.I., Milano 1942, pp. 68 e 75. torna al testo ^

21- A. Malvezzi, L’Italia e l’Islam in Libia, F.lli Trèves, Milano 1913, p. 26. In un certo senso, l’Autore aveva colto nel segno. Un musulmano s’intende senz’altro meglio con un non musulmano aderente alla propria tradizione, che non con un individuo senza alcun legame con essa, vale a dire «l’indifferente, il libero pensatore, l’ateo». torna al testo ^

22- R. Tritonj, Asia ed Europa, in «Oriente Moderno», a. XII, n. 12, dic. 1932, pp. 565-575. torna al testo ^

23- A. Piccioli (a cura di), La nuova Italia d’Oltremare, Mondadori, Milano 1933 (2 voll.), vol. I, p. 22. Un simile ragionamento era debitore dell’immagine di un Oriente perennemente governato da tiranni: «Nella quasi assoluta maggioranza gli Asiatici esaltano e rispettano la volontà dell’autocrate sì come legittima». R. Tritonj, Asia ed Europa, art. cit., p. 568. Notiamo che anche gli Africani potevano risultare sensibili solo alla forza (cfr. G. Leclerc, Antropologia e colonialismo, (trad. it.) Jaca Book, Milano 1973, p. 19), ed è facile capire come anche in questo caso si trattasse di immagini stereotipate mantenute grazie ad appositi studi “dimostrativi”.
Angelo Piccioli, funzionario coloniale attivissimo nel diffondere la già citata “coscienza coloniale”, fu protagonista di un’attività editoriale veramente imperterrita, essenzialmente mirata a convincere i lettori dei miracolosi frutti della «missione di civiltà» fatta di scuole, ospedali, strade, turismo, ecc. torna al testo ^

24- Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, pp. 307-308. torna al testo ^

25- D. Lombardo, Cirenaica del IV e del XX secolo, in «L’Illustrazone Coloniale», a. XVII, n. 1, gen. 1935, p. 29. torna al testo ^

26- A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., Milano 1923 (2 voll.), vol. I, p. 20 (avvertenze e informazioni). Certe idee fisse circolavano davvero a tutti i livelli della società metropolitana e non risparmiavano quindi neppure il direttore degli Osservatori Metereologici della Tripolitania. torna al testo ^

27- «Le popolazioni africane, e in ispecie quelle dell’Africa del Nord, valutano la potenza di una Nazione europea anche in base a quella somma di capacità politiche ed economiche, che viene espressa dal complesso di tutti i rami della produzione». Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, p. 529. torna al testo ^

28- A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. II, p. 862. torna al testo ^

29- Giorgio Vercellin ha dedicato un lungo articolo al «leit-motiv secondo il quale gli Arabi sarebbero un “popolo lussurioso”». Harem e lussuria nel pregiudizio occidentale verso gli Arabi, in «Islam, storia e civiltà», VIII, n. 3, lug.-set. 1989, pp. 177-193. torna al testo ^

30- A. Benedetti, Nella conquistata Mecca della Senussia, la fuga dei tirannelli e le infide proteste di devozione, «Corriere della Sera», 28 gen. 1931. Anche Badoglio considerava i componenti della famiglia senussita dei degenerati. Cfr. Santarelli, Rochat, Rainero, Goglia, Omar al-Mukhtar e la riconquista fascista della Libia, Marzorati, Milano 1981, p. 89. torna al testo ^

31- F. Lattanzio, O. Besesti, Nostre terre d’Oltremare. Brevi cenni storici, geografici, politici ed economici per la gioventù studiosa, Cappelli, Bologna 1936, p. 43. torna al testo ^

32- E. De Renzi, Nozioni sull’Islam, con speciale riguardo alla Tripolitania, op. cit., p. 4. torna al testo ^

33- Bourbon del Monte di Santa Maria, op. cit., p. 111. torna al testo ^

34- Cfr. P. Villari, prefaz. a A. Malvezzi, op. cit., pp. VII-XXIV. torna al testo ^

35- Per la convinzione secondo cui il contatto e lo studio dell’Europa potevano mitigare alcuni “vizi” orientali, cfr. A. Malvezzi, op. cit., p. 174. torna al testo ^

36- Bourbon del Monte di Santa Maria, L’Islamismo e la confraternita dei Senussi, op. cit., p. 215. Edward Said ha osservato come il colonialismo portò a compimento l’idea «di un’Europa destinata a insegnare agli orientali il significato della libertà, concetto che si supponeva che questi ultimi, e specialmente i musulmani [in ragione del “legalismo” islamico?], ignorassero completamente». E. Said, Orientalismo, op. cit., p. 183. torna al testo ^

37- Cfr. A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., vol. I, pp. 19-20. La diversa percezione del tempo da parte degli Arabi si riflette in un’esistenza sicuramente meno agitata di quella proposta dal modello dominante in Occidente: generalmente non sono interessati ai tempi di percorrenza ad es. di un autobus; si può chiedere più volte e ci verrà data un’informazione spesso diversa. È un dato che, il più delle volte, non interessa loro. Si comprende invece come a degli occidentali entusiasti della loro civiltà e dei suoi orari così esatti, tutto ciò risulti particolarmente fastidioso. torna al testo ^

38- A. Malvezzi, op. cit., pp. 23 e 25. torna al testo ^

39- F. Serra, Il viaggio del Re in Cirenaica, «L’Illustrazione Italiana», 23 apr. 1933, pp. 614-616. torna al testo ^

40- «Si incendiavano cantieri di lavoro, si interrompevano linee telegrafiche e telefoniche» …degli invasori. R. Ciasca, Storia coloniale dell’Italia contemporanea, Hoepli, Milano 1938, p. 423. torna al testo ^

41- «Il motivo dell'”attacco a tradimento” è un vero e proprio topos dell’immaginario coloniale italiano e coloniale tout court. Ogni qual volta gli africani attaccano di sorpresa o alle spalle, cosa che ogni buon comandante cerca di fare in guerra, vengono considerati traditori. Nella guerra di Libia 1911-1912 si diffuse l’immagine del perfido beduino, così come cara ad una tradizione coloniale britannica era la figura del perfido afgano». L. Goglia, Le cartoline illustrate italiane della guerra etiopica 1935-1936: il negro nemico selvaggio e il trionfo della civiltà di Roma, in Regione Emilia Romagna — Soprintendenza per i Beni librari e documentari (a cura del Centro F. Jesi), La menzogna della razza, Grafis Edizioni, Bologna 1994, p. 30. torna al testo ^

42- A. Piccioli (a cura di), La nuova Italia d’Oltremare, op. cit., vol. I, p. 121. torna al testo ^

43- F. Beguinot, voce Berberi, Enciclopedia Italiana, vol. VI, Roma 1930, p. 686. torna al testo ^

44- L. Cipriani, Visioni della Libia rigogliosa, «Il Corriere della Sera», 7 mar. 1933. torna al testo ^

45- Cit. in F. Beguinot, voce Libia, Enciclopedia Italiana, vol. XXI, Roma 1934, p. 60. torna al testo ^

46- A. Malvezzi, op. cit., p. 136. torna al testo ^

47- Il termine Tebu riunisce due gruppi linguistici costituiti dai parlanti daza e teda. I primi, attualmente circa 220.000, abitano le distese di pascoli a sud del massiccio del Tibesti, i secondi (circa 15.000), dominano invece le aree montuose. Cfr. R. Schulze, Il mondo islamico nel XX secolo. Politica e società civile, (trad. it.) Feltrinelli, Milano 1998, p. 369. torna al testo ^

48- Cfr. E. Silvani, Il Tibesti e i suoi abitatori, in «Le Vie del Mondo», a. VIII, n. 2, feb. 1940, pp. 113-124, in cui si narra come la tribù dominante si fosse assicurata il diritto di fornire il Dardè (Sultano) solo grazie ad un’astuzia nei confronti delle altre tribù. Resta da chiedersi – come regola generale per non scadere nel pregiudizio – se ciò che a noi può apparire scaltrezza, per altri non possa assumere tutto un altro significato; inoltre, ammesso che la tradizione locale fosse effettivamente colta nel suo significato negativo, rimane il dubbio sul perché non se ne citassero altre in grado di porre in risalto qualità riconosciute come positive dal lettore italiano. torna al testo ^

49- Cfr. A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. I, p. 612, nota. Greci e Romani avrebbero costituito l’esatto opposto in termini di attività, ma la loro considerazione negativa del lavoro era accuratamente taciuta. «Presso i Greci il lavoro –che spettava esclusivamente agli schiavi– era sentito come pena e dolore: prova ne sia che il termine greco che esprime l’idea del lavoro, è ponos, che ha la stessa radice della parola latina poena, che in italiano significa “pena”, “sforzo”, “fatica”. Una tale considerazione negativa del lavoro nasceva dalla consapevolezza che le operazioni materiali pongono inevitabilmente l’uomo in contatto con gli oggetti o con il mondo di fenomeni, proibendogli così di dedicarsi nella profondità del proprio animo alla ricerca della verità. L’opinione che il Greco ed il Romano avevano del lavoro non era diversa da quella relativa all’opulenza». C. Ferri, Il feticcio “lavoro” e le sue vittime, Edizioni di Ar, Padova 1991, p. 38. torna al testo ^

50- A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. II, p. 964. torna al testo ^

51- R. Paribeni, Testimonianze di Roma in Libia, in «Nuova Antologia», n. 1559, 1 mar. 1937, pp. 78-83 (cit. p. 78). torna al testo ^

52- Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, op. cit., vol. I, p. 522. torna al testo ^

53- L. Cipriani, Razze e costumi del Fezzan, «Il Corriere della Sera», 2 mar. 1933. torna al testo ^

54- P. E. D’Emilio, Il Tibesti, «L’Illustrazione Italiana», 8 gen. 1939, pp. 55-56. torna al testo ^

55- M. Essad Bey, Maometto, (trad. it.) Bemporad, Firenze 1935, p. 4. torna al testo ^

56- F. Lattanzio, O. Besesti, Nostre terre d’Oltremare, op. cit., p. 42. torna al testo ^

57- Persino dopo la fine del dominio diretto – venendosi ad aggiungere l’irritazione per quel che si era perso – questa convinzione continuò a fare presa: «[I Garianesi] portano i segni di una desolazione che prima ancora di essere materiale, sembra consumare lo spirito, intaccarlo ed assopirlo». E. Cione, Fascino del mondo arabo, Cappelli, Bologna 1962, p. 59. Il Gariàn, zona ad altopiano della Tripolitania orientale, fu sede di uno dei primi insediamenti di coloni italiani dediti alla coltura del tabacco. torna al testo ^

58- A. Fantoli, op. cit., vol. I, p. 27. torna al testo ^

59- A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., op. cit., vol. I, pp. 27 e 25. torna al testo ^

60- Cfr. Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, p. 327. torna al testo ^

61- Cfr. A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. I, p. 540. torna al testo ^

62- E. Brotto, Pacifico rifiorire della Cirenaica, «Il Corriere della Sera», 7 ott. 1933. torna al testo ^

63- G. Crisolito, Spunti di folklore in Tripolitania, in «Rivista delle Colonie», 1930, pp. 729-733 (cit. pp. 129-130). torna al testo ^

64- Ivi, p. 729. torna al testo ^

65- E. Petragnani, Il Sahara tripolitano, op. cit., p. 139. L’Autore credeva poi opportuno di ragguagliare il lettore sul carattere dei fezzanesi, un vero cocktail dei luoghi comuni che abbiamo già passato in rassegna: «Poca o nessuna volontà di lavorare; intelligenza primitiva, seppur abbastanza vivace ed assimilatrice; apatia; generosità impulsiva; spirito di rassegnazione stupefacente; nessun spirito combattivo; profonda immoralità». Ivi, p. 146. torna al testo ^

66- P. Caccia Dominioni, Ricognizione a Tummo nel Sahara, «Il Corriere della Sera», 24 mar. 1932. torna al testo ^

67- «La grande saga dei popoli bambini, creduli, capricciosi o versatili giustifica la missione dei popoli civili: gli africani, gli asiatici, gli arabi hanno troppo bisogno dei nostri lumi perché li abbandoniamo alla loro sorte». P. Bruckner, Il singhiozzo dell’uomo bianco, (trad. it.) Longanesi, Milano 1984, p. 188. Di seguito, riferendosi ad un tipo di “terzomondismo”, l’Autore spiega come a seconda della convenienza possano essere invertiti i termini della questione: «Ma non è un caso nemmeno se, nella nostra epoca in cui “la pedagogia è divenuta teologia”, si affida al bambino l’incarico opposto, quello di istruire l’adulto, così come le società primitive si vedono conferire la missione di guidare il mondo civilizzato. Questa tendenza moderna a considerare la maturità come una decadenza che non ha saputo mantenere le promesse della giovane età è l’esatto corrispettivo dell’adulazione del Sud presentato come unico avvenire del Nord» (ibidem). Dunque, “primitivi” o no, a seconda degli obiettivi. Che il concetto di “primitivismo”, con i suoi sviluppi, abbia avallato numerosi atteggiamenti dell’epoca moderna –non solo in ambito coloniale– è poi messo in luce in J. Evola, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Edizioni Mediterranee, Roma 1990, pp. 147-155. torna al testo ^

68- «La rappresentazione europea di musulmani, ottomani o arabi fu sempre anche un modo di controllare il misterioso, minaccioso Oriente». E. Said, op. cit., p. 64. torna al testo ^

69- Le opere pubbliche impiegarono moltissima manodopera locale sottopagata, ma anche il regime dei lavori forzati –piuttosto che la galera– avrebbe «educato al lavoro». Alle Fiere Campionarie i Libici avrebbero infine osservato i risultati del «lavoro italiano», diametralmente opposti «alla avversione e alla pigrizia degli arabi e dei berberi». F. Sapori, La VII Mostra Interafricana di Tripoli, «L’Illustrazione Italiana», 26 mar. 1933, pp. 470-471. torna al testo ^

70- «Magari prima di decidere l’acquisto stanno lì a discutere sul soldo e toccano e palpano ben bene tutte quante le paste per trovar quella che li soddisfi: ma ciò non conta, perché presto ci si fa l’abitudine e se lo stomaco è buono si può mangiare tranquillamente». E. Emanuelli, Elogio di una piccola ferrovia, «L’Illustrazione Italiana», 28 gen. 1934, p. 131. torna al testo ^

Enrico Galoppini

preso da: http://www.estovest.net/storia/pregiudizio.html

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