Libia, l’esempio per eccellenza delle crisi senza fine

16 gennaio 2014
dopo tre anni dall’invasione NATO la Libia racchiude due esempi estremamente significativi.

Il primo riguarda la deriva reazionaria e caotica che hanno intrapreso le Primavere Arabe del Nord Africa, dove movimenti islamici più o meno moderati hanno sfruttato l’ondata rivoluzionaria per accedere al potere e immediatamente dopo trasformarsi in nuovi regimi di repressione, rulli compressori degli spazi democratici faticosamente conquistati.

In Egitto un anno di mandato presidenziale di Morsi e della Fratellanza Islamica é stato sufficiente a trasformare l’esercito nell’apparente unico salvatore della nazione dal caos e dal pericolo teocratico. Il recente annuncio del Generale Sisi riguardante la sua volontà di partecipare alle prossime elezioni Presidenziali é stato accolto con entusiasmo dalla metà della popolazione che teme lo scoppio della guerra civile, compresi i movimenti più radicali e di sinistra che si posero alla guida dell’ondata di cambiamento democratico nei primi giorni della rivoluzione.

Il secondo esempio ci illustra esaurientemente come le interferenze della Francia, costantemente attuate nel Continente, aumentano invece di risolvere l’instabilità nei paesi africani.

La Libia é l’esempio più maturo storicamente del caos prodotto dalla politica estera del Presidente Francois Hollande che supera in ambizione, arroganza e aggressività persino quella intrapresa dal suo predecessore Sarkozy. Al paese nord africano sono seguiti Mali e Repubblica Centroafricana.

Mentre in Libia la France-Afrique ha preferito adottare una strategia indiretta attraverso la NATO e supportando gruppi ribelli che inevitabilmente ora sono la principale fonte di instabilità nel paese, in Mali e RCA, “Pays des Negres” la Francia ha inviato le sue forze armate, liberando gli antichi spettri delle truppe coloniali.

Il risultato é evidente. Un Mali instabile e profondamente diviso su basi geografiche: nord e sud e su basi religiose: mussulmani e cristiani. La Repubblica Centroafricana sta vivendo le peggiori pulizie etniche della sua fragile e contraddittoria storia post indipendenza.

Le milizie cristiane, formate da brutali bande di disoccupati e analfabeti reclutati nei sobborghi più poveri di Bangui e nei villaggi all’interno del paese ma senza alcun apparente appoggio del clero cattolico, seminano terrore e morte nelle comunità mussulmane sia autoctone che straniere (Ciad, Senegal, Mali) in rivincita dei massacri precedetemene compiuti dalla coalizione ribelle dei Séléka. Massacri che sono stati superati, per ampiezza e organizzazione, dagli attuali compiuti da queste milizie cristiane sotto gli occhi indifferenti dei soldati francesi.

Prime timide voci di dissenso internazionale si arrischiano ad affermare che l’esercito francese non solo é indifferente, ma favorisce queste milizie. Secondo il parere di questi osservatori le milizie sarebbero state utilizzate come forma di pressione per costringere il Presidente ad Interim Michel Djotodia a dimettersi. Ora raggiunto l’obiettivo molti si pongono seri dubbi su un loro reale disarmo. Per la prima volta dai tempi del terrore dell’Imperatore Bokassa, in Centroafrica é ritornato il cannibalismo come forma rituale di sterminio totale del nemico.

Ritorniamo alla Libia. Quale é la situazione del paese nel 2014? Il bilancio é così deprimente che molti investitori e governi occidentali iniziano a rimpiangere i “bei tempi” del Colonnello Gaddafi.

Delle milizie tribali dal luglio 2013 controllano le istallazioni petrolifere dell’est del paese. La conseguenza diretta é il crollo della produzione petrolifera. Oggi la Libia riesce ad estrarre 250.000 barili giornalieri di greggio. Quantità ridicola se paragonata alla produzione giornaliera di 1,5 milioni di barili dell’ultimo periodo del regime di Gaddafi.

La Libia dipende esclusivamente dai profitti sui idrocarburi che rappresentano il 95% del Prodotto Lordo Interno. La scarsa produzione ha causato una perdita annuale di 9 miliardi di dollari, secondo le stime “approssimative” del Ministero del Petrolio, facendo sprofondare il paese in una povertà sperimentata dalla popolazione solo nel infausto periodo coloniale italiano. La perdita giornaliera di 1.250.000 barili di greggio sta mettendo a rischio gli approvvigionamenti energetici dell’Europa, tradizionale sbocco commerciale del petrolio libico, creando non poche difficoltà nel reperire fonti di approvvigionamento alternative.

La situazione economica diventa sempre più critica. Il Governo é costretto a ricorrere sempre più a dei prestiti per far fronte ai suoi impegni, ipotecando la futura produzione petrolifera.

L’occupazione dei giacimenti petroliferi all’est del paese é stata originata dalle accuse mosse dalla popolazione locale al governo di corruzione e malversazione economica. Accuse non del tutto infondate, che hanno costretto il Governo ad aprire un’inchiesta ufficiale di facciata.

Una decisione che ha acceso la miccia ai bellicosi sentimenti delle tribù del est che hanno reclamato l’autonomia della Cirenaica inserita in un sistema federale, dando vita ad un movimento armato in cui si é imposto Ibrahim Jodhrane, autoproclamatosi nell’agosto 2013 Presidente del Consiglio Politico della Cirenaica.

Dalla richiesta di autonomia a quella di indipendenza il passo é stato breve. Nel ottobre 2013 la Cirenaica ha annunciato la formazione del proprio Governo a causa del ostentato e miope rifiuto del Primo Ministro Ali Zeidan di negoziare con il movimento locale e concedere l’autonomia in una quadro istituzionale federalistico. La sua dichiarazione del settembre 2013 di illegalità del Consiglio Politico della Cirenaica ha distrutto ogni possibilità di mediazione del Consiglio Generale Nazionale con questo movimento armato e le tribù locali.

Ora il Primo Ministro Zeidan moltiplica le minacce al ricorso della forza contro le tribù dell’est senza però passare all’azione.

“Se il governo dovesse scegliere l’opzione militare per controllare il movimento indipendentista della Cirenaica, rischierebbe di complicare la situazione e far precipitare il paese in una fase estremamente critica”, ci spiega Khalled Al-Ballab, professore di scienze politiche presso l’Università Al-Margab.

Il Governo della Cirenaica si é imposto come entità politica separata dal resto della Libia, tentando di trattare con le multinazionali straniere, tra le quali la francese Total, per la vendita diretta del greggio, attirandosi le ire del Governo Centrale che ha definito il tentativo come un attentato alla sovranità nazionale.

Il Governo Libico é arrivato a minacciare di affondare le navi cisterna che trasporteranno il greggio venduto dai ribelli. Minaccia che evidenzia a che punto é giunto il Consiglio Generale Nazionale che ora nutre forti dubbi sulla lealtà dei suoi alleati occidentali.

Dubbi motivati dalla base di questa alleanza che spodestò il Colonnello Gaddafi: la possibilità di ottenere il greggio libico a prezzi scontati.

Se questa possibilità ora viene offerta da dei ribelli che controllano saldamente la Cirenaica e i giacimenti petroliferi perché le multinazionali europee e americane dovrebbero rinunciare? In nome di una lealtà al Governo Transitorio e dell’obbligo morale di onorare accordi che potrebbero rischiare di non essere più praticabili?

L’atteggiamento di queste multinazionali, che hanno fortemente influenzato le scelte dei governi europei e della Casa Bianca durante la guerra civile libica, dimostra che l’Occidente non era minimamente interessato alla caduta di un regime dittatoriale per instaurare la democrazia in Libia.

Una verità di pulcinella conosciuta fin dall’inizio nonostante le patetiche motivazioni di assistenza umanitaria e ripristino della pace che non fanno più leva nemmeno su mio figlio di 16 anni. Le stesse motivazioni adottate per la Repubblica Centrafricana per assicurarsi la continuità dei rifornimenti di uranio, che rappresentano il 40% dell’energia prodotta in Francia tramite le centrali nucleari.

La ribellione della Cirenaica rischia di portare altra instabilità a quella già presente nel paese.

Varie correnti all’interno del Consiglio Generale Nazionale stanno approfittando della situazione per indebolire il potere del Primo Ministro Zeidan, accusato di essere troppo debole dinnanzi ai ribelli e di non possedere la volontà necessaria per ristabilire la sicurezza nel paese, ormai sprofondato nell’anarchia delle varie milizie che parteciparono alla rivoluzione e che dovevano armoniosamente unirsi in un Governo Transitorio in attesa di elezioni democratiche secondo i rosei scenari dell’Eliseo.

Per tutto il dicembre 2013 vari deputati hanno tentato di far cadere il governo, senza riuscirci. Essi sono principalmente guidati dai Fratelli Mussulmani.

“Il Parlamento non é in misura di provocare la caduta del Governo per la semplice ragione che é incapace di rimpiazzarlo”, afferma l’analista politico libico Farj Najm.

Mentre all’interno del Consiglio Generale Nazionale si consuma il dibattito e il Primo Ministro Zeidan lotta disperatamente per mantenere il potere di quello che gli resta della Libia, la Cirenaica aumenta la sua determinazione all’indipendenza economica e politica mentre il resto del paese progressivamente si disintegra.

Nelle prime settimane del gennaio 2014 due stranieri, di nazionalità Inglese e Neozelandese, sono stati uccisi vicino ad un pozzo di gas a ovest di Tripoli cogestito da ENI e la National Oil Company compagnia statale libica. Vice Ministro dell’Industria, Hassan al-Droui, membro del Governo di Transizione fin dalla caduta di Gaddafi é stato abbattuto durante la visita ai suoi familiari a Sirte.

Violenti scontri sono scoppiati a Sebha tra le tribù arabe locali e i Toubous provocando un bilancio provvisorio di 19 morti e 20 feriti a causa dell’assassinio del Signore della guerra Awled Sleiman. Gli scontri hanno preoccupato il Governo ancora memore della guerra tribale del marzo 2012 dove perirono oltre 150 persone.

I Tobous é una tribù africana transfrontaliera dedita all’agricoltura che vive nel sud della Libia e nel nord del Ciad e Niger. Nel passato sono state vittime di tentativi di pulizie etnica attuati dalle tribù arabe.

I negoziati con le tribù Berbere sono falliti e la milizia berbera ha ripreso le ostilità contro il Governo Centrale rivendicando la partecipazione ai profitti derivanti dalla vendita dei idrocarburi.

Purtroppo l’esperienza della Libia non sembra essere stata seriamente analizzata dall’Eliseo che ora rispolvera il desiderio di regolare i conti con il Rwanda, paese satellite della France-Afrique perduto durante il genocidio del 1994; sostituirsi al Governo della Repubblica Democratica del Congo per le decisioni chiave politiche ed economiche approfittando del coma istituzionale volutamente creato dalla Famiglia Kabila per meglio depredare le risorse naturali del paese e… dulcis in fundis, appoggiare un’accozzaglia di ribelli che si combattono tra di loro contro il regime siriano, supportando a fior di centinaia di miglia di euro un fantomatico Coordinamento rivoluzionario nato e mantenuto a Parigi e Ankara di cui legalitá é confinata unicamente nelle azioni di marketing attuate dai media occidentali e da Al-Jazzera. Un Coordinamento che non ha il minino supporto non solo tra la popolazione siriana ma sopratutto tra la miriade di milizie ribelli che questo ente empirico afferma di rappresentare.

Good Job dear Hollande!

Fulvio Beltrami

Kigali, Rwanda.

adattamento da: https://africanvoicess.wordpress.com/2014/01/16/libia-lesempio-per-eccellenza-delle-crisi-senza-fine/

Libia 2014: il 95% dei libici afferma di stare peggio del 2011

a tre anni dall’ intervento straniero in Libia neanche un terzo dei libici afferma di stare meglio di prima. Una ricerca dell’Istituto danese contro la tortura Dignity, pubblicata dal Guardian, offre una panoramica della condizione del popolo libico tre anni dopo l’intervento della Nato e alle porte di un nuovo possibile intervento delle Nazioni Unite.

COLLASSO DEL PAESE. Le quasi tremila interviste realizzate dall’Istituto hanno portato a questi risultati: quasi un terzo della popolazione soffre di problemi mentali, come attacchi di ansia e depressione. Il 63,6 per cento dei libici teme l’instabilità politica, il 61 per cento il collasso del Paese. Il 56,6 per cento si sente insicuro nella propria città, mentre il 46,4 per cento vede un futuro fosco per il Paese.

POPOLAZIONE MARTORIATA. Inoltre, il 20 per cento delle famiglie libiche ha almeno un componente scomparso, l’11 per cento uno arrestato e il 5 per cento uno ucciso. Delle persone arrestate, il 46 per cento afferma di essere stato picchiato, il 20 per cento torturato e il 16 per cento soffocato. Tra il 3 e il 5 per cento degli arrestati sono stati abusati sessualmente o torturati con scariche elettriche.

UN ALTRO INTERVENTO ONU? In un momento in cui il governo “legittimo” si trova nell’est del Paese, a Tobruk, esiliato dagli islamisti che hanno conquistato Tripoli, a Bengasi si combattono l’esercito regolare e le milizie dei terroristi, mentre la città di Derna è occupata dallo Stato islamico, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha dichiarato: «La Libia è al collasso. Se l’Onu ce lo chiede, pronte le nostre truppe per aiutare il Paese (…) con un intervento di peacekeeping, rigorosamente sotto l’egida Onu».

LA RICETTA EGIZIANA. Come dimostrano i dati sopra pubblicati, il primo intervento sotto l’egida Onu ha prodotto risultati disastrosi. Il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi che ha da poco concluso una visita in Italia e Vaticano, ha chiesto di fare «fronte comune per combattere il terrorismo» e «stabilizzare la Libia» con questo piano: «[In Libia] – ha detto al Corriere della Sera – regna il caos, ma soprattutto si stanno creando basi jihadiste di estrema pericolosità. La Nato non ha completato la sua missione. Perché dopo la guerra che ha eliminato Gheddafi la Libia è stata abbandonata? Non credo a nuovi interventi militari e l’Egitto non ne ha compiuti e non ne compie. Invece la Comunità internazionale deve fare una scelta molto chiara e collettiva a favore dell’esercito nazionale libico e di nessun altro», rifornendolo di armi e intelligence. Anche se il piano del presidente egiziano dovesse funzionare, la sua approvazione dovrà scontrarsi con Qatar e Turchia, che hanno già messo il proprio cappello sopra le milizie islamiste che sconvolgono il Paese.

Informazioni prese da: http://www.tempi.it/libia-collasso-egitto-fronte-comune-islamisti-italia-ci-pensa

Perché l’Occidente voleva la caduta di Muammar Gheddafi?

Gli Africani dovrebbero pensare alle vere ragioni per cui i paesi occidentali stanno conducendo la guerra in Libia, Jean-Paul Pougala, scrive un un’analisi che ripercorre il ruolo del paese.

Per l‘Unione Africana lo sviluppo del continente era la Libia di Gheddafi che ha offerto a tutta l’Africa la sua prima rivoluzione in tempi moderni – collegando l’intero continente attraverso il telefono, la televisione, le trasmissioni radiofoniche e diverse altre applicazioni tecnologiche come la telemedicina e l’insegnamento a distanza grazie al ponte radio WMAX, una connessione a basso costo che è stata resa disponibile in tutto il continente, anche nelle zone rurali.

Tutto è iniziato nel 1992, quando 45 nazioni africane stabilirono RASCOM (Satellite African Regional Communication Organization), in modo che l’Africa avrebbe avuto un proprio satellite e tagliare i costi di comunicazione nel continente.

Questo è stato un momento in cui le telefonate, da e verso l’Africa, erano le più costose del mondo a causa dei 500 milioni di dollari di tassa annuale intascati dall‘Europa per l’utilizzo dei suoi satelliti come Intelsat per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno dello stesso paese.
Un satellite africano è costato una sola volta il pagamento di 400 milioni di dollari e il continente non ha più dovuto pagare un leasing annuale di 500 milioni di dollari. Quale banchiere non avrebbe finanziato un progetto del genere? Ma il problema è rimasto; come possono gli schiavi, cercare di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone chiedendo aiuto al capo di conseguire alla loro libertà? Non sorprende visto che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, Stati Uniti, Europa hanno fatto solo vaghe promesse per 14 anni. Gheddafi ha messo fine a questi futili motivi dei ‘benefattori’ occidentali con i loro tassi di interesse esorbitanti. Lui stesso ha messo 300 milioni di dollari sul tavolo; la Banca Africana per lo Sviluppo ha aggiunto 50 milioni di US $ in più e la Banca per lo Sviluppo dell’Africa Occidentale un ulteriore 27 milioni di dollari. Ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite per le comunicazioni, il 26 dicembre 2007.

La Cina e la Russia hanno seguito l’esempio e condiviso la loro tecnologia e ci hanno aiutato a lanciare satelliti in Sud Africa, Nigeria, Angola, Algeria e un secondo satellite africano è stato lanciato nel luglio 2010. Il primo satellite completamente indigeno costruito e realizzato sul suolo africano, in Algeria, sarà pronto per il 2020. Questo satellite è destinato a competere con i migliori al mondo , ma a dieci volte meno del costo, una vera e propria sfida. Questo spiega come un semplice gesto simbolico di US $ 300 milioni abbia cambiato la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costato l’Occidente, non solo privandolo di US $ 500 milioni all’anno, ma per i miliardi di dollari di debito e degli interessi che il prestito iniziale avrebbe generato per gli anni a venire e in maniera esponenziale, contribuendo in tal modo a mantenere un sistema occulto al fine di saccheggiare il continente.

30 miliardi di dollari congelati da Obama appartengono alla Banca Centrale Libica ed erano stati stanziati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero aggiunto il tocco finale alla Federazione Africana – l’African Investment Bank a Sirte, in Libia, l’istituzione del Fondo Monetario Africano che nel 2011 è stata basata in Yaounde con un fondo di capitale di 42 miliardi di dollari e la Banca Centrale Africana con sede ad Abuja, in Nigeria, che quando inizieranno a stampare denaro africano suonerà la campana a morto per il franco CFA attraverso il quale Parigi è stata in grado di mantenere la sua presa su alcuni paesi africani per gli ultimi 50 anni. E’ facile capire l’ira francese contro Gheddafi.

Il Fondo monetario africano è previsto per soppiantare totalmente le attività africane del Fondo Monetario Internazionale, che con soli 25 miliardi di dollari, è in grado di portare un intero continente in ginocchio e fargli ingoiare privatizzazioni discutibili come costringere i paesi africani a passare dal settore pubblico a monopoli privati​​. Non sorprende quindi che il 16-17 Dicembre 2010, gli africani abbiano respinto all’unanimità i tentativi dei paesi occidentali di aderire al Fondo Monetario Africano, dicendo che era aperto solo alle nazioni africane. E ‘sempre più evidente che, dopo la Libia, la coalizione occidentale andrà verso l’Algeria, perché a parte le sue enormi risorse energetiche, il Paese ha riserve di liquidità di circa 150 miliardi. Questo è ciò che attira i paesi che stanno bombardando la Libia e tutti hanno una cosa in comune – sono praticamente in bancarotta.

I soli Stati Uniti, hnno un debito impressionante di 14, 000 miliardi $ US, Francia, Gran Bretagna e Italia hanno ciascuno 2,000 miliardi US $ di deficit pubblico rispetto ai meno di 400 miliardi di dollari di debito pubblico per i 46 paesi africani messi insieme. Istigano guerre sporche in Africa, nella speranza che questo possa rivitalizzare le loro economie che stanno sprofondando sempre più nella stasi della fine e accelerare il declino occidentale che in realtà è iniziata nel 1884 durante la famigerata conferenza di Berlino. Come l’economista americano Adam Smith predisse nel 1865 quando ha pubblicamente sostenuto Abraham Lincoln per l’abolizione della schiavitù, ‘l’economia di qualsiasi paese che si basa sulla schiavitù dei neri è destinata a scendere negli inferi il giorno in cuiquei paesi si risvegliano‘.

UNITÀ REGIONALE COME UN OSTACOLO PER LA CREAZIONE DI UN STATI UNITI D’AFRICA
Per destabilizzare e distruggere l’Unione africana che stava virando pericolosamente (per l’Occidente) verso gli Stati Uniti d’Africa sotto la guida di Gheddafi, l’Unione europea prima ha provato, senza successo, a creare l‘Unione per il Mediterraneo (UPM). Il Nord Africa in qualche modo doveva essere tagliato fuori dal resto dell’Africa, utilizzando il vecchio cliché razzista dei secoli 18 e 19, che sosteneva che gli africani di origine araba erano più evoluti e civilizzati rispetto al resto del continente. Questo non è riuscita perché Gheddafi ha rifiutato di farsi comprare. Ben presto ha capito a che gioco veniva invitato a giocare quando solo una manciata di paesi africani sono stati invitati ad aderire al gruppo del Mediterraneo senza informare l’Unione Africana, ma invitando tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea.

Senza la forza trainante della Federazione africana, l’UPM fallito ancora prima di iniziare, nato morto con Sarkozy come presidente e Mubarak come vice presidente. Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé ora sta tentando di rilanciare l’idea, speculando senza dubbio sulla caduta di Gheddafi. Ciò che i leader africani non riescono a capire è che, fintanto che l’Unione Europea continua a finanziare l’Unione Africana, lo status quo rimarrà, perché non ci sarà nessuna vera indipendenza. Questo è il motivo per cui l’Unione Europea ha promosso e finanziato raggruppamenti regionali in Africa. E ‘ovvio che la Comunità Economica dell’Africa Occidentale (ECOWAS), che ha un’ambasciata a Bruxelles e dipende per la maggior parte dei suoi finanziamenti sull’Unione Europea, è un avversario fastidioso alla Federazione Africana.

Ecco perché Lincoln ha combattuto nella guerra di secessione degli Stati Uniti, perché il momento in cui un gruppo di paesi si riuniscono in una organizzazione politica regionale, indebolisce il gruppo principale. Questo è ciò che l’Europa ha voluto e gli africani non hanno mai capito il piano di gioco, creando una pletora di gruppi regionali, COMESA, UDEAC, SADC, e il Grande Maghreb che non ha mai visto la luce del giorno grazie a Gheddafi che aveva capito cosa stava succedendo.

GHEDDAFI, L‘AFRICANO CHE HA PURIFICATO IL CONTINENTE DALL’UMILIAZIONE DELL’APARTHEID
Per la maggior parte degli africani, Gheddafi è un uomo generoso, un umanista, conosciuto per il suo sostegno disinteressato per la lotta contro il regime razzista in Sud Africa. Se fosse stato un egoista, non avrebbe rischiato l’ira dell’Occidente per aiutare l’ANC sia militarmente che finanziariamente nella lotta contro l’apartheid. Questo era il motivo per cui Mandela, subito dopo la sua liberazione da 27 anni di carcere, ha deciso di rompere l’embargo delle Nazioni Unite viaggiando in Libia il 23 ottobre 1997. Per cinque lunghi anni, nessun aereo ha potuto atterrare in Libia a causa dell’embargo. Nel bisogno era necessario prendere un aereo per la città tunisina di Jerba e proseguire su strada per cinque ore per raggiungere Ben Gardane, attraversare il confine e proseguire su una strada nel deserto per tre ore prima di raggiungere Tripoli.
L’altra soluzione era quella di passare per Malta e traghettare nella notte su imbarcazioni rischiose fino alla costa libica. Un viaggio infernale per un intero popolo, semplicemente per punire un uomo. Mandela non usa mezzi termini quando l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton disse che la visita è stata ‘sgradita’ dagli USA – ‘Nessun paese può pretendere di essere il poliziotto del mondo e nessuno Stato può dettare all’altro ciò che deve fare‘. E ha aggiunto – ‘. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici hanno la faccia tosta oggi per dirmi di non visitare il mio fratello Gheddafi, ci consigliano di essere ingrati e dimenticare i nostri amici del passato‘, infatti, l’Occidente ancora consideravano il Sud africani razzisti per essere loro fratelli che avevano bisogno di essere protetti. Ecco perché i membri dell’ANC, tra cui Nelson Mandela, erano stati considerati pericolosi terroristi.

E ‘stato solo il 2 luglio 2008, che il Congresso degli Stati Uniti, infine, ha votato una legge per rimuovere il nome di Nelson Mandela e dei suoi compagni dell’ANC dalla loro lista nera, non perché si sono resi conto di quanto stupido era la lista, ma perché volevano celebrare il 90 ° compleanno di Mandela . Se l’Occidente era veramente dispiaciuto per il suo sostegno passato ai nemici di Mandela e veramente sincero quando chiamano le strade e i luoghi a suo nome, come possono continuare a fare la guerra contro qualcuno che ha aiutato Mandela e il suo popolo ad essere vittoriosi su Gheddafi? Sono GLI STESSI DEMOCRATICI, coloro che vogliono esportare la democrazia ? E se la Libia di Gheddafi fosse più democratica degli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e altri paesi che muovono macchine da guerra per esportare la democrazia in Libia?

Il 19 marzo 2003, il presidente George Bush ha cominciato a bombardare l’Iraq con il pretesto di portare la democrazia. Il 19 marzo 2011, esattamente otto anni dopoo, è stato il turno del presidente francese a far piovere bombe sulla Libia, ancora una volta, sostenendo che era per portare la democrazia. Il vincitore del premio Nobel per la pace il presidente Usa Obama disse che il suo scopo era quello di spodestare il dittatore e introdurre la democrazia. scatenando missili da crociera dai sottomarini. La domanda che chiunque con intelligenza, anche minima, non può fare a meno di chiedere è la seguente: sono paesi come la Francia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, Italia, Norvegia, Danimarca, Polonia, che difendono il loro diritto a bombardare la Libia sulla forza del loro auto proclamato stato democratico veramente democratica ? Se sì, essi sono più democratici della Libia di Gheddafi?

La risposta in realtà è un clamoroso NO, per la ragione pura e semplice che la democrazia non esiste. Questo non è un parere personale, ma una citazione di qualcuno nato della città di Ginevra, che ospita la maggior parte delle istituzioni delle Nazioni Unite. La citazione è di Jean Jacques Rousseau, nato a Ginevra nel 1712 e che scrive nel quarto capitolo del terzo libro del famoso ‘contratto sociale‘ che ‘non c’è mai stata una vera democrazia e non ci sarà mai.‘
Rousseau enuncia quattro condizioni per un paese ad etichettare una democrazia e in base a questi la Libia di Gheddafi è molto più democratico degli Stati Uniti, la Francia e gli altri che sostengono di esportare la democrazia:.

1 lo Stato: più grande è un paese, meno democratico può essere. Secondo Rousseau, lo Stato deve essere estremamente piccolo in modo che le persone possono incontrarsi e conoscersi. Prima di chiedere alla gente di votare, si deve garantire che tutti conoscano tutti, altrimenti il voto sarà un atto senza alcuna base democratica, un simulacro di democrazia per eleggere un dittatore. Lo stato libico si basa su un sistema di alleanze tribali, per definizione gruppo di persone insieme in piccole entità. Lo spirito democratico è molto più presente in una tribù, in un villaggio che in un grande paese, semplicemente perché le persone si conoscono, condividono un ritmo di vita comune, che comporta una sorta di auto-regolamentazione o addirittura auto-censura. Da questo punto di vista, sembrerebbe che la Libia si adatta alle condizioni di Rousseau meglio di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, tutte società altamente urbanizzate dove la maggior parte dei vicini non si dicono nemmeno ciao a vicenda e quindi non si conoscono, anche se hanno vissuto fianco a fianco per 20 anni. Questi paesi hanno scavalcato questa fase saltando alla fase successiva – ‘voto‘ – che è stato abilmente santificato per offuscare il fatto che votare sul futuro del paese è inutile se l’elettore non conosce gli altri cittadini. Questo è stato spinto ai limiti ridicoli con diritto di voto che viene data alle persone che vivono all’estero. Comunicare è una precondizione per qualsiasi dibattito democratico prima delle elezioni.

2. Semplicità nelle abitudini e modelli di comportamento sono inoltre essenziali se si vuole evitare di spendere la maggior parte del tempo a discutere su procedure legali e giudiziarie al fine di far fronte alla moltitudine di conflitti di interesse inevitabili in una società grande e complessa. I Paesi occidentali definiscono loro stessi nazioni civili con una struttura sociale più complessa mentre la Libia è descritta come un paese primitivo con un semplice insieme di costumi. Questo aspetto indica che la Libia corrisponde meglio ai criteri democratici di Rousseau di tutti coloro che cercano di dare lezioni di democrazia. I conflitti nelle società complesse sono più spesso vinte da chi ha più potere, motivo per cui i ricchi riescono a evitare la prigione, perché possono permettersi di assumere migliori avvocati e invece organizzarsi per la repressione dello Stato che invece sarà diretto contro qualcuno che ha rubato una banana in un supermercato piuttosto che ad un criminale finanziario che ha rovinato una banca. Nella città di New York, per esempio, dove il 75 per cento della popolazione è bianca, l’80 per cento dei posti di direzione sono occupati da bianchi che costituiscono solo per il 20 per cento delle persone incarcerate.

3. Parità di status e di ricchezza:. Uno sguardo alla classifica di Forbes 2010 mostra che le persone più ricche sono in ciascuno dei paesi che attualmente bombardano la Libia; un esercizio simile sulla Libia rivelerà che in termini di distribuzione della ricchezza, la Libia ha molto più da insegnare a coloro che combattono ora, e non il contrario. Quindi anche qui, utilizzando i criteri di Rousseau, la Libia è più democratica delle nazioni stanno pomposamente fingendo di portare la democrazia. Negli Stati Uniti, il 5 per cento della popolazione possiede il 60 per cento della ricchezza nazionale, il che rende la società più ineguale e squilibrata nel mondo.

4 No lussi:. Secondo Rousseau non ci può essere alcun lusso se ci deve essere la democrazia. Il lusso, dice, fa della ricchezza una necessità che diventa poi una virtù in sé, e non il benessere del popolo diventando l’obiettivo da raggiungere a tutti i costi, ‘il lusso corrompe sia il ricco che il povero, l’uno attraverso il possesso e l’altro per invidia; rende la nazione morbida e preda della vanità; allontana la gente dallo Stato e li rende schiavi ‘.
C’è più lusso in Francia che in Libia? Le relazioni sui dipendenti che commettono suicidio a causa delle condizioni di lavoro stressanti anche in aziende pubbliche o semi-pubbliche, tutto in nome della massimizzazione del profitto per una minoranza e il loro mantenimento nel lusso, accade in Occidente, non in Libia. Il sociologo americano C. Wright Mills scrisse nel 1956 che la democrazia americana è stata una ‘dittatura della elite‘. Secondo Mills, gli Stati Uniti non è una democrazia perché è il denaro che parla durante le elezioni e non il popolo. I risultati di ogni elezione sono l’espressione della voce dei soldi e non la voce del popolo.

Dopo Bush senior e Bush junior, stanno già parlando di un più giovane Bush per le primarie repubblicane del 2012. Inoltre, come Max Weber ha sottolineato, dal momento che il potere politico dipende dalla burocrazia, gli Stati Uniti hanno 43 milioni di burocrati e militari che governano efficacemente il paese, ma senza essere eletto e non sono responsabili per le persone per le loro azioni. Una persona (un ricco) viene eletto, ma il potere reale sta con la casta dei ricchi, che poi vengono nominato per essere ambasciatori, generali, ecc.

Questo è solo una breve accenno del lungo articolo di Jean-Paul Pougala diviso in 5 parti che
puoi leggere QUI in inglese

Originale, con tutti i link: https://africanvoicess.wordpress.com/tag/debito-pubblico/

Haftar: come un traditore viene fatto passare per “salvatore” della Libia

in questi giorni (eravamo a dicembre 2014), si trovano molti articoli, reportage, perfino qualche intervista al generale Haftar, ci viene spiegato che è l’ unica salvezza per la Libia, che combatte gli islamisti, ecco uno di questi articoli.

«Combatto il terrorismo anche per voi: se vince in Libia arriva in Italia»
Parla il leader degli anti-islamici, il generale Haftar, ex comandante di Gheddafi, tornato in Libia nel 2011: «Non sono un uomo della Cia, ma ora mi servono armi»
di Francesco Battistini, Generale Haftar, state per conquistare Bengasi?
«Lo spero. L’importante è che il parlamento libico lasci Tobruk e torni a lavorare nella città liberata dalle milizie islamiche. Il mio compito è di portarcelo. Mi sono dato una deadline: il 15 dicembre…».
Di colpo, salta la luce e gli uomini della sicurezza gli sono subito addosso. Nel buio, il generale dice «è la guerra a Bengasi, afwan»: scusate… L’unico sorriso che ci concede è di sollievo, quando la stanza si riaccende. Vecchio uomo nuovo della rivoluzione libica, una faccia socchiusa alle emozioni, a 71 anni Khalifa Haftar sa maneggiare la paura. Il più osservato dai lealisti di Tobruk e dalle milizie di Zintan, che sospettano della sua ambizione. Il più odiato dai fratelli musulmani di Tripoli, che hanno messo una taglia su di lui temendone i grandi protettori al Cairo e nel Golfo. Vive nascosto tra questa casamatta color senape dell’eliporto di Al Marj, l’antica Barca alle porte di Bengasi, e decine di rifugi che cambia ogni notte. Sospettoso di tutti, irraggiungibile da molti. Ci vogliono due settimane d’appuntamenti mancati, i fedelissimi della brigata 115-S che ti svitano

pure la biro, e controllano ogni pulsante del fotoreporter Gabriele Micalizzi, prima d’arrivare a stringergli la mano e chiedergli un’intervista in esclusiva per il Corriere . Tre figli al fronte con lui. Due figlie all’estero sotto copertura. Dopo vent’anni d’America, a metà fra la guerra lampo e il golpe, lo scorso febbraio il generale è spuntato dal nulla e ha lanciato la sua Operazione Karama (dignità) contro gl’islamisti di Alba libica e Ansar al Sharia. Alle spalle ha un piccolo mappamondo. In mente, una Libia senza barbe fanatiche. Nel cuore, un antico condottiero dell’Islam: «Khaled Ibn Al Walid. Lo conosce? E’ il più grande stratega della storia. Prima combatté i musulmani, poi si convertì e si mise con loro. Senza perdere mai una battaglia. Ancora oggi uso certe sue tattiche…».
Come quella su Tripoli? Ha appena lanciato un’offensiva pesante…
«Con Tripoli è solo l’inizio: ci servono più forze, più rifornimenti. Mi sono dato tre mesi, ma forse ne basteranno meno: gl’islamisti d’Alba libica non sono difficili da combattere, come non lo è l’Isis che sta a Derna. La priorità resta Bengasi: Ansar al
Sharia è ben addestrata, richiede più impegno. Anche se non ha grandi strateghi militari e ormai siamo in vantaggio: controlliamo l’80 per cento della città».
A Vienna i leader mondiali hanno detto che il vuoto di potere, in questa guerra civile, fa paura.
«Finalmente se ne accorgono. Il parlamento a Tobruk è quello eletto dal popolo. Quella di Tripoli è un’assemblea illegale e islamista che vuole portare indietro la storia. Ma la vera minaccia sono i fondamentalisti che cercano d’imporre ovunque la loro volontà. Tripoli s’affida a loro, lascia che combattano contro di noi a Bengasi. Ansar al Sharia usa la spada in tutto il mondo arabo ed è appena finita nella lista Onu del terrorismo. Se prende il potere qui, la minaccia arriverà da voi in Europa. Nelle vostre case».
Vuol dire che lei sta combattendo per noi?
«Certo. Combatto il terrorismo nell’interesse del mondo intero. La prima linea passa per la Siria, per l’Iraq. E per la Libia. Gli europei non capiscono la catastrofe che si rischia da questa parte di Mediterraneo. Attraverso l’immigrazione illegale, ci arrivano jihadisti turchi, egiziani, algerini, sudanesi. Tutti fedeli ad Ansar al Sharia o all’Isis: quanti italiani sanno che davanti a casa loro, a Derna, è stato proclamato il califfato e si tagliano le teste? L’Europa deve svegliarsi».
S’aspetta un sostegno in armi, come quello dato ai curdi?
«Non c’è bisogno di venire e dirvi: per favore, aiutatemi. Siete voi che dovete capire se è il caso di aiutare Haftar. L’Egitto, l’Algeria, gli Emirati, i sauditi ci mandano armi e munizioni, ma è tecnologia vecchia. Non chiediamo che ci mandiate truppe di terra o aerei a bombardare: se abbiamo le forniture militari giuste, facciamo da noi. Il mondo vede i nostri soldati decapitati, le autobombe, le torture: potete accettare tutto questo?».
Vuole ricacciare in un angolo i fratelli musulmani: Haftar si candida a essere per la Libia quel che è stato il generale Al Sisi per l’Egitto?
«L’Egitto e Al Sisi sono una cosa molto diversa dalla Libia. L’unica cosa in comune è che finalmente sono i popoli a scegliere. Poi, c’è la mia posizione politica. Ho iniziato Karama per rispondere alla richiesta dei libici che non ne potevano più. Se sarà necessario, continueremo insieme la nostra battaglia militare e poi politica».
Operazione Dignità: l’ha inventato lei, questo nome?
«Certo. Ci sono due parole: operazione, che significa il percorso militare per raggiungere un risultato; karama, che nasce dalla domanda “di che cosa abbiamo bisogno?”. L’ho chiesto ai miei ufficiali. Molti suggerivano il nome d’Omar Mukhtar, l’eroe libico. Ma quello che stiamo affrontando è più di quel che affrontò Mukhtar. Dignità è una parola che dà la speranza in qualcosa che i soldi o il petrolio non ti possono dare».
Amnesty ha avuto parole molto dure sulle sue milizie. E si dice che lei sia pagato dagli Usa: gli americani che la liberarono da una prigione del Ciad, quando Gheddafi l’aveva mollata; la Cia che le diede casa a pochi chilometri dalla sua sede di Fort Langley…
«Karama non è legata ad altri Paesi. Nasce dai libici. Io sto combattendo una guerra chiara e trasparente a pochi chilometri da dove sono nato. Ho fatto molte campagne, dal Kippur al Ciad, sono abituato alla vita militare, ma questa è la mia sfida più dura. Purtroppo, ci sono politicanti che mestano nel torbido, m’associano alla Cia per screditarmi».
Si può dire almeno che gli americani l’apprezzeranno, se riuscirà a vendicare l’uccisione del loro ambasciatore a Bengasi, Chris Stevens…
«Deborah Jones, l’ambasciatrice Usa, non mi sponsorizza, tutt’altro. Quando l’ho sentita parlare, ho pensato che piuttosto sostenesse i Fratelli musulmani: Washington sta giocando una partita ambigua e doppia, come gli europei…».
Ha parlato della sua guerra del Kippur: accetterebbe un aiuto da Israele?
«Il nemico del mio nemico è mio amico. Perché no? Ma non credo che Israele mi appoggerebbe, sono troppo impegnati a destabilizzare la Libia attraverso il terrorismo».
Preso da: http://www.corriere.it/esteri/14_novembre_28/combatto-terrorismo-anche-voi-se-vince-libia-arriva-italia-194b88b0-76c9-11e4-90d4-0eff89180b47.shtml

Non dimentichiamo mai che Haftar è un uomo della CIA, ha avuto un suo ruolo nella finta rivoluzione, INVASIONE NATO/RATTI del 2011, ed adesso gli stessi invasori vogliono metterlo a capo della loro colonia Libia.
Dalle poche notizie che arrivano dalla Libia ( peraltro tutte presenti sui social media), NON è Haftar che combatte i terroristi islamici, ma le tribù libiche oneste, il popolo, la gente, quelli che non si sono venduti.

Come l’Occidente desiderava installare per forza Haftar in Libia

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Come l’Occidente desidera installare per forza Haftar in Libia: il Times ( Gran Bretagna) : Haftar si sta preparando a marciare verso la capitale Tripoli
il Times britannico ha detto Giovedi che il Maggiore Generale Khalifa Belqasim Haftar, è stato accettato dalla Camera dei Rappresentanti a Tobruk al servizio nell’esercito libico, infine si è dichiarato disposto a lanciare un’offensiva di terra per liberare Tripoli. **** (Quello che non dicono è che Haftar non ha qualità di leadership, tutta la pulizia degli estremisti di Bengasi è stato fatto dalle tribù d’onore e dei civili di Bengasi mentre Haftar era a chilometri da tutti i combattimenti a Bengasi. Gran Bretagna, USA e Francia vogliono fare Haftar un eroe. non dimentichiamoci che è un uomo della CIA che ha combattuto contro la Jamahiryia per rovesciare Gheddafi, aveva anche la sua milizia. Dal 2011 al febbraio 2014 ha reso la vita di libici un inferno, fino a che USA , Regno Unito e Francia hanno deciso che non possono avere uno stato fallito così hanno finanziato Haftar, per inventare un colpo di stato in febbraio 2014, che nessun cittadino libico lo prese sul serio ed è stato condannato da tutti i libici, a questo punto si rifugiò a casa del Ambasciatore Deborah Jones a Tripoli è rimasto lì fino a che (USA / CIA) lo potevano prendere da Tripoli e lo spediremo via a Bengasi, dove gli sono state date tutte le forniture militari, aerei, consulenti, PR ed uomini dell’ ” esercito nazionale” che lo hanno seguito ed ha reso il secondo colpo di stato in maggio 2014.
 Haftar è stata assistito dai suoi PR e dai consiglieri dell’ esercito di fare una dichiarazione in cui si ammette che la rivoluzione Jamahirya è stata la vera rivoluzione e senza spargimento di sangue. Il 17 Feb non è una vera e propria rivoluzione, perché hanno usato un intervento straniero che ha concluso con bombardamenti NATO . Questo può ingannare i libici per un paio di settimane, perché nella prima difficoltà che Haftar ha incontrato con Ansar Al Sharia è scappato fuori Bengasi e le tribù hanno assunto il controllo . Quindi, per favore non lasciatevi ingannare che Haftar sta facendo tutto il lavoro. Nessuno dei leader delle Tribù è con lui l né il governo confinato in Tobruk. Il PM Thani è un ottimo diplomatico e la FUKUS ha insistito sul fatto che, se si vuole avere un paese con pace e piuttosto si dovrà lasciare Haftar prendere l’iniziativa e questo è ciò che hanno fatto. In realtà Haftar ha solo poche centinaia di soldati che lo proteggono, mentre le tribù d’onore sono quelli che combattono e puliscono del paese.)
Haftar ha detto che il suo governo riconosciuto a livello internazionale si è affidato a lui, sotto la guida della missione il primo ministro Abdullah al-Thani per scovare i militanti islamisti , ha detto: “Molte migliaia di soldati si preparano a entrare nella capitale, gestito da milizie all’alba della Libia “, secondo il giornale.
È interessante notare che il generale di Haftar,ha lanciato da metà maggio l’ operazione dignità a Bengasi, in Libia orientale, che è controllata degli islamisti, e ha promesso di sradicare loro da ogni angolo del paese.
È interessante notare che la Libia è testimone di una lotta tra milizie rivali, sia a livello politico, governata dai due governi e due parlamenti, Uno il governo della Camera dei rappresentanti ” eletti” e riconosciuto a livello internazionale in Tobruk, a Tripoli l’altro governo guidato da Omar Hassi, la Conferenza nazionale
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How the West want to Install by force Haftar in Libya:Britain’s Times: Haftar preparing to march to the capital Tripoli
Britain’s Times newspaper said on Thursday that Major General Khalifa Haftar, has been accepted by the House of Representatives in Tobruk to service in the Libyan army, finally declared its readiness to launch a ground offensive to liberate Tripoli. ****(What they are not saying is that Haftar has no leadership qualities, all the cleaning of extremists in Benghazi has been done by the Honorable Tribes and the Benghazi civilians while Haftar was kilometers away from all the fighting in Benghazi. Britain, USA and France want to make Haftar a hero. Lets not forget he is a CIA asset who fought against the Jamahiryia to topple Qaddafi he also had his own Militia. From 2011 till February 2014 he made the lives of Libyans a living hell till the USA, UK AND FRANCE decided that they can not have a failed state so they financed Haftar to invent a coup de tat in February 2014 which no Libyan citizen took him seriously and was condemned by all Libyans at this point he took refuge at the house of the Ambassador Deborah Jones in Tripoli he stayed there till they(USA/CIA) could take him out of Tripoli and ship him off to Benghazi where he was given all of the army supplies, planes, advisors, PR and got through to some of the National Army who followed him and made the second coup de tat in May 2014. Haftar was advised by his PR and army advisors to make a statement where he admits that the Jamahirya revolution was the real revolution & bloodless. The 17 Feb is not a real revolution because they used foreign intervention which concluded by NATO bombing us. This fooled the Libyans for a few weeks, because in the first difficulty that Haftar encountered with the Ansar Al Sharia he escaped out of Benghazi and THE TRIBES TOOK OVER. So please do not be fooled that Haftar is doing all the work. None of the Tribe leaders trust him and neither the government in Tobruk. The PM Thani is a very good diplomat and the FUKUS has insisted that if you want to have a country with peace and quite you will have to let Haftar take the lead and that is what they have done. In reality Haftar has only a few hundred soldiers who are protecting him while the Honorable Tribes are the ones who are fighting and cleaning the country.)
Haftar said, which its internationally recognized government entrusted to him under the leadership of Prime Minister Abdullah al-Thani mission to flush out militants from among Islamist backed by Libya, said: “Many thousands of soldiers are preparing to enter the capital, run by militias dawn of Libya,” according to the paper.
It is noteworthy that Major General Haftar, launched since mid-May dignity process in Benghazi, eastern Libya, to be cleared of the Islamists, and vowed uproot them from every corner of the country.
It is noteworthy that Libya is witnessing a fight between rival militias, and at the political level, governed by the two governments and Parliaments, One the government of the House of Representatives elected and internationally recognized in Tobruk, in Tripoli the other government led by Omar Hassi, the National Conference of the year.
Source: http://libyaagainstsuperpowermedia.org/2014/11/28/how-the-west-want-to-install-by-force-haftar-in-libyabritains-times-haftar-preparing-to-march-to-the-capital-tripoli/

Libia, Iraq e Siria: esiti delle “guerre umanitarie” in corso.

25 novembre 2014
Gli USA e i suoi alleati negli anni hanno adottato la nuova dottrina della ”responsability to protect” in base alla quale hanno reso legale sovvertire qualsiasi paese che non segua il proprio modello di civiltà e democrazia. Il punto di vista di alcuni studiosi e le conseguenze disastrose nei paesi ‘beneficiati’ dall’ingerenza umanitaria.

Patrizio Ricci ( sito associato Vietato Parlare.it )

Esiste solo un punto di vista, una sola lettura delle situazioni. La scala dell’autorevolezza non è data dalla realtà oggettiva ma è quella imposta e diffusa dagli Stati Uniti, dalle Nazioni Unite; cioè da quegli organismi ‘sovranazionali’ che si prendono carico della ‘sicurezza globale’.

In sostanza, secondo tale mentalità di ‘governo globale’ i diritti e la sicurezza globale verrebbero prima del valore del singolo uomo e delle comunità nazionali. Ma attenzione: gli interessi delle potenze mondiali che incarnano i ‘diritti umanitari’ vengono prima della pace; è la pace che deve conciliarsi con gli interessi economici e la sicurezza nazionale e non viceversa.

Lo tengano bene in mente i governi di tutto il pianeta: bisogna essere in armonia con il ‘lego’. I sovrani dispotici sono giudicati non in quanto tali ma se in armonia con il ‘lego’: solo se in armonia o funzionali con tali progetti non avverrà alcuna ‘ingerenza umanitaria’ sui propri affari interni.

Una simile mentalità è indice che qualcosa evidentemente non funziona. Emblematico è il modo con cui la situazione siriana è descritta dal ”Global Center to Responsability to protect” (questa organizzazione rispecchia il punto di vista maggiormente condiviso da parte della ‘Comunità Internazionale’ essendo supportata da tutti i governi occidentali, da ‘figure di spicco della comunità dei diritti umani’, nonché da International Crisis Group, Human Rights Watch, Oxfam International, Refugees International, e WFM-Institute for Global Policy):

“La guerra civile in corso in Siria vede le popolazioni affrontare le atrocità di massa commesse dalle forze di sicurezza dello Stato e le milizie affiliate”.

Non è spesa una parola di condanna sulle milizie islamiste che imperversano nel paese e che costituiscono l’80% delle forze ‘ribelli’. Il giudizio è netto: la responsabilità grava totalmente sul governo siriano. E’ l’opinione del circolo che conta, e poco importa se la situazione reale è del tutto rovesciata (l’aggressione è subita dalla Siria ad opera delle milizie fondamentaliste eterodirette).

Simili ‘insindacabili giudizi’ rimangono immutati anche davanti a evidenze di segno opposto. La radice è profonda e deriva da una concezione dell’uomo e dei diritti in mutamento, diritti che hanno una loro casistica ben definita e che derivano da una visione dell’esistenza umana lontana dalla fede di Cristo (da cui sono pur nati tutti i ‘valori’ europei…). E’ una visione della vita e dell’uomo nichilista a e relativista sottomessa al ‘progresso economico’ infinito. E’ un argomento che accende il dibattito e divide i paesi occidentali al loro interno ma all’esterno dominano e prendono le decisioni i centri di potere che innalzano i loro principi assoluti:

“L’ideologia occidentale della humanitarian intervention, con la sua pretesa di diffondere nel mondo intero i valori occidentali – e tali sono i valori sottesi alla dottrina dei diritti umani e della democrazia -, coincide in realtà con una strategia generale di promozione di “interessi vitali” dei singoli Stati “umanitari” – o di alleanze fra Stati -, presentati come interessi della comunità internazionale…”
(Danilo Zolo, giurista).

Così inteso, l’intervento umanitario è subdolo e non è sincero:

“Può accadere che l’emergenza umanitaria sia pura invenzione di una potenza che si propone di interferire nella ‘domestic jurisdiction’ di un altro Stato per ragioni politiche e/o economiche. Oppure può accadere che una guerra civile di ridotte dimensioni venga gonfiata di proposito da parte di una grande potenza per giustificare l’aggressione contro un paese militarmente debole che essa ha deciso di occupare per ragioni strategiche.” (Danilo Zolo).

Le conseguenze di questa ‘ricetta’ sono sotto gli occhi di tutti: Iraq, in Libia ed in Siria ne sono la testimonianza vivente. In questi paesi ha portato solo morte e distruzione.
Pur di realizzare i propri piani si può impunemente usare l’inganno e la menzogna: la guerra contro Saddam si è basata su inesistenti armi di distruzione di massa. I suoi esiti non possono essere presi alla leggera ed essere considerati ‘un disguido’: è un’aggressione ad uno stato sovrano che ha causato al popolo iracheno da 700.000 ad un milione e 400 mila morti (Opinion Research Survey)

Ebbene sono passati anni e nessuno ha chiesto scusa a quelle vittime. Gli esiti e le divisioni generati da quella guerra sono ancora in atto ma l’occidente non si domanda cosa non ha funzionato, quali errori ha fatto: ha sempre pronta la stessa agenda di 6 punti (vedi nota a margine..).

Che dire? E’ evidente che le cose così non vanno… Dice C. Schmitt, giurista e filosofo politico tedesco (Cfr., Begriff des Politischen, München-Leipzig, Duncker & Humblot, 1963):

“Chi cerca di vestire il suo attacco militare con panni umanitari è un impostore: in realtà egli cerca di consacrare la propria guerra come “guerra giusta” e di degradare moralmente il proprio avversario, di isolarlo come nemico dell’umanità e di essergli ostile sino all’estrema disumanità”.

Anche il prof. Thomas Franck (docente presso la New York University in diritto internazionale) è diffidente nei confronti di una apologia indiscriminata dell’uso della forza per finalità umanitarie. Infatti, Franck in “Interpretation and change in the law of humanitarian intervention”sostiene con saggezza che bisogna discriminare fra interventi umanitari “genuini” ed interventi umanitari insinceri e opportunistici.

Ed a proposito di opportunismi ed inganni ”umanitari”, il conflitto siriano-iracheno ne è infarcito: – proprio l’Arabia Saudita (che ha finanziato e sostenuto Isis insieme a Qatar e Turchia) è nella coalizione e per non meglio precisati motivi ed è l’unico stato che ha il privilegio di volare sui cieli della Siria insieme agli USA; – i bombardamenti sono focalizzati su Kobane , nel Kurdistan siriano, con l’intenzione evidente di staccare la regione dall’autorità siriana; in Siria i target dei caccia americani sono scelti accuratamente per nuocere ad Isis ma anche al governo siriano: i raid sono compiuti su raffinerie siriane, infrastrutture, granai. L’ intento è fin troppo palese: il governo siriano non ritornerà più in possesso di risorse vitali.
Intanto i pozzi estrattivi in mano allo Stato del Levante continuano fruttare ogni giorno al Califfato un milione di euro. I jadisti provenienti dall’estero continuano ad affluire a migliaia attraverso la Turchia (dove sono curati e riforniti).

Sono alcuni esempi di ciò che viene taciuto. E l’Italia? Nel nostro paese il dibattito su queste cose è inesistente: il governo italiano si è sempre accodato alle decisioni di altri con la sola preoccupazione di non dispiacere alle alleanze da cui dipendiamo totalmente.
… continuiamo così a costruire un mondo migliore? Auguri alle future generazioni.

NOTA A MARGINE:

Il copione seguito dagli USA in questo tipo di interventi è sempre lo stesso:
1) si alimenta segretamente il malcontento (si utilizzano una pluralità di mezzi: Ong, diplomatici, si acuisce la depressione economica del paese grazie all’influenza sulla finanza internazionale e sull’FMI, e altri metodi );
2) una volta che tutto è pronto, si fa esplodere la piazza in maniera violenta confidando nella repressione;
3) si ingigantisce la partecipazione popolare alle manifestazioni di protesta e si esagerano il numero degli incidenti e le vittime;
4) si indirizzano i principali mass media in mano a poche lobbyes per costruire una opinione pubblica favorevole all’intervento;
5) si dispone una copertura giuridica internazionale per bypassare le costituzioni dei paesi democratici;
6) si forma una coalizione simbolica con il meccanismo delle alleanze e con allettanti promesse di partecipazione alla ricostruzione.

Preso da: http://www.siriapax.org/?p=2164

Il progetto del dinaro d’oro: il vero motivo per cui è stata fatta la guerra contro la Libia

21 novembre 2014
Al giorno d’oggi la Libia è sempre più nel caos, sottoposta a una pressante guerra civile tra miliziani armati di diverse fazioni, islamiste ( tra le quali recentemente si è aggiunta anche l’ISIS ) e non.

Questa precaria e tesa situazione risulta essere il risultato della guerra scoppiata a marzo 2011, guerra che ha letteralmente destabilizzato il paese, trasformandolo in una gigantesca polveriera.

Ora, parlando delle cause di questa guerra in Libia sono state dette e scritte tante cose, come il fatto che essa è iniziata per i soliti interessi petroliferi e così via.

Ma, oltre al controllo delle risorse e agli interessi geopolitici, ciò che è risultato primario in questa, come in altre guerre, è stato ovviamente l’interesse economico e finanziario.

Innanzitutto Gheddafi aveva progettato la fondazione di una moneta e banca centrale, nonché di un nuovo Fondo Monetario (FMA) interamente africani per il 2014, in tal modo rendendo libero il continente dal giogo neocolonialista.

Ma sopratutto l’ex presidente libico aveva varato un progetto per introdurre il dinaro d’oro, un’unica valuta da usare a livello continentale, che avrebbe garantito prosperità, indipendenza e sovranità per tutta l’Africa.

Se tali progetti fossero andati in porto, la situazione per l’Africa oggi sarebbe stata sicuramente migliore, e forse anche i problemi relativi alla povertà e alla costante miseria sarebbero stati più facilmente risolvibili, invece di venire ingigantiti grazie alle politiche predatorie di diverse multinazionali, che affossano l’economia locale a vantaggio del loro profitto.

Sicuramente anche i problemi di stretta attualità relativi all’immigrazione di massa in Italia così come in Europa, non ci sarebbero stati, e invece ci si ritrova con questa situazione caotica, fortemente voluta dagli stessi poteri che hanno cominciato la guerra contro la Libia, che sta portando a destabilizzazioni e “guerre tra poveri” ( Tor Sapienza docet ), a vantaggio e a solo beneficio degli stessi gruppi di potere finanziari, industriali e politici che hanno “sapientemente” pianificato tale caos.

Per quanto sia stata discutibile la sua storia politica, bisogna riconoscere che Gheddafi perlomeno ha tentato di sfidare il sistema di potere dominante internazionale ( bancario in primis ), pagando ciò con la vita.

Fonte: Informazione Consapevole

Originale più video: http://www.informarexresistere.fr/2014/11/21/il-progetto-del-dinaro-doro-il-vero-motivo-per-cui-e-stata-fatta-la-guerra-contro-la-libia/

“Una forza mercenaria globale anti terrorismo”. L’auspicio di una delle figure più potenti del Club Bilderberg

30/9/2014
Un pretesto per giustificare altri colpi di Stato: “I soldati stupidi animali da usare come pedine per la politica estera.”Notizia presa dal sito http://www.Lantidiplomatico.it visita http://www.Lantidiplomatico.it

L’ex segretario di Stato degli Stati Uniti, e una delle figure più potenti nel club Bilderberg, Henry Kissinger, auspica la creazione di una forza mercenaria globale per combattere i terroristi.
La giornalista americana di Fox News, Bill O’Reilly, ha affermato, in un programma dell’ABC News, che Kissinger, famoso globalista e membro del club Bilderberg, “per anni ha appoggiato l’idea di creare una forza globale anti-terrorismo finanziata da una colazione di nazioni sotto la supervisione del Congresso”.

Come riportato nel portale ‘Infowars’ non sorprende apprendere che Kissinger sostiene l’idea di un esercito mercenario con il pretesto della lotta al terrorismo, visto che lui “ha supervisionato direttamente i colpi di stato contro i governi eletti in Sud America e in altri luoghi, così come il massacro in Vietnam e Cambogia, sotto la giustificazione della lotta contro l’ascesa del comunismo. ”

Kissinger si considera un “globalista convinto” che all’età di 91 anni continua a scrivere libri che chiedono apertamente la creazione di un governo mondiale, perché, egli suggerisce, gli stati nazionali “stanno causando scompiglio nel mondo moderno” .

Il portale fa anche riferimento alle parole dei noti giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein, i quali richiamano le parole di Kissinger quando descrisse i soldati come “stupidi animali da usare come pedine per la politica estera.”
Notizia presa dal sito www.Lantidiplomatico.it
Preso da: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=8873