La grande ipocrisia

22 aprile 2015 di Alain Goussot*

L’ipocrisia del cosiddetto mondo civilizzato è assoluta, le ‘buone coscienze’ si dicono dispiaciute oppure propongono soluzioni – vedi sparare sui barconi, combattere gli scafisti (come?) – che sono peggiori del dramma in atto. Quello che viene nascosto e non viene detto all’opinione pubblica europea e italiana è quali sono le cause di questa fuga dall’Africa e dal Medio-Oriente.

Basta vedere da dove provengono i profughi che tentano di arrivare sulle coste italiane e greche: Corno dell’Africa (Somalia, Eritrea e Etiopia), Sudan, Nigeria, Mali , Iraq, Siria, Palestina. Stupisce il fatto che nessuno giornalista italiano si ponga la domanda: ma in Somalia, Eritrea e Etiopia non ci siamo stati noi per quasi un secolo? E poi con il dittatore Siad Barre e i militari Etiopi non abbiamo fatto affari, e quali risultati ha avuto l’intervento militare americano in Somalia bel 1991/1992? Gli shabaab somali sono nati in quel caos provocato dall’intervento italo-americano! In Nigeria sappiamo che la questione della guerra civile e interetnica e di Boko Haram nasce anche dalla presenza del petrolio nel più grande paese dell’Africa nera, petrolio sfruttato dalle multinazionali euro-americane, eppure la popolazione vive in una povertà assoluta. In Mali c’è una guerra civile e la rivolta armata dei tuareg e dei gruppi islamisti provengono dalla Libia dopo la distruzione dello Stato libico in seguito ai bombardamenti francesi, inglesi e statunitensi. L’Iraq è stato distrutto dalle guerre Usa, la Siria è al collasso con milioni di profughi perché gli Stai uniti con i loro alleati sauditi hanno armato e finanziato i gruppi di opposizione armata, compreso l’Isis; per abbattere Assad e accerchiare ai suoi confini il ‘nemico’ russo.

Poi se a questo aggiungiamo i paesi dell’Africa centrale e centro-occidentale (dal Congo al Camerun, Costa d’Avorio e il Ghana) piegati, sfruttati e strangolati dalle politiche del Fondo monetario internazionale nonché da chi sfrutta l’oro, l’argento, il rame e il coltan – quello che fa funzionare le batterie dei nostri cellulari e computer (leggi anche Benvenuto coltan nell’Europa vigliacca ndr) – che si trovano soprattutto nella zona dei Grandi laghi della Repubblica democratica del Congo e in repubblica centrafricana, se vediamo il Sud del Sudan con le sue ricchezze in petrolio sfruttato dalle multinazionali euro-americane: se partiamo da questa analisi ci rendiamo conto che i veri responsabili di questo disastro umanitario, di questo vero genocidio si trovano nei governi Occidentali, nei consigli di amministrazione delle multinazionali e delle grandi società finanziarie euro-americane.

Con freddezza e in nome del profitto stanno uccidendo popoli interi. Questo con la complicità delle classi dirigenti corrotte di quei paesi dall’Europa all’Africa.

Se non si mette in discussione radicalmente il modello capitalistico di sviluppo umano il disastro continuerà e non potrà che produrre intolleranza, odio e violenza, cioè disumanità.

* Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è L’Educazione Nuova per una scuola inclusiva (Edizioni del Rosone)

Preso da: http://comune-info.net/2015/04/la-grande-ipocrisia-profughi/

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LIBIA. Le 1.700 milizie che Occidente e Golfo hanno fatto proliferrare

21 aprile 2015

Un’Europa colpevole cerca a Tripoli la causa dell’emergenza rifugiati. Dietro, l’intervento militare in Libia, e l’armamento di centinaia di fazioni che puntano al potere. L’Onu annuncia il dialogo tra i parlamenti rivali, ma sul terreno è guerra civile.

Lib

 

della redazione

Roma, 21 aprile 2015, Nena News – La Libia torna sulla bocca di tutti insieme alla guerra civile che sta insanguinando il post-Gheddafi. Le autorità europee e i ministri degli Stati membri fanno a gara in questi giorni nell’indicare in Tripoli la causa delle stragi in mare, dopo il massacro di 900 migranti di domenica scorsa. Intervenire in Libia è il mantra, se non si risolve il conflitto interno a Tripoli l’emergenza rifugiati non cesserà.

Un modo colpevole di cancellare con un colpo di spugna le responsabilità occidentali. Se si volesse restare alla Libia, se si volessero davvero circoscrivere le ragioni dell’emergenza al paese nordafricano, allora si dovrebbe prima di tutto fare un esame di coscienza: la Libia di oggi è il frutto dell’attacco della Nato e del sostegno armato fornito ai cosiddetti ribelli, gruppi di miliziani anti-Gheddafi che prima hanno fatto il gioco occidentale e poi – come spesso è accaduto – non hanno abbandonato le armi.

Tra gli ultimi effetti dell’intervento occidentale c’è l’Isis, anche questo prodotto più o meno indiretto delle strategie statunitensi in Medio Oriente e degli interessi politici dei paesi del Golfo. Lo Stato Islamico è tornato a far parlare di sé in questi giorni, per le barbare uccisioni commesse: in un video di 29 minuti pubblicato domenica, si vedono miliziani islamisti sparare e decapitare trenta cristiani etiopi. Sarebbero stati catturati e uccisi nella provincia orientale di Barqa.

E ieri notte il califfato ha rivendicato su Twitter l’esplosione di fronte all’ambasciata spagnola a Tripoli. Nessun ferito, fa sapere il funzionario locale Issam Naas, che aggiunge: “Gli estremisti dello Stato Islamico hanno posto un ordigno esplosivo vicino alle mura esterne dell’ambasciata spagnola a Tripoli, che ha causato alcuni danni materiali agli edifici vicini”.

Da alcuni mesi gruppi che si richiamano allo Stato Islamico hanno preso la città orientale di Derna, facendone una sorta di loro roccaforte. Un’occupazione che ha fatto strepitare le cancellerie europee che hanno cominciato a discutere di un possibile intervento in Libia. A monte, però, sta la profonda divisione interna del paese, fisicamente diviso in due governi e due parlamenti (uno islamista a Tripoli, uno laico a Tobruk, sostenuto dall’Occidente), ma ulteriormente frammentato in poteri e autorità diverse, ognuna padrona di enclavi il cui controllo armato rappresenterebbe il modo per garantirsi una fetta di potere politico e economico.

Sarebbero almeno 1.700 i gruppi armati attivi in Libia, un proliferare di milizie tribali, laiche o islamiste che sotto il regime di Gheddafi erano state messe sotto silenzio o fatte partecipare al delicato equilibrio di spartizione del potere interno. La totale assenza dello Stato ha ucciso 2.800 persone nel 2014, provocato 400mila sfollati interni e trasformato le coste libiche nel regno di nessuno, o meglio nel regno dei trafficanti di uomini che controllano le vie di transito dei profughi africani e mediorientali, in fuga dalla fame o da conflitti armati.

L'Isis a Derna

L’Isis a Derna

Lo scorso fine settimana il presidente statunitense Obama ha chiesto ai paesi del Golfo di utilizzare la loro influenza per porre fine alla guerra civile: “Stiamo incoraggiando alcuni paesi del Golfo che hanno influenza su varie fazioni libiche”, ha detto Obama, dando un’ulteriore giustificazione alle petromonarchie alleate per infilare le mani nel più vasto conflitto mediorientale, dalla Siria allo Yemen.

Chi cerca ancora il dialogo politico sono le Nazioni Unite: l’inviato speciale per la Libia, Bernardino Leon, ha detto domenica che le fazioni rivali avrebbero raggiunto un accordo nell’ultimo round di negoziati nella città marocchina di Skhirat. Secondo Leon, l’80% dell’accordo è già pronto e entro due settimane si terrà l’ultima fase del negoziato. “Questa è la prima volta che gruppi armati, chi ha le armi e combatte sul terreno, si incontrano – ha detto l’inviato Onu – Vogliamo questo meeting faccia a faccia, un dialogo diretto, con il sostegno delle Nazioni Unite”.

Sullo sfondo restano però le divisioni interne e le reciproche accuse: il premier libico di Tobruk, Abdullah al-Thinni, ha accusato la Turchia e il Qatar di essere i principali sostenitori delle milizie islamiste che controllano Tripoli dallo scorso agosto. Un’accusa mossa anche dal generale Haftar, postosi a capo di un vero e proprio esercito in chiave anti-islamista e oggi considerato valido partner di Tobruk e dell’Occidente. E così il governo laico, che non ha ancora ottenuto dall’Onu (nonostante le pressioni) la fine dell’embargo sulle armi, si rivolge alla Russia per ottenere armi e addestramento. Nena News

Preso da: http://nena-news.it/libia-le-1-700-milizie-che-occidente-e-golfo-hanno-fatto-proliferare/

Libia allo sbando anche ( soprattutto) per colpa degli interessi internazionali

di Alberto Negri 20 aprile 2015

La tragedia libica ha due dimensioni, una interna e l’altra internazionale. Viene spesso detto che il Paese è precipitato nel caos: giusta affermazione ma sarebbe più esatto dire che in Libia prima di tutto c’è la guerra, un conflitto civile tra le fazioni di Tripoli e quelle di Tobruk di cui adesso sta approfittando anche lo Stato Islamico, che con i combattenti di ritorno dalla Siria si è inserito nella destabilizzazione generale e sfrutta la situazione conquistando posizioni nella Sirte.

La guerra civile libica ha una dimensione internazionale derivata proprio dall’intervento del 2011 per abbattere Gheddafi. Le fazioni sono sostenute dalle potenze internazionali: l’Egitto – con Francia, Arabia Saudita e in parte la Russia (che ha appena ricevuto a Mosca il premier di Tobruk) – sta con il generale Khalifa Haftar in Cirenaica; la Turchia e il Qatar sostengono a loro volta le milizie islamiche di Tripoli. L’Italia è in una posizione di mezzo e cerca di salvagurdare i suoi interessi: l’Eni, appoggiandosi alle fazioni locali dell’Ovest e del Sud, è l’unica multinazionale rimasta a estrarre gas e petrolio.

La mediazione delle Nazioni Unite dell’inviato Bernardino Leòn finora è fallita proprio per questo motivo: se non si mettono d’accordo le potenze internazionali e quelle regionali, anche le fazioni non raggiungeranno un’intesa. Il problema è che tutti pensano, con i loro padrini alle spalle, di potere vincere la partita militarmente e non con la diplomazia. Le agende delle parti in campo finora sono state troppo contrastanti per arrivare a un accordo, quindi è quasi un imperativo convocarle se si vuole arrivare a qualche traguardo tangibile.

Le tragedie del mare nascono proprio da questo contesto: i profughi annegano per colpa dei trafficanti ma affogano anche nella retorica di una comunità internazionale che dice di volere salvare il Paese dal caos e lascia la Libia allo sbando sperando di ricavarne dei vantaggi politici e strategici.

Forse qualcuno si ricorda ancora i trionfalistici discorsi del settembre 2011 a Bengasi di Sarkozy, Cameron, Erdogan? Bene, da allora niente è stato fatto di duraturo per stabilizzare la Libia, né dall’Europa né dagli Stati Uniti, né dalle potenze regionali. Sono stati investiti miliardi per i raid aerei, spese parole colme di retorica contro la “dittatura” di Gheddafi e a favore della democrazia: e adesso? Dove è finita la Nato che allora guidava baldanzosamente le operazioni aeree? Come si vede sono più le domande che le risposte: la Libia è un caso disperato che gioca con le vite di altre migliaia di disperati.

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-04-20/libia-tagedia-negri-121351.shtml?uuid=ABWp3LSD

LO STATO ISLAMICO È IL CANCRO DEL CAPITALISMO MODERNO

Postato il Domenica, 12 aprile @ 23:10:00 BST di davide

DI NAFEEZ AHMED

middleeasteye.net

Il brutale ‘Stato islamico’ è un sintomo di una crisi profonda della civiltà fondata sulla dipendenza dai combustibili fossili, che sta minando l’egemonia occidentale ed espandendo il potere dello Stato islamico in tutto il mondo musulmano.

Il dibattito sulle origini dello Stato Islamico (IS) ha fortemente oscillato tra due prospettive estreme. Da una parte si accusa l’Occidente. L’ IS non è altro che una prevedibile reazione all’occupazione dell’Iraq, l’ennesimo colpo sferrato dalla politica estera occidentale. Dall’altra si attribuisce la sua nascita esclusivamente alle barberie storiche e culturali del mondo musulmano, i cui valori e credenze – ferme all’epoca medievale – sono un naturale incubatore di un estremismo violento.

Il più grosso elefante nella stanza, citato nell’attuale dibattito semplicistico, è solo una sovrastruttura materiale. Chiunque può avere idee orribili e disgustose, ma restano solo fantasie se non si trova il modo di manifestarle concretamente nel mondo che ci circonda.

Quindi, per capire in che modo l’ideologia che anima l’IS sia riuscita a trovare le risorse materiali per arrivare a conquistare un territorio più grande della Gran Bretagna, abbiamo bisogno di esaminare più da vicino il contesto materiale.

Seguire il denaro

Le radici dell’ideologia di al-Qaeda risalgono al 1970. Abdullah Azzam, mentore palestinese di Osama bin Laden, formulò una nuova teoria che giustificava la guerriglia continuata e a livello locale delle varie cellule mujaheddin sparse, per la creazione di uno stato pan-islamico. La violenta dottrina islamica di Azzam si diffuse nel contesto dell’invasione sovietica dell’Afganistan.

Come è noto, le reti di mujaheddin afgani furono addestrate e finanziate sotto la supervisione della CIA, del MI6 e del Pentagono. Gli Stati del Golfo fornirono ingenti somme di denaro, mentre il Pakistan Inter-Services Intelligence (ISI) creò un collegamento a terra con le reti militanti coordinate da Azzam, bin Laden ed altri.

L’amministrazione Reagan, ad esempio, fornì 2 miliardi di dollari ai mujaheddin afghani, seguiti da altri 2 miliardi di dollari da parte dell’Arabia Saudita.

Secondo il Washington Post, in Afghanistan, l’ USAID investì milioni di dollari per la fornitura ai bambini in età scolare di “libri di testo pieni di immagini violente e insegnamenti islamici militanti”. Una teologia che predicava la violenza, intervallata da “disegni di pistole, proiettili, soldati e mine”. Gli stessi libri di testo esaltavano anche una ricompensa celeste per qui bambini che fossero riusciti a “strappare gli occhi e tagliare le gambe al nemico sovietico”.

E’ opinione diffusa che questa disastrosa collaborazione tra mondo occidentale e mondo musulmano nel finanziare gli estremisti islamici terminò con il crollo dell’Unione Sovietica. Come ho detto in una testimonianza al Congresso un anno dopo il rilascio della relazione della Commissione 9/11, questa opinione è del tutto falsa.

Racket di protezione

Un rapporto riservato dell’ intelligence americana rivelato dal giornalista Gerald Posner ha confermato che gli Stati Uniti erano pienamente consapevoli di un accordo segreto concluso nel mese di aprile del 1991 tra l’Arabia Saudita e Bin Laden, poi agli arresti domiciliari. Secondo l’accordo, Bin Laden avrebbe potuto lasciare il Regno Saudita con il loro appoggio e finanziamento, e avrebbe continuato a usufruire di questo sostegno da parte della famiglia reale saudita ad una condizione: che si fosse astenuto da attacchi o azioni di destabilizzazione dell’Arabia Saudita.

Lungi dal restare osservatori distaccati di questo accordo segreto, Stati Uniti e Gran Bretagna ne furono parti attive

Le enormi riserve di petrolio saudita erano la base della ricchezza e della crescita dell’economia globale. Non potevamo permetterci di essere destabilizzati. E ‘ stato un do-ut-des: per proteggere il Regno, bisognava consentire di finanziare bin Laden fuori dal Regno.

Come documenta meticolosamente lo storico inglese Mark Curtis nel suo sensazionale libro “Affari segreti: la collusione del Regno Unito con il radicalismo islamico”, i governi statunitense e inglese continuarono a sostenere di nascosto le reti affiliate ad al-Qaeda dell’Asia Centrale e dei Balcani dopo la Guerra Fredda, per le stesse ragioni di prima – contrastare i Russi – e oggi i Cinesi – per arrestare la loro influenza sull’economia capitalistica mondiale. L’Arabia Saudita, dove risiedono le più grandi riserve petrolifere del pianeta, è rimasta il fulcro di questa miope strategia anglo-americana.

Bosnia

Un anno dopo i bombardamenti del World Trade Center del 1993, Osama bin Laden aprì un ufficio a Wembley (Londra) col nome di Comitato Consultivo di Riforma (Advice and Reformation Committee), dal quale coordinava le attività estremiste in tutto il mondo.

Più o meno allo stesso tempo, secondo documenti dell’ intelligence olandese, il Pentagono aerotrasportava migliaia di mujaheddin dall’Asia Centrale in Bosnia, in violazione dell’embargo militare stabilito dalle Nazioni Unite. Erano accompagnati da forze speciali statunitensi. Lo “Sceicco Cieco”, accusato del bombardamento del WTC, era stato molto attivo nel reclutamento e nell’invio dei combattenti al-Qaeda in Bosnia.

Afghanistan

Da circa il 1994 fino al 11 settembre del 2001, l’intelligence militare statunitense, insieme a Gran Bretagna, Arabia Saudita e Pakistan, rifornì in segreto armi e fondi ai talebani collegati ad al-Qaeda.

Nel 1997, Amnesty International denunciò gli “stretti legami politici” tra le milizie Talebane, che avevano da poco conquistato Kabul, e gli Stati Uniti. L’organizzazione per i diritti umani parlò di “collegamenti con le madrasas (scuole religiose) che i talebani frequentavano in Pakistan”, legami “stabiliti fin dai primi momenti di vita del movimento Talebano”.

A sostenerlo – riportò Amnesty – fu anche la defunta Benazir Bhutto, allora Primo Ministro pakistano, che affermò che le madrasas erano state create da Gran Bretagna, Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan durante la Jihad, la resistenza Islamica contro l’occupazione sovietica dell’Afganistan. Sotto la tutela statunitense, l’Arabia Saudita finanziava queste madrasas.

Libri di testo predisposti dal governo degli Stati Uniti, con l’intento di indottrinare I bambini afgani e avviarli alla guerra santa durante la Guerra Fredda, oggi adottati dai Talebani, divennero parte integrante del sistema educativo scolastico afgano, ed erano diffusamente utilizzati nelle scuole religiose militanti in Pakistan finanziate dai Sauditi e dall’ISI Pakistano sostenuto dagli Stati Uniti.

Le Amministrazioni Clinton e Bush speravano di utilizzare i Talebani per istituire nel paese un regime simile al loro benefattore Saudita. La vana speranza – concepita in piena malafede – era che un governo Talebano avrebbe garantito la stabilità necessaria per poter installare il gasdotto TAPI (TransAfghanPipeline) per rifornire l’Asia meridionale del gas dell’Asia Centrale, evitando Russia, Cina e Iran.

Tutte queste speranze caddero tre mesi prima dell’11 settembre, quando i Talebani rifiutarono le proposte americane. Il progetto TAPI giunse ad un ulteriore stallo a causa dei controlli intransigenti talebani a Kandahar e Quetta, ma ha continuato ad essere sostenuto dall’Amministrazione Obama e ora è prossimo al completamento.

Kosovo

La NATO ha continuato a sponsorizzare le reti affiliate ad al-Qaeda fin dalla fine degli anni ’90, riporta Mark Curtis, quando le forze speciali americane e inglesi fornivano armi e addestramento militare ai ribelli dell’ Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA) che comprendevano le reclute dei mujaheddin. Tra questi c’era una cellula capeggiata da Muhammad al-Zawahiri, fratello del vice di bin Laden, Ayman, oggi a capo di al-Qaeda.

Nello stesso periodo, Osama e Ayman coordinarono dall’ufficio di bin Laden a Londra il bombardamento all’Ambasciata statunitense in Kenya e Tanzania nel 1998.

Tuttavia, giungevano anche buone notizie: gli interventi della NATO nei Balcani, accompagnati dalla disintegrazione della Yugoslavia socialista, preparavano la strada per l’integrazione della regione nell’Europa Occidentale, per la privatizzazione dei mercati locali e per l’istituzione di nuovi regimi che favorissero il trasporto del petrolio e del gas dall’Asia Centrale all’Occidente attraverso il TAPI.

‘Nuovo corso’ in Medio Oriente

Anche dopo il 9/11 e il 7/7, la dipendenza statunitense e britannica dai combustibili fossili a buon prezzo per sostenere l’espansione del capitalismo globale, ci portò a rafforzare le nostre alleanze con gli estremisti.

Verso la metà dell’ultimo decennio, l’intelligence anglo-americana ha iniziato a controllare i finanziamenti che dagli Stati del Golfo – guidati ancora una volta dall’Arabia Saudita – raggiungevano le reti estremiste islamiche in tutto il Medio Oriente e in Asia Centrale, per contrastare l’influenza shiita iraniana nell’area. Tra i beneficiari di questo sostegno c’erano i gruppi estremisti militanti affiliati ad al-Qaeda in Siria e Libano – un vero e proprio arco del terrore islamico.
Ancora una volta, i ribelli islamici sarebbero stati utilizzati – a loro insaputa – come agenti dell’egemonia statunitense contro i nuovi rivali geopolitici.

Come rivelò nel 2007 Seymour Hersh nel New Yorker, questo ‘nuovo corso’ della politica stava indebolendo non solo l’Iran, ma anche la Siria – dove gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita si affrettarono a sostenere la Fratellanza Musulmana Siriana, oltre ad altri gruppi di opposizione. Sia Iran sia Siria, ovviamente, erano fortemente allineati con Russia e Cina.

Libia

Nel 2011, l’intervento militare della NATO per capovolgere il regime di Gheddafi seguì a un massiccio sostegno ai mercenari libici che erano, di fatto, membri dell’affiliato ad al-Qaeda in Libia. Alla Francia pare sia stato offerto il 35% del controllo del petrolio Libico in cambio del sostegno francese ai ribelli.

Dopo l’intervento, i giganti petroliferi Europei, Britannici e Statunitensi erano “perfettamente in grado di poter usufruire” delle “opportunità commerciali”, secondo il Prof. David Anderson della Oxford University. I proficui affari con i membri della NATO potevano “finalmente liberare l’Europa Occidentale dalla stretta degli alti prezzi praticati dai produttori Russi che controllavano le forniture di gas”.

Rapporti di intelligence mostrarono che i ribelli sostenuti dalla NATO avevano stretti legami con al-Qaeda. Anche la CIA utilizzò i militanti islamici libici per convogliare grossi quantitativi di armi ai ribelli in Siria.

Un rapporto dell’intelligence Canadese del 2009 descriveva la roccaforte dei ribelli in Libia Orientale come “l’epicentro dell’estremismo islamico”, dal quale le “cellule estremiste” operavano nella regione – la stessa regione, secondo David Pugliese dell’ Ottawa Citizen, che era “difesa da una coalizione NATO capeggiata dal Canada”. Secondo Pugliese, il rapporto d’intelligence confermava che “diversi gruppi di ribelli islamici si erano insediati in Libia orientale”, molti dei quali “incitavano i seguaci ad andare a combattere in Iraq”. Piloti canadesi si scambiavano battute dicendo che anche loro in privato erano dei piloti di al-Qaeda “poichè i loro bombardamenti avevano contribuito a far allineare i ribelli al gruppo terroristico”.

Secondo Pugliese, specialisti d’intelligence inviarono ad alti funzionari NATO un briefing preventivo datato 15 Marzo 2011 proprio pochi giorni prima che avvenisse l’intervento. “C’è una crescente possibilità che la situazione in Libia si possa trasformare in una guerra civile/tribale a lungo termine” scrissero. “Questo diventerà ancora più probabile se le forze all’opposizione riceveranno aiuti militari dall’esterno”.

Come ben sappiamo, l’intervento poi avvenne lo stesso.

Siria

Nel corso dell’ultimo decennio, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi, la Giordania e la Turchia hanno tutti fornito un importante sostegno finanziario e militare principalmente a reti islamiche combattenti collegate ad al-Qaeda, reti che poi hanno dato vita allo “stato islamico”. Questo sostegno è stato dato nel contesto di una rinnovata strategia anti-Assad guidata dagli Stati Uniti.

La competizione per stabilire il dominio sulle rotte dei gasdotti e oleodotti che riguardavano la Siria, come anche le risorse fossili ancora inesplorate in Siria e nel Mediterraneo orientale – a spese di Russia e Cina – hanno avuto un ruolo centrale nel motivare tale strategia.

L’ex ministro degli esteri francese Roland Dumas rivelò che nel 2009 funzionari del Ministero degli Esteri inglese gli dissero che le forze inglesi erano già attive in Siria nel tentativo di fomentare la ribellione.

L’operazione è avvenuta secondo un programma di coordinamento congiunto tra le intelligence americana, inglese, francese e israeliana. Ci sono prove documentali che confermano che il solo sostegno statunitense all’operazione anti-Assad fu di circa $2 miliardi di dollari dalla fine del 2014.

Mentre è opinione diffusa che questo sostegno agli estremisti islamici è stato male interpretato, i fatti parlano da soli. Rapporti di valutazione CIA riservati hanno mostrato che l’intelligence USA sapeva bene che tutti gli aiuti ai ribelli anti-Assad in tutto il Medio Oriente finivano essenzialmente nelle mani degli estremisti più violenti. Tuttavia continuarono.

I funzionari del Pentagono, l’anno prima che lo SI (stato islamico) desse il via alla sua campagna di conquista in Iraq, sapevano bene che la grande maggioranza dei ribelli dell’Esercito di Liberazione Siriana “moderato” erano in realtà dei militanti islamici. Divenne sempre più impossibile, secondo gli stessi funzionari, stabilire dei confini certi tra i ribelli ‘moderati’ e gli estremisti collegati con al-Qaeda o allo stato islamico, a causa delle impercettibili interazioni tra i due.
Inoltre, aumentò progressivamente il numero dei combattenti FSA frustrati che si univano ai gruppi di militanti islamici in Siria, e non per motivi ideologici ma semplicemente per le loro maggiori capacità militari. Finora, quasi tutti i gruppi di ribelli ‘moderati’ addestrati e armati di recente dagli Stati Uniti oggi si stanno unendo con al-Qaeda e stato islamico nella lotta contro Assad.

Turchia

Ora gli Stati Uniti stanno coordinando nuovi aiuti militari ai ribelli ‘moderati’ per contrastare lo Stato Islamico attraverso un nuovo accordo con la Turchia. Tuttavia, è noto a tutti che la Turchia, in tutto questo periodo, ha sponsorizzato apertamente al-Qaeda e lo stato islamico nel quadro di un disegno geopolitico preciso volto a schiacciare i gruppi di opposizione curdi e destituire Assad.

Non sono serviti a molto i blandi sforzi della Turchia per contenere i combattenti stranieri che passano i confini turchi per andare a unirsi all’IS in Siria. La Turchia recentemente ha risposto annunciando che ne ha fermato a migliaia.
Entrambe queste affermazioni sono false: la Turchia ha deliberatamente dato rifugio e convogliato aiuti verso IS e al-Qaeda in Siria.

La scorsa estate, il giornalista turco Denis Kahraman ha intervistato un combattente che si stava curando in Turchia che gli ha detto : “La Turchia ci ha aperto la strada. Se la Turchia non lo avesse fatto, lo stato islamico non sarebbe quello che oggi è. Sì, la Turchia ci ha mostrato affetto e comprensione. Moltissimi nostri mujaheddin jihadisti hanno ricevuto cure mediche in Turchia”.

All’inizio di quest’anno, erano trapelati in rete dei documenti ufficiali autenticati dell’esercito turco (il Comando della Gendarmeria Generale), che mostravano che i servizi segreti turchi (MIT) erano stati sorpresi da funzionari militari ad Adana mentre trasportavano con dei camion missili, mortai e munizioni contraeree, destinati “all’organizzazione terroristica di al-Qaeda” in Siria.

I ribelli ‘moderati’ FSA sono coinvolti nella rete di sostegno turco-islamica sponsorizzata da MIT. Uno di essi ha detto al Telegraph che sta ora gestendo “delle abitazioni sicure per i combattenti stranieri che vogliono unirsi a Jabhat al-Nusra e ISIL (Stato islamico).”

Alcuni funzionari hanno parlato di questa cosa, ma senza alcun risultato. L’anno scorso, Claudia Roth, vice presidente del parlamento tedesco, si è mostrata scioccata del fatto che la NATO stia permettendo alla Turchia di ospitare un accampamento dell’ Stato Islamico a Istanbul, di facilitare i trasferimenti di armi ai militanti islamici attraverso i suoi confini e tacitamente consente le vendite di petrolio dello stato islamico. Ma non è seguito nulla.

La coalizione anti-Stato Islamico capeggiata dagli Stati Uniti sta finanziando lo Stato Islamico

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non solo non si sono espressi sulla complicità del loro partner della coalizione nello sponsorizzare il nemico, ma hanno anche stretto ancora di più la partnership con la Turchia e stanno lavorando alacremente con lo stesso stato che sponsorizza lo Stato Islamico nell’addestrare i ribelli ‘moderati’ che lottano contro l’IS.

Ma non è solo la Turchia. L’anno scorso, il vicepresidente americano Joe Biden ha detto in una conferenza stampa alla Casa Bianca che l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia, tra gli altri, hanno inviato “centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi ad al–Nusra, al-Qaeda e agli estremisti jihadisti” in un contesto di “guerra per procura tra sunniti e sciiti”. Ha aggiunto che, a tutti gli effetti, è impossibile identificare dei ribelli “moderati” in Siria.
E non ci sono segnali che indichino che questi aiuti stiano rallentando. Nel Settembre del 2014, quando gli Stati Uniti hanno iniziato a coordinare gli attacchi aerei contro lo S.I., funzionari del Pentagono hanno rivelato di essere a conoscenza del fatto che loro alleati della coalizione stavano ancora finanziando lo S.I.

Quel mese, il Generale Martin Dempsey, Presidente dei Capi di Sato Maggiore congiunti, rispondendo al Senatore Lindsay Graham nel corso di una seduta della Commissione del Senato per le attività militari se fosse stato a conoscenza di “qualsiasi importante alleato arabo che sostenesse lo S.I.”, ha risposto: “Sì, sono a conoscenza di importanti stati arabi alleati che finanziano lo S.I.”

Nonostante molti ne fossero a conoscenza, il governo degli Stati Uniti non solo non ha applicato delle sanzioni punitive a questi alleati, ma li ha ricompensati includendoli nella coalizione che doveva combattere gli elementi più estremisti che stavano loro stessi finanziando. Peggio ancora, agli stessi alleati si concede un ampio margine di manovra nella selezione dei combattenti destinati all’addestramento.

I membri chiave della nostra coalizione anti-S.I. stanno bombardando lo stesso S.I. mentre da dietro le quinte continuano a sponsorizzarlo, e il Pentagono ne è a conoscenza.

Il fallimento dello stato Musulmano

In Iraq and Syria, dove è nato lo S.I., non è possibile sottovalutare la devastazione della società causata da un conflitto prolungato. L’invasione militare occidentale e l’occupazione dell’Iraq, corredate da torture e violenze indiscriminate di ogni genere, hanno avuto un ruolo innegabile i nel preparare il terreno per la nascita di politiche reazionarie estreme. Prima dell’ intervento occidentale, al-Qaeda non era in nessun posto nel paese. In Siria, la brutale guerra di Assad contro il suo popolo continua ad alimentare le rivendicazioni dello S.I. e ad attrarre combattenti stranieri.

La continua immissione nelle reti degli estremisti islamici di grandi quantità di denaro, centinaia di miliardi di dollari di risorse materiali che nessuno è ancora riuscito a quantificare con precisione, coordinata insieme da stati occidentali e musulmani, ha avuto nel corso dell’ultimo mezzo secolo un effetto profondamente destabilizzante. Lo Stato Islamico è il culmine surreale post-moderno di questa sordida storia.

La coalizione occidentale anti-S.I. nel mondo musulmano è costituita da regimi repressivi le cui politiche nazionali hanno accentuato le disuguaglianze, schiacciato il dissenso legittimo, torturato pacifici attivisti politici e alimentato profondi risentimenti. Sono gli stessi alleati che hanno finanziato – e continuano a finanziare – lo S.I., e le agenzie d’intelligence occidentali ne sono state – e ne sono – a conoscenza.

E tuttavia lo stanno facendo in circostanze geografiche che negli ultimi dieci anni hanno indubbiamente vissuto un’escalation di crisi convergenti. Come ha detto il Prof. Bernard Haykel di Princeton: “Vedo l’ ISIS come il sintomo di un profondo insieme di problemi strutturali che straziano il mondo arabo sunnita. Ha a che fare molto con la politica, con l’istruzione (con la sua mancanza), con l’autoritarismo, con l’intervento straniero, con la maledizione del petrolio …

Penso che anche se l’ ISIS scomparisse, le cause che lo hanno prodotto rimarrebbero. E queste cause avrebbero dovuto essere affrontate molto tempo fa con decenni di politiche, di riforme e di cambiamenti strutturali favorevoli, e non solo da parte dell’Occidente, ma anche da parte degli stati arabi.”.

Al contrario, come abbiamo visto con la primavera araba, questi problemi strutturali sono stati esacerbati da una tempesta perfetta di interconnessioni tra politica, economia, richieste di energia, crisi ambientali: tutti prodotti di una profonda crisi del capitalismo globale.

Con la regione che da sempre soffre di prolungate siccità, mancanza di agricoltura, calo dei proventi del petrolio causato dal picco nazionale del petrolio, corruzione e cattiva gestione dell’economia aggravata dall’austerità neo-liberista e così via, gli stati locali hanno iniziato a crollare. Dall’ Iraq alla Siria, dall’Egiitto allo Yemen, the, lo stesso mix critico di condizioni climatiche, energetiche e economiche stanno mettendo a dura prova i governi locali in carica.

Occidente alienato

Anche se l’Occidente è molto più resistente alle crisi globali interconnesse, le radicate disuguaglianze negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Europa occidentale – che hanno un effetto sproporzionato sulle minoranze etniche, donne e bambini – stanno peggiorando.

In Gran Bretagna, quasi il 70 per cento dei musulmani di origine dell’Asia Centrale – e due terzi dei loro figli – vivono in stato di povertà. Poco meno del 30 per cento dei giovani britannici musulmani di età compresa tra i 16 e i 24 anni sono disoccupati. Secondo il Minority Rights Group International, le condizioni dei musulmani britannici, in termini di “accesso all’istruzione, all’occupazione e alle abitazioni”, invece di migliorare, negli ultimi anni sono peggiorate. Tutto questo è stato accompagnato da un “aumento preoccupante di aperta ostilità” da parte delle comunità non musulmane, e da una crescente propensione della polizia e dei servizi di sicurezza a prendere di mira gli individui musulmani nell’ambito delle misure di sicurezza anti-terrorismo. L’evidente pregiudizio dei mezzi d’informazione nei confronti degli individui musulmani, e le rimostranze sulle giustificate percezioni di una politica estera aggressiva e ingannevole nel mondo musulmano, hanno creato quel senso dominante di emarginazione sociale legato all’appartenenza all’identità musulmana nel Regno Unito.

È la miscela tossica di tutti i fattori che costituiscono la formazione dell’identità generale che è il vero problema – non ciascuno dei fattori presi individualmente. La povertà, la discriminazione o il pregiudizio verso il mondo musulmano presi da soli non sono fattori che rendono una persona vulnerabile alla radicalizzazione. E’ l’ insieme di questi elementi che crea un’identità alienata, frustrata e prigioniera di un circolo vizioso senza scampo.

Il prolungamento e l’interazione di questi problemi possono contribuire al modo in cui i musulmani in Gran Bretagna, nei vari ambiti della vita, iniziano a vedere se stessi con un tutt’uno. In alcuni casi, si genera un senso radicato di emarginazione e disillusione nei confronti della società in generale. Questa identità di esclusione, quando riguarda una persona, dipenderà poi dalle caratteristiche ambientali, dalle esperienze e dalle scelte di quella persona.
Le crisi sociali prolungate possono creare ovunque le premesse per la nascita di tossiche ideologie xenofobe. Tali crisi minano le tradizioni di certezza e di stabilità radicate in concetti consolidati di identità e di appartenenza.

Mentre i musulmani vulnerabili potrebbero ricorrere alla cultura della bande, o peggio, all’estremismo islamico, i musulmani non vulnerabili potrebbero assumere un’identità emarginata legata a gruppi estremisti come la Defence League inglese, o altre reti di estremisti di destra. Per i gruppi di élite più potenti, il loro senso di crisi potrebbe infiammare ideologie neoconservatrici militaristiche, che andrebbero ad intaccare le istituzioni al potere, giustificare lo status quo, dare un’imbiancata al sistema corrotto che sostiene il loro potere e demonizzare i movimenti progressisti e di minoranza.

In questo vortice, l’iniezione di innumerevoli miliardi di dollari nelle reti islamiche estremiste in Medio Oriente con un debole per la violenza, consegna il potere nelle mani di quei gruppi che in precedenza erano assenti dalle istituzioni locali.

Poiché le molteplici crisi tendono a convergere e a intensificarsi, minando la stabilità dello stato e accendendo la protesta, questa massiccia immissione di risorse destinate agli ideologi islamisti, finisce con l’attrarre persone arrabbiate, alienate e vulnerabili nel loro vortice di estremismo xenofobo. Il punto finale di questo processo è la creazione di mostri.

Disumanizzazione

Mentre questi fattori hanno condotto la vulnerabilità regionale a livelli di crisi, il ruolo primario assunto da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo il 9/11 nel coordinamento dei finanziamenti segreti dei paesi del Golfo agli estremisti islamici militanti in tutta la regione, non ha fatto altro che versare benzina sul fuoco.

I collegamenti che queste reti islamiche hanno con l’occidente significano che le agenzie d’ intelligence nazionali hanno periodicamente e volutamente fatto finta di non vedere i loro seguaci ed infiltrati nei loro paesi, consentendogli di coltivare, reclutare e inviare all’estero dei neo-combattenti.

E’ questo il motivo per cui la componente occidentale dello S.I., anche se molto più piccola rispetto al numero di combattenti che aderiscono dai paesi vicini, resta in gran parte impermeabile a un dibattito teologico significativo. Questi non sono guidati dalla teologia, ma dall’ insicurezza di un’identità e di una psicologia fratturata.

È qui, nelle modalità di reclutamento meticolosamente calibrate adottate dallo S.I. e dalle sue reti di supporto in Occidente, che possiamo identificare il ruolo dei processi di indottrinamento psicologico messi a punto in anni di formazione dalle agenzie d’intelligence occidentali. Queste agenzie sono sempre state coinvolte nell’elaborazione di strumenti violenti d’indottrinamento islamista.

Nella maggior parte dei casi, il reclutamento nello S.I. avviene dopo lunghe esposizioni a video di propaganda attentamente studiati e realizzati con moderni mezzi di produzione: tra i più efficaci ci sono quelli in cui vengono mostrate incessantemente immagini reali di uccisioni e ferimenti di civili iracheni, afgani e palestinesi causate dalla potenza di fuoco occidentale, o dei civili siriani di Assad.

La costante esposizione a tali scene raccapriccianti di atrocità causate dagli occidentali e dal regime di Assad, può spesso avere l’effetto – su chi le osserva – di avvertirle come fossero accadute a lui stesso, una forma, cioè, di trauma psicologico che può provocare anche uno stress post-traumatico.

Tali tecniche di propaganda-culto provocano travolgenti emozioni scioccanti e rabbiose, che a loro volta spengono la ragione e disumanizzano l’ “altro”. Il processo di disumanizzazione è portato a compimento attraverso una contorta teologia islamica. Ciò che conta in questa teologia non è la sua autenticità, ma la sua semplicità. Questo può fare miracoli su una psiche traumatizzata da visioni di morte di massa, la cui capacità di ragione è immobilizzata dalla paura e dalla rabbia.

Ecco perchè l’estremismo e la totale decontestualizzazione sono caratteristiche tipiche degli insegnamenti islamisti estremi: poichè a prima vista sembra tutto giusto e vero.

Dopo decenni di malinterpretazione dei testi islamici da parte degli ideologi militanti, le fonti sono state corrotte appositamente per giustificare l’agenda politica del movimento: leggi tiranniche, uccisioni di massa, asservimento delle donne e così via, tutte cose che sono diventate le basi necessarie per la sopravvivenza e l’espansione dello ‘stato’.
Poichè la principale funzione dell’introduzione del pensiero islamista estremo è la legittimazione della violenza e delle guerre punitive, vengono prodotti dei video di propaganda che promettono alle vulnerabili reclute quello che gli manca: la gloria, la fratellanza, l’onore, e la promessa della salvezza eterna – a prescindere dai crimini e dalle nefandezze che avranno commesso in passato.

Aggiungeteci la promessa del potere – il potere sui nemici, il potere sulle istituzioni occidentali che hanno represso e soppresso i fratelli e le sorelle musulmane, il potere sulle donne – e il fascino che lo S.I. emana, la sua irreprensibilità politica e le sue rivendicazioni di divinità, ecco che il quadro diventa più che convincente, quasi irresistibile.

Questo significa che l’ideologia dello S.I., che è importante conoscere per poterla respingere – non trae la sua forza dalle proprie origini, esistenza ed espansione. E’ solo un oppio del popolo di cui si nutre e che propina ai futuri seguaci.
E in ultimo, lo S.I. è un cancro del moderno capitalismo in crisi, un fatale sottoprodotto della nostra illimitata dipendenza dall’oro nero, un sintomo parassitario dell’evoluzione delle profonde crisi del mondo occidentale e musulmano. Finchè non si risolvono i problemi alla base di questi crisi, lo S.I. continuerà a prosperare.

Nafeez Ahmed PhD è un giornalista, ricercatore di sicurezza internazionale e autore di molti bestseller che hanno analizzato quella che lui definisce la “crisi della civiltà. Gli e’ stato conferito il premio Project Censored Award for Outstanding Investigative Journalism per il suo rapporto pubblicato dal Guardian sulle intersezioni tra le crisi ecologiche, energetiche ed economiche e i conflitti geopolitici regionali. Ha anche scritto per The Independent, il Sydney Morning Herald, The Age, The Scotsman, Foreign Policy, The Atlantic, Quartz, Prospect, New Statesman, Le Monde diplomatique e New Internationalist. I suoi studi sulle motivazioni di base del terrorismo internazionale e sulle operazioni di intelligence ad esso collegate hanno contribuito in modo significativo al lavoro di ricerca della Commissione 9/11 e alla 7/7 Coroner Inquest.

Fonte: http://www.middleeasteye.net

Link: http://www.middleeasteye.net/columns/cancer-modern-capitalism-1323585268

27.04.2015

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14915

LE GUERRE DELL’OCCIDENTE HANNO UCCISO QUATTRO MILIONI DI MUSULMANI DAL 1990

Postato il Giovedì, 16 aprile @ 12:55:00 BST di davide

DI NAFEEZ MASSADEQ AHMED

middleeasteye.net/columns

Il mese scorso la PRS (Physicians for Social Responsibility) di Washington ha pubblicato uno studio secondo il quale dieci anni di “guerra al terrore” dal 9/11 ad oggi, è costato la vita a circa 1,3 milioni di persone, forse anche 2 milioni.
Il rapporto di 97 pagine del gruppo di medici premi Nobel per la Pace è il primo che cerca di calcolare il numero delle vittime civili degli interventi statunitensi in Iraq, Afganistan e Pakistan nel quadro delle operazioni contro il terrorismo.

Il rapporto PSR è stato realizzato da un team interdisciplinare di esperti in salute pubblica, tra cui il Dr. Robert Gould, direttore del Centro Medico di educazione e ricerca medica dell’ Università della California, e il Prof. Tim Takaro della Facoltà di Scienze Mediche della Simon Fraser University.

Eppure, è stato praticamente oscurato dai canali anglofoni d’informazione, nonostante sia stato il primo sforzo di un’organizzazione internazionale di medici sanità pubblica nel produrre un calcolo scientificamente provato del numero delle persone uccise nella “guerra al Terrore” condotta da USA e UK.

ATTENTI AI DIVARI

Il Dr. Hans von Sponeck, ex vice segretario generale delle Nazioni Unite, descrive il rapporto PSR come “un contributo importante nel coprire il divario che esiste tra il numero reale delle vittime civili della guerra in Iraq, Afganistan e Pakistan e le cifre fittizie, manipolate e talvolta anche fraudolente che vengono fatte circolare”.

Il rapporto esegue una revisione critica delle stime precedenti delle vittime civili della guerra al terrore. Esprime una forte critica della cifra più citata dai maggiori canali d’informazione, come il IBC (Iraq-Body-Count/Conta dei morti in Iraq) di 110.000 persone decedute. Si tratta di una cifra desunta mettendo insieme le varie notizie di stampa sulle uccisioni di civili; tuttavia il rapporto PSR individua gravi lacune e problemi di metodo in tale approccio.

Ad esempio, a Najaf sono stati seppelliti 40,000 corpi fin dall’inizio della ‘Guerra’: l’IBC registra solo 1,354 morti nello stesso periodo. E’ un esempio che mostra chiaramente quale sia il divario tra le cifre dell’IBC e quelle reali – in questo caso specifico di un fattore 1:30.

Divari di questo genere pullulano nel database di IBC. In un altro caso, IBC registrava solo tre attacchi aerei nel 2005, quando invece il numero reale degli attacchi aerei era salito a 120 in quell’anno. Ancora una volta un divario, e questa volta di un fattore 1:40.

Secondo lo studio PSR, il tanto contestato rapporto Lancet che ha stimato 655.000 morti iracheni fino al 2006 (e oltre un milione fino ad oggi per estrapolazione) era probabilmente molto più accurato dei dati forniti da IBC. Infatti, il rapporto PSR confermava un consenso virtuale tra epidemiologi sull’ affidabilità dello studio Lancet.

Nonostante le critiche legittime, la metodologia statistica applicata segue lo standard – universalmente accettato per determinare le morti nelle zone di conflitto – utilizzato dalle agenzie internazionali e dai governi.

NEGAZIONE POLITICIZZATA

Il PSR ha anche rivisto la metodologia di altri studi che indicavano cifre più basse, come il documento pubblicato dal New England Journal of Medicine, che mostrava diversi gravi limiti.

Il documento ignorava le aree colpite da maggiore violenza, come Baghdad, Anbar e Ninive, basandosi su dati inesatti di IBC ed estrapolando quelli di queste aree. Inoltre, indicava “restrizioni politicamente motivate” nella raccolta e nell’analisi dei dati – le interviste erano state condotte dal Ministero della Salute Iracheno, che era “completamente dipendente dal nuovo potere occupante” e si era rifiutato di fornire i dati esatti dei morti iracheni su sollecitazione degli Stati Uniti.

In particolare, il PSR ha analizzato le rivendicazioni fatte da Michael Spaget, John Sloboda ed altri a fronte dell’accusa di potenziale fraudolenza dei metodi di raccolta dei dati utilizzati dallo studio. Tali rivendicazioni sono risultate del tutto inconsistenti.

Le poche “critiche giustificate”, conclude il rapporto PSR, “non discutono i risultati dello studio Lancet nel loro insieme. Queste cifre rappresentano ancora “i dati più veritieri attualmente disponibili”. I risultati del Lancet sono anche confermati dai dati di un nuovo studio di PLOS Medicine, che indica 500,000 morti civili nella ‘guerra’. In generale, PSR conclude che il numero più vicino alla realtà dei civili morti in Iraq dal 2003 a oggi è di circa 1 milione.

A questi, lo studio PSR aggiunge circa 220,000 in Afganistan e 80,000 in Pakistan, uccisi direttamente o indirettamente nella ‘Guerra al Terrore’ condotta dagli USA: una cifra conservativa sarebbe 1,3 milioni di persone, ma la reale potrebbe anche raggiungere i 2 milioni.

Tuttavia, anche lo studio PSR presenta dei limiti. In primo luogo, la guerra al terrore lanciata dopo il 9/11 non era una cosa nuova, ma l’estensione di politiche interventiste precedenti sia in Iraq sia in Afganistan.

In secondo luogo, il numero piuttosto contenuto delle vittime civili afgane mostrato dal PSR, indica che questo ha probabilmente sottovalutato il prezzo umano degli scontri in Afganistan.

IRAQ

La guerra in Iraq non e’ iniziata nel 2003, ma nel 1991 con la prima Guerra del Golfo, seguita poi dal regime sanzionatorio delle Nazioni Unite.

Un precedente rapporto di Beth Daponte, allora demografa dell’ufficio censimenti del governo Americano, mostrava che le morti irachene causate direttamente e indirettamente dall’impatto della prima Guerra del Golfo, fossero intorno alle 200,000, di cui la maggior parte civili (1). Nel frattempo, quel suo studio fu fatto sparire dalla circolazione.

Dopo che le forze guidate dagli Stati Uniti si ritirarono, la guerra in Iraq proseguì in ogni caso sul fronte economico, con il regime di sanzioni imposte dalle N.U. su sollecitazione di USA e U.K., con il pretesto di dover negare a Saddam Hussein i beni e le materie prime necessarie per poter costruire armi di distruzione di massa. Molti prodotti inclusi nella lista delle materie negate comprendevano anche beni di prima necessità di uso quotidiano.

Cifre fornite dalle Nazioni Unite hanno mostrato che 1,7 milioni di civili iracheni sono morti come conseguenza del regime sanzionatorio importo dall’Occidente, e metà di questi erano bambini (2).

Queste eliminazioni di massa appaiono come intenzionali. Tra i prodotti inclusi nella lista delle sanzioni delle N.U. c’erano prodotti chimici ed attrezzature essenziali per la depurazione delle risorse idriche nazionali. Un documento segreto dell’agenzia d’intelligence del Ministero della Difesa statunitense, scoperto dal Prof. Thomas Nagy della School of Business della George Washington University, indicava chiaramente le “intenzioni di genocidio del popolo iracheno.”

In un suo documento per l’Associazione degli Studiosi di Genocidi della University of Manitoba, il Prof. Nagi spiegava che il documento DIA conteneva dettagli minuziosi di un metodo praticamente infallibile per far “degradare il sistema idrico di un’intera nazione” nel giro di una decina di anni. La politica sanzionatoria avrebbe creato le “condizioni per la diffusione delle malattie, comprese vere e proprie epidemie su vasta scala,” causando ”di conseguenza l’eliminazione di una vasta porzione della popolazione Irachena” (3).

Questo significa che solo in Iraq, la guerra condotta dagli USA dal 1991 al 2003 ha ucciso 1,9 milioni di iracheni; poi, dal 2003 ad oggi un altro milione circa: in totale, circa 3 milioni di iracheni morti nel giro di due decenni.

AFGANISTAN

In Afganistan, la stima del rapporto PSR delle morti totali potrebbe anche essere molto conservativa. Sei mesi dopo la campagna di bombardamenti successiva al 2001, il giornalista del Guardian Jonathan Steele rivelò che rimasero uccisi un numero tra i 1,300 e gli 8,000 afgani, ed altri 50,000 morirono come conseguenza indiretta della guerra. (4).

Nel suo libro “La conta dei morti: la mortalità che si sarebbe potuta evitare nel mondo dal 1950 ad oggi” (Body count: global avoidable mortality since 1950) del 2007, il Prof. Gideon Polya applicò la stessa metodologia utilizzata dal Guardian per i dati della Divisione Demografica delle Nazioni Unite sulla mortalità annuale per calcolare cifre plausibili delle morti in eccesso/evitabili (5). Biochimico in pensione della La Trobe University di Melbourne, Polya concluse che il totale delle uccisioni evitabili in Afganistan dal 2001 causate dalle privazioni imposte, ammontavano a circa 3 milioni di persone, di cui 900,000 bambini sotto i cinque anni.

Benchè i risultati del Prof. Polya non siano stati pubblicati in giornali accademici, il suo studio del 2007 ‘Body Count’ è stato raccomandato dalla sociologa Prof. Jacqueline Carrigan della California State University e definito “un profilo ad alto contenuto di dati sulla situazione della mortalità infantile nel mondo”, in una rivista pubblicata dal Routledge journal – Socialism and Democracy (6).

Come per l’Iraq, in Afganistan gli interventi statunitensi sono iniziati molto prima del 9/11, sotto forma di sostegno militare, logistico e finanziario segreto ai Talebani dal 1992 in poi. Questo supporto da parte degli Stati Uniti ha dato un forte impulso alla belligeranza talebana consentendogli di conquistare il 90% del territorio afgano.(7).

In un rapporto del 2001 della National Academy of Sciences su migrazioni forzate e mortalità, l’illustre epidemiologo Steven Hansch [8], direttore di Relief International, osservò che la mortalità evitabile totale in Afganistan causata dagli impatti indiretti delle guerra nel corso degli anni ’90 potrebbe attestarsi ovunque tra i 200.000 e i 2 milioni di morti.

Anche l’ Unione Sovietica, naturalmente, ne fu responsabile, per il suo ruolo nella distruzione intenzionale delle infrastrutture civili afgane, causando indirettamente moltissime morti.

Tutto questo suggerisce che, nel complesso, il numero totale di morti afgane conseguenza diretta e indiretta dell’intervento statunitense nel paese a partire dai primi anni ’90 fino ad oggi, potrebbe raggiungere i 3,5 milioni.

NEGAZIONE

Secondo i dati qui considerati, il numero totale di gente morta a causa degli interventi militari degli Stati Uniti in Iraq e in Afganistan dal 1990 – sia per uccisione diretta o per le conseguenze a lungo termine delle privazioni imposte – si aggira intorno ai 4 milioni (2 milioni in Iraq dal 1991 al 2003, più 2 milioni nella ‘guerra al terrore’) e potrebbe anche raggiungere i 6/8 milioni contabilizzando anche le stime superiori delle morti evitabili in Afganistan.

Sono cifre che probabilmente superano la realtà, ma questo non lo sapremo mai con certezza. Le forze armate degli Stati Uniti e del Regno Unito, per una questione di politica, si rifiutano di tenere traccia del numero di vittime civili nelle operazioni militari – considerate solo degli inconvenienti irrilevanti.

A causa della grave mancanza di dati certi in Iraq, della quasi totale assenza di informazioni per Afganistan e dell’indifferenza dei governi occidentali riguardo alle morti civili, è letteralmente impossibile determinare la reale portata delle perdite di vite umane.

In assenza anche della possibilità di conferme certe, queste cifre forniscono stime plausibili sulla base di metodologie statistiche standard, in mancanza di prove certe disponibili. Pur non fornendo un dato preciso, danno una chiara indicazione della portata della distruzione in queste aree.

Gran parte di queste morti viene giustificata nel contesto della lotta contro la tirannia e il terrorismo. Tuttavia, a causa del silenzio dei maggiori mezzi d’informazione, la maggior parte delle persone non ha idea della reale portata distruttiva della guerra al terrore protratta negli anni da USA e UK in Iraq e Afganistan.

Nafeez Mosaddeq Ahmed

Fonte: http://www.middleeasteye.net

Link: http://www.middleeasteye.net/columns/unworthy-victims-western-wars-have-killed-four-million-muslims-1990-39149394

13.04.2015

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

NOTE

[1] « La mortalità prima e dopo l’invasione dell’Iraq del 2003: indagine su campioni aggregati », di Les Roberts, Riyadh Lafta, Richard Garfield, Jamal Khudhairi, Gilbert Burnham, The Lancet, 11 Ottobre 2006.
[2] “Contando le vittime della Guerra” – Bloomberg Business, 5 Febbraio 2013.
[3]Dietro la Guerra al Terrore: la strategia segreta dell’Occidente e la lotta per l’Iraq – Nafeez M. Ahmed, New Society Publishers (1 Settembre 2003).
[4] “Il ruolo della vulnerabilità della depurazione delle acque in Iraq nell’impedire un genocidio e prevenirne altri” – Thomas J. Nagy, Association of Genocide Scholars,12 Giugno 2001.
[5] “Vittime dimenticate” – Jonathan Steele, The Guardian, 20 Maggio 2002.
[6] La conta dei morti – la mortalità evitabile dal 1950 – Gideon Polya, G.M. Polya, Melbourne (2007).
[7] La conta dei morti – la mortalità evitabile dal 1950 – Jacqueline Carrigan, Socialismo e Democrazia, 13 Aprile 2011.
[8] “Lo stato islamico è il cancro del moderno capitalismo”–Nafeez Ahmed, Middle East Eye, 27 Marzo 2015.
[9] Migrazioni forzate e mortalità – Holly E. Reed and Charles B. Keely, Editori; Tavola rotonda sulla demografia delle migrazioni forzate; Commissione sulla popolazione; Divisione sulle scienze sociali e comportamentali e istruzione; Consiglio Nazionale delle Ricerche – 2001.

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14932

Assuefatti al male e alla menzogna, viviamo convinti del nulla dietro un branco di illusi

Lunedì,  Marzo 16th/ 2015

di Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo 

Redazione Quieuropa, Sergio Basile, ISIS, Vescovo di Aleppo, strategie mondialiste, Attacco degli Usa e delle forze alleate, Padre Georges Abou Khazen, schizofrenia di Obama e soci, Isis, tagliagole, presepe, rimozione della croce dagli edifici pubblici

Riflessioni su un anniversario – di Mons. Nazzaro,

Vescovo Emerito di Aleppo

Assuefatti al male e alla menzogna, viviamo convinti del

nulla, pronti a disfarci della nostra cultura e delle

nostre croci e presepi.

Pensate davvero che i tagliagole risparmieranno i complici

occidentali di queste nefandezze? Poveri illusi!!

 

di Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo

siria - primavera siriana - mons Nazzaro

Assuefatti al male e alle menzogne, lasciamo che un popolo muoia

Aleppo, Siria – di Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo, Siria  Il tempo scorre inesorabilmente, noi non ce ne rendiamo conto, purtroppo. Ieri 15 marzo, la triste “primavera siriana” ha compiuto quattro anni. Si dovrebbero tirare delle somme ma, avendola definita “triste”, si potrebbe pensare che abbia già detto tutto. Niente affatto vero! Perché, in realtà, il povero popolo siriano continua a soffrire ed a morire tanto che ormai tutto ciò che sta succedendo in quel paese non ci interessa più di tanto. La nostra insensibilità per la sofferenza di tanti nostri fratelli di fede e non, ha raggiunto forse l’apice, così che anche le stesse notizie falsificate o gonfiate per condannare soltanto una parte dei contendenti e che una volta i mass media ci davano con dovizia di falsi particolari, oggi non ci giungono quasi più o se qualcosa ci viene riferito si tratta di una cosa marginale, ormai ci siamo assuefatti. Lasciamo che un popolo muoia, noi stiamo bene. Invece non è affatto così!

 Profughi e terroristi tagliagole

Oggi a noi Occidentali due sole cose interessano e dobbiamo guardarcene: i Profughi che fuggono quella guerra ed arrivano sulle nostre coste, ed i terroristi del neo califfato governato dai tagliagole, laggiù convogliati da varie parti del mondo compresa la nostra “democratica Europa“. I Profughi sono persone che per salvare la propria vita hanno sacrificato tutto rischiando pure di perderla nella traversata delle infide acque del Mediterraneo. Le loro Odissee ci dovrebbero far riflettere: perché tutto questo? chi l’ha provocato? chi l’ha voluto e soprattutto, chi l’ha sostenuto? Sono domande che non ho mai letto sui giornali e tanto meno ho ascoltato in un TG.

siria - primavera siriana - mons Nazzaro

Viviamo convinti del nulla…

Queste domande non ce le poniamo, perché siamo convinti (?) che abbiamo aiutato un popolo a raggiungere la democrazia. E neppure qui ci siamo posti la domanda: quale democrazia? No. Non possiamo porci questa domanda perché siamo convinti che la democrazia sia la nostra. Ma cos’è per noi la democrazia? Faccio un esempio banale per spiegare a me e a chi legge cosa noi intendiamo per democrazia: la democrazia per noi è come l’andare da un sarto e farsi fare un bel vestito sulle proprie misure, una volta confezionato voglio che esso sia indossato (con le mie misure) da tutti, dal magrolino al medio, dal normale al super dotato ed anche da colui che misura di circonferenza 200-250 cm. Questa è la nostra democrazia. Bravi, bravissimi popoli democratici! Visto che la nostra democrazia ha fallito, non è riuscita ad eliminare colui che, pur non dichiarandosi campione democratico, governava il paese secondo un sistema laico applicato ai principi socio-morali di una società che egli conosceva. (Pardon! noi, però, la conoscevamo meglio perché avevamo già il vestito pronto da far indossare a tutti e valido per tutte le stagioni).

Teste tagliate di seria A e di serie B

Non abbiamo capito il pericolo dell’entrata in azione dei gruppi salafiti penetrati dalla vicina Giordania, che attaccarono subito la base di Banias sul Mediterraneo, non abbiamo neppure capito le formazioni terroristiche che convogliavano nel Nord della Siria via Turchia. Non abbiamo capito neppure la loro prima ‘dichiarazione del Califfato’ fatta nella città di Raqqa. Abbiamo cominciato a capire qualcosa quando ci sono state le prime teste tagliate, non ai siriani o agli irakeni, bensì ai nostri, ai due – tre – quattro americani, europei, ecc… (ferme restando tutte le riserve elepossibile commedie ben inscenate dai governi massonico-democratici occidentali – Ndrsolo in questo momento ci siamo resi conto di cosa siamo stati capaci di mettere in piedi, ma nessuno ha il coraggio di dire “mea culpa”. A noi non sono mai interessate le teste cadute dei siriani, degli irakeni, degli yazidi, dei curdi, ecc… erano cose che non ci toccavano, potevano farne cadere quante ne volevano, tanto per noi erano tutti….. animali da macello. Quando, poi, i tagliagole hanno minacciato anche l’Europa e l’Occidente… ci siamo svegliati quasi da un sogno. Abbiamo cominciato a pensare che bisogna essere attenti…. Ma signori, ci rendiamo conto che molti di questi tagliagole sono dei nostri paesi europei? Noi li abbiamo tenuti e coltivati finché si sono uniti al califfo ed alle sue masnade: tutto potenziale che un giorno ritornerà di diritto a casa propria perché nativi locali e nostri compatrioti.

siria - primavera siriana - mons Nazzaro

Croci divelte, croci abolite a casa nostra e battaglia contro il presepe

I TG spesso, però, ci han fatto vedere chiese distrutte o semplicemente croci divelte perché i tagliagole sono allergici ad essa. Noi, paladini della libertà ed in nome della democrazia, in varie zone d’Europa, non esclusa la nostra terra, abbiamo pensato bene di far scomparire la croce dagli edifici pubblici, dalle scuole; abbiamo fatto la battaglia contro il presepe (peraltro introdotto nella tradizione cristiana dal paladino della pace San Francesco d’Assisi). Tutto questo per non offendere la sensibilità di coloro che domani potrebbero essere i nostri aguzzini. La rimozione della croce, il non fare il presepe, a parte tutto, sono gesti stupidi e beceri da parte di chi pretende di essere democratico e propagatore della libertà di espressione.

La croce e il presepe

La croce ed il presepe sono parte integrante della nostra fede e della nostra cultura. L’Europa è nata sotto il segno della croce e nessun può scalfire questo segno impunemente. Chiudo queste riflessioni con un dubbio: quelli che han decretato la rimozione della croce dalle scuole o dagli edifici pubblici, che han proibito di fare il presepe a scuola, ecc… ritengono davvero che un giorno coloro per i quali hanno tradito la loro coscienza, calpestato quella dei loro padri che per generazioni e generazioni hanno creduto in questi due simboli religiosi che non hanno mai fatto male a nessuno, tutt’altro …  questi signori credono che riceveranno un trattamento di favore? Gli risparmieranno la testa?  Fin d’ora si mettano l’animo in pace perché i tagliagole hanno poca stima di gente che si vergogna della propria identità. Non si illudano che disprezzando le proprie radici salveranno la loro testa . Poveri illusi!!!

 

Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo

Partecipa al dibattito – Redazione Quieuropa – infounicz.europa@gmail.com

Preso da: http://www.quieuropa.it/assuefatti-al-male-e-alla-menzogna-viviamo-convinti-del-nulla-dietro-un-branco-di-illusi/

 

Libia 2015: Non solo jihadisti. Parla un leader della resistenza nazionale

mussa ibrahim

La testimonianza di Mussa Ibrahim, ultimo portavoce della Jamahiriya libica

Leonor Massanet Arbona | lahaine.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Ero a Tripoli, in Libia, come osservatrice straniera nel giugno 2011. Sono stata testimone della maggior parte delle cose esposte da Mussa Ibrahim e di molte altre che non spiega. Ho potuto constatare personalmente che là erano presenti i giornalisti dei media internazionali del mondo intero e che NON informavano su quanto stava accadendo. Erano testimoni diretti. Hanno fotografato, filmato e visto la realtà che però non hanno mai pubblicato.

Ho assistito a come ogni giorno gli aerei della Nato entravano in Libia, lanciavano bombe sulle città e poi se ne andavano. Non ricevevano la risposta libica e non so se sia possibile immaginare che cosa significa sganciare bombe su una città popolata come Tripoli, i morti, l’onda d’urto, la distruzione… ogni giorno gli aerei arrivavano su Tripoli all’alba per poi ritornavi all’inizio mattinata. Era impossibile per qualsiasi libico riposare per più di quattro ore consecutive.

Molte associazioni e gruppi internazionali giunsero in Libia per essere testimoni diretti di ciò che stava accadendo, come l’associazione degli avvocati del Mediterraneo. Dopo aver vissuto una aggressione come quella di cui sono stata testimone in Libia, non potrò più avere fiducia nei media, né nei politici e governi che hanno sostenuto e occultato qualcosa di così disumano, crudele e aberrante… Gli inviati di Rt e Telesur erano lì e posso attestare che informavano e per quanto ne so, hanno sempre detto la verità.

Conferenza stampa 2014

Parole di Mussa Ibrahim, ultimo portavoce della Jamahiriya libica, membro del Movimento nazionale popolare libico che lavora congiuntamente al Consiglio di tutte le tribù e città libiche per tentare di trovare una soluzione alla situazione libica successiva all’attacco della Nato e alle sue conseguenze. Parla in nome di 622 politici libici che si trovano in Libia e in esilio e che rappresentano la Resistenza verde, in difesa della riconciliazione di tutti i libici, dello sviluppo e dei diritti umani.

Apparteniamo a tutta la Libia e sosteniamo tutti i libici che non appoggiano la Nato, né i criminali, i fondamentalisti, gli assassini, coloro che stanno torturando, emarginando, cambiando le leggi per esiliare i libici…

Cerchiamo il vostro sostegno per estendere la nostra realtà. Nel 2011 sono stato il responsabile per la comunicazione con i media internazionali. Ho cercato di fare del mio meglio, ma i veri eroi sono coloro che hanno perso la vita sotto le bombe della Nato o nelle prigioni di al-Qaeda. La sofferenza della Libia ha avuto inizio con l’attacco straniero in seguito ad una risoluzione delle Nazioni Unite che si basava su cinque punti:

1. Secondo i documenti ufficiali dell’Onu, sarebbero stati 10.000 i manifestanti uccisi a Bengasi durante i primi giorni. Tuttavia, il Consiglio nazionale di transizione, con a capo Abdul Jalil, ha pubblicamente ammesso, e si possono anche ascoltare le sue parole su internet, che ciò non è corrisponte al vero. Era noto che il governo libico della Jamahiriya aveva dato ordine di non intervenire nelle manifestazioni.

2. Secondo i documenti ufficiali della Nato, Gheddafi avrebbe distrutto diverse aree di Tripoli come Suk al Juma, Fashlum ed altre. Più di un migliaio fra giornalisti e osservatori internazionali hanno visitato e visto con i loro occhi, potendo filmare e parlare con la gente e pertanto provare che ciò non era vero, che queste zone erano in condizioni del tutto normali.

3. Secondo i documenti ufficiali dell’Onu, più di 8.000 donne libiche sarebbero state violentate dall’esercito libico nelle prime tre settimane del conflitto, ma quando hanno cercato di dimostrarlo, non sono stati in grado di trovarne neanche una.

4. Secondo i documenti ufficiali dell’Onu, la Jamahiriya contava su 35.000 mercenari africani. Non era vero e non avrebbero mai potuto dimostrarlo. Tuttavia ciò è stato usato dalla Nato per uccidere migliaia e migliaia di libici neri e, ovviamente, una volta morti non hanno più potuto dichiarare nulla. Il massacro più terribile è stato compiuto nella città libica di Tawerga, dove i suoi cittadini che non sono stati uccisi ancora non possono tornare alle loro case.

5. Secondo i documenti ufficiali dell’Onu, l’esercito libico della Jamahiriya si attestava a Bengasi per prepararsi a placare le proteste con le armi e a radere al suolo la città. Secondo il documento ufficiale delle Nazioni Unite, la Nato doveva intervenire per fermare l’esercito e salvare la vita dei libici. Tuttavia la realtà è che il governo libico della Jamahiriya stava tenedo colloqui diretti con i rappresentanti di Francia e Stati Uniti per dimostrare e assicurare che l’esercito libico non sarebbe entrato a Bengasi. Il governo della Jamahiriya aveva ordinato all’esercito di non intervenire in alcun modo nelle manifestazioni. La Libia ha fatto l’errore di fidarsi della parola di Francia, Stati Uniti e Inghilterra che non sarebbero intervenuti. La Nato ha mentito. E’ entrata in Libia e per prima cosa ha attaccato ed eliminato le truppe che si erano accampate fuori Bengasi.

La Nato è intervenuta sulla base di queste cinque menzogne

La Jamahiriya libica ha cercato di organizzare una “Fact Finding Mission” (Commissione di studio dei fatti) e a tal scopo furono chiamati tutti i principali media del mondo come Bbc, New York Times, Rt, Telesur… Inoltre furono invitati osservatori internazionali provenienti da tutto il mondo affinché vedessero la realtà.

I media internazionali risposero di non essere in grado di compiere una ricerca sul campo (“fact finding mission”) perché:

1. Non avevano stanziamenti a questo scopo.
2. Non possedevano il materiale adeguato.

L’Unione africana cercò di creare una Commissione per la “Fact Finding Mission”, ma non le è stato consentito.

Tutti questi fatti sono stati ignorati dai media internazionali e dai politici.

Ora sappiamo perché siamo stati aggrediti: per la posizione che la Libia occupava in Africa, con il sostegno all’Unione africana, il lavoro per il Mercato comune africano e per l’Unione araba, con l’aiuto ai popoli oppressi…

Tutto questo ha portato all’attacco occidentale alla Libia, poiché essi non desiderano un’Africa indipendente.

In questo momento, il problema maggiore dei libici è rappresentato da:

1. Gli esuli. Secondo il governo tunisino vi sono 1,5 milioni di rifugiati libici in Tunisia. Il governo egiziano indica che nel paese sono presenti 1,25 milioni di rifugiati libici, oltre a tutti quelli in Algeria, Niger e in molti altri paesi.

Secondo le nostre stime tuttavia, ci sono approssimativamente 2 milioni di libici rifugiati all’estero. Ricordiamo che la Libia aveva una popolazione di 6 milioni di persone, il che significa che il 30% dei libici è stato costretto ad abbandonare il proprio paese e sta soffrendo.

2. Il controllo della Libia da parte di estremisti come quelli di al-Qaeda. Costoro hanno il denaro, le armi, contano sull’appoggio esterno e su migliaia di mercenari. In questo momento, i peggiori terroristi al mondo, ovvero le superstar del terrorismo mondiale sono in Libia.

Il più importante terrorista internazionale è Abdul Hakim Bilhaj. E’ stato in Somalia, Iraq, Afghanistan, in carcere a Guantanamo e in Libia. Nel settembre del 2011, quando la Nato entrò a Tripoli, Bilhaj fu messo a capo della sicurezza. E’ stato pagato dall’Occidente per lavorare in alcune imprese, diventando così milionario. Si è messo un vestito ed ora è ricevuto dai governi occidentali. Oltre a Abdul Hakim Bilhaj, in Libia è presente l’élite del terrorismo.

3. In questo momento ci sono 35.000 prigionieri politici, detenuti in carceri illegali e sconosciute. Sono stati torturati, maltrattati, in violazione di tutti i diritti umani. Ci sono anche intere famiglie imprigionate. Ogni settimana da queste carceri escono corpi senza vita. Alcuni sono direttamente sepolti, mentre altri vengono restituiti alle famiglie.

4. La balcanizzazione della Libia. Stanno cercando di dividere la Libia in tre parti. I fondamentalisti non ambiscono ad un paese forte, ma vogliono paesi piccoli e deboli per poter meglio agire.

Noi libici non solo piangiamo la Libia, ma cerchiamo soluzioni per non essere “colonizzati”. Ci affidiamo a un dialogo che includa tutti i libici, con l’eccezione di fondamentalisti e mercenari della Nato.

Il dialogo continua, lavoriamo duramente per questo. Sarebbe molto più facile se non ci fosse stato l’intervento occidentale.

La maggior parte dei libici sogna il ritorno di questi ultimi 42 anni di Jamahiriya. Questo non significa affermare che tutto era perfetto. C’erano molti problemi, ma li potevamo risolvere noi libici e stavamo lavorando per risolverli.

Conferenza stampa in inglese:

A Tripoli, a Tripoli!

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di Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

L’articolo 87 della nostra Costituzione è ancora fresco di modifica nell’ambito della riforma costituzionale approvata dalla Camera dei Deputati, che già l’Italia del governo Renzi si prepara alla avventura bellica che metterà fine allo spirito pacifista della nostra Carta fondamentale, relegando il già bistrattato articolo 11 tra i rottami del “secolo breve”. Basterà una semplice maggioranza, frutto di una legge elettorale che concede la maggioranza assoluta dei seggi ad una minoranza del Paese, per dichiarare guerra.

Ma meglio agire d’anticipo e lanciare subito il messaggio: nella nuova spartizione “neocoloniale” del mondo ci siamo pure noi, senza più tentennamenti e mal di pancia di sorta. E più velocemente senza lacci e laccioli del processo democratico con le sue interminabili discussioni, le sue trattative e i suoi compromessi. Ed ecco quindi la Libia, la nostra “quarta sponda” sulle cui macerie cresce la minaccia dell’Isis. Il dovere ci chiama: per l’ennesima volta la difesa della civiltà ci chiama. Che la stessa civiltà da difendere sia la prima responsabile della distruzione dello Stato libico e dell’avanzare del nuovo nemico pubblico, poco importa. Ricordarlo è semplice disfattismo, quando non dimostrazione della alleanza tra residui del comunismo e estremisti islamici in nome della lotta all’occidente capitalista.

Mentre suonano i tamburi di guerra – A Tripoli, a Tripoli! – a generare più sconcerto è ancora una volta la dimostrazione di subalternità di una parte – quella maggioritaria – della sinistra italiana. A dichiararsi favorevole ad un intervento di “Peace keeping” in Libia è Sinistra, Ecologia e Libertà, allo stesso modo con il quale nel 2011 approvò l’idea di una “no fly zone” che presto si rivelò per quel che era in realtà: una campagna di bombardamenti senza quartiere sulla Libia in appoggio alle milizie – anche quelle dell’estremismo islamico – che combattevano contro Gheddafi. Ancora una volta la logica dell’interventismo umanitario trova una sinistra culturalmente e politicamente disarmata pronta ad accodarsi.

A stupire e sconcertare è l’assoluta leggerezza (o furbizia?) con la quale si utilizzano specifiche definizioni come quella di “Peace keeping” che ha contorni ben precisi: operazione, sotto mandato Onu, che ha il compito di vigilare su un processo di pace già in essere fra i contendenti sul terreno. Un quadro diametralmente opposto a quello libico nel quale la guerra civile, con interventi di combattenti stranieri, è in pieno svolgimento con un portato terrificante di violenza. Un intervento in Libia non potrà essere altro che una guerra vera e propria con bombardamenti massicci che coinvolgeranno le popolazioni dei centri urbani. Sarà una “guerra coloniale” a tutti gli effetti, con lo spiegamento di truppe di terra che dovranno affrontare tutte le insidie di una guerriglia diffusa, col suo portato di torture e oppressione, in confronto al quale il precedente della Somalia rischia di essere stato una passeggiata. Altro che Libano! Le parole del generale Carlo Jean non lasciano dubbi a proposito: “Neanche se inviassimo diecimila o centomila uomini la situazione si tranquillizzerebbe, dal momento che sul territorio ci sono un milione di armati divisi in 1500 gruppi che tentano di ottenere profitti per prendere il potere politico. Di conseguenza il problema non è di fare un peace keeping, ma un peace enforcement: avere una forza tale da riuscire a imporre la pace alle varie milizie disarmandole. Un risultato tutt’altro che semplice.”

E a condurre questa missione saranno gli stessi Paesi responsabili del disastro in corso. La sinistra gli presterà ancora soccorso?

Preso da: http://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/25155-a-tripoli-a-tripoli.html#

“La notizia dei missili contro l’Italia era falsa”. Come si costruì nel 1986 la campagna mediatica e militare contro la Libia

Gheddafi e i missili fantasma, un mistero internazionale
“La notizia dei missili contro l’Italia era falsa”. Come si costruì nel 1986 la campagna mediatica e militare contro la Libia
Vent’anni fa Italia in allarme per gli Scud libici su Lampedusa. L’ex capo dell’Aeronautica ora dice: “Era falso”
25 novembre 2005 – Gianluca Di Feo
Fonte: http://www.espressonline.it

Due boati, un rumore assordante che arrivava dal mare. Due esplosioni senza testimoni e l’Italia si ritrovò a un passo dalla guerra. Mancavano pochi minuti alle 17 del 15 aprile 1986. “È stato fortissimo, come una porta sbattuta violentemente. Sono uscita per strada, tutti siamo scesi lungo il corso. C’era chi gridava: ‘È scoppiata la guerra!'”. A Lampedusa tutti sentirono, nessuno vide. Il primo dispaccio di agenzia parlava di “cannonate sparate da una motovedetta libica”. Poi si pensò a un aereo. Intorno alle 18 le autorità americane informarono il ministro della Difesa Giovanni Spadolini: Gheddafi aveva scagliato due missili Scud contro l’isola, ordigni scoppiati a un paio di chilometri dalla costa. Il giorno dopo, il grido della gente di Lampedusa diventò il titolone dei quotidiani: ‘Ora l’Italia è in prima linea’. Quegli Scud sono diventati storia: l’unico attacco missilistico contro un paese occidentale. Due esplosioni che hanno troncato le relazioni tra Roma e Tripoli, spazzando via business lucrosi e portando la Fiat a riacquistare le azioni libiche. Eppure del lancio di quei missili non c’era nessuna prova. E ora, a quasi 20 anni di distanza, c’è chi comincia apertamente a parlare di finzione.

Il primo a farlo è l’uomo che in quei giorni avrebbe potuto ordinare la rappresaglia contro la Libia. Il generale Basilio Cottone, allora capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, oggi dichiara: “Non credo siano stati lanciati missili contro Lampedusa. Personalmente non l’ho mai creduto. La notizia dei missili per me era falsa e le azioni messe in atto volevano accreditarla. Molte organizzazioni extranazionali erano allora interessate al fatto che il governo italiano adottasse una politica di più forte chiusura nei confronti della Libia”.

Il generale Cottone ha concesso una lunga intervista alla rivista on line ‘Pagine di Difesa’, astro nascente della pubblicistica militare, in cui ricorda quelle giornate di fuoco. Non è un pensionato qualunque: ex pilota da caccia, ex comandante delle forze aeree Nato nel Mediterraneo, è stato al vertice dell’Aeronautica per tre anni. Dopo il congedo è diventato presidente dell’Agusta, il colosso degli elicotteri: adesso a 78 anni resta nel consiglio di amministrazione della società aerospaziale. “Dubbi su quella vicenda ci sono sempre stati. Non abbiamo mai trovato prove evidenti dell’attacco: nemmeno una scheggia”, spiega a ‘L’espresso’ il generale Mario Arpino, successore di Cottone alla guida dell’Arma azzurra. Che ricorda: “All’indomani del caso Lampedusa, Cottone mi incaricò per conto del governo di studiare una ritorsione contro la Libia nell’eventualità di altre azioni ostili. Noi preparammo una serie di piani”. Ma i nostri radar avvistarono gli Scud? “I nostri radar non erano in grado di scoprire missili di quel genere. Avevamo chiesto alla Nato di fornirci degli Awacs, radar volanti molto potenti, ma ci furono concessi mesi dopo”. Solo i satelliti Usa quindi potevano vedere gli Scud: solo gli occhi spaziali americani che in quel momento tenevano sotto controllo tutto il Canale di Sicilia. Ma Washington a chi trasmetteva i dati dei satelliti? “Gli americani non hanno mai interferito a livello operativo: io ero responsabile della sala di crisi e non mi comunicarono nulla. Se informavano qualcuno, lo facevano a livello politico. So con certezza che non venimmo nemmeno avvisati del raid contro Tripoli. Ricordo la sorpresa quella notte quando i nostri radar scoprirono gli aerei diretti in Libia”.

Erano le prime ore del 15 aprile. Squadriglie di bombardieri americani piombano sulla capitale libica e distruggono la residenza di Gheddafi. È un’operazione decisa da Ronald Reagan, che considera il leader libico uno dei grandi finanziatori del terrorismo e lo accusa dell’attentato contro una discoteca di Berlino frequentata dai soldati statunitensi. Il presidente della Jamairiah sfugge alle bombe, ma tra le macerie restano una delle figlie adottive e decine di vittime civili. Gli stormi erano decollati dalla Gran Bretagna: Francia e Italia, avvertite all’ultimo minuto, non permisero il sorvolo dello spazio aereo. Ma le tensioni più forti sono proprio con l’Italia.

Il nostro governo aveva una linea filo-araba: il premier Bettino Craxi manteneva ottimi rapporti con i palestinesi, il ministro degli Esteri Giulio Andreotti aveva creato legami forti con Tripoli. Sei mesi prima Reagan e Craxi erano arrivati allo scontro per il sequestro dell’Achille Lauro: la notte di Sigonella aveva segnato il momento più teso nelle relazioni tra i due Paesi. È chiaro che nel pianificare la campagna contro Gheddafi gli americani dovevano tenere conto del fattore Italia: Palazzo Chigi aveva più volte criticato le manovre-sfida della Sesta flotta nel Mediterraneo. Poi la mattina del 15 aprile dal governo arrivano parole molto dure nei confronti del raid Usa su Tripoli. Passano poche ore ed ecco i boati di Lampedusa.

Le esplosioni vengono sentite non lontano da una base della Guardia costiera americana, una stazione radio con 20 uomini di guarnigione che – ma si saprà solo mesi più tardi – era stata rafforzata da un contingente di marines nella seconda settimana di aprile. Dopo le detonazioni per un’ora nessuno capisce bene cosa sia accaduto. Poi la comunicazione degli Usa a Spadolini punta il dito sulla Libia: sono stati lanciati due Scud, l’arma più potente dell’arsenale della Jamairiah. Una versione mai più messa in discussione. Molti però hanno avuto dubbi. I pescatori di Lampedusa, per esempio, rimasero sorpresi dall’assenza di pesci morti. Una bomba a mano con pochi grammi di esplosivo, quelle usate per le battute di frodo, riempie cassette di pesce. Invece quegli Scud con due tonnellate di plastico non avevano infastidito la fauna ittica: neanche una sardina era venuta a galla. I missili poi sono lunghi più di 11 metri e lasciano rottami di grandi dimensioni. I nostri militari li hanno cercati per anni, anche con sonar speciali e mini-sottomarini: non è mai stato trovato nulla. Infine c’erano considerazioni tecniche: Lampedusa è al limite massimo della portata degli Scud. Più si spara lontano, meno l’arma è precisa: essere arrivati a 2-3 chilometri da una piccola stazione radio rappresenta un risultato eccezionale per soldati maldestri come i libici. Ricorda il generale Cottone: “L’unico ad aver avuto dubbi circa il lancio sono stato io. Ma poiché tutti lo credevano, ho ritenuto di operare di conserva”.

I libici d’altronde rivendicano l’attacco. Il primo a farlo, 24 ore dopo, è l’ambasciatore a Roma: “I missili sono venuti dalla Libia, non abbiamo cercato di colpire l’Italia ma una base Usa”. Perché dovrebbero attribuirsi un assalto che non hanno compiuto? “Hanno solo cavalcato gli eventi”, sostiene Cottone. Secondo questa ipotesi, a Gheddafi conviene stare al gioco: è nel momento più difficile, gli fa comodo fingere per non perdere la faccia davanti al mondo arabo.

Di “finzione” ha parlato nel 2003 anche Cesare Marini, senatore dello Sdi, ma in senso opposto. Secondo Marini, fu Craxi a informare Gheddafi dell’imminente blitz americano, permettendo al leader libico di salvarsi. I missili sarebbero stati un espediente per coprire ‘l’amico italiano’. Le dichiarazioni di Marini, all’epoca esponente di punta del Psi, non hanno trovato conferme. Gli analisti militari però sono scettici: si sarebbe trattato di una messinscena pericolosa, la partenza degli Scud avrebbe potuto scatenare una nuova ondata di bombe Usa. Invece gli americani non mossero un dito, nonostante le batterie di Scud fossero la minaccia più importante contro la Sesta Flotta. E il governo italiano? Fa il muso duro. Accusa Gheddafi, mobilita le forze armate ed espelle diplomatici. In realtà nessuno ha paura: “Di certo io non mi sono spaventato”, commenta Giulio Andreotti: “La mia sensazione è che i missili furono lanciati ma volutamente fuori bersaglio: non c’era nessuna volontà di causarci dei danni”. Anche Giuliano Amato, all’epoca sottosegretario a Palazzo Chigi, dichiara: “L’unica cosa che mi è rimasta in mente è che, se missili erano, di sicuro ‘si afflosciarono’ arrivando a Lampedusa”.

Nessun danno, ma un risultato enorme: gli Scud tagliano i legami tra Roma e Tripoli. Vanno in fumo affari per migliaia di miliardi, la Fiat mette i libici alla porta, scompare l’ultimo partner europeo disposto al dialogo. Insomma, un autogol per Gheddafi. Ma il generale Cottone offre un’analisi diversa: “Un insieme di nazioni occidentali non vedevano di buon occhio l’atteggiamento pro-arabo tenuto dall’Italia. Penso sia stata una azione di ‘servizi’ che hanno montato la cosa, però il fatto ha assunto credibilità internazionale ed è rimasto nell’immaginario collettivo il lancio concreto. Credo che l’Occidente in generale, intendo Europa ed America, era interessato che l’Italia non seguisse la politica di compromesso con la Libia”. A proposito, il nome Scud nasce dalla somiglianza tra la forma del missile e una specie di gamberi. E almeno di quelli le acque di Lampedusa sono sicuramente piene.

Note:
L’articolo è stato tratto dal sito on line dell’Espresso come appare oggi in home page, precisamente dalla pagina
http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?idCategory=4821&idContent=1181482&m2s=a
Il titolo è stato modificato da PeaceLink.
Preso da: http://www.peacelink.it/mediawatch/a/13715.html

Bernard-Henri Levy e la distruzione della Libia

Le Grand Soir, 26 novembre 2013 (trad. ossin)

Ramzy Baroud

Levy, che sembrava un tempo come il più in vista tra i difensori della guerra contro la Libia, è completamente scomparso dalle luci della ribalta libica. Forse sta istigando disordini altrove, in nome della sua dubbia filosofia. La sua missione in Libia è compiuta e il paese si trova oramai nella situazione peggiore mai raggiunta

Se il primo ministro Benjamin Netanyahou è “l’ebreo più influente nel mondo intero”, B-H Levy è al numero 45, secondo un articolo pubblicato dal Jerusalem Post il 21 maggio 2010. Secondo il Post, Levy si colloca solo due posti dietro Irving Moskowitz, “un magnate della stampa residente in Florida e considerato come il più importante sostenitore dell’espansione edilizia ebraica a Gerusalemme est”.

Proclamare che, nella migliore delle ipotesi, Levy è un impostore intellettuale, rischia di far perdere di vista la logica evidente che sembra sottendere tutte le attività di quest’uomo, lavoro e scritti. Egli sembra ossessionato dall’idea di “liberare” i mussulmani, di Bosnia e Pakistan, di Libia e altrove. E tuttavia non può parlarsi di una ossessione sana che nasca da un amore aperto e dal fascino sentito per la loro religione, la loro cultura e i loro infiniti modi di vita.

“Un messia che non teme di promuovere la violenza per il maggior bene dell’umanità”
Nel corso di tutta la sua carriera difficile da inquadrare, Levy ha fatto molto male, talvolta servendo da lacchè agli uomini di potere, altre volte portando avanti crociate sue proprie. Egli è un grande partigiano dell’intervento militare, e il suo profilo è disseminato di riferimenti ad alcuni paesi mussulmani e ad interventi militari, dall’Afghanistan al Sudan e, da ultimo, alla Libia.

Nel New York Magazine del 26 dicembre 2011, Benjamin Wallace-Wells parlava del filosofo francese come di un “Messia che non teme di promuovere la violenza per il maggior bene dell’umanità”.

Nell’articolo “European Superhero Quashes Libyan Dictator”, Wallace-Wells scriveva del “filosofo (che) è riuscito a spingere il mondo a schiacciare uno spregevole cattivo”. IL cattivo in questione è ovviamente Muammar Gheddafi, il leader libico che venne rovesciato e massacrato dopo essere stato, sembrerebbe, sodomizzato da alcuni ribelli in occasione della sua cattura nell’ottobre 2011.( o almeno così ci hanno ORDINATO di credere).

Un’analisi dettagliata del Global Post sull’aggressione sessuale subita dal leader di uno dei più importanti paesi africani è stata pubblicata dal CBS Nwews e da altri media.

Levy, che sembrava un tempo come il più in vista tra i difensori della guerra contro la Libia, è completamente scomparso dalle luci della ribalta libica. Forse sta istigando disordini altrove, in nome della sua dubbia filosofia. La sua missione in Libia è compiuta e il paese si trova oramai nella situazione peggiore mai raggiunta sotto il regime di Gheddafi . Il “cattivo dittatore” è stato battuto, è cosa fatta.

Poco importa se il paese, al momento, è diviso tra tribù e milizie, e se il Primo Ministro “post democratico”, Ali Zeidan, è stato recentemente rapito da una milizia ingestibile, e poi liberato da un’altra.

Nel marzo 2011, Levy si assunse la responsabilità di volare a Bengasi per “reclutare” insorti libici. Quello fu un momento decisivo, perché fu questo tipo di mediazione che consentì ad alcuni gruppi armati di trasformare una sollevazione regionale in una guerra totale che ha coinvolto la NATO.

Armata di quella che non era altro che una interpretazione manipolatrice della risoluzione 1973 dell’ONU, il 17 marzo 2011 la NATO avviò una forte offensiva militare contro un paese dotato di una difesa aerea primitiva e di un esercito male equipaggiato. I paesi occidentali inviarono massicci carichi di armi ai gruppi libici, col pretesto di prevenire massacri che sarebbero stati sul punto di essere perpetrati da truppe leali a Gheddafi.

Massacri ve ne sono stati in effetti, ma non del tipo paventati dagli “interventisti umanitari” occidentali. L’ultimo in ordine di tempo vi è stato pochi giorni fa, venerdì scorso a Tripoli – 43 persone sarebbero state uccise e 235 ferite, quando alcuni miliziani hanno attaccato dei manifestanti pacifici che chiedevano solo che le milizie di Misurata se ne andassero.

Ecco ciò per cui Levy e compagnia bella hanno passato tanto tempo a fare lobbying
Uno dei maggiori successi di Levy in Libia fu di ottenere il riconoscimento internazionale del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT). La Francia e altri paesi fecero delle campagne di propaganda per il CNT come una alternativa alle istituzioni dello Stato di Gheddafi, che la NATO aveva sistematicamente distrutte.

Nella sua intervista al New York Magazine, Levy dice “qualche volta uno ha delle intuizioni che non sono chiare nemmeno a sé stesso”. Citazione riferita alla folgorante rivelazione vissuta dal “filosofo” il 23 febbraio 2011, guardano delle immagini televisive in cui le forze di Gheddafi minacciavano di affogare Bengasi “in un mare di sangue”.

Altro che intuizioni confuse, il programma di Levy è quello di un politico calcolatore. Come una versione francese dei neo-conservatori statunitensi che giustificavano la loro guerra devastatrice contro l’Iraq con ogni sorta di ragionamenti morali o filosofici e altre imposture. Per loro si trattava, prima di tutto, di una guerra per la “sicurezza” di Israele, con qualche gratificazione pratica chiavi in mano, raramente realizzatesi. In effetti, l’eredità di Levy è carica di riferimenti inequivoci al programma dei neocons.

La destra israeliana è affascinata da B-H Levy. Nel Jerusalem Post, la celebrazione della sua influenza globale culmina con la seguente citazione: “Un filosofo francese e uno dei leader del movimento dei Nouveaux Philosphes che dicevano che gli ebrei hanno la vocazione di fornire una voce morale unica nel mondo”.

Ma di morale qui non c’è niente. Le prodezze filosofiche del nostro sembrano avere di mira esclusivamente i mussulmani e le loro culture. “Il velo è un invito allo stupro” ha dichiarato alla Jewish Chronicle nell’ottobre 2006.

A lui la filosofia sembra tagliata apposta per vestire un programma politico di propaganda in favore degli interventi militari. Le sue arringhe hanno contribuito a distruggere la Libia ma senza impedirgli di scrivere un libro sulla “primavera” libica. Ha parlato del velo come di un invito allo stupro, tacendo del tutto sui numerosi casi di stupro registrati in Libia dopo la guerra della NATO. Nel maggio 2011, fu tra i pochi a difendere il presidente dello FMI, quando Dominique Strauss-Kahn venne accusato di avere violentato una cameriera a New York. Era una “cospirazione”, diceva, e la cameriera ne era complice.

Si potrebbe tentare di avere comprensione per l’odio di Levy nei confronti dei dittatori e dei criminali di guerra; dopo tutto Gheddafi non era certo un campione dei diritti umani. Ma Levy però non è un filosofo. Una qualità fondamentale del vero filosofo è la coerenza morale. Levy non ne ha nemmeno un briciolo. Una settimana dopo che il Jerusalem Post aveva celebrato l’influenza morale di Levy nel mondo, il quotidiano Haaretz descriveva il suo sostegno all’esercito israeliano titolando il 30 maggio 2010:

“Bernard-Henri Levy: Non ho mai visto un esercito democratico come le FDI”

Era un articolo a proposito del colloquio “La democrazia e le sue sfide”, tenuto a Tel Aviv. “Io non ho mai visto un esercito democratico come le FDI (Forze di difesa israeliane), che si pone simili problemi morali. C’è qualcosa di raramente vitale nella democrazia israeliana”.

Quando si pensi alle guerre e ai massacri perpetrati dall’esercito israeliano contro Gaza nel 2008-9 e nel 2012, non si riescono a trovare le parole appropriate per descrivere l’accecamento morale di Levy e gli errori della sua dottrina. Meglio è affermare che né la morale né la filosofia hanno molto a che vedere con Bernard-Henri Levy e la sua incessante voglia di guerra.

Preso da:

http://www.ossin.org/inchieste/bernard-henri-levy-e-la-distruzione-della-libia.html