La “primavera araba” ha portato l’Isis in Libia

Paolo Sensini, storico e autore di un saggio sulla guerra contro Gheddafi del 2011, analizza la situazione odierna del Paese risalendo alle radici della crisi.

Roma, 17 Febbraio 2015 (Zenit.org) Federico Cenci

“Avrete Bin Laden alle porte, ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo”. Più che il colpo di coda dialettico di un dittatore ormai braccato, questo avviso che Mu’ammar Gheddafi lanciò nella sua ultima intervista – rilasciata nel 2011, – appare oggi come una profezia. Miliziani che sfilano sotto le insegne dello Stato islamico avanzano nel Paese, mentre giornali italiani titolano preoccupati: “L’Isis è a sud di Roma”. Di cosa accade in Libia e di quali scenari potrebbero aprirsi, ZENIT ne ha parlato con Paolo Sensini, storico e autore dei libri Libia 2011 (ed. Jaca Book) e Divide et Impera – Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente (ed. Mimesis).

Chi sono i miliziani che hanno alzato la bandiera nera dell’Isis in Libia?

Paolo Sensini: ~ Sono gli stessi che nel 2011 – spalleggiati in tutto e per tutto da Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e poi anche dall’Italia – hanno compiuto la cosiddetta “primavera araba”. Queste persone che oggi rappresentano uno “spauracchio” venivano descritti nel 2011 come coloro che stavano portando in Libia la democrazia. Costoro, più o meno nell’ordine di un milione di persone armate fino ai denti, si stanno ora contrapponendo gli uni agli altri per guadagnare quanto più potere possibile. Oggi si parla tanto di Isis, ma in Libia esiste da tempo una miriade di sigle riconducibili tutte all’islamismo fondamentalista. La bandiera nera di al Qaeda è stata issata nei giorni in cui veniva ucciso Gheddafi: durante la rivolta sventolava sul Palazzo di Giustizia di Bengasi e sulla città di Derna, dove era stato istituito un Califfato. Nel tempo queste forze non hanno fatto altro che radicalizzarsi.

Qual è la situazione odierna?

Paolo Sensini: ~ Quello che ora sembra di vedere è l’incapacità del governo di Tobruk, cioè quello riconosciuto dall’Occidente e presieduto da Abdullah al-Thani, di gestire la situazione di totale caos. Di qui il suo tentativo di creare quanto più allarmismo possibile per coinvolgere nell’intervento militare anche i Paesi occidentali oltre che l’Egitto.

Intervento che potrebbe coinvolgere anche l’Italia?

Paolo Sensini: ~ Sarebbe una follia, per l’incapacità di gestire una situazione che vede sul terreno circa un milione di persone armate, disposte anche a portare avanti una guerriglia che troverebbe l’esercito italiano impreparato. E poi dovrebbero essere le Forze armate che hanno causato il disastro libico a farsi carico della situazione: innanzitutto la Francia. L’Italia non può sempre arrivare a “togliere le castagne dal fuoco”. Piuttosto, l’Italia dovrebbe fermare il flusso migratorio che proviene da quell’area: rispedendo verso le coste libiche i barconi carichi di immigrati dopo aver curato le persone più gravi. Così neutralizzerebbe la tratta di esseri umani e non alimenterebbe le ricchezze che i miliziani traggono dai disperati.

Dalle dichiarazioni che giungono da Palazzo Chigi appare comunque che la soluzione militare sia considerata una “extrema ratio”. Preliminarmente si stanno contemplando ipotesi diplomatiche, tra cui la nomina di Romano Prodi a mediatore Onu…

Paolo Sensini: ~ Romano Prodi era tra coloro che nel 2011 esercitarono pressioni verso un Berlusconi tentennante per spingere l’Italia in guerra. La prima responsabilità è però del presidente Napolitano, il quale, nonostante avessimo un accordo di amicizia con Gheddafi siglato nel 2008 e che contemplava addirittura l’intervento militare al fianco della Libia nel caso in cui fosse attaccata, sospinse con forza l’entrata dell’Italia in guerra. Non è il caso di affidarsi a chi ha provocato quel guaio, oggi testimoniato dalle condizioni in cui versa la Libia.

Mons. Martinelli, vicario apostolico di Tripoli, in un’intervista al Corriere della Sera ha affermato che con Gheddafi c’erano anche “scambi di amicizia” ed era una personalità che “non faceva paura”…

Paolo Sensini: ~ Gheddafi, pur non avendo nel 2011 nessuna carica politica ma solo in virtù della sua grande capacità di leadership, gestiva le risorse del proprio Paese (petrolio, gas, acqua…) nella più totale autonomia e nell’ambito di una cooperazione con l’Italia. La cosa era per nulla gradita a potenze come Francia e Gran Bretagna, che ambivano ad avere maggiore influenza in Libia. C’è poi da dire che Gheddafi aveva la capacità di gestire la Libia laicamente e non su criteri confessionali, come invece fanno le potenze alleate dell’Occidente nei Paesi del Golfo provocando evidentemente l’approvazione occidentale. Questi i motivi reali che portarono all’intervento militare del 2011.

Concretamente quali danni ha subito l’Italia dalla guerra del 2011 e cosa rischia oggi, alla luce dell’aggravarsi della crisi libica?

Paolo Sensini: ~ I danni subìti sono enormi. Basti pensare che l’Eni ha avuto una diminuzione da un milione e mezzo di barili prodotti in Libia ogni giorno a 150mila. Poi vi è tutto un interscambio di infrastrutture, contemplato nell’accordo di cooperazione siglato nel 2008, che è venuto meno. Si tratta di una serie di immobili che avrebbero costruito compagnie italiane, ma su tutti spicca il progetto dell’edificazione di una strada litoranea che avrebbe dovuto duplicare la via Balbia, che era già stata costruita durante il ventennio fascista. Oggi il rischio è sotto i nostri occhi: l’afflusso di migliaia di clandestini che arrivano sulle nostre coste malgrado l’Italia non sia più nelle possibilità di assorbire immigrati. Cosa, quest’ultima, che la Libia faceva: era un Paese di 6milioni di abitanti che ospitava circa 2milioni di neri sub-sahariani. Oggi invece, a causa di quella sciagurata “primavera araba”, chi gestisce queste situazioni sono i miliziani che hanno dato vita a una vera e propria tratta di esseri umani.

~

FONTI :
Fatti Italiani.it
Zenit.org
Ripubblicati da TerraSantaLibera.org alla pagina
https://terrasantalibera.wordpress.com/2015/02/23/paolo-sensini-daesh/

Preso da: https://syrianfreepress.wordpress.com/2015/02/23/sensini-42668/

La fame nel mondo? Un affare per le banche

24.2.2015
Grazie alla finanziarizzazione dell’agricoltura banche e fondi speculano su grano e mais, alzando i prezzi e affamando i popoli
Lucandrea Massaro

Con due pezzi a firma di Dominique Greiner e di Antoine d’Abbundio sul quotidiano cattolico francese “La Croix” di ieri, si torna a parlare con forza di problema che interessa tutto il mondo, ed in special modo l’Italia che ospita l’Expo 2015 sui temi della fame nel mondo: la speculazione finanziaria sul prezzo delle materie prime alimentari.

Due anni dopo il rapporto “Banques: la faim leur profite bien” (Alle banche, la fame procura profitti, NdR), Oxfam pubblica il suo rapporto sul problema della speculazione sulle materie prime agricole. Le banche francesi, nonostante alcuni progressi positivi, possono fare di più, ritiene la ONG Oxfam, che aveva iniziato la sua battaglia su questo tema già nel febbraio 2013 quando il progetto di legge bancaria veniva discusso in parlamento. Da allora, le banche francesi non hanno ufficialmente più il diritto di speculare sui mercati di prodotti derivati. Tuttavia questo provvedimento non è ancora entrato in applicazione, e non proibisce agli istituti bancari di proporre alla loro clientela dei prodotti finanziari sul corso dei prodotti agricoli.

Senza voler negare l’utilità di prodotti e strumenti finanziari che portano la necessaria liquidità alla filiera agricola – ad esempio permettendo a degli agricoltori di vendere fin da oggi la loro produzione futura senza subire i rischi sui pezzi -, Oxfam sottolinea però da anni come la finanziarizzazione dei mercati agricoli li abbia sviati dal loro scopo iniziale. Oggi, il ruolo svolto dagli operatori finanziari è più importante di quello dei produttori agricoli e dei commercianti. Il che ha come maggiore effetto quello di far aumentare i prezzi, rendendoli instabili. Una situazione di cui soffrono prima di tutto le popolazioni più povere del pianeta, come si è visto in occasione delle rivolte della fame del 2008, 2010 e 2012. “È doloroso constatare come la lotta contro la fame e la denutrizione sia ostacolata dalla priorità del mercato e dalla preminenza del guadagno, che hanno ridotto il cibo ad una merce qualsiasi, soggetta a speculazione, anche finanziaria”, deplorava Papa Francesco nel novembre scorso davanti alla FAO. La stessa constatazione spinge Oxfam a chiedere alle banche francesi di rinunciare a qualsiasi forma di attività speculativa sui mercati agricoli: giocare con il cibo in Borsa significa giocare con la vita e la salute di coloro che non sono al riparo dalla fame e dalla denutrizione. Ad onor del vero si tratta comunque di una forma di speculazione attuata principalmente da banche anglosassoni e da trader internazionali. Due anni dopo la campagna che denunciava le attività delle banche francesi sul mercato delle materie prime alimentari, la ONG Oxfam pubblica oggi un nuovo rapporto in merito. La situazione è migliorata?

Secondo l’organizzazione, i risultati sono controversi. “Nel febbraio 2013, avevamo interpellato quattro gruppi bancari: BNP Paribas, la Société Générale, il Crédit agricole e il gruppo Banque populaire-Caisse d’épargne (BPCE). Oggi, constatiamo che alcuni hanno rispettato il loro impegno di ridurre il numero di prodotti finanziari destinati a speculare sui prezzi agricoli. Ma altri son ben lontani dall’aver mantenuto le promesse”, sottolinea Clara Jamart, responsabile del “Plaidoyer per la sicurezza alimentare”. Tra i “buoni”, secondo Oxfam, il Crédit agricole è al primo posto. Come si era impegnata a fare, la “banca verde” ha chiuso i tre fondi in cui aveva delle partecipazione e ha cessato ogni attività speculativa in quell’ambito. La Société générale ha anche fatto uno sforzo sopprimendo tre fondi e realizzando una trasparenza totale. “Ma continua ad essere la prima banca francese a speculare sui prodotti agricoli con sette fondi attivi che rappresentano 1359 milioni di euro”, afferma Clara Jamart. Invece, BNP Paribas è sotto accusa. “Nel 2013, la banca gestiva tredici fondi. Sei sono stati chiusi, ma ne sono stati aperti altri quattro nuovi. Alla fine, il gruppo mantiene un volume di attività speculative molto elevato, 1318 milioni di euro, vicino al livello rilevato due anni fa”, precisa Oxfam. Quanto al gruppo BPCE, la ONG afferma che continua a gestire, tramite la sua filiale Natixis, un fondo il cui ammontare rappresenterebbe 884 milioni di euro. Conclusione senza appello di Clara Jamart: “L’ammontare totale dei fondi esposti alle materie prime agricole si avvicinava, alla fine del 2014, ad un totale di 3.6 miliardi di euro, segno che le banche francesi continuano a speculare massicciamente sulla fame”.

Al centro del dibattito, la ONG pone un problema cruciale: quello dell’aumento erratico dei prezzi dei prodotti alimentari che priva di accesso alle dettati i più poveri del pianeta. Oxfam non è la sola a trarre questa conclusione: “Le attività dei fondi indicizzati hanno giocato un ruolo chiave nell’impennata dei prezzi alimentari nel 2008”, scriveva la Banca mondiale l’indomani delle “rivolte della fame” che hanno riguardato dei paesi di Africa, Asia e America.

Il mercato dei derivati, ad esempio, funziona come una sorta di assicurazione contro i rischi, poiché permette di vendere o di comperare in anticipo una certa materia prima a prezzi fissi. Allo stesso modo, prendere delle partecipazioni in un fondo indicizzato sull’evoluzione delle materie prime permette ad un investitore di diversificare il suo portafoglio per minimizzare i rischi.

Ma questi strumenti finanziari hanno conosciuto da alcuni anni uno sviluppo così forte che contribuiscono ormai più a destabilzzare il mercato che a fluidificarlo. Ad esempio, nel 2011 si sono scambiati alla Borsa di Chicago (specializzata nelle materie prime, NdR) più di 6400 milioni di tonnellate di grano per una produzione mondiale di 670 milioni di tonnellate sull’anno. Questa separazione tra le attività commerciali e speculative, favorisce innanzitutto banche anglosassoni e trader internazionali che controllerebbero oggi quasi il 65% di un mercato che drena centinaia di miliardi di dollari. A questo livello, le banche francesi (o anche quelle tedesche) fanno quasi la figura di “piccoli giocatori”. In seguito alla pressione della ONG, e interessate a mantenere un’immagine passabilmente segnata dalla crisi, la maggior parte delle banche tenta del resto di giocare la carta dell’investimento “etico”. “I gruppi francesi hanno fatto degli sforzi, ma possono fare di più”, replica Oxfam che promette di mantenere la pressione sia sulle banche che sul governo affinché “la finanza cessi di speculare sulla fame”(La Croix, 23 febbraio).

Secondo il sito QuiFinanza, gli speculatori controllano ormai il 60 per cento del mercato dei cereali, a fronte del 12 per cento di 15 anni fa. Nel 2011, gli investimenti speculativi sui raccolti sono stati pari a venti volte gli aiuti all’agricoltura nel mondo. Goldman Sachs, il leader del settore, nel 2009 ha guadagnato oltre 600 milioni di sterline grazie alle speculazioni sul food. Il risultato è stato l’aumento generalizzato dei prezzi di tutte le materie prime. Va segnalato che all’aumento dei cereali contribuiscono anche altri fattori, quali la crescita dell’uso di colture alimentari per i biocarburanti ed eventi meteorologici estremi, legati al cambiamento climatico, che danno vita a un mix esplosivo all’insegna della crisi alimentare. Secondo la Fao e l’Ocse, nel prossimo decennio 2011-2020 i prezzi dei cereali potrebbero stabilizzarsi a un 20% in più rispetto ad oggi, e quelli della carne potrebbero aumentare di conseguenza anche del 30% .

Ma il mondo dell’agroalimentare non è strozzato solo dalla speculazione finanziaria, ma anche dai colossi della distribuzione che lasciano poco in mano agli agricoltori, specie nel sud del mondo. Spiega il professor Gerardo Marletto Professore associato di economia applicata all’Università di Sassari ed esperto di economia e politica dei trasporti, che fa parte del movimento sbilanciamoci.info : “L’agroalimentare è un settore dominato da grandi gruppi globali che macinano profitti grazie alla forbice amplissima che separa prezzi alti per i consumatori e redditi bassi per gli agricoltori. In uno studio del movimento europeo del commercio equo (FTAO) sulle filiere di cacao, caffè, zucchero e banane si stima che agli agricoltori vada circa il 10% del prezzo finale, contro quote intorno al 30-40% che si prendono intermediari e industria di trasformazione. Un’altra fetta importante di reddito se la prendono i gruppi della grande distribuzione organizzata (GDO), le cui centrali d’acquisto hanno ormai un potere contrattuale persino superiore all’industria di trasformazione” (CaratteriLiberi.eu, 24 febbraio)

A questo si aggiunge un più generale impoverimento della popolazione mondiale che – sempre secondo i dati dell’Oxfam – vede un aumento della concentrazione della ricchezza in mano a pochi. Ad oggi l’1% della popolazione mondiale detiene il 48% dell’intera ricchezza mondiale, costruendo così un gotha di super ricchi con in mano risorse e potere senza precedenti nell’era contemporanea. E così Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International, userà quest’anno tutta l’influenza – e la visibilità – che deriva dal suo ruolo di co-chair al World Economic Forum, per chiedere “un’azione urgente volta ad arginare la marea crescente della disuguaglianza, partendo da una proposta di contrasto reale all’elusione fiscale delle multinazionali e da una spinta verso l’adozione di un trattato globale di lotta ai cambiamenti climatici”. “Vogliamo davvero vivere in un mondo dove l’1% possiede più di tutti noi messi insieme?” chiede Winnie Byanyima. “La portata della disuguaglianza è semplicemente sconcertante e il divario tra i ricchissimi e il resto della popolazione mondiale rimane un totem. Negli ultimi 12 mesi – osserva la direttrice esecutiva di Oxfam International – i leader mondiali, dal Presidente Obama a Christine Lagarde (del Fondo Monetario Internazionle, NdR), hanno più volte ribadito quanto necessario e importante sia affrontare il tema della grande disuguaglianza. Ma – avverte Byanyima – ancora poco è stato fatto in termini concreti” (RaiNews24, 19 gennaio).
Preso da: http://www.aleteia.org/it/economia/articolo/fame-mondo-affare-per-banche-oxfam-5865773192970240

Libia 2011: troppi ignavi, silenziosi o consenzienti mentre la Nato apriva la strada ai nazi-califfi

16 febbraio 2015

(Marinella Correggia) – Con il terrore e la morte l’intero Medioriente e buona parte dell’Africa pagano per le guerre dei governanti occidentali e l’ignavia dei relativi popoli. In tanti dovrebbero mettersi in ginocchio.

Adesso che i nazi-califfi dilagano in Libia e sgozzano lavoratori migranti egiziani sulle spiagge mentre altre vittime delle guerre occidentali dirette o indirette continuano a morire in mare. Adesso che il risultato della guerra Nato del 2011 si dispiega pienamente, adesso che- veramente da tempo – gli altri effetti sono in Siria, Iraq, Africa, ammetterà qualche colpa chi nel 2011 per sette lunghi mesi non fece nulla, tacque o peggio avallò le menzogne mena-guerra dei cosiddetti “ribelli” poi rivelatisi bande islamiste e razziste che ora aderiscono ai nazisti dell’Isis, nazisti nelle infernali azioni e nel medioevale pensiero?

Anche la Nato è nazista, visto che uccide a tutto spiano a casa d’altri e fa da aviazione a mostri, a volte apposta, altre volte alla Frankenstein.Lo scrivevamo su uno dei nostri cartelli il 14 febbraio 2015, partecipando come spezzone antiNato e antiguerra filoNato nel Donbass alla manifestazione per la Grecia (visto che Syriza almeno al tempo era per l’uscita dalla Nato e contro l’appoggio europeo a Kiev). Eravamo visibili, anche sotto il palco. Ed era già arrivata la notizia di Sirte invasa dai mostri Naz-Isis dopo essere stata distrutta dal mostro Nato. Eppure gli oratori hanno ignorato la materia.

La sinistra non dovrebbe avere come prima cura l’opporsi alle guerre di aggressione, il più osceno degli atti? E’ ormai il contrario. Lo vediamo dal 2011, con la guerra Nato e italiana alla Libia. E poi sulla Siria, ora sul Donbass. Nel 2011 a bombe cadenti fummo davvero poche unità o decine a opporci con continuità, in Italia e anche in Europa e Usa. Pochi disperati – sì, ci si deve disperare quando fanno la guerra! – in giro per l’Italia, in particolare gruppi a Roma e a Napoli. Nel resto d’Occidente e perfino nei paesi arabi fu lo stesso. Eravamo nel deserto! Non parlo nemmeno del Pd che ovviamente con Napolitano spinse a tutti i costi verso la guerra. Parlo della sinistra “radicale”, e delle grosse associazioni con personale e mezzi, dei pacifisti del 2003, degli studenti, delle strutture pagate per occuparsi di pace, degli indignati (che il 15 ottobre non ci degnarono di uno sguardo), dei social forum, delle ong umanitarie, egli ambientalisti, dei giornalisti diventati fan, dei “movimenti” diventati immobili, dei sindacati… Non fecero niente. Al massimo fecero un raduno un giorno, un comunicato, una dichiarazione. Oppure, peggio, avallarono e diffusero sin dai primi giorni le menzogne che portarono alla guerra “umanitaria”. Responsabilità diretta!

Invece di appoggiare platealmente l’azione di pace di Chavez, come chiese Fidel, in molti abbracciarono i “ribelli”, li chiamarono “partigiani”. Si è visto subito quali partigiani fossero. Eravate disinformati? Eppure c’era modo di informarsi, di capire che le fosse comuni non esistevano (allora), che i 10.mila morti fatti da Gheddafi erano una propaganda dei “ribelli”, che l’unica aviazione che aveva bombardato era quella della Nato. Quanti morti e mutilati ha fatto? Non si saprà mai. I vincitori contano solo i morti propri. Incontrai dei superstiti, a Tripoli. E dei bambini feriti. E tanti sfollati interni, chissà che fine hanno fatto. Ad esempio la piccola Noor, 4 anni nell’agosto 2011, era a Zanzur, profuga da Tobruk. Se è viva è in difficoltà.

E i migranti? Ebbene, dalla caduta del governo libico nell’autunno 2011, quanti ne sono stati ammazzati dalle bande razziste? Quanti sono morti in mare grazie ai vostri ribelli fra i quali – ripeto – c’erano sfruttatori di migranti? Quanti ne sgozza adesso l’Isis, facendo sì fosse comuni in mare? Quante centinaia di migliaia di lavoratori hanno dovuto tornare dalla Libia in posti impoveriti e desertici come il Sahel (ne conosco alcuni in Niger), o allagati come il Bangladesh? Ognuna di queste domande ha dietro dati e ricerche.

“Come mai non manifesta nessuno da voi?” mi chiedeva una cittadina libica sotto le bombe nel ramadan d’agosto. Che vergogna. Eppure, si poteva fare tanto! Tante persone erano contro, ma non avendo alcuna organizzazione, finirono per fare la guerra e la pace al computer. Cosa fecero, i pochi che si mossero, senza strutture, senza aiuti? Fecero, in pochissimi, sit-in, petizioni, disperati appelli all’estero, lettere ai giornali per la proposta Chavez, visite alle ambasciate non occidentali, presenze in Libia, digiuni ma non di piazza, domande scomode alle conferenze stampa Nato a Napoli (ma troppo tardi). A Napoli, l’unica manifestazione nazionale, disertata dai sunnominati gruppi. Invece, la Perugia Assisi di settembre, in pieno assedio di Sirte, a stento richiamò la Libia…E le tante manifestazioni “di sinistra” che si susseguirono in quei mesi, su vari argomenti, non erano mai contro la guerra, nemmeno durante il finale assedio a Sirte. Ci andammo, con i nostri cartelli, cercando di sensibilizzare.

In pochi occorre fare azioni dirette. Forse, incatenarsi in sciopero della fame davanti alle ambasciate dei paesi che potevano fermare la Nato: Russia e Cina. Era l’unica cosa da fare, insieme ad altre azioni dirette. Occorrerà studiare meglio cosa si può fare quando si è quasi soli. Ormai sono 25 anni di insuccessi totali; onestamente tocca ammettere che non fermammo nemmeno una bomba. Però, almeno c’è chi ci ha provato. E poi non è una buona ragione per smettere. Semmai per cambiare.
La colpa della tragedia è certo dei governanti in primo luogo, di destra e “sinistra di governo”. I quali rimarranno impuniti, sicuri nei loro privilegi nei secoli dei secoli. Così va il diritto internazionale.

Ma chi non fece nulla per fermare i vari Sarkozy, Napolitano, Obama, Hollande, si faccia carico, almeno dal punto di vista morale, di un po’ di tutti questi morti, amputati, immiseriti, annientati.

Tanto è gratis. nemmeno una multa.

Preso da: http://spondasud.it/2015/02/libia-2011-troppi-ignavi-silenziosi-o-consenzienti-mentre-la-nato-apriva-la-strada-ai-nazi-califfi-2-7159

Libia, l’ultima intervista di Gheddafi: “senza di me i terroristi invaderanno il Mediterraneo”

15 febbraio 2015 18:42 | Peppe Caridi
Mu’ammar Gheddafi è stato per 42 anni il leader della Libia, dopo aver guidato il colpo di stato militare che nel 1969 destituì la monarchia (accusata di essere corrotta ed eccessivamente filo-occidentale) del re Idris I e del suo successore Hasan. Durante i 42 anni di Gheddafi la Libia ha conosciuto il suo periodo politico ed economico più stabile e fiorente, con indici di crescita e sviluppo poi crollati dopo il 2011. Da ormai tre anni e mezzo il Paese più importante dell’Africa settentrionale alle porte del Mediterraneo è diventato una polveriera in balia del terrorismo islamico.
 Eppure pochi mesi prima, a marzo 2014, lo stesso Gheddafi in un’intervista concessa a Laurent Valdiguié e pubblicata sul Journal du Dimanche spiegava chiaramente: “la scelta è tra me o Al Qaeda L’Europa tornerà ai tempi del Barbarossa. Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte, ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi. Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Voglio farle capire che la situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo? Il rischio che il terrorismo si estenda su scala planetaria è evidente“.

dall’ originale:

http://www.strettoweb.com/2015/02/libia-lultima-intervista-gheddafi-i-terroristi-invaderanno-mediterraneo/246677/

Con 10 anni di guerre segrete e operazioni speciali (SOF) sono nati l’ISIS e altre 36 sigle terroristiche

Con 10 anni di guerre segrete e operazioni speciali (SOF) sono nati l'ISIS e altre 36 sigle terroristiche

“Vogliamo essere ovunque”. Nel 2014 le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 Paesi e le forze d’élite in 150

Nel 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 paesi e le forze d’élite americane in 150. Praticamente una presenza nella quasi totalità del globo con i risultati che sono ormai evidenti. Dopo più di un decennio di guerre segrete, sorveglianza di massa, un numero imprecisato di incursioni notturne, detenzioni ed omicidi, per non parlare di miliardi su miliardi di dollari spesi, sono nati 36 nuovi gruppi terroristici, tra cui diverse succursali, propaggini e alleati di al-Qaida. Lo scrive Zero Hedge, citando Nick Turse sull’Huffington Post: The Golden Age of Black Ops.

Questi gruppi operano oggi in Afghanistan e Pakistan, dove ce ne sono 11 riconosciuti affiliati di al-Qaida, e altri in Mali, Tunisia, Libia, Marocco, Nigeria, Somalia, Libano e Yemen, tra gli altri Paesi. Uno dei rami nati con l’invasione dell’Iraq, alimentato da un campo di prigionia statunitense, ed ora è noto come Stato islamico che controlla una larga parte del Paese e della vicina Siria, un proto-califfato nel cuore del Medio Oriente che i jihadisti, nel 2001, potevano solo sognarsi. Solo quel gruppo, da solo, ha una forza stimata di circa 30.000 soldati che sono riusciti a conquistare grandi territori ed anche la seconda dell’Iraq, pur essendo incessantemente colpiti fin dall’inzio dal JSOC. E il tutto con il popolo americano che resta all’oscuro di tutto quello che gli operatori speciali statunitensi fanno e dove lo fanno, senza citare i fallimenti e le conseguenze che hanno prodotto. Ma se la storia è maestra, i blackout sulle Black Ops contribuiranno a garantire che continui ad esserci l’”età d’oro” dell’US Special Operations Command. 

Dall’articolo di Nick Turse sull’Huffington Post: The Golden Age of Black Ops:
Durante l’anno fiscale che si è concluso il 30 settembre 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 Paesi, circa il 70% delle nazioni del pianeta. Secondo il tenente-colonnello Robert Bockholt, ufficiale delle relazioni pubbliche del Comando Operazioni Speciali (SOCOM). Nell’arco di tre anni le forze d’élite del Paese erano attive in più di 150 Paesi nel mondo conducendo missioni che vanno dai raid notturni alle esercitazioni. E quest’anno potrebbe essere record. Solo un giorno prima del raid fallito che pose fine alla vita di Luke Somers, solo 66 giorni dall’inizio dell’anno fiscale 2015, le truppe d’élite statunitensi avevano già messo piede in 105 nazioni, circa l’80% del totale nel 2014.
Nonostante dimensioni e scopi, tale guerra segreta globale in gran parte del pianeta è ignota alla maggior parte degli statunitensi. A differenza della debacle di dicembre nello Yemen, la stragrande maggioranza delle Special Ops rimane completamente nell’ombra, nascosta al controllo esterno. In realtà, a parte modeste informazioni divulgate attraverso fonti altamente selezionate dai militari, fughe ufficiali della Casa Bianca, SEALs con qualcosa da vendere e qualche primizia raccolta da giornalisti fortunati, le operazioni speciali statunitensi sono mai sottoposte a un esame significativo, aumentando le probabilità di ripercussioni impreviste e conseguenze catastrofiche. “Il comando è allo zenit assoluto. Ed è davvero un periodo d’oro per le operazioni speciali“. 
Queste sono le parole del generale Joseph Votel III, laureato a West Point e Army Ranger, quando assunse il comando della SOCOM lo scorso agosto. E non credo che sia la fine, anzi. Come risultato della spinta di McRaven a creare “una rete globale interagenzie di alleati e partner delle SOF“, ufficiali di collegamento delle Operazioni Speciali, o SOLO, sono ora incorporati nelle 14 principali ambasciate degli USA per aiutare a consigliare le forze speciali di varie nazioni alleate. Già operano in Australia, Brasile, Canada, Colombia, El Salvador, Francia, Israele, Italia, Giordania, Kenya, Polonia, Perù, Turchia e Regno Unito, e il programma SOLO è pronto, secondo Votel, ad espandersi in 40 Paesi entro il 2019. Il comando, e soprattutto il JSOC, ha anche forgiato stretti legami con Central Intelligence Agency, Federal Bureau of Investigatione National Security Agency, tra gli altri. La portata globale del Comando Operazioni Speciali si estende anche oltre, con più piccoli ed più agili elementi che operano nell’ombra, dalle basi negli Stati Uniti alle regioni remote del sud est asiatico, dal Medio Oriente agli austeri avamposti nei campi africani. Dal 2002, SOCOM è stato anche autorizzato a creare proprie task force congiunte, una prerogativa normalmente limitata ai comandi combattenti più grandi come CENTCOM. Si prenda ad esempio la Joint Special Operations Task Force-Filippine (JSOTF-P) che, al suo apice, aveva circa 600 effettivi statunitensi a sostegno delle operazioni di controterrorismo dagli alleati filippini contro gruppi di insorti come Abu Sayyaf.
Dopo più di un decennio trascorso combattendo quel gruppo, i numeri sono diminuiti, ma continua ad essere attivo mentre la violenza nella regione rimane praticamente inalterata.
L’Africa è, infatti, diventato un luogo importante per le oscure missioni segrete degli operatori speciali statunitensi. “Questa particolare unità ha fatto cose impressionanti. Che si trattasse di Europa o Africa, assumendovi una serie di contingenze, avete tutti contribuito in modo assai significativo“, aveva detto il comandante del SOCOM, generale Votel, ai membri del 352.mo Gruppo Operazioni Speciali presso la loro base in Inghilterra, lo scorso autunno. Un’operazione di addestramento clandestina delle Special Ops in Libia implose quando milizie o “terroristi” fecero irruzione due volte nella base sorvegliata dai militari libici, e saccheggiarono grandi quantità di apparecchiature avanzate e centinaia di armi, tra cui pistole Glock e fucili M4 statunitensi, così come dispositivi di visione notturna e laser speciali che possono essere visti solo da tali apparecchiature. Di conseguenza, la missione fu abbandonata assieme alla base, che fu poi rilevata da una milizia.
Nel febbraio dello scorso anno, le truppe d’élite si recarono in Niger per tre settimane di esercitazioni militari nell’ambito di Flintlock 2014, una manovra antiterrorismo annuale che riuniva le forze di Niger, Canada, Ciad, Francia, Mauritania, Paesi Bassi, Nigeria, Senegal, Regno Unito e Burkina Faso. Diversi mesi dopo, un ufficiale del Burkina Faso, addestratosi all’antiterrorismo negli Stati Uniti nell’ambito del Joint Special Operations presso l’Università del SOCOM nel 2012, prese il potere con un colpo di Stato. Le operazioni delle forze speciali, invece, continuano. Alla fine dello scorso anno, per esempio, nell’ambito del SOC FWD dell’Africa occidentale, i membri del 5° battaglione del 19.mo Gruppo Forze Speciali collaboravano con le truppe d’élite marocchine per l’addestramento in una base presso Marrakesh. Lo schieramento in nazioni africane, però, avviene entro la rapida crescita delle operazione all’estero del Comando delle Operazioni Speciali. Negli ultimi giorni della presidenza Bush, sotto l’allora capo del SOCOM, ammiraglio Eric Olson, le forze speciali sarebbero state dispiegate in circa 60 Paesi. Nel 2010 in 75, secondo Karen DeYoung e Greg Jaffe del Washington Post. Nel 2011, il portavoce del SOCOM, colonnello Tim Nye, disse a TomDispatch che il totale sarebbe stato 120 Paesi entro la fine dell’anno. Con l’ammiraglio William McRaven, in carica nel 2013, l’allora maggiore Robert Bockholt disse a TomDispatch che il numero era salito a 134 Paesi. Sotto il comando di McRaven e Votel nel 2014, secondo Bockholt, il totale si ridusse leggermente a 133 Paesi. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel aveva osservato, tuttavia, che sotto il comando di McRaven, dall’agosto 2011 all’agosto 2014, le forze speciali erano presenti in più di 150 Paesi. “In effetti, SOCOM e tutti i militari degli Stati Uniti sono più che mai impegnati a livello internazionale, in sempre più luoghi e in una sempre più ampia varietà di missioni“, ha detto in un discorso nell’agosto 2014.
Il SOCOM ha rifiutato di commentare la natura delle missioni o i vantaggi dell’operare in tante nazioni. Il comando non farà neanche il nome di un solo Paese in cui le forze delle operazioni speciali USA sono state dispiegate negli ultimi tre anni. Uno sguardo ad alcune operazioni, esercitazioni ed attività rese pubbliche, però, dipinge un quadro di un comando in costante ricerca di alleanze in ogni angolo del pianeta. A settembre, circa 1200 specialisti e personale di supporto statunitensi si unirono alle truppe d’élite di Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Finlandia, Gran Bretagna, Lituania, Norvegia, Polonia, Svezia, Slovenia nell’esercitazione Jackal Stone, dedicata a tutto, dai combattimenti ravvicinati alle tattiche da cecchino, dalle piccole operazioni su imbarcazione a missioni di salvataggio degli ostaggi.
Per i capi delle Black Ops degli USA, il mondo è tanto instabile quanto interconnesso. “Vi garantisco che ciò che succede in America Latina influisce su ciò che accade in Africa occidentale, ciò che interessa l’Europa meridionale riguarda ciò che accade nel sud-ovest asiatico“, ha detto l’anno scorso McRaven a Geolnt, un incontro annuale dei dirigenti dell’industria spionistica con i militari. La loro soluzione all’instabilità interconnessa? Più missioni in più nazioni, in più di tre quarti dei Paesi del mondo, sotto il mandato di McRaven. E la scena sembra destinata ad ulteriori operazioni simili in futuro. “Vogliamo essere ovunque“, ha detto Votel a Geolnt. Le sue forze sono già sulla buona strada nel 2015. “La nostra nazione ha aspettative molto alte dalle SOF“, ha detto agli operatori speciali in Inghilterra lo scorso autunno. “Si rivolgono a noi per missioni molto dure in condizioni molto difficili“. Natura e sorte della maggior parte di quelle “missioni dure” tuttavia, rimangono ignote agli statunitensi.

Rita Katz, la sionista che veicola i messaggi e i video dell’ISIS

Rita Katz, la sionista che veicola i messaggi e i video dell'ISIS

Non c’è giornale italiano che non abbia riportato domenica, usando, del resto, le stesse parole e le stesse virgole per tutti i “diversi” articoli, questo messaggio a margine del video della decapitazione degli egiziani copti su una spiaggia libica: “Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a sud di Roma”. Nessuno ha notato la citazione successiva che tutte (ma proprio tutte) le redazioni hanno fatto poi: “Lo dichiara Rita Katz” del SITE (acronimo di Search for International Terrorist Entities). Ma chi è Rita Katz? E che cos’è il SITE?

Augusto Rubei se l’è giustamente chiesto e sul Fatto ha compiuto alcune ricerche:

Ad esempio la storia di Rita Katz, sua direttrice e co-fondatrice, il cui nome in queste ore campeggia su tutte le pagine dei giornali italiani. Chi è? Da dove viene? La Katz nasce nel 1963 a Bessora, in Iraq. Araba e di famiglia ebraica, dopo la Guerra dei Sei Giorni suo padre viene arrestato dalle forze di Saddam Hussein con l’accusa di spionaggio in favore di Israele e dopo un anno torturato e impiccato, in pubblica piazza a Baghdad, di fronte agli applausi di mezzo milione di iracheni e di alcune danzatrici del ventre ingaggiate da Saddam per onorare l’evento.
Poche settimane dopo la madre di Katz riesce a fuggire e a rientrare in Israele, nella città balneare di Bat Yam. Sono gli anni in cui Rita, ancora giovane, studia all’Università di Tel Aviv e diventa una sionista convinta, arrivando persino a dire che nessun israeliano dovrebbe mai lasciare lo Stato ebraico perché “gli appartiene”.

Nel 1997 inizia a lavorare per un istituto di ricerca mediorientale. Il suo primo lavoro la porta a scoprire l’identità di una fondazione a sostegno di Hamas. Presa dall’euforia, evidentemente, si improvvisa un agente segreto: si traveste da donna musulmana, indossa un burqa e piccoli registratori; partecipa a conferenze per la raccolta di donazioni, visita moschee, prende parte a manifestazioni per la Palestina libera negli Stati Uniti operando come un investigatore sotto copertura. Sulla sua esperienza ci scrive un libro, da lei definito poi “una semi-autobiografia” (Terrorist Hunter: The Extraordinary Story of a Woman Who Went Undercover to Infiltrate the Radical Islamic Groups Operating in America).

Lo presenta durante la trasmissione televisiva della Cbs “60 Minutes”, dove appare con una parrucca e un naso finto per non farsi riconoscere dai terroristi.

Nel 2002 fonda insieme a Josh Devon il Site grazie all’aiuto di diverse agenzie federali e gruppi economici privati. La piattaforma inizia a fornire informazioni sulla presenza di cellule ultra-radicali islamiche negli States e determina la chiusura di numerose organizzazioni, nonché l’apertura di decine e decine di indagini da parte delle autorità giudiziarie. Il duro lavoro premia e nel giro di pochi mesi la società allarga il suo portafogli clienti: oggi tra gli abbonati figurano alte personalità di governo, importanti agenzie di sicurezza, procure e media internazionali.
Il Site è oggi, attraverso il finanziamento di intelligence e non meglio precisati gruppi economici privati, il punto di riferimento per la distribuzione di tutti i messaggi segreti e i video jihadisti. Rubei prosegue: “In passato ha dato nota di comunicazioni che avrebbero anticipato imminenti attacchi kamikaze. Nel 2011 tradusse la lunga dichiarazione redatta dal Comando generale di al Qaeda a conferma del decesso di Osama bin Laden. Insomma, detta l’agenda a chi come me si occupa del tema da qualche anno e di tanto in tanto smuove anche i servizi di intelligence internazionali. Li condiziona, così come le scelte dei loro governi. Per questo è opportuno chiarire alcuni punti. Rita Kazt continua a dire di scovare i suoi video, come quello della decapitazione del giornalista americano Steven Sotloff, in alcune chat room jihadiste protette da password. Ci monta su il logo del Site e li distribuisce al mondo con una traduzione in lingua inglese. Così costruisce la realtà, o buona parte di essa, sui filmati e le minacce dello Stato islamico oggi, e di al Qaeda ieri. Ma chi ci dice che una società privata, con risorse limitate, possa svolgere un lavoro migliore delle agenzie governative?”.
Domanda legittima, a cui ne segue un’altra: ora che l’Italia si appresta a un intervento militare in Libia intende dotarsi di un proprio organo di filtraggio o continuerà ad appaltare il tutto ad una società privata finanziata dalle agenzie di intelligence americane, da non meglio precisati gruppi privati e gestita da una sionista dichiarata con un odio profondo verso il mondo arabo? L’unica cosa certa è che ai giornali italiani è bastato e basterà dire: “Lo riporta Rita Kaz di SITE”.
Notizia del:

L’età d’oro delle operazioni nere: le forze speciali degli USA sono presenti in 150 nazioni

Tyler Durden, Zerohedge 2/2/2015

jsoc-sub-commands
USSpecOpsCmdDUI[1]Il seguente articolo è ciò che volevo evidenziare da oltre una settimana, ma le notizie erano così travolgenti che semplicemente non ne ho avuto la possibilità, finora. Avendo spese molto tempo a cercare di capire il mondo, mi stupisco sempre di ciò che leggo. Mentre i lettori abituali di questo sito sono ben consapevoli di come aggressivo e irresponsabile sia l’impero USA, distribuendo risorse militari all’estero, credo che parte delle seguenti informazioni, li renderanno ancora più inquieti.
Dall’articolo di Nick Turse sull’Huffington Post: The Golden Age of Black Ops:
Durante l’anno fiscale che si è concluso il 30 settembre 2014, le forze delle operazioni speciali (SOF) statunitensi erano presenti in 133 Paesi, circa il 70% delle nazioni del pianeta. Secondo il tenente-colonnello Robert Bockholt, ufficiale delle relazioni pubbliche del Comando Operazioni Speciali (SOCOM). Nell’arco di tre anni le forze d’élite del Paese erano attive in più di 150 Paesi nel mondo conducendo missioni che vanno dai raid notturni alle esercitazioni. E quest’anno potrebbe essere record. Solo un giorno prima del raid fallito che pose fine alla vita di Luke Somers, solo 66 giorni dall’inizio dell’anno fiscale 2015, le truppe d’élite statunitensi avevano già messo piede in 105 nazioni, circa l’80% del totale nel 2014. Nonostante dimensioni e scopi, tale guerra segreta globale in gran parte del pianeta è ignota alla maggior parte degli statunitensi. A differenza della debacle di dicembre nello Yemen, la stragrande maggioranza delle Special Ops rimane completamente nell’ombra, nascosta al controllo esterno. In realtà, a parte modeste informazioni divulgate attraverso fonti altamente selezionate dai militari, fughe ufficiali della Casa Bianca, SEALs con qualcosa da vendere e qualche primizia raccolta da giornalisti fortunati, le operazioni speciali statunitensi sono mai sottoposte a un esame significativo, aumentando le probabilità di ripercussioni impreviste e conseguenze catastrofiche. “Il comando è allo zenit assoluto. Ed è davvero un periodo d’oro per le operazioni speciali“. Queste sono le parole del generale Joseph Votel III, laureato a West Point e Army Ranger, quando assunse il comando della SOCOM lo scorso agosto. E non credo che sia la fine, anzi. Come risultato della spinta di McRaven a creare “una rete globale interagenzie di alleati e partner delle SOF“, ufficiali di collegamento delle Operazioni Speciali, o SOLO, sono ora incorporati nelle 14 principali ambasciate degli USA per aiutare a consigliare le forze speciali di varie nazioni alleate. Già operano in Australia, Brasile, Canada, Colombia, El Salvador, Francia, Israele, Italia, Giordania, Kenya, Polonia, Perù, Turchia e Regno Unito, e il programma SOLO è pronto, secondo Votel, ad espandersi in 40 Paesi entro il 2019. Il comando, e soprattutto il JSOC, ha anche forgiato stretti legami con Central Intelligence Agency, Federal Bureau of Investigation e National Security Agency, tra gli altri. La portata globale del Comando Operazioni Speciali si estende anche oltre, con più piccoli ed più agili elementi che operano nell’ombra, dalle basi negli Stati Uniti alle regioni remote del sud est asiatico, dal Medio Oriente agli austeri avamposti nei campi africani. Dal 2002, SOCOM è stato anche autorizzato a creare proprie task force congiunte, una prerogativa normalmente limitata ai comandi combattenti più grandi come CENTCOM. Si prenda ad esempio la Joint Special Operations Task Force-Filippine (JSOTF-P) che, al suo apice, aveva circa 600 effettivi statunitensi a sostegno delle operazioni di controterrorismo dagli alleati filippini contro gruppi di insorti come Abu Sayyaf. Dopo più di un decennio trascorso combattendo quel gruppo, i numeri sono diminuiti, ma continua ad essere attivo mentre la violenza nella regione rimane praticamente inalterata.
L’Africa è, infatti, diventato un luogo importante per le oscure missioni segrete degli operatori speciali statunitensi. “Questa particolare unità ha fatto cose impressionanti. Che si trattasse di Europa o Africa, assumendovi una serie di contingenze, avete tutti contribuito in modo assai significativo“, aveva detto il comandante del SOCOM, generale Votel, ai membri del 352.mo Gruppo Operazioni Speciali presso la loro base in Inghilterra, lo scorso autunno. Un’operazione di addestramento clandestina delle Special Ops in Libia implose quando milizie o “terroristi” fecero irruzione due volte nella base sorvegliata dai militari libici, e saccheggiarono grandi quantità di apparecchiature avanzate e centinaia di armi, tra cui pistole Glock e fucili M4 statunitensi, così come dispositivi di visione notturna e laser speciali che possono essere visti solo da tali apparecchiature. Di conseguenza, la missione fu abbandonata assieme alla base, che fu poi rilevata da una milizia. Nel febbraio dello scorso anno, le truppe d’élite si recarono in Niger per tre settimane di esercitazioni militari nell’ambito di Flintlock 2014, una manovra antiterrorismo annuale che riuniva le forze di Niger, Canada, Ciad, Francia, Mauritania, Paesi Bassi, Nigeria, Senegal, Regno Unito e Burkina Faso. Diversi mesi dopo, un ufficiale del Burkina Faso, addestratosi all’antiterrorismo negli Stati Uniti nell’ambito del Joint Special Operations presso l’Università del SOCOM nel 2012, prese il potere con un colpo di Stato. Le operazioni delle forze speciali, invece, continuano. Alla fine dello scorso anno, per esempio, nell’ambito del SOC FWD dell’Africa occidentale, i membri del 5° battaglione del 19.mo Gruppo Forze Speciali collaboravano con le truppe d’élite marocchine per l’addestramento in una base presso Marrakesh. Lo schieramento in nazioni africane, però, avviene entro la rapida crescita delle operazione all’estero del Comando delle Operazioni Speciali. Negli ultimi giorni della presidenza Bush, sotto l’allora capo del SOCOM, ammiraglio Eric Olson, le forze speciali sarebbero state dispiegate in circa 60 Paesi. Nel 2010 in 75, secondo Karen DeYoung e Greg Jaffe del Washington Post. Nel 2011, il portavoce del SOCOM, colonnello Tim Nye, disse a TomDispatch che il totale sarebbe stato 120 Paesi entro la fine dell’anno. Con l’ammiraglio William McRaven, in carica nel 2013, l’allora maggiore Robert Bockholt disse a TomDispatch che il numero era salito a 134 Paesi. Sotto il comando di McRaven e Votel nel 2014, secondo Bockholt, il totale si ridusse leggermente a 133 Paesi. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel aveva osservato, tuttavia, che sotto il comando di McRaven, dall’agosto 2011 all’agosto 2014, le forze speciali erano presenti in più di 150 Paesi. “In effetti, SOCOM e tutti i militari degli Stati Uniti sono più che mai impegnati a livello internazionale, in sempre più luoghi e in una sempre più ampia varietà di missioni“, ha detto in un discorso nell’agosto 2014.
us_spec_ops-m Il SOCOM ha rifiutato di commentare la natura delle missioni o i vantaggi dell’operare in tante nazioni. Il comando non farà neanche il nome di un solo Paese in cui le forze delle operazioni speciali USA sono state dispiegate negli ultimi tre anni. Uno sguardo ad alcune operazioni, esercitazioni ed attività rese pubbliche, però, dipinge un quadro di un comando in costante ricerca di alleanze in ogni angolo del pianeta. A settembre, circa 1200 specialisti e personale di supporto statunitensi si unirono alle truppe d’élite di Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Finlandia, Gran Bretagna, Lituania, Norvegia, Polonia, Svezia, Slovenia nell’esercitazione Jackal Stone, dedicata a tutto, dai combattimenti ravvicinati alle tattiche da cecchino, dalle piccole operazioni su imbarcazione a missioni di salvataggio degli ostaggi. Per i capi delle Black Ops degli USA, il mondo è tanto instabile quanto interconnesso. “Vi garantisco che ciò che succede in America Latina influisce su ciò che accade in Africa occidentale, ciò che interessa l’Europa meridionale riguarda ciò che accade nel sud-ovest asiatico“, ha detto l’anno scorso McRaven a Geolnt, un incontro annuale dei dirigenti dell’industria spionistica con i militari. La loro soluzione all’instabilità interconnessa? Più missioni in più nazioni, in più di tre quarti dei Paesi del mondo, sotto il mandato di McRaven. E la scena sembra destinata ad ulteriori operazioni simili in futuro. “Vogliamo essere ovunque“, ha detto Votel a Geolnt. Le sue forze sono già sulla buona strada nel 2015. “La nostra nazione ha aspettative molto alte dalle SOF“, ha detto agli operatori speciali in Inghilterra lo scorso autunno. “Si rivolgono a noi per missioni molto dure in condizioni molto difficili“. Natura e sorte della maggior parte di quelle “missioni dure” tuttavia, rimangono ignote agli statunitensi. E Votel a quanto pare non è interessato a far luce. “Mi dispiace, ma no“, fu la risposta di SOCOM alla richiesta di TomDispatch per un colloquio con il capo delle operazioni speciali sulle operazioni, in corso e future. In realtà, il comando rifiutò di mettere qualsiasi personale a disposizione per una discussione di ciò che fa in nome degli USA e con i dollari dei contribuenti. Non è difficile indovinarne il motivo. Attraverso una combinazione abile di spavalderia e segretezza, fughe ben piazzate, abili marketing e pubbliche relazioni, coltivazione della mistica del superman (con un ciuffo dalla torturata fragilità di lato) e di estremamente popolari e pubbliciazzatti assassinii mirati, le forze speciali sono diventate le beniamine della cultura popolare statunitense, mentre il comando continua a vincere a Washington il pugilato sul bilancio. Ciò è particolarmente evidenziato da ciò che realmente accade sul campo: in Africa, armamento ed equipaggiamento di militanti e addestramento di un golpista; in Iraq, le forze d’elite statunitensi implicate in torture, distruzione di case, uccisione e ferimento di innocenti; in Afghanistan stessa storia, con ripetute segnalazioni di civili uccisi; mentre in Yemen Pakistan, e Somalia è lo stesso. E questo è solo una minima parte degli errori delle Special Ops. Quindi non solo il pubblico statunitense non ha idea di cosa succeda, ma ciò spesso finisce in un disastro. Vedasi più sotto.
Dopo più di un decennio di guerre segrete, sorveglianza di massa, un numero imprecisato di incursioni notturne, detenzioni ed omicidi, per non parlare di miliardi su miliardi di dollari spesi, i risultati parlano da soli. Il SOCOM ha più che raddoppiato le dimensioni e il segreto JSOC sarebbe grande quasi quanto il SOCOM nel 2001. Dal settembre di quell’anno, 36 nuovi gruppi terroristici sono nati, tra cui divesre succursali, propaggini e alleati di al-Qaida. Oggi, tali gruppi ancora operano in Afghanistan e Pakistan, dove ora ci sono 11 riconosciuti affiliati di al-Qaida, e cinque nella prima, così come in Mali, Tunisia, Libia, Marocco, Nigeria, Somalia, Libano e Yemen, tra gli altri Paesi. Un ramo è nato con l’invasione dell’Iraq, alimentato da un campo di prigionia statunitense, ed ora noto come Stato islamico che controlla una larga parte del Paese e della vicina Siria, un proto-califfato nel cuore del Medio Oriente che i jihadisti, nel 2001, potevano solo sognarsi. Quel gruppo, da solo, ha una forza stimata di circa 30000 armati che sono riusciti a conquistare grandi territori ed anche la seconda dell’Iraq, pur essendo incessantemente colpiti fin dall’inzio dal JSOC. “Dobbiamo continuare a sincronizzare il dispiegamento delle SOF in tutto il mondo“, dice Votel. “Dobbiamo tutti sincronizzarci, coordinarci e preparare il comando“. Ad essere fuori sincrono è il popolo statunietnse, costantemente tenuto all’oscuro di ciò che gli operatori speciali statunitensi fanno e dove lo fanno, senza citare i fallimenti e le conseguenze che hanno prodotto. Ma se la storia insegna, i blackout sulle Black Ops contribuiranno a garantire che continui ad esserci l’”età d’oro” dell’US Special Operations Command.
Ripetete dopo di me: USA! USA!

Gen. Joseph L. Votel

Gen. Joseph L. Votel

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2015/02/08/leta-doro-delle-operazioni-nere-le-forze-speciali-degli-usa-sono-presenti-in-105-nazioni/

2015: ancora una volta un traditore viene presentato come “salvatore” della Libia

Estratto dal report settimanale del Cesi (Centro studi internazionali)

Martedì 3 febbraio alcune decine di miliziani hanno assaltato e occupato un impianto di estrazione petrolifera a Mabruk, circa 150 chilometri a sud di Sirte. Nell’attacco ai pozzi, gestiti dalla Libya’s National Oil e dalla francese Total, sarebbero morte circa 10 persone, anche se non ci sono ancora dati precisi in merito. Nessuna delle diverse milizie libiche attive nella regione ha finora rivendicato l’attacco e, pertanto, resta aperta la possibilità che i responsabili siano gruppi autonomi di predoni. Ciò nonostante, è altrettanto probabile che l’attacco sia stato condotto da milizie afferenti all’universo jihadista libico.
Infatti lo stabilimento di Mobruk, non era più operativo da metà dicembre, quando il suo sbocco naturale per la commercializzazione, il porto di Sidra, era stato oggetto di duri scontri fra i miliziani di Farj Libya e i jihadisti di Ansar al-Sharia. La conquista dei terminal petroliferi sulla costa, unitamente agli stabilimenti di estrazione come quello di Mobruk, permetterebbe quindi il controllo della filiera di produzione.
La fascia costiera del golfo di Sirte è stata interessata negli ultimi mesi da numerosi scontri fra diversi gruppi jihadisti e i reparti delle milizie legate al governo di Tobruk, guidate dal generale Khalifa Haftar nell’ambito dell’Operazione Dignità. Proprio Haftar, con una repentina accelerazione degli eventi, sembra essere riuscito a guadagnare un maggior peso sia sul piano politico che su quello militare. Lunedì 2 febbraio alcuni miliziani fedeli al generale hanno lanciato un ultimatum di 24 ore ai politici di Tobruk, minacciando di ricorrere alla forza se non avessero ceduto ogni potere decisionale ad Haftar, che andrebbe a presiedere un costruendo Consiglio militare supremo. Nonostante la situazione presenti ancora molti aspetti poco chiari, il Parlamento di Tobruk ha preso decisioni di rilievo, e in particolare ha revocato la Legge per l’Isolamento Politico, il provvedimento voluto nel maggio 2013 dal Parlamento di Tripoli per impedire ai funzionari che avevano servito durante l’era di Gheddafi di prestare servizio nelle nuove istituzioni.
Una legge che in primo luogo escludeva da un effettivo ritorno al potere proprio il generale Haftar, ufficiale delle Forze Armate libiche fino alla sconfitta contro il Ciad lungo la striscia di Aozou nel 1987, poi costretto all’esilio negli Stati Uniti. Questa maggiore legittimazione sul piano politico potrebbe permettere ad Haftar di reintegrare altri esponenti del vecchio regime, una cui alleanza formerebbe un fronte anti-islamico di maggior peso. Assumendo legalmente il potere, Haftar può mirare a proporsi come legittimo interlocutore per il Paese intero, convincendo le potenze estere ad appoggiarlo esplicitamente, anche sulla base del suo impegno sul campo contro le milizie jihadiste.
Preso da: http://www.formiche.net/2015/02/08/libia-cresce-il-peso-del-generale-haftar/

Ripeto ancora una volta, Haftar no ha nessun sostegno in Libia, il popolo NON lo sostiene, il popolo ricorda il suo tradimento, la sua fuga in america, e la sua partecipazione sin dal primo momento alla invasione della Libia nel 2011, spacciata come “rivoluzione”. Solo la stampa occidentale SERVA cerca di farlo passare come la “soluzione”. Un uomo della CIA.

Libia, la madre di tutti gli errori

31/08/2014

L’Occidente, dopo aver eliminato Gheddafi, ha clamorosamente aperto la strada a centinaia di milizie islamiche
di Piero Orteca
Negli ultimi due anni la Libia è diventata la parafrasi di tutte le castronerie commesse dalle Cancellerie occidentali in politica estera. Sappiamo tutti che l’Europa, francesi in testa, e gli Stati Uniti (con meno convinzione) hanno liquidato Gheddafi per motivi non certo nobilissimi. Gli interessi di bottega, più o meno luridi, l’hanno fatta da padrone, e oggi i catastrofici risultati ottenuti dalle varie “Primavere arabe” sono sotto gli occhi di tutti. O quasi. Perché coloro che dovevano vedere sono ancora girati dall’altro lato. Certo, è roba da pazzi. Una sanguinosa guerra tribale, condotta senza scrupoli da bande di feroci scanna- pecore, è stata spacciata come una sacrosanta “lotta per la democrazia”. Dirlo oggi sembra scontato, ma solo due anni fa significava essere presi a pernacchie da schiere di fessacchiotti, che affollavano (oggi un po’ meno, vista la mala parata) le legioni dei benpensanti in servizio permanente effettivo. Da quando il Colonnello << uscito di testa>> è stato fatto fuori dai servizi segreti di Sarkozy,( o almeno così ci hanno COSTRETTO A CREDERE) , le cose nell’ex “Cassone di sabbia” di giolittiana memoria sono andate di male in peggio.
 Oggi in Libia comanda chi ha un kalashnikov in mano, il resto non conta. Petrolio, controllo dei flussi migratori, materie prime, odi ancestrali fra le diverse etnie fanno parte di un calderone in perenne ebollizione. L’ultima è dell’altro giorno. Il primo ministro, Abdullah al-Thinni ha mollato. Un nobile gesto? Forse. Di sicuro è altra benzina sul fuoco, perché gli islamisti ne hanno subito approfittato per chiedere la resurrezione del vecchio General National Congress, dove spadroneggiavano. Il presidente francese Hollande, per la serie «chiudiamo la stalla dopo che i buoi sono scappati» ha invocato all’Onu un «sostegno eccezionale». Strana richiesta, se fatta dal leader di un Paese che ha praticamente scatenato tutto questo putiferio. Comunque, la mossa di al-Thinni si spiega anche con la necessità di formare un simulacro di “Grosse Koalitione”, che includa beduini, cittadini, laici, jihadisti, tripolini, cirenaici, gente che arriva dalla regione di Sirte e chi più ne ha più ne metta. Tutto per evitare che, dopo le prime strette di mano, finisca a raffiche di mitra. La questione è molto più ingarbugliata di quanto si possa credere. I fondamentalisti (di Misurata) si appellano al Congresso Nazionale (a maggioranza islamica), mentre liberali e federalisti guardano solo al Parlamento, costretto, visti i chiari di luna, ad abbandonare Tripoli e Bengasi e a riunirsi a Tobruk. Ora, i jihadisti hanno sconfitto le milizie laiche di Zintan ed alzano la voce, non riconoscendo i risultati delle scorse elezioni di giugno. Nel frattempo si sono eletti un nuovo leader, Omar al-Hasi, che, secondo loro, dovrebbe andare bene per tutti. Con le buone o con le cattive. Nel frattempo, l’aeroporto di Labraq è stato attaccato con i missili (pesanti) “Grad”, così è stato chiesto ai “vicini” di intervenire. In particolare ci si è rivolti all’Egitto, dove il nuovo presidente, generale El Sisi, avrà mille difetti, ma gode di un pregio unico: prima di gettarsi nelle rogne con tutte le scarpe, come hanno fatto al tempo che fu francesi e americani, ci pensa trentatré volte. Per cui la risposta è stata “no grazie”, e tiremm innanz. Occorre dire che Labraq, a est di Bengasi, ha ormai sostituito in tutto e per tutto l’aeroporto internazionale di Tripoli, dove ormai gli aerei vengono regolarmente sforacchiati dalle pallottole. Ma la riflessione più importante dev’essere fatta su una questione di estrema evidenza: la Libia è ormai diventata una specie di terra di nessuno, di campo neutro dove tutto il Medio Oriente va a giocare le sue partite. El Sisi ha detto no a un intervento di terra a Tripoli, ma ha lanciato, assieme all’Arabia Saudita e agli Emirati, un air-strike col silenziatore. Niente di eclatante, per carità, ma sufficiente a far capire che ormai, in quell’area, si può benissimo fare a meno del permesso americano. Abdel Fattah El Sisi e il principe saudita Sheik Muhammed bin Zayed hanno deciso un’azione congiunta contro i miliziani islamici e, indirettamente, contro i loro finanziatori (il Qatar e il suo leader, Sheik Tamim bin Hamad al-Thani). L’inimicizia con lo Stato di Doha dura da lunga pezza. Da quando, cioè, il piccolo Paese del Golfo si è schierato, armi e bagagli, dalla parte dei Fratelli Musulmani (e di Hamas). Gli analisti israeliani, visti il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e il sostanziale flop fatto dallo strike in Libia, si aspettano però altri scontri “fratricidi” in tutto il Medio Oriente. Col Qatar nel mirino degli egiziani e dei sauditi. Ma la riflessione più forte, come abbiamo anticipato, verte sul ruolo (o, meglio, sul mancato ruolo) della Casa Bianca. La BBC parla esplicitamente di “allegations”, cioè di accuse o, per meglio dire, di “speculazioni” degli americani sul raid aereo, che sarebbe stato condotto da caccia degli Emirati Arabi Uniti, i quali hanno bombardato Tripoli partendo da una base egiziana. In pratica, a Washington non sono stati avvisati di alcuna mossa e i nuovi alleati del Medio Oriente, Egitto in testa, si muovono strafregandosene di Barack Obama e dei suoi generali a quattro stelle e tanti pennacchi. D’altro canto, dicono al Cairo, è vero o non è vero che gli Stati Uniti prima hanno fatto (o, comunque, hanno programmato) la festa a Gheddafi, poi hanno gettato a mare con tutte le scarpe l’alleato di una vita (Hosni Mubarak) e adesso piangono lacrime di coccodrillo perché in Libia comandano almeno 350 milizie diverse? Una cosa è sicura: il National Security Council Usa è sull’orlo di una crisi di nervi. Libya Dawn (“Alba Libica”), l’alleanza che raggruppa gli islamisti, ha preso il controllo della capitale e del suo aeroporto. Come spesso capita in questi casi, anche Obama ha cercato di applicare il suo motto «Yes, we can» per uscirsene dal ginepraio. «Yes, we can», nel senso di «ce la possiamo fare ». A organizzare un colpo di Stato, aggiungiamo noi. Ci hanno provato, da Bengasi, col generale Khalifa Haftar, ma la Libia non è Grenada e le unità d’élite impiegate (a cominciare dal gruppo al-Saiqa) hanno fatto un bel buco nell’acqua. Fin dal 2011 il Qatar sostiene gli islamici più o meno moderati, guardato di sguincio da diversi Paesi arabi. Ma ora viene il bello. Assisteremo a una mattanza fra arabi, alcuni sostenuti da Israele, ed ex alleati?

Fonte: http://www.gazzettadelsud.it/news//106309/Libia–la-madre-di-.html

La guerra in casa! E’ vero? Ma in casa di chi?

Abbiamo la guerra in casa. Così dicono i nostri grandi giornalisti. Non so perché, ma in casa la guerra ci scoppia sempre per motivi che non conosciamo. L’undici settembre del 2001, per esempio, dopo che due aerei civili avevano “attaccato” inspiegabilmente New York e il Pentagono, scoprimmo che a Roma c’era la guerra. Quando una bomba fece una strage in una banca di Milano, nel 1969, non ci fu un americano che pensasse d’avere in casa la guerra; da noi, invece, le guerre scoppiano per qualunque guaio dell’Occidente. Anni fa, per una bomba alla metropolitana di Madrid, gli spagnoli chiusero i conti con un governo di destra, noi allertammo polizia, esercito e guardia forestale. Avevano colpito Madrid, ma la guerra era contro di noi. Ce l’avevamo in casa.
Non so chi li laurei, i grandi nomi della carta stampata e delle televisioni, ma qualcuno dovrebbe dirglielo come scoppiano le guerre e ricordargli che gli attacchi a giornali e giornalisti sono pagine feroci, ma frequenti. Come cerchi ci sbatti il naso. Il 22 luglio 2014, non cento anni fa, “Libero”, raccontando ai lettori la tragedia di Gaza, scrive di “un aereo da combattimento israeliano che ha bombardato l’ultimo piano di una torre residenziale nel Centro di Gaza, dove si trovano la sede di Al-Jazira e gli uffici dell’agenzia di notizie statunitense, Ap”. Naturalmente, racconta il giornale, gli israeliani sostengono che è “stato un errore”, ma ammoniscono i giornalisti: meglio stare alla larga. Se uno non si ferma qui e va avanti, scopre poi una dichiarazione ufficiale israeliana che definisce Al-Jazira “una colonna portante dell’apparato di propaganda di Hamas” e chiede che “le attività dell’emittente vengano bandite in Israele”.
E’ strano, ma così: nessun governo occidentale ha dichiarato in quei giorni che Israele fa “guerra alla democrazia”, nessuno si è scandalizzato per la libertà di stampa attaccata con le armi e la nostra “grande stampa”, che stava dormendo o era stata messa a nanna, non ha suonato l’allarme. La guerra a Gaza non è guerra di casa nostra, noi ci disinteressiamo degli occupati e abbiamo ottimi rapporti con gli occupanti perciò, se giocano a tiro a segno sui giornalisti, pazienza.
Rosa Schiano, che era a Gaza, pochi giorni prima dell’attacco ad Al-Jazira aveva descritto così l’esecuzione di Hamed Shehab, un giornalista che lavorava per Media24 news agency: “Lo scorso 9 luglio, è stato ucciso in un attacco mirato sull’auto che stava guidando in zona centrale nei pressi del parco di Al-Jundi al-Majhul in Gaza City. Il veicolo era contrassegnato dalla scritta “TV”. Il suo corpo è stato ridotto in pezzi dall’esplosione”.
L’Europa, preoccupata per la pazza estate e i rischi per la stagione turistica, era persa dietro i meteorologi e non si accorse di nulla, sicché invano il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi (PJS), affiliato alla Federazione Internazionale, chiese una commissione d’inchiesta indipendente sulla morte degli operatori.
Nel 2012, Reporters Senza Frontiere e il Comitato per la Protezione dei Giornalisti manifestarono il loro sdegno per l’aggressione israeliana ai media nella Striscia di Gaza e condannarono l’attacco notturno contro la torre dei giornalisti: “Questi attacchi costituiscono un ostacolo alla libertà di informazione – disse allora il segretario generale di Reporters Senza Frontiere, Christophe Deloire, ricordando “alle autorità israeliane che, secondo il diritto internazionale, i media godono della stessa protezione dei civili e non possono essere trattati come target militari”. Deloire chiese infine che i responsabili del bombardamento fossero identificati. Non se ne fece nulla. L’Occidente, che ha creato e tiene in vita l’orrore di Guantanamo, parla molto di civiltà e diritti, ma ricorre alla violenza e alla barbarie ogni volta che si tratta di lavoro, dissenso interno e conquista dei mercati.

Preso da: https://giuseppearagno.wordpress.com/2015/01/08/la-guerra-in-casa-e-vero-ma-in-casa-di-chi/