GLOBAL RESEARCH: RISOLTO IL MISTERO DEGLI AUTOMEZZI TOYOTA IN MANO ALL’ISIS (LI HANNO FORNITI GLI USA)

16 ottobre 2015

Uno degli “imbarazzanti” misteri dei terroristi dello Stato Islamico è come mai siano in possesso di centinaia di mezzi tutti uguali targati Toyota. L’evidenza, che emerge dai video propagandistici, è tale che il Dipartimento del Tesoro americano ha aperto un’inchiesta. Eppure, nota Global Research in questo articolo, le stesse autorità americane avevano recentemente dichiarato di aver fornito equipaggiamenti e mezzi (molti dei quali Toyota) ai “ribelli siriani” (dipingendoli come combattenti per la libertà) — l’obiettivo degli USA è sempre la stesso: destabilizzare il Medio Oriente con ogni mezzo per imporvi il proprio dominio.


di Tony Cartalucci, 9 ottobre 2015
Il Dipartimento del Tesoro Americano ha recentemente aperto un’inchiesta sull’uso di un gran numero di autocarri targati Toyota da parte del cosiddetto “Stato Islamico” (ISIS). La questione è stata sollevata dopo l’inizio delle operazioni aeree russe in Siria, e dopo l’aumento a livello globale dei sospetti che gli stessi USA abbiano avuto un ruolo fondamentale nell’armare, finanziare, e sostenere intenzionalmente l’esercito terrorista in Iraq e in Siria.
ABC News, nel suo articolo su “Funzionari USA chiedono perché l’ISIS abbia così tanti autocarri Toyota“, scrive:

I funzionari anti-terrorismo degli Stati Uniti hanno chiesto alla Toyota, il secondo maggior produttore di auto al mondo, di aiutarli a capire come l’ISIS sia riuscito ad acquisire un così grande numero di autocarri, SUV e pick-up targati Toyota, come si nota con molta evidenza dai video di propaganda del gruppo terrorista in Iraq, Siria e Libia.
La Toyota dice di non sapere come l’ISIS abbia potuto ottenere quei veicoli, e “supporta” l’indagine guidata dalla Terror Financing Unit del Dipartimento del Tesoro — che è parte di un più ampio sforzo condotto dagli USA per evitare che i beni prodotti in occidente finiscano nelle mani dei gruppi terroristi.

Il report prosegue, e cita l’ambasciatore iracheno negli USA, Lukman Faily:

Questa è una domanda che abbiamo già posto ai nostri vicini” ha detto Faily. “Come è possibile che ci siano tutti questi autocarri nuovi… a quattro ruote motrici, ce ne sono a centinaia — da dove arrivano?

Non sorprende affatto che il Dipartimento del Tesoro, a quanto pare, stia chiedendo spiegazioni alla parte sbagliata. Invece che alla Toyota, il Dipartimento del Tesoro avrebbe dovuto iniziare la sua indagine bussando alla porta accanto, cioè al Dipartimento di Stato USA.
Mistero risolto
Appena lo scorso anno è stato reso noto che il Dipartimento di Stato USA aveva spedito in Siria grosse quantità di autocarri targati Toyota, che dovevano essere destinati al “Libero Esercito Siriano”.
Nel 2014 la Public Radio International (PRI), fondata negli USA, aveva titolato “Questo pick-up Toyota è in cima alla lista degli acquisti da parte del Libero Esercito Siriano — e dei talebani“, che:
Recentemente, quando il Dipartimento di Stato USA ha ripreso a inviare aiuti non-letali ai ribelli siriani, la lista delle consegne includeva 43 automezzi Toyota.
Hiluxes era nella lista dei desideri del Libero Esercito Siriano. Oubai Shahbander, consigliere della Coalizione Nazionale Siriana, con sede a Washington, è un fan di questo automezzo.
“Equipaggiamenti specifici come gli Hiluxes Toyota sono ciò che definiamo dei fornitori di potenza per le forze di opposizione moderata in campo”, ha aggiunto. Shahbander dice che i pick-up forniti dagli USA serviranno a spostare truppe e rifornimenti. Alcuni dei mezzi diventeranno effettivamente armi sui campi di battaglia.
Anche il governo britannico ha ammesso di aver fornito una certa quantità di veicoli ai terroristi che combattono in Siria. L’articolo del 2013 del britannico Independent intitolava “Rivelazione: Ecco cosa l’Occidente ha dato ai ribelli siriani“, e diceva che:

Fino ad ora la Gran Bretagna ha inviato circa 8 milioni di sterline di aiuti non-letali, secondo le carte ufficiali viste dall’Independent, e questa cifra include cinque veicoli a 4 ruote motrici con protezione balistica, 20 set di giubbotti antiproiettile, quattro autocarri (tre da 25 tonnellate, uno da 20 tonnellate), sei SUV 4×4, cinque pick-up non corazzati, un carro di soccorso, quattro carrelli elevatori, tre “kit di resistenza” avanzati per i centri regionali, destinati a recuperare le persone nelle emergenze, 130 batterie a celle solari, circa 400 radio, depuratori d’acqua e kit per la raccolta dei rifiuti, computer, VSAT (piccoli sistemi satellitari per la comunicazione dei dati) e stampanti.

Si può dire che qualsiasi sia stato il mezzo tramite il quale il Dipartimento di Stato USA e il governo britannico hanno usato per rifornire i terroristi in Siria con questi automezzi, è probabile che esso sia stato usato per inviare ulteriori veicoli anche prima e dopo che questi report fossero resi pubblici.
Il mistero di come centinaia di nuovissimi autocarri Toyota, tutti uguali, siano finiti in Siria e siano nelle mani dell’ISIS è risolto. Non solo i governi USA e britannico hanno ammesso in passato di averli forniti, ma le loro forze militari e le loro agenzie di intelligence hanno solcato i confini di Turchia, Giordania, e perfino Iraq, da cui queste colonne di autocarri devono essere necessariamente passate per finire in Siria – anche se sono stati altri agenti regionali a fornirli. Se le precedenti ammissioni di aver fornito i veicoli coinvolgono l’Occidente direttamente, il fatto che nulla sembra aver impedito le operazioni di consegna lungo i confini implica che l’Occidente è complice con altri paesi nell’aver fornito di veicoli i terroristi siriani.
Ma quale mistero?
Certo, molte di queste informazioni non sono affatto nuove. Quindi la questione è – perché mai il Tesoro americano sta avviando adesso questa palese farsa? Forse quelli a Washington credono che se è lo stesso governo USA a porre l’ovvia questione di come abbia potuto l’ISIS mettere in campo una forza meccanizzata così impressionante, proprio nel mezzo del deserto siriano, nessuno sospetterà che sia stato esso stesso ad avere un ruolo.
Certo, i mezzi non si sono materializzati in Siria. Sono stati prodotti da qualche parte fuori dalla Siria e poi ci sono stati portati dentro, e ci sono stati portati in gran numero, con gli USA e i loro alleati regionali che lo sapevano esplicitamente e/o sono stati direttamente complici. Il fatto di mettersi a domandare alla Toyota da dove possano essere arrivati gli automezzi forniti dallo stesso Dipartimento di Stato USA è un’altra indicazione di quanto la politica estera, la legittimità e la credibilità degli USA siano perdute.
L’intervento della Russia, e ciò che dovrebbe diventare una coalizione anti-terrorismo con ampio supporto, deve  tenere presente la criminalità degli USA e dei suoi alleati, nel momento in cui sceglie i propri partner nello sforzo di riportare la sicurezza entro i confini del Medio Oriente e del Nord Africa.
Fonte: vocidallestero.it

Preso da: http://sapereeundovere.com/global-research-risolto-il-mistero-degli-automezzi-toyota-mano-allisis-li-hanno-forniti-gli-usa/

Social e motori di ricerca scelgono per noi. Occorre tornare a essere carbonari del web

Oramai il tema della censura va reinterpretato. Non esiste più, e da un decennio almeno, il muro invalicabile, composto dal costo delle strutture, per poter pubblicare praticamente ogni cosa e riuscire a raggiungere un numero potenzialmente infinito di persone. Certo, l’estensione del numero delle possibilità e dei media sui quali pubblicare messaggi e contenuti che prima era del tutto impossibile riuscire a diffondere, ad esempio il web, non significa automaticamente che l’efficacia di tale azione sia uguale a quella che tuttora hanno i media mainstrem, televisione sopra ogni cosa.

Il discorso dovrebbe essere chiaro a tutti ed è inutile tornarci sopra a lungo: ancora oggi, a dominare la scena sono la televisione e tutto il carrozzone che in televisione continua a essere rappresentato, dai giornali di massa (che in Tv hanno ospitalità e megafono) a tutta la pletora di opinionisti e comunicatori che alla televisione vengono fatti accedere a discapito di tutti gli altri. Con i criteri ben precisi che conosciamo. Ma è parimenti importante considerare come le nuove strategie dei nodi fondamentali della rete, oggi, e cioè Google e i social network, stiano operando al fine di rendere anche internet molto meno libero di quanto originariamente non fosse e di quanto ancora oggi si abbia percezione che sia.

Siccome la quasi totalità delle ricerche on-line, e dunque dei contenuti che effettivamente vengono proposti come risultati e indicati come luoghi da raggiungere è solo potenzialmente infinita e libera, ma invece mirata e orientata, tutta questa libertà in cui ancora, soprattutto sul web, ancora si crede, è in realtà uno specchietto per le allodole (felici e incoscienti).
Se due persone diverse, da due postazioni differenti, dunque con due Ip di provenienza differenti, fanno la medesima ricerca sul principale motore di ricerca del mondo, ottengono oggi dei risultati molto diversi. E molto uguali, invece, alle proprie personali inclinazioni, che Google stessa, registrando e imparando i temi che cerchiamo più frequentemente, sceglierà per noi di metterci davanti.
È un esperimento che può fare chiunque: basta scambiarsi una telefonata, tra almeno due persone in due luoghi differenti, e decidere di fare una ricerca su Google allo stesso momento con le stesse identiche parole chiave. Il risultato che i due browser restituiranno (purché la ricerca, ribadiamo, avvenga da due Ip differenti) cercando due identiche parole chiave (parola uno+parola due oppure anche con una frase che restituirà un risultato a una ricerca semantica) come si verificherà sarà enormemente differente per i due soggetti che stanno facendo l’esperimento.
Il motivo ufficiale di Google è quello di far emergere per ogni utente la sua ricerca personalizzata per fargli ottenere il più precisamente possibile l’obiettivo. Google, come detto, imparando e registrando, via via che lo utilizziamo, i temi e gli argomenti che ci interessano più frequentemente, si arroga il diritto di consegnarci i risultati che ritiene più opportuni. In pratica, in luogo di tutti i risultati che la rete sarebbe in grado di restituirci, ci indica quelli che – secondo lui – sono più adatti e pertinenti per noi.
Non un motore di ricerca, dunque, ma un vero e proprio tutor personalizzato. Che opera con dei criteri tutti suoi, e senza che noi gli avessimo richiesto di farlo, orientando i risultati che mostra.
Si dovrebbe capire immediatamente l’importanza di tale cambiamento. Perché non solo dichiara chiusa definitivamente la possibilità di accedere effettivamente a qualsiasi contenuto che magari può sul serio interessarci (e che qualcuno, in assoluta libertà, può avere pubblicato) senza che lo siamo andati a cercare in modo preciso, ma dichiara aperta la stagione di un nuovo – e unico – creatore di senso. Come fosse una persona in carne ed ossa (un amico, un libraio di fiducia, un giornalista cui si crede) al quale si chiede una cosa e ci si affida per la risposta. Solo che le motivazioni che spingono Google alle risposte per noi, ovviamente ci rimangono oscure. Oltre al fatto che “il nostro amico Google” proprio amico non è, né gli abbiamo scientemente concesso la fiducia che pure gli accordiamo inconsciamente ogni volta che ci rivolgiamo al suo motore di ricerca.
Insomma è il motore di ricerca che ci guida, che sceglie per noi. Cioè l’azienda che lo produce e lo sviluppa. Con criteri tutti suoi.
Ed è così anche per il social network che mostra nella nostra timeline alcuni risultati e contenuti e altri no, vedi il recente accordo con “le maggiori testate giornalistiche del mondo”, ovviamente considerate tali da lui, e non scientemente da noi.
Nessun complotto, beninteso, tutto alla luce del sole (tanto ormai chi vorrete che capisca la portata di tale cambiamento?). Prendiamo in esame questo titolo di un video di Repubblica di ieri: “Facebook: così vi guidiamo alla scoperta della vostra pagina” (qui il video). A parlare è Adam Mosseri, uno dei responsabili del team di prodotti di Facebook. E se non vi volete digerire il video (e la pubblicità che lo precede) basta comunque analizzare il titolo per capire la conferma di quanto abbiamo appena scritto. Insomma: il social network si arroga il diritto di scegliere e di guidarci alla scoperta della nostra pagina.
In definitiva, pertanto, ciò che viene veicolata come la possibilità di ricerche personalizzate, non è altro che un filtro scelto da altri per mostrarci alcune cose e per occultarcene delle altre. In barba alla libertà del Web…
Prima non si era in grado di poter veicolare tutti i messaggi perché i costi di avviamento di una struttura comunicativa erano enormi. Oggi, che i costi che sono drasticamente ridotti, molto semplicemente è del tutto inutile pubblicare alcuni messaggi, perché in luogo dell’accesso o meno a tali costosi strumenti è stato sostituito il meccanismo di filtro, di muro di ingresso. Con la semplicità di un algoritmo.
A prima vista dunque si potrebbe parlare di un meccanismo di censura 2.0 e il tema dunque sembrerebbe ritornare di pressante attualità. Vero, ma esiste ancora – almeno per ora – una via di uscita. Che ci riporta alla natura analogica che contraddistingue l’uomo a differenza delle “macchine”.
Questa via d’uscita è rappresentata dalla possibilità di concedere fiducia a individui in carne ed ossa, cioè a uomini. O a un gruppo bene definito di uomini e donne che si mettono assieme per costituire un (possibile) punto di riferimento di informazione e comunicazione. È quello che oggi viene definito “news brand”. Affidarsi, per la propria informazione, per raggiungere una tipologia (e una qualità) ben precisa di messaggi e di risposte, a un soggetto che si conosce e al quale si accorda proprio per questo fiducia, è l’unica possibilità di sfuggire alla rete dei nuovi filtri della comunicazione. Ed è guarda caso ciò che i social network e i grandi motori di ricerca hanno preso come obiettivo principale da abbattere. Essi scelgono per noi, scompattano i messaggi di ogni news brand e ci restituiscono ciò che reputano opportuno diluendo, fino a farlo dissolvere, il “marchio” originario di provenienza, cioè, in sostanza, il nome e cognome, e il volto – cioè la sua storia, la sua credibilità – e anche l’indirizzo preciso di chi ha emesso il messaggio. Vogliono che tutto passi da loro, che le persone non vadano più a casa (cioè sul sito) di chi hanno scelto di frequentare, ma utilizzino il mega supermaket dell’infotainment targato Google e Facebook, con prodotti bene selezionati, naturalmente. Da loro per noi.
Loro puntano al Centro Unico di Emissione (e controllo). Tutti noi, per salvarci, dobbiamo tornare a sostenere e a frequentare solo i nostri personali (in quanto scelti personalmente) centri di emissione. Quelli che hanno nome e cognome, per intenderci. Quelli in cui noi crediamo e scegliamo di concedere fiducia.
Esiste ancora – per ora – la possibilità di farlo. Perché un centro di emissione, almeno dalle nostre parti, può ancora essere raggiunto personalmente quando lo si è scelto, puntando direttamente al suo indirizzo (che è la url) digitandolo sul browser. E può ancora essere rilanciato e diffuso nella propria agenda di contatti. In modo analogico, uno a uno, o uno a molti, nella propria personale sfera di influenza. Operazione quasi carbonara, potremmo dire. Ma ancora in grado di sfruttare le possibilità offerte dalla rete, da internet.
È dunque essenziale intanto scegliere e selezionare coloro cui dare fiducia, e quindi, parimenti importante, evitare scientemente il resto.
Quando ciò non dovesse essere più possibile, quando cioè anche da noi renderanno impossibile raggiungere alcuni indirizzi (in Cina, ad esempio, già è così) si dovrà fare un ulteriore passo avanti, tornando ancora di più all’analogico, cioè indietro, e chiudendo il cerchio. A quel punto sarà del tutto inutile avere un computer. E la resistenza, la sopravvivenza, il proprio modo di continuare ad essere alive, dovrà finalmente tornare ancora più umano.

Valerio Lo Monaco

Originale con video: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2015/10/7/social-e-motori-di-ricerca-scelgono-per-noi-occorre-tornare.html

Così hanno ridotto la Libia; così vogliono ridurre la Siria

9 ottobre 2015

WE CAME, WE SAW, HE DIED
we came we saw he died
C’è un pezzo della storia dei nostri giorni che mostra, simbolicamente, l’arroganza impietosa ed il cinismo con cui l’Occidente ha generato l’attuale disastro Mediorientale; è  un video di cui riportiamo solo la parte finale.
È il 20 ottobre del 2011 e Hillary Clinton, allora Segretario di Stato, sta per iniziare un’intervista televisiva quando viene raggiunta dalla notizia della “morte” del leader libico Muammar Gheddafi.


La reazione della signora è l’emblema dell’irresponsabilità di una classe politica che sta facendo dei danni irreparabili. La Clinton, nel fuori-onda, esulta, non riesce a trattenere la sua contentezza; poi, davanti alla giornalista che sta per intervistarla, con l’entusiasmo di chi sa che ha vinto la sua guerra personale, esclama, parafrasando nientemeno che Giulio Cesare: “we came, we saw, he died” (siamo venuti, abbiamo visto e lui è morto), convinta che la storia avrebbe appuntato a lei e al suo Governo l’ennesima medaglia da “liberatori”.
In quel momento, secondo la retorica dei politici umanitari, un bieco dittatore era stato eliminato e i musicanti delle orchestrine occidentaliste suonavano le loro serenate sulla nuova Libia che sarebbe nata democratica e libera
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ECCO LA NUOVA LIBIA!
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Bene, ora guardate quest’altro video, agghiacciante. E’ la prima parte di un documento eccezionale pubblicato su ViceNews.
Sono le immagini di un campo profughi alle porte di Tripoli, gestito dalle milizie jihadiste, i famosi “ribelli moderati” armati e finanziati dagli americani, che ormai controllano buona parte della Libia.
Sono scene incredibili, racconti impressionanti di persone fuggite dal Sudan, dalla Nigeria, dal Ciad e arrivati, attraverso il deserto, in Libia nel viaggio della speranza che per molti di loro è finito lì. Donne e bambini distrutti dalle violenze e dalla paura, uomini denutriti o disidratati; insomma profughi veri non come molti di quelli che arrivano da noi armati di iPhone, occhiali Ray-Ban e perfetto inglese.
Le immagini mostrano come sono trattati: picchiati, frustati, lasciati senza acqua e senza cibo dentro veri e propri lager; usati come mezzi di scambio dalle milizie locali che gestiscono la nuova tratta degli schiavi.
Ecco, questa è la nuova Libia liberata dalle bombe della Nato.
UNA GUERRA SPORCA
Ancora oggi, emergono particolari inediti su come sia stata manipolata la verità sulla Libia e come quella guerra sia una vergogna di cui l’America e l’Occidente rischiano di pagare un prezzo salatissimo.
L’ultima inchiesta in questi giorni: Fox News ha reso pubbliche le mail che documentano come, fino al giorno prima dell’inizio dei bombardamenti Nato, Saif Gheddafi, il figlio del rais, abbia cercato disperatamente di contattare la Casa Bianca per trovare una soluzione pacifica alla guerra civile; una resa che garantisse una transizione democratica vera al suo paese in cambio della cessione del potere. Tutto inutile. La Clinton e Obama volevano quella guerra, volevano abbattere Gheddafi ben sapendo che non c’era nessuna pianificazione democratica per la Libia, ma solo il caos (lo abbiamo raccontato in questo video)
LE MANIPOLAZIONI DELLA CIA
Mesi fa siamo stati tra i pochi in Italia (forse unici) a raccontare un’altra inchiesta: quella secondo cui il Dipartimento di Stato americano e la Cia avrebbero manipolato i report sulla Libia per convincere la Casa Bianca (e il mondo) che Gheddafi stava violando i diritti umani e imporre l’intervento militare. Questo nonostante le organizzazioni umanitarie (Amnesty International in primis) avessero dichiarato che non era vero e che semmai erano i ribelli filo-americani a compiere fucilazioni di massa, torture, deportazioni. Ed al Pentagono (cioè i militari di scuola realista che erano contrari alla guerra) cercavano di convincere Obama che era una follia abbattere Gheddafi.
MENESTRELLI DOVE SIETE?
Ora, di fronte a quelle immagini di profughi, dove sono i grandi intellettuali, i menestrelli delle bombe umanitarie che sui media occidentali ci spiegavano che armando i leggendari “ribelli moderati” (una delle più fantasmagoriche invenzioni hollywoodiane applicata alla politica), noi avremmo consegnato la Libia alla democrazia e alla libertà e difeso i diritti umani? Si sono forse nascosti per la vergogna? No, si sono semplicemente spostati di 2000 km; in Siria, a raccontare le stesse scemenze e a propagandare le stesse menzogne.
Perché quello che è avvenuto in Libia lo si è cercato di riprodurre in Siria con lo stesso identico schema. C’è una lucida volontà di annientamento di paesi sovrani, dietro la retorica umanitaria di chi è alleato a dittature più orribili e repressive di quelle che governano quei paesi.
Per depredare una nazione delle sue ricchezze bisogna ridurla in macerie e cancellare ogni autorità legittima e sovrana. Questo volevano le centrali di potere a cui Washington, Londra e Parigi si sono piegate. Questo hanno fatto in Libia. Questo hanno provato a fare in Siria; ma, qui, per ora, i loro piani non stanno funzionando.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2015/10/09/cosi-hanno-ridotto-la-libia-cosi-vogliono-ridurre-la-siria/#

Ecco perchè la Libia è stata distrutta e la Siria viene bombardata

6 ottobre 2015
Ecco perchè la Siria viene bombardata!!!!

Elenco delle Banche Centrali proprietà dei Rothschild in tutto il mondo Banca Centrale!
Scritto il 1 giugno 2012 alle 12:03 da carloscalzotto@finanza

Premessa: Rothschild è una famiglia di banchieri molto nota e facoltosa del XIX secolo, di origine Ashkenazi, che attraverso le sue sedi di Vienna, Parigi, Londra, Napoli e Francoforte controllava più o meno direttamente le politiche dei paesi che finanziava.

La famiglia Rothschild sta lentamente ma inesorabilmente fondando Banche Centrali che hanno la loro sede in ogni paese del mondo, dando loro quantità incredibile di ricchezza e potere. Nell’anno 2000 ci sono stati sette paesi senza una proprietà Rothschild Banca Centrale: Afghanistan, Iraq, Sudan, Libia, Cuba, Nord Corea, Iran. E’ non è una coincidenza che questi paesi sopra elencati, sono stati e sono tuttora sotto attacco da parte dei media occidentali, dal momento che una delle ragioni principali per cui questi paesi sono stati sotto attacco, in primo luogo perché non hanno ancora un Rothschild di proprietà della Banca Centrale. Il primo passo per stabilire se un paese può avere una Banca Centrale è quello di farli accettare un prestito scandaloso, che pone il paese in debito della Banca Centrale e sotto il controllo dei Rothschild. Se il paese non accetta il prestito, il leader di questo paese sarà assassinato e un leader Rothschild allineato sarà messo in posizione, e se l’omicidio non funziona, il paese sarà invaso per avere un’Istituto bancario Centrale, ottenedo così con la forza, sotto il nome di terrorismo. Le banche centrali sono create illegalmente e sono private, dove la famiglia di banchieri Rothschild hanno lo zampino. Il fondatore della famiglia è nato più di 230 anni fa (Mayer Amschel Rothschild 1743-1812) e scivolò piano piano sulla strada in ogni paese di questo pianeta, minacciato ogni leader e governi d’ogni parte del mondo, con la morte fisica, economica e distruzione, per poi piazzare su ogni popolo, queste banche centrali, per controllare e gestire il portafoglio di ciascun paese. Peggio ancora, i Rothschild controllano anche le macchinazioni di ogni governo, a livello macro, fregandosene delle vicende quotidiane delle vite individuali di ogni popolo. Tranne quando saremo troppo fuori linea, nel 2003 i paesi senza una banca centrale di proprietà della famiglia Rothschild erano: Sudan, Libia, Cuba, Corea del Nord ed l’Iran. Gli attacchi dell’11 settembre sono stati un lavoro interno per poter invadere l’Afghanistan e Iraq per stabilire poi una Banca Centrale in questi paesi. I paesi lasciati soli nel 2011 senza una banca centrale di proprietà della famiglia Rothschild sono: Cuba, Corea del Nord ed Iran. Dopo le proteste ed istigazioni con le rivolte nei paesi arabi, i Rothschild hanno la strada spianata per stabilire anche là delle banche centrali, e sbarazzarsi di quei leaders, con forte carisma verso i loro popoli.

Ecco lo spaventoso potere della famiglia ROTHSCHILD in the World:

L’elenco delle loro proprietà

Albania: Bank of Albania

Algeria: Bank of Algeria

Argentina: Central Bank of Argentina

Armenia: Central Bank of Armenia

Aruba: Central Bank of Aruba

Australia: Reserve Bank of Australia

Austria: Austrian National Bank

Azerbaijan: National Bank of Azerbaijan

Bahamas: Central Bank of The Bahamas

Bahrain: Bahrain Monetary Agency

Bangladesh: Bangladesh Bank

Barbados: Central Bank of Barbados

Belarus: National Bank of the Republic of Belarus

Belgium: National Bank of Belgium

Belize: Central Bank of Belize

Bermuda: Bermuda Monetary Authority

Bhutan: Royal Monetary Authority of Bhutan

Benin: Central Bank of West African States (BCEAO)

Bolivia: Central Bank of Bolivia

Bosnia: Central Bank of Bosnia and Herzegovina

Botswana: Bank of Botswana

Brazil: Central Bank of Brazil

Bulgaria: Bulgarian National Bank

Burkina Faso: Central Bank of West African States (BCEAO)

Cameroon: Bank of Central African States

Canada: Bank of Canada – Banque du Canada

Cayman Islands: Cayman Islands Monetary Authority

Central African Republic: Bank of Central African States

Chad: Bank of Central African States

Chile: Central Bank of Chile

China: The People’s Bank of China

Colombia: Bank of the Republic

Congo: Bank of Central African States

Costa Rica: Central Bank of Costa Rica

C?te d’Ivoire: Central Bank of West African States (BCEAO)

Croatia: Croatian National Bank

Cuba: Central Bank of Cuba

Cyprus: Central Bank of Cyprus

Czech Republic: Czech National Bank

Denmark: National Bank of Denmark

Dominican Republic: Central Bank of the Dominican Republic

East Caribbean area: Eastern Caribbean Central Bank

Ecuador: Central Bank of Ecuador

Egypt: Central Bank of Egypt

El Salvador: Central Reserve Bank of El Salvador

Equatorial Guinea: Bank of Central African States

Estonia: Bank of Estonia

Ethiopia: National Bank of Ethiopia

European Union: European Central Bank

Fiji: Reserve Bank of Fiji

Finland: Bank of Finland

France: Bank of France

Gabon: Bank of Central African States

The Gambia: Central Bank of The Gambia

Georgia: National Bank of Georgia

Germany: Deutsche Bundesbank

Ghana: Bank of Ghana

Greece: Bank of Greece

Guatemala: Bank of Guatemala

Guinea Bissau: Central Bank of West African States (BCEAO)

Guyana: Bank of Guyana

Haiti: Central Bank of Haiti

Honduras: Central Bank of Honduras

Hong Kong: Hong Kong Monetary Authority

Hungary: Magyar Nemzeti Bank

Iceland: Central Bank of Iceland

India: Reserve Bank of India

Indonesia: Bank Indonesia

Iran: The Central Bank of the Islamic Republic of Iran

Iraq: Central Bank of Iraq

Ireland: Central Bank and Financial Services Authority of Ireland

Israel: Bank of Israel

Italy: Bank of Italy

Jamaica: Bank of Jamaica

Japan: Bank of Japan

Jordan: Central Bank of Jordan

Kazakhstan: National Bank of Kazakhstan

Kenya: Central Bank of Kenya

Korea: Bank of Korea

Kuwait: Central Bank of Kuwait

Kyrgyzstan: National Bank of the Kyrgyz Republic

Latvia: Bank of Latvia

Lebanon: Central Bank of Lebanon

Lesotho: Central Bank of Lesotho

Libya: Central Bank of Libya

Lithuania: Bank of Lithuania

Luxembourg: Central Bank of Luxembourg

Macao: Monetary Authority of Macao

Macedonia: National Bank of the Republic of Macedonia

Madagascar: Central Bank of Madagascar

Malaysia: Central Bank of Malaysia

Malawi: Reserve Bank of Malawi

Mali: Central Bank of West African States (BCEAO)

Malta: Central Bank of Malta

Mauritius: Bank of Mauritius

Mexico: Bank of Mexico

Moldova: National Bank of Moldova

Mongolia: Bank of Mongolia

Morocco: Bank of Morocco

Mozambique: Bank of Mozambique

Namibia: Bank of Namibia

Nepal: Central Bank of Nepal

Netherlands: Netherlands Bank

Netherlands Antilles: Bank of the Netherlands Antilles

New Zealand: Reserve Bank of New Zealand

Nicaragua: Central Bank of Nicaragua

Niger: Central Bank of West African States (BCEAO)

Nigeria: Central Bank of Nigeria

Norway: Central Bank of Norway

Oman: Central Bank of Oman

Pakistan: State Bank of Pakistan

Papua New Guinea: Bank of Papua New Guinea

Paraguay: Central Bank of Paraguay

Peru: Central Reserve Bank of Peru

Philippines: Bangko Sentral ng Pilipinas

Poland: National Bank of Poland

Portugal: Bank of Portugal

Qatar: Qatar Central Bank

Romania: National Bank of Romania

Russia: Central Bank of Russia

Rwanda: National Bank of Rwanda

San Marino: Central Bank of the Republic of San Marino

Samoa: Central Bank of Samoa

Saudi Arabia: Saudi Arabian Monetary Agency

Senegal: Central Bank of West African States (BCEAO)

Serbia: National Bank of Serbia

Seychelles: Central Bank of Seychelles

Sierra Leone: Bank of Sierra Leone

Singapore: Monetary Authority of Singapore

Slovakia: National Bank of Slovakia

Slovenia: Bank of Slovenia

Solomon Islands: Central Bank of Solomon Islands

South Africa: South African Reserve Bank

Spain: Bank of Spain

Sri Lanka: Central Bank of Sri Lanka

Sudan: Bank of Sudan

Surinam: Central Bank of Suriname

Swaziland: The Central Bank of Swaziland

Sweden: Sveriges Riksbank

Switzerland: Swiss National Bank

Tajikistan: National Bank of the Republic of Tajikistan

Tanzania: Bank of Tanzania

Thailand: Bank of Thailand

Togo: Central Bank of West African States (BCEAO)

Tonga: National Reserve Bank of Tonga

Trinidad and Tobago: Central Bank of Trinidad and Tobago

Tunisia: Central Bank of Tunisia

Turkey: Central Bank of the Republic of Turkey

Uganda: Bank of Uganda

Ukraine: National Bank of Ukraine

United Arab Emirates: Central Bank of United Arab Emirates

United Kingdom: Bank of England

United States: Board of Governors of the Federal Reserve System (Washington)

Federal Reserve Bank of New York

Uruguay: Central Bank of Uruguay

Vanuatu: Reserve Bank of Vanuatu

Venezuela: Central Bank of Venezuela

Yemen: Central Bank of Yemen

Zambia: Bank of Zambia

Zimbabwe: Reserve Bank of Zimbabwe fonte 1 , fonte 2

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=88999

L’ATTO RIVOLUZIONARIO DI DIRE LA VERITA’

Postato il Venerdì, 02 ottobre @ 12:10:00 BST di davide

DI JOHN PILGER
johnpilger.com
L’intervento a Londra di John Pilger, in occasione del lancio dei file WikiLeaks, con una introduzione di Julian Assange. George Orwell disse: “In tempi di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”.
Questi sono tempi bui, in cui la propaganda dell’inganno tocca tutte le nostre vite. È come se la realtà politica fosse stata privatizzata e l’illusione legittimata. L’era dell’informazione appartiene ai mass media. Si fa politica attraverso i media; si censura attraverso i media; si va in guerra tramite i media; si punisce con i media; ci si distrae con i media – una linea di assemblaggio surreale composta da luoghi comuni e falsi presupposti.

L’incredibile tecnologia [di cui disponiamo] è diventata sia nostra amica che nostra nemica. Ogni volta che accendiamo un computer o che prendiamo in mano un dispositivo digitale – i nostri rosari laici – siamo sottoposti a controlli: alla sorveglianza delle nostre abitudini e routine, e a bugie e manipolazioni.
Edward Bernays, l’ideatore del termine “pubbliche relazioni”, un eufemismo per “propaganda”, lo predisse più di 80 anni fa. Lo chiamò, “il governo invisibile”. Scrisse: “Quelli che manipolano l’elemento invisibile chiamato democrazia moderna costituiscono un governo invisibile che è il vero potere dominante del nostro paese… Noi siamo governati, le nostre menti sono modellate, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite, in gran parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare…”
L’obiettivo di questo governo invisibile è di impadronirsi di noi: della nostra coscienza politica, del nostro senso del mondo, della nostra capacità di pensare in modo indipendente, di separare la verità dalle menzogne.
Si tratta di una forma di fascismo, una parola che giustamente siamo cauti nell’usare, preferendo lasciarla nell’incerto passato. Ma un moderno, insidioso fascismo è ormai un pericolo costante. Come nel 1930, grandi bugie ci vengono recapitate con la regolarità di un metronomo. I musulmani sono cattivi. I fanatici sauditi sono buoni. I fanatici dell’ISIS sono cattivi. La Russia è sempre un male. La Cina sta diventando un male. Bombardare la Siria è giusto. Le banche corrotte sono buone. Il debito corrotto è buono. La povertà è buona cosa. La guerra è normale.
Di coloro che mettono in dubbio queste verità ufficiali, questi estremismi, si pensa abbiano bisogno di una lobotomia – finché sono diagnosticati “on-message”, cioè gente che si parla addosso. La BBC offre questo servizio gratuitamente. Chi non si sottomette è etichettato “radicale” – checché significhi questa parola.
Il vero dissenso è diventato una bizzarria; eppure coloro che dissentono non sono mai stati più importanti. Il libro che sto lanciando stasera, ‘The WikiLeaks Files’, è un antidoto a un fascismo che non usa mai il proprio nome. È un libro rivoluzionario, così come WikiLeaks stessa è rivoluzionaria – esattamente come Orwell intendeva nella citazione che ho usato all’inizio. Perché dice che non dobbiamo accettare queste menzogne quotidiane. Non abbiamo bisogno di rimanere in silenzio. O, come Bob Marley una volta cantò: “emancipatevi dalla schiavitù mentale.”
Nell’introduzione, Julian Assange spiega che non basta pubblicare i messaggi segreti del grande potere, ma che dare loro un senso è fondamentale, così come inserirli nel contesto di oggi e nella memoria storica.
Questo è il notevole risultato di questa antologia, questo reclama la nostra memoria. Collega le ragioni e i crimini che hanno causato tanta sofferenza umana, dal Vietnam e Centro America, al Medio Oriente e all’Europa orientale, con la matrice del potere rapace, gli Stati Uniti.
È attualmente in atto un tentativo americano ed europeo di distruggere il governo della Siria. Il primo ministro David Cameron ne è particolarmente entusiasta. Questo è lo stesso David Cameron che io ricordo come un untuoso PR impiegato da una ditta di speculazioni della televisione commerciale indipendente britannica.
Cameron, Obama e il sempre ossequioso Francois Hollande vogliono distruggere quel che resta dell’autorità multi-culturale in Siria, un’azione che sicuramente aprirà la strada ai fanatici dell’ISIS.
Questa è una pazzia, naturalmente, e la colossale bugia che giustifica questa follia è che sarebbe per sostenere quei siriani che si sono ribellati a Bashar al-Assad nella primavera araba. Come rivela però Wikileaks, la distruzione della Siria è stata a lungo un cinico progetto imperiale che precede la rivolta della primavera araba contro Assad.
Per i padroni del mondo a Washington e in Europa, il vero crimine della Siria non è la natura oppressiva del suo governo, ma la sua indipendenza dal potere americano e israeliano – come è altrettanto vero che il crimine dell’Iran è la sua indipendenza, e la vera criminalità della Russia è la sua indipendenza, e che il vero crimine della Cina è la sua indipendenza. In un mondo di proprietà americana, l’indipendenza è intollerabile.
Questo libro svela queste verità, una dopo l’altra. La verità di una guerra al terrorismo che è sempre stata una guerra di terrore; la verità su Guantanamo, la verità su Iraq, Afghanistan, America Latina.
Mai come adesso c’è un così urgente bisogno di dire la verità. Con alcune lodevoli eccezioni, i giornalisti mediatici pagati  apparentemente per mettere le cose in chiaro sono ora assorbiti in un sistema di propaganda che non è più giornalismo, ma anti-giornalismo. Questo è vero dei liberali e rispettabili quanto lo è di Murdoch. A meno che non siate disposti a monitorare e controllare ogni asserzione speciosa, le cosiddette notizie sono diventate inguardabili e illeggibili.
Mentre leggevo The WikiLeaks Files, mi sono venute in mente le parole del compianto Howard Zinn, che spesso faceva riferimento ad “un potere che i governi non possono sopprimere”. Questo descrive Wikileaks, e descrive i veri informatori che condividono il loro coraggio.
A titolo personale, conosco la gente di Wikileaks da un po’ di tempo ormai. Che abbiano ottenuto ciò che hanno ottenuto in circostanze non di loro scelta è una fonte di costante ammirazione. Il loro salvataggio di Edward Snowden viene in mente. Come lui, sono eroici: niente di meno.
Il capitolo di Sarah Harrison, ‘indicizzazione dell’Impero’, descrive come lei e i suoi compagni abbiano istituito un’intera biblioteca pubblica della diplomazia statunitense. A disposizione di tutti adesso ci sono più di due milioni di documenti. “Il nostro lavoro”, scrive, “è dedicato ad assicurarci che la storia appartienga a tutti.” Com’è emozionante leggere quelle parole, che sono anche un tributo al suo stesso coraggio.
Dal confino di una stanza presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, il coraggio di Julian Assange è una risposta eloquente ai vigliacchi che lo hanno infamato e al potere canaglia che cerca vendetta su di lui e allo stesso tempo conduce una guerra alla democrazia.
Niente di tutto ciò ha dissuaso Julian e i suoi compagni di WikiLeaks: neanche un po’. Non è forse straordinario?
The WikiLeaks Files: il mondo secondo l’impero USA è pubblicato da Verso.

John Pilger
Fonte: http://johnpilger.com

Link: http://johnpilger.com/articles/the-revolutionary-act-of-telling-the-truth
30.09.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI ELLENA

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15640

UNA VITA PER L’EUROPA (E L’ALTA FINANZA), UN LIBRO DI COUDENHOVE-KALERGI

Postato il Giovedì, 01 ottobre @ 11:20:00 BST di davide

DI FEDERICO DEZZANI
federicodezzani.altervista.org
In concomitanza alla recente esplosione di flussi migratori, è stato spesso citato dalla pubblicistica non ufficiale il cosiddetto “piano Kalergi”, l’inondazione programmata del Vecchio Continente da parte di popolazioni allogene. Il piano deve il suo nome al conte Richard Coudenhove-Kalergi che nel libro del 1925 “Praktischer Idealismus” ragiona sul futuro dell’umanità e sulla scomparsa delle razze. Le idee di questo padre nobile dell’Unione Europea, più che il frutto di riflessioni personali, germinano dall’humus dell’alta finanza anglofona di cui Coudenhove-Kalergi è un semplice alfiere: dalla sua biografia emergono il machiavellismo e la tenacia con cui i banchieri internazionali inseguono nei secoli gli Stati Uniti d’Europa.

Richard Coudenhove-Kalergi, un Mario Draghi ante litteram
Si riversano incessantemente flussi di immigrati in Europa, prima introdotti solo attraverso la “tratta mediterranea” che li ammassava essenzialmente in Italia e Grecia e ora anche lungo la “via balcanica” che li conduce fino in Germania, sinora protetta dai rilievi alpini dalle destabilizzazioni angloamericane in Medio Oriente. È un flusso apparentemente senza sosta, di cui nessuno giornalista, intellettuale o politico (tranne Vladimir Putin, ma siamo già fuori dal regime UE/NATO) indaga sulle lapalissiane cause, ovvero la scientifica somalizzazione di Libia, Siria, Iraq e Nigeria. Si preferisce piuttosto venderlo come ineluttabile, come l’alternarsi del dì e della notte, dell’inverno e dell’estate.
Si direbbe che i nostri politici recitino addirittura un copione, perché il vocabolario è piuttosto monotono e ricorrono spesso le stesse parole per commentare le migrazioni in atto, tra cui la più gettonata è senza dubbio “epocale”: la UE deve “decidere come affrontare questa emergenza che probabilmente tale non la si può chiamare perché in realtà rappresenta qualcosa di epocale”, esorta il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nell’estate del 20141; “la crisi delle migrazioni rappresenta un’urgenza epocale per le dimensioni del fenomeno e per la sua drammaticità su cui l’Europa sta solo adesso iniziando a sviluppare una politica comune” ammonisce nella primavera del 2015 il neo presidente Sergio Mattarella2, ospite della London School of Economics (e la sede è tutto fuorché causale, essendo il LSE uno dei santuari della finanza anglofona che dai tempi del conte Coudenhove-Kalergi sovraintende all’unificazione europea).
Nel pieno dell’emergenza non solo poi i governi europei evitano di risolvere alla radice il problema, contribuendo alla pacificazione di quei paesi dove gli angloamericani e gli israeliani seminano tempesta, ma addirittura esecutivi più o meno legittimati, tipico è l’esempio italiano, si industriano per incentivare l’immigrazione, prima recependo le sentenze della Corte UE che aboliscono il reato di clandestinità e poi sostituendo lo ius sanguinis (retaggio dell’Europa delle nazioni che si vuole cancellare) con lo ius soli (tradizione delle costituzioni di matrice massonica come quella americana e francese).
A dare manforte alla politica è ancora la finanza internazionale che, in stretta coordinazione con i media, accompagna le recenti ondate di profughi e clandestini profondendosi in elogi per le politiche di accoglienza.
L’eurozona galleggia a stento sui marosi dell’economia internazionale? La crisi economica ha causato un crollo delle nascite che in Italia non si registrava dalla Prima Guerra Mondiale3? La disoccupazione si attesta a livelli record e le fasce più giovani e dinamiche del Sud Europa lasciano a frotte i loro Paesi?  Non ha nessuna importanza: secondo un rapporto di Bloomberg dei primi di settembre, cui i media danno grande eco, servono 40 milioni di “nuovi europei” entro il 2020 e 250 milioni entro il 2060 per garantire l’attuale benessere europeo4. Se i lavoratori europei sono costretti a tagliare persino sul concepimento dei figli a causa dell’eurocrisi e, da vere anticaglie dell’Ottocento, pretendono ancora salari decenti per mantenere la famiglia, è molto più economico sostituirli con una giovane forza lavoro abituata a standard di vita africani (qualcuno ha forse promesso che l’universalismo massonico si realizzi secondo stili di vita occidentali?).
Di fronte alle palesi responsabilità dell’establishment euro-atlantico nell’innescare i flussi migratori, alla passività dei governi europei di fronte al fenomeno ed al palese appoggio di certi ambienti finanziari, in questi ultimi mesi è stato più volte citato il piano Kalergi, ovvero il progetto di sostituire le attuali nazionalità europee con un meticciato di più razze.
Il nome deriva dal conte Richard Coudenhove-Kalergi (1894-1972) che nella sua opera filosofica “Praktischer Idealismus” del 1925 (consultabile in tedesco5 ed in una più abbordabile versione francese6) discetta sul futuro dell’Europa e del mondo.Da questa opera è tratto il passo addotto da chi vuole dimostrare come l’attuale immigrazione in massa verso l’Europa corrisponda allo scopo ben preciso di cancellare le nazionalità:

L’humain du lointain futur sera un métis. Les races et les castes d’aujourd’hui seront victimes du dépassement toujours plus grand de l’espace, du temps et des préjugés. La race du futur, négroïdo-eurasienne, d’apparence semblable à celle de l’Egypte ancienne, remplacera la multiplicité des peuples par une multiplicité des personnalités. (…) L’humain noble du futur ne sera ni féodal ni juif, ni bourgeois ni prolétaire : il sera synthétique. Les races et les classes, dans le sens d’aujourd’hui, disparaîtront, les personnalités demeureront (le personalità sopravviveranno – NDR).

Niente razze, niente classi sociali, niente confessioni, una lingua comune, un governo universale, una moneta mondiale ed in cambio la personalità dell’uomo “neutro” declinata in tutte le sfaccettature possibili (dalle enne sessualità agli stili di vita più disparati): il classico universalismo massonico di cui Coudenhove-Kalergi si fa interprete.
Il fatto che l’autore sia stato uno dei più infaticabili ed energici sostenitori dell’unificazione dell’Europa e degli Stati Uniti d’Europa, nel primo e nel secondo dopoguerra, non deve trarre in inganno: ad essere implementati oggi non sono i disegni del conte Coudenhove-Kalergi, quanto piuttosto i disegni massonici di cui il nobiluomo è venuto a conoscenza e, dopo averli assimilati, ne è diventato un fervente alfiere.
Coudenhove-Kalergi scrive nel 1923 il celebre libro Paneuropa, assorto rapidamente a fulcro della sua attività politica-lobbistica, tanto che tutti i libelli e le opere divulgative del conte e dal suo entourage sono prodotte dalla casa editrice Paneuropa Verlag; con lo stesso nome di Paneuropa è chiamato anche  il movimento dove confluiscono i primi sostenitori e fondi per l’Europa unita.
Di Paneuropa e della propria rutilante vita, Coudenhove-Kalergi discetta nell’autobiografia “Una vita per l’Europa” (Ferro Edizioni 1965, edizione originale Verlag Kurt Desch 1958), facilmente consultabile presso qualche biblioteca civica o nazionale (noi l’abbiamo letta con grande interesse). L’opera è fonte di curiose informazioni sia per quanto concerne la sfarzosa, cosmopolita e mondana esistenza del conte, sia per quanto riguarda gli interessi che guidano l’unificazione europea, culminata nel 2002 coll’introduzione della moneta unica e la seguente, prevedibile, crisi dell’euro, che avrebbe dovuto sfociare negli Stati Uniti d’Europa: è di questi giorni l’ennesimo appello del venerabile governatore della BCE Mario Draghi per la creazione di “un centro politico”, di un “Tesoro europeo7, indispensabile per uscire dai marosi dell’eurocrisi.
Leggendo la biografia si può affermare che Coudenhove-Kalergi , lungi dall’essere l’uomo mefistofelico che progetta di sommergere l’Europa con orde di africani e asiatici, è piuttosto un Mario Draghi ante-litteram: un ambizioso uomo di mondo, con una naturale predisposizione agli intrighi, massone di alto grado, dotato di ottime entrature nella finanza anglofona, con una certa familiarità con l’esoterismo e felicemente appagato dai suoi servigi al Potere.
Perché il vero potere non è certo in mano ai vari Coudenhove-Kalergi, Mario Monti o Mario Draghi, semplici esecutori di direttive: la forma di potere più pura e concentrata, per quanto ci è dato di sapere, è emanata dal cosiddetto Round Table, l’organizzazione che, racchiudendo i papaveri i papaveri della City e di Wall Street fautori di un governo sinarchico, controlla a catena il Council on Foreign Relations, il Royal Institute of International Affairs, il Gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale, l’Istituto Affari Internazionali, il Club di Roma, il London School of Economics, l’European Council on Foreign Relations etc. etc.: scopo di questa organizzazione è la creazione della cosiddetta Terza Europa (dopo l’impero romano ed il Sacro romano impero) sotto l’egemonia della finanza anglofona.
Nell’autunno del 1940, ospite in America del Council on Foreign Relations (lo stesso dinnanzi cui il premier Matteo Renzi ha sfoggiato8 il suo inglese da “Totò, Peppino e la malafemmena”), il conte Coudenhove-Kalergi espone le sue idee sulla guerra in corso:

Se vincerà Hitler, ci sarà un’Europa fascista sotto un regime tedesco; se vincerà Stalin, l’Europa sarà bolscevica sotto un regime sovietico; se vincerà Churchill, ci sarà un’Europa democratica sotto un regime anglosassone.

Hitler è sconfitto nel 1945, l’URSS si dissolve nel 1991 e con la firma del Trattato di di Maastricht nel 1992 inizia ufficialmente l’Europa unita sotto il regime anglosassone. Leggere Una vita per l’Europa di Coudenhove-Kalergi consente quindi di capire gli interessi dietro l’attuale processo di unificazione del continente, i meccanismi impiegati per raggiungere l’obbiettivo e le difficoltà che rendono tuttora problematica la nascita degli Stati Uniti d’Europa, nonostante gli sforzi dei vari Draghi o Mattarella.
Una vita per l’Europa (a spese dei Rothschild)
I primi capitoli di “Una vita per l’Europa” sono quelli meno interessanti dal punto di vista politico ma permettono di inquadrare bene Coudenhove-Kalergi sotto il profilo sociale e culturale.
Sua madre è figlia di un mercante d’arte giapponese in affari con gli occidentali, il padre, Heinrich Coudenhove-Kalergi, è incaricato d’affari presso l’ambasciata dell’Austria-Ungheria: così portato per le lingue da conoscerne diciotto, Heinrich è l’ultimo discente di un nobile casato dalle mille ramificazioni, austro-olandesi per quanto concerne i Coudenhove e bizantino-veneziane per quanto riguarda i Kalergi.
Secondo di sette figli, Richard Coudenhove-Kalergi nasce nel 1894 a Tokyo, ma i suoi legami con il Sol Levante sono piuttosto labili, tanto che non imparerà mai la lingua materna: trasferitosi con la famiglia in Europa all’età di due anni, il giovane è Richard è educato secondo l’etichetta della nobiltà austriaca. Il padre rinuncia alla carriera diplomatica per dedicarsi alla famiglia ed alla gestione della tenuta di Ronsperg (ora in Repubblica Ceca), oltre che agli amati studi storico-filosofici: al figlio trasmette in particolare la grande passione per l’ebraismo che, absit iniuria verbis, faciliterà non poco l’emergere di Richard nell’ambiente della finanza anglofona.
Morto il padre nel 1906, Richard si trasferisce per qualche tempo a Bressanone per frequentare il ginnasio degli Agostiniani: ospite col fratello presso amici di famiglia, il giovane conte inizia il suo personale percorsonell’occultismo (“In quegli anni appresi molto delle cose tra cielo e terra delle quali non si parla a scuola: di oroscopi e sedute spiritiche, di chiaroveggenza e apparizioni di spiriti, di chiromanzia e grafologia. Un mondo nuovo si schiudeva davanti a noi”) che culmina nel 1921 con l’iniziazione alle loggia massonica Humanitas di Vienna.
Entrato nel 1908 all’Accademia Teresiana, Richard cresce tra i futuri dirigenti dell’Austria-Ungheria, impero, peraltro, verso cui l’autore del libro non nutre particolare affezione (ma forse hanno inciso ex-post le sue amicizie massoniche) nonostante i Coudenhove-Kalergi abbiano accumulato le proprie fortune servendo per secoli gli Asburgo: mentre i proletari di Vienna e Budapest muoiono per difendere la corona imperiale, Richard, esonerato dal servizio militare grazie ad una provvidenziale (e sospetta) malattia polmonare, trascorre amenamente la guerra tra villeggiature sulle Alpi e gli spettacoli teatrali della moglie, la famosa attrice Ida Roland.
Il suo interesse per l’andamento del conflitto è ravviato solo dalla comparsa sulla scena del presidente Woodrow Wilson e del suo misterioso braccio destro, il colonnello Edward M. House, che attraverso i famosi 14 punti e la fondazione della Società delle Nazioni, guidano il primo tentativo di riassetto globale secondo i principi della sinarchia.
Tra il 1919 ed il 1923 (in concomitanza alla sua iniziazione alla loggia Humanitas), Richard partorisce l’idea di una federazione dell’Europa, idea peraltro che i frammassoni coltivano dagli anni delle guerre napoleoniche: ispirato dall’opera Pan-Amerika del Nobel per la pace Alfred Hermann Fried, Coudenhove-Kalergi dà alla propria iniziativa il nome di Paneuropa, temendo che la dicitura Stati Uniti d’Europa impaurisca le cancellerie, evocando un governo centrale troppo prematuro.
Non c’è però alcun dubbio che l’obbiettivo ultimo sia quello di ottenere nel minore tempo possibile un governo federale simile a quello statunitense: moneta unica, abbattimento delle dogane, esercito federale per fronteggiare la Russa sovietica (“Il minaccioso pericolo russo era il terzo argomento a favore di Paneruropa. (…) Soltanto l’unione dei trecento milioni di europei in un comune sistema di difesa poteva salvare la pace di fronte ai centocinquanta milioni di sovietici).
Nell’estate del 1922 Coudenhove-Kalergi scrive il primo articolo sulla questione europea e nei primi anni del 1923, ritiratosi in un castello dell’alta Austria, concepisce il libro Paneuropa che appare al pubblico nell’ottobre seguente: sulla copertina della prima edizione troneggia il simbolo del movimento, la “croce solare”. La pubblicazione del libro coincide con l’avvio dell’attività di proselitismo per la costituzione degli Stati Uniti d’Europa: la diffusione dei libri, l’attività di lobby, i frequenti viaggi e l’organizzazione di manifestazioni, però, costano, e tanto.
Chi finanzia il neonato movimento Unione Paneuropa? Risponde lo stesso Coudenhove-Kalergi:

“Nel 1924 ricevemmo un appello telefonico del barone Louis Rothschild: un suo amico, Max Warburg di Amburgo, aveva letto il mio libro e voleva conoscerci. Con mia grande meraviglia Warburg mi offrì spontaneamente sessantamila marchi oro per dare avvio al movimento nei primi tre anni”.

Il 40enne Coudenhove-Kalergi, l’aristocratico che frequenta i salotti buoni di Vienna e si diletta in opere filosofiche, parrebbe inserito (la biografia glissa sul come) ai massimi livelli della finanza anglofona, in diretto contatto con le più prestigiose famiglie che siedono nel Round Table, vero motore dell’unificazione europea sin dalle origini: un membro austriaco della famiglia Rothschild, Louis Nathaniel (1882-1955), introduce Richard al banchiere Max Moritz (1867-1946) della celebre famiglia Warburg, che ha costruito una fortuna tra la Germania e gli Stati Uniti. Quando l’anno successivo, nell’autunno del 1925, Coudenhove-Kalergi si reca negli USA per sensibilizzare l’establishment statunitense sulla necessità di fondare gli Stati Uniti d’Europa, è sempre Max Warburg a finanziare ed organizzare la trasferta:

“Max Warburg, servizievole come sempre, s’incaricò egli stesso dei preparativi del viaggio. Due dei suoi fratelli erano diventati influenti cittadini americani e godevano di molta stima: Felix, il filantropo ben noto, e Paolo, il creatore del “Federal Reserve System” della banca nazionale americana. Entrambi facevano parte del comitato di presidenza della “Foreign Policy Association” (organizzazione nata per sostenere l’attuazione dei 14 punti di Woodrow Wilson – NDR).

L’interesse dell’alta finanza angloamericana per la nascita degli Stati Uniti d’Europa è quindi molto datato e la frammassoneria è solo un mezzo per raggiungere lo scopo: non si può che ammirare la perseveranza e la dedizione con cui le grandi famiglie della City e di Wall Street inseguono nei secoli i loro obbiettivi di potere.
Sintomatiche sono anche le personalità che Coudenhove-Kalergi incontra in Regno Unito, il cui beneplacito è fondamentale per la costituzione degli USE:

“Mi rivolsi in primo luogo all’ex-capo redattore del Times (giornale controllato dal Round Table – NDR), Wickham Steed. (…) Mi mise subito in contatto con gli uomini più in vista della Gran Bretagna, Ramsay Macdonald, Sir Robert Cecil, Lord Balfour, Lord Reading, Sir Robert Horne, Philip Kerr, Gilbert Murray, Lionel Curtis, Bernard Shaw, H.G. Wells, Sir Walter Layton.”

Tra questi altisonanti nomi, meritano in particolare di essere evidenziati il professore Lionel Curtis (1872–1955), sostenitore di un governo mondiale e tra i padri fondatori del Royal Institute of International Affairs, e lo scrittore Bernard Shaw, cofondatore della London School of Economics sopra citata nonché accesso ammiratore della Russia staliniana: la classe dirigente inglese non è infatti aprioristicamente ostile ad un’Europa federale, purché essa essa sia compressa tra il gigante sovietico da una parte ed il blocco anglofono (l’impero britannico e gli USA) dall’altro.
Se gli USE saranno una costruzione continentale, allora il loro nocciolo non possono che essere Parigi e Berlino, il famoso “motore franco-tedesco” oggi in panne. Sconfitta la Germania nel 1918, è la Francia a guidare l’iniziativa e Coudenhove-Kalergi trova l’uomo adatto per implementare i progetti di Paneuropa: è il premier francese Aristide Briand (1862-1932) che, giocando di sponda col ministro degli esteri tedesco Gustav Stresemann (1878-1929), si fa promotore dell’unificazione europea, assumendo la carica di presidente onorario dell’Unione Paneuropea.
Tra il settembre del 1929 ed il maggio del 1930 si tengono i primi due congressi paneuropei presieduti da Briand: grazie all’incredibile eco dei media, l’opinione pubblica famigliarizza con gli Stati Uniti d’Europa la cui costituzione, per un breve lasso di tempo, sembra imminente.
Tre però sono i fattori, strettamente collegati tra di loro, che causano l’improvviso arenarsi del progetto: il crollo di Wall Street, l’improvvisa ostilità inglese all’iniziativa di Briand ed alla costituzione di un’Europa federale (Quel governo non voleva che l’Inghilterra fosse esclusa dall’Europa né che vi fosse inclusa. Voleva impedire una federazione di Stati Europei”) e la netta affermazione del partito nazionalsocialista di Adolf Hitler alle elezioni tedesche del settembre 1930.
In un’Europa prostrata dalla crisi economica, piegata, in Regno Unito come in Germania, dalla deflazione che è incentivata anziché combattuta dalla banche centrali, l’establishment anglofono cambia idea: anziché sostenere il progetto di Coudenhove-Kalergi come ha fatto sino a quel momento, scommette su una svolta autoritaria in Germania, sulla falsariga della marcia di Roma del 1922 che ha aperto le porte al regime fascista, e sull’espansionismo tedesco per contenere la minaccia sovietica.
Le medesime figure che fino a quel momento avevano parteggiato per Paneuropa, ora sostengono la scalata al potere di Adolf Hitler: tipico in questo senso è l’atteggiamento del presidente della Reichbank, nonché massone, Hjalmar Schacht (1877-1970), che da sostenitore di Paneuropa dal lontano 1924 (“Fra i democratici che parteggiavano per Paneuropa c’era anche Hjalmar Schacht. Costui era estremamente popolare a quel tempo perché, quale presidente della Reichsbank, aveva fermato l’inflazione e stabilizzato il marco”) si trasforma all’inizio del 1933 in un convinto partigiano di Hitler, a sua detta il solo capace di realizzare Paneuropa (“Hjalmar Schacht fece un altro pronostico. Gli era riuscito il tour de force di restare seguace di Paneuropa nonostante la sua ammirazione per Hitler. Con la sua abituale vivacità mi disse:-In tre mesi Hitler è cancelliere del Reich. Ma non si preoccupi, Hitler è l’unico capace di riappacificare la Germania con le potenze occidentali. Hitler creerà Paneuropa!- (…) -Soltanto Hitler può creare Paneuropa- mi ripeté con profonda convinzione- perché lui non ha da temere un’opposizione delle destre. Stresemann e Bruning hanno fallito perché gli ambienti di destra mettevano loro i bastoni tra le ruote. Hitler non ha bisogno di tener conto di quest’opposizione; pertanto sarà lui, e solo lui, che potrà assicurare definitivamente la pace e la collaborazione dell’Europa-).
Scrive asciutto Coudenhove-Kalergi:

“La prima parte della profezia di Schacht doveva avverarsi rapidamente. Alcuni giorni dopo il nostro colloquio, giunse da Colonia la notizia che Hitler e von Papen, che erano nemici, si erano incontrati a casa del banchiere Schroeder e si erano alleati contro il governo del Reich”

Chi è il banchiere che ospita l’incontro? È Kurt von Schroeder, (1889-1966), membro della potente famiglia di banchieri di origine anseatica che, partendo da Amburgo, ha costruito un impero finanziario tra la Germania, l’Inghilterra ed gli Stati Uniti: mentre il ramo tedesco lavora per la salita al potere di Hitler, negli uffici newyorchesi della banca Schroeder lavorano i fratelli John Foster e Allen Welsh, Dulles, rispettivamente futuro segretario di Stato e direttore della CIA, nonché tra i principali sponsor americani dell’Europa unita dopo la guerra.
La strategia dell’establishment anglofono è quindi mutata: non più gli Stati Uniti d’Europa di Coudenhove-Kalergi ma un’Europa sotto l’egemonia tedesca che arresti l’avanzata dell’URSS e consenta agli USA ed all’impero britannico di concentrarsi sugli oceani.
Che i regimi fascisti abbiamo familiarità con l’ambiente che ha partorito Paneuropa, è testimoniato dal fatto che Coudenhove-Kalergi continua la sua opera di proselitismo anche sotto le dittature fasciste: a due riprese, nel 1933 e nel 1936, il conte è ospite a Palazzo Venezia di Benito Mussolini.
Se durante il primo colloquio il duce si dice disponibile a Paneuropa (“Questo ci portò finalmente a parlare di politica e di Paneuropa. Era favorevole all’idea di un’unione latina con la Francia, quale baluardo contro il Terzo Reich, era pure favorevole all’idea paneuropea. Durante la conversazione, Mussolini divenne più amabile, più cordiale e naturale. Il dittatore era scomparso, restava l’intellettuale”), durante la seconda audizione, che segue le sanzioni per la guerra in Etiopia e la vittoria di Léon Blum in Francia, Mussolini sostiene rammaricato che Paneuropa, benché apprezzabile, è ormai inattuabile (“Inoltre- aggiunse- l’Inghilterra non permetterà mai un’unione tra la Francia e l’Italia”).
Anche i nazisti non sono ostili a Paneuropa, purché a fungere da polo aggregante sia ovviamente il Terzo Reich (“Nel 1932 Goering fu intervistato da un giornale svedese che gli chiese che cosa pensava di Paneuropa: – Io sono per Paneuropa- fu la sua sorprendente risposta- ma non per la Paneuropa di Coudenhove-Kalergi-).
L’invasione della Polonia nel settembre del 1939 ed il mancato raggiungimento di un compromesso con le potenze occidentali nei mesi della “strana guerra”, inducono Hitler a invadere la Francia nel maggio del 1940: Coudenhove-Kalergi fugge velocemente a Lisbona dove, ospite dell’ambasciatore inglese, riesce ad ottenere velocemente visti e biglietti per gli Stati Uniti grazie ad una corsia preferenziale. Il gigantesco aereo sui cui si imbarcano, dopo uno scalo alle Azzorre e 26 ore di viaggio, atterra all’aeroporto di La Guardia mentre in Europa infuriano i combattimenti.
I ricordi di quei giorni di Coudenhove-Kalergi confermano la comune matrice di Paneuropa e dei regimi fascisti:

“Vivevo nel continuo timore che Hitler, consigliato da Schacht, adottasse ad un tratto l’idea paneuropea; che potesse formare, assieme a Mussolini, Pétain e Franco, una dittatura europea per l’unione ed il rinnovamento del continente, per l’abolizione delle frontiere doganali e per l’attuazione di grandiose riforme sociali. Se avesse seguito questa via, accompagnata da una politica pacifista nei confronti della Russia e dell’America, l’Inghilterra sarebbe stata costretta, presto o tardi, a concludere la pace e a riconoscere il dominio di Hitler sull’Europa”.

Anche se momentaneamente esiliato negli USA, Coudenhove-Kalergi non rinuncia all’attività politica, sfruttando tutte le sue conoscenze per rientrare nei giochi: attraverso il potente uomo d’affari Henry Morgenthau (1856-1946) che ha contribuito all’elezione di Franklin D. Roosvelt, Coudenhove-Kalergi sollecita al presidente l’occupazione dell’Islanda per rendere sicuri i rifornimenti tra USA e Regno Unito, poi effettivamente realizzata dagli americani nel luglio del 1941.
Divenuto insegnate alla New York University grazie ad una borsa di studio del Carnegie Endowment for International Peace, Coudenhove-Kalergi può riprendere la sua attività di propaganda per gli Stati Uniti d’Europa, sicuro com’è che la vittoria finale arriderà agli angloamericani: è proprio nelle sale dell’università di New York che si svolge nel marzo del 1943 il grande congresso paneuropeo dove è rilanciata l’idea di un’Europa federale, da realizzare nell’immediato dopoguerra. Come esperti finanziari intervengono il banchiere francese André Istel, consigliere economico di De Gaulle, e l’austriaco Ludwig von Mises (1881-1973), padre nobile del neoliberismo che imperversa attualmente in Europa.
Il congresso paneuropeo riceve enorme pubblicità grazie al giornalista Walter Lippmann (1889-1974), uomo di fiducia del Round Table nonché partecipante con il sullodato Ludwig von Mises alla conferenza “Colloque Lippmann” del 1938 dove sono gettati i semi del neoliberismo, ed alle testate controllate dall’establishment finanziario: il New York Times, Herlad Tribune, Washington Post, Life, Time, Fortune, etc etc.
Con il profilarsi della sconfitta di Hitler, la politica europea è ormai scritta negli USA, obbligati a scendere a compromessi soltanto con l’URSS, sospettosa dei disegni angloamericani in Europa (“Dopo la disfatta di Hitler, Stalin era diventato il nemico numero uno dell’idea paneuropea. Gli era riuscito di guadagnare Roosevelt alle proprio idee. Agenti dell’Unione Sovietica si erano infiltrati alla Casa Bianca e nel dipartimento di Stato”).
Nell’estate del 1946 Coudenhove-Kalergi rientra in Europa sul piroscafo francese Oregon.
Le stelle sembrano essere allineate correttamente per la nascita degli USE: il pieno supporto americano (John Foster Dulles tiene nel 1947 una perorazione all’hotel Waldorf Astoria di New York per l’unificazione dell’Europa), la disponibilità inglese ad un’Europa unita ed un continente prostrato da cinque anni di guerra e desideroso solo di pace.
Il 7 maggio del 1948 si tiene il congresso europeo all’Aja che mette al centro del tavolo l’unità del continente: ironicamente il conte Coudenhove-Kalergi, che da vent’anni si spende per quest’obbiettivo, non è invitato (“Mi stupì che prima del congresso né l’Unione dei parlamentari europei, né io avessi ricevuto inviti per il congresso dell’Aja. Soltanto dopo che io ebbi scritto a Churchill, ricevemmo inviti al congresso con una cordiale lettera di accompagnamento di Sandys”) probabilmente perché la sua immagine è ritenuta compromessa a causa delle vecchie frequentazioni fasciste.
Perché gli Stati Uniti d’Europa non nascono nell’immediato dopoguerra, quando le condizioni sono più propizie? Cosa impedisce il coronamento dei sogni di Coudenhove-Kalergi?
Subito emerge lo scontro che paralizza tutt’ora l’Unione Europea e ne impedisce la trasformazione in USE, cioè l’opposizione tra federalisti (cui ascrivono oggi i vari Matteo Renzi, Mario Draghi e Laura Boldrini che chiedono la fondazione degli Stati Uniti d’Europa) e unionisti, che preferiscono un consiglio di governi ad un esecutivo centralizzato.
I primi a schierarsi su posizioni unioniste sono Wiston Churchill ed il genero Duncan Sandys (“La Gran Bretagna si ribellava al pensiero di essere legata al continente mediante una costituzione scritta e di dover obbedire a leggi che vengono approvate da una maggioranza continentale contro i voti britannici. Pertanto desiderava un’unione europea di Stati indipendenti, non uno Stato federale”) seguito a distanza di un decennio dal generale Charles De Gaulle (“La sua meta era anzitutto una lega di Stati sovrani, la cui politica coordini in tutti in campi gli interessi comuni: un’Europa delle patrie. (…) Molti dei migliori europei vedevano in questo programma una regressione in confronto agli sforzi di integrazione europea di Robert Schuman, Paul Henri Spaak, Jean Monnet e Konrad Adenauer (…) Desiderano anzitutto la caduta di De Gaulle. La loro propaganda tendeva ad accelerare questa caduta, come premessa per l’unione dell’Europa”).
Charles De Gaulle cade ed è sostituito dall’ex-direttore della banca Rothschild, George Pompidou: trascorrono però altri 20 anni prima che il collasso dell’URSS nel 1991 offra l’occasione idonea a rinvigorire il processo di unificazione.
L’anno successivo, con il trattato di Maastricht, sono poste le basi dell’euro, moneta che, presto o tardi, avrebbe prodotto la crisi che stiamo vivendo, indispensabile per svuotare i parlamenti nazionali e creare gli Stati Uniti d’Europa: qualcosa però, tra il 2011 ed il 2012, va storto ed a prevalere sono ancora gli unionisti (i governi e le burocrazie francesi e tedesche) che rifiutano di cedere poterea organi federali. Benché Mario Draghi invochi ancora un Tesoro comune, anche questa volta il sogno dell’establishment anglofono per la costituzione degli USE sembra sfumato e la “missione storica” di Paneuropa arenatasi nelle sabbie dell’eurocrisi.
Sono passati 90 anni dalla fondazione del movimento Paneuropa e di Coudenhove-Kalergi si è persa quasi memoria: eppure gli interessi che finanziano Paneuropa nel 1923 e la scalata al potere di Hitler nel 1933, sono quelli che sopraintendono all’attuale processo di unificazione europea. Che si tratti di politiche economiche o flussi migratori, l’Europa dipende oggi da questa questa ristretta cerchia di banchieri internazionali suddivisi tra la City e Wall Street: i loro obbiettivi sono chiari (la cancellazione degli Stati nazionali e l’accentramento del potere in strutture sovranazionali via via più estese così da ampliare la sinarchia) ed a stupire è piuttosto l’incredibile machiavellismo che li caratterizza. Un Coudenhove-Kalergi od un Adolf Hitler, un Mario Draghi od un Beppe Grillo, sono pedine interscambiabili secondo le esigenze del momento.

Federico Dezzani
Fonte: http://federicodezzani.altervista.org
Link: http://federicodezzani.altervista.org/vita-leuropa-lalta-finanza-un-libro-coudenhove-kalergi/
30.09.015

NOTE

ECCO GLI OBIETTIVI DELL’AGENDA DELLE NAZIONI UNITE PER IL NUOVO ORDINE MONDIALE

Postato il Martedì, 29 settembre @ 23:10:00 BST di davide

DI MICHAEL SNYDER
theeconomiccollapseblog.com
Avete sentito parlare di “obiettivi globali”? Se non ne avete sentito parlare, certamente ne sentirete parlare molto nei prossimi giorni. Il 25 settembre, le Nazioni Unite hanno lanciato una serie di 17 obiettivi ambiziosi che si prevede di poter raggiungere nel corso dei prossimi 15 anni. Un nuovo sito web per promuovere questo piano è stato stabilito, e si può trovare proprio qui. Il nome ufficiale di questo nuovo piano è “l’Agenda 2030“, ma le èlite hanno deciso che avevano bisogno di qualcosa di orecchiabile per promuovere queste idee alla popolazione in generale.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato che questi nuovi “obiettivi globali” rappresentano una “nuova agenda universale” per l’umanità. Praticamente ogni nazione del pianeta ha volontariamente firmato per questo nuovo programma, a cui si dovrà attenere obtorto collo.
Alcune delle più grandi star in tutto il mondo sono state assunte per promuovere “gli obiettivi globali”. Basta controllare il video di YouTube che ho postato qui sotto. Questo è il genere di cose che ci si aspetta da un culto religioso fondamentalista…
Se si vive a New York City probabilmente si è consapevoli del “Global Citizen Festival” che si è tenuto a Central Park sabato scorso alla presenza di alcuni dei più grandi nomi nel settore della musica impegnati a promuovere questi nuovi “obiettivi globali”. Di seguito vediamo come il New York Daily News d ha descritto la riunione …
“E ‘stata una festa con uno scopo.
Una festa piena di vip e un appello appassionato a porre fine alla povertà hanno scosso il Great Lawn di Central Park. Più di 60.000 fan si sono riuniti sabato per la quarta edizione del Global Citizen Festival.
Nell’evento filantropico, in coincidenza con l’incontro annuale dei leader mondiali in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, si sono esibiti da Beyoncé, Pearl Jam, Ed Sheeran e Coldplay“.
E non era solo l’industria del divertimento che stava promuovendo il nuovo piano delle Nazioni Unite per un mondo unito. Papa Francesco si è recato a New York per leggere il discorso che ha dato il via alla conferenza in cui è stato presentata questa nuova agenda ….
Papa Francesco ha dato il suo appoggio alla nuova agenda per lo sviluppo in un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni affinchè i grandi del globo adottassero il piano di 17 punti, definendolo “un segno importante di speranza” in un momento molto travagliato in Medio Oriente e Africa .
Quando il primo ministro danese Lars Rasmussen ha colpito il suo martelletto per approvare la road map di sviluppo, i leader e diplomatici provenienti dai 193 Stati membri dell’ONU si sono alzati in piedi e hanno applaudito fragorosamente.
Poi, il vertice si rivolse immediatamente al vero e proprio business della riunione di tre giorni – l’attuazione degli obiettivi, che dovrebbe dai 3,5 trilioni ai 5 trilioni di dollari ogni anno (fino al 2030).
Wow.
Okay, allora dove saranno le migliaia di miliardi di dollari che sono necessari per attuare questi nuovi “obiettivi globali”
Permettetemi di darvi un suggerimento – non verranno dalle nazioni povere.
Quando si leggono questi “obiettivi globali“, molti di loro sono abbastanza buoni. Dopo tutto, chi non vorrebbe “porre fine alla fame”? So che mi piacerebbe “porre fine alla fame” se potessi.
La chiave è quella di guardare dietro le parole e capire che cosa realmente viene detto. E ciò che realmente stanno dicendo è che le élite vogliono rafforzare il loro sogno di un sistema unipolare e senza barriere.
L’elenco che segue viene da Truthstream Media, e penso che faccia un ottimo lavoro traducendo questi nuovi “obiettivi globali” in lingua che tutti possiamo capire …
Obiettivo 1: porre fine alla povertà in tutte le sue forme in tutto il mondo
Traduzione: Banche centrali, FMI, Banca Mondiale, potere della Fed di controllare tutte le finanze, valuta di un mondo digitale in una società senza contanti
Obiettivo 2: fine della fame, raggiungere la sicurezza alimentare e il miglioramento della nutrizione e promuovere l’agricoltura sostenibile
Traduzione: OGM
Obiettivo 3: Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età
Traduzione: la vaccinazione di massa, il Codex Alimentarius
Obiettivo 4: Garantire un’istruzione di qualità inclusivo ed equo e promuovere le opportunità di apprendimento permanente per tutti
Traduzione: la propaganda delle Nazioni Unite, il lavaggio del cervello attraverso l’istruzione obbligatoria dalla culla alla tomba
Obiettivo 5: raggiungere la parità di genere e l’empowerment tutte le donne e le ragazze
Traduzione: Il controllo della popolazione attraverso la forzata “pianificazione familiare”:
Obiettivo 6: Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile delle acque e di servizi igienico-sanitari per tutti
Traduzione: Privatizzare tutte le fonti d’acqua, non dimenticare di aggiungere fluoro
Obiettivo 7: Assicurare l’accesso a energia a prezzi accessibili, affidabile, sostenibile e moderna per tutti
Traduzione: Smart grid con contatori intelligenti su tutto, prezzi al massimo
Obiettivo 8: Promuovere la crescita sostenuta, inclusiva e sostenibile economica, l’occupazione piena e produttiva e il lavoro dignitoso per tutti
Traduzione: TPP, zone di libero scambio che favoriscono gli interessi delle megacorporate
Obiettivo 9: Costruire infrastrutture resilienti, promuovere l’industrializzazione inclusiva e sostenibile e promuovere l’innovazione
Traduzione: strade a pedaggio, buttare fuori il trasporto pubblico, rimuovere vincoli ambientali
Obiettivo 10: ridurre le disuguaglianze all’interno e fra i paesi
Traduzione: Più burocrazia governativa inutile
Obiettivo 11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivo, sicuri, flessibili e sostenibili
Traduzione: Stato di sorveglianza e Grande Fratello globale
Obiettivo 12: Garantire consumo produzione sostenibili
Traduzione: Austerity forzata
Obiettivo 13: Prendere misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze *
Traduzione: Nuove tasse di dubbia utilità (ad es. tasse sull’impronta ecologica)
Obiettivo 14: Conservare e sostenibile utilizzare gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile
Traduzione: restrizioni ambientali, controllare tutti gli oceani, tra cui i diritti minerari dei fondali oceanici
Obiettivo 15: proteggere, restaurare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, in modo sostenibile gestire le foreste, la lotta alla desertificazione, e bloccare o invertire il degrado del suolo e arrestare la perdita di biodiversità
Traduzione: più vincoli ambientali, più risorse di controllo e diritti minerari
Obiettivo 16: promuovere società pacifiche e inclusive per lo sviluppo sostenibile, fornire l’accesso alla giustizia per tutti e costruire istituzioni efficaci, responsabili e inclusive a tutti i livelli
Traduzione: le missioni delle Nazioni Unite di “peacekeeping” (ex 1, ex 2), la Corte Internazionale (cieca) di Giustizia, costringere la gente ad emigrare attraverso crisi di rifugiati false e poi cercare la soluzione con più “peacekeeping delle Nazioni Unite”quando la tensione scoppia, rimuovere il secondo emendamento in USA
Obiettivo 17: rafforzare le modalità di attuazione e rivitalizzare il partenariato globale per lo sviluppo sostenibile
Traduzione: Rimuovere la sovranità nazionale in tutto il mondo, favorire la promozione del globalismo, ingrassare la burocrazia orwelliana delle Nazioni Unite
Se avete dei dubbi su tutto questo, è possibile trovare il documento ufficiale per questa nuova agenda delle Nazioni Unite proprio qui.. Quanto più si scava nei dettagli, più ci si rende conto di quanto siano insidiosi questi “obiettivi globali”.
Le élite vogliono un governo mondiale, un sistema economico-mondo e una religione mondiale. Ma non hanno intenzione di realizzare queste cose con la conquista. Piuttosto, vogliono che tutti firmino questi impegni pacificamente, usano il soft power.
Gli “obiettivi globali” sono un modello per un mondo unito. Per molti, l’ “utopia” suona abbastanza promettente. Ma per quelli che sanno in che situazione siamo, il presente invito a un “mondo unito” è molto, molto agghiacciante.

Michael Snyder
Fonte: http://theeconomiccollapseblog.com
Link: http://theeconomiccollapseblog.com/archives/this-happened-in-september-the-un-launched-the-global-goals-a-blueprint-for-a-united-world
28.0’9.2015

Traduzione per www.comedonchisciotteorg a cura del BUCANIERE

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15627

SOROS: “APRIAMO LE PORTE AGLI IMMIGRATI”

[ 30 ottobre ]

Non c’è bisogno di spendere molte parole per spiegare chi sia George Soros (nella foto)  —uno dei più grandi e spiatati pescecani della finanza globale. Niente di sorprendente che egli, finanziato il golpe in Ucraina, sostenga non solo la Merkel (e la guida tedesca della Ue) ma pure il governo Renzi, e che abbia confermato questo appoggio incontrandolo a New York il 27 settembre scorso.

Consigliamo la lettura di questa intervista che ha rilasciato a Federico Fubini e pubblicata dal Corriere della Sera del 26 settembre. Tra le altre cose espone che meglio non si potrebbe le opinioni dell’aristocrazia finanziaria globalista sulla vicenda dell’immigrazione.

Domanda: Vede una concorrenza fra Paesi europei, quali riescono ad attrarre gli stranieri più qualificati?
«Certamente sì. I siriani che arrivano in Europa tendono a essere istruiti e rappresentano una fonte molto qualificata di lavoro per il futuro. Il perché è ovvio, se ci si riflette: per affrontare il viaggio fino alla Germania questi rifugiati hanno bisogno di un bel po’ di denaro. Ciò significa che è la crema della società siriana che attualmente sta affluendo in Germania. E la Germania è interessatissima ad accoglierli».
* * *

George Soros:  «Il futuro dell’Ue si decide sui migranti: investire nell’accoglienza può dare grandi frutti»

Dopo gli choc di questi anni, lei crede davvero che l’area euro stia tornando a una crescita solida?
«L’economia europea in effetti sta migliorando, se la ripresa non verrà danneggiata da nuovi episodi di instabilità finanziaria come quelli delle ultime settimane. La mia impressione – dice Soros – è che alla politica monetaria delle banche centrali venga chiesto troppo, più di quanto possa dare. Ci sarebbe bisogno di una politica di bilancio che incoraggi la crescita, eppure questo è esattamente quello che manca».
Vuole dire che i governi dell’area euro dovrebbero gestire i conti con un approccio più espansivo?
«Sì, serve una politica di bilancio espansiva, che sostenga la ripresa. Del resto la soluzione alla crisi migratoria, e persino la soluzione alla crisi ucraina e alla minaccia rappresentata dalla Russia, richiedono che l’Europa faccia degli investimenti seri. Darebbero grandi frutti: accogliere i migranti e i rifugiati e impegnarsi nel garantire loro una sistemazione produrrebbe un effetto molto positivo per l’economia europea. Ma tutto questo implica uno stimolo di bilancio».
Crede che anche l’Italia questa volta riuscirà a partecipare alla ripresa dell’area euro?
«Sinceramente, per le prospettive dell’Italia ho buone speranze. Matteo Renzi è riuscito a introdurre dei cambiamenti importanti nel mercato del lavoro. Adesso sta affrontando il problema dei crediti incagliati e delle sofferenze nei bilanci delle banche, e dopo questo passaggio l’economia italiana potrebbe in realtà crescere più in fretta del resto d’Europa».
Perché dà tanta importanza alla crisi migratoria per la crescita economica?
«In negativo, perché la crisi migratoria minaccia di distruggere l’Unione Europea. Non dimentichiamo che la Ue sta vivendo varie crisi allo stesso tempo e questa è solo una di esse. La Grecia, la guerra in Ucraina, il rischio di uscita della Gran Bretagna dall’Unione e la stessa crisi dell’area euro sono le altre. Angela Merkel ha dimostrato di essere una vera statista, perché ha capito quanto sia critica la questione migratoria. Senza una politica realmente europea su questo fronte, il fatto che ogni Paese si muove per proprio conto potrebbe distruggere l’Unione. Di certo ha già distrutto Schengen, l’accordo sulla libertà di movimento delle persone. E il mercato unico sulla libertà delle merci attraverso le frontiere europee può essere la prossima vittima».
Crede che la soluzione sia un sistema vincolante di quote che distribuisca migranti e rifugiati nei vari Paesi?
«Dobbiamo arrivare a creare una organizzazione europea che cooperi con i vari Stati disposti ad accettare i rifugiati. I dettagli dipenderanno dalla volontà e dalla capacità dei singoli Paesi di assorbire nuovi arrivi. È evidente che quella della Germania è superiore a quelle di Grecia o Ungheria. Ma questa capacità di assorbimento bisogna anche svilupparla. Oggi l’agitarsi più vuoto e inutile mi pare sia in Francia e in Gran Bretagna: per entrambe la capacità di accogliere risulta molto sotto a quanto dovrebbe essere. Anche solo per ragioni demografiche, l’Europa ha bisogno di un milione di nuovi arrivi ogni anno. E i Paesi che ne accoglieranno di più, sono quelli che cresceranno di più in futuro».
Vede una concorrenza fra Paesi europei, quali riescono ad attrarre gli stranieri più qualificati?
«Certamente sì. I siriani che arrivano in Europa tendono a essere istruiti e rappresentano una fonte molto qualificata di lavoro per il futuro. Il perché è ovvio, se ci si riflette: per affrontare il viaggio fino alla Germania questi rifugiati hanno bisogno di un bel po’ di denaro. Ciò significa che è la crema della società siriana che attualmente sta affluendo in Germania. E la Germania è interessatissima ad accoglierli».
Intanto la Grecia è travolta dagli sbarchi. Ritiene almeno che il suo futuro nell’euro sia assicurato?
«Purtroppo il problema greco non è risolto, perché quel Paese ha dovuto accettare condizioni che gli sono state imposte. Non le ha scelte. C’è un atteggiamento ostile in Grecia di fronte all’idea di realizzare davvero quei piani, dunque questa è una ferita che continuerà a infettarsi e a assorbire un sacco di risorse. Molte più di quanto sarebbe giusto».
Cosa intende dire, che la Grecia non va più finanziata?
«Dico solo che l’ammontare speso per la Grecia è almeno dieci volte più vasto di quello speso per l’Ucraina, un Paese che non chiede altro che di avanzare nelle riforme. È un paradosso. C’è un Paese che vuole essere un alleato dell’Europa, ma viene trascurato. E c’è un altro Paese che è un suddito riluttante dell’Europa e riceve francamente, decisamente, troppo».
Suggerisce di spostare risorse e attenzione all’Ucraina?
«Purtroppo gli europei sono stati molto miopi. La nuova Ucraina nata con la rivoluzione di piazza Maidan sarebbe una grande risorsa per l’Europa, investirvi varrebbe veramente la pena. Ma ciò non viene capito e questa totale incomprensione sta mettendo a rischio la sopravvivenza stessa dell’Ucraina, il migliore alleato dell’Europa di fronte alla pressione della Russia putiniana».

Libia 2015: il caso Salah al-Maskhout, quando l’Italia è vittima della disinformazione.

26/09/2015

James_Wheeler_False_Twitter“Sono vivo!”. Sono queste le prime parole che Salah al-Maskhout avrebbe rilasciato al sito Migrant Report al termine di una giornata nella quale media libici, internazionali e social media avevavo riportato la sua uccisione ad opera di un commando. Quest’ultimo, secondo la ricostruzione precedentemente fornita da Libya Herald, “avrebbe bloccato nei pressi del Tripoli Medical Center la vettura sulla quale Al-Maskhout viaggiava, uccidendo lui e gli uomini della sua scorta”.

Media libici: una storia falsa?

Secondo il sito libico Akhbar Libya 24, che cita fonti ben informate, “quella dell’omicidio di Al-Maskhout è una storia falsa, senza alcun fondamento, inventata ad hoc da alcuni siti informativi con lo scopo di seminare discordia nella regione occidentale della Libia”.

La ricostruzione iniziale pubblicata da Libya Herald è stata alimentata da alcuni tweet pubblicati sul profilo di James Wheeler, molto attivo sulla Libia, secondo i quali “un commando italiano ha ucciso Salah al-Maskhout, un trafficante di esseri umani di Zwara, insieme a metà della sua scorta”.

Successivamente James Wheeler smentirà quanto scritto in precedenza, sostenendo peraltro che le immagini da lui pubblicate sono relative a un precedente incidente accaduto nei pressi di una stazione di carburante di Zwarah.

È stata poi la volta del quotidiano inglese The Guardian che ha richiamato l’attenzione dei lettori sul coinvolgimento dell’Italia negli eventi, riportando che “il Governo italiano ha confermato la morte di Salah Al-Maskhout”. Al riguardo, tuttavia, il portavoce del Ministro della Difesa italiano, Andrea Armaro, intervistato dal sito Migrant Report, aveva già dichiarato che “non abbiamo nulla a che fare con questa storia, quindi non possiamo confermare, ne smentire”.

Stazione_Carburante_TripoliNessuna dichiarazione del Presidente del General National Congress di Tripoli.

Alcuni profili Facebook libici hanno diffuso alcune frasi di accusa nei confornti delle “Forze Speciali italiane”, attribuite al Presidente del General National Congress Nouri Abu Sahmein. Nouri Abu Sahmein non ha mai rilasciato tali dichiarazioni e i contenuti sono risultati essere falsi.

Le immagini diffuse dai social media sono relative a un altro evento.

Per Akhbar Libya 24 “le immagini dell’incendio (quelle diffuse da James Wheeler e indicate come la scena dello scontro), riprese dalla maggior parte dei siti informativi, si trovavano già sulla pagina Facebook del Centro Mediatico di Zwarah molto prima della diffusione delle voci sull’uccisione di Al-Maskhout”. Il sito aggiunge che “numerosi testimoni oculari dell’area di Al-Farnaj, a Tripoli, hanno smentito qualsiasi scontro armato o incendio nell’area in cui sarebbe stato assassinato Al-Maskhut assieme ai suoi otto accompagnatori, aggiungendo che in quelle ore nell’area regnava una calma assoluta”.

Conclusioni.

Afrigatenews, Libya Herald, Akhbar Libya 24, Migrant Report e l’account Twitter di James Wheeler hanno dapprima alimentato, con diverse modalità, la tesi del blitz militare contro Salah Al-Maskhout, attribuendolo alle Forze Speciali italiane; successivamente smentito molti dei contenuti diffusi nell’arco della giornata arrivando, come nel caso di Afrigatenews e Libya Herald, a “scusarsi con Salah al-Maskhout“. Mentre Akhbar Libya 24 ha addirittura riportato che “non ci sarebbe stato alcun blitz militare”.

Iniziative mediatiche che negli ambienti di Tobruk e Tripoli favorevoli a un accordo tra il Governo riconosciuto dalla comunità internazionale e General National Congress, vengono interpretate come un tentativo di sabotare il ruolo diplomatico dell’Italia nell’ambito delle attività promosse dalle Nazioni Unite per ottenere una riconciliazione nazionale difficile, ma non impossibile.

In serata il sito libico The Libyan Observer, noto per essere vicino alle posizioni del General National Congress di Tripoli, citando fonti riconducibili alle forze “Alba della Libia”, oltre a smentire la notizia della morte di Salah al-Maskhout, ha riportato che “sono stati i media dell’operazione “Dignità” (guidata da Haftar) a diffondere voci circa un coinvolgimento delle Forze Speciali italiane nell’azione. Il Governo italiano ha smentito”.

Preso da: http://www.cosmonitor.com/site/2015/09/26/libia-salah-al-maskhout-quando-litalia-e-vittima-della-disinformazione/#

La Libia e Sarkozy.

Voglio riportare questo rticolo di Sergio Mauri, per ripetere come era la Libia prima dell’ aggressione NATO/RATTI, anche se l’ autore poteva risparmiarsi certe considerazioni su Gheddafi e Saddam. ( come al solito dove sono le prove?)

La Libia e Sarkozy.

sarkozydi-Sergio Mauri
Sto rileggendo un articolo interessante sull’argomento Libia, a firma Alessandra Nucci, su Italia Oggi del 18 febbraio scorso. L’articolo s’intitolava “La Libia distrutta da Sarkozy“. Il sottotitolo recitava: “Assicurava la libertà di culto.
Nessun libico fuggiva“. E’ ovvio che certe posizioni non vadano prese come oro colato, ma vale la pena, ogni tanto, rileggere il pensiero di chi fa parte della classe dominante, anche se in posizioni subordinate. La stampa, i media, sono integrati in quel sistema con cui decidono insieme di che cosa parlare, come parlarne, chi invitare ai talk-show e quali limiti imporgli. Ma comunque, ciò che mi incuriosisce di più è che certi atteggiamenti e certe posizioni politiche non nascono in qualche strano gruppuscolo, ma vengano elaborati direttamente nelle stanze del potere e poi dati in pasto all’opinione pubblica.
Cominciamo:

Nella Libia di Gheddafi le donne erano emancipate e l’economia era fiorente, la scuola e la sanità erano gratuite e di qualità, a Tripoli c’era un vescovo e una cattedrale. Ma nel 2011 l’attacco della NATO, guidato dall’aeronautica di Sarkozy, fu fatto passare come atto umanitario.

Più avanti si cita il parametro ISU (l’indice di sviluppo umano), che misura il reddito, l’alfabetizzazione e l’aspettativa di vita.

Al 31 dicembre del 2010 la Libia risultava il primo degli stati africani e il 53° nel mondo. Il paese di Gheddafi aveva scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, un inizio di industrie.

Gheddafi aveva favorito lo sviluppo agricolo

con una condotta che preleva l’acqua da sotto il deserto e la porta a 900 chilometri di distanza.

Di certo, ma come nell’Afghanistan pre-talebano e sovietizzante e nell’Iraq di Saddam (che non era certo un campione di umanità), Gheddafi fu in grado di abolire la poligamia e di favorire con delle leggi apposite la parità nel matrimonio.

Nel 2010 la disoccupazione in Libia era inesistente, il paese aveva il tasso di disoccupazione più basso dell’Africa e del mondo.

Forse i dati erano un pò taroccati, ma di sicuro la Libia era messa meglio, sotto quel profilo, di tanti altri paesi dell’area. Poi c’è la questione dell’immigrazione che salto pari pari poiché, come immaginate, si dice che Gheddafi era l’argine al fenomeno. Ed è vero, peccato che trattasse quegli esseri umani come gente senza alcun diritto elementare. Si affronta poi la questione della libertà religiosa che Gheddafi (e qui sottoscrivo) garantiva anche ai non-musulmani.

I 100mila cristiani, tutti stranieri, avevano libertà di culto e di riunione. Quando si rese conto che per gli ospedali e i dispensari che andava costruendo non aveva ancora le infermiere necessarie, Gheddafi chiese a Giovanni Paolo II di inviargli delle suore. Alla sua morte in Libia c’erano infatti circa 80 suore e 10mila infermiere cattoliche.

Di certo Gheddafi fu capace di controllare l’islamismo. Un pò come in quasi tutti i paesi del Medioriente.

A Tripoli funzionava un comitato di saggi islamici che preparava in anticipo il testo dell’insegnamento religioso del venerdì, scrive Piero Gheddo, missionario del PIME, lo mandava a tutte le moschee del paese; ogni imam doveva leggere solo quel testo, senza aggiungere né togliere nulla, pena la perdita del posto.

Inoltre

A Tripoli c’era e c’è tuttora una cattedrale. L’Arabia Saudita, grande alleata dell’Occidente, ospita più di un milione di cattolici, operai impiegati nell’industria petrolifera, ma devono stare attenti a nascondere i segni del cristianesimo e chiese non ce ne sono.

Senza poi parlare dei tentativi di scongiurare la guerra attraverso la mediazione del nunzio apostolico Giovanni Innocenzo Martinelli, dell’Unione Africana e della Lega Araba. Di cui sentiamo parlare, di tanto in tanto, i radicali italiani.

Preso da: https://sergiomauri.wordpress.com/2015/09/26/la-libia-e-sarkozy/