GLI ACCOUNT TWITTER DELLO STATO ISLAMICO PORTANO AL GOVERNO INGLESE

Pubblicato il: 23/03/2016

Twitter ha bloccato gli utenti accusati di ‘molestare’ gli account collegati allo SIIL [Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, chiamato anche ISIS o “Daesh”, ndr]. Nel frattempo, gli hacker hanno rivelato che gli account Twitter utilizzati dallo SIIL riconducono ad Arabia Saudita e governo inglese. Sorpresa?
Uno degli argomenti centrali utilizzati dai governi che cercano di limitare le libertà su internet e giustificarne la sorveglianza totale è che i social media e le varie piattaforme internet permettono ai “terroristi” di diffondere propaganda e incitare alla violenza. E naturalmente l’unico modo per fermare tale fenomeno orribile, secondo la saggezza comune, sia regolare attentamente gli interventi su internet, così come un’ampia sorveglianza. O almeno così ci è stato detto. È per questo che molti sono disorientati dalla decisione di Twitter di bloccare gli “hacktivisti” accusati di “molestare” gli account collegati a SIIL e altri gruppi terroristici.

La cosa ha fatto notizia all’inizio del mese:

“Rapidamente lo SIIL apre account e diffonde propaganda, secondo gruppi hacker come Anonymus e Ctrl Sec impegnati nella campagna online #OpISIS. Il gruppo segue i followers, i collegamenti degli account individuati dagli appelli ad unirsi allo Stato islamico e riporta i profili dei jihadisti. Ma ora dicono che il social media li chiude. Difendendosi, Twitter vanta che non meno di 125000 account collegati a organizzazioni terroristiche sono stati rimossi. Ma gli attivisti di internet dicono che Twitter ha fatto ben poco, a parte agire su reclamo di utenti: “Una dichiarazione di WauchulaGhost, hacker antiterrorismo del collettivo Anonymus, ha detto: Chi ha sospeso 125000 account? Anonymus, i suoi gruppi affiliati e comuni cittadini. Vi rendete conto che se sospendessimo la segnalazione degli account dei terroristici e dalle immagini violente, Twitter sarebbe inondata di terroristi. Dopo l’annuncio di Twitter, gli arrabbiati membri di Anonymus rivelavano di aver avuto i loro account chiusi, non lo SIIL. Un giorno di febbraio 15 hacker hanno avuto i loro account chiusi da Twitter, nonostante mesi di indagini sui jihadisti”.

Perché Twitter bannerebbe gli utenti che segnalano account collegati allo SIIL? Forse perché alcuni di tali account portano all’Arabia Saudita e anche al governo inglese. Come fu segnalato il 16 dicembre 2015:

“Gli hacker hanno affermato che numerosi account sui social media di sostenitori dello Stato islamico ‘sono gestiti da indirizzi internet collegati al Dipartimento del lavoro e delle pensioni del Regno Unito’. Un gruppo di quattro esperti informatici, che si chiama VandaSec, ha scoperto prove che indicano che almeno tre account filo-SIIL porterebbero al Dipartimento“.

Sopra: la notizia riportata dal Daily Mirror

Ma la storia è ancora più strana. Il governo inglese avrebbe venduto una grande quantità di indirizzi IP “a due aziende saudite”, il che spiega perché lo SIIL utilizza indirizzi IP riconducibili al governo inglese. Sembra che:

“il governo inglese abbia venduto numerosi indirizzi IP a due aziende saudite. Dopo la vendita alla fine di ottobre scorso, sono stati utilizzati dagli estremisti per diffondere il loro messaggio di odio. Jamie Turner, della ditta PCA Predict, ha scoperto la registrazione della vendita di indirizzi IP, numerosi dei quali trasferiti in Arabia Saudita nell’ottobre scorso. Ci ha detto che probabilmente gli indirizzi IP potrebbero riportare ancora al Dipartimento perché i dati degli indirizzi non erano stati ancora completamente aggiornati. L’Ufficio del Gabinetto ha ammesso di aver venduto gli indirizzi IP alla Saudi Telecom e alla Saudi Mobile Telecommunications Company all’inizio dell’anno, nell’ambito della liquidazione di numerosi indirizzi IP del Dipartimento lavoro e pensioni”.

Così le imprese saudite utilizzano gli indirizzi IP acquistati dal governo inglese per diffondere la propaganda dello SIIL su Twitter. Nel frattempo, gli attivisti che cercano di rimuovere tali account vengono bannati. Per coronare il tutto, David Cameron ora celebra la “brillante” esportazione di armi inglesi in Arabia Saudita. Siamo sicuri che i sauditi useranno le armi e gli indirizzi IP inglesi per fare del bene. Altra domanda?

* * *

Rudy Panko, Global Research, 20 marzo 2016 – Russian Insider
Traduzione italiana di Alessandro Lattanzio – Fonte: aurorasito.wordpress.com


Autore:  Rudy Panko  

Preso da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/gli-account-twitter-dello-stato-islamico-portano-al-governo-inglese-5049

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Bahar Kimyongür: “Le elite occidentali e le monarchie del Golfo hanno gli stessi obiettivi e la stessa immoralità”

Gli ultimi sviluppi nel Medio Oriente e nel Maghreb analizzati dall’attivista, scrittore e giornalista belga di origine turca, Bahar Kimyongür, in un intervista concessa al portale di informazione, “Algerie Patriotique”.

Il testo dell’intervista originale su “Algerie Patriotique”.

La Francia ha appena consegnato al principe ereditario saudita la Legione d’Onore, mentre il Belgio ha concesso al presidente turco Recep Tayyip Erdogan l’Ordine di Leopoldo. Si tratta di due alti riconoscimenti per i paesi che sostengono il terrorismo. Come si spiega. L’Occidente premia  gli sponsor del terrorismo?

Le elite occidentali e le monarchie del Golfo sono parte dello stesso mondo. I nostri leader ed i loro re hanno gli stessi obiettivi e la stessa immoralità. I leader francesi e belgi vogliono mantenere buoni rapporti con gli amici, clienti e alleati strategici. Essi sono disposti a compromessi per soddisfare i peggiori interessi personali.

Come ha detto il consulente di Hollande per il Medio Oriente, David Cvach, “è giunto il momento di comprare azioni MBN” iniziali di Mohammed Bin Nayaf. Il capo del paese dei diritti umani compra i favori dei torturatori, assassini e criminali di guerra e viceversa. È il contrario di quello dovrebbe sorprendere.

I nostri leader cercano di giustificarsi dicendo che i regimi sauditi e turchi lottano contro il terrorismo, mentre questi due regimi sono i principali sponsor del terrorismo in Medio Oriente. Si dice che il denaro non ha colore o odore. Tuttavia, il denaro che il principe Mohammed Bin Najaf offre Hollande ha un odore: l’odore del sangue delle vittime del terrorismo.

C’è stato un tempo in cui l’Occidente ha elogiato il “modello turco”, definendo il governo di Erdogan di “moderata e liberale”. Tuttavia, il coinvolgimento diretto di Erdogan in conflitti interni in Iraq, Egitto, Iraq e Siria e la persecuzione contro i media opposizione lo hanno fatto l’uomo più odiato della regione. Come spieghi il suo passo da riformatore a dittatore?

Erdogan è sempre stato un dittatore insaziabile. In un primo momento, ha dovuto nascondere il suo gioco e affidarsi alla confraternita di Fethullah Gülen, flirtando con l’élite intellettuale, d’accordo con le forze politiche e gli attori economici, seducendo l’Unione europea, sostenendo la causa palestinese di fronte a Shimon Peres al Forum economico di Davos, etc. Ha praticato la dissimulazione, al fine di salire le scale e ottenere pieni poteri.

Tuttavia, quando la sua popolarità ha portato alle vittorie elettorali ripetute e sentiva che c’era una rete di sostegno internazionale dei Fratelli Musulmani, ha poi mostrato il suo temperamento da bullo. L’amministrazione Obama ha spinto Erdogan ad impegnarsi in una guerra contro la Siria di Bashar al-Assad come l’amministrazione Carter e Reagan hanno spinto Saddam Hussein ad attaccare l’Iran di Khomeini.

Le pressioni degli Stati Uniti su Erdogan affinché si implicasse nel conflitto siriano sono state rivelati dal quotidiano Sabah, un media pro-Erdogan, che ha raccontato di un incontro tra il leader turco e poi con direttore della CIA, Leon Panetta, a marzo 2011. La missione di Panetta era quella di convincere Erdogan ad affrontare Assad ha e lo ha fatto. Erdogan ha ricevuto il FSA(Esercito siriano libero ndr), la Coalizione Nazionale Siriano (CNS) e poi i terroristi di tutto il mondo. Tutte queste forze agiscono nell’interesse e per conto di Erdogan che, a sua volta, agisce per conto degli USA.

Infine, Erdogan è diventato un dittatore, ma anche un semplice esecutore degli ordini di Washington e intermediario tra gli Stati Uniti e la Galassia ISIS-Nusra-Ahrar-FSA.

“L’ISIS scomparirà quando Assad andra via”, ha detto il ministro degli Esteri saudita Adel al Jubeir, in visita in Francia pochi giorni fa. Non è questa una ammissione indiretta che il gruppo terroristico agisce sostenuto dall’Arabia Saudita?

Il regime wahhabita è consapevole che la sua dottrina è la stessa dell’ISIS. Egli osserva, non senza timore che la simpatia della popolazione saudita è in crescita verso l’ISIS. La monarchia rifiuta la presenza dell’ISIS nel suo territorio. Al contrario, questa monarchia vede l’ISIS come un male minore in Siria, Yemen e Iraq perché questo gruppo terroristico combattere gli stati, le ideologie e le comunità che giudica ostili: la laicità della Siria, l’Iran sciita, Zaidi, lo Yemen, gli alawiti e le minoranze cristiane in Siria.

Quindi, vi è una chiara strumentalizzazione dell’ISIS da parte del regime saudita. Durante la conquista di Mosul da parte dell’ISIS nel 2014, i media vicini al potere saudita, lo hanno accolto come il trionfo di quello che chiamavano “rivoluzione sunnita” contro, gli sciiti, (il primo ministro iracheno Nuri al Maliki).

Il gran numero di sauditi nell’ISIS, tra cui alti funzionari dell’esercito saudita, è un’illustrazione della vicinanza ideologia e strategica tra ISIS e Al Saud. Le guerre del regime saudita contro l’Iraq, la Siria, il Libano e Yemen sono condotte attraverso il sostegno all’ISIS e Al Qaida nella regione. Se l’Arabia Saudita aveva davvero voluto il benessere del popolo yemenita, si sarebbe alleata con l’esercito e gli Huthi contro l’ISIS e Al Qaida. Invece no. Re Salman sta cercando di distruggere le sole forze yemenite che resistono contro i due gruppi terroristici più barbari del mondo.

La Tunisia soffre gli attacchi terroristici dallo scorso anno, l’ultimo dei quali è stato quello di Ben Guerdane. Il trionfalismo mostrato dai tunisini potrebbe  avere un effetto nefasto per la lotta contro il terrorismo?

Il giorno dopo un fatto così traumatizzante come l’ operazione jihadista di Ben Guerdane, il trionfalismo può essere utile per tenere unito il popolo tunisino intorno al suo esercito. Ma il governo tunisino deve stare attento a non riposare sugli allori in quanto il jihadismo tunisino non è stato eliminato. Quasi 5.000 tunisini combattono in Siria e più di mille in Libia.

La Tunisia non è più un teatro frequente di attacchi terroristici di ampiezza, come l’attacco del Museo del Bardo, di Sousse, l’esplosione in un autobus militare, in Tunisia, per non parlare dei delitti diretti contro attivisti di sinistra come Chokri Belaid e Mohammed Brahmi. Il santuario terrorista libico è alle porte della Tunisia. La guerra del popolo tunisino contro l’ISIS è tutt’altro che finita.

Cosa pensa della situazione attuale in Siria?

Dopo l’intervento russo, i terroristi in Siria non hanno raggiunto alcuna vittoria. Gli attacchi lanciati contro esercito siriano finiscono sempre nella sconfitta. Damasco è salda. I distretti di Aleppo occupati dai terroristi vengono gradualmente cancellati da parte dell’esercito. La provincia di Latakia è stata completamente liberato. A Deraa, i gruppi terroristici si sono ritirate. Palmira è diventato una tomba per l’ISIS. Sono le province di Idleb, il bastione di Al-Nusra, e poi Raqqa e Deir ez-Zor, le due province quasi interamente occupate dall’ISIS.

Sul fronte settentrionale, le Forze Democratiche siriane, guidati da YPG curde milizie sono riuscite a espellere l’ISIS, in provincia di Hasaka e avanzare nel nord di Aleppo.

L’annuncio del presidente russo di ritirare la maggior parte delle truppe sul fronte siriano indica che la Siria dovrà prendersi cura di se stessa e fare lo sforzo di eliminare i resti dei gruppi terroristici. Detto questo, l’esercito siriano continuerà ad essere sostenuto dal cielo dai russi e da terra daller Forze di Difesa Nazionale, dagli iraniani, dal Hezbollah libanesi, da volontari afgani e dalle milizie sciite, dai volontari internazionali sunniti (Guardia nazionale araba),dalle tribù sunnite siriane (Shaitat, Magawir), dai drusi dello Scudo della Nazione, dalle Brigate assire (Sotoro) etc.

Parallelamente, diverse iniziative di riconciliazione si svolgono a margine dei negoziati di Ginevra. Allo stesso tempo, si registra l’ingresso di aiuti umanitari nelle città assediate. Cinque anni dopo l’inizio della controrivoluzione siriana, siamo in grado di credere che possiamo vedere la fine dell’incubo.

L’Algeria ha rifiutato di partecipare alla coalizione saudita contro lo Yemen e di etichettare Hezbollah una “organizzazione terroristica”.L’ Algeria si è trasformata in un bastione contro l’egemonismo saudita con l’Iraq, Siria e Libano?

L’Algeria conosce meglio di qualsiasi altro paese il colonialismo occidentale e il terrorismo jihadista. Il popolo algerino ha subito queste due calamità per due decenni e alla fine le ha superate: nel 1954-1962 e 1991-2002, rispettivamente. L’Algeria conosce meglio di qualsiasi altro Paese musulmano le devastazioni ideologici e culturali del wahhabismo nel mondo islamico ed i valori sacri e universali di resistenza nel mondo islamico incarnate da Hezbollah. Anche durante i momenti più critici della crisi siriana, l’Algeria non ha mai nascosto la sua simpatia per il popolo siriano, il suo governo e il suo esercito insistendo sulla necessità di trovare una soluzione politica alla crisi siriana. Questa posizione di rispetto per la sovranità nazionale siriana ha fatto in modo che l’ Algeria si guadagnasse l’attacco costante del regime saudita. Diversi paesi arabi hanno continuato più o meno apertamente, i rapporti con la Siria, in particolare l’Egitto, la Tunisia e l’Oman, ma solo l’Algeria ha mantenuto una forte solidarietà con la Siria.

Nonostante le pressioni saudite e occidentali, l’Algeria ha mantenuto ottimi rapporti con l’Iran distruggendo così il mito di uno scontro tra sunniti e sciiti. L’Algeria, come capitale del Terzo Mondo, ha mantenuto fedele alla sua storia. Questo è un grande onore per il popolo algerino. Il popolo siriano, che continua a resistere, gli sarà infinitamente grato.

Fonte: Algerie Patriotique
Notizia del:

La Libia è una torta da oltre 130 miliardi di dollari

21 marzo 2016

di Valter Vecellio
La Libia è una torta da 130 miliardi di dollari subito, e almeno 34 volte di più se l’attuale situazione si dovesse mai in qualche modo “normalizzare”. Per capire qualcosa di quello che accade in quell’ormai non paese si deve cercare di capire le mosse dell’ENI…
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Ce lo stanno dicendo praticamente tutti i giorni, da tempo; da settimane, da mesi: bisogna intervenire in Libia. Cosa significa “intervenire” non è ben chiaro, ma bisogna “intervenire”.

Ora per “intervenire” ci sono due soli modi: si mandano delle truppe, dei militari, si va a combattere a tutti gli effetti una guerra. Si va come si è andati in Somalia, in Irak, in Afghanistan… Si va ad uccidere, e si va ad essere uccisi. Si va a combattere, come già combattono i francesi in tutti quei paesi dell’Africa francofona: dal Ciad al Mali, dal Burkina Fasu; come già sono presenti in Libia, e come sono già presenti, in quello che un tempo era “il bel suol d’amore”, inglesi e statunitensi. Avendo ben chiaro che la Libia di oggi è un verminaio nel quale si rischia di restare impigliati più e peggio che in Irak e in Afghanistan.
Italy Eni
Chi dice che bisogna “intervenire” dice questo, e questo deve dire: deve avere il coraggio di dirci che la Libia costituisce una irresistibile torta che tanti si vogliono mangiare. Stiamo parlando di un non paese che galleggia in un mare di petrolio. Un non paese con due poli interni principali costituiti da Tripoli e Tobruk, spalleggiati da una quantità di poteri reali esterni in lotta e competizione tra loro. Per dire: il 38 per cento del petrolio africano passa dalla Libia, e questo 38 per cento costituisce l’11 per cento dei consumi europei. Questo petrolio dagli esperti viene ritenuto un greggio di ottima qualità, costa relativamente poco, fa gola alle grandi compagnie petrolifere; per quel che riguarda la Tripolitania è praticamente appannaggio dell’ENI. Un appannaggio che l’ENI si garantisce manovrando in modo spregiudicato tra fazioni, tribù e sceiccati; e che francesi, inglesi, americani naturalmente non vedono con favore. Vorrebbero esserci loro, a fare quello che fa l’ENI.
Libia-Sicilia
La Libia costituisce una “torta” da 130 miliardi di dollari subito, e almeno 34 volte di più se l’attuale situazione si dovesse mai in qualche modo “normalizzare”. Per capire qualcosa di quello che accade in quell’ormai non paese si deve cercare di capire le mosse dell’ENI in Tripolitania, della BP, della Shell, della Total in Cirenaica e nel Fezzan. Della partita fa parte anche la Russia, che opera attraverso l’Egitto di Al Sisi. Buona parte delle armi che circolano in Libia, vengono da Mosca e Parigi. Nei progetti, e nei sogni delle varie cancellerie europee e mondiali, la Francia che già ha interessi consolidati nell’Africa sub sahariana, dovrebbe fare il guardiano nel Fezzan, la regione meridionale della Libia. Al Regno Unito fa gola la Cirenaica, e in questo modo terrebbe a freno anche le mire russo-egiziane, l’Italia dovrebbe in qualche modo continuare a operare in Tripolitania; gli Stati Uniti – questi Stati Uniti più confusi e indecisi che mai – si candidano a supervisori del tutto.
Questi bei piani naturalmente sono realizzati a tavolino, non fanno poi i conti con la realtà: le gelosie, le rivalità, gli appetiti tribali; gli interessi dell’Egitto, che non sono quelli dei paesi europei, i fanatici islamisti, che giocano anche loro una partita, dal Qatar arriva un quotidiano fiume di denaro a sostegno dei gruppi estremisti e terroristici. Insomma, è bene sapere che la sbandierata lotta al califfato dell’ISIS e ai terroristi è solo un aspetto, forse il più appariscente, ma neppure il più importante, della guerra che si sta combattendo in Libia. Gli interessi occidentali mascherati da obiettivi comuni, in realtà sono più che mai divergenti. Si prepara, e probabilmente già si combatte, una guerra dove in campo ci sono finti amici e alleati, finti avversari e nemici.
C’è poi un altro modo di “intervenire”. Si chiama “intelligence”. Ne parlano in tanti, però oltre che invocarla dovrebbero spiegare cosa significa “intelligence”, cosa comporta. Vuol dire niente più e niente meno che “operazioni sporche”. Persone specializzate in quel tipo di guerra che si fa e non si ammette, e che consiste nell’eliminazione di nemici o ritenuti tali. Quel tipo di cose che leggiamo nelle spystories e che vediamo nei film di spionaggio. Solo che non si tratta di romanzi o di film; sono operazioni meticolosamente studiate, risultato di informazioni spesso raccolte illegalmente, corrompendo e applicando la legge: il nemico del mio nemico è mio amico. Ecco, questa è l’intelligence. O questo o non è. Se si applica la vecchia regola di seguire il denaro, forse si comincia a capire qualcosa di quello che si fa senza dire, di quello che si dice senza fare.
Ora rispondiamo pure: vogliamo, dobbiamo, possiamo “intervenire” in Libia?
(Articolo già su La Voce di New York il 17 marzo)

“SOVRAPPOPOLAZIONE” E IL FINANZIAMENTO DELLA 3° GUERRA MONDIALE – L’OPERAZIONE ‘BARBAROSSA 2’

Postato il Mercoledì, 16 marzo @ 23:10:00 GMT di davide

DI PETER KOENIG
Information Clearing House
“Le guerre sono orribili. L’unica cosa buona delle guerre è che contribuiscono a ridurre la popolazione mondiale”.
Ho sentito poco fa questa frase pronunciata da una persona che consideravo migliore. Ne sono rimasto scioccato e gli ho chiesto cosa intendesse.
“Beh, non pensi anche tu che il mondo sia sovrappopolato?”

Stentavo a credere che quelli fossero i pensieri di una persona che rispettavo. Potrebbero anche essere i pensieri di altre persone intorno a me. Aprendo gli occhi su una dimensione che finora avevo ignorato, i pensieri e i sogni segreti della gente iniziavano a rivelarsi; pensieri che normalmente si confidano in un ambiente familiare o quando si è indotti a rivelarli, quando cioè vengono alla luce le verità più nascoste.

La sovrappopolazione è una fantasia egocentrica tipicamente occidentale. I “Comodoni Occidentali” temono di dover condividere alcuni dei loro eccessi con i poveri sotto-umani dei paesi cosiddetti in via di sviluppo dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina – quei continenti lentamente emergenti che per centinaia di anni sono stati violati proprio dagli stessi colonialisti occidentali che oggi paventano sovrappopolazione e guerra mondiale, come fosse una nuova forma di colonialismo.
Secondo la FAO – l’ Organizzazione Mondiale per l’ Alimentazione delle Nazioni Unite – l’attuale potenziale agricolo mondiale potrebbe alimentare almeno 12 miliardi di persone, se solo il cibo non fosse soggetto a speculazioni e fosse distribuito in modo corretto. Cosa che non é. Gli speculatori agroalimentari Statunitensi ed Europei controllano i prezzi – controllano cioè letteralmente chi può vivere e chi deve morire (di fame).
Secondo la Banca Mondiale, l’80% dell’impennata dei prezzi alimentari ha indotto nel 2008/2009 fame e carestia che ha causato la morte di due milioni di persone in Asia e in Africa, il risultato di speculazioni alimentari. Tre settimane fa, il governo Svizzero ha raccomandato al suo elettorato di respingere un’iniziativa popolare del partito socialista contro la speculazione alimentare. L’argomento principale del governo era la negazione del fatto che fame e carestia fossero il prodotto di speculazioni alimentari: “Se proibiamo la speculazione alimentare, gli speculatori lasceranno la Svizzera e andranno a fare i loro utili altrove”. Con il pensiero neoliberista dominante e dilagante – Profit über Alles – non c’è spazio per l’etica. Infatti, la popolazione Svizzera ha respinto l’iniziativa con un margine di quasi 2:3. I centri finanziari della Svizzera a Zurigo e Ginevra controllano alcuni dei più grandi speculatori alimentari in tutto il mondo. Le pratiche nefaste di natura speculativa di Place Finance Suisse sono vive e vegete.
Pensieri e desideri clandestini di riduzione della popolazione e di guerre lontane, sono probabilmente il risultato inconscio di decenni di un’orrenda propaganda occidentale che cerca, in un modo o nell’altro, di guadagnare il consenso popolare sul fatto che le guerre sono necessarie, sono normali, sono quello che l’uomo ha sempre fatto fin dall’inizio dei tempi. L’inizio? Quale inizio? Di certo parliamo di seimila anni fa, con l’avvento dell’ era Giudaico/Cristiana, violenta, sanguinaria e mossa dall’avidità.
Le guerre sono la quintessenza della nostra esistenza occidentale, la ricerca estrema del potere su tutto l’universo. Le guerre sono essenziali per la sopravvivenza del nostro sistema economico occidentale fondato sulla crescita. Le guerre creano l’esigenza di nuove guerre. Da sempre le guerre alimentano un circolo vizioso di dipendenza da se stesse. Nelle nostre economie occidentali abbiamo raggiunto un tale grado di dipendenza dalla guerra che, ad esempio, l’economia Statunitense (una a caso) non potrebbe più sussistere senza di essa. Le guerre uccidono e distruggono, e la ricostruzione crea crescita. Le uccisioni di massa aiutano a controllare la popolazione mondiale, uno degli obiettivi chiave delle élite mondiali, come i Rockfeller, fondatori di organizzazioni semi-segrete come…la Bilderberg Society.
La giustificazione per conflitti e uccisioni continue, è esattamente quello che i media occidentale diffondono ogni giorno – il terrorismo deve essere combattuto con la guerra. Se non c’è abbastanza terrorismo intorno da poter giustificare una guerra, se ne produce di nuovo, sotto una falsa bandiera. E l’Occidente ha messo a punto una scienza esatta – e molto credibile – nella costruzione di false bandiere; tanto che le masse protestano e chiedono più polizia e più protezione militare; tanto che la gente chiede più guerre all’estero per la loro protezione, per la tutela delle sue comodità; tanto che la gente è disposta a rinunciare ai propri diritti e libertà civili pur di avere intorno più polizia e più soldati. A titolo di esempio, sopo gli attacchi ‘terroristici’ a Parigi di gennaio e novembre 2015, il presidente Hollande ha tentato di tutto per introdurre tra le norme della Costituzione Francese lo stato di emergenza nazionale permanente. Finora il Parlamento lo ha bloccato.
La propaganda, come ha sempre fatto e come ancora fa, diffonde la paura. Quando un uomo ha paura, è più vulnerabile e più facilmente manipolabile.
Traendo spunto dall’eccellente analisi di Christopher Black su come l’Occidente si stia preparando ad attaccare la Russia – ovvero a dare inizio ad una Terza Guerra Mondiale – quella che lui chiama “Operazione Barbarossa 2: la Mossa Baltica” (pubblicato da NEO e Global Research), ecco alcune riflessioni aggiuntive sulle forti analogie tra questa operazione e l’originale Operazione Barbarossa – il nome in codice per l’attacco di Hitler alla Russia nella Seconda Guerra Mondiale.
Oggi abbondano le somiglianze tra quello che Chris Black chiama Operazione Barbarossa 2 e l’originale Operazione Barbarossa: a cominciare dal modo in cui Corporate Big Business (CBB) e Wall Street (WS) sostengono l’azione fascista di dominio mondiale, continuando con la propaganda bugiarda da parte di sei megagruppi d’informazione sinoisti/anglosassoni, fino ad arrivare al finanziamento diretto di operazioni di guerra.
La Seconda Guerra Mondiale ha ucciso più di 50 milioni di persone, di cui circa la metà Russi ed é stata finanziata dalla FED tramite Wall Street e la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea – Svizzera. Il libro su cui si basa questo articolo di giornale Tedesco – “Bankgeschäfte mit dem Feind – Die Bank für Internationalen Zahlungsausgleich im Zweiten Weltkrieg” (1997), di Gian Trepp, descrive in dettaglio tutte le transazioni finanziarie avvenute all’epoca, ma purtroppo non è più disponibile e pare non sia stato mai tradotto in inglese. (Tuttavia, “La Torre di Basilea”  è un ottimo complemento del racconto di Gian Trepp.)
Sia la Prima sia la Seconda Guerra Mondiale – e Dio non voglia, anche la Terza – sono state (e potrebbe ancora essere) contro l’est. Il primo obiettivo è la Russia. La Cina è già da un pezzo nel mirino di attacco e di conquista delle élite mondiali. L’élite CBB sta già manovrando il Pentagono e – per estensione – i vassalli NATO di Washington. Questi gruppi élitari intenzionati a dominare il mondo, si nascondono dietro quelle nefaste organizzazioni come la Bilderberg Society, la Commissione Trilaterale, il Council on Foreign Relations (CFR), la Chatham House, il World Economic Forum – e altre ancora.
I Clinton, i Kerry, gli Obama, gli Hollande e i Cameron del mondo, i leader del Consenso Washington, la FED, la Banca Mondiale, il FMI, la Banca Centrale Europea, i CEO di Wall Street, il complesso industriale militare, i grandi gruppo d’informazione e i gruppi farmaceutici – per nominarne solo alcuni – sono membri della maggior parte di queste organizzazioni semi-occulte strettamente interconnesse.
Molti tra questi leader sono Sionisti o comunque sostenitori del sionismo mondiale. E confluiscono tutti al vertice attraverso uno dei patti più oscuri e sinistri mai esistiti: i Massoni, simboleggiati da triangolo e occhio che guarda, come raffigurati sulla banconota del dollaro. E’ ai Massoni che dobbiamo la creazione della FED e del nostro sistema monetario occidentale fraudolento e fuorilegge. Già governano il mondo. La loro morsa si fa sempre più stretta ogni giorno che passa fino a un punto di non ritorno, se Noi, la Gente, glielo consentiamo.
Ed ecco le analogie tra la Seconda Guerra Mondiale e gli attuali preparativi alla Terza. Negli anni ’30 e durante la Seconda Guerra Mondiale, l’IBM, allora una delle maggiori società Americane, collaborò strettamente con Hitler nell’organizzazione dell’Olocausto: contando, registrando e infine trasportando gli Ebrei ai campi di concentramento di Auschwitz ed altri, grazie ai primi computer a schede perforate.
(http://www.amazon.com/IBM-Holocaust-Strategic-Alliance-Corporation-Expanded/dp/0914153277/).
Hitler insignì il fondatore dell’IBM, Thomas Watson, con la Croce al Merito (la seconda più importante onorificenza Tedesca).
Altri collaboratori furono la Ford e la General Motors, la DuPont (il gigante chimico) e l’impero mediatico Randolph Hearst, per elencarne solo alcuni, che ammiravano il rigore della leadership del Fuhrer. Con la prospettiva di un ricco e sicuro profitto, tutti chiusero un occhio di fronte alle atrocità naziste. Le grandi imprese Americane, quindi, contribuirono a creare l’arsenale del Nazismo di Hitler.
Oggi, come ieri, le grandi aziende Americane ed Europe e i grandi gruppi mediatici, mano nella mano, promuovono e sostengono un approccio fascista per denigrare e schiacciare la Russia, indipendente e non allineata, e la Cina – e tutto questo con l’obiettivo del PNAC (Plan for a New American Century) di dominare a tutto campo le risorse naturali e le popolazioni del pianeta.
Uno dei più recenti attacchi sanguinari ha avuto inizio con il colpo di stato nazista (che poi si è dimostrato essere stato provocato dall’Occidente) contro il leader Ucraino democraticamente eletto, Viktor Yanukovich, sostituendolo con un governo fascista, durante il sanguinoso colpo di stato di Maidan a Kiev nel febbraio del 2014 – e accusando poi la Russia della conseguente guerra civile; in realtà il massacro del Donbass, in Ucraina orientale, è stata una strage ordita dalla NATO nella quale sono rimaste uccise almeno 40.000 persone, per lo più civili, causando circa 2 milioni di profughi. L’iniziativa occidentale aveva un duplice obiettivo: far guadagnare terreno alla NATO verso Mosca e privatizzare i ricchi terreni agricoli e minerari dell’Ucraina con capitali occidentali.
CHI FINANZIA “BARBAROSSA 2” – UN’IMPRESA USA/NATO IN PREPARAZIONE DI UNA TERZA GUERRA MONDIALE?
I costi sono difficili da valutare, ma è molto probabile che possano raggiungere il trilione di dollari USA, o anche più. E’ qui che entrano in gioco la FED e la BCE – ecco l’analogia con l’Operazione Barbarossa, quando la FED, tramite Wall Street e la BRI, finanziò l’Olocausto e la guerra di Hitler contro la Russia. E’ forse questa la ragione della tolleranza mostrata dalla BCE nei confronti di alcuni paesi dell’eurozona – Francia, Italia, Polonia e altri – che negli ultimi due anni hanno stampato più Euro di quanto fosse consentito dalla regole BCE? Questo denaro ‘nuovo’, prodotto a un ritmo di quasi 500 miliardi di euro BCE (in eccesso rispetto alle quote stabilite per l’Eurozona), è stato utilizzato per acquistare titoli di Stato, per finanziare cioè il debito governativo.
Conoscendo quindi il modo in cui è stata finanziata la Seconda Guerra Mondiale, non sarebbe una sorpresa scoprire che la BCE – pilotata da FED e Wall Street (ricordiamoci che Mario Draghi è un ex funzionario di Goldman Sachs) ha seguito le istruzioni di Washington chiudendo un occhio sulle limitazioni monetarie dell’eurozona, allo scopo di produrre, cosi’ come la FED a suo tempo con i dollari, euro senza valore per finanziare un nuovo conflitto mondiale. Sarebbe una replica di quanto avvenuto nella Seconda Guerra Mondiale, con FED/Wall Street e BRI. Come al solito, l’Impero del Caos tiene banco su due tavoli: da una parte briga per finanziare una nuova guerra contro la Russia, attraverso il debito imposto da Washington ai suoi alleati/vassalli Europei, sanzionando la Russia sempre attraverso il suoi alleati/vassalli Europei che accettano di buon grado di subirne le nefaste conseguenze economiche; mentre dall’altra parte l’eccezionale macchina da guerra Statunitense raccoglie i frutti della sua industria bellica nazionale; e nel frattempo Obama consente tranquillamente ai rappresentanti delle imprese Americane di partecipare all’International Business Forum dello scorso giugno a San Pietroburgo.
Ma quando arriverà il giorno in cui “Noi, la Gente” apriremo finalmente gli occhi sulle indicibili atrocità ed inganni perpetrati dalle élite manipolatrici?
Peter Koenig è un economista e analista geopolitico. Ha lavorato per molto tempo all’estero per la Banca Mondiale, occupandosi di ambiente e risorse idriche. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, PressTV, CounterPunch, TeleSur, per il Blog The Vineyard of The Saker e altri siti internet. E’ autore di : Implosione – un Thriller Economico su Guerra, Distruzione Ambientale e Avidità Imprenditoriale – un racconto basato su fatti reali e sulla sua esperienza trentennale per la Banca Mondiale in giro per il mondo. E’ anche co-autore di Ordine Mondiale e Rivoluzione! – Saggi dalla Resistenza.

Fonte: www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article44423.htm
14.03.2016
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16350

UN VIAGGIO A TRIPOLI

Oggi, 14 marzo 2016, dalle parti di Agrigento è spuntata una bellissima giornata, inondata da un sole tiepido, brillante, dallo squittio delle rondini, dalle vocine stridule dei bambini…
Mi affaccio alla finestra e guardo il mare, il Mediterraneo, nostro padre silente e carico di problemi e sofferenze, e non posso che pensare ai popoli dell’altra sponda, alla Libia ridotta a un cumulo di macerie e di malefatte.
Penso, con terrore, alla nuova guerra che si sta apparecchiando e da “profeta” disarmato ho selezionato alcuni brani di un mio libro,( http://www.lafeltrinelli.it/libri/spataro-agostino/osservatore-pci-nella-libia-gheddafi/9788891054913) per offrire uno piccolo squarcio del clima politico che caratterizzava, negli ’70 e ’80, i rapporti molto speciali dell’Italia con la Libia, per dire che altre vie sono possibili.
Prima che distruggano completamente Tripoli, i popoli della Libia, a noi tanto cari, desidero far notare agli scettici e ai guerrafondai che, nonostante le difficoltà, le provocazioni, i ritardi e le incomprensioni, l’Italia, l’Unione Europea riuscivano a gestire le relazioni con il regime del colonnello Gheddafi nella pace e nella cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa.
Spero che se ne ricordino, soprattutto i nostri “decisori” che si apprestano ad assumere scelte gravi, forse irreversibili. 
Prima d’incendiare e distruggere la Libia, scrissi che la Nato poteva vincere la guerra ma perdere il dopoguerra. Così è stato, è.
Oggi, si sta apparecchiando una nuova guerra che potrebbe risultare catastrofica. Per tutti. In primo luogo per la Libia, per l’Italia, per la Sicilia.
 
Altra cosa sono, nei casi estremi, le “operazioni” di polizia internazionale decise, e gestite direttamente, dalle Nazioni Unite. 
Invece che accendere nuovi conflitti bisognerebbe spegnere quelli in corso e provare a capire le ragioni degli altri, ad amare tutti i popoli del Pianeta (la nostra casa comune), nel rispetto della dignità umana e della sovranità degli Stati, nella solidarietà e nella legalità.
Con questo libro ho cercato di evidenziare una verità oggi difficile da percepire: l’Italia della “prima Repubblica”, spesso con la convergenza fra maggioranza governativa e opposizione del PCI, realizzò con il regime di Gheddafi risultati economici davvero invidiabili ( effettivamente invidiati da certi nostri alleati), riuscì a risolvere crisi gravi, problemi difficili insorti con la Libia e con altri Paesi arabi mediante il dialogo, mai con la guerra!  (a.s.)

(Ecco alcuni brani del “viaggio” effettuato dal 28 agosto al 3 settembre 1984)

“A cena col “senatore” Susanna Agnelli

1… Il giardino della residenza (dell’ambasciatore italiano a Tripoli  n.d.r.) è illuminato a giorno. Susanna Agnelli è già arrivata e conversa con Eric Salerno del Messaggero. L’ambasciatore Alessandro Quaroni fa le presentazioni. Seguono i soliti con­vene­voli, ma la conversazione soffre, stenta a decollare.

Essendo l’unico deputato in carica presente, mi sento in obbligo di rompere quell’atmosfera e chiedo al sottosegretario:

Senatrice, quando pensa d’incontrare Triki?” (ministro degli esteri libico)

Lei, prima di rispondere nel merito, mi corregge sull’appellativo “Senatore, prego…”, al maschile.

Un piccolo vezzo, forse, per sentirsi in sintonia con certo rivendicazionismo femminista che intende l’emancipazione come imita­zione dei ruoli virili ossia volgendo al maschile la personalità della donna.

“Triki, ha detto? Oh, sì. Spero d’incontrarlo domani o dopodo­mani. Chissà? Siamo qua. Insciallah!”

Si cena a lume di candela, al fresco ricreante del giardino.

“Più tardi – promette la signora ambasciatrice- potremo ammirare lo spettacolo dei fuochi d’artificio. Veramente grandiosi, suggestivi direi. Speriamo anche quest’anno…” guardò il marito e ammutolì.

Forse, aveva azzardato un’inopportuna previsione dubitativa, incompa­tibile col suo ruolo di consorte.

2... A sistemare le cose per il meglio ci pensa il cuoco, naturalmente italiano, che si presenta seguito da un paio di camerieri recanti piatti di spaghetti, odorosi e fumanti, sui quali mancava soltanto la bandierina tricolore. Graditissimi.

Dopo giorni di sorbire “ciorba” (la locale zuppa agrodolce a base di pomodoro, non male ma eccessivamente riproposta) e monta-gne di cous cous a base di carne di pecora, vedersi davanti un bel piatto di spaghetti, insaporiti dall’odoroso parmi­giano, è come giungere in un’oasi ubertosa dopo una lunga traver­sata nel deserto.

Specie all’estero, questa pasta riesce a unificare le delegazioni ita­liane anche le più eterogenee e controverse. Su tutto si può pole­mizzare, ma sugli spaghetti, generalmente, si converge.

Per il caffè ci spostiamo in un altro tavolo, sotto la veranda. Sa­ranno stati l’ottimo vino, il buon caffè, fatto sta che, finalmente, la conversazione si sciolse.

La senatrice, pardon il senatore, Agnelli, che probabilmente prefe­rirebbe evitare domande sui colloqui che avrà con Triki, ci parla dei suoi guai di sindaco dell’Argentario.

Uno sfogo indignato contro la speculazione edilizia, l’abusivismo, a suo dire, dilaganti anche in quel pregiato promontorio.

Deve lottare, da sola, contro una ciurma agguerrita di costruttori senza scrupoli che trovano appoggi in tutti i settori del consiglio comunale. Sola contro tutti: una lotta impari.

Tanto da indurla a rassegnare le dimissioni da sindaco che notificherà nei prossimi giorni.

La notte di Tripoli: i cavalieri berberi e i fuochi della rivolu­zione

3… L’Argentario è interessante, ma siamo a Tripoli e sarebbe molto più interessante parlare di relazioni italo libiche, delle condizioni di stabilità, delle prospettive del regime di Gheddafi.

La conversazione si stava avviando su questo crinale, quando si odono i primi botti dei fuochi d’artificio. L’ambasciatore coglie la balla in balzo e ci invita a salire sul terrazzo per ammirare lo spet­tacolo.

Il gioco delle luci e l’esplosione dei mortaretti in cielo svelano la bellezza nascosta di questa città. Bella di notte Tripoli, un po’ meno di giorno quando la luce abbagliante del sole, avvol-gendola, la riduce a un biancore liquido, indistinto.

Di notte, invece, il gioco delle luci, i bagliori dei fuochi ne esaltano la visione, le fattezze, lo splendore della sua “corni­che”, l’allegro fluire della gente per le vie.

Sì, di notte, Tripoli ap­pare più viva e più bella.

Più mediterranea, direi.

Dall’alto della terrazza, anche il panorama della città appare grade­vole, a tratti perfino ammaliante.

Laggiù il lungomare, il porto, i grattacieli, il castello, la città intera sono un’immensa luminaria fantasmagorica.

La serata è quieta e rinfrescata da una leggera brezza di tramon­tana. Aria buona, di casa nostra, che lenisce le estenuanti calure provenienti dal sud, dall’immenso Sahara.

Il cielo nero è squarciato da conturbanti inflorescenze; i fuochi della rivoluzione cadono, a cascata, sopra il mare.

Eh, eh! Il colonnello ha fatto le cose in grande, anche stavolta” sospirò l’addetto militare, stretto nella sua divisa d’ordinanza, il quale durante la serata non aveva spiccicato una parola.

4… Ma la vera sorpresa della festa ci attendeva sulla via del ritorno in hotel.

Sul piazzale antistante al porto è in corso un raduno di centinaia di cavalieri berberi, beduini giunti dalle più remote regioni della Li­bia.

 
Tripoli, piazza Verde. 1984

Si esibiscono sul pianoro di sabbia in corse e caroselli davvero sfrenati, fra due ali di folla entusiasta. Montano cavalli snelli e agili come il vento. Le gare sono a batteria: gruppi di otto o di dieci ca­valieri per parte corrono intabarrati nei loro barracani bianchi e celesti, e sparano in aria con i loro fucili a canna lunga, simili ai vecchi archibugi.

Più che partecipanti a un palio, sembrano guerrieri di un’antica battaglia raffigurati nelle vecchie stampe coloniali.

Mezzanotte è passata, ma la festa si anima. Da ogni quartiere, da ogni via di Tripoli arriva gente. Nessuno si vuol perdere la disfida dei cavalieri berberi.

Negli occhi di tutti quei “cittadini” un po’ rammolliti, figli, ben protetti, dello stato sociale diffuso, creato dalla “rivoluzione”, si legge una nota di malinconia, forse di atavica nostalgia per quegli uomini duri, dai volti essiccati dal vento e dal sole, che corrono, con i loro mantelli bianchi, a dorso di cavalli indomiti che evocano il deserto infinito, le notti d’amore al chiaro di luna, la libertà di scorazzare per gli spazi infiniti, il senso più autentico della vita.

Per i beduini il deserto è la patria, la libertà. Non solo perché sono liberi di muoversi con le loro famiglie e tribù, con i loro armenti, ma perché nel deserto non sono mai penetrati gli eserciti invasori.

L’unico che vi si addentrò, nei primi anni ’30, fu il generale fasci­sta Rodolfo Graziani il quale, per corrispondere all’ordine di Mus­solini, perpetrò un genocidio.

(1° settembre)

  • Finalmente, il gran giorno. Quindici anni come oggi, il ventiset­tenne Muammar Gheddafi, con altri undici giovani uffi­ciali, tra i quali il maggiore Jallud e il generale Karrubi, detroniz­zavano il vecchio re Idriss, un fantoccio nelle mani degli anglo- a­mericani.

La vera abilità di Gheddafi non consiste solo nell’avere ideato e attuato il colpo di stato, quanto nell’avere saputo mantenere il po­tere per tre lustri, sfidando serie difficoltà all’interno e resis-tendo a una congiura internazionale davvero pericolosa, micidiale.                                   

Le più grandi potenze, con ogni mezzo e senza badare a scrupoli, hanno tentato prima di comprare il colonnello e dopo, non essen­dovi riuscite, di eliminarlo fisicamente.

I petrolieri angloamericani non potevano accettare di perdere il controllo su circa il 4% della produzione petrolifera mondiale.

Seppure con molti errori e ondeggiamenti, Gheddafi è ancora in sella, è il leader della “rivoluzione di Al Fatah” e questa mattina, dalla tribuna della Piazza Verde, si godrà la sua colorita e rumo-rosa parata militare.

Nella piazza, accostati al bastione orientale del castello, sono stati eretti due palchi con tettoia.

Uno riservato alle delegazioni straniere e un’altro a Gheddafi e al suo più stretto entourage del Comando della rivoluzione (il vero centro di potere della Jamahiriya) e ad altri dignitari del regime e a qualche ospite straniero di particolare riguardo.

Quest’anno, il colonnello ha voluto accanto a se il generale Ramadan, il vicepresidente siriano, i due ministri nicaraguensi e il “presidente” della repubblica islamica degli Stati Uniti d’America.

 
Gheddafi con Arafat, 1977

Che bella soddisfazione per Gheddafi!

Nel 1979, a Bengasi, per far dispetto agli americani, volle al suo fianco lo squattrinato Bill Carter, fratello del presidente (in carica) Jimmy, oggi, addirittura, un futuro “presidente”Usa.

Noi osserviamo la “scena” dal palco delle delegazioni straniere. La guida ci dice che quest’anno il senso di marcia della parata va da occidente verso oriente, per indicare, idealmente, la via alle armate maghre­bine unite (a partire dal Marocco) verso Gerusalemme, verso la li­berazione della terra di Palestina.

  • Il Colonnello osserva attentamente i reparti dietro un paio di occhiali neri (come vuole la migliore tradizione dittatoriale), truc­cato come un attore che si prepara ad affrontare la scena madre, mentre sorseggia una bibita fresca spaparanzato sopra un’enorme poltrona di pelle.

Al passaggio dei reparti femminili da una gomitata a Ramadan, come per dire “guarda cosa ho io!”.

La Libia è l’unico paese arabo ad avere introdotto questa sconvol­gente novità.

Le donne, che la tradizione vuole chiuse in casa, schiave dei padri e dei mariti, il Colonnello le ha portate nell’esercito, innalzandole, formalmente, alla dignità di combattenti al pari degli uomini.

E, per sottolineare la bontà della scelta, ha voluto che metà della sua scorta personale fosse formata da prestanti ragazze in grigio­verde.

Per le donne il servizio militare non è obbligatorio. Possono ar­ruolarsi volontarie dietro consenso del padre o del fratello mag­giore. Comunque sia, a parte questa novità, bisogna dare atto al re­gime di aver fatto molto per migliorare la condizione della donna in Libia nei vari campi della vita sociale.

Dopo i reparti appiedati, vengono i mezzi corazzati, soprattutto carri armati. In gran parte ferraglia venduta dall’Italia, a prezzi stracciati. Ogni tanto, i governi occidentali, quando decidono di ammodernare gli arsenali, fanno di queste svendite.

Per la fortuna delle nostre orecchie, ne sfilano soltanto un centi­naio. A Bengasi furono migliaia. Un vero strazio ossia sette ore di assordante sfilata avvolti dentro una nuvola di sottile polvere bian­castra che i panzer sollevavano al loro passaggio.

  • Sotto lo spietato sole tripolino, ora è la volta dell’esibizione dei reparti missilistici. Passano camion carichi di missili di varia grandezza e gittata.

Alcuni, molto lunghi, sono trasportati da appositi tir mimetici.

Il nostro pensiero corre agli SS12 sovietici, ordigni particolarmente temuti poiché, avendo una gittata di circa mille chilometri, possono agevolmente raggiungere la Sicilia e l’Italia meridionale.

Di questa nuova minaccia al fianco sud della Nato si è molto par­lato in Italia, anche nel quadro del rafforzamento del dispositivo mediterraneo e dell’installazione dei missili nucleari a Comiso.

La questione, dunque, è molto delicata e controversa. C’è chi so­stiene che i libici siano già in possesso di tali sistemi d’arma e altri che lo escludono.

Personalmente, confido nel senso di responsabilità dei sovietici i quali non possono, davvero, permettere di far dipendere da Ghed­dafi la scelta di scatenare un conflitto contro la Nato, nel cuore del Mediterraneo.

D’altra parte, se i libici possedessero questo tipo di missili è im­probabile che li avrebbero esposti in una parata.

L’ambasciatore Quaroni, che ci sta di fianco, esclude che quei be­stioni siano gli SS12.

  • Allontanatisi le armi e gli armati, è il turno del popolo fe­stante. La piazza è invasa da masse vocianti che inneggiano al Co­lonnello e alla rivoluzione.

Invocano il nome di Gheddafi il quale, senza tanto farsi pregare, va sul podio e attacca a parlare.

Come il solito, i toni del discorso sono duri, sprezzanti. aggressivi, in sintonia con le attese della piazza.

Parla per oltre un’ora, molto meno delle precedenti celebrazioni. Parata corta, discorso breve: si vede che il colonnello avrà adottato un nuovo stile o rivisto il suo personale senso delle misure.

Il passaggio più arduo è quello in cui ha dovuto spiegare al popolo la bizzarra unione della Jamahirja con il regno del Marocco di Has­san II, fino a qualche mese addietro odiato nemico e indicato al pubblico ludibrio come servo dell’imperia-lismo franco- americano in Africa.

Le masse addestrate plaudono anche a questo accordo, tanta è la fede nella nuova “spada dell’Islam”.

 
Tripoli, presidenza conferenza mediterranea: da sin. A. Spataro, O. Di Liberto, segretario gen. libico

Tuttavia, malgrado gli applausi e gli apparenti entusiasmi, il colon­nello non è risultato molto convincente.

In privato, alcuni dirigenti libici me ne hanno parlato con un certo imbarazzo.

Anche Shahati, che è una delle persone più sagge dell’entourage di Gheddafi, pur dichiarandosi d’accordo, teme che la scelta non possa essere capita dagli altri Paesi fratelli (fronte del rifiuto) e dai movimenti di liberazione dell’Africa e in generale nel mondo.

“Quando una decisione necessita di troppe spiegazioni…tu capisci cosa voglio dire”

La propaganda ufficiale, invece, sostiene che l’unione è il primo passo verso la creazione del grande Maghreb. Una buona idea in se, da tempo, proposta dagli algerini anche al Marocco, ma senza i convitati francesi e americani.

La Tv diffonde in continuazione le immagini della parata, del co­mizio di Gheddafi e quelle del Congresso generale dei Comitati popolari, svoltosi nel tardo pomeriggio, che in pochi minuti ha rati­ficato il trattato d’unione col Marocco. Nelle stesse ore, il 99% dei marocchini rispondeva “Sì” al referendum indetto da Hassan II. L’esito del referendum è lampante, ma resta il mistero delle moda­lità e dei tempi del suo svolgimento e, soprattutto, del suo plebi­scitario consenso.

(2 settembre)

Leptis Magna: una civiltà resuscitata

  • Sveglia alle 6,00. Oggi abbiamo un programma molto denso: una visita a Leptis Magna e ai cantieri Impregilo a Homs. Viene a prelevarci il dottor Tornetta, secondo consigliere della nostra am­basciata. Passiamo al “Grande Hotel” dove è alloggiata Susanna Agnelli che farà parte della comitiva.

Siamo sul punto di avviarci verso Leptis, quando dal ministero de­gli esteri libico arriva la comunicazione che il ministro Triki ha fis­sato l’incontro con la Agnelli per le 10,30 di quella mattina.

Si con­ferma il fattore imprevedibilità, specie nella gestione del tempo, che qui è una caratteristica dominante nelle relazioni anche proto­collari.

E così, noi partiamo per Leptis e “il senatore” per il ministero degli esteri. Ci raggiungerà dopo l’incontro con Triki.

L’autostrada che da Tripoli giunge a Bengasi è un rettifilo nero che si snoda fra il blu intenso del mare della Sirte e il verde cupo degli orti e degli uliveti.

Da Tripoli a Leptis vi sono circa 120 km. L’auto va veloce. In poco più di un’ora ci porterà a Leptis, la meta da me agognata, detta “magna” dai romani per distinguerla dalla Leptis minor, fondata da mercanti fenici in Tunisia, nei pressi dell’attuale Sousse.

Il paesaggio è gradevole, addolcito dalla vegetazione della cosid­detta “fascia utile” ovvero un’ampia striscia di terra irrigata che corre lungo la costa, dove crescono, ubertosi, uliveti e giardini di agrumi, orti di verdure e, naturalmente, distese di palme.

“Fascia utile”, evidentemente tutto il resto si considerava “inutile”. Un errore per la politica coloniale italiana che concentrò i suoi im­pegni nella fascia costiera (attività agricole) e trascurò la “fascia inutile”(deserto) dove saranno rinvenuti immensi giacimenti di pe­trolio e di gas. E perfino di acqua!

Il simpatico dottor Tornetta, siciliano di Piazza Armerina, ritiene suo dovere darci alcuni chiarimenti su taluni aspetti della realtà politica libica.

Dalle prime battute (talune veramente esilaranti!), s’intuisce che non ama il regime e per indicare Gheddafi dice sempre “Pieri­no”. Non si capisce se lo faccia per precauzione diplomatica o per un chiaro intento spregiativo. Il suo dire è spesso intercalato da espressioni tipo “come ha detto Pierino, come ha fatto Pierino”.

  • Giungiamo a Leptis Magna prima di mezzogiorno. Ci atten­dono tre ragazzi (due maschi e una donna) della missione archeo­logica dell’università di Roma impegnati nei lavori di restauro del sontuoso arco di Settimo Severo.
 
Leptis Magna (foto Unesco)

Ai nostri occhi si presenta uno spettacolo davvero unico, esaltante.

La maestosità e l’ottimo stato di conservazione degli edifici e delle vie consentono di ammirare, in tutto il suo splendore, una grande città romana.

“Questa città, una vera perla incastonata fra il deserto e il mare, è una testimonianza del passaggio di Roma verso il nord Africa; ma­estoso monumento, fondato dai fenici, che deve il suo splendore all’impero dei Cesari e di Settimo Severo, suo figlio diletto… In poco più di un secolo e mezzo, furono costruiti: il calcidicum, il tempio di Roma ed Augusto, il vecchio Foro, gli archi di Tiberio, Vespasiano, Traiano, Settimo Severo e Marco Aurelio; i templi de­gli Augusti, del Libero Padre e di Ercole, della Grande Madre o Cibale, gli acquedotti, le terme di Adriano e il santuario in onore dell’imperatore Antonino Pio.” [1]

E ancora, il nuovo foro, il mercato, il teatro, il ginnasio, la basilica e tanto altro.

Tutto si è salvato sotto le sabbie del deserto giunto fino al mare. Erette o per terra, le rovine sono ancora qui. Intatte o quasi. Come in altre regioni dell’immenso Sahara, la sabbia, da nemico mortale della natura e delle genti, si è trasformata nel migliore custode de­gli splendori di civiltà sepolte che diversamente non avremmo po­tuto ammirare.

Penso anche ai templi della civiltà sabea, dove officiava e gover­nava Bilqis la celebre regina di Saba, di Palmira in Siria, ai tanti tesori dell’antico Egitto, della Mesopotamia, ecc.

Grazie a queste sabbie, bionde e sericee, Leptis si è conservata e oggi, in gran parte, è stata riportata alla luce dagli scavi con-dotti, in oltre mezzo secolo, da varie missioni archeologiche italiane.

Il risultato, davvero brillante, è sotto gli occhi di tutti: credo non sia esagerato dire che per vedere l’antichità romana più auten­tica bisogna venire a Leptis Magna.

  • Domando al capo missione quali fossero i rapporti con le auto­rità libiche.

Risponde che, all’inizio, non mostrarono grande interesse per la ricerca archeologica poiché consideravano quelle rovine estranee alla loro civiltà, perfino come simboli di un’antica oppressione.

Una visione, d’altra parte, in sintonia col manicheismo islamico secondo cui tutto quello che era prima della Rivelazione (a Mao­metto) è “jahaliya”ossia il caos, il male, mentre è bene tutto quello che è venuto dopo.

Per aggirare l’ostacolo e suscitare l’interesse delle autorità, gli ar­cheologi italiani, testi alla mano, dimostrarono che al tempo dei romani qui viveva la tribù dei “Libo” dalla quale discendono i li­bici contemporanei. Lo stesso imperatore Settimo Severo nacque nato a Leptis Magna da una famiglia libo.

Pertanto, un libo/libico assurse alla più alta magistratura di Roma imperiale.

Sulla base di tali argomenti, pare che Gheddafi si sia convinto a prestare l’assistenza necessaria alle missioni italiane. Oggi esiste una proficua collaborazione fra i due Paesi: l’Italia fornisce i tec­nici, gli archeologi e la Libia i mezzi finanziari e il personale di scavo. L’area centrale della città è già tutta alla luce, ma la gran parte è ancora da scoprire.

Visitiamo la grande piazza del mercato. È molto interessante, per­fino commovente osservare i banchi di pietra dove si vendevano il pesce, le carni, i tessuti, ecc.

Di fianco, c’è una lapide sulla quale sono intagliate le unità di mi­sura dell’epoca: il braccio punico e il piede romano.

Due arti importantissimi, due simboli, qui, riuniti in un mirabile esempio di fusione di due civiltà così distinte e contrapposte.

Lungo i cardi e i decumani, davanti alle abitazioni si notano tavo­lette con sopra incisi enormi simboli fallici che la guida ci dice gli antichi esponevano contro il malocchio.

Più avanti i resti di un abbeveratoio e le relative condutture di ad­duzione dell’acqua provenienti da una cisterna.

Il teatro è di rara magnificenza. E’ tutto un grande spettacolo di eleganti architetture armonizzate con la natura circostante: il mare, le dune di sabbia finissima, i frutteti.

  • Terminata la passeggiata archeologica, i ragazzi della mis­sione ci invitano nel loro appartamento, ricavato nei locali sovra­stanti il piccolo antiquarium.

L’edificio è immerso nella fresca quiete di un giardino di frutta e di verdure. Con fare circospetto, i tre archeologi ci introducono in un ripostiglio nascosto da una tenda, promettendoci una piacevole sorpresa. Pensai a un pezzo raro o comunque a una curiosità legata al loro lavoro. Invece…

Aprono la tenda e appare un rudimentale meccanismo per la fabbricazione della birra. Una piccola fabbrica clandestina, s’intende. Assaggiamo volentieri. Da una settimana, beviamo soltanto acqua minerale e una specie di gassosa insipida, perciò la birra fredda de­gli archeologi è davvero una squisitezza da pub inglese.

Arrivano Susanna Agnelli e l’ambasciatore Quaroni, reduci dall’incontro con Triki. Il sottosegretario ha poco tempo a disposi­zione.

 
Teatro di Leptis Magna. Da sin. S. Agnelli, A. Quaroni, A. Spataro

 

Una visita veloce al teatro e all’agorà e via, di corsa, verso Homs, al cantiere del consorzio italiano “Impregilo” di cui è capofila la madre Fiat.

Qui si sta costruendo un nuovo grande porto militare. Un ingegnere ci accoglie tutto emozionato. Non capita tutti i giorni vedere sul posto di lavoro uno dei titolari della ditta, per giunta nelle vesti di rappresentante ufficiale del governo italiano.

Ci illustra le caratteristiche del progetto, davvero ambizioso ri­spetto alla consistenza della marina militare libica.

Forse, pensano di ricevere “ospiti”. I sospetti si appuntano sulle mire sovietiche ad avere, dopo quello di Tartous in Siria, un altro buon approdo nel Mediterraneo centrale.

I lavori sono a buon punto: dal mare affiorano i lunghi bracci, i moli e le altre infrastrutture del grande porto.

Al pranzo (ottimo) partecipano i dirigenti e i tecnici del consorzio con le rispettive consorti che hanno seguito i mariti in questo lembo d’Africa.

Vita difficile per le signore, costrette a vivere, isolate, dentro roventi prefabbricati metallici, un po’ simili a quelli dei terremotati dell’Irpinia.

Questi, però, sono dotati di tutti i confort, in particolare, dell’impianto di aria condizionata, di vitale importanza.

L’ambasciatore freme per rientrare a Tripoli dove, nel pomeriggio, la signora Agnelli è attesa a casa di Triki per il tè, probabilmente per continuare, al riparo da occhi indiscreti, i collo­qui della mattina.

A fronte di tali incombenze, non resta che prendere atto e ripartire.

Durante il viaggio di ritorno, il dottor Tornetta ci intrattiene piace­volmente con le sue salaci battute su “Pierino”.

È una miniera inesauribile di simpatica maldicenza: fatti e misfatti, anche minimi, bizzarrie del sottobosco politico libico che tutti sus­surrano, ma che mai diventeranno notizie di cronaca.”

 

* Brani tratti dal mio libro “NELLA LIBIA DI GHEDDAFI” in vendita presso le librerie Feltrinelli e Amazon:

 

 
B.Aires- ottobre 2015- presentazione del libro al circolo de “La campora”
  1. Per il lettore e per il “Grande fratello” (in ascolto), desidero precisare- come ampiamente spiego nel libro- che i miei rapporti con personalità e organismi ufficiali libici si sono svolti, sempre nell’ambito della mia attività di parlamentare della Repubblica italiana, per conto del PCI , dell’Associazione nazionale di amicizia italo-araba e, sovente, d’intesa col nostro Ministero degli Affari esteri. Da quando, nel 2003, i dirigenti libici si accollarono la terribile responsabilità dell’abbattimento di due aerei civili, che condannai pubblicamente, ho conseguentemente interrotto ogni residuo contatto. Su questa come su altre vicende mi limito a dare qualche (inascoltato) consiglio. . 

[1] H. Calderon, op. cit.

 

Preso da: http://montefamoso.blogspot.it/2016/03/un-viaggio-tripoli.html

PER IL CAPITALISMO CI VUOLE UNA GUERRA MONDIALE

Postato il Martedì, 08 marzo @ 06:30:00 GMT di ernesto

DI CATHAL HAUGHIANl via The Saker
 Zerohedge.com
E’ dal 2010 che cerchiamo di raccontare e di comprendere il capitalismo e lo abbiamo fatto con il nostro libro La Filosofia del Capitalismo.  Eravamo incuriositi dalla natura di fondo del sistema, che ci fa, a noi – i detentori del capitale – così tanti regali, così il Saker mi ha chiesto di spiegare questa dichiarazione, un po ‘cruda’ : Per il capitalismo ci vuole la Guerra Mondiale.
L’attuale scontro tra l’Occidente contro Russia e Cina è l’apice di una lunga saga che va avanti fall’inizio della Prima Guerra mondiale. Prima di allora il Capitalismo era governato dal sistema Gold Standard che era un sistema internazionale, molto solido ed aveva regole chiare che avevano portato grande prosperità: Il Capitale a disposizione del settore bancario era scarso e per questo motivo doveva distribuirlo con oculatezza.

La Prima Guerra Mondiale richiese al Capitalismo un indebitametno del tipo FIAT e una Gran Bretagna in bancarotta cominciò a passare il suo testimone Imperiale agli Stati Uniti, che ne approfittarono per finanziare la guerra e per vendere munizioni.
La Repubblica di Weimar, soggetta a continue ostilità con tutti i mezzi economici possibili, cercò di far sgonfiare i propri debiti nel periodo 1919-1923 producendo il disastroso risultato della iperinflazione. Poi, con la reintroduzione del Gold Standard in un mondo ormai avvelenato dalla guerra, sia la restituzione che il debito furono destinati al fallimento e tutto si concluse con una fiammata di deflazione nei primi anni ’30 e poi con la seconda guerra mondiale.
Il governo degli Stati Uniti guadagnò moltissima credibilità dopo la seconda guerra mondiale con la messa al bando delle guerre offensive e con il finanziamento di molti progetti di ricostruzione che contribuirono al trasferimento di debito privato sul debito pubblico.
Il debito del governo USA esplose durante la guerra, ma servì anche a cambiare le carte in gioco, dando il potere ai creditori di disporre di un grande debitore capace di disporre di una gran quantità di capitale politico. Gli Stati Uniti usarono il loro potere per stabilire le nuove regole del sistema monetario a Bretton Woods nel 1944 e per custodire (negli USA) l’ oro fisico di proprietà di altre nazioni.
Tra la fine degli anno ’40 e l’inizio dei ’50 gli Stati Uniti aumentarono le aliquote fiscali sui ricchi ed ebbero un periodo di inflazione elevata – con cui spazzarono via i creditori, ma  aprirono anche un’epoca unica per la classe media di tutto l’Occidente. Gli USA riformarono anche le istituzioni centralizzate sia negli Stati Uniti che in Europa e in Giappone per assicurarsi che una classe di creditori-sanguisuga non ostacolasse la crescita, cosa che, allora, era facile fare perché la guerra li aveva spazzati via (come in Corea).
La distruzione del capitale durante la seconda guerra mondiale, contraddisse la regola marxista per cui “il tasso di profitto scende sempre”.
Prendiamo un mercato a caso, quello dei jeans. All’inizio tutte le fabbriche li producono usando una gran quantità di lavoro umano e tutti i jeans hanno un prezzo che si aggira intorno al totale del costo del lavoro sociale necessario per la produzione (qualcuno fa pagare di più, qualcuno meno).
Ad un certo punto una fabbrica introduce un macchinario (con un costo di X $) che produce i jeans usando molto meno tempo lavoro. Ognuno dei lavoratori, assistiti da un robot, è pagato con lo stesso salario orario ( di prima) ma il processo di produzione adesso è molto più redditizio. Questo attrarrà nuovi capitali, perché il capitale è alla continua ricerca di un profitto più alto. Il risultato sarà la generalizzazione di questo nuovo modo di produrre.
Il robot o il macchinario verrà adottato da tutte le altre fabbriche, perché rende più efficiente il modo di produrre i jeans. Come conseguenza il prezzo dei jean scende, perché il margine di profitto è aumentato e con questo margine tutti gli attori del mercato possono sotto tagliare i prezzi dei loro concorrenti per (tentare di) incrementare il proprio market-share ed attaccare i suoi concorrenti.
Investendo un’altra quota di X$ il margine di profitto unitario viene va sotto pressione, in modo che il tasso di rendimento dei beni produttivi tenda a scendere, con il tempo per riallinearsi in un mercato competitivo.
I tassi di interesse sono in calo da decenni in Occidente, perché i tassi di interesse devono essere sempre al di sotto del tasso di rendimento degli investimenti produttivi. Se i tassi di interesse fossero più alti rispetto al tasso di rischio-del-rendimento, il capitalista potrebbe anche scegliere di tenere il suo denaro in un conto di risparmio. Quando c’è deflazione reale, il suo potere di acquisto aumenta GRATIS e quando c’è inflazione, invece, parcheggia il suo denaro (più il debito) in un investimento improduttivo che però ne può far gonfiare il prezzo, per esempio nell’immobiliare.
Già sentito?
Certo, c’è stato un gran profitto che si è generato dal 2008 in poi, ma non è stato reinvestito con investimenti produttivi in ​​un libero mercato competitivo. Tutto quel profitto è venuto dalle bolle degli investimenti e da schemi finanziari favoriti con la stampa di denaro e con tassi di interesse pari a zero.
Così, sappiamo che in Occidente il tasso implicito di rendimento è vicino allo zero ed il tasso di rendimento si riduce naturalmente, a causa dell’accumulo di capitale e della concorrenza di mercato. Il sistema si chiama capitalismo perché il capitale si accumula: le economie ad alto reddito sono quelle con il più grande accumulo di capitale per lavoratore. Il lavoratore,  robotizzato, gode di un reddito più alto mentre è altamente produttivo, ma in parte anche perché le macchine svolgono una parte del lavoro che avrebbero dovuto fare i lavoratori “ridondanti” che vengono licenziati, quindi ci sono meno lavoratori che partecipano a condividere il profitto. Tutte le economie ad alto reddito hanno avuto tassi di interesse vicino allo  zero per sette anni di seguito. I tassi di interesse in Europa sono addirittura negativi. E allora … come è riuscito il sistema a restare  stabile per così tanto tempo?
Qualsiasi  crescita economica dipende dal guadagno energetico. Ci vuole energia (per perforare pozzi petroliferi) per ottenere energia. A differenza dalla nostra esperienza quotidiana in cui l’energia che compriamo e quella che consumiamo si bilanciano, il capitalismo richiede un guadagno netto sull’energia assoluta. Questo guadagno, per mezzo di scambi di energia, assume la forma di strumenti e macchinari che permettono un aumento della produttività oraria del lavoro. Quindi aumenta il PIL, gli standard di vita migliorano e i debiti possono essere rimborsati. Quindi, il petrolio è una risorsa strategica per il capitalistico.
Il guadagno netto sulla produzione di energia USA ebbe il suo picco nel 1974, quando furono sostituiti dall’Arabia Saudita che, per la prima volta nella sua storia, trasformò gli USA in paese importatore netto di petrolio. La dipendenza USA dal petrolio straniero passò dal 26% al 47% tra il 1985 e il 1989 per raggiungere il suo picco del 60% nel 2006. E, significativamente, i salari reali raggiunsero il loro picco nel 1974, con un certo livellamento per poi cominciare a diminuire per la maggior parte dei lavoratori USA. I salari non hanno mai recuperato le loro perdite. (Il declino dei salari sarebbe più grave se consideriamo che i dati sull’inflazione ufficiale USA, che non includono gli aumenti del costo delle abitazioni).
Qual è stato il risultato economico e politico di questo declino? Durante i 20 anni  dal 1965 al ‘85, ci furono 4 recessioni, 2 crisi energetiche e il controllo su  salari e prezzi.
Questi fatti non erano mai accaduti in tempi di pace e gli eventi del Golfo del Tonchino spinsero alla guerra in Vietnam, che alla fine, nel ‘71,  spinse Nixon ad abbandonare il sistema Gold-Exchange Standard, per aprire il successivo dissoluto capitolo della Finanza FIAT, fino al 2008. Tagliare il rapporto mometario con l’oro significava tagliare l’ultima ancora che impediva la guerra e il disavanzo di spesa.
La promessa di oro in cambio di dollari fu cancellata.
Dopo il 1974 il PIL USA continuò a crescere ma una parte del potere di acquisto finale fu trasferito alla Arabia Saudita    che divenne il paese che forniva il guadagno energetico netto che costituiva il potere per far aumentare il PIL USA. La classe lavoratrice USA cominciò a vivere un lento declino reale del proprio standard di vita, dato che “la loro fetta” della torta economica si era ridotta con il continuo aumento di trasferimento di potere di acquisto verso l’Arabia Saudita.
Le elite del governo e delle banche risposero creando e cancellando norme di comportamenti illegali per il sistema basato su una moneta FIAT. I cinesi apprezzarono questa opportunità di lungo termine che questa situazione presentava e accettarono di cominciare a giocare, anche loro, con il pallone. Gli USA con la loro sovrapproduzione di credito monetario e la Cina con le sue super produzioni di merci lavorate, ammortizzarono il reale declino del potere di acquisto della classe lavoratrice americana. I rapporti di potere tra Cina e USA cominciarono a cambiare: il partito comunista trasferiva valore ai consumatori americani, mentre Wall Street trasferiva la maggior parte delle piante industriali Usa in Cina. Non mandarono il complesso industriale militare.
Questo bilanciamento su grande scala significava che i consumatori e le imprese USA potevano avere i mezzi per acquistare sempre più a debito e la guerra di classe fu rinviata. Così è come funziona la sovrapproduzione: Più si produce e più si spende, ma non si paga con il denaro che rappresenta il vero e proprio tempo per produrre il bene, ma si paga con la ricchezza del futuro, quella che si produrrà con il tempo del lavoro futuro. La forza lavorale cinese produceva più di quanto poteva consumare.
Il sistema non ha mai travalicato i limiti stabiliti dalle leggi della termodinamica. Il sistema di una economia reale non può mai sovrapprodurre “di per sé”. Il limite di produzione è il guadagno netto di energia assoluta. Tutto quello che viene prodotto e quanto può essere consumato. Come hanno fatto i cinesi a produrre una tale eccedenza, tanto massiccia e per così tanto tempo? La schiavitù economica può ottenere dei miglioramenti radicali per gli standard di vita per coloro che godono i benefici della proprietà. Gli schiavi non si deprezzano perché vengono presi in affitto e non si deve nemmeno ripararli perché, se conviene, si possono replicare gratuitamente. Centinaia di milioni di contadini cinesi tengono basso il loro livello di vita e controllano i loro consumi per farne godere i frutti ai loro figli.
Con le loro vite sfruttate permettono che cresca il tasso di profitto!
Cominciarono la loro lunga marcia verso una moderna prosperità facendo giocattoli, scarpe e i tessuti a minor prezzo di quanto potessero fare delle povere donne che lavoravano in South Carolina o in Honduras. Quelle fabbriche si costruvano con pochi soldi e il personale – formato da contadini obbedienti, deferenti e laboriosi – era proprio quello che ci voleva per un lavoro che non era differente dal “raccogliere pomodori”. La loro eredità è la formazione iniziale del capitale della moderna Cina ed è uno dei più grandi successi della storia umana. I cinesi non hanno usato il loro guadagno netto di energia, prodotto dal petrolio per alimentare l’iperbolico incremento che stavano sostenendo per la produzione. Loro usavano la schiavitù economica alimentata da energia calorica che sostituiva quella solare. La forza lavoro cinese ha raccolto tutti i frutti che si potevano raccogliere facilmente in tutto il mondo, cioè quelli che per essere colti non avevano bisogno né di strumenti né dei macchinari. Gli schiavi non hanno bisogno di nessun attrezzo perché loro stessi sono gli attrezzi.
Senza il gold standard e senza i coefficienti patrimoniali il modello-sovrapproduzione è cresciuto a dismisura.  La bolla delle dot.com è stata  rigonfiata con la bolla immobiliare, che è stata pompata nuovamente da debito sovrano, da stampa di moneta (QE) e insolvenza della banca centrale. La classe lavoratrice e la classe media degli Stati Uniti hanno consumato di più in proporzione alla loro partecipazione alla torta dell’economia globale per decenni. La correzione dei prezzi (la distruzione della moneta, del credito e del capitale accumulato) deve ancora arrivare. Questo è quanto è accaduto dal 1971 per effetto della crescita della finanziarizzazione o della monetizzazione.
L’applicazione di questi metodi economici è giustificata dalla ideologia politica del neo-liberalismo. Il neo-liberalismo prevede nessuno o pochi controlli sui capitali, la distruzione dei sindacati, il saccheggio dei beni pubblici e dello Stato, l’importazione di contadini come l’aiuto domestico, e la consegna della produzione di valore aggiunto della società, al Partito Comunista della Repubblica Popolare Cinese.
I cinesi hanno molti motivi ma la loro prima motivazione è il potere. Il potere è più importante del denaro. Se sei ricco ma debole, ti rubano tutto. La Russia può fornirci qualche esempio: Gorbaciov aveva ricevuto una promessa da George HW Bush che gli Stati Uniti avrebbero pagato alla Russia circa $ 400 miliardi in 10 anni come “dividendo di pace” da usare nella trasformazione del loro stato verso un sistema economico basato sul mercato. I russi ritengono che il capo della CIA, all’epoca, George Tenet, in sostanza, abbia fatto abortire l’affare per la sua idea che “lasciare il paese cadere a pezzi distruggerà la Russia come futura minaccia militare”. Infatti il paese crollò nel 1992 e le sue risorse naturali furono saccheggiate e il tasso di profitto aumentò (vertiginosamente) negli anni ’90, fino a quando il presidente Putin mise un freno a quella rapina.
In ultima analisi, l’attuale quadro del Capitalismo mostra ridondanza di lavoro, caduta del saggio di profitto e squilibri commerciali profondi prodotti da un eccesso di capacità. Sotto questo monopolio del Capitalismo di Stato si sono sviluppate tutta una serie di misure preventive e temporanee, tra cui la crescita di una nuova generazione, riserva di lavoro da cui possono attingere università, esercito  e sistemi carcerari.
Il nostro problema è come mantenere il “tasso di rendimento previsto” per noi, per la classe dominante. Infine, ci sono solo due soluzioni su larga scala, che si intrecciano tra loro.

Una è l’espansione del debito pubblico per mantenere “i mercati” in movimento e per trasferire ricchezza dalle future generazioni di lavoro all’attuale classe dominante.
L’altra è la guerra, l’ultima istanza dei consumatori. Le guerre possono bruciare l’eccesso di capacità, possono spostare mercati globali, generare rendite monopolistiche, e restituire il lavoro futuro ad uno stato impotente e quasi senza più nessuna aspettativa. Nel 1918 l’influenza spagnola uccise 50-100 milioni di persone. Come se questo  non fosse bastato, nel corso del  20° secolo ci sono state due guerre mondiali con 96 milioni di morti che sono servite a ridurre la disoccupazione e a restabilizzare il “problema del lavoro.”

Il capitalismo vuole la guerra mondiale perché il capitalismo vuole  il profitto e il profitto non può permettersi i disoccupati. Il punto è che il capitalismo riuscì a permettersi la socialdemocrazia dopo che il saggio di profitto fu ristabilito grazie alla depressione del 1930 e alla distruzione fisica di capitale durante la seconda guerra mondiale. Il capitalismo produce solo per il profitto e la democrazia sociale fu finanziata con la tassazione degli utili dopo la seconda guerra mondiale.
La crescita della produttività del lavoro avvenuta dopo la seconda guerra mondiale, per effetto della automazione in se stessa oltre che per il petrolio e il gas che sostituirono il carbone, portò dei miglioramenti per i lavoratori. Mentre la torta dell’economia stava crescendo, i lavoratori continuavano a ricevere la stessa percentuale di una torta che però aveva delle fette più grandi. I salari, come percentuale del PIL degli Stati Uniti, effettivamente aumentarono nel periodo 1945-1970. Ci fu un aumento della spesa pubblica che veniva reindirizzata sotto forma di redditi redistribuiti. (Ora) le disuguaglianze potranno solo aumentare, perché per fare profitti dobbiamo tagliare continuamente il costo dei fattori della produzione, vale a dire i salari e i benefit (per i lavoratori).
Non abbiamo ancora raggiunto il punto in cui buona parte della classe lavoratrice non riesce a mangiare o a pagarsi un tetto?  Il 13% della popolazione in età da lavoro del Regno Unito è senza lavoro e non riceve sussidi di disoccupazione, mentre una enorme quantità di persone ha ancora il bene di poter lavorare solo perché certi profili lavorativi vengono pagati veramente poco.
La natura di fondo del capitalismo è ciclica. Ecco come si conclude l’aspetto politico del ciclo:

  • 1920s/2000s – alta disuguaglianza, alte paghe per i banchieri, poche regole, tasse basse per i ricchi, baroni ladri (CEO), banchieri spericolati, globalizzazione.
  • 1929/2008 – Wall Street crash
  • 1930s/2010s – Recessione globale, guerre valutarie, guerre commerciali, aumento della disoccupazione, nazionalismo ed estremismo
  • Che succede dopo? – La Guerra Mondiale.

Se il capitalismo potesse parlare, chiederebbe a  suo fratello maggiore, l’ Imperialismo: “Come risolveresti questo problema”  Non siamo tornati agli anni ‘30, l’economia è ormai un insieme integrato che abbraccia tutto il mondo. Il Capitale continua ad essere accumulato dal 1945, così che la sotto-occupazione e la disoccupazione sono una piaga in tutto il mondo. Quanto è grande questo problema?
I dati ufficiali non ci dicono niente, ma il dato che 47 milioni di americani hanno bisogno di aiuti alimentari è un dato toccante. Parliamo di un americano su sette e la popolazione mondiale è arrivata a  7 miliardi.
Le possibili soluzioni sono pericolose. Il metro che mostra le debolezze – nel Mar Cinese Meridionale, in Ucraina e in Siria – ha risvegliato il senso di pericolo. Le leadership di Cina e Russia hanno reagito integrando i loro sistemi di pagamento e delle loro economie reali, del commercio energetico per la produzione di merci e per sistemi di armamento avanzati.
Dato che sono loro i protagonisti del Gruppo di Shanghai si può immaginare che il loro obiettivo sia il sistema monetario, che è alla base del nostro potere imperiale. Quel che è peggio, è che “loro” possono evitare atti ostili palesi, scegliendo  semplicemente di minare la “fiducia” nel sistema monetario Fiat.
Tenendo conto del calibro del loro arsenale nucleare, come possono essere combattuti e tanto meno come possono essere sconfitti ?
L’appetito non conosce ragioni ed è difficile ragionare con chi ha sete. Ma attenzione fratelli. È per la vostra sete di potere che è cominciata questa saga, forse è arrivato il momento di ragionare.

Fonte: Zerohedge.com
Link : http://www.zerohedge.com/news/2016-03-02/capitalism-requires-world-war
2.03.2016

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione Bosque Primario 

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16319

ECCO LE VERI RAGIONI DELLA GUERRA IN LIBIA

8 marzo 2016

DI MARCELLO FOA –
L’Italia si preparava nel 2016, a mandare 5.000 uomini in Libia su richiesta di Washington per “combattere l’Isis”. Ma siamo proprio sicuri che sia questo il reale obiettivo?
No, infatti, caro lettore, il motivo di questa guerra è un altro e, avrete immaginato, è… il petrolio. Come spiega l’ottimo Alberto Negri sul Sole 24 Ore siamo davanti ad un “regolamento di conti”, una “spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio”. La Libia, continua Negri, “è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso di un ipotetico Stato libico.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare”.
Probabilmente, una volta stabilizzato, il paese sarà diviso tra Francia, Gran Bretagna e, auspicabilmente Italia, mentre gli Stati Uniti vigileranno dall’alto.
L’Italia, che era ben posizionata con Gheddafi, e che è riuscita a cavarsela anche negli ultimi anni, ha molto da perdere e poco da guadagnare ad assumere un ruolo militare di primo piano nella sempre più probabile guerra.
Di certo, ancora una volta non ci dicono tutta la verità. Ancora una volta la lotta al terrorismo è, al più, una concausa e viene usato come pretesto per realizzare altri obiettivi, economici come sempre. E come sempre, solo pochi giornalisti avranno la lucidità e l’onestà intellettuale di raccontare la verità. Alberto Negri è uno di questi.

Qui sotto potete leggere il suo articolo.
Marcello Foa

La grande spartizione della Libia: un bottino da almeno 130 miliardi

Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?
La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.

La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.
Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.
La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.
Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.
Il bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.
Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.
La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.
Alberto Negri
Fonte: www.ilsole24ore.com

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2016/03/08/ecco-le-veri-ragioni-della-guerra-in-libia/

Giorgio Napolitano, il vergognoso silenzio dopo l’arresto di Nicolas Sarkozy: cosa tace sugli attacchi in Libia

21 Marzo 2018

Nicolas  Sarkozy, Giorgio Napolitano
Nessuna dichiarazione è ancora arrivata dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo l’arresto di Nicolas Sarkozy. Eppure una parola di chiarimento, magari un mea culpa, sarebbe stato più che gradito, considerando i legami strettissimi che l’ex Capo dello Stato ha avuto con l’omologo francese durante la guerra in Libia del 2011, oltre alle responsabilità politiche e storiche dietro il coinvolgimento dell’Italia in quel tragico conflitto.
I fatti sono ormai pezzi di Storia nota, riportati nei dettagli sia nella biografia di Silvio Berlusconi scritta da Alan Friedman che dal racconto al Giornale dell’ex presidente del Senato, Renato Schifani. La pressione da parte di Napolitano sul premier dell’epoca, appunto Berlusconi, perché l’Italia concedesse il suo sostegno per abbattere il regime di Gheddaffi era diventata enorme. A marzo 2011, aveva raccontato Schifani, Napolitano convocò un vertice durante l’intervallo del Nabucco all’Opera di Roma: “L’Italia – disse davanti a Schifani, Gianni Letta e Berlusconi – non può restare fuori”.

Eppure non è ancora troppo tardi per le scuse. Ci sono riusciti a distanza di anni anche l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, coinvolto in quella guerra sotto l’egida della Nato. Proprio l’ex presidente aveva rimarcato come Sarkozy “voleva vantarsi di tutti gli aerei abbattuti, nonostante il fatto che avessimo distrutto noi tutte le difese aree”. L’Italia con la Libia aveva firmato un trattato amicizia, abbattuto Gheddaffi l’immigrazione clandestina ha raggiunto i livelli di emergenza che oggi tutti conosciamo.

Preso da: http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/13320639/giorgio-napolitano-arrestato-nicolas-sarkozy-guerra-libia-emergenza-immigrazione-non-chiede-scusa.html

NATO: ci costa 64 milioni al giorno. Ecco tutte le spese militari a confronto.