i ratti, la cassaforte e gli scassinatori

Uno dei due “governi”  della Libia ha assunto degli scassinatori

 

Il loro compito è forzare una cassaforte di cui solo l’altro governo, riconosciuto dalla comunità internazionale, ha la combinazione: è una storia esemplare delle nuove divisioni e confusioni
22 maggio 2016

L banca centrale fa capo al “governo” di Tobruk, uno dei due che si dividono il controllo della Libia, ha assunto due scassinatori professionisti per aprire una cassaforte che contiene più di 150 milioni di euro in monete d’oro e argento. Soltanto i funzionari della banca centrale fedeli al governo rivale, quello di Tripoli appoggiato dalla comunità internazionale, conoscono la combinazione di cinque numeri che apre la cassaforte: e ovviamente non hanno nessuna intenzione di consegnarla ai loro nemici.
gheddaficoinIl Wall Street Journal è riuscito a intervistare i due scassinatori, conosciuti soltanto come “Khaled”, un ingegnere, e “al Fitouri”, un fabbro. I due progettano di aprire un buco nella parete di cemento del caveau e quindi di mettersi al lavoro sulla cassaforte utilizzando alcune tecniche che preferiscono non divulgare. Il Wall Street Journal ha intervistato i due lo scorso 13 maggio e non è chiaro se nell’ultima settimana siano riusciti a portare a termine il loro piano. Le monete custodite nella cassaforte hanno l’effigedel Leader Muammar Gheddafi, e probabilmente per utilizzarle sarebbe necessario coniarle una seconda volta.

La storia degli scassinatori è solo un esempio delle divisioni, anche economiche, che attraversano il paese. Nella capitale Tripoli si è insediato il cosiddetto governo di unità nazionale, frutto degli accordi raggiunti con l’aiuto dell’ONU tra numerosi politici e leader delle milizie che controllano diverse aree del paese. Questo governo ha l’appoggio della comunità internazionale, che proprio questa settimana ha promesso l’invio di armi e addestratori militari per aiutarlo a combattere l’ISIS. Ma nell’est del paese un governo rivale con sede a Tobruk si è rifiutato di riconoscere il governo di Tripoli e ora sta cercando di entrare in possesso delle risorse finanziarie necessarie a mantenere la sua indipendenza.
Mentre il governo di Tripoli è appoggiato dalla comunità internazionale, quello di Tobruk è di fatto controllato dal generale Khalifa Haftar.
Negli anni Ottanta, Haftar tentò senza successo di rimuovere Gheddafi con un colpo di stato per poi fuggire negli Stati Uniti. Dopo la caduta del regime nel 2011 è ritornato in Libia dove è diventato uno dei signori della guerra più potenti. Le sue milizie, che Haftar definisce “l’esercito regolare libico”, sono appoggiate dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti. Molti esperti considerano la presenza di Haftar il principale ostacolo alla riunificazione del paese e al ritorno a una parvenza di normalità.
Negli ultimi anni l’economia libica si è quasi del tutto bloccata a causa della divisione del paese tra i due governi rivali e del sorgere di dozzine di milizie più o meno autonome, tra cui la più forte, l’ISIS libica, è riuscita a occupare la città di Sirte e una fascia costiera lunga decine di chilometri. Entrambi i governi e le relative banche centrali sono in difficoltà nel pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici e nell’assicurare servizi di base alla popolazione, come la distribuzione di corrente elettrica. La produzione di petrolio e gas, la principale risorsa del paese, è crollata a quasi un decimo dei livelli prima della guerra.
Per far fronte alle numerose spese, le due banche centrali hanno immesso nel paese grosse quantità di denaro liquido, cioè di banconote. Quella di Tripoli ha recentemente acquistato banconote del valore di un miliardo di dinari (circa 700 milioni di euro) da uno stampatore inglese, mentre il governo di Tobruk dice di averne messo in commercio altri quattro miliardi (circa 2,8 miliardi di euro) grazie all’aiuto della Russia. Questo afflusso di banconote ha fatto sì che oggi in Libia siano in circolo quattro volte più contanti per persona che nel Regno Unito, ha scritto il Guardian. Il rischio adesso è che il paese precipiti in una spirale di inflazione e che il dinaro libico perda completamente il suo valore.

Adattamento dall’ originale: http://www.ilpost.it/2016/05/22/libia-tobruk-scassinatori/

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Fare dell’Algeria un’altra Libia. Lo comanda il philosophe

venerdì, maggio 20, 2016

Nel febbraio 1982,  la rivista del sionismo mondiale, Kivunim (Direttive, in ebraico) pubblicava un  approfondito  studio dal titolo “Una strategia per Israele negli anni ‘80”.  Firmato dall’agente israeliano Oded Yinon, l’articolo notava come tutti i paesi islamici potenziali nemici di Israele fossero, al loro interno, minati da divisioni religiose ed etiche; e proponeva di istigare le discordie e le fratture, onde destabilizzare i paesi e spezzarli in piccoli stati settari, in lotta perpetua tra loro. Anzitutto, il piano Yinon citava l’Irak di Saddam: “l’Iraq, ricco di petrolio e lacerato internamente, è sicuramente un candidato degli obiettivi  d’Israele. La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. (…)  l’obiettivo più importante, spezzare l’Iraq in domini come Siria e Libano. In Iraq, la divisione in province lungo linee etno-religiose, come in Siria durante il periodo ottomano, è possibile. Così esisteranno almeno tre Stati attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e le aree sciite del sud si separeranno dal nord sunnita e curdo”.  Ma anche Siria, Libano, Egitto, ed altri stati erano passati in rassegna come candidati alla destabilizzazione e frammentazione.

(Qui sotto il testo integrale del Piano:
Bisognò attendere l’occasione propizia, che si presentò con l’attentato  di Al Qaeda del 11 settembre 2001  il Piano Kivunim, con le armi americane, l’espansione della democrazia o l’intervento umanitario,  la formazione di gruppi jhadisti,  Al Qaeda, ISIS, primavere arabe complicità europee, nonché l’aiuto di volonterosi sayanim,   è in via di puntuale realizzazione.  Irak, Afghanistan, Siria, Egitto, Tunisia  sono stati sovvertiti, ridotti in macerie e guerra intestina, messi in mano a terroristi di un estremismo islamico folle.  Pochi paesi  sono rimasti (per ora) indenni dall’azione destabilizzatrice.  Fra questi, il più importante economicamente  l’Algeria, resiste  – perché il regime ha combattuto negli anni ’90 una guerra di eradicazione dell’islamismo, e  veglia con estrema attenzione alle infiltrazioni di jihadisti  da oltre confine.
Adesso è scoccata l’ora per lo smembramento anche dell’Algeria. Il segnale viene da Bernard Henry Lévy  (d’ora poi  BHL) , l’ex “Nouveau philosophe” ora incartapecorito neocon. Il 17 aprile scorso, sulla   sua rivista di lusso La Régle du Jeu,  ha espresso il suo sostegno al MAK (Movimento di  Autonomia della Kabila), un gruppo berbero indipendentista che da tempo conduce attentati  ed attacchi ai militari algerini.  “Kabili, un popolo senza riconoscimento in Algeria”, esordisce BHL; “come i curdi”, e  dà il suo appoggio al preteso “governo provvisorio della Kabila”  formato dal MAK (un movimento che è ben lungi dall’avere il sostegno della popolazione kabila), che secondo il philosophe lotta “per una società libera, aperta, democratica e laica”.  BHL ha appoggiato una manifestazione del MAK che si è tenuta a  Parigi il 17 aprile,  dove si sono celebrate le vittime  della  “repressione” contro i kabili, e si sono invitate  le organizzazioni per i diritti  umani a interessarsi alle rivendicazioni dei  kabili.
express
Ciò che rende pericoloso questo appello è il fatto che BHL,  come personaggio televisivo   di una certa “cultura” francese, e agente di una lobby,  ha avuto una parte fondamentale nell’incitare  Sarkozy a intervenire in Libia per rovesciare Gheddafi  nel 2011. Oggi,  ad anni di  distanza, in occasione del suo ultimo libro (ne sforna uno all’anno: questo si chiama L’esprit du judaïsme)  ha ribadito  la sua  ideologia di bellicista  per i diritti umani:  “Il ruolo degli intellettuali è dire che ci sono situazioni in cui la pace è peggio della guerra”.  E quanto al fatto che la Libia è piombata nel caos più sanguinoso, ha detto di non avere “alcun” ripensamento: “Una democrazia  non si costruisce in un giorno.  Ci vuole tempo e pazienza. Ciò comporta sangue, lacrime, a  volte dei ritorni indietro….”, ha detto filosoficamente il philosophe .
Benché sia un  personaggio macchiettistico, BHL  è anche un insuperabile promotore di sé stesso, e sa essere onnipresente sui media. Al festival di Cannes ha presentato perfino un su film, Peshmerga: girato  fra Mossul ed Erbil, perché  sì, BHL l’anno scorso è stato sul posto per dare appoggio con la sua luminosa presenza ai combattenti curdi che si battono per la democrazia e l’indipendenza.  Ed  ha inondato  i media francesi di foto sue: mentre  parla col comandante Barzani nascosto dietro una trincea di sacchetti di sabbia   sempre esibendo la costosa camicia bianca aperta sul petto avvizzito; lui alla testa delle ragazze combattenti….
Senza paura
Senza paura
Con Barzani in trincea
 
Perché sono  decenni che accorre dovunque nel mondo sia necessario il suo sostegno  per la democrazia e la civiltà contro la barbarie; naturalmente con un intero ufficio-stampa e propaganda al seguito, che diffonde le sue immagini ed esalta il suo mito, promuovendo i suoi libri.
E’ stato a Kiev, a sostenere i nazi contro  Mosca….Non senza qualche cedimento alla “narrativa”, una specialità ebraica: come nel 1982 quando raccontò di essere arrivato, con marce forzate in Afghanistan, fino al covo del generale Massoud per consegnargli delle radio-trasmittenti: una balla. O quando nel ’93  si fece intervistare e fotografare mentre stava accovacciato dietro un muro,  come fosse sotto il tiro dei cecchini; poi il Canard Enchainé mostrò la foto non tagliata, e fece vedere che dall’altra parte del muro passavano delle persone tranquille, perché nessuno stava sparando.
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Sarajevo, sotto il fuoco….
Apparentemente da quarant’anni BHL si  reca nei luoghi delle guerre civili più sanguinose (in parte provocate da lui, o dal Piano Kivunim) allo scopo di farsi del  selfie.  In Francia è diventato lo zimbello dei vignettisti.
...alle Termopili
BHL  alle Termopili
Ma sarebbe un errore sottovalutarne la pericolosità.  L’accerchiamento dell’Algeria si stringe: la Tunisia, che aveva negato agli Usa una base militare sul suo territorio,  dopo i sanguinosi attentati di “Al Qaeda” sulle spiagge che hanno rovinato per sempre il turismo, unica  risorsa, ha capito la lezione ed adesso gli americani hanno la loro base. Nel Sud,  guerriglieri berberi o “Al Qaeda” sono armati ed addestrati da chissà chi nell’amplissimo, incontrollabile spazio nord-sahariano.
E soprattutto, il fondatore del MAK, il movimento indipendentista kabilo appoggiato da  BHL – si chiama Ferhat Mehenni, è esiliato in Canada  –    nel 2015  ha chiesto ufficialmentel’aiuto di Israele per “i diritti del popolo kabilo, una  regione berbera occupata dagli Arabi”.  Il sito ultra-sionista  e neocon “EuropeIsrael” ha accolto e promosso con entusiasmo la richiesta.
Del resto sono anni che Israele coltiva le relazioni col MAK,  opportuno  strumento di sovversione. Nel maggio 2012 una delegazione di Movimento è  stata ricevuta in visita ufficiale, su invito del capo delle relazioni estere del Likud, Jacques Kopfer. Ovviamente ciò ha suscitato i più vivi sospetti ad Algeri.   Il portavoce del ministero degli esteri di Algeri disse allora: sappiamo che esiste “un tracciato di rotta”   di “ progetti scellerati per attentare all’unità nazionale”. Un’allusione al Piano Kivunim. Adesso, BHL ha dato il segnale: dopo la Siria, la Libia, l’Irak, tocca all’Algeria?
libia
Nella Libia da lui liberata

 

 

Un imbroglio non poi così complicato

(Gabriele Adinolfi) – Libia: il nostro governo tergiversa e forse nasconde qualche non piacevole fatto compiuto.
Cosa è avvenuto e che sta accadendo nel Paese che fu di Balbo?
Semplicemente che nel 2011, a cento anni esatti dalla nostra vittoriosa impresa coloniale, Napolitano e la sua cerchia hanno rovesciato gli equilibri consolidati e consegnato quelle terre a chi prima di noi su di esse esercitava le mire.
La Libia è stata dapprima destabilizzata, tanto dal produrre almeno due governi ufficiali. Già, destabilizzata e incontrollabile. Quanto?
Le milizie armate si computano intorno al migliaio, tutte armate fino ai denti, e sono espressioni di clan e fazioni: quindi ci sembra che domini il caos. Peccato però che i fondi con cui sono stipendiati i miliziani vengano tutti erogati dalla Banca Centrale che è quindi in condizione di paralizzarle ma non lo fa.
C’è di più: l’equivalente locale dell’Isis (ovvero dei contractors che controllano i pozzi e liberano così il mercato del petrolio senza che si passi necessariamente per lo Stato) si chiama PFG ed è stipendiato sia dalla Banca Centrale che dai petrolieri.
Questo “caos” profitta dunque agli speculatori privati, lì, e a quelli di carne umana, qui, perché ha contribuito a far cadere il blocco dell’emigrazione accelerandone anzi il processo per via del terrore e dell’instabilità.


L’ordine rinnovato
Ora si parla d’imporre una stabilità nuova. Apparente, in realtà, perché l’instabilità di oggi, come abbiamo visto, è stabile eccome. Ma è ormai tempo di ripartire i dividendi e una nuova mascherata ci vuole.
L’uomo su cui abbiamo scommesso – in Italia abbiamo la caratteristica cialtronesca di fingere di essere vittoriosi in tutte le disfatte – si chiama Fayez Al Serraj. A lanciarlo in orbita è stato l’Onu con l’appoggio immediato italiano e tedesco. Che il sostegno sia tedesco può farci piacere perché indica che c’è quantomeno una prospettiva politica possibile, tuttavia non ci dobbiamo dimenticare che, all’epoca della spedizione in Libia, Berlino ci osteggiò perché i nostri interessi erano divergenti dai suoi e questo contribuì non poco al rovesciamento di alleanze che si sarebbe verificato poco dopo, nella Grande Guerra.
A prescindere dal calcolo forse europeo di Berlino, l’ultima capitale Ue in cui si ragiona in modo sensato, la scelta assume anche altri aspetti.
Vi è un placet americano abbastanza chiaro. Sono loro che ci chiedono di metterci la faccia perché intendono guadagnare, mediante noi, quote sugli anglofrancesi che si sono rafforzati un po’ troppo.
Ma sulla stabilizzazione istituzionale convergono anche i francesi e soprattutto i turchi, quelli contro cui ci sparammo centocinque anni fa per contenderci il territorio libico.

Che ruolo avremo
In sostanza il nostro ruolo si ridurrebbe a quello di truppe di complemento utili agli americani solo per la ridistribuzione di quote. Preziose poi, sicuramente, per la conoscenza del territorio, per le capacità militari che, per quanto si abbia noi la tendenza al denigrarci per principio preso, sono notevoli e, infine, per il calore umano.
Non potremo però che essere usati da altri.
Salvo se ragioniamo in ottica di equilibri europei e speriamo in Berlino. Ma che questo sia possibile o no dipende ben poco da noi.
Quindi in Libia non ha senso combattere?

Fronteggiare lo jihadismo
Resta l’argomento della necessità di fronteggiare lo jihadismo. Facciamolo lì, si dice, prima che arrivino qui.
Giustissimo ma è difficile sostenere che questo lo si possa fare insieme a inglesi, americani, francesi e turchi.
D’altra parte su chi dovremmo contare per combattere il fanatismo islamico? È vero che i pozzi libici non li controlla l’Isis ma la forza para-istituzionale che li domina fa capo ad Al Qaeda. Quella che, ufficialmente, avrebbe abbattuto le Due Torri. In realtà quell’organizzazione è, storicamente e non solo, un’articolazione della Cia ma, come accadde in tutte le esperienze precedenti – si pensi alle bande bolsceviche – è anche impregnata di un’ideologia e di un progetto che difficilmente possono essere spacciati per anti-jihadisti. Dunque anche questa ragione d’intervento è quantomeno zoppa.

Sciuscià dei liberatori
Il guaio maggiore è che noi siamo in sovraesposizione e sembra che in qualche modo dominiamo la scena o siamo in grado di farlo, ma la realtà non è propriamente quella che ci raccontiamo.
Per farla breve, oggi operiamo lì, magari da protagonisti sul terreno ma di fatto da semplici pedine altrui sulla scacchiera. In una Libia in cui, grazie a Napolitano e compagnia bella, abbiamo rimesso in sella tutti quelli contro cui combattemmo nel 1911. Se non si chiama tradimento si chiamerà come? Liberazione?

Golpe 2011: una minestra riscaldata, servita quando fa comodo (Parte II)

Nella prima parte dell’analisi ci siamo concentrati sulle dinamiche e sulle responsabilità del golpe che nel novembre del 2011 portò alla caduta di Silvio Berlusconi. Sia Mario Monti che il suo successore, Enrico Letta, appartengono all’establishment finanziario “liberal”, di cui le riunioni del gruppo Bilderberg sono forse l’appuntamento più famoso. Nel frattempo gli stessi ambienti necon e del Likud israeliano che già sostenevano Silvio Berlusconi, scaldano il loro nuovo uomo: è Matteo Renzi, che nel dicembre 2013 conquista la segreteria del PD. Per convincere un riluttante Giorgio Napolitano alla seconda forzatura della prassi costituzionale in poco più di due anni, è rivangato una prima volta il golpe del 2011: il Presidente della Repubblica cede dopo pochi giorni. Infine, altre verità su quel colpo di Palazzo riaffiorano oggi, grazie a Wikileaks, quando Matteo Renzi è allo stremo e si respira aria dell’ennesimo cambio di regime: perché? E chi si cela dietro il sito di Julian Assange?

Ricordi, Giorgio Napolitano, quando nel novembre del 2011…

L’estromissione da Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, vicino a quegli ambienti neoconservatori e del Likud israeliano che passano in minoranza con l’elezione di Barack Obama, è seguita dalla nomina a premier di Mario Monti. L’ex-consulente di Goldman Sachs è, come tutte le figure cresciute nell’orbita Fiat, espressione di quell’establishment finanziario, anglofono e liberal che sponsorizza sin dall’immediato dopoguerra l’integrazione europea e la moneta unica: figure simili a quelle di Mario Monti, con un passato ai vertici della casa automobilistica torinese e nelle grandi banche d’affari internazionali, sono, ad esempio, quella di Franco Bernabè, Tommaso Padoa Schioppa e Romano Prodi (il cui ruolo fu determinante per la vendita di Alfa Romeo al Lingotto anziché alla Ford).
Il collante di questa comunità, tanto devota alla finanza anglofona quanto alla causa europeista, è, come noto, il gruppo Bilderberg, di cui Mario Monti lascia il direttivo poco prima dell’ingresso a Palazzo Chigi.
Ai fini della nostra analisi è importante evidenziare come il milieu del gruppo Bilderberg si distingue dagli ambienti più marcatamente anti-arabi, al limite del segregazionismo, dei neocon e del Likud (vedi le legge approvata nel 2014 su iniziativa di Benyamin Netanyahu che definisce Israele “Stato della nazione ebraica1), arrivando a metterne in discussione alcune scelte come quella dell‘invasione dell’Iraq, da cui Barack Obama ritira formalmente le truppe a fine 2011 (a differenza dell’Afghanistan, il cui ruolo strategico in funzione anti-russa ed anti-cinese è riconosciuto anche dai liberal).
Si prenda ad esempio il dossier sul riconoscimento della Palestina come osservatore permanente all’Onu: Mario Monti e Giorgio Napolitano si “impongono” sul ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata che, supportato dai berlusconiani, propende per l’astensione, ed optano per il “sì” al Palazzo di Vetro2. La reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu è dura ed immediata (“non cambierà alcunché sul terreno, non avvicinerà la costituzione di uno Stato palestinese, ma anzi la allontanerà3), simile a quella del PDL di Silvio Berlusconi (“il voto dell’Italia sulla Palestina, voluto da Monti, è contrario alle posizioni molte volte assunte da Senato e Camera e non ha nulla a che fare con l’Unione Europea, che si è spaccata4) e delle firme israeliane che scrivono su Il Giornale (“Monti ha tradito Israele e la politica estera italiana” scrive Fiamma Nirenstein).
Per Tel Aviv conservare saldamente l’Italia tra la schiera dei Paesi “amici” (anche obtorto collo) è fondamentale, sin da quando, con la nascita dell’ENI nel 1953, il nostro Paese si riaffaccia sullo scacchiere mediorientale, con un politica estera talvolta in netto contrasto con quella angloamericana. Si prende ad esempio l’affaire Aldo Moro, ministro degli Esteri dal 1969 al 1974 e notoriamente filoarabo: è ormai assodato che un ruolo di primo piano nel rapimento e poi nell’omicidio del presidente della DC fu proprio giocato dal Mossad, quasi sicuramente attraverso le figure di Laura di Nola e del marito, presunto brigatista, Raffaele De Cosa5.
Come ovviare alla perdita di Silvio Berlusconi, “amico di Israele”, com’è tuttora solito autodefinirsi? I previdenti neocon e gli ambienti israeliani lavorano da tempo all’audace progetto di riproporre in Italia il modello Tony Blair, ossia un’infiltrazione da sinistra che, se coronata dal successo, ottiene un duplice risultato: seduce l’elettorato di destra e spiazza i progressisti. L’uomo su cui i neocon ed il Likud puntano è, ovviamente, Matteo Renzi, la cui “mente grigia” è quel Marco Carrai che lavora tra Italia ed Israele ed il cui mentore presso l’establishment americano6 è Michael Ledeen, figura di primo piano del pensatoio ultra-conversatore American Enterprise Institute.
Chi si cela dietro Matteo Renzi è, peraltro, perfettamente noto nel Partito Democratico, tanto che un dirigente autorevole come Ugo Sposetti, ultimo tesoriere dei DS, afferma: “dietro i finanziamenti milionari a Renzi c’è Israele e la destra americana7. Con un ultimo sussulto d’orgoglio, gli ex-PCI-PDS bloccano quindi l’avanzata di Matteo Renzi alle primarie del dicembre 2012, da cui emerge come candidato premier per le imminenti elezioni l’ex-comunista Pierluigi Bersani.
La tornata elettorale, fissata per il febbraio 2013, è decisiva per la tenuta dell’eurozona: il Partito Democratico, europeista ed incapace di esprimere una visione dell’economia diversa da quella dominante, non impensierisce le oligarchie atlantiche; il Movimento 5 Stelle è un prodotto degli angloamericani studiato per catalizzare e sterilizzare il dissenso, garantendo così la conservazione dello status quo; il Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi propone invece una tanto irrealistica (dato il quadro generale) quanto accattivante cancellazione dell’Imu, che metterebbe in discussione l’intera austerità su cui è impostato il “risanamento” italiano. Per sabotare la rimonta di Silvio Berlusconi, che eccelle solo e sempre nella campagna elettorale, sono creati ad hoc due partiti, destinati non a caso a liquefarsi dopo le elezioni: Scelta Civica e Fare per Fermare il Declino (“se il Centro-destra ha perso le elezioni del 2013, la colpa è di Mario Monti, il quale se si fosse alleato con il Centro-destra come gli avevamo proposto, avrebbe cambiato l’esito delle urne”8 dice Berlusconi nel 2014).
Le elezioni, complice la leggerezza con cui Pierluigi Bersani affronta la sfida, sicuro com’è di vincere senza colpo ferire, si concludono con una sostanziale tripartizione del voto: PD al 29,5%, PDL al 29%, M5S al 25,5%.
Pierluigi Bersani esce parecchio malconcio dall’appuntamento elettorato e non sopravvive quando, nel successivo aprile, fallisce nell’impresa di eleggere Romano Prodi (storico ed acerrimo nemico di Silvio Berlusconi) al Quirinale, dove è riconfermato Giorgio Napolitano. Decisivo nella dinamica che porta alle dimissioni di Bersani dalla segreteria del PD è Matteo Renzi, il famoso “capo dei 1019 che affossano il professore di Bologna. Renzi e Berlusconi, i due esponenti della destra americana e del Likud israeliano, agiscono già all’unisono in quell’occasione?
Di certo c’è solo l’incontro riservato tra i due10 (non esistono foto che li ritraggono insieme, come se un eventuale scatto fosse compromettente), pochi giorni prima l’elezione del capo dello Stato: l’affondamento di Romano Prodi è probabilmente l’inizio di quella intesa che dura tutt’ora, palesata dall’ingresso in questi giorni dell’ex-berlusconiano di ferro, Denis Verdini, in maggioranza.
Non è trascorsa neppure una settimana dalla riconferma di Napolitano al Quirinale, quando nasce il governo di larghe intese presieduto da Enrico Letta: il neo-presidente del Consiglio è, analogamente al predecessore Monti, e a differenza di Berlusconi e Renzi, espressione dell’establishment finanziario liberal, come dimostrano le sue frequentazioni della gruppo Bilderberg, della Commissione Trilaterale e dell’Aspen Institute.
Letta è però una figura scialba, giudicato non all’altezza delle sfide che il Paese deve affrontare (il PIL del 2013 si chiude -1,8%) e non sufficientemente forte per l’attuazione di quelle ricette neoliberiste richieste dalla Troika, come l’abolizione dell’art.18 per i neo-assunti. Progressivamente anche l’establishment liberal, che inizialmente era scettico su Matteo Renzi o semplicemente lo ignorava (vedi Sergio Marchionne che nel 2012 lo apostrofa come “sindaco di una piccola e povera città11), converge sulla sua figura, tanto che persino il Financial Times (la voce per eccellenza delle finanza anglofona liberal) lo eleggerà ad un certo punto “the last hope for the italian elite12.
L’8 dicembre 2013 Matteo Renzi, ancora sindaco di Firenze, conquista la segreteria del PD, battendo alle primarie Gianni Cuperlo: possiede ora un titolo sufficientemente autorevole (non è neppure parlamentare) per insediarlo a Palazzo Chigi; Silvio Berlusconi è, ovviamente, della partita; l’establishment finanziario liberal, incarnato in Italia dalla galassia Fiat, ha anch’esso deciso di puntare sull’uomo dei neocon e del Likud, dopo aver prestato al Paese due (deludenti) primi ministri. Restano, a questo punto, solo due ostacoli: Enrico Letta e Giorgio Napolitano.
Il primo occupa da pochi mesi la poltrona di primo ministro ed è, ovviamente, restio ad abbandonarla: non è però nella sua indole disobbedire al Potere, né avrebbe in ogni caso la forza caratteriale e politica per farlo. Il secondo è invece un osso duro ed è piuttosto scettico, per non dire ostile, rispetto a quanto stanno per chiedergli: ripetere la stessa operazione del novembre 2011. Un presidente del Consiglio che sale al Quirinale per dare le dimissioni senza essere stato sfiduciato dalle Camere; un Parlamento scavalcato senza alcuna vergogna; l’assegnazione del mandato a formare il governo ad un personaggio che alle precedenti elezioni non figurava in nessuna circoscrizione elettorale. É, insomma, l’ennesimo strappo costituzionale, in una democrazia più svuotata che “sospesa”.
Come convincere Re Giorgio ad accettare?
Ma è semplicissimo, rinvangando per la prima volta il golpe del 2011, così da rinfacciare a Napolitano le sue responsabilità e convincerlo a ripetere l’operazione, mollando Enrico Letta al suo destino e spalancando le porte a Matteo Renzi. Come in quel fatidico novembre di tre anni prima, entra nuovamente in campo il gruppo RCS, che dà il benservito al fido, ma inconcludente, Enrico Letta ed interviene a gamba tesa sul Presidente della Repubblica, affinché assecondi il progetto “Matteo Renzi premier”.
L’operazione ruota attorno all’uscita del libro “Ammazziamo il gattopardo” (edito da Rizzoli, gruppo RCS) del giornalista americano Alan Friedman, già collaboratore di testate come il Financial Times ed il Wall Street Journal: ad essere più precisi, non è tanto il libro di per sé ad essere il fulcro della campagna politico-mediatica (il libro è un prodotto troppo elitario e sopratutto a scoppio ritardato), quanto i video che accompagnano il lancio pubblicitario: Friedman, raccogliendo materiale per la stesura della sua opera, incappa, ovviamente “casualmente”, in novello “scandalo Watergate”, come lo definisce lui stesso. Sono le interviste-confessioni durante cui gli illustri personaggi dall’establishment italiano13, sedotti ed ingannati dalle sopraffine abilità giornalistiche “anglosassoni” di Friedman, parlano come un fiume in piena. La reticenza di questi papaveri che si riuscono nei conciliaboli segreti del gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, si scioglie come neve al sole, dinnanzi al genio giornalistico di Friedman.
Comincia l’ing. Carlo De Benedetti che ammette di aver cenato a Sankt Moritz nell’agosto 2011 con Mario Monti, dandogli consigli circa la sua possibile investitura a premier accennatagli da Napolitano; poi è la volta di Romano Prodi, che ricorda come Mario Monti si fosse consultato con lui sullo stesso dilemma, già nel giugno del 2011; infine è la volta di Mario Monti stesso che, circuito come un bambino dal mefistofelico Friedman, ammette: sì, Napolitano mi disse di tenermi pronto per la Presidenza del Consiglio già nel giugno 2011, quando il differenziale tra Btp e Bund era ancora a 150 punti base.
Che genio, Alan! Sei riuscito ad infinocchiarli tutti!
Il messaggio che De Benedetti (l’ingegnere investite su Matteo Renzi dai tempi sullo scandalo mediatico-giudiziario che elimina nel 2008 l’assessore Graziano Cioni, il sindaco di Firenze in pectore dopo Leonardo Domenici) ed il gruppo RCS inviano al Presidente della Repubblica è chiaro: ti ricordi, re Giorgio, che nel 2011 ti sporcasti e, tanto, le mani? Ti vuoi tirare indietro proprio adesso? Valuta attentamente le mosse…
La reazione della coppia Letta-Napolitano, vittima della manovra politico-mediatica, è ovviamente furiosa. Il premier, ormai agli sgoccioli, contrattacca14:

“Nei confronti delle funzioni di garanzia che il Quirinale ha svolto nel nostro Paese in questi anni, in particolare nel 2011, è in atto un vergognoso tentativo di mistificazione della realtà. Le strumentalizzazioni in corso tentano infatti di rovesciare ruoli e responsabilità in una crisi i cui contorni sono invece ben evidenti e chiari agli occhi dell’opinione pubblica italiana ed europea. Il Quirinale, di fronte a una situazione fuori controllo, si attivò con efficacia e tempestività per salvare il Paese ed evitare quel baratro verso il quale lo stavano conducendo le scelte di coloro che in queste ore si scagliano contro il presidente Napolitano.”

Più ancora inviperito il Presidente della Repubblica: prende carta e penna e scrive nientemeno che al Corriere della Sera (gruppo RCS), che lo ha assistito in quel golpe di cui ora gli rinfacciano le responsabilità. All’interno della lettera “Monti era una risorsa. Complotto? Solo fumo15, si legge:

“Gentile Direttore,
posso comprendere che l’idea di «riscrivere», o di contribuire a riscrivere, «la storia recente del nostro Paese» possa sedurre grandemente un brillante pubblicista come Alan Friedman. Ma mi sembra sia davvero troppo poco per potervi riuscire l’aver raccolto le confidenze di alcune personalità (Carlo De Benedetti, Romano Prodi) sui colloqui avuti dall’uno e dall’altro – nell’estate 2011 – con Mario Monti, ed egualmente l’avere intervistato, chiedendo conferma, lo stesso Monti. (…) Nel corso del così difficile – per l’Italia e per l’Europa – anno 2011, Monti era inoltre un prezioso punto di riferimento per le sue analisi e i suoi commenti di politica economico-finanziaria sulle colonne del Corriere della Sera. (…) Ma i veri fatti, i soli della storia reale del paese nel 2011, sono noti e incontrovertibili. Ed essi si riassumono in un sempre più evidente logoramento della maggioranza di governo uscita vincente dalle elezioni del 2008 (…) Mi scuso per aver assorbito spazio prezioso sul giornale da lei diretto per richiamare quel che tutti dovrebbero ricordare circa i fatti reali che costituiscono la sostanza della storia di un anno tormentato, mentre le confidenze personali e l’interpretazione che si pretende di darne in termini di «complotto» sono fumo, soltanto fumo.”

Il colpo è però troppo duro e la pressione troppo alta, perché Enrico Letta e Giorgio Napolitano possano resistere. Si notino le date: i video-confessioni registrati da Alan Friedman da Friedman escono il 12 febbraio, lo stesso giorno che è a Palazzo Chigi si è consumato un durissimo scontro tra Letta e Renzi, con il primo che afferma “Le dimissioni non si danno per dicerie, manovre di palazzo, o retroscena di giornali. Ognuno deve pronunciarsi, soprattutto chi vuole venire qui al posto mio. Ognuno deve giocare a carte scoperte16; il 13 febbraio Matteo Renzi “dà il benservito” al premier, durante la riunione della direzione nazionale del PD; il 14 febbraio, senza alcun passaggio in Parlamento o formalizzazione della crisi di governo, Enrico Letta sale al Quirinale per rassegnare le dimissioni; il 17 febbraio Giorgio Napolitano dà l’incarico per la formazione di un nuovo esecutivo a Matteo Renzi, il cui ultimo “bagno elettorale” risale alle elezioni comunali di Firenze del giugno 2009.
Siano ora al giorno 1, quando tutti, eccetto Napolitano e Letta, sono soddisfatti: l’establishment finanziario liberal della City-Wall Street-Fiat-Bilderberg ha un giovane e graffiante “rottamatore” cui è affidala la missione di attuare le ricette neoliberiste; l’establishment neocon-Likud ha il proprio uomo installato a Palazzo Chigi; Berlusconi ha un nuovo alleato alla Presidenza del Consiglio, con cui stringerà il Patto del Nazareno; il Movimento 5 Stelle può buttarla in caciara, così da non infastidire il “Potere” e galvanizzare gli utenti del blog (“E’ grave ed è incredibile che domani il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, senta di accogliere per le consultazioni Silvio Berlusconi che ha una condanna definitiva” per frode fiscale” dicono i grillini17).
La prima riesumazione del golpe del novembre 2011 ha assolto egregiamente alla sua funzione. Avrà lo stesso successo anche la seconda riesumazione?

Ricordi, Barack Obama, quando nel novembre 2011…

Tempi duri, durissimi, per l’Italia: dopo sette anni di depressione economica (2008-2014), l’Italia è cresciuta dello 0,8% nel 2015, percentuale che, depurata degli effetti del mini-greggio e del mini-euro, sarebbe probabilmente di nuovo negativa18. Peggio ancora, gli indicatori economici (vedi gli ordini ed il fatturato del mese di dicembre19) mostrano un Paese che flirta nuovamente con la recessione e, come se non bastasse, un anno di allentamento quantitativo da parte della BCE (con cui il venerabile Mario Draghi ha irrorato i mercati obbligazionari ed azionari, per la felicità dei suoi protettori) ha fallito l’obbiettivo di rianimare la dinamica dei prezzi: l’Italia, a febbraio, è di nuovo in deflazione (-0,2%), rendendo così de facto insolvibile il debito pubblico.
In un simile contesto la massima andreottiana “il potere logora chi non ce l’ha” perde la negazione e torna ad essere semplicemente “il potere logora”: tipico è l’esempio di Matteo Renzi che, partito per durare vent’anni, ha concluso i suoi primi 24 mesi di governo in grave, gravissimo, affanno.
Anziché imprimere una svolta al Paese, l’ex-sindaco di Firenze si è limitato all’abrogazione dell’art.18 ed alla vendita degli ultimi pezzi dell’argenteria rimasti (Poste, Fincantieri, Enav, Ferrovie dello Stato, etc.) per soddisfare gli appetiti della City e di Wall Street: decisamente troppo poco, per un Paese che si sta rapidamente avvicinando al carico di rottura.
Non solo, Matteo Renzi si è velocemente involuto agli occhi delle oligarchie anglofone, “berlusconizzandosi”: tipico in questo senso è l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, “non in linea con le raccomandazioni della UE”, e l’ingresso in pianta stabile di Denis Verdini ed accoliti nella maggioranza di governo, a coronamento del celebre Patto del Nazareno. Infine, come si intuisce dal continuo stillicidio di notizie sull’argomento, c’è nuovamente una gran voglia di avventure neocoloniali in Libia e, proprio come nel 2011, angloamericani e francesi preferiscono che per l’occasione sia installato a Roma un governo di fedeli tecnici del gruppo Bilderberg (o, meglio ancora, nessun governo).
Cosa succede quindi nella politica italiana?
Succede che il sostegno monolitico di cui Matteo Renzi godeva agli esordi (establishment liberal della City e di Wall Street, pro-euro pro-Unione Europea, ed establishment neocon ed israeliano) si sfalda e, schierati a fianco del premier, rimangono solo i suoi amici iniziali, nonché “creatori”, del Likud e del destrorso American Enterprise Institute. I liberal delle grandi banchi d’affari inglesi, i tecnocrati di Bruxelles, i clan Obama/Clinton, la banda del gruppo Bilderberg, vorrebbe oggi sbarazzarsi dell’ex-sindaco di Firenze, mentre i suoi padrini israeliani si schierano in un’ultima, disperata, difesa. Riportiamo qualche esempio per corroborare la nostra tesi.
Il primo violento attacco delle oligarchie liberal parte a novembre 2015, dalle colonne del Financial Times, con l’editoriale “Italy’s economic recovery is not what it seems”, e culmina con l’articolo “Renzi’s luck runs out as problems mount at home and abroad” di metà febbraio. All’interno dell’articolo, alias pizzino mafioso, si legge20:

The self-congratulatory presentation seems to suggest that Italians have dozens of reasons to rejoice: unemployment has dropped; economic output is up; taxes are down; foreign investment has grown.But Mr Renzi’s slideshow carefully shields the harsher reality : luck recently seems to have turned against him. (…) Its relations with Egypt, a commercial and strategic relationship Mr Renzi has worked hard to cultivate, have been jeopardised by the mysterious murder of an Italian doctoral student who was studying trade unions in Cairo.(…) When Mr Renzi took office in February 2014, he had the aura of a young, charismatic leader with plans to remake Italy (…) But in response to growing adversity, he now resembles a more conventional and defensive politician — at risk both of domestic political rejection and greater international isolation.

Il più potente congiurato del golpe 2011, la finanza anglofona, sta nuovamente ordendo contro l’Italia, affilando il coltello per pugnalare il premier. Come abbiamo evidenziato nelle nostre analisi, lo scandalo banca Etruria ed il precipitare dei corsi azionari delle banche italiane sono il primo tentativo della City di spodestare Matteo Renzi.
Il secondo congiurato del 2011, la tecnocrazia di Bruxelles che risponde anch’essa agli ordini della City e di Wall Street, affila a sua volta il coltello attraverso il “Country Report” pubblicato il 26 febbraio, l’equivalente della lettera dalla BCE spedita il 5 agosto 2011. L’Italia, secondo Bruxelles, è “fonte di potenziali ricadute per gli altri Stati membri dell’Unione europea” mentre “la ripresa modesta e le debolezze strutturali del Paese influiscono negativamente sulla ripresa e sul potenziale di crescita dell’Europa21.
Il terzo congiurato del 2011, gli esponenti nostrani dei circoli massonici-finanziari della City, si avvicinano a loro volta al presidente del Consiglio, brandendo i coltelli. Mario Monti, il 17 febbraio, attacca frontalmente il premier a Palazzo Madama , lasciandogli intendere che ha varcato la linea rossa22:

“Presidente Renzi, lei non manca occasione per denigrare le modalità concrete di esistenza della Unione Europea, con la distruzione sistematica a colpi di clava e scalpello di tutto quello che la Ue ha significato finora. Questo sta introducendo negli italiani, soprattutto in quelli che la seguono, una pericolosissima alienazione nei confronti della Ue. Con il rischio di un benaltrismo su scala continentale molto pericoloso. In modo accorato dico che dovrebbe riflettere molto su questo.”

Oltre all’immarcescibile massone Giorgio Napolitano, anche le altre figure rimaste bruciate dal premier (Massimo D’Alema, Enrico Letta e Romano Prodi) starebbero lavorando, secondo le indiscrezioni di Palazzo23, per ripetere il copione del novembre 2011, giocando di sponda, come sempre, con la tecnocrazia brussellese e la finanza anglofona.
Attorno a Matteo Renzi si assiepano congiurati, pronti ad affondare il coltello. Come reagisce il premier, sempre più in difficoltà?
Il contrattacco, tutto verbale, è il discorso all’assemblea del PD del 21 febbraio, quando, con chiaro riferimento alle oligarchie liberal, afferma24:

“C’è una distanza siderale tra noi e una presunta classe dirigente che per decenni ha fatto la morale alla politica per apparire cool all’ora dell’aperitivo o del brunch. Non siamo dalla parte degli illuminati aristocratici con molti veti e pochi voti che ci fanno la morale, ma hanno dimostrato che non sempre con loro le cose vanno dalla direzione giusta. Fuori dai loro pregiudizi c’è un’Italia delle persone semplici che non meritano certi pregiudizi”.

Non è però chiamando direttamente in causa “gli illuminati” della City e di Bruxelles, che Renzi può sventare il complotto ai suoi danni. E, perciò, i suoi amici del Likud israeliano gli vengono in soccorso.
Quale miglior modo di impedire che i congiurati del 2011, Barack Obama in testa, ripetano il golpe del 2011, questa volta ai danni di Matteo Renzi, che rivelare al mondo le loro responsabilità nella defenestrazione di Silvio Berlusconi? Ecco, di conseguenza, che il 22 febbraio, il giorno dopo l’attacco di Renzi agli “illuminati”, appaiono provvidenzialmente su Wikileaks i cablo25 che dimostrano il coinvolgimento dei servizi americani e dell’amministrazione Obama nelle trame che portano alla caduta di Silvio Berlusconi.
Ne segue un gran polverone mediatico, dove Silvio Berlusconi si toglie qualche sassolino dalla scarpa (“Ecco come gli Stati Uniti spiavano Berlusconi” titola il Giornale26, mentre i suoi fedelissimi invocano una commissione parlamentare d’inchiesta), la Farnesina (gesto piuttosto inusuale per un Paese come il nostro) convoca l’ambasciatore americano John Phillips27 ed il braccio destro di Matteo Renzi, il ministro Maria Elena Boschi, dichiara28:

Sarebbe inaccettabile immaginare una attività intercettativa degli Stati Uniti verso un governo alleato”.

Ma come, diranno alcuni, dietro Wikileaks si nascondo gli israeliani del Likud, amici di Silvio Berlusconi, Matteo Renzi e Marco Carrai? Ma certo…
Senza entrare nel merito della figura di Julian Assange, che potrebbe essere un attore retribuito della commedia od un mitomane circuito, Wikileaks è la classifica valvola di sfogo, con cui si offre in pasto all’opinione pubblica qualche modesto arcano per tenerne celati di ben più grossi, oppure, ed è il nostro caso, si lascia trapelare al momento opportuno qualche segreto che può fare comodo come, appunto, il coinvolgimento dell’amministrazione Obama nel golpe del 2011.
Ecco cosa dice nel 2010, intervistato dalla Public Broadcasting Service, Zbigniew Brzezinski (consigliere per la sicurezza nazionale del presidente democratico di Jimmy Carter e membro dell’estabishement liberal, pro-Unione Europea) a proposito di Wikileaks29:

The real issue is, who is feeding Wikipedia on this issue — Wiki — Wiki — WikiLeaks on this issue? They’re getting a lot of information which seems trivial, inconsequential, but some of it seems surprisingly pointed. (…) The very pointed references to Arab leaders could have as their objective undermining their political credibility at home (…) It’s, rather, a question of whether WikiLeaks are being manipulated by interested parties that want to either complicate our relationship with other governments or want to undermine some governments (…) I have no doubt that WikiLeaks is getting a lot of the stuff from sort of relatively unimportant sources, like the one that perhaps is identified on the air. But it may be getting stuff at the same time from interested intelligence parties who want to manipulate the process and achieve certain very specific objectives.

Quali possono essere questi servizi segreti che manipolano Wikileaks? Magari quelli che hanno interesse a screditare i capi di Stato arabi, per fomentare disordini o rivoluzioni. Tiriamo ad indovinare: i servizi israeliani?
Non ci resta che fare la prova del nove. Qual è l’opinione di Wikileaks sull’Undici Settembre che, come disse30 Francesco Cossiga nel novembre 2007, è “stato pianificato e realizzato dalla CIA americana e dal Mossad con l’aiuto del mondo sionista per mettere sotto accusa i Paesi arabi ed indurre le potenze occidentali ad intervenire sia in Iraq sia in Afghanistan”?
Bé, Julian Assange dice di essere “costantemente seccato” dei complottisti dell’Undici Settembre, alla ricerca di un’inesistente verità alternativa a quella ufficiale31:

“I’m constantly annoyed that people are distracted by false conspiracies such as 9/11, when all around we provide evidence of real conspiracies, for war or mass financial fraud.”

Concludendo, l’Italia è teatro in questi giorni di una faida dentro l’establishment atlantico, tra liberal pro-euro, pro-Bilderberg e pro-Mario Monti e israeliani/neocon pro-Matteo Renzi: il nostro unico augurio è che si facciano vicendevolmente molto male. Al massimo, seppelliremo i morti.

cablo

5La storia di Igor Markevic, Giovanni Fasanella, Giuseppe Rocca, Chiarelettere, 2014, pag. 353

Golpe 2011: una minestra riscaldata, servita quando fa comodo (Parte I)

Obama peggio di Bush: tutte le guerre del Nobel per la Pace

obama-jokerRoma, 13 mag – Manca ormai solo qualche mese all’uscita di scena di Obama, la figura centrale di questi anni tormentati, caratterizzati da crisi economica e tensioni internazionali. Un presidente inevitabilmente “buono” per via del suo colore della pelle, come vuole il pensiero debole dei nostri tempi. Un idolo dei media e delle sinistre radical occidentali, di cui è stato simbolo incontrastato, tanto da meritare un Nobel per la Pace prima ancora di fare un passo in politica estera. Ma basta analizzare le sue mosse nel corso degli anni per capire come Obama abbia in realtà agito in continuità con l’istinto imperiale americano, riuscendo dove altri non erano arrivati grazie anche al pregiudizio favorevole che ha caratterizzato la sua amministrazione. I conflitti durante la sua presidenza si sono susseguiti senza sosta, mentre l’utilizzo dei droni, i sistemi a pilotaggio remoto con cui condurre attacchi aerei, si è addirittura sestuplicato rispetto al periodo Bush. Gli interventi di cui parliamo sono ben diversi dalle “guerre classiche”. Si tratta di azioni di destabilizzazione, manipolazione dell’opinione pubblica, finanziamento di gruppi eversivi e invio massiccio di contractors, cioè mercenari, attraverso le quali tentare di favorire il regime-change nei paesi di interesse geopolitico. Sul tema gli States hanno una lunga tradizione, di cui le “rivoluzioni colorate” sono la parte più nota.

Come inizio ci sono state le “primavere arabe” (2011), rivolte popolari che, accanto alle sacrosante proteste, hanno nascosto più d’una interferenza occidentale. Seguendo la bandiera propagandistica di libertà e diritti umani gli USA hanno contribuito alla distruzione delle realtà statuali esistenti, spianando la strada al fondamentalismo e gettando nel caos l’intero Nord Africa. La Libia è stata il caso esemplare: appoggiando Inghilterra e Francia, Obama ha detto che uccidere Gheddafi significava stare dalla «parte giusta della storia». Risultato: senza il collante del suo Leader

il paese è finito nell’inferno delle divisioni tribali, e inoltre l’IS (insieme ad altri gruppi fondamentalisti) imperversa nell’ex colonia italiana, minaccioso più che mai. Senza contare le falle che si sono inevitabilmente aperte nei confini, invasi da masse di disperati, che ora premono alle porte dell’Europa. Di pari gravità la situazione ucraina (2014). Anche qui, le proteste popolari contro l’allora governo di Kiev sono sfociate nella guerra civile, mentre gli USA soffiavano sul fuoco. McCain e una serie impressionante di ONG (con Soros in prima fila) i simboli della pesante ingerenza, per completare l’accerchiamento NATO ai danni della Russia. D’altro canto, Brzezinski ha da sempre descritto questa “terra di mezzo” come il passaggio chiave per minare alla base la forza di Mosca (che rimane uno dei nemici “geopolitici” principali) e per dividere Putin dall’Europa. Intento che in questo caso appare raggiunto, come testimoniano le “inique” sanzioni, che saranno rinnovate con la benedizione della Germania riavvicinatasi a Washington. Nel frattempo il nuovo governo ucraino è nato grazie alle indicazioni a stelle e strisce, come ha testimoniato il nome dell’americana Natalie Jaresco quale ministro delle Finanze, mentre il paese rimane diviso in due.
Ancor peggiore lo scenario siriano, dove gli USA si sono spesi in appoggio ai “ribelli moderati” in funzione anti – Assad. Peccato che dietro questi ribelli si nascondessero il più delle volte gruppi estremisti, foraggiati anche dalle petromonarchie del Golfo e dalla Turchia, tradizionali partners americani, sebbene ben più rigidi in materia religiosa rispetto alla Siria. All’Arabia Saudita, in nome della realpolitik, è stata concessa mano libera in Yemen senza batter ciglio. Gli stessi USA, quando si sono decisi sotto la pressione dell’opinione pubblica, hanno combattuto l’ISIS in maniera blanda per non smuovere troppo le acque (al contrario della Russia). Si è parlato di una strategia ispirata alla “geopolitica del caos”, per impedire l’ascesa di egemonie regionali, come ha più volte sottolineato l’analista Dario Fabbri di Limes. In buona sostanza quindi, l’inferno dell’estremismo islamico che agita l’Europa è in gran parte colpa occidentale e del suo presidente simbolo.
Altri venti di guerra, di tipo commerciale, hanno riguardato l’accelerazione dei trattati Ttp e Ttip, che mirano in primo luogo ad escludere i due grandi rivali (Cina e Russia) da accordi di portata storica per la liberalizzazione dei mercati. Nel caso del Ttip l’Europa diventerebbe definitivamente satellite statunitense, allineandosi agli standard sanitari e sociali a stelle e strisce e spianando la strada al predominio delle multinazionali sulla politica e sugli Stati. D’altronde, il rispetto verso gli europei non è stato una caratteristica dell’amministrazione Obama, come ha testimoniato lo scandalo Datagate riguardante lo spionaggio globale ai danni degli alleati oltreoceano, come l’Italia. Per chiudere, dobbiamo tornare sul nome di Brzezinski, centrale per capire le linee guida dell’amministrazione Obama e la sua continuità con la tradizione interventista democratica dei Wilson, Roosevelt e Clinton. Sin dalla candidatura del 2008 il giornalista Webster Griffin Tarpley denunciò le influenze nascoste dietro l’apparenza, i sorrisi e gli «yes we can» di Barack, tanto da definirlo «burattino di Brezinski» e delle sue spregiudicate teorie realiste. Non a caso, suo figlio Mark figurò tra i primi consiglieri politici del presidente, accanto a una folta schiera di banchieri, uomini dell’era – Clinton e residui neo-cons come Victoria Nuland. Per Tarpley, un personaggio costruito mediaticamente a tavolino, tramite qualcosa di somigliante a una vera e propria “rivoluzione colorata”.
Nel libro Obama the postmodern coup emerge la vera natura del presidente: «Obama si è messo al servizio dell’egemonia statunitense promossa dai finanzieri di Wall Street, agendo tra l’altro come affossatore di quei movimenti di protesta popolare emersi durante il regime di Bush e Cheney. Infatti, grazie a lui, ampie frange del movimento per la pace, del movimento per l’impeachment e del movimento per la verità sull’11 settembre hanno cessato semplicemente di esistere. La capacità di Obama di mobilitare persino la sinistra pacifista per i suoi disegni di aggressione si è vista soprattutto con l’attacco alla Libia, iniziato il 19 marzo 2011, ironicamente l’anniversario dell’aggressione di Bush contro l’Iraq otto anni prima. Gran parte della pseudo-sinistra, pagata dalle fondazioni reazionarie e nell’orbita dell’ala sinistra della CIA, ha agito come claque per questa nuova guerra imperialistica». Le prossime elezioni ci diranno se l’America continuerà a effettuare le sue ingerenze con la scusa dei “diritti umani” o prenderà una strada più isolazionista di cui potrebbero beneficiarne diversi attori, Europa in primis.
Francesco Carlesi

Preso da: http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/obama-guerre-44905/#ZBlevJDVRt0sES77.99

UNA COSA CHE NON VI HANNO DETTO SULLA LIBIA: 2016, il regime getta merda contro il popolo libico per giustificare la prossima guerra

Ultimamente ( era il 2016)  è ritornato di moda parlare male della “Libia di Gheddafi”, proprio quando fervono i preparativi per una nuova guerra, i passi vengono compiuti uno alla volta: il RATTO Serraji ha costituito la fantomatica “guardia presidenziale” , ha chiesto aiuto ai suoi padroni per combattere l’ ” immigrazione e l’ ISIS” . Tutto è pronto per una nuova guerra, ma bisogna preparare l’ opinione pubblica, ed ecco le scuse belle e pronte:

L’ultimo segreto di Aldo Moro: «La Libia dietro Ustica e Bologna»

Tutto nasce da una direttiva di Matteo Renzi, che ha fatto togliere il segreto a decine di migliaia di documenti sulle stragi italiane. Nel mucchio, i consulenti della commissione d’inchiesta sul caso Moro hanno trovato una pepita d’oro: un cablo del Sismi, da Beirut, che risale al febbraio 1978, ossia un mese prima della strage di via Fani, in cui si mettono per iscritto le modalità del “lodo Moro”. Il “lodo Moro” è quell’accordo informale tra italiani e palestinesi che risale al 1973 per cui noi sostenemmo in molti modi la loro lotta e in cambio l’Olp ma anche l’Fplp, i guerriglieri marxisti di George Habbash, avrebbero tenuto l’Italia al riparo da atti di terrorismo.
Ebbene, partendo da quel cablo cifrato, alcuni parlamentari della commissione Moro hanno continuato a scavare. Loro e soltanto loro, che hanno i poteri dell’autorità giudiziaria, hanno potuto visionare l’intero carteggio di Beirut relativamente agli anni ’79 e ’80, ancora coperto dal timbro «segreto» o «segretissimo». E ora sono convinti di avere trovato qualcosa di esplosivo. Ma non lo possono raccontare perché c’è un assoluto divieto di divulgazione.
Chi ha potuto leggere quei documenti, spera ardentemente che Renzi faccia un passo più in là e liberalizzi il resto del carteggio. Hanno presentato una prima interpellanza. «È davvero incomprensibile e scandaloso – scrivono i senatori Carlo Giovanardi, Luigi Compagna e Aldo Di Biagio – che, mentre continuano in Italia polemiche e dibattiti, con accuse pesantissime agli alleati francesi e statunitensi di essere responsabili dell’abbattimento del DC9 Itavia a Ustica nel giugno del 1980, l’opinione pubblica non sia messa a conoscenza di quanto chiaramente emerge dai documenti secretati in ordine a quella tragedia e più in generale degli attentati che insanguinarono l’Italia nel 1980, ivi compresa la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980».
Va raccontato innanzitutto l’antefatto: nelle settimane scorse, dopo un certo tira-e-molla con Palazzo Chigi, i commissari parlamentari sono stati ammessi tra mille cautele in una sede dei servizi segreti nel centro di Roma. Dagli archivi della sede centrale, a Forte Braschi, erano stati prelevati alcuni faldoni con il marchio «segretissimo» e portati, con adeguata scorta, in un ufficio attrezzato per l’occasione. Lì, finalmente, attorniati da 007, con divieto di fotocopiare, senza cellulari al seguito, ma solo una penna e qualche foglio di carta, hanno potuto prendere visione del carteggio tra Roma e Beirut che riporta al famoso colonnello Stefano Giovannone, il migliore uomo della nostra intelligence mai schierato in Medio Oriente.
Il punto è che i commissari parlamentari hanno trovato molto di più di quello che cercavano. Volevano verificare se nel dossier ci fossero state notizie di fonte palestinese per il caso Moro, cioè documenti sul 1978. Sono incappati invece in documenti che sorreggono – non comprovano, ovvio – la cosiddetta pista araba per le stragi di Ustica e di Bologna. O meglio, a giudicare da quel che ormai è noto (si veda il recente libro «La strage dimenticata. Fiumicino 17 dicembre 1973» di Gabriele Paradisi e Rosario Priore) si dovrebbe parlare di una pista libico-araba, ché per molti anni c’è stato Gheddafi dietro alcune sigle del terrore. C’era la Libia dietro Abu Nidal, per dire, come dietro Carlos, o i terroristi dell’Armata rossa giapponese.
Giovanardi e altri cinque senatori hanno presentato ieri una nuova interpellanza. Ricordando le fasi buie di quel periodo, in un crescendo che va dall’arresto di Daniele Pifano a Ortona con due lanciamissili dei palestinesi dell’Fplp, agli omicidi di dissidenti libici ad opera di sicari di Gheddafi, alla firma dell’accordo italo-maltese che subentrava a un precedente accordo tra Libia e Malta sia per l’assistenza militare che per lo sfruttamento di giacimenti di petrolio, concludono: «I membri della Commissione di inchiesta sulla morte dell’on. Aldo Moro hanno potuto consultare il carteggio di quel periodo tra la nostra ambasciata a Beirut e i servizi segreti a Roma, materiale non più coperto dal segreto di Stato ma che, essendo stato classificato come segreto e segretissimo, non può essere divulgato; il terribile e drammatico conflitto fra l’Italia e alcune organizzazioni palestinesi controllate dai libici registra il suo apice la mattina del 27 giugno 1980».
Dice ora il senatore Giovanardi, che è fuoriuscito dal gruppo di Alfano e ha seguito Gaetano Quagliariello all’opposizione, ed è da sempre sostenitore della tesi di una bomba dietro la strage di Ustica: «Io capisco che ci debbano essere degli omissis sui rapporti con Paesi stranieri, ma spero che il governo renda immediatamente pubblici quei documenti».
Articolo su: http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2016/05/05/AS5HcFcC-bologna_segreto_dietro.shtml

Ancora non basta, seconda bufala:

Libia: Le tribù libiche Gaddafah, Warfalah e Ould Suleiman giurano fedeltà a Isis

La tribù del defunto rais Muammar Gheddafi ha giurato fedeltà all’Isis: lo riferisce il Site.
“Le tribù libiche Gaddafah, Warfalah, e Ould Suleiman in Libia hanno pubblicato un resoconto accompagnato da foto annunciando la propria affiliazione alla provincia di Tripoli dello Stato Islamico”, scrive il sito di monitoraggio dell’estremismo islamico sul web.
Fonte: http://www.guerrenelmondo.it/index.php/2016/05/09/libia-le-tribu-libiche-gaddafah-warfalah-e-ould-suleiman-giurano-fedelta-a-isis/

Vorrei solo ricordare che l’ ISIS è stato creato, finanziato ed inviato in Libia dall’ occidente a partire dal 2011, Le tribù libiche sono sempre state contro l’ ISIS, lo hanno sempre combattuto. Vorrei dire a questi idioti che inventano tali calunnie che la tribù Warfalla è la tribù più grande in Libia, conta un milione di persone, su 6 milioni di abitanti. Questa tribù ha pagato a caro prezzo la fedeltà al Leader Muammar Gheddafi, basti ricordare l’ assedio di Bani Walid nel 2012, ad un anno esatto dalla conclusione della RATvoluzione. Non parliamo delle migliaia di famiglie costrette a fuggire da Sirte, sotto l’ ISIS e che hanno trovato rifugio proprio ( guarda caso) a Bani Walid e Tarhuna. Per quanto riguarda la tribù Gaddafa … beh parlare male di Gheddafi è sempre di moda.

Terza bufala:

Libia, al Serraj “contatti in corso con esponenti regime Gheddafi”
Il premier libico, Fayez al Serraj, ha confermato che sono in corso trattative conesponenti del passato regime di Muammar Gheddafi residentiall’estero per arrivare ad una riconciliazione nazionalepiena. Intervistato dal giornale arabo “al Sharq al Awsat”,al Serraj ha affermato che ‘”ci sono contatti in corso conil Consiglio per la riconciliazione nazionale, che comprendeanche il vecchio regime.

Tutti gli sforzi che stiamoconducendo per la riconciliazione passano attraverso questoorgano. Siamo in contatto con quelli che sono all’esterocompreso in Egitto”. I contatti avvengono tramite leassociazioni della societa’ civile e I capi tribu’ perche'”l’obiettivo e’ quello di riconciliarci con tutti senzaesclusione”. (AGI)

Fonte: http://www.agi.it/estero/2016/05/14/news/libia_al_serraj_contatti_in_corso_con_esponenti_regime_gheddafi-775039/

Cosa dire? Serraji ovviamente ci prova, ha bisogno di consenso, ammesso che la notizia sia vera, non avrà l’ appoggio dei cosidetti ” esponenti del vecchio regime” semplicemente perchè lui è abusivo in Libia, lui e tutti quelli inviati in Libia prima di lui a partire dal 2011 sono abusivi, occupanti, invasori. Proprio per questo hanno bisogno di una nuova guerra, hanno bisogno che i loro padroni intervengano, ed ogni scusa è buona.

Fallito attacco missilistico in Siria: perché gli USA mentono sui loro “successi”

Alessandro Lattanzio, 15/04/2018

Il segretario PCcino ‘Ponzio Pelato’ non ha mai letto il Che fare? di Nikolaj Lenin, ma il Chi? di Alfonso Signorini.

Il Ministero della Difesa russo dichiarava che 95 dei 105 missili lanciati da Stati Uniti, Regno Unito e Francia furono intercettati dalle difese aeree della Siria, impiegando sistemi di difesa aerea S-125, Buk e Kvadrat di fabbricazione sovietica, proteggendo integralmente 4 principali basi aeree siriane; infatti. i 12 missili lanciati sull’aeroporto militare di al-Dumayr furono tutti intercettati, così come i 18 missili contro l’aeroporto militare di Bulayl, i 12 missili contro l’aeroporto militare di Shayrat, i 9 missili contro l’aeroporto militare di Mazah e i 16 missili contro l’aeroporto militare di Homs. Dei 30 missili lanciati su Barzah e Jaramana, a Damasco, solo 7 colpivano l’edificio per la ricerca farmaceutica. Ovviamente, il Pentagono, per nascondere tale imbarazzante fallimento, si esibiva nella conferenza stampa il tenente-generale Kenneth McKenzie, propalando dichiarazioni grottesche tese a nascondere i fatti e a celebrare dei successi che, se fossero veri, sarebbero le mera illustrazione di un piano operativo delirante. “Riteniamo che tutti i nostri missili abbiano raggiunto i loro obiettivi“, dichiarava McKenzie; e cosa significa tale affermazione?
1. I missili lanciati dagli USA colpivano “fabbriche e depositi di armi chimiche” senza preoccupazioni sull’eventuale diffusione di agenti chimici nelle vicine aree abitate; gli USA sapevano che non c’era nulla all’interno. Soprattutto ciò avveniva poco prima che gli ispettori sulle armi chimiche iniziassero le indagini presso Damasco.
2. Gli USA avrebbero sparato 105 missili contro solo tre obiettivi; tale affermazione si commenta da sé. Ovvero, i siriani avevano abbattuto il 90% di tali missili, perciò gli Stati Uniti parlavano di aver voluto attaccare solo i tre obiettivi che erano riusciti effettivamente a colpire, e questo con ben tre ondate di lanci di missili eseguiti con intervalli di circa un’ora…
3. Tre missili “fortunati” avevano colpito fabbriche di armi chimiche di cui gli Stati Uniti non avevano mai parlato in 7 anni (poiché erano nel territorio occupato dai terroristi fino a ieri). Volevano essere sicuri di cancellare le prove?La forza d’aggressione alla Siria era composta da 2 cacciatorpediniere e 1 incrociatore statunitensi, 1 fregata francese, 4 cacciabombardieri Tornado inglesi e 2 bombardieri B-1B statunitensi. L’incrociatore Monterrey aveva lanciato 30 missili Tomahawk, il cacciatorpediniere Higgins 23 Tomahawk, il cacciatorpediniere Laboon 7 Tomahawk, il sottomarino John Warner 6 Tomahawk, i 2 bombardieri B-1 21 missili JASSM, i 4 cacciabombardieri Tornado GR4 16 missili Storm-shadow. Si era parlato di aerei francesi, ma non è vero, poiché di francese c’erano solo i missili Storm-shadow usati dagli inglesi.Secondo gli statunitensi, i 3 impianti “obiettivi ufficiali” furono colpiti da ben 105 missili da crociera:
– 76 missili contro il centro di ricerca di Barzah, a Damasco
– 22 missili contro una non ben definita struttura “chimica”
– 7 missili contro un non ben definito “bunker chimico”
Gli ultimi due si trovavano fino a pochi giorni prima in territorio controllato dai terroristi armati e finanziati da USA, Regno Unito, Francia, Qatar, Turchia ed Arabia Saudita…
Il Centro ricerche di Barzah:Ciò che McKanzie diceva era che questi 3 edifici del centro furono colpiti da 76 missili da crociera!!! “Affermazione ridicola e senza la minima credibilità”. Sarebbero stati colpiti nel modo seguente:In Siria furono attaccate strutture simili con un missile da crociera per edificio. Si può pensare di voler essere sicuri? 2 o 3 andavano bene per edificio; ma qui gli Stati Uniti affermano di averne lanciato 76 contro 3 edifici…
Gli altri due obiettivi attaccati, secondo gli Stati Uniti, erano un deposito ad Him Shinshar:Sempre secondo gli statunitensi, la struttura sarebbe stata colpita da 22 missili da crociera!!! Altra affermazione ridicola e senza la minima credibilità. Tanto più che a differenza di Barzah, si trattava di 3 capannoni in lamiera, cioè strutture fragilissime. Un missile per struttura bastava. Per capire di cosa si parla, si guardi questa foto elaborata per mostrare cosa significherebbe lanciarvi 22 missili da crociera:Come si può vedere dalle immagini satellitari, gli Stati Uniti mentono quando affermano che il sito fu colpito da 22 missili da crociera.Il terzo dei bersagli attaccati, secondo gli Stati Uniti, era il bunker “chimico” di Him Shinshar:Secondo gli statunitensi, l’installazione sarebbe stata colpita da 7 missili da crociera!!! Ancora un’affermazione senza la minima credibilità. Ecco la foto ritoccata per mostrare cosa significherebbero 7 missili da crociera su quest’installazione:Come si può notare non ci sono 7 impatti di missili da alcuna parte.In realtà, la difesa aerea siriana è interconnessa con quella russa che, attraverso i sistemi di collegamento, incrementava l’efficienza della difesa aerea della Siria basata sui sistemi aggiornati Buk, Pantsir, S-200 e S-125 Pechora-M, coordinati da moltiplicatori di forza come aerei AWACS, sistemi ECM, sistemi radar e sistemi delle navi russe. Ad esempio, gli inglesi avevano lanciato i loro missili su Homs, ma furono tutti abbattuti dai sistemi di guerra elettronica siriani. Gli inglesi vi perdevano 50 milioni di dollari di armamenti, e senza colpire nulla. Infine, i sistemi di difesa aerea siriani impiegati per abbattere i missili da crociera statunitensi furono i seguenti: Pantsir-S1, Buk-M2E, S-125/S-125M, Osa, S-75 e cannoni antiaerei, che riuscivano ad abbattere circa 97 missili. Non furono impiegati i missili S-200.Conclusione
Ma ciò che infastidisce più di tutto sono gli espertidiminkia, dai generaloni della NATO-in-pensione-e-in-TV, agli esperti in geominkiate di regime, ospiti fissi dei talk show piddiotizzanti, fino ad arrivare al circo delle pulci neo-ottomaniaci, i paggetti erdoganisti pseudo-eurasiatici che mentre abbaiano contro Egitto e India, che condannano l’aggressione alla Siria, osannano il sultano pazzo Erdogan che invece partecipava a tale aggressione alla Siria. Ebbene, tale ammasso di ciarpame, pur avendo sbattuto la faccia contro i fatti (dalla testa dura) e non sapendo come rigirarsi tale sonora pedata al culo ricevuta dal popolo e dall’esercito della Siria, cerca ogni modo di deformare i fatti e giustificare le proprie avventatezze ideologiche scalando pareti vetrate di grattacieli, pur di non dire che i supermen che albergano al Pentagono, come insegna la propaganda di Raiset-La47, hanno racimolato l’ennesima bastonata, travisata sempre da vittoria dalla suddetta propaganda, con tanto di coretto di corvi catastrofisti filo-imperialisti che, camuffati da eterni finti filo-russi e filo-siriani, sempre denigrano la Russia per l’“immobilismo” mostrato in Siria.
Un esempio? Sono i geniacci che ci dicono che l’attacco era ‘concordato’ tra Trump e Putin; ebbene tale scherzo comprendeva 105 missili da crociera, al modico prezzo di 1,5 milioni di dollari al pezzo. Si facciano i calcoli, e si dica che tale spesa era solo intesa a tirar su uno ‘scherzo’ che copre di ridicolo il Pentagono, la NATO, i governi di tre potenze occidentali, il complesso militar-industriale degli USA, l’intero apparato mediatico del ‘libero’ occidente, ecc.; e non si badi a cosa certi “communists”, col vitalizio e sempre in prima linea nei talk shaw berlusconiani, arrivano a dire (“i russi hanno disattivato le difese antimissile in Siria”) pur di denigrare l’operato dell’alleanza russo-siriana e celebrare i “successoni” immaginari degli USA. Non possono che dire questo, pena l’esclusione dai salotti televisivi da dove condurre una novella immaginosa ‘rivoluzione d’ottobre’…
L’unico scherzo in tutto questo, non è l’attacco missilistico alla Siria, ma l’indecoroso spettacolo messo su da tale torma di geocazzari d’ogni risma e tendenza, affratellati dal comune odio per la Russia e dal tentativo di salvare il grugno lesionato di Trump; nonostante perfino il segretario alla Difesa Mattis e il Capo di Stato Maggiore statunitense Dunford, relazionando sull’attacco missilistico, abbiano chiarito che qualsiasi responsabilità su tutto questo, anche futura, ricadeva solo su Trump, con implicita presa di distanza.Fonti:
Analisi Militares
Bolshaja Igra
The Duran
Wail al-Russi

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2018/04/15/fallito-attacco-missilistico-perche-gli-usa-mentono-sui-loro-successi/

Le rivoluzioni colorate sono un’aggressione estera con mezzi non militari

Rivoluzione colorata

Libia, il vero scopo di Haftar non è sconfiggere l’Isis

Il generale con le sue truppe assedia Sirte. Non per debellare lo Stato Islamico. Ma per ottenere da Serraj la guida dell’esercito. Sullo sfondo, il ruolo di al Sisi.

11 Maggio 2016

Il generale Khalifa Haftar non sta affatto assediando Sirte per sconfiggere l’Isis, come proclama, ma con tutt’altro fine: contrattare con Fayez al Serraj il proprio ruolo preminente nella formazione del nuovo esercito libico.
Ennesimo episodio della totale irresponsabilità dei leader libici nei confronti del Paese e della lotta al terrorismo, l’assedio alla città controllata dall’Isis, condotto dalle forze di Haftar, ha un solo scopo: mettere al Serraj di fronte al fatto compiuto, evidenziare la totale inaffidabilità delle milizie di Misurata (spina dorsale della sua forza militare) sul campo in un confronto militare serio e chiudere una trattativa in cui gli venga riconosciuto o il comando del nuovo esercito libico agli ordini del governo di Tripoli o, in subordine, che esso venga affidato a un generale di fiducia.


LE INAFFIDABILI MILIZIE DI MISURATA. Quanto a provare l’inaffidabilità militare delle milizie di Misurata, Haftar ha avuto gioco facile: nel corso del primo scontro con le sue truppe del 3 maggio scorso a Zillah, si sono squagliate come il burro.
Stesso desolante scenario l’8 maggio: al cospetto di un avamposto dell’Isis, le milizie di Misurata si sono date a un vergognoso fuggi fuggi generale, concluso persino con l’uccisione per fuoco amico di alcuni combattenti.
Il segnale vero della trattativa in corso è venuto peraltro alcuni giorni fa, quando il presidente egiziano Fattah al Sisi ha incontrato al Cairo al Serraj e il suo vicepresidente del Consiglio Ahmed Meitig.
IL RUOLO DELL’EGITTO DI AL SISI. Nel corso del vertice infatti al Sisi, per la prima volta – a detta di Meitig – ha espresso «appoggio totale dell’Egitto al popolo libico e al governo presieduto da al Serraj», sconfessando così qualsiasi ipotesi di appoggio all’“esecutivo di Tobruk”, presieduto da al Thinni, che ha sinora dato piena copertura politica e, per così dire, istituzionale a tutte le azioni militari condotte da Haftar.
Una volta che l’Egitto ha sconfessato il governo di Tobruk, senza al Sisi, Haftar può fare ora pochi passi, perché è l’Egitto a fornirgli armi e finanziamenti e a indirizzarlo sulla scena libica, ma non ha da preoccuparsi.
«IL FUTURO DI HAFTAR LO DECIDE TRIPOLI». Questo riconoscimento egiziano alla piena legittimità dell’esecutivo libico significa una sola cosa: d’ora in poi Serraj dovrà contrattare con al Sisi le linee generali del proprio governo, incluse le nomine militari, pena la decadenza di questo fondamentale appoggio.
Lo stesso Paolo Gentiloni, nel suo viaggio a Tripoli di due giorni fa, ha dato segnale di questa trattativa affermando che «il ruolo di Haftar sarà deciso dal governo di Tripoli», tirando elegantemente fuori l’Italia (che sinora ha seguito Serraj passo passo) da questo scabroso contenzioso.
Si vedrà come si svilupperà questa trattativa basata, al solito, sulla strategia della ammuina. Ma una cosa è certa: sino a quando i libici adotteranno questi standard di comportamento, l’Isis non avrà problemi.