La fabbrica degli immigrati: «Io, strappata a forza da Tripoli e costretta a salire su un barcone»

31 maggio 2016 Genova –
Fousea ha solo un pezzo di carta tra le mani, piuttosto malconcio. Lo estrae con cautela dalla tasca dei jeans, sotto a un pancione già gonfio di vita. È al terzo mese di gravidanza e il 26 maggio scorso si è salvata per un soffio, insieme alla sorella e al cognato, quando il barcone su cui viaggiavano si è rovesciato. Decine di persone sono morte, le altre 562 sono state tratte in salvo dai militari della Marina. A Ragusa, dopo averle preso impronte digitali e foto, le hanno dato quel fazzoletto bianco con il timbro del giorno dello sbarco e un numero identificativo. È l’unica cosa che possiede.


Fousea ha 30 anni ed è originaria del Marocco, ma viveva, fino a poco tempo fa, a Tripoli, insieme alla sorella. I poliziotti genovesi l’hanno fermata nella stazione di Principe, pensando che, insieme alla famiglia, volesse raggiungere il confine. In realtà aveva un biglietto per Sanremo, «perché lì abita un parente». Fousea non stava affatto fuggendo. Anzi, secondo quanto lei stessa racconta con le lacrime agli occhi, sarebbe rimasta volentieri in Libia, dove vive dal 2007. «Io, mia sorella Souhir e suo marito siamo stati prelevati dalla nostra casa di Tripoli da un gruppo di miliziani armati. Siamo stati derubati di tutto: soldi, gioielli, vestiti, passaporti. Quindi ci hanno rinchiuso in un posto che non conoscevamo, sulla costa». Un sequestro che, a detta dei protagonisti, si inserirebbe nel quadro caotico della guerra civile libica che vede contrapporsi milizie diverse, in guerra tra loro per il controllo delle città.

Preso da: http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2016/05/31/ASCv3fvC-tripoli_strappata_costretta.shtml

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