L’anticomunismo di Muamma’r Gheddafi

di Lorenzo Centini
Muammar Gheddafi (7 Giugno 1942 – 20 Ottobre 2011) è stato di sicuro una delle figure del mondo arabo più peculiari e più fondanti nella costruzione di una etica e pratica politica araba. Sia che lo si voglia inserire nelle categorie “personalistiche” del Nasserismo, sia che si voglia leggere la Jhamayryya come esperimento ideologico e politico a se stante, è indubbio che il regime di Gheddafi, al netto di contrapposte simpatie, sia diventato, e sia tutt’ora un punto di riferimento per molti antimperialisti nel mondo.
Salito al potere nel 1969 e rovesciato a seguito dei primi atti della Guerra Civile Libica iniziata nel 2011, Gheddafi ha pertanto vissuto gli ultimi 15 anni di contrapposizioni bipolare, disarmato tuttavia di una arma ideologica adoperata spesso da altri ideologi arabi, il panarabismo. Gheddafi sale al potere solo un anno prima della morte di Nasser (1970) e non fa in tempo a caldeggiare la solidarietà araba che prima il Settembre Nero (1970 – 1971) e dopo gli accordi di Camp David (17 Settembre 1978) rompono per sempre l’idillio di una unità araba effettivamente percorribile.
Di qui la “confusione” ideologica gheddafiana, diretta figlia della mancanza di punti di riferimento internazionali di Tripoli. Dopo aver vanamente sostituito il panarabismo col panafricanismo («Sono Asia, è un’altra cosa» disse negli anni ’90, riferendosi ai paesi Mediorientali con cui pure aveva imbastito la RAU, Repubblica Araba Unita) e a questo venature di panislamismo, Gheddafi dai primi duemila virò verso un gorbaciovismo che lo riabilitasse agli occhi dell’Occidente.

Muammar Gheddafi con Wojciech Jaruzelski (1923 – 2014)

L’ideologia di fondo che mosse Gheddafi e il suo regime, sviluppata sia negli anni della permanenza nell’esercito sia successivamente al 1969, e’ espressa soprattutto nel “Libro Verde”, edito in 3 parti nel 1975. In questo libro il Colonnello delinea quella che lui stesso definisce “Terza Teoria Universale”, e che nella volontà di Gheddafi doveva costituirsi come il terzo incomodo tra Comunismo Sovietico e Capitalismo Americano.
Il mondo arabo non era peraltro nuovo a queste sintesi provocatorie: la “Carta Nazionale” promulgata dal governo Nasseriano nel 1962 era chiaramente diretta a costruire un “Terzo Mondo arabo” opposto tanto all’URSS che agli USA. Così sintetizza il suo contenuto ideologico Albert Hourani:

Il programma di riforma sociale veniva giustificato alla luce dell’idea di uno specifico”socialismo arabo”, un sistema a metà tra il marxismo, che propugnava la lotta di classe, e il capitalismo, che voleva dire il primato degli interessi individuali e la dominazione delle classi che detenevano i mezzi di produzione. Nel “socialismo arabo” si pensava che la società nel suo complesso si raccogliesse intorno ad un governo che perseguisse gli interessi di tutti”[1]

 Tenendo presente l’influenza che la teoria nasseriana ebbe su quella di Gheddafi, ben si comprende come i germi di un “terzismo” ideologico già si potessero subodorare.

Gheddafi e la teoria del Partito

La presa del potere di Gheddafi avviene in una Libia monarchica fortemente puntellata dalle ex potenze coloniali. Come in tutte le altre società arabe il rapido inurbamento, la scoperta del petrolio come principale fonte di riscatto economico e l’accentramento delle terre coltivabili in poche mani, di solito quelle di capitalisti legati alla famiglia regnante e alle predette forze coloniali, anche in Libia  le sparute avanguardie sociali si concentrano nell’esercito. Con tempi e modalità differenti si può dire che Gheddafi segua gli exploit politici dei generali in Egitto, Siria, Iraq.
Tale velocità con cui la Libia è entrata nella periferia dello sviluppo industriale non disarticola, peraltro, l’impalcatura tribale della stessa, che resiste e si va a sommare, assieme alle differenze sociali, religiose, ortocentriche (campagna contro città), alle cause che rendono il popolo libico paricolarmente diviso, mancante di una etica nazionale e di una coscienza nazionale.
Proprio per reagire a tale condizione, Gheddafi prende di mira proprio il concetto di “Partito” come di entità di uguali dento allo stato, che implicitamente lo divide, lo indebolisce e lo blocca. L’organicismo panarabo e panislamico che già Gheddafi trova tanto nel Corano che nelle esperienze irachene e nasseriane impone alla sua riflessione di non concepire altro soggetto storico che “il popolo”, per antonomasia indivisibile e non frazionabile.
Questo lo porta a scrivere:

“Tutti i sistemi politici sono il risultato della lotta di vari apparati per giungere al potere. La lotta può essere pacifica od armata, come la lotta delle classi, delle sette, delle tribù dei partiti o degli individui. Il suo risultato è sempre la vittoria di uno strumento di governo, sia esso un individuo, un gruppo, una classe, un partito, e la sconfitta del popolo, od in altri terminila sconfitta della vera democrazia”[2]

e ancora:

“Quando una classe, un partito, una tribù od una setta domina la società, ci troviamo di fronte ad un regime dittatoriale. 
[…] Nessun partito o coalizione di partiti può tuttavia comprendere l’intero popolo; per questo il partito od una coalizione di partiti non è che una minoranza rispetto alla massa dei non aderenti”[3] 

 Da tali citazioni ben si comprende dove l’organicismo politico conduca la riflessione sullo Stato di Gheddafi. Egli, che si trova davanti una società largamente tribale e non urbanizzata (ne’, e si capisce, industrializzata) non concepisce alcuna rappresentanza democratica al di fuori del tutto, che è per sua natura quai ontologica trascendente dalla classe, o dalla religione o dalla “cricca”.
L’organicismo politico di Gheddafi risponde ad una società circondata dalla modernità ma che non ha i mezzi (come invece li aveva l’Egitto di Nasser, il quale, largamente urbanizzato, mostrava i segni dei conflitti di classe) per strutturarsi, se non richiamandosi alla “Unità”. Parole d’ordine simili, ma variate “a sinistra” si trovano, peraltro, anche nelle opere di Michel Aflaq (1910 – 1989)[4], padre ideologico del partito Ba’ath, o intese come antidoto al panarabismo (per il vero nazionalismo siriano) in Antun Saade (1904 – 1949)[5].
Partito, classe o setta sono per Gheddafi veri attentati alla vera democrazia, che per il Colonnello altro non può essere se non diretta (nelle fasi dal basso), vincolante e partecipata. Rifiutando di riconoscere l’esistenza di classi Gheddafi non riconosce quindi la base del marxismo come teoria sociale: in questo caso il suo rifiuto del marxismo è quindi il rifiuto della Teoria della Lotta di classe, la qual cosa lo accomuna al Fascismo della prima ora (che riconosceva l’esistenza delle classi ma che ne desiderava la collaborazione) e, appunto, al socialismo arabo non marxista.

Ancora sulla classe, Gheddafi adopera anche un frasario cinese per criticare la reale strutturazione classista sovietica, che lui considera appannagio di burocrati, intesi come nuova borghesia. In questo, appunto, Gheddafi utilizza una tematica della critica maoista a Breznev, ripendendo le tesi sulla “rinascita del conflitto di classe” anche dopo la fine del dominio borghese. Così si esprime Gheddafi:

“La base materiale della società è instabile perchè è anche sociale. Il sistema di governo di una base materiale unica potrà stabilirsi, forse, per un certo periodo di tempo, ma è destinato a scomparire non appena emergono , all’interno della base materiale unica, i nuovi livelli materiali e sociali.
Ogni società in cui vi è conflitto di classi è stata in passato una società composta da un’ unica classe; in seguito alla inevitabile evoluzione delle cose, questa classe ha generato le altre”[6]

e ancora:

“Ogni classe che diviene l’erede della società ne eredita allo stesso tempo le caratteristiche. Se, per esempio, la classe operai annientasse tutte le altre, diverrebbe l’erede della società; diverrebbe, cioè, la base materiale e sociale della società. 
[…] Con il passare del tempo,le caratteristiche delle classi eliminate emergono all’interno della classe operaia e a queste caratteristiche corrispondono determinate attitudini ed opinioni.
La classe operaia si trasformerebbe, a poco a poco, in una società diversa, avente le stesse contraddizioni della vecchia società”[7]

Gheddafi quindi adopera (non è dato sapere quanto coscientemente) mezzi ideologici maoisti per invalidare la stessa legittimità dello stato sovietico, vale a dire la finalità storica della vittoria del proletariato. Per Gheddafi questa vittoria non è ne’ finale ne’ positiva in se, dato che la vittoria di una classe su un’altra è comunque una sconfitta per la totalità del popolo.
Al contrario dei maoisti, tuttavia, tale contrasto non è sanabile: non auspica, come i maoisti, un approfondimento della lotta di classe dentro lo stato sovietico, dato che, al contrario dei maoisti, non accetta la natura di classe della società e della Storia.

Il tradizionalismo e l’Islam

Seppur fattivamente ispirato da esperienze laiche come quelle egiziane ed irachene, Gheddafi fonderà il nuovo stato su principi esplicitamente islamici.
Alla base di ciò sta ancora la nozione di “legittimità” di cui Gheddafi si fa partecipe. Egli dice:

“La vera legge di una società è costituita dalla tradizione e dalla religione. Ogni tentativo di elaborarla al di fuori di queste due fonti è inutile e illogico”[8]

Per il Rais, dunque, l’Islam non è un fondo culturale da cui attingere idee di ricostruzione etica in accordo con una forma socialista (o addirittura marxista) dell’economia, come invece proposto con accenti diversi da Ali Shariati od altri pensatori. Per Gheddafi la “Tradizione” (che è dei due lemmi quello più “a destra”) è l’unica fonte di potere legittima, ed essa è sempre in accordo con la religione islamica. Gheddafi quindi non intende l’Islam (e la tradizione) come possibile fondo culturale, ma, in senso radicale, come unico fondamento della società.
Ripete più avanti:

“La religione, quindi, è una conferma del diritto naturale. Le leggi non religiose sono creazioni dell’uomo contro l’uomo. Esse sono pertanto ingiuste, poichè non derivano da questa fonte naturale costituita dalla religione e della tradizione”[9]

Da sinistra a destra: Hedi Bacchouche, Ben Ali e Gheddafi

Fuori dalla normativa tradizional-religiosa sta quindi il caos e l’antiumanesimo. Non a caso il libello propagandistico pubblicato dallo Stato libico nel 1973 per commemorare il quarto anniversario della presa del potere di Gheddafi si intitoli “Holy war against Communism”. Quell’aggettivo, “Holy”, “Santo, sacro” è indicativo che il maggior problema che si ravvisa nel Comunismo Sovietico non è tanto una organizzazione economica radicale (che Gheddafi sostanzialmente insegue almeno fino alla Infitah del 1993) ma la totale negazione della continuità religione/tradizione – Diritto Naturale.

Nel solco del tradizionalismo, tuttavia, l’Islam di Gheddafi è comunque non reazionario e non conervatore, in termini sociali. Gheddafi adopera l’Islam in modo abbastanza disinvolto (tanto che i chierici meccani lo dichiareranno “kafir”, “infedele”) e ricorda che Islam è, in politica, prima i tutto generica giustizia sociale: if we were to restrict ourselves to the support of Muslims only, that would be an example of bigotry and selfishness: True Islam is the one that defends the weak, even if they are not Muslims”[10]
Gheddafi, col suo islam ex post, si troverà di fronte l’opposizione dell’islam radicale, promosso in Libia soprattutto da successive espressioni della Fratellanza Musulmana. Il moltiplicarsi delle sigle della resistenza radicale al regime di Gheddafi (su tutte lo scontro civile dal 1995 al 1998 tra le forze governative e la LIGC sui monti vicino a Derna) divenne consistente dopo l’esperienza antisovietica in Afghanistan negli anni ’80.
Ciò che differenzia l’Islam della Fratellanza (e di altre sigle) e quello di Gheddafi è il contenuto sociologico. Mentre per la Fratellanza, ispirata dalle teorie sociali di Sayyd Qutb (1906 – 1966) intendeva semplicemente, in una prospettiva etimologicamente reazionaria, riportare le condizioni sociali ad un passato legalitario individuato nei primi secoli dell’Islam, Gheddafi maneggia il messaggio coranico in senso progressivo e formalmente “democratico” per scardinare ciò che vi era di troppo retrivo nella società libica che bloccava la nazionalizzazione delle masse.

Si può quindi dire che Gheddafi si collochi tra una interpretazione “socialistica” (ma non socialista) dell’Islam, volto alla creazione di una nazione tradizionale ed etica, ed un islam conservatore “terzomondista”, volto soprattutto a formare una etica del terzo polo.

Conclusioni: Gheddafi era un antimperialista radicale

Come abbiamo visto Muamma’r Gheddafi ed il suo regime politico sono stati connotati da teorie e conclusioni del tutto anticomuniste nella teoria. Si potrebbe continuare questo novero aggiungendo alcune posizioni assunte dal regime gheddafiano, e li ricorda bene Fred Weston:

” During the same period, however, Gaddafi was very clear in expressing his anti-Communism. In 1971, he sent a plane full of Sudanese Communists back to Sudan where they were executed by Nimeiry[…]. 
The Nixon administration, in spite of Gaddafi having expelled US bases, saw him as a beneficial influence in the Arab world, precisely because of his anti-communism. This was expressed also on the international arena. Initially Gaddafi was not pleased at Egypt’s close relationship with the Soviet Union. In the Yemen he was for unification of the North and South, but on the basis that the South should abandon its pro-Moscow stance. He supported Pakistan against India in the 1971 war on the basis that India was aligned with the Soviet Union”[11]

 Il rifiuto del socialismo e del marxismo passa in Gheddafi quindi da questi nodi:

1) Il rifiuto di riconoscere la natura di classe delle relazioni interstatuali e l’adesione ad un organicismo politico formale e totale

2) L’adesione a principi religiosi e tradizionalistici esclusivi e rifiuto di letture radicali della tradizione politica islamica

3) Adesione alle teorie maoiste e postmaoiste sulla riproduzione delle classi sociali in condizione di socialismo e giustificazione in tal modo del proprio antisovietismo

Detto ciò si potrebbe concludere, come appunto fa Weston, che la missione imperialista in Libia nel 2011 non sia stata altro che la volontà dei centri di potere occidentali di replacing him with someone even more subservient they did not hesitate in seizing the opportunity”[12].

Anche ammettendo purtuttavia la natura piccolo-borghese e conservatrice, in termini idelogici, del regime gheddafiano, è impossibile non vederne gli oggettivi meriti antimperialistici. Il regime di Gheddafi, ha, negli anni, adempiuto ai doveri reali della sua posizione tra i “Non-allineati”: dalla difesa della causa palestinese, appoggio alle lotte di rivendicazione nazionale (ETA,IRA, ecc), unità con altri paesi arabi e islamici nella decostruzione delle narrazioni salafite e wahabbite, collegamento economico con il COMECON e disponibilità al commercio con l’Unione Sovietica.
Nella pratica il governo di Gheddafi garantì al popolo libico una libertà dallo sfruttamento neocoloniale, che, ad esempio, leader come Ben Alì o Anwar Sadat non hanno garantito. Seppur anticomunista Gheddafi non disdegnò mai la collaborazione paritaria con l’URSS, e si guadagnò sul campo la coerenza antimperialista con il bombardamento reaganiano del 1986.

La cecità ideologica dimostrata da alcuni marxisti nel supportare la destituzione violenta di Gheddafi o semplicemente nel non schierarsi col Colonello quando Londra, New York e Parigi si sono unite contro di lui è dovuta alla incapacità di vedere nel nazionalismo radicale, anche quando non socialista, un momentuum “progressivo”.
Una analisi a ritroso della ideologia gheddafiana dimostra che il nazionalismo radicale (quello cioè che rompe con le parole d’ordine della borghesia media e grande locale) ha in se le forze politiche di essere martire delle forze globali della sovversione capitalista. Il “totalitarismo spurio” (ben diverso dai “sultanismi” in cui pure i geopolitologi borghesi vorrebbero inserire la Libia di Gheddafi) è una forma politica che garantisce la sopravvivenza di una forza socialiste reale. Forza che è invece messa a repentaglio dalla imposizione dell’imperialismo.

Solo nell’involucro indipendente e nazionalista il socialismo può sopravvenire, altrimenti esso diventa immediatamente una forza antimperialista pura. Questo, spesso, i comunisti italiani non lo hanno capito.

[1] Albert Hourani, “Storia dei popoli arabi”, Londra, 1991 
[2] Muamma’r Gheddafi, “Il libro verde. Prima Parte: la soluzione del problema della democrazia”, Tripoli, 1975, Pg 8.
[3] Ibidem, Pg 19
[4] Michel Aflaq, “On the way of resurrection”, Damasco, 1943
[5] Antoun Sa’ade, “La genesi delle nazioni”, 1935
[6] Muamma’r Gheddafi, “Il libro verde. Prima Parte: la soluzione del problema della democrazia”, Tripoli, 1975, Pg 21
[7] Ibidem, Pg 20
[8] Ibidem, Pg 32
[9] Ibidem, Pg 34
[10] Riportato in “The situation in Lybia”, di Vladimir Kudelev, uscito su “Journal of Russia in Global Affairs”, 2007
[11] Fred Weston, “The nature of Gaddafi Regime – Historical Background Notes”, uscito su In defence of Marxism il 6/04/2011
[12] Ibidem

Preso da: http://ruberagmen.blogspot.it/2016/05/lanticomunismo-di-muammar-gheddafi.html

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