Libia: ennesimo scontro tra RATTI a Tripoli

Ancora una volta i RATTI che occupano la Libia si scontrano tra loro, questo è uno degli articoli che si trovano sui media italiani:  http://www.repubblica.it/esteri/2018/08/27/news/libia_violenti_scontri_tra_milizie_a_tripoli-205041237/?refresh_ce
TRIPOLI – La situazione torna ad infiammarsi in Libia, dove secondo quanto riportato da Lybian Express milizie rivali si stanno scontrando in varie zone di Tripoli. Testimoni riferiscono di mezzi corazzati sulle strade e posti di blocco presidiati da pezzi di artiglieria pesante. Gli scontri, secondo le fonti, interessano l’intersezione di Wadi Al-Rabee, a sud-est di Tripoli e poi quelle di Al-Khaila e il campo di Yarmouk a sud. Le autorità hanno messo in stato di allerta tutti gli ospedali e le cliniche private, invitando a prestare immediato soccorso ai feriti. E perfino Reporter senza Frontiere ha lanciato un appello ai giornalisti sul campo perché esercitino la massima attenzione
Le autorità del distretto militare denunciano il “tentativo di alcuni gruppi armati di schierarsi nei sobborghi della Grande Tripoli e di minacciare di usare la forza” contro i soldati. Secondo un comunicato pubblicato dalle autorità libiche e citato dal quotidiano Libya Observer, questi tentativo potrebbero “far precipitare la regione in un nuovo conflitto armato”. Per ora l’esercito che presidia la capitale ha sottolineato la “ferma intenzione” di fermare “tutti coloro che tentano di destabilizzare la città o terrorizzare la popolazione pacifica e trascinare tutti in una nuova guerra che non può avere vincitori e nè vinti”. Il quotidiano libico riporta che la settima brigata e le forze di sicurezza centrale, entrambe provenienti dalla città di Tarhouna, sono attualmente di stanza nel distretto di Qaser Bin Ghashir, nella Grande Tripoli, e stanno cercando di avanzare ulteriormente in altri distretti della capitale.
La scorsa settimana, la missione dell’Onu in Libia ha invitato il governo di accordo nazionale libico a perseguire i gruppi armati che stanno impedendo il buon funzionamento delle istituzioni statali del paese nordafricano, accusando “i membri delle brigate che agiscono nominalmente sotto l’egida del ministero degli Interni del governo di accordo nazionale stanno attaccando le istituzioni sovrane e impediscono loro di operare in modo efficace”.

Nelle stesse ore in cui a Tripoli risale la tensione, il presidente francese Emmanuel Macron ha confermato oggi la sua determinazione a far rispettare l’accordo di Parigi del maggio scorso sulla Libia, che prevede tra l’altro elezioni a dicembre. “Io credo molto profondamente al ripristino della sovranità libica – ha detto Macron, parlando a Parigi in occasione della conferenza degli ambasciatori In questo Paese diventato il teatro di tutti gli interessi esterni, il nostro ruolo è di riuscire a far camminare l’accordo di Parigi del maggio scorso”.

QUELLO CHE NON CI DICONO è che questi gruppi, milizie sono tutti occupanti illegali della Libia gia dal 2011, cè chi accusa una milizia di Tarhuna di avere iniziato gli attacchi.
Il sito Libya24 parla della partenza dell’ ambasciatore italiano Perrone da Tripoli, a seguito degli scontri.
Il sito russo  Za-Kaddafi, che riprende una pagina facebook annuncia addirittura la partenza di Serraji da Tripoli, via mare.
Staremo a vedere, ma una cosa è certa, come purtoppo avevo previsto non cè pace trai ratti che occupano la Libia , ed a pagare sono sempre i cittadini inermi ed innocenti.
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Ahmed Gaddaf al-Dam si rivolge al popolo italiano: “Non siamo solamente barili di petrolio e gas, stiamo soffrendo”

7 agosto 2018.
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Di Vanessa Tomassini.
Il cugino del rais, Ahmed Gaddaf al-Dam, ambasciatore all’estero durante il periodo di Gheddafi ed attuale leader del Fronte di Lotta Nazionale, in questa intervista esprime tutto il suo dispiacere per la sofferenza vissuta dal popolo libico a causa della politica italiana in Libia e le ultime dichiarazioni dell’ambasciatore Giuseppe Perrone.
– Nei giorni scorsi abbiamo assistito a diverse manifestazioni contro la politica italiana in Libia. Cosa ne pensa?
“Sfortunatamente, la politica italiana verso la Libia è guidata da una mentalità incivile che porta con sè gli accumuli dell’era coloniale. Ne abbiamo sofferto e ne soffriamo ancora oggi, nonostante quello che abbiamo raggiunto con il presidente Berlusconi, quando abbiamo firmato un accordo bilaterale che è stato un onore per tutti fino alla sua ultima pagina. La lezione più importante che abbiamo appreso è che il colonialismo è un progetto fallito. Abbiamo accettato le scuse dell’Italia ed abbiamo gettato le basi per il rapporto futuro. Nel 2011 il nostro Paese è stato bombardato dai missili della NATO e l’Italia ha rotto il suo impegno di non attaccare. Oggi tutti pagano il prezzo di questa scelta, la Libia è stata distrutta e siamo entrati in innumerevoli problemi. Li abbiamo avvertiti, ma invece di correggere gli errori, i governi dell’Italia continuano a punirci con lo stesso spirito del fascismo coloniale, credendo che la Libia possa tornare ad essere una colonia italiana, con il linguaggio della minaccia e del disprezzo per tutti i governi istituiti dai missili della NATO. Dopo il martirio di Gheddafi non c’è legittimità per nessuno. L’Italia ha mandato le sue navi da guerra, soldati a Tripoli e Misurata e Jafra.  I soldati delle forze navali libiche non dimenticheranno il comandante della marina libica che gli ha impedito di entrare nel suo ufficio, sebbene sia stato uno dei traditori che avevano arredato il tappeto rosso per ricevere la flotta italiana”.

-Che cosa infastidisce di più i libici?
“L’Italia ha presentato una richiesta per l’acquisto di terreni per usi militari, ha persino domandato alcune proprietà che sostengono di aver posseduto durante il dominio coloniale e forse l’ultimo ospedale psichiatrico nel centro di Tripoli. Questo ha provocato il malcontento ed ha messo in ridicolo i libici. Mi dispiace dire che il nostro ottimismo nel nuovo governo dei giovani è svanito ed abbiamo iniziato a pensare che l’Italia, ‘che è proprietario di una mano longitudinale’ stia negoziando con altri paesi il suo diritto. Abbiamo ascoltato un linguaggio straordinario del ministro della Difesa ed altri. Forse il più recente è quello dell’ambasciatore Giuseppe Perrone che ordina da Tripoli al nostro governo sconfitto la sua decisione di rinviare le elezioni. L’Italia non le permetterà ora. Alcuni clienti di alcune città offrono promesse. Queste dichiarazioni hanno anche portato i nostri giovani di movimenti pacifici libici nelle strade delle città dopo che hanno ricevuto conferma dell’incapacità del Governo di rispondere all’umiliazione e al linguaggio del disprezzo usato dall’ambasciatore. Ne ho già avvertito più di una volta, ve lo ripeto: la Libia di oggi non è quella del 1911. Il 2018 non sarà come in passato, queste generazioni sono state allevate sotto la montagna di orgoglio del periodo Gheddafi, si sono riunite e preparate per una nuova alba. Queste politiche stupide riportano alla memoria ricordi amari. Non lo dimentichiamo. Proteste pacifiche, bandiere bianche continueranno a sorgere in tutte le nostre città e villaggi, finché non sentiremo delle scuse sincere ed un nuovo ambasciatore non faccia promesse esplicite consone all’accordo che abbiamo firmato. Voglio avvertire il vostro ambasciatore di non ridicolizzare più le dozzine di giovani che sono usciti per protestare come ha già fatto. E avverto il governo italiano che i giorni stanno passando velocemente e ciò che possiamo fare insieme oggi, potrebbe essere troppo tardi domani, qualunque cosa nella Libia di oggi di debolezza, umiliazione e silenzio hanno i giorni contati. Abbiamo le potenzialità, le alleanze e difendiamo il nostro diritto alla vita. Mi rivolgo al popolo italiano, amico e vicino, per unirsi a noi al fine di prevenire questa palese delusione. Coloro che portano avanti questa relazione, domani non ci saranno più”.
-Signor Ahmed perché pensa che l’Italia voglia attendere per le elezioni?
“Il fatto che l’Italia voglia rinviare le elezioni è un’altra mancanza di rispetto verso il popolo libico. Questa dichiarazione o questi ordini non aiutano i libici. Queste voci devono essere fermate. Siamo esseri umani, non abbiamo una patria per colpa della vostra aggressione del 2011 che ci ha portato a questa miserabile condizione, non siamo solamente barili di olio e gas, né tantomeno uno spazio per risolvere il conflitto tra Nazioni. Dov’è la civiltà, la sicurezza, i valori la democrazia delle Nazioni Unite in tutto questo?? Spero che non dimenticherete che questo piccolo popolo vi ha affrontato da solo nel 2011, spero che non dimenticherete la rivoluzione del conquistatore nel 1969, che non si aspettava tutte le mine d’Europa. Per 42 anni questo Paese ha controllato le sue risorse ed era un muro di sicurezza nel sud del Mediterraneo. Ha affrontato l’invasione nel Golfo di Sirte e stava guidando il continente africano verso la creazione degli Stati Uniti d’Africa. La Libia ha aperto le porte del bene, della cooperazione e della pace con tutti i suoi vicini, fino a quando non l’avete attaccato nel 2011 con la NATO, senza dichiarare nemmeno lo stato di guerra. Ha resistito 8 mesi con un valore raro, un’epica che deve essere insegnata nei libri di storia, letta e riletta. Ricordo che il governo italiano ha peccato di vanità dopo il mandato del presidente Trump, ma noi non siamo un burattino da passarsi l’un l’altro, lo abbiamo visto nei conflitti passati quando non ci hanno spaventato le flotte che ci assediavano, come quando negli anni Ottanta il mare e l’aria si scontravano quasi quotidianamente nel Golfo di Sirte. Se volete aiutarci o collaborare con noi, questi metodi e questo linguaggio influenzeranno il futuro delle nostre relazioni. So che sono parole dolorose, ma voglio arrivare direttamente a voi anche se so che il Ministro degli Esteri libico ha riferito sulla nostra posizione.  Voglio sentire il popolo italiano amico ed aspetterò una vostra risposta…”.

Preso da: https://specialelibia.it/2018/08/07/esclusiva-ahmed-gaddaf-al-dam-si-rivolge-al-popolo-italiano-non-siamo-solamente-barili-di-petrolio-e-gas-stiamo-soffrendo/

I libici protestano per le condizioni di vita

4 agosto 2018.

Di Vanessa Tomassini

Venerdì pomeriggio, diversi libici sono scesi in strada e nelle piazze per protestare contro la crisi e le condizioni di vita in tutto il paese nordafricano. Movimenti pacifici si sono registrati a Misurata, Surman, Bengasi ed anche a Zawiya dove si sono appena concluse le elezioni per il consiglio municipale.

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Nella parte orientale del paese, ed in particolare a Bengasi, i cittadini sono scesi in piazza contro la corruzione dei politici. Il giovane Ali ci ha detto: “la Camera dei Rappresentanti non è riuscita nemmeno ad emanare la legge costituzionale, vogliamo le elezioni. Non è giusto che chi non ci rappresenta continui a prendere decisioni importanti e fare accordi con potenze straniere senza nemmeno considerare i bisogni e la volontà dei propri cittadini”. In molti hanno anche chiesto la liberazione di alcuni prigionieri, detenuti ingiustamente, ed il ripristino di un reale sistema giudiziario.

Motivazioni condivise anche dai cittadini di Misurata nella zona nord occidentale del paese che hanno protestato per alcuni elementi definiti “criminali” che farebbero parte delle forze di sicurezza. “Le regole devono valere per tutti” grida qualcuno tra la folla. A Zawyia i cittadini hanno chiesto al nuovo Consiglio municipale di lavorare fin da subito per risolvere i problemi che affliggono la città, la crisi dei prodotti da forno, la mancanza di servizi e la crisi elettrica. A Surman, città sulla costa mediterranea della Libia, in  Tripolitania, la gente ha chiesto la dipartita del Consiglio Presidenziale e della Camera dei Rappresentanti.

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L’aumento dei prezzi, la crisi elettrica e la percezione della corruzione stanno esasperando il popolo libico. Le proteste, ordinate e pacifiche, hanno visto la partecipazione di molti giovani con cartelli dagli slogan “dov’è la mia pagnotta?” in riferimento alla crisi del pane che il Governo sta cercando di risolvere da tempo, ma la senzazione resta quella che qualsiasi investimento si perda per strada, o finisca nelle mani sbagliate. La presenza dei giovani assume sicuramente una valenza positiva,  rispetto al silenzio e alla rassegnazione, perchè a volte non solo si può gridare, ma è necessario farlo.

Alcuni giorni fa un ragazzo di Tripoli ci ha detto, commentando la notizia di due giovani uccisi in circostanze ancora da chiarire: “Amo la vita e voglio vivere, odio la guerra e le armi. Vorrei studiare, trovare un lavoro, divertirmi, e spendere la mia vita come voglio, ma la situazione nel mio Paese non me lo permette. Forse non verrò ucciso da un colpo di pistola, ma sarà questa realtà a farmi morire”.

Preso da: https://specialelibia.it/2018/08/04/i-libici-protestano-per-le-condizioni-di-vita/

Email di Hillary, dinari d’oro e Primavera araba

2 luglio 2016

F. William Engdahl, New Eastern Outlook 17 marzo 2016
Sepolto tra decine di migliaia di pagine e-mail segrete dell’ex-segretaria di Stato Hillary Clinton, ora rese pubbliche dal governo degli Stati Uniti, c’è un devastante scambio di e-mail tra Clinton e il suo confidente Sid Blumenthal su Gheddafi e l’intervento degli Stati Uniti coordinato nel 2011 per rovesciare il governante libico. Si tratta dell’oro quale futura minaccia esistenziale al dollaro come valuta di riserva mondiale. Si trattava dei piani di Gheddafi per il dinaro-oro per l’Africa e il mondo arabo.golddinar6

Due paragrafi in una e-mail di recente declassificate dal server privato illegalmente utilizzato dall’allora segretaria di Stato Hillary Clinton durante la guerra orchestrata dagli Stati Uniti per distruggere la Libia di Gheddafi nel 2011, rivelano l’ordine del giorno strettamente segreto della guerra di Obama contro Gheddafi, cinicamente chiamata “Responsabilità di proteggere”. Barack Obama, presidente indeciso e debole, delegò tutte le responsabilità presidenziali della guerra in Libia alla segretaria di Stato Hillary Clinton, prima sostenitrice del “cambio di regime” arabo utilizzando in segreto i Fratelli musulmani ed invocando il nuovo bizzarro principio della “responsabilità di proteggere” (R2P) per giustificare la guerra libica, divenuta rapidamente una guerra della NATO. Con l’R2P, concetto sciocco promosso dalle reti dell’Open Society Foundations di George Soros, Clinton affermava, senza alcuna prova, che Gheddafi bombardasse i civili libici a Bengasi. Secondo il New York Times, citando fonti di alto livello dell’amministrazione Obama, fu Hillary Clinton, sostenuta da Samantha Power, collaboratrice di primo piano al Consiglio di Sicurezza Nazionale e oggi ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e Susan Rice, allora ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite, e ora consigliere per la Sicurezza Nazionale, che spinse Obama all’azione militare contro la Libia di Gheddafi. Clinton, affiancata da Powers e Rice, era così potente che riuscì a prevalere sul segretario alla Difesa Robert Gates, Tom Donilon, il consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, e John Brennan, capo antiterrorismo di Obama ed oggi capo della CIA. La segretaria di Stato Clinton guidò la cospirazione per scatenare ciò che venne soprannominata “primavera araba”, l’ondata di cambi di regime finanziati dagli USA nel Medio Oriente arabo, nell’ambito del progetto del Grande Medio Oriente presentato nel 2003 dall’amministrazione Bush dopo l’occupazione dell’Iraq. I primi tre Paesi colpiti dalla “primavera araba” degli USA nel 2011, in cui Washington usò le sue ONG per i “diritti umani” come Freedom House e National Endowment for Democracy, in combutta come al solito con le Open Society Foundations dello speculatore miliardario George Soros, insieme al dipartimento di Stato degli Stati Uniti e ad agenti della CIA, furono la Tunisia di Ben Ali, l’Egitto di Mubaraq e la Libia di Gheddafi. Ora tempi e obiettivi di Washington della destabilizzazione via “primavera araba” del 2011 di certi Stati in Medio Oriente assumono nuova luce in relazione alle email declassificate sulla Libia di Clinton con il suo “consulente” e amico Sid Blumenthal. Blumenthal è l’untuoso avvocato che difese l’allora presidente Bill Clinton nello scandalo sessuale di Monika Lewinsky quando era Presidente e affrontava l’impeachment.

Il dinaro d’oro di Gheddafi
Per molti rimane un mistero perché Washington abbia deciso che Gheddafi dovesse essere ucciso, e non solo esiliato come Mubaraq. Clinton, quando fu informata del brutale assassinio di Gheddafi da parte dei terroristi di al-Qaida dell’”opposizione democratica” finanziata dagli USA, pronunciò alla CBS News una perversa parafrasi di Giulio Cesare, “Siamo venuti, l’abbiamo visto, è morto” con una fragorosa risata macabra. Poco si sa in occidente di ciò che Muammar Gheddafi fece in Libia o anche in Africa e nel mondo arabo. Ora, la divulgazione di altre e-mail di Hillary Clinton da segretaria di Stato, al momento della guerra di Obama a Gheddafi, getta nuova drammatica luce. Non fu una decisione personale di Hillary Clinton eliminare Gheddafi e distruggerne lo Stato. La decisione, è ormai chiaro, proveniva da ambienti molto potenti dell’oligarchia monetaria degli Stati Uniti. Era un altro strumento a Washington del mandato politico di tali oligarchi. L’intervento era distruggere i piani ben definiti di Gheddafi per creare una moneta africana e araba basata sull’oro per sostituire il dollaro nei traffici di petrolio. Da quando il dollaro USA ha abbandonato il cambio in oro nel 1971, il dollaro rispetto all’oro ha perso drammaticamente valore. Gli Stati petroliferi dell’OPEC hanno a lungo contestato il potere d’acquisto evanescente delle loro vendite di petrolio, che dal 1970 Washington impone esclusivamente in dollari, mentre l’inflazione del dollaro arrivava ad oltre il 2000% nel 2001. In una recentemente declassificata email di Sid Blumenthal alla segretaria di Stato Hillary Clinton, del 2 aprile 2011, Blumenthal rivela la ragione per cui Gheddafi andava eliminato. Utilizzando il pretesto citato da una non identificata “alta fonte”, Blumenthal scrive a Clinton, “Secondo le informazioni sensibili disponibili a questa fonte, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento… l’oro fu accumulato prima della ribellione ed era destinato a creare una valuta panafricana basata sul dinaro d’oro libico. Questo piano era volto a fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)“. Tale aspetto francese era solo la punta dell’iceberg del dinaro d’oro di Gheddafi.
Dinaro d’oro e molto altro ancora
Nel primo decennio di questo secolo, i Paesi OPEC del Golfo persico, tra cui Arabia Saudita, Qatar e altri, iniziarono seriamente a deviare una parte significativa dei ricavi delle vendite di petrolio e gas sui fondi sovrani, basandosi sul successo dei fondi petroliferi norvegesi. Il crescente malcontento verso la guerra al terrorismo degli Stati Uniti, con le guerre in Iraq e Afghanistan e la loro politica in Medio Oriente dal settembre 2001, portò la maggior parte degli Stati arabi dell’OPEC a deviare una quota crescente delle entrate petrolifere su fondi controllati dallo Stato, piuttosto che fidarsi delle dita appiccicose dei banchieri di New York e Londra, come era solito dagli anni ’70, quando i prezzi del petrolio schizzarono alle stelle creando ciò che Henry Kissinger affettuosamente chiamò “petrodollaro” per sostituire il dollaro-oro che Washington mollò il 15 agosto 1971. L’attuale guerra tra sunniti e sciiti o lo scontro di civiltà sono infatti il risultato delle manipolazioni degli Stati Uniti nella regione dal 2003, il “divide et impera”. Nel 2008 la prospettiva del controllo sovrano in un numero crescente di Stati petroliferi africani ed arabi dei loro proventi su petrolio e gas causava gravi preoccupazioni a Wall Street e alla City di Londra. Un’enorme liquidità, migliaia di miliardi, che potenzialmente non potevano più controllare. La primavera araba, in retrospettiva, appare sempre più sembra legata agli sforzi di Washington e Wall Street per controllare non solo gli enormi flussi di petrolio dal Medio Oriente arabo, ma ugualmente lo scopo era controllarne il denaro, migliaia di miliardi di dollari che si accumulavano nei nuovi fondi sovrani. Tuttavia, come confermato dall’ultimo scambio di email Clinton-Blumenthal del 2 aprile 2011, dal mondo petrolifero africano e arabo emergeva una nuova minaccia per gli “dei del denaro” di Wall Street e City di Londra. La Libia di Gheddafi, la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubaraq stavano per lanciare la moneta islamica indipendente dal dollaro USA e basata sull’oro. Mi fu detto di questo piano nei primi mesi del 2012, in una conferenza finanziaria e geopolitica svizzera, da un algerino che sapeva del progetto. La documentazione era scarsa al momento e la storia mi passò di mente. Ora un quadro molto più interessante emerge indicando la ferocia della primavera araba di Washington e l’urgenza del caso della Libia.
‘Stati Uniti d’Africa’
Nel 2009 Gheddafi, allora Presidente dell’Unione africana, propose che il continente economicamente depresso adottasse il “dinaro d’oro”. Nei mesi precedenti la decisione degli Stati Uniti, col sostegno inglese e francese, di aver una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per aver la foglia di fico del diritto alla NATO di distruggere il regime di Gheddafi, Muammar Gheddafi organizzò la creazione del dinaro-oro che sarebbe stato utilizzato dagli Stati africani petroliferi e dai Paesi arabi dell’OPEC per vendere petrolio sul mercato mondiale. Al momento Wall Street e City di Londra erano sprofondati nella crisi finanziaria del 2007-2008, e la sfida al dollaro quale valuta di riserva l’avrebbe aggravata. Sarebbe stata la campana a morto per l’egemonia finanziaria statunitense e il sistema del dollaro. L’Africa è uno dei continenti più ricchi del mondo, con vaste inesplorate ricchezze in minerali ed oro, volutamente mantenuto per secoli sottosviluppato o preda di guerre per impedirne lo sviluppo. Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale negli ultimi decenni furono gli strumenti di Washington per sopprimere un vero sviluppo africano. Gheddafi invitò i Paesi produttori di petrolio africani dell’Unione africana e musulmani ad entrare nell’alleanza che avrebbe fatto del dinaro d’oro la loro valuta. Avrebbero venduto petrolio e altre risorse a Stati Uniti e resto del mondo solo in dinari d’oro. In qualità di Presidente dell’Unione africana, nel 2009 Gheddafi presentò all’Unione Africana la proposta di usare il dinaro libico e il dirham d’argento come unico denaro con cui il resto del mondo poteva comprare il petrolio africano. Insieme ai fondi sovrani arabi dell’OPEC, le altre nazioni petrolifere africane, in particolare Angola e Nigeria, creavano i propri fondi nazionali petroliferi quando nel 2011 la NATO bombardava la Libia. Quei fondi nazionali sovrani, legati al concetto del dinaro d’oro di Gheddafi, avrebbe realizzato il vecchio dell’Africa indipendente dal controllo monetario coloniale, che fosse sterlina, franco francese, euro o dollaro statunitense. Gheddafi attuava, come capo dell’Unione africana, al momento dell’assassinio, il piano per unificare gli Stati sovrani dell’Africa con una moneta d’oro negli Stati Uniti d’Africa. Nel 2004, il Parlamento panafricano di 53 nazioni aveva piani per la Comunità economica africana, con una moneta d’oro unica entro il 2023. Le nazioni africane produttrici di petrolio progettavano l’abbandono del petrodollaro e di chiedere pagamenti in oro per petrolio e gas; erano Egitto, Sudan, Sud Sudan, Guinea Equatoriale, Congo, Repubblica democratica del Congo, Tunisia, Gabon, Sud Africa, Uganda, Ciad, Suriname, Camerun, Mauritania, Marocco, Zambia, Somalia, Ghana, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Costa d’Avorio, oltre allo Yemen che aveva appena scoperto nuovi significativi giacimenti di petrolio. I quattro Stati africani nell’OPEC, Algeria, Angola, Nigeria, gigantesco produttore di petrolio e primo produttore di gas naturale in Africa dagli enormi giacimenti di gas, e la Libia dalle maggiori riserve, avrebbero aderito al nuovo sistema del dinaro d’oro. Non c’è da stupirsi che il presidente francese Nicolas Sarkozy, che da Washington ricevette il proscenio della guerra contro Gheddafi, arrivò a definire la Libia una “minaccia” alla sicurezza finanziaria del mondo .
I “ribelli” di Hillary creano una banca centrale
Una delle caratteristiche più bizzarre della guerra di Hillary Clinton per distruggere Gheddafi fu che i “ribelli” filo-USA di Bengasi, nella parte petrolifera della Libia, nel pieno della guerra, ben prima che fosse del tutto chiaro che avrebbero rovesciato il regime di Gheddafi, dichiararono di aver creato una banca centrale di tipo occidentale “in esilio”. Nelle prime settimane della ribellione, i capi dichiararono di aver creato una banca centrale per sostituire l’autorità monetaria dello Stato di Gheddafi. Il consiglio dei ribelli, oltre a creare la propria compagnia petrolifera per vendere il petrolio rubato, annunciò: “la nomina della Banca Centrale di Bengasi come autorità monetaria competente nelle politiche monetarie in Libia, e la nomina del governatore della Banca centrale della Libia, con sede provvisoria a Bengasi“. Commentando la strana decisione, prima che l’esito della battaglia fosse anche deciso, di creare una banca centrale per sostituire la banca nazionale sovrana di Gheddafi che emetteva dinari d’oro, Robert Wenzel del Economic Policy Journal, osservò, “non ho mai sentito parlare di una banca centrale creata poche settimane dopo una rivolta popolare. Ciò suggerisce che c’è qualcos’altro che non una banda di straccioni ribelli e che ci sono certe piuttosto sofisticate influenze“. È chiaro ora, alla luce dei messaggi di posta elettronica Clinton-Blumenthal, che tali “influenze abbastanza sofisticate” erano legate a Wall Street e City di Londra. La persona inviata da Washington a guidare i ribelli nel marzo 2011, Qalifa Haftar, aveva trascorso i precedenti venti anni in Virginia, non lontano dal quartier generale della CIA, dopo aver lasciato la Libia quando era uno dei principali comandante militari di Gheddafi. Il rischio per il futuro del dollaro come valuta di riserva mondiale, se Gheddafi avesse potuto procedere insieme a Egitto, Tunisia e altri Stati arabi di OPEC e Unione Africana, introducendo le vendite di petrolio in oro e non dollari, sarebbe stato chiaramente l’equivalente finanziario di uno tsunami.
La Nuova Via della Seta d’oro
Il sogno di Gheddafi di un sistema basato sull’oro arabo e africano indipendente dal dollaro, purtroppo è morto con lui. La Libia, dopo la cinica “responsabilità di proteggere” di Hillary Clinton che ha distrutto il Paese, oggi è lacerata da guerre tribali, caos economico, terroristi di al-Qaida e SIIL. La sovranità monetaria detenuta dal 100% dalle agenzie monetarie nazionali statali di Gheddafi e la loro emissione di dinari d’oro, è finita sostituita da una banca centrale “indipendente” legata al dollaro. Nonostante ciò, va notato che ora un nuovo gruppo di nazioni si unisce per costruire un sistema monetario basato sull’oro. Questo è il gruppo guidato da Russia e Cina, terzo e primo Paesi produttori di oro nel mondo. Questo gruppo è legato alla costruzione del grande progetto infrastrutturale eurasiatico della Nuova Via della Seta della Cina, comprendente 16 miliardi di fondi in oro per lo sviluppo della Cina, decisa a sostituire City di Londra e New York come centri del commercio mondiale dell’oro. L’emergente sistema d’oro eurasiatico pone ora una serie completamente nuova di sfide all’egemonia finanziaria statunitense. Questa sfida eurasiatica, riuscendo o fallendo, deciderà se la nostra civiltà potrà sopravvivere e prosperare in condizioni completamente diverse, o affondare con il fallimentare sistema del dollaro. 
F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora