Gheddafi aveva previsto la cecità dell’Occidente

Gheddafi aveva previsto la cecità dell’Occidente

di Massimo Fini

Martedì sera su Rai Storia nell’ambito della sezione Grandi discorsi della storia curata da Aldo Cazzullo, sono stati esaminati i discorsi di alcuni importanti leader contemporanei da Georges W. Bush a Hollande a Khomeini ad Al Baghdadi ad Arafat. A commentarli Domenico Quirico, Fausto Biloslavo, Gad Lerner e io stesso. Per esaminarne il linguaggio e la gestualità c’era la linguista ed esperta di comunicazione Flavia Trupia.
Una gran bella trasmissione, come del resto è nella tradizione di Rai Storia. Peccato che, suppongo per motivi di spazio, sia rimasto fuori un discorso che Muammar Gheddafi tenne all’Assemblea delle Nazioni Unite il 23 settembre 2009. Un discorso estremamente interessante. Innanzitutto perché, a differenza di quelli di Al Baghdadi e, parzialmente, di Khomeini, è un discorso assolutamente laico espresso con linguaggio laico come farebbe un qualsiasi leader occidentale. Poi per i contenuti. Gheddafi parte dal fatto che nonostante le solenni premesse della Carta dell’ONU gli Stati non sono affatto uguali. “Il Preambolo della Carta afferma che tutte le nazioni, piccole o grandi, sono uguali. Sono uguali quando si tratta di seggi permanenti? No, non sono uguali. Abbiamo il diritto di veto, siamo uguali? I seggi permanenti contraddicono la Carta”

. Il leader libico poi fa notare come i seggi permanenti nel Consiglio di Sicurezza appartengano a Paesi “che sono stati scelti perché hanno armi nucleari, grandi economie o tecnologie avanzate. Non possiamo permettere che il Consiglio di Sicurezza sia guidato da superpotenze, quello è terrorismo in sé e per sé…Il terrorismo non è solo Al Qaeda ma può assumere anche altre forme”. Gheddafi fa quindi notare come l’ONU non solo non sia riuscita a evitare le guerre di aggressione ma le sue risoluzioni siano state rispettate o non rispettate a seconda delle convenienze delle grandi potenze. E fa alcuni esempi. “Noi eravamo contro l’invasione del Kuwait, e i Paesi arabi hanno combattuto contro l’Iraq a fianco dei Paesi stranieri in nome della Carta delle Nazioni Unite. In un primo momento la Carta è stata rispettata. La seconda volta quando abbiamo deciso di utilizzare la Carta per fermare la guerra contro l’Iraq del 2003, nessuno l’ha usata e il documento è stato ignorato”. E così continua: “Se un Paese, la Libia per esempio, decidesse di aggredire la Francia, allora l’intera Organizzazione risponderebbe perché la Francia è uno Stato sovrano membro delle Nazioni Unite e noi tutti condividiamo la responsabilità collettiva di proteggere la sovranità di tutte le nazioni. Tuttavia 65 guerre di aggressione hanno avuto luogo (contro Stati sovrani, ndr) senza che le Nazioni Unite facessero nulla per prevenirle. Altre otto enormi e feroci guerre, le cui vittime ammontano a circa 2 milioni, sono state intraprese dagli Stati membri che godono di poteri di veto”.

Un passaggio particolarmente interessante è quello che il leader libico riserva all’Afghanistan: “Per quanto riguarda la guerra in Afghanistan, anche qui bisogna indagare. Perché siamo contro i Talebani? Perché siamo contro l’Afghanistan? Chi sono i Talebani? Se i Talebani vogliono uno Stato religioso, va bene…Se i Talebani vogliono creare un emirato islamico, chi dice che questo li rende un nemico? C’è qualcuno che sostiene che Bin Laden fa parte dei Talebani o che lui è afgano? Bin Laden è uno dei Talebani? No, non è dei Talebani e non è neppure afgano. I terroristi che hanno colpito New York City erano dei Talebani? Erano dell’Afghanistan? Non erano né Talebani né afgani. Allora qual era la ragione per la guerra all’Afghanistan?”.
Gheddafi poi, pensando all’Iraq e allo scontro fra sciiti e sunniti e forse premonendo qualcosa di simile per se stesso, contesta l’intromissione di potenze straniere nelle guerre civili altrui. “L’America ha avuto la sua guerra civile e nessuno ha interferito. Ci sono state guerre civili in Spagna, in Cina e nei Paesi di tutto il mondo. Lasciate che ci sia una guerra civile in Iraq. Se gli iracheni vogliono avere una guerra civile e lottare fra loro, va bene”.
Gheddafi non poteva avere in mente la guerra civile siriana che è cominciata nel 2011, ma se gli occidentali non fossero intervenuti in Iraq non si sarebbe creato l’Isis, se non fossero intervenuti in Siria, consentendo tra l’altro alla Russia di fare lo stesso, non avremmo avuto il macello di Aleppo.
Credo che a Muammar Gheddafi questo coraggioso, lucido e ineccepibile discorso sia costata la pelle. Nel 2011 francesi e americani si intromisero nella appena iniziata guerra civile in Libia, Gheddafi fu linciato in un modo inguardabile degno dell’Isis, e si è creato lo sconquasso che tutti oggi abbiamo sotto gli occhi.
Gli occidentali dovrebbero smetterla con la loro politica di potenza e prepotenza, non solo perché è sommamente ingiusta come notava il leader libico, ma finisce regolarmente per rivolgersi contro i nostri stessi interessi. Come è stato in Serbia, come è stato in Iraq, come è stato in Libia.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 4 febbraio 2017
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Le menzogne occidentali sul terrorismo islamico

12 febbraio 2017

Qui un articolo ben documentato e molto chiaro in merito all’andamento delle vicende che riguardano il cosiddetto Stato islamico negli ultimi tempi. Purtroppo sono un disordinato e non mi riesce facile trovare quanto vado scrivendo (a volte non so bene nemmeno dove ho cacciato lunghi articoli di carattere teorico, figuriamoci gli altri).

Tuttavia, ricordo di avere più volte scritto, pur non facendo previsioni a breve periodo, che alla fine anche l’Isis sarebbe entrato in quella fase “di stanca” e progressivo esaurimento che ha già colto Al Qaeda, malgrado ogni tanto ancora si torni a parlare di qualche non vivida fiammata di tale organizzazione, cui – ricordiamocelo – viene ancora attribuito l’abbattimento delle due Torri gemelle l’11 settembre del 2001; e il cui presunto capo (Bin Laden), dopo anni di “residenza coatta” a pochi Km. da Islamabad (di fatto prigioniero dei pakistani, ma certamente senza avere troppi fastidi né pressioni di consegna da parte americana), sarebbe stato ucciso dai Navy Seals perché stava per opporre resistenza alla cattura e prendere in mano un mitra.
Si ricordi la ben nota sceneggiata di Hillary Clinton e altri maggiorenti politici e militari che avrebbero assistito via TV alla cattura ed effettivo assassinio del presunto capo di Al Qaeda, di cui si era scoperto infine il “covo” (in realtà era prigioniero dei pakistani e dunque anche degli americani, che lo tenevano in serbo per le varie evenienze elettorali del presidente Obama).
Hillary lanciò il ben recitato “wow”, quando gli “alti” spettatori finsero di vedere la soluzione finale. In realtà, sono convinto che, quando si ritenne opportuno chiudere la parentesi di Al Qaeda per inneggiare all’ottimo comportamento delle forze di sicurezza americane (in modo che il popolo potesse sentirsi più tranquillo e grato ai “delicati” personaggi che lo governano e prendono in giro), Bin Laden venne prelevato, accoppato e se ne fece sparire il corpo “a scanso di equivoci”. Del resto, siamo abituati allo specifico genere di criminalità in uso negli Stati Uniti, dove politica e gangsterismo hanno ormai una lunga vita “coniugale” (senza quei facili “divorzi” che coinvolgono attori e cantanti).
Perché ho rifatto questa più lontana “istoria”? Per il semplice fatto che è ora di finirla con tutte queste menzogne sul terrorismo islamico. Non vi è dubbio che – data la situazione venutasi a creare con tutto il caos provocato nel mondo islamico dopo l’attacco degli Usa all’Afghanistan, seguito da molti altri disordini voluti dagli Usa (anche, non scordiamocelo, ai confini della Russia, in Cecenia e nelle Repubbliche centroasiatiche in particolare), che hanno poi trovato speciale accelerazione nel 2011 con l’infame “primavera araba”, approvata pure dai farabutti della presunta “sinistra radicale” europea e italiana (quanto deve essere riscritta la storia degli ultimi anni!) – vi è stata senza dubbio la “fiammata” islamica, che ha conquistato perfino alcune migliaia di “spostati” in paesi europei (ma si tratta di una netta minoranza dei “combattenti”).
Resta il fatto che i capi di tale “fiammata” sanno bene quali rapporti intrattengono con i dirigenti Usa e di una serie di paesi arabi (a questi ultimi strettamente legati), da cui sono stati ampiamente alimentati e foraggiati per una serie di finalità non ancora del tutto note.
Nel gioco sono probabilmente entrate anche le rivalità tra le due subpotenze turca e iraniana. Si sono comunque verificate molte manovre, dal nord Africa e verso il Medioriente, che si sono concentrate pure sul tentativo di buttare giù Assad in Siria e sulla fortissima tensione creata in Irak, ecc. Gli esaltati dalla religione islamica si entusiasmano e vanno in giro a fare i suicidi; ma i loro capi sanno bene di che si tratta, prendono accordi con chi di dovere e si destreggiano in mezzo ai giochi in questione.
E gli intellettuali e giornalisti, ecc., difensori della “nostra civiltà”, fanno da cassa di risonanza (alcuni, pochi, in buona fede, altri perché sono dei tirapiedi degli Usa e genia “di contorno”), stonandoci la testa e raccontandoci che, al massimo a metà secolo, saremo tutti in mano all’Islam. Bene, io faccio una previsione diversa e poi i più giovani diranno chi ha avuto ragione. Nel giro di un ventennio (mi prendo largo) passeremo dal multipolarismo in tendenziale crescita (un assetto mondiale in cui ancora una potenza è superiore alle altre; un po’ come tra guerra civile americana e primo decennio del ‘900) al policentrismo conflittuale acuto del tipo di quello caratterizzato dalle due guerre mondiali del ‘900.
Come sarà in questa fase storica il conflitto per la supremazia mondiale, quali altre fasi di “assestamento” vi saranno, ecc., non lo so prevedere. Dico solo che non è il “destino islamico” quello che ci aspetta, ma qualcosa di ben diverso e che altre volte si è visto nella storia di questo nostro mondo. Tutto sarà assai diverso nelle forme, ma la sostanza del conflitto per la supremazia sarà invece abbastanza simile.
Una delle solite code. Nessuno ha ancora riflettuto abbastanza sul fatto che, nel periodo più acceso del “terrorismo islamico”, l’Italia è stata risparmiata da eventi drammatici come quelli verificatisi in Francia, Germania, ecc.; malgrado abbia accoppato uno dei loro (a Sesto San Giovanni) e malgrado i nostri “esimi” Servizi abbiano messo in allarme più volte le “istituzioni” (e la popolazione).
Chissà perché, questo mi ricorda quando ci furono (anni ’70 e dintorni) contatti di importanti politici italiani (governanti e “oppositori”) con Arafat e il “terrorismo” palestinese; fatto che ci preservò tutto sommato da pericoli estremi (si racconta di contatti tra BR e palestinesi; secondo me, altra balla propagandata dagli americani e governanti italiani per nascondere le loro manovre con alcuni membri di questo spezzone del “rivoluzionarismo” italiano, dimostratosi molto utile, ad es., nel “caso Moro”, e non solo), salvo irritare gli israeliani che ci misero sull’avviso di non esagerare con l’abbattimento dell’Argo nel novembre ’73.
Beh, per il momento terminiamo qui. Però avremo ancora modo di “divertirci” con tutti i casini che gli Stati Uniti continueranno a provocare in giro per il mondo al fine di ritardare la crescita di altre potenze “fastidiose”; fino a quando il multipolarismo non si muterà nel ben temuto policentrismo.

2011: La Libia soffre il furto di 10.000 antichità di valore incalcolabile

1 novembre 2011

La Libia ha perso una collezione unica di patrimonio culturale e storico, i chiamati ‘Tesori di Bengasi ‘. Alcuni delinquenti sono riusciti ad introdursi nella Banca Commerciale Nazionale della Libia e rubare migliaia di monete d’oro ed argento che risalgono all’epoca greca, ed altre antichità che potrebbero essere l’orgoglio di qualsiasi museo del mondo.
Si sa che i criminali hanno sottratto 7.700 monete d’oro, argento e bronzo, molte delle quali sono state coniate nell’epoca di Alessandro Magno (IV secolo a.C.). Ugualmente, sparirono statuette ed altri oggetti di bronzo, avorio e vetro, braccialetti, medaglioni, collane, anelli, pendenti ed altri adornamenti: circa 10.000 opere d’arte in totale elaborate dai maestri dell’antichità.
La maggioranza dei tesori sono stati incontrati tra gli anni 1917 e 1922 durante gli scavi del tempio di Artemide a Cirene, che è stata una colonia greca nella costa settentrionale dell’Africa.

Si può concepire un’idea del valore di questo tesoro tenendo conto che una sola moneta simile a quelle presenti nella collezione è stata venduta in un’asta a Parigi per 431.000 dollari in ottobre di quest’anno.
Sembra che il furto sia stato perpetrato nel maggio del 2011, ma solo oggi è stato reso pubblico. Il CNT forse ha occultato i fatti per non rovinare la sua immagine a livello mondiale o forse non ha avuto tempo sufficiente per controllare i fondi della banca.
L’archeologo libico Hafed Walda che lavora nel King’s College di Londra, crede che gli stessi impiegati della banca abbiano partecipato al furto. Secondo lui, si sono approfittati del caos che regnava nel paese dopo che il regime di Gheddafi stesse traballando ed incominciassero i conflitti armati coi ribelli.
Gli esperti considerano questo saccheggio uno dei più importanti in tutta la storia dell’archeologia. I delinquenti sono ricercati dall’Interpol e dall’UNESCO.
traduzione di Ida Garberi
preso da www.cubadebate.cu

I dieci miti che hanno più inciso sulla guerra contro la Libia

3 ottobre 1011

Di Maximilian C. Forte *
Dal momento che il colonnello Gheddafi ha perso il suo potere militare nella guerra contro la NATO e contro gli insorti / ribelli / nuovo regime, numerosi mezzobusti televisivi hanno preso a celebrare questa guerra come un “successo”.
Costoro ritengono che questa sia una “vittoria del popolo libico” e che tutti dovremmo festeggiare. Altri si gloriano della vittoria esaltando la “responsabilità di proteggere”, “l’interventismo umanitario”, e condannano la “sinistra antimperialista”.
Alcuni di coloro che affermano di essere “rivoluzionari”, o che credono di sostenere la “rivoluzione araba”, in qualche modo reputano opportuno porre su un piano secondario il ruolo della NATO nella guerra, invece esaltano le virtù democratiche degli insorti, magnificano il loro martirio, e assegnano un’importanza al loro ruolo oltre ogni limite.
Vorrei dissentire da questa cerchia di acclamanti, e ricordare ai lettori il ruolo di invenzioni di “verità” ideologicamente motivate, che sono state utilizzate per giustificare, motivare, attivare, rendere più efficace la guerra contro la Libia, e per sottolineare quanto dannosi sono stati gli effetti pratici di questi miti contro i Libici, e contro tutti coloro che favorivano soluzioni pacifiche, non-militariste.
Questi dieci miti più cruciali rientrano in alcune delle affermazioni maggiormente reiterate dagli insorti, e/o dalla NATO, dai leader europei, dall’amministrazione Obama, dai media di più alta diffusione, e perfino dalla cosiddetta “Corte penale internazionale”, i principali attori che hanno recitato nel corso della guerra contro la Libia.
D’altro canto, andiamo ad analizzare alcuni dei motivi per cui queste affermazioni sono considerate più giustamente come folklore imperiale, come miti pilastri del mito massimo – che questa guerra è stata scatenata come “intervento umanitario”, destinato soprattutto a “proteggere i civili”.
Ancora, l’importanza di questi miti risiede nella loro larga riproduzione, con scarsi interrogativi, fino a mortali conseguenze. Inoltre, essi minacciano di falsare gravemente per il futuro gli ideali dei diritti umani e la loro invocazione, aiutando così la costante militarizzazione della cultura e della società occidentale.

Genocidio

Appena pochi giorni dopo l’inizio delle “proteste di piazza” , il 21 febbraio, il Rappresentante permanente aggiunto della Libia presso le Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi, pronto all’immediata defezione, dichiarava: “A Tripoli, ci si attende un vero e proprio genocidio. Gli aerei stanno ancora trasportando mercenari agli aeroporti”. Questo è eccellente: un mito che si compone di miti.
Con questa affermazione, costui metteva insieme tre miti chiave, il ruolo degli aeroporti (quindi la necessità ossessionata di una porta di ingresso per un intervento militare: la “no-fly zone”), il ruolo dei “mercenari” (che significava, semplicemente, i neri), e la minaccia di “genocidio” (adeguata al linguaggio della dottrina delle Nazioni Unite sulla Responsabilità di fornire Protezione).
L’affermazione era tanto maldestra e totalmente priva di fondamento, quanto egli era stato abile nel mettere insieme alla meglio questi tre miti meschini, uno dei quali fondato su un discorso e una pratica razzista, che dura fino ad oggi, con le nuove atrocità riportate contro i migranti africani e i Libici di pelle nera, come pratica quotidiana.
Non è stato il solo a fare queste affermazioni. Tra gli altri come lui, Soliman Bouchuiguir, presidente della Lega libica per i diritti umani, il 14 marzo, dichiarava alla Reuters che se le forze di Gheddafi avessero raggiunto Bengasi, “avverrà un vero e proprio bagno di sangue, un massacro, come quello visto in Ruanda”.
Questa non è l’unica volta che qualcuno avrebbe deliberatamente fatto riferimento ai massacri in Ruanda.
C’è stato il tenente Gen. Roméo Dallaire, l’…eccellentissimo comandante delle forze canadesi della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite per il Ruanda nel 1994, attualmente senatore eletto al Parlamento canadese e co-direttore del progetto “Will to Intervene – Volontà di interposizione” alla Concordia University.
Dallaire, in un precipitoso sprint ad emettere giudizi nel tentativo di valutare la situazione libica, non solo esternava ripetuti riferimenti al Ruanda, ma sottolineava come Gheddafi lanciasse “minacce di genocidio”, asserendo di “volere ripulire la Libia casa per casa”.
Questo è un esempio di come un’attenzione selettiva per gli eccessi retorici di Gheddafi prenda tutto sul serio, quando in altre occasioni i detentori del potere si erano invece affrettati a non tenerne conto: il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Marco Toner, allontanava con cenni di mano, come scacciasse mosche, le presunte minacce di Gheddafi contro l’Europa, asserendo che Gheddafi è “uno che si compiace di una retorica esagerata”.
Invece, il 23 febbraio, il presidente Obama dichiarava che aveva dato istruzioni alla sua amministrazione di trovare una “gamma completa di opzioni” da applicare contro Gheddafi, …quanto più calmo, per contrasto, e quanto più “conveniente”!
Il crimine “genocidio” ha una consolidata definizione giuridica internazionale, come viene ribadito nella Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, in cui il genocidio comporta la persecuzione di un “gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Non tutta la violenza è “genocida”. La violenza intestina, di reciproca distruzione, non è genocidio. Il genocidio non è nemmeno “l’eccesso di violenza”, né la violenza indifferenziata contro civili.
Quello che sia Dabbashi, che Dallaire, e altri non sono riusciti a fare è stato di identificare “il gruppo perseguitato nazionale, etnico, razziale o religioso”, e quanto il genocidio presuntivamente commesso differiva da questi termini. Costoro avrebbero dovuto veramente conoscere meglio la questione (e la conoscono!), uno come ambasciatore alle Nazioni Unite e l’altro come esperto di chiara fama e docente di genocidio.
Questo è il segnale che la creazione del mito era, o intenzionale, o fondata sul pregiudizio.
Quello che l’intervento militare straniero ha realizzato, però, è stato di consentire una violenza genocida reale, quella che è stata regolarmente applicata fino a solo poco tempo fa: l’orribile violenza contro i migranti africani e i Libici neri, presi di mira esclusivamente sulla base del colore della loro pelle. Questa violenza è stata esercitata senza impedimenti, senza giustificazioni, e fino a poco tempo fa, senza alcuna considerazione e senza darne risalto. Infatti, i media , che forniscono la loro collaborazione, sono stati rapidi ad affermare senza prove che ogni uomo catturato o morto di pelle nera doveva essere un “mercenario”.
Questo è il genocidio che il mondo occidentale, bianco, e tutti coloro che dominano la “narrazione” sulla Libia, hanno omesso (e non per caso).

Gheddafi sta “bombardando il suo popolo”

Dobbiamo ricordare che una delle ragioni iniziali nella corsa precipitosa per imporre una “no-fly zone” è stata quella di impedire a Gheddafi di usare la forza aerea per bombardare “il suo popolo”, una fraseologia ben definita, che richiama ciò che è stato tentato e testato con la demonizzazione di Saddam Hussein in Iraq.
Il 21 febbraio, quando i primi “avvertimenti” di “genocidio” venivano allarmisticamente diffusi da parte dell’opposizione libica, sia Al Jazeera che la BBC conclamavano che Gheddafi aveva schierato le sue forze aeree contro i manifestanti, come “segnalava” la BBC : “Testimonianze affermano che aerei militari hanno sparato contro i manifestanti nella città.”
Eppure, il 1 ° marzo, in una conferenza stampa del Pentagono, alle domande: “Avete a disposizione qualche prova che egli [Gheddafi] in realtà abbia sparato contro il suo popolo dal cielo? Ci sono state segnalazioni di questo, ma avete conferme indipendenti? In caso affermativo, in che misura?”, il Ministro della Difesa degli Stati Uniti Robert Gates rispondeva: “Abbiamo visto i comunicati stampa, ma non abbiamo conferme di questo”. Alle sue spalle stava l’ammiraglio Mullen: “Questo è del tutto corretto. Non abbiamo avuto nessun riscontro di sorta”.
In realtà, sostenere che Gheddafi utilizzava perfino gli elicotteri contro manifestanti disarmati era completamente infondato, una pura invenzione basata su affermazioni false.
Questo è tanto importante, dal momento che era il dominio dello spazio aereo libico da parte di Gheddafi che gli interventisti stranieri volevano annullare, e di conseguenza il mito delle atrocità perpetrate dal cielo produceva un valore aggiunto per fornire un buon motivo per un intervento militare straniero, che è andato ben oltre ogni mandato di “protezione di civili”.
David Kirpatrick del The New York Times, già il 21 marzo confermava questo, che “i ribelli sono indifferenti alla fedeltà alla verità nel plasmare la loro propaganda, sostenendo vittorie inesistenti sul campo di battaglia, affermando che stavano ancora combattendo in città importanti dopo essersi ritirati davanti alle forze di Gheddafi, e facendo asserzioni ampiamente gonfiate del comportamento barbarico di queste truppe”.
Le “asserzioni ampiamente gonfiate” sono ciò che è entrato a far parte del folklore imperialista che ha pervaso gli eventi in Libia, che ha fornito le giustificazioni dell’intervento occidentale.
Raramente la folla di giornalisti di stanza a Bengasi ha messo in dubbio o contraddetto i suoi ospiti.

Salvate Bengasi!

Il presente articolo è stato scritto quando le forze di opposizione libiche marciavano contro Sirte e Sabha, le due ultime roccaforti del governo di Gheddafi, con avvertimenti inquietanti alla popolazione che doveva arrendersi, e con altro di sinistro.
A quanto pare, Bengasi è diventata una specie di “città santa” nel discorso internazionale dominato dai leader dell’Unione Europea e della NATO. Bengasi è stata la sola città al mondo a non potere essere toccata. Rappresentava come una terra sacra.
Tripoli? Sirte? Sabha? Queste possono essere sacrificate, visto che tutti stanno a guardare, senza un accenno di protesta che sia da parte di qualcuno dei poteri forti, e visti i primi resoconti su come l’opposizione ha massacrato la gente a Tripoli.

Ma torniamo al mito Bengasi!

“Se aspettavamo un giorno di più,” Barack Obama ha dichiarato nel suo discorso del 28 marzo, “Bengasi, una città quasi delle stesse dimensioni di Charlotte, avrebbe potuto subire un massacro che si sarebbe riverberato in tutta la regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo”.
In una lettera firmata congiuntamente, Obama con il primo ministro britannico David Cameron e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno affermato: “Rispondendo immediatamente, i nostri paesi hanno bloccato l’avanzata delle forze di Gheddafi. Il bagno di sangue che aveva promesso di infliggere ai cittadini della città assediata di Bengasi è stato impedito. Decine di migliaia di vite sono state salvate”.
E allora, i jet francesi hanno bombardano una colonna in ritirata; si trattava, come abbiamo visto, di una colonna molto breve che comprendeva camion e ambulanze, che chiaramente non avrebbero potuto né distruggere né occupare Bengasi.
Oltre alla “retorica esagerata” di Gheddafi, che gli Stati Uniti si sono affrettati a non tenere in conto quando conveniva ai loro scopi, non vi è ad oggi ancora nessuna prova provata che dimostri come Bengasi avrebbe dovuto assistere alla perdita di “decine di migliaia” di vite, come proclamato da Obama, Cameron e Sarkozy.
Questo è stato meglio spiegato dal professor Alan J. Kuperman in “False pretense for war in Libya? – Falso pretesto per la guerra in Libia? :
“La prova migliore che Gheddafi non aveva un piano di genocidio contro Bengasi è che non lo ha perpetrato nelle altre città che in seguito ha ripreso integralmente o parzialmente – Zawiya, Misurata, e Ajdabiya, centri che insieme hanno una popolazione ben superiore a quella di Bengasi …Le azioni di Gheddafi sono state ben diverse dai massacri avvenuti in Ruanda, Darfur, Congo, Bosnia, e in altri campi di sterminio … Nonostante gli onnipresenti cellulari dotati di telecamere e video, non ci sono prove visive di massacri deliberati… Né Gheddafi ha mai minacciato di massacrare i civili di Bengasi, come Obama presumeva. L’avvertimento ‘nessuna pietà’, del 17 marzo, era rivolto solo ai ribelli, come riportato dal New York Times, che sottolineava come il leader della Libia avesse promesso l’amnistia per coloro ‘che deponevano le armi’. Inoltre Gheddafi aveva offerto ai ribelli una via di fuga e frontiera aperta verso l’Egitto, per evitare una lotta ‘dalla fine dolorosa’”.
Per amara ironia, le prove dell’esistenza di uccisioni, commesse da entrambe le parti, si possono riscontrare a Tripoli in questi ultimi giorni, mesi dopo che la NATO ha imposto le sue misure militari “salvavita”. Uccisioni per vendetta sono quotidianamente segnalate sempre con maggiore frequenza, tra cui il massacro di Libici e migranti africani di pelle nera da parte delle forze ribelli. Un’altra triste ironia: a Bengasi, che gli insorti hanno tenuto per mesi, anche dopo che le forze di Gheddafi sono state respinte, neppure qui è stata impedita la violenza: omicidi per vendetta sono stati segnalati anche in questa città, come trattato più avanti.

Mercenari africani.

Patrick Cockburn (giornalista irlandese, corrispondente in Medio Oriente per il Financial Times, attualmente, ricopre lo stesso incarico per l’Independent) ha sintetizzato l’utilità funzionale del mito del “mercenario africano” e il contesto in cui è sorto:
“Da febbraio, i ribelli, spesso sostenuti da potenze straniere, hanno affermato che lo scontro era tra Gheddafi e la sua famiglia da un lato, e il popolo libico dall’altro. La loro giustificazione per la presenza di forze così notevoli a fianco di Gheddafi era che si trattava di tanti mercenari, per lo più dall’Africa nera, il cui unico movente era il denaro”.
Come osserva il giornalista, i prigionieri di pelle nera sono stati messi in mostra per i media (cosa che costituisce una violazione della Convenzione di Ginevra), ma Amnesty International in seguito ha scoperto che tutti i prigionieri erano presumibilmente stati rilasciati, poiché non si trattava di combattenti, ma di lavoratori privi di documenti provenienti dal Mali, Ciad, e Africa occidentale.
Il mito era utile per l’opposizione, che insisteva che questa era una guerra tra “Gheddafi e tutto il popolo libico”, in definitiva come se Gheddafi non godesse di alcun sostegno interno: una montatura colossale e assoluta, tale da far pensare che solo dei bambini potevano credere ad una storia così fantastica.
Il mito è anche utile per cementare la rottura premeditata tra “la nuova Libia” e il Panafricanismo, riallineando così la Libia all’Europa e al “mondo moderno”, che alcuni dell’opposizione pretendevano con insistenza in modo esplicito.
Il mito del “mercenario africano”, indirizzato ad una pratica mortale, razzista, è un fatto che paradossalmente è stato sia documentato che ignorato.
Mesi fa, ho fornito un’ampia rassegna del ruolo dei media a grande diffusione, guidati da Al Jazeera, e del ruolo catalizzatore dei social media nella creazione del mito del mercenario africano.
I primi ad allontanarsi dalla norma di demonizzare gli Africani sub-sahariani e i Libici di pelle nera, invece documentando gli abusi contro questi civili, sono stati il Los Angeles Times e Human Rights Watch,che non avevano riscontrato alcuna prova documentata di mercenari presenti nella parte orientale della Libia (totalmente in contraddizione con le affermazioni presentate come una verità indiscutibile da Al Arabiya e da The Telegraph, tra gli altri, come il Time e The Guardian).
In un discostarsi estremamente raro dalla propaganda sulla minaccia dei mercenari neri, che Al Jazeera e i suoi giornalisti avevano contribuito a divulgare attivamente, la stessa Al Jazeera produceva un documento davvero unico, concentrandosi sulle rapine, sulle uccisioni, sui rapimenti di residenti neri nella parte orientale della Libia (ora che anche la CBS, Channel 4, e altri stanno puntando il dito contro il razzismo, Al Jazeera sta cercando di mostrare ambiguamente un certo interesse sull’argomento!).
Infine, sta spuntando un qualche accresciuto riconoscimento di questa collaborazione dei media nella denigrazione razzista delle vittime civili degli insorti – vedi Fair: “NYT Points Out ‘Racist Overtones’ in Libyan Disinformation It Helped Spread – Il New York Times mette in evidenza le ‘implicazioni razziste’ nella disinformazione sulla situazione in Libia, che ha contribuito a diffondere”.
Il prendere di mira e le uccisioni razziste di Libici neri e di Africani sub-sahariani continuano ancora oggi.
Patrick Cockburn e Kim Sengupta parlano della recente scoperta di un cumulo di “corpi in decomposizione di 30 uomini, quasi tutti neri e molti ammanettati, massacrati mentre giacevano su barelle e anche in ambulanza nel centro di Tripoli”.
E anche, mentre ci mostra il video di centinaia di cadaveri nell’ospedale Abu Salim, la BBC non osa rimarcare il fatto che la maggior parte di questi è chiaramente di pelle nera, e perfino si chiede con stupore anche chi poteva averli uccisi.
Questo non costituisce un problema per le forze anti-Gheddafi.
“Vieni e vedi. Questi sono neri, Africani, assunti da Gheddafi, mercenari”, urlava Ahmed Bin Sabri, intervistato da Sengupta, sollevando il lembo della tenda per mostrare il corpo di un paziente morto, la sua T-shirt grigia macchiata di rosso scuro di sangue, la flebo di soluzione salina ancora in esecuzione nel braccio nero coperto di mosche.
Perché un uomo ferito che stava ricevendo delle cure era stato giustiziato?
Recenti documenti rivelano che gli insorti sono impegnati in una pulizia etnica contro i Libici neri a Tawergha; questi insorti si definiscono “Brigate per la purificazione dagli schiavi, dalla pelle nera”, giurando che nella “nuova Libia” i neri di Tawergha sarebbero stati esclusi dall’assistenza sanitaria e scolastica nella vicina Misurata, da cui i Libici neri era già stati espulsi dagli insorti.
Attualmente, Human Rights Watch ha riferito: “Libici dalla carnagione nera e Africani sub-sahariani devono affrontare rischi particolari perché le forze ribelli e altri gruppi armati spesso li hanno considerati mercenari pro-Gheddafi provenienti da altri paesi africani. Siamo stati spettatori di violente aggressioni e uccisioni di queste persone in aree prese sotto controllo dal Consiglio Nazionale di Transizione”.
Amnesty International ha appena riferito sulla detenzione spropositata di neri Africani ad Az-Zawiya sotto controllo dei ribelli, e come lavoratori agricoli migranti, disarmati, siano presi di mira. Continuano ad aumentare le denuncie messe per scritto da altre organizzazioni per i diritti umani, che accusano con prove il fatto che gli insorti prendono di mira i lavoratori migranti dell’Africa sub-sahariana.
Anche il presidente dell’Unione africana, Jean Ping, ha recentemente dichiarato:
“Il Consiglio Nazionale di Transizione (NTC) sembra confondere la gente nera con mercenari. Tutti i neri sono mercenari. Se si fa così, significa che un terzo della popolazione della Libia, che è nero, è anche costituito da mercenari. Stanno uccidendo la gente, semplici lavoratori, li maltrattano.”
Il mito del “mercenario africano” continua ad essere il più immorale di tutti i miti, e il più razzista. Nei giorni scorsi, i giornali come il Boston Globe, acriticamente e incondizionatamente, mostrano ancora le fotografie delle vittime o dei detenuti di pelle nera, con l’affermazione immediata che deve trattarsi di mercenari, nonostante l’assenza di qualsiasi prova.
Anche noi usualmente abbiamo raccolto occasionali affermazioni che Gheddafi è “noto per avere” reclutato “nel passato” Africani provenienti da altre nazioni, senza nemmeno preoccuparsi di sapere se quelli mostrati nelle foto erano Libici neri.
I linciaggi sia di Libici neri che di lavoratori migranti dell’Africa sub-sahariana sono avvenuti di continuo, e a questo riguardo non si è sentita mai alcuna espressione di preoccupazione, anche puramente simbolica, dagli Stati Uniti e dai membri della NATO, e nemmeno hanno suscitato l’interesse del cosiddetto “Tribunale penale internazionale”.
Esiste una trascurabile possibilità che venga fatta giustizia per le vittime, in quanto non c’é nessuno che ponga fine a questi crimini efferati che costituiscono chiaramente un caso di pulizia etnica.
I media, solo ora e sempre più, si stanno rendendo conto della necessità di coprire questi crimini, avendoli nascosti per mesi.

Viagra – combustibile per lo stupro di massa

I delitti denunciati e le violazioni dei diritti umani da parte del regime di Gheddafi sono terribili abbastanza, che ci si deve chiedere perché qualcuno trovi la necessità di inventare storie, come quella delle truppe di Gheddafi, con erezioni procurate dal Viagra, che se ne vanno in giro in una baldoria di stupri.
Forse tutto ciò è stato spacciato perché rappresenta il tipo di storia che “cattura l’immaginazione dell’opinione pubblica, traumatizzandola”.
Questa storia è stata presa così sul serio che qualche persona ha iniziato a scrivere a Pfizer per farli smettere di vendere Viagra in Libia, visto che il loro prodotto presumibilmente veniva usato come “arma di guerra”.
D’altro canto, c’è gente che avrebbe dovuto sapere meglio come produrre disinformazione deliberata nei confronti dell’opinione pubblica internazionale.
La storia del Viagra è stata diffusa innanzitutto dall’emittente televisiva Al Jazeera, in collaborazione con i suoi partner ribelli, favorita dal regime del Qatar, che finanzia Al Jazeera. E poi ripresa da quasi tutti i principali mezzi di comunicazione dell’Occidente.
Luis Moreno-Ocampo, procuratore generale del Tribunale penale internazionale, si è presentato davanti ai media del mondo per dire che esistevano “prove” che Gheddafi distribuiva Viagra alle sue truppe in modo da “migliorare la potenzialità degli stupratori”, e che era Gheddafi ad ordinare lo stupro di centinaia di donne.
Moreno-Ocampo insisteva: “Stiamo ricevendo informazioni che è stato lo stesso Gheddafi a decidere sugli stupri” e che “noi abbiamo informazioni che in Libia era prassi la politica dello stupro contro gli oppositori del governo”. Perfino, esclamava che il Viagra è “come un machete”, e che “il Viagra è uno strumento per lo stupro di massa”.
In una dichiarazione sorprendente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, anche l’ambasciatrice degli Stati Uniti Susan Rice affermava che Gheddafi stava fornendo alle sue truppe il Viagra per incoraggiare lo stupro di massa. Non offriva alcuna prova per sostenere la sua denuncia. Infatti, le fonti militari e di intelligence statunitensi nettamente contraddicevano la Rice, comunicando alla NBC News che “non esistono prove che alle forze militari libiche venga dato il Viagra per impegnarle in stupri sistematici contro le donne nelle aree dei ribelli”.
La Rice è un’interventista liberale, una di coloro che hanno convinto Obama ad intervenire in Libia. Ha usato questo mito, perché il “mito del Viagra” l’ha aiutata a portare avanti alle Nazioni Unite la tesi che non c’era “equivalenza morale” tra gli abusi contro i diritti umani da parte di Gheddafi e quelli degli insorti.
Inoltre, la Segretaria di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton ha anche dichiarato che “le forze di sicurezza di Gheddafi e altri gruppi della regione stanno cercando di dividere il popolo, utilizzando la violenza contro le donne e lo stupro come strumenti di guerra, e gli Stati Uniti condannano questo nei termini più energici possibili”. Ha aggiunto di essere “profondamente preoccupata” per queste notizie di “stupri su larga scala”. (Lei, finora, non si è mai pronunciata riguardo i linciaggi razzisti perpetrati dai ribelli!)
Il 10 giugno, Cherif Bassiouni, che sta conducendo un’inchiesta delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti in Libia, ha suggerito che le affermazioni sul Viagra e lo stupro di massa facevano parte di una “isteria generalizzata”. Infatti, entrambe le parti in conflitto lanciavano le stesse accuse, gli uni contro gli altri.
Per di più, Bassiouni riferiva alla stampa di un caso di “una donna che sosteneva di avere inviato 70.000 questionari e di avere ricevuto 60.000 risposte, di cui 259 segnalavano abusi sessuali”.

[N.d.tr.: Si tratta della psicologa infantile, dottoressa Siham Sergewa di Bengasi, alla quale le ex guardie del corpo del Raìs avrebbero raccontato di essere state abusate non soltanto da lui, ma anche dai suoi figli. Questa signora era stata la fonte dell’accusa diffusa in tutto il mondo che i soldati libici governativi usavano lo stupro come arma di guerra. Quando Diana Eltahawy, di Amnesty International, le ha chiesto di poter incontrare alcune donne, la psicologa ha detto di aver perso i contatti.
Cherif Bassiouni ha sottolineato che, quando le è stata chiesta copia dei 60.000 questionari restituiti, non li ha mai inoltrati.]

Tuttavia, i gruppi di ricercatori di Bassiouni interrogati su tali questionari, hanno dichiarato di non averne visionato uno.
“Allora costei va in giro per il mondo raccontando a tutti di questo… ha fornito queste informazioni ad Ocampo, e Ocampo si è convinto che qui siamo in presenza di un gruppo impressionante di 259 donne che hanno risposto al fatto di avere subito abusi sessuali”, ha ribadito Bassiouni, che inoltre sottolineava: “Non sembra essere credibile che la donna sia stata in grado di inviare 70 mila questionari in marzo, quando il servizio postale non era più funzionante”.
Tuttavia, il team di Bassiouni ha “rilevato solo quattro presunti casi” di stupri e abusi sessuali:
“Da ciò è possibile trarre la conclusione che vi sia una politica sistematica dello stupro? A mio parere non si può!”
Oltre che alla commissione delle Nazioni Unite, Donatella Rovera di Amnesty International ha sostenuto in un’intervista al quotidiano francese Libération, che Amnesty “non aveva riscontrato casi di stupro…. Non solo non abbiamo incontrato alcuna vittima, ma nemmeno abbiamo ancora incontrato persone che hanno incontrato le vittime. Per quanto riguarda le scatole di Viagra, che si suppone siano state distribuite da Gheddafi, sono state rinvenute intatte… vicino a carri armati completamente bruciati”.
Nonostante ciò, questo non ha impedito ad alcuni manipolatori di notizie il tentativo di ribadire le accuse per gli stupri, in forma modificata.
La BBC è arrivata ad aggiungere un altro tassello, perfino pochi giorni dopo che Bassiouni aveva umiliato la Corte penale internazionale e i media: la BBC ora affermava che le vittime di stupro in Libia erano state oggetto di “delitti d’onore”. Questa è una novità per i pochi Libici che conosco, che non hanno mai sentito parlare di delitti d’onore nel loro paese.
La letteratura accademica sulla Libia tratta questo fenomeno poco o per nulla presente in Libia.
Il mito “delitti d’onore” ha l’utile scopo di mantenere viva la pretesa dello stupro di massa: esso suggerisce la giustificazione del perché le donne non si sarebbero fatte avanti a testimoniare, per la vergogna!
Anche pochi giorni dopo le dichiarazioni di Bassiouni, gli insorti libici, in collaborazione con la CNN, hanno fatto un ultimo disperato tentativo per salvare le accuse di stupro: “hanno presentato un telefono cellulare con un video di stupro”, sostenendo che apparteneva a un soldato governativo.
Gli uomini mostrati nel video sono in abiti civili. Non ci sono prove di Viagra. Non c’è una data sul video e non abbiamo idea di chi lo abbia registrato, o dove. Coloro che presentavano il cellulare affermavano che esistevano molti altri video di questo tipo, ma che avevano ritenuto opportuno distruggerli per preservare l’“onore” delle vittime.

Responsabilità di Proteggere (R2P).

L’aver affermato, a torto come abbiamo visto, che la Libia era in procinto di subire un imminente “genocidio” per mano delle forze di Gheddafi, ha reso più facile per le potenze occidentali invocare la dottrina delle Nazioni Unite del 2005 sulla “Responsabilità di Proteggere –R2P”.
Nel frattempo, non è affatto chiaro come, dal momento in cui il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato la Risoluzione 1973, la violenza in Libia abbia addirittura raggiunto i livelli constatati in Egitto, Siria e nello Yemen.
Il ritornello più comune utilizzato contro i critici della selettività di questo presunto “interventismo umanitario” si fonda solo sul fatto che, poiché l’Occidente non può intervenire “dappertutto”, questo non significa che non dovrebbe intervenire in Libia.
“Forse … ma questo ancora non spiega perché la Libia sia stata scelta come bersaglio”.
Questo è un punto dirimente, perché alcune delle prime critiche alla R2P espresse presso le Nazioni Unite avevano sollevato il problema della selettività, di chi deve decidere, e perché alcune crisi in cui sono presi di mira i civili (ad esempio, a Gaza) sono sostanzialmente ignorate, mentre altre ricevono la massima preoccupazione, e se la R2P possa servire come nuova foglia di fico per geopolitiche egemoniche.
Il mito messo qui in atto si fonda sul fatto che l’intervento militare straniero sarebbe guidato da preoccupazioni umanitarie.
Per rendere efficace il mito, si devono ignorare volontariamente almeno tre realtà fondamentali.
Quindi, si deve ignorare la nuova corsa all’Africa, in cui gli interessi della Cina appaiono in competizione con l’Occidente per l’accesso alle risorse e per le aree di influenza politica, qualcosa che è destinato a sfidare l’AFRICOM.

[N.d.tr.: L’Africa Command (AFRICOM) del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, formalmente attivo dall’ottobre 2008, è responsabile per le operazioni e relazioni militari con 53 paesi di tutta l’Africa, ad esclusione del solo Egitto.]

Gheddafi ha sfidato l’intento dell’AFRICOM di stabilire basi militari in Africa. Da allora, AFRICOM ha partecipato direttamente all’intervento in Libia e in particolare alla “Operation Odyssey Dawn – Operazione Alba dell’Odissea”.
Horace Campbell (docente universitario e attivista politico giamaicano) ha sostenuto che “il coinvolgimento degli Stati Uniti nel bombardare la Libia si è trasformato in una manovra di pubbliche relazioni in favore dell’AFRICOM”, e in “una opportunità per fornire credibilità all’AFRICOM, approfittando dell’intervento libico”.
Inoltre, il potere e l’influenza di Gheddafi sul continente africano stava sempre più diffondendosi, attraverso gli aiuti, gli investimenti, e una serie di progetti volti a diminuire la dipendenza dell’Africa dall’Occidente e a sfidare le istituzioni multilaterali occidentali con la costruzione dell’unità africana – presentandosi all’Africa come oppositore degli interessi degli Stati Uniti.
Secondariamente, non solo si deve ignorare l’inquietudine degli interessi petroliferi occidentali causata dal “nazionalismo delle risorse” propugnato da Gheddafi, (che minacciava di riprendere ciò che le compagnie petrolifere avevano guadagnato), ansietà ora chiaramente manifesta nella corsa delle compagnie europee in Libia per raccogliere il bottino della vittoria, ma si deve ignorare anche l’apprensione per quello che Gheddafi stava facendo con le entrate derivanti dal petrolio, per sostenere una maggiore indipendenza economica africana e per appoggiare storicamente i movimenti di liberazione nazionale che sfidavano l’egemonia occidentale.
In terzo luogo, si deve ignorare anche il timore a Washington che gli Stati Uniti stessero perdendo la presa sul corso della cosiddetta “rivoluzione araba”.
Quando si pongono una sull’altra queste realtà e le si mettono in relazione alle preoccupazioni ambigue e parzialmente “umanitarie”, e quindi si conclude che, sì, i diritti umani sono quelli che contano di più, questa conclusione sembra non plausibile e per nulla convincente, soprattutto visti gli atroci precedenti delle violazioni dei diritti umani da parte della NATO e degli Stati Uniti in Afghanistan, Iraq, e prima nel Kosovo e in Serbia.
Il punto di vista umanitario è semplicemente né credibile né minimamente logico.
Se la R2P risulta fondata su ipocrisia morale e contraddizioni – ormai definitivamente alla luce del sole – diventerà molto più difficile in futuro urlare ancora “al lupo, al lupo” e aspettarsi un’attenzione rispettosa.
È un fatto che poco si sia tentato in termini di trattative diplomatiche e pacifiche a precedere l’intervento militare, mentre addirittura Obama viene accusato da alcuni di essere stato lento a reagire, è stata piuttosto scatenata una corsa alla guerra su un ritmo che ha superato di molto i tempi dell’invasione dell’Iraq da parte di Bush.
Non solo sappiamo dall’Unione Africana come i suoi sforzi per creare una transizione pacifica siano stati ostacolati, ma Dennis Kucinich [politico ed ambientalista statunitense, esponente del Partito Democratico e membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato dell’Ohio] rivela anche di aver ricevuto segnalazioni che una soluzione pacifica era a portata di mano, solo per essere “fatta naufragare da funzionari del Dipartimento di Stato”.
Si tratta di violazioni che mettono assolutamente in crisi la dottrina R2P, dimostrando invece come gli ideali di questa teoria sulla “protezione” possono essere utilizzati per una pratica che si è tradotta in una marcia impetuosa verso la guerra, una guerra volta a un cambio di regime (che è di per sé una violazione del diritto internazionale!).
Che la R2P sia servita come un mito per giustificare il risultato ottenuto spesso tutto all’opposto degli obiettivi dichiarati, non è più una sorpresa.
Non sto nemmeno parlando del ruolo sostenuto dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti nel bombardare la Libia e aiutare gli insorti, comunque hanno surrogato l’Arabia Saudita nell’intervento militare per schiacciare le proteste per la democrazia in Bahrein, né del velo di turpitudine steso su un intervento guidato da gente del calibro di coloro che hanno commesso abusi incontrastati contro i diritti umani, che hanno commesso crimini di guerra impunemente in Kosovo, Iraq e Afghanistan.
Invece, sto affrontando un argomento più ristretto, come, ad esempio, i casi documentati in cui la NATO non solo per sua volontà non è riuscita a proteggere i civili in Libia, ma anche deliberatamente e consapevolmente li ha assunti come bersagli, con modalità indicate come “terrorismo” dalla maggior parte delle definizioni ufficiali utilizzate dai governi occidentali.
La NATO ha ammesso di avere preso deliberatamente di mira la televisione di Stato della Libia, uccidendo tre giornalisti civili, in un’azione condannata dalle federazioni internazionali dei giornalisti come una violazione diretta di una risoluzione del 2006 del Consiglio di Sicurezza, che vieta assolutamente gli attacchi contro i giornalisti.
Un elicottero Apache statunitense, una riproduzione delle infami uccisioni viene mostrata nel video “Murder Collateral – Strage Collaterale”, ha fatto fuoco sui civili nella piazza centrale di Zawiya, uccidendo, tra gli altri, il fratello del Ministro dell’Informazione.
Applicando in modo piuttosto estensivo la nozione di ciò che costituisce “strutture e impianti di comando e controllo”, la NATO ha centrato con le bombe uno spazio civile residenziale causando la morte di alcuni membri della famiglia Gheddafi, tra cui tre nipoti.
Per proteggere il mito della “protezione dei civili” e la contraddizione irragionevole di una “guerra per i diritti umani”, i media principali hanno spesso sottaciuto sulle vittime civili causate dai bombardamenti NATO.
La R2P risulta invisibile quando si tratta di raccontare dei civili presi come obiettivi da parte della NATO.
Nell’ambito della mancata protezione dei civili, in un modo che è in realtà un reato penale internazionale, abbiamo a disposizione numerosi rapporti di navi NATO che hanno ignorato le invocazioni di soccorso di imbarcazioni di profughi nel Mediterraneo che fuggivano dalla Libia.
Nel mese di maggio, 61 rifugiati africani sono morti in un unico barcone, nonostante il contatto con navi appartenenti a stati membri della NATO.
In una macabra ripetizione di questa situazione, sono decine i morti ai primi di agosto su un’altra barca fatiscente. In realtà, su segnalazione della NATO, sono almeno 1.500 i rifugiati in fuga dalla Libia morti in mare dall’inizio della guerra. Si trattava per lo più di Africani sub-sahariani, e sono morti in numero ben superiore dei morti che Bengasi ha dichiarato di aver subito durante le proteste. La R2P, per queste persone, non veniva assolutamente applicata!
La NATO ha sviluppato una torsione terminologica particolare per la Libia, orientata ad assolvere i ribelli di qualsiasi risma nel loro perpetrare crimini contro i civili, ha abdicato così alla sua cosiddetta “responsabilità di proteggere”.
Nel corso del conflitto, i portavoce della NATO, degli Stati Uniti e dei governi europei costantemente dipingevano tutte le azioni delle forze di Gheddafi come “minacce ai civili”, anche quando queste forze erano impegnate o in azioni difensive, o combattevano contro avversari armati.
Per esempio, questa settimana il portavoce della NATO, Roland Lavoie, “ha dovuto sforzarsi per dare spiegazioni su come la NATO avesse protetto i civili a questo stadio della guerra. Interrogato sull’affermazione della NATO che asseriva di avere colpito 22 veicoli corazzati vicino a Sirte il lunedì, non è riuscito a dire quanto i veicoli risultassero minacciosi per i civili, e nemmeno se erano in movimento o in sosta”.
Proteggendo i ribelli, mentre allo stesso tempo si parla di protezione di civili, risulta evidente che la NATO si rivolge a noi in modo che possiamo considerare gli oppositori armati di Gheddafi come semplici civili.
È interessante notare come in Afghanistan, dove la NATO e gli Stati Uniti finanziano, contribuiscono ad armare e addestrare il regime di Karzai nelle aggressioni contro “il suo stesso popolo” (come viene fatto in Pakistan), gli oppositori armati vengono sempre etichettati come “terroristi” o “rivoltosi”, anche se la maggior parte di costoro sono civili che non hanno mai servito in alcun esercito ufficiale permanente.
In Afghanistan sono dei “rivoltosi”, e i loro decessi per mano della NATO sono elencati separatamente dai conteggi delle vittime civili. Con un colpo di magia, in Libia, gli oppositori sono tutti “civili”.
In risposta all’annuncio del voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per un intervento militare, un traduttore volontario per i giornalisti occidentali a Tripoli ha fatto questa osservazione fondamentale: “I civili, che portano pistole, fucili ed armi varie; e voi volete proteggerli? Si tratta di uno scherzo. Siamo noi i civili! E cosa fate per noi?”
In Libia, la NATO ha fornito uno scudo per i rivoltosi, e ha reso vittime i civili disarmati nelle zone occupate dai ribelli. In questi casi, non si è vista traccia di alcuna “responsabilità di proteggere”. La NATO ha dato manforte ai ribelli nell’affamare Tripoli, sottoponendo la sua popolazione civile ad un assedio che ha privato cittadini disarmati di acqua, cibo, medicine e carburante.
Quando Gheddafi è stato accusato di fare questo a Misurata, i media internazionali si sono affrettati a citarlo come criminale di guerra.
“Salvate Misurata, ammazzate Tripoli!” – si voglia etichettare una qualsiasi cosa come “logica”, ebbene l’umanitarismo non è un’opzione accettabile.
Lasciando da parte i crimini documentati commessi dai ribelli contro i Libici neri e i lavoratori migranti africani, Human Rights Watch ha avuto riscontri che i rivoltosi hanno praticato “saccheggi, incendi dolosi, e hanno abusato dei civili in [quattro] città recentemente catturate nella parte occidentale della Libia”.
A Bengasi, che ora gli insorti hanno conquistato da mesi, non più tardi di questo mese di maggio il The New York Times ha denunciato omicidi per vendetta, e da Amnesty International a fine giugno, e biasimato il Consiglio nazionale di transizione degli insorti .
La “Responsabilità di Proteggere”? Sembra ormai una feroce presa in giro!

Gheddafi — il Demonio.

A seconda del punto di vista, o Gheddafi è un rivoluzionario eroico, e quindi la demonizzazione da parte dell’Occidente è grave ed estrema, o Gheddafi è un uomo veramente malvagio, nel qual caso la demonizzazione è inutile e assurda.
Qui il mito si concretizza nella storia del potere di Gheddafi, caratterizzata solo da atrocità – lui è completamente malvagio, senza alcuna qualità di riscatto, e chiunque sia accusato di essere un “sostenitore di Gheddafi” dovrebbe in qualche modo provare più vergogna rispetto a coloro che apertamente sostengono la NATO.
Questo è assolutismo binario, nella peggiore delle ipotesi – praticamente non viene presa in considerazione in nessun modo la possibilità che alcuni potrebbero non appoggiare né Gheddafi, né gli insorti, né la NATO. Ognuno deve essere costretto in uno di quei campi, senza eccezioni consentite. Quello che risulta è un dibattito ipocrita, dominato da fanatici da una parte o dall’altra. Perso nella discussione, il riconoscimento dell’ovvio: per quanto Gheddafi sia andato “a letto” con l’Occidente negli ultimi dieci anni, ora le sue forze stanno combattendo contro una NATO decisa ad impadronirsi del suo paese.
Altro risultato conseguito è stato l’impoverimento della consapevolezza storica, e il deterioramento delle più complesse valutazioni ad ampio raggio sull’operato di Gheddafi.
Questo potrebbe contribuire a spiegare perché alcuni non si sarebbero affrettati a condannare e sconfessare l’uomo (senza dover ricorrere a rozze e infantili caricature per le loro motivazioni). Mentre anche Glenn Greenwald (un giurista statunitense di area liberal) sente il bisogno deferente di mettere le mani avanti, “Nessun essere umano decente potrebbe nutrire simpatia per Gheddafi,” io ho conosciuto esseri umani decenti in Nicaragua, Trinidad, Repubblica Dominicana, e fra i Mohawk a Montreal, che apprezzano molto l’appoggio ricevuto da Gheddafi, per non parlare del suo sostegno ai vari movimenti di liberazione nazionale, non ultimo alla lotta contro l’apartheid in Sud Africa.
Il regime di Gheddafi ha molte facce: alcune sono giudicate dai suoi oppositori interni, altre lo sono dai beneficiari del suo aiuto, e altre sono state oggetto di sorrisi da parte di personaggi del calibro di Silvio Berlusconi, Nicolas Sarkozy, Condoleeza Rice, Hillary Clinton e Barack Obama.
Esistono molte facce, e tutte allo stesso tempo sono reali.
Alcuni si rifiutano di “rinnegare” Gheddafi, di “chiedere scusa” per la loro amicizia nei suoi confronti, non importa quanto sgradevole, indecente, imbarazzante altri, che sono “progressisti”, possano trovare in questo. Questo è degno di rispetto, non questo bullismo tanto di moda dell’ultima ora e nemmeno i colpi violenti di una banda che riduce una serie di posizioni ad un’unica accusa infantile: “Voi sostenete un dittatore!”. Ironia della sorte, noi sosteniamo molti dittatori, soprattutto con i nostri soldi delle tasse, e di solito non porgiamo le nostre scuse per questo fatto.
A proposito della valutazione complessiva sull’operato di Gheddafi, che dovrebbe resistere a semplificazioni revisioniste e semplicistiche, alcuni potrebbero aver cura di notare che, a tutt’oggi, la pagina web sulla Libia del Dipartimento di Stato statunitense rimanda ancora a uno “Studio sui Paesi” condotto dalla Biblioteca del Congresso, che presenta alcune delle molte realizzazioni di assistenza sociale del governo Gheddafi portate avanti nel corso degli anni nel campo delle cure mediche, degli alloggi pubblici, e dell’istruzione.
Inoltre, i Libici hanno il più alto tasso di alfabetizzazione in Africa (vedi UNDP, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, p. 171) e la Libia è l’unica nazione dell’Africa continentale a classificarsi in “alto” nell’Indice di Sviluppo Umano dell’UNDP. Perfino la BBC ha riconosciuto questi risultati:
“Le donne in Libia sono libere di lavorare e vestirsi come vogliono, non sono assoggettate a vincoli familiari. L’aspettativa di vita media è di settant’anni. E il reddito annuo pro-capite – sebbene non così alto come ci si aspetterebbe, date le ricchezze petrolifere della Libia e la popolazione relativamente bassa di 6.5 milioni di abitanti – dalla Banca Mondiale viene stimato intorno ai 12.000 dollari (9.000 lire sterline).
L’analfabetismo è stato quasi del tutto debellato, così come il problema dei senza casa – un problema cronico nell’era pre-Gheddafi, quando baracche di lamiera ondulata punteggiavano molti centri urbani in tutto il paese”.
Dunque, se uno è a favore dell’assistenza sanitaria pubblica, significa che è automaticamente a favore della dittatura? E se “il dittatore” finanzia l’edilizia abitativa pubblica e sovvenziona i redditi, dobbiamo semplicemente cancellare questi fatti dalla nostra memoria?

Combattenti per la Libertà – gli Angeli

A complemento della demonizzazione di Gheddafi è arrivata la angelizzazione dei “ribelli”.
Il mio intervento non ha l’obiettivo di contrastare il mito invertendolo, quindi demonizzando tutti gli oppositori di Gheddafi, i quali hanno molti motivi di risentimento, gravi e legittimi, e molti di costoro hanno sicuramente dovuto subire più di quello che è possibile sopportare.
Sono invece interessato a come “noi”, che stiamo sul piatto nord-atlantico della bilancia, abbiamo costruito l’angelizzazione in modo tale da giustificare il nostro intervento.
Un metodo standard, ripetuto in diverse maniere attraverso una vasta schiera di mezzi di comunicazione e di portavoce del governo USA, che può essere sintetizzato in questa rappresentazione dei ribelli fatta del New York Times , come “professionisti dalla mentalità laica – avvocati, accademici, uomini d’affari – che parlano di democrazia, trasparenza, diritti umani, stato di diritto”.
Questo elenco di professioni familiari alla classe media statunitense, e da questa ritenute rispettabili, è fatto apposta per ispirare un senso condiviso di identificazione tra i lettori e gli oppositori libici, specialmente quando noi richiamiamo di continuo che è dalla parte di Gheddafi dove risiedono le forze del male: le principali “professioni” che troviamo da questa parte sono torturatori, terroristi, e mercenari africani.
Per molte settimane è stato quasi impossibile ottenere dai reporter vicini al Consiglio Nazionale di Transizione dei ribelli a Bengasi una seppur minima descrizione di chi costituisse il movimento anti-Gheddafi, se fosse un’unica organizzazione o più gruppi distinti, quale fosse la loro agenda, e così via.
Il leitmotiv delle cronache, abilmente condotto, assegnava alla ribellione la parte di un movimento interamente spontaneo e indigeno – il che può essere vero, in parte, ma può anche essere un’eccessiva semplificazione.
Tra le notizie, che complicavano il quadro in maniera significativa, vi erano quelle che denunciavano legami della CIA con gli insorti; altre mettevano in luce il ruolo del National Endowment for Democracy, dell’International Republican Institute, del National Democratic Institute, e dell’USAID (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale), tutte agenzie attive in Libia dal 2005; altre analizzavano in dettaglio il ruolo dei vari gruppi di fuorusciti; e venivano diffusi rapporti sul ruolo attivo delle milizie “radicali Islamiste” inserite all’interno dell’insurrezione generale, ed alcuni indicavano legami con Al Qaeda.
Alcuni sentono il bisogno assoluto di essere dalla parte dei “bravi ragazzi”, soprattutto in quanto né l’Iraq né l’Afghanistan offrono una tale sensazione di giusta rivendicazione.
Gli Statunitensi vogliono che il mondo veda che stanno facendo una cosa giusta, e che consideri questa cosa non solo indispensabile, ma anche del tutto corretta. Non potrebbero sperare in niente di meglio che essere visti come coloro che così stanno espiando i loro peccati commessi in Iraq e in Afghanistan. Questo è un momento speciale, in cui la parte del cattivo può tornare ad essere sostenuta ancora una volta da altri. Un mondo, sicuro per gli Stati Uniti è un mondo insicuro per i malvagi.
Marcia banda, majorettes fate volteggiare i bastoni, Anderson Cooper, coriandoli – abbiamo capito!
[Anderson Cooper conduce uno show giornaliero sulla CNN ed è l’inviato di punta della tv americana]

Vittoria per il popolo della Libia

Dire che la svolta in corso in Libia rappresenta una vittoria per il popolo libico nel pianificare il proprio destino è, nel migliore dei casi, una semplificazione, che maschera la portata degli interessi in ballo fin dall’inizio nel dar forma e nel determinare il corso degli eventi sul campo, e che trascura il fatto che per gran parte del conflitto Gheddafi ha potuto contare su una solida base di appoggio popolare.
Fin dal 25 febbraio, solo una settimana dopo l’inizio delle prime proteste nelle strade, Nicolas Sarkozy aveva già stabilito che Gheddafi “doveva andarsene”.
Il 28 febbraio, David Cameron ha cominciato a lavorare su una proposta per una “no-fly zone” – queste dichiarazioni e decisioni sono state diffuse senza nessun tentativo di dialogo o di intervento diplomatico.
Il 30 marzo, il New York Times riportava che da “diverse settimane” operatori della CIA erano entrati in azione in Libia, il che significava che erano nel paese dalla metà di febbraio, cioè da quando erano iniziate le proteste – e a loro si erano uniti poi, all’interno della Libia, “decine di membri delle forze speciali britanniche e ufficiali dello spionaggio britannico dell’MI6”.
Inoltre, il NYT riportava nello stesso articolo che, “diverse settimane” prima (ancora una volta, intorno alla metà di febbraio), il Presidente Obama “aveva firmato un documento segreto che autorizzava la CIA a rifornire di armi e altre forme di supporto i ribelli libici”, intendendo con “altre forme di supporto” una serie di possibili “azioni sotto copertura”.
L’USAID aveva schierato in Libia un reparto già agli inizi di marzo. Alla fine di marzo, Obama dichiarava pubblicamente che l’obiettivo era quello di deporre Gheddafi.
Con una espressione terribilmente ambigua, “un alto funzionario degli Stati Uniti affermava che l’amministrazione aveva sperato che le sollevazioni in Libia si sarebbero evolute ‘organicamente’, come quelle in Tunisia e in Egitto, senza il bisogno di un intervento straniero” – il che suona esattamente come il tipo di affermazione che si fa quando qualcosa inizia in un modo che non è “organico”, e quando si confrontano gli eventi in Libia come caratterizzati da un potenziale deficit di legittimità rispetto a quelli di Tunisia ed Egitto.
Eppure, il 14 marzo, Abdel Hafeez Goga del Consiglio Nazionale di Transizione asseriva:
“Siamo in grado di controllare tutta la Libia, ma soltanto dopo che verrà imposta la no-fly zone” – ma non è ancora così, dopo sei mesi!
Di più, in giorni recenti è stato rivelato che ciò a cui la leadership dei ribelli aveva giurato si sarebbe opposta – “stivali stranieri sulla nostra terra” – è invece una realtà confermata dalla NATO: “Reparti delle forze speciali dalla Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar, presenti sul suolo libico, hanno incrementato le operazioni a Tripoli e in altre città, di recente, per aiutare le forze ribelli, mentre queste dirigevano la loro avanzata finale contro il regime di Gheddafi”.
Questa, e altre sintesi, grattano soltanto la superficie dell’ampiezza dell’appoggio esterno fornito ai ribelli.
Qui, il mito è quello dei ribelli nazionalisti, autosufficienti, forniti totalmente di sostegno popolare. Al momento, i sostenitori della guerra stanno dichiarando che l’intervento è un “successo”. Bisognerebbe sottolineare come c’è già stato un altro caso in cui una campagna aerea, dispiegata a sostegno di milizie armate locali sul terreno, aiutate da consiglieri militari degli Stati Uniti sotto copertura, è riuscita a deporre un altro regime, e anche molto più velocemente. Questo è il caso dell’Afghanistan. Un successo!

Sconfitta per la “sinistra”

Ripetendo lo schema degli articoli di condanna alla “sinistra” pubblicati sulla scia delle proteste per le elezioni in Iran del 2009 (vedi ad esempio Hamid Dabashi e Slavoj Zizek), la guerra in Libia, ancora una volta è sembrata aver fornito l’opportunità di prendere di mira la sinistra, come se questo fosse il primo punto all’ordine del giorno – come se “la sinistra” fosse il problema da affrontare.
Ecco allora degli articoli, a vari livelli di sfacelo intellettuale e politico, di Juan Cole [vedi alcune delle confutazioni: “Il caso del Professor Juan Cole,” “Lettera aperta al professor Juan Cole: replica ad una calunnia,” “Il professor Cole ‘risponde’ a WSWS (World Socialist Web Site) sulla Libia: un’ammissione di fallimento politico e intellettuale”], Gilbert Achcar (questo in modo particolare), Immanuel Wallerstein, e Helena Sheehan, che sembra essere arrivata ad alcune delle sue conclusioni più critiche in aeroporto al termine dell’appena sua prima visita a Tripoli.
Sembra esserci un po’ di confusione sui ruoli e le identità.
Non esiste una sinistra omogenea, né un accordo ideologico tra gli anti-imperialisti (che comprendono conservatori e libertari, tra anarchici e marxisti).
Nemmeno, la “sinistra anti-imperialista” si è trovata mai in una posizione tale da fare un vero danno sul campo, come nel caso degli effettivi protagonisti. C’è stata poca possibilità per gli anti-interventisti di influenzare la politica estera, che aveva preso forma a Washington già prima che fosse pubblicata qualsiasi seria critica contro l’intervento.
Questi punti suggeriscono che almeno alcune delle critiche sono mosse da preoccupazioni che vanno oltre la Libia, e che in ultima istanza con la Libia hanno anche ben poco a che fare.
L’accusa più comune è che la sinistra anti-imperialista sta in qualche modo coccolando un dittatore. L’argomentazione si fonda su un’analisi viziata – nel criticare la posizione di Hugo Chávez, Wallerstein afferma che è l’analisi di Chávez ad essere profondamente viziata, e tra le sue critiche presenta la seguente:
“Il secondo punto sbagliato nell’analisi di Chávez è che non è previsto nessun coinvolgimento militare significativo del mondo occidentale in Libia” (sì, leggete questo di nuovo!).
Infatti, molte delle contro argomentazioni presentate contro la sinistra anti-interventista echeggiano o riproducono per intero tutti i miti che sono stati smantellati qui sopra, che rendono la loro analisi geopolitica quasi del tutto sbagliata, e che perseguono politiche incentrate in parte sui personaggi e gli eventi del giorno.
Questo ci dimostra anche l’estrema povertà della politica fondata pregiudizialmente soprattutto su idee semplicistiche e unilaterali rispetto ai “diritti umani” e alla “protezione” (vedi il saggio critico di Richard Falk), e il successo del nuovo umanesimo militare nell’appropriarsi delle energie della sinistra.
E una domanda persiste: se coloro che si sono opposti all’intervento sono stati stigmatizzati per aver fornito uno scudo morale alla “dittatura” (come se l’imperialismo non fosse già di per sé una dittatura globale), che dire di quegli umanitari che hanno sostenuto l’ascesa di militanti razzisti e xenofobi che, secondo fonti molteplici, sono impegnati in un’operazione di pulizia etnica? Significa che la folla a favore dell’intervento è razzista? Costoro si oppongono al razzismo? Fin qui, ho sentito solo silenzio da questa direzione.
Il programma di intimidire l’uomo di paglia anti-imperialista maschera lo sforzo di frenare il dissenso contro una guerra inutile, che ha prolungato e aumentato la sofferenza umana; che ha sostenuto la causa dei membri delle compagnie guerrafondaie, delle società multinazionali e dei neoliberisti; che ha distrutto la legittimità delle istituzioni multilaterali, che un tempo erano apertamente impegnate per la pace nelle relazioni internazionali; che ha violato le leggi internazionali e i diritti umani; che ha testimoniato l’ascesa della violenza razzista; che ha fornito potenza allo Stato imperialista nel giustificare la sua continua espansione; che ha violato le leggi interne e ha ridotto il discorso dell’umanitarismo nelle grinfie di slogan semplicistici, di impulsi reazionari e di formule politiche che privilegiano la guerra come prima opzione.
Davvero, è la sinistra il problema, a questo punto?

* Maximilian Forte è professore associato al dipartimento di Sociologia e Antropologia alla Concordia University di Montreal, Canada.
Il suo sito web può essere consultato a: http://openanthropology.org/ , dove si possono leggere suoi precedenti articoli sulla Libia ed altre osservazioni sull’imperialismo.

Preso da: http://it.cubadebate.cu/notizie/2011/10/03/i-dieci-miti-che-hanno-piu-inciso-sulla-guerra-contro-la-libia/

Il “regime change” per John Mearsheimer

2 febbraio 2017

Nel mondo accademico americano, e più in generale quello occidentale, è raro trovare voci dissidenti con quella che è stata la pratica dell’esportazione della democrazia a stelle e strisce all’esterno del “mondo libero”. Una di queste voci è quella di John Mearsheimer, professore dell’Università di Chicago e padre della teoria delle relazioni internazionali del realismo offensivo, che ha avuto il coraggio di ammettere, senza alcuna vergogna o remora, che la politica statunitense del “regime change” (cambio di regime) si è rivelata un fallimento su tutti i fronti, dalla destabilizzazione di governi prima solidi, all’impossibilità di democratizzare i paesi vittima della loro politica, fino all’aver aggravato la minaccia terroristica dando vita allo Stato Islamico.
L’argomento è stato trattato, in particolare, in una serie di conferenze che il professore ha tenuto a MGIMO, l’Istituto Statale di Mosca di Relazioni Internazionali nell’ottobre del 2016. Dal 2011, ha spiegato, la politica estera statunitense nel Medio Oriente è stata caratterizzata da “un disastro dopo l’altro”, fallendo praticamente ogni volta che la pratica del regime change è stata applicata.

Mearsheimer individua tre aree strategiche per la sicurezza e l’azione estera degli Stati Uniti sempre tenendo ben presente che la più importante è ovviamente l’Emisfero occidentale, ovvero le Americhe, all’interno del quale non devono nascere altre grandi potenze o non deve esserci alcuna interferenza esterna, in base a quanto dichiarato unilateralmente con la Dottrina Monroe (alla quale il giurista Carl Schmitt si ispirò per spiegare il concetto di Grande Spazio): in ordine d’importanza abbiamo l’Europa occidentale, l’Asia nord orientale e il Golfo Persico.
Le ragioni sono presto dette: l’Europa occidentale è il luogo in cui le grandi potenze, almeno a partire dall’età moderna, si sono sempre concentrate; l’Asia nord orientale è dove grandi potenze in grado di competere con gli Stati Uniti ci sono state, ci sono ancora e continueranno ad esserci in futuro (URSS/Russia; Giappone; Cina); il Golfo Persico per una ragione semplicissima: il petrolio, di cui gli USA sono secondo produttore e primo consumatore mondiale, e il cui controllo risulta strategico per influenzare la sicurezza energetica del mondo intero e, in particolare, delle grandi potenze emergenti come Cina ed India che si riforniscono principalmente proprio da quell’area.
Il punto cruciale però qui è un altro: riconosciute queste aree strategiche, possiamo anche definire anche quali aree non sono strategiche per la sicurezza degli Stati Uniti. A conti fatti, secondo Mearsheimer, Siria, Egitto e Israele non sono aree d’interesse strategico per gli Stati Uniti. Inoltre, l’Europa occidentale è destinata a scendere al terzo posto quale area d’interesse strategico visto il declino endemico a cui le potenze europee sono sottoposte da circa un secolo a questa parte, mentre l’Asia, che a causa della Cina sarà coinvolta nella sua intera parte orientale, e non solo a nord, è destinata a salire al primo (la teoria del “pivot to Pacific” lo dimostra) e il Golfo Persico al secondo.
Le aree su cui, a nostro avviso, la stessa amministrazione Trump si concentrerà di più. Come già accennato, inoltre, l’area del Golfo Persico sarà d’importanza cruciale per gli Stati Uniti proprio per il rifornimento energetico della Cina stessa la quale, ad oggi, attinge il 25% delle proprie risorse petrolifere proprio da lì. E lo share è destinato ad aumentare. Allo stesso mondo l’India, mentre l’Europa sarà lasciata in disparte poiché non costituisce una minaccia competitiva agli USA in termini di sicurezza.
Le radici della politica del regime change sono individuabili sin dall’intervento americano in Afghanistan nel 2001. Da questo punto di vista non c’è differenza fra Bush figlio e Obama: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria ed Egitto si sono rivelati cinque fallimenti su cinque tentativi attivi compiuti. Quella in Afghanistan si è rivelata la guerra più lunga in cui gli Stati Uniti siano stati mai coinvolti: le finanze americane dissipate per questa guerra sono state persino superiori a quelle spese per attuare il Piano Marshall. Inoltre, i Talebani controllano ancora un settimo del territorio afghano, e lo Stato Islamico in Afghanistan sta diventando un attore non statale non trascurabile in questo scenario.
Per quanto riguarda l’Iraq sembra quasi inutile dirlo: prima che Saddam Hussein venisse estromesso dal potere non v’era alcuna forma di terrorismo nell’area, mentre il paese è oggi diviso in tre parti, ovvero l’area araba del Golfo a maggioranza sciita, il Kurdistan iracheno nel nord del paese e l’area a maggioranza sunnita governata dallo Stato Islamico, in cui buona parte degli ufficiali e dei funzionari di Saddam Hussein operano tutt’oggi al suo fianco.
In Siria gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti nel tentativo di rovesciare Assad sin dal 2005 e le primavere arabe del 2011 sono state solo il momento in cui quest’ingerenza si è tradotta in una guerra aperta contro il governo damasceno attraverso l’addestramento e il finanziamento delle milizie ribelli alleate a gruppi islamisti locali o stranieri. Il risultato è stata la morte di moltissimi siriani, la crisi dei rifugiati con flussi consistenti sia verso l’Europa sia, soprattutto verso i paesi limitrofi (Giordania e Libano su tutti) e 7 milioni di rifugiati interni, per un paese che di popolazione conta 23 milioni di persone. A questi si aggiungono la persecuzione dei cristiani e delle altre minoranze etniche e religiose, prima tutelate dal regime, ad opera dei gruppi islamisti e dello Stato Islamico stesso, che dall’Iraq è penetrato in Siria grazie al vuoto di potere lasciato dal governo nell’area orientale del Paese.
Situazione simile, se non addirittura peggiore, in Libia, in cui il rovesciamento di Gheddafi ha determinato anarchia e caos in tutto il paese. Per quanto il piano per la Libia fosse principalmente opera degli anglo-francesi, interessati a spartirsi le risorse petrolifere del paese africano con l’indice di sviluppo umano più alto del continente nero (almeno fino ad allora) a scapito del tradizionale partner italiano, la ragione per cui gli Stati uniti supportarono l’intervento fu essenzialmente politica, per poter imporre la democrazia in un paese governato da un dittatore tanto odiato dall’allora Segretario di Stato Hillary Clinton almeno quanto Madeleine Albright aveva odiato, ai tempi della guerra del Kosovo, Slobodan Milosevic. Ironicamente, laddove gli Stati Uniti vollero imporre il rispetto delle norme e dei diritti sia internazionali sia umani, finirono per violarli entrambi, effettuando, come in Serbia, un intervento militare aereo mai autorizzato.
Vi è infine l’Egitto, dove dopo la cacciata di Mubarak, dittatore per altro filo-occidentale, venne democraticamente eletto il “faraone” Mohammed Morsi, vicino alla Fratellanza Musulmana, partito politico di chiara impostazione islamista e vicino a diverse milizie jihadiste e gruppi terroristici, a sua volta estromesso dal potere attraverso il colpo di Stato militare guidato dal generale Al-Sisi. In pratica la democrazia, in Egitto, non è mai pervenuta.
Il risultato è stato il fallimento di cinque obbiettivi su cinque, l’incremento della minaccia terroristica di matrice islamista, l’acuirsi del conflitto fra sciiti e sunniti nello scontro fra Arabia Saudita ed Iran per l’influenza della regione, la crisi dei rifugiati ed un altissimo numero di vittime. Tuttavia il puzzle non è ancora completo, poiché ci sono ancora tre attori da considerare: Israele, l’Iran e lo Stato Islamico.
Per quanto riguarda la prima, visto lo sviluppo delle politiche regionali, la debolezza dei suoi nemici e la lenta e inesorabile convergenza con le monarchie del Golfo su obbiettivi di politica estera, la soluzione che prevedeva la creazione di due Stati, con l’indipendenza di quello palestinese, è ormai da dimenticare: una “Grande Israele” è ormai una certezza, col completo controllo della Cisgiordania e, se necessario, della Striscia di Gaza da parte delle autorità israeliane. Israele si trasformerà in uno Stato in cui vigerà un regime di apartheid, e la minaccia terroristica non farà altro che incrementare a causa della ribellione interna palestinese.
L’Iran, il quale può essere considerato l’unico “successo” dell’amministrazione Obama visto il raggiungimento dell’accordo sul nucleare (che comunque il presidente Trump è intenzionato a smantellare), se oggi non è una minaccia per l’influenza degli Stati Uniti nel Golfo Persico, non è escluso che lo sia in futuro: se l’Iran non si sentirà sicuro dopo la scadenza dell’accordo, la Repubblica Islamica riprenderà lo sviluppo della propria deterrenza nucleare. E, visti i recenti sviluppi sul fronte americano e israeliano, questo futuro sembra quello più plausibile.
Infine, qual è il destino dello Stato Islamico? La strategia degli Stati Uniti rispetto al Daesh è stata, almeno fino all’elezione di Donald Trump, strettamente interconnessa con il rovesciamento di Assad, quasi che l’ISIS fosse un ingovernabile strumento per impedire al regime di acquistare forza. L’obbiettivo degli Stati Uniti è in realtà l’eliminazione di entrambi, ma vista il sostegno di Russia, Iran e Hezbollah (e di recente anche dell’Egitto) al presidente siriano, gli Stati Uniti dovranno rassegnarsi ad eliminare solo l’ISIS a meno che non vogliano giungere ad una guerra per procura con Mosca.
In ogni caso, anche con la sconfitta dello Stato Islamico, la minaccia terroristica rimarrà sempre presente, poiché questo si atomizzerà e si riorganizzerà in cellule o agirà attraverso lupi solitari, così come hanno fatto e fanno sia al-Qaida e che lo Stato Islamico stesso.

Quel sogno chiamato Panafricanismo

 

11 gennaio 2017

“L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che non si presenta solo nella forma brutale di coloro che con dei cannoni vengono ad occupare un territorio, ma più spesso si manifesta in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Noi stiamo combattendo il sistema che consente ad un pugno di uomini sulla terra di dirigere tutta l’umanità.” Con queste semplici parole, il soldato rivoluzionario Thomas Sankara, parlò al popolo del Burkina Faso poche settimane prima di essere ucciso il 15 ottobre 1987, insieme a dodici suoi ufficiali, in un colpo di Stato organizzato dall’ex compagno d’armi Blaise Compaoré; un assassinio molto probabilmente – per non dire con assoluta certezza – commissionato dai francesi, dagli americani e da mercenari liberiani, contro un politico africano troppo lontano da quei vizi propri di quell’attuale classe dirigente burkinabè, ultra provincialista e completamente asservita al colonizzatore di sempre.

“Il continente non è in grado di esportare materie prime. Noi investiamo in modo che queste siano trasformate e commercializzate in Africa, dagli africani. Si tratta di creare posti di lavoro e mantenere il plusvalore in Africa. Da un lato gli europei ci incoraggiano, perché si prosciuga il flusso migratorio, dall’altro si oppongono perché dovrebbero abbandonare lo sfruttamento coloniale.” Attraverso queste altre parole invece, il colonnello libico Mu’ammar Gheddafi riferì al Fondo Sovrano Libico (LIA) l’intenzione di voler emancipare la Libia (e con sé gran parte dei paesi africani) verso un’Unione Bancaria Africana. Certamente un’idea molto pericolosa e in forte contrasto con le intenzioni dei paesi Occidentali in quel momento interessati ad investimenti (per non parlare di vere e proprie speculazioni) sul territorio libico: quali la Francia, gli Stati Uniti e – sotto diversi aspetti – l’Italia, quest’ultima poi successivamente scavalcata da diversi paesi nel ruolo di primo partner dello Stato libico dopo la caduta di Gheddafi, per l’incapacità e l’arrendevolezza del governo Berlusconi IV.
Ora, riportate (solo alcune) delle parole di due personaggi storici indiscutibilmente importanti per il continente africano, quali contributi ideali possiamo dunque fornire per una più corretta analisi dei fenomeni geopolitici dell’area africana in virtù del fatto che – beneficiando del senno di poi – abbiamo l’opportunità di revisionare quelle verità dei comodo vomitate dai nostri media nazionali in seguito al colpo di Stato libico del 2011, così come per quello avvenuto in Burkina Faso 24 anni prima? Come possiamo sensibilizzare l’uomo della strada, l’uomo comune, a rivalutare le figure di uomini e condottieri (almeno in Patria) quali il Colonnello Gheddafi e il Rivoluzionario Sankara? Certamente si tratta un tema assai complicato che merita di essere approfondito con le dovute accortezze, per cui non bastano solamente le poche parole contenute in un articolo di giornale, ma è un tema per il quale si deve avere il coraggio di rigurgitare le bugie sulla presunta “primavera araba” o sulle “vendette personali” tra tribù, ed avere uno sguardo più attento e il più possibile lontano dalle mere logiche nazionali, orientato al ruolo che hanno non solo le potenze occidentali ed i singoli stati che lo compongono, ma osservare attentamente anche il ruolo che le stesse multinazionali e gli istituti di credito svolgono con o contro quegli stessi Stati con cui fanno affari d’oro.
Perché non è un caso, non può esserlo, che ovunque ci siano stati uomini che abbiano alzato la testa contro le multinazionali o i sistemi bancari occidentali, proponendo soluzioni volte alla salvaguardia degli interessi nazionali (o in particolari casi continentali), ci sia sempre stata una reazione, magari armata e illegittima, da parte di coalizioni internazionali occidentali, troppo spesso a guida statunitense. “Ogni mattina, in Africa, un rivoluzionario burkinabè si sveglia. Sa che dovrà difendersi dal tradimento di compatrioti al soldo dell’Occidente, o verrà ucciso. Ogni mattina, in Africa, un colonnello libico si sveglia. Sa che dovrà difendersi dai tentativi di destabilizzazione occidentale, o verrà ucciso. Ogni mattina in Africa, non importa che tu sia un colonnello libico o un rivoluzionario burkinabè, l’importante è che cominci a COMBATTERE. Per la sovranità della tua terra, per l’indipendenza della tua nazione, per l’autarchia del tuo continente”.

Gheddafi: “L`Islam moderato sono io” – Giovanni Minoli intervista il leader libico

10 luglio 2009: il leader libico incontra il presidente americano Obama durante il G8 a L’Aquila.Come sono maturati i presupposti per l’apertura della Libia all’antico nemico occidentale?

Bengasi 30 agosto 2008  – Firmato il Trattato di amicizia e cooperazione tra Roma e Tripoli: l’Italia verserà alla Libia cinque miliardi di dollari nei prossimi 25 anni a titolo di risarcimento per il passato coloniale. Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi arrivando a Bengasi, in Libia. “L’accordo si baserà su una somma di 200 milioni di dollari all’anno per i prossimi 25 anni sotto forma di investimenti in progetti infrastrutturali in Libia”, ha detto il presidente del Consiglio.

L’accordo “deve mettere fine a 40 anni di malintesi: c’é un riconoscimento completo e morale dei danni inflitti alla Libia da parte dell’Italia durante il periodo coloniale”, ha detto il premier.
Mentre procede all’ONU la moratoria delle esecuzioni capitali promossa dall’Italia, il leader libico sembra aver trovato una via per conciliare il consenso interno dell’opinione pubblica con l’approvazione della comunità internazionale, confermando l’intento di proporre il suo Paese come modello di “Islam moderato”.

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1 settembre 1969: il colonnello Muhammar Gheddafi sale al potere in Libia.
6 dicembre 2004: la prima intervista televisiva al colonnello Muhammar Gheddafi dopo la fine dell’embargo, realizzata da Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational.

L’embargo fu decretato dall’Unione Europea nel 1986, periodo in cui la Libia veniva accusata di comportarsi da stato-canaglia.
Gheddafi in questi ultimi anni è riuscito a far uscire il suo paese dall’isolamento internazionale, rinunciando al terrorismo e facendo grossi passi in avanti sulla via della riconciliazione, anche con la decisione di voler indennizzare le vittime di Lockerbie e del volo UTA, in cui ha ammesso esplicitamente le responsabilità della Libia. Contro il terrorismo la Libia, nelle parole di Gheddafi, vuole essere un modello dell’islam moderato: “presentare il vero Islam, libero da forze reazionarie e oscurantiste […] finché esisteranno regimi teocratici, fondati su una concezione salafita, questi saranno sempre la base per il terrorismo?.

Importante, ai fini della revoca dell’embargo (ottobre 2004), è stata la decisione di rinunciare al suo programma di armamento nucleare e, per quanto riguarda l’italia, di cancellare dal calendario libico la ‘giornata della vendetta contro gli italiani”, ricorrenza del 24 ottobre 1911, quando le truppe di occupazione italiane furono sconfitte a Sciara Sciat nella prima fase dell’impresa coloniale italiana.

Il 7 ottobre del 2004 Berlusconi è stato il primo leader Europeo a visitare la Libia. In quest’occasione Gheddafi prese la decisione di trasformare la “giornata della vendetta” in una “giornata di amicizia” tra il popolo libico e italiano, e ha consentito la visita di una delegazione di italiani della Libia che per la prima volta sono riusciti a rivedere i luoghi dove erano cresciuti. Nel 1970 Gheddafi espulse in massa i ventimila italiani che vi risiedevano da generazioni, sequestrando tutte le loro proprietà.

Gheddafi nel corso dell’intervista ricorda anche il ruolo svolto da Prodi nell’ambito della Commissione Europea per riabilitare la Libia nel consesso internazionale.   Berlusconi e i governi italiani precedenti nelle sue parole: “Hanno compiuto degli sforzi enormi  in ambito internazionale a favore della causa libica, era dunque nostro dovere accogliere e dare il benvenuto al capo del governo italiano per ringraziarlo della posizione dell’Italia a fianco di  una causa giusta, quella libica”. Per quanto riguarda un suo eventuale viaggio in Italia ricorda che è subordinato alla soddisfazione del popolo libico e alla liquidazione del passato coloniale dell’ex madrepatria.

L’intervista, sempre in un clima disteso e cordiale, affronta molte e complesse questioni: la lotta contro l’immigrazione clandestina, il conflitto arabo-israeliano, il problema dell’acqua.

Rivisto e corretto dall’ originale, con intervista: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/gheddafi-lislam-moderato-sono-io/456/default.aspx

PARLA MUAMMAR GHEDDAFI

intervista tratta da: Panorama, 12 ottobre 2000
di STELLA PENDE fotografie di PIGI CIPELLI
Amsa’d (deserto del Sahara), 2/3 ottobre 2000
L’automobile corre nel buio da un’ora. Nessuno sa dove andiamo. Il silenzio nero del deserto è rotto solo da qualche lampeggio del mare che appare e scompare come una cartolina strappata. Lasciamo a cento chilometri Tobruk, piccolo porto libico che nell’ultima guerra è stato la sconfìtta del generale Erwin Rommel. Posto di blocco. Qualche minuto d’attesa e l’apparizione: d’improvviso davanti a noi: il Sahara è attraversato da un serpente luminoso di macchine che muove la coda dentro la strada ondulata. «È la fila delle auto per la frontiera con l’Egitto» mente uno degli accompagnatori, tenuto, come tutti, al pegno del silenzio. Una voce, un nome, cade come un sasso fra noi: «E’ Gheddafi». «E’ lui che si muove con i suoi Caravan e più di cento Toyota al seguito». «Gli ultimi in coda sono due pullman: il primo, immenso, è una casa viaggiante. L’altro porta i generatori». Per fare cosa? «Per illuminare la sua tenda. La pianta dovunque.
A Tripoli in mezzo alle macerie della sua casa bombardata, in mezzo al deserto, davanti al mare. Sta andando in Egitto, al Cairo la farà montare dentro il parco dell’ambasciata. Lui non occupa mai piani interi di alberghi. Dorme solo sotto la tenda. Anche l’intervista la farete lì sotto». La voce aveva ragione. Oggi, davanti alla guerra del Medio Oriente e a quella del petrolio, davanti alla liberazione degli ostaggi francesi e al nuovo accordo firmato con l’Italia, un incontro con lui diventa sempre più importante e difficile. Forse impossibile. Invece, dopo un’attesa di un’ora nel comando di Amsa’ad, alla frontiera con l’Egitto, arriva il via. «È pronto». Tutti corrono. I libici hanno per il loro leader rispetto e paura. Entriamo da un cancello presidiato da guardie. Decine. Donne e uomini armati. Dopo il controllo, una tenda dai colori arlecchino. Muammar Gheddafi aspetta in piedi. Ha una camicia a onde verdi e marroni. Sulle spalle una casacca araba nera come gli occhi. Piccoli e brillanti.
Lei ha detto: «Mi hanno accusato di essere contro la pace perché finanziavo i movimenti rivoluzionali di liberazione nel mondo. Oggi è tutto cambiato. Oggi è chiaro che avevo ragione io». Mi perdoni, colonnello, ma la Palestina che lei ha aiutato è praticamente in guerra con Israele. Niente sembra cambiato in Medio Oriente, niente finito.
Andiamo con ordine. Per anni la comunità internazionale mi ha accusato di essere un terrorista. Oggi si rende conto che le cause che aiutavo erano legittime e che i capi dei movimenti che sostenevo sono diventati capi di stato, come in Sud Africa Nelson Mandela, in Zimbabwe Robert Mugabe, Idriss Deby nel Ciad e, perché no, Yasser Arafat. Se parliamo invece di quello che succede oggi tra palestinesi e israeliani, il discorso è tutto diverso: quel conflitto rischia di rimanere uguale a se stesso all’infinito.
È la fine del processo di pace?
Se aspettiamo la pace fra i due stati dovremmo aspettare la fine del mondo.
Non le pare di esagerare?
Neanche un po’. E poi mi rimproverano oggi di non aver accettato la partecipazione di Israele alla Conferenza mediterranea di Barcellona. Nè israeliani nè palestinesi, con quello che accade fra loro, possono stare seduti accanto a noi. Con quale diritto potrebbero farlo, con il comportamento che tengono? Non si tratta di capire o di giudicare chi fra i due ha torto o ragione. Questa gente lotta ancora oggi per cercare e stabilire terre e identità. Ma non sa ancora chi è. Israeliani e palestinesi non hanno ancora capito che non si possono costruire stati a base di principi etnici e religiosi. È assurdo, anacronistico e pericoloso. E’ come pretendere che una piccola palla di sabbia rimanga insieme se tu la affondi nell’acqua del mare. Israele in particolare è, e sarà sempre, uno stato surreale. Il suo cittadino non sarà mai cittadino del mondo, ma solo del luogo dove avverrano i suoi investimenti. Anche la lingua ebraica si perderà dentro la globalizzazione.
Questo è il suo odio atavico per Israele.
No, è la realtà. E le dirò di più: anche l’alleanza sionista-americana si sbriciolerà. Perché la fame colonialista di quei due paesi è reazionaria e li metterà uno contro l’altro. Gli ebrei strumentalizzano l’America, ma prima o poi, come Mosca ha dovuto rinunciare alla Germania dell’Est così Washington dovrà rinunciare a Gerusalemme. E, quando avverrà, il conflitto tra i due paesi sarà terribile.
Chi fa meglio all’America, George Bush o Al Gore?
Non vedo alcuna sensibile differenza tra l’uno e l’altro candidato. La battuta fa il miracolo: un sorrìso. Ma Gheddafi ci mette un attimo a tornare Gheddafi. Si toglie e si mette le scarpe. Lui, beduino figlio dell’Africa, sta sempre a piedi nudi. Si racconta che una volta un piccolo scorpione passeggiava per la sua tenda. Lui lo prese in una morsa tra le dita dei piedi e lo stritolò.
Colonnello, parliamo della liberazione degli ostaggi francesi. Alcuni dicono che è stato un gesto contro il fondamentalismo islamico, altri per dar lustro alla sua immagine. Qual è la verità?
La nostra immagine non ci pareva così cattiva da sobbarcarci queste iniziative. La nostra battaglia contro il fondamentalismo islamico è già molto nota. Non ha bisogno di palcoscenico. Inoltre ricordo che l’intervento è stato fatto dalla fondazione Gheddafi e non dallo stato della Libia.
Ma se è stato suo figlio ad accogliere gli ostaggi liberati e a raccontare di aver pagato 1 milione di dollari a ostaggio. Che ruolo ha oggi Seif Al Islam e quale avrà domani nella Libia moderna?
La domanda gli incendia gli occhi. Chi fa queste domande viene qui e non sa che la Jamahyria vuol dire stato delle masse. Nessuno in Libia ha ruoli singoli. Nè Gheddafi nè altri. Il potere e le decisioni spettano solo al popolo. I presidenti della repubblica europei decidono quasi tutto. Niente è approvato in Libia senza il consenso dei comitati popolari. Mio figlio è, come me, un semplice cittadino. Posso aggiungere che la fondazione di cui è presidente si occupa di lotta alla droga e di handicappati.
Bene, torneremo in Italia con uno scoop: spiegheremo agli italiani che abbiamo scoperto che Gheddafi non ha in Libia alcun potere.
Muto. Proviamo con l’Africa.
L’Africa muore: minata dalla crisi economica, martirizzata da guerre fratricide e da morbi tenibili come l’aids.
Comincia a parlare come se la domanda fosse trasparente. La verità è che il mondo corre alla velocità del suono. Cambiano i paesi e i loro destini. Lo stato nazionalistico è entrato nella seconda fase: quella degli spazi regionali, nuova forma della globalizzazione. Le grandi nazioni sono sparite. Ingoiate. Una volta il Portogallo era una potenza che aveva invaso il mondo. Oggi è solo un piccolo paese dell’Unione Europea. La Gran Bretagna, nazione immensa, oggi non riesce a tener testa a un piccolo gruppo di guerriglieri come quelli dell’Ira. Chi l’avrebbe mai detto, scusi, che una signora come la Thatcher sarebbe scappata dalla finestra di una cucina per la paura di un agguato? Anche l’Africa è cambiata. Ha lottato per l’indipendenza, ha vinto, ma paga cara la sua vittoria. La libertà non basta più, ha bisogno dell’unità.
Per questo sogna gli Stati Uniti d’Africa?
Sì, e riuscirò a vedere il risveglio africano. Intanto ho fondato la Comunità degli stati sahael-sahariani: Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad, Centrafrica, Sudan ed Eritrea. E abbiamo vinto la sfida. Il deserto del Sahara da sempre barriera di immensità per linguaggi e culture diverse, oggi è diventato un ponte naturale fra il Nord Africa e i paesi al di là. E adesso stiamo pensando e investendo in infrastrutture: strade e mezzi di comunicazione ed elettricità. La malattia dell’Africa è soprattutto la solitudine e l’isolamento. Nel 1991 il trattato di Abuja lanciò la comunità economica africana, ma da allora niente è accaduto. Io spero che l’Europa ci aiuterà in quest’impresa.
È vero che Gheddafi vuole la Banca centrale africana e che prepara la moneta dell’Africa unita?
È per questo che l’Europa non ci aiuterà… Certo oggi il Fondo monetario tratta con una cinquantina di paesi e di monete in Africa. La nostra moneta potrebbe essere come quella nuova europea e la banca come quella Mondiale. Prima però bisogna rimettere in piedi la Banca di sviluppo africana. Vogliamo un Fondo monetario per l’Africa. Ci sarebbe una giusta parità fra lo yen, l’euro e le monete africane.
Parliamo di Italia, colonnello. Per questo paese lei ha sempre dimostrato odio e amore. Oggi dov’è l’odio e dove l’amore?
L’Italia è stata per lungo tempo nemica della Libia. Prima dell’accordo di cooperazione firmato nel ’98 con il governo dell’Ulivo e di D’Alema avevamo deciso di farla restare nella lista dei nemici. Abbiamo aspettato inutilmente vent’anni. Oggi tutto può cambiare se l’accordo verrà rispettato. Attenzione, per ora poco è stato fatto.
Si dice che per Massimo D’Alema e per Romano Prodi, cioè per l’Italia e per l’Europa, il suo discorso sul colonialismo dell’Europa al vertice del Cairo sia arrivato come una bomba.
La verità è che Prodi si è fermato solo al mio dissenso sulla partecipazione alla Conferenza mediterranea di Barcellona. Barcellona potrebbe essere un fatto positivo per la Libia. La legherebbe a un continente progredito e aperto come l’Europa, ma ci sono cose in quel trattato che non accetteremo mai. Prima di tutto la divisione del territorio geografico dell’Africa che la Conferenza propone. L’Africa rimane unica e unita. Poi la partecipazione di Israele alla Conferenza, come ho già detto. Non potrò mai sedere accanto a quel paese. Dalla Turchia alla Palestina, bisogna tirare una linea rossa.
Come è andata davvero la storia dell’invito a Bruxelles che è poi saltato?
È stato un errore di Prodi. Prodi è un po’ amico e un po’ nemico. Lui mi ha telefonato per invitarmi. Ha fissato perfino la data. Poi ho saputo che il viaggio doveva essere considerato sospeso finché non avessi firmato un comunicato dove approvavo Barcellona. In questo caso bastava che lui mi avvisasse prima: o firmi o non vieni. Oppure vediamoci per discutere della cosa. Io credo che Prodi sia stato pressato e messo in imbarazzo da sionisti e americani. «Sei pazzo a invitare Gheddafi?». Si è trovato davanti a un muro e ha ceduto.
L’ex presidente Francesco Cossiga ha lavorato molto per la fine dell’embargo. Durante gli incontri con lui furono decisi progetti finanziari, cooperazione politica ed economica. Cosa resta di quegli accordi? È vero che si ricomincia a parlare di nuovi affari con la Fiat? Che ne è del grande gasdotto progettato dall’Agip petroli e dalla Oil corporation libica? La Libia ha una grande presenza anche nella seconda banca italiana, la Banca di Roma. Con quali obiettivi strategici?
Noi siamo aperti alla collaborazione finanziaria ed economica con l’Italia. Il gasdotto è un progetto immenso e sacro che va avanti. Dalla Libia all’Italia e dall’Italia al resto d’Europa. Inoltre, la nostra partecipazione alla Banca di Roma verrà aumentata di molto. In quest’operazione i libici stanno facendo grandissimi passi avanti. Per finire, finché la porta di Tripoli resterà aperta all’Italia, la Fiat o qualunque altra azienda italiana sarà la benvenuta.
Se sarà la benvenuta, perché ha fatto aspettare inutilmente Giovanni Agnelli a Tripoli prima dell’estate?
Agnelli ha detto? Perché il presidente della Fiat dovrebbe incontrare Gheddafi? Sarebbe solo un incontro simbolico. Agnelli deve incontrare gli enti competenti per discutere certe cose.
Colonnello Gheddafi, una domanda che interessa molto agli italiani: quanto dureranno i prezzi folli del petrolio? E quanto potrebbero crescere ancora?
Faccio appello agli europei e agli italiani: riducete le tasse sui prodotti petroliferi! I governi europei incassano quattro volte di più dei paesi produttori del petrolio. Se noi guadagniamo 20 dollari netti al barile, loro ne prendono 80.
Verrà prima o poi in Italia?
Sì, se il popolo libico darà il suo consenso al viaggio.
Nonostante la posizione di certi cattolici nei confronti dei musulmani? Il cardinale Giacomo Biffi ha ribadito la sua crociata contro l’Islam. A Giacarta due settimane fa la World islamic call society, che raggruppa 180 paesi islamici, ha invece predicato comprensione per le culture diverse. Lei come risponde?
Che chi parla mi rende perplesso. Chi critica e attacca un musulmano perché prega e rispetta la sua religione non ha un vero Dio. Pregare Dio sotto una tenda, dentro una moschea o una chiesa non fa e non deve fare differenza. La diversità è tra qualcuno che prega Dio e qualcun altro che adora il diavolo.
L’«Herald tribune» dice che nel processo in corso in Olanda sul caso Lockerbie non sono emerse prove certe sulla colpevolezza dei cittadini libici accusati. Se dovessero essere assolti, lei cosa farebbe?
Pretenderò risarcimenti esattamente uguali ai danni che abbiamo ricevuto.
Muammar Gheddafi è stanco. Si alza. E in un attimo la sua tenda è vuota.

Preso da: http://www.francocenerelli.com/antologia/parla_gheddafi.htm

CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI?

14/6/2013

Chi voleva Gheddafi morto? Noi, cioè la Nato, ovvero l’aggregazione dei Paesi democratici che esporta la libertà e la civiltà coi bombardamenti e le esecuzioni mirate. Portatori di droni di pace in ogni angolo del pianeta.
L’Italia, che fino al primo raid, in quel fatidico marzo del 2011, era stata amica e partner della Libia, in un interessante quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria (e in un secondo momento anche la Turchia, interessata al progetto di gasdotto South Stream, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria) si schierò con francesi, inglesi ed americani (in ordine inverso di aggressività) per eliminare il dittatore.
Perché lo fece avendo tutto da perdere e niente guadagnare?  Perché rimettere in discussione i profittevoli accordi e la strategia vincente, tanto commerciale che diplomatica, concordata col leader arabo-africano, peraltro, dopo aver ammesso le proprie responsabilità coloniali risarcendo i libici?

Il governo italiano, che inizialmente provò almeno a restare fuori dalla guerra, proprio per il rispetto dei patti stretti con Tripoli, all’improvvisò si schierò per l’intervento attivo. Berlusconi non era affatto contento ma i suoi ministri degli esteri e della difesa, dapprima dichiaratisi apertamente contro la soluzione militare perché loro stessi pienamente coinvolti nell’imbastitura di entente con Gheddafi, mutarono atteggiamento. A parere di Umberto Bossi, membro di quel gabinetto, fu il Presidente della Repubblica a fare pressione sugli uomini dell’esecutivo che parlarono, senza mettere B. al corrente, coi vertici della Nato. C’è da crederci se si pensa che oggi Franco Frattini è candidato alla segreteria dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico e che La Russa, dopo aver sostenuto il mero appoggio logistico alla coalizione, fece lanciare ordigni sul territorio libico (secondi solo alla Francia per quantità di missioni e di sganciamenti)  tentando di nasconderlo alla pubblica opinione.
Adesso, il Fatto quotidiano ritiene, avendone ricevuto da notizia da ambienti diplomatici e d’intelligence, che B. avesse chiesto ai servizi di uccidere Gheddafi per timore che questi rivelasse fatti compromettenti. In realtà, sempre a detta di Bossi, B. aveva paura che le barbe finte del colonnello si mettessero sulle sue tracce per l’infame voltafaccia. Ma con l’escalation del conflitto e le difficoltà del Rais, sempre più isolato internazionalmente, con Russia e Cina che non opposero il veto allo stabilimento della No Fly zone,  questa eventualità risultava piuttosto remota.
Più di chiunque altro, a voler Gheddafi fuori dai giochi, erano gli stessi che lo avevano sdoganato, molto prima dei governi italiani, e che si erano sentiti traditi per i business perduti, a favore di russi e connazionali. Fu George Bush ad abolire, nel 2003, alcune sanzioni decretate da Ronald Reagan, perché così vollero le multinazionali petrolifere americane. Qualche anno dopo, nel 2006, Tripoli sparì anche dalla black list dei rogue state. Nel 2009 la Gran Bretagna restituisce  Abdel Basset al-Megrahi, l’ “eroe” Lockerbie  a Gheddafi che reclamava un segno di amicizia per favorire gli appalti petroliferi della Bp, la quale si lamentava di essere stata danneggiata dalla concorrenza di altre società estere. Infine, il presidente francese Sarkozy, il vero “nanonapoleone” della campagna di Libia,  accreditatosi agli occhi del mondo come il nemico più acerrimo del satrapo della Jamaria. Costui era quello che più di tutti aveva qualcosa da far dimenticare, i finanziamenti del Colonnello alla sua corsa alla presidenza. Furono i rafale francesi ad intercettare il convoglio governativo che scappava attraverso il deserto e a colpirlo ripetutamente. Gheddafi fu preso dai mercenari ribelli che lo torturarono, poi una manina compassionevole, o, forse, fin troppo lesta ad eseguire gli ordini superiori (francesi) premette il grilletto in nome e per conto dell’inquilino dell’Eliseo.
Questi gli eventi. B. non ha mai controllato la Sicurezza nostrana per avanzare richieste così ardite, come l’annichilimento di un leader straniero, tanto che il suo sport più sgradito era farsi fotografare in tutte le pose, presso la sua villa in Sardegna, con gli 007 distratti dal mare e dal sole. Forse, ad un certo punto, anche lui si è augurato la morte di Gheddafi ma non ha mai voluto che il nostro paese s’infilasse in quel meschino conflitto nel quale danneggiavamo la quarta sponda del Belpaese. Questa resterà la macchia più grande sulla sua carriera politica, perché la Storia perdona le scappatelle ma non le fughe vigliacche di fronte alle responsabilità epocali.

Preso da: http://www.conflittiestrategie.it/chi-voleva-la-morte-di-gheddafi

Nelle accademie militari di tutto il mondo si studia la RESISTENZA ASIMMETRICA della JAMAHIRYA LIBICA


spot-libro

DAR! DAR! ZENGA! ZENGA!.
Nelle accademie militari di tutto il mondo si studia la RESISTENZA ASIMMETRICA della JAMAHIRYA LIBICA di GHEDDAFI: 9 mesi da soli contro una COALIZIONE di 40 STATI-BANDITI. Una cosa mai vista.
L’OPERAZIONE della NATO “TRIDENT JUNCTUR” (SICILIA 2015) VENNE CONCEPITA PER “COLMARE LE LACUNE” emerse nel 2011: contro un piccolo Paese massacrato, anche dall’interno, da un GolpeGuerra garibaldesco…Un piccolo Paese privo di aviazione, viene seppellito di bombe -nell’ipocrisia della No Fly Zone onusiana e nelle nebbie spettacolari che capovolgevano la Realtà!.
Di quella immane RESISTENZA, un GRANDE COMBATTENTE anticolonialista ne fu GUIDA POLITICA e MILITARE. Fecero il possibile. Che se ne offenda tuttora la MEMORIA non ci sorprende. Cosa dovrebbero ammettere?. Che sono tutti BANDITI CRIMINALI?. E anche incapaci!. In una situazione analoga, un imperialismo straccione come quello italiano->crollerebbe in due settimane, forse meno (dipende dal Papa).
GHEDDAFI ha dato LEZIONI a tutti: anche ai vigliacchi e corrotti stati africani. Non possono amarlo, nè seguirne le orme.
Fra 100 anni si parlerà ancora di MUAMMAR GHEDDAFI. Non crediamo invece che qualcuno si ricorderà di Giorgio Napolitano nè del circo boldrinesco e arcobaleNATO.
DAR! DAR! ZENGA! ZENGA!.
@TERRAELIBERAZIONE.

fotoperblog30aprile

TESTAMENTO.

Per 40 anni, o forse di più, ho fatto tutto quello che ho potuto per dare al popolo case, ospedali, scuole. E quando avevano fame, gli ho dato cibo. Ho trasformato Bengasi da un deserto in terra fertile, ho resistito agli attacchi del cowboy Reagan quando, tentando di uccidermi, ha ucciso un’orfana, mia figlia adottiva, una povera bambina innocente. Ho aiutato i miei fratelli e le mie sorelle africani con denaro per l’Unione Africana. Ho fatto d i tutto per aiutare il popolo a comprendere il concetto di vera democrazia, nella quale comitati popolari governano il nostro paese. Per alcuni tutto questo non bastava mai, gente che aveva case di 10 stanze, abbigliamento e mobilio ricchi. Egoisti come sono, chiedevano sempre di più a spese degli altri, erano sempre insoddisfatti e dicevano agli Statunitensi e ad altri visitatori che volevano “democrazia” e “libertà”. Non si volevano rendere conto che si tratta di un sistema di tagliagole, dove il cane più grosso divora tutto. Si facevano incantare da queste parole, non rendendosi conto che negli Usa non c’erano medicine libere, ospedali liberi, case libere, istruzione libera, cibo garantito. Per costoro non bastava nulla che facessi, ma per gli altri ero il figlio di Gamal Abdel Nasser, l’unico vero leader arabo e musulmano che avessimo avuto dai tempi di Saladino, un uomo che restituì il Canale di Suez al suo popolo come io ho rivendicato la Libia per il mio popolo. Sono state le sue orme che ho cercato di seguire, per mantenere il mio popolo libero dal dominio coloniale, dai predoni che ci vorrebbero derubare…
Ora sono sotto attacco dalla più grande forza militare della storia. Il mio piccolo figlio africano, Obama, vuole uccidermi, togliere la libertà al nostro paese, le nostre libere abitazioni, la nostra libera medicina, la nostra libera istruzione, il nostro cibo sicuro, e sostituirlo con il ladrocinio stile Usa chiamato “capitalismo”. Ma noi tutti, nel Terzo Mondo, sappiamo cosa ciò significhi. Significa che le imprese governano i paesi, il mondo, e che i popoli soffrono. Così per me non c’è alternativa, devo resistere e, se Allah vorrà, morirò seguendone la via, la via che ha arricchito il nostro paese di campi fertili, viveri, salute e ci ha perfino consentito di aiutare i nostri fratelli africani e arabi a lavorare qui con noi, nella Jamahiriya libica.
Non desidero morire, ma se dovessi arrivarci, per salvare questa terra, il mio popolo, le migliaia di miei figli, che allora sia.
Lasciate che questo testamento sia la mia voce al mondo. Dica che mi sono opposto agli attacchi dei crociati Nato, alla crudeltà, al tradimento, all’Occidente e alle sue ambizioni colonialiste. Che ho resistito insieme ai miei fratelli africani, ai miei veri fratelli arabi e musulmani. Ho cercato di fare luce, quando altrove si costruivano palazzi, ho vissuto in una casa modesta e in una tenda. Non ho mai dimenticato la mia gioventù a Sirte, non ho sprecato le nostre ricchezze nazionali e, come Saladino, il nostro grande condottiero musulmano che salvò Gerusalemme per l’Islam, ho preso poco per me…
In Occidente qualcuno mi ha definito “pazzo” e “demente”. Conoscono la verità, ma continuano a mentire. Sanno che la nostra terra è indipendente e libera, non soggetta al colonialismo. Sanno che la mia visione e il mio cammino sono sempre stati onesti e nell’interesse del mio popolo. Sanno che lotterò fino all’ultimo respiro per mantenerci liberi. Che Dio ci aiuti.
Muammar Gheddafi

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