Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da George Soros

Dalla Libia alla Siria, la strana storia di un giornalista free-lance finanziato da un miliardario

I media mainstream italiani stanno dando grande enfasi in queste ore alla storia eroica di Gabriele Del Grande, 35 anni, giornalista mai iscrittosi all’Ordine dei Giornalisti italiano, originario di Lucca. E’ stato fermato in Turchia nella provincia sud-orientale di Hatay, al confine con la Siria e sarà espulso dal Paese. Fonti giornalistiche occidentali affermano che Del Grande sia stato preso in consegna dalle autorità turche perché sprovvisto del necessario permesso stampa, senza il quale non puoi esercitare come giornalista. Ma, forse, c’è dell’altro…
Un free-lance e un magnate
La fiaba di un free-lance idealista e di un magnate filantropo
Bisogna infatti sapere che Del Grande, che deve la sua popolarità ai flussi migratori, gestisce il blog Fortress Europe, creato nel 2006 come “osservatorio sulle vittime della frontiera”, il quale è stato finanziato nientemeno che dalla Open Society Foundation del miliardario George Soros. A confermarlo è anche la Agenzia Giornalistica Italiana (AGI) ma basterebbe navigare sul sito di Soros per scoprirlo (vedi). La Open Society Foundation è un ente che – stando anche a WikiLeaks – oltre a lucrare sull’emigrazione di massa, finanzia i partiti politici anti-russi e favorevoli all’Unione Europa, e gestisce una rete di think tank atti a influenzare l’opinione pubblica a favore del globalismo. In modo particolare Soros è ritenuto vicino ai movimenti eversivi filo-imperialisti, protagonisti ad esempio del colpo di stato fascista in Ucraina e delle cosiddette “primavere arabe” che hanno destabilizzato la Libia e la Siria facendo esplodere il dramma dei profughi. Insomma: con questi sponsor Del Grande non è propriamente l’immagine del free-lance indipendente e idealista di cui si parla e già nel 2013 la Radiotelevisione pubblica della Svizzera Italiana gli dava ampio spazio (link).
Prima di affrontare la guerra siriana questo strano free-lance ha raccontato il conflitto libico accusando i giornalisti della sinistra anti-imperialista di raccontare il falso: fra le vittime dei suoi anatemi non solo Valentino Parlato de “Il Manifesto”, ma anche “TeleSur”, il canale Tv latinoamericano promosso dal Venezuela di Hugo Chavez, definito in sostanza come poco affidabile. Insomma: solo Del Grande sapeva quello che accadeva davvero in Libia ed era naturalmente la solita retorica mielosa di una presunta rivolta di popolo per la libertà e la democrazia, senza alcuna ingerenza neo-coloniale estera. Basta vedere cosa è la Libia oggi per capire quali interessi rappresentava in realtà questo giornalista. Ma andiamo a leggere quale era l’accusa che Del Grande rivolgeva al governo libico di Muammer Al-Gheddafi: “l’unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell’islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura!”. In pratica l’aver contrastato con forza il terrorismo di matrice islamista sarebbe stato …negativo!
Del Grande davanti a una bandiera dell'insurrezione filo-atlantica in Siria
Del Grande davanti a una bandiera dell’insurrezione filo-atlantica
Ma questa uscita quasi simpatetica nei confronti dell’eversione islamista non è una gaffe… in altre occasioni il nostro strano free-lance si è espresso in termini ambigui, tanto che sembra, secondo voci per ora non confermate, che il suo fermo sia avvenuto mentre tentava di entrare illegalmente in territorio siriano dalla Turchia in compagnia di miliziani jihadisti. Del Grande, in effetti, ha più volte parlato dell’aggressione ai danni della Siria come di un movimento “rivoluzionario” e ha definito i terroristi come dei “partigiani”. In un suo testo è arrivato persino a descrivere la bandiera nera delle bande armate integraliste come un “simbolo dell’internazionalismo islamista” (sic!) arrivando a spiegare che molti terroristi “sono venuti semplicemente per seguire un grande ideale di solidarietà con la comunità musulmana sunnita siriana, a cui sentono di appartenere al di là delle frontiere”. Solidarietà sì, ma per rovesciare un governo laico, instaurare un regime di terrore estremista dedito alle decapitazioni? Non mancano foto che lo ritraggono con la bandiera dei ribelli siriani, quelli armati dagli Stati Uniti, mentre fa il segno della vittoria. Anche qui: più che un reporter super partes, appare come un militante ben addentro a una dinamica di guerra.
“Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono” diceva Malcolm X
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2017: Nell’ultimo paese liberato dall’America da un “malvagio dittatore” si commerciano schiavi

21/4/2017

È ben noto che l’intervento NATO a guida USA del 2011 in Libia, con lo scopo di rovesciare Muammar Gheddafi, ha portato ad un vuoto di potere che ha permesso a gruppi terroristici come l’ISIS di prendere piede nel paese.

Nonostante le conseguenze devastanti dell’invasione del 2011, l’Occidente è oggi lanciato sulla stessa traiettoria nei riguardi della Siria. Proprio come l’amministrazione Obama ha stroncato Gheddafi nel 2011, accusandolo di violazione dei diritti umani e insistendo che doveva essere rimosso dal potere al fine di “proteggere il popolo libico”, così l’amministrazione Trump sta oggi puntando il dito contro le politiche “repressive” di Bashar al-Assad in Siria e lanciando l’avvertimento che il suo regime è destinato a terminare presto — tutto ovviamente in nome della protezione dei civili siriani.
Ma mentre gli Stati Uniti e i loro alleati si dimostrano effettivamente incapaci di fornire una qualsiasi base legale a giustificazione dei loro recenti attacchi aerei —figurarsi poi fornire una qualsiasi evidenza concreta a dimostrazione del fatto che Assad sia effettivamente responsabile dei mortali attacchi chimici della scorsa settimana — emergono sempre più chiaramente i pericoli connessi all’invasione di un paese straniero e alla rimozione dei suoi leader politici.

Questa settimana abbiamo avuto nuove rivelazioni sugli effetti collaterali degli “interventi umanitari”: la crescita del mercato degli schiavi.


Il Guardian ha riportato che sebbene “la violenza, l’estorsione e il lavoro in schiavitù” siano stati già in passato una realtà per le persone che transitavano attraverso la Libia, recentemente il commercio degli schiavi è aumentato. Oggi la compravendita di esseri umani come schiavi viene fatta apertamente, alla luce del sole.

Gli ultimi report sul ‘Mercato degli schiavi’ a cui sono sottoposti i migranti si possono aggiungere alla lunga lista di atrocità [che avvengono il Libia]” ha detto Mohammed Abdiker, capo delle operazioni di emergenza dell’International Office of Migration, un’organizzazione intergovernativa che promuove “Migrazioni ordinate e più umane a beneficio di tutti“, secondo il suo stesso sito seb. “La situazione è tragica. Più l’IOM si impegna in Libia, più ci rendiamo conto come questo paese sia una valle di lacrime per troppi migranti“.

Il paese nordafricano viene usato spesso come punto di uscita per i rifugiati che arrivano da altre parti del continente. Ma da quando Gheddafi è stato rovesciato nel 2011 “il paese, che è ampio e poco densamente popolato, è piombato nel caos della violenza, e i migranti, che hanno poco denaro e di solito sono privi di documenti, sono particolarmente vulnerabili“, ha spiegato il Guardian.
Un sopravvissuto del Senegal ha raccontato che stava attraversando la Libia, proveniendo dal Niger, assieme ad un gruppo di altri migranti che cercavano di scappare dai loro paesi di origine. Avevano pagato un trafficante perché li trasportasse in autobus fino alla costa, dove avrebbero corso il rischio di imbarcarsi per l’Europa. Ma anziché portarli sulla costa il trafficante li ha condotti in un’area polverosa presso la cittadina libica di Sabha. Secondo quanto riportato da Livia Manente, la funzionaria dell’IOM che intervista i sopravvissuti, “il loro autista gli ha detto all’improvviso che gli intermediari non gli avevano passato i pagamenti dovuti e ha messo i passeggeri in vendita“. La Manente ha anche dichiarato:

Molti altri migranti hanno confermato questa storia, descrivendo indipendentemente [L’uno dall’altro] i vari mercati degli schiavi e le diverse prigioni private che si trovano in tutta la Libia“, aggiungendo che la OIM-Italia ha confermato di aver raccolto simili testimonianze anche dai migranti nell’Italia del Sud.

Il sopravvissuto senegalese ha detto di essere stato portato in una prigione improvvisata che, come nota il Guardian, è cosa comune in Libia.

I detenuti all’interno sono costretti a lavorare senza paga, o in cambio di magre razioni di cibo, e i loro carcerieri telefonano regolarmente alle famiglie a casa chiedendo un riscatto. Il suo carceriere chiese 300.000 franchi CFA (circa 450 euro), poi lo vendette a un’altra prigione più grossa dove la richiesta di riscatto raddoppiò senza spiegazioni“.
Quando i migranti sono detenuti troppo a lungo senza che il riscatto venga pagato, vengono portati via e uccisi. “Alcuni deperiscono per la scarsità delle razioni e le condizioni igieniche miserabili, muoiono di fame o di malattie, ma il loro numero complessivo non diminuisce mai“, riporta il Guardian. “Se il numero di migranti scende perché qualcuno muore o viene riscattato, i rapitori vanno al mercato e ne comprano degli altri“, ha detto Manente. Giuseppe Loprete, capo della missione IOM del Niger, ha confermato questi inquietanti resoconti. “È assolutamente chiaro che loro si vedono trattati come schiavi“, ha detto. Loprete ha gestito il rimpatrio di 1500 migranti nei soli primi tre mesi dell’anno, e teme che molte altre storie e incidenti del genere emergeranno man mano che altri migranti torneranno dalla Libia.”Le сondizioni stanno peggiorando in Libia, penso che ci possiamo aspettare molti altri casi nei mesi a venire“, ha aggiunto.

Ora, mentre il governo degli Stati Uniti sta insistendo nell’idea che un cambio di regime in Siria sia la soluzione giusta per risolvere le molte crisi di quel paese, è sempre più evidente che la cacciata dei “dittatori” — per quanto detestabili possano essere — non è una soluzione efficace. Rovesciare Saddam Hussein non ha portato solo alla morte di molti civili e alla radicalizzazione della società, ma anche all’ascesa dell’ISIS.
Mentre la Libia, che un tempo era un modello di stabilità nella regione, continua a precipitare nel baratro in cui l’ha gettata “l’intervento umanitario” dell’Occidente — e gli esseri umani vengono trascinati nel nuovo mercato della schiavitù, e gli stupri e i rapimenti affliggono la popolazione — è sempre più ovvio che altre guerre non faranno altro che provocare ulteriori inimmaginabili sofferenze.
Fonte: www.sapereeundovere.com

Preso da:  https://it.sputniknews.com/punti_di_vista/201704214392203-ultimo-paese-liberato-america-malvaggio-dittatore-si-commerciano-schiavi/

 

Celebrazioni in tutto il mondo nel settimo anniversario dell’ assassinio del Leader Muammar Gheddafi.

Sono passati 7 anni dal giorno in cui i RATTI della NATO, dopo una guerra colonialista durata 7 mesi,  assassinavano il Leader della Jamahiriya Libica, Muammar Gheddafi.
Quest’ anno forse più degli altri anni il popolo Libico ricorda questo avvenimento, con celebrazioni in Libia ed all’ estero. Sui social circolano vari posts e foto delle celebrazioni in varie città.


La foto raffigura uno dei manifesti affissi nella città di Ajdabia
http://za-kaddafi.org/node/45852

Bani Walid ricorda l’anniversario del “trono di gloria” di Gheddafi 2018/10/20
Ghat

http://za-kaddafi.org/node/45846 
Celebrazioni a Ghat

http://za-kaddafi.org/node/45849


Gli espatriati libici nella Repubblica araba d’Egitto hanno celebrato una cerimonia commemorativa sabato sera celebrando il settimo anniversario della partenza del leader libico Muammar Gheddafi e dei suoi compagni.

La celebrazione, che si è tenuta nella capitale egiziana Il Cairo, ha visto la presenza di un certo numero di sfollati e membri della comunità libica in Egitto, e la partecipazione di alcuni nazionalisti arabi che hanno dedicato pregieredel  Santo Corano per le vite di “martiri” della Libia nel 2011.

Durante la cerimonia sono stati pronunciati numerosi discorsi che si sono occupati degli eventi della Libia durante gli eventi di febbraio e hanno discusso della marcia del defunto leader Muammar Gheddafi.
https://www.afrigatenews.net/…/%D8%A7%D9%84%D9%85%D9%87%D8%…% D9% 84% D9% 84% D9% 8A% D8% A8% D9% 8% D9% 88% D9% 86% D8% A8% D9% 85% D8% B5% D8% D8% D9% 88% D9% D8% D8% D8% D8% D8% B8% D9% 89% D8% B1% D8% AD% D9% 8% D9% 84% % D8% A9% D9% 84% D9% 82% D8% B0% D8% A7% D9% 81% D9% 8A /  


https://www.facebook.com/groups/alGaddafi/permalink/1869136143124058/

celebrazioni anche a Parigi, Mosca, Benin, Camerun, Niger.

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celebrations around the world 7 years after the assassination of the Leader Muammar Gadhafi.
Ajdabiya city this morning 21/10
http://za-kaddafi.org/node/45852
Gat commemorates the martyrs on Saturday, 10/20/2018 in front of the Yixing Memorial in the village of Yixing.
http://za-kaddafi.org/node/45849
Bani Walid recalls the anniversary of the “throne of glory” Gaddafi 2018/10/20
http://za-kaddafi.org/node/45846
Libyan expats in Egypt mark the anniversary of Gaddafi’s departure
Cairo – Africa News Portal 21 October, 2018
Libyan expatriates in the Arab Republic of Egypt held a memorial ceremony on Saturday evening marking the seventh anniversary of the departure of Libyan leader Muammar Gaddafi and his comrades.
The celebration, which was held in the Egyptian capital Cairo, witnessed the presence of a number of displaced people and members of the Libyan community in Egypt, and the participation of some Arab nationalists who dedicated the Khutma to the Holy Qur’an for the lives of “martyrs” of Libya in 2011.
A number of speeches were delivered at the ceremony, which dealt with Libya’s events during the February events and discussed the march of the late leader Muammar Gaddafi.
https://www.afrigatenews.net/…/%D8%A7%D9%84%D9%85%D9%87%D8%…% D9% 84% D9% 84% D9% 8A% D8% A8% D9% 8% D9% 88% D9% 86% D8% A8% D9% 85% D8% B5% D8% D8% D9% 88% D9% D8% D8% D8% D8% D8% B8% D9% 89% D8% B1% D8% AD% D9% 8% D9% 84% % D8% A9% D9% 84% D9% 82% D8% B0% D8% A7% D9% 81% D9% 8A /
celebrations also in Paris, Moscow, Benin, Cameroon, Niger.

Roberto Saviano e la sua buona stella (di Davide)

        In un’intervista al quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, Roberto Saviano parla di sé e delle sue origini ebraiche. Ricorda l’educazione ricevuta dal nono ebreo ed elogia Israele per la sua democrazia, per la sua capacità di accogliere minoranze etniche [sarebbe interessante sentire cosa ne pensano i libanesi, i palestinesi, gli ebrei neri…] e per la sua apertura verso gli omosessuali [non chiarisce però come un ebreo possa conciliare un tale atteggiamento con la condanna della sodomia chiaramente espressa nella Bibbia, Antico Testamento]

Grassetti, colori, parentesi quadre, sottolineature, corsivi
e quanto scritto nello spazio giallo sono gen
eralmente della Redazione

Roma, 7 apr. (TMNews) – Roberto Saviano parla delle sue radici ebraiche in un’intervista al quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, che ieri gli ha dedicato due pagine in occasione dell’uscita in ebraico del suo secondo romanzo (“La bellezza e l’inferno”, 2009).

       Il talento a raccontare le storie, Saviano dice di averlo ereditato dal nonno Carlo: “I genitori di mia madre erano ebrei, e io sono cresciuto sulle ginocchia del nonno che ha contribuito moltissimo alla mia educazione” spiega lo scrittore, “mi rivedo ad ascoltare le sue storie quando avevo tre anni, ha continuato fino ai miei 15”.
       Saviano cita a memoria la frase dei Salmi che il nonno gli ripeteva sempre: “Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo”. E continua: “Una volta da bambino andai a dormire e mi resi conto che quel giorno non avevo pensato a Gerusalemme, ero spaventato, ero sicuro che avrei perso il braccio destro e avrei smesso di parlare”.
       Nonno Carlo, racconta Saviano allo Yedioth, non era religioso ma “la tradizione ebraica è comunque entrata nella casa. Il sabato (Shabbat, la festa del riposo per gli ebrei, ndr) era un giorno particolare, anche se mio padre era cattolico e il nostro giorno di riposo era la domenica”.
       Soltanto da adulto, l’autore di Gomorra ha compreso il senso di alcune abitudini, che allora gli sembravano stranezze. “A Pasqua il nonno buttava dell’acqua sul pavimento, poi attraversava la stanza come a separare l’acqua in due lati, e io camminavo dietro di lui facendo lo stesso. Quando veniva la Pasqua cristiana onoravamo le radici di mio padre. Nella mia famiglia le due religioni hanno sempre convissuto” dice ancora Saviano.
       Nell’intervista al quotidiano israeliano, parla anche dell’incontro di due anni fa a Gerusalemme con il presidente Shimon Peres e delle sue prese di posizione pubbliche a favore dello Stato ebraico. “Ho imparato cosa vuol dire essere vicino alla democrazia israeliana -dice- posso accettare dure critiche alla politica del governo israeliano, soprattutto quella degli ultimi anni, ma questo non ha niente a che vedere con il riconoscimento della legittimità Israele”, con la libertà di espressione o con la sua capacità di garantire uno stato di diritto.
       “Ho detto soltanto che Israele ha altri aspetti, oltre al confitto militare, come la sua capacità di accogliere minoranze etniche e la sua apertura verso gli omosessuali, in particolare quelli arabi; il riconoscimento del diritto dell’altro e del diverso”. Queste posizioni hanno attirato critiche, attacchi, minacce. “Ci sono stati commenti violenti tipo Saviano è filo-israeliano e quindi un criminale, o ‘una persona che lotta contro la mafia sostiene la mafia israeliana’. Sono arrivati a fare delle magliette con il mio volto sopra e la scritta ‘quest’uomo è sionista’. Su Internet hanno scritto Saviano uguale Israele uguale mafia”.
       Rispetto ai tanti attacchi subiti per i più svariati motivi negli ultimi anni, questi lo hanno sorpreso: “Non ho mai offeso nessuno, ho parlato del diritto di Israele a esistere e ho sottolineato il mio riconoscimento della democrazia israeliana. Quando scrivi con certi toni polemici ti aspetti reazioni dure, in questo caso non me le aspettavo. Quando poi si arriva all’antisemitismo, capisci che i commenti non riguardano nemmeno quello che ho detto ma al fatto stesso che ero intervenuto”.

Preso da: http://www.salpan.org/ARTICOLI/Saviano.html

2017: Scribacchini e pennivendoli cercano ancora una volta di infangare il Leader Muammar Gheddafi

Quella di cercare di gettare merda su Gheddafi, è una moda, periodicamente ci provano, inventando qualcosa di nuovo. Questa volta hanno affidato il compito a quello che il sistema stesso ha eletto a scrittore di grande “successo”.
Vediamo uno dei tanti articoli, fotocopia l’uno dell’ altro e poi facciamo qualche considerazione.

Gaddafi, annunciata la serie tv scritta da Roberto Saviano e Nadav Schirman e prodotta da eOne e Palomar

eOne e Palomar annunciano di lavorare a Gaddafi, serie tv scritta da Roberto Saviano e Nadav Schirman che racconterà la storia di Mu’ammar Gheddafi

Roberto Saviano
Un’altra co-produzione che coinvolge l’Italia si prepara a conquistare il mercato internazionale: è di pochi minuti fa, infatti, l’annuncio che la casa di produzione eOne e l’italiana Palomar produrranno Gaddafi, una serie tv basata sulla vita del leader della Libia Mu’ammar Gheddafi. Italiano anche il nome di chi sarà alla sceneggiatura di questa produzione, ovvero Roberto Saviano, che ha co-creato la serie con Nadav Schirman, autore del documentario “The Green Prince”. I due saranno anche produttori esecutivi.

Gaddafi viene presentato come “una storia epica, crudele e contemporanea su un uomo con un desiderio senza fondo per il potere e che voleva una rivoluzione mondiale. Un uomo caduto in rovina, travolto dai suoi più terribili vizi. Un tiranno. Gheddafi è stato un leader enigmatico arrivato dal deserto che ha provato a conquistare il mondo. Un uomo che ha creduto nella sua visione per la Libia, ma che è stato ucciso dal suo stesso popolo”.
Ancora non sono stati resi noti il numero di episodi prodotti nè il cast o, soprattutto, dove questa serie tv andrà in onda all’estero (i diritti per la distribuzione sono di eOne) ed in Italia. Resta comunque il fatto che Gaddafi si preannuncia come una serie ambiziosa che racconterà la vita del militare che per 42 anni è stato la massima autorità libica, per poi essere deposto dal Consiglio Nazionale di Transizione durante la guerra scoppiata nel Paese sei anni fa, che ha portato alla sua cattura ed alla sua esecuzione.
“E’ una serie tv su un guerriero, un sognatore che è diventato un tiranno selvaggio e senza pietà”, ha commentato Saviano. “Un tycoon multimilionario del petrolio ed un oppressore perfido. E’ la storia di un avventuriero del deserto, un tiranno che si auto-assegnato attacchi terroristici che non aveva organizzato e che si è auto-associato a gruppi terroristici che non conosceva in modo da avere il monopolio di una delle sue più importanti risorse, la paura”.
“Siamo entusiasti di collaborare con Palomar, che condivide con noi la passione per i drama audaci”, ha invece detto il presidente della eOne Pancho Mansfield. “Siamo contenti di avere Roberto e Nadav a bordo di questo grande progetto. L’impegno di Roberto nella ricerca e la sua abilità nell’intrecciare le informazioni sull’ascesa e caduta di Gheddafi in un racconto accattivante porterà ad un prodotto di grande televisione”.
“Stiamo iniziando un nuovo incredibile progetto e siamo molto orgogliosi di farlo con eOne”, ha aggiunto Carlo Degli Esposti, presidente di Palomar, a cui si devono anche Il Commissario Montalbano e Braccialetti Rossi. “Condividiamo con Saviano e Nadav l’entusiasmo nel creare una grande storia per la televisione che esplora a fondo il nostro recente passato e che ci aiuterà a capire il presente ed il futuro”, ha infine detto Nicola Serra, direttore generale di Palomar.
Un nuovo impegno che mette la produzione italiana a fianco di un partner internazionale, dopo I Medici ed il recente annuncio della partership tra la Rai e la Hbo per la trasposizione in tv de L’amica geniale. Gaddafi riporta inoltre Saviano a lavorare sulla serialità, dopo il successo di Gomorra-La serie.

Articolo preso da: http://www.tvblog.it/post/1450876/gaddafi-serie-tv-roberto-saviano-palomar?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+tvblog%2Fit+%28tvblog.it%29

Ora, vorrei solo dire, parlare di Saviano oggi, in questo paese così “democratico” è pericoloso, ci hanno spiegato che Saviano combatte la mafia. Quindi se critichi il DIO Saviano sei mafioso.
Guardacaso Saviano è di origini ebraiche, ( sono dapertutto, peggio delle mosche), se critichi un ebreo sei antisemita.

Ma Saviano è mai stato in Libia?, se uno scrive su qualcosa o qualcuno dovrebbe prima documentarsi, lui può viaggiare, lui ha i soldi.
Che qualcuno spieghi a Saviano le conquiste sociali della Libia sotto il “” dittatore””, paragoanatele alla situazione attuale con i RATTI “democratici”.
Si potrebbe dire tanto altro, le sue affermazioni sono false e possono essere smontate punto per punto, ma poi penso, questi personaggi in realtà sono il nulla, vivono perchè la gente parla di loro,è il sistema che ha deciso il loro “successo”, adesso Saviano e tanti altri servono al sistema, quibdi ecco il successo, quando non serviranno più la loro caduta sarà velocissima e rovinosa, in pochi giorni la gente dirà: saviano? ma chi cazzo è ?

Come ci portano via tutto

 

 

di Diego Fusaro 7 aprile 2017

Occorre essere vigili. Sempre. Non ci portano via tutto in una volta. No. Sarebbe altrimenti evidente il processo di aggressione frontale ad opera della aristocrazia finanziaria, la nuova classe dominante post-1989 che sta distruggendo tutte le conquiste del mondo proletario (lavoro, diritti, ecc.) e del mondo borghese (famiglia, enti pubblici, Stato: in una parola, ciò che Hegel chiamava “eticità”).

La nuova classe dominante, con lenta e solerte continuità, ci sta portando via una dopo l’altra tutte le nostre conquiste storiche: ci sta facendo arretrare, quasi senza che ce ne accorgiamo, in una sorta di nuovo feudalesimo capitalistico. Dovremmo ormai sapere, del resto, che quando il potere perde il consenso ricorre alla violenza e alle restrizioni di libertà. La storia del Novecento dovrebbe pur averci insegnato qualcosa. Ed è quanto sta oggi accadendo, per chi sappia vederlo andando al di là del vitreo teatro delle ideologie e delle grandi narrazioni. Svegliamoci, dunque. Prima che sia troppo tardi. Apriamo gli occhi. Per non lasciarci schiacciare senza prima aver combattuto fino alla fine. La sconfitta è certa quando l’aggredito non risponde all’aggressore. In nome della lotta contro le bufale e i “fake” si preannunciano clamorose restrizioni della libertà di opinione e di espressione per ogni voce non allineata. L’abbiamo capito. Con la scusa che la rete pullula – ed è peraltro vero – di sciocchezze e menzogne, adesso i sacerdoti del pensiero unico pensano di istituire “vedette” di controllo per censurare. Dove ovviamente – anche un neonato può capirlo – sarà facilissimo censurare come bufala e complotto tutto ciò che esula dai parametri del pensiero unico politicamente corretto.
Preso da: http://www.forzadelpopolo.org/come-ci-portano-via-tutto/

Ecco perché il capitale vuole l’immigrazione di massa

 

 

di Diego Fusaro
Lo spettacolo pornografico televisivo, la chiacchiera vacua giornalistica, l’opinare ortodosso con tratti di lirismo servile proprio dei chierici accademici hanno come obiettivo portante la distrazione di massa e la conservazione santificante dell’ordine simbolico che superstrutturalmente legittima l’ordine strutturale dei realissimi rapporti di forza. Distrazione di massa, giacché l’attenzione delle masse pauperizzate deve senza posa essere spostata dalla contraddizione economica classista. Conservazione dell’ordine simbolico dominante, in quanto le masse asservite devono accettare le categorie e i concetti che prevedono e legittimano il loro stesso asservimento. L’obiettivo è garantire che i servi lottino sempre solo in difesa delle proprie catene e contro ogni eventuale liberatore. Perché il Capitale vincente giubila all’arrivo dei migranti? Perché, pur potendo farlo, non ne regola i flussi? AGGIUNGO IO, ANZI LI CREA.

Non è difficile capirlo, per chi voglia procedere con la propria testa e senza seguire le correnti del politicamente corretto e del pensiero unico artatamente preordinato. Il Capitale ha bisogno di masse di schiavi ricattabili e senza diritti, disperati e disposti a tutto pur di sopravvivere. Ne ha bisogno per tre ragioni: 1) perché può sfruttarli senza riserve, nel modo più efficace, come materiale umano disponibile; 2) perché può usarli, nella lotta di classe, come strumenti per abbassare il costo della forza lavoro, costringendo il lavoratore italiano e francese a lavorare nelle stesse condizioni del migrante (è la marxiana legge dell’esercito industriale di riserva); 3) perché può far sì che prosperino le lotte tra gli ultimi (autoctoni contro immigrati) e che la lotta resti nel piano orizzontale dei servi in lotta con i servi e mai si verticalizzi nella forma del conflitto tra servo e signore.

Fermiamo i signori della guerra


Trovo vergognosa l’indifferenza con cui noi assistiamo a una ‘guerra mondiale a pezzetti’ , a una carneficina spaventosa come quella in Siria, a un attacco missilistico da parte di Trump contro la base militare di Hayrat in Siria ,ora allo sgancio della Super- Bomba GBU-43( la madre di tutte le bombe) in Afghanistan e a un’incombente minaccia nucleare.
L’Italia , secondo l’Osservatorio sulle armi , spendere quest’anno 23 miliardi di euro in armi (l’1,18% del Pil) che significa 64 milioni di euro al giorno! Ora Trump, che porterà il bilancio militare USA a 700 miliardi di dollari, sta premendo perché l’Italia arrivi al 2% del Pil che significherebbe 100 milioni di euro al giorno. “Pronti a rivedere le spese militari- ha risposto la ministra della Difesa  R. Pinotti- come ce lo chiede l’America .”La Pinotti ha annunciato anche  che vuole realizzare il Pentagono italiano a Centocelle (Roma) dove sorgerà una nuova struttura con i vertici di tutte le forze armate.
La nostra ministra della Difesa ha inoltre preparato il Libro Bianco della Difesa in cui si afferma che l’Italia andrà in guerra ovunque  i suoi interessi vitali saranno minacciati. E’ un autentico golpe democratico che cancella l’articolo 11 della Costituzione. Dobbiamo appellarci al Parlamento italiano perchè non lo approvi. Il Libro Bianco inoltre definisce l’industria militare italiana ‘pilastro del Sistema paese’ . ” Infatti nel 2015 abbiamo esportato armi pesanti per un valore di oltre sette miliardi di euro! Vendendo armi ai peggiori regimi come l’Arabia Saudita . Questo in barba alla legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra o dove i diritti umani sono violati. L’Arabia Saudita è in guerra contro lo Yemen, dove vengono bombardati perfino i civili con orribili tecniche speciali. Secondo l’ONU, nello Yemen è in atto una delle più gravi crisi umanitarie del Pianeta. All’Arabia Saudita abbiamo venduto bombe aeree MK82, MK83, MK84, prodotte dall’azienda RMW Italia con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna. Abbiamo venduto armi anche al Qatar e agli Emirati arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Iraq, in Libia, ma soprattutto in Siria dov’è in atto una delle guerre più spaventose del Medio Oriente.In sei anni di guerra ci sono stati 500.000 morti e dodici milioni di rifugiati o sfollati su una popolazione di 22 milioni! Come italiani, stiamo assistendo indifferenti alla tragica guerra civile in Libia, da noi causata con la guerra contro Gheddafi. E ora , per fermare il flusso dei migranti, abbiamo avuto la spudoratezza di firmare un Memorandum con il governo libico di El Serraj che non riesce neanche a controllare Tripoli. E così aiutiamo la Libia a frantumarsi ancora di più. E con altrettanta noncuranza assistiamo a guerre in Sud Sudan, Somalia, Sudan, Centrafrica, Mali. Senza parlare di ciò che avviene nel cuore dell’Africa in Congo e Burundi. E siamo in guerra in Afghanistan : una guerra che dura da 15 anni ed è costata agli italiani 6,6 miliardi di euro.
Mentre in Europa stiamo assistendo in silenzio al nuovo schieramento della NATO nei paesi baltici e nei paesi confinanti con la Russia. In Romania, la NATO ha schierato razzi anti-missili e altrettanto ha fatto in Polonia a Redzikovo. Ben cinquemila soldati americani sono stati spostati in quei paesi. Anche il nostro governo ha inviato 140 soldati italiani in Lettonia. Mosca ha risposto schierando a Kalinin- grad Iscander ordigni atomici, i 135-30. Siamo ritornati alla Guerra Fredda con il terrore nucleare incombente. (La lancetta dell’Orologio dell’Apocalisse a New York è stata spostata a due minuti dalla mezzanotte come ai tempi della Guerra Fredda).
Ecco perché all’ONU si sta lavorando per un Trattato sul disarmo nucleare promosso dalle nazioni che non possiedono il nucleare, mentre le 9 nazioni che la possiedono non vi partecipano. E’ incredibile che il governo Gentiloni ritenga che tale Conferenza “costituisca un elemento fortemente divisivo “, per cui l’Italia non vi partecipa. Eppure l’Italia ha sul territorio una settantina di vecchie bombe atomiche che ora verranno rimpiazzate dalle più micidiali B61-12.  Quanta ipocrisia da parte del nostro governo!
Davanti a una così grave situazione, non riesco a capire il quasi silenzio del movimento italiano per la pace. Una cosa è chiara: siamo frantumati in tanti rivoli, ognuno occupato a portare avanti le proprie istanze! Quand’è che decideremo di metterci insieme e di scendere unitariamente  in piazza per contestare un governo sempre più guerrafondaio? Perché non rimettiamo tutti le bandiere della pace sui nostri balconi?Ma ancora più male mi fa il silenzio della CEI e delle comunità cristiane. Questo nonostante le forti prese di posizione sulla guerra di Papa Francesco. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Quando verrà recepito dai nostri vescovi, sacerdoti, comunità cristiane? Dopo il suo recente messaggio inviato alla Conferenza ONU, in cui ci dice che “ dobbiamo impegnarci per un mondo senza armi nucleari”, non si potrebbe pensare a una straordinaria Perugia- Assisi, promossa dalle realtà ecclesiali insieme a tutte le altre realtà, per dare forza al tentativo della Nazioni unite di mettere al bando le armi atomiche e dire basta alla  ‘follia’ delle guerre e dell’industria delle armi? Sarebbe questo il regalo di Pasqua che Papa Francesco ci chiede: “Fermate i signori della guerra, la violenza distrugge il mondo e a guadagnarci sono solo loro.”

Preso da: https://www.articolo21.org/2017/04/fermiamo-i-signori-della-guerra/

Libia, la vera emergenza nazionale oggi è la corruzione

di Alfredo Mantici
Dallo scoppio della rivoluzione che nel febbraio del 2011 ha portato alla sanguinosa caduta del regime del colonnello Muammar Gheddafi, la Libia è entrata in uno stato di instabilità e guerra civile tra milizie divise in varie fazioni e governi più o meno provvisori che hanno tentato, finora senza successo, di assumere il controllo del Paese.

A sei anni dal crollo del regime, tuttavia, la Libia non solo non è riuscita a darsi un governo unitario e a vedere le varie fazioni impegnarsi seriamente nella ricerca di uno sbocco politico alla rivolta, ma è stata infettata da un morbo che continuerà a minarne la salute sociale, politica ed economica negli anni a venire: la corruzione diffusa a tutti i livelli. Oggi il problema della Libia non è più lo Stato Islamico. Il vero problema nazionale è la corruzione istituzionalizzata che vede i politici di tutti i colori, così come le milizie e i nuovi oligarchi (dell’est e dell’ovest) arricchirsi illegalmente in una situazione di disordine istituzionale generalizzato che favorisce ruberie di fondi pubblici e affari illegali di ogni natura.

Secondo il Rapporto 2016 degli esperti sulla Libia delle Nazioni Unite «i gruppi armati e le reti criminali libici hanno diversificato le loro fonti di finanziamento e le loro attività includono non solo i rapimenti, il traffico di migranti, il contrabbando di petrolio e l’appropriazione di fondi di solidarietà provenienti dall’estero, ma anche enormi profitti da sofisticate manovre finanziarie valutarie».

Subito dopo la rivoluzione, nei giorni in cui l’Occidente guardava con inspiegabile ingenuità alle prospettive di nascita di una Libia libera e democratica, ( ” dimenticando” che la Libia democratica era solo quella che hanno distrutto), politicanti, capi delle milizie armate e leader tribali compresero che il collasso istituzionale avrebbe aperto di lì a poco strade insperate all’arricchimento illecito. Persino coloro che combatterono contro la rivoluzione capirono che stava arrivando il momento di “fare cassa”.

La corruzione a Tripoli e in Cirenaica

In migliaia, i lealisti cambiarono casacca e da strenui difensori del regime si arruolarono nelle milizie ribelli e iniziarono ad arricchirsi. Il sistema di corruzione non riguardava solo i gruppi armati ma anche le istituzioni post-rivoluzionarie sia in Cirenaica – dove detta legge il generale Khalifa Haftar – sia in Tripolitania, dove è al potere il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez Al Serraj sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Secondo Khalid Shekshak, capo dell’Audit Bureau di Tripoli (l’organismo ispettivo governativo) il governo di Serraj «ha toccato il vertice della corruzione quando ha iniziato a pagare stipendi regolari anche ai membri delle milizie armate che controllano e proteggono le installazioni petrolifere e che praticano il contrabbando di petrolio».

Nell’ultimo biennio, i ranghi del corpo diplomatico libico si sono triplicati e si sono riempiti di personaggi che, nella maggioranza, non hanno alcuna esperienza nel settore e non parlano alcuna lingua straniera, ma ricevono ricchi stipendi grazie alla loro fedeltà ai nuovi governanti. I salari nel nuovo servizio diplomatico sono così appetibili che, secondo il Libyan Observer, il ministro della Sanità del governo Serraj ha nominato suo figlio attaché sanitario presso un’ambasciata libica in Europa, dalla quale il giovane può anche controllare il flusso dei fondi di solidarietà stanziati dall’Unione Europea per sostenere gli ospedali libici.

Anche il generale Haftar non sembra essersi fatto sfuggire l’occasione per un rapido arricchimento della sua famiglia. I suoi due figli sono stati elevati al rango di ufficiali superiori del Libyan National Army presso cui hanno il compito di gestire, senza alcuna supervisione, i rifornimenti militari e umanitari. Secondo l’ex portavoce di Haftar, intervistato dal Libyan Observer, i due giovani Haftar hanno aperto consistenti conti in banca in Egitto e negli Emirati.

La corruzione nelle banche e nei ministeri

Inoltre, pratica diffusa nei ministeri è quella degli “impiegati fantasma”. Secondo un’indagine dell’Audit Bureau, attualmente il ministero della Giustizia e quello della Sicurezza Nazionale hanno rispettivamente il 63% e il 51% di impiegati che non esistono, per i quali tuttavia vengono versati mensilmente regolari stipendi.

Anche le banche sono finite nelle mani dei capi delle milizie e dei loro alleati politici. Un “signore della guerra” molto noto a Tripoli, Haitam al Tajuri, secondo un rapporto delle Nazioni Unite ha recentemente preteso dalla Banca Centrale Libica una lettera di credito per una somma di 20 milioni di dollari, pari al cambio ufficiale a 15 milioni di dinari, e l’ha usata per rastrellare al mercato nero ben 80 milioni di dinari.

Il business dei migranti

Ma è il traffico di migranti che rappresenta una delle fonti di maggiore arricchimento delle milizie e dei politici compiacenti. Secondo i dati dell’International Organization for Migration (IOM), organizzazione intergovernativa fondata nel 1951 e alla quale aderiscono 166 stati, nel 2016 dalle coste libiche sono partiti verso l’Europa oltre 363mila migranti. I costi del trasporto clandestino variano da poche migliaia di dollari a testa a oltre 100mila dollari per le famiglie sufficientemente ricche, per le quali la traversata del Mediterraneo avviene su yacht confortevoli o su piccole navi sicure.

Il traffico avviene sotto la supervisione delle milizie che controllano i percorsi dei migranti dall’Africa Sub-sahariana fino alle coste libiche. Secondo la IOM, nel 2016 il traffico di esseri umani ha fruttato ai suoi controllori libici circa 346 milioni di dollari. Secondo fonti stampa internazionali, seppure continuano gli scontri tra le forze del generale Haftar e le milizie fedeli al governo di Al Serraj, stando ai numeri sul tasso di corruzione criminale e istituzionale presente nella Libia attuale, per risanare il Paese devastato da una falsa primavera occorrerà ben di più che una soluzione militare.

Preso da:  http://www.lookoutnews.it/libia-corruzione-banche-armi-migranti/

 

Occidente e NATO hanno distrutto Gheddafi e tutta la Libia

 

 Gruppo armato in Libia (foto d'archivio)

10/12/2015

La Libia è stato il primo Paese ad aver vissuto la “primavera araba”. Più velocemente di qualunque altro Stato che ha subito lo stesso fenomeno è piombata nel caos. Che cosa ha ottenuto la Libia, un tempo tra i Paesi più ricchi dell’Africa, dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi da parte dei ribelli con il supporto dell’Aviazione della NATO?
L’impunità di molti gruppi armati, ciascuno dei quali si definisce formato da “veri rivoluzionari”. Apparsi dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi, non solo combattono tra di loro per territori e il controllo delle infrastrutture, ma allo stesso tempo uccidono su commissione ed effettuano sequestri di persona. L’esempio è il rapimento nel 2013 del primo ministro Ali Zeidan.
Se il primo ministro può essere rapito, cosa può attendere la gente comune della Libia?

Secondo un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani in Libia, nella piccola città di Sabha, con una popolazione di 200mila persone, nel corso di quest’anno sono stati commessi 138 sequestri, una media di 1 ogni 2 giorni. Questo centro è in testa nella classifica delle città col più alto tasso di criminalità del mondo. Nella grande città di Misurata sono stati registrati 850 rapimenti, in 20 casi si trattava di bambini.
Secondo le organizzazioni per i diritti umani, il numero totale delle persone rapite o scomparse durante la guerra civile raggiunge 11mila persone.
L’ex portavoce dell’Unione delle tribù libiche Bassem as-Sol ha raccontato a Sputnik delle donne detenute nelle carceri illegali:
“A Bengasi, Misurata e Sirte, in palazzi trasformati in prigioni, i gruppi armati segregano le donne accusate di “sostenere il regime di Gheddafi.” Vengono torturate solo perché avevano lavorato nelle istituzioni pubbliche. Solo nella città di Misurata le donne che si trovano in questo stato sono quasi 4.300.”
Bassem as-Sol ha inoltre raccontato che i militanti rapiscono i bambini a scopo di estorsione.
I rapitori chiedono da 100mila a 200mila dollari, a seconda dello stato e della situazione finanziaria della famiglia. A volte l’importo del riscatto può raggiungere 1 milione di dollari.
Nei territori controllati dal Daesh (ISIS) spesso i bambini diventano strumenti per compiere attacchi terroristici. Secondo Bassem as-Sola, migliaia di bambini subiscono il “lavaggio del cervello” dopo essere sequestrati dai terroristi nelle zone della Libia sotto il controllo del Daesh.
“I bambini sono rapiti e convertiti in combattenti fanatici che uccidono, stuprano e compiono attacchi terroristici. Gli cambiano radicalmente il modo di pensare.”
Quanto guadagna un mercenario del Daesh?
Secondo il ministero degli Interni della Libia, oggi circa 16mila uomini fanno parte dei vari gruppi armati illegali. Tutte queste persone hanno ottenuto le armi dagli aerei della NATO, che le gettavano per sostenere i “rivoluzionari” nella guerra contro il legittimo governo di Gheddafi nel 2011.
Secondo i media, basandosi sulle pagine del Daesh nei social network, l’emiro del gruppo può ricevere fino a 6mila dollari. Se l’emiro ha donne e figli, ogni moglie viene compensata con un pagamento extra di 500 dollari, mentre per ogni bambino il bonus è di 200 dollari. Il combattente di rango più basso guadagna al mese 265 dollari.
Allo stesso tempo prima della “primavera araba” nel 2011 il salario medio in Libia ammontava a 1.000 dollari.

Ora il Paese, uno dei più ricchi di petrolio in Africa e in Medio Oriente, sta subendo la crisi petrolifera. Nel 2010, secondo la compagnia petrolifera nazionale “National Oil Corporation” (NOC), si estraevano ogni giorno 1 milione e mezzo di barili. Nel 2015, nello stesso periodo solo 500mila. La quantità di petrolio che viene prodotta nei territori controllati dal Daesh e dagli altri gruppi armati non è inclusa nelle statistiche.

Preso da: https://it.sputniknews.com/politica/201512101704506-Daesh-Caos-Terrorismo-Violenza/