LA SICILIA, LE BASI STRANIERE E LE GUERRE NEL MONDO ISLAMICO

martedì 11 aprile 2017

 

Traduzione in arabo del libro “Oltre il Canale”

Di Agostino Spataro

Quello che abbiamo temuto, e denunciato, è avvenuto: la Sicilia è stata trasformata in una formidabile piattaforma militare, convenzionale e nucleare, in mano straniere, al servizio di progetti avventuristici e di dominio verso il mondo arabo e il Mediterraneo che nulla hanno a che fare con gli interessi veri dei siciliani, anzi li danneggiano seriamente.
Storicamente, verso questo “mondo” la Sicilia, i suoi regnanti più illuminati, hanno tenuto un comportamento ispirato ai buoni rapporti, alla pace. Con risultati importanti per il bene dell’Isola e dell’Europa. Oggi, ci hanno arruolato in guerre, in pericolosi atti d’ingerenza in contrasto con il diritto internazionale vigente ed estranei alla nostra tradizione di Isola amante della pace e della cooperazione con i popoli del Mediterraneo e del mondo arabo. Tradizione rinverdita negli 70-80 del secolo trascorso, durante i quali abbiamo realizzato grandiosi progetti di cooperazione con il mondo arabo fra i quali ricordo: il metanodotto transmediterraneo Algeria, Tunisia, Sicilia, Italia (se volete vi spiego perché ho citato la Sicilia come un po’ a se stante) a quello con la Libia di Gheddafi, entrambi approdati sulle coste sud dell’Isola.
A proposito del “transmed” ricordo che, a un certo punto, a causa di pretese eccessive da parte tunisina, il progetto del metanodotto fu annullato. In quel caso, l’Italia non dichiarò guerra alla Tunisia che rifiutava il passaggio del “pipeline” sul suo territorio, non aprì le ostilità ma aprì una lunga e proficua trattativa (alla quale mi onoro di aver dato una mano, con alcuni deputati siciliani*) che portò a un accordo soddisfacente.
Oggi, la Siria è sotto attacco anche perché rifiuta di far passare, a certe condizioni, sul suo territorio alcuni oleodotti sauditi e del golfo Persico.
Questione di civiltà! Noi facemmo la trattativa, questi qui fanno la guerra!
Tutto ciò, conferma come la Sicilia, l’Italia con questi popoli desiderano convivere, lavorare, cooperare per far rinascere, in forme nuove e possibili, lo spirito della “civiltà mediterranea” (dai greci ai romani, dai fenici agli arabi, agli egizi, ecc) che, per secoli, ha illuminato, illumina la “civiltà occidentale”.
Tale, forzato coinvolgimento, infatti, non solo contrasta col sentimento pacifista dei siciliani, ma stride con una certa tradizione storica della Sicilia che, fin dall’antichità, quasi mai ha visto di buon occhio le guerre espansionistiche dell’Occidente contro i territori dell’Oriente islamico e ha fatto di tutto per evitare di parteciparvi.
Celebre è rimasto il comportamento, esemplare per saggezza e lungimiranza, di Federico II, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero, il quale, inviato, suo malgrado, in Terra Santa (nel 1228) a capo della IX Crociata, “conquistò” Gerusalemme senza colpo ferire, sulla base di un accordo, lungamente e piacevolmente negoziato, con Malik al Kamil, sultano musulmano.
Addirittura, Qirtay Al-Izzi nel suo “Gotha” (manoscritto arabo del 1655) rileva che : “Quando l’imperatore, principe dei Franchi, aveva lasciato la Terra Santa e si era congedato da Al-Malik Al-Kamil ad Ascalona, i due monarchi si erano abbracciati promettendosi mutua amicizia, assistenza e fraternità”.
Prima di questo evento memorabile, accadde a Palermo un altro episodio di uguale valenza che vide protagonista un illustre avo del grande Federico, Ruggero I, il normanno, il quale riuscì a preservare la Sicilia dal coinvolgimento diretto nella prima Crociata, anche per non inimicarsi i vari regni del nord-Africa con i quali i normanni intrattenevano ottime relazioni politiche ed economiche.
L’episodio è riportato nella cronaca musulmana della prima Crociata, dallo storico arabo Ibn Al-Athir che, nel suo “Kamil” (Edizione Torneberg), scrive, fra l’altro:
“Nel 484/1091, i franchi portarono a termine la conquista della Sicilia … Nel 490/1097, essi invasero la Siria ed eccone i motivi: il loro re Baldovino era imparentato con Ruggero il Franco (il normanno n.d.r.) che aveva conquistato la Sicilia, e gli mandò a dire che, avendo riunito un grande esercito, sarebbe venuto nel suo paese e da là sarebbe poi passato in Africa (in Tunisia) per conquistarla …
Ruggero convocò i suoi fedeli e chiese loro consiglio in merito a questo problema …
“Per il Vangelo – risposero – ecco un’occasione eccellente per loro come per noi, l’Africa sarà terra cristiana…”
“Allora – annota lo storico arabo con disarmante naturalezza – Ruggero sollevò l’anca, fece un gran peto (sic!) e disse: Affè mia, questa è buona. Come? Se essi verranno dalle mie parti, andrò incontro a spese enormi per equipaggiare le navi …”
Quindi convocò l’ambasciatore di Baldovino per notificargli la sua contrarietà acché l’esercito crociato attraversasse la Sicilia per raggiungere l’Africa e gli disse le testuali parole: “Per quanto concerne l’Africa, tra me ed i suoi abitanti ci sono impegni di fiducia e trattati”
Oggi, purtroppo non c’è un nuovo Ruggero!

* Su tale trattativa esistono ampi resoconti di stampa, documenti parlamentari e politici.

 

Preso da: http://montefamoso.blogspot.it/2017/04/la-sicilia-le-basi-straniere-e-le.html

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Corsa all’oro in Libia e Ciad: ecco come si finanziano i trafficanti

 

Giordano Stabile 3 luglio 2017

Roma – C’è anche una disperata corsa all’oro dietro il caos nel Sud della Libia e nei Paesi confinanti che spinge centinaia di migliaia di migranti verso le coste del Mediterraneo. La corsa è iniziata poco prima dell’inizio della guerra civile, nel 2011, ma col collasso dello Stato libico ha creato un calderone dove si mischiano milizie jihadiste, trafficanti e cercatori che inseguono una ricchezza impossibile nel deserto.
E che quando la vena si esaurisce si ritrovano senza mezzi, cibo, acqua in città fantasma sorte dal nulla. Conflitti tribali e lotta per l’arricchimento hanno creato una terra di nessuno che abbraccia la Libia meridionale, il Nord del Ciad e del Niger, l’Est del Sudan, il Darfur. Sono tutte regioni investite da guerre civili e che hanno anche altri due fattori in comune: il dominio dei Tebu, una popolazione africana in continuo attrito con le tribù arabe e Tuareg, e la presenza di centinaia di piccole miniere d’oro che attirano immigrati dai Paesi dell’Africa nera confinante.

Con il collasso della Libia, e in parte anche di Sudan, Ciad e Niger, la gestione del territorio è passata alle tribù Tebu, che non conoscono confini e gestiscono i traffici. L’oro viene esportato attraverso le stesse rotte dei trafficanti di uomini e di armi, verso Nord, i porti libici e poi in Europa. Le «città dell’oro», sorte dal nulla, arrivano a contare anche 10 mila abitanti, ma spariscono quando la vena si esaurisce e i cercatori allo sbando alimentano le colonne di migranti.
Le miniere del Ciad
Il boom delle scoperte si è avuto fra il 2011 e il 2013, soprattutto nel Tibesti, l’estrema regione settentrionale del Ciad. Ma i mezzi per sostentare i cercatori arrivano dalla Libia: cibo, generatori per la corrente elettrica, gasolio, metal detector, mercurio per separare la sabbia dall’oro, piccole escavatrici. Due grandi gruppi dei Tebu, i Teda e i Dazagada, spesso in lotta fra loro, si contendono il business e forniscono parte dei minatori, anche se la maggior parte sono nigeriani e maliani.
Ma le tensioni fra le diverse tribù hanno portato a stragi silenziose nel deserto. Una delle crisi peggiori è avvenuta nell’estate del 2015, quando il flusso di rifornimenti si è improvvisamente interrotto nell’area di Kori Bokadi, a cavallo fra Libia e Ciad. Diecimila cercatori sono rimasti senza acqua nel giro di pochi giorni, con scorte di «bibite e succhi di frutta», e hanno lanciato appelli attraverso le radio locali, alcune sudanesi. La maggior parte alla fine è stata soccorsa a partire dal Sudan ma non si sa quanti sono morti di sete.
Il ruolo dei mercenari
Altri cercatori vengono uccisi dai residuati bellici: la zona è disseminata di mine anti-uomo, per via della guerra fra Ciad e Libia, durata dal 1973 al 1994. Le conseguenze si sentono ancora oggi. I Tebu, soprattutto ciadiani, appoggiano le milizie della Tripolitania contro il generale Khalifa Haftar, considerato l’erede di Gheddafi: almeno 1000 mercenari a maggio hanno partecipato al massacro dei militari di Haftar nella base aerea di Albouyusuf vicino a Sebha, nel Fezzan.
Altri 1500 mercenari, provenienti da tribù sudanesi ostili ai Tebu, sono andati invece a rafforzare le file dell’esercito del generale. Ciadiani e sudanesi sono schierati ora gli uni contro gli altri nella zona dell’oasi di Jufra, una tappa della marcia di Haftar verso Tripoli. I traffici di armi, migranti, e oro, servono anche ad alimentare queste milizie e all’acquisto di equipaggiamento militare. Ma soprattutto hanno fatto saltare le frontiere fra gli Stati nel Sahel orientale. Sono le tribù Tebu a gestire entrate e uscite.
L’assenza degli Stati
È la tappa finale di un processo cominciato con la guerra fra la Libia di Gheddafi e il Ciad, che si è poi trasformato in guerra tribale fra Tuareg, Tebu e popolazioni africane. I migranti che arrivano da Nigeria, Mali, Burkina Faso sono attratti nella trappola delle miniere d’oro. I soldi ricavati non bastano a coprire le spese di cibo, acqua e macchinari. Nel giro di pochi mesi finiscono nella mani delle milizie o dei trafficanti. Il fattore «oro» è stato sottolineato anche in un rapporto del Centro studi Small arms surveys, dal titolo «Tebu Trouble». «La crisi libica – puntualizza il rapporto – e la presenza di gruppi jihadisti non può essere risolta solo da un intervento militare o dal dispiegamento di soldati occidentali su confini porosi e di fatto inesistenti». Occorre riportare la presenza degli Stati locali, Libia, Ciad, Niger, nelle regioni remote e «non solo militarmente ma con servizi e sviluppo».
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