I distruttori della Libia ora «per la Libia»

Dopo il fallimento di Emmanuel Macron nella ricerca di una soluzione alla crisi libica, ora è la volta di Giuseppe Conte di fare un tentativo. Roma è favorita rispetto a Parigi, dal momento che gode del sostegno della Casa Bianca. Tuttavia, ci sono poche possibilità che si pervenga a un qualsivoglia risultato: le “buone fatine” di oggi non sono altro che i lupi che ieri hanno divorato la Libia.

| Roma (Italia)

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Una mezzaluna (simbolo dell’islamismo) raffigurata come uno stilizzato emisfero che, affiancato da una stella e le parole «for/with Libya» (per/con la Libia), rappresenta «un mondo che vuole porsi dalla parte della Libia»: è il logo della «Conferenza per la Libia» promossa dal governo italiano, come evidenzia il tricolore nella parte inferiore della mezzaluna/emisfero.

La Conferenza internazionale si concluderà oggi a Palermo, in quella Sicilia che sette anni fa è stata la principale base di lancio della guerra con cui la Nato sotto comando Usa ha demolito lo Stato libico. Essa veniva iniziata finanziando e armando in Libia settori tribali e gruppi islamici ostili al governo di Tripoli e infiltrando nel paese forze speciali, tra cui migliaia di commandos qatariani camuffati da «ribelli libici».

Veniva quindi lanciato, nel marzo 2011, l’attacco aeronavale Usa/Nato durato 7 mesi. L’aviazione effettuava 30 mila missioni, di cui 10 mila di attacco, con impiego di oltre 40 mila bombe e missili. L’Italia, per volontà di un vasto arco politico dalla destra alla sinistra, partecipava alla guerra non solo con la propria aeronautica e marina, ma mettendo a disposizione delle forze Usa/Nato 7 basi aeree: Trapani, Sigonella, Pantelleria, Gioia del Colle, Amendola, Decimomannu e Aviano.

Con la guerra del 2011 la Nato demoliva quello Stato che, sulla sponda sud del Mediterraneo di fronte all’Italia, aveva raggiunto, pur con notevoli disparità interne, «alti livelli di crescita economica e sviluppo umano» (come documentava nel 2010 la stessa Banca Mondiale), superiori a quelli degli altri paesi africani. Lo testimoniava il fatto che avevano trovato lavoro in Libia circa due milioni di immigrati, per lo più africani.

Allo stesso tempo la Libia avrebbe reso possibile, con i suoi fondi sovrani, la nascita in Africa di organismi economici indipendenti e di una moneta africana. Usa e Francia – provano le mail della segretaria di stato Hillary Clinton – si erano accordati per bloccare anzitutto il piano di Gheddafi di creare una moneta africana, in alternativa al dollaro e al franco Cfa imposto dalla Francia a 14 ex colonie africane.

Demolito lo Stato e assassinato Gheddafi, nella situazione caotica che ne è seguita è iniziata, sul piano internazionale e interno, una lotta al coltello per la spartizione di un enorme bottino: le riserve petrolifere, le maggiori dell’Africa, e di gas naturale; l’immensa falda nubiana di acqua fossile, l’oro bianco in prospettiva più prezioso dell’oro nero; lo stesso territorio libico di primaria importanza geostrategica; i fondi sovrani, circa 150 miliardi di dollari investiti all’estero dallo Stato libico, «congelati» nel 2011 nelle maggiori banche europee e statunitensi, in altre parole rapinati.

Ad esempio, dei 16 miliardi di euro di fondi libici, bloccati nella Euroclear Bank in Belgio e Lussemburgo, ne sono spariti oltre 10. «Dal 2013 – documenta la Rtbf (radiotelevisione francofona belga) – centinaia di milioni di euro, provenienti da tali fondi, sono stati inviati in Libia per finanziare la guerra civile che ha provocato una grave crisi migratoria». Molti immigrati africani in Libia sono stati imprigionati e torturati dalle milizie islamiche.

La Libia è divenuta la principale via di transito, in mano a trafficanti e manovratori internazionali, di un caotico flusso migratorio che nel Mediterraneo ha provocato ogni anno più vittime delle bombe Nato del 2011. Non si può tacere, come hanno fatto perfino gli organizzatori del controvertice di Palermo, che all’origine di questa tragedia umana c’è la guerra Usa/Nato che sette anni fa ha demolito in Africa un intero Stato.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Preso da: http://www.voltairenet.org/article203880.html

I ricordi del giovane Chávez. Intervista a Hugo Rafael Chávez Terán

di Geraldina Colotti
I ricordi del giovane Chávez. Intervista a Hugo Rafael Chávez Terán
Per i venezuelani, Chávez non è morto, “si è moltiplicato”, perché ha lasciato la sua impronta nella storia, in quella storia che lo ha “assorbito” fino all’ultimo istante della vita: “la storia mi assorbirà”, disse infatti, con il suo tipico gusto per la battuta, nel libro-intervista Chávez, mi primera vida, di Ignacio Ramonet parafrasando la frase di Fidel Castro: “La storia mi assolverà”.

E così, ogni tanto qualcuno scopre un suo sosia in qualche angolo del Venezuela, com’è accaduto qualche giorno fa. Ma quello che ci viene incontro nella piazza Bolivar – un Chávez con trent’anni di meno -, non è un effetto del sole o del cocuy, ma un ragazzo che al “Comandante eterno” assomiglia davvero tanto. Si tratta del nipote, Hugo Rafael Chávez Terán, sociologo, giovane quadro del Partito Socialista Unito del Venezuela, eletto dalla base come delegato al IV Congresso, e membro di diritto per età al terzo congresso dei giovani, JPSUV.

Hugo Rafael è figlio di Narciso Antonio Chávez (detto “Nacho”), terzogenito di Doña Elena. Lo incontriamo insieme al giornalista Ezequiel Suarez, nell’ambito del suo progetto audio-visivo “Chávez de cerquita”, che raccoglie aneddoti e testimonianze dell’”arañero di Sabaneta”.

Quanto ha contato nel tuo percorso politico la figura del Comandante?

Moltissimo. Sono cresciuto ascoltando la sua voce. Mia madre racconta che, a quattro anni, dopo aver sentito un suo discorso alla radio salivo sul tavolo e catturavo l’attenzione dei parenti cercando di imitarne il tono e le parole: “Ascoltatemi, ascoltatemi. In quell’aeroplano di ritorno…”. Ho cominciato a far politica per realizzare il suo sogno, per l’impegno che tutti noi abbiamo preso di dare la vita per il suo sogno. Quando veniva a trovarci, era come vedere la stella più grande, abbracciarlo, chiedere la benedizione come è costume dalle nostre parti, riceverla, ricevere il bacio e i consigli erano momenti unici. Nella crisi della preadolescenza riusciva sempre a tirarti su il morale, era il combustibile che ti riempiva l’anima. Durante le feste, trovava sempre modo di passare un po’ di tempo con la famiglia, e per i bambini c’era sempre un sorriso e un gesto affettuoso. Ma spesso doveva ripartire subito, ricordo una volta che se ne andò dopo il brindisi di mezzanotte, stava partendo per il Brasile. Quel suo impegno totale mi ha coinvolto fin da piccolo. Mi sono reso conto che la vita non ci appartiene, che dev’essere messa al servizio di un ideale collettivo. Per questo facciamo le cose con passione, con umiltà, per questo la fatica non pesa, per questo le difficoltà non ci piegano. “Quando non sarò più qui – ci ha detto – cercatemi negli occhi dei bambini poveri”. Per questo, ora che non è più con noi fisicamente, con il partito andiamo nelle comunità, amiamo risolvere i problemi, prenderli di petto, perché negli occhi del popolo ci sono quelli di Chávez.

Qual è il compito dei giovani in questo momento così difficile per il proceso bolivariano, quanto incidono i giovani quadri nelle decisioni politiche?

Il nostro compito è dare battaglia per la rivoluzione: casa per casa, con le radio, nelle piazze, informando e organizzando il popolo sulle ragioni e sulle responsabilità di questa complessa situazione, sulla natura della guerra non convenzionale scatenata contro il proceso bolivariano. Il nostro peggior nemico è la disinformazione e la gioventù sta giocando un ruolo importantissimo nella comunicazione. Siamo un popolo di guerrieri che non si lascia sottomettere. Siamo gli eredi del lancieri di Paez, dei Libertadores che cacciarono l’impero, con la coscienza che la libertà è l’unica via. Siamo giovani, ma abbiamo già fatto esperienza negli attacchi che la rivoluzione ha respinto. Chávez non ha arato nel mare. Ha lasciato un popolo cosciente e saggio e questa generazione, che lui chiamava la generazione d’oro perché sapeva che avremmo difeso la rivoluzione, non lo tradirà.

Quelli di Chávez sono stati gli anni dell’azzardo e dell’inventiva, come valuta quelli di oggi? Come valuta le decisioni prese dal governo Maduro con il piano di recupero economico? Pensa che ci sia il rischio di un ritorno indietro?

Come giovani, appoggiamo pienamente le misure varate dal presidente Nicolas Maduro.
Nel III Congresso della JPSUV, oltre 400 delegati, quadri giovani, hanno appoggiato il Piano di Recupero Crescita e Prosperità: perché sappiamo che cerca di stabilizzare l’economia, incentivare la produzione, dare maggior potere acquisitivo al popolo dopo il duro attacco che ha subito a causa della guerra economica. Sappiamo che la borghesia, l’imperialismo, non rimarranno a guardare e non possiamo lasciare solo il presidente. Ognuno deve fare la propria parte, a cominciare dal partito, per controllare il territorio, evitare che i commercianti speculino sul prezzo, accompagnare il popolo.
Durante le guarimbas, le destre hanno usato i giovani e distorto i loro simboli di rivolta per disorientare e confondere. Come avete contrastato quella strategia?
In quei periodi difficili abbiamo potuto vedere fino a che punto ha potuto spingersi la canaglia imperialista. La nostra battaglia, allora, è stata prima di tutto quella di resistere nella nostra trincea concreta e simbolica. L’ordine era quello di non cadere nelle provocazioni. Una nostra difesa avrebbe scatenato una guerra civile e la reazione dell’iperialismo. Invece non ci sono stati incidenti. Abbiamo informato con le reti sociali, con le radio comunitarie e alla fine quella parte di popolo che era stata confusa, si è resa conto di come stavano le cose.
I giovani che sono cresciuti in rivoluzione e che non hanno conosciuto la repressione della IV Repubblica sarebbero disposti a difendere il proceso bolivariano da un’aggressione armata? C’è questa consapevolezza?
Fra i giovani rivoluzionari, sì. Abbiamo piena coscienza di come agisce l’imperialismo Usa, ci stiamo preparando, siamo tutti miliziani disposti a dare la vita. Se l’impero commette l’errore di mettere i piedi sulla nostra terra, verrà umiliato e sconfitto. Siamo i discendenti di Zamora e dei Caribe, la tribù indigena più guerriera. Non ci lasciamo sottomettere. L’imperialismo andrebbe incontro a un nuovo Vietnam. Altri giovani, invece, non hanno consapevolezza della situazione. Ma il compito della gioventù del partito è quello di convincere, di andare casa per casa a spiegare quel che succede nei paesi capitalisti, cosa fa l’imperialismo ai paesi che non si sottomettono.

Durante la malattia di Chávez, le destre hanno diffuso ogni genere di speculazione, colpendo molte volte la sensibilità della famiglia e del suo popolo. Come hai vissuto quei mesi drammatici?

Abbiamo saputo che aveva un tumore come tutti: ascoltando il suo discorso poetico da Cuba. Mio padre viene e dice: c’è conferenza a reti unificate. Sapevamo che stava male ma non fino a quel punto.

Ricordo la faccia preoccupata di mio padre… E poi due anni di battaglia e i momenti in cui pensavamo che ce l’avrebbe fatta. Mio zio ha mandato a chiamare mio padre perché lo assistesse. Voleva un fratello vicino come assistente personale. Io vivevo a Caracas e ho vissuto momenti straordinari con lui, di tristezza ma anche di gioia. Siamo convinti che ce lo abbiano assassinato, tutti i migliori medici non si spiegano come quel tipo di tumore abbia potuto essere tanto aggressivo. In quei mesi, la destra manipolava l’informazione, si burlava di noi e del nostro dolore, ma tutto questo ci univa di più e ci rafforzava. Abbiamo imparato a conoscere di più questo popolo che lo ha accompagnato con una manifestazione gigantesca quando se n’è andato. Ero vicino al feretro, vedevo le donne che piangevano come se fosse il loro figlio, ringraziavano mia nonna, doña Elena. Chávez era di tutti, tutti i giovani come me sono suoi nipoti, sono i nipoti di doña Elena. Quando ha sentito arrivare la fine, Chávez ha voluto tornare a morire nel suo paese. Diceva sempre che il suo grande rimpianto era quello di non aver lasciato niente di scritto. Per questo, durante la veglia, Maduro è andato a portargli il Plan de la Patria dicendo: “Ecco il tuo Plan de la Patria, Comandante, quello che ci hai lasciato”. E quando usciremo vittoriosi da questa crisi, il popolo dirà: “Ecco, Comandante, questo è per te e grazie a te. Missione compiuta”. E ci abbracceremo.

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-i_ricordi_del_giovane_chvez_intervista_a_hugo_rafael_chvez_tern/5694_26012/

Notizia del:

La truffa della “protezione umanitaria”. Così (solo) in Italia ci accolliamo i “migranti economici”

Roma, 27 mar , Francesca Totolo.
– I dati sulle richieste di asilo in Italia del 2017 sono noti e pubblicati sul sito istituzionale del Ministero dell’Interno: solo l’8% dei richiedenti sono rifugiati, mentre l’8% ricevono la protezione sussidiaria e ben il 25% (in forte crescita rispetto al 2016) la protezione umanitaria.

Il 58% dei richiedenti asilo invece ottiene il “foglio di espulsione” dall’Italia, ma come ben sappiamo per la presunta indisponibilità di accordi con i Paesi di origine spesso rimango liberi di circolare sul territorio italiano, finendo spesso nelle mani della criminalità (ricordiamo la mafia nigeriana della prostituzione e della droga) o del caporalato agricolo. Inoltre nel 2017, ci sono stati 37.783 immigrati sbarcati nei porti italiani (ovviamente i dati non comprendono gli immigrati arrivati grazie agli “sbarchi fantasma” dalla Tunisia), ovvero il 32% del totale, che non hanno neppure presentato la richiesta di asilo. Quindi, nel solo 2017, gli immigrati irregolari, senza documenti e senza nessun diritto di rimanere nel nostro Paese sono 84.775.

Dall’inizio del flusso migratorio dalla Libia, la stima ottimistica degli irregolari presenti in Italia si aggira sulle 600.000 persone, ovvero l’intera popolazione di Genova. Una vera emergenza per la tenuta della sicurezza pubblica del nostro Paese. Per capire il motivo di una percentuale di diniego alla protezione internazionale così elevata, basta guardare le nazionalità dichiarate dei migranti arrivati in Italia.
richiedenti asilo immigrati
Ad esempio, la cittadinanza più numerosa è quella nigeriana (25.964 migranti). Il Paese è la prima economia dell’Africa per PIL totale e non sono presenti conflitti al suo interno; solo nel nord, nei villaggi per precisione, sono riscontrati attentati terroristici degli jihadisti di Boko Haram. La maggioranza però dei nigeriani arrivati in Italia sono del sud-est del Paese, esattamente della zona di Benin City, fatto facilmente riscontrabile dal dialetto parlato.
Dopo la Nigeria, i Paesi di origine degli immigrati più presenti negli sbarchi dalla Libia sono il Bangladesh e il Pakistan. I primi stati con reali problemi di instabilità e conflitti sono il Mali (ottava posizione con 7.757 migranti), la Siria (dodicesima posizione con soli 2.270 richiedenti asilo) e la Somalia (tredicesima posizione con 2.055). I dati sulle nazionalità dei richiedenti asilo fanno ben capire che sulle coste italiane, grazie alla rotta libica, sbarcano in maggioranza quelli che il politicamente corretto chiama “migranti economici”, che rimarranno poi imbottigliati in Italia con scarsa possibilità di venire rimpatriati.
Infatti, nel 2017, solo 6.340 migranti sono stati rimpatriati mentre nel 2016 ancora meno, 5.300. La IOM Libya è riuscita a rimpatriare più di 15 mila migranti in Libia in soli 3 mesi, grazie al programma “Assisted Voluntary Return and Reintegration”, in accordo con l’Unione Africana e con il supporto dell’Unione Europea.
Perché non avviare il medesimo programma anche in Italia?
E con i ricollocamenti in Europa non va certamente meglio: sono stati ricollocati solo 11.464 richiedenti asilo (dicembre 2017) mentre 698 erano in corso di trasferimento. Ovviamente, i ricollocamenti riguardano “solo persone in evidente necessità di protezione internazionale, appartenenti a nazionalità il cui tasso di riconoscimento di protezione sia pari o superiore al 75% sulla base dei dati Eurostat”. Quindi una percentuale esigua dei migranti arrivati nei porti italiani.
Approfondiamo ora il tema a proposito dei tre tipi di protezione concessi dalle Commissioni Territoriali italiane e dell’anomalia tutta italiana della protezione umanitaria.
La protezione internazionale è sancita dalla Convenzione di Ginevra del 1951 allo scopo di dare “una condizione giuridica più stabile a quegli stranieri o apolidi che restavano sfollati o fuggitivi perché temevano di rientrare in patria dopo gli sconvolgimenti politici, etnici e territoriali successivi alla Seconda Guerra Mondiale”. La Convenzione sancisce due tipi di status: lo status di rifugiato e lo status di protezione sussidiaria.
Lo status di rifugiato rientra nel concetto stesso di protezione internazionale sancito dalla Convenzione di Ginevra, mentre lo status di protezione sussidiaria è riconosciuto al cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato, ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno (ad esempio una condanna a morte).
Quindi, secondo la Convenzione di Ginevra, solo il 16% dei richiedenti asilo in Italia avrebbero diritto alla protezione internazionale (l’8% status di rifugiato più l’8% status di protezione sussidiaria).
E quel 25% di richiedenti asilo a cui è stata concessa la protezione umanitaria?
Questa è un’anomalia tutta italiana: gli altri Paesi europei vi ricorrono solo in forma residuale e irrilevante in termini percentuali.
La stessa ASGI, associazione prettamente immigrazionista finanziata da George Soros, descrive così l’istituto italiano della protezione umanitaria: “Il permesso di soggiorno per motivi umanitari è un titolo di soggiorno previsto dall’ordinamento giuridico italiano con una norma di portata generale, posta a chiusura del sistema complessivo che disciplina l’ingresso e il soggiorno degli stranieri nel territorio italiano. A differenza della protezione internazionale è un istituto che non ha un proprio esplicito fondamento nell’obbligo di adeguamento a norme internazionali o dell’Unione europea, seppur dia attuazione anche ad obblighi internazionali, ma che in ogni caso è rintracciabile, seppur con differenti specificità, negli ordinamenti interni di taluni altri Stati membri. Con l’obiettivo di dare tutela delle situazioni concrete che non trovano compiuta corrispondenza in quelle astratte previste dal Testo Unico dell’Immigrazione, il Legislatore ha ritenuto utile inserire questa clausola di salvaguardia, utilizzabile qualora ricorrano situazioni meritevoli di tutela per seri motivi umanitari, o che impongono la necessità di adeguare la disciplina ordinaria a previsioni costituzionali o internazionali con particolare riguardo per quelle rilevanti in materia di diritti dell’uomo”.
L’istituto della protezione umanitaria è contenuto nel “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” del Decreto Legislativo 25 luglio 1998. L’allora maggioranza era appartenente al centro sinistra e il Premier era Romano Prodi. Non male per un Governo rimasto in carica solo 2 anni.
La protezione umanitaria viene rilasciata dal Questore a seguito di raccomandazione della Commissione Territoriale in caso di diniego in prima istanza di giudizio, ha una durata di 2 anni, è rinnovabile, e può essere convertita in permesso di soggiorno per lavoro. Un vero salvacondotto per molti dei cosiddetti migranti economici.
Ricapitolando: il 25% dei richiedenti asilo sbarcati in Italia ha ottenuto la protezione umanitaria dalle varie Commissioni Territoriali. Lo stesso 25% negli altri Paesi dell’Unione Europea avrebbe ottenuto un diniego e quindi un foglio di via. Rimpatri definiti impossibili, ricollocamenti in Europa quasi inesistenti e l’assoluta generosità tutta italiana nella concessione della protezione umanitaria. Paradossi italici.

NAZIONE, STATO E IMPERIALISMO EUROPEO di Domenico Moro

[ 22 luglio 2017 ]

L’altro giorno avevamo pubblicato di Domenico Moro L’IDEOLOGIA DOMINANTE É IL COSMOPOLITISMO NON IL NAZIONALISMO. Si trattava della prima parte di un breve saggio. Qui la seconda.

[9-9-1931. Nella foto il simbolo della resistenza libica senussita contro il colonialismo fascista, Omar al-Mokhtar, in catene. Sarà poi impiccato]
 Le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione
La diffidenza verso il concetto di nazione e la tendenza europeista, entrambe diffuse in diversi settori della società italiana, sono il prodotto della nostra storia recente e meno recente. L’imperialismo italiano, tra gli anni ’80 dell’Ottocento e gli anni ’40 del Novecento, ha fatto della nazione, nella forma ideologica estremistica del nazionalismo, il substrato della sua politica espansionistica. Lo stato liberale e lo stato fascista, senza alcuna soluzione di continuità tra di loro, hanno generato una serie di guerre, dalle prime spedizioni coloniali in Eritrea, Somalia e Libia, alla Prima guerra mondiale, alle guerre d’Etiopia e di Spagna e, infine, alla disastrosa partecipazione alla Seconda guerra mondiale.
L’esito di questa tendenza espansionistica è stato devastante sia per le condizioni delle masse popolari sia per le ambizioni dell’élite capitalistica. L’Italia, precedentemente annoverata fra le grandi potenze, subisce nel ’43 una sconfitta pesantissima e umiliante, che ne declassa il rango internazionale. Si è così prodotto un diffuso rigetto verso ogni forma di nazionalismo, che si è esteso al concetto stesso di nazione anche all’interno della sinistra, nonostante la Resistenza contro il nazi-fascismo fosse in primo luogo una lotta di liberazione nazionale.
Ma le ragioni dello scetticismo nei confronti della nazione sono più lontane e collegate allo scetticismo nei confronti dello Stato. L’Italia fu, tra XII e XVII secolo, la culla del capitalismo e il paese centrale del sistema economico dell’epoca, malgrado l’assenza di uno Stato-nazione unitario o, secondo alcuni, proprio per quella ragione1. Però, i limiti della mancanza di uno stato nazionale, che sostenesse gli interessi del capitale italiano, finirono alla lunga per farsi sentire negativamente.
A partire dalla seconda metà del XVII secolo l’Italia entrò in una lunga fase di decadenza economica, cedendo l’egemonia internazionale prima ai Paesi bassi e poi all’Inghilterra, che si erano dotati una forma statale nazionale ben strutturata e poderosa. Invece, in Italia la forma statale prevalente fu prima quella della repubblica comunale e poi quella della signoria locale o, al massimo, regionale. Inoltre, in Italia, tra il XIV e il XV secolo si sviluppò il Rinascimento, che, espressione delle corti delle città-stato, ebbe un carattere culturale cosmopolita e non nazionale.
Gramsci ha dedicato molte pagine a spiegare come storicamente la funzione degli intellettuali italiani e le stesse tradizioni culturali siano state cosmopolite2. L’Italia è stata il centro dell’impero più cosmopolita della storia, quello romano, e sede della sua erede, la Chiesa cattolica, la cui dottrina è universalistica per definizione.
La presenza in Italia del potere temporale cattolico, lo Stato della Chiesa, fu una delle cause principali del ritardo della unità nazionale italiana, completata soltanto con la conquista militare della Roma papalina da parte delle truppe italiane nel 1871.
A seguito di questo episodio, il Papa si confinò nel Vaticano e i cattolici si tennero fuori dalla politica del nuovo stato unitario, entrandovi con una loro formazione politica autonoma, il Partito popolare, soltanto nel 1919. Ma è dopo la Seconda guerra mondiale che essi, attraverso la Democrazia cristiana, saranno per quasi mezzo secolo il perno della politica italiana e uno dei motori della integrazione europea.
Un’altra importante causa dello scetticismo verso la nazione è collegata alle modalità con cui si è realizzato in Italia il processo di costruzione dello stato unitario nazionale.
La direzione del movimento di unificazione fu monopolizzata dall’espansionismo della monarchia piemontese, e non si pose l’obiettivo del coinvolgimento delle masse, all’epoca soprattutto contadine, nell’unico modo in cui potesse farlo, cioè con la riforma agraria3.
Alla fine, il Risorgimento fu egemonizzato dalla élite borghese del nord, alleata con i latifondisti del Sud, e in opposizione alle masse subalterne. Il Mezzogiorno venne definitivamente unito al resto del Paese solo dopo una lunga guerra contro il brigantaggio, in realtà una guerra civile, che costò all’esercito italiano più caduti della III Guerra d’indipendenza contro l’Austria.
La sfiducia verso la nazione da parte degli italiani, che hanno oggi, a un secolo e mezzo dall’unità, una identità culturale e linguistica definita e omogenea forse più di quella di altri popoli europei, rientra nel generale senso di sfiducia verso lo Stato, che, per ragioni diverse (genuine ma anche strumentali), investe sia le classi inferiori e subalterne sia quelle superiori e dominanti della società italiana.
Nella classe dominante il trauma della sconfitta della Seconda guerra mondiale, la consapevolezza di non poter portare avanti una politica di potenza nei nuovi rapporti di forza internazionali nonché il peggioramento dei rapporti di forza all’interno (forte presenza di un partito comunista e rapporti di forza sindacali e politici favorevoli alla classe operaia) hanno generato la convinzione della insufficienza (non certo della inutilità) dello stato nazionale e una tendenza a avvalersi anche di forze esterne, sovrannazionali (Nato e Ue), per riequilibrare i rapporti di forza esterni e soprattutto interni.
A tutto ciò si aggiunge, come Marx ha fatto notare più volte, l’avversione tradizionale della classe capitalistica per lo Stato in quanto fonte di spese, che, dal suo punto di vista, sono faux frais, cioè spese superflue, specialmente allorché si traducono in imposte sui profitti e sulle proprietà mobiliare e immobiliare. Infatti, l’avversione verso le spese statali in Italia si è tradotta in una diffusa elusione fiscale da parte delle imprese fino alla rivolta fiscale di cui la Lega si è fatta espressione negli anni ‘90, ed è stata particolarmente accesa, essendo motivata dalla dilatazione e dalla corruzione Pubblica amministrazione (Pa), giudicate come anomale rispetto al resto d’Europa.
Tale presunta anomalia è stata enfatizzata sin dagli anni ’70, allo scopo di favorire le privatizzazioni del welfare e delle partecipazioni statali e ridurre l’autonomia del ceto politico ad esse legato. Inoltre, le inefficienze e la dilatazione della Pa registrata in certe aree del Paese dipende dalla incapacità del settore privato di generare una sufficiente occupazione, dalla mancanza di un adeguato reddito di disoccupazione e da un divario economico tra Nord e Mezzogiorno molto più profondo di quelli presenti negli altri stati europei.
A ciò si aggiunge il fatto che la Pa nel passato è stata utilizzata per rafforzare la stabilità sociale e politica, mediante l’inglobamento di alcuni settori di piccola borghesia all’interno del blocco politico-sociale che la Democrazia cristiana e altri partiti di governo avevano costituito in funzione anti-comunista. Ad ogni modo, oggi, dopo anni di blocco del turn over, gli occupati nella Pubblica amministrazione (Pa) in Italia risultano, in assoluto e in rapporto alla popolazione, inferiori a quelli di Francia, Germania e Spagna4.
Infine, non possiamo non ricordare, sia pure di sfuggita, che il rigonfiamento del debito pubblico è stato dovuto non a un eccesso di spese sociali in rapporto a quelle di altri Paesi, bensì al basso livello di imposizione fiscale (in primis alle imprese), alle spese di socializzazione delle perdite delle imprese private, e soprattutto, a partire dai primi anni ’80, alla crescita della spesa per interessi, dovuta alla separazione tra Banca d’Italia e Tesoro, avvenuta sempre con l’obiettivo di ridurre l’inflazione per poter ridurre i salari5.
In ultimo, ma non per importanza, la necessità, dopo la Seconda guerra mondiale, di un adeguato mercato di sbocco alle merci della manifattura italiana e poi la globalizzazione negli anni ‘90 si sono aggiunte a rafforzare, agli occhi dell’élite capitalistica italiana, l’utilità dell’Europa e dell’integrazione economica e valutaria, che ha trasformato o sta compiutamente trasformando le imprese maggiori da prevalentemente nazionali a internazionali.
In sintesi, l’Europa è stata vista (o venduta così all’opinione pubblica) come un necessario fattore esterno di costrizione all’efficientizzazione della Pa e alla moderazione del bilancio e della esagerata spesa statale, che gli italiani da soli avrebbero avuto difficoltà a realizzare.
Il punto, però, è che né l’euro né la Ue rappresentano un correttivo alle carenze dello Stato, tantomeno in direzione della sua efficientizzazione e contro la corruzione.
Al contrario, l’Europa rappresenta la riduzione degli aspetti “pubblici” e redistributivi dello stato e una accentuazione del suo carattere di dominio di classe, al servizio dei privati, che, anziché eliminare i vecchi sprechi e corruzioni, ne determina di nuovi, proprio a causa dell’aumento della commistione tra pubblico e privato a seguito delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni dei servizi pubblici.
Il problema dell’euro non solleva la questione della nazione ma la natura di classe dello Stato. La questione dell’uscita dall’euro non è una questione inerente alla difesa della nazionalità bensì inerente alla democratizzazione dello Stato e, più precisamente, alla modificazione del rapporto tra Stato e classi subalterne al capitale.
In qualche modo, gli oppositori di sinistra all’uscita dall’euro vengono rafforzati nelle loro convinzioni dai cosiddetti sovranisti nazionali, che pongono l’accento sul recupero della sovranità nazionale anziché sul recupero della sovranità popolare o, meglio ancora, democratica.
Per la verità, una certa confusione tra i due aspetti si ingenera in modo abbastanza naturale. Infatti, visto che il problema è rappresentato dall’esistenza di organismi sovrastatali europei, il loro superamento implica necessariamente il ritorno allo stato. E, dal momento che lo stato territoriale classico è quello a base nazionale, ciò che risulta, almeno in apparenza, è che “si ritorni alla nazione”.
Ciononostante, il nodo della questione dell’uscita dall’euro continua a non risiedere nella nazione ed è bene che lo si ribadisca. Sarebbe facile considerare che alcuni stati europei non sono stati nazionali nel senso puro, ad esempio la Spagna e il Belgio, che riuniscono nazionalità diverse con lingue a volte di ceppo diverso (castigliano, catalano e basco, oppure francese e neerlandese). Più importante è chiederci verso chi la Ue e la Uem svolgono una funzione di oppressione o di sfruttamento.
Se, cioè svolgano una tale funzione verso una o più nazioni, intese come l’insieme delle classi di un dato Paese, oppure se svolgono tale funzione verso una o più classi sociali di tali nazioni, ma non verso l’insieme delle classi ossia della nazione.
In effetti, in Europa non c’è una nazionalità oppressa in quanto tale. L’azione della Uem colpisce alcune classi, che rappresentano la maggioranza della popolazione, ma non tutte con la stessa intensità. L’euro è diretto, in primo luogo, a neutralizzare la capacità di resistenza della classe salariata, in particolare di quella direttamente impiegata dal capitale (soprattutto nella manifattura), che subisce la deflazione salariale come conseguenza dei tassi di cambio fissi. Certi settori stipendiati o salariati ne sono colpiti di meno o meno direttamente, ad esempio il lavoro salariato non dipendente dal capitale.
Tuttavia, anche il settore pubblico ha subito, attraverso il blocco dei contratti e del turn over, conseguenze negative dell’austerity europea. Secondariamente tende a colpire anche alcuni settori piccolo-borghesi intermedi, nel commercio e nell’artigianato, e persino settori di imprese capitalistiche, quelle piccole e medie, che non riescono a inserirsi nelle catene internazionali del valore, dominate dalla grande impresa globalizzata, e sono state penalizzate dal crollo del mercato domestico a seguito di deflazione salariale e austerity.
Invece, i grandi e medi rentier generalmente beneficiano dell’euro. Soprattutto, per lo strato capitalistico di vertice, le grandi imprese industriali e le banche internazionalizzate, l’introduzione dell’euro ha rappresentato un vantaggio enorme. Alcuni hanno posto in rilievo, giustamente, il ruolo egemone della Germania in Europa e i benefici che, come Paese, ha ricavato dall’euro.
Tuttavia, per quanto la Germania abbia beneficiato dell’euro, non è possibile parlare di oppressione nazionale di questo Paese sugli altri. I benefici dell’euro si estendono, anche se non in modo uniforme, a tutta l’élite capitalistica europea, anche a quelle dei Paesi cosiddetti periferici.
In Italia, sebbene in un contesto di contrazione non solo del Pil ma soprattutto della base produttiva manifatturiera, il margine operativo lordo delle imprese manifatturiere esportatrici è cresciuto e, in rapporto al fatturato, risulta superiore a quello di Germania e Francia6. Del resto, come ho avuto occasione di far notare altrove, l’integrazione valutaria rende più facile l’azione di quelli che Marx chiama i fattori antagonistici alla caduta del saggio di profitto (riduzione del salario, esportazioni di merci e capitale, concentrazione delle imprese, ecc.)7.
Infatti, non è un caso che tra le classi dominanti di Spagna, Francia e Italia le posizioni a favore di una uscita dall’euro non trovano udienza presso i media controllati dalle élite economiche “nazionali”. Ad esempio, il confindustriale Sole24ore, per quanto ospiti interventi critici verso gli “eccessi” rigoristici tedeschi, contrasta decisamente ogni ipotesi di fine dell’euro come fosse una catastrofe.
In ogni caso, le imposizioni della Uem non sono dirette contro l’autoderminazione “nazionale”, in quanto gli stati nazione non sono aboliti. Per la verità alcune loro attribuzioni sono state rafforzate e lo sono state proprio in funzione nazionale.
Sono solo alcune attribuzioni quelle il cui controllo è delegato, mediante i trattati europei (Fiscal compactSix e Two pack), alla Ue o alla Uem. Infatti, la questione di fondo è che a essere indebolito non è il carattere di classe dello stato, inteso come perseguimento degli interessi specifici del capitale che ha base o opera in quel dato territorio. Anzi, tale carattere, per quanto possa sembrare paradossale, si rafforza e, del resto, né la Ue né la Uem assomigliano neanche lontanamente a uno stato in senso compiuto.
A questo punto, però, è necessario fare un passo indietro e chiederci: che cos’è, nella sua essenza, lo Stato? La definizione più diffusa è quella data da Max Weber: lo stato coincide con il monopolio dell’uso della forza entro i confini di una certa area geografica. Quindi, organismi statali per eccellenza sono quelli preposti a tale monopolio: Forze Armate, polizia, magistratura e il loro apparato immateriale di leggi e materiale di armamenti, caserme, tribunali, prigioni, ecc. Marx ed Engels aggiunsero a tale definizione che il monopolio della forza è esercitato in difesa dei rapporti di produzione dominanti. Pertanto, lo Stato, dal punto di vista di classe, non è mai neutrale, compreso quello formalmente più democratico, essendo sempre l’organismo della classe dominante.
Nella società divisa in classi, lo Stato rappresenta, per usare le parole di Marx “la violenza concentrata e organizzata della società”8. Tuttavia, Marx ed Engels dissero anche altro: lo Stato non è solo oppressione mediante la forza fisica di una classe sulle altre ma anche mediazione tra le classi, per evitare che la lotta tra di esse giunga fino al punto di far collassare l’intero edificio sociale. In tal senso, sempre secondo Marx e Engels, la repubblica democratica rappresenta l’involucro migliore per l’esercizio del potere borghese9.
Con il tempo, sia per l’evolversi di tale mediazione sia per l’evolversi e il rendersi più complessa dell’economia e della società, nuove funzioni si sono aggiunte alla macchina dello Stato, creando, accanto a Forze Armate e corpi di polizia permanenti e professionali, enormi apparati burocratici e amministrativi. Ma la combinazione dei due aspetti, forza e mediazione, è sempre centrale. L’analisi di tale dialettica fu approfondita da Lenin e da Gramsci, nel concetto di egemonia, e poi da altri come Althusser e Poulantzas10.
Chi studia oggi Gramsci dovrebbe porsi la questione di attualizzare i suoi insegnamenti e mettere in pratica il suo metodo, che oggi non può prescindere dall’analisi della forma dei sistemi politico-istituzionali e di riproduzione del consenso, nel quadro della globalizzazione, dell’ideologia del cosmopolitismo e, in Europa, dell’integrazione economica e valutaria. Quindi, la forma che lo Stato assume è decisiva, perché la forma non è un mero involucro bensì un principio di organizzazione dei rapporti sociali.
Detto più chiaramente, la forma che lo stato assume definisce i rapporti e le modalità di mediazione tra le classi vigenti in un certo periodo storico.
Dopo la seconda guerra mondiale, la sconfitta militare del fascismo e della classe dominante italiana e il protagonismo dei partiti legati alla classe operaia avevano modificato i rapporti di forza, che furono cristallizzati, in Italia (e nel resto dell’Europa occidentale), in una nuova Costituzione antifascista e nella definizione di una forma di stato repubblicana e democratico-parlamentare.
Lo stato non aveva perso il suo carattere di classe ma la forma che assumeva garantiva alla classe lavoratrice un terreno di lotta più favorevole. Con gli anni, il confronto competitivo con l’Urss e le lotte di classe interne, combinate con una fase espansiva del capitalismo, portarono all’allargamento della democrazia e del welfare.
Il grande capitale, però, non poteva accettare i nuovi rapporti di forza a lungo, soprattutto quando si ripresentò la caduta del saggio di profitto con la prima grande crisi strutturale del ’74-’75. Da allora, infatti, i think tank e le organizzazioni dell’élite del capitale occidentale, come la Trilaterale, cominciarono a riflettere su come ridurre l’”eccesso di democrazia” che ormai, dal punto di vista delle classi dominanti, affliggeva gli stati europei11.
Bisognava modificare i rapporti di forza e, per farlo, bisognava neutralizzare le Costituzioni e subordinare il Parlamento, eletto con un sistema elettorale proporzionale puro e presidiato da partiti di massa e organizzati, al governo, che era più facilmente influenzabile dalla classe dominante. La controffensiva neoliberista cui si assiste in tutto il mondo capitalistico avanzato dall’inizio degli anni ’80 si basava, sul piano politico, su questa strategia.
In Italia, si ricorse alla modifica in senso maggioritario delle leggi elettorali e, anche grazie all’operazione “mani pulite”, alla modificazione/distruzione dei partiti di massa tradizionali, cercando di adottare il sistema bipartitico anglosassone.
In tale sistema i due partiti principali agiscono sui temi di fondo in base al cosiddetto bipartisan consensus, cioè come ali di uno stesso partito, impedendo qualunque alternativa reale. Ma fu l’integrazione europea e in particolare l’introduzione dell’euro a fornire lo strumento decisivo per ribaltare i rapporti di forza.
Il Parlamento, in questo modo, viene bypassato dagli organismi sovrastatali e i meccanismi oggettivi dell’euro costringono alla disciplina di bilancio e alla compressione dei salari, permettendo l’imposizione di controriforme (come quella delle pensioni della Fornero) che in condizioni diverse non sarebbero mai passate.
In questa trasformazione, a essere rafforzati sono gli esecutivi nazionali, che, infatti, sono le uniche istituzioni statali ad avere un ruolo diretto negli organismi sovrastatali europei, affermando così quel principio di “governabilità”, ovvero la libertà dell’esecutivo di agire senza essere vincolato dagli altri poteri dello Stato, tanto auspicato dal capitale dagli anni ’70 a oggi.
Come ha ben spiegato Agamben e come abbiamo visto con il commissariamento europeo dell’Italia, all’epoca del governo di Mario Monti, tale trasformazione si è realizzata, evocando lo stato di emergenza o di “eccezione”, sotto il ricatto del default e dello spread.
Col tempo si è così passati da un sistema parlamentare, basato sulla centralità del Parlamento, a un sistema di fatto (anche se non formalmente) governamentale, cioè basato sulla centralità dell’esecutivo e, all’interno di esso, del premier, il quale governa con un uso massiccio della decretazione d’urgenza (decreti legge)12.
Considerando, però, che, attraverso l’esecutivo, il potere politico è influenzato più direttamente dalle élite capitalistiche, possiamo definire la nuova forma di governo, forse più precisamente malgrado l’ossimoro, come democratico-oligarchica. Dunque, non assistiamo all’indebolimento dello stato nazionale.
Viceversa, assistiamo al rafforzamento del carattere di classe borghese dello stato.
La “governabilità” è il prodotto dello spostamento di certe decisioni a livello europeo e della subalternità ai meccanismi dell’euro, ma anche delle modifiche intervenute a livello statuale-nazionale. Infatti, mentre alcune funzioni sono delegate a organismi esterni, altre funzioni decisive non solo rimangono monopolio dello stato nazionale, ma vengono rafforzate e adattate alle esigenze delle imprese maggiori.
Negli ultimi anni gli apparati burocratici, polizieschi e militari degli stati europei occidentali non solo si sono rafforzati, ma, per quanto riguarda le Forze Armate, hanno assunto un ruolo sempre più interventistico all’estero.
Del resto, le Costituzioni antifasciste europee sono state bypassate o modificate non solamente sul piano dei meccanismi di governo e sul piano economico e in particolare su quello del bilancio pubblico (introduzione dell’articolo 81 sull’obbligo del paraggio di bilancio). Lo sono state anche sul piano dell’uso della guerra come strumento di politica internazionale, soprattutto in Italia, ma anche negli altri Paesi sconfitti della Seconda guerra mondiale, Germania e Giappone.
L’aspetto del monopolio della forza, che, come abbiamo visto, caratterizza lo Stato nazionale, non solo non è messo in comune, ma viene esercitato, seppure non nella forma di scontro armato diretto, in modo funzionale a una competizione tra Stati nazionali e tra capitali.
Esempio lampante ne è l’aggressione contro la Libia, che è stata voluta e preparata dalla Francia non solo contro Gheddafi ma indirettamente anche contro l’Italia, con lo scopo di sostituire le sue imprese a quelle italiane nello sfruttamento dei ricchi appalti e delle ampie risorse petrolifere. Del resto, la vicenda libica è solo l’ultimo episodio di una secolare competizione tra Italia e Francia in quell’area del Mediterraneo, che è proseguita anche in epoche più recenti, dando luogo a più di una guerra per procura13.
Eppure, l’Italia e la Francia fanno parte della Ue e della Uem. Anzi, sono proprio l’euro e l’austerity a accentuare le tendenze imperialistiche e la competizione inter-imperialistica, già innescate dalla sovraccumulazione e dalla conseguente caduta del saggio di profitto.
Infatti, l’integrazione europea comprime i salari reali e la domanda interna riducendo i mercati domestici europei. Ciò accentua la contrazione della base produttiva domestica, rafforzando la spinta espansionistica all’estero, per la conquista di sbocchi alle merci e ai capitali eccedenti, oltre che di materie prime a basso costo. L’espansione economica estera è sostenuta, come nel passato, dal potere statale, con la diplomazia, gli incentivi economici e lo strumento militare. Quindi, con strumenti statali e nazionali.
Oggi, non esiste alcun esercito europeo né l’Europa interviene militarmente, in quanto Europa, in nessun luogo, se si eccettuano le missioni di scarso rilievo e importanza di Eufor.
Se stati europei intervengono insieme lo fanno come singoli stati sovrani, su mandato Onu o all’interno di alleanze, con o senza il cappello Nato, che sono quasi sempre a egemonia Usa. Né esistono una polizia e tantomeno una intelligence europea.
Del resto, la Ue non è capace di esprimere una sua vera politica estera, che senza Forze Armate europee non avrebbe senso.
Gli stati nazionali sono gelosi custodi di queste funzioni, peraltro non accessorie ma decisive e caratterizzanti la sovranità statale o nazionale che dir si voglia. Persino su altre tematiche, ad esempio sull’immigrazione, come si è visto recentemente, l’Europa è tutt’altro che prevalente sugli stati nazionali. Gli aspetti sui quali l’Europa è nettamente prevalente sul livello statale sono quelli relativi al bilancio pubblico e alla emissione valutaria.
Soprattutto sono la moneta unica, proprio per il suo carattere di meccanismo “neutro”, e la Bce, per il suo carattere sovrannazionale, a collocarsi al di sopra dello stato nazionale.
La Bce, infatti, è autonoma dai poteri statali e i governi esercitano su di essa un’influenza limitata: persino il governo più potente, quello tedesco, ne condiziona solo fino a un certo punto le decisioni.
In conclusione la Ue e la Uem sono molto lontane dall’essere organizzazioni statuali o sovrannazionali in senso proprio. Sono organismi intergovernativi, dal momento che le decisioni sono prese da organismi cui partecipano i capi di governo (Consiglio europeo) e i loro ministri (Consiglio dell’Unione europea), specie quelli economici e finanziari.
Anche le nomine all’interno della Bce sono frutto di mediazioni e negoziazioni tra i governi europei, che comunque non sopiscono le contraddizioni tra stati, di cui è stata manifestazione il costante contrapporsi tra Draghi e il ministro delle finanze e la banca centrale della Germania. La Commissione europea è tutt’altro che un governo europeo e anzi la tendenza è a diminuirne la forza, se dobbiamo interpretare la proposta tedesca di trasformare l’Esfm14 in una sorta di Fondo monetario europeo, come un modo per ridurre l’influenza della Commissione nelle decisioni su come affrontare il debito pubblico dei Paesi europei maggiormente in difficoltà.
Esiste un imperialismo europeo?
Questo è lo stato dell’arte. Bisogna, però, cercare di capire come la situazione evolverà o, almeno, quali sono le principali prospettive evolutive.
Una prospettiva si identifica con la tendenza verso la più o meno rapida disgregazione della Uem, a seguito dell’accentuazione della divergenza economica tra la Germania, da una parte, e gli altri Paesi, soprattutto Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Ma anche a seguito delle pessime performance della Uem rispetto alle altre economie avanzate mondiali, e a seguito delle difficoltà a gestire in modo unitario le varie problematiche, a partire dall’immigrazione.
La seconda prospettiva è quella auspicata da molti governi, soprattutto da quelli dei Paesi più in difficoltà, che ritengono che la soluzione ai problemi dell’Europa sia più Europa, cioè la prosecuzione della integrazione europea, verso una maggiore centralizzazione sul piano economico, sul piano militare e della politica estera.
Questa strategia, che trae nuove speranze dalla elezione di Macron, punta sulla capacità, specie francese, di imbrigliare la Germania in un rinnovato asse franco-tedesco, e sembrerebbe aver trovato una sponda involontaria in Trump. Al vertice del G7 di maggio si è determinata una spaccatura tra il presidente Trump e i governi europei a causa del disavanzo commerciale statunitense nei confronti della Ue e in particolare della Germania e del ridotto contributo europeo al budget della Nato.
La risposta di Angela Merkel agli attacchi di Trump è stata tale (“Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani”) che alcuni vi hanno visto una storica rottura con l’alleato atlantico, interpretandola come il possibile avvio di un processo di autonomizzazione europeo. In realtà, Europa occidentale e Usa sono così l’integrate, sul piano economico, politico e militare, che risulta difficile parlare di rottura, almeno in un periodo breve.
Se ci limitiamo al piano statale per eccellenza, quello militare, basti pensare alla diffusa presenza di basi militari americane in tutto il territorio europeo occidentale, dall’Italia alla Germania. Inoltre, una Europa militarmente autonoma dagli Usa presupporrebbe una sua capacità di dissuasione nucleare, il cui raggiungimento non sembra realistico, anche considerando l’uso della force de frappe francese. Senza parlare della capacità di intervenire “fuori area” con adeguate forze aeronavali, che in Europa, specie dopo la defezione britannica, sono al momento risibili in confronto a quelle degli statunitensi.
La Germania sarebbe disposta a stornare ingenti risorse economiche, cambiando modello economico, per dotarsi e dotare l’Europa di forze armate adeguate a un ruolo mondiale?
Come ho avuto occasione di scrivere altrove, gli attacchi di Trump, più che a scassare la Nato e a rompere con gli europei, sembrano orientati a porre un freno al neomercantilismo tedesco, che è ritenuto non solo foriero di pericolosi squilibri della bilancia delle partite correnti Usa, ma anche un fattore di rallentamento del contrasto alla crisi globale, all’interno della quale va collocato anche l’aumento della spesa militare15.
Il punto è che oggi in Europa (e all’interno del contesto mondiale) non esistono le condizioni per una vera unità sovrastatale, né di tipo federale e neanche di tipo confederale. Le divisioni sono molto forti e i meccanismi di funzionamento dell’euro, che nessuno sembra intenzionato a modificare, anziché favorire una unificazione statuale, la rendono ancora più problematica.
Del resto, la creazione di eventuali Stati Uniti d’Europa, per quanto a nostro parere poco probabili, per lo meno in questa fase storica, non sarebbero un risultato di cui essere contenti. Nelle condizioni e con i rapporti di forza attuali, essi sarebbero egemonizzati dal capitale europeo e rappresenterebbero lo strumento più potente per l’affermazione dei suoi interessi e per l’esercizio della violenza concentrata e organizzata nelle sue mani.
Tutto ciò ci porta a porci una ulteriore questione: esiste un imperialismo europeo o ne esistono le basi per il suo sviluppo? O meglio: esiste un imperialismo europeo autonomo e unitario che sia qualcosa di più della somma dei vari imperialismi dei Paesi europei?
La sua esistenza presupporrebbe due condizioni: l’esistenza di un capitale unitario con interessi convergenti, per quanto i capitali possano essere unitari e avere interessi convergenti in un contesto capitalistico di concorrenza, e l’esistenza di uno stato unitario.
In effetti, la definizione marxiana di “fratelli nemici” affibbiata da Marx ai capitalisti si attaglia piuttosto bene a quelli europei. Certamente è vero che i Paesi imperialisti europei, a parte l’unità da bravi fratelli contro i salariati europei, possono convergere e agire unitariamente in altre occasioni internazionali.
Sul piano commerciale e economico rispetto all’Europa orientale e, oggi, nei confronti degli Usa, c’è una certa convergenza. Ma in generale in queste e in altre occasioni gli interessi a un certo punto diventano divergenti e spesso i capitali e gli stati europei agiscono da fratelli nemici in concorrenza tra loro. Resta, infatti, da vedere quanto alcuni stati si sentano tutelati in una Europa finalmente unita e egemonizzata da una Germania, economicamente ingombrante e molto vicina, che non sia controbilanciata dagli Usa, potenti ma lontani.
Sarebbe sorprendente vedere le élite capitalistiche e politiche (e culturali) italiane sganciarsi dagli Usa, cui sono legate da più di 70 anni di relazioni, per aderire a un blocco egemonizzato dalla Germania (o anche da un asse franco-tedesco), esperienza peraltro già sperimentata poco positivamente nella Seconda guerra mondiale.
E non si tratta solo del piano militare, anche su quello commerciale gli interessi della Germania, ad esempio nel modo di rapportarsi con i dazi da imporre alle importazioni cinesi, sono in contrasto, ad esempio, con quelli italiani.
La storia europea del Novecento e dei secoli precedenti – almeno a partire dal XVI secolo – è una storia di lotte degli stati europei occidentali, magari con l’aiuto di un alleato esterno (Impero ottomano, Russia e Usa), contro qualunque stato continentale (Spagna, Francia, Germania) abbia voluto di volta in volta imporsi come potenza egemone. La rottura del balance of power, seguente al tentativo egemonico, è stata sempre prodromica al conflitto continentale, dalla guerra dei Trent’anni alla Seconda guerra mondiale.
Appare poco probabile che si affermi una tendenza opposta, almeno in questa fase, visto che siamo in assenza di un processo di maggiore unificazione e che anzi ci sono molte tendenze centrifughe, a fronte di un allargamento delle divergenze economiche e della conflittualità tra Paesi europei.
E questo vale anche e soprattutto per Francia, che pure dovrebbe essere l’altro lato di un ricostituito asse franco-tedesco su cui rifondare l’Europa. I transalpini, infatti, hanno subito più dell’Italia le conseguenze dell’aggressività economica della Germania, registrando in Europa forse la decadenza politica e economica relativa maggiore, rispetto a quello che ancora all’epoca di Mitterand appariva ancora come un partner di pari peso.
E comunque, la mancanza di uno stato unitario, di una politica estera, di forze armate e di polizia europee sono un limite pesante, per la cui realizzazione non mi pare ci siano le condizioni, tantomeno in tempi storicamente brevi. Quindi, è difficile dire che esista oggi un imperialismo europeo in grado di porsi come polo imperialista autonomo o che esistano le basi perché si realizzi in tempi storicamente brevi.
Più probabile, invece, è la possibilità di realizzare alleanze o forme di integrazione militare o di politica estera a geometria variabile, specie tra la Germania e i suoi satelliti (Olanda, Austria, Romania), come in effetti sembra stia accadendo.
L’impedimento maggiore è proprio l’indisponibilità della Germania a essere vincolata in una struttura politicamente più centralizzata, dove gli altri stati, la Francia essenzialmente e, in misura minore, l’Italia e la Spagna, conterebbero maggiormente e, soprattutto, la costringerebbero a rinunciare a una parte dei suoi vantaggi competitivi e benefici economici.
La crisi del capitale non fa sconti a nessuno e la riduzione della profittabilità degli investimenti e delle quote di commercio mondiale non sono il migliore stimolo a dividere in modo concorde le prede con gli altri concorrenti, specie se sono meno forti.
Per il momento l’unico dato certo che va registrato è l’aumento delle contraddizioni tra capitali e tra stati a tutti i livelli, all’interno dell’asse atlantico e all’interno della Ue che a cascata si estendono alle varie aree di influenza, dal Medio Oriente all’Africa, all’Asia orientale. Ne consegue la necessità di seguire con attenzione l’evoluzione di queste contraddizioni per capirne gli esiti futuri e le implicazioni pratiche per le politiche delle classi subalterne, che, sulla base di quanto detto fino a qui, devono ruotare attorno al contrasto alla Ue e alla eliminazione della integrazione valutaria.
NOTE
1 Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, Il saggiatore, 2003.
2 Antonio Gramsci, Intellettuali italiani all’estero, in (a cura di) Giovanni Urbani, “La formazione dell’uomo”, Editori Riuniti, Roma 1974. Antonio Gramsci, Interpretazioni del Risorgimento, e Direzione politico-militare del moto, in A. Gramsci, “Quaderno 19 Risorgimento italiano”, Einaudi, Torino 1977.
3 A. Gramsci, Interpretazioni del Risorgimento, Ibidem.
4 Aa. Vv., Una proposta contro la crisi, un milione di addetti nella Pa, Economia e politica, 11 maggio 2017. http://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/una-proposta-contro-la-crisi-un-milione-di-addetti-nella-p-a/
5 Domenico Moro, Le vere cause del debito pubblico italiano, in Keynes blog, 31 agosto 2012. https://keynesblog.com/2012/08/31/le-vere-cause-del-debito-pubblico-italiano/
6 Nelle imprese della manifattura il Mol (margine operativo lordo) sul fatturato delle imprese italiane al di sopra del livello di piccola impresa è superiore a quello tedesco. In particolare in quella al di sopra dei 250 addetti, tra 2008 e 2014, passa dal 5,8 al 6,9%, quello della Germania passa dal 5,6 al 6,3%. Eurostat, Industry by employment size class (Nace rev. 2 B-E).
7 Domenico Moro, Perché e come l’euro va eliminato, 14 aprile 2014. https://www.sinistrainrete.info/europa/3598-domenico-moro-perche-e-come-leuro-va-eliminato.html.
8 Karl Marx, Il capitale, Libro I, La genesi del capitalista.
9 Friedrich Engels, L’Origine della Famiglia, della proprietà privata e dello stato.
10 Nicos Poulantzas, Il potere nella società contemporanea, Editori Riuniti, Roma 1979.
11 “Eccesso di democrazia” è il termine utilizzato da Crozier e Huntington in The crisis of democracy, il rapporto della commissione Trilaterale del 1975. Su questo e sul ruolo dell’integrazione europea nel contrasto all’eccesso di democrazia vedi Domenico Moro, Il gruppo Bilderberg, L’élite del potere mondiale, Imprimatur, Reggio Emilia 2014.
12 Agamben, Lo stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003.
13 Domenico Moro, La Terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.
14 Meccanismo di stabilizzazione finanziaria europea. Si tratta di un programma, gestito dalla Commissione europea, che recupera fondi sui mercati finanziari per aiutare gli stati in difficoltà, usando come collaterale il budget europeo.
15 Domenico Moro, Trump risposta alla crisi secolare e apertura della seconda fase della globalizzazione, Sinistra in rete https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/8531-domenico-moro-trump-risposta-alla-crisi-secolare-e-apertura-della-seconda-fase-della-globalizzazione.html

Preso da: http://sollevazione.blogspot.it/2017/07/nazione-stato-e-imperialismo-europeo-di.html

L’IDEOLOGIA DOMINANTE É IL COSMOPOLITISMO NON IL NAZIONALISMO di Domenico Moro

[ 20 luglio 2017 ]

Pubblichiamo la prima parte di un breve saggio di Domenico Moro dal titolo “Perché l’uscita dall’euro è internazionalista“.

 È possibile definire realisticamente una linea politica internazionalista in Europa soltanto mettendo al suo centro il tema dell’uscita dall’euro. Eppure, a sinistra molti continuano a opporsi all’uscita dall’euro, adducendo due tipologie di motivazioni, di carattere economico e politico-ideologico. Sebbene le motivazioni economiche siano certamente importanti, ritengo che a incidere maggiormente sul rifiuto a prendere persino in considerazione l’ipotesi di uscire dall’euro, fra la sinistra e più in generale, siano le motivazioni politico-ideologiche. Infatti, le motivazioni politico-ideologiche appaiono meno “tecniche” e maggiormente comprensibili. Soprattutto, fanno riferimento a un senso comune profondamente radicato nella sinistra e nella società italiana.
La principale motivazione politico-ideologica ritiene l’uscita dall’euro politicamente regressiva, perché rappresenterebbe il ritorno alla nazione. Ciò significherebbe di per sé il ritorno al nazionalismo e l’assunzione di una posizione di destra, con la quale ci si allineerebbe implicitamente alle posizioni del Font National in Francia e della Lega Nord in Italia. Una variante di questa posizione ritiene che il ritorno alla nazione, oltre che di destra, sia inadeguato allo svolgimento di lotte efficaci, a causa delle dimensione ormai globale raggiunta dal capitale.
Tali posizioni si intrecciano in chi, come Toni Negri, pensa che la globalizzazione “è stata l’effetto di un secolo di lotte ed ha rappresentato una grande vittoria proletaria”. In particolare, per i lavoratori dei paesi avanzati il globale è una modalità di vita per rompere con “la barbara identità nazionale”(1).
Miopi noi ad aver sempre pensato, con Marx e soprattutto con i fatti, che la globalizzazione fosse una risposta del capitale per risolvere la sua sovraccumulazione e la caduta del saggio di profitto, mediante la riduzione dei salari e del welfare. Del resto, è una ben strana vittoria quella che modifica i rapporti di forza a sfavore del lavoro salariato.
Ad ogni modo, le motivazioni politiche contro l’euro si basano su false premesse, anche se il tema del rapporto tra nazione e lotta di classe non va preso alla leggera. Proprio per questo il principio da cui partire è che la questione della nazione va affrontata non in astratto ma in concreto, cioè partendo dall’analisi dei rapporti di produzione, per come essi si manifestano nella fase attuale del capitalismo. Il timore di ricadere nel nazionalismo affonda le sue radici nella storia del Novecento, quando i nazionalismi furono alla base dei fascismi e ad essi si attribuì la causa dello scoppio della Prima e della Seconda guerra mondiale.
Altiero Spinelli e gli altri redattori del Manifesto di Ventotene, fino a oggi punto di riferimento della sinistra europeista, estesero la loro avversione dal nazionalismo allo stato nazionale, o meglio alla “sovranità assoluta” dello stato nazionale, intesa come male assoluto, origine della guerra e del fascismo. Infatti, secondo Spinelli, la linea di demarcazione tra progressisti e reazionari non sarebbe dovuta più passare per la maggiore o minore democrazia o per la forma dei rapporti di produzione, cioè tra capitalismo e socialismo, ma tra l’essere o per lo stato nazionale o per lo stato internazionale. Essi vedevano nello sviluppo di un’Europa unita e nel superamento del capitalismo autarchico verso il libero commercio non solo un antidoto alla guerra ma anche il migliore mezzo di contrasto all’influenza dei partiti comunisti in Europa.
Del resto, nel Manifesto di Ventotene la socializzazione dei mezzi di produzione viene vista come un’utopia e una “erronea deduzione” dai principi del socialismo, che porta necessariamente alla dittatura burocratica. Mentre l’Urss combatte una lotta feroce contro il nazismo e a fianco degli angloamericani, il Manifesto sembra soprattutto preoccupato di prendere le misure ai nuovi alleati in vista della ridefinizione degli assetti politici del dopo-guerra: “Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario ma già il fallimento del rinnovamento europeo.”(2)
Il nazionalismo, però, più che la causa primaria fu l’effetto di un determinato contesto. Esso ha rappresentato la forma ideologica adeguata a una specifica fase storica dei rapporti di produzione capitalistici, che alcuni, come l’economista e dirigente del PCI Pietro Grifone, hanno definito capitalismo monopolistico di stato (3).
Durante quel periodo storico l’accumulazione capitalistica avveniva soprattutto su base nazionale, mentre il suo espansionismo estero avveniva nella forma dell’imperialismo nazionale e territoriale. La tendenza si accentuò negli anni ’30 con l’economia cosiddetta autarchica. Gli scambi di merci e di capitali avvenivano soprattutto tra la singola potenza imperialista e le sue colonie.
È ovvio che, in un tale contesto, lo stato avesse un ruolo più interventista e diretto nell’economia. La causa scatenante delle due guerre mondiali fu la crisi capitalistica e il conseguente acutizzarsi delle contraddizioni inter-imperialistiche, nella forma della competizione per la conquista di imperi territoriali.
Le ideologie nazionalistiche, come lo stesso fascismo, furono lo strumento per la mobilitazione delle masse per l’espansione del capitale nazionale uscito dalla Prima guerra mondiale schiacciato dalle condizioni di pace, come nel caso della Germania, o frustrato nelle sue aspirazioni territoriali, come nel caso dell’Italia e del Giappone. Del resto, il fascismo, dopo la prima fase movimentistica e piccolo borghese, mutuò il suo programma e i suoi quadri dirigenti dall’Associazione nazionalista italiana, di piccole dimensioni ma espressione organica dell’imperialismo industriale del grande capitale italiano.
Oggi, la forma del modo di produzione capitalistico è molto diversa, in quanto l’accumulazione non avviene che in parte su base nazionale. Dalla forma di capitalismo monopolistico di stato si è passati alla forma di capitalismo globalizzato (4). In quest’ultima il capitale realizza i suoi profitti soprattutto su base internazionale, mediante investimenti di portafoglio e investimenti diretti all’estero (IDE). L’obiettivo è realizzare economie di scala a livello internazionale, basate sullo spostamento di quote di produzione dai Paesi del centro a quelli periferici, a basso costo del lavoro, e su operazioni di fusione e integrazione dei capitali del centro a livello sovrastatale. Le imprese che contano sono multinazionali o transnazionali e l’imperialismo non si basa più su imperi territoriali, ma sulla capacità di comando mediante il controllo dei movimenti internazionali di capitale, di merci, di materie prime, di tecnologia.
Senza trascurare, però, la capacità di intervento militare “fuori area” e l’uso di guerre per procura. Naturalmente anche l’ideologia si è adeguata a tali trasformazioni abbandonando il nazionalismo, ormai desueto, e abbracciando il cosmopolitismo. Nella misura in cui l’integrazione europea (specie monetaria) favorisce i suddetti processi del capitale, l’ideologia europeista è articolazione diretta, in Europa, dell’ideologia cosmopolita, che non va assolutamente confusa con quella internazionalista.
I classici del marxismo, compresi Luxemburg e Lenin (5), hanno definito quella nazionale come la forma statuale tipica del capitalismo. Ciò è sicuramente vero soprattutto per quanto riguarda la fase di sviluppo del capitalismo industriale moderno, avvenuta nel corso delle lotte democratico-liberali tra 1789 e 1871, e nella quale essi vivevano e lottavano. L’unione statale su base nazionale è stata fondamentale per il passaggio del capitalismo a una fase superiore di sviluppo, perché consentiva di riunire i mercati frammentati degli staterelli allora esistenti, partendo da un fattore di unificazione molto forte, la lingua.
In questo modo, l’Italia e soprattutto la Germania riuscirono a decollare dal punto di vista industriale, raggiungendo e superando (nel caso della Germania) gli stati nazionali più vecchi come la Gran Bretagna e la Francia. Tuttavia, si trattava di una forma necessaria e sufficiente in quella fase. Nelle fasi storiche precedenti il capitalismo aveva assunto altre forme, tanto che, secondo Giovanni Arrighi, nella sua storia il capitalismo oscilla tra due tipologie, il capitalismo monopolistico di stato, il cui tipo ideale era la Repubblica di Venezia, e il capitalismo cosmopolita, il cui tipo ideale era il capitalismo finanziario della Repubblica di Genova (6).
Nella prima la stato era forte e aveva un ruolo importante nell’economia, nella seconda lo stato era quasi inesistente e lasciava l’iniziativa economica, compresa quella coloniale, ai privati.
Ovviamente si tratta di due estremi e, di solito, le concrete manifestazioni dello Stato e dei rapporti produzione capitalistici contengono, a seconda dei periodi, quote dell’una e dell’altra forma in percentuali variabili.
La Ue e più ancora l’Unione economica e monetaria (Uem) sono la manifestazione di una fase del capitalismo nella quale l’elemento cosmopolita ha maggiore peso sia rispetto alla fase classica dell’imperialismo territoriale degli anni tra il 1890 e il 1940, sia rispetto alla fase di decolonizzazione e di pre-globalizzazione tra 1945 e 1989. La Uem, infatti, favorendo e accentuando la fuoriuscita dei meccanismi dell’accumulazione dal perimetro di controllo dello stato, asseconda lo spostamento del baricentro dell’accumulazione dal livello nazionale al livello sovranazionale.
Un movimento verso cui il capitale tende spontaneamente in un fase di sovraccumulazione e di crisi strutturale, durante la quale sconta una tendenza cronica all’abbassamento della redditività degli investimenti nei Paesi più sviluppati, che, non a caso, sono quelli che in Europa fanno parte della Uem. L’euro è stato lo strumento principale di riorganizzazione dell’accumulazione nella fase del capitalismo globale, non in assoluto ma nelle specifiche e particolari condizioni economiche e politiche dell’Europa occidentale.
È per queste ragioni che l’ideologia avversaria dominante, cioè l’ideologia della classe dominante, oggi non è quella nazionalista, bensì quella cosmopolita.
Allora, ci si domanderà, perché si assiste alla rinascita del nazionalismo, accompagnata dalla rinascita della xenofobia? In primo luogo, bisogna dire che non tutto ciò che accade è il risultato meccanico e necessario dei piani della classe dominante, anche se certamente è la conseguenza dialettica dei rapporti di produzione dominanti.
L’introduzione dell’euro e le politiche europee sono state funzionali a permettere la riduzione del salario e del welfare, ma anche a ridurre quella che Marx chiamava la pletora di imprese, ovvero le imprese e le unità produttive che la stessa accumulazione rende ridondanti e superflue. Così facendo l’euro e le politiche di austerity hanno allargato i divari in termini di crescita e ricchezza tra gli stati europei. Nel contempo, all’interno di essi, hanno prodotto o accentuato, insieme all’aumento della povertà e della disoccupazione di massa, la concorrenza tra indigeni e immigrati per il welfare e il lavoro e lo scollamento tra una parte dell’elettorato e il sistema politico tradizionale bipartitico ed europeista.
Ma, l’euro non colpisce solo il lavoro salariato impiegato direttamente dal capitale (la classe operaia). Esso, in quanto strumento facilitatore della riorganizzazione complessiva dell’accumulazione, colpisce anche altre classi sociali, tra cui alcuni strati intermedi (artigiani, piccoli commercianti, piccoli professionisti) e persino alcuni settori di impresa capitalistica. Infatti, la riorganizzazione e l’accorciamento delle catene di fornitura e subfornitura manifatturiera hanno comportato l’eliminazione di molte imprese piccole, medie e, in certi casi, anche grandi, rendendo difficile la vita alle rimanenti che non riescono a stare sul mercato internazionale.
Queste imprese, a differenza delle imprese multinazionali, non traggono beneficio dall’esistenza di una moneta unica a livello europeo, ma ne sono danneggiate. Non è un caso che la Lega, espressione storica della piccola impresa del Nord, abbia una posizione anti-euro, combinata con una posizione xenofoba anti-immigrati. Si tratta di un posizionamento articolato e, a suo modo, abile che, tende a mettere insieme settori diversi, piccola impresa e operai, in un nuovo blocco corporativo di destra.
Significativamente, dopo vent’anni, la Lega in salsa salviniana ha mandato in soffitta la secessione del Nord, riciclandosi come forza nazionale, a dispetto delle lamentele del vecchio Bossi.
Una dimostrazione ulteriore dei cambiamenti dei rapporti di produzione (la struttura) e di come questi si riflettano sulla politica e sulla ideologia politica (la sovrastruttura). Viene da chiedersi, a questo punto, se la Lega stia usando l’uscita dall’euro come, per circa vent’anni, ha usato la secessione, cioè come specchietto per le allodole e arma di ricatto per ottenere maggiori risorse statali per certi settori imprenditoriali del Nord. Ad ogni modo, la piccola borghesia, come ricordava Marx e come provano la storia (ad esempio quella del fascismo) e i risultati di venti anni di esistenza della Lega, non ha reale capacità di azione autonoma e presto o tardi viene subordinata al movimento oggettivo del capitale, quello vero.
Dunque, il nazionalismo e la xenofobia, così come il successo di partiti cosiddetti populistici o di estrema destra, sono la risposta immediata a una situazione, determinata dal capitale, di aumento dei divari di crescita economica tra Paesi della Uem e della polarizzazione sociale tra le classi di ciascun Paese. Ma il nazionalismo e la xenofobia non sono l’ideologia dell’élite capitalistica, cioè delle imprese multinazionali e transnazionali che rappresentato il vertice dell’accumulazione capitalistica in Europa occidentale e in Italia.
Così come il fascismo, inteso per come si è manifestato storicamente in Italia e in Germania, non è la forma di governo o di stato adeguata al capitale in questo momento storico. Anche perché i meccanismi oggettivi dell’euro e i vincoli europei sono tanto più efficaci quanto più appaiono politicamente neutrali e progressisti, in particolar modo rispetto al fascismo, al nazionalismo e alla xenofobia.
Nazionalismo e xenofobia sono una conseguenza non voluta e inattesa della riorganizzazione capitalistica gestita dagli apprendisti stregoni europeisti. Essi contrastano con gli interessi del grande capitale europeo, i cui mezzi di comunicazione, dal confindustriale Sole24ore a The Economist, controllato dalle famiglie tipicamente cosmopolite degli Agnelli e dei Rothschild, propagandano una ideologia cosmopolita e europeista, paventando come la peste in questi ultimi tempi il crollo della Ue e della Uem. Tale ideologia cosmopolita e europeista è quella che meglio si combina con il neoliberismo, esprimendo le necessità della mobilità dei fattori produttivi, soprattutto del capitale ma anche della forza lavoro, e affermando la progressività della globalizzazione.
Il blocco sociale alla base di questa ideologia, come ha spiegato bene la femminista americana Nancy Fraser (7), è l’alleanza tra élite capitalistiche e ceti medi “progressisti”, che trova il suo cemento ideologico nella combinazione di neoliberismo e diritti civili riferiti a particolari categorie, viste in termini rigorosamente interclassisti. Tale alleanza sociale sostituisce, a partire soprattutto da Clinton, il blocco sociale keynesiano, disgregatosi negli anni ’80 a seguito della globalizzazione, il quale si basava sull’alleanza tra i settori più organizzati della classe operaia e la grande impresa.
L’ideologia cosmopolita è ancora particolarmente forte in Europa occidentale tra l’élite capitalistica, perché si confà alla natura dell’economia europea che presenta una propensione maggiore agli investimenti di capitale all’estero (IDE) e soprattutto all’export di merci, i quali pesano in percentuale sul Pil europeo molto più che su quello statunitense (lo stock di IDE in uscita il 62% contro il 37% e l’export di merci il 35% contro il 9%) (8).
La Uem, coerentemente con l’indirizzo impresso dallo stato-guida tedesco, impronta la sua politica economica al neomercantilismo, cioè al raggiungimento di forti surplus del commercio estero a scapito del mercato e del consumo interno, contratti dalla crisi, dall’austerity del Fiscal compact e dalla deflazione salariale imposta dall’euro. In tale contesto, è particolarmente devastante per quella sinistra che voglia rappresentare il lavoro salariato assorbire pezzi consistenti dell’ideologia dominante cosmopolita. Ciò avviene in parte accettando che la liberazione di certi settori sociali avvenga separatamente dalla modificazione dei rapporti sociali e in parte confondendo la globalizzazione con l’internazionalismo.
L’internazionalismo si basa sul riconoscimento e il perseguimento degli interessi collettivi del lavoro salariato contro le divisioni nazionali e il ruolo dello Stato di potere concentrato del capitale. Il cosmopolitismo, invece, è il rovesciamento dialettico in senso borghese dell’internazionalismo. Esso si basa sulla affermazione globale degli interessi individuali dell’élite capitalistica al di sopra dello Stato-nazione di provenienza, mantenendone, però, l’utilizzo e ben salda la natura di classe.
Note
(1) Toni Negri, Chi sono i comunisti. Relazione al convegno C17.
(2) Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Il manifesto di Ventotene. Per una Europa libera e unita, Ventotene, Agosto 1941.
(3) P. Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Einaudi, Milano 1972. P. Grifone, Capitalismo di stato e imperialismo fascista, La città del sole, Napoli 2006.
(4) Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale, Imprimatur, Reggio Emilia 2015.
(5) Lenin, Sul diritto delle nazioni all’autodecisione.
(6) G. Arrighi, Il lungo XX secolo, Il saggiatore, Milano 1994.
(7) Nancy Fraser, Come il femminismo divenne ancella del capitalismo, The Guardian, 14 ottobre 2013. Nancy Fraser, La fine del neoliberismo progressista, in Sinistra in rete ttps://http://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/9190-nancy-fraser-la-fine-del-neoliberismo-progressista.html
(8) Domenico Moro, op. cit.
* Fonte: Felce Rossa

I media e gli orsi polari


I media internazionali, commentando uno studio scientifico, Orsi polari che attaccano gli umani: implicazione del cambiamento climatico [1], suonano l’allarme: spinti dal riscaldamento climatico, gli orsi polari attaccherebbero gli uomini [2].

Ebbene, non è questo il senso della ricerca che, in realtà, non studia i cambiamenti climatici, bensì il comportamento animale.
Per inciso, questo studio elenca i casi di attacco degli orsi polari agli umani verificatisi nell’ultimo secolo. L’attacco più recente risale a sei anni fa, nel 2011. La ricerca però non tiene conto dell’aumento esponenziale del rischio di attacchi di questo tipo, legato al numero di umani che ormai frequentano l’habitat naturale degli orsi polari.

Questa campagna si collega al ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima, ossia al ritiro degli americani dalla Borsa del carbone, che avrebbe dovuto continuare ad arricchirne gli inventori. La Borsa del carbone fu creata da David Blood (ex direttore della banca Goldman Sachs) e Al Gore (ex vicepresidente degli Stati Uniti); lo statuto fu redatto da Barack Obama (futuro presidente degli Stati Uniti) [3].

[1] «Polar bear attacks on humans: Implications of a changing climate», Wildlife Society Bulletin, 2 luglio 2017.
[2] Per esempio: «Polar bears hurt by climate change are more likely to turn to a new food source — humans», Cleve R. Wootson Jr., The Washington Post, 13 luglio 2017.
[3] «L’ecologia finanziaria (1997-2010)» di Thierry Meyssan, Rete Voltaire 6 giugno 2010, traduzione di Matteo Sardini.

I media e l’Antartide

 

 

Tra il 10 e il 12 luglio 2017 un gigantesco iceberg di 5.800 km di superficie si è staccato dall’Antartide. Fenomeni analoghi si sono verificati nel 1995 e nel 2002.

Secondo The New York Times l’evento conferma la previsione del ricercatore statunitense John H. Mercer, pubblicata su Nature nel 1978: la calotta polare (inlandsis) sta sciogliendosi per effetto del riscaldamento climatico. Molti media lanciano l’allarme, soprattutto dopo che il presidente Trump ha ritirato gli USA dall’Accordo di Parigi sul clima.
Quello che il New York Times non dice è che non si tratta affatto di un evento straordinario: nel 1956 e nel 1927 si sono staccati dall’Antartide iceberg di volume, rispettivamente, sei volte e quattro volte maggiore dell’attuale. Non ci sono dati per i secoli precedenti.

Del reso, Donald Trump ha ritirato il proprio Paese dall’Accordo di Parigi esclusivamente perché si oppone al sistema finanziario della Borsa del carbone [1]. La decisione di Trump non riguarda dunque l’ambiente. La Borsa del carbone è stata creata da David Blood (ex direttore della banca Goldman Sachs) e Al Gore (ex vicepresidente degli Stati Uniti). Lo statuto è stato redatto da Barack Obama (futuro presidente degli Stati Uniti).

[1] «L’ecologia finanziaria (1997-2010)» di Thierry Meyssan, Rete Voltaire 6 giugno 2010, traduzione di Matteo Sardini.

Preso da:  http://www.voltairenet.org/article197126.html

Il piano di Vogue che istiga i giovani alla perversione

di Roberto Marchesini20-07-2017
Mi è stato segnalato un articolo pubblicato da Teen Vogue che ha l’obiettivo di educare gli adolescenti al sesso anale (http://www.teenvogue.com/story/anal-sex-what-you-need-to-know). Cosa ne penso? Francamente? Penso che siamo oltre al disgustoso, oltre all’orripilante… siamo al ridicolo.
Partiamo dall’inizio, quando si spiega ai ragazzini che «non tutti fanno del sesso “pene nella vagina”». Eh, già: il sesso «in vasu naturale» si chiama «pene nella vagina», così risolviamo il problema di cosa sia naturale e cosa non lo sia. Dopo aver abolito la parola «naturale», l’articolo ci stupisce con ulteriori acrobazie lessicali. Non esistono maschi o femmine: esistono «possessori di prostata» e «non possessori di prostata». Dite la verità… non avreste mai potuto pensare ad una cosa simile, vero? Poi arriva la parte pratica, che consiste in tre punti: 1) «Andateci piano» (senza specificare perché); 2) «Il lubrificante è essenziale» (senza specificare perché); 3) «Si, potrebbe esserci della cacca. […] Aspettarsi di fare sesso anale e di non imbattersi nella cacca è irrealistico”. A questo punto… link ad un articolo sulla cacca (http://www.teenvogue.com/gallery/what-your-poop-says-about-your-health), rullo di tamburi ed ecco la bomba: «Tutti fanno la cacca». Non l’avreste mai detto, vero? Meno male che ci informa la stampa progressista, altrimenti saremmo rimasti nell’ignoranza.

Dulcis in fundo, un post-scriptum: «Questo articolo è stato aggiornato per includere l’importanza di utilizzare la protezione [il preservativo] durante il sesso anale». Capito? L’hanno aggiunto dopo. Ma a parte quest’aggiunta postuma, non c’è una sola parola riguardante i gravissimi rischi del sesso anale (malattie, lesioni e prolasso del retto). Questo articolo ha avuto diverse reazioni: dalla mamma che brucia la rivista (il cui video ha avuto più di un milione di visualizzazioni) al giornale che ha trovato l’articolo troppo poco progressista. Le donne sono infatti definite in base a cosa loro manca e l’uomo ha (non il pene… la prostata!), e nei disegni (si, ci sono anche le illustrazioni…) viene indicato l’organo del piacere maschile (nuovamente: la prostata!) e non quello femminile (il clitoride) (http://www.independent.co.uk/voices/teen-vogue-anal-sex-prostate-owner-sheila-michaels-feminism-teenagers-a7831671.html). Insomma: il mondo è bello perché è vario.
Fin qui non ci sarebbe molto da commentare, se non i soliti «Che tempi, signora mia…», «Dove andremo a finire…» e cose del genere. Ma allargando un po’ la visuale si scoprono alcune cose curiose, se non interessanti. Partiamo dall’autrice, Gigi Engle, presentata come «educatrice sessuale» (altrove si definisce «femminista»). Dalle foto che circolano in internet, più che «educatrice sessuale», si direbbe esperta di «oggetti sessuali», visto che ne ha sempre in mano uno. Per Teen Vogue (ricordiamolo: una rivista per adolescenti) ha scritto altri articoli con questi titoli: «Consenso e BDSM [Bondage, Dominazione, Sado-Maso]: cosa dovresti sapere»; «Come masturbarti se hai un pene»; «Come masturbarti se hai una vagina».
Di questa educatrice sessuale, però, sappiamo anche altro. Ad esempio, conosciamo la sua vita intima: «Sono una grande bugiarda e una nota traditrice. Credo che il mio passato impulso verso il tradimento sia dovuto al fatto che non ho mai davvero voluto impegnarmi in una relazione, nonostante egoisticamente desiderassi tutti i benefici di averne una». Inoltre sappiamo che… parla da sola. No, ci assicura, non è matta: «Pensare ad alta voce mi aiuta a […] dare un senso alle cose che dico». Forse è un po’ sorda…
Ma Gigi Engle non è l’unica responsabile per questo geniale articolo. La responsabilità è sicuramente della giovanissima direttrice della rivista, l’ebrea afro-americana Elaine Welteroth. Quando è stata nominata direttrice della versione giovanile di Vogue (fino ad allora dedita a moda e celebrità) la rivista stava attraversando un periodo di crisi. La Welteroth ha reagito trasformando un frivolo giornale per ragazzini in un manifesto di propaganda liberal. Lei stessa ha dichiarato: «Penso che i nostri lettori si considerino degli attivisti». Non è certo un caso se, nel dicembre scorso, la rivista ha ospitato un articolo che attaccava personalmente e direttamente Donald Trump, accusato di «risvegliare il bigottismo, incoraggiare l’odio e normalizzare la menzogna». E non è un caso nemmeno se, nell’agosto dello stesso anno, ha pubblicato un articolo firmato da Hillary Clinton.
Welteroth condivide la responsabilità con un’altra star del giornale, il direttore dell’edizione on-line Phillip Picardi. Difende a spada tratta l’articolo perché, gay cresciuto in una scuola cattolica, si lamenta di non aver ricevuto istruzioni adeguate sul sesso anale; ha trovato il modo di rimediare. In un suo tweet ha scritto: «La generazione Z sarà la più queer e la più coraggiosa di sempre». Grazie a Teen Vogue, ça va sans dire. Potremmo dire anche parecchio a proposito del gruppo editoriale che sostiene questo progetto, la Advance Publications della famiglia Newhouse (Neuhaus), proprietaria di un vero e proprio impero della carta stampata che comprende Vanity Fair e Wired, già noti ai lettori della Bussola per le posizioni ultra-liberal…Ma andremmo troppo lontano. Per ora fermiamoci qui… ce n’è pure d’avanzo.

Preso da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-il-piano-di-vogue-che-istiga-i-giovani-alla-perversione-20517.htm

Crisi demografica planetaria, ma l’ordine costituito cerca di non farcelo sapere

 
  • di Robi Ronza

In queste settimane, sullo spunto della pubblicazione del Rapporto biennale dell’Onu sulla popolazione mondiale, si sono fatti i titoli sulla persistente crescita del numero degli abitanti dell’Africa. La vera notizia-chiave che si ricava dal Rapporto è però un’altra, di cui si parla poco o niente: nel suo insieme la popolazione mondiale declina smentendo tutte le catastrofiche previsioni da cui siamo stati sommersi sin dagli anni ’60 del secolo scorso.
In metà degli Stati del mondo il tasso di fertilità è oggi inferiore a due nati per donna, ovvero si situa al di sotto del cosiddetto “livello di sostituzione”. C’è poi da osservare che, pur restando ancora molto alto, il tasso di fertilità sta diminuendo pure in Africa. E’ sceso infatti da 5,1 nati per donna nel 2000-2005 ai 4,7 per cento nel 2010-2015.

Stiamo insomma andando incontro a una crisi demografica planetaria, ma l’ordine costituito cerca di non farcelo sapere. Avendo per decenni diffuso la paura di un boom demografico irrefrenabile, ammetterlo equivarrebbe infatti a riconoscere che i presunti esperti citati a sostegno di tale tesi si erano clamorosamente sbagliati; oppure (il che è peggio ancora) hanno voluto deliberatamente ingannare l’intero mondo.
L’infondatezza di tali previsioni era peraltro già stata denunciata da decenni (si veda tra gli altri Il complotto demografico di Riccardo Cascioli, edito da Piemme nel 1996), senza però sin qui trovare alcuna eco sulla stampa più diffusa. D’altra parte già nel 1951 nel suo magistrale Geopolítica da Fome (Geopolitica della fame) il brasiliano Josué De Castro aveva dimostrato che la fame nel mondo dipende non da insufficienza di risorse alimentari bensì da squilibri nella loro distribuzione. Ciononostante così forte è la pressione di quella che si potrebbe definire la lobby neo-malthusiana che tuttora il proverbiale “uomo della strada” è per lo più convinto che sulla terra siamo in troppi e troppo ingombranti, e dovremmo fare di tutto per diventare meno.
Tutta la storia dimostra che da un lato all’aumento della popolazione umana ha sempre corrisposto la scoperta e la valorizzazione di nuove risorse sia materiali che tecniche; e dall’altro che il rapporto tra popolazione e risorse può squilibrarsi localmente e nel breve periodo, ma ogni volta ben presto si riequilibra. Beninteso, l’uomo è un essere  consapevole e responsabile (unico in questo fra tutti i viventi); quindi tale occorre sia anche la sua procreazione. Dovrebbe però essere ovvio che gli uomini non sono numeri; non sono elementi perfettamente interscambiabili. Pretendere pertanto di fare demografia soltanto con la matematica è innanzitutto una colossale sciocchezza. Un infante non è intercambiabile con un ultraottantenne, né tanto meno ogni uomo o donna è una pedina in ogni momento spostabile da un punto all’altro della terra. Dovrebbe essere ovvio ma vale la pena di ridirlo: viviamo infatti in un’epoca in cui riaffermare le ovvietà diventa sempre più necessario.
L’esperienza dimostra che quando si prospettano squilibri tra popolazione e risorse il modo più efficiente per porvi rimedio consiste  nel tirare la leva dello sviluppo e non quella del blocco delle nascite. Occorre cioè  fare il contrario di ciò cui oggi sta puntando l’Onu, tramite lo UN Population Fund, con il sostegno della Bill and Melinda Gates Foundation. Il fatto che negli anni ’60-’90 del secolo scorso le “Tigri asiatiche” si siano sviluppate mentre applicavano politiche demografiche del genere viene spesso addotto come prova della giustezza di tale teoria. Varrebbe però la pena di considerare che in quei medesimi anni analoghe politiche non hanno sortito analoghi effetti in America Latina: un fatto  che mette in dubbio la sussistenza di un rapporto di causa/effetto tra i due fenomeni.
Non solo: da qualche tempo si moltiplicano gli studi da cui risultano gli effetti a lungo termine negativi di tali politiche anche sulle “Tigri asiatiche”, oggi tutte alle prese con il problema del declino demografico. Il Giappone vede la propria popolazione ridursi in valore assoluto già da otto anni, e le politiche messe in atto dal governo per invertire tale tendenza non hanno sin qui avuto alcun effetto. Il più grave di tutti, per le sue dimensioni ma non solo, è poi il caso della Cina, il Paese del mondo dove attualmente la popolazione sta invecchiando più rapidamente. In Cina infatti, dove non ci sono pensioni sociali, sono i figli o i nipoti a sostenere gli anziani: un onere che decenni di “politica del figlio unico” sta rendendo insostenibile con conseguenze sociali ed economiche che potranno essere drammatiche.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
Preso da: https://www.informarexresistere.fr/crisi-demografica-planetaria-ma-lordine-costituito-cerca-di-non-farcelo-sapere/

Simone Veil firmò un accordo segreto per cedere organi di francesi a Israele


Ci sarebbe da non credere, se questa informazione non provenisse direttamente dalla Camera di Commercio France-Israel. Nell’elogio funebre della gran donna  pubblicato  da questa associazione sul suo sito,  si legge:
“Tel Aviv (Daniel Rouach).
“Ebrea di cuore e sostegno permanente a Israele e al sionismo,  Simone Veil è deceduta venerdì mattina all’età di 89 anni.  In Israele una grande tristezza tocca i franco-israeliani che l’hanno conosciuta.
“Pochissime persone lo sanno. Durante il suo passaggio al Ministero della Sanità, ella aveva firmato un accordo franco-israeliano per  la donazione di organi. In effetti Israele  mancava crudelmente di donatori. Questo accordo reale ma applicato con  grandissima discrezione ha permesso a numerosi israeliani di restare in vita.
“France3 – Regioni: “Più volte ministra sotto Giscard d’Estaing e Mitterrand, ha segnato la vita politica francese specie con la legge sulla Interruzione Volontaria di Gravidanza.  E’ stata anche la prima donna eletta al Parlamento europeo”. Qui sotto il testo originale, rivelatore di questo accordo  segreto fino ad oggi,  di cui non  si sa null’altro:
Già.  La stessa ministra che in segreto  donava organi di francesi da trapiantare su ebrei, è quella che ha introdotto l’aborto legale per i francesi. Una legge per gli eletti, e un’altra per gli animali parlanti,  materiale umano da usare  quale materiale  biologico per la razza padrona.
La Veil è stata ministra della Sanità  dal 1974  al 1979, ininterrottamente   sotto i diversi governi Giscard d’Estaing, Chirac 1,   tre  governi  Raimond  Barre; poi di  nuovo con Mitterrand presidente  tra il’93  e il ’95.
Le è affidata una missione: legalizzare l’aborto.  Presenta la legge, subito neutralizzata  in neolingua  con la sigla IVG (Interruption Volontaire de Grossesse).  Le opposizioni  sono forti, la  legge rischia di essere bocciata all’Assemblea da una maggioranza.   Il rischio viene superato da quel che descrive così Wikipedia: “Il testo  è infine adottato dall’Assemblea nazionale il 29 novembre 1974, grazie al fatto che i deputati massoni, di destra come di sinistra, sostengono  i deputati centristi favorevoli alla legge ma non maggioritari all’Assemblea”.

Al tempo della legge abortista.

Laicissima  fu infatti la Veil. Il suo laicismo militante, scopriamo ora, si applicava solo ai noachici e goy,  perché sul piano degli espianti la pensava  esattamente come Rabbi Schneerso, il maestro e  messia dei Chabad Lubavitcher:
” Il corpo dell’ebreo sembra simile in sostanza al corpo del non ebreo […] ma la similarità è solo nella sostanza materiale, aspetto esteriore e qualità superficiale. La differenza della qualità interiore è così grande che i corpi devono considerarsi di specie del tutto diversa. Ecco perché il Talmud stabilisce una diversità halachica [giuridica] tra i corpi dei non ebrei [in  confronto ai corpi degli ebrei]…Un ebreo non è stato creato come mezzo per uno scopo: egli stesso è lo scopo, dal momento che tutta la sostanza della emanazione è stata creata solo per servire glie brei.” In principio Dio creò i cieli e la terra” (Genesi 1 : 1 ) significa che tutto fu creato per il bene degli ebrei,che sono chiamati “il principio”. Ciò significa che tutto[…] è vanità in confronto agli ebrei”‘.
Ne consegue la questione  rabbinica:”Se un giudeo ha bisogno di un fegato, può prendere il  fegato di un non ebreo innocente per salvare il primo?”,  a  cui il gran rabbino Schneerson risponde: “ “La Torah probabilmente lo consente. La vita di un ebreo ha valore infinito. Se vedi due persone affogare, un ebreo e un non ebreo, la Torah ti impone di salvare prima la vita dell’ebreo”
Commentava l’indimenticato Israel Shahak,  al cui saggio dobbiamo queste informazioni: (Israel Shahak ,Norton Mezvinsky,  J e w i s h  f u n d a m e n t a l i sm in I s r a e l , Londra,1999): “Basta cambiare qui la parola”ebreo”con”tedesco”o”ariano”, ed ecco la dottrina che ha reso possibile Auschwitz”°.
Del traffico  di organi  israeliano  s’è già diffusamente parlato, anche da noi:
http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&task=view&id=29569&Itemid=100021
e da altri,  a cui rimandiamo:
http://sadefenza.blogspot.it/2009/09/il-prelievo-di-organi-di-israele-una.html
Gli ebrei non donano organi (solo il 4%,  rispetto al 30 per cento dei non-ebrei) per la superstiziosa convinzione che   alla resurrezione della carne,  potranno rinascere menomati.   Il servizio sanitario ebraico rifonde   i “viaggi all’estero” di suoi cittadini che  tornano con un rene nuovo, o altro organo, comprato  a qualche miserabile del Terzo Mondo (o a ucraini e romeni).  Molte testimonianze parlano di poveri palestinesi  uccisi dai soldati israeliani, i cui corpi sono   restituiti alle  famiglie   evidentemente laparatomizzati.   Naturalmente,  riportare queste testimonianze fa’ attaccare  con accuse  furenti  antisemitismo  e  negazionismo dell’olocausto .
Razzisti infatti siamo noi, non loro.

Preso da: http://www.maurizioblondet.it/simone-veil-firmo-un-accordo-segreto-cedere-organi-francesi-israele/