A Parigi il 9 settembre 2017 si è tenuta una “giornata in sostegno di Saif al-Islam Gheddafi”

 

 

Lotta dei popoli, unità antimperialista, 11 settembre 2017
È al celebre Teatro della Mano d’Oro di Parigi che sabato 9 settembre si è tenuta una “giornata in sostegno di Saif al-Islam Gheddafi” organizzata dal Comitato Rivoluzionario Internazionale, che difende la continuità politica della Jamahiriya (“stato delle masse”) libica, e dal gruppo militante parigino di LEIA NAZIUNALE. Nell’aprile del 2017 Saif al-Islam Gheddafi è stato eletto Guida della Jamahiriya dal Consiglio Supremo delle Tribù e delle Città. Fra gli invitati e i partecipanti a questa riunione antimperialista vi erano la Federazione dei Siriani di Francia, la rete Voltaire e dei militanti panafricani (pro-Gbabo).
La caduta della Jamahiriya e l’assassinio del colonnello Gheddafi in seguito all’aggressione della Libia architettata da una coalizione costituita da occidente e fondamentalisti islamici, e in seguito il tentativo di smembramento della Siria nazionalista da parte dei medesimi responsabili, hanno avuto per l’Europa delle ripercussioni di una gravità estrema: un’onda di terrorismo islamico senza precedenti e un cataclisma migratorio che minano la sopravvivenza stessa dei popoli europei. La Libia è da diversi anni ormai abbandonata al caos, al terrore delle milizie jihadiste e al traffico di migranti organizzato in collaborazione con le ONG occidentali, l’Unione Europea e le mafie operative in ogni angolo del Mediterraneo.

Ma la Jamahiriya e i suoi principi di emancipazione sono sempre vivi nel cuore del popolo libico e, nonostante l’insurrezione generale non sia ancora stata realizzata, le forze anti-islamiste guadagnano terreno in tutto il paese.
Il portavoce di LEIA NAZIUNALE Vincent Perfetti ha articolato il suo discorso e i suoi interventi intorno al tema del Nemico Globale al di là delle contingenze specifiche. Il Nemico Globale è chiamato da alcuni il Sistema, da altri il Nuovo Ordine Mondiale, ed è definito il Leviatano dagli iniziati alle teorie geopolitiche e metafisiche. Tale entità polimorfa è votata alla distruzione di tutte le identità, di tutte le nazioni, di tutte le trascendenze. Il suo obiettivo è l’instaurazione di una sottoumanità indifferenziata, ridotta in schiavitù dalle oligarchie finanziarie. Il sistema che fabbrica i Sarkozy, i Cameron, i Merkel e i Macron genera anche, in maniera più occulta, i Bin Laden e i Daesh. Tutte queste creature agiscono in sincronia le une con le altre con l’obiettivo di distruggere i medesimi bersagli, dalla Libia alla Russia passando per l’Europa e la Siria.
Vincent Perfetti ha sottolineato l’opposizione del popolo corso alle operazioni terroriste perpetrate dalla NATO sul territorio nazionale (base militare di Solenzara) ai danni della Serbia (1999) e della Libia (2011), ponendo l’accento sulla posizione tradizionalmente antimperialista del nazionalismo corso. Il nostro ospite ha insistito sulla necessità del rafforzamento e dello sviluppo delle reti operative di resistenza alle forze mondialiste in nome di una lotta unitaria per un mondo multipolare, differenziato e improntato all’aspirazione verso la trascendenza.
Il signor Perfetti ha poi manifestato la solidarietà di tutto lo schieramento antimondialista a Kemi Seba, capofila del panafricanismo francofono, militante del ritorno in patria degli immigrati e dello sviluppo separato e indipendente delle civilizzazioni, attualmente perseguitato dalla Repubblica Francese e dai suoi valletti africani.
È vitale che tutte le resistenze imparino a conoscersi, a collaborare, a organizzarsi in maniera solidale, a raggrupparsi sotto l’egida di una forma di internazionale antimondialista che funga da “polmone alternativo”. È soltanto in questa ottica che le lotte dei popoli storici d’Europa e le loro aspirazioni nazionaliste possono costituirsi in maniera compiuta; altrimenti, le lotte verranno neutralizzate e i popoli diluiti in masse anonime e sradicate.
Gli interventi che hanno incorniciato i dibattiti e il lavoro dei partecipanti sono stati apprezzati da tutti. Alti appuntamenti simili sono previsti per i mesi seguenti in tutta Europa. LEIA NATIUNAL rappresenta una concezione globale e ideologica della lotta nazionale corsa e persegue l’obiettivo di una secessione mentale e politica da un sistema che condanna a morte il nostro popolo.

2017: B. Levy, il filosofo degli interventi ‘umanitari’ accoglie i golpisti venezuelani

Lo scorso 15 agosto, Bernard-Henri Levy, ha pubblicato il suo articolo mensile su El País intitolato ‘Maduro, tra Castro e Pinochet’, che possiamo considerare l’inizio della sua crociata contro il Venezuela

B. Levy, il filosofo degli interventi 'umanitari' accoglie i golpisti venezuelani
da Mision Verdad
Bernard-Henri Levy (BHL) è un milionario ebreo, nato come francese nell’Algeria coloniale, e forse proprio per questo motivo, con una vocazione innata, promuove la guerra come meccanismo per preservare l’influenza neocoloniale francese. Influenza in realtà posta al servizio del sionismo.

Si vanta di aver convinto l’allora presidente francese, Nicolas Sarkozy, ad appoggiare i presunti ribelli libici e sostenere i bombardamenti aerei della NATO.

Ha raccontato la sua ‘prodezza’ in un libro, e nel novembre 2011 ha spiegato che «non lo avrebbe fatto se non fosse stato ebreo».


Libia, 2011

Qualche mese dopo i suoi articoli, che per il mondo ispanofono sono pubblicati dal quotidiano spagnolo El País, il propagandista (presentato come filosofo della nouvelle philosophie) prese a cuore la causa della Siria e il lavoro di agente pubblicitario dei combattenti ‘dell’esercito libero siriano’.

Le premesse sono le stesse in Libia, Siria e adesso Venezuela. Nell’agosto del 2012, nel suo articolo «Aerei per Aleppo», rilanciava i soliti tre argomenti ricorrenti per sostenere la tesi dell’intervento militare mascherato dall’edificante «responsabilità di proteggere».

A Cannes con presunti combattenti siriani

Uno, che la popolazione civile è attaccata dalle forze genocidi del tiranno; due, che la popolazione civile e i suoi rappresentanti stanno chiedendo aiuto; e tre, che i combattenti per la libertà con precarie armi difensive hanno bisogno di ‘aiuto’ (assistenza militare) per fermare la ‘mattanza’.

Lo scorso 15 agosto, Bernard-Henri Levy, ha pubblicato il suo articolo mensile su El País intitolato ‘Maduro, tra Castro e Pinochet’, che possiamo considerare l’inizio della sua crociata contro il Venezuela. Il percorso è lo stesso delle precedenti guerre e profeticamente la sceneggiatura è stata girata con precisione cinematografica.

Uno scenario da guerra civile, sullo sfondo oltre 100 civili morti per mano delle forze paramilitari del dittatore. La ripresa della sceneggiatura aveva già contemplato di ricevere a Parigi, Madrid e/o Washington, «gli ultimi rappresentanti dell’opposizione che hanno ancora libertà di movimento». E la promessa di «sanzioni economiche e finanziarie che vadano oltre le timide fanfaronate di Donald Trump».

Meno di 20 giorni dopo, con protagonisti Julio Borges e Freddy Guevara, le riprese sono state realizzate con l’inclusione di Berlino in luogo della capitale statunitense, e l’offerta di sanzioni concrete (in chiara allusione a Trump) presentata dalla signora Merkel.

Con Freddy Guevara, Parigi, 2017

Una ‘foto’ poco hollywoodiana: Levy si fotografa con Guevara e senza il classico abbigliamento da ‘liberatori’, ossia con maschera antigas e scudo di legno. Solo lui ha pubblicato l’immagine. Guevara non ha nemmeno ritwittato.

Le foto in Libia, con combattenti reali sul campo di battaglia a Misurata, i guerrieri incappucciati dell’opposizione siriana (anche se a Cannes) e la posa su di una barricata in Ucraina, senza dubbio sono più iconografiche.

Tuttavia la cosa più importante è che per i venezuelani è diventato molto chiaro quale sia il futuro che Borges e Guevara promuovono per il Venezuela.

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

Preso da: http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-b_levy_il_filosofo_degli_interventi_umanitari_accoglie_i_golpisti_venezuelani/82_21447/

L’acqua inquinata di Al-Awinat

Di Vanessa Tomassini.

No, non avete capito male: quella in questo video è proprio acqua. Una scena a cui sono abituati i residenti di al-Awinat, il centro più meridionale della Libia, nel deserto del distretto di Ghat. L’acqua è contaminata da ossidi di ferro e altre impurità che ne influenzano il colore, rendendola rossiccia.

“Gli abitanti della zona sono stati costretti ad utilizzare metodi primitivi per purificare l’acqua per il consumo quotidiano”. Ci spiega Mansour Khawad, membro dell’organizzazione “Al-Awinat for development”, un gruppo di persone che cercano di fare il giusto in un momento in cui tutto va nel verso sbagliato. “La nostra ultima azione è stata l’installazione di sistemi di depurazione che producono 32000 litri di acqua pulita, dopo che l’inquinamento delle acque ha destato preoccupazioni per la salute dei bambini” ci spiega Khawad, precisando che i fondi per i lavori arrivano da privati cittadini.

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Il nuovo sistema di purificazione produce 32000 litri di acqua pulita.

L’acqua, che raggiunge i cittadini di Al-Awinat, non è idonea per il consumo umano e solitamente la gente usa metodi di filtraggio obsoleti per purificarla, riempiono dei barili e lasciano riposare l’acqua fino a quando i residui non si depositano sul fondo e l’acqua diventa chiara. I pediatri hanno avvertito l’associazione del problema, riscontrando nei bambini evidenze della mancanza di minerali solitamente presenti nell’acqua potabile, come problemi alle gengive o la dimensione del cranio che non è ben formata rispetto alle dimensioni del corpo.

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Prima e dopo il filtraggio.

L’inquinamento idrico è causato da molteplici fattori. Il serbatoio principale dell’acqua è fornito da 11 pozzi diversi ciascuno con le proprie caratteristiche fornendo una combinazione microbiologica sbilanciata, inoltre c’è un problema nella rete di distribuzione che necessita di un grande lavoro di manutenzione. “C’è un grande progetto che avrebbe dovuto correggere il sistema di purificazione, ma si è fermato a causa dell’attuale situazione politica e dei problemi economici”. Prosegue Mansour, mostrandoci le foto per farci capire quanto sia inquinata l’acqua, tanto che i filtri che andrebbero cambiati ogni tre settimane, ad Al-Awinat resistono a malapena tre giorni.

Diversi studi hanno confermato che il consumo di acque contaminate da microrganismi patogeni indesiderabili, senza un adeguato trattamento, può causare l’insorgenza di gravi malattie, quali amebiasi, dissenteria, tifo, ittero, colera, perfino tumori nei casi peggiori. Metalli come piombo, zinco, arsenico, rame, mercurio e cadmio possono addirittura risultare nocivi per la salute umana e i loro effetti possono influenzare non solo la vita della generazione presente, ma anche quella delle generazioni future poiché i suoi effetti permangono a lungo.

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Al-Awinat è un gruppo di persone che si adopera per il bene della collettività.
Preso da: https://specialelibia.it/2018/11/27/lacqua-inquinata-di-al-awinat/

2017: Licenziata Dilyana Gaytandzhieva, la giornalista bulgara che sollevò il vespaio sulle forniture di armi USA ad Al Qaeda e ISIS

i “successi” dei sinistrati 2017: La mafia in Libia manovra gli sbarchi: con chi negozia Minniti?

23 agosto 2017

di Laura Ferrara, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa

 

“Un gruppo armato guidato da un ex boss della mafia decide se, quando, come e perché le imbarcazioni piene di migranti lasciano la Libia per dirigersi in Italia. Quanto emerge dalle testimonianze rese all’agenzia Reuters è scandaloso e avvalora quanto denunciamo da tempo.
Lo abbiamo scritto nero su bianco nella relazione del Parlamento europeo sulla tutela dei diritti fondamentali in Europa, lo abbiamo evidenziato anche nella relazione sulla lotta alla criminalità organizzata: la mafia si infiltra in tutte le fasi della gestione dell’immigrazione, dalle partenze in Libia agli sbarchi in Italia. Lo abbiamo visto con Mafia Capitale, ma anche con le recenti indagini sul Cara di Crotone. Dove non c’è lo Stato, ecco che subentra la mafia a colmare il vuoto.

Questa nuova testimonianza dell’agenzia Reuters è forse ancora più inquietante. Racconta come si sono momentaneamente fermate le partenze dalla Libia. Dopo l’accordo di collaborazione raggiunto dall’Italia con il governo di Tripoli di Fayez al-Sarraj, sulle spiagge libiche sono spuntati “centinaia di civili, poliziotti e membri dell’esercito” guidati da un “ex boss della mafia”. Sono loro a bloccare per il momento le partenze dei migranti. Cosa vogliono in cambio? C’era la mafia dietro l’ondata massiccia di migranti arrivati negli ultimi anni e c’è la mafia anche adesso che il flusso è momentaneamente rallentato. Chi finanzia e con quali soldi questo gruppo armato dai dubbi confini? Con chi ha negoziato Minniti? Con chi ha preso accordi?
Dobbiamo togliere alla mafia e a tutte le sue ramificazioni il business dell’immigrazione. Il nostro obiettivo è sbarchi zero grazie a una gestione europea e nazionale dell’immigrazione e a una politica che contribuisca a sradicare le cause profonde dell’immigrazione forzata”.

Preso da: http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2017/08/la-mafia-in-libia-ma.html

Libia e Gheddafi: le colpe di Napolitano, Berlusconi, La Russa e Frattini

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Di Giancarlo Marcotti Sabato 12 Agosto alle 12:34

Premessa: rivendico, per esser stato uno dei pochissimi a schierarsi, immediatamente e con foga, contro i bombardamenti della Libia, di poter commentare, ed in maniera autorevole, i retroscena svelati di recente dall’ex Presidente della Repubblica sull’adesione del nostro Paese alla guerra contro un Paese sovrano come la Libia. Mi riferisco in particolare a quel “Consiglio di guerra” informale tenutosi il 17 marzo del 2011 al Teatro dell’Opera a margine delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia al quale parteciparono l’ex Presidente Giorgio Napolitano, l’ex Premier Silvio Berlusconi, l’ex Ministro della difesa Ignazio La Russa, l’ex Ministro degli Esteri Franco Frattini oltre al consigliere diplomatico Bruno Archi.

Fu quello un modo ignobile di festeggiare l’Unità d’Italia visto che l’art. 11 della nostra Costituzione recita: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

L’ex Presidente Napolitano ha sbottato, per anni lui è stato indicato come il maggior fautore del nostro intervento militare ai danni della Libia di Muammar Gheddafi. E per anni lui, “democristianamente”, non aveva risposto alle accuse, confidando sul fatto che i media nazionali, tutti dalla sua parte, avrebbero messo a tacere le critiche nei suoi confronti come sempre fanno quando gli “accusati” rientrano in una certa area politica.
E così è stato, ora però, nonostante le pratiche di insabbiamento messe in atto, il bubbone è scoppiato in tutta la sua virulenza. Adesso che il disastro non solo è sotto gli occhi di tutti, ma ha prodotto le nefaste conseguenze che ognuno di noi può giornalmente riscontrare. Adesso che non c’è più nessun personaggio politico che non consideri un colossale errore i bombardamenti e la distruzione della Libia, lui, Giorgio Napolitano, il peggior Capo di Stato che l’Italia abbia mai avuto (oddio, in questa speciale classifica al contrario, i confronti con Scalfaro e Ciampi li ha vinti di misura), ha deciso di parlare.
Ma non lo ha fatto per rivendicare la correttezza della propria scelta, oppure per scusarsi davanti a tutti gli italiani, comportamenti, questi, che sarebbero stati diametralmente opposti ma entrambi rispettabili da un punto di vista etico.
Lo ha fatto per scaricare la responsabilità di quella scelta su altri.
Insomma, potremmo definirlo un comportato da vile, da persona che dimostra mancanza di coraggio e fermezza, oltre che di coerenza.
Egli si è discolpato sostenendo che quella fu “una decisione che spettava al Governo, sia pure con il consenso della Presidenza della Repubblica” ed ancora “non poteva che decidere il Governo in armonia con il Parlamento, che approvò con schiacciante maggioranza due risoluzioni gemelle alla Camera e al Senato, con l’adesione anche dell’allora opposizione di centrosinistra.”
Formalmente, nulla da eccepire a quanto detto da Napolitano, ma da un Presidente della Repubblica ci si attende un’etica superiore, comportamenti moralmente virtuosi e non solo dichiarazioni autoassolutorie.
Detto questo, tuttavia, l’informazione deve essere corretta quindi mi corre l’obbligo di censurare i media, come ad esempio Repubblica.it, che sulle esternazioni dell’ex Presidente della Repubblica hanno titolato « Napolitano: “Le bombe contro Gheddafi? Basta distorsioni ridicole: decise Berlusconi, non io” »
Una frase, riportata fra virgolette, che Napolitano non ha mai pronunciato, ed infatti leggendo l’articolo non compare.
“Sistemato” Napolitano non posso certo esimermi dal censurare anche i comportamenti degli altri personaggi implicati in questa dolorosa vicenda.
Me la cavo con due parole riferendomi a Franco Frattini che al tempo ricopriva la carica di Ministro degli Esteri. Sembra di stare a riferirsi ad un’altra epoca, ad un tempo lontano, ed invece stiamo parlando di avvenimenti accaduti soltanto sei anni fa. Eppure parafrasando il Manzoni ed il suo Don Abbondio potremmo dire “Frattini … chi era costui”. Il personaggio è scomparso dai radar della politica. All’epoca pare che abbia tentato di “nascondersi” dietro all’ombrello dell’Onu, insomma un comportamento pilatesco.
Diversa la critica nei confronti di Berlusconi e La Russa, personaggi che invece sono rimasti sulla cresta dell’onda.
Cominciamo dal Cavaliere.
Caro Silvio, non puoi cavartela semplicemente dicendo che tu non te la sentivi di “dare l’avallo a quella missione di guerra contro la Libia” e che eri arrivato al punto di “minacciare di dare le dimissioni” e di non averlo fatto solo per non innescare una crisi istituzionale, tutto ciò non ti assolve affatto perché come tutti sanno:
le dimissioni NON si annunciano, e tantomeno si minacciano, bensì … si danno!
Anche le tue mani quindi sono sporche del sangue di Gheddafi.
Hai visto poi come ti hanno ringraziato per il tuo “assoluto asservimento” alle Istituzioni? Qualche mese dopo ti hanno dato un bel calcio nel sedere e ti hanno costretto a dimetterti!!! Svegliati una buona volta e cerca di capire di che pasta sono fatti quelli che passano per essere “servitori dello Stato”.
E concludiamo con La Russa, al tempo Ministro della Difesa.
Caro Ignazio anche tu non puoi cavartela dicendo che “Gheddafi era ormai spacciato”, dicendo quelle cose ti sei piegato, anzi genuflesso ad una nullità come Sarkozy, quando dovevi dimostrati forte hai fatto vedere tutta la tua inconsistenza, come uomo e come politico.
Craxi ed Andreotti (ricordi Sigonella?) al tuo confronto si sono dimostrati dei giganti!!!
Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro
P.S. Quei due loschi figuri che vedete in foto sono il francese Philippe Coindreau e l’americano Samuel Locklear comandanti, per i rispettivi Paesi, delle operazioni di guerra nei confronti del popolo libico. Se la ridono dopo aver massacrato bambini, donne e persone inermi

Preso da: http://www.vicenzapiu.com/leggi/libia-e-gheddafi-le-colpe-di-napolitano-berlusconi-la-russa-e-frattini#

Libia, in centinaia assaltano Consiglio presidenziale a Tripoli

02 dicembre 2018
Centinaia di persone hanno assalto oggi a Tripoli la sede del Consiglio presidenziale, il governo presieduto da Fayez Al Serraj e sostenuto dall’Onu. I manifestanti, che sono riusciti a rompere il cordone di sicurezza, sono penetrati nel palazzo e vi sono rimasti per alcune ore compiendo atti di vandalismo che hanno causato vari danni. Motivo della protesta, la mancata assistenza medica ai feriti di guerra e il ritardo nel pagamento di salari e sussidi. Alcuni dimostranti, tra i quali veterani di “Fajr Libya”, una delle milizie che appoggiarono il governo filo islamista sconfitto alle elezioni nel 2014, hanno affermato di non aver ricevuto da allora la loro paga. Tra i manifestanti, anche familiari di vittime del conflitto, che ricevono un contributo di mille dinari al mese, circa 200 euro. Una delegazione di manifestanti, secondo i media libici, è stata ricevuta da Ahmad Maitig, uno dei vicepresidenti del Consiglio presidenziale. La protesta è poi rientrata.

Macron-Libia: la Rothschild Connection

 

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| Roma (Italia)
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«Ciò che avviene oggi in Libia è il nodo di una destabilizzazione dai molteplici aspetti»: lo ha dichiarato il presidente Emmanuel Macron celebrando all’Eliseo l’accordo che «traccia la via per la pace e la riconciliazione nazionale».

Macron attribuisce la caotica situazione del paese unicamente ai movimenti terroristi, i quali «approfittano della destabilizzazione politica e della ricchezza economica e finanziaria che può esistere in Libia per prosperare». Per questo – conclude – la Francia aiuta la Libia a bloccare i terroristi. Macron capovolge, in tal modo, i fatti. Artefice della destabilizzazione della Libia è stata proprio la Francia, unitamente agli Stati uniti, alla Nato e alle monarchie del Golfo.
Nel 2010, documentava la Banca mondiale, la Libia registrava in Africa i più alti indicatori di sviluppo umano, con un reddito pro capite medio-alto, l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e del 46% alla terziaria. Vi trovavano lavoro circa 2 milioni di immigrati africani. La Libia favoriva con i suoi investimenti la formazione di organismi economici indipendenti dell’Unione africana.

Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – si accordarono per bloccare il piano di Gheddafi di creare una moneta africana, in alternativa al dollaro e al franco Cfa (moneta che la Francia impone a 14 sue ex colonie africane). Fu la Clinton – documenta il New York Times – a far firmare al presidente Obama «un documento che autorizzava una operazione coperta in Libia e la fornitura di armi ai ribelli», compresi gruppi fino ad allora classificati come terroristi.
Poco dopo, nel 2011, la Nato sotto comando Usa demolisce con la guerra (aperta dalla Francia) lo Stato libico, attaccandolo anche dall’interno con forze speciali. Da qui il disastro sociale, che farà più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti.
Una storia che Macron ben conosce: dal 2008 al 2012 fa una folgorante (quanto sospetta) carriera alla Banca Rothschild, l’impero finanziario che controlla le banche centrali di quasi tutti i paesi del mondo. In Libia la Rothschild sbarca nel 2011, mentre la guerra è ancora in corso. Le grandi banche statunitensi ed europee effettuano allo stesso tempo la più grande rapina del secolo, confiscando 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici. Nei quattro anni di formazione alla Rothschild, Macron viene introdotto nel gotha della finanza mondiale, dove si decidono le grandi operazioni come quella della demolizione dello Stato libico. Passa quindi alla politica, facendo una folgorante (quanto sospetta) carriera, prima quale vice-segretario generale dell’Eliseo, poi quale ministro dell’economia. Nel 2016 crea in pochi mesi un suo partito, En Marche!, un «instant party» sostenuto e finanziato da potenti gruppi multinazionali, finanziari e mediatici, che gli spianano la strada alla presidenza. Dietro il protagonismo di Macron non ci sono quindi solo gli interessi nazionali francesi. Il bottino da spartire in Libia è enorme: le maggiori riserve petrolifere africane e grosse riserve di gas naturale; l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, l’oro bianco in prospettiva più prezioso dell’oro nero; lo stesso territorio libico di primaria importanza geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medioriente.
C’è «il rischio che la Francia eserciti una forte egemonia sul-la nostra ex colonia», avverte Analisi Difesa, sottolineando l’importanza dell’imminente spedizione navale italiana in Libia. Un richiamo all’«orgoglio nazionale» di un’Italia che reclama la sua fetta nella spartizione neocoloniale della sua ex colonia.

Estrarre Sotto i nostri occhi, la testimonianza di Thierry Meyssan, un membro del governo libico

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«Per prima cosa, François Hollande fece il punto sulla distruzione della Libia. La Jamahiriya aveva un Tesoro stimato minimo 150 miliardi di dollari. Ufficialmente la NATO ne bloccò circa un terzo. Cosa successe al resto ? I Gheddafi pensavano di usarli per finanziare la resistenza a lungo termine. Ma ad aprile, il prefetto Edouard Lacroix, che ebbe accesso a una parte di questi investimenti, morì un giorno di “cancro fulminante”, mentre l’ex-ministro del Petrolio Shuqri Ghanam fu trovato annegato a Vienna. Con la complicitα passiva del ministro delle Finanze francese Pierre Moscovici, del consigliere economico dell’Eliseo Emmanuel Macron e di vari banchieri, il Tesoro degli USA saccheggiò il bottino ; fu la rapina del secolo : 100 miliardi di dollari.»

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Preso da: http://www.voltairenet.org/article197295.html

Libia, tra martiri che rivivono e la guerra del petrolio che non finisce

Wikipedia

A volte i “martiri” ritornano. E vengono usati per sobillare gli animi e cavalcare lo spirito nazionale. La Libia è anche questo. Un passo indietro nel tempo. Pochi anni, giugno 2009, ma lo scenario sembra quello di un’epoca lontana. Narra la cronaca di quel 10 giugno 2009: una foto in bianco e nero che ritrae un eroe della resistenza anti-coloniale in Libia sul petto dell’impeccabile divisa: Muammar Gheddafi non rinuncia al gusto della provocazione e, nonostante i buoni rapporti con l’Italia, ha scelto di caratterizzare sin dal suo esordio la visita nel nostro Paese con chiari riferimenti all’epoca buia del colonialismo italiano in Libia.

Scendendo dalla scaletta dell’aereo che lo ha portato Roma, il colonnello, accolto a Ciampino dal premier italiano Silvio Berlusconi, si è presentato con addosso l’alta uniforme nera decorata da una serie di medaglie, il cappello calzato sui capelli crespi e nerissimi e grossi occhiali scuri. La cosa che ha più colpito della sua mise è stata però proprio la foto in bella vista sulla divisa del colonnello di Omar al-Mukhtar, un eroe della resistenza libica contro gli italiani.

Ad accompagnare Gheddafi è arrivato a Roma un anziano in abito tradizionale, Mohamed Omar al-Mukhtar, ultimo erede dell’eroe anti-coloniale. I giornali del tempo sottolineano la “grande deferenza” del leader libico nei confronti dell’ottantenne, sceso dall’aereo a fatica per problemi di deambulazione. Nell’agosto del 2008, in occasione della visita dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Bengasi in cui fu firmato il trattato di amicizia italo-libico, l’anziano, figlio dell’eroe della resistenza, disse ad Al-Jazeera che non avrebbe mai incontrato il premier di un Paese che “odia il popolo libico e odia Omar al-Mukhtar”, neanche se glielo avessero chiesto le autorità libiche. I media libici scrissero di un baciamano di Berlusconi all’erede di Al-Mukhtar, parlando di un gesto altamente simbolico per la conclusione del contenzioso fra i due Paesi frutto del buio passato coloniale.

“La foto di Al Muktar è come la croce che alcuni di voi portano: il simbolo di una tragedia”. Così il Colonnello rispose ai giornalisti che lo interpellavano in merito alla foto. Gheddafi ricordando che comunque anche molti “italiani sono stati impiccati da quello stesso governo di allora che poi è finito con l’impiccagione, ma a piedi in giù, di Mussolini”. “È come l’uccisione di Gesù Cristo per i cristiani: per noi quell’immagine è come la croce che alcuni di voi portano”, apostrofò il leader libico sottolineando che è il “simbolo di una tragedia”.

Omar al-Mukhtar, soprannominato il “leone del deserto” fu il leader della resistenza libica contro gli italiani agli inizi tra gli anni Venti e gli anni Trenta. La fotografia sul petto del leader libico è quella dell’arresto del “leone del deserto” operato da parte di squadroni fascisti, l’11 settembre del 1931. Il leader della guerriglia fu condannato a morte il 15 settembre 1931 su ordine di Mussolini che, nel suo telegramma ai giudici, li incoraggiò a concludere il processo con una “immancabile condanna”. Il giorno dopo Omar al-Mukhtar fu impiccato.
Del colonialismo italiano in Nord Africa, Angelo Del Boca è riconosciuto come il più autorevole studioso. ” Per alcuni aspetti – rimarca Del Boca – il colonialismo italiano è stato più severo, più ingiusto di quello di paesi come la Francia, la Gran Bretagna e il Portogallo. In Libia, ad esempio, per contrastare l’opposizione di Omar el Mukhtar sono stati creati dei campi di concentramento nella zona più arida del paese, dove sono state raccolte intere popolazioni della Cirenaica, con un bilancio finale di 40 mila morti, a causa delle malattie, il cattivo nutrimento e le continue percosse o fucilazioni. Uno dei peggiori crimini del colonialismo italiano è stato quello di proibire ogni forma di istruzione. Il limite massimo era la quinta elementare, sufficiente per ricevere ordini ed eseguirli. A differenza di ciò che accadeva nelle colonie inglesi e francesi, dove si garantiva la formazione di una classe dirigente, a volte di alto livello”.
Il “leone” serve oggi all’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, per un duplice scopo: recuperare in quel passato un elemento unificante di una incerta identità nazionale, ed ergersi a novello paladino nella difesa degli interessi del popolo libico e di una sovranità messa a repentaglio dai “neocolonialisti italiani”.
Giugno 2011. La rivolta contro Gheddafi, esplosa a Bengasi, incendia l’intera Libia. Il cimitero di Hammangi a Tripoli, storico complesso dove sono custoditi resti di circa 8mila espatriati italiani in Libia, viene profanato da alcuni sconosciuti che ne hanno danneggiato alcune strutture e imbrattato le mura con ingiurie e minacce. L’Airl, l’Associazione degli italiani rimpatriati dalla Libia, è stata protagonista di una lunga battaglia per la sua ristrutturazione. E Giovanna Ortu, la sua presidente, si dice “rattristata e costernata”: “Per anni Hammangi era stato alla mercé di ladruncoli che profanavano le tombe, questa volta invece si è trattato di un vero e proprio atto ostile contro l’Italia da parte dei fedelissimi di Gheddafi, su questo non ci sono dubbi”. Ora Gheddafi non c’è più, ma l’ostilità verso l’Italia, più o meno sobillata, ancora vive.
30 aprile 2016: Preoccupano molto le immagini delle bandiere italiane bruciate in Libia nel corso di alcune manifestazioni di protesta indirizzata contro i raid aerei dell’esercito libico guidato dal generale Khalifa Haftar, peraltro osannato a Tobruk. Secondo quanto riportato dal Libya Herald, centinaia di cittadini libici sono scesi in piazza a Derna per protestare contro gli attacchi aerei sulla città da parte delle forze del generale Haftar e hanno “bruciato una bandiera italiana, condannando quelle che considerano interferenze italiane e dell’Onu in Libia”. I manifestanti, aggiunge il giornale online, hanno comunque espresso apprezzamento per le “vittorie dell’esercito” contro l’Isis in Libia.
Anche il sito Alwasat ha riportato la notizia, specificando che nel corso di queste manifestazioni sarebbero state date alle fiamme alcune bandiere italiane, mentre i manifestanti protestavano al grido di “nessuna tutela”. Sui cartelli dei manifestanti, scritte contro l’intervento dell’Italia nella crisi libica, come “no all’intervento dell’Italia nei nostri affari interni” oppure “l’Italia non si sogni di occupare il nostro Paese”. Le persone che hanno preso parte alla manifestazione hanno bruciato una bandiera italiana.
Simbologia e politica si tengono assieme fomentando ancor più il “caos libico”. Un caos che non sarà certo risolto dal premier “voluto” dall’Italia e supportato, almeno a parole, dall’Onu. Serraj, ricorda Del Boca, “non controlla a pieno nemmeno la città di Tripoli; tanto meno la Tripolitania divisa tra milizie in parte schierate con Tripoli, come quelle di Misurata che ricattano costantemente Sarraj, in parte con il precedente governo islamista di Khalifa al-Ghweil; ci sono poi l’enclave armata di Zintane che ha detenuto e liberato Seif al-Islam, il figlio di Gheddafi; il Fezzan delle tribù e dei clan e la Cirenaica di Haftar, ancora alle prese con il tentativo di ricostituzione delle milizie jihadiste, a Derna e Bani Walid dopo la sconfitta di Sirte. Dappertutto centinaia di milizie armate…”.
“Qualche giorno fa – annota Alberto Negri sul Sole24Ore – Abdel Rahman Shalgam, l’ex ambasciatore libico all’Onu, diceva che, pur non avendo simpatie per Haftar, il generale è il padrone della Cirenaica mentre la Tripolitania è divisa in cento milizie e l’unica piazzaforte sicura è Misurata. Andare in Libia senza un’intesa con Haftar è sbagliato perché, come altri, è in grado comunque di sabotare la missione…”. E ancora: “Paradossale: l’Italia che aveva in Gheddafi il maggiore partner nel Mediterraneo, ora potrebbe passare alle cronache come il Paese con velleità neo-colonialiste, accusata da miliziani alleati dei nostri alleati che in Libia hanno condotto i raid e tentato di ridimensionare la presenza italiana. Operazione mal riuscita perché l’Eni continua a estrarre gas, petrolio e fornisce la corrente tutto il Paese. Certo che se l’Italia si fosse opposta ai bombardamenti oggi avrebbe ben altra legittimità”.
In Libia, è bene ricordarlo, l’Italia non ha alleati internazionali ma concorrenti, che fanno della spregiudicatezza il loro modus operandi: la Francia, la Russia, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti hanno decisamente puntato su Haftar come “cavallo vincente”, se non per diventare il nuovo raìs libico quanto meno per edificare lo Stato-protettorato della Cirenaica, l’area dove sono concentrati i più importanti pozzi petroliferi del Paese nordafricano. La Storia dice che nella Sponda Sud del Mediterraneo e nel Medio Oriente, i conflitti esplodono per il controllo dell’oro nero e di quello bianco: petrolio e acqua. La Libia ne è la riprova. Alla Francia, i nostri fratelli-coltelli euromediterranei, di fronteggiare con spirito solidale e con un’azione condivisa, l’emergenza migranti, interessa poco o niente. Mentre interessa, e tanto, che il loro uomo a Bengasi (Haftar) e un domani a Tripoli, riservi la fetta più grossa della “torta petrolifera” alla transalpina Total, rimpicciolendo quella del cane a sei zampe (l’Eni) italiano.
Intanto, mentre l’Italia supporta la Guardia Costiera di Serraj, L’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Haftar, si aggiudica un altro successo nella “battaglia del Fezzan” combattuta nella regione desertica meridionale libica contro le milizie di Misurata e i loro alleati legati indirettamente al governo riconosciuto dalla comunità internazionale di al-Serraj. Nei giorni scorsi, le truppe di dell’uomo forte del governo di Tobruk, hanno conquistato la base aerea di Al-Jufra, 500 chilometri a sud di Tripoli e i centri di capoluogo Hun e Sukna, cittadine fra i 30 mila e i 10 mila abitanti e situati a circa 250 km in linea d’aria a sud di Sirte, dove sono state trovati depositi di munizioni e veicoli. LNA controlla ora i centri nevralgici militari del Fezzan dopo che il 25 maggio le truppe di Haftar avevano preso il controllo della base aerea di Tamenhant vicino a Seba.
Di certo, a riequilibrare i rapporti di forza sul campo non basterà una fregata italiana. Nella stampa libica la parola più ricorrente, per definire la fase attuale, è: “Somalizzazione”. Avere una “nuova Somalia” alle porte di casa non è una bella prospettiva.

Preso da: http://www.huffingtonpost.it/2017/08/04/libia-tra-martiri-che-rivivono-e-la-guerra-del-petrolio-che-non_a_23065019/

Libia, quell’ “errore” della Francia da cui non siamo più usciti

Le parole del figlio di Gheddafi ricordano lo sbaglio del 2011. Appoggiando la linea Sarkozy, abbiamo stravolto un equilibrio frutto di anni di accordi

5 agosto 2017

Da quella tragedia non siamo ancora usciti. La Francia aveva deciso in modo unilaterale di far partire i suoi caccia-bombardieri per abbattere Gheddafi. La colpa del Colonnello era stata quella di allearsi all’Italia, di stringere con Berlusconi un patto d’amicizia che superava addirittura il contenzioso coloniale (cosa che alla Francia non è mai riuscita con la sua ex colonia più importante, l’Algeria).
Sarkozy non aveva neanche messo in allarme i suoi presunti alleati, li aveva fatti trovare di fronte al fatto compiuto. Un gesto da grandeur che sarebbe costato anni, forse decenni di instabilità nel Nord Africa e un esodo migratorio di grande portata, capace di destabilizzare l’area e foriero di conseguenze geo-strategiche tutte da vedere.

Il ruolo di Berlusconi

Berlusconi sapeva che quella guerra non andava fatta. Sapeva che sarebbero ripresi i flussi migratori, che l’Italia avrebbe perso molti affari e la possibilità di costruire in Libia autostrade, città, impianti energetici. Che forse avrebbe rialzato la testa un fondamentalismo islamico che Gheddafi SEMPRE  aveva deciso di combattere.
Ma guerra fu. Anche per una sorta di accomodamento, accondiscendenza e acquiescenza da parte degli stessi stretti collaboratori di Berlusconi, tra cui ministri e alti burocrati. Perché il “politicamente corretto” voleva che noi, l’Italia, paese fondatore dell’Unione europea inserito in un quadro di forti alleanze europee e transatlantiche, non potessimo assumere una posizione diversa da quella di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.
Anche in quella occasione, Angela Merkel si rivelò una leader, e tenne fuori la Germania dalla guerra, astenendosi e non partecipando alle operazioni, Noi, invece, mettemmo a disposizione le nostre basi, fondamentali per le operazioni aeree. E Berlusconi si piegò a “tradire” il patto d’amicizia col Colonnello. Lo fece perché sotto pressione interna e internazionale. Lo fece quasi con la pistola alla tempia. Ma alla fine lo fece.
E così adesso non è scorretto dire che la decisione fu sua. Ma non fu sentita. Non fu condivisa neanche da se stesso. Fu una decisione che sceglieva quello che all’epoca sembrava essere il male minore.

La situazione oggi

Tutto questo va ricordato perché la Libia è ancora nel pieno di quella crisi aperta dall’intervento. Gheddafi è stato ucciso. Barbaramente, diremmo. E senza che noi alzassimo un sopracciglio. Il “feroce dittatore”  ora non era più là, vivo e combattivo, a difendere l’unità della Libia e sottolineare col pugno la propria leadership fra le tribù.
Oggi la Libia è un mosaico inverecondo di fazioni e tribù. Un arsenale a cielo aperto, spaccato almeno in due tra la Tripolitania e la Cirenaica. Ma disgregato anche all’interno dei due campi, in mano alle dinamiche tribali nel Sud, nel Fezzan, strategico per il transito di migranti dal resto dell’Africa.
La Francia voleva riconquistare una supremazia appannata nell’area. Nuovi sistemi d’arma furono messi alla prova. Ma oggi quel deserto è la tomba dell’Europa. Non se ne viene a capo. La Francia usa la leva di Haftar nella Cirenaica. La Gran Bretagna discretamente fa le sue mosse più o meno nella stessa cornice. Russia ed Emirati sono pure loro schierati con il generale e uomo forte di Bengasi.
Noi abbiamo puntato su Fayyez Al Serraj, un non militare, fragilissimo, riconosciuto però anche dalle Nazioni Unite. Ma sotto l’ombrello dell’intervento umanitario e della necessità di curare i feriti della guerra al Califfato in Libia in un nostro ospedale da campo, abbiamo circa 300 militari a Misurata.
Adesso c’è pure un pattugliatore d’altura che ormeggia a Tripoli, avanguardia di altre unità che potrebbero in un prossimo futuro muovere verso quelle coste. La strada verso una stabilità è ancora lunga. L’esodo potrebbe diminuire, forse, chissà.
Ma le parole di Saif Al Islam, il figlio superstite di Gheddafi ,ci ricordano quanto è avvenuto. Lui ci accusa di essere la solita Italia fascista e coloniale, e che l’errore è stato quello di autorizzare nel 2011 il decollo dei caccia “alleati” dalle nostre basi. È il rancore del figlio del Colonnello che ci rimprovera di aver tradito il padre. Da quella tragedia non siamo usciti.

Con le dovute correzioni da: http://www.panorama.it/news/marco-ventura-profeta-di-ventura/libia-errore-francia-non-siamo-piu-usciti/