Non le tangenti ma altro determinò quel 2011 in Libia

di · Pubblicato 23 marzo 2018
di OLTRE FRONTIERA (Lorenzo Nannetti)

Non le tangenti ma altro determinò quel 2011 in Libia
Molte delle ricostruzioni del 2011 a partire dall’inchiesta recente su Sarkozy soffrono di un problema: i giornalisti hanno la memoria corta e/o non sono mai stati al corrente di tutti i fatti. Sarkozy non ha lanciato l’attacco per quelle tangenti. Per lo meno, non è quello il motivo principale.
In quel periodo, Paesi come Libia e Venezuela, a causa degli alti proventi del petrolio (si era in periodo di prezzi alti), decisero di rivedere gran parte dei contratti petroliferi ed energetici in genere con le grandi compagnie internazionali che garantivano a queste ultime forti proventi ma non altrettanti ai Paesi dove operavano. In quel momento i governi di quei Paesi si ritenevano sufficientemente forti da poterlo imporre. In breve, e senza entrare nei dettagli caso per caso, venne posto una sorta di ultimatum: accettate nuove condizioni contrattuali, oppure siete fuori, e per “fuori” si intendeva la nazionalizzazione dei giacimenti e la cacciata delle stesse compagnie.

In genere le compagnie USA, inglesi e francesi risposero “no” e ne subirono le conseguenze. L’ENI fece una scelta diversa: disse “sì, ma a condizione di poter ottenere contratti più lunghi”. La scelta era intelligente: la società italiana accettava di guadagnare meno nel breve termine riducendo i propri proventi e aumentando quelli per lo Stato ospite, ma al tempo stesso otteneva licenze e contratti più lunghi che avrebbero permesso un guadagno più duraturo. Inoltre, così facendo l’Eni si poneva come partner privilegiato e, proprio per questo, avrebbe goduto di altri vantaggi.

ACQUISTA IL PRIMO NUMERO DI BABILON

Questa situazione ovviamente non andava bene agli altri competitor. La Libia all’epoca era già in preda a problematiche sociali, demografiche ed economiche che stavano portando allo scoppiare della rivolta: la sua origine, infatti, non è esterna, al massimo le pressioni francesi l’hanno fatta scoppiare prima del previsto. L’intervento militare è partito solo quando Gheddafi si stava avvicinando ad attaccare Bengasi, roccaforte ribelle. È vero che la Francia ha favorito quell’intervento e che voleva trarne i vantaggi, in primis sostituire gli investimenti italiani nel Paese con i propri. La Gran Bretagna si è accodata, un po’ tirata dalla giacca dalla Francia ma comunque altrettanto desiderosa di ristabilire i propri investimenti in Libia.
Del resto quando scoppiò la questione dei contratti energetici, Gheddafi minacciò anche di creare una moneta alternativa per i Paesi della Françafrique: difficile dire quanto tale proposta fosse reale, ma essa fu una conseguenza, e non una causa come alcuni suppongono, della crisi.
Infine, le tangenti: non sono sufficienti a giustificare l’azione francese (cose simili accadono di frequente) ma forse indicano anche come, una volta sconfitto Gheddafi, la sua morte sia stata considerata utile a Parigi.

Fonte: https://www.oltrefrontieranews.it/sarkozy-gheddafi-intervento-militare-francia/

Preso da: http://appelloalpopolo.it/?p=40179

Il ciclo della menzogna

Quando vogliono condannare un sospettato, gli occidentali lo accusano di ogni sorta di crimine, fino a creare le condizioni per poter emettere la sentenza. Verità e Giustizia non hanno importanza, quel che conta è salvaguardare il potere. Ritornando sull’accusa alla Siria di far uso di armi chimiche, Thierry Meyssan ricorda che, sebbene essa risalga ad alcuni anni fa, il principio secondo cui la Siria è designata colpevole è vecchio di oltre duemila anni.

| Damasco (Siria)
عربي  Deutsch  English  Español  français  Português  русский  ελληνικά

Gli occidentali affermano che nel 2011 è iniziata in Siria una «guerra civile». Eppure, nel 2003 il Congresso USA adottò, e il presidente George W. Bush firmò, una dichiarazione di guerra a Siria e Libano (il Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restoration Act [1], Legge sulle responsabilità della Siria e per il ripristino della sovranità libanese).

Dopo il vano tentativo del segretario di Stato Colin Powell, che nel 2004 avrebbe voluto trasformare la Lega Araba in tribunale regionale (vertice di Tunisi), l’aggressione occidentale poté iniziare grazie all’assassinio nel 2005 dell’ex primo ministro libanese, Rafic Hariri.

L’ambasciatore americano a Beirut, Jeffrey Feltman — che probabilmente organizzò in prima persona il crimine —, accusò immediatamente i presidenti Bashar al-Assad ed Émile Lahoud. L’ONU inviò in Libano una commissione d’inchiesta. Successivamente, gli organi esecutivi dell’ONU e del Libano istituirono, senza ratifica dell’Assemblea Generale dell’ONU né del parlamento libanese, uno pseudo-tribunale internazionale, che da subito ebbe a disposizione testimonianze e prove convincenti. Data per scontata e imminente la condanna, Assad e Lahoud furono messi al bando dal consorzio delle nazioni, alcuni generali furono arrestati dall’ONU e tenuti in carcere per anni, senza nemmeno essere messi in stato d’accusa. Ciononostante, i falsi testimoni furono smascherati, le prove persero fondatezza e l’accusa andò in frantumi. I generali furono messi in libertà, con tante scuse. Bashar al-Assad ed Émile Lahoud furono di nuovo considerati personalità frequentabili.
Tredici anni sono trascorsi, Jeffrey Feltman è il numero due delle Nazioni Unite e l’avvenimento del giorno è il pretestuoso attacco chimico della Ghuta. Ora come allora ci sono testimonianze (i Caschi Bianchi) e prove (foto e video) che si pretenderebbero convincenti. E, come al solito, il presunto colpevole è il presidente al-Assad. L’accusa è stata preparata con cura, sulla base di voci che circolano dal 2013. Senza aspettare che l’OPAC accertasse i fatti, gli occidentali si sono eretti a giudici e boia, hanno condannato la Siria e l’hanno punita, bombardandola.
Senonché la Russia è oggi ridiventata una super-potenza, parigrado con gli Stati Uniti, e ha potuto pretendere il rispetto delle procedure internazionali e l’invio di una commissione dell’OPAC a Damasco. Ed è sempre la Russia che ha portato all’Aia 17 testimoni oculari del presunto attacco chimico per comprovare la manipolazione mediatica dei Caschi Bianchi.
Come hanno reagito i 17 Paesi dell’Alleanza Occidentale presenti all’Aia? Si sono rifiutati di ascoltare i testimoni e di metterli a confronto con i Caschi Bianchi. Hanno pubblicato un breve comunicato per denunciare lo show russo [2]. Immemori di aver già giudicato e punito la Siria, hanno sottolineato che l’audizione dei testimoni era lesiva dell’autorità dell’OPAC. Hanno ricordato che il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva già confermato l’attacco chimico e che era indecente rimetterlo in discussione. Ovviamente, hanno richiamato la Russia al rispetto di quel Diritto Internazionale che essi violano senza tregua.
Si dà il caso che la dichiarazione dell’OMS contravvenga alle sue prerogative; che non sia stata assertiva, bensì condizionale; che non si sia fondata su rapporti di funzionari, bensì unicamente su testimonianze di ONG, sue partner, che riportavano le accuse… dei Caschi Bianchi [3].
Sono duemila anni che l’occidente scandisce «Carthago delenda est!» (Cartagine deve essere distrutta!) [4], sebbene nessuno sappia cosa si rimproverasse a quest’equivalente tunisina dell’odierna Siria. In Occidente, questo sinistro slogan è diventato un riflesso condizionato.
In ogni angolo del mondo la saggezza popolare assicura che «Il più forte ha sempre ragione». È la morale delle favole dei Panchatantra indiani, del greco Esopo, del francese Jean de La Fontaine e del russo Ivan Krilov, ma proviene forse dall’antico saggio siriano Ahiqar.
Ebbene, la buffonata del fallito bombardamento del 14 aprile ha reso gli occidentali “i più forti”, ma solo nelle menzogne.

[1] The Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restauration Act, H.R. 1828, S. 982, Voltaire Network, 12 December 2003.
[2] « Déclaration conjointe de l’Allemagne, l’Australie, la Bulgarie, le Canada, le Danemark, l’Estonie, des Etats-Unis d’Amérique, de la France, l’Islande, l’Italie, la Lettonie, la Lituanie, des Pays-Bas, de la Pologne, la République tchèque, du Royaume-Uni de Grande-Bretagne et d’Irlande du Nord et de la Slovaquie », Réseau Voltaire, 26 avril 2018.
[3] « L’OMS s’inquiète de la suspicion d’attaques chimiques en Syrie », Réseau Voltaire, 11 avril 2018.
[4] Cathargo delenda est è uno slogan reso popolare da Catone il Vecchio. Il senatore lo pronunciava al termine di ogni suo discorso. Il solo crimine di Cartagine sembra fosse essere più fiorente di Roma.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article200977.html

La storia genocida degli Stati Uniti d’America.

Gli Stati Uniti sono nati nella guerra, dapprima hanno combattuto contro l’Impero francese: la “Nuova Francia” in Canada, a nord nella San Lorenzo Valley e a ovest nella Mississippi Valley. Hanno poi mosso guerra ai possedimenti della Spagna a sud, strappando a questa gli attuali stati americani del sud-ovest. Fecero guerra anche contro l’Olanda, nelle zone del centro, rinominando New Amsterdam col nome di New York. Sbaragliati gli avversari coloniali europei, si dedicarono ai nativi americani, massacrati con ferocia disumana. Riguardo ai nativi, invito a riflettere sui film western hollywoodiani che andavano di moda nel dopoguerra in occidente: la vergognosa narrazione in chiave eroica di uno scellerato genocidio!

Soldati Statunitensi gettano nelle fosse comuni i corpi delle vittime indiane a Wounded Knee
Nella loro guerra contro i nativi americani, c’era in ballo una morbosa volontà di macellazione genocida “Yankee”, l’accanimento della borghesia tramite l’esercito americano, di annientare una società ecologico-comunitarista primitiva, basata su caccia e raccolta, che strideva col rampante capitalismo commerciale, industriale e massonico-finanziario statunitense.

Quella società nascente, la più espansionista nel mondo moderno, non poteva tollerare l’esistenza di popolazioni che contrapponevano uno stile di vita mutualistico al modello Wall Street, futuro tempio del capitalismo globale occidentalista.
Tornando alle origini, gli Stati Uniti subirono sonore batoste dalla Francia, la quale nel 1803 vendette loro a suon di quattrini la Louisiana. Nel 1812 persero contro il Canada che a sua volta prese la “Nuova Francia”, odierno Quebec. Dopo aver vinto acquisendo gli stati del sud-ovest dall’impero spagnolo nel 1819, persero contro il Messico guerra del 1845-1853, infine le due fazioni “Yankee” si rivoltarono l’una contro l’altra.
0
Scoppiò così la guerra di secessione, cioè la guerra civile americana, combattuta dal 12 aprile 1861 al 9 aprile 1865 tra gli Stati Uniti d’America e gli Stati Confederati d’America, entità politica quest’ultima, che riuniva gli Stati secessionisti del sud. Realisticamente fu una guerra tra il sud degli attuali Stati Uniti, legato a valori tradizionali europei, contro il nord ultra capitalista.
Nella guerra di secessione si prefigura per la prima volta il “False Flag” USA, cioè gli stati del nord si ersero a difensori degli schiavi negri contro il sud schiavista. Nella realtà dei fatti, di schiavi negri ce n’erano più a nord che a sud, inoltre l’esercito degli stati del sud era formato in maniera consistente da autentici volontari afro-americani, l’esercito del nord ne era privo e formato da bianchi.
La guerra civile americana fu in realtà lo scontro tra il sud identitario e libertariano contro un nord massonico-capitalista, che metteva al primo posto la finanza rispetto all’individuo; piccola curiosità: Giuseppe Garibaldi si schierò fin dalla prima ora coi confederati del sud.
Più di 620.000 tra volontari, militari e civili persero la vita in quella guerra, ma gli Stati Uniti, dopo la schiacciante vittoria sugli Stati Confederati, non si fermarono più e proseguirono la loro marcia sanguinaria contro il mondo esterno.
La loro strategia fu quella di attaccare finanziariamente l’Ancien Régime, cioè l’impero britannico, il Secondo Impero francese e quello spagnolo, imponendosi con un moderno imperialismo finanziario contrapposto all’imperialismo coloniale. Il vecchio sistema commerciale non poté opporsi al nuovo modello statunitense che univa la conquista para-coloniale e il predominio economico-finanziario mondiale.
Tutte le guerre di “liberazione nazionale” delle ex-colonie, furono frutto di manovre statunitensi per conquistare finanziariamente quei territori, dapprima monopolizzando la borghesia nazionalista locale e chiedendo, in cambio dell’affrancamento coloniale, agevolazioni per gli investitori statunitensi, che oltre a sfruttare le risorse materiali locali, imposero uno sfruttamento capitalista estremo, a danno dei lavoratori autoctoni, arrivando a reprimere nel sangue, con l’appoggio delle autorità locali, ogni richiesta di miglior trattamento da parte del proletariato: era l’embrione delle moderne multinazionali!
In questo senso, Theodore Roosevelt intuì, prima ancora di Lenin e dei bolscevichi, che unendo una forma di sciovinismo alle istanze del socialismo, si potevano battere le ex potenze coloniali, sostituendole nel caso statunitense con l’imperialismo finanziario, in quello di Lenin per mettere il potere nelle mani della classe proletaria, vera produttrice di plusvalore, che negli USA viene ghermito con mani rapaci dalla classe capitalista globalizzata.
L’esperimento di Lenin fallì per cause sia interne che esterne e comunque col pesante coinvolgimento del capitalismo globale. Non per nulla, per decenni, i sovietici ci sono stati propagandati come i cattivi che “mangiavano i bambini”, contrapponendoli agli americani buoni. Nella realtà, la vecchia URSS crollò, perché, costretta a inseguire la corsa agli armamenti statunitensi, sottrasse risorse al welfare sovietico per destinarlo all’industria bellica. Ripensando alla sottigliezza della propaganda USA, basti considerare che l’URSS sostanzialmente se ne stava a casa sua (salvo alcune eccezioni), mentre gli statunitensi spadroneggiavano in giro per il pianeta.

Il conflitto tra l’impero dei Soviet e l’Impero occidentale, nacque nel secondo dopoguera, quando divenne chiaro che i bolscevichi non intendevano coinvolgere il capitalismo speculativo globale nello sfruttamento delle risorse e dei cittadini, sovietici. La guerra fredda, dopo molte tribolazioni per il popolo russo, si concluse nel 1991 quando assurse al potere lo spregevole Eltsin pronto a dare in pasto ai globalizzatori parte delle Repubbliche dell’Unione Sovietica. Costui sciolse l’Unione Sovietica e lasciò al proprio destino stati poveri che fino a quel momento erano sopravvissuti grazie al sistema: quelle nazioni finirono immediatamente in mano a mafiosi
0
La fine dell’Uninione Sovietica lasciò le mani libere agli USA, che spesso senza mandato dell’ONU, devastarono e ancora oggi lo fanno, i Balcani, tutto il medio oriente, l’Afganistan fermandosi solo ai confini con la Cina. Direttamente o indirettamente sono coinvolti con le rivolte in Nordafrica e Ucraina, con il genocidio degli Sciiti nello Yemen, sono collusi con l’Isis e Al-Qaeda, che peraltro sono direttamente un loro strumento.

L’immagine sopra si commenta da se, sotto militare dell’Ucraina pro-Unione Europea del Battaglione Azov
Da parte nostra continueremo a documentare e osservare, su quel che combinerà il presidente Trump, non possiamo fare previsioni, tuttavia saremo puntualmente presenti a smascherare e diffondere tutto ciò che il regime occidentalista censurerà.
Luciano Bonazzi

Preso da: http://lucianobonazzi.altervista.org/la-storia-genocida-degli-stati-uniti-damerica/

Libia, ora si sa perché l’imperialismo ha distrutto il paese.

Libia, ora si sa perché l’imperialismo voleva rovesciare il Paese.

20 aprile 2018.

[Traduzione a cura di Marika Giacometti dall’articolo originale di Abayomi Azikiwe pubblicato su Pambazuka.]

Sette anni fa, a partire dal 19 marzo 2011, il Pentagono negli Stati Uniti e la NATO avviarono un imponente bombardamento contro la Libia.
Per sette mesi i caccia militari sorvolarono migliaia di volte il Paese, allora uno degli Stati africani più ricchi.  Stando a quel che si dice furono sganciate sul Paese decine di migliaia di bombe che provocarono dai cinquantamila ai centomila morti, moltissimi feriti e l’esodo di milioni di persone.
Il 20 ottobre, il Colonnello Muammar Gheddafi, da moltissimo tempo a capo della Libia, stava guidando un convoglio che lasciava la sua città natale di Sirte, quando i veicoli vennero colpiti. Gheddafi venne catturato e ucciso brutalmente dalle forze contro-rivoluzionarie, guidate, armate e finanziate dagli Stati Uniti, dalla Nato e dai loro alleati.

La Francia ebbe un ruolo chiave nella distruzione dello Stato libico. L’allora presidente del partito conservatore, Nicholas Sarkozy, lodò la distruzione del sistema politico libico della Gran Giamahiria e l’esecuzione di Gheddafi.
Tutti gli Stati imperialisti e i propri alleati promisero alla comunità internazionale che la contro-rivoluzione libica avrebbe inaugurato un’era di democrazia e prosperità. Questa dichiarazione non poteva essere più lontana dalla verità.
Sarkozy desiderava che lo stato libico venisse annientato e Gheddafi assassinato, perché aveva ricevuto in prestito dal leader africano milioni di dollari per finanziare la sua campagna elettorale alle elezioni presidenziali del 2007. Voci di corridoio e successivi documenti confermarono quest’ipotesi.
Il 20 marzo 2018, il mondo si è svegliato con la notizia che Sarkozy era in arresto e lo stavano interrogando per delle irregolarità finanziare verificatesi sotto il governo di Gheddafi. In quel periodo la Libia era lo Stato trainante dell’Unione Africana che nacque sulle basi di una rivitalizzata Organizzazione dell’Unità Africana fondata nel maggio del 1963. La Dichiarazione di Sirte del 1999 portò alla creazione nel 2002 dell’Unione Africana e spostò la direzione delle deliberazioni del continente verso lo sviluppo di istituzioni rinvigorite che avessero obiettivi più significativi come l’integrazione economica e la sicurezza dei vari Stati.
La questione di Sarkozy riaccende i riflettori sulla guerra genocida che si è combattuta in Libia nel 2011 e sulle sue conseguenze: sottosviluppo, instabilità e impoverimento per il Paese insieme alle implicazioni che coinvolsero l’Africa settentrionale, l’Africa occidentale e il continente in generale. Oggi la Libia è il serbatoio del terrorismo, della schiavitù e di un conflitto interno in cui sono almeno tre i poteri che rivendicano l’autorità.
Nonostante gli sforzi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per costituire un governo di accordo nazionale, l’unità del Paese è ancora lontana. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha le sue responsabilità nella crisi libica, per le due Risoluzioni 1970 e 1973 che fornirono una motivazione pseudo-legale al bombardamento a tappeto e alle operazioni di terra della guerra imperialista del 2011 con le sue conseguenze brutali.
Secondo un articolo pubblicato da France24: “Degli agenti dell’ufficio francese per l’anticorruzione e le infrazioni fiscali e finanziarie stanno interrogando Sarkozy nella periferia parigina di Nanterre, dove sarebbe in stato di fermo dalla mattina di martedì 20 marzo. È la prima volta che le autorità interrogano Sarkozy su questo dossier. Possono trattenere in custodia il sessantatreenne conservatore ex capo dello Stato per 48 ore, al termine delle quali potrà o essere rilasciato senza alcuna accusa o potrebbe essere posto sotto controllo giudiziario con la richiesta di ripresentarsi successivamente”.
La campagna imperialista e il dominio neo-coloniale in Africa
Sia che Sarkozy sia posto sotto controllo giudiziario, sia che venga accusato o arrestato per i suoi crimini finanziari, restano comunque aperte delle questioni più ampie sugli esiti della guerra in Libia. La destituzione di un governo africano legittimo e l’uccisione mirata del suo leader costituiscono un crimine contro l’umanità proveniente dal desiderio dell’imperialismo di mantenere il dominio neo-coloniale sul continente.
Prima della guerra dichiarata dal Pentagono e dalla Nato alla Libia, quest’ultima rappresentava le aspirazioni non soltanto del popolo libico, ma di tutti gli Stati membri dell’Unione Africana. Era politicamente stabile, non chiedeva prestiti alle istituzioni finanziarie come il Fondo Monetario o la Banca Mondiale e forniva assistenza agli altri Stati africani in ambito sociale, tecnologico, monetario e religioso.
Nel 2009 Gheddafi era presidente dell’Unione Africana e andò all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per presentare la sua visione sugli imperativi del suo continente e sulle relazioni internazionali. In quel periodo negli Stati Uniti d’America, con l’aiuto dei principali media, venne lanciata nei suoi confronti una campagna di calunnie e diffamazione.
Nonostante sotto la Gran Giamahiria la Libia avesse cambiato atteggiamento in moltissime questioni riguardanti il suo rapporto con gli Stati Uniti e con gli altri Stati imperialisti, l’Occidente voleva rovesciarne il governo per ottenere i suoi pozzi di petrolio e le riserve straniere che avevano un valore complessivo di circa 160 miliardi di dollari. Per giustificare una guerra che voleva sovvertire il regime si utilizzò il pretesto di un genocidio imminente contro i ribelli finanziati dall’Occidente che volevano eliminare il potere di Gheddafi.
I ribelli non sarebbero mai riusciti da soli a rovesciare il governo libico. Quindi si appellarono ai propri finanziatori di Washington, Londra, Parigi e Bruxelles per assicurare la vittoria al neo-colonialismo. Comunque questo piano non è riuscito a stabilire un regime compiacente negli anni successivi alla guerra.
Questa crisi si estende oltre i problemi legali di Sarkozy. Si tratta di un problema dell’imperialismo contemporaneo, che è alla ricerca di nuovi territori da conquistare per sfruttarli e ottenere profitto.
Nonostante la continua stagnazione economica, la Francia è uno Stato capitalista importante. Il livello di disoccupazione resta elevato, mentre la crescente popolazione di immigrati africani, mediorientali e asiatici diventa il bersaglio dell’odio razziale. Le nozioni di uguaglianza e democrazia borghese vengono applicate selettivamente, perciò la classe bianca dominante mantiene il potere a spese della minoranza nera in crescita che chiede il rispetto dei diritti umani e civili.
All’estero, la Francia mantiene i propri interessi in Africa e in altre parti del mondo. Parigi è in una competizione violenta con Londra e Washington per mantenere il suo status all’interno della matrice imperialista collegata al controllo del petrolio, delle miniere strategiche e delle vie principali del commercio.
L’importanza dell’unità africana
Nel settimo anniversario della guerra imperialista contro la Libia, il bisogno di unità all’interno dell’Unione Africana è più importante che mai. La crescita economica africana, lo sviluppo e l’integrazione non possono essere slegati dalla necessità indispensabile di strutture di sicurezza indipendenti per salvaguardare le risorse e la sovranità dei popoli.
La guerra contro la Libia è stata la prima campagna conclamata del Comando Africano degli Stati Uniti (AFRICOM) che è stato attivato nel 2008 sotto l’amministrazione di George W. Bush. Con il successore di quest’ultimo, Barack Obama, l’AFRICOM è stato rafforzato e potenziato.
Il voto favorevole di tre Stati africani, il Gabon, la Nigeria e il Sud Africa, alla Risoluzione 1973 dell’ONU è stato l’errore peggiore del periodo della post-indipendenza. Nonostante all’inizio del bombardamento l’Unione Africana desiderasse raggiungere il cessate il fuoco, questa risoluzione non servì a nulla. Ciò dimostra che non bisogna mai fidarsi dell’imperialismo e che la pace e la sicurezza in Africa si possono raggiungere soltanto con la sua distruzione.
Molti Africani, sia in Africa che altrove, crederono, che viste le origini di Obama quest’ultimo potesse intraprendere politiche più favorevoli per il continente africano e per i neri negli Stati Uniti. Fu un grandissimo sbaglio, perché sotto il suo comando a servizio del mondo imperialista, le condizioni sociali ed economiche degli Africani nel globo peggiorarono.
Perciò non è un individuo che controlla la politica interna ed estera. L’imperialismo è un sistema di sfruttamento, che nasce dalle esigenze di schiavitù e colonialismo. In epoca moderna, il neo-colonialismo è l’ultimo stadio dell’imperialismo e Kwame Nkrumah lo aveva riconosciuto già nel 1965, ma questa previsione gli costò la sua presidenza nella prima repubblica del Ghana sotto l’egida di Washington, e ciò segnò una grandissima battuta d’arresto per la rivoluzione africana nel suo complesso.
I popoli africani dovrebbero imparare da questi avvenimenti storici per procedere in modo più determinato e forte. L’unica soluzione alla crisi che sta affrontando attualmente il continente e i suoi popoli è l’autonomia e una politica nazionale e mondiale indipendente.
Da vociglobali

Preso da: https://www.articolo21.org/2018/04/libia-ora-si-sa-perche-limperialismo-voleva-rovesciare-il-paese/

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa
Un uomo libico fa gesti all’interno di un edificio bruciato nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Foto: Pulse

DI |

“Abbiamo trovato la città saccheggiata, case in rovina, i nostri ulivi bruciati”. Seduto in quello che era il salotto della sua casa, Moftah racconta la sua delusione tornando a casa nella Libia occidentale dopo anni di esilio.
AL-GOUALICHE (LIBIA) – Al-Goualiche arroccata sulle alture dei monti Nafusa, 120 km a ovest di Tripoli, ha pagato il prezzo del suo sostegno per il Leader Muammar Gheddafi, catturato e ucciso dai ribelli nel mese di ottobre 2011. La rivolta fece piombare il paese nel caos.

Questa città di meno di 10.000 abitanti presenta un paesaggio di desolazione: case carbonizzate spazzate dal vento e dalla polvere, nessun accesso ai servizi di base, scuole distrutte o inutilizzabili. “Il 6 Luglio 2011”, ricorda Mohammad Moftah: il giorno preciso in cui ha dovuto rinunciare a tutto per fuggire con la sua famiglia, come gli altri residenti di Al-Goualiche, diventata città fantasma da allora. Questa città fu quindi l’obiettivo del “continuo bombardamento della NATO” – ribelli alleati – che bersagliava le forze fedeli di Gheddafi. “Restare significava morire”, dice il quarantenne.
Il timore di rappresaglie da parte delle città vicine, che avevano preso la causa dei ribelli, ha poi impedito ai residenti di tornare. Le Nazioni Unite, che hanno cercato per anni di raggiungere un accordo tra i diversi attori politici in Libia, incoraggiando e sostenendo il lavoro per la riconciliazione tra i popoli, dove i desideri di risentimento e vendetta sono ancora ardentemente vivi. In questo contesto, nel 2015 è stato firmato un accordo di riconciliazione tra le città di Jebel Nefoussa, consentendo questo ritorno, con promesse di assistenza finanziaria. Anche se Moftah Mohamad è sopraffatto nel vedere ciò che rimane della sua casa, senza porte o finestre, dice che preferisce ancora tornare a casa.
“È meglio che continuare a girare da una città all’altra”, dice. Ma ammette di essere molto deluso dal fatto che non si sia stato fatto nulla per aiutare il suo ritorno. “Cinque o sei commissioni governative si sono succedute senza cambiare nulla nel nostro destino”, dichiara rammaricandosi. Non molto lontano, Mohamad Boukraa ispeziona la sua casa carbonizzata, appoggiandosi ai suoi due nipoti. Questo settantenne ha deciso di tornare ad al-Goualiche pochi mesi fa dopo più di sette anni di esilio. “Quando ho visto la mia casa e quelli dei miei due figli bruciati, sono crollato”, dice.
 
Un ragazzo libico cammina in un edificio bruciato e distrutto nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Pulse
Il sindaco della città non nasconde nemmeno la sua impazienza. “Gli abitanti sono in attesa di un risarcimento per poter riparare le loro case e renderle sicure”, ha detto Said Amer. “Alcune famiglie sono costrette a vivere in case carbonizzate, senza rendersi conto del rischio che ciò rappresenti per la loro salute e quella dei loro figli”, si preoccupa. – Promesse non mantenute –
Oltre alle infrastrutture pubbliche, la città di al-Goualiche ha identificato, secondo lui, 1.600 casi di risarcimento alle famiglie ancora vacanti. Per il governo, le difficoltà finanziarie sono i principali ostacoli alla ricostruzione di città come al-Goualiche. Il ritorno degli sfollati “richiede un piano di sviluppo e di fondi significativi per la ricostruzione che non abbiamo”, ha dichiarato Youssef. Secondo lui, la colpa è principalmente della comunità internazionale. “Più volte, la comunità internazionale ha fatto promesse per aiutare a ricostruire le città colpite, ma nulla è stato raggiunto”, ha detto.
La Libia ha attualmente circa 187.000 sfollati interni, secondo le statistiche dell’International Organization for Migration (IOM) redatte lo scorso dicembre 2018. Human Rights Watch (HRW) ha lanciato l’allarme giovedì sul destino degli sfollati di Taouarga (nord-est), un’altra città che si era schierata con Gheddafi nel 2011.

La vera ragione del golpe in Venezuela: l’opposizione ha offerto agli USA il 50% dell’industria petrolifera nazionale

Il primo golpe in Venezuela ordito in quel di Washington risale al 2002. Fallì miseramente con il Comandante Chavez che torna in sella a furor di popolo. Le ingerenze di Washington sono state e rimangono una costante nella politica di Caracas. La ricchezza di petrolio e risorse naturali fanno troppo gola all’ingombrante vicino di casa nordamericano che vorrebbe tornare ad avere in quel di Caracas delle figure fantoccio che rispondono agli ordini USA.

Possiamo così spiegare brevemente la grottesca autoproclamazione di Juan Guaidò a presidente ad interim e il tentativo di rovesciare il governo Maduro. Trump, insieme ai falchi stunitensi, ha deciso di impossessarsi del petrolio venezuelano. Costi quel che costi. Con il beneplacito dell’opposizione venezuelana.

Anzi, quest’ultima vista l’incapacità di raggiungere il potere per via democratica è giunta ad offrire il 50% dell’industria petrolifera di Caracas agli USA.

Il ministro del Potere Popolare per il Petrolio e presidente di PDVSA, Manuel Quevedo, ha accusato le forze di opposizione di aver offerto il 50% dell’industria petrolifera nazionale agli Stati Uniti. «L’opposizione vuole mettere in vendita tutte le risorse del popolo venezuelano. Hanno offerto il 50% del settore petrolifero agli Stati Uniti», ha denunciato ai microfoni dell’emittente Venezolana de Televisión (VTV).

Quevedo è intervenuto a una mobilitazione organizzata dai lavoratori del settore petrolifero presso la sede della compagnia statale PDVSA, dove ha sottolineato che l’opposizione di concerto con il presidente statunitense Donald Trump cerca di montare in Venezuela uno scenario simile a quello già visto in Libia.

«Vogliono che la gestione di tutte le risorse sia dell’amministrazione Trump. Vogliono applicare lo stesso copione della Libia, nominare un governo parallelo, intervenire e appropriarsi delle risorse».


Il ministro ha inoltre evidenziato che l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), riconosce il termine 2019-2025 presidenziale del presidente Nicolas Maduro: «L’OPEC ci riconosce, così come molti di quei paesi che hanno ricevuto sanzioni ingiuste dagli Stati Uniti, che perseguono come obiettivo la distruzione economica e l’appropriazione delle loro risorse».

La mossa del congelamento dei conti bancari all’estero di PDVSA e Citgo oltre ad attivi e beni per 7 miliardi di dollari rappresenta un «furto palese» nei confronti del popolo venezuelano. Lo stesso che Stati Uniti e opposizione dicono di voler difendere dal tiranno Maduro.

Notizia del:

Così i giornalisti provocano le guerre

Il bombardamento della Siria del 14 aprile 2018 resterà negli annali come esempio delle conseguenze del giornalismo scandalistico. Thierry Meyssan ritorna sull’uso del sensazionalismo nella propaganda di guerra.


français  Español  polski  русский  Português

 
JPEG - 40.1 Kb
A dicembre 2016 i Caschi Bianchi apposero la propria firma sulla rivendicazione degli jihadisti che avevano assediato Damasco e tagliato i rifornimenti d’acqua. Impedire ai civili l’accesso all’acqua è un crimine di guerra.
Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno bombardato la Siria nella notte tra il 13 e il 14 aprile 2018. L’operazione, un’aggressione secondo il Diritto Internazionale, è stata presentata come risposta degli alleati al supposto utilizzo di armi chimiche da parte della Repubblica Araba Siriana.


Il segretario della Difesa statunitense, generale James Mattis, aveva dichiarato di non avere prova dell’accusa, ma di basarsi su «articoli di stampa credibili». Nel 2011, anche il procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, si fondò su articoli di stampa – oggi tutti smentiti – per emettere un mandato di arresto internazionale contro Muammar Gheddafi, e giustificare così l’intervento della NATO.
Nel 1898 il governo statunitense fece altrettanto: basandosi su «articoli di stampa credibili» dei giornali di William Randolph Hearst [1] scatenò la guerra ispano-americana. Gli articoli si rivelarono in seguito totalmente mendaci [2].
Gli «articoli di stampa credibili» cui, dal canto suo, Mattis si riferisce si basano sulle dichiarazioni dell’ONG britannica Caschi Bianchi (White Helmets). Quest’organizzazione, che si presenta come «associazione umanitaria», è in realtà coinvolta nel conflitto: ha ufficialmente partecipato a diverse operazioni di guerra, tra cui l’interruzione dei rifornimenti di acqua a 5,6 milioni di abitanti di Damasco per una quarantina di giorni [3].
Poche ore prima del bombardamento degli alleati, Russia e Siria avevano pubblicato le testimonianze di due persone che, al momento del presunto attacco, si trovavano all’ospedale di Duma e asseriscono essersi trattato di una messinscena e che non c’è stato attacco con armi chimiche [4].
Come già nel XIX secolo, anche nella nostra epoca accade che giornalisti riescano a manipolare Stati e un tribunale Internazionale, sospingendoli a rovesciare un regime o a bombardare Stati sovrani.
Per questo, in democrazia, parte della stampa può proclamarsi Quarto Potere. Un potere non eletto, quindi illegittimo.
I media che possiedono simili facoltà appartengono a grandi capitalisti, a loro volta strettamente legati a responsabili politici che non esitano a far credere di essere stati ammorbati da “articoli credibili”. William Randolph Hearst era, per esempio, molto vicino al presidente statunitense, William McKinley, che mirava a scatenare una guerra ispano-americana e che poi la dichiarò.
Alla fine della seconda guerra mondiale, Unione Sovietica e Francia fecero adottare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numerose risoluzioni di condanna della propaganda di guerra [5]. Gli Stati membri le inglobarono nel loro diritto nazionale. In teoria, i giornalisti che praticano simile attività andrebbero perseguiti. Eppure non accade perché, di fatto, solo gli Stati hanno facoltà di avviare questo genere di azione giudiziaria. Dunque, la propaganda di guerra è vietata ma, al momento, possono essere ritenuti colpevoli, secondo il diritto internazionale, solo i giornalisti di opposizione, che certo non hanno il potere di scatenare guerre, ma non gli Stati che le fanno.

[1] Citizen Hearst: A Biography of William Randolph Hearst, W. A. Swanberg, Scribner’s, 1961.
[2] Public Opinion and the Spanish-American War: a Study in War Propaganda, Marcus Wilkerson, Russell and Russell, 1932. The Yellow Journalism USA, David R. Spencer, Northwestern University Press, 2007.
[3] “Una “ONG umanitaria” priva dell’acqua 5,6 milioni di civili”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 gennaio 2017.
[4] “Le testimonianze che invalidano le accuse dei Caschi Bianchi”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15 aprile 2018.
[5] “I giornalisti che praticano la propaganda di guerra, dovranno risponderne”, di Thierry Meyssan, Traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 15 agosto 2011.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article200684.html

Lo strano intreccio tra l’ex della Boldrini, le ong scafiste e le trame contro l’Eritrea

16/2/2018
Fino al 2015, l’allora Presidente della Camera, terza carica istituzionale, Laura Boldrini era accompagnata dall’allora fidanzato Vittorio Longhi, giornalista di origine eritrea collaboratore di La Repubblica, di The Guardian e del New York Times.

Longhi alterna all’attività di giornalista mainstream media quella di attivista a favore dei diritti umani in Eritrea, che si può tradurre in una vera e propria operazione organizzata di regime change contro il Presidente Isaias Afewerki giustificata dal solito pretesto occidentale dell’esportazione di democrazia e dei diritti con annessa demonizzazione del dittatore ostile ai piani dei poteri forti mondialisti.
Come documentato da Daniel Wedi Korbaria, autore e sceneggiatore nonché libero rappresentante della voce inascoltata della numerosa comunità eritrea presente da anni in Italia, il Presidente Afewerki ha cacciato dal proprio Paese tutte le organizzazioni non governative colpevoli di chiare e provate ingerenze sul regolare processo di ricostruzione dell’Eritrea, preferendo un orgoglioso percorso di resilienza motivato dall’opinione che “gli aiuti umanitari paralizzano le persone”[1].

Certamente Isaias Afewerki non può essere paragonato ad un presidente occidentale, ma ricordiamo che, dopo una decennale lotta con la vicina Etiopia che ha portato la nazione allo stremo con una percentuale di povertà assoluta tra le maggiori al mondo e un numero incredibile di giovani eritrei morti sul campo, il Presidente ha riportato stabilità in Eritrea iniziando un’accurata ricostruzione che ha messo al primo posto il suo popolo. Wedi Korbaria afferma al riguardo: “Nonostante il perdurare nel Corno d’Africa della siccità causata da El Nino, a differenza della Somalia, dell’Etiopia e del Sudan, in Eritrea non ci sono più quei bambini denutriti e con la pancia gonfia che muoiono a decine anzi, senza temere di essere smentito, posso orgogliosamente dire che da noi nessun bambino muore più di fame o di malnutrizione”.
Premesso ciò, la rete degli eritrei in Europa che opera una chiara propaganda contro il Presidente Isaias Afewerki è estremamente attiva e trova spazio sia a livello istituzionale sia a livello mediatico, a differenza di quella, numericamente maggioritaria, che sostiene l’operato del governo eritreo. Come al solito, i media mainstream sostengono solo una certa parte politicamente più vicina, evitando con cura ogni genere di contraddittorio.
Le figure più conosciute e rilevanti che operano in Italia e Europa sono Padre Mussie Zerai, Meron Estefanos[2] e Alganesh Fessaha[3].
Padre Mussie Zerai, fondatore della onlus Habeshia per “aiutare i migranti eritrei a raggiungere l’Italia”, e ideatore della piattaforma Watch The Med che con Alarm Phone riceve segnalazioni su presunti naufragi nel Mediterraneo, spesso prima che avvengano, è stato acclamato dai media e dalle istituzioni italiane per il suo impegno a favore dei profughi. Nonostante l’ampio sostegno e la positiva visibilità dati alla sua attività, nell’agosto del 2017, Mussie Zerai, autoproclamatosi “Padre Mosè”, è stato raggiunto da un avviso di garanzia con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” in seguito alle indagini condotte dalla Procura di Trapani. La stessa inchiesta ha coinvolto anche Jugend Rettet, ONG della sinistra tedesca radicale, e ha portato al sequestro della nave Iuventa e all’invio di tre avvisi di garanzia indirizzati ai membri della stessa.
Quindi le indagini della Procura di Trapani parlano di Padre Zerai come facilitatore dell’immigrazione clandestina che da anni il Governo italiano subisce senza nessuna strategia adatta ad arginare quello che è diventato il business più remunerativo della malavita africana e del sistema di accoglienza delle cooperative nostrane[4].
Mussie Zerai, con la sua discepola Meron Estefanos, è stato ricevuto negli uffici della Presidenza della Camera di Montecitorio da Laura Boldrini nel novembre del 2013, con tutti gli onori del caso nonché significativi abbracci[5]. Nulla di male, certo, perché all’epoca Zerai era un semisconosciuto attivista eritreo. Sarà stato l’allora compagno di vita Vittorio Longhi della Boldrini a suggerirle l’incontro istituzionale?

Per anni, Longhi ha collaborato con Padre Mussie Zerai nella comune battaglia di detronizzazione del Presidente Isaias Afewerki, grazie alle organizzazioni di cui sono fondatori; la proficua lotta comune ha portato i due a sottoscrivere una petizione[6], pubblicata su Change.org, allo scopo di bloccare 312 milioni di euro di aiuti stanziati dall’Unione Europea destinati all’Eritrea “perché finirebbero nelle mani del dittatore Afewerki”.

Il terzo responsabile della petizione è Anton Giulio Lana, presidente dell’Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani[7] vicina alla Open Society Foundations (l’associazione di Lana fa parte della sorosiana FIDH[8] e ha contribuito a creare il sorosiano Consiglio Italiano per i Rifugiati[9]). Questa non è l’unica petizione congiunta lanciata da Vittorio Longhi e Padre Mussie Zerai; alcune sono state sostenute anche da Huffington Post, giusto per inquadrare la rilevanza data agli oppositori del Presidente eritreo dai mainstream media italiani.

Fa riflettere anche quanto scritto sul sito ufficiale di Progressi[10], l’organizzazione fondata da Vittorio Longhi: “Progressi non è solo un sito di petizioni online, ma coordina e sostiene gruppi locali di attivisti che vogliono fare pressione sulle istituzioni affinché la loro voce sia ascoltata e siano date risposte chiare”; per questo ci chiediamo: Longhi avrà fatto pressioni anche sulla fidanzata Boldrini (terza carica istituzionale italiana) per quanto concerne l’incontro a Montecitorio con Zerai?
Emblematica è anche l’audizione di Vittorio Longhi e Padre Mussie Zerai del 2015 in “Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti nei centri di accoglienza, nei centri di accoglienza per richiedenti asilo e nei centri di identificazione ed espulsione[11] presieduta dall’odierno Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia Gennaro Migliore[12] (di cui parleremo sul Primato Nazionale in edicola a marzo). Su quali basi di neutralità e esperienza sono stati scelti Longhi e Zerai, essendo già nota allora la loro ideologia puramente immigrazionista e anti-Afewerki con cui giustificano l’arrivo di migliaia eritrei in Italia?
Sui richiedenti asilo eritrei si è espresso anche Daniel Wedi Korbaria, commentando i fatti di piazza Indipendenza a Roma dello scorso anno: “A differenza dei mainstream media che ne danno la loro falsa lettura, ecco che cosa sono invece quei ‘rifugiati’ romani. Sono quelli scappati da quella genuina filosofia che è impegnata a ricostruire e difendere il proprio paese devastato da due guerre con gli etiopici. A costoro qualcuno ha promesso una vita facile ed un pascolo più verde. Sono stati fatti arrivare qui attratti, come specchio per le allodole, da tanti soldi subito grazie al welfare del Nord Europa. Non è nella cultura eritrea comportarsi come uno straccione: il vero eritreo ha un altissimo senso della dignità”.
Progressi[13], inoltre, fa parte della piattaforma internazionale Open (Online Progressive Engagement Network)[14] finanziata dalla Open Society Foundations, di cui è membro anche la più famosa Moveon.org (quella di Avaaz per intenderci), creatura voluta da George Soros per influenzare il democratico esito di campagne elettorali e dei referendum.
Chiariti i legami tra l’allora fidanzato di Laura Boldrini, Vittorio Longhi, Padre Mussie Zerai su cui aspettiamo la chiusura delle indagini presso la procura di Trapani, e Open Society Foundations, vorremmo porre una domanda all’ex Presidente della Camera: visto che l’organizzazione Progressi di Longhi ha come mission il fatto di “fare pressione sulle istituzioni” ed è inserita in un circuito chiaramente facente capo a George Soros, di cui conosciamo le ingerenze sui governi nazionali, può negare, senza paura di essere smentita, ogni suo conflitto di interessi nella vicenda, e di aver gestito l’affaire rispettando la sua posizione di terza alta carica dello Stato?
Francesca Totolo
NOTE
[1] L’Eritrea e le ONG: resilienza vs assistenzialismo e i rifugiati di piazza Indipendenza: https://www.lucadonadel.it/eritrea-vs-ong/
[2] Padre Mussie Zerai, le accuse di favoreggiamento all’immigrazione clandestina e Meron Estefanos: https://www.lucadonadel.it/padre-mussie-zerai-le-accuse-di-favoreggiamento-immigrazione-clandestina-e-meron-estefanos/
[3] Alganesh Fessaha: i premi, l’attivismo politico e l’importazione di profughi eritrei: https://www.lucadonadel.it/alganesh-fessaha/
[4] Bechis: nomi e numeri delle coop che si arricchiscono con gli immigrati: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13226417/bechis-nomi-numeri-coop-fanno-soldi-immigrati-business-accoglienza-.html
[5] Montecitorio. Boldrini incontra una delegazione di rifugiati eritrei: https://www.youtube.com/watch?v=FYGup5_fBYg
[6] Migranti: l’UE non dia soldi alla dittatura eritrea: https://www.change.org/p/migranti-l-ue-non-dia-soldi-alla-dittatura-eritrea-federicamog
[7] UFTDU, networking: https://www.unionedirittiumani.it/networking/
[8] FIDH , supporters: https://www.fidh.org/en/about-us/our-funding/
[9] CIR, Report 2017: http://www.cir-onlus.org/wp-content/uploads/2018/02/Rapporto-attivit%C3%A0-CIR_17.pdf
[10] Progressi, chi siamo: http://www.progressi.org/chisiamo
[11] Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza e di identificazione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti nei centri di accoglienza, nei centri di accoglienza per richiedenti asilo e nei centri di identificazione ed espulsione: http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/html/69/audiz2/audizione/2015/12/09/indice_stenografico.0033.html#stenograficoCommissione.tit00010.int00010
[12] Commissione migranti, audizione Don Mussie Zerai e Vittorio Longhi: http://www.camera.it/leg17/1132?shadow_primapagina=5150
[13] Progressi, Lavora con noi: http://www.progressi.org/lavoraconnoi
[14] Open Society Foundations, Expenditures: https://www.opensocietyfoundations.org/sites/default/files/Expenditures%202014.FINAL_.7.2.15_0.pdf

Preso da: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/lo-strano-intreccio-tra-lex-della-boldrini-le-ong-scafiste-e-le-trame-contro-leritrea-79926/

Quello che ci hanno detto sulla Libia era tutto falso.

Libia: e se fosse tutto falso?

14/06/2011  In questo Dossier un po’ di buoni argomenti per riflettere sulla guerra, sulla missione Nato e sugli obiettivi dell’intervento militare.

La guerra della Nato in Libia (operazione “Protettore unificato”), alla quale l’Italia sta partecipando, è presentata all’opinione pubblica internazionale come un intervento umanitario “a tutela del popolo libico massacrato da Gheddafi”. In realtà la Nato e il Qatar sono schierati, per ragioni geostrategiche, a sostegno di una delle due parti armate nel conflitto, i ribelli di Bengasi (dall’altra parte sta il Governo). E questa guerra, come ha ricordato Lucio Caracciolo sulla rivista di geopolitica Limes, sarà ricordata come un “collasso dell’informazione”,  intrisa com’è di bugie e omissioni.

Le sta studiando la Fact Finding Commission (Commissione per l’accertamento dei fatti) fondata a Tripoli da una imprenditrice italiana, Tiziana Gamannossi, e da un attivista camerunese, con la partecipazione di attivisti da vari Paesi.

La madre di tutte le bugie: “10 mila morti e 55 mila feriti”. Il pretesto per un intervento dalle vere ragioni geostrategiche (http://globalresearch.ca/index.ph p?context=va&aid=23983) è stato fabbricato a febbraio. Lo scorso 23 febbraio, pochi giorni dopo l’inizio della rivolta, la tivù satellitare Al Arabyia denuncia via Twitter un massacro: “10mila morti e 50mila feriti in Libia”, con bombardamenti aerei su Tripoli e Bengasi e fosse comuni. La fonte è Sayed Al Shanuka, che parla da Parigi come membro libico della Corte penale internazionale – Cpi (http://www.ansamed.info/en/libia/news/ME.XEF93179.html).

La “notizia” fa il giro del mondo e offre la principale giustificazione all’intervento del Consiglio di Sicurezza e poi della Nato: per “proteggere i civili”. Non fa il giro del mondo invece la smentita da parte della stessa Corte Penale internazionale: “Il signor Sayed Al Shanuka – o El Hadi Shallouf – non è in alcun modo membro o consulente della Corte”(http://www.icc-cpi.int/NR/exeres/8974AA77-8CFD-4148-8FFC-FF3742BB6ECB.htm).

Ci sono foto o video di questo massacro di migliaia di persone in febbraio, a Tripoli e nell’Est? No. I bombardamenti dell’aviazione libica su tre quartieri di Tripoli? Nessun testimone. Nessun segno di distruzione: i satelliti militari russi che hanno monitorato la situazione fin dall’inizio non hanno rilevato nulla (http://rt.com/news/airstrikes-libya-russian-military/). E la “fossa comune” in riva al mare? E’ il cimitero (con fosse individuali!) di Sidi Hamed, dove lo scorso agosto si è svolta una normale opera di spostamento dei resti (http://www.youtube.com/watch?v=hPej4Ur_tz0). E le stragi ordinate da Gheddafi nell’Est della Libia subito in febbraio? Niente: ma possibile che sul posto nessuno avesse un telefonino per fotografare e filmare?

L’esperto camerunese di geopolitica Jean-Paul Pougala (docente a Ginevra) fa anche notare che per ricoverare i 55 mila feriti non sarebbero bastati gli ospedali di tutta l’Africa, dove solo un decimo dei posti letto è riservato alle emergenze (http://mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=24960).

 
Ragazzi libici sfollati da Misurata.

Ragazzi libici sfollati da Misurata.

L’opera di demonizzazione del nemico, già suggerita con successo dall’agenzia Wirthlin Group agli Usa per la guerra contro l’Iraq, è riuscita ottimamente nel caso della Libia. “Gheddafi usa mercenari neri”. I soldati libici sono sempre definiti “mercenari”, “miliziani”, “cecchini”. In particolare i media sottolineano la presenza, fra i combattenti pro-governativi, di cittadini non libici del Continente Nero; i ribelli a riprova ne fotografano svariati cadaveri. Ma moltissimi libici delle tribù del Sud sono di pelle nera.

“I mercenari, i miliziani e i cecchini di Gheddafi violentano con il Viagra”.  Il governo libico imbottirebbe di viagra i soldati dando loro via libera a stupri di massa, è stata l’accusa della rappresentante Usa all’Onu Susan Rice. Ma Fred Abrahams, dell’organizzazione internazionale Human Rights Watch, afferma che ci sono alcuni casi credibili di aggressioni sessuali (del resto il Governo libico e alcuni migranti muovono le stesse accuse ai ribelli) ma non vi è la prova che si tratti di un ordine sistematico da parte del regime. Ugualmente fondata solo su contradditorie testimonianze (e riportata solo da un giornale scandalistico inglese (http://www.dailymail.co.uk/news/article-1380364/Libya-Gaddafis-troops-rape-children-young-eight.html) l’accusa di sterminio di intere famiglie e di violenze su bambini di otto anni.

“Gheddafi ha usato le bombe a grappolo a Misurata”.  Sottomunizioni dei micidiali ordigni Mat-129 sono stati trovati nella città da organizzazioni non governative e dal New York Times.  Tuttavia,secondo una ricerca di Human Rights Investigation (Hri) riportata da vari siti (http://www.uruknet.de/?l=e&p=-6&hd=0&size=1) potrebbero essere stati sparati dalle navi della Nato.

“Strage di civili a Misurata”. Negli scontri fra lealisti e ribelli armati sono certo morti decine o centinaia di civili, presi in mezzo. Ma ognuna delle due parti rivolge all’altra accuse di stragi e atrocità.

 
Un soldato dell'esercito regolare libico, ferito, con il figlio a Zliten.

Un soldato dell’esercito regolare libico, ferito, con il figlio a Zliten.

     Decine di migliaia di vittime civili…effetti collaterali dei “missilamenti” Nato. Oltre alle centinaia di morti civili nei bombardamenti aerei iniziati in marzo (oltre 700, secondo il Governo libico), e a centinaia di feriti tuttora ricoverati negli ospedali, la guerra ha provocato oltre 750 mila fra sfollati e rifugiati: dati forniti da Valerie Amos dell’Ufficio umanitario delle Nazioni Unite, ma risalente al 13 maggio. Si tratta di cittadini libici trasferitisi in altre parti del Paese e soprattutto di moltissimi migranti rimasti senza lavoro e timorosi di violenze (solo nel poverissimo Niger sono tornati oltre 66 mila cittadini: (http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&aid=24959).Oltre 1.500 migranti sarebbero già morti nel mar Mediterraneo dall’inizio dell’anno.

Atrocità commesse ai danni di neri e migranti. Secondo le denunce di Governi africani, di migranti neri in Libia, e le testimonianze raccolte da organizzazioni umanitarie come la Fédération internationale des droits de l’homme – Fidh (www.lexpress.fr/actualite/monde/libye-des-exactions-anti-noirs-dans-les-zones-rebelles_994554.html), nell’Est libico – controllato dai ribelli – innocenti lavoratori migranti sono stati accusatidi essere “mercenari di Gheddafi”e linciati, torturati, uccisi o comunque fatti oggetto di atti di razzismo e furti. I ribelli, come proverebbero diversi video, hanno giustiziato e seviziato soldati libici in particolare neri (http://fortresseurope.blogspot.com/search/label/Rivoluzionari%20e%20razzisti%3F%20I%20video). La comunità internazionale ha finora ignorato queste denunce.

Fatte cadere tutte le proposte negoziali. Fin dall’inizio della guerra civile libica, sono state avanzate diverse proposte negoziali, prima da Governi latinoamericani e poi dall’Unione Africana (Ua), che prevedevano il cessate il fuoco ed elezioni a breve termine.  Sono state tutte ignorate dalla Nato e dai ribelli.

Preso da: http://www.famigliacristiana.it/articolo/libia_140611115251.aspx

Le origini naziste della NATO

Mision Verdad, 10 aprile 2018
Sui nazisti ci sono molti miti e persino fantasie, tuttavia alcune storie su ciò che accadde a certi ufficiali, scienziati, intellettuali del Terzo Reich sono state confermate da documenti, rapporti e dossier declassificati. Si trova sul web la storia delle ratlines (linee dei topi), di cui il Vaticano tesse la logistica. Consisteva in una serie di rotte e punti di transizione per alcuni personaggi del nazismo che il governo statunitense volle arruolare, aiutandosi nella clandestinità. Da qui anche il riferimento ai ratti. La riconversione dal nazismo all’occidente contro il comunismo fu solo proforma, poiché già il Terzo Reich cercò nella Seconda guerra mondiale di sconfiggere l’Unione Sovietica. Come si sa, fallì. Ma alti comandanti nazisti furono poi riciclati nella struttura della coalizione transatlantica guidata dagli Stati Uniti contro il blocco sovietico. Di seguito presentiamo brevi profili dei seguenti ufficiali che, da nazisti, divennero importanti ufficiali dell’Organizzazione del Nord Atlantico (NATO).

Adolf Heusinger, al centro, Hitler a destra, a sinistra di Heusinger, Paulus.

Adolf Heusinger ascese ai vertici delle gerarchie militari del Terzo Reich.
Divenne capo di Stato Maggiore nel 1944 per un breve periodo, e poi fu ridotto a capo della divisione cartografica per una possibile collaborazione all’attentato a Hitler.
Fu coinvolto nei piani d’invasione nazista di Polonia, Norvegia, Danimarca e Francia.
La sua storia è la più interessante, poiché dopo la guerra divenne spia della CIA, braccio destro militare del governo di Konrad Adenauer nel 1957-1961, nella Repubblica Federale di Germania, per poi avere la presidenza del Comitato militare della NATO, il massimo grado militare dell’organizzazione, fino al 1964.

Heusinger alle spalle di Adenauer.
– Hans Speidel fu tenente-generale nazista, Capo di Stato Maggiore e uno dei più importanti ufficiali da campo di Erwin Rommel. Aderì all’esercito tedesco di Adenauer come consigliere e supervisionò l’integrazione della Bundeswehr (forze armate tedesche) nella NATO. Fu poi nominato comandante supremo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1957 al 1963.
1944; Speidel, Lang e Rommel
1.12.1955, Heusinger, Blank e Speidel

Johannes Steinhoff fu uno dei più audaci piloti dell’aviazione militare nazista.
Il suo record di 176 aerei nemici abbattuti, e la sua esperienza in 993 missioni durante la carriera di pilota da combattimento, fu abbattuto 12 volte e sempre salvato, gli valse la decorazione più importante del Terzo Reich durante la guerra: la Croce di Ferro da Cavaliere.
Steinhoff fu capo di Stato Maggiore e comandante delle Forze aeree alleate dell’Europa centrale (1965-1966), capo di Stato Maggiore della Luftwaffe della Bundeswehr (1966-1970) e presidente del Comitato militare della NATO (1971-1974).
Steinhoff e il Generale statunitense JR Holzapple
Steinhoff a sinistra, con Willy Brandt al centro; Bonn
– Johann von Kielmansegg fu ufficiale di Stato Maggiore Generale dell’Alto Comando nazista, dove divenne colonnello e comandò diversi reggimenti sul campo. Dopo la guerra, aderì alla marina tedesca e promosso generale di brigata, scalò i vertici della NATO come comandante in capo delle forze speciali dell’Europa centrale nel 1967.
Kielmansegg, Hoepner, Schoen Angerer e Landgraf, durante l’invasione dell’URSS, presso Leningrado
Il capo di Stato Maggiore USA Lyman Lemnitzer e Johann Adolf Graf von Kielmansegg; 1968
– Jürgen Bennecke faceva parte dello Stato Maggiore del Gruppo d’Armate Centro dei nazisti. Fu promosso generale durante la formazione dell’esercito tedesco nel dopoguerra, e dal 1968 al 1973 fu comandante in capo del Comando delle forze alleate della NATO in Europa centrale.
Jurgen Bennecke col Maresciallo dell’Aria Sir August Walker, comandante della RAF; 1968
– Ernst Ferber fu promosso tenente-colonnello nello Stato Maggiore della Wehrmacht, venne decorato con la Croce di ferro di prima classe. Dopo il reclutamento post-bellico, fu comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale dal 1973 al 1975.
Ernest Feber al centro
– Karl Schnell fu primo ufficiale dello Stato Maggiore di importanti corpi e divisioni e ricevette la Croce di ferro di seconda classe. Successivamente studiò economia aziendale e divenne tenente-generale, sostituendo il generale Ferber a comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale, nel 1975 – 1977.
Karl Schnell, a sinistra
 Ferdinand von Senger und Etterlin combatté come tenente nell’invasione nazista dell’Unione Sovietica (operazione Barbarossa) e partecipò alla battaglia di Stalingrado, una delle più importanti della Seconda guerra mondiale che ribaltò l’equilibrio di forze per gli alleati. Tra le tre decorazioni più importanti c’era la Croce tedesca in oro, ed alla fine della guerra fu assistente del Comando supremo della marina del Terzo Reich. In seguito comandò diversi battaglioni di carri armati divenendo generale e comandante in capo delle forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1979 – 1983.

– Franz-Josef Schulze fu tenente nelle forze aeree naziste e comandante di reggimento, ricevette la Croce di ferro di cavaliere. Nella Germania del dopoguerra divenne generale e fu comandante in capo delle f forze alleate della NATO in Europa centrale nel 1977 – 1979.–

Tali ufficiali nazisti hanno parecchie cose in comune, tra cui aver scritto e pubblicato libri sulle loro esperienze da nazisti nella Seconda guerra mondiale, essendo stati catturati (in maggioranza) dalle forze armate statunitensi offrirono i loro servigi agli ordini della struttura più importante che affrontò, durante gli anni della cosiddetta Guerra Fredda, i sovietici e la loro influenza in Europa. L’obiettivo principale della Germania nazista era distruggere il progetto sovietico, così come la NATO aveva intenzione di fare fino alla caduta del muro di Berlino. Questo è il motivo per cui gli ufficiali nazisti con esperienza sul campo di battaglia e conoscenza delle tattiche che la NATO poi usò contro Jugoslavia e Libia, per nominare due casi, furono reclutati dalle élite statunitensi e tedesche per riprendere l’Operazione Barbarossa con modi più sottili e la stessa audacia ideologica. Proprio come l’Organizzazione Gehlen fu attivata da Stati Uniti e Germania Federale nel dopoguerra, partendo dalle reti spionistiche che i nazisti avevano nell’Europa dell’Est, gli stessi ufficiali che ebbero successo nelle campagne militari furono riattivati per adempiere al loro ruolo secondo nuovi tempi ed interessi. La ricapitolazione sulle origini naziste di tale organizzazione transatlantica spiega ciò che molti altri analisti militari a lungo pensano: che il nazismo in Europa si manifesta storicamente oggi nella NATO. Il sogno di Hitler si materializza oggi e punta direttamente contro Russia e progetto eurasiatico.
Hans Landgraf, Georg Reinhardt, ignoto, e von Kielmansegg, a destra, durante l’invasione dell’URSS, estate 1941
Traduzione di Alessandro Lattanzio