L’esercito di insetti del Pentagono

Manlio Dinucci

Il Pentagono porta avanti ricerche di ogni tipo. L’Agenzia per i progetti di ricerca avanzata (Darpa) sta studiando la possibilità di utilizzare insetti per infettare le colture, il Laboratorio di ricerca della Navy spera invece di utilizzarne altri come sensori, capaci di rilevare esplosivi. Non è fantascienza.

| Roma (Italia)
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Sciami di insetti, che trasportano virus infettivi geneticamente modificati, attaccano le colture di un paese distruggendo la sua produzione alimentare: non è uno scenario da fantascienza, ma quanto sta preparando l’Agenzia del Pentagono per i progetti di ricerca scientifica avanzata (Darpa). Lo rivelano su Science [1], una delle più prestigiose riviste scientiche, cinque scienziati di due università tedesche e di una francese. Nel loro editoriale pubblicato il 5 ottobre, mettono fortemente in dubbio che il programma di ricerca della Darpa, denominato «Alleati insetti», abbia unicamente lo scopo dichiarato dall’Agenzia: quello di proteggere l’agricoltura statunitense dagli agenti patogeni, usando insetti quali vettori di virus infettivi geneticamente modificati che, trasmettendosi alle piante, ne modificano i cromosomi.

Tale capacità – sostengono i cinque scienziati – appare «molto limitata». Vi è invece nel mondo scientifico «la vasta percezione che il programma abbia lo scopo di sviluppare agenti patogeni e loro vettori per scopi ostili», ossia «un nuovo sistema di bioarmi». Ciò viola la Convenzione sulle armi biologiche, entrata in vigore nel 1975 ma restata sulla carta soprattutto per il rifiuto statunitense di accettare ispezioni nei propri laboratori. I cinque scienziati specificano che «basterebbero facili semplificazioni per generare una nuova classe di armi biologiche, armi che sarebbero estremamente trasmissibili a specie agricole sensibili, spargendo insetti quali mezzi di trasporto».
Lo scenario di un attacco alle colture alimentari di Russia, Cina e altri paesi, condotto dal Pentagono con sciami di insetti che trasportano virus infettivi geneticamente modificati, non è fantascientifico. Quello della Darpa non è l’unico programma sull’uso di insetti a scopo bellico. Il Laboratorio di ricerca della US Navy ha commissionato alla Washington University di St. Louis una ricerca per trasformare le locuste in droni biologici [2].
Attraverso un elettrodo impiantato nel cervello e un minuscolo trasmettitore sul dorso dell’insetto, l’operatore a terra può capire ciò che le antenne della locusta stanno captando. Questi insetti hanno una capacità olfattiva tale da percepire istantaneamente diversi tipi di sostanze chimiche nell’aria: ciò permette di individuare i depositi di esplosivi e altri impianti da colpire con un attacco aereo o missilistico. Scenari ancora più inquietanti emergono dall’editoriale dei cinque scienziati su Science. Quello della Darpa – sottolineano – è il primo programma per lo sviluppo di virus geneticamente modificati per essere diffusi nell’ambiente, i quali potrebbero infettare altri organismi «non solo nell’agricoltura».
In altre parole, tra gli organismi bersaglio dei virus infettivi trasportati da insetti potrebbe esservi anche quello umano. È noto che, nei laboratori statunitensi e in altri, sono state effettuate durante la guerra fredda ricerche su batteri e virus che, disseminati attraverso insetti (pulci, mosche, zecche), possono scatenare epidemie nel paese nemico. Tra questi il batterio Yersinia Pestis, causa della peste bubbonica (la temutissima «morte nera» del Medioevo) e il Virus Ebola, contagioso e letale. Con le tecniche oggi disponibili è possibile produrre nuovi tipi di agenti patogeni, disseminati da insetti, verso i quali la popolazione bersaglio non avrebbe difese. Le «piaghe» che, nel racconto biblico, si abbatterono sull’Egitto con immensi sciami di zanzare, mosche e locuste per volontà divina, possono oggi abbattersi realmente sul mondo intero per volontà umana. Non ce lo dicono i profeti, ma quegli scienziati restati umani.

[1] “Agricultural research, or a new bioweapon sys-tem?. Insect-delivered horizontal genetic alteration is concerning”, by R. G. Reeves, S. Voeneky, D. Caetano-Anollés, F. Beck, C. Boëte, Science, October 5, 2018.
[2] “Engineers to use cyborg insects as biorobotic sensing machines”, Beth Miller, Washington University in Saint Louis, June 30, 2016. “Un-derstanding and Hijacking the Insect’s Sense of Smell”, Office of Naval Research.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article203395.html

2011: Perché Gheddafi dava fastidio

LA LIBIA IN GUERRA, L’OCCIDENTE NEL PALLONE

Perché Gheddafi dava fastidio
 
di Peter Dale Scott*

La campagna attuale della NATO contro Gheddafi in Libia ha dato luogo a una grande confusione, sia tra coloro che conducono questa inefficace campagna, sia tra gli osservatori. Molte persone, la cui opinione io di solito rispetto, vedono questa guerra come una guerra necessaria contro un criminale – anche se per alcuni il cattivo è Gheddafi, e per altri Obama.
Il mio parere su questa guerra, d’altra parte, è che essa sia tanto mal concepita quanto pericolosa – una minaccia per gli interessi dei libici, degli americani, del Medio Oriente e in teoria per tutto il mondo. Sotto la dichiarata preoccupazione per la sicurezza dei civili libici c’è un timore malcelato e più profondo: la difesa da parte dell’Occidente dell’attuale economia globale dei petrodollari, ormai in declino…

La confusione a Washington, di pari passo con l’assenza di discussione sul motivo strategico prioritario alla base del coinvolgimento americano, è sintomatica del fatto che il secolo americano sta finendo, e termina in un modo che è contemporaneamente prevedibile nel lungo periodo, quanto irregolare e fuori controllo nei dettagli.

Confusione a Washington e nella NATO

Rispetto al coinvolgimento nella questione libica, le opinioni a Washington spaziano da quella di John McCain, che ha chiesto alla NATO di fornire “ogni possibile mezzo di soccorso, con la sola esclusione delle truppe di terra”, per rovesciare Gheddafi[1] al congressista repubblicano Mike Rogers, che ha espresso profonda preoccupazione sul fatto di fornire armi a un gruppo di combattenti di cui si sa ben poco[2].

Abbiamo visto la stessa confusione su tutto il Medio Oriente. In Egitto una coalizione di elementi non-governativi ha contribuito a preparare la rivoluzione non violenta, mentre l’ex ambasciatore U. S. Frank Wisner Jr., è volato in Egitto per convincere Mubarak a rimanere al potere. Nel frattempo, in paesi solitamente di grande interesse per gli Stati Uniti, come la Giordania e lo Yemen, è difficile individuare una politica americana coerente.

Anche nella NATO c’è una confusione che a volte rischia di trasformarsi in aperta discordia. Dei 28 membri della NATO, solo 14 sono del tutto coinvolti nella campagna di Libia, e solo sei sono coinvolti nella guerra aerea. Solo tre di questi paesi, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia, stanno offrendo supporto aereo tattico ai ribelli a terra. Quando molti Paesi della NATO hanno congelato i conti bancari di Gheddafi e dei suoi sostenitori immediati, gli USA, con una mossa non pubblicizzata e discutibile, hanno congelato i 30 miliardi di dollari di fondi del governo libico. (su questo, torniamo più avanti). La Germania, la più potente nazione della NATO dopo l’America, si è astenuta sulla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, e il Ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, ha dichiarato: “Non appoggiamo una soluzione militare, ma una soluzione politica”[3].

Un tale caos sarebbe stato impensabile nel periodo forte del dominio degli Stati Uniti. Obama sembra paralizzato dal divario tra il suo obiettivo dichiarato – la rimozione dal potere di Gheddafi – e i mezzi a sua disposizione, dato il coinvolgimento del paese in due guerre costose, e le sue priorità all’interno.

Per capire la confusione dell’America e della NATO sulla Libia, bisogna guardare ad altre questioni:

• l’allarme di Standard & Poor’s su un imminente downgrade del rating degli Stati Uniti

• l’aumento senza precedenti del prezzo dell’oro a oltre 1.500 dollari l’oncia

• lo stallo nella politica americana sul deficit federale e statale e su ciò che bisogna fare in proposito.

Nel bel mezzo della sfida libica a ciò che resta dell’egemonia americana, e in parte come conseguenza diretta della confusa strategia Americana in Libia, il prezzo del petrolio ha toccato i 112 dollari al barile. Questo aumento dei prezzi rischia di rallentare o addirittura invertire l’incerta ripresa economica americana, e costituisce una delle molte ragioni che dimostrano che la guerra di Libia non serve gli interessi nazionali americani.

La confusione sulla Libia è stata evidente sin dall’inizio a Washington, particolarmente da quando il Segretario di Stato Clinton ha auspicato la politica della no-fly zone, il presidente Obama ha detto che la considerava una opzione, e il Segretario alla Difesa Gates ha messo in guardia contro di essa. Il risultato è stato una serie di provvedimenti provvisori, durante i quali Obama ha giustificato la limitata risposta degli Stati Uniti con gli impegni americani in Iraq e in Afghanistan.

Eppure, con la situazione di stallo prevalente in Libia, una serie di escalation graduali sono ulteriomente contemplate, dalla fornitura di armi, fondi e consulenti per i ribelli, all’introduzione di mercenari o addirittura truppe straniere. Lo scenario americano comincia ad assomigliare sempre di più al Vietnam, dove la guerra, anche lì, cominciò modestamente con operazioni segrete seguite da consiglieri militari.

Devo confessare che il 17 marzo ero incerto sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 1973, che apparentemente istituiva la no-fly zone in Libia per la protezione dei civili. Ma da allora è diventato evidente che questa minaccia ai ribelli da parte delle truppe di Gheddafi e tutta la retorica in proposito è in realtà molto minore di quanto venisse percepito in quel momento. Per citare il prof Alan J. Kuperman:

. . . Il Presidente Barack Obama ha grossolanamente esagerato la minaccia umanitaria per giustificare l’azione militare in Libia. Il Presidente ha affermato che l’intervento che era necessaria per impedire “un bagno di sangue” a Bengasi, la seconda città più grande della Libia e ultima roccaforte dei ribelli. Ma Human Rights Watch ha pubblicato dei dati su Misurata, la città più grande dopo Bengasi, scena di prolungate battaglie, i quali rivelano che Muammar Gheddafi non sta volutamente massacrando civili, ma piuttosto restringe l’obiettivo ai ribelli armati che combattono contro il suo governo. La città di Misurata conta 400.000 persone. In quasi due mesi di guerra, là sono morte solo 257 persone – inclusi i combattenti. Dei 949 feriti, solo 22 – meno del 3 per cento – sono donne …. Né mai Gheddafi ha minacciato un massacro di civili a Bengasi, come dichiarato da Obama. La minaccia che “non ci sarebbe stata pietà” del 17 marzo, aveva come unico obiettivo i ribelli, come riportato dal New York Times, secondo cui il leader della Libia aveva promesso l’amnistia per coloro che “avrebbero gettato via le armi”. Gheddafi aveva anche offerto una via di fuga ai ribelli aprendo la frontiera verso l’Egitto, per evitare una lotta “all’ultimo sangue”[5]
Il record di interventi militari statunitensi in corso in Iraq e in Afghanistan suggerisce che dovremmo aspettarci un pesante tributo umano, se l’attuale situazione di stallo in Libia va avanti o se ci sarà un’escalation.

Il ruolo del petrolio e degli interessi finanziari nella guerra
Nella Macchina da Guerra Americana, ho scritto come:

… Con una dialettica apparentemente inevitabile,… la prosperità in alcuni grandi stati ha favorito l’espansione, e l’espansione negli Stati dominanti ha creato crescenti disparità di reddito[6]. In questo processo lo stato dominante stesso è cambiato, sono stati progressivamente impoveriti i servizi pubblici, al fine di rafforzare le misure di sicurezza a beneficio di pochi, opprimendo la maggioranza.(7)
Così, come per molti anni gli affari esteri dell’Inghilterra in Asia hanno finito per essere condotti in gran parte dalla Compagnia delle Indie. … allo stesso modo, la società americana Aramco, che rappresenta un consorzio delle grandi compagnie petrolifere Exxon, Mobil, Socal, e Texaco, ha condotto la sua propria politica estera in Arabia, con collegamenti privati con la CIA e l’FBI.(8) …
In questo modo la Gran Bretagna e l’America hanno ereditato delle politiche che, una volta adottate dagli Stati metropolitani, sono diventate contrastanti con l’ordine pubblico e la sicurezza.(9)

Nelle fasi finali di una potenza egemone, vengono messi sempre più a nudo i ristretti interessi che guidano gli interventi, e i precedenti tentativi di creare stabili istituzioni internazionali vengono abbandonati. Consideriamo il ruolo della cospirazione nota come Jameson Raid nella repubblica Boera del Sud Africa alla fine del 1895, un raid condotto per sostenere gli interessi economici di Cecil Rhodes, che ha contribuito a provocare la Seconda Guerra Boera(10). O consideriamo il complotto anglo-francese con Israele del 1956, nel vano tentativo di mantenere il controllo del Canale di Suez.

Quindi prendiamo in considerazione le pressioni delle majors del petrolio come fattori della guerra degli USA in Vietnam (1961), in Afghanistan (2001), e in Iraq (2003).(11) Anche se il ruolo delle compagnie petrolifere americane nella guerra libica resta oscuro, è una virtuale certezza che negli Energy Task Force Meetings di Cheney si discutesse delle riserve di petrolio non solo dell’Iraq, ma anche della Libia, stimate a circa 41 miliardi di barili, ovvero circa un terzo di quelle dell’Iraq.(12)

Inoltre alcuni a Washington si aspettavano una rapida vittoria in Iraq che sarebbe stata seguita da un analogo attacco americano sulla Libia e l’Iran. Il generale Wesley Clark ha dichiarato ad Amy Goodman su Democracy Now quattro anni fa, che poco dopo l’11 Settembre un generale del Pentagono lo aveva informato che diversi paesi sarebbero stati attaccati dalle forze armate statunitensi. La lista comprendeva Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran.(13) Nel maggio del 2003 John Gibson, amministratore delegato di Halliburton Energy Service Group, ha detto a International Oil Daily, in un’intervista, “Ci auguriamo che l’Iraq sarà la prima tessera del domino e che la Libia e l’Iran seguiranno. Non ci piace essere tenuti fuori dai mercati perché dà un vantaggio ingiusto ai nostri concorrenti.”(14)

E’ anche una questione di pubblico dominio che la risoluzione ONU sulla no-fly zone n. 1973 del 17 marzo è avvenuta dopo poco tempo dalla minaccia pubblica di Gheddafi, del 2 marzo, di buttar fuori le compagnie petrolifere occidentali dalla Libia, e dal suo invito del 14 marzo a imprese cinesi, russe e indiane a produrre petrolio al loro posto.(15) Significativamente Cina, Russia e India (insiema al Brasile loro alleato nel BRIC), tutti si sono astenuti sulla risoluzione ONU 1973.

La questione del petrolio si intreccia strettamente con quella del dollaro, perché lo status del dollaro di valuta di riserva mondiale dipende in gran parte dalle decisioni dell’OPEC di denominare in dollari le transazioni di petrolio dell’OPEC. L’economia dei petrodollari di oggi risale a due accordi segreti con la Saudisin negli anni ’70 per il riciclaggio dei petrodollari all’interno dell’economia americana. Il primo di questi accordi assicurava un sostegno speciale e continuo dell’Arabia Saudita al dollaro USA; il secondo assicurava il mantenimento del sostegno saudita per la determinazione del prezzo del petrolio dell’OPEC in dollari. Questi due accordi assicuravano che l’economia americana non sarebbe stata impoverita dagli aumenti del prezzo del petrolio dell’OPEC. Da allora il fardello più pesante invece è stato imposto ai paesi economicamente meno sviluppati, che hanno bisogno di dollari per i loro rifornimenti di petrolio.(16)

Come ha sottolineato Ellen Brown, in primo luogo l’Iraq e poi la Libia avevano deciso di sfidare il sistema dei petrodollari smettendo di vendere tutto il loro petrolio in dollari, giusto poco prima di essere attaccati:

Kenneth Schortgen Jr., scrivendo su su Examiner.com, ha osservato che “sei mesi prima che gli U.S.A. muovessero contro l’Iraq per abbattere Saddam Hussein, il paese petrolifero aveva fatto la mossa di accettare euro anziché dollari per il petrolio, e questo era diventato una minaccia al dominio globale del dollaro come valuta di riserva, e al suo dominio in petrodollari .. ”

Secondo un articolo russo dal titolo “Bombardamento sulla Libia – Punizione per il tentativo di Gheddafi di rifiutare il Dollaro USA”, Gheddafi aveva fatto una simile mossa coraggiosa: aveva intrapreso una politica di rifiuto del dollaro e dell’euro, invitando i paesi arabi ed africani ad utilizzare invece una nuova moneta, il dinaro d’oro. Gheddafi suggeriva di istituire un continente unito africano, 200 milioni di persone con una moneta unica. … L’iniziativa è stata letta negativamente dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, con il Presidente francese Nicolas Sarkozy che ha definito la Libia una minaccia per la sicurezza finanziaria del genere umano; ma Gheddafi ha continuato a spingere per la creazione di un’Africa unita.
E questo ci riporta al puzzle della Banca Centrale Libica. In un articolo pubblicato su Market Oracle, Eric Encina ha osservato:

Un fatto raramente menzionato dai politici e dai media occidentali: la Banca Centrale della Libia è al 100% di proprietà statale …. Attualmente, il governo libico crea la propria moneta, il dinaro libico, tramite le strutture della sua propria banca centrale. Alcuni sostengono che la Libia è una nazione sovrana con grandi risorse proprie, in grado di sostenere il suo destino economico. Uno dei problemi principali per i cartelli bancari globalisti, al fine di fare affari con la Libia, è che devono passare attraverso la Banca Centrale Libica e la sua moneta nazionale, luogo in cui il loro dominio o potere contrattuale sono assolutamente pari a zero. Quindi, buttare giù la Central Bank of Libya (CBL) può non comparire nei discorsi di Obama, Cameron e Sarkozy, ma certamente è in cima all’agenda mondialista di assorbire la Libia nell’alveo delle nazioni compiacenti.(17)
La Libia non ha solo il petrolio. Secondo il FMI, la sua banca centrale ha circa 144 tonnellate di oro nei suoi caveaux. Con una base patrimoniale del genere, che bisogno può avere della BIS [Banca dei regolamenti internazionali], del FMI e delle loro regole?(18)
La recente proposta di Gheddafi di introdurre il dinaro d’oro per l’Africa ripropone la questione di un dinaro d’oro islamico lanciata nel 2003 dal Primo Ministro malese Mahathir Mohamad, così come da alcuni movimenti islamici.(19) Il disegno, che viola le regole del FMI ed è progettato per superarle, aveva avuto delle difficoltà a partire. Ma oggi i Paesi che accumulano sempre più oro piuttosto che dollari includono non solo la Libia e l’Iran, ma anche Cina, Russia, e India. (20)

Il Ruolo della Francia nel Porre Termine alle Iniziative Africane di Gheddafi
L’iniziativa degli attacchi aerei sembra essere inizialmente partita dalla Francia, con il sostegno precoce dalla Gran Bretagna. Se Gheddafi fosse riuscito nel suo intento di creare un’Unione Africana sostenuta dalla valuta e dalle riserve d’oro della Libia, la Francia, ancora potenza economica dominante nella maggior parte delle sue ex colonie africane, sarebbe stata la maggiore “perdente”. Infatti, un report di Dennis Kucinich in America ha confermato l’affermazione di Franco Bechis in Italia, trasmessa da VoltaireNet in Francia, che ” piani per suscitare la rivolta di Bengasi sono stati avviati dai servizi segreti francesi nel novembre 2010.” (21)

Se l’idea di attaccare la Libia è nata in Francia, Obama si è mosso rapidamente per sostenere i piani francesi di vanificare l’iniziativa africana di Gheddafi, con la sua dichiarazione unilaterale di emergenza nazionale, e il congelamento di tutti i 30 miliardi di dollari della Banca di Libia, fondi ai quali l’America aveva accesso. Questo è stato erroneamente riportato dalla stampa USA come il congelamento dei fondi del “Colonnello Gheddafi, dei suoi figli e della famiglia, e di alti membri del governo libico.” (22) Ma in realtà la seconda sezione del decreto di Obama in modo esplicito mira a “Tutti i beni e interessi … del governo della Libia, delle sue agenzie, strumenti e soggetti controllati, e della Banca Centrale di Libia.”(23) Benché gli Stati Uniti abbiano attivamente utilizzato armi finanziarie negli ultimi anni, la confisca di $ 30 miliardi,”la più grande quantità che sia mai stata congelata da un ordine degli Stati Uniti”, aveva un precedente, la confisca cospiratoria e illegale dei beni iraniani nel 1979 per conto della Chase Manhattan Bank.(24)

Le conseguenze del blocco dei 30 miliardi di dollari per l’Africa, così come per la Libia, sono state analizzate da un osservatore africano:

I 30 miliardi di dollari congelati da parte di Obama appartengono alla Banca Centrale libica ed erano stati assegnati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero dato il tocco finale alla Federazione Africana – la African Investment Bank nella Sirte, in Libia, l’istituzione nel 2011 del Fondo Monetario Africano con sede a Yaoundée un fondo di 42 miliardi dollari di capitale e la Banca Centrale Africana con sede ad Abuja in Nigeria, che quando avesse iniziato a stampare moneta africana avrebbe suonato la campana a morto per il franco CFA ( moneta utilizzata da 14 paesi africani ex colonie francesi, ndt) attraverso il quale Parigi è stata in grado di mantenere il suo peso su alcuni paesi africani negli ultimi cinquant’anni. E’ facile comprendere la collera francese contro Gaddafi. (25)
Lo stesso osservatore ha motivi per credere che i piani di Gheddafi per l’Africa fossero più benevoli di quelli dell’Occidente:

E ‘iniziato nel 1992, quando 45 nazioni africane istituirono il Rascom (Regional African Satellite Communication Organization), in modo che l’Africa potesse avere le proprie comunicazioni via satellite abbattendo i costi delle comunicazioni nel continente. A quel tempo le telefonate da e verso l’Africa erano le più costose del mondo a causa della tassa annuale di 500 milioni di dollari intascati dall’Europa per l’uso di suoi satelliti, come Intelsat, per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno dello stesso paese.
Un satellite africano ha un costo unico di 400 milioni di dollari, e il continente non deve più pagare i 500 milioni dollari di locazione annuale. Quali banchieri avrebbero finanziato un progetto del genere? Era un problema – come possono gli schiavi che cercano di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone, chiedere allo stesso padrone di aiutarli a conquistare la libertà? Non sorprende che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, gli Stati Uniti e l’Europa per 14 anni facessero solo vaghe promesse. Gheddafi aveva messo fine a questi vani appelli ai ‘benefattori’ occidentali, con i loro tassi di interesse esorbitanti. La guida Libica ha messo 300 milioni di dollari sul tavolo; la African Development Bank ha aggiunto 50 milioni di dollari e la West African Development Bank ha messo gli altri 27 milioni di dollari – ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite di comunicazioni, il 26 dicembre 2007. (26)
Io non sono in grado di confermare queste affermazioni. Ma, per queste ed altre ragioni, sono convinto che le azioni occidentale in Libia sono state progettate per frustrare i piani di Gheddafi per un’Africa autenticamente post-coloniale, non a causa della sua repressione contro i ribelli a Bengasi.

Conclusione

Da tutta questa confusione e false dichiarazioni io concluderei che l’America ha perso la sua capacità di mantenere e imporre la pace, da sola o con i suoi alleati nominali. Vorrei far presente che sarebbe nel migliore interesse dell’America, anche se solo per stabilizzare e ridurre i prezzi del petrolio, unirsi ora alle pressioni di Ban Ki-Moon e del Papa per un immediato cessate-il-fuoco in Libia. Negoziare il cessate il fuoco creerà certamente problemi, ma l’alternativa è l’incubo di vedere una inesorabile escalation del conflitto. L’America ha già avuto conseguenze tragiche per questo tipo di politiche. Non vogliamo avere altre perdite per lo scopo di sostenere il sistema iniquo dei petrodollari, che ha comunque i giorni contati.

In gioco non c’è solo la relazione dell’America con la Libia, ma con la Cina. L’Africa intera è una zona dove l’Occidente e i Paesi del BRIC investiranno entrambi. La sola Cina, avida di risorse, si prevede che investirà nell’ordine di 50 miliardi di dollari all’anno entro il 2015, una cifra (finanziata dal deficit commerciale americano con la Cina) con cui l’Occidente non può competere.(27) Se l’Occidente e l’Oriente potranno convivere pacificamente in Africa nel futuro dipenderà dalla capacità dell’Occidente di accettare la graduale diminuzione della sua influenza, senza ricorrere a ingannevoli stratagemmi (come lo stratagemma anglo-francese di Suez del 1956) per cercare di mantenerla.

Le precedenti transizioni nel dominio globale sono state segnate da guerre, rivoluzioni, o da entrambe. La nascita dell’egemonia americana attraverso le ultime due guerre mondiali dopo l’egemonia britannica è stata una transizione tra due potenze che erano sostanzialmente affini, e culturalmente vicine. Il mondo intero ha un immenso interesse a che la difficile transizione verso un nuovo ordine dopo l’egemonia statunitense sia raggiunto il più pacificamente possibile.


Peter Dale Scott, ex Diplomatico Canadese e Professore alla University of California, Berkeley, autore di Drugs Oil and War, The Road to 9/11, The War Conspiracy: JFK, 9/11, and the Deep Politics of War. Il suo libro più recente è American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection and the Road to Afghanistan. Collabora con il Centre for Research on Globalization (CRG). Questo articolo è pubblicato in partnership con il Asia Pacific Journal.

NOTE

1 “McCain calls for stronger NATO campaign,” monstersandcritics.com, April 22, 2011, link.

2 Ed Hornick, “Arming Libyan Rebels: Should U.S. Do It?” CNN, March 31, 2011.

3 “Countries Agree to Try to Transfer Some of Qaddafi’s Assets to Libyan Rebels,” New York Times, April 13, 2011, link.

4 “President Obama Wants Options as Pentagon Issues Warnings About Libyan No-Fly Zone,” ABC News, March 3, 2011, link. Earlier, on February 25, Gates warned that the U.S. should avoid future land wars like those it has fought in Iraq and Afghanistan, but should not forget the difficult lessons it has learned from those conflicts.
“In my opinion, any future Defense secretary who advises the president to again send a big American land army into Asia or into the Middle East or Africa should ‘have his head examined,’ as General MacArthur so delicately put it,” Gates said in a speech to cadets at West Point” (Los Angeles Times, February 25, 2011, link).

5 Alan J. Kuperman, “False Pretense for War in Libya?” Boston Globe, April 14, 2011.

6 America’s income disparity, as measured by its Gini coefficient, is now among the highest in the world, along with Brazil, Mexico, and China. See Phillips, Wealth and Democracy, 38, 103; Greg Palast, Armed Madhouse (New York: Dutton, 2006), 159.

7 This is the subject of my book The Road to 9/11, 4–9.

8 Anthony Cave Brown, Oil, God, and Gold (Boston: Houghton Mifflin, 1999), 213.

9 Peter Dale Scott, American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection, and the Road to Afghanistan (Berkeley: University of California Press, 2010), 32. One could cite also the experience of the French Third Republic and the Banque de l’Indochine or the Netherlands and the Dutch East India Company.

10 Elizabeth Longford, Jameson’s Raid: The Prelude to the Boer War (London: Weidenfeld and Nicolson, 1982); The Jameson Raid: a centennial retrospective (Houghton, South Africa: Brenthurst Press, 1996).

11 Wikileak documents from October and November 2002 reveal that Washington was making deals with oil companies prior to the Iraq invasion, and that the British government lobbied on behalf of BP’s being included in the deals (Paul Bignell, “Secret memos expose link between oil firms and invasion of Iraq,” Independent (London), April 19, 2011).

12 Reuters, March 23, 2011.

13 Saman Mohammadi, “The Humanitarian Empire May Strike Syria Next, Followed By Lebanon And Iran,” OpEdNews.com, March 31, 2011.

14 “Halliburton Eager for Work Across the Mideast,” International Oil Daily, May 7, 2003.

15 “Gaddafi offers Libyan oil production to India, Russia, China,” Agence France-Presse, March 14, 2011, link.

16 Peter Dale Scott, “Bush’s Deep Reasons for War on Iraq: Oil, Petrodollars, and the OPEC Euro Question”; Peter Dale Scott, Drugs, Oil, and War (Lanham, MD: Rowman & Littlefield, 2003), 41-42: “From these developments emerged the twin phenomena, underlying 9/11, of triumphalist US unilateralism on the one hand, and global third-world indebtedness on the other. The secret deals increased US-Saudi interdependence at the expense of the international comity which had been the base for US prosperity since World War II.” Cf. Peter Dale Scott, The Road to 9/11 (Berkeley: University of California Press, 2007), 37.

17 “Globalists Target 100% State Owned Central Bank of Libya.” Link.

18 Ellen Brown, “Libya: All About Oil, or All About Banking,” Reader Supported News, April 15, 2011.

19 Peter Dale Scott, “Bush’s Deep Reasons for War on Iraq: Oil, Petrodollars, and the OPEC Euro Question”; citing “Islamic Gold Dinar Will Minimize Dependency on US Dollar,” Malaysian Times, April 19, 2003.

20 “Gold key to financing Gaddafi struggle,” Financial Times, March 21, 2011, link.

21 Franco Bechis, “French plans to topple Gaddafi on track since last November,” VoltaireNet, March 25, 2011. Cf. Rep. Dennis J. Kucinich, “November 2010 War Games: ‘Southern Mistral’ Air Attack against Dictatorship in a Fictitious Country called ‘Southland,’” Global Research, April 15, 2011, link; Frankfurter Allgemeine Zeitung, March 19, 2011.

22 New York Times, February 27, 2011.

23 Executive Order of February 25, 2011, citing International Emergency Economic Powers Act (50 U.S.C. 1701 et seq.) (IEEPA), the National Emergencies Act (50 U.S.C. 1701 et seq.) (NEA), and section 301 of title 3, United States Code, seizes all Libyan Govt assets, February 25, 2011, link. The authority granted to the President by the International Emergency Economic Powers Act “may only be exercised to deal with an unusual and extraordinary threat with respect to which a national emergency has been declared for purposes of this chapter and may not be exercised for any other purpose” (50 U.S.C. 1701).

24 “Billions Of Libyan Assets Frozen,” Tropic Post, March 8, 2011, link (“largest amount”); Peter Dale Scott, The Road to 9/11: Wealth, Empire, and the Future of America (Berkeley and Los Angeles: University of California Press, 2007), 80-89 (Iranian assets).

25 “Letter from an African Woman, Not Libyan, On Qaddafi Contribution to Continent-wide African Progress , Oggetto: ASSOCIAZIONE CASA AFRICA LA LIBIA DI GHEDDAFI HA OFFERTO A TUTTA L’AFRICA LA PRIMA RIVOLUZIONE DEI TEMPI MODERNI,” Vermont Commons, April 21, 2011, link. Cf. Manlio Dinucci, “Financial Heist of the Century: Confiscating Libya’s Sovereign Wealth Funds (SWF),” Global Research, April 24, 2011, link.

26 Ibid. Cf. “The Inauguration of the African Satellite Control Center,” Libya Times, September 28, 2009, link; Jean-Paul Pougala, “The lies behind the West’s war on Libya,” Pambazuka.org, April 14, 2011.

27 Leslie Hook, “China’s future in Africa, after Libya,” blogs.ft.com, March 4, 2011 ($50 billion). The U.S trade deficit with China in 2010 was $273 billion.

* Fonte: vocidall’estero (originale in: Global Research, 29 Aprile, 2011)

Attentati dell’11/9, nuovi elementi rivelano: sapevano prima

Giulietto Chiesa
Globalist.it
ven, 11 set 2015 19:21 UTC
11 Settembre 2001

© Sconosciuto
Torri Gemelle in fiamme

Nuovi elementi che contestano la versione ufficiale dell’11/9 sono evidenziati dal Consensus911, comitato di 23 esperti e ricercatori internazionali.

A cura del Consensus911. NEW YORK 9 settembre 2015 – Quattordici anni dopo gli eventi del l’11 Settembre che hanno cambiato il mondo, nuovi elementi che contestano la versione ufficiale vengono evidenziati dal comitato di 23 esperti e ricercatori internazionali.

Il Comitato “11/9 Consensus” rende pubblici due nuovi “punti di consenso” che dimostrano una conoscenza anticipata degli attentati da parte degli organi di governo USA. Il primo di questi tratta di “Able Danger”, nome in codice di un’operazione di Intelligence di primaria importanza guidata dai generali Hugh Shelton e Peter Schoomaker, comandanti in capo del Dipartimento delle operazioni speciali (SOCOM). “Able Danger” aveva permesso di scoprire che l’uomo identificato come Mohamed Atta si trovava sul territorio dei Stati-Uniti fin dal gennaio-Febbraio 2000, cioè 18 mesi prima degli attentati, mentre la versione ufficiale data il suo arrivo a giugno 2001.

Le dichiarazioni ufficiali affermarono di non sapere che Mohamed Atta si trovava negli USA prima dell’11/9, mentre un settore essenziale dei servizi segreti USA sapeva perfettamente che egli si trovava negli Stati Uniti a gennaio-febbraio 2000. Malgrado questo, “Able Danger” è stata costantemente ignorata dai responsabili del governo prima degli attentati; la Commissione ufficiale non fa cenno a questi dati nel suo rapporto; l’Ispettore generale del Dipartimento della Difesa ha messo nel cassetto l’intera faccenda.

Louis Freeh, ex-direttore dell’FBI, si dichiarò “stupefatto” dell’affermazione della Commissione Ufficiale, la quale aveva definito queste circostanze come “storicamente insignificanti”. Il secondo punto di consenso evidenzia il fatto che l’attacco contro il Pentagono era previsto in diversi uffici governativi prima che esso si verificasse. Diverse esercitazioni militari, effettuate prima dell’11/9, implicavano aerei che avrebbero dovuto schiantarsi contro il Pentagono. Il che dimostra come questo tipo di attacco non fosse affatto inatteso.

Inoltre, esistono rapporti pubblicati da diversi giornali, che fanno riferimento a numerose fonti dei servizi di sicurezza che avvertivano alti ufficiali del Pentagono e altri funzionari affinché non volassero esattamente in quel giorno 11 Settembre. La mattina dell’11/9, il ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, aveva preannunciato un attacco contro il Pentagono. Nel suo ufficio, mentre osservava le immagini televisive dell’attentato a New York, avrebbe pronunciato questa frase: “Credetemi, non è finita. Ci sta per essere un altro attentato, e potrebbe benissimo toccare a noi.”

Nel frattempo, malgrado “condizioni di traffico estremamente difficili”, l’FBI arrivò sul posto in meno di 5 minuti, e sequestrò i nastri delle telecamere di sorveglianza che si trovavano in molti punti intorno all’edificio, e che inquadravano la sezione del Pentagono che era stata colpita poco prima. Il corrispondente della NBC al Pentagono, Jim Miklaszewski, fu avvertito in anticipo da un ufficiale dell’intelligence militare che gli avrebbe detto: “Se fossi in lei me ne starei al di fuori dell’anello E (quello esterno, dove si trovavano gli uffici della NBC) per tutta la giornata, perché siamo i prossimi.”

Ricordiamo che diversi punti pubblicati in precedenza da “Consensus 9/11” in merito alla conoscenza anticipata degli avvenimenti includono :

1) il crollo dell’edificio WTC7;

2) le prove di “insider trading” nelle borse prima dell’11/9;

3) il ruolo del vice-presidente Dick Cheney e quello dell’allora sindaco di New York, Rudy Giuliani.

Il Comitato del 9/11 Consensus utilizza una metodologia usata in medicina per individuare convergenze di consensi tra i ricercatori su temi precisamente individuati, partendo dalle “migliori prove disponibili”. Durante questo procedimento di elaborazione, gli esperti rispondono senza conoscere preventivamente le opinioni degli altri, e questo durante 3 cicli di revisione e di feedback. Nei suoi quattro anni di lavoro, il Comitato “Consensus 9/11” ha pubblicato un totale di 46 punti che contraddicono la versione ufficiale degli attentati.

Fonte: http://www.consensus911.org/press-release-new-evidence-of-foreknowledge-of-the-911-attacks/
Contatto : http://www.consensus911.org/it/contatti-media/ Email : consensus911@gmail.com

 
Preso da: https://it.sott.net/article/40-Attentati-dell-11-9-nuovi-elementi-rivelano-sapevano-prima 

Sankara: basta rapinare l’Africa, col debito. E lo uccisero

10/9/2017.
Noi pensiamo che il debito si analizzi prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri Stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali, che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici – anzi, dovremmo invece dire “assassini tecnici”. Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei “finanziatori”. Un termine che si usa ogni giorno, come se ci fossero degli uomini che solo “sbadigliando” possono creare lo sviluppo degli altri. Questi finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per cinquant’anni, sessant’anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per cinquant’anni e più.
Thomas SankaraIl debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso. Ci dicono di rimborsare il debito.
Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. Abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia, intervenuta qui. Ha detto, lei che è un’europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri. Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema; ora che perdono al gioco esigono il rimborso. E si parla di crisi. No, signor presidente. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco. E la vita continua.
Migranti, bambini africani sbarcati in ItaliaNon possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue. E’ il nostro sangue che è stato versato. Si parla del Piano Marshall che ha rifatto l’Europa economica. Ma non si parla mai del Piano africano che ha permesso all’Europa di far fronte alle orde hitleriane quando la sua economia e la sua stabilità erano minacciate. Chi ha salvato l’Europa? E’ stata l’Africa. Se ne parla molto poco. Così poco che noi non possiamo essere complici di questo silenzio ingrato. Se gli altri non possono cantare le nostre lodi, noi abbiamo almeno il dovere di dire che i nostri padri furono coraggiosi e che i nostri combattenti hanno salvato l’Europa e alla fine hanno permesso al mondo di sbarazzarsi del nazismo.
Il debito è anche conseguenza degli scontri. Quando ci parlano di crisi economica, dimenticano di dirci che la crisi non è venuta all’improvviso. La crisi è sempre esistita e si aggraverà ogni volta che le masse popolari diventeranno più coscienti dei loro diritti di fronte allo sfruttatore. Oggi c’è crisi perché le masse rifiutano che le ricchezze siano concentrate nelle mani di pochi individi. C’è crisi perché pochi individui depositano nelle banche estere delle somme colossali che basterebbero a sviluppare l’Africa intera. C’è crisi perché di fronte a queste ricchezze individuali, che hanno nomi e cognomi, le masse popolari si rifiutano di vivere nei ghetti e nei bassifondi. C’è crisi perché i popoli rifiutano dappertutto di essere dentro una Soweto di fronte a Johannesburg. C’è quindi lotta, e l’esacerbazione di questa lotta preoccupa chi ha il potere finanziario.
Fidel CastroCi si chiede oggi di essere complici della ricerca di un equilibrio. Equilibrio a favore di chi ha il potere finanziario. Equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No! Non possiamo essere complici. Non possiamo accompagnare quelli che succhiano il sangue dei nostri popoli e vivono del sudore dei nostri popoli nelle loro azioni assassine. Signor presidente, sentiamo parlare di club – Club di Roma, Club di Parigi, Club di dappertutto. Sentiamo parlare del Gruppo dei Cinque, dei Sette, del Gruppo dei Dieci, forse del Gruppo dei Cento o che so io. E’ normale allora che anche noi creiamo il nostro club e il nostro gruppo. Facciamo in modo che a partire da oggi anche Addis Abeba diventi la sede, il centro da cui partirà il vento nuovo del Club di Addis Abeba. Abbiamo il dovere di creare oggi il fronte unito di Addis Abeba contro il debito. E’ solo così che potremo dire, oggi, che rifiutando di pagare non abbiamo intenzioni bellicose ma, al contrario, intenzioni fraterne.
Del resto, le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune. Quindi il club di Addis Abeba dovrà dire agli uni e agli altri che il debito non sarà pagato. Quando diciamo che il debito non sarà pagato non vuol dire che siamo contro la morale, la dignità, il rispetto della parola. Noi pensiamo di non avere la stessa morale degli altri. Tra il ricco e il povero non c’è la stessa morale. La Bibbia, il Corano, non possono servire nello stesso modo chi sfrutta il popolo e chi è sfruttato. C’è bisogno che ci siano due edizioni della Bibbia e due edizioni del Corano. Non possiamo accettare che ci parlino di dignità. Non possiamo accettare che ci parlino di merito per quelli che pagano, e perdita di fiducia per quelli che non dovessero pagare. Noi dobbiamo dire, al contrario, che oggi è normale si preferisca riconoscere come i più grandi ladri siano i più ricchi.
L'ex premier norvegese Gro Harlem BrundtlandUn povero, quando ruba, non commette che un peccatucolo per sopravvivere e per necessità. I ricchi sono quelli che rubano al fisco, alle dogane. Sono quelli che sfruttano il popolo. Signor presidente, non è quindi provocazione o spettacolo. Dico solo ciò che ognuno di noi pensa e vorrebbe. Chi non vorrebbe, qui, che il debito fosse semplicemente cancellato? Quelli che non lo vogliono possono subito uscire, prendere il loro aereo e andare dritti alla Banca Mondiale a pagare! Non vorrei poi che si prendesse la proposta del Burkina Faso come fatta da “giovani”, senza maturità ed esperienza. Non vorrei neanche che si pensasse che solo i rivoluzionari parlano in questo modo. Vorrei semplicemente che si ammettesse che è una cosa oggettiva, un fatto dovuto. E posso citare, tra quelli che dicono di non pagare il debito, dei rivoluzionari e non, dei giovani e degli anziani. Per esempio Fidel Castro ha già detto di non pagare. Non ha la mia età, anche se è un rivoluzionario. Ma posso citare anche François Mitterrand, che ha detto che i paesi africani non possono pagare, i paesi poveri non possono pagare. Posso citare la signora primo ministro di Norvegia. Non conosco la sua età e mi dispiacerebbe chiederglielo, è solo un esempio.
Vorrei anche citare il presidente Félix Houphouët Boigny. Non ha la mia età, eppure ha dichiarato pubblicamente che, quanto al suo paese, la Costa d’Avorio, non può pagare. Ma la Costa d’Avorio è tra i paesi che stanno meglio in Africa, almeno nell’Africa francofona. E per questo, d’altronde, è normale che paghi un contributo maggiore, qui. Signor presidente, la mia non è quindi una provocazione. Vorrei che molto saggiamente lei ci offrisse delle soluzioni. Vorrei che la nostra conferenza adottasse la risoluzione di dire chiaramente che noi non possiamo pagare il debito. Non in uno spirito bellicoso, bellico. Questo per evitare di farci assassinare individualmente. Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il debito, io non sarò qui alla prossima conferenza! Invece, col sostegno di tutti, di cui ho molto bisogno, col sostegno di tutti potremo evitare di pagare. Ed evitando di pagare potremo consacrare le nostre magre risorse al nostro sviluppo.
SankaraE vorrei terminare dicendo che ogni volta che un paese africano compra un’arma, è contro un africano. Non contro un europeo, non contro un asiatico. E’ contro un africano. Perciò dobbiamo, anche sulla scia della risoluzione sul problema del debito, trovare una soluzione al problema delle armi. Sono militare e porto un’arma. Ma, signor presidente, vorrei che ci disarmassimo. Perché io porto l’unica arma che possiedo. Altri hanno nascosto le armi che pure portano. Allora, cari fratelli, col sostegno di tutti, potremo fare la pace a casa nostra. Potremo anche usare le sue immense potenzialità per sviluppare l’Africa, perché il nostro suolo e il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia e un mercato immenso, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Abbiamo abbastanza capacità intellettuali per creare, o almeno prendere la tecnologia e la scienza in ogni luogo dove si trovano.
Signor presidente, facciamo in modo di realizzare questo fronte unito di Addis Abeba contro il debito. Facciamo in modo che, a partire da Addis Abeba, decidiamo di limitare la corsa agli armamenti tra paesi deboli e poveri. I manganelli e i machete che compriamo sono inutili. Facciamo in modo che il mercato africano sia il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo. Il Burkina Faso è venuto a mostrare qui la cotonella, prodotta in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso, cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabé. La mia delegazione e io stesso siamo vestiti dai nostri tessitori, dai nostri contadini. Non c’è un solo filo che venga d’Europa o d’America. Non faccio una sfilata di moda, ma vorrei semplicemente dire che dobbiamo accettare di vivere africano. E’ il solo modo di vivere liberi e degni.
(Thomas Sankara, estratto dal “discorso sul debito” pronunciato al vertice panafricano di Addis Abeba, Etiopia, il 29 luglio 1987. Un anno dopo, il 28 ottobre, Sankara verrà assassinato a Ouagadougu, capitale del Burkina Faso, che quattro anni prima aveva liberato, con la sua rivoluzione, dal colonialismo francese. Il presidente dell’Organizzazione per l’Unità Africana, cui Sankara si rivolge nel discorso, è il congolese Denis Sassou-Nguesso, mentre la citata premier norvegese è Gro Harlem Brundtland, progressista e ambientalista. Riletto oggi, il celebre discorso di Sankara – martire socialista della sovranità democratica dell’Africa – è particolarmente illuminante, di fronte alla tragedia quotidiana dell’esodo dei migranti africani).

Preso da: http://www.libreidee.org/2017/09/sankara-basta-rapinare-lafrica-col-debito-e-lo-uccisero/

Occidente compatto al fianco di al-Qaeda…17 anni dopo l’11/9

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Diciassette anni dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, l’Occidente è il migliore alleato di al-Qaeda e degli altri jihadisti spalleggiati dalle monarchie del Golfo Persico. Lo si vede bene in Siria, dove Usa ed Europa fanno di tutto per impedire che le truppe di Assad appoggiate da russi e iraniani conquistino l’ultima roccaforte ribelle nella provincia di Idlib.
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Qui si stima combattano 10/15 mila miliziani per lo più di Tharir al-Sham (ex Fronte al Nusra, braccio di al-Qaeda in Siria) le cui milizie controllano il 60 per cento di quel territorio.

La caduta dell’ultimo lembo di Siria in mano ai jihadisti è vista come una sciagura dall’Occidente che, dopo aver aiutato con armi e “consiglieri militari” i ribelli anti-Assad, oggi minaccia raid aerei come quelli scatenati nell’aprile scorso se il regime siriano dovesse impiegare armi chimiche.
Ipotesi improbabile poichè Assad non avrebbe alcun vantaggio politico o militare ad impiegare armi chimiche ma l’intelligence russo ha raccolto molte prove che i jihadisti stanno organizzando, con l’aiuto di contractors britannici, un finto-attacco col cloro per attribuirne la colpa a Damasco e giustificare un blitz.
Una sceneggiata già vista più volte in Siria, necessaria all’Occidente per coprire un appoggio ai qaedisti che farà rivoltare nella tomba le vittime dell’11/9 e del terrorismo islamico.
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Per il segretario di Stato americano, Mike Pompeo i russi hanno ragione a dire che a Idlib ci sono i terroristi ma “devono combatterli senza mettere a rischio la vita di civili innocenti”. Come hanno fatto gli Usa in Somalia, Afghanistan, Iraq, Yemen e in ogni altro Stato dove sono intervenuti in armi?
Da quale pulpito viene la predica: 16 anni di “guerra dei droni” hanno provocato migliaia di “danni collaterali” e solo nella battaglia di Mosul centinaia di civili sono stati colpiti per errore dai raid aerei Usa. L’Isis, come i qaedisti e tutti i gruppi insurrezionali, utilizzando i civili come scudi umani ma per Pompeo solo le bombe russe rischiano di uccidere innocenti.
Con sommo sprezzo del ridicolo, il segretario di Stato ha infatti dichiarato poco dopo che nel conflitto yemenita i militari sauditi ed emiratini (alleati di ferro degli Usa) “prendono misure evidenti per ridurre il rischio contro i civili nel quadro delle loro operazioni militari”.
Esercito conquista al Nusra
Anche la Francia è un convinto fans dei qaedisti: il ministro degli Esteri, Jean Yves Le Drian, minaccia rappresaglie in caso di attacco chimico e teme che l’offensiva siriana “rischi di disperdere migliaia di foreign fighter all’estero, mettendo in pericolo l’Occidente”.
Strano che la stessa preoccupazione non l’abbia avuta in occasione delle offensive della Coalizione contro l’Isis a Raqqa e Mosul a cui hanno preso parte anche i militari francesi e che hanno fatto crollare lo Stato Islamico determinando il ritorno in Europa di molti foreign fighters.
Persino la Germania, nonostante la Costituzione “pacifista, valuta di partecipare ai raid aerei anglo-franco-americani che verrebbero scatenati in seguito ad attacchi chimici, veri o falsi che siano.
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Dovrebbe far riflettere il fatto che Berlino non abbia mai lanciato un solo ordigno contro l’Isis né contro i talebani ma sia pronta a combattere Assad per aiutare i tagliagole di al-Nusra, 50 dei quali sono peraltro ricercati come terroristi dalla polizia criminale tedesca.
Del resto l’Europa vendutasi ai petrodollari del Golfo, sta aiutando il terrorismo islamico anche sul fronte interno: jihadisti scarcerati in massa, foreign fighters lasciati liberi di muoversi, estremisti sovvenzionati dal nostro welfare e immigrazione islamica dilagante.
“Dobbiamo impedire che la Siria sia distrutta dalla guerra civile” ha detto l’11 settembre il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani. Ora è troppo tardi ma avremmo potuto farcela sei anni fa se non ci fossimo schierati con al-Qaeda e gli altri jihadisti.
@GianandreaGaian
da Libero del 15 settembre 2018
Foto:  AP, Ghouta media center, AFP, Fronte al-Nusra

Preso da: https://www.analisidifesa.it/2018/09/occidente-compatto-al-fianco-di-al-qaeda-17-anni-diopo-l119/

“Minimizziamo i reati degli immigrati”. La ricetta “geniale” dell’Unhcr

Roma, 15 set – Dopo le dichiarazioni dell’Alto Commissario Onu Michelle Bachelet in merito alle critiche rivolte all’Italia sull’incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, Melissa Fleming, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), a seguito delle recenti vicende verificatesi a Chemnitz, dove un ragazzo tedesco è stato ucciso per mano di due afghani, è intervenuta sulla questione migranti al fine di esortare i Paesi europei a non alimentare quel clima di sospetto che, la portavoce dell’agenzia, ritiene sia ingiustificato.


Secondo Melissa Fleming, alcuni reati commessi dagli immigrati non devono favorire atteggiamenti o comportamenti che possano addurre a discriminazioni nei confronti delle minoranze linguistiche, visto,  continua la portavoce dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, “gli immigrati in Europa subiscono pressioni di ogni tipo affinché facciano ritorno nei Paesi di provenienza” e i reati commessi dagli immigrati assumono rilevanza nei confronti dell’opinione pubblica, poiché i mass media contribuiscono ad alimentare il clima di odio che si è generato ponendo “eccessiva attenzione” a quei reati commessi dai migranti, poiché tali reati persuadono lo Stato e il cittadino a “criminalizzare intere comunità” che cercano di avere il riconoscimento del diritto di asilo.
Questo clima di intolleranza nei confronti dei migranti, dovrebbe spingere gli Stati ad una maggiore tutela nei  confronti di chi, spiega la Fleming, non commette reato. Inoltre, sostiene la Fleming, i governi possono porre fine, o almeno ostacolare il crescente odio verso i migranti, attraverso processi che devono giudicare il migrante reo di aver commesso il reato senza imputare al caso questioni di natura migratoria o politica, che avrebbero eco sulla condizione sociale e giuridica di coloro che hanno ottenuto l’asilo politico.
Insomma, le dichiarazioni della Fleming sembrerebbero minimizzare i reati commessi dai migranti, sulla base di una considerazione “progressista” che ritiene basso il tasso di criminalità da parte degli immigrati.
Una considerazione che non trova conferma, come riportato dal sito de Il Giornale, sui dati elaborati da una ricerca effettuata dal centro di studi La Fondazione Hume, vicina a correnti progressiste, secondo la quale al contrario rileva un tasso di criminalità più alto per i migranti rispetto al resto della popolazione. Un dato allarmante se si guarda all’Italia che avrebbe il tasso più alto di crimini commessi rispetto agli altri partner europei, pertanto, le dichiarazioni fatte prima da Michelle Bachelet e poi da Melissa Fleming non riflettono quella che è la realtà. Forse dietro a queste dichiarazioni ci sono ragioni che a noi comuni mortali non è dato sapere.

Preso da: https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/minimizziamo-i-reati-degli-immigrati-la-ricetta-geniale-dellunhcr-92905/

In Italia la più grande polveriera Usa

Alla fine della seconda guerra mondiale le truppe alleate occuparono il continente europeo. Francia e Russia le hanno ritirate, Stati Uniti e Regno Unito invece continuano a mantenere parte delle loro forze armate in Europa. In previsione di una guerra mondiale contro Cina e Russia, il Pentagono utilizza da un anno le numerose basi statunitensi in Italia per incrementare in modo massiccio lo stoccaggio di armi in Europa, bombe atomiche incluse.

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Lewis Eisenberg era il presidente del Porto di New York che vendette il World Trade Center appena prima degli attentati dell’11 Settembre per renderne possibile l’organizzazione. Eisenberg è oggi ambasciatore degli Stati Uniti a Roma e sta trasformando la penisola in un arsenale USA.
L’8 agosto ha fatto scalo nel porto di Livorno la Liberty Passion (Passione per la Libertà) e il 2 settembre la Liberty Promise (Promessa di Libertà), che saranno seguite il 9 ottobre dalla Liberty Pride (Orgoglio di Libertà). Le tre navi ritorneranno quindi a Livorno, in successione, il 10 novembre, il 15 dicembre e il 12 gennaio.


Sono enormi navi Ro/Ro, lunghe 200 metri e con 12 ponti, capaci ciascuna di trasportare 6500 automobili. Non trasportano però automobili, ma carrarmati. Fanno parte di una flotta statunitense di 63 navi appartenenti a compagnie private che, per conto del Pentagono, trasportano in continuazione armi in un circuito mondiale tra i porti statunitensi, mediterranei, mediorientali e asiatici.
Il principale scalo mediterraneo è Livorno, perché il suo porto è collegato alla limitrofa base statunitense di Camp Darby. Quale sia l’importanza della base lo ha ricordato il colonnello Erik Berdy, comandante della guarnigione in Italia dello Us Army, in una recente visita al quotidiano «La Nazione» di Firenze.
La base logistica, situata tra Pisa e Livorno, costituisce il più grande arsenale Usa fuori dalla madrepatria. Il colonnello non ha specificato quale sia il contenuto dei 125 bunker di Camp Darby. Esso può essere stimato in oltre un milione di proiettili di artiglieria, bombe per aerei e missili, cui si aggiungono migliaia di carrarmati, veicoli e altri materiali militari. Non si può escludere che nella base vi siano state, vi siano o possano esservi in futuro anche bombe nucleari.
Camp Darby — ha sottolineato il colonnello — svolge un ruolo chiave, rifornendo le forze terrestri e aree statunitensi in tempi molto più brevi di quanto occorrerebbe se venissero rifornite direttamente dagli Usa. La base ha fornito la maggior parte delle armi per le guerre contro l’Iraq, la Jugoslavia, la Libia e l’Afghanistan. Dal marzo 2017, con le grandi navi che mensilmente fanno scalo a Livorno, le armi di Camp Darby vengono trasportate in continuazione nei porti di Aqaba in Giordania, Gedda in Arabia Saudita e altri scali mediorientali per essere usate dalle forze statunitesi e alleate nelle guerre in Siria, Iraq e Yemen.
Nel suo viaggio inaugurale la Liberty Passion ha sbarcato ad Aqaba, nell’aprile 2017, 250 veicoli militari e altri materiali. Tra le armi che ogni mese vengono trasportate via mare da Camp Darby a Gedda, vi sono certamente anche bombe Usa per aereo che l’aviazione saudita impiega (come risulta da prove fotografiche) per fare strage di civili nello Yemen. Vi sono inoltre seri indizi che, nel collegamento mensile tra Livorno e Gedda, le grandi navi trasportino anche bombe per aereo fornite dalla Rwm Italia di Domusnovas (Sardegna) all’Arabia Saudita per la guerra nello Yemen.
In seguito all’accresciuto transito di armi da Camp Darby, non basta più il collegamento via canale e via strada della base col porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. È stata quindi decisa una massiccia riorganizzazione delle infrastrutture (confermata dal colonnello Berdy), comprendente una nuova ferrovia. Il piano comporta l’abbattimento di 1000 alberi in un’area protetta, ma è già stato approvato dalle autorità italiane. Tutto questo non basta.
Il presidente del Consiglio regionale toscano Giani (Pd), ricevendo il colonnello Berdy, si è impegnato a promuovere «l’integrazione tra la base militare Usa di Camp Darby e la comunità circostante». Posizione sostanzialmente condivisa dal sindaco di Pisa Conti (Lega) e da quello di Livorno Nogarin (M5S). Quest’ultimo, ricevendo il colonnello Berdy e poi l’ambasciatore Usa Eisenberg, ha issato sul Comune la bandiera a stelle e strisce.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Preso da: http://www.voltairenet.org/article202893.html

Così l’amministrazione dell’ONU organizza la guerra

Il documento interno delle Nazioni Unite che pubblichiamo dimostra come l’amministrazione dell’ONU agisca in contrasto con le finalità dell’Organizzazione. La gravità della situazione è tale da rendere necessaria una spiegazione del segretario generale, António Guterres; spiegazione che il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, ha già chiesto nei giorni scorsi. Se questo chiarimento non arriverà, gli Stati membri potrebbero rimettere in discussione l’ONU.

| Damasco (Siria)
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Nella foto, l’ex assistente di Hillary Clinton, Jeffrey Feltman, presta giuramento il 2 luglio 2012 sulla Carta delle Nazioni Unite, davanti al segretario generale, il corrottissimo Ban Ki-moon, e diventa il numero due dell’Organizzazione.
A ottobre 2017 il sottosegretario generale delle Nazioni Unite agli Affari Politici, Jeffrey Feltman, ha redatto in segreto un documento per istruire tutte le Agenzie dell’ONU sul comportamento da adottare rispetto al conflitto siriano.

Gli Stati membri dell’Organizzazione non ne sono mai stati informati, neppure quelli del Consiglio di Sicurezza, almeno fino a quando il ministro degli Esteri russo, Sergueï Lavrov, il 20 agosto scorso ne ha rivelato l’esistenza [1].
Ce ne siamo procurati una copia [2].

Il suo contenuto è un tradimento dello spirito della Carta delle Nazioni Unite [3], perché ne capovolge le priorità: per statuto, l’obiettivo fondamentale dell’ONU è «mantenere la pace e la sicurezza internazionale»; per contro, le istruzioni di Feltman gli antepongono il «rispetto dei diritti dell’uomo». Così la difesa dei diritti umani diviene strumento contro la pace.
L’espressione «diritti dell’uomo» esisteva molto prima della sua formulazione giuridica (ossia prima che tali diritti potessero essere fatti valere davanti a un giudice). Il ministero degli Esteri britannico ne fece ampio uso nel XIX secolo per giustificare alcune guerre del Regno Unito. Per esempio, assicurò che, in nome della difesa dei diritti umani, l’Inghilterra era pronta a combattere l’Impero Ottomano. Si trattava in realtà di uno scontro tra l’Impero britannico e la Sublime Porta. I popoli che Londra pretendeva aver liberato non furono certamente più felici ritrovandosi sottomessi al tiranno inglese piuttosto che ad altro tiranno. Nel XX secolo i «diritti dell’uomo» furono dapprima il marchio di fabbrica delle ONG «senza frontiere», poi lo slogan dei trotzkisti collegati alla CIA: i neoconservatori.
La Carta delle Nazioni Unite utilizza sei volte l’espressione «diritti dell’uomo», senza però farne un ideale in sé. Solo la pace può garantirne il rispetto. La guerra, è bene ricordarlo, è un periodo di sconvolgimenti in cui i diritti individuali sono messi da parte, è un contesto di ferocia dove può accadere che, per salvare un popolo, si sia costretti a scegliere di sacrificarne una parte.
Ed è per questo che si fa distinzione tra polizia ed esercito: la polizia protegge i diritti individuali, l’esercito quelli collettivi. La polizia deve rispettare i «diritti dell’uomo», l’esercito può essere costretto a ignorarli. Sembra che nell’epoca contemporanea gli individui, avvolti nel bozzolo della loro agiatezza, abbiano smarrito il senso di queste distinzioni elementari.
Se l’invocazione della difesa dei diritti umani è inizialmente servita da travestimento delle conquiste territoriali, ora, spinta all’estremo, è diventata l’ideologia per giustificare la distruzione delle strutture statali nazionali. Stanno tentando di convincerci che, affinché i nostri diritti vengano rispettati, dobbiamo essere «cittadini del mondo» e accettare una «società aperta», «senza frontiere», amministrata da un «governo mondiale».
Imporre a ognuno di questi «cittadini del mondo» quel che è bene per noi… e dunque per loro, significa disdegnare la storia e la loro cultura.
Nelle istruzioni alle agenzie ONU Feltman prende a pretesto per l’ennesima volta i «diritti dell’uomo». Proprio Feltman, personaggio che, in quanto membro dell’Autorità provvisoria della Coalizione — denominazione abusiva di una società privata, strutturata sul modello della Compagnia delle Indie —, ha governato l’Iraq [4] mostrando così poco rispetto per i diritti degli iracheni.
Ebbene, Feltman ha già esplicitato il suo reale obiettivo per la Siria in una serie di documenti, noti come Piano Feltman [5], ove si propone di abolire la sovranità del popolo siriano e di instaurare, come in Iraq, un’amministrazione straniera.
Nel documento alle Agenzie ONU Feltman, con sfacciataggine, scrive: «Il Piano di azione umanitaria deve continuare a essere umanitario per garantire all’ONU la possibilità di condurre in porto attività umanitarie essenziali per salvare vite e assicurare il soddisfacimento dei bisogni essenziali delle popolazioni. Attività di sviluppo e ricostruzione che vadano al di là dovranno essere trattate in ambiti diversi che, per natura, richiederanno negoziazioni di più lunga durata con i governi coinvolti. È essenziale, tenuto conto delle complesse questioni giuridiche e politiche in gioco». In altri termini, date da mangiare ai rifugiati, ma non combattete la carestia che li rode: si faccia in modo che la ragione del loro morir di fame rimanga uno strumento di cui disporre nei negoziati con il governo siriano.
Giordani, libanesi, turchi ed europei rimarranno sopresi leggendo: «L’ONU non favorirà il rientro dei rifugiati e dei profughi, sosterrà invece i rimpatriati per garantire loro un rientro e una reintegrazione sicuri, dignitosi, informati, volontari e duraturi, nonché il diritto dei siriani di chiedere asilo». Facendo propria la teoria del professor Kelly Greenhill [6], Feltman non vuole aiutare i siriani in esilio a ritornare nel loro Paese, ma intende utilizzare il loro esodo per indebolire la Siria.
«L’assistenza delle Nazioni Unite non deve aiutare chi ha commesso crimini di guerra o crimini contro l’umanità», precisa Feltman, vietando così a titolo cautelativo ogni aiuto a qualunque potere.
Feltman stabilisce anche che: «Solo dopo una transizione politica vera e inclusiva negoziata dalle parti l’ONU sarà disposto a favorire la ricostruzione». Siamo lontanissimi dall’ideale espresso dalla Carta delle Nazioni Unite.

[1] “Sergey Lavrov news conference with Gebran Bassil”, by Sergey Lavrov, Voltaire Network, 20 August 2018.
[2] “Parameters and Principles of UN assistance in Syria”, by Jeffrey D. Feltman, Voltaire Network, 3 September 2018.
[3] « Charte des Nations unies », Réseau Voltaire, 26 juin 1945.
[4] « Qui gouverne l’Irak ? », par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 13 mai 2004.
[5] “Draft Geneva Communique Implementation Framework”, “Confidence Building Measures”, “Essential Principles”, “Representativness and Inclusivity”, “The Preparatory Phase”, “The Transitional Governing Body”, “The Joint Military Council and Ceasefire Bodies”, “The Invitation to the International Community to Help Combat Terrorist Organizations”, “The Syrian National Council and Legislative Powers during the Trasition”, “Transitional Justice”, “Local Governance”, “Preservation and Reform of State Institutions”, “Explanatory Memorandum”, “Key Principles revealed during Consultations with Syrian Stake-holders”, “Thematic Groups” (documents non publiés). “La Germania e l’ONU contro la Siria”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Al-Watan (Siria) , Rete Voltaire, 28 gennaio 2016.
[6] “Strategic Engineered Migration as a Weapon of War”, Kelly M. Greenhill, Civil War Journal, Volume 10, Issue 1, July 2008.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article202734.html

Libia: un piccolo ricordo del 2011

Che i popoli si sollevino contro le dittature è fisiologico, in Polonia è avvenuto in modo non violento. E questo dimostra che è possibile.
E’ accaduto anche in Tunisia ed in Egitto. In Libia da subito l’insurrezione è stata armata.
Ma questa non è la guerra della LIBIA , è stata la guerra degli USA e delle potenze Europee.

E’ stata la guerra  dei poteri forti che hanno agito per prevalere nella spartizione del potere in Libia.
Molti in buona fede sono andati dietro, specialmente i giovani.  Tra i ribelli non si vede nessuno sopra la trentina d’anni…

Oggi ho letto che a Tripoli l’acqua è stata avvelenata dai lealisti, ora si sono dati il cambio a dire menzogne, da guerra di disinformazione della Nato a guerra di disinformazione dei ribelli:
L’acqua a Tripoli non arriva perchè non c’è elettricità, giacchè l’acqua si deve pompare da pozzi tra i 400 metri e 1 km di profondità,
dal sistema più grande al mondo di pompaggio realizzato in Libia, si chiama GMMR (qui il link di descrizione)
i bombardamenti hanno distrutto le centrali elettriche e quindi i sistemi di pompaggio non funzionano, gli aerei Nato hanno danneggiato anche il sistema idrico GMMR e la fabbrica per ripararlo. Gli obiettivi bombardati sono ben consultabili sul sito della Nato.
Inoltre è   inverosimile) che  i lealisti abbiano avvelenato una città Tripoli in cui il 70% della popolazione è pro-Gheddafi ed è stata armata
( dai 18 in su) con armi date dal governo per resistere ai ribelli (cosa che ha fatto – non sarebbe caduta senza la NATO e “special forces” e gli elicotteri apache). Ma nessuno manifesta questi dubbi, nessuno se non con una ricerca personale e grazie alla rete si possono avere indizi che raccontano una storia diversa. Se Gheddafi non si fidava della popolazione di Tripoli non l’avrebbe certamente armata.
Il totale degli abitanti della  Tripolitania è quasi il doppio del numero di abitanti della Cirenaica.
Ammesso che vi saranno libere elezioni è probabile che saranno vinte dalle tribù della Tripolitania, che poco hanno a che fare con il CNT formato da esponenti della Cirenaica.
Tra l’altro la tribù dei Warfalla è la più numerosa della Libia, quindi conta il numero di “elettori” maggiore, e sta dalla parte di Gheddafi.
In nome della riconciliazione i nuovi governanti , coloro che hanno lasciato tanti morti sul campo, sacrificheranno i loro caduti in nome della libertà, in un paese
messo insieme a tavolino dai colonizzatori europei nel 1911? Quale sarà il collante per superare tutto questo?
La strategia che si sta mettendo in atto è addebitare tutte le atrocità alle forze governative. Ad esempio tutti i morti civili rinvenuti si dice che siano stati uccisi dai lealisti perchè non volevano andare contro i ribelli e quelli in divisa sono stati uccisi dai lealisti stessi perchè non volevano sparare al loro popolo.
Così l’assurda vicenda delle amazzoni violentate etc. Verranno fuori di tutto e di più perchè tra 18 mesi ci sono le elezioni (forse) ed ora è vietato dissentire.
Sicuramente  se la parte più difficile sarà affrontata nella maniera giusta e meno irresponsabile ci potrà essere un inizio di un’era di maggiore libertà,
(sicuramente di più dipendenza per occidente ma è questo il prezzo della libertà che al massimo sappiamo esprimere nel mondo nell’organizzazione delle nostre società), la cosa è auspicabile. Non è la volontà della gente di vivere in pace che è mancata, ma la volontà di dialogare da parte del POTERE.
Non manca della volontà di dialogare da parte della gente. La gente vuole tornare a una vita normale. Il cuore dell’uomo è per l’infinito ed è affascinato dalla bellezza.
Come in Iraq. Come in Afganistan. Bisogna dire chiaramente che le bombe non risolvono i problemi. Esiste solo una strada per la pace.
Ora solo gli ipocriti possono festeggiare. Solo per espugnare Tripoli sono morti il primo giorno 1.000 persone e 3.000 feriti e i regolamenti di conto sono in corso.
La strada della riconciliazione è lunga e  avverrà meno facilmente con il “diritto di uccidere Gheddafi” , avverrà meno facilmente zittendo e facendo fuori chi ha combattuto dalla parte opposta, che fino a prova contraria era il legittimo governo, una dittatura poliziesca, ma c’è chi aveva giurato fedeltà a quel governo da 40 anni al potere. E c’è chi ha visto gli aerei Nato radere al suolo la Libia ed ha pensato che allora Gheddafi avesse ragione.

Preso da: http://www.vietatoparlare.it/libia-lore-delle-menzogne/

Social network come arma non convenzionale: il caso della Libia

Con Stefano Mele (Comitato Atlantico Italiano) parliamo dell’uso dei social network a fini bellici
Un fattore interessante, portato in luce da un articolo del “New York Times”, è il ruolo che i social network hanno avuto nel corso di questa violenta battaglia. Nei giorni degli scontri, le pagine dei principali social network, sono state utilizzate dai membri delle diverse fazioni in lotta per lanciare minacce contro gli avversari al fine di galvanizzare i propri sostenitori, diffondere notizie false che esacerbassero gli animi della popolazione civile, comunicare le coordinate di obiettivi militari, individuare personalità da colpire e, infine, vendere ed acquistare armi da guerra. A ben vedere, non si tratta di vere e proprie novità: già nella lunga guerra in Siria o durante la crisi in Ucraina si erano avuti esempi simili di utilizzo dei social network, sia da parte dei Governi, che da parte delle milizie che combattevano dall’una e dall’altra parte.

Dalla diffusione a fini propagandistici di notizie, spesso fabbricate ad arte, all’incitamento all’odio nei confronti del nemico, per galvanizzare i propri soldati ed abbattere il morale degli avversari, l’utilizzo che si fa dei social network in tempo di guerra non è molto differente da quelle che, nel corso di tutto il XX secolo si è fatto di altri mezzi di comunicazione di massa, dai giornali alla radio, dal cinema alla televisione. Una novità abbastanza rilevante, invece, è stata l’effetto ‘trappola’ che i social network hanno rappresentato per molti oppositori: affascinati dalla possibilità di esprimersi aggirando la censura di Stato, molti giovani oppositori si sono incautamente esposti pubblicamente cadendo poi vittime della repressione da parte di quelli che erano stati i loro obiettivi: fin dai primi giorni della Guerra Civile Siriana, gli studenti che, tramite social network, si erano esposti nel sostenere la rivolta contro il Presidente Bashar al-Assad sono stati i primi a cadere sotto i colpi della repressioni.
In Libia, nonostante l’assenza quasi totale di potere centrale, le milizie che controllano larghe aree del Paese hanno iniziato ad utilizzare i social network esattamente allo stesso modo in cui questi vengono utilizzati dai Governi autoritari. La milizia Special Deterrence Force, ad esempio, si ispira ad una visione radicale dell’Islam e svolge un’attività di controllo sui social network, individuando i soggetti che, dal loro punto di vista, diffondono modelli morali negativi ed intervenendo per punirli (in molti casi facendoli sparire).
In un contesto di guerra, dunque, il social network diviene uno strumento di lotta, andando a coprire gli ambiti della propaganda, della guerra psicologica e dello spionaggio, nelle mani di Governi o di gruppi paramilitari particolari: un’arma non convenzionale, uno strumento bellico in piena regola.
Il caso libico ci offre la possibilità di una riflessione sul ruolo dei social network in tempo di guerra, un ruolo che certamente è destinato a divenire sempre più incisivo nei conflitti del futuro.
Per approfondire la questione, abbiamo parlato con l’Avvocato Stefano Mele, Presidente della Commissione Sicurezza Cibernetica del Comitato Atlantico Italiano.

Quale è il ruolo dei social network nell’attuale crisi libica?
Nella crisi libica, così come in qualsiasi altro caso di crisi diplomatica o di conflitto, i social network hanno ormai un ruolo molto rilevante soprattutto per l’acquisizione di informazioni su potenziali soggetti di interesse per il Governo o per i Governi che più o meno apertamente partecipano alla crisi o al conflitto. Infatti, in una società iper-connessa come quella attuale, in cui siamo sempre più portati a condividere informazioni, queste vengono sempre più massicciamente, e soprattutto inconsciamente, immesse all’interno di Internet e possono quindi rappresentare un asset molto rilevante per chi è in cerca di eventuali obiettivi.
Seppure la penetrazione dei social media in Libia è considerevolmente inferiore rispetto ai paesi limitrofi, come ad esempio l’Egitto, a causa del limitato accesso ad Internet da parte della popolazione, la crisi libica non rappresenta comunque un’eccezione a questa regola.
Contestualmente, un ulteriore ruolo dei social media può essere quello di fare da collettore ‘dal basso’ di segnalazioni e di informazioni utili per la popolazione. Proprio in Libia, ad esempio, i cittadini hanno creato gruppi su Facebook per scambiarsi informazioni su come e dove trovare stazioni di rifornimento, banche e medicine. In altri casi, vengono pubblicati post che informano la comunità su eventi pericolosi in atto e sulle aree in cui è opportuno avere maggiore cautela. Informazioni, queste, che spesso vengono aggiornate anche in tempo reale.
Quanto influisce il traffico illegale di armi ed esseri umani tramite social network sulla capacità dei gruppi armati libici di finanziarsi?
Il vero traffico di armi o peggio ancora di esseri umani difficilmente viaggia così apertamente attraverso i social network principali. Le pagine che proprio durante il conflitto libico sono state finora individuate, ammesso che fossero reali e non una semplice ‘esca’, sono state prontamente chiuse e oscurate da parte del gestore del social network. Maggiore attenzione, invece, deve essere posta sulle darknet. Semplificando, si tratta di reti virtuali private raggiungibili solo attraverso specifici software e reti, che permettono agli utenti di trasferire dati attraverso Internet in modo anonimo. Al loro interno si può trovare di tutto, dal lecito all’illecito, ivi comprese quindi droghe, armi, documenti falsi e ogni genere di attività criminale.
Quanto influisce la quasi totale assenza dello Stato sul potere che i gruppi armati possono ottenere tramite i social network?
In questo momento, i social network vengono utilizzati più come strumento di propaganda e di manipolazione delle informazioni che come strumento di potere, soprattutto in uno Stato come la Libia, che sicuramente non brilla per capacità tecnologiche e di penetrazione di Internet. Se guardiamo al contesto generale, invece, tutti gli Stati, soprattutto quelli meno democratici, hanno sviluppato delle capacità tecnologiche di sorveglianza del loro spazio Internet e quindi dei loro cittadini.
Quali sono le similitudini e quali le differenze tra l’utilizzo dei social network nel contesto libico e quello nei contesti, ad esempio, siriano ed ucraino?
Fondamentalmente non ci sono grandi differenze sul metodo, ma solo sulla capacità di utilizzarli e sull’efficacia. Se analizziamo i social network come uno strumento utile per un Governo all’interno di un conflitto, possiamo sicuramente collocarli nelle attività di information warfare, cioè di guerra dell’informazione. All’interno di questa macro-area, infatti, possiamo guardare ai social network come ad uno dei principali strumenti per svolgere oggigiorno attività di influenza, ingerenza, disinformazione e intossicazione informativa. Attività, queste, da sempre svolte all’interno conflitti: le tecnologie e la rete Internet le hanno solo amplificate e in alcuni casi facilitate.
Per quanto riguarda i dissidenti, così come i guerriglieri, i gruppi terroristici e così via, l’utilizzo dei social network riguarda soprattutto le attività di propria propaganda e di contro-propaganda nei confronti del ‘nemico’, di reclutamento, di scambio informativo, così come di pianificazione, preparazione e coordinamento operativo. In ogni caso, occorre precisare che l’utilizzo dipende molto dalle specificità del social network o dalle tecnologie utilizzate: alcuni, come ad esempio Facebook e Twitter, si prestano molto di più ad ospitare attività di propaganda e contro-propaganda; altri strumenti tecnologici, percepiti dagli utilizzatori come più sicuri e che si prestano maggiormente alle comunicazioni più riservate, vengono utilizzati per scambiare informazioni, documenti e per il coordinamento operativo.
Parlando più in generale, è possibile ritenere che oggi i social network adempiano ad una funzione di propaganda che un tempo era affidata a giornali, radio, cinema e televisione?
Non c’è dubbio. Ogni Governo, in qualsiasi parte del mondo, sia in tempo di pace che di guerra, li utilizza quantomeno per finalità di propaganda. Non sono ovviamente l’unico strumento, ovvero giornali, radio, cinema e televisione mantengono sempre la loro efficacia, ma indubbiamente i social network rappresentano sempre di più lo strumento più efficace e discreto. Quindi quello più utilizzato.
Quanto possono influire i social network sulla capacità di gruppi armati di esacerbare gli spiriti di alcuni gruppi sociali contro un nemico e, conseguentemente, di reclutare forze per le proprie battaglie?
I social network hanno un’influenza elevata: non sono decisivi, perché poi i conflitti si combattono sul territorio, però è chiaro che un’operazione di influenza e di propaganda può portare o ad esacerbare gli animi e quindi a spingere la popolazione ad agire, oppure a disinnescare eventuali tensioni sfruttando le bolle informative all’interno delle quali tutti noi viviamo.
Sul piano internazionale, quale è il ruolo dei social network? Trovare consenso? Confondere le idee agli osservatori?
Attraverso i social network si tenta di controllare l’informazione sul territorio attivamente, facendo ad esempio propaganda, oppure passivamente, cercando di comprendere ed intercettare il sentimento della popolazione. Oltre a ciò, ovviamente, si può tentare anche di sensibilizzare e sollecitare gli altri Governi a supportare le proprie attività o a contrastare le azioni di altri che si ritengono lesive.
Preso da: http://www.lindro.it/socal-network-come-arma-non-convenzionale-il-caso-della-libia/