Giornata dell’acqua, “nei paesi in guerra uccide come proiettili”

Nuovo rapporto dell’Unicef in occasione della giornata mondiale. Nei paesi colpiti da conflitti protratti nel tempo, i bambini sotto i 15 anni hanno probabilità 3 volte maggiori di morire a causa della mancanza di acqua sicura e servizi igienico-sanitari che per violenza

22 marzo 2019

Foto: Unicef/Water Under Fire
Unicef/Water Under Fire

Roma – Secondo un nuovo rapporto dell’Unicef, lanciato oggi, in occasione della Giornata Mondiale dell’acqua, i bambini sotto i 15 anni nei paesi colpiti da conflitti protratti nel tempo, in media, hanno probabilita’ 3 maggiori di morire a causa di malattie diarroiche dovute alla mancanza di acqua sicura e servizi igienico-sanitari che per violenza diretta. Il rapporto “Acqua sotto attacco” (Water Under Fire) mostra i tassi di mortalita’ in 16 paesi durante conflitti prolungati e mostra che, nella maggior parte, i bambini sotto i 5 anni hanno probabilita’ 20 volte maggiori di morire per malattie legate alla diarrea dovuta alla mancanza di accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari sicuri che per violenza diretta.

“Le probabilita’ gia’ sono contro i bambini che vivono conflitti prolungati – molti di loro non possono raggiungere fonti di acqua sicura,” ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale Unicef. “La realta’ e’ che ci sono piu’ bambini che muoiono per la mancanza di accesso ad acqua sicura che per proiettili”. Senza acqua, i bambini semplicemente non -possono sopravvivere. Secondo gli ultimi dati, nel mondo 2,1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua sicura e 4,5 miliardi di persone non usano servizi igienico-sanitari sicuri.

Senza acqua sicura e servizi igienico sanitari efficaci, i bambini sono a rischio di malnutrizione e malattie prevenibili che comprendono anche diarrea, tifo, colera e polio. Le ragazze sono particolarmente colpite: sono vulnerabili a violenza sessuale mentre raccolgono acqua o si apprestano ad utilizzare le latrine. Devono fare i conti con la loro dignita’ mentre si lavano e curano l’igiene mestruale. Non vanno a scuola durante il periodo mestruale se le scuole non hanno acqua e strutture igieniche adatte. Queste minacce sono acuite durante i conflitti quando attacchi indiscriminati distruggono infrastrutture, feriscono personale e tagliano l’energia che consente di ricevere acqua e utilizzare i sistemi igienico sanitari. I conflitti armati limitano anche l’accesso alle attrezzature di riparazione essenziali e ai materiali di consumo come carburante o cloro – che possono essere esauriti, razionati, dirottati o bloccati alla distribuzione. Fin troppo spesso i servizi essenziali vengono deliberatamente negati.
“Attacchi deliberati su strutture idriche e igienico sanitarie sono attacchi contro bambini vulnerabili,” ha dichiarato Fore. “L’acqua e’ un diritto di base. È una necessita’ per la vita”. L’Unicef lavora nei paesi in conflitto per fornire acqua sicura da bere e servizi igienico-sanitari adeguati migliorando e riparando i sistemi idrici, trasportando acqua, costruendo latrine e promuovendo informazioni sulle pratiche igieniche. L’Unicef chiede ai governi e ai partner di: fermare gli attacchi contro infrastrutture idriche e igienico-sanitarie e personale; collegare la risposta salva vita umanitaria a uno sviluppo del sistema idrico e sanitario sostenibile per tutti; rinforzare la capacita’ dei governi e delle agenzie di fornire consistentemente servizi idrici e igienico sanitari di alta qualita’ durante le emergenze.
Il rapporto ha calcolato i tassi di mortalita’ in 16 paesi con conflitti prolungati: Afghanistan, Burkina Faso, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Iraq, Libia, Mali, Myanmar, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria e Yemen. In tutti questi paesi, ad eccezione di Libia, Iraq e Siria, i bambini di 15 anni e piu’ giovani hanno piu’ probabilita’ di morire per malattie legate all’acqua rispetto che a causa di violenze collettive. Eccetto in Siria e Libia, i bambini sotto i 5 anni hanno possibilita’ 20 volte maggiori di morire per malattie diarroiche legate ad acqua e servizi igienico sanitari non sicuri rispetto che a violenze collettive. (DIRE)

Preso da: http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/627715/Giornata-dell-acqua-nei-paesi-in-guerra-uccide-come-proiettili

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Perchè il Franco CFA è una moneta coloniale

Cottarelli, Repubblica, Sole24ore, salotti televisivi, politici di destra e sinistra ed “esperti” vari dicono in coro: “gli africani lo hanno scelto liberamente, garantisce stabilità”. Si dimenticano però di dire che qualsiasi leader africano avesse provato a sostituirlo è stato ammazzato dai governi francesi. Il CFA uccide le economie dei 15 paesi africani che lo adottano. Come?

sankara
Sul franco CFA Carlo Cottarelli ci dice che “alcuni paesi africani hanno liberamente scelto di usarlo come propria moneta” ed insieme a lui Repubblica, Sole24ore, salotti televisivi, politici di destra e sinistra ed “esperti” vari dicono in coro: “gli africani lo hanno scelto liberamente, garantisce stabilità”.
Si dimenticano però di dire che qualsiasi leader africano avesse provato a sostituirlo è stato ammazzato dai governi francesi, e mi riferisco a Lumumba, Sankara, Gbabo, Gheddafi. Il CFA uccide le economie dei 15 paesi africani che lo adottano. Come? Questi sono costretti a depositare il 65% delle loro riserve di valuta estera (il guadagno dalle loro esportazioni) presso banche francesi. Incredibile. A ciò si aggiunga che gli “oligarchi” francesi che operano in paesi africani (es. Bolloré), portano i guadagni dei loro monopoli in Francia convertendo il CFA in Euro. Quello stesso CFA che dovrà essere riacquistato dalle banche centrali dei paesi africani. Il tutto per avere una valuta a cambio fisso troppo forte per le proprie economie e sul quale non si ha alcun potere di decisione sulle politiche monetarie (il CDA delle banche che utilizzano il CFA è composto per metà da francesi e per metà da africani e le decisioni vanno prese all’unanimità). Caro Cottarelli questa è stabilità? No questo è colonialismo

Preso da: https://www.ilmediterraneo.org/24/01/2019/perche-il-franco-cfa-e-una-moneta-coloniale/

Thomas Sankara: l’eroe che pagò con la vita lo smascheramento del debito

ilariabifarini
 

Sono passati 30 anni da quando il presidente del Burkina Faso, ribattezzato il “Che Guevara africano”, venne ucciso, secondo la ricostruzione ufficiale dal suo ex collaboratore nonché successore Blaise Campaorè, verosimilmente appoggiato dai francesi e da altre forze internazionali. Thomas Sankara era divenuto un personaggio scomodo, troppo scomodo, per il piano egemonico mondiale messo in atto dai poteri finanziari internazionali attraverso lo strumento del debito. Il suo discorso  tenuto  presso l’OUA (Organizzazione per l’Unità Africana), di una forza e di una chiarezza straordinarie, è un appello a tutti i rappresentanti internazionali a considerare le cause e la reale natura del debito, che non è altro che una nuova e ancora più pervasiva forma di schiavitù, quella  finanziaria.

Con una lucidità e una lungimiranza degne di un vero rivoluzionario, Sankara anticipa quanto solo ora alcuni economisti hanno trovato il coraggio di proporre: annullare il debito per permettere alla popolazione di continuare a vivere – “loro, i finanziatori non moriranno se non ripagheremo il debito, mentre il nostro popolo sì”- e incentivare la produzione e l’economia nazionale anziché le importazioni, portando lui stesso l’esempio del proprio abito tipico prodotto dalla gente burkinese.
La platea è sconcertata ma applaude, la forza trascinatrice è quella di un rivoluzionario, la lungimiranza di un visionario. Solo due mesi e mezzo a soli 37 anni Sankara verrà assassinato.

“È possibile che a causa degli interessi che minaccio, a causa di quelli che certi ambienti chiamano il mio cattivo esempio, con l’aiuto di altri dirigenti pronti a vendersi la rivoluzione, potrei essere ammazzato da un momento all’altro. Ma i semi che abbiamo seminato in Burkina e nel mondo sono qui. Nessuno potrà mai estirparli. Germoglieranno e daranno frutti. Se mi ammazzano arriveranno migliaia di nuovi Sankara!” aveva affermato.

Purtroppo la sua profezia si è avverata solo a metà e i nuovi Sankara verranno uccisi sul nascere.

Originale, con video: https://ilariabifarini.com/15-ottobre-1987-lassassinio-di-thomas-sankara/

I Tabligh, islamici: il terrorismo Isis viene da massoni Usa

Hamid25/2/19.
Date retta: il terrorismo islamico è roba americana, fabbricata da massoni. Chi lo dice? Un musulmano integralista, Jaouad, intervistato da Giuseppe De Lorenzo sul “Giornale”, nell’ambito di un report esclusivo sui Tabligh Eddawa, frati missionari itineranti. E’ la prima volta, a quanto pare, che sulla stampa italiana compare una denuncia simile. Le comunità islamiche hanno regolarmente condannato il terrorismo condotto in nome di Allah, sia che si trattasse di Al-Qaeda che poi dell’Isis. Ma non si erano mai spinte – sui giornali, almeno – a denunciare direttamente settori della massoneria atlantica. I grandi media, certo, evitano di ricordare che lo stesso Osama Bin Laden fu reclutato da Zbigniew Brzezinski, stratega della Casa Bianca, per guidare i muhajeddin in Afghanistan contro l’Urss. C’è voluto Gioele Magaldi per spiegare – nel saggio “Massoni” – che Brzezinski, pezzo da novanta della massoneria mondiale nonché della Commissione Trilaterale, non si limitò a ingaggiare Bin Laden come pedina strategica: il leader della futura Al-Qaeda venne “iniziato” alla superloggia “Three Eyes” (che poi abbadonò, dice sempre Magaldi, per passare coi Bush nella “Hathor Pentalpha”, una Ur-Lodge sospettata di aver ispirato il maxi-attentato dell’11 Settembre).

Le prove? Magaldi dichiara di disporre di 6.000 pagine di documenti da poter esibire. Ma nessuno, dal 2014, si è mai fatto avanti per contestare le sue rivelazioni, secondo cui alla “Three Eyes” apparterrebbero personaggi di primissimo piano, daHenry Kissinger a Giorgio Napolitano. Quanto all’Isis, è illuminante il saggio “Dalla massoneria al terrorismo” firmato da Gianfranco Carpeoro nel 2016: un libro che analizza il retroterra simbolico – non islamico, ma interamente massonico e “templarista” – dei sanguinosi attentati condotti in Europa negli ultimi anni. Stragi affidate a manovalanza islamista e finite tutte nello stesso modo, con l’uccisione dei killer da parte della polizia, prima che un interrogatorio potesse consentire agli inquirenti di risalire agli eventuali mandanti. Ora, a confermare che sarebbe stato il braccio oscuro dell’Occidente a passare “dalla massoneria al terrorismo” sono i Tabligh Eddawa, asceti islamici che battono anche le nostre strade, di moschea in moschea. «Gli studiosi – scrive De Lorenzo, sul “Giornale” – li chiamano i “testimoni di Geova dell’Islam”. E forse i Tabligh Eddawa lo sono. O se volete sono i “frati di Maometto” che islamizzano l’Italia».
Tabligh Eddawa in preghieraMissionari, itineranti e radicali. «Predicano il vero Islam, vivono imitando lo stile di vita del Profeta e su questa strada cercano di riportare tutti i musulmani dalla fede affievolita». Il movimento nacque cent’anni fa in Pakistan dall’idea di Muhammad Ilyas Kandhalawi. «Da allora si sono diffusi in tutto il mondo, Italia compresa».  Ogni membro, spiega De Lorenzo, deve seguire sei principi fondamentali: la preghiera, il ricordo continuo di Dio, lo studio, la generosità, la predicazione e la missione. «Ognuno deve sforzarsi in un percorso di auto-riforma verso il “vero”, unico Islam». “Eddawa” significa “parlare di Dio”, “Tabligh” invece “andare a portare il messaggio”: per questo, il loro obiettivo ultimo è la predicazione. Nel mondo, ricorda il “Giornale”, ci sono tra i 70 e gli 80 milioni di musulmani itineranti. Ma di loro si sa poco: non ci sono elenchi ufficiali dei membri e non esistono bilanci scritti. Non esiste una sede centrale italiana, ma solo cellule – in ogni moschea – che scelgono i responsabili «in base alla saggezza e al percorso di crescita personale». Durante le missioni i partecipanti si auto-tassano per sostenere le attività e gli spostamenti. «Il più delle volte dormono a terra, nelle moschee delle città dove si recano a predicare».
Di loro, l’antiterrorismo italiano sa molto: anche se rifiutano categoricamente la violenza, sono strettamente monitorati dall’apparato di sicurezza che finora ha impedito che in Italia si verificassero gravi fatti di sangue, come invece è accaduto nel resto d’Europa. Nel suo pregevolissimo reportage, Giuseppe De Lorenzo restituisce perfettamente il clima dei colloqui intrapresi durante i tre giorni trascorsi insieme ai Tabligh Eddawa. «Uccidere è il più grande dei peccati», spiega Maufakir: un fedele può impugnare le armi solo per «combattere chi ci impedisce di professare la nostra fede». E poiché in Italia non è vietato praticare il Ramadan, non è lecito sposare la causa terrorista. L’atteggiamento del gruppo islamico radicale è duplice, osserva De Lorenzo: da una parte condannano senza mezzi termini gli attentati, dall’altra non nascondono una vena di complottismo sull’origine del jihadismo. «Un comportamento – annota il reporter – che tende a spostare le responsabilità dal mondo islamico a quello occidentale. Negano, infatti, che le bombe siano diretta espressione di una ideologia che trova nel Corano il suo testo di riferimento». Lo confermano le parole di alcuni di loro, come Jaouad: «Gli attacchi non sono opera dei musulmani. È tutto costruito: c’è qualcuno dietro».
Un giovane TablighDi fronte ai microfoni, scrive De Lorenzo, nessuno si sbilancia sugli autori di questo presunto complotto. E l’attenzione si sposta sui media, accusati dai Tabligh di falsificare i video degli attentati. Un altro esponente della comunità, Hamid, ripete che le eventuali colpe dei singoli non possono ricadere sulle spalle di tutta la religione. L’Isis? Secondo i Tabligh Eddawa non è opera di Allah, ma del demonio. Abu-Bakr Al-Bahdadi? Per Magadi è un supermassone, esponente – come già Bin Laden – della “Hathor Pentalpha”. «Un criminale da sconfiggere», lo giudicano i “frati di Maometto”. Osserva De Lorenzo: «Daesh non è visto come metastasi di un tumore nato all’interno dell’Islam, ma come qualcosa di eterodiretto». Letteralmente: una pedina politica delle potenze straniere. «Per me – sentenzia Jaouad – l’Isis è una organizzazione criminale organizzata da qualche furbetto che cerca di sporcare la faccia dei musulmani». Furbetto manovrato da chi? «Dovreste indagare», risponde con sicurezza Jaouad: «Daesh è una cellula americana». Tombola: così si spiegano meglio anche le foto che, qualche anno fa in Siria, ritraevano Al-Baghdadi con l’inviato di Obama, John McCain.
E’ comunque la prima volta – grazie al quotidiano milanese diretto da Alessandro Sallusti – che i media italiani registrano la denuncia del complotto, per bocca di esponenti musulmani radicali: si scrive Isis, ma si legge massoneria Usa. O meglio: spezzoni occulti della massoneria di potere di stampo reazionario, quella che alimenta il Deep State e la strategia della tensione internazionale, con il terrorismo “false flag”, sotto falsa bandiera, regolarmente proposto al pubblico occidentale sotto mentite spoglie, a colpi di “fake news”. Al “Giornale” ha collaborato a lungo Marcello Foa, la cui elezione alla presidenza della Rai – sostiene Gianfranco Carperoro – è stata a lungo ostacolata dal supermassone francese Jacques Attali, “padrino” di Macron. Ad Attali, addirittura Napolitano avrebbe consigliato di premere su Berlusconi, attraverso Tajani, per far mancare a Foa i numeri necessari. Nel saggio “Gli stregoni della notizia”, lo stesso Foa spiega come la verità venga sistematicamente deformata. Non è un caso, probabilmente, che sia proprio il “Giornale” a firmare lo scoop che accusa di terrorismo la massoneria atlantica, attraverso la voce dei “missionari del Profeta”.

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/02/i-tabligh-islamici-il-terrorismo-isis-viene-da-massoni-usa/

Chi smaschera il debito ci rimette la vita: Sankara insegna

28/2/19.
Sono passati trent’anni anni da quando il presidente rivoluzionario del Burkina Faso, ribattezzato “il Che Guevara africano”, venne ucciso – secondo la ricostruzione ormai ufficiale – dal suo ex braccio destro nonché successore Blaise Campaorè, verosimilmente appoggiato dai francesi e da altre forze internazionali. Come ricorda Ilaria Bifarini nel suo blog, Sankara era divenuto un personaggio «troppo scomodo, per il piano egemonico mondiale messo in atto dai poteri finanziari internazionali attraverso lo strumento del debito». Studiosa di economia (“bocconiana redenta”), nonché autrice di saggi di successo – dalla crisi neoliberista dell’euro a quella dei migranti – Ilaria Bifarini rievoca il celebre “discorso sul debito” tenuto da Sankara nel 1987 ad Addis Abeba all’assemblea dell’Oua, l’Organizzazione per l’Unità Africana. Un’orazione memorabile, «di una forza e di una chiarezza straordinarie», che rappresenta «un appello a tutti i rappresentanti internazionali a considerare le cause e la reale natura del debito, che non è altro che una nuova e ancora più pervasiva forma di schiavitù, quella finanziaria». Lasciateci in pace, disse Sankara: non abbiamo bisogno degli aiuti della Banca Mondiale e del Fmi, di cui gli africani poi diventano prigionieri.
Thomas Sankara«Con una lucidità e una lungimiranza degne di un vero rivoluzionario – scrive Ilaria Bifarini – Sankara anticipa quanto solo ora alcuni economisti hanno trovato il coraggio di proporre». Ovvero: «Annullare il debito, per permettere alla popolazione di continuare a vivere». Disse Sankara: «Loro, i finanziatori, certo non moriranno se noi non ripagheremo il debito, mentre il nostro popolo sì». La soluzione? Incentivare l’economia nazionale fondata sulla produzione diretta di beni, limitando le importazioni. Lo stesso Sankara, ricorda Bifarini, si vantò dell’abito che indossava – una camicia di cotonella, prodotta dagli artigiani burkinabé. Riguardando il video di quello storico discorso, la Bifarini annota: «La platea è sconcertata ma applaude, la forza trascinatrice è quella di un rivoluzionario, la lungimiranza di un visionario». Solo due mesi e mezzo dopo, a soli 37 anni, Sankara verrà assassinato. Era perfettamente cosciente del rischio che correva: «È possibile – disse – che, a causa degli interessi che minaccio, a causa di quelli che certi ambienti chiamano “il mio cattivo esempio”, con l’aiuto di altri dirigenti pronti a vendersi la rivoluzione, potrei essere ammazzato da un momento all’altro. Ma i semi che abbiamo seminato in Burkina e nel mondo sono qui», aggiunse.
Ilaria BifariniQuei semi, sappiatelo, «nessuno potrà mai estirparli: germoglieranno e daranno frutti». Concluse: «Se mi ammazzano, arriveranno migliaia di nuovi Sankara». Purtroppo, osserva Ilaria Bifarini, la sua profezia «si è avverata solo a metà», e i nuovi Sankara «verranno uccisi sul nascere». Proprio a Sankara, il Movimento Roosevelt dedica un importante convegno, in programma il 3 maggio a Milano. Tema: il modello Sankara come antidoto alla crisi dei migranti. In altre parole: restituire piena sovranità all’Africa, in modo da fermare l’esodo dei profughi economici. Nel convegno, la figura di Sankara sarà equiparata a quelle di Carlo Rosselli, martire antifascista e fautore del socialismo liberale, e del premier svedese Olof Palme, assassinato a Stoccolma nel 1986 da un killer tuttora sconosciuto. Olof Palme aveva impegnato lo Stato nel supportare le aziende svedesi in difficoltà, imponendo l’azionariato diffuso tra gli stessi operai, e si era battuto per la libertà dell’Africa protestando – prima di chiunque altro – per la scandalosa detenzione di Nelson Mandela. Come Sankara, Palme sapeva bene a quali risultati avrebbe condotto il neoliberismo coloniale nel continente nero, che costò la vita al giovane presidente del Burkina Faso.
Temi di strettissima attualità, come sappiamo, che la stessa Ilaria Bifarini ha sviscerato nel saggio “I coloni dell’austerity”: è proprio l’imperialismo neoliberista a depredare l’Africa, spingendo verso l’Europa i “privilegiati” che possono pagarsi il viaggio della speranza sui barconi. Sono migranti attratti dal miraggio di un’Europa che in realtà non ha più intenzione di accoglierli, alle prese a sua volta con le contorsioni di una crisi più finanziaria che economica, innescata dall’ideologia neoliberista e privatizzatrice che ha inquinato la politica. In che modo? Mettendo fine al socialismo liberale ispirato da Rosselli, di cui proprio il carismatico Olof Palme era il leader più autorevole. Da allora, l’Europa ha cominciato a parlare una sola lingua: quella del Trattato di Maastricht, che ha impoverito gli europei e allineato il vecchio continente allo schema di dominio che – dopo la breve e illusoria parentesi della decolonizzazione – ha finito per schiavizzare l’Africa di Sankara.

Preso da: http://www.libreidee.org/2019/02/chi-smaschera-il-debito-ci-rimette-la-vita-sankara-insegna/

Hannibal Gheddafi: arrestato perchè figlio di Muammar Gheddafi

4/2/19
Hannibal Gheddafi (foto d'archivio)

Lo scandalo per il vilipendio della bandiera libica a Beirut e il successivo rifiuto alla Libia di partecipare al forum economico della Lega Araba in Libano, come molti anni fa ha provocato una crisi nelle relazioni tra i due Paesi.

L’influente partito sciita libanese Amal non vuole vedere un solo rappresentante libico mettere piede a Beirut finché le autorità nazionali non otterranno informazioni affidabili sul destino del suo leader, l’imam Musa al-Sadr e dei suoi due accompagnatori scomparsi diversi decenni fa a Tripoli in circostanze ancora oscure. Le tensioni tra Libia e Libano hanno convogliato l’attenzione sulla situazione capitata ad Hannibal Gheddafi, uno dei figli dell’ex leader libico Muammar Gheddafi. Dal 2015 è rinchiuso in una prigione libanese. È accusato di nascondere informazioni sulla scomparsa di Musa al-Sadr. Per la prima volta dalla sua detenzione Hannibal Gheddafi ha accettato di rispondere a diverse domande dei media. In un’intervista con il corrispondente di RIA Novosti Rafael Daminov ha raccontato come è finito nel carcere libanese e se conosce davvero i dettagli della scomparsa del predicatore sciita.

Si trova agli arresti in Libano con l’accusa di aver nascosto informazioni sul caso di Musa al-Sadr. C’è qualche indagine ufficiale su questo caso, il processo è iniziato? Ha davvero qualche informazione sulla scomparsa dell’imam Musa al-Sadr e dei suoi due accompagnatori?
— Nel 2008 mio padre Muammar Gheddafi è stato accusato di aver rapito Musa al-Sadr ed i suoi accompagnatori. Tuttavia, in questo caso iniziato nel 1981 non sono mai stato coinvolto, né come sospetto, né come testimone, né come imputato. In altre parole il motivo del mio arresto non ha nulla a che fare con questa vicenda, sono stato arrestato solo perché ero il figlio di Muammar Gheddafi.

Dopo aver detto al giudice impegnato nelle indagini sulla scomparsa di Musa al-Sadr che non ho alcuna informazione sulla scomparsa dell’imam, sono stato accusato di aver nascosto informazioni sul caso. Il fatto è che quando questi eventi si sono verificati nel 1978 avevo solo due anni.

Ha in programma di prender parte alla vita politica dopo che tornerà libero?
— È troppo presto per parlarne ora, non posso discutere questo argomento o prendere una decisione.
Voglio sottolineare che negli anni del mio lavoro in Libia, non ho mai ricoperto incarichi nelle forze di sicurezza. Ero solo un consulente nel campo del trasporto marittimo.
Contiamo sul ruolo importante della Russia, in quanto grande Stato in questi casi. La ringrazio per gli sforzi che sta facendo per la mia liberazione.

Preso da: https://it.sputniknews.com/mondo/201902047212910-Libano-Libia-Musa-al-Sadr-Hannibal-Gheddafi-Muammar-Gheddafi-Lega-Araba/?fbclid=IwAR17WESLVZseG-F4btiLSEAkT7DGwwv9ddO3eSaPILsyc4xig1XoaFbYx10

Saddam, Gheddafi, Maduro

Saddam, Gheddafi, Maduro.

sventurato quel paese che trabocca di petrolio…

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e anche quello che trabocca di basi militari americane.
Italia: 59 basi Usa in Italia, 13mila militari americani di stanza qui e 120 testate nucleari.
praticamente siamo sotto occupazione dal 1943 in poi.
ma se state ad ascoltare questo governo che si dice sovranista e che e` tornato a mettersi a disposizione degli americani, chi ostacola la nostra indipendenza e` l’Europa.

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del resto, mal comune, mezzo gaudio: anche la Germania e` nella stessa condizione.
solo la Francia no: ah, gia`, le Giubbe Gialle.
a proposito, sentite Macron:  “Rendo omaggio alle centinaia di migliaia di venezuelani che marciano per la loro libertà. Dopo l’elezione illegittima di Nicolas Maduro nel maggio 2018, l’Europa sostiene il ritorno della democrazia”.
Macron che rende omaggio alle Giubbe Gialle venezuelane…, non e` spassoso?
sembra l’Ucraina, ripetuta in Venezuela: le elezioni degli altri sono sempre illegittime.

vererb

il sistema elettorale francese invece e` perfetto, e si vede.

Il terrorista Amri sbarcò come finto ‘minore’, quanti sulla SeaWatch?

Il terrorista tunisino sbarcò in Italia a febbraio del 2011, assieme alle altre migliaia di tunisini che in quei mesi lasciarono il paese in seguito alla famigerata primavera araba. Quando venne identificato, Anis Amri dichiarò, come molti adulti, di essere minorenne e dunque fu trasferito in un centro di accoglienza per minori in Sicilia.
L’avvocata che oggi difende l’ong Open Arms divenne così tutore del minore che farà strage al mercatino di Berlino Berlino.
La Ong spagnola Proactiva Open Arms, a marzo nominò come difensore proprio l’avvocato catanese Rosa Emanuela Lo Faro, in seguito all’apertura delle indagini presso la Procura di Catania di Carmelo Zuccaro.

Dopo qualche mese di permanenza nel centro il tunisino partecipò ad una violenta rivolta e commise diversi reati. Diventato nel frattempo maggiorenne, venne dunque arrestato, processato e condannato a 4 anni.
Dal carcere, Amri uscì nella primavera del 2015. Ma questa è un’altra storia, la cosa che ci interessa qui è che la stessa persona che difese Amri oggi difende una ong che traghetta altri clandestini come Amri.
Alcuni non imparano. Chi scrive avrebbe rimorsi a sapere di avere aiutato un terrorista islamico che ha ucciso innocenti. E di certo eviterebbe di difendere chi altri potenziali terroristi sta traghettando.
Invece no. Loro continuano.
E’ evidente una cosa: se lo avessero abbattuto sul barcone che lo conduceva a casa nostra, o quantomeno respingerlo invece di raccattarlo, ci sarebbero 12 vittime in meno.
E, chissà, quante vittime ci saranno grazie ai 47 sbarcati ieri.

Preso da: https://voxnews.info/2019/02/01/il-terrorista-amri-sbarco-come-finto-minore-quanti-sulla-seawatch/

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa

Libia: il drammatico ritorno degli sfollati a casa
Un uomo libico fa gesti all’interno di un edificio bruciato nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Foto: Pulse

DI |

“Abbiamo trovato la città saccheggiata, case in rovina, i nostri ulivi bruciati”. Seduto in quello che era il salotto della sua casa, Moftah racconta la sua delusione tornando a casa nella Libia occidentale dopo anni di esilio.
AL-GOUALICHE (LIBIA) – Al-Goualiche arroccata sulle alture dei monti Nafusa, 120 km a ovest di Tripoli, ha pagato il prezzo del suo sostegno per il Leader Muammar Gheddafi, catturato e ucciso dai ribelli nel mese di ottobre 2011. La rivolta fece piombare il paese nel caos.

Questa città di meno di 10.000 abitanti presenta un paesaggio di desolazione: case carbonizzate spazzate dal vento e dalla polvere, nessun accesso ai servizi di base, scuole distrutte o inutilizzabili. “Il 6 Luglio 2011”, ricorda Mohammad Moftah: il giorno preciso in cui ha dovuto rinunciare a tutto per fuggire con la sua famiglia, come gli altri residenti di Al-Goualiche, diventata città fantasma da allora. Questa città fu quindi l’obiettivo del “continuo bombardamento della NATO” – ribelli alleati – che bersagliava le forze fedeli di Gheddafi. “Restare significava morire”, dice il quarantenne.
Il timore di rappresaglie da parte delle città vicine, che avevano preso la causa dei ribelli, ha poi impedito ai residenti di tornare. Le Nazioni Unite, che hanno cercato per anni di raggiungere un accordo tra i diversi attori politici in Libia, incoraggiando e sostenendo il lavoro per la riconciliazione tra i popoli, dove i desideri di risentimento e vendetta sono ancora ardentemente vivi. In questo contesto, nel 2015 è stato firmato un accordo di riconciliazione tra le città di Jebel Nefoussa, consentendo questo ritorno, con promesse di assistenza finanziaria. Anche se Moftah Mohamad è sopraffatto nel vedere ciò che rimane della sua casa, senza porte o finestre, dice che preferisce ancora tornare a casa.
“È meglio che continuare a girare da una città all’altra”, dice. Ma ammette di essere molto deluso dal fatto che non si sia stato fatto nulla per aiutare il suo ritorno. “Cinque o sei commissioni governative si sono succedute senza cambiare nulla nel nostro destino”, dichiara rammaricandosi. Non molto lontano, Mohamad Boukraa ispeziona la sua casa carbonizzata, appoggiandosi ai suoi due nipoti. Questo settantenne ha deciso di tornare ad al-Goualiche pochi mesi fa dopo più di sette anni di esilio. “Quando ho visto la mia casa e quelli dei miei due figli bruciati, sono crollato”, dice.
 
Un ragazzo libico cammina in un edificio bruciato e distrutto nella città di Al-Goualiche, a 120 chilometri (75 miglia) a ovest della capitale Tripoli – Pulse
Il sindaco della città non nasconde nemmeno la sua impazienza. “Gli abitanti sono in attesa di un risarcimento per poter riparare le loro case e renderle sicure”, ha detto Said Amer. “Alcune famiglie sono costrette a vivere in case carbonizzate, senza rendersi conto del rischio che ciò rappresenti per la loro salute e quella dei loro figli”, si preoccupa. – Promesse non mantenute –
Oltre alle infrastrutture pubbliche, la città di al-Goualiche ha identificato, secondo lui, 1.600 casi di risarcimento alle famiglie ancora vacanti. Per il governo, le difficoltà finanziarie sono i principali ostacoli alla ricostruzione di città come al-Goualiche. Il ritorno degli sfollati “richiede un piano di sviluppo e di fondi significativi per la ricostruzione che non abbiamo”, ha dichiarato Youssef. Secondo lui, la colpa è principalmente della comunità internazionale. “Più volte, la comunità internazionale ha fatto promesse per aiutare a ricostruire le città colpite, ma nulla è stato raggiunto”, ha detto.
La Libia ha attualmente circa 187.000 sfollati interni, secondo le statistiche dell’International Organization for Migration (IOM) redatte lo scorso dicembre 2018. Human Rights Watch (HRW) ha lanciato l’allarme giovedì sul destino degli sfollati di Taouarga (nord-est), un’altra città che si era schierata con Gheddafi nel 2011.

In Libia, minacciata la sostenibilità dell’olivicoltura

11/1/2019

Proibizione delle esportazioni e mancanza di mezzi: a Tarhouna, gli agricoltori e i lavoratori delle presse lottano con pazienza
In Libia, minacciata la sostenibilità dell'olivicoltura
I campi di ulivi si estendono a perdita d’occhio e l’odore dei frutti è inebriante: nella regione di Tarhouna (nord – ovest della Libia), l’olio d’oliva è un tesoro secolare. Ma l’olivicoltura è oggi minacciata, bandita dall’esportazione, vittima della selvaggia urbanizzazione e della mancanza di mezzi per svilupparsi.
“Abbiamo ancora problemi con i pezzi di ricambio, diventati costosi a causa del crollo del dinaro libico contro il dollaro, ma anche a causa del costo del processo di estrazione dell’olio” dice Zahri Bahri, proprietario di una delle tante presse di Tarhouna. Nella fattoria del signor Bahri, i frutti sono raccolti a mano, in modo da non danneggiare l’albero. Le olive, disposte su grandi drappi, sono trasportate in sacchi fino al mulino per l’estrazione del prezioso succo, dorato e profumato.

Albero mediterraneo per eccellenza, l’olivo ha prosperato sulla costa libica per secoli. In una Libia finita nel caos dopo la caduta del Leader Muammar Gheddafi nel 2011, le cui entrate dipendevano esclusivamente dalle esportazioni di petrolio, le autorità avevano per un certo tempo espresso il desiderio di sviluppare l’olivicoltura e migliorare la qualità dell’olio d’oliva per conquistare i mercati europei e competere con la produzione dei vicini del Maghreb. Anche lo sviluppo del turismo e della pesca erano parte delle ambizioni.
Il paese, però, non è riuscito a diversificare la sua economia. E nel 2017, le autorità libiche hanno deciso di sospendere l’esportazione di tre dei prodotti più emblematici per l’agricoltura: l’olio d’oliva, i datteri e il miele, con grande dispiacere degli agricoltori. Obiettivo: “proteggere” le produzioni locali e soddisfare le esigenze del mercato interno. Una misura “temporanea”, assicuravano le autorità, senza annunciarne la fine. Si stima che l’olio d’oliva locale sia “esportato alla rinfusa a prezzi bassi e senza alcun valore aggiunto per l’economia libica” mentre, allo stesso tempo, è necessario importare l’olio d’oliva (più costoso) per soddisfare la domanda locale, afferma un funzionario del Ministero dell’Agricoltura per giustificare il divieto.
Un settore da modernizzare
“C’è abbastanza produzione in Libia, ma non possiamo più esportarla” dice Bahri. La Libia ha otto milioni di ulivi su solo il 2% della terra arabile, in un paese di 1,76 milioni di chilometri quadrati, secondo il Ministero dell’Agricoltura libico. Raccoglie in media 150.000 tonnellate di olive all’anno, quasi tutte destinate alla pressa per produrre 30.000 tonnellate di olio, che la rendono l’undicesima azienda olivicola più grande al mondo, dietro ai suoi vicini della riva sud del Mediterraneo come il Marocco, la Tunisia o l’Algeria, secondo la classificazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao).
Tuttavia, l’olivicoltura in Libia è lontana dall’essere moderna ed efficiente, in particolare in assenza di stabilimenti specializzati nel confezionamento o nell’imbottigliamento. E per molti anni, le esportazioni di olio d’oliva si sono limitate alle iniziative personali degli agricoltori. Gli aiuti di Stato sarebbero benvenuti, dice Ali al-Nouri, proprietario di un’azienda agricola a Tarhouna, per il controllo della qualità o l’installazione di impianti di imbottigliamento. E per prosperare, la coltivazione degli ulivi ha bisogno di più attenzione e mezzi, compresa l’irrigazione in questo paese deserto, dice il contadino.
Sradicati nell’impunità generale.
Mokhtar Ali, proprietario di una fattoria di ulivi, alcuni dei quali hanno più di 600 anni, è indignato: prima del 1969, era severamente vietato tagliare o strappare un ulivo e “ogni trasgressore era severamente punito”. L’urbanizzazione è peggiorata a partire dalla primavera araba del 2011 e ora mette a repentaglio la sostenibilità dell’olivicoltura, secondo gli esperti del settore. Ora “gli ulivi sono strappati impunemente per farne carbone o sostituirli con cemento” denuncia il signor Ali.
Nella regione di Msillata (nord – ovest), vicino a Tarhouna, è ancora possibile ammirare ulivi millenari e godere di un olio famoso in tutto il paese per la sua dolcezza e il suo gusto fruttato. Oggi, gli oli importati e meno costosi dell’olio d’oliva, in particolare del mais, sono entrati nella cucina libica, ma l’olio d’oliva locale rimane il più consumato.
Tra le sue centinaia di ulivi, Mr. Nouri presta particolare attenzione a un albero molto singolare che dà una rara oliva di colore bianco. Originario della Toscana, in Italia, questa olea leucocarpa dà frutti che non diventano scuri quando sono maturi e il cui olio è a bassa acidità, dolce e fragrante. Tarhouna ha solo cinque o sei esemplari, piantati dagli italiani e la cui produzione finirà mescolata con quella di altre olive. Il signor Nouri ricorda che gli ulivi hanno “salvato” i libici durante i periodi di magra, prima della scoperta del petrolio in Libia alla fine degli anni ’50. Quest’albero è stato a lungo “come una madre nutrice”. Di fronte allo sradicamento di questa preziosa vegetazione, Mohkar Ali rimane ottimista: molti agricoltori “iniziano a ripiantarli”, dice “che si tratti di specie autoctone… o di piante importate dalla Spagna”.
Edizione italiana a cura di Francesca Quarta
Fonte

Con le dovute correzioni dall’ originale: http://www.sudnews.it/risorsa/In_Libia__minacciata_la_sostenibilit__dell_olivicoltura/47279.html