Secondo l’Onu la Libia è corresponsabile del traffico di migranti

Un rapporto delle Nazioni Unite delinea un meccanismo criminale messo in piedi da guardia costiera libica, trafficanti e pezzi dello stato africano. Da oggi far finta di niente sarà un po’ più difficile

Foto di Benjamin Lowy/Getty Images

Uomini e donne intercettati in mare solo per essere condotti in centri di detenzione non ufficiali, dove saranno torturati, posti in schiavitù, stuprati e infine rivenduti ai trafficanti, da funzionari del governo corrotti e senza scrupoli. A puntare il dito contro le autorità libiche questa volta non è un organizzazione umanitaria, ma un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite, redatto servendosi delle testimonianze delle agenzie inviate sul campo a Tripoli.
Quello della presunta compromissione di alcuni pezzi dell’entità statale libica è un tema centrale per giudicare il modo in cui l’Italia e l’Europa hanno gestito il dossier immigrazione negli ultimi anni, in particolar modo dopo il memorandum d’intesa per il “contrasto dell’immigrazione illegale” firmato nel 2017 dal governo Gentiloni, che ha elargito al paese africano finanziamenti ed equipaggiamenti dal valore complessivo di 800 milioni di euro.

Cosa dice il dossier dell’Onu

Nelle 17 pagine del documento consegnato dall’Onu al Tribunale internazionale dell’Aja e raccontato in Italia da Nello Scavo per Avvenire, viene descritto un meccanismo criminale, già più volte denunciato dalle organizzazioni umanitarie.
Al centro dei riflettori c’è ancora una volta l’operato dell cosiddetta guardia costiera libica, una forza di sicurezza che l’Italia riconosce come l’organismo deputato a pattugliare l’area Sar che si estende da Zuara a Tobruch, ma che di fatto è composta da milizie armate aggressive e spesso in conflitto tra loro. È questa entità dai confini indefiniti che si occupa delle “intercettazioni in mare”, come le definisce il rapporto, presentate come operazioni di salvataggio agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.
Già nel 2017 l’Onu aveva evidenziato la problematicità dell’azione dei guardacoste, in un rapporto in cui ne denunciava il coinvolgimento “in gravi violazioni dei diritti umani”. Questa volta, però, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres alza il tiro e descrive quello somiglia ad un vero e proprio cartello criminale, responsabile della scomparsa di centinaia di persone. Uomini e donne, di cui si perdono ufficialmente le tracce una volta sbarcati a terra e che finirebbero prigionieri in centri di detenzione al limite della legalità.
Sul territorio libico esistono infatti 19 centri gestiti direttamente dal governo libico – appena tre di questi accessibili da Onu, Oim e organizzazioni umanitarie – che ospitano in totale quasi 5mila rifugiati, ma il numero di prigioni ufficiose è ben più alto. È in questi ultimi luoghi di detenzione che le persone strappate al mare, stando al rapporto, subirebbero atroci violazioni dei diritti umani: l’Unsmil, la missione Onu a Tripoli, ha raccolto testimonianze credibili “di detenzione prolungata e arbitraria, torture, sparizioni forzate, cattive condizioni di detenzione, negligenza medica e rifiuto di visite da parte di famiglie e avvocati da parte di i responsabili delle carceri e di altri luoghi di privazione della libertà”.
Ancora una volta, però, sono le donne le vittime più esposte e dai resoconti di donne e ragazze migranti emerge un quadro fatto di violenze e abusi, perpetrati da “trafficanti, membri di gruppi armati e funzionari”. C’è infine l’ultimo livello, quello che coinvolge veri e propri pezzi dello stato libico, disposti a usare quelle persone ormai scomparse dai radar come merce di scambio, da vendere ai contrabbandieri di esseri umani.

Cosa sta facendo la comunità internazionale

Non è la prima volta che le Nazioni Unite assumono una posizione forte contro il sistema di gestione delle persone migranti sul territorio libico e già nel 2018 l’organizzazione intergovernativa parlò di “orrori inimmaginabili”, nel commentare la situazione carceraria del paese. Per questo, lo scorso 27 luglio l’Onu ha chiesto la chiusura di tutti i centri di detenzione in Libia, un appello rimasto fin qui inascoltato.
Proprio per monitorare la situazione nel paese, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha nei giorni scorsi esteso di 12 mesi il mandato della missione Unsmil, mentre l’Unhcr nella giornata di venerdì ha evacuato dalla Libia 98 rifugiati, messi in pericolo dal conflitto che continua a infuriare alle porte di Tripoli.
È in questo scenario che si misurerà il peso internazionale del neonato governo di coalizione tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico, con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio prossimamente impegnato al tavolo dell’assemblea Onu, dove l’Italia dovrà decidere una volta per tutte che posizione assumere nei confronti dei dirimpettai libici, fino a oggi ufficialmente considerati come un porto sicuro per l’approdo di migranti.

Preso da: https://www.wired.it/attualita/politica/2019/09/14/libia-responsabile-traffico-migranti-onu/?refresh_ce=

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LIBIA E IRAN, L’IRRESISTIBILE LEGGEREZZA DEI MEDIA: Alberto Negri arrabbiato

Iran e Libia. Ecco chi ci minaccia davvero: le bufale dell’informazione manipolata. Se ne sono accorti anche i maggiori giornali americani, non i nostri. Oggi paghiamo pesantemente il prezzo dei nostri errori: ma i nostri media fanno finta di ignorarli.
Alberto Negri a raffica tra Fb e il Manifesto e Remocontro pestando duro come al suo solito.

Assaggio. Perché l’Italia non
ci becca mai in politica estera

Il motivo è semplice: vengono accreditati come esperti persone mai viste da nessuna parte in 30 e passa anni di guerre. Ma come fanno a conoscere i posti, cosa pensa la gente, l’indole degli abitanti? Mistero. E i politici, di solito sprovveduti mai stati oltre i confini nazionali, gli danno pure retta, senza nemmeno leggere i rapporti degli ambasciatori, relegando la Farnesina a una scatola vuota guidata da un ectoplasma. I modesti risultati, Libia compresa, li vedono tutti.

Inganno e memoria labile

L’irresistibile leggerezza dei media. Alla fine la gente ci crede pure che sia l’Iran ad avere violato l’accordo sul nucleare del 2015. Come ripetono ogni giorno tv e giornali in un bombardamento mediatico pari a quello che investe la tragedia libica dei migranti con affermazioni tendenziose. Teheran ha violato ora l’intesa in maniera quasi simbolica -dopo anni in cui 15 rapporti dell’Aiea ne hanno confermato la piena adesione- per lanciare un avvertimento all’Europa che lascia colpevolmente nelle mani di Trump le chiavi della pace e della guerra.

L’insostenibile leggerezza dei media

L’insostenibile leggerezza dei media è inaccettabile. L’Iran minaccia di uscire dell’accordo sul nucleare: questo è il ritornello. È stato Donald Trump non solo a rendere carta straccia l’accordo ma anche ad applicare sanzioni all’Europa e a tutti coloro che commerciano con Teheran.
All’Iran hanno fatto la guerra nel 1980 (un milione di morti) e quando nel 2014 è comparso l’Isis a combattere i jihadisti in Siria e Iraq c’erano gli iraniani (e i curdi) non gli americani e gli europei che con le monarchie del Golfo usavano gli estremisti contro Assad. Chi ha fatto gli attentati in Europa? Non gli iraniani ma i jihadisti ispirati dall’ideologia retrograda degli alleati dell’Occidente.

E ora per coprire questi fallimenti e tenere in piedi le monarchie del Golfo e Israele bisogna fare la guerra all’Iran. Ecco chi ci minaccia davvero: le bufale dell’informazione manipolata. Se ne sono accorti anche i maggiori giornali americani, non i nostri.
«Vista la politica americana degli ultimi decenni i leader iraniani sono stati matti a non sviluppare un armamento nucleare come deterrenza», scrive sul New York Times John Mearsheimer, professore di scienze politiche all’Università di Chicago, conosciuto per un saggio sulla lobby israeliana negli Stati uniti e per un altro dedicato alla grande illusione del liberismo.

In realtà oggi Trump e il suo cerchio magico, il segretario di Stato Pompeo e quello alla sicurezza Bolton, stanno minacciando l’esistenza stessa dell’Iran come stato sovrano, scrive Mearsheimer. Mentre lo strangolano economicamente e impongono a tutto il mondo le sanzioni contro Teheran, i bravi ragazzi della Casa Bianca si vantano di negoziare con la Corea del Nord e Trump, attraversando il confine del 38° parallelo, non ha fatto altro che legittimare l’arsenale atomico di Kim Jong-un. Una mossa che serve a un’altra legittimazione: quella per l’Arabia saudita del principe assassino Mohammed bin Salman di possedere la sua atomica, un arsenale limitato ma di “prestigio” da far convivere accanto alle testate di Israele. È lo schema di “pace” cui vogliono arrivare gli Stati uniti: un terrore generalizzato sui cui regnare sovrani.

In fondo alla scala i sovranisti italiani

In fondo alla scala, ultime ruote del carro, vengono i sovranisti italiani, cittadini di un protettorato americano che promette di durare all’infinito. Sono i più beceri di tutti perché si stanno allineando sulle posizioni Usa contro l’Iran dopo che Teheran aveva promesso nel 2015, 30 miliardi di euro di commesse all’Italia. L’idea è che gli Stati uniti di Trump li sosterranno in Europa se schiereremo le navi militari a «difesa» dei porti. Anche se tutti ritengono assai improbabile che affonderemo gommoni di migranti e navi delle Ong. I nostri militari non sono così stupidi.

Paghiamo però pesantemente il prezzo dei nostri errori. Ma i nostri media fanno finta di ignorarli. All’errore di non dissociarsi dal bombardamento contro Gheddafi nel 2011 ne abbiamo aggiunto un altro ancora più esiziale. Abbiamo concesso le nostre basi a francesi, inglesi e americani e poi ci siamo uniti ai raid. Bombardavamo il nostro maggiore alleato, sperando forse che gli altri, come accadde già nei Balcani nel ’99, non se ne accorgessero: stavamo andando incontro alla peggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale con un altro storico tradimento. La decisione fu presa dal presidente Napolitano mentre il premier Berlusconi, allora indebolito e incerto, si affidò al Quirinale.

La guerra a Gheddafi ha avuto due conseguenze. La prima è che nessuno stato europeo e del Mediterraneo ha più creduto a una sola parola dell’Italia in politica estera: abbiamo perso ogni credibilità. E infatti ci hanno trattato a pesci in faccia, dalla Francia all’Egitto, agli Usa. La seconda conseguenza è stata che in sede internazionale non abbiamo potuto reclamare ad alta voce contro i responsabili della disgregazione della Libia. Mentre la Germania, dopo avere accolto un milione di profughi siriani, spingeva l’Europa a pagare Erdogan per tenersi 3 milioni di rifugiati, la Libia veniva lasciata nel caos.

Quindi abbiamo subito un altro contraccolpo. I nostri alleati hanno sostenuto il generale Haftar che si oppone al governo di Tripoli: un’altra fregatura perché di fatto l’Italia appoggia i Fratelli Musulmani che tutti osteggiano, tranne Turchia e Qatar. Altro che navi da guerra, è venuta l’ora di autoaffondarci nel Mediterraneo in un dignitoso silenzio dei politici e dei media.

 

Libia e Iran, l’irresistibile leggerezza dei media: Alberto Negri arrabbiato

Libia e Iran, l’irresistibile leggerezza dei media: Alberto Negri arrabbiato

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Ecco perché cambiare i vincoli Ue è impossibile (e inutile)




Vincoli Ue: perché hanno fallito tutti

Così come i predecessori, anche il tentativo del Presidente della Repubblica è tuttavia destinato a infrangersi. Se l’intento è all’apparenza buono, si scontra infatti con un’architettura – quella comunitaria e della moneta unica – che sulla rigidità di bilancio si fonda non per masochistica decisione politica, bensì per stretta necessità economica.
E’ fallace, insomma, qualsiasi narrazione che distingua fra buoni e cattivi, tra falchi del rigorismo e colombe dell’allentamento dei vincoli Ue. I quali possono essere sì rivisti, ma con correzioni puramente cosmetiche e destinate a non andare oltre pochi decimali. Il motivo è presto detto. Qualsiasi valuta adottata da due o più nazioni, in assenza di meccanismi (quantomeno un bilancio e una politica fiscale in comune) di riassorbimento degli squilibri che naturalmente vengono a crearsi, portà con sé storture destinate prima o dopo ad esplodere. Per l’Italia ciò si è verificato nell’anno 2011. Da allora, salvo piccole e comunque non significative deviazioni, viviamo nel paradigma del rigore nei conti pubblici.

Euro significa austerità

Che si chiami disciplina di bilancio, vincolo esterno, “fare i compiti a casa”, la sostanza non cambia. La simbiosi fra eurozona e austerità, piaccia o meno, è un dato di fatto. Necessario ad imporre quella svalutazione interna a sua volta imprescindibile per tenere in piedi l’architettura economica comunitaria.
Un sistema plasmato sul modello mercantilista tedesco fatto di rigore interno per recuperare margini competitività ed inseguire le esportazioni ad ogni costo. Esponendoci a qualsiasi minima turbolenza sui mercati internazionali che, quando tocca le nostre debolezze strutturali, si trasforma in tifone tropicale facendoci ripiombare in una recessione che certo non allontana lo spettro della stagnazione secolare. E non sarà certo qualche mezzo punto di deficit in più a cambiare la storia. Potrà forse allentare il guinzaglio dei vincoli Ue, magari per motivi di gradimento politico, ma certo non invertire la rotta.
Filippo Burla

Preso da: https://www.ilprimatonazionale.it/economia/cambiare-vincoli-impossibile-inutile-129532/

“Siete pazzi a mangiarlo!”, l’immondizia dell’industria agroalimentare sulla nostra tavola

Il libro sconvolgente di Christophe Brusset “Siete pazzi a mangiarlo!”, scritto in qualità di manager che per vent’anni ha lavorato dell’industria agroalimentare, è una discesa horror in un sistema capace, come molti business dai grandi numeri, di azioni aberranti dove la vittima è sempre il consumatore.

Il libro sconvolgente di Christophe Brusset “Siete pazzi a mangiarlo!”, scritto in qualità di manager che per vent’anni ha lavorato dell’industria agroalimentare, è una discesa horror in un sistema capace, come molti business dai grandi numeri, di azioni aberranti dove la vittima è sempre il consumatore. Una galleria di esempi vomitevoli in cui c’è l’imbarazzo della scelta dello schifo che costantemente e in maniera imperterrita le industrie alimentari propinano alla gente senza alcuno scrupolo.

Prodotti sofisticati, andati a male, con escrementi, vermi, tossici, scaduti, che provengono da paesi con controlli irrisori e fatti passare per nazionali, trucchi e falsificazioni di ogni genere, truffe, corruzioni, collusioni con le autorità pubbliche, non manca nulla. Importazione e occhi chiusi su alimenti fuori da ogni parametro a seconda della potenza politica e commerciale dal paese da cui provengono. Poi però si fanno autentiche campagne terroristiche per fare vaccinare tutti, quando il cibo a livello industriale che mangiamo è spesso quanto di più dannoso si possa immaginare. Ma attaccare e criminalizzare una famiglia che vuole solo scegliere liberamente come curarsi è molto più facile che mettersi contro grandi industrie o interi paesi dai quali importano cibo insano che avvelena la nostra salute. Del resto non c’è nulla di cui stupirsi perché Brusset ci chiarisce quali sono le regole del sistema : «Il Bene era tutto ciò che aumenta il profitto, il Male era perdere soldi. La menzogna, la dissimulazione, la malafede e persino la truffa, senza essere degli scopi in sé, erano positive, se miglioravano i risultati attesi».
E ancora: «Imbrogliare il consumatore è facilissimo, in più è legale! Mi spingerei persino a sostenere che si è istigati a farlo».
«Il liberismo non è l’assenza di regole, è l’applicazione della legge della giungla».
«Un’impresa non è un servizio sociale dello Stato. La sua finalità non è il benessere dei suoi dipendenti o la soddisfazione dei suoi clienti, ma il profitto, o il margine di guadagno».
«Siamo sinceri e diretti: l’unica cosa che interessa agli industriali e alle grandi catene di supermercati è il vostro denaro, non certo la vostra felicità e la vostra salute. Non fatevi ingannare dalle spacconate di quei parolai che vi giurano, con la mano sul cuore e la lacrima pronta, che lottano per il vostro benessere e difendono il vostro potere d’acquisto. E’ tutta una commedia, una millanteria, nient’altro. Non fidatevi di nessuno, siate vigili e soprattutto siate esigenti! Dovete rendervi conto una volta per tutte che in fin dei conti siete voi consumatori ad avere il potere. Siete voi che decidete se comprare o meno nei vari reparti quello che vi viene offerto. Usate questo potere per cambiare finalmente le cose».
Leggendo il libro si stenterà a credere di quanta autentica immondizia venga data in pasto alle persone per raggiungere il profitto ad ogni costo. E anche lo schifo è possibile venderlo, basta avere i prestigiatori della menzogna a disposizione e il gioco è fatto. «Quando si ha un prodotto da vendere, soprattutto se è di qualità mediocre o addirittura scadente e la concorrenza infuria, la cosa migliore è curare la sua presentazione: la confezione. Questo è il lavoro del marketing, gli specialisti delle apparenze, i campioni della cosmetica e del re-looking del prodotto».
Brusset indica anche delle soluzioni.
«L’ideale – e l’unica soluzione radicale- sarebbe naturalmente quella di bandire definitivamente qualsiasi prodotto industriale, e di limitarsi a prodotti grezzi, freschi, non trasformati».
«Nei vostri acquisti alimentari dovete sempre privilegiare la prossimità. Scegliete le origini locali o nazionali. Da una parte fa bene all’occupazione; dall’altra, i prodotti che non hanno attraversato molteplici frontiere, presentano necessariamente meno rischi di adulterazione, di mescolanza o di inganno sulle origini, la specie o la qualità. Abbiamo la fortuna di avere nei nostri paesi prodotti variati e di qualità: sono questi che bisogna scegliere».
E, aggiungiamo noi, autoprodursi il più possibile e il resto comprarlo in gruppi di acquisto collettivo e da piccoli produttori locali biologici in cui è possibile verificare tutta la lavorazione. Non solo si mangia più saporito e sano ma ci si prepara per tempo alle prossime inevitabili crisi di approvvigionamento che ci saranno, frutto di una società allo sbando che non sarà più in grado di garantire nulla. Quindi pensiamoci direttamente noi prima di ritrovarci nei guai.

Preso da: http://www.ilcambiamento.it/articoli/siete-pazzi-a-mangiarlo-il-linbo-sull-immondizia-dell-industria-agroalimentare-sulla-nostra-tavola

Conte il nuovo Andreotti, e le manovre dell’antico potere che rappresenta

DI FAUSTO CAROTENUTO
coscienzeinrete.net

È stato dato l’incarico di governo a Giuseppe Conte, il professore. Ma chi è Conte? La situazione è complessa ma, per capirla, forse basta capire chi è Conte. I giornali non lo dicono. Si sa solo che, un giorno, il signor Bonafede (poi diventato ministro della giustizia) ha detto: io conosco un professore tanto carino, tanto bravo; perché non gli facciamo fare il presidente del Consiglio? E tutti hanno detto: ma sì, facciamoglielo fare. Ma chi ci crede, a questa favola per bambini? Quanti professori bravi avete conosciuto? Li avete presentati e gli hanno fatto fare il presidente del Consiglio?
Non è così, chiaramente, anche perché poi questo Signor Nessuno ha dimostrato che a livello internazionale tutti gli davano stranamente retta. Tutti ne parlano bene, adesso vogliono fargli rifare il Presidente del Consiglio. E comunque nel suo primo governo ha preso delle decisioni autonome – alla faccia dei 5 Stelle e della Lega – basandosi sul suo potere. Ma quale potere, visto che non ha un elettorato né una storia politica, non rappresenta cittadini né partiti, e che la sua unzione appariva puramente come quella di avvocato messo lì a coordinare l’esecuzione di un contratto fatto dalla due partipolitiche vere, Lega e M5S?

Che significa allora questa sua enorme, crescente autonomia? Che probabilmente rappresenta un grande potere, anziché essere “nessuno”. Ma diciamolo oggi, per la prima volta: il professor Giuseppe Conte altri non è che il successore di Andreotti. Letteralmente: nel senso che il potere che era dietro ad Andreotti, con la sua potenza di fuoco e la grande influenza che Andreotti poteva esercitare, era esattamente lo stesso potere che ha dietro Giuseppe Conte, e che attraverso Conte ha cominciato a manovrare, nuovamente, con la stessa potenza. Certo i due individui sono diversi e Andreotti si costruì un elettorato clientelare poderosissimo, che fu aggiunto al potere che era dietro di lui. Ma erano altri tempi, quelli nei quali i deputati dovevano ancora rappresentare gli elettori ed avere contatti con i territori… Mentre Conte, che si definisce l’”avvocato del popolo” dal popolo non ha mai ricevuto alcun mandato. Altri poteri non democratici glielo hanno conferito.
Ma ora che sta succedendo? Prima di chiarire ancora meglio perché e percome Giuseppe Conte ha questo tipo di potenza, vediamo che cosa sta facendo. Forse questo è più interessante del gossip su Conte, anche se lui rappresenta e fa capire molto bene quello che sta succedendo. E’ in atto un vero e proprio colpo di mano. Ma i colpi di mano politici, uno dopo l’altro, non servono a cambiare l’agenda politica del potere: servono solo a farla ingoiare a noi. Perché i governi del mondo, non nascondiamocelo, dipendono tutti da uno stesso potere, che al massimo si esercita in un paio di piramidi di potere, l’una contro l’altra. Ma l’agenda è la stessa. Tant’è vero che ormai tutti i più svegli dovrebbero essersi accorti che, quando un movimento o un partito va al governo, poi finisce sempre per fare le stesse cose che avevano fatto i governi precedenti, anche se nei suoi programmi c’era scritto il contrario.
Il caso del Movimento 5 Stelle, ultimamente, è evidentissimo: Tav, Tap, Muos, vaccini, acqua ai privati, spese militari… e chi più ne ha, più ne metta. Com’è che poi uno quando va al governo si ritrova a fare sostanzialmente le stesse cose dei governi precedenti? Perché è tutto un gioco, per fare sempre le stesse cose. E quali sono? Quasi tutti i governi del mondo, tutti i grandi partiti, tutti i movimenti (che sono infiltrati e condizionati in ogni modo dai grandi poteri finanziari e occulti) seguono l’agenda che viene loro dettata.
E qual è l’agenda? Noi ne parliamo da anni: il più grande fenomeno della storia, che è ora in corso, è il risveglio delle nostre coscienze. Le agende dei poteri anti-coscienza vogliono frenare il risveglio delle coscienze: perché altrimenti, più la gente si sveglia, e meno certi poteri possono imperversare. Per contro, più questi poteri imperversano, e più le coscienze si risvegliano (quindi, certi superiori poteri “bianchi” vogliono che questo avvenga). Quindi le forze anti-coscienza, le forze di manipolazione mondiale che controllano tutti i governi del mondo e tutti i partiti e le istituzioni principali, hanno come obiettivo proprio questo: frenare il risveglio. Ma come avviene, il risveglio? Il risveglio è la gente che, da un giorno all’altro, dice: io voglio capire come stanno le cose; io voglio il bene, voglio fare il bene, voglio salvaguardare la Terra, la salute; non voglio farmi dominare, voglio fare cose buone per me e per gli altri, eccetera.
Come si fa a frenare tutto questo? Semplice: si attaccano tutti i corpi umani, sia quelli densi che quelli sottili. Quindi: Big Pharma si incarica di avvelenare i corpi insieme all’industria alimentare, i vaccini indeboliscono le strutture vitali, la cultura (completamente depravante, deviata: droghe, alcol, forme pensiero e artistiche degradanti) serve ad addormentare la gente, a deviarla. Il teatrino della politica serve a non farle capire niente, la finanza serve a schiavizzare sempre di più la gente, a indirizzarla solo verso i beni materiali e a non farle avanzare nulla che possa servire al bene delle coscienze. Questa agenda consiste anche nel far litigare le persone, metterle l’una contro l’altra, creare le guerre, far crescere le spese militari: cioè, un disastro. E il disastro serve a trattenere il risveglio, anche se poi -per reazione- lo provoca ulteriormente, almeno nella parte più desta della popolazione. Ma intanto l’agenda di questi gruppi, attraverso i governi e la finanza internazionale, cerca in tutti i modi di indebolire le strutture mentali, culturali, animiche, psichiche e fisiche delle persone.
Tutti i governi perseguono questa agenda. Certo, devono cercare di non farsi scoprire: nessuno se ne deve accorgere. Ma tutti alla fine obbediscono: tutti proteggono Big Pharma, l’alimentazione sbagliata, la chimica, i campi elettromagnetici, le spese e gli interventi militari. Lo fanno tutti, anche quelli che (lo abbiamo visto di recente) dicevano che non lo avrebbero mai fatto. Questa è una realtà, di fronte alla quale ci dobbiamo svegliare. E c’è un’altra importante strategia che viene attuata per fare in modo che il risveglio non avvenga, o si rallenti, o comunque non acquisti efficacia sociale e politica. Il risveglio avviene in modo orizzontale, da persona a persona, seguendo l’esempio, le piccole grandi cose fatte da movimenti e gruppi, a favore della Terra e degli altri. Allora, il timore di questi gruppi di manipolazione è che prima o poi questi movimenti, queste azioni indipendenti si organizzino e diventino un po’ alla volta potere, controllo di territori, di comuni, di regioni e poi di nazioni.
Visto che il movimento del risveglio è orizzontale, l’unico modo per frenarlo è verticalizzare. E quindi, fare in modo che la gente perda il controllo delle istituzioni, che non abbia più parlamentari di riferimento, e comandino sempre di più strutture verticali e centralizzate (finanziarie, di potere, commerciali, politiche) che sfuggono al controllo della gente. E infatti nessuno di noi cittadini decide chi sono i leader europei o i leader mondiali: nessuno. Questa è l’agenda che vogliono portare ulteriormente avanti, per arrivare a uno Stato Mondiale centralizzato, del quale l’Europa – sempre più unita e sempre più diretta da poteri oscuri – è un passaggio fondamentale. Incaricati di portare avanti questa agenda sono certi poteri, certi uomini, certi partiti. Ma siccome la gente si sta svegliando, dopo un po’ quei partiti non li sopporta più: si rende conto che non fanno gli interessi dei cittadini, ma quelli della finanza, di certi gruppi, di certi poteri. E quindi gli uomini, le formule, i partiti, gli strumenti che servono ad addormentare la gente vanno continuamente rinnovati, perché altrimenti la gente non ci casca più. E allora gli uomini che hanno portato avanti queste linee – si chiamino Ciampi, Monti, Prodi, Berlusconi… – devono essere cambiati, perché la gente non li segue più. E la gente è importante: senza l’illusione della gente, il potere non avrebbe le proprie basi. Per questo è costretto a rinnovarsi.
Cos’era successo, ultimamente? Nessuno credeva più al Pd, ai professori, ai Monti, ai Prodi. Nessuno credeva nemmeno più a Berlusconi, troppo squalificato. Serviva un rinnovamento. E questo scontento che stava crescendo era di due tipi: uno di destra, para-fascista, e uno – diremo – progressista, buonista (anzi, rivolto proprio verso il bene: tanta gente che voleva il bene, l’ecologia, la liberazione da questo contesto politico schiavizzante e dipendente solo da poteri che sfuggono alle persone). Per il primo gruppo, diciamo “di destra”, fondato sugli egoismi individuai e sociali, è stata creata e alimentata la Lega. E questa doveva portare avanti i peggiori sentimenti dell’umanità – ma in fondo anche nella direzione giusta, quella cioè di liberarsi da gruppi veramente terribili, rappresentati soprattutto dal Pd.
Dall’altra parte c’erano i benpensanti, che una volta si sarebbero detti “di sinistra”, quelli che volevano il bene: per loro è stato creato il Movimento 5 Stelle, per incapsulare il loro giusto scontento, la loro giusta voglia di libertà. Ma il 5 Stelle è stato creato da un comico seduttore appoggiato da poteri come Casaleggio, perfettamente integrati alla finanza internazionale. Quindi, cosa ci si poteva aspettare? E allora i ragazzi benpensanti e buoni che sono caduti in questa rete hanno impresso il loro giusto entusiasmo e sono stati ben lanciati, hanno preso tantissimi voti…. E alla fine di questo processo di finto rinnovamento ci siamo trovati un governo fatto da quelli che erano stati creati apposta per incapsulare in qualche modo lo scontento, sia di destra che dei benpensanti. Naturalmente, entrambi gli strumenti erano pilotati fin dall’inizio, altrimenti non li avrebbero lasciati agire su vasta scala. Allora si è deciso che potevano fare un governo, ma questo governo non doveva far danni più di tanto, e soprattutto non doveva interferire con l’agenda antirisveglio dei poteri superiori.
A cosa serviva, un governo del genere? A fare da “bau-bau”. Cioè: a fare in modo che tanta gente e tanti gruppi di interesse si spaventassero: e che si è spaventassero soprattutto della Lega. E serviva a fare in modo che i vari gruppi politici sparsi nel resto dell’arco politico e sociale dicessero: mah, è meglio riunirsi, perché altrimenti questo Salvini così duro e para-fascista conquista tutto il potere e ci crea un sacco di problemi (economici, coi mercati, con l’Europa). Senza questa grande emergenza suscitata dal “bau-bau” Salvini (appositamente creato e facilitato per anni dal potere) non si sarebbero mai messi insieme Pd e 5 Stelle. Tutto questo serviva a fare in modo che Pd e 5 Stelle si mettessero insieme, e che una parte degli italiani dicesse pure: ma sì, perché no, facciamo risorgere dalle tombe i fantasmi del Pd; facciamo risorgere tutti quei servi del potere, che abbiamo già visto come tali, perché in fondo, di fronte a minacce peggiori, è meglio così.
E adesso il Movimento 5 Stelle si troverà coi piedi completamente bloccati nella melma: già non riusciva a muoversi prima, col governo precedente, con Salvini ( ma non voleva muoversi nemmeno la dirigenza vera del 5 Stelle, ed ha cambiato opinione su tutto) e adesso sarà ancora peggio. In mezzo a tutti i professori del Pd, collegati ai meccanismi del potere internazionale, il Movimento 5 Stelle avrà solamente il diritto di schiacciare il bottone per dire “sì”, altrimenti ci sarebbe la crisi di governo. Però diciamolo francamente e con chiarezza, anche se questo farà male a molti entusiasti: il 5 Stelle in fondo è stato creato apposta, per traghettare nel cortile del potere, un’altra volta, i benpensanti che ne erano usciti.
Il governo gialloverde doveva portare avanti un’agenda che sembrava nuova, ma non fino in fondo; e poi non doveva fare danni, più di tanto. E quindi, per non fargli fare danni, un uomo – non del potere, ma del super-potere – che si chiama Giuseppe Conte, è stato tirato fuori dal cilindro per fare il presidente del Consiglio. Lui ha cercato di limitare i danni per i suoi referenti e, in qualche modo, di arrivare a un nuovo equilibrio.
L’iniziativa della crisi di governo l’ha presa Salvini? Sì, ma Salvini era anche ricattato per la questione dei rubli. Salvini era anche qualcuno al quale probabilmente era stato detto chiaramente: “guarda che a un certo punto ti devi togliere di mezzo; ti abbiamo fatto crescere, ma non esagerare.” E poi in fondo non ha fatto grossi danni: si è esercitato un po’ a fare il duro con gli immigrati, dei quali al potere in effetti non importa nulla, se non adoperarli disumanamente come strumento di tensione e di pressione su di noi.
Quindi, l’agenda vera di tutte le cose importanti, 5 Stelle e Lega l’hanno portata avanti lo stesso: vaccini, Tav, Tap, spese militari, alimentazione sbagliata, campi elettromagnetici cultura depravante… Non hanno fatto danni, al potere.
Però adesso, visto che l’opinione pubblica era stata ingannata dai “bau-bau”, e si potevano rimettere insieme tutti i gruppi, col Pd, si poteva passare a una fase nuova. E naturalmente, l’uomo della fase nuova è lo stesso che aveva dato le garanzie per il governo gialloverde: Giuseppe Conte.
Ma chi è Giuseppe Conte? E’ un ragazzo che ha studiato al Collegio Nazareth di Roma, tenuto da una fondazione di un cardinale del Vaticano. In questo collegio vengono fatti studiare dei ragazzi che poi saranno quelli che faranno gli interessi del Vaticano in giro per il mondo. E chi è stato il capo di questa fondazione, negli ultimi anni? Il cardinale Achille Silvestrini. Stranamente, il più grande protettore di Giuseppe Conte è morto proprio ora, nel giorno del reincarico a Conte. Ma i poteri vaticani non tremano: creeranno comunque una sostituzione, come fanno da 2700 anni.
Ma chi era Silvestrini? Era il potere della curia romana dietro ad Andreotti. Questo lo sanno tutti quelli che si occupavano di quelle cronache. Da chi prendeva ordini, Andreotti? Dal cardinale Silvestrini, uno dei capi della curia romana. Che era il discepolo, il successore del potentissimo cardinal Casaroli.
Silvestrini è stato anche quello che ha manovrato perché i gesuiti arrivassero al potere, con l’elezione di Bergoglio: quindi, in questa ultima fase Silvestrini è stato un uomo ancora più potente, se possibile. Era anziano, certo, ma restano i suoi. Chi sono? Uno di loro, sempre nel Collegio Nazareth dove studiava il buon Conte, faceva il direttore: monsignor Pietro Parolin.
Chi è, oggi? E’ l’uomo più potente della Chiesa dopo Bergoglio, in questo momento: è il segretario di Stato del Vaticano. E’ quello che strillava in tutti i modi, appena Salvini diceva qualcosa. E’ quello che, anche se gesuita non è, rappresenta il nuovo potere gesuitico. E con lui c’è una serie di altri uomini, legatissimi a Conte. Gli esperti di Vaticano sanno (e qualcuno l’ha anche scritto) che Conte, probabilmente, è in Italia il professore più introdotto e più appoggiato dal Vaticano. Non stiamo parlando, quindi, dell’”amico di Bonafede”: stiamo parlando di uno che ha dietro lo stesso, identico potere che aveva Andreotti. E tutti sanno quale enorme potere esercitava Andreotti. In una fase così delicata, serviva uno come lui per tenere sotto controllo il governo gialloverde, e poi per trasformarlo in un governo giallorosso.
Serviva Conte, per portare l’opinione pubblica che era contro il Pd – contro i professori, contro i fantasmi del passato – esattamente, nuovamente nelle mani di quei fantasmi del passato. E la cosa oggi è riuscita, anche perché il filo-gesuita presidente non aveva problemi in questo senso, e non ne aveva nemmeno il filo-gesuita Renzi, che faceva gli esercizi spirituali tutti gli anni dai gesuiti. Nessuno dei due aveva problemi ad avviare questa svolta, né Conte né Renzi. E guardate un po’: nessuno si è mosso, contro di loro. Anzi, tutti stanno esultando: lo spread cala, persino Trump elogia Conte (non elogia più Salvini, adesso elogia Conte); tutta la dirigenza europea – Juncker, Tusk, Oettinger, la Merkel – sta elogiando Conte dicendo che favorirà l’Italia in tutti i modi. Lo stesso Renzi favorisce Conte, ma lo fa anche Grillo: favorisce uno che non era dei suoi, e praticamente l’ha messo sopra ai suoi – a dirigerli, a controllarli: con poche dichiarazioni, Grillo ha tolto quasi tutto il potere a quelli che pensavano di essere i suoi e li ha ridotti ad una stampella del Vaticano e dei peggiori poteri mondialisti. Questo è quello che sta succedendo.
Cosa ci dobbiamo aspettare? Questo governo non resterà immoto: tenterà in tutti i modi di avviare un’agenda europeista e verticalista ancora più efficace. Adesso possono riprendere l’agenda in maniera molto forte, perché c’è stata l’emergenza: chissà quali passi ci aspettano. Cose di tipo montiano, che sono avvenite con i Prodi, con i Ciampi, con i Monti, con i Letta: aspettiamocele da Conte. Come la crescente schiavizzazione al potere mondialista europea e la ulteriore svendita dell’indipendenza, della libertà e sovranità del nostro Paese.
Tutto questo, però, non è detto che vada esattamente in porto: perché il potere è fatto di almeno due gruppi che lottano l’uno contro l’altro; e quindi, nella lotta per il predominio, può anche darsi che, con gli sgambetti reciproci, le cose non filino esattamente come previsto.
Comunque sia, questo ci indica diverse cose. Primo: non dobbiamo credere ai governi. Poi non dobbiamo credere ai partiti che ci presentano. Non dobbiamo credere ai comici seduttori. Non dobbiamo credere a nulla, perché le carte che i media ci presentano sono tutte fasulle.A chi dobbiamo credere?Alla nostra capacità di intervenire nelle situazioni locali, di fare il bene intorno a noi, di formare gruppi e movimenti che controlliamo senza delega, dove noi possiamo fare il bene direttamente e crescere, come coscienze, direttamente.
Loro vogliono il verticale? E noi dobbiamo fare l’orizzontale.Noi non riusciremo a entrare nel verticale, perché quello richiede una delega che ora è controllata solo da loro ed a loro finisce per essere affidata, comunque si mascheri. Occupiamoci dell’orizzontale – ma non facciamoci prendere in giro, da questi qua.E ce la faremo, perché ci sono anche delle grandi forze “bianche”, dietro a tutto questo, che non vedono l’ora che l’umanità si svegli (e lo sta facendo) per aiutarla. L’importante è che noi ci mettiamo in moto: se, e solo se ci mettiamo in moto, verremo anche aiutati.

Fausto Carotenuto
Trascrizione rivista del video:
https://www.facebook.com/Coscienzeinrete/videos/374995840062706/,
Per approfondimento vedi anche il video precedente:
https://www.facebook.com/Coscienzeinrete/videos/2222613287848235/
Il libro di Fausto Carotenuto “Il Mistero della Situazione Internazionale

Fonte: https://coscienzeinrete.net
Link: https://coscienzeinrete.net/conte-il-nuovo-andreotti-e-le-manovre-dellantico-potere-che-rappresenta/
03.09.2019

Originale con video: https://comedonchisciotte.org/conte-il-nuovo-andreotti-e-le-manovre-dellantico-potere-che-rappresenta/

Risultati immagini per andreotti conte

La versione ufficiale del crollo del WTC N° 7 è un cumulo di macerie

5 settembre 2019.

PAUL CRAIG ROBERTS
paulcraigroberts.org
Un gruppo di ricerca del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università dell’Alaska, guidato dal Dr. Leroy Hulsey, dal Dr. Zhili Quan e dal Professor Feng Xiao del Dipartimento di Ingegneria Civile, Università di Scienza e Tecnologia di Nanchino, ha reso pubblici ieri, per un commento pubblico, i risultati di uno studio di quattro anni sul crollo del World Trade Center Building n° 7, l’11 settembre 2001. Questa è la prima indagine scientifica sul crollo dell’edificio.Ecco la conclusione:
La principale conclusione del nostro studio è che il fuoco non ha causato il crollo del WTC 7 l’11 settembre, contrariamente alle conclusioni del NIST e delle società di ingegneria private che hanno studiato il crollo. La conclusione secondaria del nostro studio è che il crollo del WTC 7 è stato un collasso globale, che ha comportato il cedimento quasi simultaneo di tutti i pilastri dell’edificio.”

Notate tre cose: (1) ci sono voluti 18 anni per ottenere una vera indagine sulla distruzione di un edificio di cui erano stati accusati dei terroristi mussulmani, (2) l’unico modo in cui si può verificare il “cedimento quasi simultaneo di tutti i pilastri dell’edificio” è attraverso una demolizione controllata e (3) questo straordinario risultato non è stato riportato dai media di regime.
In altre parole, lo studio è già stato destinato al Buco della Memoria. Questo è il modo in cui opera The Matrix. Questo è il motivo per cui c’è bisogno di questo sito web. L’unico scopo dei notiziari stampati e televisivi è quello di programmarvi in modo che seguiate pedissequamente l’agenda di chi vi governa. Quelli che seguono i notiziari della TV, ascoltano la National Public Radio o leggono i giornali vengono programmati per essere automi senza cervello.
http://action.ae911truth.org/o/50694/t/0/blastContent.jsp?email_blast_KEY=1403010 
Leggete ora questa dichiarazione dei Commissari dei Vigili del Fuoco di Franklin Square and Munson [del 24 luglio 2019].
Considerando che gli attacchi dell’11 settembre 2001 sono indissolubilmente e per sempre legati a Franklin Square e ai vigili del fuoco del Dipartimento di Munson;
Considerando che, l’11 settembre 2001, mentre operava presso il World Trade Center di New York City, il vigile del fuoco Thomas J. Hetzel, badge # 290 della Hook and Ladder Company # 1, Franklin Square e Munson Fire Department di New York, rimaneva ucciso durante lo svolgimento delle sue funzioni, insieme a 2.976 altri soccorritori e civili;
Considerando che, i membri del Dipartimento dei Vigili del fuoco di Franklin Square e Munson erano stati chiamati a collaborare alle successive operazioni di salvataggio, recupero e pulizia del sito del World Trade Center, cosa che aveva provocato a molti di loro malattie potenzialmente letali a causa della respirazione delle tossine venefiche presenti nel sito;
Considerando che il Consiglio dei Responsabili del Distretto dei Vigili del Fuoco di Franklin Square e Munson riconosce la natura significativa e convincente della petizione posta all’attenzione del procuratore degli Stati Uniti per il distretto meridionale di New York riferentesi a crimini federali non perseguiti commessi presso il World Trade Center l’11 settembre 2001, invita il procuratore degli Stati Uniti a presentare tale petizione ad uno speciale Gran Giurì ai sensi della Costituzione degli Stati Uniti e 18 USC SS 3332 (A)
Considerando che, le prove schiaccianti presentate in detta petizione dimostrano oltre ogni dubbio che esplosivi e/o materiali incendiari pre-impiantati – non solo gli aerei e gli incendi conseguenti – avevano causato la distruzione dei tre edifici del World Trade Center, uccidendo la stragrande maggioranza delle vittime di quel giorno;
Considerando che le vittime dell’11 settembre, le loro famiglie, la popolazione di New York City e la nostra nazione meritano che ogni crimine relativo agli attacchi dell’11 settembre 2001 sia indagato con il massimo rigore e che ogni persona responsabile sia portata di fronte alla giustizia;
ORA PERTANTO, SI DEVE DECIDERE che il Consiglio dei Responsabili del Distretto dei Vigili del Fuoco di Franklin Square e Munson sostenga pienamente un’indagine federale completa del gran giurì e un procedimento giudiziario per tutti i reati connessi agli attacchi dell’11 settembre 2001, nonché ogni sforzo di altre entità governative per indagare e scoprire tutta la verità che circonda gli eventi di quel giorno orribile.
Paul Craig Roberts
Fonte: paulcraigroberts.org
Link: https://www.paulcraigroberts.org/2019/09/04/the-official-story-of-the-collapse-of-wtc-building-7-lies-in-ruins/
04.09.2019
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Preso da: https://comedonchisciotte.org/la-versione-ufficiale-del-crollo-del-wtc-n-7-e-un-cumulo-di-macerie/

Amazzonia, gli incendiari gridano al fuoco

Ieri alleati, oggi nemici: i Paesi che hanno investito in Brasile, spronando l’industria a sfruttarne le ricchezze in modo sfrenato, ora denunciano i disastri di siffatto modello economico.

| Roma (Italia)
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A capo della lobby “ruralista”, ossia delle industrie dell’agro-business, Tereza Cristina Corrêa da Costa Dias ha svolto un ruolo importante nell’elezione del presidente Jair Bolsonaro, che l’ha nominata ministro dell’Agricoltura.
Di fronte al dilagare degli incendi in Amazzonia, il vertice del G7 ha cambiato la sua agenda per «affrontare l’emergenza».

I Sette Grandi – Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Giappone, Canada e Stati uniti – hanno assunto, insieme all’Unione europea, il ruolo di vigili del fuoco planetari. Il presidente Macron, in veste di capo pompiere, ha lanciato l’allarme «la nostra casa è in fiamme». Il presidente Donald Trump ha promesso il massimo impegno statunitense nell’opera di spegnimento degli incendi. I riflettori mediatici si concentrano sugli incendi in Brasile, lasciando in ombra tutto il resto.

Anzitutto il fatto che ad essere distrutta non è solo la foresta amazzonica (per i due terzi brasiliana), ridottasi nel 2010-2015 di quasi 10 mila km2 l’anno, ma anche la foresta tropicale dell’Africa equatoriale e quella nell’Asia sud-orientale.
Le foreste tropicali hanno perso, in media ogni anno, una superficie equivalente a quella complessiva di Piemonte, Lombardia e Veneto. Pur differendo le condizioni da zona a zona, la causa fondamentale è la stessa: lo sfruttamento intensivo e distruttivo delle risorse naturali per ottenere il massimo profitto.
In Amazzonia si abbattono gli alberi per ricavarne legname pregiato destinato all’esportazione. La foresta residua viene bruciata per adibire tali aree a colture e allevamenti destinati anch’essi all’esportazione. Questi terreni molto fragili, una volta degradati, vengono abbandonati e si deforestano quindi nuove aree. Lo stesso metodo distruttivo viene adottato, provocando gravi danni ambientali, per sfruttare i giacimenti amazzonici di oro, diamanti, bauxite, zinco, manganese, ferro, petrolio, carbone. Contribuisce alla distruzione della foresta amazzonica anche la costruzione di immensi bacini idroelettrici, destinati a fornire energia per le attività industriali.
Lo sfruttamento intensivo e distruttivo dell’Amazzonia viene praticato da compagnie brasiliane, fondamentalmente controllate – attraverso partecipazioni azionarie, meccanismi finanziari e reti commerciali – dai maggiori gruppi multinazionali e finanziari del G7 e di altri paesi.
Ad esempio la JBS, che possiede in Brasile 35 impianti di lavorazione di carni dove si macellano 80 mila bovini al giorno, ha importanti sedi in Usa, Canada e Australia, ed è largamente controllata attraverso quote del debito dai gruppi finanziari creditori: la JP Morgan (Usa), la Barclays (GB) e le finanziarie della Volkswagen e Daimler (Germania).
La Marfrig, al secondo posto dopo la JBS, appartiene per il 93% a investitori statunitensi, francesi, italiani e ad altri europei e nordamericani. La Norvegia, che oggi minaccia ritorsioni economiche contro il Brasile per la distruzione dell’Amazzonia, provoca in Amazzonia gravi danni ambientali e sanitari con il proprio gruppo multinazionale Hydro (per la metà di proprietà statale) che sfrutta i giacimenti di bauxite per la produzione di alluminio, tanto che è stato messo sotto inchiesta in Brasile. I governi del G7 e altri, che oggi criticano formalmente il presidente brasiliano Bolsonaro per pulirsi la coscienza di fronte alla reazione dell’opinione pubblica, sono gli stessi che ne hanno favorito l’ascesa al potere perché le loro multinazionali e i loro gruppi finanziari abbiano le mani ancora più libere nello sfruttamento dell’Amazzonia.
Ad essere attaccate sono soprattutto le comunità indigene, nei cui territori si concentrano le attività illegali di deforestazione. Sotto gli occhi di Tereza Cristina, ministra dell’agricoltura di Bolsonaro, la cui famiglia di latifondisti ha una lunga storia di occupazione fraudolenta e violenta delle terre delle comunità indigene.

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Preso da: https://www.voltairenet.org/article207515.html

Benin City: ecco le suore “anti Carola” che sfidano il business immigrazionista



Le suore “anti Carola”: ha il velo l’Africa che sfida il business immigrazionista – di Nico Puntoni
Ecco l’Africa che sfida il business dell’immigrazione clandestina. L’anti-Carola ha il volto delle suore e dei volontari africani contro il traffico di migranti. 
A Benin City le suorine del Sacro Cuore di Gesù percorrono in lungo e in largo l’arcidiocesi per sensibilizzare la popolazione locale sui rischi dell’emigrazione illegale.
È un volto poco conosciuto della Chiesa e delle attività di volontariato d’ispirazione cattolica in Africa, ma che va raccontato perché così si salvano le vite dal traffico di uomini per l’Europa.


Non sono bianche, né ricche, né tedesche; ma nere, povere e nigeriane. Sono le suorine del Sacro Cuore di Gesù e percorrono in lungo e in largo l’arcidiocesi di Benin City per sensibilizzare la popolazione locale sui rischi dell’emigrazione illegale.
È un volto poco conosciuto della Chiesa e delle attività di volontariato d’ispirazione cattolica presenti in Africa, ma che merita di essere raccontato in quanto onora tra mille difficoltà il sacro principio di salvare vite umane.
Benin City, città della parte meridionale della Nigeria, è uno dei centri principali del traffico di migranti diretto verso le coste italiane attraverso la rotta del Nord Africa.
Le prime partenze da qui ci furono già negli anni ’80. Quest’area, non a caso, è stata anche la ‘culla’ della mafia nigeriana, ‘padrona’ del business criminale della prostituzione e del traffico d’organi in Europa.
L’immigrazione clandestina è la linfa degli affari sporchi di queste organizzazioni molto ramificate in patria e in fase d’espansione anche nei Paesi d’accoglienza.
L’esistenza di simili interessi dà bene l’idea del coraggio delle religiose del Sacro Cuore di Gesù che, consapevoli di sfidare “in casa” gruppi noti per la loro crudeltà e spregiudicatezza, non rinunciano ad andare di villaggio in villaggio, di parrocchia in parrocchia, a mettere in guardia – specialmente le donne – dai pericoli a cui si va incontro intraprendendo i cosiddetti “viaggi della speranza” verso l’Italia, tramite la Libia.
Le suore mettono a conoscenza le loro connazionali e i loro connazionali dell’incubo che si cela dietro alla promessa alettante di un buon lavoro in Europa: la schiavitù sessuale e l’espianto di organi a cui molto spesso le vittime sono condannate tramite minacce di ritorsioni sui familiari o di far ricorso ai riti voodoo.
Alle persone che incontrano durante questa loro attività, le sorelle del Sacro Cuore di Gesù non si limitano a parlare di questi pericoli, ma offrono anche un’alternativa grazie ad un centro formativo da loro gestito nella regione che prepara i giovani non scolarizzati ad acquisire le competenze necessarie per entrare nel mondo del lavoro.
All’interno della struttura, la Congregazione cura programmi in cui si insegna a cucire (anche abiti tradizionali africani), a cucinare e a realizzare grafici, oltre a prevedere borse di studio per i più indigenti e a fornire servizi di microcredito a madri sole e a vedove.
La Congregazione si preoccupa, poi, di agevolare il reinserimento in società delle vittime della tratta che decidono di tornare a casa.
Un percorso complesso, da affrontare superando giudizi e pregiudizi e che spesso richiede un passaggio intermedio in edifici ‘protetti’.
Uno di questi a Benin City è gestito dal Comitato per il sostegno della dignità delle donne (COSUDOW) coordinato da suor Emeneha, delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, un altro ordine impegnato sul territorio nella campagna di sensibilizzazione contro la tratta.
Anche queste religiose vanno di villaggio in villaggio e chiedono di parlare con i capi locali per metterli al corrente della sorte che spetta prima in Libia e poi in Europa a quei giovani e quelle giovani che decidono di affidarsi ai mercanti di vite umane.
Il sostentamento di simili centri e di queste attività ha, ovviamente, un costo che spesso le religiose fanno grande difficoltà a coprire.
Per realtà come queste, che raccontano più di ogni dibattito il volto oscuro dell’immigrazione clandestina, non ci sono appelli o mobilitazioni sui media dei Paesi occidentali.
Così come ‘scomodo’ ad una certa narrazione radicata del fenomeno migratorio è l’impegno di quei migranti ritornati in patria che hanno deciso di dedicarsi a convincere i loro connazionali ad abbandonare il proposito di partire.
Operano anch’essi in Nigeria, sono i Volunteer Field Officers (Vfo) e collaborano con il programma Migranti come Messaggeri (MaM).
Riconoscibili per le magliette blu che indossano e i poster con le immagini dei ‘viaggi della speranza’ che portano con sé, queste persone si recano nei mercati più frequentati di Benin City e condividono le loro esperienze con la gente del posto.
Le storie personali, testimoniate spesso dalle ferite che portano sul proprio corpo, sono molto spesso gli argomenti più convincenti per far cadere quel mito, duro a morire nelle popolazioni locali, della vita migliore a cui vanno incontro i migranti tentando la traversata del Mediterraneo.
Non di rado, questi volontari diventano oggetto di insulti e aggressioni durante le loro azioni nei mercati della capitale dello Stato di Edo.
È radicato nelle popolazioni locali, infatti, un giudizio benevolo nei confronti delle migrazioni illegali, a cui hanno contribuito le ‘campagne pubblicitarie’ via passaparola che vanno nell’interesse dei trafficanti e tutte incentrate sul mito del ‘miracolo europeo’.
Questi migranti ritornati in patria sono doppiamente coraggiosi: agendo in questo modo, vincono il senso di vergogna – purtroppo molto diffuso agli occhi delle rispettive comunità – di non avercela fatta e, al tempo stesso, sfidano pubblicamente gli interessi di criminali senza pietà.
La testimonianza diretta di queste persone costituisce lo strumento più forte per scoraggiare chi è intenzionato a rivolgersi ai trafficanti e grazie a loro sono già centinaia i nigeriani che ci hanno ripensato.
Jude Ikuenobe, sopravvissuto al deserto ed oggi uno dei Vfo più attivi, ha spiegato bene a IPS News il senso di ciò che fanno: “Il messaggio è che anche se le cose vanno male a casa, questo non sarà mai un buon motivo per andarsi a suicidare. Perchè quando cerchi di viaggiare verso l’Europa attraverso il deserto e il mare, è come se ti andassi ad uccidere (…) dobbiamo far capire loro che l’immigrazione irregolare non porterà il successo atteso”. Fonte: La nuova bussola quotidiana

Preso da: https://informarexresistere.fr/business-immigrazionista-suore/

Chernobyl. Eroi dimenticati e traditi, o una nuova campagna antirussa e antisovietica?

Scritto da Enrico Vigna

agosto 2019

 

Improvvisamente, al di là di righe commemorative o occasionali, negli ultimi mesi su tutti i media occidentali è dilagata una marea di servizi, articoli, analisi, denunce degli errori della dirigenza dell’ex URSS ( che ci sono stati sicuramente), della “vergogna” per aver dimenticato e abbandonato i sopravvissuti, in particolare gli eroi, i “liquidatori”. Come sempre ondate di falsità e menzogne, alcune, come sempre, persino banali e surreali.

Sicuramente un ruolo propulsore l’ha avuto la miniserie televisiva “Chernobyl” di Craig Mazin, la quale come tutte le produzioni televisive o cinematografiche, trasmettono forti emozioni ai telespettatori, soprattutto se fatte bene dal punto di vista artistico. E questa di Mazin era ben fatta, toccante e struggente, peccato però che il contesto storico e il punto di vista che viene trasmesso e indotto, ha finalità che vanno molto al di là della miniserie. Infatti a partire da essa, giornalisti, esperti, studiosi e politicanti di varie tendenze, si sono buttati a capofitto per fomentare sottili odi e sentimenti anti sovietici, pochi sono stati quelli che hanno cercato letture e riflessioni circa questa tragedia, approfondendo magari la questione del “nucleare”, criticamente o favorevolmente, ma almeno in profondità e scientificamente sul controverso e delicato tema. Leggendo o ascoltando gli interventi di questi mesi, alla fine un osservatore ne esce con sentimenti minimo di avversione al sistema sovietico, se non di disprezzo alla società sovietica nel suo insieme, arrivando poi ovviamente all’oggi, attaccando la Russia attuale e il suo presidente Putin, cinici e responsabili di aver dimenticato e tradito coloro che hanno perso la vita sul momento o dopo lunghe malattie, lasciandoli soli e ai margini della società.

 

Si può capire che la reazione di una persona normale e non informata, non possa che essere di disprezzo e  sdegno verso una società di questo tipo e i suoi dirigenti. Questo io penso, sentendo reazioni intorno a me, è stato il risultato, che era anche, a mio parere, il vero obbiettivo politico.

Sarebbe bene che tutti questi scribacchini senza morale e etica, con le loro lauree e professionalità scellerate, e le loro agiate vite piatte e comode, cercassero di capire l’orrore di questa tragedia e scrivessero e operassero per impedire le continue nuove guerre innescate nel mondo, dimenticando che ci sono centinaia di tali centrali nucleari in tutto il mondo, e soprattutto centinaia di BASI MILITARI con armi nucleari, compresa l’Italia e una Terza Guerra Mondiale sarebbe l’ultima per tutta l’umanità. Le loro lauree e professionalità avrebbero così un senso per l’umanità…ma è difficile rinunciare a lauti stipendi e comode vite, occorrerebbe una coscienza etica e sociale.

Spero che questo mio lavoro di ricerca e documentale possa aiutare a conoscere la realtà dei fatti, ma soprattutto la situazione nella società russa di coloro che, per dovere o volontariamente, sono stati gli “EROI” della tragedia di Chernobyl. Non eroi in senso mitologico, ma semplici uomini che per senso del dovere etico e sociale, hanno donato o usato le proprie vite per “GLI ALTRI” loro concittadini. Capisco quanto sia difficile, se non impossibile, citare questo valore e sentimento nel nostro mondo occidentale. Ma continuo a credere che solo sulla base di alcuni valori di fondo sociali, etici, di fratellanza e politici, le nuove generazioni potranno cercare di cambiare lo stato attuale di questo insano mondo.

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Trentatre anni fa, il 26 aprile 1986, si verificò un drammatico incidente nella centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina, vicino alla cittadina di Pripyat, abitata da circa quarantamila persone, perlopiù dalle famiglie dei lavoratori della centrale, divenuta poi una “città fantasma”.

Nella quarta unità si verificò un’esplosione. Il reattore andò completamente distrutto, la spaventosa nube radioattiva copriva un vasto territorio di Ucraina, Bielorussia, Russia, oltre 200 mila chilometri quadrati. L’incidente fu considerato il più grande del suo genere nella storia dell’energia nucleare, anche se molti incidenti nucleari del secolo scorso avvenuti in paesi occidentali, sono spesso stati minimizzati nella loro reale portata distruttiva dai governi e dai media, ma certamente Chernobyl è stata una tragedia di dimensioni immani nella storia dell’umanità e del nostro pianeta.

Per dovere di cronaca riporto che nell’ex URSS non furono poche le voci, con relative indagini, che denunciavano addirittura un sabotaggio,pianificato per minare e destabilizzare l’Unione Sovietica. Ma non furono mai trovate prove sufficienti e tutto andò nell’oblio.

Ancora oggi i calcoli relativi alle vittime, non sono  definitivi, tuttavia il numero totale dei morti secondo le stime più ufficiali è di 600 mila persone, di cui 4mila persone morte per cancro o malattie del sangue immediatamente dopo l’incidente. Vi sono poi le persone decedute di cancro nei paesi limitrofi, i bambini nati nel 1986 da genitori esposti alle radiazioni che hanno ereditato il cancro. Per questo, il numero totale di decessi dopo l’incidente è incalcolabile.

Una fatto spesso tralasciato, che può dare idea della portata di questo incidente, è l’atto eroico di tre subacquei sovietici, uno ucraino Alexei Ananenko e due russi Valery Bespalov e Boris Baranov, che molto probabilmente hanno salvato una grande parte dell’umanità

 

Questi tre eroi che volontariamente, a costo della propria vita, si avventurarono a scendere nelle camere allagate del quarto reattore per evitare una seconda esplosione e salvare un’altra grande parte di umanità. Secondo molti esperti, la forza distruttiva della seconda esplosione avrebbe superato la prima esplosione di dieci volte. Nel 2009, la Scuola di Studi Russi e Asiatici fornì una stima delle conseguenze approssimative di ciò che sarebbe accaduto se non fosse stata impedita la seconda esplosione: “se il nucleo di fusione del reattore avesse raggiunto l’acqua, l’esplosione avrebbe distrutto metà Europa e reso Europa, Ucraina e alcuni altri paesi, oltre la Russia disabitati per migliaia anni… “.

Sotto le 185 tonnellate di materiale nucleare fuso c’era un serbatoio con cinque milioni di litri d’acqua.

Gli ingegneri sovietici consci della spaventosità della situazione, svilupparono immediatamente un piano: fu deciso che, attraverso le camere allagate del quarto reattore, dovessero andare tre sommozzatori e quando avessero raggiunto il refrigerante, dovevano aprire un paio di valvole di intercettazione per scaricare completamente l’acqua affinché il nucleo del reattore non la toccasse.
Era l’unico piano corretto, rimaneva solo di trovare tre “volontari suicidi”. Tutti avevano capito che chiunque andasse in quella miscela radioattiva avrebbe avuto una vita molto breve: poteva essere di alcune ore o alcuni giorni.
Tre uomini si offrirono volontari. Questi erano l’ingegnere anziano Alexey Ananenko, l’ingegnere di livello medio Valery Bespalov e il supervisore del turno Boris Baranov. Dovevano essere tre perché uno doveva tenere la lampada subacquea, gli altri due aprire rapidamente le valvole.
Quando il giorno successivo i sommozzatori si immersero nella pozza mortale, la piscina era completamente buia e la luce della lanterna impermeabile del supervisore del turno veniva periodicamente spenta, funzionando con discontinuità per non consumarne le scorte. Dopo qualche tempo, individuarono le valvole di drenaggio. Non senza difficoltà, nel buio pesto, quando la lanterna era già esaurita, i sommozzatori aprirono le due valvole e l’acqua si riversò e la piscina cominciò a svuotarsi rapidamente.
Quando i tre coraggiosi uomini tornarono in superficie, furono accolti come eroi.
Grazie al loro coraggio e sacrificio si riuscì a evitare la seconda esplosione e salvare le vite di milioni di persone sul pianeta.
Durante i giorni seguenti, gli eroi iniziarono a mostrare sintomi inevitabili e inconfondibili della malattia da radiazioni e dopo poche settimane, tutti e tre morirono.
Furono sepolti in bare di piombo con coperchi sigillati. I loro corpi privi di vita erano intrisi di radiazioni.

Infatti l’acqua era usata nella centrale elettrica come un vettore di calore e l’unica cosa che separava il nucleo del reattore di fusione dall’acqua era una spessa lastra di cemento. Il nucleo fuso bruciando lentamente attaccava questa lastra, andando verso l’acqua in un flusso incandescente di metallo radioattivo fuso. Se fosse passato, il nucleo di fusione del reattore avrebbe toccato l’acqua causando una ulteriore massiccia esplosione di vapore portatore di contaminazione radioattiva. Il risultato di questa esplosione termonucleare avrebbe potuto essere la radiocontaminazione di quasi tutta l’Europa

L’incidente di Chernobyl è stato un disastro indescrivibile, ma senza gli sforzi e le vittime dei tre coraggiosi, poi decorati come Eroi dell’Unione Sovietica, si sarebbe trasformato in un disastro davvero inimmaginabile.

L’operatore video della TV sovietica, che riprendeva le operazione dei tre sub, successivamente morì.

Secondo le versioni ufficiali, le cause della tragedia di Chernobyl sono state delle prove da parte di tecnici per nuovi sistemi, a seguito delle quali si sono verificati un’esplosione e un incendio in uno dei quattro reattori nucleari. A quel punto il reattore cominciò a sciogliersi e il conseguente disastro fu quello di diventare il più grande incidente nella storia dell’umanità nella storia dell’energia atomica, sia in termini di danni economici che di numero di vittime. Cinque giorni dopo l’esplosione, il 1° maggio 1986, gli esperti fecero una terribile scoperta: la zona attiva del reattore esploso di Chernobyl si stava ancora sciogliendo. Il nucleo conteneva 185 tonnellate di combustibile nucleare e la reazione nucleare continuava a velocità terrificante.

 

 

Chi sono i “Liquidatori” . Gli Eroi di Chernobyl

Una definizione che indica partecipanti e volontari preposti specificatamente alla rimozione e eliminazione delle conseguenze di incidenti di gravità massificate. Relativamente alla tragedia di Chernobyl, si è calcolato che hanno preso parte alla “liquidazione” tra le 600.000 e 900.000 persone, coinvolte nei lavori in una zona di 30 chilometri e per moltissimi di loro la salute è rimasta minata per effetto delle radiazioni.

Il simbolo dei liquidatori è l’alfa (α), beta (β) e raggio gamma (γ) passanti attraverso una goccia di sangue

A causa del crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 ci sono stati innumerevoli problemi relativi a dati relativi all’incidente, al trattamento economico e sociale delle famiglie delle vittime, delle cure sanitarie per i partecipanti, dei riconoscimenti, siccome provenienti da diversi paesi, per lo più da Ucraina, Bielorussia, Russia e Kazakistan, ma anche dalle altre ex repubbliche sovietiche. Per questo un numero definito delle vittime, non è mai stato certificato. Secondo alcuni fisici bielorussi che avevano lavorato sul reattore numero 4, “circa 100.000 liquidatori sono ormai morti” tra il milione di partecipanti. Cifra che concorda all’incirca con quella data da Vyacheslav Grishin, un rappresentante dell’Unione Chernobyl (un’organizzazione che unisce i liquidatori provenienti da tutto la CSI e gli Stati baltici). Oltre ai liquidatori sopravissuti colpiti dalle radiazioni e sottoposti a cure sanitarie e controlli periodici, calcolati in centinaia di migliaia.

L’assistenza statale sovietica fino al 1991, ai sopravvissuti e alle famiglie dei morti, ma ancora oggi mantenuta e spesso accresciuta in Russia come negli paesi ex sovietici, è consistita al di là delle decorazioni (che significano comunque anche un riconoscimento economico perenne per gli insigniti), in compensazioni economiche e una accurata e gratuita assistenza sanitaria e sociale ad essi come a tutta la popolazione dell’area in questione. Riconoscimento di pensioni e facilitazioni economiche, precedenza del diritto alla casa, dell’istruzione per i figli, di canali preferenziali per il lavoro, così come lavori adeguati alle condizioni di salute di ciascun liquidatore. Riconoscimento a periodi di ristabilimento in sanatori. Tutti aspetti tuttora in vigore in Russia come in quasi tutte le altre ex Repubbliche sovietiche, dalla Bielorussia alla Moldavia, dal Kazakistan all’Armenia e altre. Per quanto riguarda l’Ucraina la situazione è più complessa e deficitaria, seppure i liquidatori e gli abitanti ucraini, hanno sempre goduto di riconoscimenti anche superiori, per alcuni versi alle altre Repubbliche per ovvi motivi oggettivi, In questi anni seguenti al golpe di EuroMaidan, e di “ritrovate democrazia e libertà”, le cose sono decisamente peggiorate e lo stato ucraino, spesso non adempie alle convenzioni relative alle vittime e ai liquidatori di Chernobyl. Lo attesta per esempio il fatto che l’Associazione vittime di Chernobyl  è continuamente in piazza, al fianco di tutte le proteste antigovernative a Kiev come nelle altre città ucraine per rivendicare e difendere i propri diritti. Gravi problematiche vi sono soprattutto nei Paesi baltici, in particolare in Estonia, dove 200 liquidatori, che lì vivono, da anni lottano per ottenere quei riconoscimenti a loro riconosciuti fino al 1991 dall’ex URSS , oggi negati perché nella nuova legislazione estone “democratizzata”, la Costituzione dell’Estonia, si afferma che lo Stato può solo fornire assistenza ai cittadini che sono “discendenti legali” di cittadini estoni residenti sul suo territorio nell’intervallo tra gli anni  1918-1940, in quanto non viene riconosciuta l’esistenza dell’Unione Sovietica e le sue leggi….

 Riconoscimenti ai liquidatoripartecipanti dell’incidente di Chernobyl

I primi riconoscimenti andarono ai dipendenti della stazione dell’incidente dell’unità di emergenza della centrale, civili e militari. Essi immediatamente furono impegnati nel scollegare apparecchi, nelle analisi dei detriti, nella rimozione di incendi di attrezzature e altri lavori svolti direttamente nella sala del reattore, nella sala turbine e in altri locali una. Il numero delle vittime dirette al momento dell’incidente fu di 31 persone, uno dei quali ucciso subito nell’esplosione, uno è morto subito dopo l’incidente per lesioni multiple, gli altri morti entro poche settimane dopo l’incidente da ustioni, radiazioni e malattie da radiazioni acute.

Tra i liquidatori un ruolo preponderante con costi altissimi lo ebbero soldati e ufficiali dell’Armata Rossa, così come 300 agenti della polizia di Kiev, tra i primi a giungere sui luoghi contaminati, oltre ai militari del presidio a guardia della zona intorno a Chernobyl; al personale medico e sanitario da tutta l’URSS; una immensa forza lavoro proveniente da tutte le Repubbliche sovietiche (compresi militari), che fu destinata alla decontaminazione e pulizia della zona prima della costruzione del sarcofago; lavoratori edili e il personale delle unità speciali militari-costruzione del Ministero, impiegati nella costruzione del sarcofago di cemento Shelter che ricoprì e blindò l’unità distrutta, un muro di protezione profondo 30 metri e una diga sul fiume Pripyat, oltre agli edifici abitativi dei liquidatori e dell’esercito. Minatori  che scavarono un tunnel di 136 metri sotto il reattore. Tra essi vi erano camionisti, esperti scientifici sovietici e personale del governo e dei Ministeri dell’Energia e della Salute in particolare.

In particolare i Vigili del fuoco sovietici pagarono un tributo di vite altissimo, oltre a distinguersi in atti eroici per arginare gli effetti della sciagura.

I primi 5 Eroi di Chernobyl che dettero la vita. Nella loro storia, al loro nome siano onorati e identificati  TUTTI gli eroi di Chernobyl!

Questi cinque liquidatori furono i primi a combattere l’incendio nella centrale nucleare, ricevettero  postumi la decorazione di “Eroe dell’Ucraina” e dell’”URSS”.

Nikolay Vashchuk, comandante dei Vigili del fuoco. Il suo reparto posò quantità di  manichette antincendio sul tetto della centrale nucleare. Operò ad alta quota in condizioni di altissimi livelli di radiazioni, temperatura e fumo. Grazie alla sua determinazione e del suo reparto, la diffusione del fuoco verso la terza unità di potenza fu rallentata e poi interrotta.

Vasily Ignatenko , anch’egli comandante. Fu tra i primi a scalare il tetto di un reattore in fiamme. Affrontò gli incendi in alta quota da 27 a 71,5 mt. Vasily fu portato fuori dal fuoco dai suoi compagni Nikolai Vashchuk, Nikolai Titenko e Vladimir Tishuru, dopo che perse conoscenza.

Alexander Lelechenko, vice capo del dipartimento elettrico della centrale nucleare. Dopo l’esplosione, proteggendo i più giovani elettricisti, egli stesso andò nella sala dell’elettrolisi tre volte. Se non avesse spento l’attrezzatura, la stazione sarebbe esplosa come una bomba all’idrogeno. Dopo aver ricevuto assistenza medica, corse nuovamente verso l’unità di potenza

Nikolay Titenok, pompiere. Non avendo idea di cosa lo aspettasse, arrivò, come i suoi compagni, in camicia, senza alcuna protezione dalle radiazioni. Pezzi di grafite radioattiva furono gettati via con semplici stivali e guanti di tela. A causa dell’alta temperatura, furono costretti anche a levarsi le maschere antigas già nei primi 10 minuti. Senza tale dedizione, l’emissione di radiazioni sarebbe molto più grande. Morì sul posto.

Vladimir Tishura, vigile del fuoco anziano. Era tra coloro che operarono nella sala del reattore dove c’era il livello massimo di radiazioni. Mezz’ora dopo, i primi vigili del fuoco furono colpiti. Cominciarono a mostrare vomito, “abbronzatura nucleare”, la pelle fu rimossa dalle mani. Ricevettero dosi di circa 1000-2000 μR / ora e più (la norma è fino a 25 μR).

 

 

I VIGILI del FUOCO sovietici…

Monumento ai Vigili del fuoco di Chernobyl. “A coloro che hanno salvato il mondo!”

Questo monumento si trova vicino alla caserma dei pompieri di Chernobyl, dalla quale, nella notte del 26 aprile 1986 partirono i primi Vigili del fuoco. Il monumento è molto modesto, realizzato e finanziato dai liquidatori stessi e con lo stesso calcestruzzo da cui è stato costruito il Sarcofago Shelter. Orgogliosa la dedica  “A coloro che hanno salvato il mondo“. Qualcuno ha scritto che è un po’ troppo enfatico, ma sono quelli che non sanno o non hanno sentito, che non sono stati toccati dalla tragedia del più terribile incidente causato dall’uomo sul pianeta…

Alcune righe specifiche devono essere dedicate al valore e alla eroica dedizione altruista dimostrate da questi uomini.

Esattamente sette minuti dopo l’allarme, i Vigili del fuoco sovietici dell’unità locale, arrivarono sul luogo dell’esplosione della centrale nucleare ed iniziarono la loro lotta mortale contro il fuoco. Il dipartimento locale ha immediatamente iniziato a posare manichette antincendio sul tetto della centrale nucleare, lavorando ad alta quota e sul fronte diretto dell’incendio, esponendosi così ai più alti livelli di radiazioni, temperatura e fumo. Fu solo grazie alla determinazione ed al coraggio dei vigili del fuoco che la diffusione del fuoco verso la terza unità di potenza fu limitata e poi impedita Erano comandati dal Maggiore del servizio interno Leonid Petrovich Telyatnikov. Accanto a lui, nella prima fila dei vigili del fuoco, c’erano i comandanti delle guardie dei vigili del fuoco e 23 luogotenenti del servizio interno della centrale, da veri comandanti dettero ordini chiari e risoluti, andando personalmente nei punti più pericolosi. Quei pochi uomini in attesa delle altre forze in arrivo, fecero una vera impresa, al prezzo della loro vita, rallentando il divampare del fuoco e salvando migliaia di altre vite umane. Ma la dose delle radiazioni ricevute fu molto alta. Quattro di essi morirono sul posto, mentre ai Luogotenenti Viktor Kibenk e Vladimir Pravik fu assegnato postumo al titolo di Eroi dell’Unione Sovietica.

Le loro azioni furono poi subito coordinate dal Tenente colonnello e capo del dipartimento operativo-tattico del Ministero degli Affari interni dell’URSS Vladimir Maksimchuk, giunto immediatamente da Mosca.

Dopo aver valutato la situazione, Maksimchuk scelse l’unico metodo corretto e possibile per affrontare il fuoco in quella situazione e i vigili del fuoco entrarono nella zona di pericolo in gruppi  di cinque persone, lavorando lì per non più di 10 minuti, e poi immediatamente rimpiazzati da un altro gruppo. Vladimir Mikhailovich stesso prese parte personalmente alla ricognizione sul luogo del fuoco, poi per quasi 12 ore non lasciò la prima linea del fuoco e, rinunciando alle sue ultime forze, essendosi esposto alle radiazioni, calcolò quale attacco di schiuma era necessario per spegnere le restanti sacche di fuoco. Le abili azioni di Maksimchuk salvarono più di trecento persone. Le tattiche da lui adottate in quel drammatico frangente per estinguere gli incendi negli impianti nucleari non erano mai state adottate in precedenza e in seguito divennero proprietà della comunità mondiale dei vigili del fuoco. Ma in quelle ore in prima linea con i suoi uomini, sprezzante della propria incolumità e vita, da vero comandante, Maximchuk ricevette una dose enorme di radiazioni, circa 700 roentgens. Con gravi ustioni da radiazioni sulle gambe e nel tratto respiratorio, fu portato all’ospedale dell’Esercito sovietico a Kiev, dove gli furono diagnosticati pochi anni di vita, subì diverse operazioni difficili, ma continuò a dirigere grandi operazioni di estinzione di grandi incendi in Russia. Nel 1989 fu colpito da un cancro alla tiroide e allo stomaco. Nel 1990, Vladimir Maksimchuk ottenne il titolo di “Maggiore Generale del Servizio Interno”, e nello stesso anno fu nominato Primo Vice Capo del Corpo dei vigili del fuoco del Ministero degli affari interni dell’URSS. Il 22 maggio 1993 morì.

Nel 2003, il decreto del Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha insignito Vladimir Mikhailovich Maksimchuk del titolo postumo di Eroe della Russia

Nel 1986, Leonid Telyatnikov lavorava come capo dei vigili del fuoco sovietici presso la centrale nucleare di Chernobyl. Nel giro di pochi minuti dopo l’esplosione, lui, insieme a una squadra di 29 vigili del fuoco, si precipitò sul luogo dell’esplosione. “…quando arrivammo sul posto, vidi le rovine, coperte da lampi di luci, che ricordavano i Bengala. Poi notammo un bagliore bluastro sulle rovine del quarto reattore e macchie di fuoco sugli edifici circostanti. Quel silenzio e le luci tremolanti provocarono in noi sensazioni terribili…” ha raccontato. Pur comprendendo tutto il pericolo, Telyatnikov e i suoi uomini si arrampicarono due volte sul tetto della sala macchine e il compartimento del reattore per estinguere l’incendio. Era il punto più alto e più pericoloso. Grazie a questa azione – il fuoco non si diffuse ai blocchi vicini e fu poi vinto. Leonid ricevette una dose di radiazioni di 520 rem, quasi mortale, ma sopravvisse. Nel settembre del 1986, il 37enne Telyatnikov ottenne il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica e fu insignito dell’Ordine di Lenin. Fu anche decorato con la Stella d’oro dell’eroe sovietico. Dopo i trattamento sanitari, continuò il suo servizio e divenne generale. Ma la malattia non si fermò. Morì nel dicembre 2004.

 

Putin: il messaggio di ringraziamento agli Eroi “liquidatori” di Chernobyl

https://www.notizienazionali.it/archivi/immagini/2016/C/Chernobyl-liquidator-Putin.jpg

Senza il loro lavoro ed eroismo le conseguenze dell’esplosione sarebbero state molto più dannose

Nella cerimonia in occasione dei trent’anni della tragedia di Chernobyl, il presidente russo ha ricordato e ringraziato coloro che intervennero e operarono subito dopo l’incidente nucleare.

“ Trent’anni fa, il 26 aprile 1986, la centrale nucleare di Chernobyl subì una dei  peggiori e più drammatici incidenti tecnologici della storia.
Chernobyl ha insegnato una lezione importante per il genere umano, con le sue ripercussioni e conseguenze che ancora si fanno aspramente sentire e che colpiscono la natura, l’ambiente e la salute umana. 
                      

Tuttavia, la portata di quella tragedia avrebbe potuto essere incommensurabilmente più grande, se non fosse stato per il coraggio e la dedizione senza precedenti dei Vigili del Fuoco, del personale militare, degli esperti e gli operatori sanitari e tutti coloro che hanno eseguito il loro dovere professionale e civico, con onore di cittadini.

Molti di loro hanno sacrificato la propria vita per salvare gli altri.

Per diritto conquistato sul campo della loro vita, consideriamo i soccorritori che hanno partecipato nell’intervento in questa terribile catastrofe, veri eroi e rendiamo omaggio  e onore alla sacra memoria di coloro che sono morti. Di fronte a coloro che hanno partecipato alla liquidazione e sono morti a causa dell’incidente, dobbiamo chinare il capo per onorare la loro memoria cara…

Dobbiamo apprezzare profondamente gli sforzi compiuti dai superstiti per sostenere le famiglie dei loro colleghi e compagni caduti e le loro attività pubbliche per non far cadere nell’oblio il loro sacrificio….

Essi hanno lottato coraggiosamente contro questo disastro, in eccezionali condizioni di difficoltà e rischi immensi per la loro propria via- Molti di loro l’hanno persa e oggi noi riconosciamo che ciò che voi avete fatto, i rischi che avete corso, le conseguenze patite per il vostro lavoro non sono ancora pienamente conosciute…

Io ho appena visto il documentario su questa tragedia dell’Accademico Legasov, che mi ha aiutato a capire cosa è realmente accaduto lì e così ho semplicemente capito che coloro che intervenivano lì non pensavano a sé stessi ma soltanto che il disastro doveva essere fermato a qualsiasi costo…e in quella estrema situazione il loro immenso senso di responsabilità ha salvato un gran numero di vite…Oggi ho l’onore di consegnarvi queste decorazioni di stato. Esse sono consegnate a voi come riconoscimento del vostro servizio all’umanità e ve le consegno con un grande senso di rispetto e gratitudine. Grazie e complimenti!”  –   V. Putin, 26 aprile 2016

Eroi di Chernobyl, onorati o dimenticati?

In queste foto e immagini ciascuno dotato di proprio intelletto e pensiero può rispondere da sé a questo interrogativo, subdolamente fatto filtrare da media “mainstream” occidentali.

 

In queste foto invece come si rappresenta la memoria storica perenne  per le nuove generazioni

 

Dopo Chernobyl, per i lavoratori, gli abitanti locali evacuati, i liquidatori e le loro famiglie fu fondata la nuova città di Slavutich.

L’audacia e il valore degli eroi, semplici uomini sovietici a Chernobyl, sarà per sempre, insieme ai pompieri sovietici, come esempio eterno di coraggio, professionalità e lealtà al loro dovere e al  proprio popolo.

A cura di Enrico Vigna, CIVG – agosto 2019

Preso da:  http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1583:chernobyl-eroi-dimenticati-e-traditi-o-una-nuova-campagna-antirussa-e-antisovietica2&catid=2:non-categorizzato

Debito pubblico e migrazioni


Facciamo un po’ di chiarezza su quanto sta accadendo in Africa e su cosa spinge le attuali migrazioni di massa. L’Onu tra le cause indica genericamente “le grandi e persistenti asimmetrie economiche e demografiche.”
Se sovrapponiamo la cartina politica con quella del debito del continente africano emerge come siano spesso proprio i Paesi di maggiore emigrazione quelli con un debito pubblico tra i più bassi. In generale il debito pubblico medio dell’Africa subshariana si attesta a livelli medi molto bassi in termini percentuali rispetto ai Paesi ad economia avanzata. Ciò a causa di misure di austerity che sono state introdotte in Africa e in tutto il Terzo Mondo a seguito della crisi del debito del 1982.

Da allora, attraverso i cosiddetti Piani di Aggiustamento Strutturale, sono state attuate politiche economiche orientate alla totale apertura al libero scambio, senza nessun riguardo per lo sviluppo dell’industria locale, e ai dogmi del neoliberismo: lotta all’inflazione, al debito pubblico, tagli alla spesa pubblica e ai già carenti servizi statali. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno fatto in Africa quello che la Troika ha fatto in Grecia, ma nel silenzio dell’opinione pubblica mondiale, cui è stata propinata una narrazione irreale basata sullo pseudo umanitarismo delle Ong e delle istituzioni internazionali.

Debito pubblico Nigeria, uno dei principali Paesi di emigrazione

In realtà, attraverso la concessione di prestiti per il risanamento del debito, l’Africa è entrata nel vicolo cieco del rimborso degli interessi, che superano l’ammontare del debito originario: si calcola che per ogni dollaro prestato ne siano stati restituiti tredici! Questa spirale perversa, la stessa che oggi opera nelle nostre economie, se da una parte ha arricchito l’élite locale e la nuova borghesia, dirette rappresentanti degli interessi esteri, dall’altra ha aumentato il tasso di disuguaglianza (in Nigeria è tra i più alti al mondo) e il livello di povertà della popolazione, cui non rimane che espatriare. La stessa situazione che, con alcuni anni di ritardo, sta vivendo l’Europa attraverso la strumentalizzazione del debito pubblico e la privazione della sovranità monetaria (ed economica) degli Stati. Finiremo dunque come l’Africa?
Probabile, visto che già i nostri giovani sono sempre più costretti a emigrare per cercare lavoro. Ma per loro non c’è nessun business dell’accoglienza nei Paesi di destinazione. Al di là dei luoghi comuni e delle posizioni aprioristiche, analizzare in termini oggettivi e in chiave economica l’attuale fenomeno migratorio ci aiuta a comprendere quali soluzioni attuare, o almeno quali evitare.

(Approfondisci su “I Coloni dell’austerity. Africa, neoliberismo e migrazioni di massa”).