Sui migranti illegali continuano gli annunci bluff del governo

F-35: la sconfortante immaturità del governo sulla Difesa

Roma, 12 ott – Con l’entrata in scena del governo giallofucsia ritorna alla ribalta il dibattito sull’F-35. Non lo fa in modo pacato, ma con un intervento a gamba tesa direttamente sulla caviglia di tutti gli addetti del settore che, sinceramente, ne avrebbero fatto volentieri a meno. E così politici, mass media e gli immancabili social abbondano di grandi esperti che ci regalano amenità alla stregua di: “meno F-35, più scuole ed ospedali”.

Ecco a cosa serve l’F-35

Lo scenario è sconfortante: “A cosa serve un caccia multiruolo di 5a generazione se non sappiamo neanche controllare le nostre coste?”, si domanda il cittadino medio. Evidentemente, tralasciando l’ingenuità di considerare un F-35 un strumento di pattugliamento costiero, dimentichiamo di prendere in considerazione il progressivo ritorno agli scenari convenzionali ed ai “grandi blocchi” che stanno subentrando ai cosiddetti “scenari asimmetrici”. Succede che, quando uno dei “Grandi” la smette di molestare un popolo disperato a caso, ma si ritrova a confrontarsi “tra pari”, la deterrenza e la superiorità tecnologica diventano fondamentali. Oggi, i “Grandi” non parlano più di guerriglia ed IED ma di Anti Access/Area Denial (A2/AD). Se non sapete di che si tratta, provate a chiederlo ai russi o ai cinesi.

Ebbene, spiace informarvi che, in questo dominio e tralasciando L’F-22 Raptor, l’F-35 è attualmente l’unico a garantire superiorità informativa e versatilità operativa. Se a qualche russofilo è venuto in mente il Su35 o il cinese J31, sappiate che ad oggi (piaccia o meno) sarebbero nell’altro blocco. In definitiva, a meno di non aver preso in considerazione quanto su detto, risparmiateci la tortura.

L’F-35 e il bilancio della Difesa

Lo sconfortante panorama italiano è stato sapientemente descritto da Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, grande conoscitore del comparto e già consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Interpellato sull’argomento ha definito l’attuale dibattito come “sintomo dell’ immaturità politica di cui soffre tutta la Difesa”. Con i sovranisti al governo, “in rotta di collisione con Bruxelles e con l’asse franco-tedesco, la decisione di completare il programma aveva una sua chiara validità per evitare, in una condizione di braccio di ferro con la Germania, di litigare anche con Washington. In sintesi, il ragionamento era: l’America sostiene la nostra politica sovranista, noi compriamo gli F-35. Eppure – chiosa Gaiani – questa scelta non è stata fatta.”
La situazione è poi peggiorata con l’attuale esecutivo ed in particolare con il M5S, il cui atteggiamento è stato sapientemente comparato a quello dell’estrema sinistra che attacca “tout-court” il bilancio difesa ed i suoi punti più mediaticamente esposti: “Dire che gli investimenti per velivoli di quinta generazione potrebbero essere utilizzati per costruire asili nido, o che quelli per una portaerei potrebbero andare a favore di campi-scuola per disabili è fuorviante. Il bilancio della Difesa serve alla Difesa, così come i bilanci di altri dicasteri servono alle rispettive funzioni”.
“Oggi – osserva – il governo è decisamente più orientato verso un’Europa a trazione franco-tedesca. Il problema è dunque diverso, e lo abbiamo notato con il segretario di Stato Mike Pompeo, venuto qui per ricordarci che le politiche protezionistiche contro Airbus (che, va ricordato, non è un’azienda italiana, ma che anzi è spesso rivale delle nostre aziende di settore se escludiamo Mbda) colpiranno anche il nostro Paese. C’è dunque da chiedersi – dice Gaiani – che politica vogliamo attuare, ed è innegabile che ci siano spazi per negoziare i dazi al made in Italy in connessione con il completamento del programma. Tuttavia, non c’è stata né una valutazione tecnica, operativa e finanziaria sulla sostenibilità del programma, né una valutazione politica sul suo utilizzo in chiave di difesa dai dazi americani. Ripeto: navighiamo a vista, privi di una strategia militare d’impiego e di una valutazione sui vantaggi della commessa in Italia, anche relativa ai posti di lavoro che, sebbene minori rispetto a quanto previsto all’inizio, rischiano di ridursi ancora”.
Ebbene sì: l’altro importantissimo aspetto della questione è legato ai ritorni industriali, con meno ali prodotte per Leonardo ed un appeal minore per quei Paesi che avrebbero ancora voglia di venire a Cameri a produrre i loro aerei. Risultato: una marea di posti di lavoro saltati. E pensare che “l’estromissione della Turchia dal programma determina anche l’uscita della sua capacità di produzione di alcune componenti, e ciò potrebbe offrirci opportunità per nuovo lavoro”.
Quello di certa politica (e media affini) è stato definito un vero e proprio ritardo culturale sulla Difesa: “Ricordo che, nel 2007, quando mandammo una serie di mezzi da combattimento e droni disarmati in Afghanistan, ci fu un politico dell’estrema sinistra che criticò l’invio del velivolo perché chiamato Predator. Una cosa simile – ci ricorda sempre Gaiani – è avvenuta sul “uso duale sistemico” promosso come mantra dal precedente ministro della Difesa. Se non c’è la capacità politica di accettare il fatto che le Forze armate servono per difendere i confini e gli interessi nazionali, ed eventualmente per combattere (cosa per cui devono essere preparate), resteremo a un livello di immaturità. Abbiamo un’incapacità di fondo di buona parte della politica ad accettare le Forze armate per quello che istituzionalmente sono”.
Prima di accordarsi ad un certo “ritardo culturale” ci si dovrebbe chiedere: “Quale futuro vogliamo per l’Italia?
Aldo Campiglio

Preso da: https://ilprimatonazionale.it/esteri/f-35-sconfortante-immaturita-governo-difesa-133436/

Migrazioni e crisi economica. Così l’Impero romano cadde sotto le invasioni

Roma, 12 ott – Accostare l’ondata immigratoria iniziata nel 2015 alle invasioni barbariche che smantellarono l’Impero Romano non costituisce un accostamento storicamente privo di fondamento. Nonostante che da un punto di vista storico i mezzi con i quali i barbari penetrarono l’Impero Romano fossero certamente diversi, è tuttavia innegabile il fatto che anch’essi furono indotti a giungere alle porte di Roma da carestie e da fratricide lotte interne.

Impero Romano e migrazioni odierne: le analogie

Quei popoli – così come quelli attuali – approfittando dei confini enormi dell’impero e della loro impossibilità ad essere difesi vi penetrarono prima gradualmente e poi, attraverso conflitti militari, entrarono all’interno del territorio di Roma che fu costretta a venire a patti e a dover ammettere obtorto collo che i barbari erano ormai diventati una forza militare potente e temibile.
Anche le migrazioni attuali fanno leva proprio sulla labilità dei confini e soprattutto sul fatto che l’Europa si affaccia sul mare. Inoltre l’Europa di oggi, come l’Impero Romano di ieri, consentirono ai nuovi immigrati di penetrare all’interno dei loro confini partendo dal presupposto di potersene servire.
Visualizza immagine di origine

Ebbene i sedicenti “profughi” di oggi – che provengono dall’Africa e dall’Asia centrale – vengono aiutati a giungere in Europa attraverso programmi di salvataggio e attraverso rilevanti investimenti economici. E’ significativo il fatto che proprio uno storico romano, Ammiano Marcellino, narra che l’impero contribuì ad aiutare i nuovi barbari nell’attraversamento del Danubio. Inoltre Ammiano ricorda come l’imperatore Valente fosse convinto che i nuovi immigrati – costando poco per l’erario statale – potessero contribuire a rafforzare l’esercito che sarebbe diventato in questo modo invincibile. Ma come sappiamo la storia ebbe un esito diverso: l’esito conclusivo fu che le invasioni dei barbari portarono alla dissoluzione dell’Impero Romano.
Roberto Favazzo

Preso da: https://ilprimatonazionale.it/cultura/migrazioni-crisi-economica-impero-romano-invasioni-133445/

70° della Repubblica popolare Cinese: la cancellazione della storia

L’arte della guerra

Unione nazionale in Siria e Venezuela

All’inizio di settembre siamo stati i soli ad annunciare il passo decisivo contemporaneamente compiuto in Siria e Venezuela. Paesi che ora non cercano più di negoziare con i terroristi, bensì di costruire un nuovo regime in collaborazione con l’opposizione patriottica.

| Damasco (Siria)

JPEG - 34.9 Kb
I presidenti Bashar al-Assad e Nicolás Maduro.
Siria e Venezuela si giocano contemporaneamente e parallelamente il proprio futuro. Ed è normale sia così, perché trattasi di conflitti che non hanno origine locale, ma sono frutto della strategia del Pentagono di distruzione delle strutture statali, avviata dapprima nel Medio Oriente Allargato, in seguito nel Bacino dei Caraibi (dottrina Rumsfeld/Cebrowski [1]).

La situazione e le capacità dei due Stati sono molto diverse, ma la resistenza al capitalismo globale è la medesima. Hugo Chávez (presidente dal 1999 al 2013) è stato portavoce delle popolazioni delle periferie del mondo, di fronte alle ambizioni delle società transnazionali. Deluso dalla defezione di alcune nazioni del Movimento dei Paesi Non-allineati, diventate vassalle degli Stati Uniti, Chávez e il presidente siriano Bashar al-Assad immaginarono di rifondare il Movimento su basi rinnovate e di chiamarlo Movimento dei Liberi Alleati [2]. A chi si poneva domande sui tempi di realizzazione di quest’ambizioso progetto, il presidente venezuelano rispondeva con la previsione che l’omologo siriano avrebbe occupato il suo posto sulla scena internazionale. Nel piano quinquennale 2007-2013, che redasse in prima persona, Chávez inserì anche istruzioni per le amministrazioni del Paese affinché sostenessero un alleato politico tanto lontano, la Siria [3].

Da 18 anni la guerra imperversa nel Medio Oriente Allargato e da otto in Siria. Afghanistan, Iraq e Libia sono già stati distrutti. Lo Yemen è ridotto alla fame. In Siria un governo in esilio è stato riconosciuto dagli Stati Uniti e da un pugno di loro alleati. Il patrimonio del Paese in Occidente è stato confiscato. Nella Lega Araba un governo alternativo ha rimpiazzato quello costituzionale. I vassalli regionali del Pentagono si sono messi agli ordini della NATO.
Nel Bacino dei Caraibi il preludio alla guerra è già in fase avanzata, soprattutto in Nicaragua e a Cuba. In Venezuela un autoproclamato presidente è stato riconosciuto dagli Stati Uniti e da un pugno di loro alleati. Il patrimonio del Paese in Occidente è stato confiscato. Nell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) un governo alternativo ha rimpiazzato quello costituzionale. I vassalli regionali del Pentagono stanno riattivando il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR).
La guerra in Siria è al termine perché la presenza militare russa rende impossibile l’invio di nuove truppe per combattere il governo [legittimo] del Paese, siano esse formate da soldati regolari statunitensi, da mercenari ufficialmente ingaggiati dal Pentagono o da mercenari ufficiosamente ingaggiati dagli alleati della NATO. Ma la vittoria contro decine di migliaia di mercenari dell’Esercito Arabo Siriano non significa pace.
In Siria e Venezuela la pace sarà possibile solo a condizione che la società fratturata – dalla guerra nel primo caso e dalla sua preparazione nel secondo – venga riparata. In Siria la riparazione potrà avvenire attraverso la redazione e l’adozione d’una nuova Costituzione, come previde quattro anni fa la risoluzione ONU 2254. Anche in Venezuela la pace dovrà passare dalla creazione di un regime di unione nazionale, ove si associno gli chavisti e l’opposizione patriottica, ancora viva nel Paese, cui sta a cuore la preservazione della nazione.
Con l’assenso del presidente Trump, nonostante l’opposizione dei generali del Pentagono e dei diplomatici del dipartimento di Stato, il 16 settembre Siria e Venezuela hanno fatto passi avanti in questa direzione. Lo stesso giorno Iran, Russia e Turchia hanno annunciato la formazione della Commissione Costituzionale Siriana [4] e il Venezuela l’apertura di un Tavolo di dialogo che riunisce rappresentanti del governo e dell’opposizione patriottica [5]. Un’iniziativa che si sostituisce ai negoziati che il governo costituzionale aveva intavolato alle Barbados – alla presenza di mediatori norvegesi – con i rappresentanti dell’autoproclamato presidente Guaidó; negoziati che quest’ultimo dichiarò esauriti e abbandonò. Analogamente, la Commissione Costituzionale Siriana mette fine ai negoziati che il governo conduceva da anni con gli jihadisti “moderati”, sotto gli auspici dell’ONU.
Dopo l’inizio della guerra in Siria il principio di Unione Nazionale si è gradualmente affermato. Il presidente Assad riuscì a organizzare nel 2014 un’elezione presidenziale conforme agli standard internazionali dei regimi democratici. In Venezuela invece questo principio rappresenta una novità, di cui ancora non tutti sono convinti. Un precedente tentativo avviato da papa Francesco è fallito. Questa volta, in poche ore, i negoziatori sono riusciti ad accordarsi su tutto quel che Guaidó asserisce di rivendicare, ma che in realtà rifiuta di formalizzare. Gli chavisti hanno smesso di disertare le sedute dell’Assemblea Nazionale; la riforma della Commissione elettorale è in gestazione; il vice-presidente dell’Assemblea Nazionale, prima agli arresti, è stato rilasciato; e via di questo passo.
La diffusione della notizia di questi considerevoli progressi ha coinciso con la vacanza del posto di Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA. La sostituzione di John Bolton con Robert O’Brien favorisce l’avvio di un nuovo indirizzo a Washington. I due uomini hanno le medesime referenze ideologiche, l’“eccezionalismo statunitense”, ma stili opposti: il primo minaccia di guerra l’intero pianeta, il secondo è consumato negoziatore.
Giacché i partigiani del terrorismo – gli jihadisti “moderati” e i guarimberos di Juan Guaidó – ne sono esclusi, Unione Europea e Gruppo di Lima, privi del pragmatismo del presidente Trump, condannano questi progressi.

[1] The Pentagon’s New Map, Thomas P. M. Barnett, Putnam Publishing Group, 2004. “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.
[2] “Assad e Chavez chiedono la formazione di un movimento di liberi alleati”, Rete Voltaire, 3 luglio 2010.
[3] Proyecto Nacional Simón Bolívar. Primer Plan Socialista (PPS) del Desarrollo Económico y Social de la Nación (2007/2013), Presidencia de la República Bolivariana de Venezuela.
[4] “Joint Statement by Iran, Russia and Turkey on the International Meeting on Syria”, Voltaire Network, 16 September 2019.
[5] «Venezuela : Mesa Nacional», Red Voltaire, 26 de septiembre de 2019.

Iraq: Proteste contro la corruzione e il caro vita, oltre 100 i morti

Al-Sadr chiede elezioni anticipate.

di Enrico Oliari
Continua ad aggravarsi la situazione in Iraq, dove da giorni sono in corso asperrime proteste antigovernative contro il caro vita, la corruzione dilagante e la mancanza di lavoro. Il bilancio delle vittime dovute agli scontri con la polizia ed alla repressione è di un centinaio di morti di cui una decina di agenti, e scontri sono registrati un po’ ovunque, dalla centralissima piazza Tahrir di Baghdad a Nassiriya, da Hillah a Najaf. A Diwaniya la polizia ha ammesso di aver sparato a tre manifestanti che cercavano di entrare nella sede del governatorato, ma la Reuters ha riportato testimonianze secondo cui gli agenti hanno sparato sui manifestanti un po’ ovunque, molti dei quali uccisi con colpi alla testa. Migliaia i feriti.

La protesta ha preso il via una settimana fa dopo un tam tam sui social, e da ieri il governo ha disposto la sospensione della rete internet al fine di contrastare la comunicazione fra i gruppi dei manifestanti. La protesta sembra tuttavia incontrollabile, e la rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l’Iraq, Jeanine Hennis-Plasschaert, ha espresso preoccupazione per le violenze, ed in una nota ha fatto sapere il suo “profondo rammarico per le vittime sia tra i manifestanti che delle forze di sicurezza”.
L’Iraq paga la disastrosa invasione americana del 2003 per armi di distruzione di massa inesistenti, cosa appurata dalla stessa amministrazione statunitense, ma soprattutto l’aver rimosso un’intera classe dirigente fatta di milioni fra funzionari, ufficiali militari e imprenditori mettendoli al margine della società, cosa che ha portato alla nascita dell’Isis, in quanto occasione di riacquisire il proprio ruolo sociale, e al governo politici incapaci di tenere testa ai problemi, basti pensare che in un paese che galleggia sul petrolio il prezzo dei carburanti alla pompa è proibitivo.
Nella giornata in cui il parlamento si sarebbe dovuto riunire per decidere un taglio degli stipendi dei parlamentari del 5% a sostegno dei disoccupati, il premier sciita Adel Abdul Mahdi ha affermato in diretta televisiva di “non avere la bacchetta magica”, ma è certo che il suo governo sta traballando a neanche un anno dall’entrata in funzione, specie ora che il leader sciita Moqtada Sadr, il cui Movimento Sadrista partecipa alla maggioranza con 32 deputati, ha preteso le dimissioni del premier e del governo “al fine di evitare ulteriori spargimenti di sangue iracheno”. Ha quindi chiesto “elezioni anticipate da tenersi sotto la supervisione delle Nazioni Unite”.
Più morbido Alì al-Sistani, massima autorità sciita, che ha invitato le autorità ad ascoltare le ragioni dei manifestanti e il governo a scegliere la strada delle riforme politiche ed economiche e non quella della repressione.

Preso da: https://www.notiziegeopolitiche.net/iraq-proteste-contro-la-corruzione-e-il-caro-vita-oltre-100-i-morti/

Handke voce isolata (ci dicono),su ex Jugoslavia, difese serbi contro bosniaci

Intellettuale scomodo e mai accomodante, durante gli anni ’90 il controverso Peter Handke è stato una voce decisamente isolata, dall’indomani del disfacimento della ex Jugoslavia: il vincitore del Nobel per la Letteratura 2019 ha sempre difeso il diritto dei serbi contro i croati, contro i bosniaci, contro i kosovari, e per questo ha suscitato incomprensioni, antipatie, se non odi. Con i bombardamenti su Belgrado, una capitale europea, “è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea”, disse lo scrittore austriaco suscitando infine polemiche e discussioni.

Handke voce isolata su ex Jugoslavia, difese serbi contro bosniaci

 

Nel novembre del 1995 Peter Handke viaggiò in Serbia, nel “paese di coloro che sono abitualmente definiti gli aggressori”. Figlio di madre slovena, ha sempre guardato alla ex Jugoslavia con la speciale attenzione che si porta alle proprie radici. A suo avviso, la stampa tedesca e francese hanno criminalizzato i serbi, costruendo una precisa immagine del nemico di cui lo scrittore in articoli e libri si è sforzato di analizzare i meccanismi politici, culturali e psicologici.

 

Il libro “Un viaggio d’inverno ovvero giustizia per la Serbia” (Einaudi, 1996) è la descrizione del viaggio di Handke a Belgrado e poi in Serbia, fino ai confini con la Bosnia. Segue un Epilogo in cui lo scrittore espone il progetto poetico che sta alla base delle sue tesi.

La Libia è stata liberata? Da che cosa? Per condurla dove e come?

Malta

Cosa accadrà se le forze di invasione non lasciano la nostra terra? Se l’esercito degli Usa e degli altri rimarrà sulla nostra amata patria? Se le loro aziende e le loro ambasciate rimarranno aperte, la bandiera Americana ben esposta? Rimarremo in silenzio? Potete immaginarlo?

Muqtada al Sadr

 

 

Finalmente “Siamo liberi”.    (Se l’ISIS o l’UE non arriveranno prima!)

Mentre l’instabilità politica e la sicurezza in deterioramento hanno complicato i loro sforzi, gli Usa si impegnano ad addestrare le forze di sicurezza del Paese, forze che, ovviamente, avevano precedentemente distrutto insieme con la Nato.

“Gli Usa, e I loro alleati della Nato costruiscono l’esercito spalleggiatore libico, a spese della Libia. Gli Usa si impegnano ad addestrare le Forze di sicurezza libiche”, dichiara il Dipartimento statunitense della Difesa, aggiungendo che “la Libia sta pagando per l’addestramento, che dovrebbe richiedere otto anni”. Vedete, gli Usa hanno già detto che si prenderanno la loro fetta di torta!

 

E adesso, a che punto siamo!

Presto potrebbero essere strette altre due catene, l’UE e l’ISIS!

Nel Marzo 2008 Muammar al – Gheddafi prese la parola al summit della Lega araba a Damasco per pronunciare uno dei suoi discorsi.

Tra le altre cose, indirizzò ai capi di Stato un ammonimento profetico, accusandoli di avere avvallato il rovesciamento e la seguente esecuzione di Saddam Hussein. “Una Potenza straniera occupa un Paese arabo e impicca il suo leader mentre noi restiamo a guardare ridendo…”. Gheddafi tuonò: “Il vostro turno arriverà presto!” Il pubblico scoppiò a ridere. Le telecamere inquadrarono in sala il padrone di casa, il Presidente siriano Bashar Al-Assad, mentre sorrideva. Gheddafi proseguì imperterrito: “Perfino voi, gli amici dell’America. Anzi, noi – noi, gli amici dell’America. L’America potrebbe essere d’accordo con la nostra risata, un giorno.” Ci furono ulteriori risate. Chi ride ora?

Quale profezia! Quelli che adesso ridono sono i distruttori di quel Paese, anche se sembra che non saranno loro a ridere per ultimi.

Con l’uccisione sommaria del Col. Gheddafi, almeno due cose sono state rubate al popolo libico . Uno era la giustizia, di dare all’uomo la possibilità di difendersi contro tutte le accuse.                             E in secondo luogo, se trovato colpevole, assicurare che ottenesse una pena adeguata per le sue azioni dopo, naturalmente, avere assicurato una corretta valutazione, con un bilancio veritiero e completo delle sue (non quello che gli altri hanno fatto in suo nome) normative amministrative e dei risultati per il suo paese. Sono sicuro che ogni libico onesto, sincero e amante del suo paese, avrebbe senza dubbio voluto questo. Ma è stata negata al popolo libico!

Dopo tutto, non è questo che la presuntuosa e ipocrita ECHR predica costantemente, mentre guarda comodamente dall’altra parte quando i suoi indesiderabili vengono assassinati.

Molto probabilmente, voi pensate di sapere il motivo per cui gli Stati Uniti e i paesi occidentali invasero e la Libia e Gheddafi. O credete alla menzogna che la popolazione libica si sia rivoltata contro il regime di Gheddafi. O pensate che la ragione fosse il petrolio! In ogni caso, è con queste spiegazioni che ci hanno foraggiati. E non sono la verità! La copertura delle notizie da parte dei media occidentali è stato semplificata e fuorviante.

Gli USA e la NATO avevano già distrutto la maggior parte delle infrastrutture di Iraq e Afghanistan prima di mettere gli occhi sulla Libia. Così, che cosa sta realmente succedendo e chi vogliono prendere in giro?

Le potenze occidentali hanno fomentato la ribellione contro Gheddafi e la hanno sostenuta attraverso la NATO e le Nazioni Unite. Volevano sbarazzarsi di Gheddafi e lo hanno rimosso dal potere.

Forse Gheddafi era lontano dalla perfezione (chi non lo è?) Ma, certamente, ebbe una visione di grandezza per la Libia e l’Africa. Anche se la sua logica di base era semplice, il suo piano avrebbe palesemente mostrato la vulnerabilità delle potenze occidentali. Gheddafi ha fronteggiato il loro potere. Ha affrontato lo status quo degli “Imperi”. Ha chiesto una maggiore potenza per i paesi africani, nonché una maggiore potenza per i paesi più piccoli della Nazioni Unite. Ha proposto e ha insistito su un nuovo modo di procedere che avrebbe ridotto la capacità di uno o pochi paesi a dominare il mondo.

Questo è il punto. Il popolo libico ha avuto il più alto tenore di vita di una nazione africana (lo so, ero lì), ma Gheddafi ha smesso di accettare banconote della Federal Reserve ed euro per il suo petrolio e ha chiesto di essere pagato in oro. Ha quindi cercato di ritirare il suo oro dalle casseforti a Londra e New York. Non era una cosa che Rothschild, oppure qualsiasi altro paese capitalistico occidentale, avrebbero  permesso che accadesse.                                                                                          Aveva così intenzione di sostenere il dinaro d’oro e aveva accordi con altre nazioni in Africa di basare i loro interscambi sul dinaro, piuttosto che l’euro o il dollaro. Il suo unico errore fu parlarne con altri leader troppo presto. Avrebbe dovuto farlo e basta! Tuttavia, credo che l’errore più grande che ha fatto sia stato quello di avvicinarsi amichevole ad alcuni politici occidentali, confidando in personaggi perfidi come Sarkozy (chiedetegli del sostegno di Gheddafi verso la sua campagna elettorale e sul ruolo determinante del suo paese nella sua cacciata e uccisione), per citare un esempio.

Quanto sono male informati, come ad esempio Anthony Manduca, che ha definito l’era Gheddafi come “una brutale dittatura di 42 anni”. La Libia è stata devastata. Tutti i progressi economici ottenuti durante 42 anni di potere di Gheddafi sono stati buttati via e sono seguite  la morte, la violenza, la miseria, il caos … ciò che ora è la Libia. Robert Gates, l’allora segretario alla Difesa, ha dichiarato che solo un pazzo avrebbe rovesciato Gheddafi. Ma, amico mio, bisogna sapere che l’avidità non ha limiti!

Spodestare Gheddafi non è stata opera solo degli statunitensi. Non avevano cercato invano di ucciderlo all’inizio bombardando la sua capitale, Tripoli? Era ben voluto dal suo popolo. Sapevate come era la Libia prima di Gheddafi? Ma questa è un’altra cosa. I suoi problemi li aveva con i cartelli bancari internazionali, che hanno usato i loro tirapiedi per sistemarlo. Ucciderlo ha aiutato la gente comune di qualche Paese? La guerra in Libia è stata una battaglia per l’Africa!

Per non commettere errori bisogna capire che una volta sconfitti Gheddafi e la rivoluzione libica da parte di questo conglomerato opportunistico di reazionari e razzisti, le forze progressiste di tutto il mondo e il progetto panafricano hanno subito una grande sconfitta e una battuta d’arresto. Quando i bombardamenti alleati della Libia iniziarono nel 2011, l’amministrazione Obama respinse un’offerta di Muammar Gheddafi per avviare negoziati, per abdicare e persino per accettare l’esilio dalla Libia, (egli ritirò perfino le sue forze da diverse città libiche, come segno di buona fede), come testimonia un ex ufficiale di Marina degli Stati Uniti, il quale affermò di essere stato predisposto a gestire la vicenda.

Al contrario gli Usa decisero di fornire armi ai “ribelli”, cioè alle milizie locali libiche affiliate ad Al Qaida e alla Fratellanza musulmana. Così si è consumato l’apice dell’ipocrisia occidentale.

Mustafa Abdul Jalil-, un ex alto funzionario del regime di Gheddafi, aveva dichiarato che i poteri che appoggiavano i ribelli avrebbero ricevuto un accesso preferenziale alla risorse petrolifere della Libia. “I nostri amici che sostengono questa rivoluzione avranno le migliori occasioni nei contratti futuri in Libia“, ha detto. Un altro motivo per l’Occidente di raccogliere i suoi guadagni illeciti (ottenuti con la morte). Molto probabilmente, la loro debolezza li terrà in un continuo stato di servitù, se non la schiavitù, agli imperi dominanti! Nessuno dei paesi che hanno partecipato agli attacchi illegali Libia ha mai avuto a cuore il popolo libico. La loro unica preoccupazione era il ‘commercio’ e il ‘commercio’, in altre parole significa: ‘Quanto grande sarà la mia fetta di torta dopo la rimozione di Gheddafi e la disintegrazione della Libia?’ Gli Stati Uniti possono continuare a guidare l’operazione dalle retrovie in modo efficace, sollecitando gli europei a sostenere un onere commisurato ai loro interessi.

Mentre gli occhi del mondo sono sulla lotta contro l’ISIS in Iraq e in Siria, un altro problema molto reale è ora la Libia, un paese nel caos, per dirla con leggerezza.                                                                           Siamo tutti ancora in attesa che si realizzi la previsione di Manduca, che “il mondo sarà sicuramente un posto migliore senza di Gheddafi” e che vi saranno “buone notizie per Malta!”

Tutto quello che so è che la questione Libia è un cattivo presagio e che l’eliminazione di Gheddafi è stata la più grande tragedia per l’Occidente.

Lo spirito di Gheddafi non deve mai morire!

 

“Il nome di ‘riforma’ copre semplicemente ciò che cela un processo di furto del patrimonio nazionale”.

Aleksandr Solzhenitsyn

Traduzione di Andrea B. per civg.it

Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_multicategories&view=article&id=612:la-libia-e-stata-liberata-da-che-cosa-per-condurla-dove-e-come&catid=25&Itemid=139

ATTALI: “SOVRANISMO EGUALE ANTISEMITISMO”

Insomma  l’ha detto. Ha posto l’equazione  che s’indovina  tanti suoi correligionari padroni del discorso pubblico, super-europeisti, trattengono a fatica nel gargarozzo.
Il sovranismo in Europa  – ha istruito i suoi lettori Attali –  non  è un rifiuto della disciplina comunitaria. No, “in realtà per lo più quelli che ne fanno l’apologia intendono nei fatti a  mezza bocca un rifiuto dei migranti, e  più vastamente, rifiuto dei musulmani.
La Francia “non deve dimenticare che quel che si cela oggi dietro il ‘sovranismo’ è di fatto  la stessa xenofobia, la stessa chiusura, la stessa mancanza di fiducia in sé  delle ideologia anti-italiane,  anti-polacche, anti-armene e  antisemite dei secoli passati”.
https://unaliraperlitalia.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2019/10/Cattura-1.png
“Questi discorsi ostili ai musulmani in Francia sono mortiferi”, prosegue Attali  –  il che è un esempio di chutzpah sinistra, nel giorno in cui la sede centrale della polizia a Parigi assiste all’omicidio di quattro poliziotti accoltellati da un collega di recente conversione salafita.  Ma ancor più  paradossale apprendere chi Attali ha di mira:
“in particolare quando questi discorsi vengono da ebrei, che non devono dimenticare che l’antisemitismo colpisce gli uni e gli  altri. Bisogna denunciare ad ogni costo i discorsi deliranti di Eric Zemmour, di William Goldnadel, o anche in troppe delle sue dichiarazioni, di Alain Finkelkraut””.
Si capisce che ciò che gli ha fatto perdere le staffe è la partecipazione di Eric Zemmour (j), il 28 settembre,  alla Convenzione della Destra   voluta e organizzata la Marion Maréchal Le Pen, che ne è stata anche la stella.
Zemmour è un intellettuale di grido  in tv, che cavalca un anti-islamismo da israeliano, come tanti ebrei di destra. E’ anche un provocatore  – un po’ alla Gad Lerner per intenderci  –   che ama enunciare tesi oltraggiosamente tirate per  i capelli:  per esempio sostiene che la società oggi  è schiacciata “tra l’universalismo mercantile e l’universalismo islamico, due totalitarismi” che, dice, rappresentano “un nuovo patto Ribbentrop-Molotov”. Bum.
Ma la sua semplice  comparsa sul podio accanto alla bionda stella sovranista Le Pen, conta molto più delle quattro grossolanità che ha detto.  E’ la rottura di un divieto  implicito, anzi che fu esplicito tanti anni fa, quando Chirac  (gollista) e Mitterrand (Socialista)  furono convocati dal Grand Orient e giurare: mai un governo con   Jean-Marie Le Pen.  La conventio ad escludendum   stata ancor più rigorosamente osservata dalla potente comunità ebraica.   I Le Pen sono non-persone,  negazionisti, criminali. Ora, Zemmour ha rotto un tabù, ha  aperto ad una legittimazione, allo sdoganamento di Marion  e della sua destra nuova.
Il matrimonio vietato
Dunque è stato immediatamente punito: la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta contro Zemmour per il suo discorso alla Convenzione, per “ingiurie pubbliche” e “provocazione pubblica alla discriminazione, all’odio e alla violenza”. Già in settembre,  la procura l’aveva condannato  a 3 mila di ammenda per aver tenuto, tre anni prima in tv, propositi ritenuti di odio razziale.
Adesso rischia pure di perdere il lavoro a Le Figaro, e la tv pubblica RTL ha posto fine alla sua collaborazione. Insomma un ebreo viene colpito dal  divieto di parola con le leggi concepite dalla lobby per chiudere la bocca ai “negazionisti”, e  subisce le persecuzioni contro la libertà di pensiero per cui è stato condannato  a 18 mesi di galera, poche giorni fa, Alain Soral,  quello della “destra dei Valori, Sinistra del Lavoro”.
Queste manifestazioni di repressione, come l’equazione delirante di Attali,  vengono  però  dalla sensazione, da parte dei signori,   che il “ordine costituito” europeista da disfacendo.   Anche se il  “sovranismo” è sconfitto  in Italia, dove hanno ora un governo che eseguirà  le politiche di austerità e “riforme  strutturali” che gli italiani hanno dovuto sopportare  per un decennio, essi sanno che le conseguenze saranno disastrose comunque. Perché non possono dare nulla al nuovo governo, e quindi condannano l’Italia  a “bassa crescita, disoccupazione persistentemente alta, crescita dei salari lenta, aumento dei tassi di povertà”  con conseguente  “crescente instabilità sociale”.
In Francia,   l’instabilità sociale è già conclamata, come dimostrano le violenze poliziesche contro i Gilet Gialli – ossia contro cittadini che non hanno commesso alcun delitto.  Due giorni prima dell’eccidio al coltello dei quattro poliziotti per mano del quinto collega,  c’è stata  a Parigi  una manifestazione di migliaia di agenti, “marcia della collera”, per chiedere migliori condizioni di lavoro e un vero programma contro la piaga dei suicidi, c he colpisce la categoria.   Sul marciapiede, senza far nulla, c’era un esponente dei Gilet Gialli, insieme a due o tre persone.  I poliziotti   hanno circondato il gruppetto con gli scudi, come fossero dei jihadisti.
Ma quelli sono,  appunto, cittadini, non delinquenti.   Bisogna pur chiedersi se  i suicidi non derivino da un profondo  senso di  tradimento della funzione dell’agente di sicurezza, da  agente al servizio della cittadinanza, ad  agente persecutore non dei criminali ma della “gente”, dei propri simili sociali.
Gli insegnanti sperimentano sulla loro pelle, letteralmente, la frattura con  la società cui   appartengono i loro studenti. Anche fra il corpo docente si moltiplicano i suicidi.

La Plume Libre@LPLdirect
🇫🇷 [FLASH] – Dio, 19 ans, sans-papiers, a frappé son professeur de sport dans un lycée à après que celui-ci lui a demandé d’enlever sa casquette.
Il a été jugé en comparution immédiate : 8 mois de prison.
Le professeur est en arrêt de travail pour au moins 5 mois.
(LP)

Video incorporato

216 utenti ne stanno parlando
C’è del  panico nell’isteria  di Attali. E non è il solo: si può fare un lungo elenco di farsi deliranti pronunciate dai potenti  del  progetto europeo, che indicano la spavento e la sensazione di essersi cacciati da soli in una trappola, finanziaria e sociale.   Uno di questi:
Il banchiere Mustier sa che cosa è una corsa agli sportelli? (Ecco perché vogliono abolire il contante  – Panico europeista).
P.S. “La sovranità appartiene al popolo …” Attali non fa altro che disprezzare e calpestare la nostra Costituzione.

Accordi Italia-Libia, a un incontro del 2017 con gli 007 italiani c’era anche il boss libico Bija

Un’inchiesta esclusiva di ‘Avvenire’ mostra come nella trattativa Italia-Libia aperta nel 2017 per fermate i flussi migratori verso il nostro Paese i funzionari del governo italiano abbiano trattato anche con un pericoloso criminale, che già l’Onu aveva indicato come un boss mafioso libico, e trafficante di esseri umani.

4 ottobre 2019 12:26  di Annalisa Cangem
Uno scoop di ‘Avvenire’ mostra come, nel 2017, ci sia stato un incontro tra le autorità italiane e i libici per trovare un accordo sulle partenze dei migranti, al quale ha preso parte anche un noto trafficante di esseri umani, Abd al-Rahman al-Milad, conosciuto come Bija, entrato indisturbato nel Cara di Mineo, in Sicilia. L’incontro è avvenuto l’11 maggio 2017, in un momento in cui l’Italia – Minniti era il ministro degli Interni – stava discutendo con la Libia per arrivare a un accordo con il quale bloccare il flusso dei migranti verso il nostro Paese. ‘Avvenire’ ha pubblicato le foto della trattativa segreta, e nelle immagini, ottenute da una fonte ufficiale, si vede chiaramente Bija, seduto al tavolo.

Alla riunione, come spiega il quotidiano, c’erano “Anche delegati nordafricani di alcune agenzie umanitarie internazionali, probabilmente ignare di trovarsi seduti a fianco di un signore della guerra dedito alle violazioni dei diritti umani”. Anche all’epoca della trattativa il nome di Bija era famoso, e i dei suoi crimini si era occupata anche la stampa internazionale. Ma in quell’occasione venne presentato come ‘uno dei comandanti della Guardia costiera della Libia: “Sembra impossibile che le autorità italiane non sapessero chi era l’uomo seduto al tavolo dello strano convegno. Diversi mesi prima del suo arrivo in Italia, era finito nel mirino di una raffica di inchieste giornalistiche”, scrive Nello Scavo.

Il 14 febbraio 2017 The Times aveva pubblicato un video in cui si vede un uomo in divisa mimetica picchiare selvaggiamente un gruppo di migranti su un gommone. Ripreso di spalle, il miliziano appare con una menomazione alla mano destra, che fa pensare a quella di Bija, che durante i combattimenti contro Gheddafi del 2011 aveva perso alcune dita. Il 20 febbraio la giornalista italiana Nancy Porsia ha pubblicato un reportage in inglese per Trt World, proseguendo un’inchiesta apparsa già il 6 gennaio in italiano su ‘TPI’, in cui racconta che “Bija lavora sotto la protezione di Al Qasseb, nom de guerre di Mohamed Khushlaf, che è a capo del dipartimento di sicurezza della raffineria di Zawiyah. Supportato da suo cugino e avvocato Walid Khushlaf, Al Qasseb esercita il controllo totale sulla raffineria e sul porto di Zawiyah. I cugini Khushlaf fanno parte della potente tribù Abu Hamyra, così come Al Bija”. E altri articoli che parlavano del pericoloso trafficante furono pubblicati su ‘Il Messaggero’, ‘Il Mattino’, ‘la Repubblica’ e ‘l’Espresso’. E ancora nel 2016, ‘Panorama’ e ‘Il Giornale’ indicarono Abdou Rahman come uomo chiave del traffico di esseri umani. Di lui scrissero anche Francesca Mannocchi per l’Espresso, Sergio Scandura per Radio Radicale e altre testate estere.

Ma sono le stesse Nazioni Unite a scrivere in un rapporto che Bija è un boss a capo di una vera e propria cupola criminale, attiva nell’area di Zawyah, in Libia. Lo riconosce persino un migrante ospite della struttura, che commenta allarmato: “Mafia Libia, mafia Libia”.

Come ha spiegato la fonte, durante l’incontro Bija ascolta e prende appunti, e poi rivolge ai funzionari italiani alcune domande: “Quanto vi paga il governo italiano per ospitare ogni migrante qui? Quanto costa annualmente il Cara di Mineo?”. I libici presenti spiegano che ‘modello Mineo’, dal cui centro sono passati in questi anni oltre 30mila migranti, può essere trasferito anche in Libia, e che l’Italia potrebbe finanziare la costruzione di strutture simili per migranti in tutto il Paese. Di lì a poco sarebbe iniziata la campagna contro le ong e l’Italia e l’Europa iniziano a collaborare per la realizzazione di campi di raccolta in Libia.

Dopo l’inchiesta del quotidiano Riccardo Magi, deputato di +Europa su Facebook annuncia “un’interpellanza urgente per conoscere la composizione della delegazione italiana, gli obiettivi dell’incontro e quali contatti intrattengano le autorità italiane con con questo noto boss della mafia libica condannato dall’Onu. A fronte di queste clamorose rivelazioni – sottolinea Magi – è ancora più urgente istituire una commissione di inchiesta sugli accordi Italia-Libia, come ho chiesto attraverso una proposta di legge depositata lo scorso febbraio”.

Dopo lo scoop di ‘Avvenire’ interviene anche Matteo Orfini (Pd): “Ricordate quando tutti accusavano le ong di trattare coi trafficanti libici? Non solo non era vero, ma un’inchiesta di Nello Scavo oggi dimostra che a farlo davvero erano i servizi italiani. Una vergogna che rende ancora più urgente l’istituzione di una commissione d’inchiesta”.

“La straordinaria inchiesta di Nello Scavo pubblicata oggi sul quotidiano Avvenire rivela uno scenario tanto clamoroso quanto grave. La collaborazione che emerge tra il nostro governo e uno dei peggiori esponenti di quella criminalità libica che in questi anni è alla testa di una organizzazione dedita tanto al traffico di esseri umani che alla loro cattura, responsabile di torture e violenze indicibili, è assolutamente scandalosa”, dice Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana-Leu . “Ciò che abbiamo sempre denunciato rispetto alla cosiddetta ‘guardia costiera libica’ si conferma ancora una volta. E si conferma la necessità di chiudere la pagina vergognosa degli accordi con la Libia, in particolare in tema di politiche migratorie e di sostegno alla cosiddetta “guardia costiera libica. Per questo oltre a presentare nelle prossime ore ogni strumento di indagine parlamentare per chiedere al governo di fare luce sui fatti riportati nell’inchiesta di Avvenire, torniamo a porre la necessità, a questo punto non rinviabile, di istituire una Commissione di Inchiesta Parlamentare su tutte le vicende che circondano questa vergognosa pagina della nostra storia recente”.

Preso da: https://www.fanpage.it/politica/accordi-italia-libia-a-un-incontro-del-2017-con-gli-007-italiani-cera-anche-il-boss-libico-bija/