I gruppi armati di Misurata stanno militarizzando Sirte

2 ottiobre 2019.
Di Vanessa Tomassini.

Dopo essere rimasta fuori dal conflitto per circa sei mesi e nonostante il sindaco abbia più volte preso le distanze dalla lotta politica, la città di Sirte viene coinvolta pesantemente nella guerra a Tripoli. Il comandante della regione centro-occidentale, il misuratino Mohammed el-Haddad, ha incaricato Abdullah al-Naas, di proteggere la città che ha dato i natali al colonnello Muammar Gheddafi. All’inizio delle operazioni militari nella capitale da parte del Libyan National Army (LNA), sotto il comando del feldmaresciallo Khalifa Haftar, al-Naas ha chiesto agli anziani di Misurata di emettere un comunicato di condanna contro l’esercito orientale. Tuttavia il Consiglio, composto da 28 tribù, si è rifiutato in quanto gli anziani non potevano schierarsi contro i loro figli che hanno scelto di arruolarsi con l’esercito di Haftar. Molti giovani di Sirte, compresi i sostenitori del precedente regime, hanno scelto di schierarsi con l’LNA vedendo in esso la possibilità di recuperare quanto andato perduto nel 2011.

L’area del Golfo della Sirte, che si estende da Sirte a ovest a Sidi Abdelati, a circa sessanta chilometri a nord di Ajdabiya, è nelle mani dell’LNA. La sala operativa di Ras Lanuf è composta per l’80% da giovani di Sirte, mentre la sicurezza della città è affidata alla Sirte Security and Protection Force che comprende al suo interno gruppi di Misurata che hanno partecipato all’operazione al-Bunian al-Marsus; la milizia Burkey di Hussein al-Furjani, rifugiatasi a Sirte dopo la sconfitta a Tripoli da parte delle milizie Gnewa e i Rivoluzioni del 17 febbraio; e la Benghazi Defense Brigades (BDB), nota anche come Saraya Defense Benghazi, che nel 2016 iniziò la sua marcia su Bengasi chiamata “Operazione Vulcano di Rabbia”, stesso appellativo usato da Serraj per la controffensiva a Tripoli attuale. Il gruppo fu costretto a fermarsi ad Agedabia. Misurata continua ad usare Sirte ed in particolare al-Bunian al-Marsus, che ha portato alla cacciata di Daesh da Sirte nel 2016, come un modo per pulire la propria immagine e prendere le distanze dai movimenti terroristici, tuttavia sia le BDB che la milizia Burkey sono note per i loro collegamenti con al-Qaeda.
Ci sono diversi segnali che Misurata stia militarizzando Sirte per usarla come piattaforma per condurre e preparare attacchi contro l’LNA. Ibrahim Jidhran, l’ex capo delle Petroleum Facility Guards, insieme con le BDB, ha lanciato un attacco su tre assi a giugno dell’anno scorso alla Mezzaluna Petrolifera e fonti locali confermano che il gruppo punta ad attaccare nuovamente Ras Lanuf per ritornare in possesso delle strutture petrolifere; mentre l’ex capo di stato maggiore, Yousef Al-Mangoush, potrebbe utilizzare Sirte per colpire la base area di al-Jufra. L’LNA è riuscito a respingere un attacco alla base militare già il 13 settembre scorso. Questa rappresenta un appoggio logistico importante per l’esercito per condurre rifornimenti alle sue truppe impegnate in e intorno Tripoli.
Ore dopo l’attacco, l’LNA e l’aviazione degli Emirati Arabi Uniti hanno condotto raid aerei contro posizioni GNA nella periferia sud di Sirte, nella fattispecie l’aeroporto di Gardabya, il quartier generale della Sirte Protection Force ad al-Fatar Factory ed altre posizioni appartenenti alle milizie di Misurata. Almeno altri quattro raid aerei sono stati condotti nelle settimane successive in e ad est Sirte. Martedì sera un aeromobile a pilotaggio remoto (UAV) riconducibile all’LNA ha bombardato l’area nei pressi dell’amministrazione del fiume artificiale.  I raid aerei sono iniziati solamente sei mesi dopo l’inizio delle operazioni dell’LNA nella capitale, in risposta all’evidente militarizzazione della città, dove i gruppi di Misurata si sono riversati più per condurre attacchi che per respingerne, considerato che non ci sono stati segnali di un’imminente offensiva da parte dell’LNA, né questo ha espresso alcuna volontà di attaccare Sirte. Alcuni media hanno collegato i raid aerei alla presenza di terroristi in fuga dal sud della Libia, questa ipotesi tuttavia è da escludere in quanto le truppe della Sirte Protection Force pattugliano da sempre e con maggior costanza da aprile il centro fino alla periferia sud, e i check point non permetterebbero l’ingresso o l’uscita di nessun elemento sospetto, come ci ha confermato lo stesso portavoce della coalizione impegnata nella protezione della città.
La militarizzazione di Sirte appare ancora più evidente considerando, non solo i rinforzi inviati la scorsa settimana dal Governo di Fayez al-Serraj, ma soprattutto per il clima di intolleranza innescato dai gruppi armati di Misurata. Diversi civili hanno riferito di atti intimidatori e perquisizioni da parte delle BDB. “Un Toyota armoured B6 4×4 con firing rings sui finestrini si è appostato per ore sotto la mia abitazione”. Riferisce un funzionario di una ONG operativa in Libia. Dagli inizi di settembre, almeno 14 persone risultano scomparse. Sirte è da sempre nel mezzo della disputa tra Est ed Ovest, esattamente a metà strada tra l’amministrazione del Governo di Tripoli, verso il quale ha mostrato spesso la sua insofferenza, e l’esercito orientale da cui ugualmente ha preso le distanze, preferendo un atteggiamento neutrale. Sembra chiaro, oggi, il ruolo di Misurata nel trascinare la città nel mezzo del conflitto, come base strategica per condurre attacchi contro le forze armate e i vicini giacimenti petroliferi.

Preso da: https://specialelibia.it/2019/10/02/i-gruppi-armati-di-misurata-stanno-militarizzando-sirte/

INTERVISTA – Venezuela, i miti sull’inflazione sfatati dallo specialista finanziario Juan Carlos Valdez

25/9/2019
Il livello di crisi esistente in Venezuela è dovuto a questioni geopolitiche e all’economia come strumento di guerra dell’imperialismo. Tutte le guerre sono, in ultima istanza, di natura economica, ma non tutte utilizzano l’economia come arma di guerra come si sta facendo contro il Venezuela.”

INTERVISTA - Venezuela, i miti sull'inflazione sfatati dallo specialista finanziario Juan Carlos Valdez

di Geraldina Colotti

Juan Carlos Valdez è avvocato, specialista in diritto finanziario, e magistrato supplente della sala costituzionale del Tribunal Supremo de Justicia (TSJ). E’ esperto di economia politica, materia che insegna, e che diffonde nel programma “Boza con Valdez”, in onda su VTV. Gli chiediamo di spiegare a un lettore europeo di sinistra cosa sta accadendo all’economia venezuelana.

I grandi media usano l’esempio della Bolivia contro il Venezuela. Perché l’economia boliviana va bene?

Il Pil della Bolivia rappresenta una parte molto piccola su scala latinoamericana, non è un grosso ostacolo per l’imperialismo, il cui obiettivo principale è quello di distruggere governi socialisti che hanno un forte potere economico come il Venezuela. Se ci riuscisse, poi passerebbe a Cuba, al Nicaragua e anche la Bolivia non durerebbe molto perché è un’economia fragile. Perché i media non parlano del Venezuela fino al 2012? In pochi anni si è ridotta la povertà a meno della metà e quella estrema di un terzo. In meno di due anni si è sconfitto l’analfabetismo, si sono create decine di università e oggi chi non studia è solo perché non vuole, non perché non possa permetterselo. Ogni venezuelano poteva avere sulla sua carta di credito fino a 5.000 dollari sussidiati dallo Stato. Perché non parlano di questa Venezuela? Perché stava dimostrando che la ricchezza si può ripartire in modo giusto. Se lo stesso FMI ammette che solo pochissime famiglie possiedono la ricchezza del mondo – un mondo in cui i paesi che si richiamano al socialismo non sono certo la maggioranza – significa che non è il socialismo a generare la povertà, ma il capitalismo. Per questo il Venezuela fa paura. Per questo abbiamo ragione a resistere. In Venezuela esiste una rivoluzione, che ha smosso tutto nel profondo, assolutamente tutto, e per questo è piena di contraddizioni, altrimenti non sarebbe tale. Noi non vogliamo curare il capitalismo venezuelano, non lo stiamo riformando, stiamo cercando un’altra strada che non è esente da errori, e lo facciamo da soli vent’anni, poca cosa sul piano della storia. Siamo in una fase di acutizzazione delle contraddizioni, una fase di definizione nella quale stiamo verificando, all’interno stesso del blocco rivoluzionario, chi siamo davvero.

Ma con quale prospettiva se non c’è il controllo pieno dei mezzi di produzione e si continua a dormire con il nemico in casa?

In Venezuela, le imprese che costituiscono il motore economico, quelle petrolifere, sono in mano allo Stato. Per questo, nel 2001-2002, mentre siamo riusciti a venir fuori bene dalla serrata padronale, quando hanno bloccato anche il settore petrolifero, abbiamo avuto grosse difficoltà. Il controllo dello Stato c’è, per questo io non mi preoccupo tanto del controllo dei mezzi di produzione, quanto del controllo dei prezzi, che è il vero meccanismo di trasferimento della ricchezza. Per come vanno le cose da noi, la quota di plusvalore per il capitalista si è alquanto ridotta, per via delle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici, per le coperture sociali ottenute, per le leggi che le garantiscono, per una serie di benefici che compensano quel che viene estratto ai lavoratori.

 

 

L’aumento diretto del plusvalore, quasi non è più una priorità per i capitalisti, qui. La vera fonte di ricchezza è la speculazione dei prezzi, quello è il modo attraverso il quale si riprendono con gli interessi quanto hanno dovuto versare al lavoratore, e senza nessuna correlazione con i costi di produzione, e con un margine speculativo spropositato che si approfitta delle necessità della popolazione e che aumenta la concentrazione di ricchezza in poche mani. Una situazione che non ha freni anche per la copertura di certe teorie economiche che si danno per scontate, anche se stonano in una società che vuole costruire il socialismo.

Che cosa intendi?

Mi riferisco alla teoria monetarista, oggi predominante, secondo la quale a generare l’aumento dei prezzi è la quantità di denaro circolante e non la volontà dell’offerente. Io non credo che sia l’eccesso di denaro in circolazione a generare inflazione. Al contrario, penso che aumentando il prezzo quando i prodotti scarseggiano, gli offerenti creano una nuova penuria dovuta proprio all’aumento dei prezzi, che diventano irraggiungibili per molti consumatori: per i quali questi prodotti è come se non esistessero. Il “denaro inorganico”, non esiste. Quando il governo crea denaro per pagare i suoi debiti, quando copre il deficit fiscale, sta semplicemente pagando con ritardo il prezzo di beni e servizi che già ha utilizzato e che si sono prodotti nel paese in quel periodo fiscale. Lo stato non è un falsario che fa circolare denaro eccedente il bilancio stabilito. In agosto, il presidente ha deciso un aumento di salario del 3.600 per cento. La gente era felice di poter far fronte alle necessità basilari, ma immediatamente è arrivata la speculazione dei prezzi. Quando abbiamo accordato i prezzi, sono scomparsi i prodotti dal mercato e si è rimesso in moto il meccanismo di prima. Il livello di crisi esistente in Venezuela è dovuto a questioni geopolitiche e all’economia come strumento di guerra dell’imperialismo. Tutte le guerre sono, in ultima istanza, di natura economica, ma non tutte utilizzano l’economia come arma di guerra come si sta facendo contro il Venezuela. E da noi la situazione si complica anche per la presenza di forze interne che credono nell’importazione perché produce commissioni e corruzione.

E come se ne esce?

All’interno, esercitando l’autorità dello Stato contro la speculazione, producendo una rivoluzione educativa che stimoli la produzione nazionale e si liberi di quelle teorie economiche create per il neoliberismo, per proteggere un determinato sistema politico e una classe sociale, e che non sono innocue. Noi siamo capaci di creare le nostre leggi economiche e regolare la nostra società. Il blocco economico-finanziario si sta trasformando in una forza che ci obbliga a guardarci dentro, a valorizzare le nostre potenzialità, a cambiare abitudini e consumi. L’imperialismo usa il dollaro – che non ha più l’egemonia di prima – come arma di guerra, ma noi stiamo spostando il nostro mercato verso gli alleati strategici, come Russia e Cina, che agiscono per la costruzione di un mondo multipolare. 

Preso da. https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-intervista__venezuela_i_miti_sullinflazione_sfatati_dallo_specialista_finanziario_juan_carlos_valdez/5496_30803/

Libia 2011: quando la Nato supportò al Qaeda contro Gheddafi

Piccole Note 16/8/2019.

In Libia la Nato intervenne in supporto di al Qaeda. Lo rivela il documentato studio di Alan J. Kuperman, che ha analizzato l’immane documentazione pubblicata al tempo dai rivoltosi sul web. Fonti dirette, dunque, inequivocabili.

Nell’articolo pubblicato sul National Interest il professore della lbj School of Public Affairs di Austin (Texas) dettaglia quanto avvenne in quel fatidico 2011, quando la Libia fu teatro di un’insurrezione contro Muammar Gheddafi, travolto poi dall’intervento Nato.

Libia 2011: quando la Nato supportò al Qaeda contro Gheddafi
Libia: falsità di una narrazione

Kuperman rammenta quanto ormai acclarato da indagini precedenti, che cioè l’intervento dell’Occidente ebbe “false giustificazioni”.

Non era vero che Gheddafii stesse “massacrando civili”, in realtà il regime stava contrastando “con attenzione delle forze ribelli che avevano attaccato per prime”.

In secondo luogo, l’apparente “missione umanitaria” era in realtà un’operazione di regime-change che accrebbe “il bilancio delle vittime di almeno dieci volte, promuovendo l’anarchia che ancora persiste”.

La narrazione ufficiale vuole che i disordini libici abbiano avuto inizio con proteste pacifiche, contro le quali. Il regime avrebbe usato la forza letale, costringendo i manifestanti a prendere le armi.

“Questi ribelli dilettanti – secondo tale narrazione – presero poi il controllo della Libia orientale in pochi giorni, spingendo Gheddafi a schierare forze per commettere un genocidio, che fu interrotto solo dall’intervento” Nato.

In verità, “studiosi e gruppi per i diritti umani hanno da tempo smentito parti fondamentali di questa narrazione: la rivolta è stata violenta sin dal primo giorno, il regime ha preso di mira i militanti e non i manifestanti pacifici e Gheddafi non ha minacciato nemmeno verbalmente i civili disarmati”.

La Nato in soccorso di Al Qaeda

Resta però il mistero su chi “ha effettivamente realizzato la ribellione nella Libia orientale”, ovvero su quei “militanti che hanno salvato i manifestanti dalla sconfitta e hanno aiutato a rovesciare Gheddafi”.

La narrazione convenzionale suggerisce “improbabilmente” che i pacifici manifestanti, “reagendo spontaneamente alla violenza del regime, si siano in qualche modo impossessati di armi e abbiano conquistato metà del Paese in una settimana”.

“La verità ha molto più senso: la ribellione è stata guidata da veterani islamici delle guerre in Afghanistan, Iraq e Libia. Pertanto, gli Stati Uniti e i suoi alleati, non rendendosene conto in quel momento, intervennero per sostenere Al Qaeda”.

Questo, in sintesi, quanto scoperto da Kuperman, che dettaglia giorno per giorno, scontro per scontro, i primi giorni di insorgenza.

E spiega come in realtà Gheddafi fu più che moderato rispetto ai manifestanti pacifici, “facilitando in tal modo la rivoluzione di al Qaeda”.

Egli, infatti, “ha perseguito la riconciliazione politica con gli islamisti, liberando centinaia di prigionieri, che lo hanno ricambiato rovesciandolo e uccidendolo”.

“In secondo luogo, all’inizio del 2011, Gheddafi si è astenuto da compiere forti ritorsioni contro l’insurrezione armata per evitare di recare danno ai civili, ma ciò ha dato slancio agli insorti e ha incoraggiato altri libici a unirsi a loro, aiutandoli a conquistare rapidamente l’Oriente”.

Il leader libico, sostiene Kuperman, avrebbe invece avuto facilmente la meglio sugli insorti se non si fosse aperto a una riconciliazione con i suoi avversari e avesse lasciato in galera gli islamisti.

Al Qaeda, dalla Libia alla Siria

Per Kuperman gli errori di valutazione dell’Occidente furono causati da una mancanza di approfondimento da parte di media, intelligence e politici.

Lettura minimalista, che nulla toglie al coraggio dell’autore dello studio.
Resta però arduo credere che l’intelligence Usa, che dopo l’attentato alle Torri Gemelle monitorava costantemente al Qaeda, non fosse a conoscenza che i bastioni della rivoluzione anti-Gheddafi nella Libia orientale coincidevano con i presidi di al Qaeda.

Insomma, una grande menzogna, la narrazione della rivolta libica propagandata allora, che nonostante tutto perdura.

Pur non potendo negare la tragedia prodotta dall’intervento, evidente dal caos in cui è sprofondata la Libia, resta comunque consegnata alla storia l’idea di un regime che ha massacrato civili inermi, che andava comunque rovesciato.

Solo, è l’autocritica di oggi, occorreva una pianificazione’ più accurata, che prevedesse un nuovo ordine post-Gheddafi.

Ma al di là, la scoperta che l’intervento della Nato in Libia è stato in supporto di al Qaeda non ha solo implicazioni storiche. Riguarda anche il presente. Basti pensare alle Siria, dove l’ambigua convergenza tra Occidente e al Qaeda si è
replicata, in maniera altrettanto tragica, contro Assad.

Ma sul punto torneremo, limitandoci per ora a registrare che l’ultima enclave siriana di al Qaeda vacilla: l’esercito di Assad, infatti, sembra sul punto di riprendere il controllo di Khan Sheikhoun, città chiave dell’enclave di Idlib, ultimo baluardo del Terrore nella Siria tornata sotto il controllo di Damasco (resta agli Usa il Nord Est). Potrebbe rappresentare un punto di svolta decisivo dopo otto anni di tragedie inenarrabili.

preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-libia_2011_quando_la_nato_support_al_qaeda_contro_gheddafi/16658_30090/?fbclid=IwAR2X10cUMn2rUtUupSVId9BvpShyF7PYA4OkHFS3bM9gASoPv—CuiUbHk

Donbass: ricordate e onorate le donne minatrici nel Giorno della Liberazione del Donbass

Scritto da Enrico Vigna

9 settembre 2019

L’8 settembre l’Associazione delle donne Aurora di Donetsk, ha dedicato un incontro alla Giornata della liberazione del Donbass. Questa è stata una grande vittoria per tutto il popolo sovietico e in particolare per le donne sovietiche.

Poche persone sanno che la liberazione del Donbass è stata effettuata dalle donne. A Donetsk, c’è un cartello commemorativo che informa che in questo sito “i discendenti riconoscenti hanno costruito un monumento alle donne del Donbass che hanno compiuto una storica impresa lavorativa, per ripristinare le miniere di carbone distrutte durante la Grande Guerra Patriottica e raggiungere il livello prebellico della produzione di carbone “.
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L’8 settembre l’Associazione Aurora con altri amici e compagni, hanno visitato questo luogo e portato fiori in segno di gratitudine a quelle operaie e operai, che hanno reso il Donbass Sovietico una prospera regione mineraria.

 

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Un po ‘di storia.

Nel 1943, quando il Donbass fu liberato dagli invasori nazisti, si ritrovò con quasi tutte le sue miniere fatte saltare in aria e inondate dai nazisti prima della ritirata. All’estero, valutando l’entità della distruzione, fu predetto che la regione non si sarebbe rialzata per molto tempo e avrebbe perso il suo significato per lo sviluppo dell’industria e dell’economia dell’Unione Sovietica. Il quotidiano americano The New York Times scrisse: “Il Donbass è perso … Ci vorranno decenni per ripristinarlo“.
La ricostruzione e il rilancio delle miniere di carbone caddero sulle spalle delle donne. Già nel 1946, nel Donbass venivano estratte 106 milioni di tonnellate di carbone, che era 4 milioni di tonnellate in più rispetto al livello prebellico della produzione di carbone. In onore di ciò, nel 1947, fu firmato un decreto sull’istituzione della vacanza professionale nel Giorno dei Minatori, che è stata celebrata dal 1948.
Dal 1943 al 1947, fino all’80% delle donne lavorava sottoterra nelle miniere del Donbass. In totale, dalle 200.000 alle 250.000 donne lavoravano nelle miniere rispettivamente durante la guerra e nel dopoguerra. A circa 46.300 persone fu assegnata la medaglia “Per il ripristino delle miniere di carbone del Donbass”, più della metà delle quali donne.

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Da Associazione di donne  Aurora, Donetsk, RPD

A cura di Enrico Vigna SOS Donbass/CIVG

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Preso da: http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1597:donbass-ricordate-e-onorate-le-donne-minatrici-nel-giorno-della-liberazione-del-donbass&catid=2:non-categorizzato&Itemid=101

Ininterrotti crimini di guerra vengono commessi in Yemen dalla criminale coalizione saudita, in un vergognoso silenzio globale

Scritto da Enrico Vigna

Mentre la coscienza della solidarietà internazionale è attenuata e l’attenzione internazionale langue, sepolta dalla disinformazione o peggio dall’indifferenza, quelle organizzazioni che affermano di essere impegnate per i “diritti umani”, si rivelano estranee o distratte  circa l’eccidio sistematico commesso dalla coalizione americano-saudita e loro complici, contro civili, donne e bambini, sistematicamente e ferocemente da cinque anni, ogni giorno nello Yemen.

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Dove sono i cantori del “dirittoumanesimo” globale, gli accusatori di “regimi e stati canaglia” indicati da USA e Israele, i praticanti le varie  “rivoluzioni colorate” in ogni dove ci sono  ingiustizie…tranne dove possono infastidire o contrastare interessi NATO o statunitensi?

Perché non levano le loro voci influenti “mediaticamente ed economicamente”, perché tacciono?

Nello Yemen da cinque si attua anni una guerra soprattutto sulla popolazione che vive in prima linea, sottoposta a attacchi indiscriminati che continuano senza sosta, senza alcuna segnale di discontinuità.

Una guerra che ha prodotto finora 3 milioni 650.000 sfollati, continuamente in crescita.
Una aggressione spietata dove non esiste la parola umanitario, dove il cosiddetto diritto internazionale umanitario che dovrebbe proteggere i civili, all’interno di un conflitto è quotidianamente calpestato nel silenzio, letale, internazionale.

 

Secondo molti testimoni e denunce, la coalizione saudita utilizza armamenti USA, prodotti e forniti dalla società Gazal Dynamics, che è fornitrice del sistema aeronautico americano, il quale ha in dotazione  bombe e missili come l’Mk 82, un missile a caduta libera leggera.

La coalizione guidata da Arabia Saudita e Stati Uniti non rispetta i minimi obblighi ai sensi delle leggi di guerra, e utilizza l’armamento statunitense in attacchi palesemente sproporzionati e indiscriminati, che provocano migliaia di vittime civili e danni a strutture civili nel paese arabo.
Dal marzo 2015, la coalizione saudita, ha iniziato questa guerra contro lo Yemen con l’obiettivo dichiarato di schiacciare il movimento Houthi di Ansarullah, che aveva preso il potere e cacciato il fedele alleato di Riyadh, l’ex presidente fuggitivo Abd Rabbuh Mansur Hadi.

Anche secondo il quotidiano La Repubblica: “… Nello Yemen, negli ultimi mesi la crisi umanitaria si è ulteriormente aggravata, restando il punto del mondo dove si sta consumando la tragedia peggiore degli ultimi trent’anni. Un conflitto che, così come è avvenuto in Siria, colpisce soprattutto la popolazione civile, fin dall’inizio della guerra. Dallo scorso dicembre, infatti, nella sostanziale indifferenza della cosiddetta “comunità internazionale” e della maggior parte del sistema mediatico, qualcuno si è messo a calcolare che, di fatto, tre civili ogni giorno vengono uccisi, in media una vittima ogni 8 ore. ..Tre anni e oltre 600.000 persone yemenite morte e ferite, impedendo ai pazienti di recarsi all’estero per cure e bloccando l’ingresso delle medicine nel paese dilaniato dalla guerra…”.
Dopo gli innumerevoli bombardamenti sulle infrastrutture civili e gli ospedali, oggi sono oltre 2.400 i morti di colera e la crisi ha innescato quello che le Nazioni Unite hanno descritto come il peggior disastro umanitario del mondo.

Risultati immagini per yemen guerra

Gli abitanti della provincia di Hodeidah hanno organizzato manifestazioni di protesta per le aggressioni criminali nel loro territorio contro la popolazione  

 

 

Una manifestazione di protesta è stata organizzata dagli  abitanti della provincia di Hodeidah per condannare l’ultimo crimine commesso dagli attacchi aerei sauditi contro i prigionieri nella provincia di Dhamar.
I partecipanti hanno lanciato slogan ed esposto  striscioni per denunciare i crimini del terribile massacro, che ha lasciato decine di prigionieri morti e feriti, che erano elencati nell’accordo di scambio firmato a Stoccolma.

La popolazione ha urlato il suo sdegno e ritiene le Nazioni Unite e la comunità internazionale pienamente responsabili degli atroci crimini commessi dall’aggressione contro il popolo yemenita.
Il 1° settembre l’aggressione aerea di USA-Arabia Saudita aveva lanciato sette incursioni su un edificio utilizzato per prigionieri di guerra a nord della provincia di Dhamar. Più di 150 persone sono state uccise e ferite nel massacro, mentre ancora continua il processo di recupero dei corpi delle vittime.      3 settembre 2019

A cura di Enrico Vigna, CIVG

Preso da:  http://www.civg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1600:ininterrotti-crimini-di-guerra-vengono-commessi-in-yemen-dalla-criminale-coalizione-saudita-in-un-vergognoso-silenzio-globale&catid=2:non-categorizzato&Itemid=101

I tentacoli di Israele si allungano

Strategic Culture, 6 agosto 2019 (trad. ossin)
I tentacoli di Israele si allungano
Brian Cougley
Il 23 luglio, alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, un voto schiacciante ha condannato il movimento BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni], che si propone di esercitare pressioni sul governo israeliano perché «rispetti il suo obbligo di riconoscere il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e si conformi pienamente alle prescrizioni del diritto internazionale:
1. Mettendo fine all’occupazione e alla colonizzazione di tutte le terre arabe e smantellando il muro
2. Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele alla piena uguaglianza
3. Rispettando, proteggendo e promuovendo il diritto dei rifugiati palestinesi di ritornare nelle loro case e riacquistare i loro beni, come stabilito nella risoluzione 194 delle Nazioni Unite».
Il presidente Donald Trump, come lo erano stati tutti i suoi predecessori, è ospite fisso dei meeting dell’AIPAC
Non v’è nulla di moralmente o legalmente discutibile in alcuno di questi proponimenti. Ma il Congresso degli Stati Uniti non si preoccupa di moralità né di legalità, quando siano incompatibili con la loro politica verso Israele che, come ha chiarito il rappresentante Lee Zeldin a New York, si fonda sulla convinzione che «Israele è il nostro migliore alleato in Medio Oriente; un simbolo di speranza di libertà, circondata da minacce esistenziali». Fox News ha detto che la risoluzione di condanna «è stata sollecitata dall’AIPAC, l’influente lobby israeliana a Washington», cosa che spiega molte cose, giacché l’AIPAC, [American Israel Public Affairs Committee] è un’organizzazione potentissima, dotata di tasche profonde e mani prodighe.
A febbraio 2019, The Intercept notava che l’«AIPAC, sul suo sito Web, raccoglie adesioni al suo ‘Club del Congresso’, impegnandosi a versare almeno  5 000 dollari ogni tornata elettorale, in favore degli aderenti». Nel film intitolato The Lobby, Eric Gallagher, un alto responsabile dell’AIPAC dal 2010 al 2015, racconta a un giornalista di Al Jazeera che l’AIPAC ottiene risultati. Un’intercettazione segreta ha rivelato che «…riuscire a ottenere 38 miliardi di aiuti militari per Israele è importante, ed è quello che l’AIPAC riesce a fare. Tutto quello che l’AIPAC fa è finalizzato a influenzare il Congresso».
L’AIPAC influenza il Congresso e altre istituzioni in modo estremamente efficace, fino al punto di riuscire a ottenere che Al Jazeera non trasmettesse la versione inglese di The Lobby. Il direttore dei programmi di inchiesta di Al Jazeera, Clayton Swisher, ha detto che vi sono state pressioni «di lobbisti israeliani di Washington che minacciavano di fare in modo che il Congresso classificasse la rete Al Jazeera come  ‘agente straniero’ e di accusare falsamente di antisemitismo gli autori del documentario». E basta questo: la semplice accusa di antisemitismo costringe chiunque a grattarsi la testa, ruotare gli occhi, e a farsi da parte.
E’ accaduto così che il giorno prima che il Congresso condannasse un’iniziativa diretta a premere perché Israele riconosca i diritti dei Palestinesi e rispetti il diritto internazionale, gli Israeliani realizassero un’operazione di distruzione mirata specificamente contro i diritti dei palestinesi, e contraria al diritto internazionale. Secondo la BBC, 200 soldati israeliani e 700 poliziotti, carichi di armi pronte all’impiego, sono stati dispiegati nel villaggio palestinese di Wadi Houmous alle 22 del 22 luglio, con bulldozer e scavatrici che hanno proceduto alla distruzione di case palestinesi.
L’amministrazione USA non ha mosso obiezioni. Il suo twittatore in capo aveva chiaramente espresso il suo punto di vista su Israele il 16 luglio, quando aveva annunciato che le quattro deputate donna del Congresso, non bianche, ch’egli odia in modo addirittura nevrotico, sono «un gruppo di comuniste che odiano Israele», e che «parlano di Israele come se fosse uno Stato criminale e non una vittima in quella regione». Per contro, l’Unione europea ha stabilito che «la politica di colonizzazione, ivi comprese le iniziative prese in questo contesto, come i trasferimenti forzati, le espulsioni, le demolizioni e le confische di case, è illegale dal punto di vista del diritto internazionale. Conformemente alle posizioni assunte da lunga data dalla UE, attendiamo che le autorità israeliane fermino immediatamente le demolizioni in corso». Ma comunque non cambierà nulla, visto che non c’è alcuna possibilità che gli Stati Uniti o il Regno Unito sostengano delle azioni a tutela del diritto internazionale, quando questo viene violato da Israele.
La Gran Bretagna sta per uscire dalla Unione Europea, quindi non ha voce in capitolo nella politica europea, ma non può comunque accettare critiche a Israele, giacché il Partito conservatore al potere promuove un’organizzazione chiamata «gli amici conservatori di Israele» (CFI), che raggruppa circa l’80% dei deputati conservatori.
Boris Johnson, il nuovo Primo Ministro britannico discepolo di Trump, è un fervente militante del CFI che lo ha sostenuto nella sua candidatura alla testa del Partito conservatore. Il 23 luglio, i presidenti del CFI Stephen Crabb, deputato, e Lord Pickles, insieme al presidente onorario Lord Polak, hanno dichiarato: «Dalla sua opposizione al boicottaggio dei prodotti israeliani quando era sindaco di Londra, fino al ruolo determinante svolto, da ministro degli Esteri… Boris ha una lunga storia di amicizia con Israele e la comunità ebraica. Il signor Johnson ha continuamente mostrato il suo appoggio risoluto… reiterando il suo profondo attaccamento a Israele e impegnandosi a essere un campione degli ebrei in Gran Bretagna e nel mondo».
Uno dei primi incarichi ministeriali conferiti da Johnson è stato alla signora Priti Patel al posto di segretario agli Interni. Costei si era dovuta dimettere dal Gabinetto della prima ministra Theresa May nel novembre 2017 dopo essere stata colta in flagrante mendacio, cosa non inabituale per lei, ma stavolta particolarmente rilevante. Come ebbe ad annunciare la BBC: «Priti Patel si è dimessa a seguito delle polemiche a proposito di Israele», scusandosi con la Prima Ministra «per le riunioni non autorizzate tenute in agosto con alcuni politici israeliani – compreso il Primo Ministro Benjamin Netanyahu – di cui si è avuta successivamente notizia. Ma è emerso poi che aveva tenuto altre due riunioni in settembre non in presenza di funzionari governativi». Non solo questo, ma in una intervista alla stampa «aveva fatto falsamente intendere che il Ministro degli Affari esteri, Boris Johnson, e il Foreign Office erano al corrente delle sue riunioni in Israele».
E’ uno di quei fatti che hanno suscitato tante risate nel corso delle meravigliose serie della BBC «Yes Minister» e «Yes, Prime Minister» : Ho sbagliato; dà una falsa impressione; è in prigione per avere raccontato menzogne.
Ed è decisamente strano che l’insigne Lord Polak, quello stesso che ha dichiarato che Boris Johnson è «amico di Israele», abbia accompagnato Patel in tredici delle quattrodici riunioni coi responsabili israeliani ad agosto e settembre. Cosa diavolo avranno fatto?
Ovviamente lei non aveva alcun timore di doversi dimettere per avere raccontato bugie, dal momento che Boris Johnson aveva dichiarato alla BBC : «Priti Patel è da tempo un’ottima collega e amica, una segretaria di Stato di prima classe per lo sviluppo internazionale. Lavorare con lei è stato un vero piacere, e sono certo che abbia un grande futuro davanti a sé». L’uomo ha il dono della profezia.
Poi Johnson ha nominato Michael Gove cancelliere del ducato di Lancaster, che è una strana nomina che conferisce grande potere e quasi nessuna responsabilità. Gove era stato apertamente sleale con Johnson all’epoca della prima competizione per la leadership, in quello che il Daily Telegraph aveva definito un «tradimento spettacolare», ma tutto è stato perdonato giacché, come dicono «gli amici conservatori di Israele», egli ritiene che l’antisionismo e l’antisemitismo siano «due facce della stessa medaglia», che significa che chiunque critichi la persecuzione dei Palestinesi da parte dei nazionalisti di Israele è un antisemita. Egli ritiene che «il criterio che consente di giudicare un popolo civile è che esso sia al fianco del popolo ebraico e al fianco di Israele. E’ un piacere stare col popolo ebraico, E’ un dovere stare al fianco di Israele».
I Palestinesi non ottengono alcun sostegno dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna quando le loro case vengono rase al suolo dai bulldozer, Non possono aspettarsi alcuna critica da parte di Washington o di Londra quando i loro figli vengono uccisi a Gaza dai soldati israeliani.
La Cisgiordania, tra Israele e la Giordania, è stata conquistata da Israele nella guerra del 1967 in Medio Oriente. Poi è stata annessa Gerusalemme est. Il diritto internazionale definisce le due zone come territori occupati. Per quanto tale circostanza venga ignorata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, è interessante constatare che il 30 luglio, in Canada, in una sentenza di portata minore, ma rivelatrice, un giudice ha deciso che il vino prodotto nelle colonie ebraiche della Cisgiordania non dovranno portare etichette con la menzione «prodotto in Israele» giacché, logicamente, le colonie si trovano in territorio palestinese.
Ma non servirà a niente dirlo a Donald Trump, esperto di vino israeliano, o al Congresso statunitense, o a qualsiasi membro del Partito conservatore britannico al potere, perché il diritto internazionale non ha alcun valore, quando si hanno altre priorità.

USA – Se vince l’impeachment di Trump, vince il partito (trasversale) della guerra

26 settembre 1919.
 
Nancy Pelosi, il presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha chiesto di avviare l’ impeachment  perchè Trump in una conversazione telefonica con il presidente ucraino Zelensky ha chiesto di riaprire un caso scabroso sul figlio del senatore Biden, candidato per i democratici nelle prossime elezioni USA.
Non è difficile indovinare il motivo per cui i democratici abbiano preso una decisione cosi’ grave: il Partito Democratico è seriamente spaventato dalla prospettiva di trasferire prove di colpevolezza dall’Ucraina agli Stati Uniti sulla famiglia Biden e che quindi questi documenti inneschino   una serie di procedimenti penali contro persone con cui Biden ha lavorato. Tutto ciò può seppellire la carriera politica di Biden, screditare la leadership del Partito Democratico, gettare un’ombra su Barack Obama e infine permettere a Trump di vincere le elezioni.
Ma la  Casa Bianca ha già declassificato la conversazione telefonica di Trump con il presidente ucraino Zelensky, avvenuta il 25 luglio ( e non emergono elementi che configurino ‘abuso di potere’, uno dei motivi per cui negli USA, è previsto l’impeachment).

Riguardo ai contenuti della telefonata, quindi:
1. Trump ha espresso interesse per il fatto che, sotto Zelensky, riprendessero le inchieste contro il figlio di Biden (che fino al 2019 è stato membro del consiglio di amministrazione della società ucraina di gas privata Burisma Holdings), mentre Biden Sr. si vanta che il caso contro di lui è stato respinto.
2. Zelensky ha assicurato a Trump che farà in modo che il nuovo procuratore generale dell’Ucraina – che è un suo uomo – a settembre riapra le indagini  sulla base di onestà e giustizia.
3. Zelensky è anche pronto ad accettare da Trump consegni agli investigatori ucraini qualsiasi informazione che possa contribuire alle indagini contro il figlio di Biden.
4.Trump ha chiesto a Zelensky di scoprire cosa è successo nel caso di CrowdStrike, che ha indagato sull’hacking dei server dei Democratici durante le elezioni presidenziali del 2016. CrowdStrike attribuì l’hacking ai militari russi dal GRU Cyber ​​Military ma Trump possiederebbe altri indizi secondo i quali quei fatti siano stati compiuti da hacker addestrati dall’Ucraina.

nota: CrowdStrike è la società di sicurezza informatica che il Comitato Nazionale Democratico (DNC) ha usato per indagare sugli hack contro di essa nel 2016 che rivelato le mail della Clinton con contenuti scioccanti. La società aveva  concluso che la Russia era responsabile, una scoperta successivamente sostenuta dalle comunità di intelligence USA e speciali il consigliere Robert Mueller. Ma a quanto pare Trump crede ancora che le sue agenzie di intelligence abbiano sbagliato perché CrowdStrike – che ha collaborato con l’FBI – non avrebbe consegnato un server fisico all’FBI e quindi era coinvolto in un insabbiamento che avrebbe portato alle indagini sulla Russia.

In definitiva, come previsto, Trump quasi immediatamente dopo la vittoria di Zelensky, ha fatto una richiesta informale a Kiev per riprendere le indagini contro Biden e chiarire la vicenda CrowdStrike.
Ciò che sta succedendo riguardo la richiesta di avviare la procedura di impeachment  a carico di Trump per quella conversazione è molto chiaro: il partito democratico vuol evitare che ciò che ha richiesto Trump avvenga ribaltando le accuse di corruzione del figlio di Biden con l’accusa che Trump abbia ecceduto nei suoi poteri ufficiali.
Cose sempre siamo alle solite, non importa il reato che emerge ma che la procedura per arrivare a quell’esito non sia formalmente corretta.
Ci sono già sei indagini su Trump con la stessa preoccupazione politica  e con il preciso e malcelato intento di defenestrare Trump e di diminuire la sua autorità. E’ per questo che probabilmente il presidente USA è stato costretto a prendere nella sua squadra ristretta elementi come Bolton che recentemente, ha licenziato.
Interessante è che anche i democratici con l’ex presidente Poroshenko hanno tentato di influenzare l’amministrazione ucraina per motivi di politica interna agli Stati Uniti, in modo che nuocesse a Trump: è così strano ed intollerabile allora che Trump ripaghi con la stessa moneta?
Di seguito, la stampa originale della conversazione Trump/ Zelensky in inglese:

Il rumore nuocerà comunque alla campagna presidenziale di Trump

Cosa succederà ora? La richiesta passerà perché i democratici hanno la maggioranza alla camera. Ma con ogni probabilità si arenerà in senato dove per l’impeachment c’è bisogno dei 2/3 dei senatori e i repubblicani godono di una leggera maggioranza.
Secondo gli standard esistenti, la presidenza del Senato può semplicemente rifiutare di prendere in considerazione la questione dell’impeachment o votare per respingerla senza considerare la richiesta che è arrivata dalla Camera dei Rappresentanti.
Quindi niente impechement ma i democratici lo sanno: è certo però che questa vicenda renderà più debole Trump e nuovamente esposto alle richieste dei falchi repubblicani. In fondo vince  il partito (trasversale) della guerra.

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/usa-se-vince-limpeachment-di-trump-vince-il-partito-trasversale-della-guerra/

La Luiss, l’università della Confindustria, caccia un docente per un suo tweet “sovranista”.

Quella brutta aria di censura – di Marcello Veneziani – 25/09/2019
Ma che sta succedendo? La Luiss, l’università della Confindustria, non rinnova il contratto al professor Marco Gervasoni, docente ordinario e autore di molti saggi, per un suo tweet “sovranista”.

È ancora recente la “retata” con la generica accusa di istigare all’odio nei confronti non di una pagina precisa o di una persona, ma di varie persone legate a vario titolo a vari movimenti di estrema destra. È recente la censura alla pagina facebook che pubblica i miei scritti e la sospensione di Marco Di Eugenio, il curatore, per aver pubblicato 14 mesi prima un mio articolo ironico-politico tutt’altro che razzista, dal titolo Il prossimo segretario del Pd sarà negro. Dicono, ma è l’algoritmo che blocca automaticamente alla parola negro.
Peraltro è un’offesa alla negritudine, a Leopold Senghor, a chi rivendica di essere negro e un modo di censurare ignorando i contenuti e il senso dei testi. Ma non è questione di algoritmi. Censurare quattordici mesi dopo, e per giunta appena cambia un governo, non è un algoritmo ma è una deliberata censura. E che provenga da una delazione, rende ancora più sinistra l’opera dell’Ovra (oggi sta per Opera Vigilanza Repressione Antifascista).

Mi ferma un signore sul lungomare di Sanremo e mi dice che ha cercato ripetutamente di condividere un mio scritto apparso su La Verità e ripreso nella pagina facebook in cui si parla della sinistra come di un’associazione di stampo mafioso (lo diceva Pasolini a proposito della Democrazia Cristiana) e lo scritto è stato rimosso subito e sistematicamente. Analoghi riscontri ha avuto e ho avuto altrove. Ricevo ripetute segnalazioni di lettori, anche non politicamente schierati ma – guarda caso – di orientamento vagamente “sovranista”, che come è notorio allo stato attuale comprende un’infima…maggioranza del paese, che hanno ricevuto in vari luoghi, a partire dai social, censure, blocchi, oscuramenti.
Ma che sta succedendo? No, non siamo in dittatura, non esageriamo, non c’è carcere, e il fatto che io ve ne scriva lo può confermare. Non scherziamo col fuoco. Però la caccia al dissidente, ribattezzando razzista, fascista, nazista, sessista, xenofobo, omofobo, e via dicendo è aperta, e spesso viene istituzionalizzata in commissioni, osservatori e pressioni. E diventa minacciosa se si considera l’introduzione surrettizia di reati d’opinione, a livello nazionale e spesso a livello europeo; si comincia dalle frasi più sguaiate e dementi, tanto per gettare un po’ di fumo negli occhi ma poi si arriva alle opinioni divergenti, alle idee, alle culture non allineate al catechismo corrente.
Qualche fesso che si autodefinisce liberale, dice: ma i social sono gratuiti (ma sono poi veramente gratuiti, credete davvero che siano social di beneficenza?) e soprattutto sono privati, dunque possono ammettere ed escludere chi vogliono. No, signori, se voi entrate in qualunque esercizio privato, un negozio, un taxi o altro, non potete essere esclusi perché la pensate in modo diverso dal gestore o dal proprietario; tanto più se quel negozio è come i social, fondato sulla libera espressione e circolazione di opinioni. Se un social decide di schierarsi, come un giornale, lo dica espressamente e riconosca che è finita la sua missione social, universale, asettica, puramente tecnica ed è espressione di parte.
In secondo luogo, affidare a un gestore privato il compito giudiziario e ideologico di stabilire chi è nel giusto e chi no, è assai pericoloso. Zuckerberg annuncia di volerlo fare e riceve il plauso, guarda caso, del mondo progressista, liberal, radical. Ma un’azienda privata ha come suo primario, legittimo interesse il profitto e il vantaggio del proprietario o degli azionisti e dunque nel nome del profitto e dei suoi azionisti può ritenere conveniente o sconveniente secondo i governi e i poteri, valutando i casi in questione su quella base e magari nominando commissioni di vigilanza gradite ai potenti, che abbiano un orientamento prevalente anziché un altro o nessuno in particolare.
E poi i social sono sotto tiro dei governi e dei parlamenti nazionali che chiedono più tasse, controlli, limitazioni; dunque possono anche pensare a un baratto e non è da escludere che queste minacce politiche servano proprio a tenerli sotto schiaffo: noi chiudiamo un occhio ma voi addomesticate i vostri social, tappate la bocca ai dissidenti. Si chiama ricatto.
In passato abbiamo sentito anche da presidenti delle camere, parlamentari con ruoli significativi, auspicare commissioni, filtri, inquisizioni, insomma censura e “vigilanza democratica” contro il pericolo nero, artatamente mischiato con le fake news, per le quali non c’è bisogno di leggi speciali: se offendono qualcuno e sono infondate, ci sono i codici, c’è il reato di diffamazione, di calunnia, di notizie false e tendenziose atte a turbare, c’è la smentita… Non c’è bisogno di leggi speciali e connotate ideologicamente in modo unilaterale. Le leggi speciali in tema di opinione sono sempre restrizioni di diritti e libertà e anticamere di risvolti più inquietanti.
Dopo aver marcato un suo territorio virtuale, dopo aver emesso una sua moneta, ora il social annuncia che istituirà una corte, un suo tribunale, per dirimere questi casi. Non vi preoccupa che si crei uno Stato parallelo e sovrastante al nostro Stato, che non risponde pienamente a nessuno Stato e alle sue leggi, nel nome della sua extraterritorialità, del suo status sovranazionale e multinazionale?
Ogni singolo episodio non preoccuperebbe se non si inserisse in un contesto, un’escalation e una convergenza di poteri. Non sostengo affatto che le sparse denunce e limitazioni siano figlie di un Complotto ordito dall’alto e poi diramato. C’è però una preoccupante sintonia, uno squallido allinearsi, un pericoloso conformismo che mette in fila l’università pubblica e quella privata, l’ateneo della Confindustria, i social, i poteri mediatici e il mondo di sinistra, fino ai tribunali. Dai lib ai dem, dai padroni ai compagni, l’arco è vasto e variegato, ma quando si tratta d’impedire la circolazione di messaggi differenti, s’accodano, s’intruppano.

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/la-luiss-luniversita-della-confindustria-caccia-un-docente-per-un-suo-tweet-sovranista/

Renzi a servizio del Bilderberg

di Alessandro Gallo

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Come avevamo saputo a proposito dell’ultima riunione del Bilderberg, e della decisione presa in tale sede di scoraggiare l’uso del denaro contante, al chiaro scopo di dare il potere alle banche e ai governi di controllare tutti i soldi dei cittadini, apprendiamo oggi che il Governo Renzi ha inserito una tragicomica leggina del tutto funzionale a tale programma: “multe per prelievi ingiustificati al Bancomat“:
Una scandalosa imposizione ai Popoli da parte di pochi eletti che…diciamolo pure chiaramente: si fabbricano il denaro come e quanto desiderano, liberi da antichi vincoli che possano mantenere un sostanziale equilibrio tra l’economia reale e quella finanziaria, ove il Capitale neoliberista domina e impone regole che prevaricano gli Ordinamenti democratici nazionali, e attraverso Debito e Moneta privano di Diritti Universali intere Popolazioni.

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Anche in questo caso trova conferma la diabolica formula: PROBLEMA, REAZIONE, SOLUZIONE:
PROBLEMA: prevenire e reprimere l’evasione fiscale. (quante evasioni di prelievi Bancomat potrebbero compensare i miliardi di euro svaniti nel nulla con MPS?)
REAZIONE: tutte le persone pensano di soffrire a causa della dilagante evasione fiscale, ma spero che tanti si rendano conto del paradossale alibi fiscale come sistema di controllo e limitazione delle libertà individuali e imposizione del controllo bancario
SOLUZIONE: il Governo sarà pronto a diffondere dati eclatanti a proposito dell’incidenza delle microevasioni ai danni della Società.
Sappiamo da sempre chi ha voluto Renzi oggi, Letta e Monti…prima: sono sempre loro!
A quando un microchip sottocutaneo per tutti?
Alessandro Gallo
Alessandro Gallo

Breve analisi della situazione geopolitica

Pubblicato

Prima di godersi il quadro geopolitico generale che lentamente sta prendendo forma è necessario fare un saltino indietro di qualche mese, ed esattamente dal 30 maggio al 2 giugno all’hotel Montreux Palace di Vaud in Svizzera. Nella cittadina elvetica affacciata sul lago di Ginevra, si è svolto l’annuale incontro segreto del Gruppo Bilderberg.

Quest’anno tra gli ospiti italiani, a parte l’immarcescibile Lilli Gruber, ha fatto la sua apparizione anche il figliol prodigo Matteo Renzi, il quale è stato invitato dall’élite per ricevere ordini sul prossimo governo italiano e sulla crescente e pericolosa ondata di populismo in Italia.
Ma andiamo per ordine: alle ultime elezioni parlamentari del 4 marzo 2018, il popolo ha votato e in cattedra sono saliti due partiti agli antipodi: Lega e Movimento 5 stelle!
Tutto ovviamente secondo copione, tutto secondo la scriteriata legge elettorale, che impedisce de facto un governo stabile.

Ma il Sistema forse non aveva calcolato l’inarrestabile consenso popolare ottenuto da Matteo Salvini, dettato solo da un profondo malessere generale: della serie la gente iniziava ad avere le palle piene di un Sistema parassitario e mafioso. Così sempre più persone hanno iniziato a seguirlo e soprattutto a credergli. In pratica si stava alimentando un sentimento nazionalista (definito dai media sovranismo), cosa pericolosissima per il Sistema! Pericolo che doveva essere fermato quanto prima.
Anche perché la massoneria franco-tedesca (rappresentata dalla doppia M: Merkel-Macron) non poteva permettere che l’Italia tornasse ad essere la locomotiva economica quale era prima dell’euro; dovevano impedire che tornasse a competere con le loro industrie.

A febbraio 2019 al G7 a Davos, Giuseppe Conte (uomo vicino al vaticano) viene pizzicato dalle telecamere a chiedere aiuto alla Merkel. Quindi abbiamo il premier di uno stato “democratico” che chiede aiuto alla massoneria tedesca, proprio quella che sta affossando l’Italia!
Ma tutti i sondaggi continuavano ad essere a favore di Salvini, mentre i pentastellati perdevano punti costantemente, per cui necessitavano interventi anche dall’interno…
Inizia così il boicottaggio del M5S: politica di totale ostruzionismo nei confronti delle proposte leghiste, come la chiusura dei porti, flat tax, grandi opere, ecc.
L’operazione chirurgica della «Sea Watch» è un esempio illuminante per chi ha ancora il cervello funzionante. Il Sistema ha pagato una squinternata ragazza tedesca per compiere una missione che diventerà la testa di ariete per la distruzione del nemico leghista: doveva prelevare immigrati dalle coste libiche (come fanno tutte le ong) per trasportarli in Italia in barba alle leggi nazionali e internazionali. Doveva proprio violare le leggi, per scatenare la reazione di una parte del governo…

Oggi sappiamo – come ha rivelato l’ex capo dei servizi segreti tedesco Maassen – che la comandante Carola è stata inviata (e pagata) dalla Germania per volontà della stessa Merkel.
Stiamo parlando di un gravissimo incidente diplomatico, di cui nessuno però ha sottolineato la portata, forse perché non viviamo in un paese democratico e sovrano.
I capetti del M5S sapevano benissimo di andare contro gli interessi degli italiani e dello Stato, ma stavano eseguendo gli ordini che arrivano dall’alto. In premio avrebbero ricevuto potere, soldi e qualche poltroncina…
Ricordiamo che il M5S è nato all’ombra del giustizialismo di Tangentopoli, è il topolino partorito dalla Piramide: il classico movimento «anti-sistema» creato dal Sistema stesso, nato con lo scopo di assorbire e convogliare la rabbia, il malcontento sempre più crescente tra milioni di italiani.
Proprio per questo compito furono cooptati Beppe Grillo e la Casaleggio associati.
Era cruciale incanalare il malessere della gente, dando l’illusione del “cambiamento”…
Non ha molto senso a questo punto sapere se Salvini era consapevole o meno di tutto questo diabolico disegno, perché TUTTI fanno parte del meccanismo.
Va detto a onore del vero che la governance del paese era sempre più difficile a causa dei conflitti interni tra le forze politiche (Lega e M5S), per non parlare delle contromanovre e boicottaggi degli stellini: ma può essere questa una valida motivazione per far cadere il governo?
Ovviamente Salvini ha ricevuto ordini ben precisi di togliersi di mezzo al momento opportuno!
Ma mentre il Movimento di Grillo ha ricevuto ordini dalla cricca europea, dalla massoneria che gestisce la finanza internazionale, Salvini da chi li ha ricevuti? Sicuramente non dalla medesima parte, perché egli era inviso proprio per quello che stava smuovendo a livello di pancia degli italiani, quindi cosa rimane? Forse l’America di Trump.
Possiamo dire qualsiasi cosa su The Donald, ma non che con la sua elezione presidenziale non si siano scompigliate tutte le carte del gioco della politica e dell’economia.
Non erano mai venuti fuori così tanti scandali di pedofilia come in questo periodo, e non può essere una banale coincidenza. Piaccia o non piaccia The President è consigliato da personalità potenti e molto astute…

Trump infatti non doveva essere eletto perché il «Deep State» («Potere profondo», il «Sistema», il «Governo ombra») che comanda da decenni aveva puntato su Hillary Clinton.
La Clinton è una marionetta del Sistema, mentre Trump no, per questo è pericolosissimo.
Tornando in Europa, il 22 gennaio 2019 sempre la cricca franco-tedesca ha firmato un trattato di cooperazione tra i due paesi, detto «Trattato di Aquisgrana», proprio per consolidare gli impegni europeisti e contrastare l’America.
La risposta minacciosa della Casa Bianca non si è fatta attendere: dazi all’industria automobilistica tedesca Volkswagen che potrebbero costare all’azienda qualcosa come 2,5 miliardi di euro all’anno, e dazi ai vini francesi. Mossa a dir poco geniale!
A ottobre c’è anche la Brexit che metterà a dura prova non solo Francia e Germania ma l’intera unità d’Europa! Boris Johnson sembra mettercela tutta per portare fuori dalla gabbia europea il Regno di Sua Maestà, e nonostante il fortissimo ostruzionismo interno, dovrebbe farcela!

Qui da noi la goccia che ha fatto traboccare il vaso governativo, togliendo una volta per tutte il velo di Maya dell’illusione, è stata il voto in Europa del M5S a favore di Ursula von der Leyen a Presidente della Commissione Europea. La candidata guarda caso proprio della Merkel e Macron.
L’unica spiegazione plausibile del perché il Movimento ha appoggiato la tedesca, era perché doveva farlo. Punto.
Arriviamo ai primi di settembre con la ridicola votazione interna al Movimento, mediante la «Piattaforma Rousseau», un programma privato gestito e controllato da Grillo e Casaleggio.
Il risultato era scontato e infatti quasi l’80% dei votanti “avrebbe” detto SI al tradimento degli ideali grillini con l’unione tra i due partiti che più si odiavano. Ma gli ordini sono ordini e pur di spegnere il risveglio delle coscienze del popolo italiano bisognava che passasse il SI.
Sicuramente hanno “ritoccato” i risultati (per giunta arrivati dopo ben 1 ora dal termine, cosa questa assurda per una consultazione elettronica, ma aveva bisogno di un po’ di tempo per “correggere” gli errori…) perché moltissimi grillini non erano e non sono d’accordo!
Ma grazie a questa falsa votazione, il M5S è riuscito ad evitare al popolo sovrano nuove elezioni e far tornare al governo (senza che nessuno li abbia votati, come gli ultimi 4 governi) il PD, cioè il partito più indecente che ci sia, quello delle banche, dell’immigrazione di massa, delle massonerie, corporazioni e cooperative. Il partito collegato a Renzi, uomo gestito dal Gruppo Bilderberg
Va detto a questo punto che a livello geopolitico europeo è in atto una guerra senza frontiere tra vari gruppi di Potere…
Un centro è certamente rappresentato dalle massonerie franco-tedesche, quelle che hanno strutturato a loro immagine e somiglianza la carta e i diritti dell’Unione europea.

Poi c’è la City di Londra e l’America che rappresentano due potenti centri nevralgici (la City, Wall-Street e la massoneria RSAA), ultimo ma non per importanza, il polo vaticano dei gesuiti.
Non è a caso che tutti i politicanti alla fine devono sempre passare a ricevere il consenso dalla «monarchia assoluta» gesuitica…

Quindi tedeschi e francesi vogliono a tutti i costi mantenere il controllo sull’Europa, aprendo la strada alla ricchissima Cina. E non a caso la «Via della seta» è un progetto multimiliardario finanziato dai cinesi, ma anche da vari paesi tra cui l’Italia. Si tratta di un corridoio commerciale, appoggiato anche dal nuovo governo PD-M5S, che spalancherebbe le porte al mondo «Made in Cina». Ma all’America una simile apertura non va giù, e proprio per questo stanno lavorando anche sotto banco, per impedirne la realizzazione.
La clessidra che scandisce il tempo a disposizione del “governo della vergogna” è stata girata, e tra scandali internazionali come spygate, pedofilia, pedosatanismo e altri…ne vedremo delle belle prossimamente su questo canale…