Iraq allo sbando dopo 400 morti in piazza e le dimissioni del premier

L’inviata Onu: la repressione delle manifestazioni pacifiche non può costituire una strategia
[4 Dicembre 2019]

Secondo il canale televisivo libanese al-Mayadeen, che cita fonti irachene, ieri pomeriggio 5 razzi hanno colpito l’importante base aerea statunitense di Ain al Asad, nella  provincia occidentale irachena di al-Anbar, non ci sarebbero vittime. Ain al Asad è la seconda base aerea dell’Iraq dopo quella di Balad ed è il quartier generale della Settima divisione dell’Esercito iracheno.
E’ la dimostrazione del fallimento della confusa operazione di 2controllo” dell’Iraq dopo le q guerre petrolifere statunitensi alle quali ha partecipato (e partecipa) anche l’Italia e che in Iraq si è creata una situazione insurrezionale della quale sono protagonisti i giovani – sia sciiti che sunniti – che è già costata centinaia di vittime, che non ha nel mirino solo l’ingerenza iraniana in Iraq, ma anche quella occidentale e che apre la strada a ritorni sia di forze oscure, come i vecchi quadri del partito Baath di Saddam Hussein – che hanno sempre operato nel Paese dopo la caduta della dittatura, che delle cellule rimaste dello Stato Islamico/Daesh che era arrivato a Mosul e quasi fino alle porte di Bagdad.
Continuano comunque le proteste anti-iraniane e il primo dicembre è stata assaltato per la seconda volta il consolato iraniano di Najaf, nell’Iraq meridionale-.
Secondo il canale in lingua araba della TV iraniana Al-Alam in lingua araba «domenica sera gli assalitori che coprivano il volto con una maschera e secondo le testimoni locali non erano residenti di Najaf, hanno preso d’assalto e bruciato il consolato iraniano in questa città santa. Secondo le autorità irachene tali attacchi mirano a creare scissione tra i due Paesi vicini».
Il 2 dicembre la Camera dei rappresentanti, il parlamento monocamerale iracheno, ha accettato le dimissioni del primo ministro, Adel Abdul-Mahdi, che il 29 novembre aveva deciso di lasciare il suo incarico a causa delle durissime proteste in corso in Iraq e all’appello dell’ayatollah Ali al Sistani, massima autorità dell’Islam sciita iracheno, che chiedeva ai deputati di sfiduciarlo. Ora il presidente della Repubblica, il kurdo Bahram Salih, dovrà nominare entro 15 giorni il nuovo primo ministro che – entro 30 giorni – dovrà ottenere la fiducia con 164 voti, cosa difficilissima con un Parlamento diviso per Partiti settari ed etnici a loro volta divisi in fazioni nemiche (e spesso armate). SE il nuovo governo non ottenesse la fiducia, il presidente Salih avrà altri 15 giorni di tempo per incaricare un altro premier e se non ci sarà una nuova maggioranza, sarà lui ad assumere anche la carica di premier reggente, cosa impensabile per un kurdo in un Paese a maggioranza sciita e che fino alla caduta di Saddam Hussein era stato dominato dai sunniti.
Nonostante i giovani dicano che la loro rivolta non è settaria e che nasce dalla protesta per la corruzione dilagante, il furto delle risorse petrolifere nazionali, le occupazioni straniere, nella politica irakena le divisioni religiose contano molto e lo ha ammesso lo stesso Mahdi quando nel comunicato nel quale annunciava le sue dimissioni, citando un passaggio chiave dell’appello di Al Sistani al Parlamento, ha scritto: »Ho ascoltato molto attentamente il discorso della suprema autorità religiosa».
Ieri, intervenendo al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Jeanine Hennis-Plasschaert, l’inviata dell’Onu in Iraq, ha avvertito che «La repressione delle manifestazioni pacifiche da parte delle autorità non può costituire una strategia. Bisogna ascoltare la frustrazione e la collera espresse dai manifestanti.
Secondo la Hennis-Plasschaert il movimento di contestazione che scuote l’Iraq dal primo di ottobre «E’ dovuto a un accumulo di frustrazione riguardante una mancanza di progressi da numerosi annii».
I manifestanti, che sfidano apertamente la polizia e le milizie confessionali e dei Partiti (che spesso sono la stessa cosa) denunciano l’incompetenza e la corruzione dei leader politici e le decadenza dei servizi pubblici essenziali in un Paese che nuota letteralmente su un mare di petrolio e gas ormai nelle mani delle multinazionali straniere e di una classe politico7religiosa corrotta e rapace.
La Hennis-Plasschaert ha sottolineato che questi giovani disperati e pronti a farsi ammazzare «chiedono che il loro Paese possa realizzare tutto il suo potenziale a vantaggio di tutti gli irakeni. Questi giovani non hanno nessun ricordo del carattere orribile della vita per molti irakeni al tempo di Saddam Hussein. Però sono molto coscienti della vita promessa dopo Saddam Hussein».
L’inviata dell’Onu ha ricordato al Consiglio di sicurezza che «In questi ultimi due mesi sono state uccise più di 400 persone e più di altre 19.000 sono state ferite nel quadro del movimento di contestazione. I manifestanti sembrano determinati a perseverare per tutto il tempo in cui le loro richieste resteranno ignorate. La situazione non può essere risolta dalle autorità irakene guadagnando tempo con misure puntuali e utilizzando la repressione. Questo approccio non farà che alimentare maggiormente la collera e la sfiducia tra la popolazione. Perseguire interessi di parte o la repressione brutale di manifestazioni pacifiche non costituiscono delle strategie. Ma l’Iraq non è una causa persa e da questa crisi potrebbero emergere nuove possibilità. La sfida consiste nel cogliere queste opportunità e costruire uno Stato sovrano, stabile, inclusivo e prospero in Iraq. E’ arrivato il momento di agire. La speranze immense di molti irakeni chiamano a una riflessione audace e volta al futuro».
L’Iran, nel mirino dei manifestanti accusa altri Paesi di voler destabilizzare l’Iraq: «E’ chiaro che gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e sullo sfondo Israele, che sono le menti di questi giorni di disordini e instabilità in Iraq, vogliono che la situazione attuale prosegua e che persino il Parlamento iracheno venga prosciolto – scve l’agenzia ufficiale iraniana Pars Today – Gli attuali membri del Parlamento, infatti, non opteranno per un nuovo premier filo-statunitense e per questo, è prevedibile che le proteste ed il caos proseguano per mettere pressione al Parlamento di Baghdad. In queste condizioni, sembra più che mai pesante la responsabilità dei politici iracheni che mettendo da parte le divergenze, devono cercare di impedire che la loro nazione cada in una situazione di totale vuoto di potere».
Teheran, che ha appena duramente represso manifestazioni contro il carovita e i costi umani ed economici della partecipazione dell’Iran alla guerra sirana (e irakena) teme un contagio ancora più forte. «Gli organizzatori degli attuali disordini in Iraq, non a caso hanno cercato di introdurre tra gli slogan delle proteste, anche l’Iran – si legge ancora su Pars Today – È chiaro che la popolazione irachena, per il 60% sciita e per lo più imparentata con la popolazione iraniana, non può nutrire odio per la nazione vicina; Teheran è stata l’unica capitale islamica ad aiutare militarmente gli iracheni negli anni di battaglia contro l’Isis, ed è il principale partner economico di Baghdad. Gli Stati Uniti, che ritengono una minaccia per la loro influenza la collaborazione dell’Iraq con l’Iran, stanno cercando di colpire anche questo aspetto, attraverso le rivolte».
In realtà i manifestanti sono sia sciiti che sunniti e chiedono anche la fine dell’occupazione statunitense e che tutte le truppe straniere abbandonino l’Iraq, restituendo agli irakeni le risorse delle quali si sono appropriati.
Comunque, anche secondo Par Today «La classe politica irachena, che ora deve dare la risposta. Gli sviluppi dei prossimi giorni serviranno a capire se il fronte guidato dagli Usa, dopo le dimissioni di Al Mahdi, otterrà pure il proscioglimento del Parlamento, o sarà quest’ultimo a designare il futuro della nazione, utilizzando i poteri democratici conferitigli dalla Costituzione».
Teheran si allinea ancora di più con Russia e Cina – il 27 dicembre i tre Paesi effettueranno un’esercitazione militare congiunta nell’Oceano Indiano – ed evoca anche i disordini a Hong Kong, nel Xinjiang e nei Paesi dell’ex Unione Sovietica quando sottolinea che quello in Iraq «Sarà uno scrutinio importante anche perché rivelerà se gli Stati Uniti, che sul piano militare e politico sono stati sconfitti nella regione, sono ancora in grado di cambiare a proprio favore gli equilibri nelle nazioni, grazie a rivolte, rivoluzioni colorate e sommosse la cui dinamica è ormai ben nota, in tutto il mondo».
Pars Today semplifica e riduce le rivolte popolari mediorientali a pure manovre di ingegneria geopolitica: «Anche in Libano, altra nazione considerata nella sfera d’influenza di Teheran, si sta sviluppando una situazione simile, e i criminali comuni che guidano le proteste violente, hanno inserito negli slogan dichiarazioni contro Hezbollah, che a detta di sostenitori e nemici di questa formazione, è e rimane il principale partito libanese e il più impegnato nel sociale, a favore dei ceti bisognosi. Anche lì, è chiara la presenza della regia statunitense».
Una tesi che permette a Teheran di spiegare con l’ennesimo complotto anche le proteste interne. «Persino in Iran, nelle settimane scorse, c’è stato un tentativo simile, fallito miseramente in 48 ore, e solo in questi giorni, l’arresto di individui coinvolti nelle azioni violente, che erano in collegamento con la Cia, sta confermando ulteriormente che si tratta di un grande piano destabilizzante».
Ma così non si affrontano le reali questioni messe violentemente sul piatto della storia dalle proteste di popolo in Iraq, Libano e Iran, che sono poi le stesse che, ignorate e represse in Siria e Yemen, hanno portato guerre infinite, all’infiltrazione jihadista, alla guerra etnica, alle invasioni turca e saudita, a milioni di profughi e a sofferenze infinite.
Chiudere gli occhi e tapparsi gli orecchi di fronte alle rivolte e alle sofferenze di popoli interi, come hanno fatto e continuano a fare Occidente e Oriente in Medio Oriente, mettere gli interessi petroliferi e geopolitici davanti a quelli dei popoli, porta solo al sanguinoso disastro al quale stiamo assistendo da anni.

Preso da: http://www.greenreport.it/news/geopolitica/iraq-allo-sbando-dopo-400-morti-in-piazza-e-le-dimissioni-del-premier/

clandestini di tutto il mondo unitevi e venite in Italia: tanto la politica estera la fanno i giudici.

Che bella cosa la “democrazia”: ti fanno credere che puoi votare chi preferisci, anche i cosiddetti sovranisti, tanto poi ci pensano loro a cambiare governo con le manovre di palazzo.
Puoi anche decidere che non vuoi immigrati e clandestini, poi ci pensano i giudici a cancellare le leggi: Uno dei tanti articoli trovati in rete su una sentenza scandalosa, guardate come la giustificano, e come ti spiegano che i giudici hanno ragione.

Storica sentenza: vietato respingere. Messi in discussione gli accordi con la Libia, le conseguenze per L’Italia

Con una sentenza del Tribunale civile di Roma è stato riconosciuto il diritto ad entrare in Italia a chi è stato respinto illegittimamente in Libia. Cosa può succedere

Il veliero Alex & Co di Mediterranea

Il veliero di soccorso Alex & Co di Mediterranea
La giustizia italiana è assai lenta, lo sappiamo tutti, ma a volte sa essere giusta. E una sentenza, per quanto relativa a fatti di dieci anni fa, può fare scuola e imporre un cambiamento clamoroso delle politiche del nostro Paese. È accaduto il 28 novembre scorso, e come spesso accade quando si tratta di buone notizie, la cosa rischia di passare in sordina.

Con una sentenza del Tribunale civile di Roma – infatti – è stato riconosciuto il diritto ad entrare in Italia a chi è stato respinto illegittimamente in Libia. Lo ha chiarito il 28 novembre 2019 il Tribunale di Roma che, applicando l’articolo 10 della Costituzione italiana, a seguito di un’azione legale promossa da Amnesty International Italia con il supporto di Asgi (l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) e curata da un collegio di difensori fra i quali gli avvocati Cristina Laura Cecchini e Salvatore Fachile.

Illegali e vietati i respingimenti collettivi

L’articolo 10 della Costituzione ci dice che: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Sulla base di questo dettato costituzionale, il Tribunale civile di Roma ha accertato il diritto di entrare sul territorio dello Stato allo scopo di presentare domanda di riconoscimento della protezione internazionale. Vietati dunque, perché illegali, i respingimenti collettivi e in generale i respingimenti fatti senza prima aver accertato in modo approfondito se chi sta cercando di entrare nel nostro Paese ne abbia diritto perché in fuga da guerre o fame, perché perseguitato politico, perché perseguitato per la sua condizione di donna, di omosessuale, di credente una qualsiasi religione nel mirino di altro Stato o di gruppi terroristici.
La sentenza è stata emessa per 14 cittadini eritrei respinti in Libia il 1° luglio 2009 dalla Marina militare italiana, e ha stabilito anche che chi era stato respinto ha diritto al risarcimento dei danni subiti.

Nel mirino gli accordi con la Libia

La sentenza – dice Amnesty Italia – è estremamente rilevante e innovativa laddove riconosce la necessità di “espandere il campo di applicazione della protezione internazionale volta a tutelare la posizione di chi, in conseguenza di un fatto illecito commesso dall’autorità italiana si trovi nell’impossibilità di presentare la domanda di protezione internazionale in quanto non presente nel territorio dello Stato, avendo le autorità dello stesso Stato inibito l’ingresso, all’esito di un respingimento collettivo, in violazione dei principi costituzionali e della Carta dei diritti dell’Unione europea”. È evidente da tali poche righe la rilevanza e l’attualità della decisione e la sua potenziale ricaduta anche in termini numerici su tutti coloro a cui sia impedito nel proprio paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione.
Ancora una volta vengono messe in discussione le politiche di esternalizzazione delle frontiere, cioè gli accordi con la Libia per la gestione della rotta mediterranea che molte persone in fuga percorrono per venire in Europa e per la gestione dei centri di detenzione – sostenuti economicamente dall’Italia – da cui molti migranti e profughi (oltre ad essere torturati, stuprati, uccisi, venduti come schiavi) vengono rimpartiati nei paesi di origine senza la possibilità di chiedere asilo.

Possibili ricadute

Se dunque fosse accertata la responsabilità delle autorità italiane nell’attuazione dell’insieme di misure che ha trasformato i respingimenti in una progressiva delega alla Libia per il blocco dei migranti a cui viene impedito l’accesso alla protezione che la Costituzione Italiana e i trattati internazionali (entrambi sovraordinati alle leggi dello Stato) prevedono, migliaia di persone potrebbero essere interessate dai principi contenuti nella sentenza. E le stesse mosse dei ministri dell’Interno italiani (da Minniti in poi) che hanno affidato alla Libia la gestione dell’ingresso di potenziali richiedenti asilo nel nostro Paese sarebbero da ritenersi illegali.

La Libia e la Turchia si spartiscono il Mediterraneo, sfidando l’Unione europea e l’Egitto

Il governo fantasma di Tripoli e la Turchia firmano accordi di cooperazione sugli idrocarburi offshore, ai danni di Cipro, Grecia, Egitto e Israele

[2 Dicembre 2019]

Il 30 novembre, la delegazione della Grecia che stava assistendo all’inaugurazione del Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline (TANAP), il gasdotto che porterà il gas del giacimento azero di Shah Deniz dal Mar Caspio in Italia e in Europa, ha abbandonato la cerimonia dopo che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato che entrerà in vigore l’accordo tra Turchia e Libia sul confine marittimo e che sarà applicato in tutte le sue disposizioni. La delegazione greca presente all’inaugurazione del TANAP era guidata dal vice-ministro dell’ambiente e dell’energia Dimitris Ikonomu che dopo aver definito provocatorie le dichiarazioni di Erdogan ha spiegato: «Ero lì come rappresentante del governo greco su questo tema molto concreto: il gasdotto TANAP sarà connesso al gasdotto transadriatico TAP. Era la ragione della nostra partecipazione all’inaugurazione. Quando Erdogan ha affrontato dei problemi scollegati con l’inaugurazione del gasdotto e ha evocato la Grecia in maniera provocatoria, ho giudicato giusto andarmene. I turchi mi hanno chiesto perché stavo andando via ed ho spiegato loro che non potevo restare dopo una tale dichiarazione».

Erdogan aveva dichiarato che la Turchia non fermerà le prospezioni e le trivellazioni al largo di Cipro e nella Zona economica esclusiva (Zee) di Cipro, che considera come area turca perché di fronte a Cipro Nord, lo Stato etnico turco auto-dichiaratosi indipendente nel 1983, dopo l’invasione militare turca del 1974, e che é riconosciuto solo da Ankara. Secondo Erdogan, sono i diritti dei turco-ciprioti allo sfruttamento di quei giacimenti hoffshore ad essere violati e, quindi, la Turchia «agisce nel quadro del diritto internazionali». E ha aggiunto: «Crisi e vociferazioni non costringeranno la Turchia a evacuare le sue navi».
In seguito, il ministero degli esteri della Grecia ha definito Erdogan «Il principale violatore del diritto
Dopo i colloqui tra Erdogan e il presidente del Consiglio presidenziale libico Fayez Sarraj a Istanbul,. la Libia e la Turchia hanno firmato due memorandum d’intesa sulla sicurezza e la cooperazione marittima. Secondo un comunicato della presidenza turca «Erdogan ha discusso con Sarraj della situazione in atto in Libia e in altre questioni regionali in una riunione che è durata per più di due ore» e ha ribadito il sostegno della Turchia al governo libico di Tripoli contro il generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar – il capo della Libyan National Army (LNA) che sta assediando e bombardando da mesi la capitale libica e che occupa gran parte del Paese – di Haftar, confermando che «Non esiste una soluzione militare al conflitto libico».
Il ministro degli interni del governo libico di Tripoli, Fathi Bashagha, «I memorandum d’intesa includono formazione, scambio di competenze e promozione dei sistemi di sicurezza, oltre alla lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata», mentre il ministro degli esteri Mohammed Sayala ha rivelato che «Il protocollo d’intesa marittimo mira a proteggere i diritti legittimi dei due Paesi nelle rispettive zone economiche. Questo protocollo d’intesa contribuirà alla protezione della sovranità libica sul Mediterraneo».
In realtà, con l’accordo Serraj e Erdogan (ri)definiscono come vogliono loro i confini delle acque territoriali. Come fa notare l’agenzia iraniana Pars Today, «La delimitazione non è nota, ma protestano Egitto e Grecia, già in contrasto con Ankara sulle trivellazioni a sud di Cipro», facendo notare che l’accordo «potrebbe complicare le controversie di Ankara sullo sfruttamento energetico con gli altri Paesi dell’area».
La Turchia non ha specificato come siano stati delineati i limiti delle acque turche e libiche. Negli anni scorsi la Libia aveva riconosciuto unilateralmente di propria pertinenza le acque attualmente corrispondenti alla zona search and rescue (SAR), cosa che quando ci provò Gheddafi gli costò i primi bombardamenti statunitensi.
Secondo il ministro degli Esteri turco. Mevlut Cavusoglu, «Questo significa proteggere i diritti della Turchia derivanti dal diritto internazionale».
L’accordo firmato tra il governo fantasma di Tripoli (sostenuto dall’Italia e dalla comunità internazionale) è stato duramente criticato da Grecia, Cipro, Israele ed Egitto, Per il regime del Cairo, stretto alleato di Ḥaftar, l’accordo è completamente illegale, mentre per la Grecia, è geograficamente assurdo perché ignora non solo la sovranità di Cipro, ma addirittura la presenza dell’isola greca di Creta tra le coste della Turchia e della Libia.
Pars Today fa notare che «A pochi giorni dal Med, la conferenza per il dialogo fra i paesi mediterranei, che avrà inizio il 5 dicembre e che vedrà, tra gli altri la presenza del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, la situazione della Turchia si va sempre più complicando ed è probabile che il summit di Roma, dove sono attesi anche il ministro degli esteri del governo di accordo nazionale libico, Mohamed Taher Siala e l’omologo turco Cavusoglu, servirà a sciogliere i nodi di questa trama sempre più complessa. La disputa sulla Continental Shield ha lasciato Ankara alla ricerca di alleati nella regione. I nuovi accordi firmati mercoledì dal presidente turco Tayyip Erdogan e Fayez al-Serraj, il capo del governo di Tripoli assediato dall’esercito ribelle del generale Haftar, segnano un’importante alleanza destinata a far schierare i Paesi della Ue, che di recente hanno varato un pacchetto di sanzioni economiche nei confronti della Turchia per le trivellazioni a sud di Cipro».
Infatti, si tratta di un vero e proprio schiaffo in faccia sferrato all’Unione europea e di una provocazione verso il nostro governo che appoggia Sarraje che, attraverso il gasdotto TAP è coinvolto anche economicamente in tutta questa faccenda.
Il 15 luglio il Consiglio dei ministri dell’Ue aveva deciso che. «Alla luce delle attività illegali di trivellazione della Turchia, protratte nel tempo e anche nuove, di sospendere i negoziati sull’accordo globale sul trasporto aereo e aveva convenuto di non tenere, per il momento, il consiglio di associazione né ulteriori riunioni dei dialoghi ad alto livello tra l’Ue e la Turchia». Aveva inoltre approvato la proposta della Commissione Ue di «ridurre l’assistenza preadesione alla Turchia per il 2020 Il Consiglio aveva anche deciso che l’alto rappresentante e la Commissione dovessero proseguire i lavori su opzioni in vista di misure mirate». E aveva invitato la Banca europea per gli investimenti a riesaminare le sue attività di prestito in Turchia, in particolare per quanto riguarda le attività di prestito garantite da titoli di Stato.
Nelle sue conclusioni il Consiglio deplorava che, «Nonostante i ripetuti inviti dell’Unione europea a cessare le sue attività illegali nel Mediterraneo orientale, la Turchia prosegua le trivellazioni nelle acque territoriali cipriote. Il Consiglio ha ribadito il grave impatto negativo immediato che tali azioni illegali hanno nell’ambito delle relazioni Ue-Turchia. Ha chiesto ancora una volta alla Turchia di astenersi da tali azioni, di agire in uno spirito di buon vicinato e di rispettare la sovranità e i diritti sovrani di Cipro conformemente al diritto internazionale».
In precedenza i ministri degli esteri dell’Ue avevano approvato sanzioni contro la Turchia contro l’esplorazione di giacimenti di idrocarburi nella Zona economica esclusiva di Cipro dove operavano le navi trivellatrici turche Yavuz e Fatih.
Il 10 ottobre al Cairo si è tenuto il settimo incontro tripartito consecutivo del vertice Cipro-Grecia-Egitto, che hanno visto la partecipazione del presidente di Cipro Nicos Anastasiades, del presidente dell’Egitto Abdel Fattah el-Sisi e del primo ministro della Grecia Kyriakos Mitsotakis. Allora Sisi aveva spiegato: «abbiamo discusso dell’escalation e degli sviluppi in Medio Oriente derivanti da azioni unilaterali che mirano a disturbare e turbare la stabilità dei Paesi della regione. Abbiamo sottolineato che la sicurezza e la stabilità sono una priorità strategica per tutti noi, che è necessario un coordinamento comune e che senza di essa non possiamo godere dei frutti del processo della cooperazione tripartita». Riferendosi al problema di Cipro, il presidente egiziano ha sottolineato «Il sostegno del nostro Paese per le azioni intraprese dal governo di Cipro e per una soluzione pacifica del problema di Cipro».
Anastasiades aveva aggiunto. «Sulle questioni energetiche, che sono uno dei pilastri fondamentali del meccanismo tripartito, abbiamo ribadito la nostra forte volontà di rafforzare la nostra cooperazione attraverso una serie di nuovi accordi per lo sfruttamento e trasporto di gas naturale. Ho informato i due leader sugli ultimi sviluppi in merito al problema di Cipro (…) perché le ultime azioni inaccettabili della Turchia e l’intenzione di condurre esercitazioni esplorative all’interno dei lotti riconosciuti e autorizzati come della Repubblica di Cipro a livello internazionale, non solo inquinano il clima e aumentano le tensioni, ma costituiscono anche una palese violazione dei diritti sovrani della Repubblica di Cipro e del diritto internazionale (…) Ho informato i miei interlocutori che siamo determinati a esaurire tutti i mezzi diplomatici a nostra disposizione per far cessare le violazioni turche e affinché ci sia pieno rispetto per l’esercizio senza ostacoli dei diritti sovrani della Repubblica di Cipro. Le azioni unilaterali e inaccettabili della Turchia, sono molto lontane da questi principi, mentre allo stesso tempo costituiscono una minaccia per la più ampia stabilità, pace e sicurezza nel già tumultuoso Mediterraneo orientale. In questo contesto, siamo certi che, in momenti così critici, avremo il forte sostegno e la solidarietà, come già abbiamo, della comunità internazionale e dell’Unione europea».
Il premier greco Mitsotakis ha espresso tutto il sostegno della Grecia «per trovare una soluzione giusta e praticabile al problema di Cipro. Una soluzione sulla base di una federazione bi-zonale, bi-comunitaria, in conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite e senza truppe di occupazione e senza garanzie ed è per questo che noi, tutti e tre i Paesi, siamo a favore della ripresa dei colloqui sull’isola. Cipro, Egitto e Grecia, abbiamo tutti condannato categoricamente le azioni illegali della Turchia nelle zone marittime di Cipro, che mancano di rispetto al diritto internazionale e incitano a una sterile tensione, mentre abbiamo anche condannato il comportamento provocatorio della Turchia nell’Egeo che è anche contro il diritto internazionale e le relazioni di buon vicinato. Ho anche presentato queste problematiche al Segretario di Stato americano che era in visita ad Atene. E vale la pena registrare le sue due chiare posizioni ufficiali: sia a favore della protezione che della sicurezza nazionale della Grecia sia contro le esercitazioni illegali nella zona economica esclusiva cipriota e nel lotto 7. Abbiamo discusso in particolare dell’annuncio delle intenzioni di azioni a Varosha che violano le chiare decisioni del Consiglio di sicurezza e, naturalmente, il fatto che la Turchia stia procedendo con l’ennesimo atto illegale nel mare che non solo rientra nella zona economica esclusiva cipriota, ma è stato delimitato ed è stato concesso in licenza a società europee».
Ma dopo le ultime dichiarazioni di Erdogan gli Usa hanno fatto sapere che non hanno niente in contrario all’accordo turco-libico. Evidentemente, come è suo costume, Trump ha cambiato idea.
Invece, il 17 e 18 ottobre l’Ue ha ribadito «piena solidarietà a Cipro per quanto riguarda il rispetto della sua sovranità e dei suoi diritti sovrani, in conformità del diritto internazionale, e ha invitato la Commissione e il servizio europeo per l’azione esterna a presentare proposte relative a un quadro di misure restrittive». E ha ricordato e riaffermato «Le precedenti conclusioni del Consiglio e del Consiglio europeo, comprese le conclusioni del Consiglio europeo del 22 marzo 2018 e del 20 giugno 2019, contenenti una ferma condanna delle continue azioni illegali della Turchia nel Mediterraneo orientale». Il Consiglio ha espresso «seria preoccupazione per le attività illegali di trivellazione della Turchia nel Mediterraneo orientale» e ha deplorato che la Turchia non avesse ancora risposto ai ripetuti inviti dell’Unione europea a cessare tali attività.
L’11 novembre il Consiglio Ue ha adottato «un quadro di misure restrittive in risposta alle attività di trivellazione non autorizzate della Turchia nel Mediterraneo orientale. Il quadro consentirà di sanzionare le persone o entità responsabili o coinvolte nelle attività di trivellazione non autorizzate nel Mediterraneo orientale in cerca di idrocarburi. Le sanzioni prevedono: «Il divieto di viaggio nell’Ue e il congelamento dei beni per le persone e il congelamento dei beni per le entità. Sarà inoltre fatto divieto alle persone ed entità dell’UE di mettere fondi a disposizione di persone ed entità inserite nell’elenco. Il quadro di misure restrittive consente di sottoporre a sanzioni: 1. persone o entità responsabili delle attività di trivellazione connesse alla ricerca e alla produzione di idrocarburi non autorizzate da Cipro nel suo mare territoriale o nella sua zona economica esclusiva (ZEE), oppure sulla sua piattaforma continentale. Tali attività di trivellazione includono, nei casi in cui la ZEE o la piattaforma continentale non sia stata delimitata in conformità del diritto internazionale, le attività suscettibili di compromettere od ostacolare il raggiungimento di un accordo di delimitazione. 2. persone o entità che forniscono alle suddette attività di trivellazione sostegno finanziario, tecnico o materiale. 3. persone o entità ad esse associate».
Come risposta l’Unione europea ha avuto le provocatorie e tracotanti dichiarazioni di Erdogan e del governo fantocci libico che sta in piedi solo grazie ad aiuti di Paesi dell’Unione europea, a partire dall’Italia.

Preso da:  http://www.greenreport.it/news/energia/la-libia-e-la-turchia-si-spartiscono-il-mediterraneo-sfidando-lunione-europea-e-legitto/

Militari e polizia in Bolivia: risentimento storico dell’apparato politico fascista

Ernesto Eterno, Internationalist 360º, 22 novembre 2019

La Bolivia vive un altro momento di rottura sociale e politica nella sua lunga storia di instabilità e golpe civile-polizia-militari. Ciò che accade, oltre la tragedia vissuta da questo popolo eroico, ha molti paradossi che non possono essere ignorati. Il primo è l’incomprensibile avventura distruttiva di un Paese che si dirigeva verso il 21° secolo con un percorso senza precedenti nel diventare una democrazia. Mai prima d’ora il Paese aveva ottenuto ciò che molti invidiano: crescita economica sostenuta, stabilità politica, unità nazionale in costruzione e rispettoso impegno internazionale, nonché risultati sociali e sconfitta secolare delle due maledizioni del sottosviluppo: estrema povertà e analfabetismo. Il secondo paradosso è sostenere che vi fu una successione costituzionale quando in realtà ciò che accadde fu l’assalto pianificato al potere. Dalla detenzione dei municipi nel Paese in una simulazione democratica all’ammutinamento della polizia, ciò che fu interessato era il rimaneggiamento della scacchiera politica orchestrato ad arte, da qualche tempo ormai, nelle viscere dell’impero con la complicità della élite razzista regionale coperta da una religiosità macabra. Jeanine Ánhez, che si autodefinisce “presidente costituzionale”, rappresenta la presa illegale e illegittima del potere, null’altro che il corollario del piano golpista finemente tessuto negli ultimi tre o quattro anni. Questo finale fascista fu preceduto da una serie di operazioni segrete sistematicamente attuate e che le agenzie d’intelligence non seppero rilevare o che nascosero. Il terzo paradosso è il ruolo angosciante dei media che, quando gli piace, si definiscono democratici, trasparenti e indipendenti. Oggi sono semplicemente un branco di disinformatori senza scrupoli, una vergognosa macchina della manipolazione al servizio degli interessi commerciali monopolistici. Insieme alla panoplia di menzogne sistematiche, dirette dalla diplomazia pubblica nordamericana, i social network adempivano al loro ruolo perverso di filtrare sproporzionatamente, sia nei contenuti che nella portata, il presunto “male masista, inclusa l’enorme broglio”, nascondendo brutalità e violenze del paramilitarismo di Santa Cruz, delle bande armate cochalas o della polizia di La Paz.

Il quarto paradosso ha a che fare col ruolo della struttura monopolistica della violenza legittima progettata per proteggere lo Stato e i cittadini, mentre in realtà genera violenza, morte e terrore nel sostenere un regime illegittimo contro la volontà della maggioranza popolare. Mai prima d’ora polizia e militari, inguainati nella presunta difesa della democrazia e nel controllo delle proteste, puntarono così lontano le armi della repressione dalle “sale di guerra”.
Protetti dal nuovo regime violento, militari e polizia coesistono uniti dal sangue e lutto di decine di boliviani nel pieno del loro odio ancestrale a un comando politico transitorio che ne ignora il controverso passato. Come possiamo capire che militari e polizia, il cui reciproco risentimento di oltre un secolo di storie istituzionali distanti segnate dal fuoco, supportano oggi la struttura gelatinosa di un regime che ha causato solo morti e feriti? Al di là del surrealismo che li circonda, polizia e militari sono in una guerra silenziosa nel pieno del colpo di Stato che continua senza sosta nonostante il numero di morti suggellati delle loro armi letali. Il risentimento che circonda entrambe le istituzioni, la cui storia non era ancora chiarita nel 21° secolo, costituisce i veri limiti del regime golpista. I sintomi dell’asprezza iniziarono a emergere nelle turbolente manifestazioni sociali. Entrambi i fronti repressivi si accusavano a vicenda di aver sparato a civili indifesi, assumendosene la responsabilità tra gli sconvolgimenti sociali. La polizia che accusa i militari che accusano la polizia è una costante che tende ad approfondirsi col passare delle ore. Il ruolo tragicomico dell’ufficio del procuratore generale appare sulla scena cercando di calmare il panico delle aziende coll’argomento che le armi pesanti avevano causato le morti. Un sintomo della crisi irreversibile. Per evitare ulteriori conflitti e distrarre l”opinione pubblica, il governo golpista, consigliato dalle agenzie statunitensi, accusò degli stranieri armati come FARC, cubani, colombiani e venezuelani delle morti causate da forze repressive ufficiali. La disputa perenne per preservare il potere politico da entrambe le istituzioni produce scismi interni dalle conseguente possibile debacle del regime del golpista fascista basato su baionette, gas e piombo.

Tra i militari
Sedici anni dopo aver compiuto uno dei più sanguinari massacri contro il popolo di El Alto, che portò a condanne e detenzione dei comandanti dell’epoca, le forze armate tornavano in piazza vestite con l’inconfondibile cachi statunitense con la missione di affrontare l’escalation dei conflitti sociali nel Paese. Il 10 novembre, il comandante in capo delle forze armate, il generale Ejto Kalimán, apparentemente sconcertato e con voce tremante, ordinò l’uscita delle forze armate sulle strade, il cui tragico risultato finora supera i venti morti. La metà delle vittime, per lo più giovani, furono del “massacro della Sacaba”. Nulla può suggerire che tale decisione porterà Kaliman e i suoi comandanti nello stesso posto in cui i loro predecessori, responsabili del massacro di El Alto nell’ottobre 2003, scontano la sentenza. La decisione di Kalimán, che contrastava radicalmente con quella del Presidente Morales, è una delle principali espressioni del fallimento istruttivo e pedagogico delle forze armate nelle crisi politiche. Evo Morales si dimise proprio per evitare morti inutili, contrariamente a Kalimán che ordinava ai militari di uscire, sapendo le conseguenze. Chi impose a Kalimán l’ordine di schierare i soldati per le strade? Perché tale decisione fu modificata ventiquattro ore dopo, quando promise al suo generale-capitano che non avrebbe mosso alcuna unità militare col pretesto di carenza di equipaggiamento, munizioni e agenti chimici? L’autonomia politica di Kaliman al culmine della crisi sociale e politica che precipitò quest’ultimo colpo di Stato ritrae in qualche modo non solo il fallimento del comando politico sull’esercito, ma anche l’incomprensione delle sue etica professionale, e conservativa, pragmatica, opportunistica e immediata ideologia e cultura aziendali. Anche il lavoro autonomo della scuola antimperialista non servì a moderare la decisione di Kaliman in circostanze che richiedevano un minimo di fedeltà statale. L’Alto Comando svolse il ruolo più critico secondo le precedenti conversazioni con Luis Fernando Camacho e funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti. Non va dimenticato che Kalimán fu un addetto militare a Washington per un paio d’anni e che alcuni membri della sua famiglia rimasero negli Stati Uniti.
Attualmente, i militari che occupano la catena di comando affrontano il dilemma di uscire per strada a continuare a reprimere il popolo o rimanere nelle caserme a causa delle disastrose conseguenze dell’intervento nelle strade. Ma il dubbio più forte sorge dalla responsabilità militare o della polizia una volta che la calma ritornerà nel Paese. Molti ufficiali ritengono che la polizia porrà tutta la responsabilità dei morti e feriti sulle forze armate poiché solo esse usano tali armi. I calcoli postbellici iniziano a minare la fiducia delle truppe nei loro comandanti che ritengono irresponsabili e inadeguati. La valutazione dell’amministrazione di Evo Morales attraversa i corridoi delle caserme. Sostengono che Evo li escluse da qualsiasi conflitto sociale per tredici anni, una situazione che gli permise di accrescere la loro legittimità istituzionale agli occhi del pubblico di fronte al discredito della polizia per l’evidente corruzione e indisciplina. Gli ufficiali ammisero che il loro salariale e la qualità della vita cambiarono sostanzialmente col “processo di cambiamento”, mentre l’incursione in compiti sociali gli permise di essere considerati dal governo “soldati della éatria”. I bonus “Juancito Pinto” o “Renta Dignidad” o la gestione delle catastrofi naturali affidata alle forze armate facilitò un rapporto sensibile con la società. Oltre a questo, la valutazione dell’aumento del budget della Difesa, l’acquisto di beni e miglioramento della qualità della vita del soldato sono parte della loro memoria immediata. Tuttavia, oggi, in meno di una settimana, un regime di fatto comandato da un gruppo politico radicale e da capi religiosi fanatici portava le forze armate a confrontarsi con disprezzo e condanna della società ed internazionale, i cui effetti non saranno superati nei prossimi decenni. Col grido collettivo di “militari assassini!” belle strade, i quadri intermedi temono di subire conseguenze: diserzione dei soldati nel pieno del conflitto, una sconfitta morale senza precedenti; perdita di potere negli spazi che Evo Morales costruì per garantirsi fedeltà, come nel caso della Sicurezza presidenziale (USDE), accesso a posizioni pubbliche di alto livello (gestione di società statali) e persino posizioni diplomatiche; il discredito istituzionale che comporterà la drammatica riduzione dei coscritti a servizio militare obbligatorio che in realtà giustificava l’esistenza dell’istituzione; ripudio popolare permanente sulle strade; processi.
I disordini militari di fronte agli eventi e l’elevato numero di vittime derivanti dalla repressione portava a interrogativi sull’alto comando e a una sfiducia interna senza precedenti. In un rapporto inviato alle unità militari dell’Ottava divisione dell’esercito dal comando in capo delle forze armate, il 14 novembre 2019, si affermava che il corpo degli ufficiali “osserva la condotta dei cadetti, reclute e soldati del Chapare, regione in tutte le attività erano sviluppate nelle unità”. Questa disposizione esprimeva paura viscerale nei confronti dei propri soldati, confermandone ancora una volta lo status di forza di occupazione coloniale. Questo rapporto esprime l’atroce paura del mondo indigeno, ma anche disprezzo e sfiducia generati dalla loro presenza nelle forze armate. Una vera aberrazione culturale e corporativa dopo oltre 35 anni di democrazia e 13 anni di apparente inclusione indigena nelle forze armate. Questo è il miglior esempio del fallimento della presunta democratizzazione militare e della coesistenza plurinazionale ed interculturale nel mondo in uniforme. Molti ufficiali sensibili al conflitto storico con la polizia mettevno in dubbio la decisione poco saggia e inopportuna di Kalimán, perché avrebbe “salvato” la polizia in un momento chiave di crisi operativa. Il rogo della Whipala da parte degli agenti di polizia e la rimozione di quel simbolo dalla loro uniforme provocò un profondo disordine sociale che portava ad attacchi alle loro strutture, costringendoli a chiedere supporto militare per salvarsi dalla rabbia popolare. Il risentimento contro la bandiera costituzionalmente riconosciuta causò la rottura tra polizia e popolazione rurale e indigena. La verità è che il proverbiale odio tra esercito e polizia continuava a fluire nel pieno golpe grottesco, sostenuto dall’uso irrazionale della forza e dal comportamento razzista del governo che assomiglia alle vecchie dittature militari guidate da slogan ultramontani stranieri.
Il colpo di Stato contro il processo democratico guidato da Evo Morales ha l’inconfondibile sigillo delle forze armate come attori protagonisti, sebbene fu la polizia nazionale a guidare il colpo di Stato dalla città di Cochabamba, l’8 novembre. Apparentemente, ul 10 novembre 2019 passerà alla storia come uno di quei giorni tragicomici in cui un generale mediocre e opportunista come Kalimán, con uno stato maggiore pusillanime e degradante, decise di rassegnare le dimissioni per interesse di un eticamente decaduto, moralmente rovinato e patetico circo della polizia che usava la Bibbia come scudo religioso per legittimare la propria sopravvivenza. Alcuni settori delle Forze armate ritennero che l’assedio popolare contro la polizia costituisse il momento migliore per saldare i conti degli eventi del febbraio 2003. In quell’occasione, cecchini della polizia, addestrati dagli Stati Uniti, uccisero diversi soldati del Reggimento della scorta presidenziale in modo vigliacco, quando la folla tentò di entrare nel Palazzo del Governo per reazione a una misura economica anti-popolare. Secondo molti ufficiali, Kaliman divenne il proverbiale eroe dei giorni vergognosi del colpo di Stato della polizia, un fenomeno mai immaginato dalle forze armate. Un triste ruolo politico fu svolto dai militari che dovettero salvare la vita al loro aspro nemico storico quando era sull’orlo del collasso delle repressione. Il capo dipartimentale della polizia di La Paz chiedeva in lacrime l’aiuto delle forze armate per difendersi dall’assedio dei movimenti sociali che combattevano per licenziare la presidentessa autoproclamata. Il supporto militare a una languida polizia in uno scenario di controversie politiche era un episodio eccezionale. Nel 1952, l’esercito fu sconfitto dal movimento operaio che portò la polizia a cavalcare la schiuma rivoluzionaria per vendicarsi del cattivo trattamento che i militari diedero ai carabinieri dell’epoca. Normalmente, la polizia nazionale si allineava ai colpi di stato militari come un cane con la coda tra le gambe, nel tentativo di assicurarsi il banchetto burocratico. Il 10 novembre successe il contrario.
Nella polizia
Il colpo di Stato promosso dalle forze di polizia della città di Cochabamba contro il governo di Evo Morales era un non segreto maliziosamente ignorato dal Ministero, abilmente gestito dal comandante generale della polizia e articolato in modo efficiente dalle forze di opposizione di destra che sapevano da anni che la polizia nazionale costituiva un formidabile alleato dei loro piani destabilizzanti. L’opposizione, consigliata da agenti esteri, iniziò a lavorare interno della polizia mentre il governo li ignorava o vi si appellava solo in caso di conflitto sociale. Non vi è dubbio che nella catena geografica di controllo e comando della struttura di polizia, il dipartimento di Santa Cruz, e in particolare la città di Santa Cruz, costituiva l’anello più debole in cui fu costruita una sorta di patto delle complicità tra ministero e forze di polizia guidate da ufficiali collegati alla costellazione criminale regionale. Paradossalmente, il luogo in cui il crimine acquisiva dimensioni transnazionali era precisamente il luogo in cui fu costruita l’architettura della regolamentazione della polizia del crimine, come nel caso del carcere di Palmasola. Allo stesso modo, tale rete di complicità politico-poliziesca si estese ai circuiti mafiosi del traffico di droga, traffico di armi, case da gioco o traffico di terre a favore di stranieri le cui attività erano gestite da agenti di polizia dalle sponsorizzazioni politiche. Santa Cruz era una specie di territorio della polizia autonomo abilmente utilizzato dalle forze d’opposizione che vedeva nei suoi margini di autonomia statale le migliori condizioni per la cospirazione armata e sediziosa. Nei tredici anni del governo di Evo Morales non ci fu la capacità di generare una politica di istituzionalizzazione, modernizzazione o disciplina professionale delle forze di polizia. Al contrario, i capi della polizia, incoraggiati da continue rotazioni, beneficiarono di privilegi inimmaginabili cui si aggiunse una cultura della corruzione scandalosa, goffa o deliberatamente trascurata. Solo alla fine del mandato di Morales la polizia ebbe un moderno sistema di controllo territoriale nel quadro della sicurezza dei cittadini noto come BOL 110, che aumentò la capacità di produrre informazioni a fini informali. Il supporto tecnologico servì da cortese concessione elettorale che la polizia accolse senza l’entusiasmo previsto. Il rapporto tra governo e polizia in oltre un decennio soffrì di difetti strutturali, ma il peggio era affidare a un alto funzionario una responsabilità centrale quando le sue priorità erano guidare le squadre di calcio.
Morales affrontò diversi episodi di insubordinazione, rivolte e sedizione della polizia placati dopo complesse trattative, ma non si risolsero mai strutturalmente. Le radici del malcontento della polizia furono alimentate internamente, mantenendo tale clima invariabile e cumulativo nel tempo. Allo stesso tempo, la colossale corruzione della polizia non fu trattata in modo adeguato e proporzionato dal governo. Privilegi di polizia, corruzione e ampi margini di criminalità aziendale operavano e funzionavano a livello di comando lasciando ai subordinati solo le briciole, una situazione che aggravava il malessere dei poliziotti subordinati di cui era responsabile il governo nazionale. D’altra parte, il rapporto politico-militare privilegiato generò un profondo risentimento nella polizia nazionale. La polizia si vide come cittadini di seconda classe di fronte al trattamento del governo dei militari come cittadini di prima classe. La presenza del Oresidente Evo Morales in occasione degli anniversari militari, i discorsi solleciti che valutano il lavoro militare, nonché privilegi e prerogative concesse periodicamente, costituivano “sistematiche offensive” contro una polizia che operava quotidianamente in condizioni deplorevoli. La disparità di trattamento del governo nazionale a favore delle forze armate, costruzione di edifici, campi sportivi, acquisto di attrezzature e materiali militari, costosi investimenti in tecnologia come radar, ecc., alimentò un forte rancore anti-militare e anti-governativo nella polizia. L’espressa propensione del governo Morales a favorire le forze armate fu presa come un’umiliazione persistente che fu tradotta in una narrazione antigovernativa dagli ufficiali in merito ai loro subordinati con informazioni sfavorevoli. Oltre allo sdegnato rapporto tra Evo Morales e Polizia, il governo nazionale attuò tagli alle principali fonti di entrate istituzionali. Sebbene le decisioni fossero corrette, volte ad eliminare la corruzione, furono interpretate diversamente dalla polizia nel desiderio di preservare nicchie di privilegio burocratico. Morales andò molto oltre nel ridurre le prerogative della polizia assegnando alle forze armate il compito di combattere il contrabbando. Le unità anti-contrabbando della polizia furono sciolte e sostituite da unità militari. I militari occuparono il confine, spezzando le reti dell’illegalità e del controllo territoriale, il che significava doppia amputazione: per i gruppi criminale che vivevano della fertile attività del contrabbando, e per la polizia che viveva proteggendo le reti dell’illegalità a cui garantiva protezione e impunità. Fu tale polizia sediziosa che affrontò il governo di Evo Morales e ottenne direttamente o indirettamente le sue dimissioni. Mai prima d’ora la polizia era riuscita a rovesciare un governo democratico come fece tale organizzazione indisciplinata e politicamente malata.
Il colpo di Stato civile non aveva solo una componente politica ma anche vendicativa alimentata dal ricordo di presunti obbrobri, privazione e maltrattamenti. Le rivolte della polizia riflettevano l’odio atroce contro il governo, che si era contenuto e che poi esplodeva in ondate successive sostenute da una classe media che si esprimeva nelle strade lasciando che i suoi profondi malcontento e disprezzo corressero contro un governo in piena ritirata. Il colpo di Stato della polizia, sostenuto e guidato nelle strade dalle proteste della classe media, permise d’intravederne lo sfaccettato scopo. In primo luogo fu la migliore occasione per vendicarsi del governo per maltrattamenti e sfratti istituzionali, una sorta di catarsi corporativa infiammata da una retorica di odio e religiosità esplosa senza che nessuno ne capisse il potenziale effetto. Le rivolte incarnarono il compito di riguadagnare i privilegi corporativi recisi per motivi politici e ceduti alle forze armate dal governo. Il primo obiettivo che la polizia recuperò, per i suoi effetti simbolici, fu l’unità della sicurezza presidenziale (USDE) dalle mani dell’esercito. Una volta completate le dimissioni di Evo Morales, la polizia nazionale non tardò un minuto nel prendersi carico del dispositivo di sicurezza della Casa Grande del Pueblo, costringendo il corpo di sicurezza presidenziale a liberare immediatamente l’edificio. Gli oltre settanta membri di questa squadra speciale, che aveva protetto Morales per più di un decennio, furono costretti a ritirarsi, umiliati, dallo stato maggiore delle forze armate, per ricevere nuovi incarichi. Allo stesso modo e con un assalto, la polizia nazionale si riprese il controllo degli edifici del Servizio di identificazione personale (SEGIP) istituzionalizzati dal governo Morales per stroncare sul nascere una delle principali fonti della corruzione della polizia. La presa della polizia di istituzioni, spazi e prerogative faceva parte delle promesse del caudillo di Santa Cruz Luis Fernando Camacho, per portarla al colpo di stato, obiettivo raggiunto quasi chirurgicamente. In uno dei consigli tenuti a Santa Cruz, Camacho promise di restituire tutte le istituzioni “ingiustamente portate via dal governo nazionale” e di concedergli un trattamento salariale e pensionistico simile a quello delle Forze armate, un incentivo inconfutabile.
Oltre ai complessi problemi affrontati dal nuovo comando di polizia, gli agenti subiscono pericolosi segni di esaurimento fisico dopo oltre venti giorni di lavori per strada e repressione. Tuttavia, li rafforzamento della polizia in questo contesto di crisi si traduceva in azioni pericolose di piccoli gruppi che operavano indipendentemente dal comando centrale. Tale clima incerto, con un governo che faceva appello a un discorso recalcitrante e un ministro governato dall’odio atroce contro i funzionari governativi, promuovevano la formazione di gruppi di poliziotti e paramilitari che agivano secondo una logica vendicativa e mercenaria. Tra le turbolenze politiche, era sorto un nuovo fattore di disordini tra la polizia, generato dalla concessione di 34 milioni di bolivianos alle forze armate per coprire i costi della logistica della repressione. I membri della polizia nazionale sospettavano che tali risorse servissero a favorire i capi militari come “bonus fedeltà”. Allo stesso tempo, si aggravavano i disordini contro il governo golpista e le forze armate, coll’approvazione del DS 4078, il cui obiettivo era autorizzare l’uso di militari, attrezzature e armi garantendone l’immunità, una condizione non goduta dalle forze di polizia.
Conclusioni
È chiaro che militari e polizia sono i pilastri su cui si basa il potere del governo golpista. Sembra anche chiaro che tali pilastri contengano controversie storicamente irrisolte e inconciliabili che col passare del tempo creeranno maggiori frattura e polarizzazione. Al di là del carattere provvisorio, un governo con buon senso dovrebbe conoscere le profonde fratture tra enti al fine di evitare di essere sconfitto dalle conseguenze. Fortunatamente, il governo golpista guarda solo all’ombra e non alla realtà e quindi durerà poco, quanto l’esplosione convulsa di entrambi gli enti che iniziano a contorcersi per annullarsi o distruggersi a vicenda. Se il sangue sarà a fiumi non dipenderà dai complottarsi golpisti, ma dalle profonde ferite riaperte da un comando politico ignorante, arrogante, rabbioso e suicida. Il colpo di Stato ha i suoi limiti paradossali nell’uso della polizia e dei militari e questo dipende dal come tale duello storico sarà risolto nelle viscere del potere fascista. Con una polizia nazionale alienata dalle molteplici contraddizioni interne e dalle forze armate sconcertate dalla dimensione del conflitto e dalle future responsabilità politiche, legali e istituzionali, i boliviani vivono in un panorama desolato.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Erdogan si accorda coi fratelli musulmani libici sul petrolio greco

Andreas Mountzouroulias, FRN 28 novembre 2019
Nuovi dettagli sono emersi dopo l’accordo di Ankara-Tripoli. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan incontrava Fayaz al-Saraj del governo dei fratelli musulmano libici ad Ankara. L’incontro durò 2 ore e pochi dettagli emersero inizialmente per ovvie ragioni. Una dichiarazione turca sull’incontro menzionava solo: “Abbiamo firmato col governo di Tripoli un protocollo d’intesa su sicurezza e cooperazione militare, mentre allo stesso tempo abbiamo firmato un protocollo d’intesa sul mare, derivante dal diritto internazionale”, senza citare esattamente quale diritto internazionale, in quanto non esiste un diritto internazionale a sostegno delle affermazioni di Erdogan. I media turchi, interamente controllati da Erdogan, continuano il caso. Darebbe essere un accordo a due che va approvato da altri Paesi per legittimarsi, ma con tali mosse i turchi creano un clima di ostilità nel Mediterraneo orientale. E non va dimenticata la lettera di Ankara alle Nazioni Unite, che annulla difatti le zone economiche esclusive greche e cipriote.


Cosa dicono i turchi: “Ieri è stato concluso un accordo storico ad Ankara che ha posto fine all’occupazione della Grecia nel Mediterraneo. Per 15 anni, Atene e Nicosia hanno operato illegalmente, ma l’accordo Ankara-Tripoli pone fine alle ambizioni di questi Paesi. Con questo accordo, blocchiamo la futura firma di una ZEE da parte della Grecia”. Vi erano persino riferimenti a Creta dai turchi. La cosa strana, come si vede dalle mappe, è il riferimento a Imia, o Kardak, come la chiamano i turchi. Qualcosa di speciale è stato pianificato dai turchi, la situazione odora di conflitto!
“Di comune accordo, il tentativo della Grecia d’invadere il Mediterraneo andrà in rovina, mentre Turchia e Libia acquisiranno potere marittimo a sud di Creta e nei dintorni di Cipro”, aveva detto un giornale pro-Erdogan, aggiungendo che “a seguito degli sviluppi nel Mediterraneo orientale diventa ancora più urgente la necessità di delimitare le zone marittime tra Turchia e Libia”.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Bolivia, laboratorio di una nuova strategia di destabilizzazione

La stampa internazionale è cauta nel riferire quanto accade in Bolivia. Descrive il rovesciamento del presidente Evo Morales, parla di un ennesimo colpo di Stato, ma non riesce a inquadrare quel che sta davvero succedendo. Non si accorge del nascere d’una nuova forza politica, finora sconosciuta in America Latina. Secondo Thierry Meyssan, se le autorità religiose del continente non si assumeranno subito le proprie responsabilità, niente riuscirà a impedire il dilagare del caos.

| Damasco (Siria)

La nuova presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia brandisce i Quattro Vangeli e denuncia i “riti satanici” degli indios. Diversamente dai commenti della stampa internazionale, Jeanine Áñez non se la prende con gli indios – peraltro tutti cristiani – in quanto etnia, ma vuole imporre il fanatismo religioso.
Il 14 ottobre 2019, in un’intervista alla televisione Giga Vision, il presidente Evo Morales dichiarò di possedere registrazioni comprovanti la preparazione di un colpo di Stato da parte di esponenti dell’estrema destra e di ex militari, da mettere in atto qualora avesse vinto le elezioni [1].

Quel che poi è accaduto non è un vero e proprio colpo di Stato: è un rovesciamento del presidente costituzionale. Niente induce a credere che il nuovo regime saprà stabilizzare il Paese. Sono i primordi di un periodo di caos.
Le rivolte che si sono susseguite dal 21 ottobre hanno indotto a fuggire, l’uno dopo l’altro, il presidente, il vicepresidente, il presidente del senato, il presidente dell’Assemblea nazionale, nonché il primo vicepresidente del senato. Le sommosse non sono però cessate con l’intronizzazione alla presidenza ad interim, il 12 novembre scorso, della seconda vicepresidente del senato, Jeanine Áñez. Il partito di Áñez ha solo quattro deputati e senatori su 130. In compenso, la nomina di un nuovo governo senza indigeni ha spinto gli indios a scendere in piazza in sostituzione dei sicari che hanno cacciato il governo Morales.
Ovunque si registrano violenze interetniche. La stampa locale riferisce delle umiliazioni pubbliche e degli stupri. E conta i morti.

Se è evidente che la presidente Áñez ha il sostegno dell’esercito, non si sa invece chi abbia cacciato Morales: potrebbe essere una forza locale o una società transnazionale, oppure entrambe. L’annullamento di un mega-contratto per lo sfruttamento delle miniere di litio potrebbe aver spinto un concorrente a investire nel rovesciamento del presidente.
Una cosa soltanto è certa: gli Stati Uniti d’America, che adesso si rallegrano per il corso preso dagli avvenimenti, non li hanno provocati, sebbene cittadini e funzionari USA vi siano probabilmente implicati, come ha affermato il direttore dell’SVR [Servizio d’intelligence internazionale, ndt] russo, Sergueï Narychkine.
La pubblicazione della registrazione di una conversazione tra la ministra degli Esteri della Colombia, Claudia Blum, e l’ambasciatore colombiano a Washington, Francisco Santos, in un caffè della capitale statunitense, non lascia dubbi [2]: in questo momento il segretario di Stato USA Mike Pompeo è contrario a ogni intervento in America Latina; ha già mollato l’autoproclamatosi presidente del Venezuela, Juan Guaidó, facendo precipitare nello sgomento la Colombia anti-Maduro, e rifiuta ogni contatto con i numerosi apprendisti putschisti latino-americani.
Sembra che la nomina di Elliot Abrams come rappresentante speciale USA per il Venezuela non sia stata soltanto il prezzo della chiusura dell’inchiesta russa del procuratore Robert Mueller [3], ma anche un mezzo per farla finita con i neo-conservatori dell’amministrazione. Questo “diplomatico” si è comportato talmente male che in pochi mesi ha distrutto ogni speranza d’intervento imperialista USA in America Latina.
Del resto, il dipartimento di Stato USA è un cumulo di macerie: alti diplomatici hanno testimoniato contro il presidente Trump davanti alla commissione della Camera dei Rappresentanti incaricata dell’impeachment.
Ma chi conduce il gioco se non è l’amministrazione Trump a farlo? Evidentemente ci sono ancora residui importanti delle reti create dalla CIA negli anni dal 1950 al 1970. Dopo quarant’anni sono ancora presenti in numerosi Paesi dell’America Latina e possono agire autonomamente, con pochi appoggi esterni.

Le ombre del passato

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Ante Pavelić, capo della milizia degli ustascia, e il suo protettore, l’arcivescovo cattolico di Zagabria, monsignor Alojzije Stepinac. Il primo è ritenuto uno dei peggiori criminali della seconda guerra mondiale, il secondo viene considerato santo per aver lottato contro il comunismo.

Quando gli Stati Uniti decisero di arginare l’URSS, il primo direttore della CIA, Allen Dulles, e il fratello, il segretario di Stato John Foster Dulles, esfiltrarono miliziani dell’Asse un po’ ovunque nel mondo per combattere i partiti comunisti. Furono riuniti in un’associazione, la Lega Anticomunista Mondiale (WACL) [4], che organizzò in America Latina il “piano Condor” [5] per una cooperazione fra i regimi filo-USA e per assassinare i leader rivoluzionari, ovunque si rifugiassero.
Il generale-presidente boliviano Alfredo Ovando Candia (1965-1970) affidò al nazista Klaus Barbie (il “macellaio di Lione”) la caccia all’argentino Che Guevara. Barbie riuscì a eleminarlo nel 1967, come nel 1943 aveva fatto con il capo della Resistenza francese, Jean Moulin. Durante le dittature del generale Hugo Banzer Suárez (1971-1978) e di Luis Garcia Meza Tejada (1980-81), Klaus Barbie, assistito da Stefano Delle Chiaie (membro di Gladio, che organizzò in Italia il tentativo del colpo di Stato del principe Borghese), ristrutturò la polizia e i servizi segreti boliviani.
Dopo le dimissioni del presidente statunitense Richard Nixon, gli Stati Uniti si dedicarono alla grande operazione di trasparenza con le commissioni Church, Pike e Rockefeller sulle attività segrete della CIA. Il mondo scoprì soltanto le increspature di superficie, che erano comunque troppo. Nel 1977 il presidente Jimmy Carter nominò l’ammiraglio Stansfield Turner a capo della CIA, con l’incarico di ripulirla dai collaboratori dell’Asse e di trasformare i regimi filo-americani da dittature in democrazie. È perciò legittimo chiedersi come abbiano potuto Klaus Barbie e Stefano delle Chiaie supervisionare fino al 1981 il sistema repressivo della Bolivia.
Evidentemente Barbie e Delle Chiaie erano riusciti a organizzare la società boliviana in modo da prescindere dal sostegno di Casa Bianca e CIA. Gli bastava il sostegno discreto di qualche alto funzionario statunitense e il denaro di qualche multinazionale. Allo stesso modo hanno probabilmente agito i putschisti del 2019.
Durante il periodo anticomunista, Barbie favorì l’installazione in Bolivia di croati ustascia che avevano facilitato la sua fuga dall’Europa. Quest’organizzazione terrorista, creata nel 1929, rivendicava in primo luogo un’identità cattolica e aveva il sostegno della Santa Sede nella lotta contro i sovietici. Nel periodo tra le due guerre compì numerosi assassinii politici, fra gli altri quello, in Francia, del re ortodosso Alessandro I di Jugoslavia. Con la seconda guerra mondiale gli ustascia si allearono con fascisti e nazisti, pur conservando la propria specificità. Massacrarono gli ortodossi e arruolarono i mussulmani. In contraddizione con il cristianesimo cui in origine si riferivano, promossero una visione razzista del mondo e non consideravano gli slavi e gli ebrei come esseri umani a pieno titolo [6]. Alla fine della seconda guerra mondiale gli ustascia e il loro capo Ante Pavelić fuggirono dall’Europa e si rifugiarono in Argentina, dove furono accolti dal generale Juan Perón. Alcuni di loro però rifiutarono la sua politica e si staccarono: il gruppuscolo più intransigente emigrò in Bolivia [7].

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Per il neo-ustascia Luis Fernando Camacho, «la Bolivia appartiene a Cristo!»; una verità lapalissiana in una Paese al 98% cristiano. Ma cosa intende esattamente?

Gli ustascia in Bolivia

Quali che siano le ragioni etiche, è sempre difficile rinunciare a uno strumento offensivo. Così non bisogna meravigliarsi che collaboratori cacciati dal presidente Carter dalla CIA collaborarono con il vicepresidente di Ronald Reagan ed ex direttore della CIA, George Bush senior. Alcuni di loro formarono l’Antibolchevik Bloc of Nations [8]; si trattava soprattutto di ucraini [9], baltici [10] e croati. Tutti criminali oggi al potere.

Concerto di un gruppo ustascia a Zagabria nel 2007.

Gli ustascia boliviani hanno mantenuto legami con i fratelli d’armi in Croazia, in particolare durante la guerra del 1991-1995, in cui sostennero il partito cristiano-democratico di Franjo Tudman. In Bolivia hanno creato l’Unione Giovanile Cruceñista, milizia nota per le violenze antirazziali e le uccisioni d’indios aymara. Uno dei vecchi capi, l’avvocato e uomo d’affari Luis Fernando Camacho, è oggi presidente del Comitato Civico pro-Santa Cruz. È lui che apertamente dirige i sicari che hanno cacciato dal Paese l’aymara Evo Morales.
Sembra che anche il nuovo comandante in capo dell’esercito, Iván Patricio Inchausti Rioja, provenga dagli ustascia di Croazia. È lui che guida la repressione contro gli indios, munito della licenza d’uccidere della presidente Jeanine Áñes.
La forza degli ustascia boliviani non è nel numero. Sono solo un gruppuscolo. Eppure sono riusciti a cacciare il presidente Morales. La loro forza sta nell’ideologia: strumentalizzare la religione per giustificare il crimine. In un Paese cristiano nessuno osa opporsi spontaneamente a persone che si richiamano a Cristo.
Tutti i cristiani che hanno letto o sentito la nuova presidente annunciare il ritorno al governo della Bibbia e dei Quattro Vangeli — lei non sembra fare distinzione tra i due testi — e denunciare i «riti satanici degli indios» ne sono stati scioccati. Tutti hanno pensato fosse adepta di una setta. No, è soltanto una fervente cattolica.
Da molti anni mettiamo in guardia contro i partigiani al Pentagono della strategia Rumsfeld/Cebrowski, che vogliono fare nel Bacino dei Caraibi quanto fatto nel Medio Oriente Allargato. Sotto l’aspetto tecnico, il loro piano si è sempre scontrato con l’assenza di una forza latina, comparabile ai Fratelli Mussulmani e ad Al Qaeda. Tutte le macchinazioni partivano dalla tradizionale opposizione dei “capitalisti liberali” ai “socialisti del XXI secolo”. Non è più così. Ora una corrente interna al cattolicesimo predica la violenza in nome di Dio. Essa rende fattibile il caos. I cattolici latini si trovano nella stessa situazione dei sunniti arabi: devono con urgenza condannare questi individui per non essere travolti dalla loro violenza.

[1] Bolivie: Morales redoute un coup d’Etat s’il gagne les élections, AFP, 15 novembre 2019.
[2] Exclusivo: audios de polémica charla entre embajador Francisco Santos y la nueva canciller Claudia Blum, Publimetro Colombia, 20 de noviembre de 2019.
[3] “Venezuela, Iran: Trump e lo Stato Profondo”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 21 maggio 2019.
[4] «L’internazionale criminale: la Lega anticomunista mondiale», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 3 luglio 2016, traduzione di Alessandro Lattanzio.
[5] Operación Cóndor, 40 años después. Stella Calloni, Infojus (2015).
[6] Nel 1823 il poeta Antun Mihanović, influenzato dal romanticismo tedesco, s’interrogò sulla possibile origine non-slava dei croati. Partendo da quest’ipotesi romantica, Ante Starčević teorizzò la giustificazione dell’indipendenza croata nei confronti di altri popoli dei Balcani. È su tale base che gli ustascia edificarono l’ideologia razialista, indipendentemente quindi dal nazismo. I nazisti, che avrebbero dovuto considerare i croati come sub-umani e farne i loro schiavi, trovarono comodo mobilitarli al proprio fianco, fingendo di credere a questo mito. Cf. The Racial Idea in the Independent State of Croatia. Origins and Theory, Nevenko Bartulin, Brill, 2014.
[7] Nationalism and Terror. Ante Pavelic and Ustasha Terrorism from Fascism to the Cold War, Pino Adriano and Giorgio Cingolani, Central European University Press (2018).
[8] Old Nazis, the new right and the Republican party, Russ Bellant, South End Press, 1988.
[9] «Chi sono i nazisti nel governo ucraino?», Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 4 marzo 2014, traduzione di Alessandro Lattanzio. «Ucraina: Stato canaglia neo-nazista incombente in Europa», Andrej Fomin, Fonte: Oriental Review (Russia), 28 febbraio 2014, traduzione di Alessandro Lattanzio. «Neo-nazi addestrati dagli Usa», Manlio Dinucci, Il Manifesto, 10 febbraio 2015. «Manifestazione nazista a Kiev», Rete Voltaire, 17 ottobre 2017, traduzione di Rachele Marmetti. «In Ucraina vivaio Nato di neonazisti», Manlio Dinucci, Il Manifesto, 23 luglio 2019.
[10] «La présidente de la Lettonie réhabilite le nazisme» par Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 16 mars 2005. «Diritto di replica del governo lettone», ambasciatrice Solvita Aboltina, commenti di Manlio Dinucci e Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 11 ottobre 2018.

Manifestazioni in Libano contro le interferenze statunitensi

25 novembre 2019.
Diverse manifestazioni hanno avuto luogo negli ultimi due giorni in Libano per protestare contro le interferenze degli Stati Uniti negli affari interni libanesi.
L’ultima è avvenuta questa domenica 24 novembre, con migliaia di persone radunate non lontano dall’ambasciata americana, ad Awkar, a est di Beirut.
Nel corso della protesta, i manifestanti hanno bruciato bandiere americane e israeliane, oltre alla foto di Jeffrey Feltman, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Libano.
Durante un’audizione di martedì 19 novembre, davanti alla sottocommissione parlamentare per gli affari esteri per il Medio Oriente, il Nord Africa e il terrorismo internazionale, Jeffrey Feltman aveva lasciato intendere che i libanesi devono affrontare due opzioni: seguire la politica di allineamento agli USA o affrontare il caos sobillato da Washington.
Jeffrey Feltman, sottosegretario del Dipartimento di Stato americano che fungeva anche da ambasciatore di Washington in Libano, aveva recentemente parlato di una possibile guerra civile se le forze armate libanesi avessero fatto ricorso al disarmo del movimento di resistenza di Hezbollah con la forza.
Durante la dimostrazione svoltasi ad Awkar, i seguenti slogan sono stati notati sugli striscioni contrassegnati o cantati dalla folla, tra cui:
“Gli Stati Uniti e Israele sono una cosa sola
“Smettete di interferire nei nostri affari, dannati imperialisti americani.”
“Non c’è modo di vivere nell’umiliazione. Rivoluzione contro gli Stati Uniti ”.
“Non rinunceremo al nostro paese per Israele”, recitava un cartello;
“Palestina, ti supporteremo a morte.”
“No alle interferenze nel mio paese”.
“Feltamn, stai zitto.”
Venerdì, in un’intervista con Reuters, il vice segretario generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassem, ha affermato che gli Stati Uniti rappresentano l’ostacolo più importante per la formazione di un governo in Libano.

Libano Manifestazioni

“Il primo ostacolo nella formazione del governo sono gli Stati Uniti, perché vorrebebro un governo che sui allineato a loro e noi vogliamo invece un governo che sia in linea con il popolo libanese”, ha detto.
Funzionari statunitensi sono stati in diretto contatto con politici e funzionari libanesi, ha dichiarato lo sceicco Qassem, dicendo: “Lasciamoci soli in modo da poter giungere a un’intesa tra di noi. Più intervengono, più tempo richiederà la soluzione. “
Un altro dirigente del consiglio esecutivo di Hezbollah, lo sceicco Ali Damoush, ha affermato che il movimento di resistenza distingue tra le giuste richieste dei manifestanti e gli schemi politici di coloro che stanno sfruttando il movimento di protesta di massa per raggiungere i propri obiettivi.
“Ora è chiaro che gli Stati Uniti e i loro alleati si sono infiltrati nei ranghi del movimento di protesta e stanno cercando di guidarlo. Loro stanno sostenendo un complotto politico che vogliono imporre al Libano. Le questioni economiche e di corruzione in Libano sono le loro ultime preoccupazioni “, ha detto Damoush.

Hezbollah, reparti in parata

La crescita in Libano è precipitata a seguito di un interminabile stallo politico e di una crisi economica negli ultimi anni.
Il paese ospita 1,5 milioni di rifugiati siriani e la loro presenza è spesso accusata di aver fatto pressioni sull’economia già in difficoltà.
La disoccupazione si attesta a oltre il 20 percento, secondo i dati ufficiali.
Questo ha determinato le proteste in cui si sono inseriti agitatori infiltrati dai servizi di intelligence di Stati Uniti e Arabia Saudita.
https://www.presstv.com/Detail/2019/11/24/612027/Lebanese-protesters-rally-against-US-intervention-in-their-domestic-affairs
Fonti: sito Al Manar Press Tv
Traduzione: Luciano Lago

Preso da: https://www.controinformazione.info/manifestazioni-in-libano-contro-le-interferenze-statunitensi/

Nino Galloni: il Mes è una follia, ma il tradimento risale al 1981

25 novembre 2019.
Alto tradimento, da parte di Giuseppe Conte, se ha firmato un accordo segreto sul Mes che espone gli italiani al rischio di dover sostenere di tasca propria l’eventuale “ristrutturazione” del debito pubblico? «Se Conte avesse stipulato un patto segreto contro il suo paese, il reato di alto tradimento dovrebbe essere accertato dai magistrati competenti».
Lo afferma l’economista Nino Galloni, vicepresidente del Movimento Roosevelt, richiamando l’allarme lanciato da Paolo Becchi. Per Galloni, «Becchi ha sollevato una questione reale, ma il problema – sottolinea – è dimostrare che questi accordi ci siano stati». In ogni caso, aggiunge, «le grandi decisioni di politica economica, come il divorzio del 1981 tra Tesoro e Bankitalia, non sono mai passate per il Parlamento». Galloni sgombra il campo da un equivoco: non è stata “l’Europa” a mettere nei guai l’Italia. E’ stata la classe dirigente italiana a smontare l’industria pubblica e svendere quella privata. «A quel punto, Francia e Germania hanno fatto dell’Italia una colonia a vantaggio dei loro interessi», ma solo dopo la decisione dell’Italia di rinunciare a valorizzare il proprio grande potenziale economico.
A Galloni, il Mes sembra «una follia», letteralmente: «Dato che il credito privato è più elevato del debito pubblico, allora i privati pagheranno la differenza?». Assurdo, visto che «chi compra i titoli di debito sta dando risorse allo Stato». Quanto all’ex Fondo salva-Stati, ora Meccanismo Europeo di Stabilità (creato per assicurare fondi ai governi, senza più moneta sovrana, nel caso il mercato non comprasse i loro bond), Galloni è netto: «Non si può decretare la depenalizzazione per un istituto come il Mes», i cui funzionari non rispondono alle leggi dei paesi membri. «Casomai, gli Stati avrebbero dovuto accordarsi sull’istituzione di un tribunale penale europeo per le questioni monetarie, finanziarie e tributarie», sostiene l’economista.
«Sarebbe stato coerente con la Costituzione italiana, laddove parla di limitazioni della sovranità (ma certo non contro la logica del diritto, depenalizzando reati commessi da qualcuno che è al di sopra della legge)». Aggiunge Galloni: «Se tutta questa manfrina sul Mes serve a introdurre nel sistema la categoria del “legibus solutus”, cioè del sovra-sovrano, è chiaro che siamo tornati indietro dal punto di vista della civiltà».

Conte con Moscovici

Il problema però non è di oggi, ricorda Galloni: innanzitutto, «i partner Ue hanno sottoscritto accordi basati su parametri che non tenevano conto del fatto che l’economia potesse andare male: si riteneva che l’Ue e l’euro, di per sé, avrebbero garantito una crescita costante, attorno al 2% annuo». Poi c’è stata la doccia fredda del 2009, eppure le premesse allarmanti non mancavano: i tassi di sviluppo negli anni ‘70 erano altissimi, ma sono calati già negli anni ‘80. Negli anni ‘90 sono ulteriormente scesi, e così negli anni duemila, fino a crollare negli ultimi anni. L’economia è in crisi, ma i parametri Ue sono ancora quelli della crescita presunta.
«In base al principio “ad impossibilia nemo tenetur”, questi parametri sono annullabili». In una situazione recessiva, che senso ha limitare ancora il deficit al 3% del Pil, e il debito pubblico al 60% del prodotto interno lordo? «Non si era prevista una situazione di crisi e recessione? Male: allora l’accordo era mal fatto, quindi bisogna modificarlo».

Moscovici con Soros

Comunque, ragiona Galloni, «riguardo al parametro debito-Pil, quelli che firmarono per l’Italia ai tempi di Maastricht non lo sapevano, che il debito italiano aveva superato il Pil già da anni? Perché sono andati a firmare che il debito pubblico doveva scendere sotto il 60%, quando già era al 115%?». Secondo l’economista, «sarebbe stato meglio dire: debito pubblico e debito privato non possono superare il 400%».
In quel caso, oltretutto, noi italiani «saremmo “virtuosi” insieme alla Germania, mentre oggi tutti gli altri paesi sono oltre il 400%, se si somma il debito dello Stato a quello delle famiglie e delle imprese». In altre parole, «noi siamo le pecore nere solo per il debito dello Stato, ma si sa che grossomodo il debito pubblico corrisponde alla ricchezza privata».
Vie d’uscita, a parte le polemiche sul Mes? Per Galloni, «qui bisogna mettersi intorno a un tavolo seriamente – Italia, Francia e Germania in primis – e dire: rispettiamo solo i parametri che abbiano un senso (e questi non ne hanno: lo sanno pure i sassi). E che siano parametri espressi da organi che sanno di cosa stanno parlando, e non da politici che vanno a svendere i loro paesi».
(Fonte: video-intervento di Nino Galloni su YouTube registrato con Marco Moiso il 20 novembre 2019).

Preso da: https://www.controinformazione.info/nino-galloni-il-mes-e-una-follia-ma-il-tradimento-risale-al-1981/

Stati Uniti, Israele coinvolti nell’uccisione di manifestanti iracheni: il leader di Asaib

24 novembre 2019.
Il leader del gruppo iracheno Asaib Ahl al-Haq, che fa parte delle forze di mobilitazione popolari del paese o Hashd al-Sha’abi (milizie sciite), afferma che Washington e Tel Aviv sono membri di “una terza parte” che è stata alla base di molte uccisioni morti durante i recenti disordini in Iraq.
Qais al-Khazali ha detto a Dijlah TV, un canale televisivo satellitare iracheno con base ad Amman, sabato che il comitato istituito per indagare sulla violenza è solo un organo amministrativo, e quindi non è in grado di identificare la “terza parte” responsabile dell’uccisione di manifestanti.
Ha sottolineato che “Israele e gli Stati Uniti hanno un ruolo importante nell’animare la terza parte”.
Khazali ha inoltre affermato che l’inchiesta sulle morti in Iraq non dovrebbe essere limitata alla questione di chi abbia ucciso i manifestanti, ma anche di esaminare chi ha “facilitato” la strada per gli assassini e chi ha dato loro l’ordine.

All’inizio di ottobre, in diverse città irachene sono scoppiate proteste di strada a causa della disoccupazione e della mancanza di servizi di base.
I raduni sono ripresi il 25 ottobre dopo una pausa di circa due settimane, ma hanno preso una svolta violenta, con alcuni partecipanti che hanno vandalizzato la proprietà pubblica e aperto il fuoco sui manifestanti durante il caos.
Oltre 300 persone sono state uccise nei disordini in Iraq dal 1 ° ottobre, secondo la commissione per i diritti umani del parlamento iracheno.
All’inizio di questo mese, il ministro della Difesa iracheno Najah al-Shammari ha dichiarato al canale in lingua araba di France 24 che un “terzo” è dietro le riprese dei manifestanti iracheni.
Una terza parte sta sparando ai manifestanti iracheni, afferma il ministro della difesa del paese, citando bombole di fumo importate illegalmente.
“Le forze di sicurezza nazionali irachene non sono quelle che stanno uccidendo i manifestanti”, ha detto Shammari, “c’è un terzo che uccide i manifestanti per spingere i manifestanti a scontrarsi con le forze di sicurezza per diffondere instabilità in Iraq”.
Tutti i sospetti puntano sui servizi di intelligence di USA e Israele che avrebbero sobillato i disordini, le violenze ed avrebbero infiltrato agenti provocatori all’interno delle manifestazioni per estremizzare la situazione fino ad un punto di non ritorno.
Si tratta di una tecnica già usata da USA e Israele in vari scenari, con l’obiettivo di arrivare ad un cambio di regime e far mettere sotto accusa il governo di Baghdad, criticato da Washington per essere troppo favorevole ai legami con l’Iran.

forze di mobilitazione popolari o Hashd al-Sha’abi

La visita in Iraq di Pence suscita critiche
Sabato, il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence ha fatto una visita senza preavviso in Iraq, dove il suo viaggio nella regione semi-autonoma del Kurdistan ha suscitato rabbia nelle reazioni dei politici iracheni.
Nota: Si sa che Pence è un ultra sionista favorevole alle politiche di Israele ed in particolare è noto che gli ambienti dell’Amministrazione Trump vedevano con favore la creazione di una entità curda indipendente nella regione del Kurdistan e che lo stesso progetto è attentamente sostenuto da Israele che spera così di ottenere un indebolimento dei maggiori paesi arabi.

Tuttavia il tentativo di autonomia del Kurdistan è stato stroncato sul nascere dall’intervento delle forze irachene ed in particolare dalle forze di mobilitazione popolari o Hashd al-Sha’abi. Questo ha frustrato i piani di Washington e Tel Aviv che attualmente sembra abbiano prescelto la tecnica della sobillazione e destabilizzazione interna del paese per far recidere i profondi legami che l’Iraq ha con la Repubblica Islamica dell’Iran.Fonte: Press Tv
Traduzione e nota: Luciano Lago

Preso da: https://www.controinformazione.info/stati-uniti-israele-coinvolti-nelluccisione-di-manifestanti-iracheni-il-leader-di-asaib/

Libia, nuove accuse di Haftar all’Italia: «Sostiene terroristi»

24 novembre 2019.
TRIPOLI – Nuove accuse all’Italia da parte delle autorità dell’Est della Libia, sotto il comando del generale Khalifa Haftar, dopo che un drone è precipitato nei giorni scorsi a Sud-Est di Tripoli. La Commissione Difesa della Camera dei rappresentanti di Tobruk ha infatti denunciato quello che definisce il sostegno italiano a «bande terroristiche ed estremiste in Libia attraverso il supporto logistico sul terreno e il volo di droni nello spazio aereo libico».
«Avvertiamo la Repubblica italiana che persistendo con questo approccio a sostegno delle milizie l’Italia non avrà alcuna opportunità di partecipare in futuro alla cooperazione con la Libia», si legge nel comunicato diffuso oggi dal sito Libyan Address Journal, vicino ad Haftar, che due giorni fa aveva già pubblicato il monito all’Italia del deputato di Tobruk, Ali al Saidi, molto vicino al generale, a «rispettare la sovranità della Libia».
Libia, nuove accuse di Haftar all'Italia: «Sostiene terroristi»

Haftar ha rivendicato l’abbattimento del drone il giorno stesso dell’incidente, il 20 novembre, chiedendo «una spiegazione ufficiale» all’Italia. Da parte sua, in una nota, lo Stato maggiore della Difesa ha fatto sapere di aver «perso il contatto con un velivolo a pilotaggio remoto dell’Aeronautica Militare, successivamente precipitato sul territorio libico».
«Il velivolo, che svolgeva una missione a supporto dell’operazione Mare Sicuro, seguiva un piano di volo preventivamente comunicato alle autorità libiche – si precisa nella nota – sono in corso approfondimenti per accertare le cause dell’evento».

Due droni caduti in una settimana: in azione jammer russi?

Se due droni stranieri cadono in una sola settimana nei pressi di Tripoli, dopo che per anni i velivoli senza piloti hanno vagato indisturbati per lo spazio aereo libico, «è probabile» che i mercenari russi del gruppo Wagner abbiano portato anche i jammer (disturbatori di frequenza, ndr)». E’ quanto scrive sul proprio account Twitter l’esperto di affari libici, Emadeddin Badi, partecipando al dibattito scatenato oggi sui social media dalla notizia di un drone americano di cui il comando Usa in Africa (Africom) «ha perso il contatto sopra Tripoli». Un drone americano di cui si sono perse le tracce solo tre giorni dopo che anche la Difesa italiana ha riferito di aver perso il contatto con «un velivolo a pilotaggio remoto, successivamente precipitato sul territorio libico».
Sia Africom che la Difesa italiana hanno riferito di indagini in corso sulle cause dell’incidente. E proprio riguardo alle cause, diversi commentatori di questioni libiche hanno evidenziato come «l’unico elemento di novità» rispetto alla situazione di stallo nei combattimenti in corso attorno alla capitale libica dallo scorso aprile «è la presenza dei mercenari russi del Gruppo Wagner sulle linee del fronte».

«Lo chef di Putin»

Nelle scorse settimane la stampa americana ha riferito dell’arrivo in Libia di centinaia di uomini del gruppo di sicurezza russo, guidato da Yevgeny Prigozhin, noto come «lo chef di Putin», per combattere al fianco del generale Khalifa Haftar intenzionato a prendere il controllo di Tripoli, dove oggi è insediato il governo di accordo nazionale guidato da Fayez al Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale.
Una presenza che ha di fatto innescato un maggior attivismo da parte americana, in particolare del dipartimento di Stato Usa, che nei giorni scorsi ha accusato la Russia di «sfruttare il conflitto» e ha chiesto ad Haftar di fermare l’offensiva. Ancora ieri, «la presenza russa» in Libia è stata al centro del colloquio avuto a Washington dal segretario di stato Mike Pompeo con il suo omologo emiratino Abdullah bin Zayed. Gli Emirati Arabi Uniti sono i principali sostenitori di Haftar.
«I mercenari della Wagner hanno consentito alle forze di Haftar di registrare un leggero progresso sulla linea del fronte», a Sud della capitale, ha riconosciuto Badi. «Hanno esperienza, portano intelligence, strategia ed esperienza tecnica – ha aggiunto l’analista – e visto che due droni stranieri sono andati perduti in una settimana, è probabile che abbiamo portato anche i jammer (disturbatori di frequenza)».

Pompeo incontra Ministro Emirati: serve un cessate il fuoco

Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha ricevuto il ministro degli Esteri degli Emirati arabi uniti, Abdullah bin Zayed, con cui ha discusso della crisi in Libia. Stando a quanto riferito dallo stesso Pompeo sul proprio account Twitter, nel corso dell’incontro è stata discussa «la presenza russa» e «l’urgente bisogno di una de-escalation, un cessate il fuoco e una soluzione politica» nel Paese del Nord Africa.
Nei giorni scorsi il dipartimento di Stato americano ha diffuso un comunicato in cui ha chiesto al generale Khalifa Haftar, sostenuto soprattutto dagli Emirati, di «mettere fine all’offensiva su Tripoli», in corso dall’inizio dello scorso aprile, accusando al contempo la Russia di «sfruttare il conflitto contro la volontà del popolo libico».
Nelle scorse settimane la stampa americana ha riferito dell’arrivo in Libia di centinaia di mercenari russi al fianco di Haftar, dopo che già nei mesi scorsi erano trapelate notizie sulla presenza di uomini del gruppo Wagner, una compagnia di sicurezza privata, nel Paese del Nord Africa.

Preso da: https://www.diariodelweb.it/esteri/articolo/?nid=20191124-544675