I golpisti boliviani sono stati addestrata dalla School of the Americas dell’esercito USA e dallo FBI

The GrayZone, 13 novembre 2019 (trad.ossin)
I golpisti boliviani sono stati addestrata dalla School of the Americas dell’esercito USA e dallo FBI
Jeb Sprague
I comandanti dell’esercito e della polizia della Bolivia hanno contribuito a pianificare il colpo di Stato e ne hanno garantito il successo. In precedenza erano stati addestrati alla insurrezione dagli USA, nei programmi di formazione della famigerata School of the Americas e dallo FBI
Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo chiave e diretto nel colpo di Stato militare in Bolivia, anche se poco evidenziato nelle cronache degli eventi che hanno costretto il presidente eletto del paese, Evo Morales, a dimettersi il 10 novembre.
Poco prima delle dimissioni di Morales, il comandante delle forze armate della Bolivia, Williams Kaliman, “suggerì” che il presidente si dimettesse. Il giorno dopo, settori delle forze di polizia del paese si ribellarono.
Per quanto Kaliman sembri avere finto sentimenti lealtà nei confronti di Morales nel corso degli anni, ha poi mostrato la sua vera faccia non appena è giunto il momento opportuno. Non è stato solo un attore del colpo di Stato, egli aveva già una storia a Washington, dove aveva per breve tempo ricoperto il ruolo di addetto militare dell’ambasciata della Bolivia nella capitale degli Stati Uniti.
 
Kaliman si trovava al vertice di una struttura di comando militare e di polizia che è stata sostanzialmente strutturata dagli Stati Uniti attraverso la WHINSEC, la scuola di addestramento militare di Fort Benning, in Georgia, conosciuta in passato come la School of the Americas. Lo stesso Kaliman ha frequentato un corso chiamato “Comando y Estado Mayor” alla SOA nel 2003.
Almeno sei tra i principali attori del colpo di Stato sono ex-alunni della famigerata School of the Americas, mentre Kaliman e un’altra figura hanno prestato servizio in passato come addetti militari e di polizia della Bolivia a Washington.
All’interno della polizia boliviana, i principali comandanti che hanno contribuito a realizzare il colpo di stato sono passati attraverso il programma di scambi di polizia della APALA. Operando da Washington DC, APALA ha il compito di costruire relazioni tra le autorità statunitensi e i funzionari di polizia degli Stati dell’America Latina. Nonostante la sua influenza, o forse proprio per questo, il programma non è molto pubblicizzato. Per chi scrive è stato impossibile raggiungere telefonicamente qualcuno dell’organizzazione.
È di uso comune per i governi di assegnare un piccolo numero di persone alle ambasciate del loro paese all’estero come addetti militari o di polizia. Il defunto Philip Agee, un ex funzionario della CIA che fu il primo a denunciare i metodi dell’agenzia, spiegò nel suo libro divulgativo del 1975 che i servizi segreti statunitensi usavano reclutare ufficiali militari e di polizia stranieri, ivi compresi gli addetti alle ambasciate, per utilizzarli poi in operazione di regime change o insurrezionali.
Come risulta dagli oltre 11.000 documenti FOIA che ho ottenuto durante la stesura del mio libro sulla campagna paramilitare mirante all’abbattimento del legittimo governo di Haiti nel febbraio 2004, e alla repressione post colpo di Stato, i funzionari statunitensi avevano lavorato per anni per ingraziarsi e stabilire collegamenti con la polizia, l’esercito e gli ex ufficiali dell’esercito haitiano. Queste connessioni, così come gli sforzi di reclutamento e raccolta di informazioni, alla fine hanno dato i loro frutti.
Anche in Bolivia, il ruolo dei funzionari militari e di polizia addestrati dagli Stati Uniti è stato fondamentale per realizzare il regime change. Agenzie governative statunitensi come USAID finanziano apertamente gruppi anti-Morales nel paese da molti anni. Ma il modo in cui le forze di sicurezza del paese sono state utilizzate come cavallo di Troia dai servizi di intelligence statunitensi è meno noto. Con le dimissioni forzate di Morales, tuttavia, è oramai impossibile negare quanto questo sia stato un fattore critico.
Come questa indagine chiarirà, la trama del colpo di stato non avrebbe potuto avere successo senza l’approvazione entusiastica dei comandanti militari e di polizia del paese. E il loro consenso è stato fortemente influenzato dagli Stati Uniti, dove molti di loro erano stati addestrati e programmati per l’insurrezione.
Registrazioni audio mostrano ex allievi della School of the Americas pianificare un colpo di Stato
L’ audio trapelato che è stato riportato dal sito web di notizie boliviane La Época, e da elperiodicocr.com e da una serie di media nazionali, rivela che vi è stato un coordinamento segreto tra ex ed attuali capi militari, di polizia e dell’opposizione durante il colpo di Stato.
Le registrazioni audio trapelate mostrano che l’ex sindaco di Cochabamba ed ex candidato alla presidenza, Manfred Reyes Villa, ha svolto un ruolo centrale nella trama. Reyes è un ex allievo di WHINSEC (precedentemente nota col nome di School of the Americas), che attualmente risiede negli Stati Uniti.
Gli altri quattro che vengono presentate o si presentano per nome nell’audio trapelato sono il generale Remberto Siles Vasquez (audio 12); Il colonnello Julio César Maldonado Leoni (audio 8 e 9); Il colonnello Oscar Pacello Aguirre (audio 14) e il colonnello Teobaldo Cardozo Guevara (audio 10). Tutti e quattro questi ex ufficiali militari sono stati allievi della SOA.
Cardozo Guevara, in particolare, si vanta delle sue relazioni con ufficiali attualmente in servizio attivo.
Le identità di questi individui sono confermate da un controllo incrociato tra le liste degli ex allievi della School of the Americas e Facebook, articoli della stampa boliviana locale e registrazioni audio trapelate.
La School of the Americas è un noto sito di formazione per putschisti latinoamericani, risalente al momento culminante della Guerra Fredda. Brutali regime change e operazioni di rappresaglia, da Haiti all’Honduras, sono state condotte da ex allievi della SOA e alcune delle juntas più sanguinarie nella storia della regione sono state gestite dagli ex alunni della scuola.
Per molti anni, manifestanti contro la guerra hanno organizzato veglie di protesta dinanzi al quartier generale della SOA, presso la base militare di Fort Benning vicino a Columbus, in Georgia.
Una veglia di protesta dinanzi alla School of the Americas a Fort Benning
Il leader di quelle proteste, padre Roy Bourgeois, ha descritto la SOA come “una scuola di combattimento”. E ha continuato:
La maggior parte dei corsi ruota attorno a ciò che chiamano guerra contro l’insurrezione. Chi sono gli insorti? Dobbiamo porre questa domanda. Sono i poveri. Sono i popoli dell’America Latina che chiedono riforme. Sono i contadini senza terra che hanno fame. Sono operatori sanitari, sostenitori dei diritti umani, organizzatori sindacali, e diventano gli insorti, sono visti come “el enemigo” – il nemico. E sono coloro che diventano i bersagli di chi segue i corsi della School of the Americas.
Bourgeois fu espulso dalla Bolivia nel 1977, allorquando si levò contro le violazioni dei diritti umani del generale Hugo Banzer, un dittatore di destra che era salito al potere con un colpo di Stato appoggiato dagli USA che abbatté un governo di sinistra. La storia si ripete oggi che eredi ideologici di Banzer scacciano dal governo un altro leader socialista, ricorrendo a tattiche di destabilizzazione collaudate nel tempo.
Nelle registrazioni audio trapelate di recente, i putschisti discutono piani per incendiare edifici governativi, per convincere sindacati sensibili agli interessi del mondo degli affari a organizzare scioperi, e di altre tattiche – tutte tratte direttamente dai manuali della CIA.
Si allude anche, nell’audio trapelato, al fatto che il tentativo di colpo di Stato sarebbe stato sostenuto da vari gruppi evangelici, nonché dal presidente colombiano Iván Duque, dall’ex presidente colombiano Álvaro Uribe e, specialmente, dal presidente neofascista brasiliano Jair Bolsonaro.
I putschisti menzionano anche il forte sostegno dei senatori statunitensi di estrema destra Ted Cruz, Bob Menéndez e Marco Rubio, che si dice siano molto ascoltati dal presidente Donald Trump in materia di politica estera USA nell’emisfero occidentale.
Addetti militari e di polizia a Washington DC: un terreno fertile per le reti di intelligence statunitensi
Mentre la tensione montava nel corso delle ultime settimane, è stato il comandante generale della polizia boliviana, Vladimir Yuri Calderón Mariscal, a sbloccare lo stallo, provocando la rivolta di gran parte della polizia il 9 novembre, appena un giorno prima della dimissioni di Morales .
Ten.Col. Vladimir Yuri Calderón Mariscal (terzo a sinistra) con altri funzionari APALA nel 2018
Nel 2018 Calderón Mariscal è stato Presidente di Police Attachés of Latin America in the United States of America (APALA), con sede a Washington, DC.
APALA è stato descritto come un programma di “sicurezza multidimensionale” che lavora per costruire relazioni e connessioni tra le autorità statunitensi e i funzionari di polizia di molti membri dell’Organizzazione degli Stati americani.
Alla fondazione di APALA nel 2012, l’allora segretario generale dell’OAS José Miguel Insulza (al centro nella foto sotto) ha incontrato la direzione del gruppo.
Oggi APALA accoglie addetti della polizia di 10 paesi: Brasile, Bolivia, Colombia, Cile, Ecuador, El Salvador, Panama, Perù, Messico e Repubblica Dominicana.
Secondo la sua pagina Facebook, il gruppo “è nato, con l’obiettivo di creare, promuovere e rafforzare legami di solidarietà, amicizia, cooperazione e supporto tra i membri del gruppo e le loro famiglie attraverso attività sociali e culturali, che consentano di generare sviluppo integrale “.
Afferma di facilitare “l’integrazione e lo scambio tra le istituzioni di polizia che la compongono, oltre a promuovere lo scambio di esperienze di successo sviluppate dalle diverse forze di polizia dell’America Latina”.
Foto di Calderón Mariscal (al centro-destra) presso l’accademia di addestramento dell’FBI che si trova a 58 km da Washington, DC
Organizzazione misteriosa, APALA ha chiuso il suo sito Web ApalaUSA.com e non risponde alle chiamate telefoniche. Funziona in qualche modo come braccio delle agenzie federali statunitensi. La sua piattaforma di social media, e ora il sito Web defunto, mostrano numerosi incontri e foto di funzionari e partecipanti APALA insieme a esponenti di FBI, DEA, ICE (agenzia per l’immigrazione) e altri funzionari statunitensi.
Come ha spiegato Philip Agee nel suo libro Inside the Company, la CIA spesso utilizza altre agenzie governative statunitensi come l’FBI e l’USAID, nonché varie organizzazioni di facciata, per svolgere le sue attività clandestine senza lasciare impronte digitali.
Sotto: partecipanti APALA presso la sede dell’FBI a Washington DC
Uno dei principali tesserati dell’APALA è Alex Zunca, un agente di polizia di Baltimora che è il direttore degli affari internazionali della Hispanic National Law Enforcement Association, con sede a Washington, DC.
L’indirizzo di APALA, indicato sul suo sito Web ormai defunto, è lo stesso dell’ambasciata del Messico a Washington, DC. Il gruppo si sarebbe trasferito dall’ambasciata messicana, almeno tra il 2017 e il 2018 quando il suo sito Web era attivo, durante l’amministrazione dell’ex presidente messicano americano Enrique Peña Nieto.
È interessante notare che un collega di Calderón Mariscal, e anche ex presidente dell’APALA, è un ministro associato della polizia federale del Messico di nome Nicolás González Perrin.
Sotto, lo si può vedere seduto accanto a una bandiera nazionale messicana e ad un cappello dell’FBI.
In un’intervista del 2017 al Washington Hispanic, un giornale di Washington in lingua spagnola, González Perrin ha dichiarato “che APALA tiene riunioni, in modo permanente, con le più importanti agenzie federali degli Stati Uniti”, da INTERPOL a DEA, ICE e FBI, che lavorano con noi, in base a bisogni reciproci”.
Un altro importante tesserato di APALA è Hector Ivan Mejia Velasquez, ex commissario generale della polizia nazionale dell’Honduras, che ha condotto operazioni brutali contro i manifestanti nel suo paese e pubblica regolarmente post anti-sinistra nei social media.
Le telefonate al contatto pubblico di APALA, il cui nome sembra essere Alvaro Andrade, non hanno ricevuto risposta. Le mie chiamate al suo numero, localizzato a Rockville, nel Maryland, sono andate direttamente a un messaggio vocale che diceva trattarsi di un contatto riservato. Il webmaster dell’ex sito Web di APALA è Mario Ruiz Madrigal, un ingegnere di sistema residente in Messico.
APALA, la cui pagina Facebook Andrade sembra funzionare, ha lavorato anche con altri agenti di polizia boliviani, come l’addetto alla polizia boliviana Heroldina Henao.
L’altro elemento-chiave che ha contribuito a realizzare il colpo di Stato del 10 novembre è il generale Williams Kaliman, l’attuale capo dell’esercito della Bolivia. Ha servito come addetto militare dell’ambasciata del suo paese a Washington, DC nel 2013. Un decennio prima, era stato allievo della SOA. Poco si sa del suo soggiorno negli Stati Uniti.
Generale Williams Kaliman, capo dell’esercito della Bolivia
In momenti diversi, sia Kaliman che Calderón Mariscal sembrano essere stati fedeli o hanno finto lealtà verso il governo costituzionale, ma alla fine si sono separati da esso o sono stati convinti nel tempo a realizzare un putsch militare.
Da parte sua, il presidente deposto Morales ha affermato che, a un membro della sua squadra di sicurezza, sono stati offerti $ 50.000 per tradirlo.
Il colpo di Stato del 10 novembre non si è materializzato dal nulla. Gli ultimi eventi boliviani sono intimamente collegati al tentativo degli Stati Uniti di influenzare le forze militari e di polizia all’estero attraverso programmi come SOA e APALA.
Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump esalta il golpe come un “momento significativo per la democrazia nell’emisfero occidentale”, i boliviani sono improvvisamente caduti sotto il controllo di un regime militare di fatto.
Jeb Sprague è ricercatore associato presso l’Università della California, a Riverside, e precedentemente ha insegnato presso UVA e UCSB. È autore di “Globalizzazione dei Caraibi: economia politica, cambiamento sociale e classe capitalista transnazionale” (Temple University Press, 2019), “Paramilitarismo e l’assalto alla democrazia ad Haiti” (Monthly Review Press, 2012), ed è l’editore di “Globalizzazione e capitalismo transnazionale in Asia e Oceania” (Routledge, 2016). È co-fondatore della Network for the Critical Studies of Global Capitalism. Visita il suo blog all’indirizzo: http://jebsprague.blogspot.com

Ossin pubblica articoli che considera onesti, intelligenti e ben documentati. Ciò non significa che ne condivida necessariamente il contenuto. Solo, ne ritiene utile la lettura

Preso da: https://www.ossin.org/bolivia/2562-i-golpisti-boliviani-sono-stati-addestrata-dalla-school-of-the-americas-dell-esercito-usa-e-dallo-fbi

Las masacres de Sacaba y Senkata: cómo opera el terrorismo de Estado en Bolivia

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El 15 de noviembre fue llevada a cabo la masacre de Sacaba, en el que militares y policías asesinaron a ciudadanos y cocaleros del Chapare (Foto: Jorge Abrego / EFE)

Las masacres de Sacaba y Senkata: cómo opera el terrorismo de Estado en Bolivia

Luego de unos días recopilando información en El Alto, la delegación asignada de la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) para Bolivia, presidida por Pablo Abrao, afirmó que “no hay garantías” para llevar a cabo una investigación imparcial sobre las masacres ocurridas en el mes de noviembre, perpetradas por las fuerzas armadas y la policía que formaron parte del golpe de Estado contra Evo Morales.

Las víctimas de las masacres de Senkata (El Alto) y Sacaba (Cochabamba) dieron testimonio de los sucesos a la CIDH, que siendo el ala de los derechos humanos de la Organización de Estados Americanos (OEA), resulta paradójico que se alce una voz solidaria con quienes han sufrido más tras el cambio de régimen.

El relator de la CIDH para los Derechos de Defensoras y Defensores de Derechos Humanos, Francisco José Eguiguren, dijo en una entrevista con CNN que la entidad va a plantear “que debe constituirse un grupo interdisciplinario e internacional de expertos”, que deberá investigar “a profundidad los sucesos ocurridos luego de la renuncia del presidente Morales y la anulación electoral, que han causado por lo menos dos masacres claramente verificadas, una en El Alto y otra en Cochabamba”.

Tal iniciativa fue apoyada por el depuesto Morales, quien desde su exilio en México ha estado denunciando el proceso de persecución y represión política que lleva a cabo el gobierno de facto encabezado por la senadora autoproclamada Jeanine Áñez.

Por otro lado, otra delegación, de Argentina, fue a corroborar las denuncias sobre violación de derechos humanos en Bolivia, investigación que fue torpedeada agresivamente tanto por ciudadanos que apoyan el actual gobierno de facto así como por el propio “ministro” Arturo Murillo.

La comitiva argentina corroboró, mediante recopilación de información, testimonios, datos de primera mano, que en Bolivia se han cometido “delitos de lesa humanidad” tras la asunción de Áñez. Cuenta Página/12:

“La delegación habló de ‘violaciones sistemáticas a los derechos humanos’ tras haber corroborado delitos tales como la ‘desaparición forzosa de personas’, ‘situaciones de tortura en espacios públicos’, ‘violaciones y delitos sexuales’ y ‘falta de garantías procesales para los detenidos’, entre otros crímenes que dan cuenta de ‘la situación de terror’ con la que se encontraron allí.

“La delegación dijo contar con material probatorio del ‘apoyo explícito’ de países extranjeros en el golpe de Estado que derrocó a Evo Morales. ‘Tenemos testimonios sobre múltiples contactos de funcionarios extranjeros con actores claves del golpe, particularmente con Fernando Camacho’, subrayaron al detallar en qué contexto particular se desencadenaron las violaciones a los derechos humanos.

“‘Hemos constatado que el sistema represivo montado por el gobierno de facto ha causado decenas de muertos, centenares de detenciones arbitrarias, millares de heridos, innumerables casos de apremios, de torturas, de violaciones y otros delitos contra la integridad física, psíquica y sexual de las víctimas, que son hombres, mujeres, niños, ancianos e integrantes de colectivos’, puntualizaron.

“El grupo interdisciplinario hizo especial hincapié también en ‘las masacres coordinadas contra la población civil’, al referirse específicamente al ataque represivo en Senkata, cuando militares abrieron fuego en una planta de combustibles.

En total, la delegación argentina denunció 11 delitos enmarcados en la violación de los derechos fundamentales reconocidos por las leyes internacionales.

Está claro que la caracterización de masacre aplica, a juicio de la CIDH y el referido grupo independiente, para lo ocurrido a mediados de noviembre en el marco del golpe en Bolivia.

Los hechos

El 15 de noviembre la autoproclamada Jeanine Áñez firmó un decreto con el que autoriza a los militares a usar “todos sus medios disponibles” para neutralizar las masivas manifestaciones en contra del golpe.

  • El artículo 3 del llamado decreto supremo número 4.078 establecía: “El personal de las fuerzas armadas que participe en los operativos para el restablecimiento del orden interno y estabilidad pública estará exento de responsabilidad penal cuando en el cumplimiento de sus funciones constitucionales, actúe en legítima defensa o estado de necesidad y proporcionalidad, de conformidad con el Art. 11 y 12 del Código Penal. Ley 1760 y el Código de Procedimiento Penal”.
  • El artículo siguiente señala que los militares “deberán enmarcar sus actuaciones conforme lo establece el Manual del Uso de la Fuerza aprobado mediante decreto supremo 27.977 de fecha 14 de enero de 2005, pudiendo hacer uso de todos los medios disponibles, que sean proporcionales al riesgo de los operativos”.

Este decreto del gobierno de facto construyó el marco “legal” para que se dieran los dos más grandes hechos represivos en Bolivia desde que depusieran a Evo Morales.

Fue ese mismo día, aquel 15 de noviembre, cuando fueron masacradas nueve (9) personas a balas por las fuerzas armadas y la policía en El Alto, cocaleros de los pueblos originarios que marchaban en Sacaba (Cochabamba) rumbo a La Paz por la degradación anticonstitucional de la wiphala, bandera representativa del Estado plurinacional, y contra el golpe de Estado y la represión.

Los testimonios hablan del terror que vivieron los sobrevivientes y los heridos, quienes estaban desarmados ante el frente militar-policial que disparó a mansalva amparado por un decreto que fue altamente criticado por sus mismas víctimas. La mayoría de las víctimas formaban parte de la estructura sindical de la Coordinadora de las Seis Federaciones del Trópico de Cochabamba.

  • Al día siguiente, 16 de noviembre, fue asesinado otro manifestante en Sacaba.
  • El 19 de noviembre, en Senkata (El Alto), frente a la planta de combustible de Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos, la represión militar-policial dio muerte a siete personas. También fueron heridas 60. Todas por impacto de bala.

Se hizo viral un video grabado en el sitio donde un doctor denuncia la masacre mientras auxilia a los heridos, quien luego fue detenido injustamente por el gobierno de Áñez debido al audiovisual, un gesto de represalia judicial. El médico pidió ayuda y dijo que “nos están matando como perros”.

Al día siguiente, en el marco de la misma operación de represión en la planta, ya que la orden oficial fue la de recuperar el flujo de combustibles hacia La Paz, murió una persona asesinada por el aparato militar-policial. El 22 de noviembre fue masacrada otra víctima.

Los reportes y autopsias apuntan que las muertes de ambas masacres fueron causadas por impactos en la cabeza y el torso, muestra más que suficiente de que tiraban a morir. Licencia para matar.

Cabe decir que la operación tuvo “éxito”, pues neutralizó la resistencia de los manifestantes anti-golpe a fuerza de sangre y lodo.

  • Desde que comenzara el conflicto boliviano, la Defensoría del Pueblo reporta que ha habido 34 muertes, 832 heridos y 54 detenidos.
  • La última víctima de la represión en El Alto fue la muerte de una persona el 27 de noviembre. Son 10 los fallecidos por la masacre de Senkata.

Áñez retiró el jueves 28 de noviembre el decreto Nº 4.078, alegando que su gobierno había logrado la “ansiada pacificación” de Bolivia.

Con este cese de inmunidad a la represión oficial, culminó una operación de blanqueamiento de las masacres que empezó con el verbo del aparato golpista amplificado por los medios aliados al cambio de régimen. Un testimonio de Senkata expresó: “Nos están matando y no hay ningún canal boliviano“.

Encubrimiento mediático del crimen

Lo que proyectan los medios hasta el sol de hoy es que Morales era un “dictador” que se “buscó su propio golpe”, línea de opinión compartida tanto por columnistas de Infobae como por cierta “izquierda”. Los llamados líderes de la “sociedad civil”, sobre todo los pudientes empresarios de Santa Cruz (centro económico boliviano), junto con “jóvenes estudiantes” y “gente común” lograron un clímax propicio para la “recuperación de la democracia”.

Las narrativas para un cambio de régimen no difieren mucho del manual si se trata de un golpe de Estado tutelado por la OEA y el gobierno de los Estados Unidos. La misma autoproclamada Áñez dio las gracias a la cadena CNN “por toda la cobertura de lo que ha pasado en Bolivia”, una confesión de partes que evidencia el papel activo de los medios en la construcción de sentido y percepción de los momentos.

Dicha cobertura, no hay sorpresa, solo dio voz al verdugo, no a la víctima.

En el marco de la masacre de Senkata, las fuerzas armadas justificaron la intervención militar desde el primer momento mediante un comunicado, que hizo referencia al Manual del Uso de la Fuerza en Conflictos Internos, firmado en 2005 por Carlos Mesa, entonces presidente, tal vez queriendo decir que la impunidad brindada por el decreto Nª 4.078 no era necesaria en este caso por tratarse de un “Servicio Público Esencial Estratégico”: había que restablecer el flujo de combustible a como diera lugar.

“Exhortamos a mantener la racionalidad para evitar daños irreversibles en las personas, en la propiedad pública y privada del sector”: la cruenta represión estaba justificada, así, con un neolenguaje que hablaba de “racionalidad” y “daños irreversibles” cuando las víctimas fueron objeto de masacres.

De hecho, las muertes fueron excusadas por el ejército como necesarias para “evitar un mal mayor” citando un informe técnico. En los medios repetían que, de no haber sido contenido el avance de “agitadores y vándalos enardecidos”, pudo haberse generado una explosión en cadena tras la hipotética afectación de los contenedores centrales de gas producto de los disparos, lo que pudo haber ocasionado miles de muertos.

Aquellos mismos medios, a escala boliviana e internacional, hablaban de “choques” y “enfrentamientos” entre los cuerpos militares-policiales y los manifestantes desarmados, para obviar esa palabra tan incómoda llamada “represión” (si el caso fuera -de nuevo- en Venezuela, Cuba o Nicaragua, se invertirían los términos).

Estos argumentos no resisten el menor análisis de los hechos, como lo han demostrado la Defensoría del Pueblo, la CIDH y la comitiva argentina.

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Manifestantes heridos dentro de una ambulancia en Sacaba (Cochabamba) el día de la masacre (Foto: Danilo Balderrama / Reuters)

El silencio mediático y en redes sociales en torno a lo ocurrido en Sacaba y Senkata es la guinda del pastel para la operación de blanqueamiento de las masacres, que cataliza el shock de la población consecuencia de los eventos hacia una asimilación de la muerte violenta. El miedo al asesinato sin impunidad trasvasa el discurso oficial y el mediático sobre la psique de cualquier que intente movilizarse en el marco del conflicto post-golpe.

Las salidas forzosas del aire de los canales TeleSur y RT en Bolivia forman parte de este blindaje narrativa para el encubrimiento criminal del gobierno de facto, con la censura de bandera.

Es por eso que el relator de la CIDH en Bolivia insiste: “A pesar de que la información oficial habla de muertes en enfrentamientos entre civiles, creemos que se requiere de una investigación internacional porque no encontramos internamente garantías para una investigación imparcial y firme”.

Motivos para una masacre

Se suele llamar de “irracional” a las masacres, pues para que se desencadene una existe un detonante mas no una causa. Sin embargo, el análisis lleva a concluir que lo de Sacaba y Senkata fueron hechos calculados, por lo menos eso aclaran los testimonios y reportes de los acontecimientos.

A solo días de la represión en Cochabamba, Evo Morales denunció vía Twitter que los golpistas buscaban consumar un “estado de sitio” en Bolivia.

Las víctimas y familiares de los caídos han denunciado a medios alternativos que lograron cubrir los testimonios pertinentes de la represión, de manera continua, que “nos están matando”, “nos disparan como animales”, pidiendo justicia.

Detallan cómo los militares disparaban tiros desde los helicópteros, de cómo la policía cercaba a los manifestantes para luego hacer uso de sus armas de fuego.

Este cercamiento por tierra y aire son la expresión más viva de las masacres, una imagen que calca con la consumación de un “estado de sitio” en este país andino-amazónico.

A esto se une la carta blanca para la “pacificación” de Áñez, cuyo objetivo represor da luces sobre cómo se conforma la estructura de poder en Bolivia en estos momentos. Un nuevo modelo de contrainsurgencia, en el que todo disidente del gobierno de facto o seguidor del Movimiento Al Socialismo (MAS) es sospechoso de sedición y terrorismo, estaría apostándose con las masacres en Cochabamba y El Alto.

El asesinato a mansalva por motivos de control social, ordenamiento del campo político y transmisión de miedo hacia la psique colectiva de la población es el paso que confirma el asentamiento del estado de sitio en Bolivia, donde no existen garantías bajo contexto constitucional que ampare asomo alguno de justicia para las víctimas. Donde el cambio de régimen se lleva a cabo a tracción de sangre.

En ese sentido, la tarea consiste en no dejar que las masacres de Sacaba y Senkata se disuelvan en la memoria, pues representan en su justa medida una radiografía de la represión actual en Bolivia.

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