Militari e polizia in Bolivia: risentimento storico dell’apparato politico fascista

Ernesto Eterno, Internationalist 360º, 22 novembre 2019

La Bolivia vive un altro momento di rottura sociale e politica nella sua lunga storia di instabilità e golpe civile-polizia-militari. Ciò che accade, oltre la tragedia vissuta da questo popolo eroico, ha molti paradossi che non possono essere ignorati. Il primo è l’incomprensibile avventura distruttiva di un Paese che si dirigeva verso il 21° secolo con un percorso senza precedenti nel diventare una democrazia. Mai prima d’ora il Paese aveva ottenuto ciò che molti invidiano: crescita economica sostenuta, stabilità politica, unità nazionale in costruzione e rispettoso impegno internazionale, nonché risultati sociali e sconfitta secolare delle due maledizioni del sottosviluppo: estrema povertà e analfabetismo. Il secondo paradosso è sostenere che vi fu una successione costituzionale quando in realtà ciò che accadde fu l’assalto pianificato al potere. Dalla detenzione dei municipi nel Paese in una simulazione democratica all’ammutinamento della polizia, ciò che fu interessato era il rimaneggiamento della scacchiera politica orchestrato ad arte, da qualche tempo ormai, nelle viscere dell’impero con la complicità della élite razzista regionale coperta da una religiosità macabra. Jeanine Ánhez, che si autodefinisce “presidente costituzionale”, rappresenta la presa illegale e illegittima del potere, null’altro che il corollario del piano golpista finemente tessuto negli ultimi tre o quattro anni. Questo finale fascista fu preceduto da una serie di operazioni segrete sistematicamente attuate e che le agenzie d’intelligence non seppero rilevare o che nascosero. Il terzo paradosso è il ruolo angosciante dei media che, quando gli piace, si definiscono democratici, trasparenti e indipendenti. Oggi sono semplicemente un branco di disinformatori senza scrupoli, una vergognosa macchina della manipolazione al servizio degli interessi commerciali monopolistici. Insieme alla panoplia di menzogne sistematiche, dirette dalla diplomazia pubblica nordamericana, i social network adempivano al loro ruolo perverso di filtrare sproporzionatamente, sia nei contenuti che nella portata, il presunto “male masista, inclusa l’enorme broglio”, nascondendo brutalità e violenze del paramilitarismo di Santa Cruz, delle bande armate cochalas o della polizia di La Paz.

Il quarto paradosso ha a che fare col ruolo della struttura monopolistica della violenza legittima progettata per proteggere lo Stato e i cittadini, mentre in realtà genera violenza, morte e terrore nel sostenere un regime illegittimo contro la volontà della maggioranza popolare. Mai prima d’ora polizia e militari, inguainati nella presunta difesa della democrazia e nel controllo delle proteste, puntarono così lontano le armi della repressione dalle “sale di guerra”.
Protetti dal nuovo regime violento, militari e polizia coesistono uniti dal sangue e lutto di decine di boliviani nel pieno del loro odio ancestrale a un comando politico transitorio che ne ignora il controverso passato. Come possiamo capire che militari e polizia, il cui reciproco risentimento di oltre un secolo di storie istituzionali distanti segnate dal fuoco, supportano oggi la struttura gelatinosa di un regime che ha causato solo morti e feriti? Al di là del surrealismo che li circonda, polizia e militari sono in una guerra silenziosa nel pieno del colpo di Stato che continua senza sosta nonostante il numero di morti suggellati delle loro armi letali. Il risentimento che circonda entrambe le istituzioni, la cui storia non era ancora chiarita nel 21° secolo, costituisce i veri limiti del regime golpista. I sintomi dell’asprezza iniziarono a emergere nelle turbolente manifestazioni sociali. Entrambi i fronti repressivi si accusavano a vicenda di aver sparato a civili indifesi, assumendosene la responsabilità tra gli sconvolgimenti sociali. La polizia che accusa i militari che accusano la polizia è una costante che tende ad approfondirsi col passare delle ore. Il ruolo tragicomico dell’ufficio del procuratore generale appare sulla scena cercando di calmare il panico delle aziende coll’argomento che le armi pesanti avevano causato le morti. Un sintomo della crisi irreversibile. Per evitare ulteriori conflitti e distrarre l”opinione pubblica, il governo golpista, consigliato dalle agenzie statunitensi, accusò degli stranieri armati come FARC, cubani, colombiani e venezuelani delle morti causate da forze repressive ufficiali. La disputa perenne per preservare il potere politico da entrambe le istituzioni produce scismi interni dalle conseguente possibile debacle del regime del golpista fascista basato su baionette, gas e piombo.

Tra i militari
Sedici anni dopo aver compiuto uno dei più sanguinari massacri contro il popolo di El Alto, che portò a condanne e detenzione dei comandanti dell’epoca, le forze armate tornavano in piazza vestite con l’inconfondibile cachi statunitense con la missione di affrontare l’escalation dei conflitti sociali nel Paese. Il 10 novembre, il comandante in capo delle forze armate, il generale Ejto Kalimán, apparentemente sconcertato e con voce tremante, ordinò l’uscita delle forze armate sulle strade, il cui tragico risultato finora supera i venti morti. La metà delle vittime, per lo più giovani, furono del “massacro della Sacaba”. Nulla può suggerire che tale decisione porterà Kaliman e i suoi comandanti nello stesso posto in cui i loro predecessori, responsabili del massacro di El Alto nell’ottobre 2003, scontano la sentenza. La decisione di Kalimán, che contrastava radicalmente con quella del Presidente Morales, è una delle principali espressioni del fallimento istruttivo e pedagogico delle forze armate nelle crisi politiche. Evo Morales si dimise proprio per evitare morti inutili, contrariamente a Kalimán che ordinava ai militari di uscire, sapendo le conseguenze. Chi impose a Kalimán l’ordine di schierare i soldati per le strade? Perché tale decisione fu modificata ventiquattro ore dopo, quando promise al suo generale-capitano che non avrebbe mosso alcuna unità militare col pretesto di carenza di equipaggiamento, munizioni e agenti chimici? L’autonomia politica di Kaliman al culmine della crisi sociale e politica che precipitò quest’ultimo colpo di Stato ritrae in qualche modo non solo il fallimento del comando politico sull’esercito, ma anche l’incomprensione delle sue etica professionale, e conservativa, pragmatica, opportunistica e immediata ideologia e cultura aziendali. Anche il lavoro autonomo della scuola antimperialista non servì a moderare la decisione di Kaliman in circostanze che richiedevano un minimo di fedeltà statale. L’Alto Comando svolse il ruolo più critico secondo le precedenti conversazioni con Luis Fernando Camacho e funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti. Non va dimenticato che Kalimán fu un addetto militare a Washington per un paio d’anni e che alcuni membri della sua famiglia rimasero negli Stati Uniti.
Attualmente, i militari che occupano la catena di comando affrontano il dilemma di uscire per strada a continuare a reprimere il popolo o rimanere nelle caserme a causa delle disastrose conseguenze dell’intervento nelle strade. Ma il dubbio più forte sorge dalla responsabilità militare o della polizia una volta che la calma ritornerà nel Paese. Molti ufficiali ritengono che la polizia porrà tutta la responsabilità dei morti e feriti sulle forze armate poiché solo esse usano tali armi. I calcoli postbellici iniziano a minare la fiducia delle truppe nei loro comandanti che ritengono irresponsabili e inadeguati. La valutazione dell’amministrazione di Evo Morales attraversa i corridoi delle caserme. Sostengono che Evo li escluse da qualsiasi conflitto sociale per tredici anni, una situazione che gli permise di accrescere la loro legittimità istituzionale agli occhi del pubblico di fronte al discredito della polizia per l’evidente corruzione e indisciplina. Gli ufficiali ammisero che il loro salariale e la qualità della vita cambiarono sostanzialmente col “processo di cambiamento”, mentre l’incursione in compiti sociali gli permise di essere considerati dal governo “soldati della éatria”. I bonus “Juancito Pinto” o “Renta Dignidad” o la gestione delle catastrofi naturali affidata alle forze armate facilitò un rapporto sensibile con la società. Oltre a questo, la valutazione dell’aumento del budget della Difesa, l’acquisto di beni e miglioramento della qualità della vita del soldato sono parte della loro memoria immediata. Tuttavia, oggi, in meno di una settimana, un regime di fatto comandato da un gruppo politico radicale e da capi religiosi fanatici portava le forze armate a confrontarsi con disprezzo e condanna della società ed internazionale, i cui effetti non saranno superati nei prossimi decenni. Col grido collettivo di “militari assassini!” belle strade, i quadri intermedi temono di subire conseguenze: diserzione dei soldati nel pieno del conflitto, una sconfitta morale senza precedenti; perdita di potere negli spazi che Evo Morales costruì per garantirsi fedeltà, come nel caso della Sicurezza presidenziale (USDE), accesso a posizioni pubbliche di alto livello (gestione di società statali) e persino posizioni diplomatiche; il discredito istituzionale che comporterà la drammatica riduzione dei coscritti a servizio militare obbligatorio che in realtà giustificava l’esistenza dell’istituzione; ripudio popolare permanente sulle strade; processi.
I disordini militari di fronte agli eventi e l’elevato numero di vittime derivanti dalla repressione portava a interrogativi sull’alto comando e a una sfiducia interna senza precedenti. In un rapporto inviato alle unità militari dell’Ottava divisione dell’esercito dal comando in capo delle forze armate, il 14 novembre 2019, si affermava che il corpo degli ufficiali “osserva la condotta dei cadetti, reclute e soldati del Chapare, regione in tutte le attività erano sviluppate nelle unità”. Questa disposizione esprimeva paura viscerale nei confronti dei propri soldati, confermandone ancora una volta lo status di forza di occupazione coloniale. Questo rapporto esprime l’atroce paura del mondo indigeno, ma anche disprezzo e sfiducia generati dalla loro presenza nelle forze armate. Una vera aberrazione culturale e corporativa dopo oltre 35 anni di democrazia e 13 anni di apparente inclusione indigena nelle forze armate. Questo è il miglior esempio del fallimento della presunta democratizzazione militare e della coesistenza plurinazionale ed interculturale nel mondo in uniforme. Molti ufficiali sensibili al conflitto storico con la polizia mettevno in dubbio la decisione poco saggia e inopportuna di Kalimán, perché avrebbe “salvato” la polizia in un momento chiave di crisi operativa. Il rogo della Whipala da parte degli agenti di polizia e la rimozione di quel simbolo dalla loro uniforme provocò un profondo disordine sociale che portava ad attacchi alle loro strutture, costringendoli a chiedere supporto militare per salvarsi dalla rabbia popolare. Il risentimento contro la bandiera costituzionalmente riconosciuta causò la rottura tra polizia e popolazione rurale e indigena. La verità è che il proverbiale odio tra esercito e polizia continuava a fluire nel pieno golpe grottesco, sostenuto dall’uso irrazionale della forza e dal comportamento razzista del governo che assomiglia alle vecchie dittature militari guidate da slogan ultramontani stranieri.
Il colpo di Stato contro il processo democratico guidato da Evo Morales ha l’inconfondibile sigillo delle forze armate come attori protagonisti, sebbene fu la polizia nazionale a guidare il colpo di Stato dalla città di Cochabamba, l’8 novembre. Apparentemente, ul 10 novembre 2019 passerà alla storia come uno di quei giorni tragicomici in cui un generale mediocre e opportunista come Kalimán, con uno stato maggiore pusillanime e degradante, decise di rassegnare le dimissioni per interesse di un eticamente decaduto, moralmente rovinato e patetico circo della polizia che usava la Bibbia come scudo religioso per legittimare la propria sopravvivenza. Alcuni settori delle Forze armate ritennero che l’assedio popolare contro la polizia costituisse il momento migliore per saldare i conti degli eventi del febbraio 2003. In quell’occasione, cecchini della polizia, addestrati dagli Stati Uniti, uccisero diversi soldati del Reggimento della scorta presidenziale in modo vigliacco, quando la folla tentò di entrare nel Palazzo del Governo per reazione a una misura economica anti-popolare. Secondo molti ufficiali, Kaliman divenne il proverbiale eroe dei giorni vergognosi del colpo di Stato della polizia, un fenomeno mai immaginato dalle forze armate. Un triste ruolo politico fu svolto dai militari che dovettero salvare la vita al loro aspro nemico storico quando era sull’orlo del collasso delle repressione. Il capo dipartimentale della polizia di La Paz chiedeva in lacrime l’aiuto delle forze armate per difendersi dall’assedio dei movimenti sociali che combattevano per licenziare la presidentessa autoproclamata. Il supporto militare a una languida polizia in uno scenario di controversie politiche era un episodio eccezionale. Nel 1952, l’esercito fu sconfitto dal movimento operaio che portò la polizia a cavalcare la schiuma rivoluzionaria per vendicarsi del cattivo trattamento che i militari diedero ai carabinieri dell’epoca. Normalmente, la polizia nazionale si allineava ai colpi di stato militari come un cane con la coda tra le gambe, nel tentativo di assicurarsi il banchetto burocratico. Il 10 novembre successe il contrario.
Nella polizia
Il colpo di Stato promosso dalle forze di polizia della città di Cochabamba contro il governo di Evo Morales era un non segreto maliziosamente ignorato dal Ministero, abilmente gestito dal comandante generale della polizia e articolato in modo efficiente dalle forze di opposizione di destra che sapevano da anni che la polizia nazionale costituiva un formidabile alleato dei loro piani destabilizzanti. L’opposizione, consigliata da agenti esteri, iniziò a lavorare interno della polizia mentre il governo li ignorava o vi si appellava solo in caso di conflitto sociale. Non vi è dubbio che nella catena geografica di controllo e comando della struttura di polizia, il dipartimento di Santa Cruz, e in particolare la città di Santa Cruz, costituiva l’anello più debole in cui fu costruita una sorta di patto delle complicità tra ministero e forze di polizia guidate da ufficiali collegati alla costellazione criminale regionale. Paradossalmente, il luogo in cui il crimine acquisiva dimensioni transnazionali era precisamente il luogo in cui fu costruita l’architettura della regolamentazione della polizia del crimine, come nel caso del carcere di Palmasola. Allo stesso modo, tale rete di complicità politico-poliziesca si estese ai circuiti mafiosi del traffico di droga, traffico di armi, case da gioco o traffico di terre a favore di stranieri le cui attività erano gestite da agenti di polizia dalle sponsorizzazioni politiche. Santa Cruz era una specie di territorio della polizia autonomo abilmente utilizzato dalle forze d’opposizione che vedeva nei suoi margini di autonomia statale le migliori condizioni per la cospirazione armata e sediziosa. Nei tredici anni del governo di Evo Morales non ci fu la capacità di generare una politica di istituzionalizzazione, modernizzazione o disciplina professionale delle forze di polizia. Al contrario, i capi della polizia, incoraggiati da continue rotazioni, beneficiarono di privilegi inimmaginabili cui si aggiunse una cultura della corruzione scandalosa, goffa o deliberatamente trascurata. Solo alla fine del mandato di Morales la polizia ebbe un moderno sistema di controllo territoriale nel quadro della sicurezza dei cittadini noto come BOL 110, che aumentò la capacità di produrre informazioni a fini informali. Il supporto tecnologico servì da cortese concessione elettorale che la polizia accolse senza l’entusiasmo previsto. Il rapporto tra governo e polizia in oltre un decennio soffrì di difetti strutturali, ma il peggio era affidare a un alto funzionario una responsabilità centrale quando le sue priorità erano guidare le squadre di calcio.
Morales affrontò diversi episodi di insubordinazione, rivolte e sedizione della polizia placati dopo complesse trattative, ma non si risolsero mai strutturalmente. Le radici del malcontento della polizia furono alimentate internamente, mantenendo tale clima invariabile e cumulativo nel tempo. Allo stesso tempo, la colossale corruzione della polizia non fu trattata in modo adeguato e proporzionato dal governo. Privilegi di polizia, corruzione e ampi margini di criminalità aziendale operavano e funzionavano a livello di comando lasciando ai subordinati solo le briciole, una situazione che aggravava il malessere dei poliziotti subordinati di cui era responsabile il governo nazionale. D’altra parte, il rapporto politico-militare privilegiato generò un profondo risentimento nella polizia nazionale. La polizia si vide come cittadini di seconda classe di fronte al trattamento del governo dei militari come cittadini di prima classe. La presenza del Oresidente Evo Morales in occasione degli anniversari militari, i discorsi solleciti che valutano il lavoro militare, nonché privilegi e prerogative concesse periodicamente, costituivano “sistematiche offensive” contro una polizia che operava quotidianamente in condizioni deplorevoli. La disparità di trattamento del governo nazionale a favore delle forze armate, costruzione di edifici, campi sportivi, acquisto di attrezzature e materiali militari, costosi investimenti in tecnologia come radar, ecc., alimentò un forte rancore anti-militare e anti-governativo nella polizia. L’espressa propensione del governo Morales a favorire le forze armate fu presa come un’umiliazione persistente che fu tradotta in una narrazione antigovernativa dagli ufficiali in merito ai loro subordinati con informazioni sfavorevoli. Oltre allo sdegnato rapporto tra Evo Morales e Polizia, il governo nazionale attuò tagli alle principali fonti di entrate istituzionali. Sebbene le decisioni fossero corrette, volte ad eliminare la corruzione, furono interpretate diversamente dalla polizia nel desiderio di preservare nicchie di privilegio burocratico. Morales andò molto oltre nel ridurre le prerogative della polizia assegnando alle forze armate il compito di combattere il contrabbando. Le unità anti-contrabbando della polizia furono sciolte e sostituite da unità militari. I militari occuparono il confine, spezzando le reti dell’illegalità e del controllo territoriale, il che significava doppia amputazione: per i gruppi criminale che vivevano della fertile attività del contrabbando, e per la polizia che viveva proteggendo le reti dell’illegalità a cui garantiva protezione e impunità. Fu tale polizia sediziosa che affrontò il governo di Evo Morales e ottenne direttamente o indirettamente le sue dimissioni. Mai prima d’ora la polizia era riuscita a rovesciare un governo democratico come fece tale organizzazione indisciplinata e politicamente malata.
Il colpo di Stato civile non aveva solo una componente politica ma anche vendicativa alimentata dal ricordo di presunti obbrobri, privazione e maltrattamenti. Le rivolte della polizia riflettevano l’odio atroce contro il governo, che si era contenuto e che poi esplodeva in ondate successive sostenute da una classe media che si esprimeva nelle strade lasciando che i suoi profondi malcontento e disprezzo corressero contro un governo in piena ritirata. Il colpo di Stato della polizia, sostenuto e guidato nelle strade dalle proteste della classe media, permise d’intravederne lo sfaccettato scopo. In primo luogo fu la migliore occasione per vendicarsi del governo per maltrattamenti e sfratti istituzionali, una sorta di catarsi corporativa infiammata da una retorica di odio e religiosità esplosa senza che nessuno ne capisse il potenziale effetto. Le rivolte incarnarono il compito di riguadagnare i privilegi corporativi recisi per motivi politici e ceduti alle forze armate dal governo. Il primo obiettivo che la polizia recuperò, per i suoi effetti simbolici, fu l’unità della sicurezza presidenziale (USDE) dalle mani dell’esercito. Una volta completate le dimissioni di Evo Morales, la polizia nazionale non tardò un minuto nel prendersi carico del dispositivo di sicurezza della Casa Grande del Pueblo, costringendo il corpo di sicurezza presidenziale a liberare immediatamente l’edificio. Gli oltre settanta membri di questa squadra speciale, che aveva protetto Morales per più di un decennio, furono costretti a ritirarsi, umiliati, dallo stato maggiore delle forze armate, per ricevere nuovi incarichi. Allo stesso modo e con un assalto, la polizia nazionale si riprese il controllo degli edifici del Servizio di identificazione personale (SEGIP) istituzionalizzati dal governo Morales per stroncare sul nascere una delle principali fonti della corruzione della polizia. La presa della polizia di istituzioni, spazi e prerogative faceva parte delle promesse del caudillo di Santa Cruz Luis Fernando Camacho, per portarla al colpo di stato, obiettivo raggiunto quasi chirurgicamente. In uno dei consigli tenuti a Santa Cruz, Camacho promise di restituire tutte le istituzioni “ingiustamente portate via dal governo nazionale” e di concedergli un trattamento salariale e pensionistico simile a quello delle Forze armate, un incentivo inconfutabile.
Oltre ai complessi problemi affrontati dal nuovo comando di polizia, gli agenti subiscono pericolosi segni di esaurimento fisico dopo oltre venti giorni di lavori per strada e repressione. Tuttavia, li rafforzamento della polizia in questo contesto di crisi si traduceva in azioni pericolose di piccoli gruppi che operavano indipendentemente dal comando centrale. Tale clima incerto, con un governo che faceva appello a un discorso recalcitrante e un ministro governato dall’odio atroce contro i funzionari governativi, promuovevano la formazione di gruppi di poliziotti e paramilitari che agivano secondo una logica vendicativa e mercenaria. Tra le turbolenze politiche, era sorto un nuovo fattore di disordini tra la polizia, generato dalla concessione di 34 milioni di bolivianos alle forze armate per coprire i costi della logistica della repressione. I membri della polizia nazionale sospettavano che tali risorse servissero a favorire i capi militari come “bonus fedeltà”. Allo stesso tempo, si aggravavano i disordini contro il governo golpista e le forze armate, coll’approvazione del DS 4078, il cui obiettivo era autorizzare l’uso di militari, attrezzature e armi garantendone l’immunità, una condizione non goduta dalle forze di polizia.
Conclusioni
È chiaro che militari e polizia sono i pilastri su cui si basa il potere del governo golpista. Sembra anche chiaro che tali pilastri contengano controversie storicamente irrisolte e inconciliabili che col passare del tempo creeranno maggiori frattura e polarizzazione. Al di là del carattere provvisorio, un governo con buon senso dovrebbe conoscere le profonde fratture tra enti al fine di evitare di essere sconfitto dalle conseguenze. Fortunatamente, il governo golpista guarda solo all’ombra e non alla realtà e quindi durerà poco, quanto l’esplosione convulsa di entrambi gli enti che iniziano a contorcersi per annullarsi o distruggersi a vicenda. Se il sangue sarà a fiumi non dipenderà dai complottarsi golpisti, ma dalle profonde ferite riaperte da un comando politico ignorante, arrogante, rabbioso e suicida. Il colpo di Stato ha i suoi limiti paradossali nell’uso della polizia e dei militari e questo dipende dal come tale duello storico sarà risolto nelle viscere del potere fascista. Con una polizia nazionale alienata dalle molteplici contraddizioni interne e dalle forze armate sconcertate dalla dimensione del conflitto e dalle future responsabilità politiche, legali e istituzionali, i boliviani vivono in un panorama desolato.
Traduzione di Alessandro Lattanzio