Sentire bolivariano: Cuba e Fidel

Adam Chávez Frías, Alainet, 2 dicembre 2019
“Se la filosofia dell’espropriazione cessa, la filosofia della guerra cesserà”
Fidel Castro Ruz

Quasi un quarto di secolo fa, Fidel tenne un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che oggi, in un mondo sconvolto davanti al dominio egemonico del capitalismo, mantiene una validità colossale. Lì, il comandante, il grande soldato delle idee, chiarì che i popoli “vogliono un mondo senza egemonismi, armi nucleari, interventismo, razzismo, odio nazionale o religioso, oltraggi alla sovranità di qualsiasi Paese, con rispetto per l’indipendenza e l’autodeterminazione dei popoli, senza modelli universali che non considerano tradizioni e cultura di tutte le componenti dell’umanità, senza embarghi crudeli che uccidono uomini, donne e bambini, giovani e vecchi, come bombe atomiche silenziose.

Vogliamo un mondo di pace, giustizia e dignità in cui tutti, senza eccezione, abbiano il diritto a benessere e vita”. Sembra che Fidel, come Bolivar, ci guardi “seduto saldo sulla roccia per creare”, parafrasando Marti, vigile e sveglio, attento agli eventi e preoccupato dal destino del pianeta e della specie umana. E è che il leader della rivoluzione cubana, oltre ad essere un eccezionale rivoluzionario, sempre all’avanguardia nelle lotte rivoluzionarie del suo popolo e dei popoli latino-caraibici, è diventato una torcia ideologica, una scuola, guida ed esempio da seguire per diverse generazioni di uomini e donne che, in tutto il mondo, si sono dati e si danno al compito più nobile che esista, la costruzione della pace e del socialismo come unico modo per garantire benessere e progresso dell’umanità.
In questi giorni, il 2 dicembre, commemoriamo i 63 anni dello sbarco del Granma a Cuba. Quella mattina storica, l’equipaggio comandato da un giovane Fidel, dalla forte volontà e l’irriducibile convinzione di liberare la propria patria, erano disposti a vincere o morire, guidati dalla fermezza morale e combattiva di chi poi divenne il leader eterno della prima rivoluzione socialista in America Latina e nei Caraibi. Fu l’inizio dell’atto rivoluzionario per dare a Cuba una vita dignitosa. Una lotta le cui ragioni espose in modo esemplare in La storia mi assolverà, il discorso in cui coraggiosamente tracciato, davanti al tribunale di Batista, il programma politico e i profondi cambiamenti, sociali ed economici, che avrebbero avuto luogo una volta ottenuta la vittoria popolare. Era qualcosa che caratterizzò sempre Fidel: dire la verità.
In questa terra, nella Patria di Bolivar, un soldato del Popolo fu nutrito dal pensiero e dall’opera del leader cubano e finì per dedicare la vita alla causa della nostra liberazione nazionale. Per Hugo Chávez, Fidel fu un insegnamento permanente: “Fidel è un padre, un compagno, un perfetto insegnante di strategia”, disse il nostro Comandante Eterno. I terribili eventi dell’11 aprile 2002 ancora si agitano nella memoria collettiva e ricordiamo il presidente cubano quando, rompendo il blocco mediatico imposto dal governo golpista, con un’azione coraggiosa che rimarrà indelebile nei nostri cuori, stabilì un contatto telefonico con Chávez la mattina del 12, per guidarlo in quel momento critico. E la sua azione si rivelò, ancora una volta per il bene della Rivoluzione Bolivariana, riuscitissima. Il nostro popolo non lo dimenticherà mai. Perché Fidel era anche profondamente bolivariano, ammiratore del Padre della Patria e delle sue idee integrazioniste. Lo disse a Caracas nel gennaio del 1959: “Il Venezuela è la patria di El Libertador, dove fu concepita l’idea dell’unione dei Popoli d’America. Quindi, il Venezuela dev’essere il Paese leader nell’unione dei Popoli d’America; Noi cubani li sosteniamo, sosteniamo i nostri fratelli del Venezuela”. Quaranta anni dopo, il Comandante Chávez nobilitò quelle parole dalla Rivoluzione Bolivariana, dal processo di liberazione nazionale e la vera integrazione dei Caraibi latinoamericani.
Il 25 novembre 2016, lo stesso giorno in cui 60 anni prima, partendo dalle acque messicane verso il sogno della liberazione del suo Paese, Fidel s’imbarcò in un nuovo viaggio, l’ultimo viaggio che l’avrebbe elevato alle vette più alte del pensiero. Vi rimane, aprendo instancabilmente le vie della liberazione, come fece per più di sei decenni, diventando riferimento obbligatorio per tutti coloro che intraprendono la lotta antimperialista.
I popoli del mondo non dimenticheranno mai questa eredità, un retaggio storico forgiato in grandi battaglie, nelle condizioni più avverse, nella costante lotta all’aggressione permanente dell’impero nordamericano, che con tutta la sua potenza militare non poté piegare la volontà delle cubane dei cubani, la loro determinazione a continuare a costruire una società libera e socialista per la quale morirono così tanti combattenti.
Non è un compito facile, in così poche righe, parlare del comandante in capo della rivoluzione continentale. Volevo rendere un piccolo tributo, in questi giorni di massiccia mobilitazione popolare nelle terre latinoamericane, di nuove insurrezioni di fronte le aggressioni di oligarchi e fascisti, di marce e proteste per miglioramenti sociali, sovranità, pace, diritto all’autodeterminazione. In questi giorni, quando gli oppressi della nostra America alzano la voce con grande forza, dobbiamo dire all’unisono: “Fidel vive, la lotta continua!”

Adán Chávez Frías: professore universitario, fisico e politico venezuelano, Ministro del Potere popolare per la cultura. Fratello di Hugo Chávez Frías.
Traduzione di Alessandro Lattanzio