La donna.

Dal Libro Verde, di Muammar Gheddafi.

La donna è un essere umano e l’uomo è un essere umano. Su ciò non esiste
disaccordo né dubbio alcuno. La donna e l’uomo, dal punto di vista umano,
ovviamente sono uguali. Fare una discriminazione tra uomo e donna sul piano
umano è un’ingiustizia clamorosa e senza giustificazione. La donna mangia e
beve come mangia e beve l’uomo. La donna odia e ama come odia e ama
l’uomo. La donna pensa, apprende e capisce come pensa, apprende e capisce
l’uomo. La donna ha bisogno di alloggio, di vestiario e di mezzo di trasporto
come ha bisogno l’uomo. La donna ha fame e ha sete come ha fame e ha sete
l’uomo. Ma allora perché esiste l’uomo e perché esiste la donna? Certo la
società umana non è formata soltanto da uomini o soltanto da donne, ma da
entrambi, ossia da uomo e donna assieme per legge di natura. Perché non
sono stati creati solo uomini oppure solo donne? Qual’è inoltre la differenza
tra uomini e donne, ossia fra l’uomo e la donna? Perché il creato ha richiesto
la creazione dell’uomo e della donna, il che si realizza con l’esistenza di
entrambi, e non dell’uomo soltanto, o della donna soltanto? Deve
assolutamente esservi una necessità naturale a favore dell’esistenza di
entrambi, e non soltanto dell’uno, o soltanto dell’altra.

 Dunque ciascuno dei
due non è l’altro, e fra i due vi è una differenza naturale, la cui prova è
l’esistenza dell’uomo e della donna assieme nel creato. Ciò di fatto significa
che per ciascuno dei due esiste un ruolo naturale che si differenzia
conformemente alla diversità dell’uno rispetto all’altro. Dunque è
assolutamente necessario che vi sia una condizione che ciascuno dei due vive,
e in cui svolge il suo ruolo diverso dall’altro. E tale condizione deve differire da
quella dell’altro, in ragione del diverso ruolo naturale proprio di ciascuno. Per
riuscire a comprendere tale ruolo, rendiamoci conto della differenza naturale
esistente fra la costituzione fisica dell’uomo e quella della donna, ossia quali
sono le differenze naturali tra i due: la donna è femmina e l’uomo è maschio.
La donna conformemente a ciò – come dice il ginecologo – ha le sue regole,
ovvero arrivata al mese è indisposta, mentre l’uomo per il fatto che è maschio
non ha le regole e di abitudine non è mensilmente indisposto. Questa
indisposizione periodica, cioè mensile, è un’emorragia. Vale a dire che la
donna, per il fatto che è femmina, è naturalmente soggetta ad una emorragia
mensile. Quando la donna non ha le sue regole è gravida. E se è tale, per la
natura stessa della gravidanza, è indisposta per circa un anno, ovvero

impedita in ogni attività naturale finché non partorisce.

Quando poi partorisce o quand’anche abortisce, è colpita dai disturbi
conseguenti ad ogni parto o aborto. Invece l’uomo non diviene gravido e di
conseguenza, per natura, non è colpito dai disturbi da cui è colta la donna per
il fatto che è femmina. La donna dopo il parto allatta l’essere che aveva
portato in sé. L’allattamento naturale dura circa due anni. Ciò significa che il
bambino è inseparabile dalla donna ed ella è inseparabile da lui, tanto che
sarà impedita da svolgere la sua attività e direttamente responsabile di un
altro essere umano: è lei che lo assiste nell’adempimento di tutte le funzioni
biologiche, e senza di lei egli morrebbe. Invece l’uomo non diviene gravido e
non allatta. E qui termina la spiegazione del medico. Questi dati naturali
creano differenze congenite, per le quali non è possibile che l’uomo e la donna
siano eguali. Esse di per sé costituiscono la reale necessità dell’esistenza, del
maschio e della femmina, cioè dell’uomo e della donna. Ciascuno dei due nella
vita ha un ruolo o una funzione diversa dall’altro, in cui non è assolutamente
possibile che il maschio subentri alla femmina: ossia non è possibile che
l’uomo assolva a queste funzioni naturali in luogo della donna. E’ degno di
considerazione che tali funzioni biologiche sono un peso gravoso per la donna,
che le impone uno sforzo ed una sofferenza non trascurabili. Ma senza dette
funzioni cui ella adempie la vita umana finirebbe: si tratta dunque di funzioni
naturali, non volontariamente scelte né obbligatorie, ma piuttosto necessarie,
la cui sola alternativa sarebbe la fine totale della vita del genere umano. Esiste
un intervento volontario contro la gravidanza, che costituisce l’alternativa
della vita umana; esiste un intervento volontario parziale contro la gravidanza;
esiste l’intervento contro l’allattamento. Essi però sono tutti anelli di una
catena di azioni contrarie alla natura della vita, culminanti nell’uccisione, ossia
nel fatto che la donna uccida se stessa nella sua essenza per non ingravidare,
non procreare e non allattare. Il che rientra negli interventi artificiali contro la
natura della vita rappresentata dalla gravidanza, l’allattamento, la maternità e
il matrimonio, salvo il fatto che essi ne differiscono nel grado. La rinuncia al
ruolo naturale della donna nella maternità, ossia che gli asili nido si
sostituiscano alla madre, è l’inizio della rinunzia alla società nella sua
dimensione umana e della sua trasformazione in società puramente biologica
e in vita artificiale. Separare i bambini dalle madri ammassandoli negli asili
nido è un’operazione che li rende pressoché pulcini, perché gli asili nido sono
qualcosa che rassomiglia alle stazioni di sagginamento in cui si ammucchiano i
pulcini dopo la covata. Infatti solo la maternità naturale conviene alla
costituzione dell’essere umano, è compatibile con la sua natura e confacente

alla sua dignità.

Vale a dire che il bambino va educato dalla madre e deve crescere in famiglia
in cui vi sono amore materno, paterno e fraterno e non in una sorta di
stazione come quella per allevare il pollame. Anche i polli tuttavia hanno il
bisogno della maternità come fase naturale, al pari dei rimanenti figli
dell’intero regno animale. Perciò allevarli in stazioni simili agli asili nido è
contro la loro crescita naturale, e persino la loro carne si accosta
maggiormente a quella preparata su base industriale che a quella di
allevamento spontaneo. La carne degli uccelli di allevamento (mahattàt) non è
gustosa e talora non fa nemmeno bene, poiché i rispettivi volatili non stati
allevati in modo naturale, ossia a riparo della maternità naturale. Invece i
volatili ruspanti sono più appetitosi e sostanziosi, poiché sono cresciuti grazie
alla maternità naturale e nutrendosi in modo naturale. In quanto ai senza
famiglia e ai senza tetto, la società ne è tutore. E’ solo per costoro che la
società dovrebbe istituire gli asili nido etc. E’ meglio che di essi si curi la
società, piuttosto che individui che non sono i loro padri. Se si facesse un
esperimento empirico per conoscere l’inclinazione naturale del bambino fra la
madre e il centro di puericultura, il bambino propenderebbe per la madre,
certo non per l’altro. E dato che la predilezione naturale del bambino è per la
madre, ella è dunque il riparo naturale e giusto dell’allevamento. Perciò
indirizzare il bambino all’asilo nido anziché lasciarlo alla madre è una
coercizione ed è un abuso contro la sua libera tendenza naturale. In tutte le
cose la crescita naturale è quella sana in piena libertà. Che si faccia dell’asilo
nido una madre è un atto coercitivo contrario alla libertà della crescita
corretta. I bambini sono condotti all’asilo nido forzatamente, oppure per il
fatto che li si raggira e per la loro semplicità infantile. E poi essi vi sono inviati
per cause puramente materiali, e non sociali. Ma, tolti i mezzi coercitivi
adottati nei loro confronti e la semplicità infantile, essi rifiuterebbero l’asilo
nido e starebbero attaccati alle loro madri. La sola giustificazione per questa
operazione innaturale e inumana è che la donna si trovi in una situazione
incompatibile con la natura, ovvero che sia costretta all’adempimento di
obblighi sociali e contrari alla maternità. La natura della donna le comporta un
ruolo diverso da quello dell’uomo, per poter adempiere al quale ella deve
porsi in una situazione diversa rispetto all’uomo. La maternità è funzione della
femmina, non del maschio. Perciò è naturale che i figli non vengano separati
dalla madre. Qualunque provvedimento che li separa dalla madre è abuso,
tirannia e dispotismo. La madre che rinuncia alla maternità verso i suoi figli
contravviene al suo ruolo naturale nella vita, ed occorre che le vengano

garantiti i diritti e le condizioni adeguate mancanti.

Sono egualmente l’abuso e il dispotismo che obbligano la donna a espletare il
suo ruolo naturale in circostanze innaturali, mettendola in una situazione di
contrasto intrinseco. Se la donna rinuncia al suo ruolo naturale del parto e
della maternità essendovi costretta, sono esercitate su di lei tirannia e
dispotismo. La donna bisognosa di un lavoro, che la renda incapace di
assolvere alla sua missione naturale, non è libera essendovi costretta dal
bisogno, perché nel bisogno la libertà scompare. Vi sono circostanze
appropriate e anche necessarie perché sia agevolato alla donna
l’adempimento della sua missione naturale, diversa da quella dell’uomo.
 Fra esse quelle che si confanno ad una persona indisposta, oppressa dalla
gravidanza, ossia dal portare in grembo un altro essere umano capace che la
deblita sul piano della capacità materiale. In una delle fasi della maternità è
ingiusto che la donna venga messa in una situazione non confacente a tale
stato: come il lavoro fisico, che per lei equivale a una sanzione corrispondente
al suo tradimento umano della maternità. Ed equivale anche a un tributo che
ella è costretta a pagare per entrare nel mondo degli uomini, che certo non
sono del suo stesso sesso. Si è convinti – compresa lei stessa – che la donna
svolga il lavoro fisico esclusivamente di una spontanea volontà, ma di fatto
non è così. Ella vi adempie solo perché la dura società materialistica l’ha
messa in circostanze di forza maggiore, senza che lei se ne rendesse
direttamente conto. E non le resta altra via che assoggettarsi alle condizioni di
tale società, mentre è convinta di lavorare per sua libera scelta. Ma ella non è
libera di fronte a una siffatta regola che sosterrebbe: “fra uomo e donna non
vi è differenza in nessuna cosa”. L’espressione “in nessuna cosa” è il grande
inganno nei confronti della donna. Distrugge infatti le condizioni a lei
appropriate e indispensabili: condizioni necessarie e di cui ella deve senz’altro
godere dinanzi all’uomo, in conformità alla sua natura che le ha predisposto
un ruolo da svolgere nella vita. L’eguaglianza fra l’uomo e la donna nel portare
pesi mentre ella è gravida è ingiustizia e crudeltà, come lo è l’eguaglianza fra
di loro nel digiuno e nella fatica mentre ella allatta. E’ ingiustizia e crudeltà
l’eguaglianza fra di loro in un lavoro sporco che sfigura la bellezza di una
donna, privandola della sua femminilità. E’ anche ingiustizia e crudeltà
addestrare la donna ad un programma che, di conseguenza la conduce allo
svolgimento di un lavoro non confacente alla sua natura. Fra l’uomo e la
donna non esiste differenza sul piano umano: a nessuno dei due è lecito
sposare l’altro senza il suo libero consenso, né sciogliere il matrimonio senza
un equo arbitrato che lo ratifichi, o senza l’accordo delle due volontà

dell’uomo e della donna al di fuori dell’arbitrato.

Oppure che la donna si sposi senza che vi sia accordo sullo scioglimento, o che
l’uomo si sposi senza che vi sia accordo sullo scioglimento. La donna è la
padrona della casa perché la casa è una delle condizioni appropriate e
necessarie a lei che è incinta, è indisposta, procrea ed assolve alla maternità.
La femmina è padrona del riparo della maternità, cioè la dimora, anche nel
mondo degli altri animali diversi dall’uomo. Per la sua natura il suo dovere è la
maternità, ed è un arbitrio privare i figli della madre o privare la donna della
casa. La donna non è altro che femmina. Femmina significa che essa ha una
natura biologica diversa da quella dell’uomo, per il fatto che egli è maschio. La
natura biologica della femmina, diversa dal maschio, ha assegnato alla donna
caratteristiche differenti da quelle dell’uomo sia nella forma sia nell’essenza.
L’aspetto della donna è diverso da quello dell’uomo perché ella è femmina,
così come ogni femmina fra gli esseri viventi, animali e vegetali, è diversa dal
maschio sia nella forma sia nell’essenza. Questa è una realtà naturale
indiscutibile. Il maschio nel regno animale e vegetale è stato creato forte e
rude per natura, mentre la femmina nei vegetali e negli animali è stata creata
bella e delicata per natura. Queste sono realtà naturali ed eterne con cui sono
stati creati gli esseri viventi chiamati uomini, animali, piante. In ragione di tale
diversa costituzione e delle leggi naturali, il maschio svolge il ruolo del forte e
del rude non per costrizione, ma perché è stato creato così. Invece la femmina
svolge il ruolo del delicato e del bello non per sua libera scelta, ma perché è
stata creata così. Questa regola naturale è la giusta norma, per il fatto che da
un lato è naturale e dall’altro è la regola fondamentale della libertà, dato che
le cose sono state create libere e che qualunque intervento contrario alla
regola della libertà è un arbitrio. Non attenersi a questi ruoli naturali e
trascurarne i limiti significa trascurare e corrompere i valori della vita stessa.
La natura è stata ordinata così per trovarsi in armonia con l’ineluttabilità della
vita fra l’essere e il divenire. L’essere vivente, allorché è creato vivente, è un
essere che necessariamente vive finché non muore. La durata dell’esistenza
tra il principio e la fine si basa su una legge costitutiva e naturale, in cui non vi
è possibilità di libera scelta né di coercizione, ma è naturale, è la libertà
naturale. Negli animali, nei vegetali e nell’uomo è necessario che vi siano
maschio e femmina per il realizzarsi della vita fra l’essere e il divenire. E non è
solo sufficiente che l’uomo e la donna esistano, ma bisogna anche che
svolgano il loro ruolo naturale per il quale sono stati creati. E ciò deve
avvenire con piena capacità. Se esso non è compiuto perfettamente, significa

che nel corso della vita vi è un difetto, conseguente a chissà quale circostanza.

E questa è la situazione oggi vissuta dalla società quasi ovunque al mondo,
come risultato della confusione fra il ruolo dell’uomo e quello della donna:
vale a dire in seguito ai tentativi di ridurre la donna in uomo. In armonia con la
natura costitutiva ed i suoi scopi, l’uomo e la donna devono sempre eccellere
nel loro ruolo. Altrimenti sarebbe la regressione, l’atteggiamento in contrasto
con la natura e distruttivo della regola della libertà, ed in contrasto con la vita
e con la sopravvivenza. E’ necessario che ciascuno dei due adempia al ruolo
per il quale è stato creato, senza rinunciavi; poiché il rinunciarvi, sia pure in
parte, si verifica solo per circostanze di forza maggiore, ovvero in una
situazione anomala. La donna che rifiuta la gravidanza e il matrimonio, oppure
l’ornamento e la leggiadria per motivi di salute, rinuncia al suo ruolo naturale
nella vita per la circostanza di forza maggiore della salute. La donna che rifiuta
la gravidanza e il matrimonio oppure la maternità etc. a causa del lavoro,
rinunzia al suo ruolo naturale per una circostanza egualmente di forza
maggiore. La donna che rifiuta la gravidanza, il matrimonio o la maternità etc,
senza alcuna causa concreta, rinuncia al suo ruolo naturale per una circostanza
di forza maggiore dovuta alla deviazione ideale rispetto alla regola della
natura costitutiva. Così non è possibile che la femmina o il maschio rinuncino a
svolgere il loro ruolo naturale nella vita, se non in circostanze innaturali,
contrarie alla libertà e minatorie per la sopravvivenza. Perciò è necessaria una
rivoluzione universale che elimini tutte le condizioni materiali che
impediscono alla donna l’espletamento del suo ruolo naturale nella vita, e che
le fanno svolgere i compiti dell’uomo perché sia pari a lui nei diritti. Questa
rivoluzione avverrà inevitabilmente, specie nelle società industriali, come
reazione dell’istinto di sopravvivenza, ed anche senza il bisogno di qualche
provocatore alla rivoluzione, come per esempio “Il Libro Verde”. Tutte le
società oggi guardano alla donna né più né meno che come ad una merce.
L’Oriente guarda ad essa come oggetto di godimento suscettibile di vendita e
di compera. L’Occidente guarda ad essa come se non fosse femmina. Indurre
la donna a svolgere il lavoro maschile è un’ingiusta aggressione contro la
femminilità di cui è stata naturalmente dotata per uno scopo naturale
necessario alla vita. Infatti il lavoro maschile cancella le belle fattezze della
donna con cui la natura costitutiva ha voluto che appaia perché svolga un
ruolo diverso da quello del lavoro confacente a chi non è femmina. E’
esattamente come i fiori, creati per attirare i grani del polline e per produrre le
semenze: se li eliminassimo finirebbe il ciclo delle piante nella vita. E’ proprio
l’abbellimento naturale della farfalla, degli uccelli e delle restanti femmine

degli animali che serve a questo scopo vitale naturale.

Se la donna svolge il lavoro maschile deve allora trasformarsi in uomo,
rinunziando al suo ruolo e alla sua bellezza. La donna ha pieni diritti, anche
senza essere costretta a trasformarsi in uomo e a rinunziare alla sua
femminilità. La conformazione fisica, per natura diversa fra l’uomo e la donna,
implica che differiscono anche le funzioni degli organi, diversi nella femmina
rispetto al maschio. Il che comporta a sua volta una differenza del loro intero
modo di essere : differenza di temperamento, di psiche, di nervi e di aspetto
fisico. La donna è tenera. La donna è bella. La donna ha facile il pianto. La
donna ha paura e generalmente, in conseguenza della conformazione
naturale, la donna è delicata, mentre l’uomo è rude. Ignorare le differenze
naturali tra l’uomo e la donna e confondere i loro ruoli è un atteggiamento del
tutto incivile, contrario alle leggi naturali, distruttivo per la vita umana e causa
reale di infelicità nella vita sociale dell’essere umano. Le società industriali in
quest’epoca hanno adattato la donna al lavoro nei suoi aspetti più materiali
rendendola come l’uomo, a scapito della sua femminilità e del suo ruolo
naturale nella vita, relativamente alla bellezza, alla maternità e alla
tranquillità. Ebbene esse sono società incivili, società materialistiche e
barbare. E’ stolto e pericoloso per la civiltà umana imitarle! Perciò il problema
non è che la donna lavori o non lavori. Questo è uno sciocco modo
materialistico di porre la questione. Occorre che la società procuri il lavoro a
tutti i suoi individui abili e bisognosi, uomini e donne. Ma ogni individuo deve
lavorare nel campo che gli si confà, senza essere forzato sotto arbitrio a fare
ciò che non gli si addice. E’ sopruso e dispotismo che i bambini si trovino nelle
condizioni di lavoro degli adulti. E’ anche sopruso e dispotismo che la donna si
trovi nella condizione di lavoro degli uomini. La libertà è che ogni essere
umano apprenda le cognizioni che gli si confanno, e che lo qualificano ad un
lavoro che gli si addice. Invece il dispotismo è che l’essere umano apprenda le
cognizioni che non gli si confanno e lo conducono a un lavoro che non gli si
addice. Il lavoro che si confà all’uomo non è sempre quello che si addice alla
donna, e le cognizioni che si confanno al bambino non sono quelle che si
addicono all’adulto. Non vi è differenza nei diritti umani fra l’uomo e la donna
e fra l’adulto e il bambino, ma non vi è eguaglianza completa fra loro per i doveri cui devono assolvere.