New York, morti perchè? IL VIRUS SIAMO NOI ! Eliminare i vecchi, neutralizzare i giovani, domare il resto

Fulvio Grimaldi
3 maggio 2020

New York, morti perchè?
IL VIRUS SIAMO NOI !
Eliminare i vecchi, neutralizzare i giovani, domare il resto

Hanno sbagliato, o voluto sbagliare, tutto

“ I pazienti deceduti avrebbero sofferto le conseguenze delle prime diagnosi sbagliate. Covid 19 è una malattia infiammatoria vascolare sistemica… addirittura i respiratori avrebbero peggiorato l’esito della malattia…” (Maria Rita Gismondo, direttore microbiologia clinica e virologia del ‘Sacco’ di Milano)

New York: intubati da morire

Ma forse si va oltre al sadismo. Da New York arrivano testimonianze raggelanti su cosa succede in certi ospedali ad anziani intubati e ventilati. Siamo all’orrore. Già da varie fonti mediche, che nessuno ha potuto accusare di fake news, erano arrivati dubbi sulle terapie applicate a chi veniva sospettato di covid-19 e quindi di patologia polmonare. Diversi professionisti avevano asserito che si trattava invece di malattia del sangue con l’esito frequente di trombi letali, contro la quale la ventilazione forzata non era idonea, anzi poteva, con l’eccesso della pressione, provocare danni e perfino morte.

Ora, a partire da un’infermiera che, per non subire rappresaglie nel proprio ospedale, ha chiesto a una collega, Sara N.P., di un’altra struttura, di denunciare quanto ha visto con i propri occhi, la vicenda ha atterrito gli Stati Uniti. Secondo il suo racconto i pazienti anziani venivano fatti morire in massa proprio per l’errata applicazione del ventilatore, nei termini illustrati anche in Italia. La denuncia è stata ripresa dal dr. Cameron Kyle-Sydell del Maimonides Medical Center di N.Y., che ha confermato come i respiratori artificiali provocassero gravi danni ai pazienti, stroncando gli alveoli dei polmoni. Una nota di sospetta corruzione arriva dal dr. Scott Jensen, senatore del Minnesota, secondo cui gli ospedali che impiegano i respiratori ricevono dal ministero il triplo dei fondi rispetto agli altri. Infine, dall’Italia il dr. Giampaolo Palma, cardiologo con vent’anni al Centro Trombosi di Salerno, ribadisce come questo virus attacchi i vasi sanguigni e solo in seconda istanza i polmoni.

Secondo i denuncianti, la pratica degli ospedali di N.Y. di attaccare qualsiasi paziente affetto da coronavirus alle macchine ventilatrici, avrebbe provocato un numero altissimo di decessi. Praticamente saputi e voluti, afferma l’infermiera. L’esclusione immediata di tutti i parenti da qualsiasi contatto con i malati, subito dopo il ricovero, e la loro morte in assenza di testimoni esterni, sarebbe da ricondurre a questa pratica. E forse anche certi numeri in esponenziale crescita. Ma poi, come diavolaccio si conciliano la distanza di un metro tra potenziali contagiati in strada, o nel negozio, e quella di un metro, anche due, negata tra parenti e morenti? Non casca forse l’asino anche qui? E’ fattuale: agli operatori dell’operazione cambiamondo Covid-19 occorrono morti, tanti morti. Ed è altrettanto fattuale che dall’antro da cui sono usciti questi operatori è uscito di tutto, il peggio di tutto.

La migliore di loro: “hanno sbagliato tutto”

E se non fosse bastata la mia piccola ricerca, ecco che sul Fatto Quotidiano del 3 maggio esplode l’atomica di Maria Rita Gismondo, virologa numero uno d’Italia in quanto direttrice di virologia e microbiologia clinica all’ospedale pubblico più rinomato: “Il Sacco” di Milano. E’ la luminare già aggredita con diffida dal noto dr. Burioni (San Raffaele) per aver detto che il Covid-19 le pareva poco più di una normale influenza. Scrive oggi la Gismondo, denunciano il danno inflitto dalle terapie della ventilazione universamente adottate e confermando esplicitamente la scoperta di New York: “L’ipotesi italiana è confermata anche dagli Usa…Sars coV2 colpisce soprattutto i vasi sanguigni, impedendo il regolare afflusso del sangue, con formazione di trombi. La polmonite ne è solo una delle conseguenze”. La cura in questo caso sono gli antinfiammatori, mentre la ventilazione spacca i polmoni e uccide. Si sapeva? Si faceva? “E’ una vera rivoluzione”, conclude Gismondo. Verrà ascoltata? Verrà bruciata sul rogo? Chi appiccherà il fuoco, Roberto Burioni? Bill Gates? Voi che dite?

Ma è mai possibile che, di fronte a un’ipotesi, un dubbio, con tanti elementi e testimoni alla sua base, alla luce di tanti morti soffocati dai ventilatori in tutto il mondo, non si scateni un dibattito internazionale, a tutti i livelli, su chi abbia ragione, tra coloro che insistono a intubare e a nascondere i morenti ai loro cari e viceversa, e quelli che invocano e praticano altre terapie, meno invasive e rischiose?

https://www.corriere.it/…/quella-relazione-pericolosa-tutti… Questo è il link a un articolo del Corriere della Sera, subito rimosso.

La conclusione è una sola. Cosa ci si deve aspettare da chi ha ridotto la distanza tra ricchi e poveri a quella tra la galassia e il pianeta Terra, da chi, sotto copertura di menzogna, frode e altosonanti valori come democrazia, antifascismo e diritti umani, percorre il mondo come un’ininterrotta esplosione termonucleare, cancella al suo passaggio nazioni intere, Stati sovrani, devasta, distrugge, contamina, infliggendo sofferenza e ingiustizia come neanche nelle epoche più buie e terrificanti della storia umana? E prepara, servendosi di una muta di ratti mediatici per le opportune diffamazioni, fake news, manipolazioni, quell’aggressione alle potenze indocili, Russia, Cina, che renderà tutti gli olocausti succedutisi nella Storia umana, comprese ere glaciali cadute di corpi celesti, diluvi universali, un incidente di percorso?

Prima gli anziani, costosi, improduttivi, dotati di memoria….

“Dal di che nozze e tribunali e are
dier alle umane belve esser pietose…”

file:///C:/Users/Fulvio/AppData/Local/Packages/microsoft.windowscommunicationsapps_8wekyb3d8bbwe/LocalState/Files/S0/3/Attachments/APPELLODELLACULTURA[32047].pdf

Un appello relativo all’argomento del prossimo paragrafo, gli anziani mandati al macero, lanciato dalla scrittrice Donatella Bisutti, firmato da molti e pubblicato sui media. Da diffondere.

Abbiamo assistito all’eliminazione dei vecchi tramite assembramento di infetti nelle case di riposo, intubazioni letali a chi poteva essere curato con eparina o clorochina, come incomincia a succedere da noi e altrove, alla faccia dei bonzi sanitari che, grazie al vaccino, aspettano di farsi depositi di Paperoni e califfati tipo quelli del Golfo. Abbiamo visto i nuovi Mengele, Alan Dulles e Shimon Peres, dell’eugenetica costringerli a morire in casa per interruzione delle cure, tutte sospese, mancanza di moto, aria, sole, socialità, per depressione, infarti, perfino inedia. Pulizia generazionale di deboli, improduttivi e costosi che avevano tuttavia la grave colpa di infettare il Nuovo Ordine Mondiale con il patrimonio della memoria di cose, nomi, valori, libertà.

E poi al danno, se così si può definire, l’insulto. Alla persona che muore e che, su falsi pretesti, in maniera sadica viene privato del conforto dei suoi brani di vita affettiva nei momenti del freddo che gela il midollo. Alle persone consanguinee, con-affettive, che si vedevano negate la vicinanza del massimo reciproco bisogno. Nessuno a cui ribadire che ci è cara la sua vita, nessuno da cui farsi accompagnare in un passaggio che, da solo, vuol dire orrore. Da Antigone, da quando eravamo animali pre-umani, la morte, come la nascita, misteri insondabili che ogni civiltà ha affrontato con ritualità sacra, era onorata, alleviata, accompagnata.

Poi i bambini e ragazzi, improduttivi, costosi, pericolosi

Ma tocca anche ai giovani. Non di morire. I feldmarescialli hanno bisogno di turnover. Ai giovani tocca di non rompere, come sarebbe nella loro natura di incontaminati dalla vista chiara e, come troppe volte è stato nella Storia, di agenti di cambiamenti radicali, catastrofici per le élites dell’epoca. Tocca ammazzarli, nel senso di decerebrarli, da piccoli. Tutti ricordano di cosa accadde cinquant’anni fa in quasi tutte le strutture dell’istruzione, dalle medie, con ragazzini e adolescenti, alle università dei ventenni e, poi, nelle fabbriche e nei quartieri, con tutta una generazione. Se non nelle fondamenta, il palazzo dell’élite tremò nei vetri e nelle pareti. Ne sono ancora terrorizzati.

Sfumata l’operazione AIDS, di negazione della sessualità conquistata in quegli anni, scoperchiata da guerre e sanzioni a classi e nazioni la “guerra al terrorismo”, hanno capito che dovevano colpire alla radice della vita. Per neutralizzare i caratteri vitali, la forza, la curiosità, l’intelligenza delle nuove generazioni, bisognava ridurne l’“assembramento”, sempre gravido di intemperanze e minacce. Impedire l’associarsi, l’incontrarsi, l’organizzarsi, che a una generazione danno un carattere, addirittura una fisionomia, comune, rabbie e aspirazioni condivise, come succede nelle rivoluzioni, con la ricchezza delle sue diversità e sfaccettature. Un sognare, sentire, pensare, volere che produce forza di massa.

Per prima cosa era necessario disgregare i corpi portatori di tale comunità, separarli, isolarli. Compito delle piattaforme digitali. Rapporti che da fisici, con suoni, occhi, odori, contatti, espressioni, all’asettico del virtuale. Virtuale da smartphone e reti social, autocelebrativo nell’immagine, a compenso di un’identità che, senza confronti con la realtà fisica, diventa incerta, minimalista; semplificata, infantile, nel linguaggio. L’apoteosi delle chat, del pensiero breve e, dunque, della comunicazione corta. Fine del crescere dell’uno sull’altro, con l’altro, per l’altro, ad arrampicarsi insieme, legati, sulla roccia che ha in cima la maturità. Conferma di una gerarchia famigliare ossificata e patriarcale, che poi dovrà rafforzarsi nei rapporti sociali e di classe. Un rapporto dogmatico e quindi autoritario, negatore della dialettica e della contestazione.
Come quello dei monopolisti della Scienza. Che controllano l’OMS pagandola, non diversamente dall’organismo ONU che sovrintende al digitale, Internet Governance Forum (IGF). Da chi è composto? Dai governi, per forza, dalle piattaforme dettaleggi e dettacensura di Silicon Valley e dalla “società civile”. Cosiddetta, perché composta dalle grandi ONG, tipo Medici Senza Frontiere, Save the Children, Open, generosamente finanziate dalle stesse piattaforme e pure da Soros. Conflitti d’interesse. Nessuno. Come quelli dell’OMS.

Scuola o centro di addestramento?

Poi l’eliminazione della scuola, luogo deputato alla formazione, tanto attraverso l’apprendimento didattico quanto a quello autogestito nella comunità di ragazzi che si crea e che ne alimenta l’opera collettiva, anche la resistenza, nei confronti degli adulti e l’affinamento piscofisico reciproco attraverso l’amicizia, l’amore, l’emulazione, il conflitto. Un fronte di forza e di responsabilità fondato sullo scambio. Negato, ne riduce i membri alla solitudine, alla debolezza, al blocco del processo evolutivo e formativo. Nessuna comunicazione e nessun insegnamento virtuale, la scuola telematica con i suoi elementi degenerativi di isolamento e solipsismo, può sostituire anche in minima parte, anzi, la linfa vitale del confronto diretto nella comunità. E neppure il rapporto discente-docente, fatto com’è di espressioni, vibrazioni sensoriali e intellettive, fascino, direi, forzando, di elettromagnetismo, potrà mai essere restituito dalla freddezza disumanizzante di uno schermo.

Scuola di classe

O vogliamo scordarci di cosa avesse già provocato, con gli strumenti del digitale appositamente prodotti, la defisicizzazione della realtà esterna e conseguente annichilimento di quella interna che con essa dialoga, e non solo visivamente. Smartphone e tablet tanto comodi, tanto utili e tanto appositamente pensati e diffusi per analfabetizzarci in termini di comprensione della complessità e della sua riduzione a sintesi. Ora questa improbabile ministra dell’Istruzione, Azzolina, prevede, per la ripresa, una scuola spaccata a metà. Come una pianta, un edificio, una vita qualsiasi, che nelle sue parti divise non è più niente di ciò che era. Metà in classe e metà al computer da casa. Due forme non tanto alternative, ma contrapposte, di procedere alla formazione di donne e uomini adulti e coscienti. Ne usciranno due categorie che non avranno nulla da dirsi. Una più dotata, l’altra profondamente disabilitata. E così, nella più importante occasione di socializzazione dei ragazzi, si ricreano le diseguaglianze che la Scuola era chiamata ad annullare. E’ lotta di classe dall’alto verso il basso. Vigliacca, perché se la prende con i meno armati. E una volta di più, il sistema è riuscito a dividere la società. E a imperare. Lo scopo di tutto quello che ci succede non è forse questo?

Resta da dire dei bambini che, dopo due mesi in gabbia, a sfondarsi di Lego e diseducarsi con disneyani filmati di animali, simpatici e degni di affetto solo nella misura in cui paiono esseri umani travestiti da cerbiatto, o orso, o passero, possono uscire con mamma o papà. Un giretto, ma non incontrarsi tra loro, non andare sull’altalena, o sullo scivolo e correre e fare capriole, in gara con i compagni. Non sanno mantenere le distanze, i bambini! In qualche modo colpevoli, mentre ancora odorano di latte materno. Una bella partenza per la crescita da anchilosati nei muscoli e nel cuore, mamma e papà-dipendenti, soli. Ammazzarli da piccoli, appunto.

Originale: https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=2861332593955278&id=117480098340555&__xts__[0]=68.ARAFehGX5wadcjPbu0Tztd2P3ESoGo16gy7XhsRZnF-fkElzTdH7QdNb1TIbrZnSsplfidx5bw91kB3dvRAOiYqkWK42tM7Y61-A3TEsGsAtIDiI0PEwXdznnZXn8CKLWnes0-mXFPK44OKBe85IgAwoRckkpsfiu9ZZsxm3pPWyC7lfKToWQsYTWxpUK7LgIefx3CtNlbUfAcZqMXSOe7cjUByia4icdvDrHp0074L0fv7DLW7_tQUiWr2qYQtLtP2p8lLbHm2iJYG3L2gF42EypQLVYnuHuBPmrM59FI8uK_TFmQHcjqXmV0Ek5lTkTQZIPxYmkMhz3taZ68Qw8Re02g&__tn__=H-R

SARS-CoV-2: A Virus “Made in” Capitalism

Misión Verdad
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“Wetiko” is the term Native Americans use to describe the ”virus” of selfishness: Liana Buszka

What the new coronavirus pandemic has made very clear is that the drive for profit in the capitalist system can be fatal. Of course, this multi-layered crisis triggered by Covid-19 will have a disproportionate impact on vulnerable groups, in particular.

The risk of infection threatens workers in industrial sectors that have refused to cease operations and take adequate measures to protect them. But the virus also stalks marginalized populations around the world: refugees and migrants in European countries, for example, lack institutions to protect their health and well-being in those societies.

Francesco Della Puppa discussed the impact of the pandemic on immigrants, from refugees to asylum seekers in Italy, during an interview for Radio Melting Pot. He said that the Italian authorities have neglected to take minimum measures for the homeless in that country, which increasingly includes refugees and asylum-seekers fleeing war and violence in North Africa. They live in settlements with poor sanitary conditions, where contagion is very likely. They may also be excluded from social programmes, such as food support, if they do not have specific documentation.

The consequences of social and economic exclusion have been highlighted by the spread of the virus. However, it is the introductory reflection in the interview with Della Puppa that concerns us, when he emphasized that “there is nothing directly natural in the spread” of the new coronavirus.

And this is not to encourage the many different conspiracy theories that have emerged, much less those delusional stories from the United States that have gained strength to evade the problem by accusing the People’s Republic of China of spreading the virus.

For Della Puppa there is a combination of factors, all centered on the globalized organization of capitalism and its productive relations, which have provided the fertile ground for the development of new viruses and their evolution to transmission between humans.

We will review some of them.

The incidence of viruses and agro-industrial food production

The increase in industrial animal farming is creating conditions conducive to the spread of pathogens that could otherwise be curbed. Overcrowded domestic animal monocultures with depressed immune systems facilitate transmission rates for any virus strains that arrive there.

“These animals, more easily attacked by viruses, become the spillover, which is the migration from one species to another, until the virus reaches humans. This is because they are kept alive by force, inside an intensive breeding farm,” says Della Puppa.
The Philippines confirmed in February that African swine fever infections had spread to the south of the country. Photo: AFP

In the book Great Farms Make Great Flu, phylogeographer Rob Wallace investigates the connections between industrial farming practices and viral epidemiology. Interviewed for Real News Network, he illustrates the uniqueness of industrial production by reviewing the evolution of African Swine Fever, a virus that is transmitted between pigs and is having a disastrous effect on food security in Asia, where the population is largely dependent on pork for protein. The slaughter of millions of infected animals has pushed up global pork prices by 40%.

“African Swine Fever started in sub-Saharan Africa as a wild pathogen that was transmitted between the warthog and local soft ticks (…) in the 1920s it began to spread to domestic pig production. In 1950, it made its way to the Iberian Peninsula, Portugal and Spain, where it circulated for about 30 years before being crushed. However, it was in 2007 that the virus emerged in a form that exploded across Eastern Europe and the former Soviet Republics. And then, in 2018, it appeared in China. But the important thing to understand is that pathogens go through these changes in terms of their success in relation to the opportunities they are given”.

By manipulating large population densities, monocultures eliminate any “immune firewall” because, once the virus kills its host, it can easily enter the next one to continue reproducing.

In the specific case of African Swine Fever, the virus has not made the leap to human infection. But “thousands of farmers and meat processors and cleaning equipment are being exposed to the virus (…) there is always the possibility that the pathogens could evolve the ability to go from human to human,” warns Wallace.

Environmental Deforestation and Mining Devastation

The capitalist lifestyle has intensified the deforestation of remote natural environments to expand the territories of industrial agriculture and livestock, to exploit rare metals that serve the production of modern technologies or to expand the large metropolises.

Furthermore, the appearance of “enormous peri-urban areas, with very precarious sanitary conditions,” says Della Puppa, makes it easier for viruses to attack and spread, “which find their ideal habitat in these dense urban environments”.

The story of the bat in the Wuhan market, beyond the attempt to portray it as a Chinese phenomenon, reflects how the pathogens that were once encased in forests and jungles are now being released by multinational companies that appropriate the land and exploit it following the neoliberal model of generating economic profits.

Logging, mining, road construction and “hyper-urbanization” destroy natural animal habitats and areas of high biodiversity.
https://libya360.files.wordpress.com/2020/04/5a01c-1peku6mgb4ytjqpzpmsbd7w.jpegThe felling of forests and the loss of species open the door to new diseases. Photo: Reuters

To all this, Della Puppa adds that the melting of the polar ice caps, a product of global warming, will also release “swarms of unknown viruses, trapped for thousands of years in the glaciers, with unpredictable consequences.

The pandemic also has its roots in capitalism’s disruption of the ecosystem.

Covid-19 could have been prevented, but it was not profitable

Several research institutes in China or, for example, in 2012, the German Koch Institute, announced that all the conditions were in place for a virus most likely to emerge from Asian markets to infect the world, and described the symptoms and ways in which Covid-19 could be transmitted.

Just as Della Puppa stressed that the pandemic was predictable, researchers specializing in the different strains of the coronavirus agree that pharmaceutical companies could have started developing a vaccine and treatments for the virus years ago.

This is the view of structural biologist Rolf Hilgenfeld, who has been working on treatments for coronaviruses since SARS (a previous coronavirus outbreak) in 2002-2003.

In January, when the virulent behaviour of Covid-19 had not yet been determined, Hilgenfeld noted that companies were not allocating resources to research on coronaviruses because “the total number of people infected, if SARS, MERS and this new virus are combined, is less than 12,500 people. That is not a huge market. The number of cases is too small”.

Pharmaceutical companies would not risk investing in a drug to treat unpredictable outbreaks because of their impact and lucrative potential, even though ten years of research on coronaviruses alerted them to the latent threat of this family of diseases.

This logic of producing drugs for profit rather than human need can be encapsulated in one fact: several international viral outbreaks (SARS-CoV-1, MERS, Zika, Ebola, among others) have erupted into the 21st century claiming thousands of lives. So far, only the Ebola vaccine has reached the market.

If we examine the elements that led up to the pandemic, we will easily recognize that the only way to cut the spread of viruses and systemic crises lies in deceleration and countermeasures that can be applied against late capitalism and the structures that support it.

Source: https://libya360.wordpress.com/2020/04/28/sars-cov-2-a-virus-made-in-capitalism/

SARS-CoV-2: un virus “made in” capitalismo

‘Wetiko’ es el término que los indígenas nativos americanos usan para nombrar al “virus” del egoísmo. llustración: Liana Buszka

Lo que la pandemia del nuevo coronavirus ha dejado muy claro es que el afán de lucro en el sistema capitalista puede ser mortal. Por supuesto, esta crisis detonada en múltiples niveles por el Covid-19 tendrá repercusiones desproporcionadas en grupos vulnerables, principalmente.

El riesgo de infección amenaza a los trabajadores de sectores industriales que se han negado a detener sus operaciones y adoptar medidas adecuadas para protegerlos. Pero también el virus acecha a poblaciones marginadas en todo el mundo: refugiados y migrantes en países europeos, por ejemplo, carecen de instituciones que protejan su salud y bienestar en esas sociedades.

Francesco Della Puppa expuso el impacto de la pandemia en los inmigrantes, desde los refugiados hasta los solicitantes de asilo en Italia, durante una entrevista para Radio Melting Pot.

Relata que las autoridades italianas no han tomado medidas mínimas para las personas que viven sin techo en ese país, que cada vez incluye más a refugiados y solicitantes de asilo que huyen de la guerra y la violencia en el norte de África. Viven en asentamientos con condiciones sanitarias precarias, donde el contagio se hace muy probable. También se les puede excluir de los programas sociales, como apoyos en el suministro de alimentos, si no tienen un determinado documento.

Las consecuencias de la exclusión social y económica se han puesto de relieve con la propagación del virus. Sin embargo, es la reflexión introductoria en la entrevista a Della Puppa la que nos atañe, cuando enfatiza que “no hay nada directamente natural en la propagación” del nuevo coronavirus.

Y esto tampoco significa darle aliento a las variopintas teorías conspirativas que han emergido, mucho menos aquellos relatos delirantes que desde Estados Unidos han tomado fuerza para evadir el problema acusando a la República Popular China por la propagación del virus.

Para Della Puppa existe una combinación de factores, todos centrados en la organización globalizada del capitalismo y sus relaciones productivas, que han puesto el terreno fértil para el desarrollo de nuevos virus y su evolución a la transmisión entre humanos.

Revisemos algunos de ellos.

La incidencia de los virus y la producción agroindustrial de alimentos

El aumento de la cría industrial de animales está creando condiciones propicias para la propagación de patógenos que en otra situación podría ser frenada. Monocultivos de animales domésticos, hacinados en granjas, con sistemas inmunes deprimidos, facilitan las tasas de transmisión para cualquier cepa de virus que llegue ahí.

“Estos animales, más fácilmente atacados por los virus, se convierten en el llamado ‘spillover’, o el salto de una especie a otra, hasta que el virus llega a los humanos. Porque se les mantiene vivos a la fuerza, dentro de una granja de cría intensiva”, dice Della Puppa.

Filipinas confirmó en febrero que las infecciones de peste porcina africana se propagaron en el sur del país. Foto: AFP

En el libro Las grandes granjas hacen la gran gripe, el filogeógrafo Rob Wallace investiga las conexiones entre las prácticas agrícolas industriales y la epidemiología viral.

Entrevistado para Real News Network, ejemplifica esta singularidad de la producción industrial revisando la evolución de la peste porcina africana, un virus que se transmite entre los cerdos y que está teniendo un efecto desastroso en la seguridad alimentaria de Asia, donde la población depende en gran parte de la carne de cerdo para el consumo proteico. El sacrificio de millones de animales infectados ha disparado los precios de la carne de cerdo en un 40% a nivel mundial.

“La peste porcina africana comenzó en el África subsahariana como un patógeno silvestre que se transmitía entre el jabalí verrugoso y las garrapatas blandas locales (…) en la década de 1920 comenzó a extenderse a la producción doméstica de cerdos. En 1950, se abrió camino en la Península Ibérica, en Portugal y España, donde circuló durante unos 30 años antes de ser aplastado. Sin embargo, fue en 2007 cuando el virus surgió de una manera que explotó en toda Europa del Este y las antiguas repúblicas soviéticas. Y luego, en 2018, apareció en China. Pero lo importante es entender que los patógenos pasan por estos cambios en términos de su éxito en relación con las oportunidades que se les proporcionan”.

Al manipular grandes densidades de población, los monocultivos eliminan cualquier “cortafuegos inmunológico” porque, una vez que el virus mata a su hospedador, puede fácilmente entrar en el siguiente para continuar reproduciéndose.

En el caso específico de la peste porcina africana, el virus no ha dado el salto al contagio de humanos. Pero “miles de granjeros y procesadores de carne y equipos de limpieza están siendo expuestos al virus (…) siempre existe la posibilidad de que los patógenos puedan evolucionar la capacidad de ir de humano a humano”, advierte Wallace.

Deforestación ambiental y devastación minera

El estilo de vida capitalista ha intensificado la deforestación de entornos naturales remotos para expandir los territorios de la agricultura y ganadería industrial, explotar metales raros que sirven a la producción de las tecnologías modernas o ampliar las grandes metrópolis.

Además, la aparición de “enormes zonas periurbanas, con condiciones sanitarias muy precarias”, dice Della Puppa, hacen más fácil el ataque y contagio de los virus, “que encuentran en estos densos entornos urbanos su hábitat ideal”.

El cuento del murciélago en el mercado de Wuhan, más allá del intento por hacerlo un excepcionalismo chino, refleja cómo los patógenos que antes estaban encajonados en bosques y selvas son liberados por empresas multinacionales que se apropian de la tierra y la explotan siguiendo el modelo neoliberal de generar ganancias económicas.

La tala de árboles, la minería, la construcción de carreteras y la “hiper-urbanización” destruyen los hábitats naturales de los animales y las zonas de gran diversidad biológica.

La tala de bosques y la pérdida de especies abren la puerta a nuevas enfermedades. Foto: Reuters

A todo eso, Della Puppa, añade que el deshielo de los casquetes polares, producto del calentamiento global, también liberará “enjambres de virus desconocidos, atrapados durante miles de años en los glaciares, con consecuencias impredecibles”.

La pandemia también tiene sus raíces en las perturbaciones del capitalismo al ecosistema.

El Covid-19 podía ser prevenido, pero no era rentable

“Varios institutos de investigación de China o, por ejemplo, en 2012, el Instituto Alemán Koch, ya anunciaron que se daban todas las condiciones para que un virus probablemente procedente de los mercados asiáticos infectara al mundo, y describieron los síntomas y las formas en que se podría infectar el Covid-19”.

Así como Della Puppa subraya que la pandemia era predecible, investigadores especializados en las distintas cepas del coronavirus coinciden en que las compañías farmacéuticas podrían haber empezado a desarrollar una vacuna y tratamientos para el virus hace años.

Es lo que sostiene el biólogo estructural Rolf Hilgenfeld, quien ha estado trabajando en tratamientos contra los coronavirus desde el SARS (brote previo de coronavirus), en 2002–2003.

En enero, cuando el comportamiento virulento del Covid-19 no se había determinado, Hilgenfeld señaló que las empresas no destinaban recursos en investigaciones sobre los coronavirus porque “el número total de personas infectadas, si se combina el SARS, el MERS y este nuevo virus, es inferior a 12 mil 500 personas. Eso no es un mercado. El número de casos es demasiado pequeño”.

Las farmacéuticas no se arriesgarían a invertir en un fármaco para tratar brotes impredecibles en su impacto y potencial lucrativo, aun cuando diez años de investigación sobre coronavirus alertaron la amenaza latente de esta familia de enfermedades.

Esta lógica de producir medicamentos con fines de lucro y no para satisfacer las necesidades humanas se resume en un dato: varios brotes virales internacionales (SARS-CoV-1, MERS, Zika, Ébola, entre otros) han irrumpido en el siglo XXI cobrando miles de vidas. Hasta los momentos, solo la vacuna para el Ébola ha llegado al mercado.

Si examinamos los elementos que nos trajo hasta la pandemia, reconoceremos con facilidad que la única forma de cortar la propagación de virus y crisis sistémicas yacen en la desaceleración y contramedidas que se puedan aplicar frente al capitalismo tardío y las estructuras que lo sustentan.

Original: https://medium.com/@misionverdad2012/sars-cov-2-un-virus-made-in-capitalismo-4ce1296588f0

Lo stupro di una donna non ebrea è bottino di guerra.

Lo stupro di una donna non ebrea è bottino di guerra.

Copertina: Shmuel Eliyahu, il rabbino capo di Safad (al centro), ha giustificato la violenza sulle donne non ebree e il massacro di civili palestinesi durante la guerra. (Mercaz HaRav)

David Sheen (*), The Electronic Intifada 1 settembre 2017

É emerso che un importante rabbino israeliano abbia sostenuto il genocidio a Gaza affermando  inoltre che i soldati possono stuprare durante la guerra.

Shmuel Eliyahu, capo rabbino di Safad nel presente d’Israele, approvò lo stupro da parte delle forze armate in un articolo del 2002 che è passato in gran parte inosservato.

Scrivendo su Kipa.co.il, un popolare sito di lingua ebraica per gli ebrei religiosi, Eliyahu ha sostenuto che i soldati israeliani perderebbero la loro motivazione a vincere la guerra se non autorizzati a violentare le donne non ebree.

I commenti furono fatti cinque anni prima che Eliyahu raccomandasse a Israele di usare una forza massiccia a Gaza.

Nel 2007 ha affermato che Israele “deve uccidere 100.000, anche un milione” di persone a Gaza se fosse necessario per impedire ai combattenti palestinesi della resistenza di sparare i razzi.

I commenti di Eliyahu del 2002 sulle violenze sono stati evidenziati in un recente messaggio di Facebook di Ruhama Weiss, un accademico di Gerusalemme.

“Non indebolire il suo spirito”

In una rubrica chiamata “Chiedi al rabbino”, Eliyahu suggerì che una legge biblica autorizzerebbe la violenza sessuale in determinate circostanze. Stava rispondendo a una domanda – apparentemente da parte di uno dei lettori del sito – sul fatto che le donne possano essere considerate come “bottino di guerra”.

Secondo Eliyahu, un soldato israeliano dovrebbe essere soggetto a pochi vincoli, se necessario, quando combatte una guerra.

“Ora è il momento di combattere e non si dovrebbe predicargli  moralità”, scrisse. “Fallo a casa, prima della guerra, e non nel bel mezzo della guerra. Non indebolire il suo spirito. Se gli proibisci una donna bellissima dalla quale è affascinato, lui penserà  a lei e probabilmente si arriverà al punto in cui  il popolo ebraico sarà sconfitto. Cosa si guadagna da questo?”

Eliyahu interpretava una scrittura biblica con questo significato “se brucia in te, prendi una bella donna”, giustificando così la violenza durante la guerra.

Tale punto di vista è in contrasto con il diritto internazionale. Il Tribunale penale internazionale ha confermato che l’uso di stupri nel conflitto armato è un crimine di guerra.

Dopo aver giustificato la violenza sulla donna, Eliyahu continua a incolpare la vittima, chiedendosi se “sia stata creata apposta per farsi desiderare e poter incriminare il soldato”. Eliyahu implicava persino che queste vittime di stupro dovessero essere grate di non essere uccise o tenute in schiavitù sessuale per il resto della loro vita.

“Notare che la sua vita è stata risparmiata durante la guerra”, ha scritto. “Non è nemmeno tenuta prigioniera con una spada. Non potrà vivere con lei, come uno vive con le donne e poi venderla come schiava. Lui la libera! Libera come un uccello!!”

Protagonista di bigottismo

La rivelazione che Shmuel Eliyahu ha dato tali riprovevoli consigli non dovrebbe sorprendere.

Il pastore israeliano di 60 anni, il cui stipendio è pagato dallo Stato,  ha creato la sua figura come il  principale bigotto del paese, incitando contro i palestinesi indigeni, i rifugiati africani, le comunità gay e lesbica di Israele e persino contro gli ebrei laici .

È stato indagato dalle autorità israeliane per presunto incitamento al razzismo – anche se poi non è stato perseguito.

Nel 2010, Eliyahu scrisse un editto religioso che vieta agli ebrei di vendere o addirittura affittare proprietà a persone non ebraiche.

Eliyahu fece pressioni su di un residente locale di Safad, un sopravvissuto all’Olocausto nazista di 89 anni,  perché smettesse di affittare stanze della sua casa ai cittadini palestinesi di Israele studenti del collegio locale. L’uomo alla fine chiese agli studenti di lasciare l’abitazione dopo avere ricevuto minacce per telefono riguardo l’incendio della sua casa se non lo avesse fatto.

Eliyahu è un figlio dell’anziano Mordechai Eliyahu, che fu capo rabbino d’Israele dal 1983 al 1993.

Quando tale carica rimase vacante nel 2013, Jewish Home – un partito profondamente coinvolto nel movimento dei coloni israeliani – sollecitò che fosse Shmuel Eliyahu ad occuparla. Jewish Home è parte della coalizione di governo di Israele.

Il suggerimento di proporre Eliyahu assomiglia allo stesso con cui venne proposto in passato Eyal Krim, ora rabbino capo dell’esercito israeliano.

Nel 2003, anche Krim  sancì lo stupro durante la guerra nella rubrica “Chiedi al rabbino” per Kipa.co.il.

L’anno scorso la sua nomina come rabbino capo dell’esercito è stata ritardata di una settimana. Infuriati dalle sue osservazioni sullo stupro, alcuni politici di sinistra si opposero alla sua nomina con un appello all’alta corte  israeliana; il loro appello fu respinto.

Durante quel breve ritardo, Krim ricevette il pieno sostegno di oltre 150 rabbini militari, nonché di ministri al governo del partito della  Jewish Home.

Negli ultimi anni, numerosi ministri della Jewish Home sono stati accusati di crimini sessuali. In un caso le accuse  furono esaminate da un forum di rabbini, affiliato con il partito, che decise di archiviare il caso.

Il capo di quel forum rabbinico era Shmuel Eliyahu.

 

trad. Invictapalestina.org

Fonte: https://electronicintifada.net/content/rabbi-who-urged-gaza-genocide-excused-rape-soldiers/21566

(*) David Sheen è uno scrittore e regista indipendente. Nato a Toronto, in Canada, Sheen vive a Dimona. Il suo sito web è http://www.davidsheen.com e può essere seguito su Twitter: @davidsheen.

Preso da: https://www.invictapalestina.org/archives/29721