Robert Kennedy jr: Perché gli arabi non ci vogliono in Siria

Dal sito Politico.eu, vale davvero la pena di riportare la traduzione integrale del lungo e dissacrante articolo (di cui abbiamo già parlato qui) in cui Robert Kennedy jr riassume agli americani ipnotizzati (e agli alleati europei) il “disgustoso” contesto storico, a partire dalla seconda guerra mondiale, in cui si inserisce la terribile guerra siriana dei nostri giorni e la creazione dell’Isis da parte della Cia, a protezione del cartello del petrolio.  

di Robert F. Kennedy, JR, 23 febbraio 2016, aggiornato al 1° marzo 2016

In parte perché mio padre è stato assassinato da un arabo, ho fatto uno sforzo per comprendere l’impatto della politica degli Stati Uniti in Medio Oriente e in particolare i fattori che motivano a volte le sanguinarie risposte  del mondo islamico contro il nostro paese. Concentrando l’attenzione sull’ascesa dello Stato islamico e andando alla ricerca delle cause originarie della barbarie che ha portato via così tante vite innocenti a Parigi e San Bernardino, sarebbe meglio andare al di là delle spiegazioni di comodo sulla religione e l’ideologia. Dovremmo invece esaminare le logiche più complesse della storia e del petrolio – e renderci conto che spesso esse chiamano in causa le responsabilità del nostro paese.

Il disgustoso record americano di interventi violenti in Siria – poco conosciuto dal popolo americano ma ben noto ai siriani – ha seminato un terreno fertile per il jihadismo islamico violento che ora complica una qualsiasi risposta efficace del nostro governo per affrontare la sfida dell’ISIL.  Finché l’opinione pubblica e i politici americani non si rendono consapevoli di questo passato, ulteriori interventi rischiano solo di aggravare la crisi. Questa settimana il Segretario di Stato John Kerry ha annunciato un cessate il fuoco “provvisorio” in Siria. Ma dal momento che il potere di influenza e il prestigio degli Stati Uniti in Siria sono al minimo – e il cessate il fuoco non include combattenti importanti come lo Stato islamico e al Nusra – nel migliore dei casi è destinato ad essere una tregua piuttosto precaria. Allo stesso modo, l’intensificazione da parte del presidente Obama dell’intervento militare in Libia – attacchi aerei degli Stati Uniti la scorsa settimana hanno preso di mira un campo di addestramento Stato islamico – è probabile che rafforzi, piuttosto che indebolire, gli esponenti più radicali. Come ha riportato in prima pagina il New York Times l’8 dicembre 2015, i leader politici dello stato islamico e i pianificatori strategici stanno lavorando per provocare un intervento militare americano. Essi sanno per esperienza che questo provocherà un grande afflusso di combattenti volontari nelle loro fila, soffocando le voci moderate e unificando tutto il mondo islamico contro l’America.

Per capire questa dinamica, dobbiamo guardare la storia dal punto di vista dei siriani e in particolare le cause del conflitto in corso. Molto prima che la nostra occupazione dell’Iraq nel 2003 innescasse la rivolta sunnita che si è ormai trasformata in Stato Islamico, la CIA aveva nutrito lo jihadismo violento come un’arma da guerra fredda e caricato così di elementi tossici le relazioni U.S./Siria.

Questo non è avvenuto senza polemiche interne. Nel mese di luglio 1957, a seguito di un fallito colpo di stato della CIA in Siria, mio zio, il senatore John F. Kennedy, infiammò la Casa Bianca di Eisenhower, i leader di entrambi i partiti politici ed i nostri alleati europei con un discorso che è stato una pietra miliare, in cui sosteneva il diritto di auto-governo del mondo arabo e la fine delle ingerenze imperialiste degli Stati Uniti nei paesi arabi. Nel corso della mia vita, e in particolare durante i miei frequenti viaggi in Medio Oriente, innumerevoli arabi mi hanno ricordato con entusiasmo quel discorso come la più chiara affermazione dell’idealismo che essi si aspettavano dagli USA. Il discorso di Kennedy era un invito a riconnettere l’America con quegli alti valori che il nostro paese aveva sostenuto nella Carta atlantica; l’impegno formale a che tutte le ex colonie europee dopo la seconda guerra mondiale avessero il diritto all’auto-determinazione.Nel 1941 Franklin D. Roosevelt aveva spinto con forza Winston Churchill e gli altri leader alleati a firmare la Carta Atlantica come condizione preliminare per il sostegno americano nella guerra contro il fascismo europeo.

Ma grazie in gran parte a Allen Dulles e alla CIA, i cui intrighi di politica estera erano spesso in contrasto diretto con le politiche dichiarate della nostra nazione, il percorso ideale delineato nella Carta Atlantica è rimasto una strada che non è stata intrapresa. Nel 1957 mio nonno, l’ambasciatore Joseph P. Kennedy, fece parte di un comitato segreto incaricato di investigare le azioni clandestine della CIA in Medio Oriente. Il cosiddetto “Rapporto Bruce-Lovett“, del quale è stato uno dei firmatari, descriveva le trame della CIA per colpi di stato in Giordania, Siria, Iran, Iraq ed Egitto, tutti fatti di conoscenza comune sulla piazza araba, ma praticamente sconosciuti al popolo americano, che credeva, prendendole per buone, alle smentite del suo governo. Il rapporto incolpava la CIA  del dilagante antiamericanismo che allora stava misteriosamente prendendo piede “in numerosi paesi del mondo di oggi.” Il Rapporto Bruce-Lovett sottolineava che tali interventi erano contrari ai valori americani e avevano compromesso la leadership internazionale degli Stati Uniti e la sua autorità morale senza che il popolo americano ne fosse a conoscenza. Il rapporto diceva anche che la CIA non ha mai considerato il modo in cui avrebbe trattato tali interventi se qualche governo straniero li avesse progettati nel nostro paese.

Questa è la storia sanguinosa di cui interventisti moderni come George W. Bush, Ted Cruz e Marco Rubio omettono di parlare quando recitano la loro retorica narcisistica sul fatto che i nazionalisti del Medio Oriente “ci odiano per le nostre libertà.”  Per la maggior parte di loro non è così; invece ci odiano per il modo in cui abbiamo tradito tali libertà – i nostri stessi ideali – all’interno dei loro confini.

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Perché gli americani capiscano realmente cosa sta succedendo, è importante rivedere alcuni dettagli di questa storia sordida, e poco ricordata. Nel corso degli anni ’50, il Presidente Eisenhower e i fratelli Dulles – il direttore della CIA Allen Dulles e il Segretario di Stato John Foster Dulles – respinsero le proposte sovietiche di un trattato per un Medio Oriente come zona neutrale nella guerra fredda e per lasciare agli arabi il governo del mondo arabo. Invece, essi misero in piedi una guerra clandestina contro il nazionalismo arabo – che Allen Dulles equiparava al comunismo – in particolare quando l’autogoverno arabo minacciò le concessioni petrolifere. In segreto inviarono massicci aiuti militari americani ai tiranni in Arabia Saudita, Giordania, Iraq e Libano, favorendo dei fantocci con ideologie conservatrici jihadiste che essi consideravano come un affidabile antidoto al marxismo sovietico. In un incontro alla Casa Bianca tra il direttore strategico della CIA, Frank Wisner, e John Foster Dulles, nel settembre del 1957, secondo un memo registrato dal suo segretario personale, il generale Andrew J. Goodpaster, Eisenhower consigliò così l’agenzia: “Dobbiamo fare tutto il possibile per sottolineare l’aspetto della ‘guerra santa’”.

La CIA ha iniziato la sua ingerenza attiva in Siria nel 1949 – appena un anno dopo la creazione dell’Agenzia. I patrioti siriani avevano dichiarato guerra ai nazisti, espulso i loro governatori coloniali francesi di Vichy e realizzato una fragile democrazia laica basata sul modello americano. Ma nel marzo 1949, il presidente democraticamente eletto della Siria, Shukri al-Quwatli, esitò ad approvare la pipeline Trans-araba, un progetto americano destinato a collegare i campi petroliferi dell’Arabia Saudita ai porti del Libano attraverso la Siria. Nel suo libro, Legacy of Ashes, lo storico della CIA Tim Weiner racconta che come rappresaglia per il mancato entusiasmo sull’oleodotto americano da parte di Al-Quwatli, la CIA organizzò un colpo di stato che sostituì al-Quwatli con un dittatore scelto dalla CIA, un truffatore pregiudicato di nome Husni al-za’im. Al-za’im ebbe appena il tempo di sciogliere il parlamento e approvare l’oleodotto americano prima che i suoi connazionali lo destituissero, dopo quattro mesi e mezzo di regime.

A seguito di numerosi contro-colpi di stato nei paesi destabilizzati, il popolo siriano cercò di nuovo di istituire la democrazia nel 1955, ri-eleggendo al-Quwatli e il suo partito nazionale. Al-Quwatli era ancora neutrale nella guerra fredda, ma, dopo la batosta del coinvolgimento americano nella sua cacciata, ora tendeva verso il campo sovietico. Questo atteggiamento portò il direttore della CIA Dulles a dichiarare che “la Siria è matura per un colpo di stato” e inviare a Damasco i suoi due maghi in colpi di stato, Kim Roosevelt e Rocky Stone.

Due anni prima, Roosevelt e Stone avevano orchestrato un colpo di stato in Iran contro il presidente democraticamente eletto Mohammed Mosaddegh, dopo che Mosaddegh aveva cercato di rinegoziare i termini dei contratti dell’Iran, sbilanciati a favore del gigante petrolifero britannico Anglo-Iranian Oil Company (ora BP). Mosaddegh era il primo leader eletto nella storia iraniana da 4000 anni e un campione popolare della democrazia in tutto il mondo in via di sviluppo. Mosaddegh espulse tutti i diplomatici britannici dopo aver scoperto un tentativo di colpo di stato da parte di ufficiali dei servizi segreti U.K. che lavoravano in combutta con BP.  Mosaddegh, tuttavia, fece l’errore fatale di resistere alle suppliche dei suoi consiglieri di espellere anche la CIA, che essi giustamente sospettavano essere complice del complotto britannico. Mosaddegh idealizzava gli Stati Uniti come un modello per la nuova democrazia in Iran e li considerava incapaci di tali perfidie. Nonostante le trame di Dulles, il presidente Harry Truman aveva proibito alla CIA di unirsi attivamente ai britannici per rovesciare Mosaddegh. Quando Eisenhower entrò in carica nel gennaio del 1953, immediatamente scatenò Dulles.  Dopo aver spodestato Mosaddegh con l’ “Operazione Ajax,” Stone e Roosevelt installarono al potere lo Shah Reza Pahlavi, che favorì le compagnie petrolifere degli Stati Uniti, ma durante i suoi due decenni di regno esercitò una tale ferocia verso il suo popolo, sponsorizzata dalla CIA, che alla fine ha  innescato la rivoluzione islamica del 1979, il tormento della nostra politica estera per 35 anni.

Secondo Safe for Democracy: Le guerre segrete della CIA, di John Prados, dopo il “successo” della sua Operazione Ajaxn in Iran, Stone arrivò a Damasco nel mese di aprile 1957 con 3 milioni di $ per armare e incitare i militanti islamici e corrompere gli ufficiali dell’esercito siriano e i politici siriani allo scopo di rovesciare il regime laico democraticamente eletto di al-Quwatli. Lavorando con i Fratelli Musulmani e milioni di dollari, Rocky Stone tramò per assassinare il capo della intelligence siriana, il generale dello stato maggiore e il leader del partito comunista, e progettare “cospirazioni nazionali e varie provocazioni armate” in Iraq, Libano e Giordania, che avrebbero potuto essere imputate ai baathisti siriani. Tim Weiner descrive in Legacy of Ashes come il piano della CIA fosse di destabilizzare il governo siriano e creare un pretesto per un’invasione da parte di Iraq e Giordania, i cui governi erano già sotto il controllo della CIA.  Kim Roosevelt prevedeva che il nuovo governo fantoccio della CIA avrebbe “messo in atto in primo luogo  misure repressive ed esercitato il potere in modo arbitrario“, secondo documenti declassificati della CIA riportati sul quotidiano The Guardian.

Ma tutti quei soldi della CIA non riuscirono a corrompere gli ufficiali militari siriani. I soldati riportarono i tentativi di corruzione della CIA al regime baathista. In risposta, l’esercito siriano invase l’ambasciata americana, prendendo prigioniero Stone. Dopo un duro interrogatorio, Stone fece una confessione sul suo ruolo nel colpo di stato iraniano e sul tentativo della CIA, poi abortito, di rovesciare il governo legittimo della Siria, e la confessione fu trasmessa alla televisione. I siriani espulsero Stone e due membri dello staff dell’ambasciata degli Stati Uniti – la prima volta che un diplomatico americano del Dipartimento di Stato è stato espulso da un paese arabo. La Casa Bianca Eisenhower respinse la confessione di Stone come una “montatura” e una “calunnia”, e la negazione fu presa per buona da tutta la stampa americana, guidata dal New York Times, e fu creduta dal popolo americano, che condivideva la visione idealistica del suo governo di Mosaddegh. La Siria fece dimettere tutti i politici simpatizzanti degli Stati Uniti e condannò a morte per tradimento tutti gli ufficiali militari legati al colpo di stato. Per ritorsione, gli Stati Uniti spostarono la Sesta Flotta nel Mediterraneo, minacciando la guerra e spingendo la Turchia ad invadere la Siria.  I turchi ammassarono 50.000 soldati ai confini della Siria e fecero marcia indietro solo di fronte all’opposizione unita della Lega araba, i cui leader erano furiosi per l’intervento degli Stati Uniti.   Anche dopo la sua espulsione, la CIA proseguì con i suoi sforzi segreti per rovesciare il governo ba’athista democraticamente eletto della Siria. Secondo Matthew Jones in “The ‘Preferred Plan’: The Anglo-American Working Group Report on Covert Action in Syria, 1957, la CIA formulò dei piani con il servizio segreto britannico MI6 per formare un “Comitato di liberazione della Siria” e armò i Fratelli Musulmani per assassinare tre funzionari del governo siriano che avevano contribuito a rendere pubblico “il complotto americano” . Le trame della CIA hanno ancor più allontanato la Siria dagli Stati Uniti, spingendola verso una alleanza duratura con la Russia e l’Egitto.

Dopo il secondo tentativo di colpo di stato in Siria, rivolte anti-americane scossero il Medio Oriente dal Libano all’Algeria. Tra le ripercussioni, vi fu il colpo di stato del 14 luglio 1958, guidato dalla nuova ondata di ufficiali dell’esercito anti-americani che rovesciarono il monarca filoamericano iracheno, Nuri al-Said. I golpisti pubblicarono documenti governativi segreti, che dimostravano come Nuri al-Said fosse un fantoccio ben pagato della CIA. In risposta al tradimento americano, il nuovo governo iracheno invitò diplomatici e consiglieri economici sovietici in Iraq e voltò le spalle all’Occidente.

Essendo stato allontanato dall’Iraq e dalla Siria, Kim Roosevelt fuggì in Medio Oriente per lavorare come dirigente per l’industria petrolifera, che aveva servito così bene durante la sua carriera di servizio pubblico alla CIA. Secondo Weiner il sostituto a capo della CIA nominato da Roosevelt, James Critchfield, mise in piedi un attentato fallito contro il nuovo presidente iracheno usando un fazzoletto avvelenato. Cinque anni dopo, la CIA finalmente riuscì a deporre il presidente iracheno e installare al potere in Iraq il partito Baat. Uno degli illustri leader della squadra ba’athista della CIA era un giovane assassino carismatico di nome Saddam Hussein.  Secondo A Brutal Friendship: The West and the Arab Elite, di Said Aburish , giornalista e scrittore, il segretario del partito Ba’ath, Ali Saleh Sa’adi, che si era insediato al fianco di Saddam Hussein, dirà più tardi: “Siamo arrivati al potere su un treno della CIA“. Aburish racconta che la CIA diede a Saddam ed ai suoi amici una lista di persone da assassinare che “dovevano essere eliminate immediatamente al fine di assicurare il successo.”  Tim Weiner scrive che Critchfield ha poi riconosciuto che la CIA aveva, in sostanza, “creato Saddam Hussein.

Durante gli anni di Reagan, la CIA rifornì Hussein di miliardi di dollari per la formazione, il supporto alle forze speciali, armi e intelligence di combattimento, sapendo bene che egli usava armi chimiche e biologiche e gas nervino – tra cui l’antrace ottenuta dal governo degli Stati Uniti – nella sua guerra contro l’Iran. Reagan e il suo direttore della CIA, Bill Casey, consideravano Saddam come un potenziale amico per l’industria petrolifera statunitense e una barriera robusta contro la diffusione della rivoluzione islamica iraniana. Il loro emissario, Donald Rumsfeld, in un viaggio a Baghdad nel 1983 regalò a Saddam degli speroni d’oro da cowboy e un menu di armi biologiche/chimiche e convenzionali. Allo stesso tempo, la CIA stava illegalmente rifornendo il nemico di Saddam, l’Iran, con migliaia di missili anti-carro e anti-aerei per combattere in Iraq, un crimine reso famosa dallo scandalo Iran-Contra. Jihadisti dai entrambe le parti in seguito hanno riconvertito contro il popolo americano molte di queste armi in dotazione dalla CIA.

Anche mentre l’America prepara l’ennesimo intervento violento in Medio Oriente, la maggior parte degli americani non è consapevole dei molti modi in cui il “contraccolpo” dei precedenti errori della CIA ha contribuito a creare la crisi attuale. Le ripercussioni di decenni di inganni della CIA continuano oggi a risuonare in tutto il Medio Oriente, nelle capitali nazionali, dalle moschee alle scuole coraniche, sul paesaggio distrutto della democrazia e dell’Islam moderato che la CIA ha aiutato a cancellare.

Una sfilata di dittatori iraniani e siriani, tra cui Bashar al-Assad e suo padre, hanno invocato la storia dei colpi di stato sanguinosi della CIA come pretesto per il loro regime autoritario, per le tattiche repressive e la necessità di una forte alleanza con la Russia. Queste storie sono quindi ben note al popolo di Siria e Iran, che naturalmente interpretano l’ipotesi di un intervento degli Stati Uniti nel contesto di quella storia.

Mentre la stampa americana compiacente ripete a pappagallo la narrazione secondo la quale il nostro sostegno militare all’insurrezione siriana è puramente umanitario, molti arabi vedono la crisi come un’altra guerra per procura sui gasdotti e la geopolitica. Prima di attizzare l’incendio, sarebbe saggio da parte nostra prendere in considerazione i numerosi fatti a sostegno di quel punto di vista.

A loro avviso, la nostra guerra contro Bashar Assad non è cominciata con le pacifiche proteste civili della primavera araba nel 2011. Invece è iniziata nel 2000, quando il Qatar propose di costruire 1.500 km di gasdotto per la cifra di 10 miliardi, attraverso Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia. Il Qatar divide con l’Iran il giacimento di gas di South Pars / North Dome, il giacimento di gas naturale più ricco del mondo. L’embargo del commercio internazionale fino a poco tempo fa vietava all’Iran di vendere gas dall’estero. Nel frattempo, il gas del Qatar può raggiungere i mercati europei solo se viene liquefatto e spedito via mare, un percorso che limita il volume e aumenta sensibilmente i costi. La conduttura proposta avrebbe connesso il Qatar direttamente ai mercati europei dell’energia tramite terminali di distribuzione in Turchia, che intascherebbe ricche tasse di transito. Il gasdotto Qatar / Turchia darebbe ai regni sunniti del Golfo Persico una decisiva posizione dominante sui mercati del gas naturale mondiali e rafforzerebbe il Qatar, il più stretto alleato degli Stati Uniti nel mondo arabo. Il Qatar ospita due enormi basi militari americane ed è la sede in Medio Oriente del Comando Centrale degli Stati Uniti.

L’UE, che ottiene il 30 per cento del suo gas dalla Russia, era ugualmente molto interessata al gasdotto, che avrebbe dato ai suoi stati membri energia a basso costo e un allentamento della soffocante influenza economica e politica di Vladimir Putin. La Turchia, il secondo più grande cliente del gas della Russia, era particolarmente ansiosa di porre fine alla sua dipendenza dal suo antico rivale e di posizionarsi come l’hub del redditizio transito dei combustibili asiatici verso i mercati dell’UE. La conduttura del Qatar avrebbe beneficiato la monarchia conservatrice sunnita dell’Arabia Saudita dandole un punto di appoggio nella Siria sciita. L’obiettivo geopolitico dei sauditi è quello di contenere il potere economico e politico del principale rivale, l’Iran, uno stato sciita, e stretto alleato di Bashar Assad. La monarchia saudita ha visto il cambio di gestione sciita sponsorizzato dagli USA in Iraq (e, più recentemente, la cessazione dell’embargo commerciale dell’Iran) come una retrocessione per il suo status di potenza regionale ed era già impegnata in una guerra per procura contro Teheran in Yemen, evidenziata dal genocidio saudita contro la tribù Houthi sostenuta dall’Iran.

Naturalmente, i russi, che vendono il 70 per cento delle loro esportazioni di gas all’Europa, vedevano il gasdotto Qatar / Turchia come una minaccia esistenziale. Da punto di vista di Putin, il gasdotto del Qatar è un complotto della NATO per cambiare lo status quo, privare la Russia del suo unico punto d’appoggio in Medio Oriente, strangolare l’economia russa e porre fine all’influenza russa nel mercato europeo dell’energia. Nel 2009, Assad ha annunciato che si sarebbe rifiutato di firmare l’accordo che consentiva al gasdotto di attraversare la Siria, “per proteggere gli interessi del nostro alleato russo.

Assad ha fatto infuriare ulteriormente i monarchi sunniti del Golfo, sostenendo un “gasdotto islamico” approvato dalla Russia che parte dal giacimento di gas dell’Iran, attraversa la Siria e giunge sino ai porti del Libano. Il gasdotto islamico renderebbe l’Iran sciita, non il Qatar sunnita , il principale fornitore del mercato europeo dell’energia e aumenterebbe notevolmente l’influenza di Teheran in Medio Oriente e nel mondo. Israele è comprensibilmente determinato a far deragliare la pipeline islamica, che arricchirebbe l’Iran e la Siria e, presumibilmente, rafforzerebbe le loro derivazioni, Hezbollah e Hamas.

Report e documenti segreti delle agenzie di intelligence di Stati Uniti, Arabia e Israele indicano che quando Assad ha rifiutato i gasdotti del Qatar, gli strateghi militari e di intelligence  sono rapidamente giunti alla conclusione condivisa che fomentare una rivolta sunnita in Siria per rovesciare il non collaborativo Bashar Assad fosse un percorso fattibile per raggiungere l’obiettivo comune di completare il gasdotto Qatar/Turchia. Nel 2009, secondo WikiLeaks, subito dopo che Bashar Assad respinse la pipeline del Qatar, la CIA iniziò a finanziare gruppi di opposizione in Siria. E’ importante notare che questo è successo ben prima della rivolta (indotta) della Primavera araba contro Assad.

La famiglia di Bashar Assad è alawita, una setta musulmana ampiamente percepita come allineata con il campo sciita. Il giornalista Seymour Hersh mi ha detto in un’intervista: “Bashar Assad non avrebbe mai dovuto diventare presidente. Suo padre lo riportò a casa dall’università di medicina a Londra quando il fratello maggiore, l’erede designato, rimase ucciso in un incidente d’auto.” Prima dell’inizio della guerra, secondo Hersh, Assad si stava muovendo per liberalizzare il paese. “Avevano internet e giornali e sportelli bancomat e Assad voleva andare in direzione dell’occidente. Dopo il 9/11, mandò migliaia di preziosi file alla CIA sui radicali jihadisti, che egli considerava un nemico comune.”  Il regime di Assad era volutamente laico e la Siria era straordinariamente variegata. Il governo siriano e i militari, per esempio, erano all’80 per cento sunniti. Assad ha mantenuto la pace tra i suoi popoli diversi grazie a un forte esercito disciplinato e fedele alla famiglia Assad, alla sicura fedeltà di un corpo di ufficiali a livello nazionale stimato e ben pagato, un apparato di intelligence freddamente efficiente e un uso della brutalità che, prima della guerra, era piuttosto moderato rispetto a quello di altri leader del Medio Oriente, tra cui i nostri alleati attuali. Secondo Hersh, “Di certo non decapitava persone ogni mercoledì, come fanno i sauditi alla Mecca“.

Un altro veterano del giornalismo, Bob Parry,  condivide la stessa valutazione. “Nessuno nella regione ha le mani pulite, ma nei regni delle torture, uccisioni di massa, [soppresse] libertà civili e sostegno al terrorismo, Assad è molto meglio dei sauditi.”  Nessuno credeva che il regime fosse vulnerabile a quell’anarchia che aveva lacerato Egitto, Libia, Yemen e Tunisia.  Nella  primavera del 2011 a Damasco c’erano delle piccole manifestazioni pacifiche contro la repressione da parte del regime di Assad.  Erano principalmente gli effetti della primavera araba che si erano diffusi viralmente nella Lega degli Stati Arabi l’estate precedente. Tuttavia, i documenti di WikiLeaks indicano che la CIA era già sul terreno in Siria.

Ma i regni sunniti con un enorme ammontare di petrodollari in gioco volevano un coinvolgimento molto più profondo dell’America. Il 4 settembre 2013, il Segretario di Stato John Kerry ha detto in una audizione al Congresso che i regni sunniti si erano offerti di pagare il conto per un’invasione statunitense della Siria per spodestare Bashar Assad. “In effetti, alcuni di loro hanno detto che se gli Stati Uniti erano pronti ad andare a compiere l’opera, nel modo in cui avevamo fatto in precedenza da altre parti [Iraq], essi ne avrebbero pagato il costo.” Kerry ha detto di questa offerta alla Rep. Ileana Ros-Lehtinen. (R-Fla.): “Per quanto riguarda l’offerta dei paesi arabi di sostenere i costi di [un’invasione americana] per rovesciare Assad, la risposta è assolutamente sì, l’hanno fatta. L’offerta è sul tavolo.

Nonostante le pressioni dei repubblicani, Barack Obama ha esitato a mandare dei giovani americani a morire come mercenari per un conglomerato di imprese della pipeline. Obama ha saggiamente ignorato le richieste repubblicane di mandare truppe di terra in Siria o far arrivare maggiori finanziamenti agli “insorti moderati”. Ma alla fine del 2011, la pressione repubblicana e i nostri alleati sunniti avevano spinto il governo americano nella mischia.

Nel 2011, gli Stati Uniti si sono uniti a Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito per formare la Coalizione degli Amici della Siria, che ha chiesto formalmente la rimozione di Assad. La CIA ha fornito 6 milioni di $ a Barada, un canale televisivo britannico, per la produzione di appelli alla cacciata di Assad. Documenti dei servizi segreti sauditi, pubblicati da Wikileaks, mostrano che nel 2012 la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita stavano armando, formando e finanziando combattenti radicali sunniti jihadisti provenienti da Siria, Iraq e altrove, per rovesciare il regime di Assad alleato degli sciiti. Il Qatar, che aveva da guadagnarci più di tutti, ha investito  3 miliardi di $  per costruire l’insurrezione e ha invitato il Pentagono ad addestrare gli insorti presso le basi statunitensi in Qatar.  Secondo un articolo di aprile 2014 di Seymour Hersh, gli addestramenti della CIA erano finanziati da Turchia, Arabia Saudita e Qatar.

L’idea di fomentare una guerra civile tra sunniti e sciiti per indebolire i regimi siriano e iraniano al fine di mantenere il controllo delle forniture petrolchimiche della regione non era un concetto nuovo nel lessico del Pentagono. Il rapporto Rand del 2008, che inchioda il Pentagono, conteneva un progetto preciso di quello che stava per accadere. Il rapporto osserva che il controllo dei depositi di gas e di petrolio del Golfo Persico rimarrà, per gli Stati Uniti, “una priorità strategica” che “interagisce fortemente con quella di perseguire la guerra duratura.” Rand raccomanda l’utilizzo di “azioni segrete, operazioni di informazione, guerra non convenzionale” per imporre una strategia del “divide et impera“. “Gli Stati Uniti e i suoi alleati locali potrebbero utilizzare i jihadisti nazionalisti per lanciare una campagna per procura” e “i leader degli Stati Uniti potrebbero anche scegliere di sfruttare al meglio il progetto di conflitto tra sciiti e sunniti, prendendo le parti dei regimi sunniti conservatori contro i movimenti sciiti nel mondo musulmano … possibilmente sostenendo i governi sunniti autoritari contro un Iran continuamente ostile.

Come previsto, la reazione eccessiva di Assad alla crisi di marca straniera – sganciare bombe sulle roccaforti sunnite uccidendo i civili – ha polarizzato la divisione sciiti / sunniti della Siria e ha permesso ai politici degli Stati Uniti di vendere agli americani l’idea che la lotta che veniva condotta era una guerra umanitaria. Quando i soldati sunniti dell’esercito siriano hanno cominciato le defezioni nel 2013, la coalizione occidentale ha armato il Free Syrian Army per destabilizzare ulteriormente la Siria. Il ritratto fatto dalla stampa del Free Syrian Army come di battaglioni compatti di moderati siriani era del tutto delirante. Le unità disciolte sono state riaggregate in centinaia di milizie indipendenti, la maggior parte delle quali erano comandate da, o alleate con, i militanti jihadisti, i combattenti più impegnati ed efficaci. Da allora, gli eserciti sunniti di Al Qaeda in Iraq stanno attraversando il confine dall’Iraq alla Siria e unendo le forze con gli squadroni di disertori del Free Syrian Army, molti dei quali addestrati e armati dagli Stati Uniti.

Nonostante il prevalente ritratto fatto dai media di una rivolta araba moderata contro il tiranno Assad, i pianificatori di intelligence degli Stati Uniti sapevano fin dall’inizio che i sostenitori dei gasdotti per loro conto erano jihadisti radicali che probabilmente intendono ritagliarsi un nuovo califfato islamico dalle regioni sunnite di Siria e Iraq. Due anni prima che i tagliagole dell’ISIL facessero il loro debutto sulla scena mondiale, uno studio di sette pagine del 12 Agosto 2012 dell’Intelligence Agency statunitense della Difesa, ottenuto dal gruppo di destra Judicial Watch, avvertiva che grazie al sostegno continuo per jihadisti sunniti radicali da parte di Stati Uniti/Coalizione sunnita “i Salafiti, i Fratelli musulmani e AQI (ora ISIS), sono le principali forze motrici della rivolta in Siria.

Utilizzando i finanziamenti degli Stati Uniti e degli stato del Golfo, questi gruppi avevano trasformato le proteste pacifiche contro Bashar Assad in “una direzione chiaramente settaria (sciiti contro sunniti)“. Il documento osserva che il conflitto era diventato una guerra civile settaria sunnita sostenuta da “poteri politici e religiosi“. Il rapporto descrive il conflitto siriano come una guerra globale per il controllo delle risorse della regione con” l’Occidente, i paesi del Golfo e la Turchia a sostegno dell’opposizione [di Assad], mentre la Russia, la Cina e l’Iran sostengono il regime“. Gli autori del Pentagono del rapporto di sette pagine sembrano approvare l’avvento previsto del califfato ISIS: “Se la situazione si sbroglia, vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o non dichiarato nella parte orientale della Siria (Hasaka e Der Zor) e questo è esattamente ciò che vogliono i poteri che sostengono l’opposizione al fine di isolare il regime siriano“. Il rapporto del Pentagono avverte che questo nuovo principato potrebbe muoversi attraverso il confine iracheno verso Mosul e Ramadi e “dichiarare un stato islamico mediante la sua unione con le altre organizzazioni terroristiche in Iraq e in Siria.”

Naturalmente, questo è esattamente quanto è successo. Non a caso, le regioni della Siria occupate dallo Stato Islamico comprendono esattamente l’itinerario previsto del gasdotto del Qatar.

Ma poi, nel 2014, i nostri procuratori sunniti hanno provocato orrore nel popolo americano tagliando numerose teste e guidando un milione di rifugiati verso l’Europa. “Strategie basate sull’idea che il nemico del mio nemico sia il mio amico possono portare a una sorta di cecità“, dice Tim Clemente, che ha presieduto la Joint Terrorism Task Force dell’FBI dal 2004 al 2008 e servito da collegamento in Iraq tra l’FBI, la polizia di Stato irachena e l’esercito americano. “Abbiamo fatto lo stesso errore di quando abbiamo formato i mujaheddin in Afghanistan. Nel momento in cui i russi hanno lasciato la zona, i nostri presunti amici hanno iniziato a distruggere le antichità, schiavizzare le donne, mutilare e sparare contro di noi “, mi ha detto Clemente in un’intervista.

Quando “Jihadi John” dello Stato Islamico ha cominciato a uccidere prigionieri in TV, la Casa Bianca ha cambiato la sua posizione, preoccupandosi meno di deporre Assad e di più della stabilità della regione. L’amministrazione Obama ha cominciato a prendere le distanze dall’insurrezione che avevamo finanziato. La Casa Bianca ha puntato il dito contro i nostri alleati. Il 3 ottobre 2014, il vice presidente Joe Biden ha detto agli studenti al Forum di John F. Kennedy Jr. presso l’Istituto di Politica ad Harvard che “i nostri alleati nella regione erano il nostro problema più grande in Siria.” Ha spiegato che la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti erano “così determinati ad abbattere Assad” che avevano lanciato una “guerra per procura tra sunniti e sciiti” convogliando “centinaia di milioni di dollari e decine di migliaia di tonnellate di armi verso tutti coloro che sarebbero stati disposti a combattere contro Assad. Tranne che le persone che sono state finanziate erano al-Nusra, e al-Qaeda “- i due gruppi che si sono fusi nel 2014 per formare lo Stato islamico. Biden sembrava irritato del fatto che non ci si poteva fidare che i nostri “amici” fidati seguissero l’agenda americana.

In tutto il Medio Oriente, i leader arabi accusano gli Stati Uniti di aver creato lo Stato islamico. Alla maggior parte degli americani, tali accuse sembrano folli. Tuttavia, per molti arabi, la prova del coinvolgimento degli Stati Uniti è così schiacciante che ne concludono che il nostro ruolo nel promuovere lo Stato Islamico deve essere stato intenzionale.

In effetti, molti dei combattenti dello Stato Islamico e i loro comandanti sono i successori dell’ideologia e dell’organizzazione jihadista che la CIA ha sostenuto per più di 30 anni dalla Siria all’Egitto, in Afghanistan e in Iraq.

Prima dell’invasione americana, nell’Iraq di Saddam Hussein Al Qaeda non esisteva. Il presidente George W. Bush ha distrutto il governo laico di Saddam, e il suo viceré, Paul Bremer, in un atto monumentale di cattiva gestione, di fatto ha creato l’esercito sunnita, ora chiamato Stato Islamico. Bremer ha portato gli sciiti al potere e ha messo fuori legge il Baath Party di Saddam, licenziando circa 700.000 funzionari di governo e di partito in maggioranza sunniti, dai ministri agli insegnanti. Ha poi sciolto l’esercito di 380.000 uomini, che era per l’80 per cento sunnita. Le azioni di Bremer hanno spogliato del loro rango un milione di sunniti iracheni, portando via loro le proprietà, la ricchezza e il potere; lasciando sul terreno una sottoclasse disperata di sunniti arrabbiati, istruiti, capaci, addestrati e armati fino ai denti, con poco da perdere. L’insurrezione sunnita in Iraq ha preso il nome di Al Qaeda. A partire dal 2011, i nostri alleati hanno finanziato l’invasione di combattenti di AQI  in Siria. Ad aprile 2013, dopo essere entrata in Siria, AQI ha cambiato il suo nome in ISIL.  Secondo Dexter Filkins del New Yorker, “l’ISIS è gestita da un consiglio di ex generali iracheni. …Molti sono membri del partito laico Baath di Saddam Hussein, che si sono convertiti all’Islam radicale nelle prigioni americane“. I 500 milioni di $ in aiuti militari degli Stati Uniti che Obama ha inviato in Siria quasi certamente sono finiti a beneficiare questi jihadisti militanti.  Tim Clemente, l’ex presidente della task force congiunta del FBI, mi ha detto che la differenza tra i conflitti in Iraq e in Siria sono i milioni di giovani uomini che fuggono dal campo di battaglia verso l’Europa, piuttosto che restare a combattere per le loro comunità. La spiegazione ovvia è che i moderati fuggono una guerra che non è la loro guerra. Essi vogliono semplicemente evitare di rimanere schiacciati tra l’incudine della tirannia di Assad sostenuta dai russi e il martello sunnita jihadista che noi abbiamo tenuto in mano, brandendolo come l’arma di una battaglia globale sugli oleodotti concorrenti. Non si può incolpare il popolo siriano di non aver abbracciato un progetto per la loro nazione ideato da Washington o da Mosca. Le superpotenze non hanno lasciato spazio a un futuro ideale per cui i moderati siriani potrebbero decidere di lottare. E nessuno vuole morire per una pipeline.

* * *

Qual è la risposta? Se il nostro obiettivo è la pace a lungo termine in Medio Oriente, l’autogoverno da parte delle nazioni arabe e la sicurezza nazionale a casa nostra, dobbiamo considerare qualsiasi nuovo intervento nella regione con un occhio alla storia e un intenso desiderio di imparare la lezione. Solo quando noi americani comprenderemo il contesto storico e politico di questo conflitto potremo applicare l’opportuno controllo sulle decisioni dei nostri leader. Utilizzando lo stesso immaginario e lo stesso linguaggio che ha sostenuto la nostra guerra del 2003 contro Saddam Hussein, i nostri leader politici hanno portato gli americani a credere che il nostro intervento in Siria sia una guerra idealista contro la tirannia, il terrorismo e il fanatismo religioso. Tendiamo a liquidare come mero cinismo le opinioni di quegli arabi che vedono la crisi attuale come una replica delle stesse vecchie trame sui gasdotti e la geopolitica. Ma, se vogliamo avere una politica estera efficace, dobbiamo riconoscere che il conflitto siriano è una guerra per il controllo delle risorse, non diversa dalla miriade di guerre clandestine e non dichiarate per il petrolio che abbiamo combattuto in Medio Oriente per 65 anni.

E solo quando vedremo questo conflitto come una guerra per procura su una pipeline, gli eventi diventeranno comprensibili. E’ l’unico paradigma che spiega perché il GOP a Capitol Hill e l’amministrazione Obama sono ancora fissati su un cambiamento di regime, piuttosto che sulla stabilità della regione, perché l’amministrazione Obama non può trovare moderati siriani disposti a combattere la guerra, perché l’ISIL ha fatto saltare in aria un aereo passeggeri russo, il motivo per cui appena i sauditi hanno eseguito la condanna a morte di un potente religioso sciita la loro ambasciata a Teheran è stata messa a fuoco, perché la Russia sta bombardando i combattenti non-ISIL e perché la Turchia è andata fuori dal suo spazio per abbattere un jet russo. Il milione di profughi che ora invadono l’Europa sono profughi di una guerra per il petrolio e di una CIA incompetente.

Clemente paragona l’ISIL al FARC della Colombia – un cartello della droga con un’ideologia rivoluzionaria per ispirare i suoi militanti. “Dobbiamo pensare all’ISIS come a un cartello del petrolio“, ha detto Clemente. “Alla fine, il denaro è la logica di governo. L’ideologia religiosa è uno strumento che ispira i suoi soldati motivandoli a dare la vita per un cartello del petrolio“.

Una volta che spogliamo questo conflitto della sua patina umanitaria e riconosciamo il conflitto siriano come una guerra per il petrolio, la nostra strategia di politica estera diventa chiara. Come i siriani in fuga per l’Europa, nessun americano vuole mandare i suoi figli a morire per una pipeline. Invece, la nostra prima priorità dovrebbe essere quella che nessuno ha mai menzionato – dobbiamo cacciare i nostri signori del petrolio del Medio Oriente, un obiettivo sempre più fattibile come gli Stati Uniti diventano più indipendenti in campo energetico. Quindi, dobbiamo ridurre drasticamente il nostro profilo militare in Medio Oriente e lasciare che gli arabi gestiscano l’Arabia. Altro che aiuti umanitari e garantire la sicurezza dei confini di Israele, gli Stati Uniti non ha alcun ruolo legittimo in questo conflitto. Mentre i fatti dimostrano che abbiamo giocato un ruolo nella creazione della crisi, la storia dimostra che abbiamo poco potere per risolverla.

Osservando la storia, si rimane senza fiato di fronte all’evidenza sorprendente con cui praticamente ogni intervento violento in Medio Oriente dalla seconda guerra mondiale in poi del nostro Paese si è risolto in un miserabile fallimento, con contraccolpi terribilmente costosi. Un rapporto del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti del 1997 ha rilevato che “i dati mostrano una forte correlazione tra il coinvolgimento degli Stati Uniti all’estero e un aumento degli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti“. Diciamolo chiaro; ciò che noi chiamiamo la “guerra al terrore” è in realtà solo un’altra guerra del petrolio. Da quando il petroliere Dick Cheney ha dichiarato la “Guerra Duratura” nel 2001, abbiamo sprecato 6 trilioni di $ su tre guerre all’estero e nella costruzione di una sicurezza nazionale basata sullo stato di guerra. Gli unici vincitori sono stati gli appaltatori dell’esercito e le compagnie petrolifere, che hanno intascato degli storici profitti, le agenzie di intelligence che sono cresciute in modo esponenziale in potere e influenza a scapito delle nostre libertà, e i jihadisti che invariabilmente hanno usato i nostri interventi come il più efficace strumento di reclutamento. Noi abbiamo compromesso i nostri valori, massacrato la nostra gioventù, ucciso centinaia di migliaia di persone innocenti, sovvertito il nostro idealismo e sperperato i nostri tesori nazionali in avventure all’estero inutili e costose. In questo processo, abbiamo aiutato i nostri peggiori nemici e trasformato l’America, una volta faro di libertà nel mondo, in uno stato di sorveglianza sulla sicurezza nazionale e un paria morale internazionale.

I padri fondatori dell’America avevano messo in guardia gli americani contro eserciti permanenti, coinvolgimenti stranieri e, nelle parole di John Quincy Adams, sull’ “andare all’estero in cerca di mostri da distruggere“. Quegli uomini saggi avevano capito che l’imperialismo all’estero è incompatibile con la democrazia e i diritti civili all’interno del paese. La Carta Atlantica ribadiva l’ideale originale americano per cui ogni nazione dovrebbe avere il diritto all’autodeterminazione. Nel corso degli ultimi sette decenni, i fratelli Dulles, la banda Cheney, i neoconservatori e i loro simili hanno dirottato tale principio fondamentale dell’idealismo americano e implementato il nostro apparato militare e di intelligence per servire gli interessi mercantili delle grandi imprese e, in particolare, delle compagnie petrolifere e degli appaltatori dell’esercito, che hanno letteralmente fatto una strage di questi conflitti.

E’ tempo che gli americani facciano sì che l’America volti le spalle a questo nuovo imperialismo e si riporti sul percorso dell’idealismo e della democrazia. Dovremmmo lasciare che gli arabi governino l’Arabia e impegnare le nostre energie nel grande sforzo di costruzione della nostra nazione. Dobbiamo iniziare questo processo, non invadendo la Siria, ma ponendo fine alla rovinosa dipendenza dal petrolio che ha distorto la politica estera degli Stati Uniti per mezzo secolo.

* * *

Robert F. Kennedy, Jr. è il presidente di Waterkeeper Alliance. Il suo libro più recente è Thimerosal: Let The Science Speak.

(dal sito : http://vocidallestero.it/2016/03/23/7306/ )

In Siria è finita la festa per i ciarlatani

Con l’imminente liberazione di Aleppo, il sogno dei ciarlatani della rivoluzione siriana si trasforma in incubo. Dopo anni di proclami roboanti sulla «imminente vittoria» degli insorti, questa avventura che di rivoluzione aveva solo il nome volge al disastro (nella foto, un tank nelle strade di Aleppo est)

 

 

 

Arrêt sur Info, 7 dicembre 2016 (trad. ossin)
In Siria è finita la festa per i ciarlatani 
Bruno Guigue
Con l’imminente liberazione di Aleppo, il sogno dei ciarlatani della rivoluzione siriana si trasforma in incubo, con una velocità da inferno dantesco. Dopo anni di proclami roboanti sulla «imminente vittoria» degli insorti, questa avventura che di rivoluzione aveva solo il nome volge al disastro. Sta crollando dappertutto, sepolta dalle sue stesse macerie. Dopo le spacconate, ecco il fuggi fuggi! Sconvolti, coi capelli arruffati, i disperati del takfir trascinano fuori dai loro rifugi le loro carcasse stanche, per arrendersi uno dopo l’altro. Aleppo doveva essere la «capitale della rivoluzione siriana». Errore. Oggi è il cimitero di una contro-rivoluzione sponsorizzata da Riyadh. Fuggendo di fronte all’avanzata dell’esercito nazionale, i mercenari wahhabiti, oramai, hanno un’unica scelta: arrendersi o morire.
 Sancendo la sconfitta di una insurrezione teleguidata dall’estero, la disfatta di Aleppo chiarisce un enorme inganno. C’ è stato bisogno di sette anni di dolore perché questa tragedia, provocata e alimentata da una valanga di petrodollari in un contesto di crisi regionale, si mostrasse nella sua vera luce. Non era una rivoluzione, ma un’operazione fallita di «cambio di governo», voluta da Washington e i suoi alleati. Come ha ammesso la stessa Hillary Clinton, questa operazione è stata portata avanti utilizzando alcune organizzazioni terroriste la cui casa madre (Al-Qaeda) già era una coproduzione saudo-statunitense negli anni 1980. Al-Nusra, Daesh e consorti, a loro volta, sono stati posti a servizio di una strategia del caos che mirava a polverizzare gli Stati della regione a profitto di entità etno-confessionali, la cui frammentazione dovrebbe garantirne la docilità.
Ne è venuta fuori una sanguinosa farsa, oramai seppellita sotto le macerie di questa città martirizzata da una guerra impietosa, provocata dagli appetiti di dominio imperialista alleatisi col fanatismo sponsorizzato di disperati rincretiniti fino all’ultimo centimetro cubo dei loro cervelli. Il peggio non è mai garantito, si dice, ma si è comunque verificato tutto quanto era possibile, ivi compreso l’inimmaginabile! Come leader occidentali che pretendono di combattere il terrorismo mentre gli procurano armi in nome dei diritti dell’uomo. Potenza straniere che impongono un embargo sulle medicine a popolazioni civili colpevoli di non voler combattere il loro governo. Famiglie reali sanguinarie e debosciate che danno lezioni di democrazia mentre sponsorizzano il terrore. Intellettuali francesi che esigono come un imperativo morale il bombardamento di un paese che non ci ha fatto niente. E’ un triste privilegio, ma occorre riconoscere che il dramma siriano ha generato un impressionante florilegio di porcherie.
Chi si ricorda solo con quali accenti infiammati i cantori esagonali (dell’Esagono, ovvero della Francia, ndt) di questa rivoluzione-bidone ci hanno ripetuto per sei anni che una gloriosa insurrezione avrebbe abbattuto l’odiosa tirannia! Giorno dopo giorno, nascondevano dietro una cortina fumogena l’odio che ispirava loro questo Stato siriano, il cui solo torto era di restare in piedi di fronte alla coalizione predatrice delle potenze occidentali e delle petro-monarchie corrotte. Senza vergogna, coprivano col loro clamore menzognero, attribuendole ai soldati siriani che difendevano la loro patria minacciata, le atrocità commesse da bande criminali, la cui ambizione monomaniaca era di imporre la sharia wahhabita e liquidare le minoranze confessionali.
Li abbiamo visti, li abbiamo ascoltati per lunghi anni, questi ciarlatani. I Jean-Pierre Filiu, François Burgat, Jean-Paul Chagnollaud, Pascal Boniface, Dominique Vidal, Ziad Majed, Romain Caillet, Bruno Tertrais e consorti intossicare l’opinione pubblica con le loro menzogne, rispettando scrupolosamente il capitolato d’appalto atlantista. Esperti in affabulazione, questi mitomani multicard hanno sputato sulla Siria, sul suo popolo, il suo esercito e il suo governo. Li hanno calunniati senza tregua, e ad essi facevano eco dei giornalisti la cui ignoranza è pari solo alla faziosità. Negando l’evidenza di un reclutamento mercenario internazionale finanziato dalle petro-monarchie, questi pseudo-progressisti si sono schierati, servilmente, dalla parte di un oscurantismo wahhabita al servizio dell’imperialismo occidentale. Dandosi delle arie, dispensavano lezioni di umanismo, mentre intrecciavano corone alle milizie mafiose e settarie che distruggevano la Siria. Distinguendo tra le vittime buone e le cattive, con la sinistra parlavano di diritti umani e con la destra sostenevano i torturatori takfiri.
Per incriminare il governo siriano e i suoi alleati, volevano arruolare al servizio della lor causa adulterata la sorte dei civili assediati ad Aleppo, ma omettendo di dire che l’80% di questi civili si trovavano nei quartieri protetti dal governo, e che gli altri, tenuti in ostaggio dagli jihadisti, venivano usati da questi gloriosi «rivoluzionari» come scudi umani. Volevano farci credere che l’aviazione russa bombardava gli ospedali di Aleppo, omettendo di dire che la maggior parte degli ospedali si trova ad Aleppo-ovest e subiva il fuoco incessante e assassino dei mortai “ribelli”. Orchestrando una indignazione selettiva fondata sulla permanente negazione della realtà, hanno accreditato questa monumentale truffa dei «Caschi Bianchi», brillantemente smascherata da una coraggiosa giornalista, Vanessa Beeley, che ha somministrato a questi bugiardi una lezione definitiva di onestà intellettuale e di probità professionale.
La riconquista della seconda città della Siria da parte dell’esercito nazionale non restituisce solo la speranza al popolo siriano, che comincia oramai ad intravvedere la fine del tunnel dopo tante sofferenze. Questa vittoria di un esercito in maggioranza composto da coscritti di confessione sunnita (come ha recentemente ricordato il geografo ed eccellente analista Fabrice Balanche) non smentisce solo il mito di una guerra confessionale inventato di sana pianta dagli istigatori wahhabiti. Questa riconquista spazza anche via con una grande ventata di aria fresca, in questo vittorioso mese di dicembre, i putridi miasmi lasciati nell’aria da sei anni di propaganda ad ampio raggio.
Orchestrata dai lacchè dell’imperialismo USA e dai kapò dell’oscurantismo wahhabita (che spesso si confondono), questa propaganda ha demonizzato il governo siriano attribuendogli la responsabilità dei crimini commessi dai suoi avversari. Ha anche demonizzato la Russia, il cui intervento militare in Siria – contrariamente a quella dei paesi NATO – rispetta il diritto internazionale e colpisce senza lesinare i terroristi di ogni risma. Bisogna vivere in Francia, questo paese di masochisti, per vedere impennarsi l’odio verso la Russia, con rara violenza, ogni volta che fa arretrare i terroristi. A ogni disfatta inflitta sul campo ai mandatari del massacro del Bataclan, i nostri ciarlatani esagonali, dal governo ai media, si disperano con clamori indignati!
Il dramma siriano è un catalizzatore. Mai dopo Vichy la nostra intellighenzia ha sguazzato tanto nel fango, mai ha sfidato tanto il disonore pur di celebrare lo spirito collaborazionista. Ma ecco, la ruota gira. Che cosa resta oggi del dogma interventista caro ai neocon, quando Donald Trump lo denuncia, o quando Vladimir Putin guida le danze in Medio Oriente e quando lo Stato siriano respinge i mercenari di Riyadh nella spazzatura della storia? Dubbiamente orfani, i ciarlatani del diritto umanismo (a geometria variabile) rischiano di perdere il loro eroe yankee, stanco di fare guerre stupide, e la loro fanteria mediorientale, fatta a pezzi da questo esercito siriano che disprezzano. Per i ciarlatani, decisamente, la festa è finita.

Bruno Guigue, è un ex alto funzionario, analista politico e con un incarico all’università di Réunion. E’ autore di cinque saggi, tra cui “Aux origines du conflit israélo-arabe, L’invisible remords de l’Occident”, L’Harmattan, 2002, e di centinaia di articoli.

( http://www.ossin.org/crisi-siria/2051-in-siria-e-finita-la-festa-per-i-ciarlatani )

Hillary e Google fomentarono la guerra fra sciiti e sunniti in Siria per favorire Israele

killary

di Alfredo Jalife-Rahme

Lo scrutinio delle 50 mila e-mail di Hillary Clinton, dirottate illegalmente dal suo server privato, confermano quanto sia stata settaria la sua politica estera, che pregiudica i superiori interessi geostrategici degli Stati Uniti, quando era stata segretaria  del Dipartimento di Stato come ostaggio degli interessi borsistici della vilipendiata banca di investimento Goldman Sachs e del sinistro megaspeculatore George Soros (presunto prestanome dei banchieri schiavisti Rothschild) con il fine di favorire Israele e di distruggere il mondo arabo e persiano.

Adesso 147 agenti dell’FBI analizzano le sue e-mail con 52 mila pagine divulgate dal Dipartimento di Stato, mediante le quali, la pugnace Hillary ha potuto mettere a rischio la “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti e che le possono complicare il suo percorso verso la “nomination” per il Partito Democratico, che sembrava irresistibile e questo ha  rimesso in gioco, con una  sorprendente quanto vigorosa ripresa, il  “socialista” Bernie Sanders (un ammirevole ebreo azaro antisionista ed anti Wall Street).

Wikileaks ha filtrato  52 mila pagine di e-mail private di Hillary che dimostrano la sua stretta relazione con i banchieri nordatlantici Rothschild y Rockefeller.
In una e-mail perturbatrice, Hilary aveva benedetto l’invasione fatta dagli USA in Libia con il fine di impedire il lancio della moneta dinaro-oro, la nuova divisa libertaria progettata da Muammar Gheddafi, che avrebbe messo in difficoltà il dollaro statunitense e gli interessi francesi in Africa, senza contare il sacchggio delle riserve di acqua e del gas del paese nordafricano, oggi totalmente squartato  in conseguenza del “fallito” intervento militare della NATO.

Il Dipartimento di Stato ha svelato anche, dal server privato di Hillary,  una comunicazione in cui lei  desidera il rovesciamento del presidente siriano Bashar al-Assad per beneficiare Israele, dove la ex cancelliera commette il grave errore di prospettiva di affermare che la Russia non sarebbe intervenuta, cosa che si è dimostrata del tutto erronea, quando la zar Vladimir Putin, adesso,  alla fine dei fatti di oggi, si sta dimostrando il grande trionfatore in Siria, cosa che ha obbligato il segretario di Stato John Kerry, nel lasso di un anno, a fare tre viaggi in Russia- una umiliazione simile a quella di Canossa dell’imperatore Enrico IV davanti al Papa Gregorio VI nel 1077- a trattare i contenziosi dell’Ucraina e della Siria che posizionano, che lo si voglia o no, la status di grande potenza di Mosca.

Hillary asserisce che “il miglior modo di agevolare  Israele affinchè  possa affrontare la crescente capacità nucleare dell’Iran è quello di aiutare il popolo della Siria a rovesciare il regime di Assad, visto che la relazione strategica tra l’Iran e il regime di Bashar Al- Assad costituisce una minaccia alla sicurezza di Israele”. Vedi:Hillary Clinton E-mail archive
Dalla creazione dello stato razzista/apartheid di Israele nel 1948, grazie all’appoggio di tutti i banchieri Rotschild, tutto quello che non si assoggetta ai suoi interessi misantropi e settari viene indicato in modo strumentale come una “minaccia alla sua sicurezza”.

Hilary, la donna dal “grilletto facile”, minacciò di assassinare Bashar al-Assad e la sua famiglia come fece con Gheddafi: “con la sua vita e quella della sua famiglia a rischio, soltanto la minaccia dell’uso della forza cambierà la mente del dittatore siriano BAshar Assad “. Si ricorda che Gheddafi fu sodomizzato (letteralmente) con l’atroce benedizione di Hillary.
Per Hillary “rovesciare Assad non soltanto sarebbe una benedizione di massa per la sicurezza di Israele, ma faciliterebbe la paura comprensibile di Israele di perdere il suo monopolio nucleare”.

“Di quale privilegio celestiale gode Israele per essere l’unico paese che dispone armi nucleari in tutto il Medio Oriente, a detrimento di tutti gli altri paesi sottomessi al suo ricatto atomico?
Secondo Hillary, “quando Assad se ne sia andato, l’Iran già non sarà più in grado di minacciare Israele mediante i suoi alleati, è possibile che gli USA ed Israele possano concordare delle linee rosse quando il programma dell’Iran abbia attraversato un livello inaccettabile”.
Mentre Obama si lava le mani del grave errore degli Stai Uniti in Libia – che gira alla Gran Bretagna ed alla Francia- . per Hillary “l’operazione Libia non ha avuto conseguenze durature per la regione”. E come!

Oggi la Libia, in piena fase di balcanizzazione, ha acceso il fuoco della destabilizzazione migratoria al sud di Europa e opera già come il nuovo centro nordafricano degli jihadisti che iniziano ad abbandonare il teatro di battaglia in Siria ed in Iraq dopo aver compiuto la loro  missione.

La geniale idea di Hillary era quella che “Washington dovrebbe iniziare ad esprimere la sua volontà per lavorare con i suoi alleati regionali come Turchia, Arabia Saudita e Qatar per organizzare, addestrare ed armare le forze ribelli siriane” quando ” i funzionari russi hanno già ammesso che non ostacoleranno un intervento”. Pensate che modo di sbagliarsi!”
Rudy Giuliani, già sindaco di New York, ha fustigato la Clinton affermando che “Hillary potrebbe essere considerata membro fondatore degli jihadisti visto che era lei il Segretario di Stato durante il ritiro dall’Iraq  dell’Amministrazione Obama”.

Lasciamo da parte il collegamento dei conti  Twitter degli jihadisti dell’ISIS con il governo della Gran Bretagna per riferire come Google, che fa parte del GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) all’unisono di Hillary, cercava di rovesciare Assad appoggiando i ribelli siriani, in accordo con le comunicazioni presentate da Wikileaks, dove l’israeliano statunitense Jared Cohen (oggi direttore di Google ed in precedenza alla Segreteria di Stato USA) avvisa i funzionari di Hillary che ” la sua equipe pianifica di lanciare un applicazione (…) che individuerà e mapperà in modo pubblico le diserzioni in Siria da quali parti siano di provenienza del governo”, in associazione con la televisione qatariota Al Jazeera, che sarà la proprietaria dell’applicazione con cui ritrasmetteremo in Siria”, cosa che riteniamo possa avere un impatto importante”. Vedi: Unclassified US. Department of State

La sinergia golpista tra le televisioni e gli apparentemente innoqui motori di ricerca.
Julian Assange, fondatore di Wikileaks, nel suo librio “Quando Google incontro Wikeleaks”, aveva segnalato l’israelita-statunitense Jared Cohen come “il direttore di Google per il cambio di regime”.

In altra comunicazione i servizi di intelligenze della GB, Fancia e di Israele, osservano “un lato positivo della guerra civile in Siria”, già che la caduta di Assad potrebbe scatenare molto bene una guerra settaria tra gli sciiti e la maggioraza del sunniti nella regione, intrappolando l’Iran, cosa che, nell’ottica dei comandanti israeliani, non sarebbe un effetto negativo  per Israele ed i suoi alleati occidentali”, anzi una questione  che potrebbe giocare un fattore decisivo nella eventuale caduta del governo dell’Iran”.

Il grave difetto degli allucinanti schemi bancari israeliti-anglosassoni di Wall Street/la City e le loro marionette politiche negli Stati Uniti e nella  la G.B, è che Israele, incapsulato nella sua attitudine razzista, potrebbe spaventare con la sua armatura clandestina di 400 bombe nucleari, ma difficilmente potrebbe essere accettato se non si universalizza e di civilizza.

Fonte: Alfredo Jalife Rahme

Traduzione: Manuel De Silva

( http://www.controinformazione.info/hillary-e-google-fomentarono-la-guerra-fra-sciiti-e-sunniti-in-siria-per-favorire-israele/ )

Il piano sionista per il Medio Oriente. Tradotto dall’ebraico in inglese a cura di Israel Shahak

Il piano sionista per il Medio Oriente
Tradotto dall’ebraico in inglese
a cura di Israel Shahak


Da Oded Yinon “Una strategia per Israele negli anni Ottanta”
Pubblicato dall’Associazione Laureati arabo-americana, Inc. Belmont, Massachusetts, 1982 Speciale Documento n° 1
Oded Yinon è un ex alto funzionario del ministero degli Esteri israeliano degli affari. E ‘(1996), giornalista del Jerusalem Post.


Una strategia per Israele negli anni Ottanta
da Oded Yinon

Questo articolo è originariamente apparso in ebraico su Kivunim (Direzioni), un Giornale per il Giudaismo e il Sionismo, N° 14 Inverno, 5742, febbraio 1982 Editore: Yoram Beck. Comitato Editoriale: Eli Eyal, Yoram Beck, Amnon Hadari, Yohanan Manor, Elieser Schweid. Pubblicato dal Dipartimento di Pubblicità / Organizzazione Sionista Mondiale, Gerusalemme.

1

All’inizio degli anni ottanta lo Stato di Israele ha bisogno di una nuova prospettiva per il suo posto, i suoi scopi e gli obiettivi nazionali, in patria e all’estero. Questa esigenza è diventata ancora più importante a causa di una serie di processi centrali che il paese, la regione e il mondo stanno attraversando. Oggi viviamo le fasi iniziali di una nuova epoca della storia umana, che non è del tutto simile a quella precedente, e le sue caratteristiche sono totalmente diverse da quello che abbiamo finora conosciuto. Ecco perché, da un lato abbiamo bisogno di una comprensione dei processi centrali che caratterizzano questa epoca storica e dall’altro lato abbiamo bisogno di una visione del mondo e di una strategia operativa conforme alle nuove condizioni. L’esistenza, la prosperità e la stabilità dello Stato ebraico dipenderanno dalla sua capacità di adottare un nuovo quadro di riferimento per i suoi affari interni ed esteri.

2

Questa epoca è caratterizzata da numerosi tratti che possiamo già diagnosticare, e che simboleggiano una vera e propria rivoluzione nel nostro stile di vita attuale. Il processo dominante è la rottura della prospettiva umanista razionalista considerata la pietra angolare di supporto alla vita e alle conquiste della civiltà occidentale a partire dal Rinascimento. Le opinioni politiche, sociali ed economiche emanate da questo fondamento si basavano su diverse verità che stanno attualmente scomparendo, per esempio, l’idea che l’uomo come individuo è il centro dell’universo e di tutto ciò che esiste al fine di realizzare il suo bisogni materiali di base. Questa posizione viene invalidata nel presente, quando è diventato chiaro che la quantità delle risorse nel cosmo non soddisfa i requisiti dell’uomo, i suoi bisogni economici o i suoi vincoli demografici. In un mondo in cui ci sono quattro miliardi di esseri umani e le risorse economiche ed energetiche che non crescono in proporzione per soddisfare le necessità degli uomini, non è realistico aspettarsi di soddisfare il requisito principale della società occidentale, cioè, il desiderio e l’aspirazione per un consumo illimitato. Il punto di vista che l’etica non abbia alcun ruolo nel determinare la direzione dell’Uomo, ma invece l’abbiano i suoi bisogni materiali sta diventando prevalente oggi, mentre viviamo in un mondo in cui quasi tutti i valori stanno scomparendo. Stiamo perdendo la capacità di valutare le cose più semplici, soprattutto se riguardano la semplice questione di ciò che è bene e ciò che è male.

3

La visione delle aspirazioni illimitate dell’uomo e delle sue abilità si restringe di fronte ai tristi fatti della vita, quando assistiamo alla disgregazione dell’ordine nel mondo che ci circonda. La visione che promette la libertà al genere umano sembra assurda alla luce del triste fatto che tre quarti del genere umano vive sotto regimi totalitari. I punti di vista riguardanti l’uguaglianza e la giustizia sociale sono stati trasformati dal socialismo e soprattutto dal comunismo in uno zimbello. Non vi è alcun argomento a supporto della verità di queste due idee, ma è chiaro che non sono state messe in pratica correttamente e che la maggior parte del genere umano ha perso la libertà e la possibilità di vivere nell’uguaglianza e nella giustizia. In questo mondo nucleare in cui ancora viviamo in relativa pace da 30 anni, il concetto di pace e convivenza tra le nazioni non ha significato quando una superpotenza come l’URSS detiene una tale dottrina militare e politica: indi per cui, non sia solo possibile una guerra nucleare, ma necessaria per conseguire l’estinzione del marxismo, e che sia possibile sopravvivere dopo, per non parlare del fatto che si possa essere vittoriosi.

4

I concetti fondamentali della società umana, soprattutto quelli d’Occidente, stanno subendo un cambiamento a causa di trasformazioni politiche, militari ed economiche. Così, la potenza nucleare e convenzionale dell’Urss ha trasformato l’epoca che si è appena conclusa in un ultima tregua prima della grande saga che sarà demolire gran parte del nostro mondo in una guerra globale multidimensionale, rispetto a cui le guerre del mondo passato sembreranno un gioco da ragazzi. Il potere del nucleare e delle armi convenzionali, la loro quantità, la loro precisione e la loro qualità rivolteranno la maggior parte del nostro mondo a testa in giù nel giro di pochi anni, e noi, in Israele, dobbiamo allinearci in modo da poter affrontare questa trasformazione. Che è, poi, la principale minaccia per la nostra esistenza e quella del mondo occidentale. La guerra per le risorse del mondo, il monopolio arabo sul petrolio, e la necessità dell’Occidente di importare la maggior parte delle materie prime dal terzo mondo, stanno trasformando la realtà che conosciamo, dato che uno dei principali obiettivi dell’URSS è quello di sconfiggere l’Occidente per ottenere il controllo sulle gigantesche risorse del Golfo Persico e della parte meridionale dell’Africa, in cui la maggior parte dei minerali mondiali sono situati. Possiamo immaginare le dimensioni del confronto globale, che si dovrà affrontare in futuro.

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La dottrina Gorshkov richiede il controllo sovietico degli oceani e delle zone ricche di minerali del Terzo Mondo. Insieme all’attuale dottrina nucleare sovietica che sostiene che sia possibile gestire, vincere e sopravvivere ad una guerra nucleare, nel corso della quale l’Occidente potrebbe benissimo essere distrutto ed i suoi abitanti fatti schiavi al servizio del marxismo-leninismo; sono il principale pericolo per la pace nel mondo e per la nostra stessa esistenza. Dal 1967, i sovietici hanno trasformato l’aforisma di Clausewitz in La guerra è la continuazione della politica con mezzi nucleari, e ne hanno fatto il motto che guida tutte le loro politiche. Già oggi sono occupati ad effettuare i loro obiettivi nella nostra regione e in tutto il mondo, e la necessità di affrontarli diventa l’elemento centrale nella politica di sicurezza del nostro paese e, naturalmente, in quella del resto del mondo libero. Questa è la nostra grande priorità di politica estera.

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Il mondo arabo musulmano, quindi, non è il principale problema strategico che dovremo affrontare negli anni Ottanta, nonostante il fatto che esso eserciti la principale minaccia contro Israele, a causa della sua crescente potenza militare. Questo mondo, con le sue minoranze etniche, le fazioni e le crisi interne, che è sorprendentemente autodistruttivo, come possiamo vedere in Libano, nell’Iran non arabo e ora anche in Siria, è incapace di affrontare con successo i problemi fondamentali e quindi non costituisce una minaccia reale per lo Stato di Israele, nel lungo periodo, ma solo nel breve periodo in cui il suo potere militare immediato è di grande importanza. Nel lungo periodo, questo mondo non sarà in grado di esistere nel suo quadro presente nelle zone intorno a noi, senza dover passare per veri cambiamenti rivoluzionari. Il mondo arabo musulmano è costruito come una casa temporanea, fatta di carte messe insieme da Francia e Gran Bretagna negli anni venti, senza che i desideri dei suoi abitanti venissero presi in considerazione. E’ stato arbitrariamente diviso in 19 stati, tutti composti da combinazioni di gruppi etnici e minoranze ostili gli uni agli altri, in modo che ogni stato arabo musulmano al giorno d’oggi deve affrontare la distruzione etnica sociale al suo interno, e in alcuni una guerra civile è già in corso. La maggior parte degli arabi, 118 milioni su 170, vivono in Africa, soprattutto in Egitto, oggi 45 milioni.

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A parte l’Egitto, tutti gli stati del Maghreb sono costituiti da un misto di arabi e berberi non arabi. In Algeria vi è già una guerra civile tra le due etnie nel paese, che infuria nelle montagna di Kabile. Marocco e Algeria sono in guerra tra loro per il Sahara spagnolo, oltre alle lotte interne in ciascuno di essi. L’Islam militante mette in pericolo l’integrità della Tunisia e Gheddafi organizza guerre che sono distruttive dal punto di vista arabo, per un paese scarsamente popolato e che non potrà diventare una nazione potente. È per questo che in passato egli tentò l’unificazione con gli stati che sono più genuini, come l’Egitto e la Siria. Il Sudan, lo Stato più lacerato del mondo musulmano arabo di oggi è costruito su quattro gruppi ostili gli uni agli altri, una minoranza araba sunnita che governa la maggioranza degli africani non arabi, pagani e cristiani. In Egitto c’è una maggioranza musulmana sunnita di fronte a una grande minoranza di cristiani che è dominante nell’Alto Egitto, circa 7 milioni. Anche Sadat, nel suo intervento dell’8 maggio, espresse il timore che possano aspirare ad un loro proprio stato, qualcosa come un secondo Libano cristiano in Egitto.

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Tutti gli Stati arabi a est di Israele sono lacerati, spezzati e crivellati da conflitto interiori ancor più di quelli del Maghreb. La Siria fondamentalmente non differisce dal Libano salvo che per il forte regime militare che la governa. Ma la vera e propria guerra civile che si svolge attualmente tra la maggioranza sunnita e la minoranza sciita alawita, un mero 12% della popolazione, che però domina il paese, testimonia la gravità del problema nazionale.

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L’Iraq non è diverso nella sostanza dai suoi vicini, anche se la sua maggioranza è sciita e la minoranza sunnita è quella dominante. Il sessantacinque per cento della popolazione non ha voce in politica, dove una élite di 20 per cento detiene il potere. Inoltre c’è una grande minoranza curda nel nord del paese, e se non fosse per la forza del regime al potere, l’esercito e le entrate petrolifere, il futuro dello stato iracheno non sarebbe diverso da quello del Libano in passato, o della Siria oggi. I semi del conflitto interno e della guerra civile sono evidenti già oggi, soprattutto dopo l’ascesa di Khomeini al potere in Iran, un leader che gli sciiti in Iraq vedono come il loro leader naturale.

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Tutti i principati del Golfo e l’Arabia Saudita sono costruiti su di una delicata casa di sabbia in cui vi è solo petrolio. In Kuwait, i kuwaitiani costituiscono solo un quarto della popolazione. In Bahrain, gli sciiti sono la maggioranza, ma sono privi di potere. Negli Emirati Arabi Uniti, gli sciiti sono ancora una volta la maggioranza, ma i sunniti sono al potere. Lo stesso è vero per l’Oman e lo Yemen del Nord. Anche nello Yemen marxista del Sud c’è una considerevole minoranza sciita. In Arabia Saudita la metà della popolazione è straniera, egiziana e yemenita, ma una minoranza saudita detiene il potere.

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La Giordania è in realtà palestinese, governata da una minoranza beduina Trans-Giordana, ma la maggior parte delle forze armate e di certo la burocrazia sono ora palestinesi. È un dato di fatto che Amman sia palestinese come Nablus. Tutti questi paesi hanno eserciti potenti, relativamente parlando. Ma c’è un problema anche lì. L’esercito siriano è oggi per lo più sunnita con un corpo ufficiali alawita, l’esercito iracheno è sciita con comandanti sunniti. Questo ha un grande significato nel lungo periodo, ed è per questo che non sarà possibile conservare la fedeltà dell’esercito per un lungo periodo a meno che si tratta del solo comune denominatore: l’ostilità nei confronti di Israele, ma oggi anche questo è insufficiente.

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Accanto agli arabi, divisi come sono, l’altro stato musulmano condivide una situazione simile. La metà della popolazione iraniana è costituita da un gruppo di lingua persiana e l’altra metà da un gruppo etnico turcomanno. La popolazione turca dispone di una maggioranza musulmano sunnita pari a circa il 50%, e di due grandi minoranze, 12 milioni di sciiti alawiti e 6 milioni di sunniti curdi. In Afghanistan ci sono 5 milioni di sciiti, che costituiscono un terzo della popolazione. Nel Pakistan sunnita ci sono 15 milioni di sciiti, che mettono in pericolo l’esistenza di quello stato.

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Questa immagine delle minoranze etniche nazionali che si estende dal Marocco all’India e dalla Somalia alla Turchia, sottolinea la mancanza di stabilità e la possibilità di una rapida degenerazione in tutta la regione. Quando questo quadro si aggiunge a quello economico, vediamo come l’intera regione è costruita come un castello di carte, incapace di sopportare i suoi gravi problemi.

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In questo mondo gigantesco e fratturato ci sono alcuni gruppi di ricchi e una massa enorme di persone povere. La maggior parte degli arabi hanno un reddito medio annuo di 300 dollari. Questa è la situazione in Egitto, nella maggior parte dei paesi del Maghreb, tranne per la Libia, e in Iraq. Il Libano è lacerato e la sua economia sta cadendo a pezzi. E’ uno stato in cui non vi è alcun potere centralizzato, ma solo 5 autorità sovrane de facto; i cristiani nel nord, sostenuti dai siriani e sotto il dominio del clan Franjieh, in Oriente una zona di conquista diretta siriana, nel centro un’enclave falangista controllata dai cristiani, nel sud e fino al fiume Litani una regione prevalentemente palestinese controllata dall’OLP e dallo stato dei cristiani del maggiore Haddad infine mezzo milione di sciiti. La Siria è in una situazione ancora più grave e anche l’assistenza che otterrebbe in futuro, dopo l’unificazione con la Libia non sarà sufficiente per affrontare i problemi fondamentali dell’esistenza e il mantenimento di un grande esercito. L’Egitto è nella situazione peggiore: milioni di persone sono sull’orlo della fame, la metà della forza lavoro è disoccupata, e l’alloggio è scarso in questa zona più densamente popolata del mondo. Fatta eccezione per l’esercito, non vi è un singolo reparto operativo in modo efficiente e lo Stato è in una condizione permanente di fallimento e dipende interamente dall’assistenza estera americana garantita dalla pace.

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Negli Stati del Golfo, l’Arabia Saudita, la Libia e l’Egitto vi è la più grande accumulazione di denaro e di petrolio al mondo, ma quelli che ne godono sono piccole élites che non hanno una larga base di sostegno e di fiducia, qualcosa che nessun esercito può garantire. L’esercito saudita con tutta la sua attrezzatura non può difendere il regime da pericoli reali in casa o all’estero, e ciò che ha avuto luogo a La Mecca nel 1980, è solo un esempio. Una situazione triste e molto burrascosa circonda Israele e crea sfide per esso, problemi, rischi, ma anche ampie opportunità per la prima volta dal 1967. Le probabilità sono le occasioni perse in quel momento, ma che diventeranno realizzabili negli anni Ottanta in misura e secondo dimensioni che non possiamo nemmeno immaginare oggi.

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La politica di pace e la restituzione dei territori, attraverso una dipendenza dagli Stati Uniti, preclude la realizzazione della nuova opzione creata per noi. Dal 1967, tutti i governi di Israele hanno limitato i nostri obiettivi nazionali fino a restringerne le esigenze politiche da un lato, mentre dall’altro i pareri distruttivi in casa neutralizzano le nostre capacità, sia in patria che all’estero. Non riuscire a prendere provvedimenti nei confronti della popolazione araba nei nuovi territori, acquisiti nel corso di una guerra a cui ci hanno costretto, è il grande errore strategico commesso da Israele, la mattina dopo la Guerra dei Sei Giorni. Avremmo potuto salvare noi stessi tutto il conflitto aspro e pericoloso fin da allora, se avessimo dato la Giordania ai palestinesi che vivono a ovest del fiume Giordano. Così facendo avremmo neutralizzato il problema palestinese che abbiamo oggi di fronte, al quale abbiamo trovato soluzioni che non rappresentano veramente nessuna soluzione, come il compromesso territoriale o l’autonomia che costituisce, nei fatti, la stessa cosa. Oggi, ci troviamo improvvisamente ad affrontare immense opportunità per trasformare a fondo la situazione e dobbiamo farlo nel prossimo decennio, altrimenti non potremo sopravvivere come stato.

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Nel corso degli anni Ottanta, lo Stato di Israele dovrà passare attraverso cambiamenti di vasta portata nel suo regime politico ed economico nazionale, insieme a cambiamenti radicali nella sua politica estera, al fine di resistere alle sfide globali e regionali di questa nuova epoca. La perdita dei campi petroliferi del Canale di Suez, dell’immenso potenziale di petrolio, gas e delle altre risorse naturali nella penisola del Sinai, che è geomorfologicamente identica ai ricchi paesi produttori di petrolio della regione, si tradurrà in una perdita di energia nel prossimo futuro che distruggerà la nostra economia nazionale: un quarto del nostro presente PIL così come un terzo del budget che viene utilizzato per l’acquisto di petrolio. La ricerca di materie prime nel Neghev e sulla costa non potrà, in un prossimo futuro, modificare tale stato di cose.

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Riconquistare la penisola del Sinai con le sue risorse attuali e potenziali è dunque una priorità politica ostacolata da Camp David e dagli accordi di pace. La colpa si trova, naturalmente, con l’attuale governo israeliano e con i governi che hanno aperto la strada alla politica del compromesso territoriale, governi allineati fin dal 1967. Gli egiziani non avranno alcun bisogno di mantenere il trattato di pace dopo la restituzione del Sinai, e faranno tutto il possibile per tornare all’ovile del mondo arabo e dell’URSS al fine di ottenerne sostegno e assistenza militare. Gli aiuti americani sono garantiti solo per un breve periodo, entro i termini della pace e l’indebolimento degli Stati Uniti, sia in patria che all’estero porterà ad una riduzione degli aiuti. Senza petrolio ne il reddito da esso prodotto, con l’enorme spesa pubblica a cui far fronte, nelle condizioni attuali non saremo in grado di passare il 1982, e dovremo agire al fine di ritornare alla situazione che esisteva nel Sinai prima della visita di Sadat e dell’errato accordo di pace firmato con lui nel marzo 1979.

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Israele ha due vie principali attraverso cui realizzare questo scopo, una diretta e l’altra indiretta. L’opzione diretta è quella meno realistica a causa della natura del regime e del governo di Israele, così come la saggezza di Sadat che ha ottenuto il nostro ritiro dal Sinai, che è stato, dopo la guerra del 1973, il suo successo più importante da quando ha preso il potere. Israele non romperà il trattato unilateralmente, né oggi, né nel 1982, a meno che sia duramente incalzato economicamente e politicamente, e l’Egitto non ci fornisca per la quarta volta la scusa per invadere di nuovo il Sinai. Ciò che rimane dunque, è l’opzione indiretta. La situazione economica in Egitto, la natura del regime e la sua politica pan-araba, porterà a una situazione dopo l’aprile 1982, nella quale Israele sarà costretto ad agire direttamente o indirettamente, al fine di riprendere il controllo del Sinai come riserva strategica, economica ed energetica per il lungo periodo. L’Egitto non costituisce un problema strategico militare a causa dei conflitti interni e potrebbe essere guidato indietro alla situazione di guerra post 1967 in non più di un giorno.

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Il mito dell’Egitto quale leader forte del mondo arabo è stato demolito nel 1956 e sicuramente non è sopravvissuto al 1967, ma la nostra politica, della restituzione del Sinai, è servita a trasformare il mito in realtà. Tuttavia, il potere dell’Egitto in proporzione sia al solo Israele sia nei confronti del resto del mondo arabo si è ridotto di circa il 50 per cento dal 1967. L’Egitto non è più il principale potere politico nel mondo arabo ed è sull’orlo di una crisi economica. Senza assistenza straniera la crisi arriverà domani. Nel breve periodo, a causa della restituzione del Sinai, l’Egitto guadagnerà parecchi vantaggi a nostre spese, ma solo nel breve periodo fino al 1982, e non riuscirà a cambiare gli equilibri di potere a suo vantaggio, e possibilmente porterà alla sua caduta. L’Egitto, nel suo attuale quadro politico interno, è già cadavere, tanto più se si tiene conto della crescente spaccatura tra musulmani e cristiani. Dividere l’Egitto territorialmente in regioni geografiche distinte è l’obiettivo politico di Israele negli anni Ottanta sul fronte occidentale.

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L’Egitto è diviso e lacerato da molti focolai di autorità. Se l’Egitto va in pezzi, paesi come la Libia, il Sudan o anche gli Stati più lontani non continueranno ad esistere nella forma attuale e si uniranno alla rovina e alla dissoluzione dell’Egitto. La visione di uno Stato cristiano copto in Egitto insieme a un certo numero di stati più deboli con potenza molto localizzata e senza un governo centralizzato come è stato fino ad oggi, è la chiave per uno sviluppo storico che è stato solo rallentato con l’accordo di pace, ma che sembra inevitabile nel lungo periodo.

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Il fronte occidentale, che in superficie appare più problematico, è di fatto meno complicato del fronte orientale, dove la maggior parte degli eventi che dettano i titoli ai giornali hanno avuto luogo di recente. La dissoluzione totale del Libano in cinque province, serve da precedente per tutto il mondo arabo, inclusi Egitto, Siria, Iraq e penisola arabica, e stà già seguendo quell’orientamento. La dissoluzione di Siria e Iraq in aree etnicamente o religiosamente uniche come in Libano, è l’obiettivo primario di Israele sul fronte orientale nel lungo periodo, mentre la dissoluzione del potere militare di questi stati costituisce l’obiettivo primario a breve termine. La Siria cadrà a pezzi, in conformità con la sua struttura etnica e religiosa, divisa in diversi stati, come in oggi il Libano, in modo che ci sarà uno stato sciita alawita lungo la sua costa, uno stato sunnita nella zona di Aleppo, un altro stato sunnita a Damasco ostile al suo vicino del nord, e i drusi che si insedieranno in uno stato forse anche nel nostro Golan, e certamente nel’Hauran e nel nord della Giordania. Questo stato di cose sarà la garanzia per la pace e la sicurezza nella zona, nel lungo periodo, e questo obiettivo è già alla nostra portata oggi.

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L’Iraq, ricco di petrolio da una parte e lacerato internamente dall’altra, è un candidato garantito per gli obiettivi di Israele. La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella della Siria. L’Iraq è più forte della Siria. Nel breve periodo è il potere iracheno che costituisce la più grande minaccia per Israele. Una guerra Iraq-Iran ridurrà in pezzi l’Iraq e provocherà la sua caduta, anche prima che sia in grado di organizzare un ampio fronte di lotta contro di noi. Ogni tipo di confronto inter-arabo ci aiuterà nel breve periodo e accorcerà la strada verso l’obiettivo più importante, dividere l’Iraq come in Siria e in Libano. In Iraq, una divisione in province lungo linee etnico-religiose, come in Siria durante il periodo ottomano è possibile. Così, tre o più stati esisteranno attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul. Le zone sciite nel sud separate da quelle sunnita e curda del nord. E’ possibile che l’attuale scontro iraniano-iracheno approfondisca questa polarizzazione.

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L’intera penisola arabica è un candidato naturale alla dissoluzione a causa delle pressioni interne ed esterne, e la questione è inevitabile soprattutto in Arabia Saudita, indipendentemente dal fatto che la sua forza economica a base di petrolio rimanga intatta o se invece venga diminuita nel lungo periodo, le divisioni interne e le disgregazioni sono uno sviluppo chiaro e naturale alla luce dell’attuale struttura politica.

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La Giordania costituisce un obiettivo strategico immediato nel breve periodo ma non nel lungo periodo, poiché non costituisce una minaccia reale nel lungo periodo dopo il suo scioglimento, la cessazione del lungo dominio del re Hussein e il trasferimento del potere ai palestinesi nel breve periodo.

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Non vi è alcuna possibilità che la Giordania continui ad esistere nella sua struttura attuale per molto tempo, e la politica di Israele, sia in guerra che in pace, deve essere orientata alla liquidazione della Giordania sotto l’attuale regime e il trasferimento del potere alla maggioranza palestinese. La modifica del regime a est del fiume causerà anche la risoluzione del problema dei territori densamente popolati dagli arabi ad ovest del Giordano. Sia in guerra che in condizioni di pace, l’emigrazione dai territori e il loro congelamento economico e demografico, sono le garanzie per il prossimo cambiamento su entrambe le rive del fiume, e noi dobbiamo essere attivi al fine di accelerare questo processo nel prossimo futuro. Il piano per l’autonomia dovrebbe essere respinto, così come ogni compromesso o divisione dei territori, a causa dei piani del’Olp e di quelli degli stessi arabi israeliani, il piano Shefa’amr del settembre del 1980, non è possibile andare a vivere in questo paese nella situazione attuale, senza separare le due nazioni, gli arabi in Giordania e gli ebrei nelle zone ad ovest del fiume. La coesistenza genuina e la pace regnerà sulla terra solo quando gli arabi capiranno che senza dominio ebraico tra il Giordano e il mare non avranno alcuna esistenza né sicurezza. Una loro nazione sarà possibile solo in Giordania.

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All’interno di Israele, la distinzione tra i confini del ’67 e i territori al di là di essi, quelli del ’48, è sempre stata priva di significato per gli arabi e al giorno d’oggi non ha più alcun significato neanche per noi. Il problema deve essere visto nella sua interezza, senza la linea verde del ’67. Dovrebbe essere chiaro, in ogni futura situazione politica e militare, che la soluzione del problema degli arabi indigeni arriverà solo quando riconosceranno l’esistenza di Israele nei confini sicuri fino al fiume Giordano e al di là di esso, come un nostro bisogno esistenziale in questa difficile epoca, l’epoca nucleare in cui presto entreremo. Non è più possibile vivere con tre quarti della popolazione ebraica concentrata sulla battigia, è molto pericoloso in un epoca nucleare.

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La dispersione della popolazione è quindi un obiettivo strategico nazionale di primissimo ordine, in caso contrario, dovremo cessare di esistere entro i confini. Giudea, Samaria e Galilea sono la nostra unica garanzia per l’esistenza nazionale, e se non diventiamo maggioranza nelle zone di montagna, non riusciremo a governare questo paese e saremo come i Crociati, che l’hanno perso perchè non era loro in ogni caso, ma soprattutto perché erano stranieri. Riequilibrare il paese demograficamente, strategicamente ed economicamente è l’obiettivo più alto e più centrale di oggi. Cominciando dallo spartiacque montagnoso da Bersabea all’Alta Galilea, si realizza l’obiettivo nazionale generato da una maggiore considerazione strategica che sta sistemando la parte montuosa del paese, che è vuota di ebrei oggi.

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Realizzare i nostri obiettivi sul fronte orientale dipende in primo luogo dalla realizzazione di questo obiettivo strategico interno. La trasformazione della struttura politica ed economica, in modo da consentire la realizzazione di questi obiettivi strategici, è la chiave per raggiungere l’intera variazione. Abbiamo bisogno di cambiare un’economia centralizzata in cui il governo è ampiamente coinvolto, in un mercato aperto e libero, nonché di cambiare con le nostre mani la dipendenza dal contribuente degli Stati Uniti, in una vera e propria infrastruttura economica produttiva. Se non siamo in grado di fare questo cambiamento liberamente e volontariamente, saremo costretti in esso dagli sviluppi mondiali, in particolare in materia di economia, energia e politica, e dal nostro isolamento crescente.

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Da un punto di vista militare e strategico, l’Occidente guidato dagli Stati Uniti non è in grado di resistere alle pressioni globali dell’URSS in tutto il mondo, e Israele deve quindi stare da solo negli anni Ottanta, senza alcuna assistenza estera, militare o economica, e questo rientra nelle nostre capacità di oggi, senza compromessi. I rapidi cambiamenti del mondo porteranno un cambiamento anche nella condizione della comunità ebraica mondiale per cui Israele diventerà non solo l’ultima istanza, ma l’unica opzione esistenziale. Non possiamo supporre che gli ebrei degli Stati Uniti, e le comunità di Europa e America Latina continuino ad esistere nella loro forma attuale in futuro.

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La nostra esistenza in questo paese è certa, e non vi è alcuna forza che potrebbe mandarci via da qui ne con la forza ne con l’inganno (come ha fatto Sadat). Nonostante le difficoltà dell’errata politica di pace, del problema degli arabi israeliani e di quelli dei territori, siamo in grado di affrontare efficacemente questi problemi nel prossimo futuro.

( http://www.reteccp.org/biblioteca/disponibili/guerraepace/guerra/yinon/yinon9.html )