“La notizia dei missili contro l’Italia era falsa”. Come si costruì nel 1986 la campagna mediatica e militare contro la Libia

Gheddafi e i missili fantasma, un mistero internazionale
“La notizia dei missili contro l’Italia era falsa”. Come si costruì nel 1986 la campagna mediatica e militare contro la Libia
Vent’anni fa Italia in allarme per gli Scud libici su Lampedusa. L’ex capo dell’Aeronautica ora dice: “Era falso”
25 novembre 2005 – Gianluca Di Feo
Fonte: http://www.espressonline.it

Due boati, un rumore assordante che arrivava dal mare. Due esplosioni senza testimoni e l’Italia si ritrovò a un passo dalla guerra. Mancavano pochi minuti alle 17 del 15 aprile 1986. “È stato fortissimo, come una porta sbattuta violentemente. Sono uscita per strada, tutti siamo scesi lungo il corso. C’era chi gridava: ‘È scoppiata la guerra!'”. A Lampedusa tutti sentirono, nessuno vide. Il primo dispaccio di agenzia parlava di “cannonate sparate da una motovedetta libica”. Poi si pensò a un aereo. Intorno alle 18 le autorità americane informarono il ministro della Difesa Giovanni Spadolini: Gheddafi aveva scagliato due missili Scud contro l’isola, ordigni scoppiati a un paio di chilometri dalla costa. Il giorno dopo, il grido della gente di Lampedusa diventò il titolone dei quotidiani: ‘Ora l’Italia è in prima linea’. Quegli Scud sono diventati storia: l’unico attacco missilistico contro un paese occidentale. Due esplosioni che hanno troncato le relazioni tra Roma e Tripoli, spazzando via business lucrosi e portando la Fiat a riacquistare le azioni libiche. Eppure del lancio di quei missili non c’era nessuna prova. E ora, a quasi 20 anni di distanza, c’è chi comincia apertamente a parlare di finzione.

Il primo a farlo è l’uomo che in quei giorni avrebbe potuto ordinare la rappresaglia contro la Libia. Il generale Basilio Cottone, allora capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, oggi dichiara: “Non credo siano stati lanciati missili contro Lampedusa. Personalmente non l’ho mai creduto. La notizia dei missili per me era falsa e le azioni messe in atto volevano accreditarla. Molte organizzazioni extranazionali erano allora interessate al fatto che il governo italiano adottasse una politica di più forte chiusura nei confronti della Libia”.

Il generale Cottone ha concesso una lunga intervista alla rivista on line ‘Pagine di Difesa’, astro nascente della pubblicistica militare, in cui ricorda quelle giornate di fuoco. Non è un pensionato qualunque: ex pilota da caccia, ex comandante delle forze aeree Nato nel Mediterraneo, è stato al vertice dell’Aeronautica per tre anni. Dopo il congedo è diventato presidente dell’Agusta, il colosso degli elicotteri: adesso a 78 anni resta nel consiglio di amministrazione della società aerospaziale. “Dubbi su quella vicenda ci sono sempre stati. Non abbiamo mai trovato prove evidenti dell’attacco: nemmeno una scheggia”, spiega a ‘L’espresso’ il generale Mario Arpino, successore di Cottone alla guida dell’Arma azzurra. Che ricorda: “All’indomani del caso Lampedusa, Cottone mi incaricò per conto del governo di studiare una ritorsione contro la Libia nell’eventualità di altre azioni ostili. Noi preparammo una serie di piani”. Ma i nostri radar avvistarono gli Scud? “I nostri radar non erano in grado di scoprire missili di quel genere. Avevamo chiesto alla Nato di fornirci degli Awacs, radar volanti molto potenti, ma ci furono concessi mesi dopo”. Solo i satelliti Usa quindi potevano vedere gli Scud: solo gli occhi spaziali americani che in quel momento tenevano sotto controllo tutto il Canale di Sicilia. Ma Washington a chi trasmetteva i dati dei satelliti? “Gli americani non hanno mai interferito a livello operativo: io ero responsabile della sala di crisi e non mi comunicarono nulla. Se informavano qualcuno, lo facevano a livello politico. So con certezza che non venimmo nemmeno avvisati del raid contro Tripoli. Ricordo la sorpresa quella notte quando i nostri radar scoprirono gli aerei diretti in Libia”.

Erano le prime ore del 15 aprile. Squadriglie di bombardieri americani piombano sulla capitale libica e distruggono la residenza di Gheddafi. È un’operazione decisa da Ronald Reagan, che considera il leader libico uno dei grandi finanziatori del terrorismo e lo accusa dell’attentato contro una discoteca di Berlino frequentata dai soldati statunitensi. Il presidente della Jamairiah sfugge alle bombe, ma tra le macerie restano una delle figlie adottive e decine di vittime civili. Gli stormi erano decollati dalla Gran Bretagna: Francia e Italia, avvertite all’ultimo minuto, non permisero il sorvolo dello spazio aereo. Ma le tensioni più forti sono proprio con l’Italia.

Il nostro governo aveva una linea filo-araba: il premier Bettino Craxi manteneva ottimi rapporti con i palestinesi, il ministro degli Esteri Giulio Andreotti aveva creato legami forti con Tripoli. Sei mesi prima Reagan e Craxi erano arrivati allo scontro per il sequestro dell’Achille Lauro: la notte di Sigonella aveva segnato il momento più teso nelle relazioni tra i due Paesi. È chiaro che nel pianificare la campagna contro Gheddafi gli americani dovevano tenere conto del fattore Italia: Palazzo Chigi aveva più volte criticato le manovre-sfida della Sesta flotta nel Mediterraneo. Poi la mattina del 15 aprile dal governo arrivano parole molto dure nei confronti del raid Usa su Tripoli. Passano poche ore ed ecco i boati di Lampedusa.

Le esplosioni vengono sentite non lontano da una base della Guardia costiera americana, una stazione radio con 20 uomini di guarnigione che – ma si saprà solo mesi più tardi – era stata rafforzata da un contingente di marines nella seconda settimana di aprile. Dopo le detonazioni per un’ora nessuno capisce bene cosa sia accaduto. Poi la comunicazione degli Usa a Spadolini punta il dito sulla Libia: sono stati lanciati due Scud, l’arma più potente dell’arsenale della Jamairiah. Una versione mai più messa in discussione. Molti però hanno avuto dubbi. I pescatori di Lampedusa, per esempio, rimasero sorpresi dall’assenza di pesci morti. Una bomba a mano con pochi grammi di esplosivo, quelle usate per le battute di frodo, riempie cassette di pesce. Invece quegli Scud con due tonnellate di plastico non avevano infastidito la fauna ittica: neanche una sardina era venuta a galla. I missili poi sono lunghi più di 11 metri e lasciano rottami di grandi dimensioni. I nostri militari li hanno cercati per anni, anche con sonar speciali e mini-sottomarini: non è mai stato trovato nulla. Infine c’erano considerazioni tecniche: Lampedusa è al limite massimo della portata degli Scud. Più si spara lontano, meno l’arma è precisa: essere arrivati a 2-3 chilometri da una piccola stazione radio rappresenta un risultato eccezionale per soldati maldestri come i libici. Ricorda il generale Cottone: “L’unico ad aver avuto dubbi circa il lancio sono stato io. Ma poiché tutti lo credevano, ho ritenuto di operare di conserva”.

I libici d’altronde rivendicano l’attacco. Il primo a farlo, 24 ore dopo, è l’ambasciatore a Roma: “I missili sono venuti dalla Libia, non abbiamo cercato di colpire l’Italia ma una base Usa”. Perché dovrebbero attribuirsi un assalto che non hanno compiuto? “Hanno solo cavalcato gli eventi”, sostiene Cottone. Secondo questa ipotesi, a Gheddafi conviene stare al gioco: è nel momento più difficile, gli fa comodo fingere per non perdere la faccia davanti al mondo arabo.

Di “finzione” ha parlato nel 2003 anche Cesare Marini, senatore dello Sdi, ma in senso opposto. Secondo Marini, fu Craxi a informare Gheddafi dell’imminente blitz americano, permettendo al leader libico di salvarsi. I missili sarebbero stati un espediente per coprire ‘l’amico italiano’. Le dichiarazioni di Marini, all’epoca esponente di punta del Psi, non hanno trovato conferme. Gli analisti militari però sono scettici: si sarebbe trattato di una messinscena pericolosa, la partenza degli Scud avrebbe potuto scatenare una nuova ondata di bombe Usa. Invece gli americani non mossero un dito, nonostante le batterie di Scud fossero la minaccia più importante contro la Sesta Flotta. E il governo italiano? Fa il muso duro. Accusa Gheddafi, mobilita le forze armate ed espelle diplomatici. In realtà nessuno ha paura: “Di certo io non mi sono spaventato”, commenta Giulio Andreotti: “La mia sensazione è che i missili furono lanciati ma volutamente fuori bersaglio: non c’era nessuna volontà di causarci dei danni”. Anche Giuliano Amato, all’epoca sottosegretario a Palazzo Chigi, dichiara: “L’unica cosa che mi è rimasta in mente è che, se missili erano, di sicuro ‘si afflosciarono’ arrivando a Lampedusa”.

Nessun danno, ma un risultato enorme: gli Scud tagliano i legami tra Roma e Tripoli. Vanno in fumo affari per migliaia di miliardi, la Fiat mette i libici alla porta, scompare l’ultimo partner europeo disposto al dialogo. Insomma, un autogol per Gheddafi. Ma il generale Cottone offre un’analisi diversa: “Un insieme di nazioni occidentali non vedevano di buon occhio l’atteggiamento pro-arabo tenuto dall’Italia. Penso sia stata una azione di ‘servizi’ che hanno montato la cosa, però il fatto ha assunto credibilità internazionale ed è rimasto nell’immaginario collettivo il lancio concreto. Credo che l’Occidente in generale, intendo Europa ed America, era interessato che l’Italia non seguisse la politica di compromesso con la Libia”. A proposito, il nome Scud nasce dalla somiglianza tra la forma del missile e una specie di gamberi. E almeno di quelli le acque di Lampedusa sono sicuramente piene.

Note:
L’articolo è stato tratto dal sito on line dell’Espresso come appare oggi in home page, precisamente dalla pagina
http://www.espressonline.it/eol/free/jsp/detail.jsp?idCategory=4821&idContent=1181482&m2s=a
Il titolo è stato modificato da PeaceLink.
Preso da: http://www.peacelink.it/mediawatch/a/13715.html

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Bernard-Henri Levy e la distruzione della Libia

Le Grand Soir, 26 novembre 2013 (trad. ossin)

Ramzy Baroud

Levy, che sembrava un tempo come il più in vista tra i difensori della guerra contro la Libia, è completamente scomparso dalle luci della ribalta libica. Forse sta istigando disordini altrove, in nome della sua dubbia filosofia. La sua missione in Libia è compiuta e il paese si trova oramai nella situazione peggiore mai raggiunta

Se il primo ministro Benjamin Netanyahou è “l’ebreo più influente nel mondo intero”, B-H Levy è al numero 45, secondo un articolo pubblicato dal Jerusalem Post il 21 maggio 2010. Secondo il Post, Levy si colloca solo due posti dietro Irving Moskowitz, “un magnate della stampa residente in Florida e considerato come il più importante sostenitore dell’espansione edilizia ebraica a Gerusalemme est”.

Proclamare che, nella migliore delle ipotesi, Levy è un impostore intellettuale, rischia di far perdere di vista la logica evidente che sembra sottendere tutte le attività di quest’uomo, lavoro e scritti. Egli sembra ossessionato dall’idea di “liberare” i mussulmani, di Bosnia e Pakistan, di Libia e altrove. E tuttavia non può parlarsi di una ossessione sana che nasca da un amore aperto e dal fascino sentito per la loro religione, la loro cultura e i loro infiniti modi di vita.

“Un messia che non teme di promuovere la violenza per il maggior bene dell’umanità”
Nel corso di tutta la sua carriera difficile da inquadrare, Levy ha fatto molto male, talvolta servendo da lacchè agli uomini di potere, altre volte portando avanti crociate sue proprie. Egli è un grande partigiano dell’intervento militare, e il suo profilo è disseminato di riferimenti ad alcuni paesi mussulmani e ad interventi militari, dall’Afghanistan al Sudan e, da ultimo, alla Libia.

Nel New York Magazine del 26 dicembre 2011, Benjamin Wallace-Wells parlava del filosofo francese come di un “Messia che non teme di promuovere la violenza per il maggior bene dell’umanità”.

Nell’articolo “European Superhero Quashes Libyan Dictator”, Wallace-Wells scriveva del “filosofo (che) è riuscito a spingere il mondo a schiacciare uno spregevole cattivo”. IL cattivo in questione è ovviamente Muammar Gheddafi, il leader libico che venne rovesciato e massacrato dopo essere stato, sembrerebbe, sodomizzato da alcuni ribelli in occasione della sua cattura nell’ottobre 2011.( o almeno così ci hanno ORDINATO di credere).

Un’analisi dettagliata del Global Post sull’aggressione sessuale subita dal leader di uno dei più importanti paesi africani è stata pubblicata dal CBS Nwews e da altri media.

Levy, che sembrava un tempo come il più in vista tra i difensori della guerra contro la Libia, è completamente scomparso dalle luci della ribalta libica. Forse sta istigando disordini altrove, in nome della sua dubbia filosofia. La sua missione in Libia è compiuta e il paese si trova oramai nella situazione peggiore mai raggiunta sotto il regime di Gheddafi . Il “cattivo dittatore” è stato battuto, è cosa fatta.

Poco importa se il paese, al momento, è diviso tra tribù e milizie, e se il Primo Ministro “post democratico”, Ali Zeidan, è stato recentemente rapito da una milizia ingestibile, e poi liberato da un’altra.

Nel marzo 2011, Levy si assunse la responsabilità di volare a Bengasi per “reclutare” insorti libici. Quello fu un momento decisivo, perché fu questo tipo di mediazione che consentì ad alcuni gruppi armati di trasformare una sollevazione regionale in una guerra totale che ha coinvolto la NATO.

Armata di quella che non era altro che una interpretazione manipolatrice della risoluzione 1973 dell’ONU, il 17 marzo 2011 la NATO avviò una forte offensiva militare contro un paese dotato di una difesa aerea primitiva e di un esercito male equipaggiato. I paesi occidentali inviarono massicci carichi di armi ai gruppi libici, col pretesto di prevenire massacri che sarebbero stati sul punto di essere perpetrati da truppe leali a Gheddafi.

Massacri ve ne sono stati in effetti, ma non del tipo paventati dagli “interventisti umanitari” occidentali. L’ultimo in ordine di tempo vi è stato pochi giorni fa, venerdì scorso a Tripoli – 43 persone sarebbero state uccise e 235 ferite, quando alcuni miliziani hanno attaccato dei manifestanti pacifici che chiedevano solo che le milizie di Misurata se ne andassero.

Ecco ciò per cui Levy e compagnia bella hanno passato tanto tempo a fare lobbying
Uno dei maggiori successi di Levy in Libia fu di ottenere il riconoscimento internazionale del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT). La Francia e altri paesi fecero delle campagne di propaganda per il CNT come una alternativa alle istituzioni dello Stato di Gheddafi, che la NATO aveva sistematicamente distrutte.

Nella sua intervista al New York Magazine, Levy dice “qualche volta uno ha delle intuizioni che non sono chiare nemmeno a sé stesso”. Citazione riferita alla folgorante rivelazione vissuta dal “filosofo” il 23 febbraio 2011, guardano delle immagini televisive in cui le forze di Gheddafi minacciavano di affogare Bengasi “in un mare di sangue”.

Altro che intuizioni confuse, il programma di Levy è quello di un politico calcolatore. Come una versione francese dei neo-conservatori statunitensi che giustificavano la loro guerra devastatrice contro l’Iraq con ogni sorta di ragionamenti morali o filosofici e altre imposture. Per loro si trattava, prima di tutto, di una guerra per la “sicurezza” di Israele, con qualche gratificazione pratica chiavi in mano, raramente realizzatesi. In effetti, l’eredità di Levy è carica di riferimenti inequivoci al programma dei neocons.

La destra israeliana è affascinata da B-H Levy. Nel Jerusalem Post, la celebrazione della sua influenza globale culmina con la seguente citazione: “Un filosofo francese e uno dei leader del movimento dei Nouveaux Philosphes che dicevano che gli ebrei hanno la vocazione di fornire una voce morale unica nel mondo”.

Ma di morale qui non c’è niente. Le prodezze filosofiche del nostro sembrano avere di mira esclusivamente i mussulmani e le loro culture. “Il velo è un invito allo stupro” ha dichiarato alla Jewish Chronicle nell’ottobre 2006.

A lui la filosofia sembra tagliata apposta per vestire un programma politico di propaganda in favore degli interventi militari. Le sue arringhe hanno contribuito a distruggere la Libia ma senza impedirgli di scrivere un libro sulla “primavera” libica. Ha parlato del velo come di un invito allo stupro, tacendo del tutto sui numerosi casi di stupro registrati in Libia dopo la guerra della NATO. Nel maggio 2011, fu tra i pochi a difendere il presidente dello FMI, quando Dominique Strauss-Kahn venne accusato di avere violentato una cameriera a New York. Era una “cospirazione”, diceva, e la cameriera ne era complice.

Si potrebbe tentare di avere comprensione per l’odio di Levy nei confronti dei dittatori e dei criminali di guerra; dopo tutto Gheddafi non era certo un campione dei diritti umani. Ma Levy però non è un filosofo. Una qualità fondamentale del vero filosofo è la coerenza morale. Levy non ne ha nemmeno un briciolo. Una settimana dopo che il Jerusalem Post aveva celebrato l’influenza morale di Levy nel mondo, il quotidiano Haaretz descriveva il suo sostegno all’esercito israeliano titolando il 30 maggio 2010:

“Bernard-Henri Levy: Non ho mai visto un esercito democratico come le FDI”

Era un articolo a proposito del colloquio “La democrazia e le sue sfide”, tenuto a Tel Aviv. “Io non ho mai visto un esercito democratico come le FDI (Forze di difesa israeliane), che si pone simili problemi morali. C’è qualcosa di raramente vitale nella democrazia israeliana”.

Quando si pensi alle guerre e ai massacri perpetrati dall’esercito israeliano contro Gaza nel 2008-9 e nel 2012, non si riescono a trovare le parole appropriate per descrivere l’accecamento morale di Levy e gli errori della sua dottrina. Meglio è affermare che né la morale né la filosofia hanno molto a che vedere con Bernard-Henri Levy e la sua incessante voglia di guerra.

Preso da:

http://www.ossin.org/inchieste/bernard-henri-levy-e-la-distruzione-della-libia.html

Geopolitica, quello che i media non dicono – Guerra del Gas: il caso Libia

di Naman Tarcha 2 aprile 2015
Nel mondo della geopolitica nulla avviene per caso: potrebbe anche sembrare una coincidenza, ma è certo che tutte le crisi e i conflitti avvengono in paesi con enormi risorse energetiche, produttori ed esportatori, oppure posizionati sulle vie di passaggio dell’energia. Se un giorno i cartelli dei pacifisti inascoltati contro le guerre portavano la scritta No Oil War, oggi tutti sanno (e pochi ne parlano) che siamo nell’era del Gas War.
Siamo di fronte ad una guerra mondiale a puntate, in zone che sembrano scollegate ma che in realtà compongono un mosaico di un nuovo equilibrio energetico mondiale, che riguarda da un lato riserve e giacimenti di gas e dall’altro i gasdotti e le vie di commercializzazione ed esportazione. Diversi obiettivi che riflettono gli interessi dei paesi coinvolti.
Partiamo dalla Libia. La scusa è sempre la stessa: aiutare il popolo libico sostenendo i ribelli, liberatori della Libia, ma è il gas il vero motore.
La Libia rischia di frantumarsi: è divisa tra due governi, uno legittimo riconosciuto dalla comunità internazionale, e uno guidato dal movimento dei Fratelli Musulmani legato alla Turchia e sponsorizzato dal Qatar. La questione principale resta quella delle fonti energetiche controllate da questi governi, che potrà avere effetti sulla spartizione delle riserve economiche. Le conseguenze di ciò che sta accadendo oggi sono un diverso assetto del paese, che ne faciliti il controllo, dividendolo per ridistribuire i contratti di petrolio, fermando però i progetti e gli scavi di gas, sotto le minaccia dell’IS.
Resta finora sulla carta invece la risoluzione contro le fonti di finanziamento del cosiddetto “stato islamico” e di altre organizzazioni jihadiste approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la possibilità di infliggere sanzioni economiche a chi non la rispetta. La risoluzione proibisce, oltre al saccheggio, il contrabbando del patrimonio culturale di Siria e Iraq, esorta gli Stati membri a non pagare riscatti per gli ostaggi, e vieta il commercio del petrolio da cui l’IS ricaverebbe circa 900mila euro.
Infatti i sospetti sui traffici turchi riguardano i diversi siti delle industrie petrolifere nelle mani dei vari gruppi armati del cosiddetto Stato Islamico che gestiscono la rivendita illegale del petrolio e dei suoi derivati finanziando direttamente il terrorismo. Le milizie islamiche Alba Libica, nemiche del governo libico, contano pare sull’appoggio di Ankara, grazie ad un intenso traffico di aeri passeggeri e cargo fuori controllo.
Il governo libico non usa mezzi termini e punta il dito contro la Turchia, escludendola dai contratti petroliferi: “Sebbene nel recente passato abbiamo prove che Sudan e Qatar abbiano sostenuto gruppi terroristici, oggi è dalla Turchia che arriva un impatto negativo sulla sicurezza e sulla stabilità della Libia”. Il capo di governo Al Thani con queste parole accusa dichiaratamente questi due paesi di ingerenze attraverso il sostegno al governo parallelo di Tripoli guidato dai Fratelli musulmani e ai gruppi armati.
Nella guerra della Libia , dichiarata in tre giorni, finanziata e guidata direttamente dal Qatar con l’esecuzione della Francia, l’unico piano effettivo stabilito era che il Qatar si impegnava a commercializzare ed esportare l’energia libica.
In Libia si ripete lo stesso film dell’Afganistan, ma con attori diversi. Il Qatar, il primo paese al mondo per riserve di gas naturale, guardava in realtà con attenzione la Libia e le sue risorse energetiche, per la sua posizione geografica molto più strategica nei confronti delle’Europa. Shell, dopo due contratti, uno nel 2005 e un’altro nel 2008, stranamente aveva bloccato temporaneamente suoi progetti di esplorazione nei giacimenti di gas in Libia dichiarando che non avevano dato buoni risultati.
Secondo fonti americane il Qatar ha saldato il conto della guerra in Libia, costata 200 milioni di dollari ogni giorno: soldi spesi bene per l’obbiettivo finale di bloccare il flusso di gas libico in Europa.
Gli Usa in effetti non erano molto entusiasti per la guerra in Libia: otto società americane avevano già contratti petroliferi vantaggiosi. La Francia invece, ignorando gli interessi dell’Italia, con la pressione del Qatar che controlla l’economia francese e ne detta le regole e la politica estera, aveva invece grande interesse.Cosa guadagnano gli Stati Uniti? Bloccare intanto la Russia e il suo potere crescente che, insieme al gruppo del BRICS, potrebbe danneggiare gli interessi americani e l’alleanza Nato, confermandosi come unico produttore energetico mondiale.

Di Anniversari, Ricorrenti menzogne e Unintended consequences

Dodici anni fa, il 20 marzo 2003, gli Stati Uniti – a capo di una coalizione di ossequienti  “volenterosi” e con il mandato delle ossequienti Nazioni Unite – iniziavano l’attacco all’Iraq per distruggere le “armi di distruzione di massa” di cui quel paese era dotato, bloccarne la politica di “appoggio al terrorismo islamico”, fargli dono della democrazia.
Nel giro di quaranta giorni Baghdad fu “liberata”, la statua del dittatore immancabilmente abbattuta. Di fronte ai soldati schierati sulla portaerei Lincoln, il presidente Bush poté trionfalmente dichiarare: “Missione compiuta”.

Busch missione compiuta

La campagna mediatica per “vendere” alla manipolabile opinione pubblica (americana e internazionale) l’inevitabilità di quella guerra preventiva, si era appoggiata su un documento prodotto dall’Intelligence nell’ottobre del 2002 che per ovvi motivi di sicurezza doveva rimanere secretato. A detta dei vertici dell’amministrazione, il documento dimostrava oltre ogni dubbio la grave minaccia costituita dall’Iraq per la sicurezza degli Stati Uniti e del mondo occidentale: i programmi di fabbricazione degli ordigni nucleari non erano stati abbandonati, gli arsenali di armi chimiche e biologiche non erano stati distrutti, l’appoggio attivo al terrorismo alqaidista non era stato interrotto.
Condoleeza Rice, di fronte all’insaziabile e continua richiesta di prove provate che gli ispettori ONU non riuscivano a trovare, affermò stizzita e con efficace metafora che gli Stati Uniti non potevano aspettare che la “pistola fumante” si trasformasse in un fungo atomico.

La CIA consegnò copia di quel documento al Comitato per la Sicurezza del Senato – che lo aveva reclamato in base al Freedom Information Act – una prima volta nel 2004, con 72 pagine completamente censurate su un totale di 93. In seguito il Comitato poté disporre di un testo più esaustivo, in base al quale nel settembre 2006 – a disastro avvenuto e Bush rieletto –  arrivò alla conclusione che Washington aveva “esagerato” la minaccia irachena e che il rapporto non confermava in alcun modo le accuse.
Il documento è stato definitivamente desecretato a fine gennaio di quest’anno.

Che i pretesti fossero inconsistenti  era già risultato palese fin dai primi mesi dell’occupazione, quando nonostante le accanite ricerche sul campo non era stata trovata alcuna traccia di armi chimico-batteriologiche o di impianti per la fabbricazione di ordigni nucleari. Tuttavia le conclusioni del Comitato erano importanti, o avrebbero dovuto esserlo, perché inchiodavano  i vertici della Casa Bianca alle loro reponsabilità: non erano stati indotti in errore da un rapporto sbagliato, ma ne avevano anzi deliberatamente falsificato le indicazioni per rafforzare la loro menzogna, di fatto mentendo due volte.Statua Saddam Hussein abbattuta

Migliaia di morti nella coalizione dei volenterosi, centinaia di migliaia fra gli iracheni, milioni di profughi, miliardi di dollari spesi e dodici anni più tardi le conseguenze dell’inganno sono ancora tutte da risolvere. La previsione del generale William Odom, secondo il quale l’invasione dell’Iraq si sarebbe rivelata “il più grande disastro strategico nella storia degli Stati Uniti”, si è puntualmente avverata. La rinascita irachena e il risveglio sunnita, su cui gli strateghi americani avevano contato per la normalizzazione del paese, non sono mai avvenuti. Al contrario, le violenze settarie scatenate con l’invasione hanno alimentato la crescita di al Qaida, da cui le ancora più radicali milizie dello Stato Islamico hanno origine.

In un mondo ideale, gli psicopatici che si sono resi colpevoli di un simile disastro sarebbero processati e condannati. Nel nostro mondo imperfetto, al contrario, pare che il loro sia un esempio da seguire.

Barack Obama ne prende le distanze, a parole, quando in una recente intervista ammette che l’ISIS è una derivazione di al Qaida, che a sua volta ha potuto crescere in Iraq grazie all’invasione americana. “È un esempio di conseguenze non intenzionali  [unintended consequences], dice. Ed è la ragione per cui, in linea di massima, dovremmo prendere la mira prima di sparare“.
Nei fatti adotta la stessa tattica (manipolazione della realtà e noncuranza delle conseguenze umanitarie) che ha caratterizzato il suo predecessore, dal quale diventa sempre più difficile distinguerlo, per imbarcarsi anch’egli in avventure di esito catastrofico per l’intera comunità mondiale.

Libia – il bagno di sangue evitato
È il caso della Libia, di cui ricorre in questi giorni il quarto anniversario dell’inizio dei bombardamenti aeronavali a opera della NATO (19 marzo 2011). John Pilger ricorda che l’assassinio di Gheddafi e la distruzione del suo paese fu giustificato dalla solita menzogna dell’intervento umanitario: il dittatore stava pianificando un genocidio contro il suo popolo. “Sapevamo – disse Obama – che se avessimo aspettato ancora un giorno Bengasi, una città grande come Charlotte, avrebbe patito un massacro che si sarebbe ripercosso sull’intera regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo”.avvoltoi libia
L’autorevole fonte di questa informazione era un portavoce delle forze ribelli, che stavano subendo pesanti rovesci e spingevano per l’intervento occidentale. In un’intervista alla Reuters costui dichiarò che ci sarebbe stato “un vero bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Rwanda” (14/03/2011). Questo fornì la giustificazione morale all’intervento umanitario della Nato: 9700 incursioni aeree, un terzo delle quali su obiettivi civili; l’uso di uranio impoverito; Misurata e Sirte bombardate a tappeto; migliaia di morti, il paese nel caos.
“Il bagno di sangue che lui  aveva promesso di infliggere alla città assediata di Bengasi è stato evitato”, affermò Obama un mese dopo. “Lui” sottintendeva Gheddafi, anche se il solo a parlare di bagno di sangue era stato il portavoce delle forze ribelli (molte delle quali, segretamente addestrate ed equipaggiate dai corpi speciali inglesi, sarebbero poi confluite nelle file dello Stato Islamico).
Il vero crimine di Gheddafi, ovviamente indicibile, era il suo progetto di una valuta africana comune, sostenuta da riserve in oro e greggio, che tramite una Banca continentale affrancasse il continente dall’egemonia finanziaria del petrodollaro. Garikai Chengu, membro del DuBois Institute for African Research Harvard University,  in un articolo su Global Research, sostiene che in agosto 2011 gli Stati Uniti confiscarono alla Banca centrale libica 30 miliardi di dollari che Gheddafi aveva destinato alla creazione di di un Fondo Monetario Africano.
L’obiettivo più verosimile delle potenze occidentali era dunque quello di sbarazzarsi di un leader recalcitrante alla soggezione politica ed economica, metterne uno più docile e acquisire il controllo delle risorse del sottosuolo libico. Ma detta così non suona bene.

Siria – la linea rossa
In agosto 2012 Obama tracciò la linea rossa che il presidente siriano Bashar al Assad non avrebbe mai dovuto superare, quella dell’uso di armi chimiche: una linea rossa che di nuovo si richiamava al potente topos dell’intervento umanitario, perfetta per preparare il successivo passo verso un confronto armato contro il regime siriano. Le accuse ad Assad di averla ripetutamente superata si sprecavano, e l’eccidio avvenuto alla periferia di Damasco nell’agosto 2013 sembrò segnare il punto di non ritorno. La confusione sul campo di battaglia avrebbe consigliato prudenza nell’attribuire l’uso di armi chimiche all’una o all’altra parte; molti indizi anzi portavano a ritenere che l’uso del sarin potesse essere stato cinicamente usato dai ribelli come false flag  perché l’Occidente intervenisse.

crocodile_tears_for_syriaBarack Obama era perfettamente al corrente di queste riserve, espresse peraltro da buona parte degli analisti della sua stessa Intelligence; e tuttavia non perse occasione per parlarne come se fosse provata la colpevolezza del regime, fino al suo discorso davanti alle Nazioni Unite del 24 settembre 2013, quando dichiarò: “È un insulto alla ragione umana e alla legittimità di questa assemblea ipotizzare che siano stati altri e non il regime siriano a condurre questo attacco”.

Fortunatamente, la volontà di Obama di rovesciare il regime siriano si scontrò contro quella dei russi di sostenerlo, stavolta molto più determinati di quanto non avevano dimostrato con la Libia. E sfortunatamente per i falchi, un’intervista di John Kerry produsse una “unintended consequence” che inceppò il meccanismo di intervento bellico. Oggi lo stesso Kerry – dopo duecentomila vittime, 11 milioni di profughi e uno Stato Islamico che occupa buona parte del paese – è costretto ad ammettere che sì, per trovare una soluzione alla guerra in Siria, si dovrà necessariamente negoziare con il Presidente Bashar al Assad. Scusate, avevamo scherzato.

Ucraina – l’invasione russa
Il 24 settembre 2014, esattamente un anno dopo il suo discorso sulla Siria, Obama si rivolgeva di nuovo all’Assemblea delle Nazioni Unite dando la seguente personale rappresentazione della crisi in Ucraina e dell’atteggiamento geopolitico russo:

“Le recenti azioni della Russia in Ucraina mettono a repentaglio l’ordine mondiale quale si è delineato nel dopoguerra. Questi sono i fatti. A seguito delle mobilitazioni di protesta del popolo ucraino che chiedeva riforme, il loro corrotto presidente è fuggito. Contro la volontà del governo di Kiev, la Crimea è stata annessa alla Federazione Russa. La Russia ha riversato armi nell’Ucraina orientale appoggiando le violenze dei separatisti e un conflitto che ha ucciso migliaia di persone.
Quando un aereo civile è stato abbattuto da un’area controllata da questi emissari, costoro rifiutarono per giorni l’accesso ai relitti. 
Quando l’Ucraina ha cominciato a riaffermare il suo controllo sul territorio, la Russia ha abbandonato ogni finzione di sostenere i separatisti e ha inviato proprie truppe oltre il confine.

Questa è una visione del mondo in cui la forza crea il diritto, un mondo in cui i confini di una nazione possono essere ridisegnati da un’altra, e per evitare che la verità sia rivelata i civili non hanno il permesso di recuperare i resti dei loro cari. L’America sostiene qualcosa di diverso.
Noi crediamo che sia il diritto a dare la forza, che le grandi nazioni non dovrebbero prevaricare quelle piccole e che ognuno dovrebbe essere in grado di scegliere il proprio futuro. Sono semplici verità, ma devono essere difese. L’America, con i suoi alleati, appoggerà il popolo ucraino nello sviluppo della loro democrazia ed economia. Noi rinforzeremo i nostri alleati nella NATO e sosterremo il nostro impegno di autodifesa collettiva. La Russia dovrà pagare il costo dell’aggressione, e contrasteremo le menzogne con la verità.
Chiediamo ad altri di unirsi a noi dalla parte giusta della storia – perché i piccoli vantaggi che si possono estorcere puntando una pistola alla fine si ritorceranno contro,  se saranno abbastanza le voci che si levano per la libertà delle nazioni e dei popoli di decidere autonomamente.

Ho già commentato altrove le affermazioni dei primi tre capoversi: alla fine del post “Il fascino discreto dei neocons” e nel post “Un Boeing insabbiato” – a cui rimando chi avesse voglia e tempo.
Quanto ai capoversi successivi mi chiedo se anche voi, come me, avvertite una sensazione di grottesca ipocrisia, o di cieca negazione della realtà come fa il proverbiale bue quando dà del cornuto all’asino.
Ecco allora un breve elenco, probabilmente incompleto, delle nazioni che direttamente o indirettamente  hanno goduto della traboccante passione americana per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli nel corso degli ultimi 35 anni:

Iran (1980, 1987-1988)
Libia (1981, 1986, 1989, 2011)
Libano (1983)
Kuwait (1991)
Iraq (1991-2011, 2014)
Somalia (1992-1993, 2007-)
Bosnia (1995)
Saudi Arabia (1991, 1996)
Afghanistan (1998, 2001-)
Sudan (1998)
Kosovo (1999)
Yemen (2000, 2002-)
Venezuela (2002)
Pakistan (2004-)
Honduras (2009)
Siria (2011-)
Ucraina (2013-)

imagesIl filosofo Georges Santayana diceva che colui che non impara dalla Storia è condannato a riviverla. Gramsci, meno possibilista, sosteneva che la Storia è maestra, ma non ha allievi.

Se invece di dedicarsi a migliorare la mira, che comunque presuppone la volontà di sparare, Obama e chi gli succederà si preoccupassero di imparare dalla Storia, forse le ragioni per lamentarsi di unintended consequences si ridurrebbero significativamente, a tutto vantaggio dell’America e soprattutto del mondo intero.

Documenti per approfondire:

Libia: le manipolazioni della Clinton (e di Luttwak)

21 marzo 2015

IL SIMPATICO LUTTWAK
Il prof. Edward Luttwak, politologo e analista americano più conosciuto a Roma che a Washington, da tempo presenzia tutti gli spazi mediatici del nostro Paese; da Vespa a Formigli, da Lilli Gruber alla Zanzara, Luttwak è intervistato da tutti su tutto e dispensa consigli agli italiani sull’intero scibile umano; alcuni geniali (come quando propose di dare in gestione il sito di Pompei alla Disney), altri un po’ meno, soprattutto quando parla di politica estera e si abbandona alla strenua e difesa a prescindere della Casa Bianca.
Qualche tempo fa, a Piazza Pulita, l’ha detta grossa; parlando della Libia ha spiegato che con la disastrosa guerra del 2011, gli Usa non c’entravano nulla: “L’intervento è stato fatto dai francesi e gli inglesi” ha esclamato; e ancora “Responsabili sono Cameron e Sarkozy, erano loro gli entusiasti”.
Un’enormità di questo tipo non si perdona neanche al simpatico Luttwak.

4 LIVELLI DI IRRESPONSABILITÀ
Recentemente il Washington Times ha ricostruito, attraverso documenti segreti ritrovati a Tripoli dopo la caduta di Gheddafi, l’operazione di manipolazione orchestrata da Hillary Clinton (allora Segretario di Stato americano), per legittimare l’intervento militare Usa in Libia.
I documenti sono una serie di telefonate registrate (e confermate dai diretti interessati), intercorse tra alti ufficiali del Pentagono, un membro democratico del Congresso americano e Saif Gheddafi, figlio del Colonnello, nei giorni cruciali della guerra.
Dai documenti appaiono con chiarezza 4 livelli d’irresponsabilità e approssimazione con cui Washington si è rapportata alla crisi libica:

1) il Pentagono agiva indipendentemente dal Dipartimento di Stato, per evitare una guerra che (incredibilmente) erano i militari a non volere e i politici ad imporre.

2) la Cia non aveva la minima idea di cosa stesse realmente accadendo sul terreno, all’interno della guerra civile.

3) il Dipartimento di Stato (cioè la Clinton) non aveva istituito alcun canale diretto di gestione crisi con il regime libico (che, al contrario, aveva il Pentagono), né aveva conoscenza di chi fossero realmente i “ribelli anti-Gheddafi” e di quanti jihadisti e islamisti vi erano al loro interno.

4) La Clinton manipolò le informazioni su un presunto genocidio in atto da parte del governo libico; genocidio smentito dal Pentagono e dalle organizzazioni umanitarie operanti in Libia.

Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo del Medio Oriente per Human Rights Watch ha confermato al Washington Times che vi erano state atrocità ma “nulla che potesse far pensare ad un genocidio imminente”. Amnesty International, in un report del settembre 2011, svelò che i crimini erano compiuti anche dai ribelli  (torture, esecuzioni sommarie di civili e rapimenti di lavoratori stranieri).

GENERALI “PACIFISTI” E POLITICI GUERRAFONDAI
Come scrivemmo già nel 2011, Hillary Clinton forzò le informazioni, inaugurando la teoria della guerra umanitaria preventiva: colpire Gheddafi non per i crimini commessi ma per quelli che avrebbe potuto commettere. Una vera follia. L’intelligence militare spiegava, al contrario, che Gheddafi aveva dato precisi ordini di non colpire i civili per evitare reazioni internazionali.
Dalle registrazioni si evidenzia come il Pentagono (nella figura dell’Ammiraglio Mullen allora Capo di Stato Maggiore congiunto) non si fidasse delle relazioni che il Dipartimento di Stato e la Cia impacchettavano ad Obama, “ma non c’era nulla che potesse fare per contrastarle”.
La signora Clinton fu inamovibile nel trascinare la Casa Bianca nell’avventura libica (e Obama nel farsi trascinare), ignorando gli avvertimenti del Pentagono secondo cui “gli interessi degli Stati Uniti non erano in gioco, mentre e la stabilità regionale poteva essere minacciata” nel caso di caduta del regime.

Charles Kubic, uno dei mediatori del Pentagono in Libia ha rivelato che dopo la prima settimana di missili americani sulle basi libiche, Gheddafi era disposto a cedere il suo governo per una transizione pacifica a due condizioni: l’eliminazione delle sanzioni contro di lui e l’insediamento di una forza militare in Libia che impedisse la consegna del paese ai jihadisti; “Tutti pensavano che fosse una cosa ragionevole. Ma non il Dipartimento di Stato“.

RICORDIAMOCI QUESTA STORIA
Con buona pace del prof. Luttwak, la Casa Bianca non può esimersi dalle responsabilità di quella guerra disastrosa.

Fra un anno la signora Clinton potrebbe essere uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti; ricordiamoci di tutto questo quando inizieremo a leggere i peana dei servizievoli giornalisti italiani sulla “prima donna presidente degli Stati Uniti”; la cui irresponsabilità e incapacità è una delle causa del dilagare dell’Isis nel Mediterraneo.

Fonte: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2015/03/21/libia-le-manipolazioni-della-clinton-e-di-luttwak/#

L’ONU predispone il piano per il “ripopolamento” dell’Italia

17 novembre 2014

di Luciano Lago

E’ stato pubblicato il recente piano dell’ONU che si presenta come un apparente studio: «Replacement Migration: is it a solution to declining and ageing populations?».

Redatto dal Dipartimento degli Affari sociali ed economici dell’Onu, in questo studio vengono analizzati i movimenti migratori a partire dal 1995 e, attraverso modelli matematici, vengono prospettati diversi scenari che prevedono per l’Italia la “necessità” di far entrare tra i 35.088.000 e i 119.684.000 immigrati, principalmente dall’Africa, per “rimpiazzare” i lavoratori italiani. Visto che tra 36 anni gli over 65 saranno il 35% della popolazione e presupposto che il tasso di natalità per donna resti fermo a 1,2 bambini (negli Anni Cinquanta la media era 2,3).

Le Nazioni Unite prospettano come soluzione al problema demografico dell’Italia (e di altri paesi europei) quello di «rimpiazzare» (come riportato nel titolo del dossier) l’Europa che invecchia con un massiccio afflusso di immigrati dall’Africa e dall’Asia. Lo studio prende in considerazione gli immigrati, quasi sempre giovani, che dopo lo sbarco molto probabilmente si stabiliranno in Italia, dal nord al sud della penisola. Questi dovranno convivere la popolazione autoctona, saranno molto più prolifici degli italiani. Di conseguenza in un arco medio di tempo, l’Italia degli italiani si trasformerà in un «melting pot», un’insieme di razze, culture, religioni dove tra quarant’anni ci sarà ancora un nucleo di italiani che non saranno più la maggioranza della popolazione.

Lo studio dell’ONU calcola circa ventiseimilioni di immigrati e i loro discendenti che risiederanno nelle varie città italiane nel 2050. Attualmente sono quasi 5 milioni, contro i 7,8 presenti in Germania.

Potrebbe sembrare assurdo e poco razionale un piano che prospetti di incrementare a tal punto una popolazione in un territorio già super popolato e problematico come quello italiano. Considerando poi che in Italia esiste una disoccupazione giovanile che equivale al 43% non si capisce su quali basi si possa proporre un aumento di masse di immigrati che apporterebbero una completa destabilizzazione degli equilibri sociali già compromessi, a meno che non si voglia disporre di una massa di mano d’opera da sfruttamento per le nuove imprese transnazionali che si installeranno nel paese. Dai soloni dell’ONU, che non hanno mai risolto una sola situazione internazionale, ci si può aspettare di tutto e di più.

Questo dell’ONU in realtà non è soltanto uno studio teorico ma un preciso piano elaborato da uno dei massimi organismi della strategia mondialista, quale è l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Un piano che prevede la distruzione degli Stati nazionali, l’omologazione di tutte i paesi, di ogni cultura, nella creazione di un unico grande mercato globale, dominato dall’elite finanziaria, nel progetto globale di quello che sarà un Nuovo Ordine Mondiale (NWO) obiettivo finale di tutti gli strateghi del mondialismo.

Di fatto questo piano dell’ONU rientra perfettamente nel vecchio piano Kallergi che pochi conoscono ma che è alla base del progetto originario dell’Unione Europea. Non a caso il progetto viene appoggiato e sostenuto dalla Commissione Europea che ha imposto all’Italia, come ad altri paesi europei, di accogliere le masse dei migranti clandestini che arrivano dall’Africa.

Richard Coudenhove Kalergi (1894-1972), personaggio storico sconosciuto all’opinione pubblica, mai citato nei libri di storia ufficiali e sconosciuto anche tra i deputati europei è considerato come il vero padre di Maastricht, fondatore del paneuropeismo e del multiculturalismo.

Questo personaggio ( austriaco ma nato a Tokio) nel suo libro «Praktischer Idealismus» pubblicato nel 1925, Kalergi esponeva una sua visione multiculturalista e multi-etnicista dell’Europa, dichiarando che gli abitanti dei futuri “Stati Uniti d’Europa” non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una nuova popolazione multietnica ottenuta da un processo di mescolanza razziale”
Kalergi, con le sue teorie, ebbe allora il sostegno finanziario del banchiere Max Warburg, che rappresentava la banca tedesca di Amburgo (la Banca Warburg). Consideriamo che il fratello di Max Warburg, Paul Warburg, trasferitosi negli USA,fu uno dei fondatori della FED (la Federal Reserve statunitense) oltre che leader del Council on Foreign Relation (il CFR), uno dei più importanti organismi della elite dominante.

In sintesi il piano teorizzato da Kallergi prevedeva la necessità che i popoli d’Europa dovessero essere mescolati con africani ed asiatici per distruggerne l’identità originale e le culture e creare un’unica popolazione meticcia, multiculturale, un concetto che sta alla base di tutte le politiche comunitarie volte all’integrazione e alla tutela delle minoranze. Secondo il Kalergi, questa popolazione, mescolata e privata di una propria identità, avrebbe reso più facile il dominio della elite di potere sovranazionale. Benché nessun libro di scuola parli di Kalergi, le sue idee sono rimaste fra i principi ispiratori dell’odierna Unione Europea. Vedi: Il Piano Kalergi

Da notare che, in suo onore, è stato istituito il premio europeo Coudenhove-Kalergi che ogni due anni premia gli europeisti che si sono maggiormente distinti nel perseguire il suo piano criminale. Tra di loro troviamo nomi del calibro di Angela Merkel o Herman Van Rompuy.

I cittadini italiani non sono ancora consapevoli di cosa si stia preparando alle loro spalle e quale sia il livello di complicità dei governanti ed esponenti politici nazionali, dagli alti rappresentanti delle istituzioni come Matteo Renzi, al ministro Alfano, alla Laura Boldrini, noti esponenti del mondialismo e del modello multiculturale al pari di Giuliano Pisapia, sindaco di Milano e del sindaco di Roma, l’ineffabile dr. Marino.

C’erano stati gli allarmi lanciati da una scienziata antropologa come Ida Magli sul prossimo avvento dell’africanizzazione dell’Italia ma non era stata ascoltata nè presa sul serio. Le sue previsioni si stanno rivelate serie e fondate. Piuttosto la scienziata è stata emarginata dagli ambienti ufficiali della cultura e della docenza poichè le sue affermazioni sono ritenute non allineate al pensiero “politicamente corretto”.

Preso da: http://www.controinformazione.info/lonu-predispone-il-piano-per-il-ripopolamento-dellitalia/

Piano choc dell’Onu per l’Italia: 35 milioni di immigrati entro il 2050

1 dicembre 2014

La popolazione italiana è destinata all’estinzione? Vengono i brividi a leggere il Piano di “ripopolamento” preparato dall’Onu per l’Italia: entro il 2050 dovremo accogliere, secondo i “cervelloni” delle Nazioni Unite, 35 milioni di stranieri. Se ci va bene. Non si tratta di uno studio “neutrale”, ma di un progetto che si inserisce nella strategia di mondializzazione portata avanti dal potere globale. La denuncia viene dal sito Controinformazione.info. «I cittadini italiani non sono ancora consapevoli di cosa si stia preparando alle loro spalle», denuncia Luciano Lago. Ma vediamo, nel dettaglio, di che si tratta.

Una “soluzione” sbagliata al problema demografico
«Redatto dal Dipartimento degli Affari sociali ed economici dell’Onu, in questo studio vengono analizzati i movimenti migratori a partire dal 1995 e, attraverso modelli matematici, vengono prospettati diversi scenari che prevedono per l’Italia la “necessità” di far entrare tra i 35.088.000 e i 119.684.000 immigrati, principalmente dall’Africa, per “rimpiazzare” i lavoratori italiani». È questa la semplice e “comoda” soluzione delle élites mondialiste per risolvere il problema demografico, non solo dell’Italia, ma del resto d’Europa. L’Onu non segue insomma la via più logica e più semplice per affrontare la crisi dei Paesi che fanno pochi figli: cioè una politica natalista sostenuta da politiche mirate al sostegno della famiglia, delle donne lavoratrici, dei giovani in cerca di prima occupazione. No, tutto ciò sembra troppo “politicamente scorretto”. E allora vai con la politica delle porte aperte.

L’allarme lanciato da Ida Magli
Nell’articolo di Lago si chiamano in causa «il livello di complicità dei governanti ed esponenti politici nazionali» e si ricordano gli allarmi lanciati dalla scienziata e antropologa Ida Magli sul prossimo avvento dell’«africanizzazione dell’Italia». Ogni appello è risultato vano: «La scienziata è stata emarginata dagli ambienti ufficiali della cultura e della docenza poichè le sue affermazioni sono ritenute non allineate al pensiero politicamente corretto». Quello che fino od oggi ci era parso un incubo, potrebbe diventare la dura realtà per le future generazioni di italiani.

Preso da: http://www.secoloditalia.it/2014/12/piano-choc-dellonu-per-litalia-35-milioni-immigrati-entro-2050/

 

Hugo Chávez: le crisi programmate in Libia e Siria

19 febbraio 2015

Era il 2012. Chávez parlava delle ‘crisi programmate e provocate’ in Libia e Siria. Il furto di 200 miliardi di dollari di riserve libiche dopo l’”assassinio” di Gheddafi.

Vi presentiamo l’estratto di una conferenza stampa di Chávez, pochi mesi prima di morire.

Era l’8 ottobre 2012, il giorno dopo la sua rielezione. Il presidente venezuelano Hugo Chávez interviene su quelle che definisce le «crisi programmate e provocate in Libia e Siria» e sulla “sottrazione” dei 200 miliardi di dollari di riserve libiche dopo l’assassinio di Gheddafi. Chávez risponde lungamente a una giornalista della CNN. L’analisi sulla guerra che ha distrutto la Libia e sconvolto la Siria descrive precise responsabilità, e si presenta come un testamento politico di grande valore anche per valutare la crisi così com’è oggi, mentre i media e le classi dirigenti europee e nordamericane non raccontano com’è nata e da quali mani è stata peggiorata.

Buona visione.

Originale con video: http://www.informarexresistere.fr/2015/02/19/hugo-chavez-le-crisi-programmate-in-libia-e-siria/

Nuove evidenze confermano l’aiuto militare degli USA al gruppo takfiri dell’ISIS tanto in Libia come in Iraq

18 febbraio 2015

“Come mai gli equipaggiamenti militari di fabbricazione statunitense sono arrivati nelle mani dello Stato Islamico?”
Un giorno dopo dall’esecuzione dei 21 cristiani copti egiziani in Libia da parte dell’ISIS, lo scorso Lunedì, vari utilizzatori egiziani delle reti sociali hanno diretto la loro attenzione dei cittadini di tutto il mondo agli equipaggiamenti militari di fabbricazione statunitense che utilizzano i componenti dello Stato Islamico.

Si tratta delle baionette che vengono utilizzate dai terroristi dell’ ISIS nel nuovo video in cui decapitano le loro vittime cristiane. Gli utenti egiziani si domandano come questo tipo di pugnali , che appartengono all’Esercito statunitense come armi d’ordinanza, siano arrivati nelle mani dello Stato Islamico.

Parallelamente il Movimento di Resistenza Islamica (Hezbollah) dell’Iraq ha pubblicato questo Lunedì immagini che mostrano un elicottero da trasporto di carico pesante, modello Chinook, che fornisce armi all’ISIS nella provincia occidentale del Al-Anbar.
L’elicottero ha sbarcato armi, il giorno 5 di febbraio, a due veicoli che appartenevano all’ISIS, nella zona est della città di Faluya , così come ha spiegato Hezbollah dell’Iraq, citato dall’agenzia di notizie “Al-Sumaria”.

Atre evidenze testimoniano l’appoggio degli USA all’ISIS

Il presidente della Commissione della Sicurezza e difesa del Parlamento Iracheno, Hakem al-Zameli, ha assicurato che lo scorso mercoledì che questo Parlamento dispone di documenti che mettono in evidenza come gli aerei degli USA offrono appoggio all’ISIS.
In data precedente, il vice segretario generale di Hezbollah dell’Iraq, Husein al-Ramahi, ha divulgato la notizia che “gli aerei statunitensi lanciano di frequente armi per l’ISIS nelle regioni sotto il controllo di questo gruppo e dopo adducono che non si tratta di una misura premeditata e tutto avviene in modo accidentale”.

Nel corso degli ultimi mesi, in reiterate occasioni i media ed i funzionari siriani e gli iracheni hanno rivelato e hanno condannato gli appoggi che gli Stati Uniti offrono in segreto al gruppo dell’ISIS, autore di massacri e azioni di violenza nella regione.

Questa azione paradossale degli USA, rispetto ai gruppi armati mette in tela di giudizio la loro serietà e quella dei loro alleati rispetto al combattimento contro il terrorismo, visto che i gruppi estremisti come l’ISIS si sono rafforzati nel corso degli ultimi anni grazie al sostegno ed all’aiuto finanziario di paesi come gli USA, la Turchia, l’Arabia Saudita ed il Qatar che cercavano di rovesciare il governo siriano con l’utilizzo dei gruppi terroristi.

Nel frattempo si registrano le dichiarazioni rilasciate dall’ex collaboratore della CIA, Steven Kelley , il quale ha riferito, nel corso di una intervista rilasciata alla PressTV, che l’ISIS è un nemico totalmente creato e finanziato dagli Stati Uniti. “ Intervista registrata ad Anaheim, in California.

“I finanziamenti arrivano dagli Stati Uniti e dai loro alleati e il fatto che l’opinione pubblica pensi che questo sia un nemico e che deve essere combattuto in Siria o in Iraq è soltanto una farsa, dato che è chiaramente qualcosa che abbiamo creato, che controlliamo, e solo adesso è diventato svantaggioso attaccare questo gruppo come un nemico legittimo”, ha aggiunto l’ex agente della CIA.

Le parole di Kelley arrivano in un momento in cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama cerca l’approvazione del Congresso prima di estendere la campagna aerea americana su obiettivi Isis in Iraq e Siria. Il Pentagono ha lanciato finora circa cento raid su obiettivi Isis nel nord dell’Iraq da quando è stato autorizzato l’uso della forza a inizio agosto.

“Se si vuole risolvere il problema alla radice e rimuovere questa organizzazione, bisogna togliere i finanziamenti e occuparsi delle entità responsabili della creazione di questo gruppo. Credo che il gruppo probabilmente si dissolverebbe, sarebbe sconfitto dalle armate di Bashar Assad”, ha concluso Kelley.

Fonti:

■Hispantv
■PressTv
Traduzione e sintesi: Luciano Lago per Controinformazione

Fonte: http://www.informarexresistere.fr/2015/02/18/nuove-evidenze-confermano-laiuto-militare-degli-usa-al-gruppo-takfiri-dellisis-tanto-in-libia-come-in-iraq/

A Prodi scappa la verità su Gheddafi e La Libia.

16 febbraio 2015

L’Isis avanza, si sta prendendo la Libia. L’Italia ora è a portata di missile ed è entrata ufficialmente nella lista di Paesi nemici dello Stato islamico, tanto che Paolo Gentiloni è stato definito ministro “dell’Italia crociata”. L’allarme è rosso, dunque. Ci si trova davanti a una catastrofe.

L’ISIS oggi avanza liberamente in Libia sfruttando la situazione di caos totale che vige nel paese da quando l’Occidente ha “ammazzato” Gheddafi.

La Crociata anti-Gheddafi fu iniziata dalla Francia e appoggiata attivamente da Gran Bretagna, Italia (per mano dell’allora Premier Silvio Berlusconi), Canada e altri paesi. Ufficialmente, e solo ufficialmente, l’intervento militare aveva lo scopo di tutelare l’incolumità della popolazione civile dai combattimenti tra le forze lealiste a Mu’ammar Gheddafi e le forze ribelli.

In realtà invece dietro alla guerra-lampo promossa dall’Occidente c’erano ben altri motivi. Ovviamente economici.

E oggi a Prodi,intervistato da Il Fatto Quotidiano, è scappata la verità: “Si tratta di un errore nostro. Delle potenze occidentali. La guerra in Libia del 2011 fu voluta dai francesi per scopi che non lo so… certamente accanto al desiderio di ristabilire i diritti umani c’erano anche interessi economici, diciamo così”.

Parole pesantissime, dovrebbe essere istituito un nuovo Tribunale Internazionale come per l’Ex-Jugoslavia e dovrebbero essere processati i colpevoli di quanto accaduto in Libia.

Ma di quali interessi economici stiamo parlando? Per saperlo, basta guardare questo video:

Originale con video:

http://www.informarexresistere.fr/2015/02/16/a-prodi-scappa-la-verita-su-gheddafi-e-la-libia/