Occultare la distruzione della Libia

Occultare la distruzione della Libia

Numan Abd al-Wahid, Internationalist 360°, 23 settembre 2020

Gli inglesi, sia di destra che di sinistra, semplicemente non vogliono riconoscere il ruolo svolto dal loro governo nel distruggere la Libia e la conseguente crisi migratoria. “La distruzione della Libia ha causato il primo flusso migratorio dal Mediterraneo verso l’Europa”. The Strange Death of Europe di Douglas Murray identifica tre ondate migratorie verso l’Europa occidentale nel periodo postbellico. Inizialmente, la migrazione in Gran Bretagna e Francia proveniva dalle ex-colonie, per aiutare la ricostruzione negli anni ’50 e ’60. Anche altri Paesi dell’Europa occidentale invitarono persone da altrove per la ricostruzione. In secondo luogo, un’ondata di cittadini dell’Europa orientale arrivò negli anni ’90 e 2000 a causa dell’ampliamento dell’Unione europea. Il libro di Murray fu scritto sulla scia della terza e ultima ondata migratoria dell’ultimo decennio, aggravata dall’annuncio della cancelliera tedesca Angela Merkel, nell’agosto 2015 che accoglieva i rifugiati dalla guerra in Siria. In contrasto con la decisione di Merkel di consentire ai rifugiati siriani di entrare in Germania, Murray osserva che i Paesi che alimentano la guerra in Siria non erano ospitali come le nazioni europee. Scriveva: “In tutta la parte siriana della crisi dei rifugiati, quasi nessuno ha accusato i Paesi effettivamente coinvolti nella guerra civile, inclusi Iran, Arabia Saudita, Qatar e Russia, per il costo umano del conflitto. Non c’era ampio appello europeo all’Iran per accogliere i rifugiati dal conflitto, più di quanto non ci fosse pressione per insistere sul fatto che il Qatar avesse la giusta quota di rifugiati “. [i]
Prendiamo Murray in parola e mettiamo da parte le indicazioni di sostegno britannico ai cosiddetti ribelli siriani già nel 2012. Se si legge tra le righe tale estratto e si scompone ciò a cui si riferisce come “porzione siriana”, abbiamo di fronte l’altra parte della crisi migratoria. Vale a dire, quella stimolata dalla campagna della NATO per rovesciare il Colonnello Ghadhaffi in Libia. La cosiddetta “primavera araba”, iniziata col rovesciamento relativamente pacifico dei governi di Tunisia ed Egitto all’inizio del 2011, fu seguita da una rivolta a Bengasi, nella Libia orientale, che rapidamente divenne rivolta. I media occidentali inventarono scenari su come Gheddafi fosse sul punto di compiere massacri dopo massacri se l’occidente non fosse intervenuto. Così, il collega etoniano di Douglas Murray, David Cameron, allora primo ministro britannico, guidò la campagna globale militare in Libia nel 2011 per prevenire questa presunta orribile punizione. Cameron fu sostenuto negli appelli a intervenire in Libia da tutti i media britannici. Soprattutto quelli di destra cui Murray attualmente da ai lettori le sue opinioni. Nel 2011, il Daily Telegraph voleva vedere un’azione militare a sostegno dell’“opposizione” contro il Colonnello Gheddafi. Ad esempio, all’inizio di marzo 2011, la spinta inglese a bombardare la Libia fu mascherata come iniziativa occidentale: un rapporto affermò che “l’occidente è pronto a usare la forza contro Gheddafi” perché per Cameron, “… La caduta di Gheddafi fu la“ massima priorità ”della Gran Bretagna, aggiungendo: “Se aiutare l’opposizione in qualche modo riuscisse ad ottenere questo risultato, è certamente una cosa che dovremmo considerare… In quanto tali individui vicini all’esercito inglesi informarono i lettori che era pronta la “missione libica””. I piani d’intervento inglesi si scontrarono con un ostacolo, secondo Christopher Hope del Telegraph, quando altri leader mondiali rifiutarono l’idea. Qui Obama fu chiaramente individuato come ostacolo alla spinta inglese all’intervento militare o piuttosto a una no-fly zone. L’11 marzo 2011, un altro rapporto del Daily Telegraph apertamente mise in dubbio la natura della strategia di Obama: “È vigliaccheria? È indecisione? O è diplomazia intelligente?” prima di concludere che a causa delle “dimensioni e potenza militare degli USA, il presidente nordamericano non ha la possibilità di rimanere neutrale sempre…” Come tutti sappiamo, la Gran Bretagna ha sempre saputo cosa sia meglio quando si tratta quale direzione dovrebbe prendere la politica estera nordamericana.
Un articolo sul Sunday Telegraph del 13 marzo confrontò l’impulso di Cameron ad intervenire in Libia con la “paralisi” di Obama. L’autore continuava a “sperare” che Obama “segua l’esempio di Cameron, poiché Clinton ha seguito l’esempio di Blair in Kosovo”. Tuttavia, l’autore ebbe l’onestà di sostenere che nell’interesse della Gran Bretagna: “L’argomento della Libia non è puramente o addirittura principalmente umanitario, tuttavia. Anche se si mette da parte l’importanza come nazione produttrice di petrolio, la Libia rimane centrale negli interessi strategici e commerciali della Gran Bretagna nella regione”. È del tutto naturale che l’editoriale del Telegraph nei successivi due giorni era che il “silenzio” di Obama “danneggia l’occidente” (l’”occidente” era la metafora generica che significa interessi inglesi. Uno dei modi in cui il silenzio danneggiava l’”occidente” è perché: “… restare fuori dalle liti altrui nella regione più instabile e ricca di petrolio del pianeta non è una politica estera realistica”. Inoltre, Daily Telegraph indicò che Cameron trovava “frustrante” lavorare con Obama. [ii] Ciò è confermato nell’autobiografia di Cameron dove scrive senza scusanti di voler istituire la no fly zone per impedite il presunto possibile massacro, ma scoprì che Obama era d’ostacolo e doveva essere convinto ad intervenire militarmente in Libia. Nel 2016, un rapporto del parlamento inglese sull’intervento in Libia ammise di “non poter verificare l’effettiva minaccia ai civili rappresentata dal regime di Gheddafi; scelse elementi nominali dalla retorica di Muammar Ghadhaffi… “e che il governo britannico”, non identificò l’estremismo islamista nella ribellione”. Quindi, si basò su “ipotesi errate”. Di conseguenza, la distruzione della Libia causò il primo flusso migratorio dal Mediterraneo all’Europa. Prima del 2011, secondo fonti aperte, la Libia era un punto di destinazione per milioni di lavoratori migranti africani. Le cifre non sono definitive, ma durante i miei viaggi in Tunisia fui informato in modo attendibile che almeno 900000 tunisini lavoravano in Libia. Altri cittadini che lavoravano in Libia prima dell’intervento della NATO erano 1,5 milioni di egiziani e 1,5 milioni dell’Africa subsahariana ed altri. Inoltre, l’intervento della NATO costrinse milioni di libici a fuggire dal Paese e a sfollarne internamente centinaia di migliaia di altri. Il quotidiano Le Monde riferì che dal 2014 c’erano 600000 – 1 milione di rifugiati libici in Tunisia.
Questa “porzione” della Primavera araba fu sottovalutata nel libro di Murray. Le ricadute umane dell’intervento di Cameron in Libia ammontarono a milioni di rifugiati. Milioni di africani tornarono nei Paesi d’origine o intrapresero il pericoloso viaggio sul Mediterraneo verso l’Europa. Un’altra dimensione dell’intervento libico fu, come sostiene lo storico Mark Curtis, l’alleanza di fatto tra i bombardamenti di Gran Bretagna e Francia e combattenti islamisti. Inoltre, secondo Curtis, la Libia post-Gheddfi divenne centro di addestramento dei jihadisti poi mandati in Siria. Circa 3000 combattenti tunisini e libici si recarono in Siria per unirsi a gruppi di al-Qaida come Qatibat al-Batar al-Libi, fondato dai libici. Prima del 2015, Murray afferma che più persone sbarcavano a Lampedusa perché “in parte ciò era dovuto alle persone in fuga da cambi di governo e disordini civili”. [iii] Presumo fosse un modo subdolo per dire che fuggivano dall’operazione di cambio di regime di Cameron in Libia. Poi osserva che “il primo anno della Primavera araba fu un periodo particolarmente brutto per l’isola”. [iv] Niente merda, Sherlock! Tre anni dopo, nel 2014, “… l’anno prima che la crisi dei migranti” iniziasse, “170000 persone arrivarono [a Lampedusa, Malta o Sicilia]. I funzionari parlavano di risolvere il problema colmando il vuoto del governo libico” [v]. Questo vuoto arrivò per via aerea, atterrò sulle coste libiche e non ebbe niente a che fare con David Cameron.
Murray delizia costantemente i lettori su terrorismo e stupri presumibilmente commessi da migranti. [vi] Eppure, per qualche ragione, non aveva spazio o tempo per informare i lettori del terrorismo sessuale più atroce e depravato dell’ultimo decennio. Vale a dire, il governo inglese invitò centinaia di libici, che aderirono all’azione inglese contro il Colonnello Gheddafi nel 2011, in Gran Bretagna per addestrarsi nel 2014. Piccoli gruppi di tali traditori libici (o “cadetti” come li chiamava il Guardian) lasciarono le baracche di Bassingbourn per aggredire la popolazione locale e tre furono condannati per aver violentato un uomo. Infatti, da quando arrivarono nell’estate 2014, la polizia fu costretta a condurre “frequenti pattugliamenti presso la base di Bassingbourn poiché i residenti del vicino villaggio temevano “fughe e attacchi”.” Ci si può solo chiedere perché Murray evitò di menzionare tale pessimo episodio. Perché la colpa alla fine sarebbe stata dell’allora primo ministro britannico David Cameron? Complessivamente, sostiene Curtis, l’intervento di Cameron in Libia finora stimolava attacchi terroristici in 14 Paesi diversi, incluso il più orribile in Europa avvenuto a Parigi nel 2015. Il capo della cellula Abdalhamid Abaud degli attacchi terroristici al Bataclan di Parigi, che uccise 129 persone, fu addestrato da un gruppo nato dai disordini causati dall’intervento in Libia. Tornando al 2011, non appena Cameron guidò l’assalto per distruggere la Libia, iniziò a rullare i tamburi militari per la Siria. Ancora una volta, tale storia non viene raccontata dalla lettura di Murray della guerra in Siria. Per lui, i principali attori esteri in quella guerra erano Iran, Arabia Saudita, Qatar e Russia. Tuttavia, nel marzo 2012, Cameron volò negli Stati Uniti per tentare di convincerli ad impegnarsi ulteriormente nella guerra alla Siria. In un’intervista con Niall Ferguson lamentò la mancanza di interesse di Washington ad intervenire in Siria. Nell’estate 2012, dopo che la metà orientale di Aleppo fu invasa dall’opposizione (cioè i jihadisti), un rapporto dell’Indipendente notò che l’intelligence inglese aiutava i jihadisti indicando i movimenti delle truppe dell’Esercito arabo siriano. Affermò anche: “Si si ritiene che MI6 e CIA tacitamente permettano l’invio di mitragliatrici pesanti dai Paesi del Golfo ai ribelli… un diplomatico [allora] negò che gli inglesi “facilitassero” la fornitura di mitragliatrici pesanti. Ma… disse di non poter escludere la possibilità che appaltatori privati finanziati da Paesi come il Qatar fossero coinvolti nella fornitura di armi”.
The Strange Death of Europe cita Merkel non meno di 58 volte, mentre cita Cameron solo cinque. È abbastanza chiaro che l’obiettivo di Murray è mascherare e assolvere la colpevolezza inglese sulle crisi migratorie e conseguente caos. Per Murray, la crisi migratoria dell’ultimo decennio è imperniata e individua nella disprezzata Merkel, soprattutto dopo il discorso del 31 agosto 2015 che consentì ai rifugiati siriani di entrare in Europa. In quanto neoconservatore, sarebbe anatema per lui anche solo suggerire che la politica estera britannica, di Cameron, inviabdo l’esercito in Libia, fosse persino un fattore nella crisi migratoria. Si è costretti a chiedersi se l’obiettivo del libro sia attribuire con nonchalance, anche patologicamente, la colpa della crisi migratoria Merkel piuttosto che al suo collega etoniano David Cameron. Nella postfazione dell’edizione tascabile del libro, Murray si vanta che nessuno a da ridire sui fatti contenuti nel libro o “persino tentato di contestarli o negarli”. [vii] Forse la ragione di ciò è che molti divenuti suoi detrattori, sostennero l’intervento libico. Se dovessero sostenere che esso causò e stimolò la crisi migratoria, ciò significherebbe che il loro sostegno o acquiescenza era sbagliato. Ad esempio, i compagni di sinistra che dirigono il gruppo Stop the War Coalition, non si convinsero ad opporsi apertamente alla guerra alla Libia. Durante i sette mesi di bombardamenti della NATO organizzarono una manifestazione a Londra, a metà settimana, in cui parteciparono non più di 35 persone. Tutti i media inglesi sostennero l’intervento in Libia e quando i ribelli islamisti catturarono Gheddafi dopo che la NATO l’aveva localizzato e bombardato, lo linciarono e violentarono, e il Guardian celebrò e gongolò il giorno dopo in prima pagina, che questa era la “Morte di un dittatore”.
Organizzazioni anglo-musulmane di alto profilo erano pienamente d’accordo. L’Associazione Musulmana della Gran Bretagna, collegata alla Fratellanza Musulmana, appoggiò la NATO e il direttore estero del gruppo per i diritti umani,Cage, Muazam Biq, ex-detenuto di Guantanamo Bay, non solo sostenne l’insurrezione, ma confermò le conclusioni di Curtis secondo cui molti jihadisti libici furono la fanteria della NATO ed immediatamente formarono gruppi per il cambio di regime in Siria. Biq affermò che “molti che… avevano iniziato la rivoluzione in Libia e vi parteciparono militarmente, avevano esperienza e continuarono a creare e sostenere alcuni primi movimenti dir esistenza in Siria”. Biq inoltre spiegò che quando era in Libia nel 2012, l’allora primo ministro turco Erdogan visitò e tenne un discorso che registrò. Erdogan disse ai libici “oggi la Libia, ghaddan (cioè domani) la Siria”. Chiarì il suo appoggio al cambio di regime… “da fare in Siria, come fu fatto in Libia”. Prima di recarsi in Siria, Biq incontrò l’agenzia d’intelligence inglese MI5.
Inoltre, un intero movimento socioculturale di intellettuali accademici associato allo studio della resistenza all’imperialismo occidentale nel Sud del mondo nelle università occidentali tacque. Il professor Laleh Khalili definiva Murray “razzista elegante e disinvolto”, ma battutine come questo sono molto più facili da esprimere che porre domande per approfondire la propria acquiescenza all’intervento militare in Libia. L’attuale nemesi di Murray, il professor Priyamvada Gopal si limita a denunciare e classificare come “gheddafista” chiunque metta in dubbio la cosiddetta ribellione in Libia o l’intervento della NATO. È incredibile come questi e molti altri intellettuali fossero reticenti mentre un Paese africano veniva distrutto dalla NATO creando milioni di rifugiati, libici e non libici, eppure si vantano di come le loro pubblicazioni celebrino la resistenza all’imperialismo occidentale o di come utilizzano citazioni da “How Europe Underdeveloped Africa” di Walter Rodney. Nonostante tutti i difetti, la Libia di Gheddafi aumentò l’aspettativa di vita da 51 a 74 anni. L’analfabetismo fu spazzato via e il problema dei senzatetto era pressoché inesistente. Il reddito medio pro capite era tra i più alti in Africa, 16500 dollari. [viii] In realtà sostenne Nelson Mandela e l’African National Congress nella lotta contro l’apartheid in Sud Africa. Ma tutto questo non significa nulla per questi e altri guerrieri culturali sistematisi nelle torri d’avorio occidentali che scambiano continuamente litigi coi passanti nel cortile della scuola con minacce al loro posto di lavoro. Inoltre, nella postfazione del libro Murray copre brevemente l’omicidio di 22 persone a Manchester da parte di un terrorista che sembra fu addestrato in Libia. È del tutto naturale che Murray non porti all’attenzione dei lettori che la famiglia del terrorista se ne andò rapidamente da Manchester, dove le fu concesso esilio, unendosi alla ribellione in Libia contro il Colonnello Ghadhaffi e che vi sarebbe stato addestrato dopo che la Libia divenne terra di nessuno dei gruppi jihadisti in guerra per il territorio.
In conclusione, l’intervento di Cameron è simile al colpo di Stato in Iran del 1953, anch’esso avviato e guidato dagli inglesi. Il primo ministro iraniano Mossadegh tolse l’industria petrolifera dalle mani della multinazionale inglese nazionalizzandola. Gli inglesi allora convinsero i nordamericani per garantirsi il rovesciamento di Mossadegh. Le ripercussioni del colpo di Stato del 1953 portarono non solo alla rivoluzione iraniana, ma anche all’ascesa dei movimenti militanti in Germania come la Fazione dell’Armata Rossa. Se allora non ci fosse stata la rivoluzione iraniana, non ci sarebbe stata la guerra Iran-Iraq e il resto è storia. [ix] Come col colpo di Stato in Iran, gli inglesi, di destra e di sinistra, semplicemente non vogliono riconoscere e persino nascondono il ruolo del governo britannico nella distruzione della Libia e nelle crisi migratoria derivatane. Finora, l’intervento libico portò a una pioggia di migranti in Europa, e la missione in Siria per il cambio di regime portò ad altri rifugiati e attentati terroristici in Europa. Chissà dove andrà a finire il loro ritorno. Inoltre, secondo Murray, i migranti si riversano in Europa perché vogliono uno standard di vita migliore, ricevere sostegno statale e perché il continente è molto più pacifico e tollerante di altri posti nel mondo. [x] O evidentemente può darsi che nell’ultimo decennio i migranti sono accorsi in Europa perché gli interventi militari degli inglesi (in collusione con jihadisti e Stati che li sostengono) hanno distrutto i loro Paesi e non ebbero scelta se non cercare un altro posto dove vivere.

[i] Douglas Murray, “The Strange Death of Europe: Immigration, Identity, Islam” (London: Bloomsbury Continuum, 2018), pag. 159
[ii] Per un resoconto dettagliato della richiesta d’intervento militare da Telegraph e Times, vedasi Numan Abd al-Wahid, “Britain’s Libya Adventure“.
[iii] Murray, op. cit., pg65
[iv] ibid., pg.66
[v] ibid., pg73
[vi] ibid., pg.153-4, pg.185-186, pg.194-7
[vii] ibid., pg.335
[viii] Maximilian Forte, “Slouching Towards Sirte: NATO’s War on Libya and Africa”, (Montreal: Baraka Books, 2012), pg.143-144
[ix] Numan Abd al-Wahid, “Debunking the Myth of America’s Poodle: Great Britain Wants War” (Winchester: Zero Books, 2020), pag.108-110
[x] Murray, op. cit., pag. 59

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Preso da: http://aurorasito.altervista.org/?p=13753&fbclid=IwAR1Hk5FChNyBT-CUaqn78Qe4I2kpSH5E_iUbPHyIpexUCBSnL-lWsvoA1Ew

Dalla Libia all’Azerbaigian: la guerra per procura dei mercenari siriani di Erdogan

La destabilizzazione della Siria continua a farsi sentire sull’intera regione, stimolando gli appetiti e le ambizioni delle medie e grandi potenze sulla scena

Di Andrea Lanzetta

Pubblicato il 28 Set. 2020 alle 11:15 Aggiornato il 28 Set. 2020 alle 11:27

Nagorno Karabakh: un vecchio conflitto alimentato in una remota regione del Caucaso anche da nuovi combattenti, stranieri pagati appositamente per combattere guerre che non gli appartengono, in particolare provenienti dalla Siria, dove non è difficile trovare veterani disposti a battersi all’estero.

Non è una novità il ricorso a mercenari reclutati nel Paese arabo da parte della Turchia e non solo, impiegati poi in altri teatri di conflitto come ad esempio in Libia, dove Ankara avrebbe impiegato fin quasi 18mila tra miliziani siriani e combattenti stranieri reclutati in Siria, anche da gruppi fondamentalisti, compresi centinaia di minori, di cui almeno 8.500 già smobilitati e pronti a nuove “avventure”.

Immagine di copertina

Il rinfocolarsi del conflitto fra Armenia e Azerbaigian in Nagorno Karabakh, dove si è tornato a sparare già da luglio e che nelle ultime ore ha provocato i peggiori scontri dal 2016 portando alla parziale mobilitazione delle forze armate azere, potrebbe rappresentare una nuova tappa del viaggio dei combattenti siriani a pagamento tra i vari conflitti che infiammano il bacino del Mediterraneo.

I due storici rivali, entrambe repubbliche ex sovietiche, rivendicano quest’area del Caucaso sin dall’indipendenza, coinvolgendo anche i loro grandi vicini, come Turchia e Russia, che a fine luglio, dopo i primi colpi sparati a cavallo del confine, decisero di mostrare i muscoli con una serie di esercitazioni militari congiunte: la prima con l’Azerbaigian e l’altra con l’Armenia.

Proprio il governo di Yerevan accusa Ankara di aver schierato i propri F-16 al fianco delle forze di Baku, oltre a impiegare una serie di mercenari reclutati dalle zone occupate dai militari turchi in Siria settentrionale. Quest’ultima notizia, smentita dalle forze azere e turche, è stata divulgata dall’Armenian Unified Infocenter, che raccoglie dati sul conflitto per le autorità armene, non certo una fonte indipendente.

Secondo l’intelligence armena, sarebbero quasi 4.000 i miliziani provenienti dalla Siria schierati al fianco delle forze di Baku e tra questi ben 81 potrebbero essere rimasti vittime del conflitto in Nagorno Karabakh. Se la fonte e i numeri divulgati possono apparire sospetti, le accuse di Yerevan trovano invece conferme da parte dell’Osservatorio siriano per i diritti umani.

Varie fonti citate dall’ong con sede a Londra riferiscono infatti l’arrivo di un primo gruppo di combattenti siriani provenienti da alcune fazioni sostenute da Ankara, già arrivati in Azerbaigian attraverso la Turchia, che avrebbe già reclutato almeno 300 miliziani per questo fronte. I mercenari sarebbero giunti pochi giorni prima in Anatolia dal cantone di Afrin, nella campagna nord-occidentale della provincia siriana di Aleppo, occupata dal marzo del 2018 dalle forze turche.

I combattenti coinvolti apparterrebbero per lo più alle fazioni ribelli siriane “Brigata Sultan Murad” e “Brigata Sultan Suleiman Shah”, nota anche come milizia Al-Amshat, dispiegate nei villaggi e nelle città della provincia di Idlib e del cantone di Afrin. La pericolosità di queste voci è alimentata anche dall’aleggiare dello spettro dell’estremismo religioso sul conflitto in corso in Caucaso, visto il coinvolgimento della brigata Sultan Murad, un gruppo armato afferente all’Esercito nazionale siriano, noto in passato come Esercito Siriano Libero, una formazione sostenuta Ankara e in cui sono confluiti anche vari fondamentalisti sunniti, che potrebbero creare non pochi problemi in un Paese a maggioranza sciita come l’Azerbaigian.

Al momento nessuna fonte indipendente è stata in grado di confermare la notizia del dispiegamento di mercenari siriani in Nagorno Karabakh ma qualcosa sul fronte dei combattenti reclutati in Siria si sta certamente muovendo, soprattutto in Libia. Negli ultimi mesi si sono infatti rincorse varie voci circa il parziale ma progressivo abbandono del fronte libico sia da parte dei combattenti stranieri impiegati da Haftar che di quelli fedeli al Governo di Accordo Nazionale di Tripoli.

Di recente, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, Ankara ha ridotto gli ingaggi dei mercenari siriani schierati in Libia, diminuendone i compensi da 2.000 a 600 dollari al mese, organizzando negli ultimi 10 giorni nuovi convogli di ritorno in Siria dal Nord Africa per oltre 1.200 combattenti in scadenza di contratto.

Secondo l’analista Elizabeth Tsurkov, quasi un mese fa le chat su WhatsApp dei gruppi armati vicini all’Esercito nazionale siriano parlavano della possibilità di partire per l’Azerbaigian con compensi compresi tra i 2.000 e i 2.500 dollari mensili, un notevole aumento rispetto ai 70 dollari al mese ricevuti per combattere insieme alle forze turche nel nord della Siria. Nonostante il reclutamento di combattenti siriani per il conflitto in Nagorno Karabakh resti ancora al livello di voci non confermate e accuse di parte, varie fonti locali hanno documentato la partenza, circa una settimana fa, di decine di miliziani dalla Siria nordoccidentale attraverso la Turchia con destinazione sconosciuta.

La difficoltà di confermare l’invio di mercenari dalla Siria per combattere al fianco di Baku si scontra anche con il diverso metodo di reclutamento adottato rispetto al conflitto libico. Lo schieramento di combattenti siriani in Libia, impiegati al fianco del governo di Tripoli contro il generale Haftar, era avvenuto tramite il coinvolgimento diretto degli ufficiali turchi, accordatisi con i comandanti delle varie fazioni che compongono l’Esercito nazionale siriano.

In questo caso invece, il reclutamento avverrebbe su base diretta, attraverso l’intermediazione di compagnie private operanti in Turchia, che si occupano anche del trasporto dei combattenti al fronte. Fonti locali confermano l’apertura in due scuole del centro della città di Afrin di altrettanti uffici volti a reclutare “volontari” per il fronte azero, dove l’affluenza e le lunghe code avrebbero addirittura creato problemi di ordine pubblico, causati dalla scarsa disciplina dei combattenti.

Proprio il governo di Yerevan accusa Ankara di aver schierato i propri F-16 al fianco delle forze di Baku, oltre a impiegare una serie di mercenari reclutati dalle zone occupate dai militari turchi in Siria settentrionale. Quest’ultima notizia, smentita dalle forze azere e turche, è stata divulgata dall’Armenian Unified Infocenter, che raccoglie dati sul conflitto per le autorità armene, non certo una fonte indipendente.

Secondo l’intelligence armena, sarebbero quasi 4.000 i miliziani provenienti dalla Siria schierati al fianco delle forze di Baku e tra questi ben 81 potrebbero essere rimasti vittime del conflitto in Nagorno Karabakh. Se la fonte e i numeri divulgati possono apparire sospetti, le accuse di Yerevan trovano invece conferme da parte dell’Osservatorio siriano per i diritti umani.

Varie fonti citate dall’ong con sede a Londra riferiscono infatti l’arrivo di un primo gruppo di combattenti siriani provenienti da alcune fazioni sostenute da Ankara, già arrivati in Azerbaigian attraverso la Turchia, che avrebbe già reclutato almeno 300 miliziani per questo fronte. I mercenari sarebbero giunti pochi giorni prima in Anatolia dal cantone di Afrin, nella campagna nord-occidentale della provincia siriana di Aleppo, occupata dal marzo del 2018 dalle forze turche.

I combattenti coinvolti apparterrebbero per lo più alle fazioni ribelli siriane “Brigata Sultan Murad” e “Brigata Sultan Suleiman Shah”, nota anche come milizia Al-Amshat, dispiegate nei villaggi e nelle città della provincia di Idlib e del cantone di Afrin. La pericolosità di queste voci è alimentata anche dall’aleggiare dello spettro dell’estremismo religioso sul conflitto in corso in Caucaso, visto il coinvolgimento della brigata Sultan Murad, un gruppo armato afferente all’Esercito nazionale siriano, noto in passato come Esercito Siriano Libero, una formazione sostenuta Ankara e in cui sono confluiti anche vari fondamentalisti sunniti, che potrebbero creare non pochi problemi in un Paese a maggioranza sciita come l’Azerbaigian.

Al momento nessuna fonte indipendente è stata in grado di confermare la notizia del dispiegamento di mercenari siriani in Nagorno Karabakh ma qualcosa sul fronte dei combattenti reclutati in Siria si sta certamente muovendo, soprattutto in Libia. Negli ultimi mesi si sono infatti rincorse varie voci circa il parziale ma progressivo abbandono del fronte libico sia da parte dei combattenti stranieri impiegati da Haftar che di quelli fedeli al Governo di Accordo Nazionale di Tripoli.

Di recente, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, Ankara ha ridotto gli ingaggi dei mercenari siriani schierati in Libia, diminuendone i compensi da 2.000 a 600 dollari al mese, organizzando negli ultimi 10 giorni nuovi convogli di ritorno in Siria dal Nord Africa per oltre 1.200 combattenti in scadenza di contratto.

Secondo l’analista Elizabeth Tsurkov, quasi un mese fa le chat su WhatsApp dei gruppi armati vicini all’Esercito nazionale siriano parlavano della possibilità di partire per l’Azerbaigian con compensi compresi tra i 2.000 e i 2.500 dollari mensili, un notevole aumento rispetto ai 70 dollari al mese ricevuti per combattere insieme alle forze turche nel nord della Siria. Nonostante il reclutamento di combattenti siriani per il conflitto in Nagorno Karabakh resti ancora al livello di voci non confermate e accuse di parte, varie fonti locali hanno documentato la partenza, circa una settimana fa, di decine di miliziani dalla Siria nordoccidentale attraverso la Turchia con destinazione sconosciuta.

La difficoltà di confermare l’invio di mercenari dalla Siria per combattere al fianco di Baku si scontra anche con il diverso metodo di reclutamento adottato rispetto al conflitto libico. Lo schieramento di combattenti siriani in Libia, impiegati al fianco del governo di Tripoli contro il generale Haftar, era avvenuto tramite il coinvolgimento diretto degli ufficiali turchi, accordatisi con i comandanti delle varie fazioni che compongono l’Esercito nazionale siriano.

In questo caso invece, il reclutamento avverrebbe su base diretta, attraverso l’intermediazione di compagnie private operanti in Turchia, che si occupano anche del trasporto dei combattenti al fronte. Fonti locali confermano l’apertura in due scuole del centro della città di Afrin di altrettanti uffici volti a reclutare “volontari” per il fronte azero, dove l’affluenza e le lunghe code avrebbero addirittura creato problemi di ordine pubblico, causati dalla scarsa disciplina dei combattenti.

Preso da: https://www.tpi.it/esteri/azerbaigian-mercenari-siria-turchia-20200928672100/

 

 

Morto esperto in virus Ebola sull’aereo Malaysian Airlines

Morto esperto in virus Ebola sull’aereo Malaysian Airlines – Riportiamo due notizie relative all’abbattimento del volo della Malaysian Airlines in Ucraina, fatto imputato alla Russia , e la morte di un passeggero particolarmente importante in quanto esperto in malattie infettive come AIDS e virus Ebola . Trattasi di coincidenze troppo evidenti per passare inosservate. Anche iltempo.it riporta questa notizia che non puo’ che lasciare interdetti e sospettosi .

Glenn Thomas, autorevole consulente dell’OMS a Ginevra, esperto in AIDS e, soprattutto, in Virus Ebola, era a bordo del Boeing 777 della Malaysia Airlines abbattuto ai confini tra l’Ucraina e la Russia.

Glenn Thomas era anche il coordinatore dei media ed era coinvolto nelle inchieste che stavano portando alla luce le controverse operazioni di sperimentazione di virus Ebola nel laboratorio di armi biologiche presso l’ospedale di Kenema. Ora che questo laboratorio è stato chiuso per volontà del Governo della Sierra Leone, emergono ulteriori particolari in merito agli interessi che nascosti dietro la sua gestione. idn poker

Bill e Melinda Gates hanno connessioni con i laboratori di armi biologiche situati a Kenema, epicentro dell’epidemia di Ebola sviluppatasi dall’ospedale dove erano in corso trial clinici sugli esseri umani per lo sviluppo del relativo vaccino, e ora, a seguito dell’avvio di un’indagine informale, emerge il nome di George Soros che, tramite la sua Fondazione, finanzia lo stesso laboratorio di armi biologiche.

Glenn Thomas era a conoscenza di prove concrete che dimostravano come il laboratorio aveva manipolato diagnosi positive per Ebola [per conto della Tulane University] al fine di giustificare un trattamento sanitario coercitivo alla popolazione e sottoporla al trattamento sperimentale del vaccino che, in realtà, trasmetteva loro Ebola. Glenn Thomas aveva rifiutano di andare avanti con il cover up, a differenza di taluni che lavorano al nostro Istituto Superiore di Sanità e sono adesso ben sono consapevoli che Glenn Thomas è stato assassinato.

Morto esperto in virus Ebola sull’aereo Malaysian Airlines

I canali ufficiali dei media non hanno mai riportato una sola notizia in merito alla presenza del laboratorio di armi biologiche a Kenema, men che meno la disposizione di chiusura, né l’ordine di interrompere la sperimentazione di Ebola da parte della Tulane University. Quindi, quali altri canali ci sono rimasti perché queste informazioni diventino di pubblico dominio, e siano diffuse attraverso le reti sociali, se anche l’OMS e le istituzioni sanitarie evitano di rilasciare informazioni e di agire?

Il miliardario George Soros, attraverso la Fondazione Soros Open Society, per molti anni ha attuato“investimenti significativi“ nel “triangolo della morte Ebola” della Sierra Leone, Liberia e Guinea. Pertanto,George Soros avevaun movente per uccidere il portavoce OMS Glenn Thomas per fermare la diffusione di notizie attraverso i canali ufficiali che l’epidemia di Ebola è stata orchestrata a tavolino in un laboratorio di armi biologiche

L’Olanda è un paese frastornato dalla rabbia e dall’impossibilità di spiegare le ragioni del disastro, a tal punto da avanzare una indagine per crimini di guerra. Ancor più disorientato è il suo Primo Ministro che, dopo aver chiesto di rimpatriare 40 corpi delle vittime MH17, afferma che “le rimanenti 200 vittime saranno rimpatriate in treno“. Ma se gli olandesi erano solo in 193, da dove saltano fuori tutti gli altri?

In merito al treno che trasporta i corpi delle rimanenti vittime, restano altrettante colossali incongruenze sui numeri riferiti dalle diverse fonti: gli esperti internazionali parlano di 282 corpi mentre Kiev riferisce che nei 5 vagoni refrigerati vi sono 252 corpi. Queste cifre fanno ulteriormente a cazzotti con la lista ufficiale dei 298 passeggeri.

In tutto questo marasma è particolarmente interessante il totale silenzio dei media ufficiali in merito alla notizia della chiusura del laboratorio di Kenema pubblicata sulla pagina Facebook del Ministero della Salute della Sierra Leone.

Notizia tratta dal Tempo.it

Esperimenti top secret. Un medico che sa troppo. Un aereo abbattuto per far tacere chi potrebbe avvertire i giornali. Un virus mutante sfuggito al controllo. C’è un «giallo» ricco di colpi di scena dietro l’epidemia di Ebola che ha infettato Sierra Leone, Liberia, Guinea e Nigeria e ora minaccia il mondo. Una lunga serie di strane coincidenze che partono da Kenema, il centro di ricerche dove lavorava Shiekh Humar Khan, il medico-eroe morto il 29 luglio scorso dopo essere stato contagiato dal virus. Khan dirigeva il laboratorio dove si effettuavano test sulla popolazione locale per scovare i nuovi casi. Laboratorio che ha una partnership con l’università Tulane di New Orleans, famosa per dipartimento di Malattie tropicali che effettua ricerche sull’Ebola.

L’ospedale di Kenema collabora anche con l’Us Army Medical Research Institute of Infectious Disease, il settore delle forze armate americane che si occupa delle malattie infettive. Test e sperimentazioni, stando ai comunicati ufficiali, per trovare vaccini su febbre gialla e febbre di Lassa per immunizzare i soldati. Sperimentazione di bio-armi, nuovi virus da utilizzare in guerra, secondo la popolazione locale che ha assaltato il centro di Kenema perché tutti coloro che vi si recavano per lo screening di Ebola ne uscivano ammalati. Tanto che il Ministero della Sanità della Sierra Leone il 23 luglio scorso ha chiuso laboratorio e ospedale, ha trasferito i pazienti nel centro di trattamento di Kailahun e ha ordinato all’università Tulane di «fermare i test su Ebola». Quali test? Non viene spiegato. Il dicastero ha ordinato inoltre al Cdc, Center for Disease Control statunitense, di «inviare ufficialmente le conclusioni e raccomandazioni della valutazione del laboratorio di Kenema». Riguardo cosa non è chiarito. Che cosa si stava sperimentado?

Su una ricerca pubblicata a luglio dal Cdc e firmata da Humar Khan, Randall Schoepp, Cynthia Rossi, Augustine Goba e Joseph Fair è riportato che «l’Ebola virus che ha infettato la Sierra Leone potrebbe essere il risultato di un Bundibugyo virus o una variante genetica di Ebola». Il 31 luglio il presidente del piccolo paese africano Ernest Bai Koroma ha dichiarato lo stato di emergenza parlando della ricerca del dottor Khan e chiedendosi se la virulenza di Ebola sia stata ottenuta con una mutazione genetica. Perché il virus che porta la febbre emorragica nell’Africa esiste (e uccide) da secoli mantenendosi entro certi confini. Il primo agosto anche il direttore generale dell’Oms Margaret Chan ha cominciato a chiedersi se ci sia una mutazione di Ebola oppure un adattamento naturale del virus. Parlando di «variante fatta dall’uomo».

Quattordici giorni prima di questa dichiarazione è morto Glenn Thomas, esperto di Ebola e Aids dell’Oms. Era a bordo del volo MH 17 di Malaysia Airlines abbattuto da un missile. Il 17 luglio s’era imbarcato ad Amsterdam per andare ad un convegno a Melbourne, in Australia, dove pare dovesse annunciato notizie importanti. E, visto che era pure il portavoce dell’organizzazione incaricato a parlare con giornali e televisioni, c’è chi vede nell’abbattimento del Boeing 777 la soluzione trovata per fermare eventuali sue rivelazioni riguardo le sperimentazioni ad insaputa degli africani per realizzare vaccini e guadagni milionari con il diffondersi dell’epidemia. Sacrificando comunque altre 297 vite. «Tesi accattivante ma lontana dalla scienza», secondo Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto per la malattie infettive «Lazzaro Spallanzani» di Roma.

«Le epidemie si verificano sistematicamente. Possono comparire quando meno ce lo aspettiamo». E per non essere colto di sorpresa il presidente degli Stati Uniti Barack Obama il 31 luglio ha cambiato con un ordine esecutivo l’elenco delle malattie per cui è necessaria la quarantena inserendo tutte quelle che si presentano con febbre e problemi respiratori e sono contagiose tanto da far rischiare la pandemia. Viene esclusa comunque l’influenza. Il virus mutante di Ebola sembra possa passare da uomo a uomo anche attraverso starnuti e non solo entrando in contatto con sangue, urine e fluidi corporei dei malati. Intanto la società californiana Mapp Biopharmaceuticals sta lavorando, insieme alla canadese Defyrur, allo ZMapp, cocktail di antibiotici per curare l’Ebola. Il 14 gennaio scorso Tekmira, che ha un contratto da 140 milioni di dollari con il Dipartimento Usa della Difesa, aveva annunciato la sperimentazione di vaccini sull’uomo.

Preso da: http://appuntiitaliani.com/morto-esperto-in-virus-ebola-sullaereo-malaysian-airlines/

ECCO ALCUNE DELLE PROVE CHE C’È L’USAID DIETRO ALLE MANIFESTAZIONI CONTRO LUKASHENKO IN BIELORUSSIA

Il 6 agosto, tre giorni prima delle elezioni presidenziali in Bielorussia e delle proteste che ne sono seguite, le agenzie di politica estera americane hanno concluso un accordo su “organizzazione di eventi e logistica per USAID-Bielorussia”.

L’appaltatore nell’ambito del contratto è il Centro di studi lituano sull’Europa orientale, secondo “fdps.gov” – il registro degli appalti pubblici degli Stati Uniti. In precedenza, nell’ambito dello stesso contratto statale, gli oppositori bielorussi sono stati formati in Lituania e il centro menzionato è quello che ha ospitato la candidata presidenziale dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaya. In questo contesto, USAID in Bielorussia potrebbe presto essere chiuso.

USA, Ucraina e Lituania sono chiaramente gli organizzatori delle manifestazioni contro Lukashenko.

L’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (USAID) riferisce simultaneamente al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, al Presidente degli Stati Uniti e al Consiglio di sicurezza nazionale. Secondo la carta del contratto statale, il cliente diretto era la filiale ucraina di USAID. La filiale bielorussa di USAID è elencata come la parte finanziatrice. Il contraente è “Rytų Europos studijų centras”, ovvero il Centro di studi sull’Europa orientale (CESE).

La descrizione del lavoro è breve: “Organizzazione di eventi e logistica per USAID / Bielorussia”. L’importo del finanziamento per questo scopo non è specificato.

Nella prima fase dello stesso contratto statale, la descrizione del lavoro era più dettagliata: nel settembre 2018, USAID-Bielorussia ha ordinato la consegna e la formazione di attivisti dal Centro di studi sull’Europa orientale a Vilnius: “USAID / Bielorussia avrà bisogno di supporto logistico portare gli attivisti bielorussi a Vilnius durante diversi round di incontri nell’autunno del 2018-inizio primavera 2019. Il team avrà bisogno di supporto per organizzare gli incontri / viaggi / alloggio per i partecipanti bielorussi “. L’importo della commissione è $ 35.600.

La seconda e la terza fase del lavoro nell’ambito di questo contratto statale sono datate settembre e novembre 2019 – con una breve descrizione: “… Pianificazione e logistica degli eventi per USAID / Bielorussia”, e ancora una volta USAID-Ucraina è stata coinvolta come parte del contratto. Le date di “acquisizione” sono il 25 settembre e il 18 novembre 2019.

È interessante notare che nell’autunno del 2019 si sono svolte numerose manifestazioni in Bielorussia sullo sfondo della campagna elettorale parlamentare bielorussa – ad esempio, il 16 novembre (il giorno prima delle elezioni), si è tenuta una marcia con striscioni come “E il il re è nudo! “.

Pertanto, le azioni su larga scala dell’opposizione bielorussa sono chiaramente correlate per date con i le direttive statunitensi, e gli eventi di agosto hanno dato luogo ad altre manifestazioni- cioè, l’attuazione pratica delle conoscenze acquisite dagli attivisti in Lituania.

Il 6 agosto 2020, l’opposizione ha pianificato una manifestazione su larga scala nel Parco dell’amicizia dei popoli di Minsk, ma il fatto che fosse stato dato ordine di spostarla si è saputo solo il 5 agosto e il 6 agosto Tikhanovskaya ha annullato questo evento. Risulta che gli Stati Uniti nell’ultimo contratto di stato hanno registrato i preparativi non per una manifestazione alla periferia di Minsk, ma per le proteste post-elettorali.

Altri importi dell’USAID a favore del Centro Studi sull’Europa dell’Est sono stati elargiti non in base a contratti statali vincolanti, ma sotto forma di sovvenzioni. Il CESE di Vilnius conduce da tempo propaganda contro Aleksandr Lukashenko e funge da sostegno a Svetlana Tikhanovskaya, fuggita in questa città l’11 agosto. Il lituano Seimas l’ha riconosciuta come presidente della Bielorussia. È nei locali del CESE che è stata scattata la famosa foto di Tikhanovskaya con il famoso tecnologo delle rivoluzioni Bernard-Henri Levy. Lo stesso francese ha ammesso nel suo articolo per il Wall Street Journal che il leader dell’opposizione bielorussa non lo ha impressionato. L’ha definita insolita e ha detto che oltre al servizio di sicurezza lituano, la ragazza è assistita anche da un attivista di Freedom House, un’organizzazione senza scopo di lucro che lavora per il governo degli Stati Uniti da molti anni.

Sulla carta, USAID, fondata nel 1961 dal presidente John F. Kennedy, ha obiettivi nobili. Nei paesi in via di sviluppo, l’agenzia è impegnata nella riduzione della povertà o nell’affrontare le conseguenze della pandemia di coronavirus, come in Bielorussia. Negli ultimi decenni, l’organizzazione si è anche affermata come conduttore della politica estera degli Stati Uniti – questo strumento di “soft power” è stato più volte preso a letto con gli organizzatori delle rivoluzioni colorate. L’USAID è stato un attore chiave nel recente tentativo di colpo di stato in Venezuela. L’agenzia ha anche sostenuto parte dell’opposizione dietro la tentata rivoluzione colorata in Nicaragua nel 2018. USAID ha finanziato anche la diffusione di notizie false contro le autorità cubane sui social network. E alcuni anni fa, si è scoperto che ha pagato milioni di dollari ai politici afgani per cambiare alcune leggi.

Nel febbraio 2019, USAID ha annunciato l’inizio della cooperazione con l’esercito e l’intelligence per promuovere gli interessi della “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti. Stiamo parlando delle forze speciali statunitensi, dell’FBI e di altre organizzazioni. Eritrea, Ecuador, Cuba e Bolivia hanno espulso USAID dai loro territori e gli uffici delle ONG in molti altri paesi sono in fase di chiusura. Le attività dell’agenzia nella Federazione Russa sono state bandite nel 2012 dopo le dolorose manifestazioni di migliaia di persone presso il Cremlino. Il motivo dell’espulsione è stata la fuga di 60 MB di corrispondenza elettronica tra l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale e rappresentanti dell’opposizione russa. Inoltre, è stata approvata una legge che impone alle ONG straniere di registrarsi come agenti stranieri.

Ma i membri delle ONG locali ad essa associate hanno preso parte attiva alle cosiddette proteste pacifiche.

In precedenza, “Oktagon” ha scritto di un consorzio di difensori dei diritti umani bielorussi e ucraini impegnati nel conteggio dei casi di tortura nella Repubblica – un certo numero di attivisti sono strettamente associati a USAID e Freedom House. Tra le ONG c’erano quelle che diffondevano falsi sui manifestanti uccisi dalla polizia e altri argomenti simili.

Secondo il servizio “GovTribe”, più di 7 milioni di dollari sono passati attraverso la filiale bielorussa di USAID nel 2016-2020. Se le autorità bielorusse riterranno provato il legame di USAID con le proteste, chiuderanno l’ufficio dell’agenzia di Minsk e sarà più difficile per Washington lavorare con gli attivisti della Repubblica.

Aleksandr Kolesnikov

https://www.stalkerzone.org/washington-documented-its-miss…/

Nella Libia del dopo Sarraj spunta Saif al Islam, il figlio di Gheddafi

19 settembre 2020.

Conseguenza delle dimissioni due giorni fa di Fayez Sarraj da premier del governo di Tripoli appare quella del momentaneo ritorno in auge di Khalifa Haftar a Bengasi. Ma l’ex «uomo forte» della Cirenaica è troppo debole per capitalizzare politicamente. I russi non lo sostengono più e paiono invece appoggiare discretamente Saif al Islam, il figlio più politico di Muammar Ghaddafi. Putin resta fortemente attratto dai vecchi ghaddafiani duri e puri, mentre è offeso da quelli che considera i voltafaccia altezzosi di Haftar. Fonti tripoline raccontano di un aereo russo che negli ultimi giorni avrebbe condotto Saif da Zintan a Mosca per colloqui riservati. Sono sviluppi caotici e carichi di colpi di scena in questa Libia frammentata, che dalla caduta di Gheddafi nel 2011 è sempre più vittima delle faide interne alimentate dalle ingerenze politiche e militari straniere. Soltanto un paio di settimane fa sembrava che la ripresa del dialogo tra Sarraj e i leader della Cirenaica in vista della creazione di un governo unitario potesse essere garantita dalla marginalizzazione di Haftar. Ma adesso di due governi nemici sono entrambi dimissionari e lacerati dalle lotte interne per la successione. L’Onu e l’Europa provano a ritessere le fila del dialogo con i prossimi incontri di Ginevra assieme al progetto tedesco di una conferenza internazionale virtuale sulla Libia il 5 ottobre. Ma intanto Putin ed Erdogan si parlano direttamente e sono loro a dettare le regole del gioco.

 

Preso da: https://www.msn.com/it-it/news/mondo/nella-libia-del-dopo-sarraj-spunta-saif-al-islam-il-figlio-di-gheddafi/ar-BB19avKO

Bizzi: «Governi pagati da OMS e FMI per imporre il lockdown»

Sono uno storico, uno scrittore e un giornalista freelance. È dallo scorso mese di gennaio, con l’introduzione in Italia dello stato d’emergenza da parte del governo di Giuseppe Conte, che mi sento in guerra, letteralmente catapultato notte e giorno in una trincea. Mi sento in guerra non certo contro un “virus” o un nemico invisibile, ma contro un governo totalmente eterodiretto da forze e poteri molto pericolosi che hanno messo in scena un vero e proprio colpo di Stato globale, finalizzato alla progressiva riduzione e cancellazione della democrazia, della libertà e dei diritti civili, alla repressione di qualsiasi dissenso e all’instaurazione di una dittatura mondiale tecnocratico-sanitaria che definire di stampo orwelliano sarebbe un complimento. Tale piano, che va avanti indisturbato già da molti anni e che si pone purtroppo anche altri obiettivi molto più pericolosi, ha coinvolto la maggior parte dei governi mondiali e alcuni europei in particolare. Non tutti i governi europei si sono approcciati all’Operazione Corona nello stesso modo, anche se, almeno nella fase iniziale, l’hanno generalmente sostenuta, anche perché sapevano che sarebbe stata funzionale a un reset finanziario globale dal quale non volevano rischiare di restare esclusi.

in alcuni paesi scandinavi, in Svizzera, in Croazia e – in parte – anche in Germania, questa operazione è venuta presto a scontrarsi con la solidità dei sistemi democratici e ci sono stati notevoli ripensamenti, se non addirittura dei chiariNicola Bizzitentativi di smarcamento. In altri paesi, come ad esempio in Italia, Spagna, Francia, Serbia e Bulgaria, l’operazione è stata invece portata avanti con maggiore forza e violenza. Questo è potuto avvenire sia per via di crescenti pressioni internazionali che grazie a sostanziosi incentivi economici provenuti da organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tutti i governi europei erano stati messi al corrente già dal mese di settembre del 2019 di cosa sarebbe successo, e hanno ricevuto enormi finanziamenti clandestini (nel senso di non ufficialmente dichiarati): una vera e propria pioggia di denaro, non certo destinata a finanziare e potenziare la sanità e gli ospedali, ma esclusivamente per dichiarare il lockdown e garantirne la tenuta attraverso un massiccio potenziamento delle forze dell’ordine.

Non sono in grado di sapere quale sia l’esatto ammontare di questi finanziamenti, anche perché sono stati sistematicamente coperti da segreto di Stato, e perché sono stati diversi da paese a paese. A rompere la diga è stato il presidente della Bielorussia Aljaksandr Lukashenko, che notoriamente si è sempre rifiutato di adottare nel suo paese alcuna misura di emergenza, di lockdown o di “distanziamento sociale”. In una riunione del governo bielorusso ha dichiarato di aver ricevuto una cospicua offerta in denaro (92 milioni di dollari) da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, affinché facesse «come in Italia». Offerta che, dopo il secco no di Lukashenko, sarebbe stata in poche settimane addirittura decuplicata: ben 940 milioni di dollari, questa volta offerti dal Fondo Monetario Internazionale, accompagnati dalla medesima richiesta: chiudere tutto e fare “come in Italia”. Non a caso, dopo questa coraggiosa presa di posizione, Lukashenko è stato demonizzato dalla “comunità Aljaksandr Lukashenkointernazionale”, è stato accusato di brogli elettorali e stanno tentando di rovesciarlo con una ridicola e meschina rivoluzione “colorata” finanziata da criminali come George Soros e alimentata da personaggi di squallore, servi del potere globalista, come Bernard-Henri Lévy.

Cosa si sarebbe impegnato a fare esattamente Aleksandar Vučić per quei soldi? Ho contatti nell’ambiente dell’intelligence, sia in Italia che in altri paesi, e mi hanno confermato che il governo italiano ed altri governi europei, incluso quello della Serbia, hanno ricevuto e accettato questi finanziamenti occulti. Non posso sapere con certezza come Aleksandar Vučić li abbia impiegati, ma so che in Italia sono stati destinati al potenziamento delle forze dell’ordine per la gestione e la tenuta del lockdown e per corrompere i media, affinché mantenessero alto il clima di paura per il “virus”. Molto probabilmente la stessa cosa è accaduta in Serbia, ma deve essere il popolo serbo a pretendere e a ottenere la verità. Se ci sono ancora in Serbia politici con le mani libere, devono trovare il coraggio di chiedere al loro governo quanto denaro ha realmente ricevuto e come lo ha speso. Sono stato uno dei primi giornalisti al mondo a denunciare tali questioni attraverso il sito www.databaseitalia.it. I popoli hanno il diritto di conoscere la verità.

Finanziamenti segreti per adottare il lockdown e per appoggiare la psy-op dell’Operazione Corona sono stati offerti alla maggior parte delle nazioni, a dimostrazione del fatto che si è trattato di un vero e proprio colpo di Stato globale. Questo è accaduto in Canada, Australia, America Latina, Medio Oriente, Asia e Africa. Molti leader africani, in particolare i presidenti Il serbo Aleksandar Vucicdella Tanzania, del Burundi e del Madagascar hanno pubblicamente denunciato questi tentativi di corruzione e hanno preso le distanze dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dimostrandosì così molto più liberi e coraggiosi dei leader europei. Sicuramente tutti i paesi dell’Europa Sud-orientale hanno raggiunto simili accordi, compresi Romania, Bulgaria, Albania, Montenegro e Macedonia, ma non conosco gli importi di tali finanziamenti. In Grecia e a Cipro ci sono state maggiori resistenze politiche, e la Chiesa Ortodossa ha avuto molto peso nella difesa della democrazia e della libertà dei cittadini. Questa è una guerra contro i nostri diritti, contro la democrazia e per la distruzione della nostra stessa civiltà. Tutti i popoli d’Europa devono ribellarsi e lottare per il proprio futuro.

(Nicola Bizzi, “Sapevano del coronavirus dallo scorso autunno, il presidente serbo Vučić ha preso i soldi”, da “Database Italia” del 7 settembre 2020. «Sono passate poche settimane da quando il suo articolo in esclusiva per “Databaseitalia.it” ha fatto il giro del mondo», scrive Davide Donateo ricordando la denuncia di Lukashenko sottolineata da Bizzi, «scoperchiando il sistema con cui il Fmi è riuscito a “convincere” i governi ad entrare in lockdown, seguendo il modello italiano». In un’intervista rilasciata per l’importante sito serbo “Srbin.info”, Bizzi ha alzato la posta rivendicando la veridicità di ogni parola di quell’articolo, aggiungendo ulteriori dettagli. «Amo molto la Serbia, parlo la vostra lingua e ho studiato la vostra storia», dice Bizzi, editore di Aurola Boreale, rivolgendosi ai serbi. «Ho vissuto a lungo nel vostro paese negli anni ’90 e ho avuto l’onore di conoscere e incontrare Slobodan Milošević», aggiunge. «Ero molto amico di Dragoš Kalajić, un grande intellettuale, artista e patriota, e ho lavorato con lui per difendere nel mondo l’immagine e l’onore della Serbia»).

https://www.libreidee.org/2020/09/bizzi-governi-pagati-da-oms-e-fmi-per-imporre-il-lockdown/

Contributo illuminante al pezzo:

Il momento in cui il presidente serbo A. Vucic apprende da Trump che  lui sta per spostare  l’ambasciata della Serbia in Israele,  a Gerusalemme:

https://twitter.com/carlbildt/status/1302339768538324994

Preso da: https://www.maurizioblondet.it/idee-libre-friends-libre-news-recensioni-segnalazioni-bizzi-governi-pagati-da-oms-e-fmi-per-imporre-il-lockdown/?fbclid=IwAR2nd66ZgOFtdea8pR7gcwUwB_OAoDaVrTel45XV9ZGGVLU4I2ZVtoJeySQ

Libyans Celebrate 51st Anniversary of the Great Al Fatah Revolution, September 1, 2020

Submitted by JoanneM on

Across Libya with the only exception of the terrorist controlled areas in and near Tripoli, all legitimate Libyan people celebrate the 51st anniversary of the great Al Fatah revolution. The bloodless coup that gave Libya her sovereignty for the first time in hundreds, perhaps thousands of years. The great tribes of Libya appointed Colonel Moammar Al Ghadafi to lead Libya into a new and prosperous era which he did in a spectacular manner. He created a government that shared the wealth of Libya with her people. Just a short list of his accomplishments is listed in the meme below the article

Ghadafi created the Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya represented by the green flag. Most people don’t understand that this was a completely different form of socialism. Truly not the real socialism used by other countries. In Libya there was no tax, the money that was shared with the people came from the great rich oil assets of Libya. The Libyan government only required 49% of the oil riches of Libya to run the country, the other money was partitioned out to the people via cash and other benefits.

The govenment of Libya consisted of two houses, one elected (House of Representatives) and one made up of tribal leaders from all over Libya called the General Secretariat of the Tribes. There was also a Prime Minister. Ghadafi was not the leader of the country in 2011 when NATO lied and destroyed the country. Ghadafi had been required to step down according to the 2006 treaty signed with Condoleeza Rice. The Libyan people still considered him their “spiritual leader” as it was explained to us. So there was no dictatorship in Libya there was a duly elected government of the people and it was a pure democracy as the tribal leaders were in direct touch with their people all the time. This created a voice for the people unlike anywhere else in the world.

The dream of the Libyan people represented by the great tribes of Libya (all Libyans are members of tribes) is to hold a full country election and install a new government for the people of Libya using the great Jamahiriya as their guide reinstating many if not all of the principles written by their great leader in his famous “Green Book”.

The biggest problem they face are terrorists, radicals and mercenaries who run tthe country in the west by force. These are the criminal remnants of NATO, most of the Libyans involved with the terrorists (called rats by the legitimate Libyans) are traitors, thieves and criminals (less than 10% of Libyans are rats). The others are mercenaries brought in by Qatar and Turkey to save whatever hold they have on Libya.. There are 2 main groups of terrorists – one fighting with Serraj, the UN / Turkey puppet that is Muslim Brother hood and working with Erdogan who dreams of reinstating the Ottoman empire in Libya. The second group is made up of radical terrorists also, they are from Misurata and support Fathi Bashagha, the so called interior minister. The Serraj led GNA has fired Bashagha, blaming him for killing protestors last week. Bashagha is supported by the terrorists from the port city of Misurata that has its own gangs of terrorists. So, now you have the people of Tripoli caught between a war of two different factions both of them held up solely by gangs, terrorists and thugs; armed and funded by Turkey and Qatar.

For the above stated reason, there was very little celebrations in Tripoli as already 23 people in the streets (unarmed) have been shot and killed.

I have posted a link here to a video the city of Ghat in the south of Libya with the people celebrating. http://vimeo.com/453846879  There are many such videos from all over Libya.

God bless the Libyan people in their struggle to free themselves from the illegitimate, oppressors and occupiers of their beautiful country.

Prime Minister of Eastern Libya’s Government Resigns While Fayez al-Saraj Clings to Power

https://im-media.voltron.voanews.com/Drupal/01live-166/styles/google_amp_1280x720/s3/2020-09/000_8PV2D8.jpgLibyan youth block a road with burning tires in Libya’s eastern coastal city of Benghazi on September 12, 2020

Abdullah al-Thinni’s government in eastern Libya resigned, responding to the calls of protesters who took to the streets of Benghazi, al-Bayda, Tobruk, Shahat, al-Marj, and the marginalized areas of the south,  while the  government of Fayez al-Sarraj ignored the angry voices in the west of the country, appointing a number of warlords to sovereign positions, elaborating a policy of hiding behind the weapons of militias capable of suppressing anyone calling for the overthrow of the Tripoli authorities.

A tragic situation grips all of Libya. The people are suffering from a comprehensive collapse of basic services; there is no water, electricity, gas for cooking, fuel, financial liquidity in banks, no salaries that arrive on time, and  health institutions are collapsing in the face of the Corona virus. In addition, the western region is plagued by  unruly militias, mercenaries, in consecration of the Turkish occupation and the Brotherhood’s plots to achieve more penetration into state institutions.

In the south, it is not possible to talk about the existence of a state. The suffering endured for nine years has been absolute. The local population live as if they are in another country, outside of time and space, and despite the vast wealth that is below and above the ground, none of it belongs to the people of Fezzan, which seems just tracts of quicksand and thirsty oases in a remote corner of the Sahara Desert, where only smugglers cross borders to steal gold and antiquities.

In the east of the country, the situation is different, as the army was able to rededicate the concept of the state, and found great support from the people of Cyrenaica.

But the politicians in Tripoli serve  their own interests, enjoying  profits they receive from corruption. This increased social tension has contributed to obstructing political solutions, and even the process of liberating the country from militias and terrorist groups.

A member in the House of Representatives and the State Consultative Council receives a monthly salary of 16 thousand dinars, along with housing, transportation, funds for travel and residence abroad, and a pension salary of 80 percent of the original salary, that is, more than 12 thousand dinars, and they obtain a privilege of exchange in foreign currencies at the same rate diplomats receive, while a teacher’s salary does not exceed 500 dinars, or about $ 90 at the parallel exchange rate, and they usually wait for months to receive it.

The rampant corruption in the joints of the Libyan state, and in the governments of the West and the East, is a systematic corruption from which non-politicians and the majority of people do not benefit, and it is the real reason for the continuation of the conflict. The current politicians do not want the country to arrive at a solution to the crisis, nor elections that they fear will push them out of power, influence and loose money that wanders easily between pockets and bank accounts at home and abroad.

As in Iraq after 2003, after 2011, Libya turned into a mafia state, which prompted the former UN envoy, Ghassan Salame, to say that it was witnessing the largest looting operation, which creates a new millionaire every day, while the people face poverty, destitution, disease, lack of services and insecurity, especially in the western region.

In 2019, Libya ranked No. 168 out of 180 countries on the Transparency International list, with only 18 points out of 100, according to the international organization’s standard. In the last four years, under the reconciliation government, the numbers ranged between 14 and 18 points, despite the fact that the government claims to be legitimate and is supported by the United Nations.

During the past few years, at least 200 billion dollars were spent without having any impact on the land or the lives of the people.  Services provided by the previous government, especially in the field of water, electricity and infrastructure, were completely destroyed.  From areas filled with life, Libya became a den of ghosts, as a result of war and the complete darkness that has become the new normal in a country that is supposed to be one of the richest countries in the region.

When demonstrators in Tripoli went out to denounce this situation and demand their rights, Fayez al-Sarraj directed his armed militias to terrorize them in Martyrs Square and the neighbourhoods and suburbs of the capital, and the Brotherhood assigned mercenaries to penetrate the movement,  to strike them down from within.  But in the eastern region the matter differed as the army recommended protection of the protesters, and therefore, there was no clash between security forces and the demonstrators except in a limited context, when infiltrators were discovered trying to utilize the spontaneous popular movement to serve the agendas of political Islam, which still has some supporters despite the elimination of its militias and armed terrorist gangs.

The most important lesson given by the eastern Libyan movement is that there is no alternative to the presence of a national army to protect the people, using its influence in the public interest, as well as the existence of a legislative reference to which the executive authority returns.  However,  in the west of the country, there is no army; only  conflicting militias, and no legislative institution. Al-Sarraj’s government did not gain the confidence of Parliament and governs under conditions of martial law.

Abdullah al-Thani submitted his resignation to the House of Representatives after realizing that there was no way for him to continue in his position, while al-Sarraj was still holding power, tied to militias, mercenaries and the Turkish occupier.

The Libyan people will not remain silent about their stolen rights and wealth, and will not accept the continuation of  living under the weight of the corrupt who turned  back decades of progress, overthrew their dreams of prosperity and robbed them of  hope for a decent life. They will take back the life their ancestors knew before the Nakba.

Al Arab

Source: https://libya360.wordpress.com/2020/09/14/prime-minister-of-eastern-libyas-government-resigns-while-fayez-al-saraj-clings-to-power/

Italian Report on Qatari Role in Training Terrorist Groups During 2011 in Libya

August 25, 2020

Italian political analyst Giuseppe Gagliano analysed the military cooperation agreement between Qatar, Libya, and Turkey announced this month, arguing that it is part of a well-planned strategy of cooperation, training, and funding of proxy radical Islamist groups since 2011.

“Doha openly supported the Turkish military Operation Spring of Peace in north-eastern Syria to expand the influence of the Muslim Brotherhood.”— Giuseppe Gagliano

(Libya, 25 August 2020) – According to the Egyptian newspaper Al-Yawm Al-Sabi’, with regard to bilateral relations between Turkey and Qatar, the Italian political analyst Giuseppe Gagliano said: “Turkey has always supported Qatar militarily and received ample financial support in exchange. It is sufficient to recall that, for example, the deputy commander of the Ankara forces, Ahmed bin Muhammad, is also the head of the Qatari Military Academy. In other words, the training of military cadres depends on the pro-Turkish political and religious loyalty.”

He pointed out that the presence of the Turkish security forces in Qatar tangibly represents the importance of the Turkish political-military influence in Doha represented by the Tariq ibn Ziad base that embraces the command of the “Qatari-Turkish joint force.”

The report drew attention to the fact that Qatar’s arms imports from Turkey have increased dramatically allowing Ankara to obtain revenues of US$335 million. “Doha openly supported the Turkish military Operation Spring of Peace in north-eastern Syria to expand the influence of the Muslim Brotherhood,” argued Gagliano.

According to the report: “On the investment side, Qatar has disbursed US$15 billion since 2018 and purchased a 50% stake in BMC, a Turkish armored vehicle manufacturer. There is also the state-controlled military software company in Ankara, which has signed a partnership agreement with Al-Mesned International Holdings in Qatar for a joint venture specializing in cyber-security. However, one of the most important agreements to rectify the ailing Turkish  economy is that of 20 May thanks to which the Turkish Central Bank announced that it had tripled its currency exchange agreement with Qatar.”

The Italian analyst added: “As regards Libya-Qatar relations, Doha took advantage of the political weaknesses of both the European Union and the UN. Furthermore, the relative US disengagement from the Middle Eastern theatre – given that the Trump administration’s priorities are China, the Indo-Pacific, and Russia – have in fact granted an undoubted strategic advantage to Doha.”

On Libya, Gagliano said, “Taking advantage of this situation of instability, Qatar has tried to exploit this propitious opportunity to gain greater weight and significance at the geopolitical level in Libya. Precisely for this reason, Qatar’s military presence in the 2011 conflict, alongside NATO, was certainly significant not only thanks to the use of air force but also through the training of Libyan rebels both on Libyan territory and in Doha. We should not also forget the relevant role that their special forces played in the final assault against Gaddafi.”

Qatari Emir, Tamim bin Hamad Al Thani, kissing the forehead of the radical Islamist cleric Yusuf al-Qaradawi who lives in Doha.

He continued, “With the fall of Gaddafi’s regime, Qatar recognized the National Transitional Council as a legitimate political institution and supported it at all levels. Another leverage, and at the same time a means of penetration into Libya, was certainly the brothers Ali Sallabi and Ismail al-Sallabi persecuted by the Gaddafi regime. In particular, Ali Sallabi is certainly one of the most important men linked to the Muslim Brotherhood. Another key man for Qatar was certainly Abdel-Hakim Belhaj, considered by both the CIA and the US State Department as a dangerous terrorist as leader of the Libyan Islamic Fighting Group (LIFG).”

Qatar’s Hamad al-Marri with the Emir of the Libyan Islamic Fighting Group (LIFG), Abdel-Hakim Belhaj and Mahdi Harati in August 2011.

According to the article: “Qatar invests heavily in the reconstruction of Tripoli’s military infrastructure. Indeed, it is not a coincidence that the Qatari delegation that recently visited Tripoli comprised military advisers and instructors who held meetings with their Libyan and Turkish counterparts.”

Source: https://almarsad.co/en/2020/08/25/italian-report-on-qatari-role-in-training-terrorist-groups-during-2011-in-libya/

Il messaggero dell’odio Bernard-Henry Lévy corre ad appoggiare l’opposizione bielorussa. Breve storia delle precedenti imprese di B-52

Merita indubbiamente un premio internazionale come «miglior messaggero dell’odio» e se invecwe ci fosse un tribunale per chi ha fomentato guerre distruttive, dovrebbe essere fra i primi a esservi sottoposto. Bernard-Henry Lévy, che tutti si ostinano a chiamare «filosofo francese»  (l’aggettivo è in effetti veritiero), ha offerto il proprio appoggio alle cause più nefaste: violenti gruppi islamisti in grado di uccidere interi paesi, guerre di aggressione Nato-petromonarchiche, battaglioni destrorsi, rivoluzioni violentemente «colorate»  .

Un esibizionista guerrafondaio senza esitazioni, vate della morte (altrui). Chiamiamo dunque questo parapolitico, anziché Bhl (l’acronimo con il quale è noto), B-52. E’ al tempo stesso il nome del bombardiere Usa tristemente famoso fin dal Vietnam (e il nostro uomo ama i cacciabombardieri), e di un cocktail (il nostro uomo è molto mondano). «Là dove arriva questo architetto delle ‘rivoluzioni colorate’, il sangue scorrerà» , si legge in questo articolo che denuncia la nuova campagna militare del politico francese: quella in appoggio all’opposizione in Bielorussia, impegnata in un tentativo alla Maidan (Ucraina).

Dimmi chi ti appoggia e ti dirò chi sei. E’ lo stesso B-52 a rivelare con un tweet l’affettuoso incontro, “a Vilnius, con Svetlana Tikhanovskaia, egeria della rivoluzione bielorussa e volto dell’opposizione al tiranno Lukashenko”. Già: la «rivoluzione bielorussa»  I cui intenti sono stati dichiarati da una dei portavoce: «Vogliamo bloccare l’economia bielorussa con gli scioperi. Più la popolazione vede peggiorare il suo livello di vita, più presto potremo prendere il potere» .

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Ma vediamo, in ordine cronologico, quali guerre rivoluzionarie sono state appoggiate negli ultimi decenni da B-52 con la sua camicia scollata da stagionato dandy.

Il sostegno di B-52 ai bombardamenti della Nato sulla Serbia nel 1999 gli è valso a distanza di quasi venti anni un piccolo incidente. Nel 2017, B-52 si trova a Belgrado per un festival di documentari. I membri della Lega dei giovani comunisti di Jugoslavia ne approfittano per centrarlo con una piccola torta alla panna e salire sul palco con un eloquente cartello: «Bernard Lévy sostiene gli assassini imperialisti».

(https://it.euronews.com/2017/05/12/il-filosofo-bernard-henri-levy-contestato-in-serbia)

Nel 2003 (guerra di BushBlair all’Iraq), B-52 si barcamena a seconda del pubblico che ha di fronte (come rivelerà il libro Le nouveau B.A.BA du BHL), trovando comunque l’operazione «piuttosto giusta dal punto di vista della morale». Quando parla negli Stati uniti precisa: «Adesso che l’intervento c’è, bisogna finire il lavoro».

L’annientamento della Libia nel 2011 è il successo principale di B-52, con la vittoria della Nato e dei suoi fanti di terra islamisti in Libia. Allo scoppio della  «rivoluzione», corre a incontrare i “ribelli” e al ritorno in patria, grazie alla sua vicinanza con il presidente Nicolas Sarkozy, lo convince a partire con le bombe, nel nome della «responsabilità di proteggere». Gli altri paesi si accodano, la Libia subisce sette mesi di bombe, Gheddafi viene ucciso, terroristi e armi vanno a infettare l’Africa subsahariana, dopo aver provveduto a deportare o uccidere gli abitanti della città libica di Tawergha (di pelle nera, discendenti del commercio degli schiavi). Non pago, nel 2012 B-52 sceneggia e dirige sulla vicenda libica un documentario autocelebrativo, Le serment de Tobruk, dove si mette in scena come personaggio principale e in una specie di monologo racconta il proprio ruolo decisivo nell’avere fatto togliere di mezzo Gheddafi. Naturalmente il mandante B-52 tace di fronte allo sfacelo che quella guerra ha prodotto in Libia e in Africa. Anzi, nel 2017 senza timore di contraddirsi (tanto nessuno glielo fa notare), lo smemorato di Parigi dice: «Sostenere che il terrorismo non ha nulla a che fare con l’islam è lo sbaglio peggiore che possiamo commettere»

. Proprio lui, che con la sua azione ha veri terroristi. Sedicenti islamici. E infatti…

L’impegno di B-52 per un intervento occidentale diretto in Siria è stato indefesso. Nel 2012, finita la missione libica, si dedica all’appoggio ai «ribelli»  – non certo solo siriani. Ancora nel 2018 lamenta il «triste bilancio di un non intervento di sette anni» e cerca non si sa se per protervia o stupidità o entrambe di sostenere che il mancato intervento a fianco dei “ribelli” in Siria ha sortito i mostri, Isis, al Qaeda e tutti gli altri. Qualcuno gli dica che è andata allo stesso modo in Libia, dove Occidente e petromonarchi sono intervenuti eccome.

Nel 2012 aveva molto insistito con il governo Hollande per un intervento diretto, l’invio di armi ai rivoltosi non basta. Qui in italiano tutto il suo piano, ospitato dal Corriere della sera. B-52 va negli Usa, per cercare appoggio, incontra l’altro guerrafondaio amico dei gruppi armati siriani, John McCain. In quest’intervista https://www.leparisien.fr/politique/syrie-bernard-henri-levy-decu-par-francois-hollande-03-08-2012-2112205.php, B-52 spiega con molta chiarezza: «Vorrei che tutta la comunità internazionale si prendesse le proprie responsabilità, come in Libia, la responsabilità di proteggere. Se non lo fa, sì, noi dovremmo dare più armi ai ribelli». In fondo non ci vuole molto, si può agire anche senza il voto del Consiglio di sicurezza, Sarkozy lo aveva detto al tempo della Libia (ma allora l’avallo ci fu per mancanza di veto russo cinese). Insomma B-52 spiega il da farsi: «Forgiare un’alleanza con la Lega araba e i turchi. I piani d’attacco sono pronti. Non ci vuole granché per dare il colpo di grazia al regime di Damasco. Manca solo il pilota nell’aereo. E anche se gli aerei possono essere turchi, il pilota deve essere francese». Non ce la fa. I turchi…Nel luglio 2020 B-52 atterra con jet privato a Misurata (nel 2011 roccaforte dei suoi amici);  ma succede che viene insultato da alcuni sostenitori filoturchi del governo di Tripoli. Insultato non certo per la guerra del 2911 ma perché è ebreo. Che ingiustizia, per uno che ha tanto aiutato gli islamisti.

Nel 2014 B-52 si precipita in Ucraina per appoggiare il colpo di Stato (un misto fra componenti neonaziste e aspirazioni all’ingresso nel presunto bengodi Europa) al quale ha fatto seguito la luttuosa guerra del Donbass, la regione che insieme a Lugansk e alla Crimea non ha più voluto far parte dello Stato ucraino. Negli anni, B-52 si dedica sia a incontri istituzionali sia a spedizioni da embedded, al seguito dell’esercito ucraino… dove senza volerlo confessa uno dei crimini di guerra dei suoi beniamini. Dice infatti di viaggiare con i soldati lunga la linea del fronte (con il Donbass) con una falsa ambulanza spacciata per vera, blindata…Vietatissimo dal diritto internazionale. Come le guerre di aggressione, del resto, che il tribunale di Norimberga definì, invano, «crimine internazionale supremo».

Ma poteva il nostro B-52 ignorare il Venezuela? No. Così, nel 2017 durante le guarimbas, il nostro fomentatore di golpe e finte rivoluzioni urla: non si può stare zitti di fronte a un «lungo golpe»… che sarebbe quello perpetrato dal presidente eletto Maduro. Dunque, il parapolitico francese dice che servono «dure sanzioni economiche e finanziarie contro Caracas e gli oppositori ancora liberi andrebbero accolti a Parigi, Madrid e Washington» ed esige, sempre in nome della responsabilità di proteggere, una condanna ferma da parte del Consiglio di sicurezza Onu.

La Bielorussia in effetti gli mancava.

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3751