La Libia dei RATTI: spari, mine, schiave, miseria

LIBIA “NOSTRA”: spari, mine, schiave, miseria

10 gennaio 2012

Anche coloro che furono favorevoli alla No Fly Zone dovrebbero cominciare a ricredersi ora che i media dipingono, sottovoce, la Libia che “noi” abbiamo sostituito a quella del “dittatore” Gheddafi.  In realtà LA Libia non esiste più. E’ una zona franca che potrebbe finire a brandelli anche formalmente. Quattro o cinque grandi partizioni a dominanza tribale secondo  questa  che è l’ultima mappa di cui sono a conoscenza

ARMI & BANDE

Ultimatum e lusinghe del Governo non vanno a segno. Le bande non disarmano per non perdere il vantaggio di combattersi e prendere il sopravvento per ottenere più lauti dividendi concreti e politici.  Recentemente   Mustafa Abdel Jalil ha ammesso l’evidenza, che era prevedibile fin da marzo

TRIPOLI (Reuters) – La Libia rischia di scivolare in una vera e propria guerra civile se non riporta sotto controllo le milizie rivali che hanno riempito il vuoto lasciato dalla caduta di Muammar Gheddafi.
Lo ha detto Mustafa Abdel Jalil, presidente del Consiglio nazionale di transizione, dopo l’esplosione di violenza ieri nella Capitale, che ha provocato la morte di 4 combattenti di milizie in uno scontro nel centro città.
“Ora ci troviamo tra due opzioni amare”, ha detto ieri sera Jalil a una folla a Bengasi. “Affrontiamo con severità queste violazioni (gli scontri tra le milizie) e mettiamo i libici di fronte a uno scontro militare che non accettiamo, oppure ci dividiamo, e allora sarà guerra civile”.
“Se non c’è sicurezza, non ci sarà legge, né sviluppo né elezioni“, ha detto Jalil.
Il Cnt ha iniziato a muoversi per creare una forza di polizia e un esercito che funzionino pienamente e sostituiscano le milizie, ma Jalil ha ammesso che i progressi sono ancora troppo lenti
.

Inquietante il “niente elezioni”. Realistica ammissione di sconfitta del governo o un modo per preparare un’occupazione straniera, che sarebbe  chiamata peace keeping, e attuare o scongiurare (questo lo sanno solo Sarkozy, Cameron e Obama) la frantumazione del paese? 
Intanto, poichè la  recente nomina  a capo di stato maggiore del generale in pensione Youssef al-Mankouch non piace: chi la rifiuta, chi pone condizioni, chi si prepara ad attaccare Tripoli per far fuori la brigata predominante, Jalil fa leva sull’avidità. Propone – a gente che non ha avuto la paga promessa – un bonus di 500 $ a persona per chi consegna le armi. 

BAMBINI & BOMBE

A novembre scrivevo L’emergenza sono gli ordigni inesplosi. A Sirte e a Bani Walid soprattutto, i civili continuano a morire. Croce Rossa e Mezzaluna Rossa cercano di informare, ma come si fa ad informare i bambini? Una piccola di otto anni è rimasta uccisa in Sirte.”   L’aggiornamento è questo

Louise Skilling, direttrice di una comunità locale, ha detto: “c’è un’enorme  contaminazione nelle case e zone residenziali. “Gli incidenti  principalmente  coinvolgono i bambini – ragazzi adolescenti in particolare – che non capiscono il pericolo “Stiamo cercando di cambiare il comportamento tra ragazzi giovani e il modo migliore per farlo è attraverso loro madri. “Stiamo lavorando attraverso le scuole, gruppi di donne e
a domicilio nelle aeree contaminate”. Ha aggiunto: “il numero di incidenti è aumentato dalla fine della guerra  perché le persone  sfollate stanno tornando alle loro case  cercando di riavere indietro  la loro vita normale.

DONNE: le MANIFESTANTI & le SCOMPARSE

Franklin Lamb, attivista dei diritti umani da sempre impegnato per la pace in M.O.,  con  il suo report del 4 gennaio da Tripoli ci offre  degli  spiragli significativi, a volte anche ironici. In estate, dice, incappando in una banda armata bastava dire “Allah, Muhammar, Libia al bas (è tutto ciò di cui abbiamo bisogno)” e si era ben accolti, ora bisogna memorizzare i nomi delle bande e la dislocazione per non pronunciare un saluto che faccia finire nei guai.

Riferisce di dimostrazioni guidate da donne. Una di queste manifestazioni era apertamente pro-gheddafiana.  Parlando con una delle attiviste,  avvocatessa,  della stupefacente scarsità di donne in giro per Tripoli  è emersa una tragica possibilità.
Ogni residenza  lussuosa della città e dei dintorni è stata razziata e sequestrata dai ribelli. Il bottino  si trova in vendita nel suk, nelle case  si sono installati i ribelli chiamando a sè la famiglia. Perché tornare al paese se si può vivere nel lusso? Si teme che molte donne, personale di servizio dei funzionari del regime , vivano sequestrate come schiave. Aggiunge l’avvocatessa “temiamo anche che rapiscano le donne per strada e le portino nei loro quartieri.”  
La donna libica “liberata”  .. deve stare tappata in casa!

Ma tutto questo non viene fuori nei media, spiega Lamb:

Quel che è notevole nella “nuova libera Libia,  nuovi liberi media” è che il 100% dei media è pro “nuovo governo”. Mi si dice che solo in parte ciò si deve alla paura di sforare il supporto al CNT.  Un’altra ragione, secondo un ambasciatore occidentale che ha ripreso il suo posto,  è che i nuovi media sono nati dalla milizia e hanno un problema psicologico nel criticare  uno qualsiasi degli evidenti problemi che sembrano espandersi di giorno in giorno. Ahmad concorda. “Erano così coinvolti con la NATO e i suoi ribelli che non vogliono ammettere di esseri sbagliati in molti modi, così ignorano ciò che sta realmente accadendo davanti ai loro occhi”.

Non è lo stesso anche per i media e l’opinione pubblica italiana?
Continua Lamb 

Altri conflitti  vengono dai  problemi  derivanti dall’aumento dei prezzi , su tutto tranne che l’energia elettrica che nessuno ha pagato in tutto il paese, secondo le mie fonti, fin dal febbraio scorso. Ma i tagli di elettricità sono simili a quelli che avvenivano durante i bombardamenti della NATO.
La mancanza di soldi è un problema anche perché i cittadini non sono autorizzati a  prelevare più di 750 dinari ogni mese. La liquidità è scarsa, considerando che 7 miliardi sono stati prelevati dalle banche libiche da ex funzionari libici e uomini d’affari all’inizio della primavera scorsa e più di 8 miliardi ritirati dai cittadini in preda al panico la scorsa estate prima che il limite di 500 dinari al mese fosse imposto dal governo Gheddafi.

In un settore almeno ci sono dei lavoratori che dimostrano una consapevolezza che non restringe le richieste alla pura sopravivenza. Da Globalist Syndication 

Domenica scorsa, circa 300 dei 1800 lavoratori  [del porto ] si sono riuniti presso il cancello principale per inscenare una manifestazione: “Non stiamo chiedendo più soldi”, ha dichiarato Adel al-Tomi, 43 anni, un impiegato amministrativo che lavora al porto da 15 anni. “Vogliamo che l’azienda [statale] si prenda cura del porto. Vogliamo i nostri diritti di lavoratori, vogliamo un posto dove ripararci dal freddo e dal caldo “.

VITA da BUSINESS MAN

 A fine novembre scrivevo che agli uomini d’affari stranieri  era consigliato girare accompagnati da un libico, stante la situazione turbolenta e pericolosa.
Morte misteriosa, titola il Figaro, di un ex colonnello francese, nonchè ex-legionario.  Hugues de Samie era a Tripoli per  dare consiglio e protezione alle imprese francesi che operano in Libia. Secondo le autorità locali, il contractor sarebbe stato ucciso da un teppista drogato.
Quando il “consulente d’affari” austriaco autore del  WD in Tripolis  scriveva il post di cui traduco un brano, non sapeva ancora della brutta fine del suo collega francese. Iniziava l’articolo lamentando la mancanza di energia elettrica, i collegamenti Internet  lenti e spesso del tutto assenti, i cellulari senza copertura, poi:

  […]  non il giorno migliore per la Libia oggi: durante un meeting all’hotel Radisson, uno scontro a fuoco ha eruttato, abbiamo scherzato bevendo il caffè su tutti gli “spari celebrativi” in questi giorni. Tornavo al mio ufficio, mi sono imbattuto in dimostranti davanti all’ambasciata di Tunisia che chiedevano l’estradizione dell’ex primo ministro Baghdadi in Libia (attualmente è detenuto  a Tunisi). Non vorrei commentare questioni politiche e militari, ma oggi mi hanno incasinato davvero : incontri che avrei avuto nel pomeriggio sono stati cancellati. Guidavo verso casa e la pioggia scendeva a scrosci, la strada allagata come il solito, ma la cosa buona quando piove è che non si sentono colpi di fucile.

… quando piove,
non si sentono colpi di fucile.
Questo il bello della nuova Tripoli.

Preso da: https://mcc43.wordpress.com/2012/01/10/libia-nostra-spari-mine-schiave-miseria/

Il piano della NATO in Libia è stato l’apertura del mercato alle compagnie petrolifere britanniche e francesi

[02.01.2012]  trad. di P. Kropoktin per GilGuySparks

VICTOR OLMOS – La pacifista británica Lindsey German ha su di sé quasi quattro decadi di lotta politica, la maggior parte tra le fila del Socialist Workers Party, e è stata candidata alle elezioni al comune di Londra in due occasioni, 2001 e 2008. Esperta di politica e diritti delle donne, dal settembre del 2001 guida la Stop War Coalition* assieme a Tony Benn – ex ministro e passato segretario generale del Partito Laburista – (*gruppo di opposizione alla guerra che organizzò nel 2003 la manifestazione più grande della storia del Regno Unito).
Dopo l’intervento della Nato in Libia e davanti alla possibilità di futuri conflitti in Iran e Siria, Lindsey German si schiera contro il militarismo occidentale e annuncia nuove mobilitazioni.

DIAGONAL: Che pensa delle riunioni delle compagnie britanniche BP, Shell e Arup con il Consiglio Nazionale di Transizione Libico (CNT), con la presenza dei ministri del Commercio e della Difesa britannico?

LINDSEY GERMAN: Non mi sorprendono affatto. Era chiaro che quando lanciarono l’attacco contro la Libia e Gheddafi quello che cercavano era un cambio di regime per aprire il paese al commercio con le petroliere britanniche e francesi. Il loro obiettivo ora è introdurre ogni tipo di compagnia nel paese per ottenere il maggior beneficio possibile, come successe in Iraq e ora in Libia.

DIAGONAL: Si è compiuto il proposito di proteggere i libici come chiedeva l’ONU?

LINDSEY GERMAN: No, naturalmente. Dissero che l’obiettivo principale era proteggere la popolazione di Bengasi dagli attacchi di Gheddafi e, sebbene si stimi che le morti causate prima dell’intervento fossero tra le 2000 e le 3000 – un numero terribile, però relativamente piccolo comparato con quello che accade in altri paesi -, dall’inizio dei bombardamenti della NATO decine di migliaia di persone sono morte ed i numeri continuano ad aumentare. Ci sono state anche persecuzioni e razzismo contro gli africani che hanno sostenuto Gheddafi. Il risultato dell’intervento della NATO non è stata la protezione dei civili, ma l’aumento significativo delle morti, dei feriti e delle violazioni dei diritti umani.
La giustificazione dei diritti umani allo scopo  dell’intervento in una guerra è sbagliata. Ci sono molti abusi nel mondo, come nel caso delle persone uccise al Cairo, dove la polizia ha sparato negli occhi dei manifestanti accecandoli, tuttavia, il Regno Unito ha deciso di non prendere posizione in quel paese. E’ un atteggiamento molto ipocrita.[…] La frase molto diffusa secondo cui Gheddafi stava attaccando il suo stesso popolo non è del tutto vera. Gheddafi ha attaccato la parte del suo popolo che si è ribellato contro di lui, allo stesso modo in cui le autorità americane stanno distruggendo il movimento Occupy, arrestando e picchiando la gente che protesta. Ecco come i governi reprimono la ribellione […].

DIAGONAL: Qual è il futuro della Libia dopo la presa del potere del CNT?

LINDSEY GERMAN: Il Consiglio Nazionale di Transizione libico ha formato un governo estremamente filo-occidentale, con l’esclusione degli islamisti e chiunque possa opporsi al controllo di grandi aziende e ai governi occidentali, che hanno molto affermata in Libia. La mia opinione è che questo sia un governo molto instabile.
Gli islamisti, in particolare, non permetteranno questa situazione per molto tempo, e immagino che ci saranno grandi conflitti che potrebbero portare alla guerra civile. In questo caso, se gli islamisti prenderanno il potere, la reazione dell’Occidente potrebbe essere quella di cercare di eliminare questo governo, che comporterebbe la diffusione della guerra nel Magreb.

In Siria, pur non essendo intervenuti militarmente, William Hague, il responsabile del Foreign Office britannico ha incontrato gli oppositori siriani a Londra, una misura  sorprendente della diplomazia britannica. Ancora una volta, sono in completo disaccordo con il presidente siriano Bashar al Assad e se la gente vuole liberarsene, deve necessariamente contare sulla propria lotta, non su Francia e Regno Unito, il cui ruolo storico nella regione è piuttosto discutibile.

DIAGONAL: Le sanzioni alternative all’intervento militare?

LINDSEY GERMAN: No. Sono stata contraria alle sanzioni contro l’Iraq quando cominciarono nel 1991, mentre molte persone pensavano che fosse un’alternativa alla guerra. Tuttavia, le sanzioni sono una guerra economica. Le persone che soffrono di più sono i poveri. Avremmo dovuto fare altri tipi di domande, ad esempio, perché l’Unione Europea e gli USA, con gravi problemi interni, hanno l’autorità di interferire negli affari interni di altre nazioni? Al di là dell’Occidente, la prospettiva del mondo è molto diversa. I paesi più ricchi sono considerati come nuovi colonizzatori economici e militari.

http://diagonalperiodico.net/El-plan-de-la-OTAN-en-Libia-ha.html?var_recherche=lindsey%20german

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In italiano e Spagnolo su: https://gilguysparks.wordpress.com/2012/01/09/il-piano-della-nato-in-libia-e-stato-lapertura-del-mercato-alle-compagnie-petrolifere-britanniche-e-francesi/

L’intervento in Libia e la negazione della legalità internazionale

[07.01.2012] (trad. di Levred per GilGuySparks)

L’Europa è ormai l’unica forza capace di realizzare un progetto di civiltà (…) Gli Stati Uniti e Cina hanno già iniziato la conquista dell’Africa. Quanto tempo aspetta l’Europa a costruire l’Africa di domani?
Nicolas Sarkozy, 2007.

Gli insorti libici meritano il sostegno di tutti i democratici.
Bernard-Henri Lévy, 2011.

Quando un popolo perde la propria indipendenza dall’esterno, non mantiene per molto la propria democrazia all’interno.
Régis Debray, 1987.

Le potenze occidentali invocano una vaga “morale” internazionale, simile a quella che prevalse nel XIX secolo, mentre ignorano il diritto internazionale che considerano, semmai, un semplice insieme di procedure.
Questa “morale”, prodotto surrogato occidentalista, è in perfetta armonia con la flagrante violazione dei principi fondamentali che costituiscono il nucleo della Carta delle Nazioni Unite, e con un chiaro disprezzo per le Nazioni Unite dal momento in cui il Consiglio di Sicurezza, organo oligarchico, viene neutralizzato dalle divisioni tra le grandi potenze e non può essere manipolato che da alcune di loro.
Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna si considerano sempre “le uniche forze in grado di realizzare un progetto di civiltà”, sebbene si affrontino l’un l’altro quando i loro interessi economici e finanziari non coincidono.


Le operazioni militari e le ingerenze indirette si succedono.
Anders Fogh Rasmussen stesso, Segretario generale della NATO, si incarica di annunciarle: “Come ha dimostrato la Libia, non possiamo sapere dove la prossima crisi esploderà, ma esploderà” (5 settembre 2011).

Non si tiene conto delle preoccupazioni espresse dagli stati del Sud realmente indipendenti. Le parole di Thebo Mbeki, ex presidente del Sud Africa, sono significative: “Quello che è successo in Libia potrebbe essere un precursore di ciò che può accadere in un altro paese. Penso che tutti dovrebbero esaminare la questione, perché è un grande disastro” (20 settembre 2011).

Al contrario, la Francia ha avuto una quasi totale unanimità al momento di applaudire le operazioni militari contro la Libia e l’esecuzione sommaria di Muammar Gheddafi. Da Bernard-Henri Lévy al presidente Sarkozy, passando per Ignacio Ramonet, dalla UMP (a destra) al Partito comunista (con qualche riserva), passando per il Partito socialista e tutti i principali media (da Al-Jazeera a Le Figaro): “in nome di una strage solo possibile, si è perpetrato un massacro ben reale, si è scatenata una guerra civile mortifera” (1) e si è ammessa la violazione di un principio fondamentale in vigore, la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite.

Lo stesso è accaduto nella maggior parte dei paesi occidentali, che non hanno prestato la minima attenzione alla proposta di mediazione dell’Unione Africana o del Venezuela, né hanno voluto affidare alle Nazioni Unite la responsabilità di una negoziazione o di una conciliazione.
Lo spirito guerresco è stato imposto improvvisamente senza che si producesse una reazione dell’opinione pubblica, non interessata, a causa della scomparsa della leva nell’esercito e a causa della professionalizzazione (o anche a causa della privatizzazione, almeno parzialmente, come in Iraq), dei conflitti armati. Se la sinistra francese non ha contestato, come aveva fatto in passato contro le diverse aggressioni occidentali, è accaduto perché, al di là del “democraticismo” di rigore, si trattava di africani e arabi e dei problemi del “Sud”, senza rendimento elettorale, dato lo stato ideologico medio dei francesi alla fine del mandato di Nicolas Sarkozy (2).
Se la destra, soprattutto i conservatori francesi, opta per ingerenze sempre più aperte nei paesi del Sud, è perché, al di là degli interessi economici (soprattutto energetici) di grandi aziende che operano nel Sud, le avventure all’aria aperta sono sempre benvenute in tempi di grave crisi interna.
Il risultato complessivo è stato, se non la morte del diritto internazionale, almeno il suo ingresso in un coma profondo (3).


1. L’esclusione della Libia di Gheddafi dal beneficio del diritto internazionale

In un continente dove le elezioni sono di solito un’autentica farsa, le elezioni presidenziali in Costa d’Avorio nel 2010, un vero esempio da manuale, adulterate da una ribellione armata per più di otto anni che aveva il sostegno della Francia e che occupava tutto il nord del paese, hanno lasciato il posto ad un intervento delle Nazioni Unite e all’esercito francese per rimuovere forzatamente il presidente Gbagbo. L’occupazione totale della Costa d’Avorio nel 2011 da parte dei ribelli, con il supporto di ONUCI e delle truppe francesi della Licorne, piena di massacri (come quella di Duekoué), ha provocato appena le reazioni dei giuristi francesi (4).

Sembra che i pretesti addotti dalle autorità francesi (repressione contro manifestanti civili, non rispetto del risultato delle “elezioni”) abbiano posto la dottrina prevalente nel pensiero politico, che impedisce di effettuare i controlli necessari delle accuse politiche ufficiali (5) .
In nome di un “legittimità democratica” indefinita, approvata dalla maggioranza congiunturale del Consiglio di Sicurezza, “stimolata” da uno Stato al contempo giudice e parte, siamo giunti fino ad ammettere che un governo sia rovesciato con la forza per installarne un altro, con il sostegno di una delle parti in conflitto.
Con molti mesi d’intervallo, l’intervento in Libia fa parte della strategia applicata in Costa d’Avorio, che ha poco a che fare con la politica di sostegno, più tarda, dei movimenti popolari in Tunisia ed Egitto (6).
Brutalmente, in nome di una minaccia per gli avversari del governo della Jamahiriya, il cui carattere improbabile è stato dimostrato da Rony Brauman, alla Libia è stato negato lo status di pieno soggetto del diritto internazionale, “membro regolare” della comunità internazionale. Ci sono voluti solo una manifestazione il 15 febbraio 2011 in una città del paese, seguita da una rivolta il 17 nella stessa città di Bengasi, perché uno stato che era da lungo tempo membro delle Nazioni Unite, che aveva tenuto la presidenza dell’Unione Africana e aveva trattati firmati con vari paesi, in particolare con Francia e Italia, fosse espulso dalla comunità internazionale. Il Consiglio di sicurezza si è basato su informazioni provenienti da fonti di informazione molto parziali sui fatti di Bengasi, quelli di una delle parti in conflitto (gli insorti) e un mezzo di comunicazione, Al Jazeera (7), senza che sia stata condotta un’inchiesta o sia stata cercata una “soluzione, soprattutto, mediante una negoziazione, un’investigazione, una mediazione, una conciliazione (…) o altri mezzi pacifici” (articolo 33 della Carta).

Il Consiglio di Sicurezza ha adottato con precipitazione estrema (8) la Risoluzione 1970 del 26 febbraio, cioè, solo qualche giorno dopo gli scontri scoppiati a Bengasi, a differenza di molti altri conflitti nel mondo, che provocarono reazioni molto tarde (9). Non sono furono presi in considerazione i commenti dell’India circa il fatto che “non c’era praticamente alcuna dichiarazione credibile sulla situazione nel paese.” Si è ritenuto colpevole immediatamente lo stato e si è deciso che il leader libico Muammar Gheddafi doveva comparire davanti al Tribunale Penale Internazionale senza un esame contraddittorio dei fatti.
Su iniziativa della Francia, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, nonostante l’astensione di Cina, Russia, India, Brasile e Germania, si ripeteva la procedura applicata con l’Iraq, contro il quale “vi erano prove sufficienti“, come quelle che Colin Powell ha esposto nel 2003, Tripoli è stata distrutta come lo fu Baghdad.
La Risoluzione 1973 del 17 marzo completava la 1970 del 26 febbraio. Era basata sulla “necessità di proteggere la popolazione civile” senza  che il Consiglio di Sicurezza avesse remore nel proclamare il suo “rispetto per la sovranità e l’indipendenza” della Libia. Il suo scopo era “la cessazione delle ostilità” e di “ogni forma di violenza“. I metodi consigliati per realizzarla erano di “facilitare il dialogo” mentre si controllava lo spazio aereo al fine di evitare l’intervento dell’aviazione libica. La NATO e poi, sotto il suo comando, in particolare Francia e Gran Bretagna, si incaricarono di eseguire le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Si davano tutti gli elementi di un atto arbitrario al di fuori della legalità internazionale.
In primo luogo, l’estrema ambiguità delle risoluzioni. Il “dovere di proteggere i civili preventivamente” è un po ‘come il concetto di “autodifesa preventiva“, mera elusione del divieto di aggressione. Inoltre, la nozione di “civile” è vaga.
Che dire dei “civili” armati?
La violenza verbale di Muammar Gheddafi non può essere assimilata a una repressione illegale. La nozione di “legittimità democratica” usata in modo esplicito dal Consiglio di Sicurezza per condannare il governo di Gbagbo in Costa d’Avorio è il riferimento implicito che ha permesso di tacciare il governo libico come antidemocratico e come una minaccia alla pace internazionale. Il Consiglio di Sicurezza e le potenze occidentali si sono erette così giudici della “validità” dei regimi politici nel mondo.

Va notato, anzitutto, che queste risoluzioni, la 1970 e la 1973, hanno un carattere contraddittorio. Fanno riferimento alla sovranità e alla non ingerenza, ma “autorizzano” gli stati membri delle Nazioni Unite a prendere “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili, “ma escludendo l’uso di una forza di occupazione straniera di qualsiasi tipo in qualunque parte del territorio libico” e chiarendo che gli unici voli consentiti sul territorio sono quelli “il cui scopo sia umanitario“.
In secondo luogo, queste risoluzioni che dicono una cosa e il suo contrario (le Nazioni Unite non hanno creato il Comitato di Stato Maggiore, nè la polizia internazionale ai sensi della Carta) hanno creato le condizioni per l’intervento della NATO, gli obiettivi e le dichiarazioni ufficiali si sono evolute rapidamente dalla dimensione “protettiva” alla dimensione distruttiva del governo di Tripoli.
Il Consiglio di Sicurezza, che dovrebbe essere uno strumento di riconciliazione e di mantenimento della pace, in realtà è diventato uno strumento di guerra. La dichiarazione congiunta di Sarkozy, Obama e Cameron del 15 aprile 2011 è significativa: “non si tratta di rovesciare Gheddafi con la forza“, ma “fino a che Gheddafi è al potere, la NATO… deve mantenere le sue operazioni.
Il ricorso alla forza armata aerea e ad intensi bombardamenti aerei (della durata di otto mesi) delle città e delle vie di comunicazione aveva un solo scopo, aiutare il CNT a Bengasi e liquidare il governo di Gheddafi, con la promessa di una contropartita di petrolio al termine del conflitto (10).
L’intervento di terra, formalmente proibito dal Consiglio di Sicurezza, si è verificato anche prima che gli attacchi aerei cominciassero. Il rapporto di CIRET-AVT [Centro Internazionele di investigazione sul terrorismo] e il già menzionato 2R Ct rivela la presenza di membri di alcuni servizi speciali occidentali (in particolare il DGSE [servizio segreto francese]), seguita da un intervento militare nell’ovest del paese di alcuni gruppi “binazionale”, provenienti da diversi paesi occidentali, in particolare attraverso il confine con la Tunisia, che era aperto. Le forniture di armi (soprattutto francesi, attraverso la Tunisia) sono diventate sempre più importanti.
E’ stato anche rivelato che intervennero truppe provenienti dal Qatar.
Significativamente, il governo francese ha omesso praticamente qualsiasi riferimento al diritto internazionale. Secondo lo stesso, la legalità si è ridotta a un atto di procedura, il consenso del Consiglio di Sicurezza, mentre sappiamo che le sue decisioni non sono soggette ad alcun controllo di legalità. Il paradosso è che per gli stati occidentali l’invocazione perenne ai diritti umani, alla democrazia e all’umanità in generale funziona in modo selettivo. Anche se questa pratica non è nuova, ora è diventata dilagante.
In particolare, se ci atteniamo al mondo arabo, le posizioni degli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna sono caricature, così per la loro politica unilaterale, come per il loro comportamento nel Consiglio di Sicurezza e, in generale, alle Nazioni Unite.
La situazione dei curdi, della minoranza sciita nei paesi del Golfo, la repressione in Arabia Saudita, Bahrain (11) e negli Emirati Arabi Uniti, tra i quali si incontra il Qatar, alleato belligerante della NATO contro la Libia, non provocano alcuna reazione: in questi casi, i diritti umani e la democrazia non riguardano le potenze occidentali (12). Il caso più evidente è quello della Palestina. Nel Consiglio di Sicurezza due o tre paesi paralizzano il sostegno della maggioranza assoluta dei paesi membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per l’ammissione della Palestina come membro permanente delle Nazioni Unite. Con un “approccio umanitario” molto particolare, gli Stati Uniti e la Francia (a suo modo) (13) si oppongono al pieno riconoscimento di uno stato palestinese perché “potrebbe causare una recrudescenza della violenza, uno dei principali ostacoli per i negoziati con Israele“!
Dopo mezzo secolo di ostilità e di indifferenza, i paesi occidentali ritengono che il popolo palestinese debba continuare ad aspettare. Pertanto il suo spettacolare sostegno alle “rivoluzioni arabe” non ha nulla a che fare con una posizione di principio. “Non si può salutare l’avvento della democrazia nel mondo arabo e disinteressarsi di essa quando riguarda la questione nazionale palestinese“, scrive giustamente B. Stora (14).


Per le autorità occidentali ci sono due criteri di “sensibilità” per il mondo arabo e l’Islam. Tutto dipende dagli interessi in gioco. Il diritto umanitario e i diritti umani sono completamente estranei a questo. Le operazioni della NATO, la cui forza di shock era l’esercito francese, la sua aviazione e i servizi speciali, non sono riuscite a rispettare il diritto umanitario, anche se [il ministro francese degli affari esteri] Juppé ha reagito come donzella indignata, quando qualcuno “osava” menzionare vittime libiche civili dei bombardamenti NATO (15).
La guerra libica ha reso molto malconcio il diritto umanitario. La “protezione della popolazione civile” non è mai stata più di una nozione astratta, a scapito dei libici tramutati in vittime dei bombardamenti, del razzismo e della xenofobia, in militanti armati dall’estero o dallo stato, e in sfollati in fuga dai combattimenti. A questo si è venuto ad aggiungere un fenomeno di fuga dal territorio libico di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri nelle peggiori condizioni, con l’indifferenza quasi totale dell’Occidente e l’impotenza dei paesi vicini.
Il rapporto «Libye: un avenir incertain. Compte rendu de la misión d’évaluation auprès des belligérants libyens»  (Libia: Un futuro incerto. Rapporto della Missione di valutazione tra i belligeranti libici, Parigi, maggio 2011) preparato da un comitato di esperti (uno dei quali è Y. Bonnet, ex capo dell’antiterrorismo francese) sopra il quale i media hanno mantenuto un silenzio quasi totale (16), ha indicato che la rivoluzione libica non è stata una rivoluzione pacifica, che i “civili”, e il 17 febbraio, erano armati e hanno attaccato edifici civili e militari a Bengasi, in Libia non ci furono grandi manifestazioni pacifiche represse con la forza.
L’intervento esterno si è messo in atto come misura preventiva meno di 10 giorni dopo il primo incidente, e il 2 marzo, cioè due mesi dopo lo scoppio dei disordini nella parte orientale della Libia, la Corte penale internazionale ha aperto un procedimento contro Gheddafi e suo figlio Saif Al-Islam; i bombardamenti, che non si erano fermati per otto mesi e che causarono diverse migliaia di vittime civili (erano già un migliaio alla fine di maggio) hanno perso rapidamente il loro carattere militare per perseguire una finalità essenzialmente politica: rovesciare il governo della Jamahiriya e tentare di uccidere Gheddafi e il suo entourage con assassinii selettivi, un obiettivo che è stato raggiunto a Sirte il 20 ottobre, dopo un intervento dell’aviazione francese (17).
Per questo si bombardarono molti edifici pubblici che mancavano di interesse strategico (soprattutto a Tripoli e nelle città petrolifere di Ras Lanuf, Brega e Ajdabiya) (18), come anche si bombardarono le vie di comunicazione, molti elementi delle infrastrutture industriali, monumenti storici e così via. Presi insieme, questi fatti costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità che devono essere perseguiti dalla giustizia penale internazionale.
Per quanto riguarda gli omicidi selettivi (alla maniera dell’esercito israeliano contro i comandanti palestinesi) dei parenti di Gheddafi (tra cui diversi bambini) e dello stesso Gheddafi (per esempio, il bombardamento della casa privata di un figlio di Gheddafi, che ha ucciso due dei suoi nipoti), in alcun modo può essere considerata come parte di un’operazione di pace e di “protezione” sotto la bandiera dell’ONU. Se la Corte penale internazionale aveva giurisdizione per citare Gheddafi (19), anche i responsabili francesi dei bombardamenti e dei tentativi di assassinio dei dirigenti di uno stato membro delle Nazioni Unite, quali che fossero i reati da loro commessi, sono degni, quindi, di sanzioni ai sensi del diritto penale internazionale. Il caso più evidente è l’assassinio di Gheddafi stesso, con la collaborazione attiva della NATO e dell’aviazione francese.

La Risoluzione 1674 del Consiglio di sicurezza del 28 aprile 2006 nota che “gli attacchi deliberati contro i civili (…) in situazioni di conflitto armato sono una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale“. Gli omicidi mirati hanno  in special modo un carattere criminale: il ruolo delle Nazioni Unite non è di comminare condanne a morte. Inoltre degne di nota, tra le illegalità palesi, sono le procedure per il congelamento dei beni libici pubblici e privati.
Infatti, le misure adottate durante la guerra libica non hanno tenuto conto delle risoluzioni 1452 (2002) e 1735 (2006) del Consiglio di sicurezza. I trasferimenti effettuati dalla Francia e dai suoi alleati europei al CNT non sono riusciti a soddisfare la normativa europea.
In realtà, il criterio giuridico occidentale sulla Libia occidentale si somiglia alle posizioni di G. Scelle nel suo manuale del 1943 sulla “Russia bolscevica”. Secondo questo autore classico, si doveva considerare quel governo come “illegale a livello internazionale” (20). Non si poteva ammettere la “Russia bolscevica” come soggetto di diritto. Infatti, fino al 1945 non fu parzialmente accettata.
Più di mezzo secolo dopo, le violazioni della legge commesse dall’Occidente in Libia non sono considerate tali, perché si stava distruggendo un regime odioso, “illegale” per natura. Quindi, non solo a certe persone, come i palestinesi sono negate la qualità di pieni soggetti del diritto internazionale, né alcuni Stati, i membri delle Nazioni Unite, hanno “diritto al diritto”.
L’approccio che emerge da questa pratica occidentale è che il diritto al diritto internazionale non lo detengono gli stati ma i regimi sostenuti dalle potenze occidentali.

2. Continuità e imperturbabilità dei giuristi

Per un giurista la prima osservazione che sorge è l’assordante silenzio degli esperti di diritto internazionale, simile a quello che, come minimo, ipotecò la natura scientifica dei loro giudizi circa l’Iraq, il Kosovo (21), l’Afghanistan e la Costa d’Avorio, per esempio.
La dottrina dominante tra gli esperti di diritto internazionale rimane “immobile”: gli ultimi manuali non esprimono la minima preoccupazione, mentre evitano di illustrare le loro argomentazioni accademiche con esempi tanto poco esemplari. Molti di questi dotti professori di diritto internazionale sono diventati ultra ciceroniani: Summum jus, summa injuria!
In effetti, per Cicerone un eccesso di legge porta alla peggiore ingiustizia. Allineati dietro la maggior parte del personale politico in Occidente, i giuristi considerano che il diritto internazionale quando limita troppo il “messianismo”, sebbene sia guerriero, di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, distrugge i valori civilizzatori dei quali sono portatori.
L’ideologia, formalmente respinta da loro, è onnipresente nella loro analisi: la “legittimità” prevale sulla “legalità”, qualcosa di sorprendente per i giuristi!
In realtà, implicitamente ammettono che gli stati occidentali si sono regolati da soli nell’interesse del Bene Comune. Non che quelli, strenui difensori dello “Stato di diritto”, ignorino la legge; per questi giuristi ciò che fanno le potenze occidentali si situa “al di sopra” del “legalismo inadeguato” nel nome di una “missione” superiore che deve compiersi senza ostacoli. Dato l’inconveniente a censurare la politica estera statunitense e il suo approccio anti multilateralista, la questione non è criticare le autorità francesi quando (durante l’apogeo del “bettatismo-kouchneriano” [22]) invocano i diritti umani per giustificare la loro ingerenza, in detrimento della sovranità dei paesi piccoli e medi.
Nel 2010-2011 il presidente Sarkozy era molto lontano dal “bettatismo” quando estese il campo dell’ingerenza al contenzioso elettorale (tutta una primizia!): la Francia si è eretta, insieme con gli Stati Uniti e le Nazioni Unite, a giudice costituzionale, in sostituzione di una corrispondente istanza della Costa d’Avorio e ha finito per ricorrere alla forza armata per cambiare il governo di Abidjan, con un tentativo di assassinio del presidente L. Gbagbo (23).

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La crisi libica è andata anche oltre, ha consolidato l’idea della “rivoluzione democratica” tra le cause che legittimano l’esclusione del diritto internazionale.
I giuristi ripristinano la vecchia concezione che fino alla metà del XX secolo (si vedano le dimostrazioni del professor Le Fur, per esempio, negli anni Trenta e Quaranta) distingueva tra soggetti di diritto internazionale e soggetti esclusi da questo diritto, creando le condizioni per un nuova egemonia imperiale occidentale. Tuttavia, come la distanza tra il pensiero dominante legale e le posizioni politico e mediatiche ufficiali tendono a scomparire, il diritto internazionale dei manuali e delle riviste accademiche continua ad essere un lungo fiume tranquillo, allo stesso modo delle pagine che gli dedica Wikipedia ( 24).
Alcuni di questi eminenti autori si concentrano sui problemi tecnici dell’Unione europea, un “pianeta” politico più serio, mentre altri, altrettanto illustri, evidenziano “la resistenza della sovranità rispetto ai progressi del diritto internazionale “(!) , progressi che si qualificano come “indiscutibili e importanti” negli ultimi decenni.
Il nuovo multipolarismo in gestazione non incontra il loro apprezzamento, sia alla Cina (spesso descritta come “arrogante”) e che alla Russia rimproverano di fare un uso del loro diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza, perché può provocare “disordine, incapacità, mancanza di organizzazione.
La breve configurazione unipolare che si ebbe alla fine dell’Unione Sovietica è piaciuta molto di più: grazie all’unipolarità occidentalista, che si pensava più duratura, si sarebbe stabilito il dominio effettivo del diritto internazionale, il potere di garantire “il buon governo”, attraverso la divisione funzionale, dato che gli Stati Uniti e i loro alleati sono attrezzati per inciso, senza alcun dubbio, di una “visione” universalista (25).
In ogni caso, il giurista che rappresenta l’occidente è uno che apprezza il principio di sovranità, anche se ha ispirato la Carta delle Nazioni Unite, in particolare in quanto il potere dal quale proviene è sovrano de facto.
Raramente parla di “violazione” della legge, e meno ancora di regressione. Ci sono solo “interpretazioni”, “aggiustamenti” che hanno lo scopo di difendere sempre meglio gli interessi di tutta l’umanità (26). Il giurista accademico preferisce parlare di “nuovi attori” della “comunità” internazionale, come le ONG e “l’individuo” (27), che hanno in gestazione la “società civile” internazionale …
L’intervento militare in Libia era basato (Risoluzione 1970 e il 1973 del Consiglio di sicurezza) sulla protezione dell’individuo civile minacciato da un potere orribile, come fecero nel XIX secolo i paesi europei, con i loro “interventi umanitari” contro l’Impero Ottomano. Le tesi della Santa Sede sono precorritrici di Bush, Sarkozy e Kouchner.
Il giurista inglese H. Wheaton giustificava con lo stesso criterio l’intervento britannico in Portogallo nel 1825, secondo lui “in conformità con i principi di fede politica e di onore nazionale“. Allo stesso modo, inoltre, è stato giustificato “l’intervento delle potenze cristiane d’Europa a favore dei Greci.”
Un secolo dopo, nel 1920, Dean Moye dell’Università di Montpellier ha dichiarato inequivocabilmente che “non si possono negare i benefici innegabili che spesso hanno portato le intrusioni (…) E’ molto bello annunciare il rispetto della sovranità, inclusa quella barbara, e dichiarare anche che un popolo ha il diritto di essere tanto selvaggio quanto vuole. Ma è altrettanto vero che il cristianesimo e l’ordine sono una fonte di progresso per l’umanità e che molte nazioni ci hanno guadagnato quando i loro capi, incompetenti o tirannici, sono stati costretti a cambiare i loro metodi, sotto la pressione delle potenze europee. La persuasione, di per sé, non sempre riesce nell’intento, e a volte è necessaria per sfruttare le persone a dispetto di se stesse“(28).

A chi, questo, non ricorda, con solo alcune varianti, l’analisi che hanno fatto un secolo dopo le autorità statunitensi, francesi, inglesi e dell’ONU contro Gheddafi e Gbagbo?
Solo coloro che, ancora oggi, condannano le spedizioni coloniali in nome di un senso di colpa “infondato”, quando, secondo la dottrina, si è trattato di combattere «la barbarie dei popoli selvaggi, che occupano un territorio senza titolo di esserne proprietari“, non sono in grado di percepire il significato civile e umano di intervento occidentale e l’eventuale necessità di neo protettorati, anche nei piccoli paesi occidentali “mal governati”.

Le Fur, eminente titolare della Cattedra di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Parigi, autore del Précis Dalloz 1931, di numerosi manuali tra il 1930 e il 1945, affiancato da altri insegnanti come Bonfils, Fauchille, ecc., ha sottolineato il tema della Civiltà contro la barbarie: “c’è in natura un’incompatibilità tra noi e gli arabi“, perché “il motto dell’arabo è: immobilità, e il nostro è andare avanti!” (sic) (29).

Le Fur, per quanto riguarda la colonizzazione, aggiunse che “la Francia l’ha messa in atto non solo per il loro bene ma per il bene comune dell’umanità“.
Per i giuristi contemporanei, gli Stati occidentali, sostenitori per natura del Bene e dell’interesse generale, aspirano, oggi come ieri, con tutti i mezzi a proteggere l’individuo e la popolazione civile dagli abusi del proprio stato.
Ebbene, il libico gheddafista è peggio che l’arabo del passato: la guerra contro di loro è “giusta”. Nulla è cambiato da quando un autore ottocentesco come H. Wheaton ha sostenuto, come avviene oggi, che “quando si va contro le basi su cui poggiano l’ordine e il diritto dell’umanità”, è giustificato l’uso della forza. Inoltre, l’Istituto di Diritto Internazionale non condivideva “l’utopia di chi vuole la pace a qualsiasi prezzo“.


G. Scelle, nel suo manuale pubblicato nel 1943 a Parigi, offre il suo contributo affermando che quando uno stato può mostrare “delle credenziali autentiche e reali, la proibizione del ricorso alle armi sembra difficile da accettare.”
Oggi poco importa che sia sorto un elemento nuovo, i principi della Carta delle Nazioni Unite. La Francia, per giustificare il suo ruolo nell’operazione contro Tripoli, addusse che aveva tutte le credenziali per intervenire, per esempio quelle che danno le Nazioni Unite, basate sui diritti umani, e quelle che dà la NATO, per salvare i libici da se stessi.
Inoltre, nella dottrina tradizionale legale (Gidel, La Pradelle, Le Fur, Sibert, Verdross, ecc.) vi è un accordo nel considerare il rispetto della proprietà come un principio fondamentale delle relazioni internazionali per il mondo civilizzato. Secondo M. Sibert, è anche “una verità indiscutibile“. Ebbene, era noto a tutti, nel 2011, che il governo  gheddafista aveva il controllo del petrolio libico, fino ad allora, per il resto del mondo, era stata una risorsa casuale, oggi come ieri, la libertà del commercio “vieta” la perdita del profitto che comportava l’accaparramento tripolitano.
Le voci di dissenso di alcuni professori come Carlo Santulli e P. M. Martin, per esempio, sono aumentate fortemente contro la violazione della legge nel caso libico; non si tratta di “difendere il governo” di fronte all’opinione pubblica “ma semplicemente di non trasformare l’analisi critica in una mostruosa propaganda“.
In Libia, come in Costa d’Avorio, il mondo occidentale e, soprattutto, lo stato francese hanno agito in coro per disumanizzare il “nemico” (anche M. L. Gbagbo Gheddafi), a prescindere dai contratti firmati sotto il loro patrocinio con i circoli degli affari: “né il sangue dei libici, né degli ivoriani ha alcun valore per noi“, conclude il professor C. Santulli.

Il giurista e il politico di destra, o di una certa “sinistra”, si allineano sulle stesse posizioni. La “morale” deve prevalere sullo “stretto legalismo”, come dichiarato alla stampa dall’ambasciatore americano a proposito del presidente ivoriano Gbagbo (30). Per il giurista, il positivismo deve cedere il passo al descrittivismo e al realismo. Il dibattito non è più appropriato. Come affermato da R. di Lacharrière, “dobbiamo abituarci all’idea che le controversie dottrinarie appartengano al passato.”
La descrizione acritica e compiacente fatta dai giuristi della politica estera suppone una legittimità senza riserve. La dottrina detta “scientifica” molto “occidentalocéntrica” ​​è in sintonia con i media mainstream. Adottando la dottrina dei diritti umani e della sicurezza che vantano le potenze occidentali le quali violano il diritto internazionale, costruito nel suo complesso dopo il 1945 (31), i giuristi accettano l’auto-proclamata divisione funzionale della NATO e dei suoi membri, portatori di valori euro-statunitensi e “civilizzatori”.

Non è molto chiaro se si tratti di un “diritto” o di un “dovere” di ingerenza, ma calpesta il principio di non ingerenza proclamato dalle Nazioni Unite. Ci sono ancora delle esitazioni sul principio della sovranità (menzionato, per precauzione, in tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, comprese quelle che la violano), ma la “legittimità democratica”, di confusa definizione, è ciò che deve prevalere. Non ha senso discutere della creazione di neoprotettorati, poiché ciò che si ha, è ufficialmente l’assistenza ad una “transizione democratica”.

Con i movimenti popolari nel mondo arabo del 2011, gli esperti di diritto internazionale arrivano al punto di ammettere la “rivoluzione” (diffamata e tacciata come arcaica in altre circostanze) (32) come generatrice della democrazia stessa.

Si deve supporre che i giuristi non devono limitarsi a descrivere ciò che è auspicabile, ma è anche vero che essi sono tenuti a mettere in discussione il processo di regressione e ad essere “critici vigilanti”.

3. la spedizione franco-britannica: l’imposizione di una politica imperiale perentoria

La spedizione di Francia, Gran Bretagna e altri paesi in Libia, si aggiunge alla tradizione imperiale delle grandi potenze occidentali. Il sarkozismo cerca di creare l’illusione di un ritorno alla grandeur della Francia e dell’Europa. Ma, come nel periodo coloniale, il petrolio libico di eccezionale qualità e facile da estrarre, e il gas sono il motivo principale per il cambiamento di governo di Tripoli. Gli accordi tra la Libia e Francia, Italia e Stati Uniti negli ultimi anni sono stati considerati inattendibili. Parigi e Londra, ha anche sostenuto una nuova divisione, non avendo ottenuto le migliori concessioni. Cosa c’è di più, sapevano che il governo libico prevedeva di aumentare il coinvolgimento dello Stato nel settore del petrolio dal 30% al 51%. Esisteva anche l’intenzione di sostituire le imprese occidentali con altre cinesi, russe e indiane. Dopo un periodo di compromesso, Tripoli si stava preparando ad attuare una nuova politica (33).
L’intervento francese non era estraneo a certi affari interni. L’elezione presidenziale si stava avvicinando e, in maniera simile a Bush negli Stati Uniti, un presidente uscente, sfavorito nei sondaggi, ha scoperto che una politica estera rapida e brillante in Libia (che sembra confermata dalle richieste di un calendario molto breve, espresse in varioe occasioni) avrebbe compensato i fallimenti di politica interna. Abbiamo anche dovuto insabbiare la crisi causata dagli stretti legami della Francia con i regimi di Ben Alì e Mubarak.

Un altro fattore che senza dubbio accelerato l’intervento militare della Francia è stata la rivelazione, fatta da Tripoli, che nel 2007 campagna elettorale di Nicolas Sarkozy è stata finanziata con “bustarelle” libiche. Inoltre, gli Stati Uniti volevano da tempo che i paesi europei si facessero carico delle spese militari occidentali, in particolare per proteggersi” in Africa  dalle alternative che fornivano la Cina e le potenze emergenti a ciascuno dei paesi africani. In tal modo il ruolo della Francia in un attacco contro la Libia si inserisce perfettamente nei piani degli Stati Uniti. D’altra parte, questa potenza intende installare in Libia nel Golfo della Sirte, il comando unificato (Africom, la cui attuale ubicazione è Stoccarda) finora rifiutato da tutti i paesi africani. Una Libia sorvegliata permetterà l’installazione di questo comando 42 anni dopo che la rivoluzione di Gheddafi aveva espulso le basi americane dalla Libia.

Uno degli obiettivi maggiormente messo in sordina dell’operazione per liquidare il governo di Tripoli è stata la necessità di rafforzare la sicurezza di Israele. Israele ha bisogno di paesi arabi non solidali con i palestinesi, come lo è stato efficacemente l’Egitto di Mubarak. I movimenti popolari in Tunisia ed Egitto ha creato una pericolosa instabilità. Questa incertezza deve essere compensata dalla scomparsa di un governo libico radicalmente anti-sionista.

Anche la Francia era molto preoccupata per i tentativi di Gheddafi di unire l’Africa. Le esitazioni dell’Unione Africana nel corso della crisi in Costa d’Avorio hanno dimostrato che l’organizzazione africana era impantanata in contraddizioni e che l’influenza francese è stata ridotta. L’influenza di Gheddafi e dei mezzi finanziari a sua disposizione gareggiava fortemente con quelli della Francia. L’eliminazione del leader libico (che la Francia aveva già tentato varie volte a partire dal 1975 (34) si considerava, quindi, come un modo per proteggere gli interessi francesi in Africa umiliando la Libia, che stava sul punto di diventare il finanziatore alternativo del continente (35).

Questa guerra in Libia, che è riuscita per l’intervento in Costa d’Avorio e per le molte operazioni in Medio Oriente, ha un significato generale. I paesi occidentali sono in difficoltà. Incapaci di risolvere le loro grandi contraddizioni di natura economica e finanziaria, tendono a sviluppare una politica estera aggressiva, nonostante il suo alto costo, per recuperare il più possibile le risorse che essi non dispongono  e al tempo stesso per distrarre le loro opinioni pubbliche.

L’urgenza è dovuta anche all’irruzione delle potenze emergenti che pregiudicano gli interessi occidentali, non imponendo clausole politiche nei contratti e negli accordi che stipulano. Sembra che l’Occidente sia convinto che “domani sarà troppo tardi”.
Questa politica d’urgenza obbedisce ad un “modello” noto, le cui tappe sono ogni volta più brevi.

L’intervento militare è solo l’ultimo passo dell’ingerenza, il primo è un’operazione sistematica per screditare il governo che deve essere eliminato.
Il secondo passo è quello di sensibilizzare e mobilitare alla diaspora, in particolare con l’aiuto dei “nuovi media” (36): i libici con doppia nazionalità che vivono in Europa e negli Stati Uniti, che sembra abbiano giocato un ruolo decisivo contro Tripoli, in quanto hanno contribuito a mobilitare segmenti della popolazione, soprattutto giovani senza memoria politica (37) di fronte a un potere politico che consideravano “esaurito” (38).
Il terzo passo è quello di cercare il sostegno internazionale. La Francia, che ha condotto l’attacco contro la Libia, ha cercato non solo di formare una coalizione con i suoi alleati tradizionali (come l’Italia [39], anche se questo paese aveva dovuto rafforzare i suoi legami con Tripoli, nel periodo immediatamente precedente l’intervento militare), ma anche con i paesi del Sud, per poter contare sul loro avvallo. La partecipazione del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, e l’appoggio dell’Arabia Saudita (principale fornitore di petrolio alla Cina), sono stati fondamentali per legittimare l’intervento militare e dissimulare formalmente il suo aspetto neocoloniale.
Il quarto passo è quello di ottenere la copertura delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti possono comodamente fare a meno dell’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, gli europei e soprattutto la Francia, al contrario, cercano di rimanere nel quadro delle procedure delle Nazioni Unite, sebbene violino senza scrupoli lo spirito e spesso le principali disposizioni delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e della Carta stessa.
Infine, la quinta tappa è l’operazione militare, condotta con il consenso di una opinione pubblica prefabbricata. Questo ultimo passo dimostra che il Consiglio di Sicurezza è ormai un mero strumento di ingererenza e di guerra, tranne quando Russia e Cina, le cui priorità non sono politiche bensì fondamentalmente economiche, esercitano in forma aleatoria il loro diritto di veto. Ciò evidenzia il declino globale delle Nazioni Unite come struttura di riconciliazione e di pace, che può presagire la sua morte, così come la Società delle Nazioni. Quando c’è un conflitto interno in un paese che le potenze vogliono sanzionare, il capitolo VII della Carta pemette di liquidarne il governo. I diritti umani e la “legittimità democratica” sono argomenti semplici per legittimare la violenza armata. La “popolazione civile”, senza che nessuno verifichi con un procedimento contraddittorio chi è realmente e soprattutto se è disarmata o armata (e da chi), diventa un vero soggetto di diritto, inducendo l’ingerenza (40).

Per ultimo, la falsa giustificazione morale data per questa politica si caratterizza di un primitivismo di base e di una enorme volgarità ideologica (distinzione tra bene e male, tra democrazia e dittatura, ecc) .. Logicamente, include la violenza “solo” contro “il nemico” e si spinge fino ad ammettere l’omicidio per eliminare un leader indesiderato (41).

Durante la guerra di Libia, il bombardamento francese, citando la formula “distruzione dei centri di comando”, è andato più volte contro le persone vicine a Gheddafi (uccidendo molti dei suoi figli e nipoti) e contro lo stesso Gheddafi. Questi omicidi politici hanno reso evidente che la Francia non ha voluto una trattativa o una conciliazione, ma l’Onu lo ha ignorato. Per molte di quelle che sono peculiarità del conflitto libico, non si tratta di un caso sui generis.
Il significato generale è: la crisi globale che colpisce l’economia mondiale sotto l’egemonia occidentale provoca una fuga in avanti e può causare altre operazioni della stessa natura contro vari “nemici” già designati, se falliscono i tentativi di destabilizzazione interna, ma “assistiti “dall’esterno.
Le contraddizioni del sistema, premendo, impongono un ordine mondiale che escluda la coesistenza di diversi regimi e rispetti la sovranità di ciascuno.
Per le persone colpite questo significa, ancora una volta, la scomparsa della sovranità nazionale e l’indipendenza in nome di una “modernità” di tipo imperiale e di una sovranità ‘popolare’ formale; all’accaparramento dei clan seguirà un freno allo sviluppo a causa della distruzione e dell’organizzazione, e della corruzione speculativa.

Contro l’inerzia ideologica della maggior parte dei giuristi e dei politologi, di molti teorici indisturbati nel loro compiacimento, si può dire, senza peccare di esagerazione, che il diritto internazionale è andato in coma, le Nazioni Unite hanno fallito e, al posto della regolamentazione legale è emersa una dubbia “morale” internazionale, come l’ottocentesco periodo d’oro delle cannoniere. Si tratta di una nuova Conferenza di Berlino, 128 anni dopo la prima, il modello implicito della diplomazia internazionale?

Sarà la guerra in Libia un sintomo di un declino della civiltà?

[* Robert Charvin è un giurista internazionale, decano onorario della Facoltà di Giurisprudenza di Nizza.]

Note

(1) Y. Quiniou, “Retour sur la guerre à laquelle neocoloniale nous avons Assist”, L’Humanité, 24 ottobre 2011.

(2) Cfr. R. Dumas – J. Vergès, Sarkozy sous BHL, Edizioni P.G. De Roux, 2011.

(3) Cfr. p.m. Martin, che nel 2002 ha pubblicato “Le Droit internazionale Défaire: une politique américaine”, UTI Scienze Sociali di Tolosa, No. 3, 2002, pp 83 e segg. Nel 2011 le autorità francesi hanno preso il comando in questo processo di “smantellamento” del diritto internazionale.

(4) Cfr. R. Charvin, Costa d’Avorio 2011. La bataille di indépendance seconde, L’Harmattan, 2011.

(5) Cfr. Relazione della Commissione dei giuristi che possiede i diritti d’autore, che gli è valso il nuovo governo del presidente A. Ouattara “congelare i loro beni” in Costa d’Avorio.

(6) Le autorità francesi e i media mainstream hanno equiparato gli eventi in Tunisia, Egitto e Libia, creando una “morale”  conveniente agli interessi francesi per giustificare un’operazione militare contro il governo di Gheddafi. Tutto quello che avevano in comune era che i tre regimi si erano guadagnati le lodi dello stato francese poco prima di essere condannati per lo stesso stato.

(7) Al Jazeera, che da oltre 15 anni si era fatta strada nel mondo arabo come fonte primaria di informazioni, ha subìto una brusca virata e ha scatenato una feroce campagna contro il regime libico e siriano. Anche questo pregiudizio filo-occidentale della linea editoriale nel 2011 in seguito alla richiesta di un intervento armato del Gulf Cooperation Council e del Qatar, che ha portato alle dimissioni di vari giornalisti, è torbido. Tuttavia, la giornalista Marie Benilde (Le Monde Diplomatique, n. 117, giugno-luglio 2011), senza farsi più domande, scopre che Al Jazeera e Internet “hanno seminato la voce democratica nel vento della storia” (Quando la libertà profuma di Gelsomino, op .. cit. 49 ss.).

(8) La precipitazione stessa della Francia, che ha riconosciuto il CNT molto tempo prima che qualcuno avesse una responsabilità e il controllo effettivo di una parte considerevole del territorio libico.

(9) Il caso estremo è il conflitto israelo-palestinese: da più di mezzo secolo il Consiglio di Sicurezza non è riuscito a trovare una via d’uscita, nonostante le numerose risoluzioni dell’Assemblea Generale.

(10) Nelle città di Tripoli, Sirte e Sebha non vi fu alcuna aperta opposizione che portasse ad una forte repressione contro i civili. Ma queste città sono state pesantemente bombardate.

(11) In Bahrain, l’esercito saudita è intervenuto per reprimere una rivoluzione popolare e salvare il regime, con la piena approvazione dell’Occidente.

(12) L’unica cosa che è stata pubblicata dai media francesi circa lo status delle donne in Arabia Saudita è stato l’informazione, quasi elogiativa, del perdono di una saudita che aveva violato il divieto di guidare l’automobile, e l’annuncio che nel 2015 le donne potranno votare alle elezioni comunali.

(13) Il doppio gioco della Francia è proverbiale: votò a favore dell’incorporazione della Palestina presso l’UNESCO, e poi al Consiglio di Sicurezza contro la sua ammissione alle Nazioni Unite.

(14) Cfr. Quand la liberté du parfum Le Jasmin, op. cit., p. 32.

(15) il professor Pradelle Géraud denuncia il comportamento di alcuni giuristi occidentali che si son dedicati a spiegare agli stati maggiori degli eserciti e, a volte, agli ufficiali nel campo delle operazioni, come evitare gli ‘ostacoli’ del diritto umanitario che ostacolavano l’efficacia delle operazioni militari. Vedere “Des du droit international humanitaire faiblesses tiennent qui à sa natura” su Droit humanitaire. Mouvements puissants Etats et de résistance, D. Lagoto. (A cura di), L’Harmattan, 2010, pp 33 e segg.

(16) I media francesi, in particolare la televisione, hanno mostrato una mancanza di professionalità e di una enorme cattiva fede, propagandando ogni sorta di bugia sugli eventi legati al conflitto, mentre sono stati in silenzio sulla personalità dei membri del CNT (Mohamed Jibril, per esempio, ex ministro di Gheddafi, che era stato associato a diversi affari di B.-H. Lévy, come il commercio del legname in Malesia e in Australia). La stampa occidentale (con l’eccezione de l’Humanité in Francia) e le ONG umanitarie (eccetto MRAP) si sono mosse in punta di piedi sulle uccisioni razziste e xenofobe dei neri, sia libici che immigrati africani. Centinaia di migliaia di libici (ritenuti secondo un calcolo approssimativo 400.000) sono fuggiti nei paesi vicini, soprattutto in Tunisia. I bombardamenti della NATO hanno distrutto diversi ospedali e, recentemente, l’Ospedale Avicenna di Sirte, senza che si sollevasse il consueto coro di condanna delle organizzazioni umanitarie.

(17) L’esecuzione di Muammar Gheddafi era un’esigenza politica, giacché le autorità francesi e statunitensi consideravano “pericoloso”  un giudizio di fronte alla Corte Penale Internazionale. Il Centro di Pianificazione e di conduzione delle operazioni (CPCO), che dirige il Militaire Renseignement e il Service Action della DGSE, si incaricò di consigliare le unità del CNT di Sirte per “trattare la guida libica e la sua famiglia”, cioè eliminarli.

(18) Per esempio, a Tripoli, la Corte dei conti, nel Centro Anticorruzione, la Corte Suprema, diversi ospedali, mercati, sedi di diverse associazioni (come l’associazione per aiutare i disabili, il movimento delle donne, ecc) …

(19) 29-30 giugno 2011, l’Unione Africana ha dichiarato che i mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale contro Gheddafi e i suoi soci non dovevano avere applicazione sul suolo africano. Jean Ping, Segretario generale dell’Unione africana, ha criticato aspramente Luis Moreno Ocampo, procuratore della Corte penale internazionale, definendolo uno ‘zimbello’ (un pagliaccio) e invitandolo mettere in pratica la legge, invece di sottomettersi alla politica occidentale.

(20) Citato da R. Charvin, “Le droit international enseigne tel qu’il uno été” in Mélanges Chaumont, Pedone, 1984, p. 138.

(21) Il professor Guilhaudis, per esempio, nel manuale Contemporaines Relations internationales, Litec, 2002, osa titolare una sezione:
“Infinito violento esplodere della Jugoslavia, a dispetto dell’ONU e della NATO’! (p. 730).

(22) Mario Bettati e Bernard Kouchner sono i teorici e i sostenitori della dottrina del “dovere di intervento umanitario” (NT).

(23) In Francia è stata presentata una denuncia contro l’esercito per “tentato omicidio di L. Gbagbo.” L’arresto del presidente della Costa d’Avorio è stato realizzato con la collaborazione delle forze francesi e della Costa d’Avorio, dopo un intenso bombardamento della residenza di Gbagbo dal francese Licorne.

(24) Cf. R. Charvin, «De le prudence doctrinale face aux nouveaux rapports internationaux», en Mélanges Touscoz, France Europe Éditions, 2007.

(25) L’impero ottomano, la monarchia assoluta di Francesco I di Francia e l’impero spagnolo avevano la stessa ambizione.

(26) Nel 1950, quando gli Stati Uniti e il Consiglio di sicurezza, nonostante le disposizioni della Carta e in assenza di un membro permanente, hanno deciso di intervenire militarmente in Corea, il professor Sibert, seguendo la tradizione accademica, ha emesso un visione positiva dell’ ” interpretazione liberale” e non “rigida” nella Carta.

(27) Stranamente, i giuristi accademici, nei loro insegnamenti, associano queste due categorie di “attori” alle multinazionali, come se il loro peso nella società internazionale fosse equivalente. Di contro non dice niente delle società militari private che presumibilmente lavorano per la sicurezza collettiva, come in Iraq per esempio.

(28) Doyen Moye, Le droit des gens moderne, Sirey, 1920, pp 219-220.

(29) Cfr. “Le droit international enseigne tel qu’il uno été. Critiche Note de lecture et Manuali Series (1850-1950) ‘, in Mélanges Chaumont, Pedone, 1994.

(30) R. Charvin, Costa d’Avorio 2011. La bataille di indépendance seconde, L’Harmattan, 2011.

(31) P. M. Martin, “le droit international Défaire: une politique américaine” droit écrit, UTI Sciences Sociales de Toulouse, No. 3, 2002, pp 83 e segg.

(32) ha anche osservato che la “rivoluzione” è stata accettata come un concetto perfettamente valido in alcune repubbliche ex sovietiche (come l’Ucraina e la Georgia).

(33) Questo cambiamento è paragonabile con quello del Presidente Gbagbo, che alla vigilia in cui gli occidentali lo rovesciavano si preparava ad uscire dal CFA-franco e a firmare accordi economici importanti con la Cina.

(34) Tra i tentativi di eliminazione di Muammar Gheddafi può essere citata l’operazione organizzata dal presidente francese Giscard d’Estaing nel 1975 (SDEC oltre a numerosi dissidenti militari), i commandos franco-egiziani (sotto il governo di Sadat nel 1977), un attentato nel 1979, del Servizio d’azione francese che ferì Gheddafi, nel 1980 l’SDC francese e gli egiziani falliscono nuovamente (cosa che portò alla destituzione del capo dei servizi segreti francesi, De Marenches), e nel 1980 un altro tentativo (rivelato dal Presidente della Repubblica Italiana Cossiga) di abbattere, con l’aiuto della NATO, l’aereo ufficiale di Gheddafi che volava a Varsavia, nel 1984 un tentativo di colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti, che coinvolgeva esuli e militari, e il bombardamento della residenza di Gheddafi nel 1986.

(35) Dai primi passi della rivoluzione libica, il mondo occidentale non perdona a Tripoli di usare gli stessi metodi, dell’Occidente per rafforzare la sua politica estera.

(36) Molti politologi sottolineano il ruolo politico svolto dalle nuove modalità di comunicazione nelle “rivoluzioni” nel sud. Questa analisi non tiene conto della gran parte della popolazione, di solito molto povera, che li ignora. Presumibilmente, una volta di più nella storia, si attribuisce grande importanza agli “strumenti” per non dover guardare più in profondità la realtà sociale. Molti politologi, inoltre, implicitamente lodano il ruolo della “classe media”, un ruolo a tempo indeterminato sempre sopravvalutato in politica, per la sua avversione, spesso esplicita, verso le classi popolari.

(37) Il governo di Gheddafi è durato 42 anni. I giovani, la maggioranza della popolazione libica, non sanno nulla della monarchia del re Idris, che regnò in uno dei paesi più poveri del mondo, e desiderava una normalità più sopportabile che la Rivoluzione della Jamahiriya, anche dopo gli impegni assunti da questa dal 2002 e nonostante il fatto che la Libia ha avuto il più alto tenore di vita in Africa.

(38) Nei paesi occidentali si osserva lo stesso fenomeno, ma non ci sono stimoli esterni che lo portano all’estremo.

(39) Tripoli, con la collaborazione di diverse personalità internazionali, ha creato il Premio Gheddafi per i diritti dell’uomo e dei popoli. Questo premio, il primo fornito da un paese del sud per non lasciare il monopolio dei diritti umani alle potenze occidentali, si chiamava Gheddafi non per decisione dei libici, ma per un’iniziativa di un francese, che era a Tripoli ed era stato Segretario generale della Federazione delle città, a seguito di una conferenza internazionale. Il primo destinatario del premio è stato Nelson Mandela quando era in carcere. L’ultimo premio è stato ricevuto nel 2010 dal presidente turco Erdogan per la sua politica di solidarietà con i palestinesi, ma pure Berlusconi era sul punto di vincerlo per il riconoscimento delle colpe coloniali italiane.

(40) I giuristi dovrebbero prendere in considerazione il concetto di “civili armati” e la loro condizione in un conflitto con le autorità, e il problema del movimento illecito di armi attraverso le frontiere.

(41) Grozio e Vattel, che sono considerati fondatori del diritto internazionale, hanno condannato l’assassinio dei leaders nel conflitto tra Stati.

http://www.afrique-asie.fr/maghreb/19-actualite/1014.html

http://www.lahaine.org/index.php?p=58566

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2012/01/08/lintervento-in-libia-e-la-negazione-della-legalita-internazionale/

Dal bombardamento alla vendita: La corsa per i contratti libici – Revisione di due contratti per la compagnia petrolifera italiana ENI

[29.12.2011] trad. di Levred per GilGuySparks

RT – Mentre la Libia sta attraversando un difficile periodo di sviluppo post-rivoluzionario, dopo che le sue infrastrutture sono state gravemente danneggiate, i paesi che per primi hanno bombardato le città libiche vanno all’incasso per la loro ricostruzione.

Possono aver contribuito a buttar giù case, ma stavano molto attenti a non bruciare ponti. La Libia risorge dalle ceneri di una guerra civile, i paesi che versarono olio sul fuoco sono ora in fila per incassare dalla ricostruzione del danno.

La convinzione che la Russia abbia beneficiato molto dal commercio con il regime di Gheddafi è molto diffusa a Tripoli, ma è semplicemente falsa. Nel 2010, Mosca era il numero 17 nella lista dei partner commerciali principali della Libia, che rappresenta appena lo 0,4 per cento del suo commercio internazionale.

I paesi che avevano i maggiori volumi di scambi commerciali con la Libia di Gheddafi sono proprio quelli che hanno guidato la campagna contro di lui – l’Unione europea, gli Stati Uniti e la Turchia. E tutti ora si spintonano per i contratti di ricostruzione della Libia.


Lo stile d’affari americano è ancora un po’ strano qui, ma sta già recuperando.
Il proprietario di una ditta di costruzione, Richard Peters, era arrivato a Tripoli, poco prima della rivolta per sigillare un contratto multimilionario con il governo di Gheddafi. La guerra e la conseguente carcerazione di Peters lo gettarono fuori pista, ma ora egli spera di recuperarlo.

Io non condanno nessuno perchè lavorava con Gheddafi, non avevi scelta“, ha detto a RT.

Per Peters, la cui azienda si occupa anche di ricostruire l’Iraq e l’Afghanistan dopo l’invasione guidata dagli USA, la Libia è un territorio familiare. Egli dice anche che il potenziale d’affari del paese può mettersi sotto i piedi tutte le altre aree di post-conflitto.

Non c’è nulla di cui non abbiano bisogno qui. Questa gente non ha avuto alcun intrattenimento per tutti questi anni. Si può immaginare di costruire qui un piccolo parco a tema o una Disneyland“, rimuginava Peters.


Gli americani non sono gli unici che lottano per conquistare un punto d’appoggio. La Turkish Airlines è stata la prima a riprendere i voli commerciali per Tripoli, e ora son pieni di uomini d’affari a caccia di opportunità.

Anche durante l’era di Gheddafi, alla Turchia era abbastanza comodo fare affari in Libia, ed era il quarto più grande partner commerciale di Tripoli l’anno scorso. Ma molti sperano ora in occasioni ancora migliori dopo il suo precoce riconoscimento delle autorità ribelli.

Sicuramente, se si hanno forti relazioni politiche va bene, saranno uno strumento per il business“, ha detto a RT Yusuf Yildiz, consigliere commerciale presso l’Ambasciata turca a Tripoli.

Gli unici che finora sono stati lenti nel rivendicare i loro interessi economici in Libia sono state Russia e Cina. Entrambi i paesi hanno espresso verbalmente la loro opposizione all’uso della forza in Libia – una posizione che ha già fallito.

Ma quelli che hanno perso di più sono gli stessi libici. Nel 2010, la loro economia era cresciuta di circa il 10 per cento. Raggiungere qualcosa di simile a quella crescita appare ora come un carico pesante, come ricostruire il paese partendo da zero.

http://rt.com/news/lybia-infrastructure-reconstruction-nato-873/

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  • From shelling to selling: The scramble for Libyan contracts

29 December, 2011

While Libya is going through a tough period of post-revolutionary development, after its infrastructure was badly damaged, countries which first bombed Libyan cities are cashing-in on rebuilding them.

They may have helped bring down the house, but they were very careful not to burn bridges. As Libya rises from the ashes of civil war, the countries that poured oil on to the fire are now lining up to cash in by undoing the damage.

The belief that Russia benefited a great deal from trading with the Gaddafi regime is very widespread in Tripoli, but it is simply false. In 2010, Moscow was number 17 on the list of Libya’s main trading partners, accounting for just 0.4 per cent of its international trade.

The countries that had the largest trade volumes with Gaddafi’s Libya are precisely the ones that spearheaded the campaign against him – the European Union, the United States and Turkey. And they all are now jostling for contracts to rebuild Libya.

American business style is still a bit of an oddity here, but is already catching up. Construction firm owner Richard Peters arrived in Tripoli just before the uprising to seal a multimillion dollar contract with Gaddafi’s government. The war and Peters’ subsequent incarceration threw him off track, but now he hopes to make up for it.

“I don’t condemn anyone for working with Gaddafi, you didn’t have a choice,” he told RT.

For Peters, whose company is also involved in rebuilding Iraq and Afghanistan after the US-led invasions, Libya is familiar turf. He even says the country’s business potential may trample all over other post-conflict areas.

“There is nothing they don’t need here. These people didn’t have any entertainment all these years. You can imagine building here a little theme park or a Disneyland,” mused Peters.

Americans are not the only ones jostling for a foothold. Turkish Airlines was the first to resume commercial flights to Tripoli, and they are now packed with businessmen scouting for opportunities.

Even during Gaddafi’s time, Turkey was pretty comfortable doing business in Libya, and was Tripoli’s fourth-largest trade partner last year. But many now hope for even better deals following its early recognition of the rebel authorities.

“Definitely, if you have strong political relations it’s good, it will be an instrument for the business,” Yusuf Yildiz, commercial councilor at the Turkish Embassy in Tripoli told RT.

The only ones who are so far slow on reclaiming their business interests in Libya are Russia and China. Both countries were vocal in their opposition to the use of force in Libya – a stance that has already backfired.

But the ones losing the most are the Libyans themselves. In 2010, their economy grew by about 10 per cent. Reaching anything like that growth now seems as heavy a load as rebuilding the country from scratch.

http://rt.com/news/lybia-infrastructure-reconstruction-nato-873/

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  • Libia – Revisione di due contratti per la compagnia petrolifera italiana ENI

[29.12.2011] trad. di Levred per GilGuySparks

ALGERIA ISP / Secondo Elhora (giornale Pro CNT) di Misurata, un portavoce della compagnia petrolifera italiana ENI ha detto che c’è una revisione di due contratti per iniziative sociali.

Questo comunicato stampa è venuto in risposta a quello fatto dal primo ministro [libico] Abdel RahimEl-Kib al direttore dell’Eni, Paolo Scaroni, che “ il suo governo avrebbe passato in rassegna i contratti dell’epoca di Gheddafi con l’ENI, prima di riprendere la sua attività in Libia“.

Un comunicato di El-Kib  affermava che “Il governo esaminerà gli accordi sottoscritti con ENI in conformità con gli interessi libici prima di riprenderne l’esecuzione“.

La dichiarazione diceva che “El-Kib aveva incontrato il direttore esecutivo del gruppo ENI, Paolo Scaroni che chiedeva il permesso di riprendere l’attività della società in Libia per finalizzare i progetti contenuti negli accordi firmati nel 2006 e nel 2010 “.

http://www.algeria-isp.com/actualites/politique-libye/201112-A7859/libye-revision-des-contrats-societe-petroliere-italienne-eni-decembre-2011.html

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  • Libye – Révision des 2 contrats de la société pétrolière Italienne ENI

Publié le 30/12/2011

ALGERIA ISP / Selon Misrata Elhora (Pro CNT), un porte-parole de la société pétrolière Italienne ENI a déclaré qu’il y a eu l’examen des 2 contrats concernant les initiatives sociales.

Ce communiqué est venu en réponse faite par le premier ministre Abdel RahimEl-Kib au directeur d’Eni, Paolo Skaroni, que “son gouvernement passera en revue les contrats signés avec ENI à l’ère de Kadhafi avant de reprendre son activité en Libye.

Un communique de El-Kib déclarant «Le gouvernement examinera les accords signés avec ENI conformément aux intérêts libyens avant de reprendre l’exécution ».

La déclaration dit que « El-Kib a rencontré le directeur exécutif de la groupe ENI Paolo Skaroni et ce dernier a demandé l’autorisation de la reprise de l’activité de la compagnie en Libye pour finaliser les projets contenus dans les accords signés en 2006 et 2010 »

http://www.algeria-isp.com/actualites/politique-libye/201112-A7859/libye-revision-des-contrats-societe-petroliere-italienne-eni-decembre-2011.html

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/12/30/dal-bombardamento-alla-vendita-la-corsa-per-i-contratti-libici-revisione-di-due-contratti-per-la-compagnia-petrolifera-italiana-eni/

Gli Usa dietro l’assassinio deliberato di Gheddafi: Russia

The Hindu
[30.12.2011] di Vladimir Radyuhi trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks

La Russia ha accusato gli Stati Uniti e la NATO di grandi violazioni dei diritti umani durante l’operazione militare in Libia, compreso l’omicidio intenzionale del suo leader Muammar Gheddafi e l’uccisione di centinaia di civili.

Le forze della NATO “hanno fatto del rovesciamento e dell’assassinio del colonnello il loro obiettivo principale“, ha detto il ministero degli esteri russo nel suo primo rapporto sullo stato dei diritti umani nel mondo.

Citando fonti anonime, il rapporto ha detto che l’ordine di liquidare Gheddafi è stato dato a commandos statunitensi, francesi e inglesi. Il Ministero degli Esteri russo ha descritto minuziosamente numerosi casi di uccisioni di massa di centinaia di civili e la distruzione di infrastrutture sotto i bombardamenti della Nato in Libia.

Gli Stati Uniti sono l’obiettivo principale del rapporto russo, che critica anche la situazione dei diritti umani in Gran Bretagna, Canada, Finlandia, Paesi Baltici e Georgia.

La Russia ha rimproverato al presidente Barack Obama la sua incapacità di chiudere l’”odiosa” prigione di Guantanamo e ha accusato la Casa Bianca di proteggere i funzionari colpevoli di torture.

La situazione negli Stati Uniti è ben lontana dagli ideali proclamati da Washington“, ha detto il ministero degli Esteri russo nel rapporto di 90 pagine pubblicato sul suo sito web.

I vecchi problemi sistemici della società americana sono sempre più gravi, compresa la discriminazione razziale, la xenofobia, le carceri sovraffollate, la pena di morte ingiustificata, inclusa l’esecuzione di persone innocenti, l’imperfetto sistema elettorale e la corruzione“, ha detto il rapporto.

RETORICA

Il rapporto è stato rilasciato mentre Mosca induriva la sua retorica contro gli Stati Uniti su questioni come la difesa missilistica e le interferenze negli affari interni russi. Il nuovo capo del Parlamento russo per gli affari esteri, Alexei Pushkov, ha detto che il “reset” nelle relazioni Russia-USA era giunto al termine.

Gli Stati Uniti avevano desistito dal discutere la situazione interna della Russia come parte del ‘reset’. Clinton ha violato questo tacito accordo“, ha dichiarato Pushkov. “Penso che siamo entrati in una fase in cui gli Stati Uniti non mostreranno più moderazione verso la Russia“.

http://www.thehindu.com/news/international/article2758804.ece

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  • U.S. behind deliberate murder of Qadhafi: Russia

The Hindu
December 30, 2011

Vladimir Radyuhin

Russia has accused the United States and NATO of large-scale violations of human rights during the military operation in Libya, including the deliberate murder of its leader Muammar Gaddafi and the killing of hundreds of civilians.

The NATO forces “made the overthrow and murder of the Colonel their main goal,” said the Russian Foreign Ministry in its first report on the state of human rights in the world.

Citing unnamed sources, the report said the order to liquidate Qadhafi was given to U.S., French and British commandos. The Russian Foreign Ministry details numerous instances of mass killings of hundreds of civilians and destruction of infrastructure in NATO bombing raids in Libya.

anti usa soviet russia posters

The U.S. is the main target of the Russian report, which also criticises the human rights record in Britain, Canada, Finland, the Baltic states and Georgia.

Russia took President Barack Obama to task for his failure to shut the “odious” prison at Guantanamo Bay and accused the White House of sheltering officials guilty of torture.

“The situation in the United States is a far cry from the ideals proclaimed by Washington,” said the Russian Foreign Ministry in a 90-page report posted on its website.

“Old systemic problems of American society are growing more serious, including racial discrimination, xenophobia, overcrowded prisons, unjustified capital punishment, including the execution of innocent people, imperfect electoral system and corruption, ” said the report.

RHETORIC

The report was released as Moscow hardened its rhetoric against the U.S. on such issues as missile defence and interference in Russian internal affairs. The new head of the Russian Parliament’s Foreign Affairs Committee, Alexei Pushkov, said the “reset” in Russian-U.S. relations had come to an end.

“The U.S. had desisted from discussing the domestic situation in Russia as part of the ‘reset’. Clinton violated this tacit agreement,” said Mr. Pushkov. “I think we have entered a phase when the U.S. will no longer show restraint towards Russia.”

http://www.thehindu.com/news/international/article2758804.ece

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/12/30/gli-usa-dietro-lassassinio-deliberato-di-gheddafi-russia/

I Fratelli Mussulmani lavorano per gli Stati Uniti

  • Si conferma che la fratellanza musulmana (implicata nell’11 settembre e nell’11 marzo) lavora per gli Stati Uniti

[17.12.2011] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks

Si conferma che la fratellanza musulmana (implicata nell’11 settembre e nell’11 marzo) lavora per gli Stati Uniti.
Questa notizia sarebbe passata inosservata se non avessimo saputo che due uomini chiave dell’11 settembre (a New York) e dell’11 marzo (a Madrid), secondo indagini giudiziarie in diversi paesi, tra cui la Spagna, appartenengono ai  Fratelli Musulmani d’Egitto. Informazione che l’intelligence egiziana ha ceduto a DIGOS, CIA e CNI.

Ora risulta che sono alleati degli Stati Uniti, secondo quanto affermato da Jeffrey Feltman, assistente segretario di stato americano per il Medio Oriente.

Inoltre chiarisce del tutto l’assistenza fornita dall’Occidente ai ribelli, che prima erano terroristi di Al-Qaeda, e ora sono “liberatori e padri della democrazia” in Libia e in Siria, si capisce anche perchè regimi laici sono stati sconfitti dagli islamisti che da soli non sarebbero stati in grado di farlo.

http://jihad-e-informacion.blogspot.com/2011/12/se-confirma-que-los-hermanos-musulmanes.html

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  • Si conferma che i Fratelli Mussulmani lavorano per gli Stati Uniti

    [16.12.2011] trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks

Al Cairo, l’assistente segretario di stato americano per il Medio Oriente, Jeffrey Feltman, ha confermato un accordo tra gli USA e la corrente sunnita conservatrice dei Fratelli Musulmani. Questa corrente sta vincendo le complesse elezioni in Egitto e appaiono come un importante fattore, in collaborazione con gli alti capi militari e i vecchi dirigenti della dittatura di Mubarak, per evitare che questo paese chiave raggiunga una propria indipendenza nazionale e si converta in un fattore pan-arabo e antisionista.
Fortunatamente, in Siria questa corrente reazionaria e infida non ha alcuna base popolare, perché era stata repressa con forza dal governo del defunto Presidente Hafed Al Assad. Per questo motivo, mancando di un sostegno di massa, si sono dedicati esclusivamente al terrorismo con il pieno appoggio della CIA.
L’ex cancelliere francese Hubert Védrine ha confermato ciò che tutti sanno:
Gli Stati Uniti sostengono i Fratelli Musulmani“.
Il partito algerino per la democrazia e il socialismo (PADS) assicura che gli Stati imperialisti hanno stabilito alleanze strategiche con i movimenti islamisti che sono movimenti feudali, con i movimenti borghesi e quelli della piccola borghesia reazionaria che manipolano la religione per ingannare la gente e separarla dalla lotta di classe anti-capitalista e anti-imperialista.

In queste condizioni si comprende la necessità storica che avevano i governi di Bumedia, Nasser, Gheddafi e del siriano Ba’ath di reprimere questi gruppi di rinnegati canaglia che manipolano l’Islam al servizio del sionismo e dell’imperialismo.

http://resistencialibia.info/?p=1548

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Sábado 17 de diciembre de 2011

Esta noticia pasaría desapercibida si no supieramos que los 2 hombres claves del de 11-S y 11-M, segun las investigaciones judiciales de varios paises, entre ellos España, PERTENECIAN A LA HERMADAD MUSULMANA DE EGIPTO. Informacion que facilitó la inteligencia egipcia a la DIGOS, CIA Y CNI.

Ahora resulta que son alidos de EEUU. según lo ha confirmado Jeffrey Feltman, secretario de Estado adjunto norteamericano para el Oriente Próximo.

También nos aclara por completo la ayuda prestada por occidente a los rebeldes, ANTES ERAN TERRORISTAS DE AL-QAEDA, ahora son “libertados y padres de la democracia” en Libia y Siria, también se entiende por que los regimines laicos han sido derrotados por los islamistas, que solos no hubieran podido hacerlo.

http://jihad-e-informacion.blogspot.com/2011/12/se-confirma-que-los-hermanos-musulmanes.html

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  • Se confirma que los Hermanos Musulmanes trabajan para los EEUU

diciembre 16, 2011

En El Cairo el secretario de Estado adjunto norteamericano para el Oriente Próximo, Jeffrey Feltman, ha confirmado un acuerdo entre los EEUU y la corriente conservadora suní de los Hermanos Musulmanes. Esta corriente está ganando las complejas elecciones en Egipto y aparecen como un factor destacado, en alianza con los altos jefes militares y los antiguos dirigentes de la dictadura de Mubarak, para impedir que este país fundamental arranque su independencia nacional y se convierta en un factor panárabe y antisionista. Afortunadamente en Siria esta corriente reaccionaria y traidora no tiene base popular porque fue contundentemente reprimida por el gobierno del difunto presidente Hafed al Assad. Es por eso que, al carecer de apoyo de masas, se dedican exclusivamente al terrorismo con apoyo pleno de la CIA. El antiguo canciller francés Hubert Védrine ha confirmado lo que todos saben:”Los EEUU apoyan a los Hermanos Musulmanes”. El Partido Argelino por la Democracia y el Socialismo (PADS) asegura que los Estados imperialistas han establecido alianzas estratégicas con los movimientos islamistas que son movimientos feudales, burgueses y pequeños burgueses reaccionarios que manipulan la religión para engañar al pueblo y separarlo de la lucha de clases anticapitalista y antimperialista.

En estas condiciones se comprende la necesidad histórica que tuvieron los gobiernos de Bumedián, Nasser, Gadafi y del Baas sirio de reprimir estos grupos de renegados que manipulan el Islám al servicio del sionismo y del imperialismo.

http://resistencialibia.info/?p=1548

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/12/18/i-fratelli-mussulmani-lavorano-per-gli-stati-uniti/

Saif al islam Gheddafi ha accusato della morte del padre le Forze Speciali statunitensi

12 dicembre 2011, 19:35 [“Argumenty.ru” Alexander Grigoriev ]
trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks
Il figlio del Colonnello Gheddafi, Seif ha rilasciato la prima lettura sugli avvenimenti. Ha detto che le autorità degli Stati Uniti gli avevano offerto di sostituire il padre. Poi hanno promesso al padre un rifugio sicuro a Sirte, e l’evacuazione, ma lo uccisero.

Seif al-Islam Gheddafi durante il primo colloquio informale ha detto che il sesto giorno della cattura di Bengasi da parte delle autorità rivoluzionarie, gli americani gli chiesero di compiere un colpo di stato contro il governo di suo padre, e di porre immediatamente in vigore politiche di riforma e liberalizzazione del settore del petrolio. A questo proposito, citando le sue fonti, ha riferito l’agenzia di stampa iraniana Fars News.
Secondo l’agenzia, Seif ha spiegato che per due motivi non poteva accettare l’offerta degli americani, a causa del potere delle forze di sicurezza di Muammar Gheddafi e della sua incapacità di gestire gli affari pubblici. Egli era personalmente convinto che l’assenza del padre alla testa della piramide del potere avrebbe portato all’anarchia. Dopo di che, tutti i contatti con la parte americana erano stati congelati.

Sul contatto degli americani con il padre, Seif al-Islam ha detto che gli americani si erano messi in contatto con Muammar Gheddafi poche ore prima della sua morte. Secondo lui, “gli americani avevano assicurato al padre che la sua vita a Sirte non correva alcun pericolo e che si stavano preparando le condizioni per la loro evacuazione dalla Libia.” Questa affermazione indica una violazione degli americani della loro parola, Seif al-Islam ha detto che suo padre era stato ucciso dagli americani, secondo quanto riportato dall’agenzia iraniana Fars News.

Criminali di guerra e contro l’umanità: le torture

9 novembre 2011

  • Criminali di guerra e contro l’umanità: le torture

Les rebelles soutenus par les grands démocrates européens et américains.
Ils torturet le colonel de l’armée libyenne Ali Bechti.

I ribelli sostenuti dai grandi democratici europei e americani, torturano il colonnello dell’esercito libico Ali Bechti.

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  • I ribelli della Nato torturano un abitante di Tawergha

I ribelli di Misurata, campioni dei diritti umani, torturano un abitante di Tawergha.
Tawergha
, una cittadina 25 miglia a sud abitata per lo più da libici neri, un lascito delle sue origini dal 19° sec. come città di transito nella tratta degli schiavi. Prima dell’assedio, quasi quattro quinti degli abitanti del quartiere Ghoushi di Misrata erano nativi Tawergha. Ora se ne sono andati o sono nascosti, temendo attacchi di rappresaglia da parte degli abitanti di Misrata, dopo la notizia dei premi per la loro cattura. Il Wall Street Journal riportava la notizia che ad agosto Ibrahim al-Halbous, un leader dei comandanti ribelli in lotta vicino a Tawergha, diceva a tutti i residenti rimanenti che dovevano lasciare la città una volta che i suoi combattenti l’avessero catturata. Dovrebbero fare le valigie”, aveva detto Halbous. “Tawergha non esiste più, solo Misrata. Mentre altri capi dei ribelli chiedevano misure drastiche come la messa al bando dei nativi Tawergha che da sempre lavorano, vivono e mandano i figli alle scuole di Misrata. Sulla strada fra Misurata e Tawergha, uno slogan ribelle recitava “la brigata per lo spurgo degli schiavi, abbiamo soppiantato gli sgorbi dalla pelle nera pro-Gheddafi.”

Ora la comunità nera di Tawergha è stata cacciata dalle proprie case, nel quadro di quella pulizia etnica prima annunciata e poi messa in atto; queste migliaia di famiglie di libici di colore hanno perso tutto quello che possedevano: le loro abitazioni sono sate dapprima saccheggiate e poi date fuoco. Ora vivono accampati in diversi campi in condizioni di estrema indigenza e continuamente sottoposti alle violenze dei ribelli democratici che sequestrano gli uomini per torturali e ucciderli, con falsi pretesti, metre diverse donne negono rapite dagli stessi campi per essre stuprate, seviziate ed uccise brutalmente.

Queste criminali milizie ribelli, sostenute dalla Nato, hanno già torturato brutalmente e ucciso miglia di civili inermi e di soldati prigionieri. Le organizzazioni per i diritti umani non segnalano, nè rilevano questi crimini, dimostrando di essere un altro strumento di propaganda delle potenze imperialiste; infatti in numerosissime occasioni, quando a commetere i crimini contro l’umanità erano stati i ribelli ci è stato, invece, raccontato con menzogne, ampiamente smascherate e che la massa ignora, che a commetterli erano stati i militari di Gheddafi.
(Segnalo, per chi non lo conoscesse già, il pregevole lavoro di investigazione e ricerca sui crimini contro i diritti umani e contro la verità in Libia, svolto dal bloggher americano indipendente, Adam J. Larson alias Caustic Logic, di Spokane nello stato di Washington, USA, che ha raccolto una mole straordinaria di documenti fotografici e filmati incrociando migliaia di fonti documentarie, e smascherando in maniera esemplare e quotidiana quello che  è successo e sta succedendo in Libia. [ http://libyancivilwar.blogspot.com/ ] )

  • La CNN si chiede solo ora cosa sia successo a Tawergha

…per avere una risposta basterebbe che il giovane giornalista della CNN, sbarbato e profumato, si sporcasse le scarpe andando nei campi per poter raccogliere le testimonianze degli sfollati sopravvissuti di Tawergha…

  • Libye – Un jeune homme Libyen de Taouerga a été torturé par ce qu’il est noir (9 novembre 2011)

Publié le 09/11/2011 à 13:26
Libye – Un jeune homme Libyen de Taouerga a été torturé par ce qu'il est noir (9 novembre 2011)

ALGERIA ISP / Selon Chabab Libya EL Ahrar, un jeune homme de 24 ans, monsieur Ibrahim Khaled, qui est un chauffeur de taxi de la ville de Taouerga a été enlevé par le bataillon de Misrata.

Ils l’ont humilié et torturé parce que il est libyen NOIR de Taouerga !!

Cette haine contre les libyens de peau noir en Libye a été crée par Eljazeera et ses commanditaires en lançant des rumeurs que le guide Kadhafi a recruté des mercenaires africains.

http://www.algeria-isp.com/actualites/politique-libye/201111-A6965/libye-jeune-homme-libyen-taouerga-ete-torture-par-est-noir-novembre-2011.html

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  • Grazie NATO! I ribelli portano avanti la pulizia etnica

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  • La caccia al “negro” del CNT, iniziata a febbraio, continua fino ad oggi

Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/11/09/criminali-di-guerra-le-torture/

Libya Free… to steal, rape and kill!

[06.11.2011] di GilGuySparks

I lealisti e le forze governative lo avevano detto dai primi giorni dei disordini in Libia nella parte orientale del paese; coloro che si presentavano come i democratici, vittime di repressioni efferate, erano, per lo più, una congerie mal assortita di estremisti islamici, esuli dalla dubbia fama e qualche migliaio di giovanissimi tra i 18 e i 25 anni che hanno dimostrato fin da subito quali fossero  le loro reali intenzioni. Lo si era visto nei numerosi filmati e nelle fotografie che rappresentavano, senza dubbio alcuno, l’inaudita ferocia, la compiaciuta adorazione e ostentazione per le torture efferate, la negazione di qualsiasi, anche minimo, rispetto per gli esseri umani e le loro cose.

Lo avevano sperimentato, questo mix spietato, gli abitanti di Bengasi diversi mesi fa, il cui terrore era andato crescendo, man mano che il potere passava dalle mani del legittimo governo libico in quelle delle bande criminali e assassine che spadroneggiavano, picchiando a morte, razziando, stuprando e commettendo ogni genere di abuso sulla popolazione civile. Questi giovani, che il colonnello Gheddafi aveva descritto come invasati e drogati, agivano e continuano ad agire in un delirio di onnipotenza, tipico di coloro che sono stati testimoni complici di inenarrabili bagni di sangue e orge di violenze. Questi bravi ragazzi imberbi sono stati educati, in poco più di otto mesi, alla barbarie deliberata; hanno perpetrato o hanno visto perpetrare violenze inaudite rivolte prevalentemente ad esseri umani inermi. Le vittime sono state senz’altro anche le forze militari lealiste, le cui fosse comuni sparse tra Bengasi e Misurata, tra Sirte e Tripoli nessun organismo umanitario internazionale, nessun giornalista occidentale andrà mai a documentare e denunciare. I barbuti pseudo rivoluzionari che si accompagnavano con torme di quei ragazzi invasati della peggiore teppaglia, con la scure e il machete alla cinta hanno amputato le dita, le mani, i piedi e le teste di un numero di esseri umani incommensurabile. Non sono stati risparmiati a questo scempio né i bambini, né le donne, né gli anziani. Centinaia di migliaia sono ormai i desaparecidos libici e le efferatezze continuano sotto lo sguardo indifferente della comunità internazionale e delle autorità neo insediate che dovrebbero essere portate in giudizio per aver infranto qualsiasi legge nazionale ed internazionale sui diritti civili, umani in tempo di pace così come di guerra.
La violenza feroce, disumana, spettacolarizzata da quelle decine di videofonini che riprendevano, tra una torma di degenerati ululanti un mal riposto “Allah Akbar”, le torture, ampiamente censurate, alle quali è stato sottoposto l’anziano leader e colonnello del popolo libico, Muammar Gheddafi, sono state la rappresentazione di quello che ha subito la Libia e il suo popolo dagli inizi di febbraio ad oggi, cioè da quando è scattato il piano golpistico dei paesi occidentali per rovesciare uno Stato sovrano. Difficilmente la Libia potrà mai tornare a i livelli di sviluppo che aveva raggiunto con la Jamahiriya; più di otto mesi di bombardamenti di infrastrutture civili hanno ridotto la Libia ad un cumulo di macerie, mentre i saccheggi, le ruberie e le violenze più atroci hanno trasformato un popolo che aveva il più alto benessere tra i popoli dell’Africa, in un popolo in condizioni di grave indigenza, privato di servizi essenziali, privato della stessa sicurezza per sé, per i propri familiari e per le proprie cose. Con la risoluzione Onu 1973 gli Stati occidentali aderenti alla Nato hanno distrutto assieme agli edifici, la possibilità di una serena esistenza, la certezza del diritto e della stessa vita di migliaia di persone. Con la pretesa, assurda e menzognera, di difendere i diritti umani e civili della popolazione libica, la Nato e i suoi alleati arabi hanno, in tutti questi mesi, difeso una banda di stragisti, malfattori, estremisti islamici e criminali efferati della peggior specie.

Usando le parole del prof. James Petras : “fondamentalisti […], delinquenti, assassini. […] Come possiamo vedere in Libia, nel saccheggio e nel terrore che sta accadendo dentro il paese, […] le uniche forze sulle quali gli Stati Uniti possono contare sono quelle che potremmo chiamare la spazzatura della società, teppa sottoproletaria che si presta al saccheggio del paese.”
Una parte minoritaria della popolazione aveva appoggiato i ribelli, aveva parteggiato per loro anche a Tripoli anche se in minoranza evidente; a distanza di poco più di due mesi dalla caduta di Tripoli nelle mani di quel miscuglio di milizie islamiste e bande armate di facinorosi, assettati di violenze e facili arricchimenti, moltissimi dei simpatizzanti dei ribelli cominciano a realizzare che quei bravi ragazzi sono mossi unicamente dalla ricerca senza scrupoli della brama di ricchezze e di un potere che nelle loro teste si declina come esercizio senza freni del sopruso sull’altro, sul diverso, sulle donne, su tutti coloro che gli si oppongono. Aveva ragione Gheddafi che li definiva drogati per i loro comportamenti, non sapendo dare altra spiegazione alle loro azioni, ma non erano drogati con droghe sintetiche o di altra natura, erano e sono come animali feroci che assaggiato il sapore del sangue, il gusto per la sadica tortura e quello della polvere da sparo dei loro fucili mitragliatori, si muovono come degli invasati, si comportano come tossici all’ultimo stadio; necessitano, come fossero in astinenza, dell’appagamento quotidiano nell’esercizio di violenze barbare, catturando prede inermi da poter seviziare impunemente e commettendo abusi sfrenati, giunti come sono all’apice della loro volontà di potenza.
Tuttavia questa violenza inaudita comincia a riversarsi indistintamente, non più sulla popolazione vicina al colonnello Gheddafi, ma investe anche quella parte minoritaria a Tripoli che aveva scelto la fazione dei ribelli e ne aveva sposato la causa. Lo ha compreso e realizzato un abitante di Tripoli, Abdul Mojan nel momento in cui sono venuti dei bravi ragazzi lo hanno gettato nel bagagliaio della loro auto, […] e sono partiti con lui un prigioniero dentro. Quando finalmente si sono fermati e lo hanno trascinato fuori, ha chiesto a loro: “Che cosa state facendo io sono un rivoluzionario come voi non ho mai sostenuto Gheddafi”-  Ma agli ex ribelli non importava. Avevano preso in simpatia l’edificio del nuovo ufficio nella zona occidentale di Tripoli che il signor Mojan gestiva e volevano le chiavi e i documenti di proprietà. Ha cercato di ragionare con loro, sottolineando che c’erano un sacco di edifici governativi vuoti in ​​piedi. Inutilmente, però. Da un arrogante diciottenne gli fu detto: “Ci siamo sacrificati per questa rivoluzione e tu non lo hai fatto, e ora noi ci prendiamo quello che vogliamo. Potrai riavere l’edificio quando la rivoluzione sarà finita.
Il signor Mojan era ancora incredulo quando rilasciava al Telegraph la sua intervista “ammettendo che si sentiva fortunato ad esserne uscito senza un pestaggio anche se non c’era nulla che potesse fare per i  5.000 dinari (£ 2.550) che avevano rubato dalla sua auto.”

Molti degli abitanti di Tripoli hanno avuto un momento simile di triste risveglio in queste ultime settimane. I loro liberatori, ancora spavaldi girano per la città armati fino ai denti e non sono tornati alle loro città di origine come avevano promesso.
Qualche abitante di Tripoli che ha ancora lo spirito per fare ironia ha sibilato “Quando hanno detto Libia Free, intendevano le auto, i frigoriferi e i televisori a schermo piatto“.
Le case private dei cittadini di Tripoli e di Sirte, e quelle di quasi tutti i villaggi caduti nelle mani dei ribelli, sono state prese d’assalto e saccheggiate di tutto il loro arredo. Camion di televisori al plasma, lampadari, mobili impianti stereo e tutto ciò che potesse avere un valore vengono caricati e trasportati verso Bengasi dove finiscono nei bazaar e nei mercati a basso costo.
Nella Tripoli liberata può accadere di essere fermati ad un posto di blocco e sentirsi requisire l’auto, ricevendo in cambio ricevute che dicono che verrà restituita dopo la rivoluzione.

Nella capitale le bande dei miliziani si scontrano sempre più spesso tra di loro, ma non per questioni tribali come qualche volta riportano i giornali e i media, piuttosto per dissidi sulla spartizione dei territori e dei bottini. Le milizie ribelli del CNT hanno assaltato sistematicamente tutti i depositi di armi, di prima necessità, non una sola banca è stata risparmiata, sono state tutte assaltate svuotate del loro contenuto e dati alle fiamme tutti i documenti dei depositi; non sono stati risparmiati neppure i musei da questi saccheggi sfrenati. Come riportato da varie fonti i musei di Bengasi , quello Soltane nella parte est di Sirte, e quello Nazionale e Islamico a Tripoli sono stati razziati di tutto ciò che aveva un valore. Nikolai Sologubovsky, giornalista e vice capo di un comitato russo di solidarietà con il popolo di Libia e Siria aveva dichiarato alla televisione russa, verso la fine di agosto, che il Museo Nazionale di Tripoli al-Jamahiriya era stato saccheggiato e i manufatti venivano spediti via mare verso l’Europa.

Ma ciò che allarma ancora di più, anche quella parte di popolazione che, sebbene minoritaria, aveva appoggiato la pseudo rivoluzione, è  il fatto che i presunti liberatori si siano rivelati essere criminali della peggior specie, spesso ubriachi fradici, che girano armati di tutto punto come se fossero i padroni della città di Tripoli. Numerose sono le segnalazioni di scontri armati tra milizie, solo limitandosi la scorsa settimana, sono state registrate non meno di cinque sparatorie di una certa entità che hanno coinvolto gruppi di miliziani di Zintan e quelli delle forze legate al terrorista islamico, ora consigliere militare di Tripoli, Abdel Akim Belhaji. Proprio ieri 5 novembre queste milizie contrapposte si sono affrontate duramente nel quartiere Al Andalous, situato nella zona turistica; mentre in un altro scontro a fuoco tra le stesse milizie, nella Piazza Verde, un bambino sarebbe stato colpito, assieme un’altra persona, da proiettili vaganti.

Altri scontri sono stati registrati nell’ultima settimana presso diversi ospedali, presso l’aeroporto e il porto di Tripoli; gli scontri erano sempre tra fazioni contrapposte di ribelli che hanno lasciato sul campo parecchi morti e decine di feriti.

Perfino a Bengasi dove ha preso inizio il colpo di stato sono stati registrati negli ultimi giorni numerosi scontri tra le stesse milizie; i motivi di questi scontri ruotano sempre attorno alle forniture di armi e ultimamente anche sulle paghe che sarebbero state distribuite tra i ribelli.

I signori della guerra occidentali hanno seminato le divisioni, esasperato la violenza, incoraggiato e spalleggiato estremisti islamici e imberbi ragazzotti che educati alla mattanza gratuita ora si aggirano come belve assetate in cerca della propria soddisfazione, e che continuano a sequestrare, torturare e stuprare migliaia di libici, tutti dichiarati “sospetti sostenitori Gheddafi”  in una vasta caccia alle streghe, basata spesso sulla base di  accuse che sono poco più di voci.
Capita così in Libia che anche gente che aveva sostenuto la rivoluzione ingenuamente e che fino ad un mese fa era piena di speranza, descriva come un fallimento la rivoluzione. Abbacinati dal sogno surreale di trasformare la Libia in uno stato europeo si sono svegliati in una Libia che aveva come vittoriosi, oscurantisti terroristi islamici e brigate di criminali rabbiosi. Non rimpiangono ancora la Libia di Gheddafi ma avranno tempo per farlo.
E’ il caso di Omar che ha potuto toccare con mano il profilo tagliente della Libia liberata, quando uomini armati di Misurata lo hanno preso e sequestrato. Quei ribelli avevano agito per un ricco uomo d’affari della città, con il quale Omar aveva avuto una controversia parecchi anni fa. “Sono giunti  a casa sua e Omar è andato con loro perché credeva nella rivoluzione e ha pensato che era un equivoco che presto sarebbe stato risolto. Ma quando sono arrivati ​​a Misurata lo hanno  gettato nella loro prigione privata e hanno detto che avrebbero battuto le piante dei suoi piedi fino a quando non avrebbe confessato. E ‘una vecchia tortura turca chiamata falakha.

Oggi si possono vedere “questi rivoluzionari” guidare sui  loro pick-up con grandi mitragliatrici e girare tra i bungalow nel sobborgo di Regata, un delizioso quartiere di palme e bungalow di fronte al mare, mentre raccolgono congelatori e televisori a schermo piatto frutto dei saccheggi.

La storia più di colore, non negata dal comandante Mohammed al-Madhni, è quella che racconta che i ribelli di  Zintan rubarono perfino “un elefante dallo zoo di  Tripoli come un trofeo di guerra, portando  la bestia sfortunata alla loro città in un camion.

Siamo qui per aiutare a costruire la democrazia e proteggere la rivoluzione“, ha detto lo stesso Mohammed al-Madhni, con un sorriso furbo.
C’è da credergli.

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Preso da: https://gilguysparks.wordpress.com/2011/11/06/libya-free-to-steal-rape-and-kill/

La morte di Gheddafi e gli studenti italiani

Pubblico volentieri la lettera di Alessandro Marescotti, redattore di PeaceLink,  a Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace. Alessandro e’ anche docente di Lettere di un Istituto Tecnico Industriale di Taranto. Vorrei che le scuole italiane fossero piene di insegnanti come lui.  Grazie Alessandro, la tua lettera mi ha commossa profondamente. Vorrei che i miei figli un giorno incontrassero maestri e docenti come te, di quelli che lasciano il segno. Io ho avuto questa fortuna, in Italia ma anche in un paesino sperduto della Colombia, dove ho capito perché in quel paese  fare il maestro può anche essere un mestiere pericoloso.(AM)

 

Lettera aperta a Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace

Oggi i miei studenti hanno detto cose terribili

L’epilogo vergognoso di questa vergognosa guerra richiede a mio parere una netta condanna della Tavola della Pace. A che e’ servito marciare da Perugia ad Assisi per ricordare Capitini se poi i ragazzi vedono torturare Gheddafi senza alcuna immediata presa di distanza di Napolitano e della stessa Tavola della Pace? Lo tsunami della “guerra giusta” oggi ha annichilito decenni di impegno di educazione alla pace e non possiamo continuare a fare finta di nulla.
25 ottobre 2011 – Alessandro Marescotti

Caro Flavio,
condivido in rete queste poche parole, spero sensate. Comunque scritte con il cuore e con sincerita’.

L’epilogo vergognoso di questa vergognosa guerra richiede a mio parere una netta presa di distanza da parte della Tavola della Pace.Marcia Perugia Assisi 2011

Come sai sono un docente e ti scrivo dalla mia aula scolastica, fortemente colpito dalle reazioni dei miei studenti di fronte alla fine di Gheddafi.

Ne abbiamo parlato poco fa in classe.

Ti scrivo dopo aver toccato con mano come i miei studenti — che hanno partecipato alla marcia Perugia Assisi e al momento formativo di Bastia Umbra — siano stati in gran parte convinti dai mass media che questa fosse la degna fine della guerra e del dittatore. 

Ho ascoltato frasi che mai avrebbe detto un ragazzo se la Tv non lo avesse abilmente istigato a stare dalla parte dei carnefici. E quando oggi si usa la parola ‘dittatore’ tutto diventa lecito. Del resto le guerre coloniali italiane non furono promosse allo scopo dichiarato di eliminare la schiavitu’ in Africa?

Una mentalita’ che pensavo cancellata risorge e vedo nelle parole dei miei ragazzi una barbarie non loro.

La barbarie non nasce spontaneamente nei ragazzi.

Non possiamo proporre alle scuole l’educazione alla pace e assistere al suo scempio, ad opera di un imbarbarimento della comunicazione.

Il disastro mediatico e’ di proporzioni mai viste e colpira’ al cuore il nostro progetto pedagogico.

Anzi: lo ha gia’ colpito. Ma non lo ha affondato.

La falla da riparare e’ spaventosa.

Siamo in balia di un mix di valori talebani e perbenismo della Nato che convivono in un’apoteosi della “guerra giusta” (quando mai se ne e’ combattuta una sbagliata?).

La scuola e l’educazione hanno perso il controllo della situazione perche’ dopo ore di immagini di “guerra giusta” cosa possiamo aspettare che rimanga nella mente dei ragazzi e purtroppo anche dei loro docenti?

A che e’ servito marciare per ricordare Capitini se poi i ragazzi vedono torturare Gheddafi senza alcuna immediata presa di distanza di Napolitano e della stessa Tavola della Pace?

E cosi’ alcuni ragazzi mi hanno detto che quello che era stato fatto “e’ troppo poco”. Anzi hanno sbagliato per difetto. Perche’ Gheddafi “bisognava lasciarlo in vita per fargliene ancora di piu’”.

Il disastro diverra’ irreparabile se non riportiamo in campo la cultura contro la barbarie, la letteratura contro la volgarita’, il diritto contro l’abuso, l’etica contro il business, la scienza per la salvare e non per colpire.

Occorre un forte recupero educativo di fronte a quanto i media — anche quelli ‘progressisti’ — hanno colpevolmente distrutto in questi giorni.

Ormai la politica divora tutto, anche la storia e la cultura, usando la tv come una clava che manda in frantumi il nostro non facile lavoro di insegnanti.

Qualcuno dovra’ pure dire scusa.

E’ passato il messaggio che tutto cio’ che hanno fatto i vincitori fosse giusto.

Non possiamo costruire negli anni valori positivi di nonviolenza per farci distruggere nei giorni un intero progetto di pace e di educazione.

Lo tsunami della “guerra giusta” oggi ha annichilito decenni di impegno di educazione alla pace e non possiamo continuare a fare finta di nulla.

Bastano dieci minuti di Tv per spazzare via un anno di insegnamento.

Basta un rutto, una parolaccia, un grande fratello, una bomba, una tortura esibita in pubblico — il tutto senza commento ma con compiaciuta sete di audience — e il gioco e’ fatto. Milioni di euro di spese per la scuola bruciati in poche ore di barbarie sul video. Ore di impegno educativo sbriciolate in un attimo.

Il disastro e’ avvenuto e se vai a parlare nelle scuole, dai bambini a ragazzi, scoprirai che ti diranno cose brutte, atroci, cose che non avresti mai voluto sentire.

Ma ho anche una grande speranza, perche’ i ragazzi non sono scemi. E appena si accorgono di essere ingannati si ribellano, cambiano opinione e non difendono le loro convinzioni sbagliate, capiscono di essere stati manipolati dagli adulti.

In un’ora di buona discussione — poco fa in classe — ho assistito al dubbio e al cambiamento.

Questi ragazzi hanno bisogno di esempi educativi, positivi. Ci guardano.

Hanno bisogno dell’esatto opposto di quello che hanno visto.

Altrimenti andranno a gettare i sassi dai cavalcavia senza grandi scrupoli di coscienza.

La coscienza.

Cosi’ assopita.

Cosi’ anestetizzata.

Abbiamo osannato come eroi quelli che hanno bombardato l’ospedale di Sirte terrorizzando i feriti, le donne, i vecchi e i bambini: e ci stupiamo se i ragazzi non hanno ideali?

Con il silenzioso disimpegno e con l’ignavia di chi avrebbe dovuto dire solennemente “basta” (mi riferisco a Ban Ki Moon, al Papa e a Napolitano) e’ avvenuto qualcosa che dovremo raccontare ad occhi bassi come esempio della vergogna internazionale, in una commissione che ristabilisca la verita’ in questa guerra per i crimini commessi.

O noi riusciamo a dire con chiarezza questo o la guerra si ripetera’. Umanitaria e indecente come sempre.

Le nostre parole dovranno avere la credibilita’ di quelle di don Milani e Capitini o noi abbiamo fallito.

Perche’ questa guerra ha sodomizzato le coscienze prima ancora di Gheddafi.

Spero che condividerai il mio grido di dolore e questo bisogno di speranza.

Un caro saluto
Alessandro
www.peacelink.it

Preso da: http://www.annalisamelandri.it/2011/11/la-morte-di-gheddafi-e-gli-studenti-italiani/