Mohamed al Gali parla dei video con Mahmoud al Werfalli e sfida la CPI, “Collabora con i terroristi”

Di Vanessa Tomassini.

Bengasi, 5 giugno 2019 – “Ho iniziato a pubblicare le notizie riguardanti gruppi estremisti e terroristi su Facebook e Twitter a partire dal 2012, quando la città era sotto il controllo dei jihadisti. Ho sempre utilizzato fonti locali, rispettando l’anonimato, perché in quel periodo non potevo espormi in prima persona. Nel 2014 hanno anche provato ad uccidermi, nessuno poteva mettere nemmeno un mi piace su Facebook perché sarebbe stato ammazzato. Ho documentato l’operazione dignità, al-Karama, fin dal suo lancio da parte del comando generale del Libyan National Army (LNA), lavorando come giornalista indipendente attraverso i social network. A partire dal 15 ottobre 2014, quando l’esercito è entrato ufficialmente qui a Bengasi, ho cominciato a lavorare come cronista con l’LNA per documentare quanto stava accadendo considerando che non era presente alcun canale che supportasse le operazioni militari. I miei account social sono diventati dei mezzi di informazione, fino a quando nel 2015 abbiamo creato un giornale chiamato Alwaqt News, a cui collaboravano redattori, fotografi e grafici. Abbiamo fatto tutto ciò volontariamente, senza venir retribuiti, solamente per mostrare al mondo con chi stavamo combattendo. Ho sempre rifiutato di collaborare con qualsiasi agenzia. Ho sempre raccontato tutto ciò che accadeva, compresi gli aspetti negativi, anche ciò che l’opinione pubblica non accettava. La maggior parte della gente sa che io supporto l’esercito, ma ho sempre documentato la verità anche quando alcuni canali affermavano che l’esercito perdeva questa o quella zona. Per questo la gente si è fidata di me. Dopo che la guerra è terminata ho ricevuto una mail nel mio account Yahoo dalla cancelleria della Corte Penale Internazionale (CPI)”.
A parlare è Mohamed al-Gali, capelli neri ed occhi penetranti. Il 29 enne originario di Bengasi, sospettato dalla CPI di aver filmato le esecuzioni sommarie di diversi terroristi da parte di Mahmoud al-Werfalli per il quale la corte ha emesso un mandato di arresto e consegna, è la prima volta che accetta di parlare con una giornalista.
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-Cosa voleva da te la Corte Internazionale?
“Mi hanno detto di avere informazioni che Mahmoud al-Werfalli è un mio amico”.
-Hai pubblicato tu il video di Mahmoud al-Werfalli?
Sì, io l’ho pubblicato come notizia, non per accusarlo di essere un criminale”.
-Quindi era un tuo amico?
“Conosco Mahmoud al-Werfalli. Io a Bengasi durante la guerra avevo rapporti con tutti gli ufficiali dell’esercito”.
-Ma tu su Facebook come immagine di copertina hai una foto con un gruppo di ragazzi. Tra questi c’è anche Mahmoud al-Werfalli, giusto?
“Sì”.
-Quindi cosa ti ha chiesto la CPI?
“Dopo la pubblicazione del video delle esecuzioni, mi volevano come testimone nel caso contro Mahmoud al-Werfalli. Quando ho ricevuto la mail, non ho risposto subito ed ho informato prima l’esercito. Quando la corte ha emesso il mandato di cattura per al-Werfalli, anche io sono stato fermato e ci hanno fissato un appuntamento presso il tribunale militare. Quando la gente lo ha saputo, mi ha difeso. Le persone hanno iniziato una campagna a mio favore, dicendo che io non ho fatto niente”.
-Ma chi ha girato questo video?
“La Corte pensava che io fossi con Mahmoud al-Werfalli al momento dell’esecuzione, ma io l’ho solamente condiviso. Non ho girato nessun video sanguinario”.
-Da chi l’hai ricevuto?
“Quei video erano già online. Erano reperibili da chiunque sui social networks”.
-Lo hai spiegato alla CPI?
“Quando sono stato assolto dal tribunale di Bengasi, ho ricevuto una telefonata internazionale da una persona egiziana che faceva da traduttore ad un ufficiale della CPI che sosteneva che io avessi ripreso quelle scene. Gli ho detto di averlo solamente pubblicato in qualità di giornalista”.
-Facciamo un passo indietro. Tu sei amico di Mahmoud al-Werfalli, hai anche la foto su Facebook con lui. Perché hai pubblicato il video?
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“Sì siamo amici. Questa foto di copertina è stata scattata quando la guerra è terminata, ma ci sono anche altre foto con lui. Ho pubblicato il video come reazione alle tantissime uccisioni perpetrate dai terroristi. Con un attacco terroristico hanno massacrato 42 persone. È stato un modo per me di reagire ai loro crimini. A livello internazionale questi video erano inutili, ma hanno significato tanto per la gente del posto”.
-Cosa intendi per reazione?
“Come ho detto al traduttore egiziano, negli attacchi terroristici sono morti tantissimi miei amici. Credevo che pubblicare questi video sarebbe servito da avvertimento per i militanti di Daesh, all’epoca forte ed organizzato. Volevo far loro paura anche se sapevo che era inutile. Ora questi gruppi terroristici, fuggiti da Bengasi e che stanno combattendo a Tripoli contro l’LNA, utilizzano questi video per spaventare i cittadini nella capitale, dicendo guardate cosa farà se arriverà Haftar”.
-Sei mai andato di persona all’Aia?
“Quando ho affermato di non avere il passaporto, mi hanno riposto che avrebbero provveduto loro a fornirmi i documenti per uscire dalla Libia. C’è un’agenzia che si chiama Tadamol che dice di essere attiva nella difesa dei diritti umani e sarebbe stata questa a preparare i miei documenti. Tadamol è presente a Tripoli ed in Turchia ed è conosciuta per i suoi collegamenti con la galassia jihadista. Tali connessioni sono state dimostrate anche da un documentario trasmesso dal canale Al-Jazeera. Così ho domandato alla persona della CPI come fosse possibile che un tribunale internazionale collabori con gli estremisti. Mi hanno detto: ‘Come?’ E io ho detto loro di essere stato contattato da Moftah al-Sallak, noto per essere un terrorista. In un messaggio su Facebook, Sallak mi avvertiva che avrebbe preparato un documento per la CPI”.
-Cosa ti hanno risposto?
“Non hanno risposto ed abbiamo cambiato discorso. Così ho chiesto perché volessero che comparissi di fronte alla Corte, considerando che ci sono diverse foto del momento delle esecuzioni compiute da Mahmoud al-Werfalli ed io non compaio in nessuna di queste. Ho poi riferito loro del messaggio di Moftah. Così hanno accettato di raccogliere la mia deposizione per telefono. In una seconda telefonata ho risposto alle loro domande. Mi hanno chiesto quali programmi usavo, da quando caricavo certi video ed ho inviato una serie di link con i filmati dei crimini commessi da Ansar al-Sharia e della guerra contro l’esercito libico, compreso un video del 2013 della telecamera di un negozio che mostrava Ansara al-Sharia uccidere diverse persone. Ho continuato a chiedere perché fossero in contatto con i terroristi e non mi hanno mai risposto”.
-Come puoi essere sicuro che la CPI collabori con i terroristi?
“Perché quando Moftah el-Sallak mi ha inviato il messaggio, nessuno sapeva che ero stato contattato dalla CPI. Non lo avevo detto a nessuno. E poi perché si sono concentrati sull’esecuzioni compiute da Werfalli, ma non hanno mai indagato sui tanti filmati dei crimini commessi da Ansar al-Sharia? Quello che voglio dire è che nel 2012, 2013, 2014 e 2015, ci sono stati crimini documentati con immagini e video compiuti dai terroristi. Hanno massacrato soldati, civili e donne. La CPI non è intervenuta, né se ne è interessata. Ho detto loro tutto questo, ma la loro risposta è stata che non hanno visto nulla e non erano a conoscenza di cosa è successo qui in quegli anni. Per questo la gente vede al-Werfalli come un salvatore e non crede nella corte internazionale, né alle organizzazioni per i diritti umani che ci hanno abbandonato in quegli anni bui. Continuo attraverso i miei account Facebook e Twitter a trasmettere la verità alla gente ea coloro che stanno combattendo qui in Libia contro l’esercito, specialmente a Tripoli. Ho pubblicato molti nomi, dichiarazioni e immagini che dimostrano il coinvolgimento dei sostenitori della Sharia nella guerra contro l’esercito a Tripoli. Continuerò, non mi fermerò. So di non aver fatto nulla di sbagliato in passato e spero che la verità emergerà e rivelerà i terroristi che cercano di far tacere la mia voce attraverso la CPI”.

Preso da: https://specialelibia.it/2019/06/06/esclusiva-mohamed-al-gali-parla-dei-video-con-mahmoud-al-werfalli-e-sfida-la-cpi-collabora-con-i-terroristi/

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La moneta è in poche mani. Comandano loro, non i politici

12/6/2019
MonetaL’economia politica, gli insuccessi delle rivoluzioni sociali, la condizione della società sotto la finanza, si possono spiegare in una pagina, liberandosi di complicazioni costruite ad arte per nascondere una realtà di base molto semplice e lineare: nella società, ciascuno è produttore e consumatore, domanda e offerta (anche negli investimenti produttivi, dove si richiede denaro oggi promettendo un profitto futuro). Secondo Marco Della Luna, tutta l’economia di scambio necessita di moneta accettata e spendibile, per poter funzionare. Se manca la moneta, cessano gli scambi e l’economia rallenta. E quindi, chi si impadronisce del monopolio della moneta (creazione, distribuzione, prezzatura e accettazione) domina l’economia, tanto più che oggi la valuta circolante è moneta-debito, quasi tutta in forma di credito. Se si aumenta o si diminuisce la liquidità disponibile si fa crescere l’economia o la si fa recedere, creando crisi generali di insolvenza. «Scegliendo le aree geografiche e i settori economici da spingere e da affossare», il monopolio della moneta «specula, arbitra, destabilizza, ricatta». Inoltre, facendo accettare come valore la moneta simbolica creata a costo zero e fornendola come prestito a interesse composto, «gradualmente si fa creditore di tutto il reddito presente e futuro». Non a caso, «il totale del debito diventa sempre più grande della liquidità esistente, e il totale degli interessi passivi da pagare tende a superare il reddito mondiale».

Non solo: indebitando indissolubilmente persone, imprese e Stato verso di sé, il potere monetario li sottomette. «E se qualcuno o qualcosa (governo? block chain? criptovalute?) minaccia questa sua posizione di monopolio, lo elimina o lo sabota, o lo compera: il sistema è blindato; il mondo si trova all’interno questo grande meccanismo finanziario», scrive Della Luna nel suo blog. «Sostanzialmente – aggiunge – il monopolista monetario è un punto di passaggio obbligato per ogni singola transazione, e ogni transazione deve pagar pedaggio in una moneta che deve prendere a prestito da lui, con interesse». Attualmente, continua l’analista, vediamo che una grande quantità di transazioni, vendite di beni e di servizi (e una grande quantità di produzioni) «non possono avvenire, solo perché manca la moneta», mentre la domanda e l’offerta (e la capacità produttiva) sono interamente presenti. «Il monopolista, che non produce alcun valore, blocca la produzione del valore e crea povertà, recessione». Sintetizza Della Luna: «L’economia politica, in essenza, è tutta qua. E non si uscirà da questo meccanismo finché si resterà in una società basata sugli scambi economici». Da lì derivano «crescite e recessioni, bolle e crolli, debito pubblico, pressione fiscale, rating, insolvenze generali, liquefazione degli Stati, mondialismo, impotenza della politica».
Della LunaCerto, in economia e in politica operano anche altri fattori, ma secondo Della Luna sono ampiamente subalterni. Ovviamente non tutto è pianificato, controllato e determinato centralmente. Tuttavia, «il monopolio monetario dà l’impostazione generale e agisce dove e quando e come occorre». La forza, insiste l’analista, sta nel monopolio di una risorsa – la moneta – che è indispensabile, e non ha un costo né limiti di produzione. La moneta «indebita progressivamente la società che la usa verso il monopolista che la distribuisce, e che a quest’ultimo permette di comperare tutto e tutti, anche la censura, il gatekeeping, in modo che del monopolio monetario non si parli proprio, né dei suoi effetti». In altre parole, si passa «da monopolio a monarchia occulta». Aggiunge Della Luna: «Questa forza monopolista, e il suo esercizio come strumento di dominazione e sfruttamento dei corpi sociali, sono espressione delle costanti sociopolitiche empiricamente confermate dalla storia». Per esempio la “costante oligarchica”. Ovvero: «Ogni società organizzata è comandata da un’oligarchia che detiene il grosso del potere politico, economico, militare, tecnologico, culturale». Di conseguenza, «democrazia, eguaglianza, “rule of law” e certezza del diritto sono solo storytelling».
Obama JokerC’è anche una “costante strumentale”, sostiene Della Luna: «Per l’oligarchia dominante, il corpo sociale è uno strumento, non un fine – come il gregge per il pastore, non come i figli per i genitori». E il principio costituzionale francese “gouvernment du peuple, pour le peuple, par le peuple”, finisce per essere anch’esso “storytelling”. «Per capire come si va evolvendo il sistema, queste due costanti – oligarchica e strumentale – vanno considerate assieme alla “variabile tecnologica”. Ossia: ciò che varia nel tempo e nei contesti politici sono gli strumenti – dalle armi alla religione, dalla finanza all’informatica fino alla genetica – a disposizione dell’oligarchia per controllare, dominare, usare il corpo sociale. «Coloro che credono nelle rivoluzioni, nelle riforme radicali e sistemiche, nella lotta di classe, nella giustizia sociale (compresi i miei amici che pensano di riuscirci attraverso una rivelazione-rivoluzione monetaria), rimangono sempre frustrati – scrive Della Luna – proprio perché ciò in cui credono è che quelle costanti si possano togliere, ossia che possa esistere una società organizzata non sull’oligarchismo, sul privilegio, sulla diseguaglianza, sull’oppressione».
D’altronde, continua l’analista, «anche questa diffusa fede illusoria nella possibilità della giustizia sociale è una “costante”, nel senso che sopravvive ai suoi sempre nuovi fallimenti, e come tale viene anch’essa sfruttata per il consenso». E cioè: «Promettendo di correggere la struttura oligarchico-strumentale della società, che causa malessere popolare, per instaurare la giustizia, l’eguaglianza e la solidarietà, si può sempre raccogliere consenso e sostegno politici, e usarli per prendere la poltrona a chi ci sta seduto oggi: “Yes, we can!”». Barack Obama, insuperato campione mondiale di manipolazione politica. «Per raccogliere seguito popolare – conclude Della Luna – viene usata anche un’illusione che è complementare a quella suddetta, ossia la fede nella possibilità di realizzare un ordine sociale razionale e permanente o definitivo: la repubblica di Platone, gli ordinamenti teocratici, il socialismo reale, il Reich millenario, il mercato perfetto come fine liberale della storia». Ma anche questa «è un’illusione, dato che nella storia tutti gli ordinamenti politici sono instabili, passando per continue trasformazioni politiche, costituzionali, economiche, sociali, culturali, etniche, religiose». Un’illusione, certo. «Però funziona».

Preso da: https://www.libreidee.org/2019/06/la-moneta-e-in-poche-mani-comandano-loro-non-i-politici/

Verso la Grande Albania

Violando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla fine della guerra della NATO contro la Serbia del 1999, il Kosovo ora possiede un esercito.

Secondo il primo ministro kosovaro, Ramush Haradinaj, un accordo concluso con l’omologo albanese, Edi Rama, prevede di abolire il 1° marzo 2019 la frontiera fra i due Stati.
Durante un consiglio di ministri congiunto di Albania e Kosovo, è stato costituito un fondo comune per promuovere l’adesione dei due Stati all’Unione Europea.
Il primo ministro albanese Rama è stato ospite del parlamento kosovaro, cui ha esposto un progetto di politica estera e di sicurezza comuni, ambasciate unificate e un’unica presidenza.
Il 15 febbraio 2019 Rama ha parlato alla rete televisiva Vizion Plus della fusione dei due Stati, affermando che sarebbe la soluzione dei problemi del Kosovo.
La fusione è in contrasto con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza.
La Grande Albania sarebbe il primo Stato mussulmano ad aderire all’Unione Europea.

Le popolazioni albanesi di Montenegro, Macedonia e Grecia si preparano a chiedere di entrare nella Grande Albania.
La minoranza greca del sud dell’Albania ha invece immediatamente chiesto, qualora il progetto venisse realizzato, di non entrare nella Grande Albania, bensì di essere annessa alla Grecia.
Il Kosovo è praticamente una base del Pentagono, mentre l’Albania è il centro europeo della CIA.
L’11° anniversario dell’indipendenza del Kosovo, il 17 febbraio 2019, è stato celebrato con la sfilata del nuovo esercito kosovaro. Il parlamento ha tenuto una sessione straordinaria alla presenza dei primi ministri kosovaro e albanese. Alla sessione hanno partecipato anche l’ex primo ministro italiano Massimo D’Alema [1] e l’ex capo della Missione di Verifica in Kosovo, William Walker, che attribuì il massacro di Račak alla Serbia per giustificare l’intervento della NATO.
Per un curioso ribaltamento delle posizioni, Stati Uniti e Turchia oggi sostengono il progetto di Grande Albania, mentre a suo tempo accusarono Belgrado di voler creare la Grande Serbia (in seguito, l’accusa di un presunto “piano ferro di cavallo” si è rivelata una menzogna fabbricata dalla NATO) e l’hanno bombardata.
Negli anni Novanta il Pentagono considerava la Jugoslavia come un «laboratorio» per testare i «combattimenti fra cani», ossia la possibilità d’isolare un Paese, di fomentarvi la guerra civile e separare le comunità che lo compongono. Prima della guerra di Jugoslavia, i Balcani erano abitati da popolazioni molto diverse. Si parlava allora di “balcanizzazione” per designare questa mescolanza. Oggi ogni comunità è più o meno territorializzata e il termine “balcanizzazione” designa un processo di frazionamento.

[1] Massimo D’Alema è sempre stato un fattivo collaboratore della guerra neocoloniale dichiarata dagli Stati Uniti, per interposta NATO, alla ex Jugoslavia. Il 21 ottobre 1998, quando assume la guida del governo, sostiene politicamente i terroristi che gli USA addestrano nella base NATO di Incirlik, in Turchia, accreditandoli come «combattenti per la libertà» e resistenti al «terrorismo di Belgrado». Eppure all’epoca non mancano le cronache ‒ negli anni successivi convalidate dalla Storia ‒ che descrivono altro scenario: sono i terroristi kosovari dell’UCK che, inquadrati e foraggiati dalla NATO, massacrano e seviziano e sequestrano i serbi; fa niente: le televisioni amiche, come la RAI diretta dal governo D’Alema e Mediaset, del suo alleato Silvio Berlusconi, perseverano nel diffondere le menzogne made in USA. Anche quando si scopre che l’UCK utilizza i prigionieri serbi (oltre ai kosovari dissidenti) per prelevargli gli organi e impiantare un florido commercio in Albania (dove collaborano anche medici italiani a beneficio di malati connazionali), D’Alema continua a lodare la «sacrosanta guerra di liberazione combattuta dall’UCK contro Belgrado». Due mesi dopo la salita al soglio governativo, D’Alema si segnala per ulteriore gesto di servilismo verso gli Stati Uniti e Israele: induce il segretario del PPK (partito comunista turco), Abdullah Ocialan, a lasciare Roma, dove aveva chiesto asilo politico, per volare a Nairobi, in Kenia. È una trappola: giunto colà, in barba alle garanzie d’incolumità personale che gli erano state date dal governo D’Alema, Ocialan è prelevato da mercenari, in combutta con Roma, e consegnato al governo turco, dove la pena di morte gli viene commutata in ergastolo grazie alla mobilitazione internazionale.
Quando gli Stati Uniti, a dicembre 1999, dichiarano guerra alla Jugoslavia senza l’autorizzazione dell’ONU, D’Alema esegue senza fiatare e il 22 manda i soldati italiani a bombardare i serbi con proiettili all’uranio impoverito. Un crimine che ‒ danno collaterale ‒ continua, a febbraio 2019, a piagare e uccidere i soldati italiani che li spararono. Logico che gli uomini issati al potere in Kosovo e in Albania siano grati al loro complice italiano e lo invitino in tribuna d’onore ad applaudire gli esiti di un macello che si connotò di genocidio. Ndt.

Siamo tutti bugiardi

Thierry Meyssan replica alle commemorazioni dello sbarco in Normandia e del massacro di Tienanmen, nonché alla propaganda elettorale per le recenti elezioni del parlamento europeo, mettendo l’accento sul fatto che continuiamo a mentire, persino rallegrandocene. Soltanto la verità può però renderci liberi.

| Damasco (Siria)

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La propaganda è un mezzo per diffondere idee, siano esse vere o false. Ma mentire a sé stessi significa non assumersi la responsabilità dei propri errori, convincersi di essere perfetti e passare oltre.

La Turchia è esempio estremo di questo atteggiamento. Insiste a negare di aver cercato di liberarsi delle minoranze non mussulmane, tentando di farle sparire a ondate per un’intera generazione, dal 1894 al 1923. Anche gli israeliani non se la cavano male: pretendono di aver creato il loro Stato allo scopo di offrire vita degna agli ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista, quando invece già nel 1917 Woodrow Wilson si era impegnato a fondarlo, e nonostante oggi in Israele oltre 50.000 sopravvissuti ai campi della morte vivano in miseria, al di sotto della soglia di povertà. Ma gli occidentali provvedono da sé a costruire il consenso attorno alle proprie menzogne e le professano come fossero verità rivelate.

Lo sbarco in Normandia

Si festeggia il 75° anniversario dello sbarco in Normandia. Quasi unanimemente i media affermano che con questa operazione gli Alleati diedero inizio alla liberazione dell’Europa dal giogo nazista.
Ebbene, sappiamo tutti che è una menzogna.
-  Lo sbarco non fu opera degli Alleati, ma quasi esclusivamente dell’Impero britannico e del corpo di spedizione statunitense.
-  Non ebbe lo scopo di “liberare l’Europa”, bensì di precipitarsi su Berlino per strappare i brandelli del Terzo Reich alla vittoriosa armata sovietica.
-  I francesi non accolsero lo sbarco con gioia, ma con orrore: Robert Jospin, padre dell’ex primo ministro Lionel, sul suo giornale denunciava in prima pagina che gli anglosassoni avevano importato la guerra in Francia. I francesi seppellirono le 20 mila vittime dei bombardamenti anglosassoni unicamente per creare un diversivo. A Lione, un’immensa manifestazione si raccolse attorno al “capo dello Stato”, l’ex maresciallo Philippe Pétain, per respingere la dominazione anglosassone. E mai, assolutamente mai, il capo della Francia libera, il generale Charles De Gaulle, accettò di partecipare alla benché minima commemorazione di questo nefasto sbarco.
La storia è più complicata dei film western. Non ci sono “buoni” e “cattivi”, soltanto uomini che cercano di salvare parenti e amici con più o meno umanità. Almeno si sono evitate le stupidaggini di Tony Blair che, durante le commemorazioni del 60° anniversario dello sbarco, fece insorgere la stampa affermando nel suo discorso che il Regno Unito entrò in guerra per salvare gli ebrei dalla “shoah” ¬– non però i gitani vittime dello stesso massacro. Ebbene, la persecuzione degli ebrei d’Europa iniziò soltanto nel 1942, dopo la Conferenza di Wansee.

Il massacro di Tienanmen

Si celebra anche il triste anniversario del massacro di Tienanmen. Ovunque si legge che il crudele regime imperiale cinese massacrò migliaia di concittadini, pacificamente radunati nella principale piazza di Beijing, che chiedevano soltanto un po’ di libertà.
Ebbene, tutti sappiamo che è falso.
-  Il sit-in in piazza Tienanmen non fu un semplice raduno genuino di cittadini cinesi, bensì un tentativo di colpo di Stato da parte di partigiani dell’ex primo ministro Zhao Ziyang.
-  In piazza Tienanmen, “pacifici manifestanti” linciarono o bruciarono vivi soldati a decine e distrussero centinaia di veicoli militari, prima che intervenissero gli uomini di Deng Xiaoping a fermarli.
-  A organizzare gli uomini di Zhao Ziyang, sul posto c’erano gli specialisti USA delle “rivoluzioni colorate”, tra cui Gene Sharp.

L’Unione Europea

Abbiamo appena votato per eleggere i rappresentanti al parlamento europeo. Per settimane siamo stati abbeverati di slogan che ci garantivano che «l’Europa è la pace e la prosperità» e che l’Unione Europea è il compimento del sogno europeo.
Ebbene, tutti sappiamo che è falso.
-  L’Europa è insieme un continente – «da Brest a Vladivostok», secondo la definizione di De Gaulle – e una cultura di apertura e cooperazione; l’Unione Europea invece non è altro che un’amministrazione anti-Russia, in continuità con la corsa verso Berlino dello sbarco in Normandia.
-  L’Unione Europea non è pace: a Cipro è vigliaccheria di fronte all’occupazione militare turca. Non è prosperità, ma stagnazione economica quando il resto del mondo si sviluppa a gran velocità.
-  L’Unione Europea non è in rapporto alcuno con il sogno europeo del primo dopoguerra. L’ambizione dei nostri antenati era unificare i regimi politici nell’interesse generale – le Repubbliche, nel senso etimologico del termine – conformemente alla cultura europea, si trovassero o meno nel continente. Aristide Briand propugnava che l’Argentina, Paese di cultura europea dell’America Latina, facesse parte dell’Europa, ma non il Regno Unito, società di classe.
E così via…

Andiamo avanti come ciechi

Dobbiamo saper distinguere il vero dal falso. Possiamo rallegrarci della caduta del nazismo, senza tuttavia convincerci che gli anglosassoni ci hanno salvati. Possiamo denunciare la brutalità di Deng Xiaoping, senza tuttavia negare che ha salvato la Cina da un nuovo colonialismo. Possiamo essere contenti di non essere stati dominati dall’Unione Sovietica, senza tuttavia inorgoglirci di essere i lacchè degli anglosassoni.
Continuiamo a mentire a noi stessi per nascondere le nostre vigliaccherie e i nostri crimini. Ciononostante, ci meravigliamo di non riuscire a risolvere alcuno dei problemi dell’umanità.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo  

 

Ma in Libia poi com’è finita?

Nonostante sia sparita dalle prime pagine dei giornali, la battaglia per il controllo di Tripoli sta continuando e sembra lontana dalla fine

Miliziani di Misurata a Tripoli, 9 aprile 2019 (Stringer/picture-alliance/dpa/AP Images) 

11 giugno 2019
Anche se la notizia è sparita dalle prime pagine dei giornali italiani, in Libia la battaglia per il controllo della capitale Tripoli, iniziata lo scorso aprile, non è finita. Le milizie che si stanno affrontando, riunite grossomodo attorno a due schieramenti principali, non riescono a imporsi le une sulle altre e da settimane c’è una specie di situazione di stallo che non sembra potersi sbloccare nel breve periodo. La battaglia a Tripoli non è il primo conflitto armato in Libia dalla fine del regime di Muammar Gheddafi, nel 2011, ma è di certo uno dei più rilevanti, che ha già provocato centinaia di morti e migliaia di sfollati, e che ha fatto parlare analisti ed esperti di una “nuova guerra civile“.
**IN realtà in Libia non cè una guerra civile, ma un popolo che combatte contro bande di terroristi pagati dall’ occidente, che sostengono Serraji **

Le violenze erano iniziate lo scorso aprile, in maniera piuttosto improvvisa. Il maresciallo Khalifa Haftar, il leader di fatto della Libia orientale e da qualche mese anche di quella meridionale, aveva attaccato Tripoli da sud, pochi giorni prima di un’importante conferenza internazionale di pace organizzata dall’ONU. L’obiettivo di Haftar era conquistare la capitale, sottraendola al controllo del governo guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, riconosciuto dall’ONU come unico governo legittimo della Libia. Haftar, ha scritto tra gli altri Arturo Varvelli dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), sperava di sfruttare il malcontento della popolazione verso le numerose e potenti milizie armate che operano nella capitale, e l’opposizione delle stesse milizie a un più ampio piano di riforme avviato dal governo di Serraj e finalizzato a ridurre la loro influenza in diversi ministeri del governo. Le cose però sono andate diversamente: le milizie e il governo di Tripoli si sono uniti contro il nemico comune, mettendo da parte almeno temporaneamente le loro differenze.

Le milizie fedeli ad Haftar non sono riuscite finora a imporsi su quelle schierate dalla parte di Serraj: sono rimaste bloccate nel sud di Tripoli e non sono mai riuscite ad arrivare a meno di dieci chilometri di distanza dal centro della capitale, dove sono concentrati tutti i ministeri e gli altri centri del potere.
Per il momento non sembra esserci una soluzione alla crisi libica, e in particolare alla battaglia di Tripoli, anche a causa delle influenze dei paesi stranieri che appoggiano l’una o l’altra parte. L’Italia è sempre stata apertamente schierata dalla parte di Serraj, che però nel corso degli ultimi anni non è riuscito a prendere il controllo di tutta la Libia e ha visto il suo ruolo indebolirsi sempre di più. Negli ultimi mesi anche il governo guidato da Giuseppe Conte sembra avere preso un po’ le distanze da Serraj, allineandosi a una politica meno schierata, come quella adottata dagli Stati Uniti di Donald Trump: questo non significa però che Serraj sia rimasto senza appoggi internazionali. Haftar ha potuto contare fin da subito sull’appoggio di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, due paesi che sono schierati dalla stessa parte in diverse crisi del Medio Oriente (per esempio sul tema dell’embargo sul Qatar), e poi con il sostegno di Russia e Francia. Secondo alcuni analisti, la situazione a Tripoli potrebbe sbloccarsi solo con l’intervento e la mediazione di qualche potenza straniera in grado di influenzare le decisioni di Haftar, anche se non sarà facile: rinunciare all’operazione contro Tripoli significherebbe per il maresciallo una sconfitta politica enorme.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nei primi mesi della battaglia per il controllo di Tripoli sono state uccise più di 500 persone e 75mila sono state costrette a lasciare le proprie case. I feriti sono circa 2.500.

Preso da: https://www.ilpost.it/2019/06/11/guerra-libia-tripoli-haftar/

12 milioni di bambine nel mondo costrette al matrimonio

Quando Gabriella Gillespie aveva 6 anni, suo padre uccise sua madre. Quando di anni ne aveva 13, il padre portò lei e le sorelle a vivere nel proprio paese d’origine, lo Yemen, dove le figlie furono vendute in matrimonio.

Disperata alla prospettiva di sposare l’uomo di oltre 60 anni a cui era stata promessa, la sorella di Gabriella, la diciassettenne Issy, indossò l’abito nuziale e si gettò dal tetto. Issy precipitò verso la morte, mentre gli ospiti ignari continuavano a festeggiare.
Come riportato dall’Independent, le sorelle rimaste, che non parlavano una parola d’arabo, si rassegnarono a vivere in un remoto villaggio di montagna – tutt’altra cosa rispetto alle comodità dell’era moderna, in abitazioni di fango prive di elettricità.

Nelle comunità rurali, le bambine sono date in sposa già a partire dall’età di otto anni; alcune muoiono durante la prima notte di nozze, mentre altre subiscono orribili lacerazioni. La consumazione avviene su un trono avvolto da stoffa bianca, dopodiché la famiglia espone il tessuto insanguinato come fosse un trofeo. La giovane sa bene quale destino la attende se non dovesse sanguinare – sarà restituita alla propria famiglia e verrà assassinata, sulla base della convinzione che non fosse vergine.
Dopo anni di matrimonio costellati di abusi fisici, sessuali, emotivi e psicologici, Gabriella è riuscita infine a fuggire nel Regno Unito insieme ai suoi cinque figli.
Macabre vicende di questo tipo non sono riservate a chi proviene da paesi in via di sviluppo. Gabriella è nata in Gran Bretagna – come la propria madre, una donna inglese. E secondo le stime dell’organizzazione Unchained At Last, nei soli Stati Uniti più di duecentomila minorenni sono state coinvolte in matrimoni legali, fra il 2000 e il 2015. La straziante realtà è che ogni anno, nel mondo, 12 milioni di bambine vengono date in sposa, il che significa che ciò accade a una bambina ogni due secondi.
Rachel Yates, che attualmente ricopre il ruolo di direttore esecutivo presso Girls not Brides, l’impresa globale per porre fine al fenomeno dei matrimoni con minorenni, ha dichiarato:
“Si verificano casi di spose bambine in ogni parte del mondo, dal Medio Oriente all’America latina, dall’Asia meridionale all’Europa. Alla base del matrimonio contratto con minorenni vi sono le disuguaglianze di genere, e la convinzione che le bambine e le donne siano in qualche modo inferiori ai ragazzi e agli uomini. La povertà, la mancanza d’istruzione, le tradizioni culturali e l’incertezza alimentano e sostengono questa pratica.
“Queste ragazze non sono pronte, né fisicamente né emotivamente, a diventare mogli e madri. Di solito subiscono un’enorme pressione perché si riproducano prima che i loro corpi possano sopportarlo, e perché i figli siano numerosi. Il rischio che si presentino gravi complicazioni durante la gravidanza e il parto è più alto, come lo è quello di contrarre l’HIV o l’AIDS e di essere vittime di violenza domestica.
“Ma questa pratica non è dannosa solo per le bambine. Gli studi dimostrano che il fenomeno sta costando al mondo miliardi e miliardi di dollari. Se poniamo fine ai matrimoni con minorenni, allora le bambine, le loro famiglie, le comunità e le nazioni stesse godranno, nel complesso, di maggiori disponibilità economiche e di un migliore stile di vita.”
“Caroline” dal Kenya ha raccontato a Equality Now, un’organizzazione no-profit dedita all’affermazione dei diritti umani di donne e bambine, che aveva solo sette anni quando la madre decise di farla circoncidere, per prepararla alle nozze. L’esperienza, impossibile da dimenticare, si rivelò brutale, dolorosa e traumatica.
Poco dopo, Caroline scoprì che la madre aveva intenzione di farle sposare un uomo la cui età oscillava fra i 50 e i 60 anni. Un giorno, prima dell’alba, è scappata di casa per rifugiarsi in un centro della Tasaru Ntomonok Initiative (nell’ambito delle attività di Girls Not Brides in Kenya), dove le è stata data l’opportunità di iniziare a rifarsi una vita e di riprendere a frequentare la scuola.
“Innanzitutto, ci sono le situazioni in cui le famiglie delle bambine prendono accordi con altre famiglie per organizzare il matrimonio con un ragazzo o un uomo,” ha spiegato Jean-Paul Murunga, funzionario di progetto presso Equality Now.
“A seguire ci sono i casi in cui l’età della sposa si definisce su base religiosa. Nell‘Islam, per esempio, i testi sacri stabiliscono che una giovane debba sposarsi una volta raggiunta la pubertà. Trattandosi di un termine ambiguo, l’Islam non dà una definizione precisa dell’età anagrafica corrispondente. In paesi come il Sudan, dove la legge vigente è la Sharia, le bambine vengono date in sposa fra i 10 e i 12 anni.
“Si registrano, inoltre, molti casi di spose minorenni all’interno delle società patriarcali. Le ragazze sono viste come soggetti subordinati e devono conformarsi alle prescrizioni degli uomini. Molto spesso accade che contraggano matrimonio fra i 16 e i 18 anni, perché il consenso alle nozze è stato fornito dai loro genitori o tutori.
“Un altro fattore importante è la povertà. Le famiglie povere possono migliorare la propria situazione finanziaria facendo sposare la figlia. Più la ragazza è giovane, ed essendo vergine, più è considerata pura e pertanto la dote sarà più sostanziosa. Alle famiglie interessa dare via le figlie prima della pubertà per il timore che, superata quell’età, ci siano buone probabilità che diventino sessualmente attive, che rovinino il nome della famiglia, o che si abbassi il prezzo della dote.
“E l’ultimo scenario è quello che si verifica nei paesi teatro di conflitti politici, dove gli individui sono spesso dislocati. Le famiglie consegnano le figlie ad altre famiglie più ricche, sperando che così godano di maggiore sicurezza e agio. Ma la realtà è che le bambine si ritrovano intrappolate in reti di violenze, abusi sessuali e matrimoni con minorenni.”
Quello delle spose bambine è un problema complesso, per cui non esiste una soluzione ottimale. Gli esperti ritengono che l’istruzione abbia un ruolo fondamentale – non solo dal punto di vista accademico, ma anche rispetto alla comunità estesa di quanti risultano maggiormente colpiti dal fenomeno.
All’inizio di quest’anno l’UNICEF ha pubblicato un rapporto in cui si registravano lievi diminuzioni nella casistica globale dei matrimoni contratti con minorenni. Tuttavia, a meno di non affrontare con misure adeguate le questioni legate alle norme sociali e alla disuguaglianza di genere, a queste bambine continuerà ad essere negata l’esistenza emancipata, propria del ventunesimo secolo, che spetta loro di diritto.
Traduzione di Maria Luisa Grasso

Preso da: https://it.insideover.com/donne/12-milioni-di-bambine-nel-mondo-costrette-al-matrimonio.html

«I pesticidi continuano a uccidere le api. È ora di agire veramente»

L’appello delle deputate del Gruppo Misto in Parlamento Sara Cunial e Silvia Benedetti: «Basta demandare all’Unione Europea, la competenza è nazionale. Dunque, si prendano misure drastiche».

«I pesticidi continuano a uccidere le api. È ora di agire veramente»

«Abbiamo portato all’attenzione del ministro Centinaio l’annosa questione della moria di api che sta avvenendo in diverse parti d’Italia in seguito a un uso massiccio e scriteriato di pesticidi estremamente dannosi al loro habitat e alla loro vita, come per esempio il caso del Mesurol in Friuli per cui è stata aperta un’indagine o ancora i neonicotinoidi già banditi in diversi stati membri ma purtroppo ancora utilizzati in Italia». Ad affermarlo sono le deputate del gruppo Misto Sara Cunial e Silvia Benedetti, che tornano sulla questione di cui, dopo un grande allarme qualche tempo fa, ora si tende a parlare sempre meno.

«Sebbene vi sia consapevolezza della strategicità del settore e dei gravi danni causati da alcune molecole agli ecosistemi e agli insetti impollinatori, ancora una volta si demanda a importanti decisioni all’Unione Europea, quando la competenza su queste disposizione è nazionale, come indicato nella normativa comunitaria e come altre nazioni, più lungimiranti e attente alla vita e alla salute ci insegnano».
«È bene ricordare che nelle campagne italiane ci sono milioni di alveari curati da oltre 45.000 apicoltori – continuano le deputate – miliardi di euro derivano dalla sola attività di impollinazione alle coltivazioni a cui si aggiunge il profitto di 22.000 tonnellate annue di produzione di miele. Un trend in continua crescita che dà lavoro a sempre più persone, soprattutto giovani e soprattutto al sud, e che fa dell’Italia un’avanguardia delle pratiche e tecnologie in questo frangente nonché uno dei principali produttori di miele d’eccellenza. Ma soprattutto è bene sottolineare che senza api perderemmo gran parte della nostra biodiversità, l’accesso a ingenti tipologie di cibo, la vita stessa è a rischio senza il loro lavoro – proseguono – Avremmo bisogno di azioni concrete e urgenti per favorire politiche agricole sostenibili e idonee a proteggere questo cruciale settore, purtroppo troppo spesso messo in crisi da pratiche scriteriate e anacronistiche – spiegano le deputate –  Ci chiediamo dove siano i paladini dell’occupazione, dell’innovazione, del Made in Italy e dei nostri prodotti di qualità. Ma soprattutto ci chiediamo dove siano tutti coloro che dovrebbero mettere la tutela delle persone e dell’ambiente al primo posto e fare del principio di precauzione il faro della loro azione politica. Confidiamo che in Italia quanto in Europa si mantenga ciò che è stato promesso e di ciò che moltissimi apicoltori, agricoltori e cittadini chiedono».

Preso da: http://www.ilcambiamento.it/articoli/i-pesticidi-continuano-a-uccidere-le-api-e-ora-di-agire-veramente

La nave d’assalto dei nuovi crociati

Global Research, May 28, 2019
 
Alla presenza del Capo della Stato Sergio Mattarella, del ministro della Difesa Elisabetta Trenta, del ministro dello sviluppo economico Luigi di Maio, e delle massime autorità militari, è stata varata il 25 maggio nei Cantieri di Castellammare di Stabia (Napoli) la nave Trieste, costruita da Fincantieri.

È una unità anfibia multiruolo e multifunzione della Marina militare italiana, definita dalla Trenta «perfetta sintesi della capacità di innovazione tecnologica del Paese». Lunga 214 metri e con una velocità di 25 nodi (46 km/h), ha un ponte di volo lungo 230 metri per il decollo di elicotteri, caccia F-35B a decollo corto e atterraggio verticale e convertiplani V-22 Osprey.

Può trasportare nel suo ponte-garage veicoli blindati per 1200 metri lineari. Ha al suo interno un bacino allagabile, lungo 50 metri e largo 15, che permette alla nave di operare con i più moderni mezzi anfibi della Nato.
In termini tecnici, è una nave destinata a «proiettare e sostenere, in aree di crisi, la forza da sbarco della Marina militare e la capacità nazionale di proiezione dal mare della Difesa».
In termini pratici, è una nave da assalto anfibio che, avvicinandosi alle coste di un paese, lo attacca con caccia ed elicotteri armati di bombe e missili, quindi lo invade con un battaglione di 600 uomini trasportati, con i loro armamenti pesanti, da elicotteri e mezzi di sbarco.

In altre parole, è un sistema d’arma progettato non per la difesa ma per l’attacco in operazioni belliche condotte nel quadro della «proiezione di forze» Usa/Nato a grande distanza.
La decisione di costruire la Trieste fu presa nel 2014 dal governo Renzi, presentandola quale nave militare adibita principalmente ad «attività di soccorso umanitario». Il costo della nave, a carico non del Ministero della difesa ma del Ministero dello sviluppo economico, veniva quantificato in 844 milioni di euro, nel quadro di uno stanziamento di 5.427 milioni per la costruzione, oltre che della Trieste, di altre 9 navi da guerra. Tra queste, due unità navali ad altissima velocità per incursori delle forze speciali in «contesti operativi che richiedano discrezione», ossia in operazioni belliche segrete.
Al momento del varo, il costo della Trieste è stato indicato in 1.100 milioni di euro, oltre 250 in più della spesa preventivata. Il costo finale sarà molto più alto, poiché va aggiunto quello dei caccia F-35B e degli elicotteri imbarcati, più quello di altri armamenti e sistemi elettronici di cui sarà dotata la nave nei prossimi anni. L’innovazione tecnologica in campo militare – ha sottolineato la ministra della Difesa – «deve essere supportata dalla certezza dei finanziamenti».
Ossia da continui, crescenti finanziamenti con denaro pubblico anche da parte del Ministero dello sviluppo economico, ora guidato da Luigi Di Maio.
Alla cerimonia del varo, ha promesso agli operai altri investimenti: ci sono infatti da costruire altre navi da guerra. La cerimonia del varo ha assunto ulteriore significato quando l’ordinario militare, monsignor Santo Marcianò, ha esaltato il fatto che gli operai avevano affisso sulla prua della nave una grande croce, composta da immagini sacre alle quali sono devoti, tra cui quelle di Papa Wojtyła e Padre Pio. Monsignor Marcianò ha elogiato la «forza della fede» espressa dagli operai, che ha benedetto e ringraziato per «questo segno meraviglioso che avete messo sulla nave».
È stata così varata la grande nave da guerra portata a esempio della capacità di innovazione del nostro paese, pagata dal Ministero dello sviluppo economico con i nostri soldi sottratti a investimenti produttivi e spese sociali, benedetta col segno della Croce come all’epoca delle crociate e delle conquiste coloniali.

Manlio Dinucci

La pagliacciata dell’Unione Europea

Secondo Thierry Meyssan, gli europei sono ciechi perché non vogliono vedere. Nonostante gli innegabili fallimenti, insistono a ritenere che l’Unione Europea significhi pace e prosperità. Credono che sul piano interno ci sia contrapposizione tra patrioti e populisti, in realtà entrambe le parti si pongono sotto la protezione del Pentagono, che le difende dalla Russia. La strategia internazionale nata dopo la seconda guerra mondiale va avanti a loro spese, senza che ne abbiano consapevolezza.

| Damasco (Siria)

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Dopo la comune vittoria della seconda guerra mondiale, Sati Uniti e Regno Unito fecero propria l’immagine dell’alleato sovietico descritta dall’ambasciatore USA a Mosca, George Kennan: l’URSS, un impero totalitario che ambiva conquistare il mondo. Sicché invertirono la rotta e studiarono la strategia del contenimento (containment): il mondo si divideva in tre parti, la parte già sotto il dominio sovietico, la parte libera e, infine, la parte da decolonizzare e da proteggere dall’orco sovietico.


Inizialmente, quando Stalin continuava a deportare popolazioni nei gulag, l’analisi poteva sembrare corretta. Ma, almeno dopo la morte di Stalin, la sua falsità avrebbe dovuto essere evidente. Infatti, Che Guevara, ministro dell’Economia a Cuba, scrisse un libro contro il modello sovietico e proseguì la rivoluzione in Africa senza chiedere permesso ai sovietici, contando però sul loro appoggio.
Comunque sia, Stati Uniti e Regno Unito decisero di proteggere l’Europa Occidentale dal giogo sovietico e di creare gli “Stati Uniti d’Europa”, secondo un modello che si richiamava a quello che gli europei, stanchi di farsi la guerra, concepirono all’inizio del XX secolo. In realtà si trattava di un modello completamente diverso, paragonabile invece a quello della Lega Araba o a quello dell’Organizzazione degli Stati Americani, istituita nello stesso periodo.
Poche furono le personalità dell’Europa Occidentale che vi si opposero. Tuttavia, mettendo a frutto la lezione della divisione del mondo uscita dalla Conferenza di Yalta, gollisti e comunisti francesi non sciolsero l’alleanza che strinsero durante la guerra mondiale e ostacolarono la creazione di una struttura sovranazionale, nell’intento di preservare, più o meno, le sovranità nazionali, benché sotto le bandiere britannica e statunitense. Per questa ragione gollisti e comunisti francesi si opposero insieme al comando integrato della NATO e alla riformulazione della costruzione europea degli anglosassoni. Gollisti e comunisti francesi consideravano l’Europa coincidente con l’intero continente, «da Brest a Vladivostok». In effetti, dopo aver concepito il loro particolare sistema giuridico, gli inglesi si erano allontanati dalla cultura europea, mentre i russi l’avevano estesa conquistando la Siberia.
La dissoluzione dell’URSS nel 1991 avrebbe dovuto mettere fine a queste discussioni. Non fu così. Infatti, il segretario di Stato James Baker annunciò che Comunità Europea e NATO avrebbero integrato tutti gli Stati europei liberatisi dal giogo sovietico. Gli Stati accettarono. Baker fece contemporaneamente redigere il Trattato di Maastricht, che trasformava gli Stati del Vecchio Continente in «Stati Uniti d’Europa», sotto la tutela della NATO. La moneta unica di questa entità sovranazionale, l’euro, avrebbe dovuto essere emessa a equivalenza del dollaro. Tutto fu fatto troppo rapidamente perché così avvenisse. Come sempre diffidenti verso la Russia, Washington e Londra ne respinsero l’adesione all’Unione Europea, però l’associarono nella gestione delle leve del potere, aprendole la porta del G7, che divenne così G8 con prerogative decisionali.
Nel 1999 la caduta di Boris Eltsin e l’ascesa al potere di Vladimir Putin mise fine a questo periodo di titubanza. Le istituzioni controllate da Washington divennero più rigide. La strategia del containment – fallita durante la guerra fredda – fu rispolverata e nell’immaginario anglosassone l’orso russo sostituì l’orso sovietico. Oggi, con i pretesti più diversi, e persino senza alcun pretesto, Washington adotta ogni genere di sanzioni economiche, politiche e militari contro Mosca. La Russia è stata anche espulsa dal G8.

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Manfred Weber (a sinistra) sarà democraticamente eletto alla successione di Jean-Claude Juncker (a destra). Juncker fu costretto a dimettersi da primo ministro del Lussemburgo dopo che furono accertate le sue responsabilità nel rete clandestina «stay-behind» della NATO.

Per comprendere le elezioni del parlamento europeo del 23-26 maggio, nonché la successiva nomina del presidente della Commissione Europea, bisogna collocarle in questo contesto storico e strategico. Gli Stati Uniti hanno deciso che alla presidenza della Commissione siederà Manfred Weber, che hanno incaricato di sabotare l’approvvigionamento dell’Unione Europea di idrocarburi russi. La prima battaglia di Weber sarà fermare la costruzione del gasdotto Nord Stream 2, nonostante i miliardi di euro investiti e i miliardi di euro che si risparmierebbero.
Affinché il parlamento europeo elegga democraticamente Weber non è necessario il sostegno della maggioranza dei parlamentari. È sufficiente che il suo gruppo, il PPE [Partito Popolare Europeo] ottenga il maggior numero di voti: il Trattato prescrive solo che il Consiglio Europeo deve «tener conto del risultato delle elezioni». Washington ha perciò preparato un parlamento dominato dal PPE e, in seconda posizione, dall’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL).
Steve Bannon è stato spedito in Europa per consigliare Matteo Salvini e creare una spinta da parte dei partiti identitari – non indipendentisti –, facendo però particolare attenzione a che l’ENL non possa ottenere la maggioranza.
-  Per questa ragione, nonostante le fatiche di Salvini, il partito polacco Diritto e Giustizia è stato convinto a restare in seno ai Conservatori e Riformisti Europei (CRE), in cambio di un aumento “significativo” dei soldati USA in Polonia.
-  Il 13 maggio Donald Trump ha ricevuto alla Casa Bianca l’ungherese Viktor Orban, ingiungendogli di mantenere il proprio partito all’interno del PPE, in cambio di armi e di gas naturale.
-  Infine, è stato fatto trapelare alla stampa tedesca un video in cui Heinz-Christian Strache, capo del Partito della Libertà Austriaco (FPÖ), si fa corrompere. Il video è di vecchia data ed è stato messo in scena e filmato da una donna che si presenta come agente russo, ma che verosimilmente è un’agente della CIA.
Nonostante quel che la stampa ripete insistentemente, non c’è contrasto di fondo tra il Partito Popolare Europeo (PPE) e l’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL): entrambi non muovono obiezioni alla NATO, che impone le proprie decisioni politiche fondamentali. Esiste solo una ripartizione dei ruoli.
La propaganda ufficiale per lo svolgimento delle elezioni ripete in continuazione che «L’Europa è pace e prosperità». Uno slogan incompatibile con la funzione antirussa svolta dall’Unione Europea.
-  Cominciamo dalla pace: l’Unione è stata incapace di liberare Cipro ¬– membro della UE dal 2004 – occupata dal 1974. L’esercito turco occupa un terzo dell’isola e ha creato un’unità di collaborazione, chiamata Repubblica Turca di Cipro del Nord. I ciprioti che vi abitano non hanno potuto essere iscritti nelle liste elettorali per le elezioni del parlamento. Non solo Bruxelles se ne infischia della loro sorte, stende anche un tappeto rosso al presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, cui elargisce sovvenzioni per miliardi di euro. Vero è che la Turchia è membro della NATO.
-  Riguardo alla prosperità, questione del gasdotto Nord Stream 2 a parte, l’Unione ha già applicato così bene la strategia USA che, mentre il resto del mondo è in crescita, essa è in stagnazione. Nel decennio successivo alla crisi finanziaria del 2008 la Cina è cresciuta del 139%, l’India del 96%, gli Stati Uniti del 34%, l’Unione Europea è invece in decrescita del 2%.
Dal momento che non esiste un sentimento di appartenenza all’Unione, la campagna elettorale si compie a livello degli Stati membri: non ci sono partiti politici su scala europea, bensì unioni di partiti politici dei diversi Paesi. Non c’è nemmeno una giornata elettorale unica, ma elezioni organizzate su quattro giorni, secondo le tradizioni nazionali.
Dal momento che negli elettori prevale un diffuso sentimento di mancanza di chiarezza e di poca onestà, l’astensione dovrebbe essere massiccia. Nonostante in alcuni Paesi il voto sia obbligatorio e in altri si svolgano contemporaneamente elezioni nazionali, oltre metà degli elettori diserterà le urne. Di conseguenza, sebbene le procedure siano perfettamente democratiche, il risultato non sarà rappresentativo della volontà dell’insieme del corpo elettorale, quindi non sarà democratico. Manfred Weber sarà eletto dalla minoranza di un parlamento a sua volta eletto dalla minoranza degli elettori.

Traduzione
Rachele Marmetti
Giornale di bordo  

 

Tre italiani al Bilderberg, anche il vicedirettore del Fatto Quotidiano

bilderberg

Renzi al Bilderberg con Gruber, ma il vero potere è altrovetratto dal sito libreidee
La 67ma riunione del gruppo Bilderberg si terrà a Montreux, in Svizzera, dal 30 maggio al 2 giugno. Politica, economia, industria, finanza e media: tra i circa 130 partecipanti, nella “delegazione” italiana ci saranno Matteo Renzi, Stefano Feltri del “Fatto Quotidiano” e Lilli Gruber.
Lo conferma, in una nota, l’“Huffington Post”. Saranno trattati 11 grandi temi globali in quattro giorni, tra questi anche ambiente e futuro: “Un ordine strategico stabile”, “Quale futuro per l’Europa?”, “Cambiamenti climatici e sostenibilità”.
E poi “Cina”, “Russia”, “Il futuro del capitalismo”, “Brexit”. E ancora: “L’etica dell’intelligenza artificiale”, “I social media come arma”, “L’importanza dello spazio”, “Le minacce cyber”.

L’inizio del Bildelberg

«A iniziare le conferenze del gruppo – scrive l’“Huffington” – fu un’idea del magnate statunitense David Rockefeller. La prima riunione si tenne il 29 maggio del 1954 all’Hotel Bilderberg nei Paesi Bassi e il punto focale dell’incontro fu la crescita dell’antiamericanismo che si respirava in Europa occidentale».
Lo stesso Bilderberg oggi spiega che a Montreux è invitato «un gruppo eterogeneo di leader politici ed esperti dell’industria, della finanza, del mondo accademico, del lavoro e dei media».
Fondato nel 1954, il Bilderberg Meeting è una conferenza annuale «progettata per favorire il dialogo tra Europa e Nord America», spiega lo stesso club sul proprio sito.
Ogni anno, tra 120-140 leader politici ed esperti dell’industria, della finanza, del lavoro, del mondo accademico e dei media sono invitati a prendere parte al Meeting.
Circa due terzi dei partecipanti provengono dall’Europa e il resto dal Nord America; circa un quarto dalla politica e dal governo e il resto da altri campi.
Il Bilderberg si definisce «un forum per discussioni informali su questioni importanti». Gli incontri «si svolgono secondo la Chatham House Rule, che stabilisce che i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni ricevute, ma né l’identità né l’affiliazione degli oratori o di altri partecipanti possono essere rivelate».
Grazie alla natura privata del Meeting, i partecipanti «prendono parte come individui piuttosto che in qualsiasi veste ufficiale, e quindi non sono vincolati dalle convenzioni del proprio ufficio o da posizioni prestabilite».
In quanto tali, «possono prendere tempo per ascoltare, riflettere e raccogliere idee». Non vi è alcun ordine del giorno dettagliato, non vengono proposte risoluzioni, non vengono votate né emesse dichiarazioni politiche.
Da anni, il Bilderberg fa parlare di sé lasciando trapelare (o addirittura presentando apertamente) la lista degli invitati.
«Tanta sovraesposizione – sostiene il saggista Gianfranco Carpeoro, acuto analista delle dinamiche del potere – sembra fatta apposta per lasciare al riparo, nell’ombra, i veri centri di potere».
Gioele Magaldi, autore del bestseller “Massoni”, spiega che il Bilderberg (come la Trilaterale e la Chatham House inglese, il Council on Foreign Relations statunitense, il Gruppo dei Trenta, la stessa Bce) sono in realtà istituzioni “paramassoniche”, cioè progettate da massoni ma aperte a “profani”.

Il potere occulto di 36 superlogge

In pratica, cinghie di trasmissione del vero potere, che per Magaldi è esercitato – in modo occulto – dalle 36 superlogge sovranazionali che hanno in mano governi, finanza e geopolitica.
Fanno parte di questa categoria i think-tanks come l’Aspen Institute, il Forum di Davos, il Club di Roma.
Sono gli incubatori dell’attuale mondialismo, che le Ur-Lodges di segno neo-conservatore hanno sostanzialmente imposto al pianeta dopo il crollo dell’Urss, al termine di una lunga preparazione avviata nel 1971 con il Memorandum neoliberista di Lewis Powell (Wall Street) e completata nel 1975 con il manifesto “La crisi della democrazia”, saggio firmato da Samuel Huntington, Michel Crozier e Joji Watanuki su commissione della Trilaterale (di Gianni Agnelli l’introduzione all’edizione italiana).
Attraverso l’analisi della massoneria di potere, nel suo lavoro editoriale Magaldi sintetizza la traiettoria dell’Occidente nell’ultimo mezzo secolo: l’espansione del progressismo varato da Roosevelt in base alla dottrina economica di Keynes (benessere diffuso) proseguì fino alla presidenza di Lyndon Johnson, ma – dopo l’omicidio di Jfk – fu brutalmente fermata da altri due delitti politici, l’assassinio di Bob Kennedy e Martin Luther King.

In Italia

In Europa, l’Italia fu il campo di battaglia che vide opporsi le due anime della supermassoneria: un funzionario kennediano come Arthur Schlesinger jr. fu determinante nel neutralizzare i tre tentativi di golpe condotti nella penisola.
E al colpo di Stato dei colonnelli in Grecia, i progressisti risposero nel ‘74 con la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo, fatta scattare non a caso il 25 aprile, per ricordare la liberazione antifascista dell’Italia.
Quattro anni dopo fu rapito e ucciso Aldo Moro, politico che intendeva preservare la sovranità italiana di fronte al nuovo globalismo che stava già progettando l’Ue.
Poco prima del sequestro, Moro fu minacciato e intimidito a Washington da Kissinger: fu lo stratega del golpe cileno ad “avvertire” il leader democristiano che avrebbe rischiato la vita, insistendo con l’alleanza con il Pci di Berlinguer.
Nel suo libro, Magaldi rivela che Kissinger è stato l’eminenza grigia della “Three Eyes”, la superloggia che più di ogni altra, prima dell’11 Settembre, si è impegnata per fermare l’avanzata dei diritti sociali in Occidente.

La P2 di Gelli

Sempre Magaldi sostiene che la P2 di Gelli non era che il braccio operativo italiano della “Three Eyes”. In un recente convegno a Milano, il Movimento Roosevelt – di cui Magaldi è presidente – ha ricordato le figure di Olof Palme e Thomas Sankara.
Due massoni progressisti, assassinati nella seconda metà negli anni ‘80 alla vigilia dell’avvento della globalizzazione neoliberista del pianeta, che avrebbe incluso anche la Cina e che oggi colpisce duramente l’Africa: lo stesso Sankara, leader carismatico del Burkina Faso, si era opposto alla schiavitù finanziaria del debito.
Palme, unico premier europeo ucciso mentre era in carica, fu freddato a Stoccolma nel 1986. Un uomo scomodo: fautore del miglior welfare europeo e dell’impegno diretto dello Stato nell’economia sociale, avrebbe ostacolato la nascita di questa Ue, di segno oligarchico.
Un anno dopo l’omicidio Palme scomparve da Roma il professor Federico Caffè: era considerato il maggior economista keynesiano d’Europa, capace di fornire agli Stati gli strumenti per consentire ai governi di sostenere finanziariamente le economie, puntando al benessere dei cittadini.

Gruber, Renzi e Mattia Feltri

Il neoliberismo è oggi la nuova religione universale: ne fanno professione anche Lilli Gruber, Matteo Renzi e lo stesso Mattia Feltri, ospiti del Bilderberg.
La teologia neoliberale prevede che siano gli attori finanziari a decidere le politiche degli Stati, a prescindere dalle elezioni: i governi sono ricattati dal debito statale, che si chiama ancora “pubblico” ma è stato privatizzato, essendo detenuto da fondi d’investimento privati.
Di qui il dogma dello “Stato minimo”: obbligo di tagliare la spesa pubblica, fino a ridurre a zero il ruolo sociale dello Stato con il pareggio di bilancio.
Una linea politica risultata disastrosamente evidente in Italia con l’avvento di Monti nel 2011, fedele esecutore dell’austerity imposta da Bruxelles.
Nel frattempo, alla crisi sociale determinata dal rigore finanziario si è accompagnata l’esplosione del caos geopolico planetario, innescato dal crollo dell’Urss e deflagrato con l’attentato del 2001 alle Torri Gemelle, per arrivare fino al terrorismo targato Isis.
Una dinamica infernale, che Magaldi riconduce alla Ur-Lodge “Hathor Pentalpha” creata dai Bush per esportare in tutto il mondo la strategia della tensione.
Obiettivo: imporre a mano armata la globalizzazione neoliberista. Una narrazione, questa, da cui restano lontanissimi politici come Renzi e giornalisti come Mattia Feltri e Lilli Gruber, che non ha mai neppure citato il libro di Magaldi (ben noto invece ai signori del Bilderberg e a tutti i veri potenti di questi anni, da Napolitano a Draghi). Fonte: libreidee

Preso da: https://informarexresistere.fr/bilderberg-renzi-gruber-svizzera/