La Libia è stata liberata? Da che cosa? Per condurla dove e come?

Malta
Cosa accadrà se le forze di invasione non lasciano la nostra terra? Se l’esercito degli Usa e degli altri rimarrà sulla nostra amata patria? Se le loro aziende e le loro ambasciate rimarranno aperte, la bandiera Americana ben esposta? Rimarremo in silenzio? Potete immaginarlo?
Finalmente “Siamo liberi”.    (Se l’ISIS o l’UE non arriveranno prima!)
Mentre l’instabilità politica e la sicurezza in deterioramento hanno complicato i loro sforzi, gli Usa si impegnano ad addestrare le forze di sicurezza del Paese, forze che, ovviamente, avevano precedentemente distrutto insieme con la Nato.
“Gli Usa, e I loro alleati della Nato costruiscono l’esercito spalleggiatore libico, a spese della Libia. Gli Usa si impegnano ad addestrare le Forze di sicurezza libiche”, dichiara il Dipartimento statunitense della Difesa, aggiungendo che “la Libia sta pagando per l’addestramento, che dovrebbe richiedere otto anni”. Vedete, gli Usa hanno già detto che si prenderanno la loro fetta di torta!

E adesso, a che punto siamo!
Presto potrebbero essere strette altre due catene, l’UE e l’ISIS!
Nel Marzo 2008 Muammar al – Gheddafi prese la parola al summit della Lega araba a Damasco per pronunciare uno dei suoi discorsi.
Tra le altre cose, indirizzò ai capi di Stato un ammonimento profetico, accusandoli di avere avvallato il rovesciamento e la seguente esecuzione di Saddam Hussein. “Una Potenza straniera occupa un Paese arabo e impicca il suo leader mentre noi restiamo a guardare ridendo…”. Gheddafi tuonò: “Il vostro turno arriverà presto!” Il pubblico scoppiò a ridere. Le telecamere inquadrarono in sala il padrone di casa, il Presidente siriano Bashar Al-Assad, mentre sorrideva. Gheddafi proseguì imperterrito: “Perfino voi, gli amici dell’America. Anzi, noi – noi, gli amici dell’America. L’America potrebbe essere d’accordo con la nostra risata, un giorno.” Ci furono ulteriori risate. Chi ride ora?
Quale profezia! Quelli che adesso ridono sono i distruttori di quel Paese, anche se sembra che non saranno loro a ridere per ultimi.
Con l’uccisione sommaria del Col. Gheddafi, almeno due cose sono state rubate al popolo libico . Uno era la giustizia, di dare all’uomo la possibilità di difendersi contro tutte le accuse.                             E in secondo luogo, se trovato colpevole, assicurare che ottenesse una pena adeguata per le sue azioni dopo, naturalmente, avere assicurato una corretta valutazione, con un bilancio veritiero e completo delle sue (non quello che gli altri hanno fatto in suo nome) normative amministrative e dei risultati per il suo paese. Sono sicuro che ogni libico onesto, sincero e amante del suo paese, avrebbe senza dubbio voluto questo. Ma è stata negata al popolo libico!
Dopo tutto, non è questo che la presuntuosa e ipocrita ECHR predica costantemente, mentre guarda comodamente dall’altra parte quando i suoi indesiderabili vengono assassinati.
Molto probabilmente, voi pensate di sapere il motivo per cui gli Stati Uniti e i paesi occidentali invasero e la Libia e Gheddafi. O credete alla menzogna che la popolazione libica si sia rivoltata contro il regime di Gheddafi. O pensate che la ragione fosse il petrolio! In ogni caso, è con queste spiegazioni che ci hanno foraggiati. E non sono la verità! La copertura delle notizie da parte dei media occidentali è stato semplificata e fuorviante.
Gli USA e la NATO avevano già distrutto la maggior parte delle infrastrutture di Iraq e Afghanistan prima di mettere gli occhi sulla Libia. Così, che cosa sta realmente succedendo e chi vogliono prendere in giro?
Le potenze occidentali hanno fomentato la ribellione contro Gheddafi e la hanno sostenuta attraverso la NATO e le Nazioni Unite. Volevano sbarazzarsi di Gheddafi e lo hanno rimosso dal potere.
Forse Gheddafi era lontano dalla perfezione (chi non lo è?) Ma, certamente, ebbe una visione di grandezza per la Libia e l’Africa. Anche se la sua logica di base era semplice, il suo piano avrebbe palesemente mostrato la vulnerabilità delle potenze occidentali. Gheddafi ha fronteggiato il loro potere. Ha affrontato lo status quo degli “Imperi”. Ha chiesto una maggiore potenza per i paesi africani, nonché una maggiore potenza per i paesi più piccoli della Nazioni Unite. Ha proposto e ha insistito su un nuovo modo di procedere che avrebbe ridotto la capacità di uno o pochi paesi a dominare il mondo.
Questo è il punto. Il popolo libico ha avuto il più alto tenore di vita di una nazione africana (lo so, ero lì), ma Gheddafi ha smesso di accettare banconote della Federal Reserve ed euro per il suo petrolio e ha chiesto di essere pagato in oro. Ha quindi cercato di ritirare il suo oro dalle casseforti a Londra e New York. Non era una cosa che Rothschild, oppure qualsiasi altro paese capitalistico occidentale, avrebbero  permesso che accadesse.                                                                                          Aveva così intenzione di sostenere il dinaro d’oro e aveva accordi con altre nazioni in Africa di basare i loro interscambi sul dinaro, piuttosto che l’euro o il dollaro. Il suo unico errore fu parlarne con altri leader troppo presto. Avrebbe dovuto farlo e basta! Tuttavia, credo che l’errore più grande che ha fatto sia stato quello di avvicinarsi amichevole ad alcuni politici occidentali, confidando in personaggi perfidi come Sarkozy (chiedetegli del sostegno di Gheddafi verso la sua campagna elettorale e sul ruolo determinante del suo paese nella sua cacciata e uccisione), per citare un esempio.
Quanto sono male informati, come ad esempio Anthony Manduca, che ha definito l’era Gheddafi come “una brutale dittatura di 42 anni”. La Libia è stata devastata. Tutti i progressi economici ottenuti durante 42 anni di potere di Gheddafi sono stati buttati via e sono seguite  la morte, la violenza, la miseria, il caos … ciò che ora è la Libia. Robert Gates, l’allora segretario alla Difesa, ha dichiarato che solo un pazzo avrebbe rovesciato Gheddafi. Ma, amico mio, bisogna sapere che l’avidità non ha limiti!
Spodestare Gheddafi non è stata opera solo degli statunitensi. Non avevano cercato invano di ucciderlo all’inizio bombardando la sua capitale, Tripoli? Era ben voluto dal suo popolo. Sapevate come era la Libia prima di Gheddafi? Ma questa è un’altra cosa. I suoi problemi li aveva con i cartelli bancari internazionali, che hanno usato i loro tirapiedi per sistemarlo. Ucciderlo ha aiutato la gente comune di qualche Paese? La guerra in Libia è stata una battaglia per l’Africa!
Per non commettere errori bisogna capire che una volta sconfitti Gheddafi e la rivoluzione libica da parte di questo conglomerato opportunistico di reazionari e razzisti, le forze progressiste di tutto il mondo e il progetto panafricano hanno subito una grande sconfitta e una battuta d’arresto. Quando i bombardamenti alleati della Libia iniziarono nel 2011, l’amministrazione Obama respinse un’offerta di Muammar Gheddafi per avviare negoziati, per abdicare e persino per accettare l’esilio dalla Libia, (egli ritirò perfino le sue forze da diverse città libiche, come segno di buona fede), come testimonia un ex ufficiale di Marina degli Stati Uniti, il quale affermò di essere stato predisposto a gestire la vicenda.
Al contrario gli Usa decisero di fornire armi ai “ribelli”, cioè alle milizie locali libiche affiliate ad Al Qaida e alla Fratellanza musulmana. Così si è consumato l’apice dell’ipocrisia occidentale.
Mustafa Abdul Jalil-, un ex alto funzionario del regime di Gheddafi, aveva dichiarato che i poteri che appoggiavano i ribelli avrebbero ricevuto un accesso preferenziale alla risorse petrolifere della Libia. “I nostri amici che sostengono questa rivoluzione avranno le migliori occasioni nei contratti futuri in Libia“, ha detto. Un altro motivo per l’Occidente di raccogliere i suoi guadagni illeciti (ottenuti con la morte). Molto probabilmente, la loro debolezza li terrà in un continuo stato di servitù, se non la schiavitù, agli imperi dominanti! Nessuno dei paesi che hanno partecipato agli attacchi illegali Libia ha mai avuto a cuore il popolo libico. La loro unica preoccupazione era il ‘commercio’ e il ‘commercio’, in altre parole significa: ‘Quanto grande sarà la mia fetta di torta dopo la rimozione di Gheddafi e la disintegrazione della Libia?’ Gli Stati Uniti possono continuare a guidare l’operazione dalle retrovie in modo efficace, sollecitando gli europei a sostenere un onere commisurato ai loro interessi.
Mentre gli occhi del mondo sono sulla lotta contro l’ISIS in Iraq e in Siria, un altro problema molto reale è ora la Libia, un paese nel caos, per dirla con leggerezza.                                                                           Siamo tutti ancora in attesa che si realizzi la previsione di Manduca, che “il mondo sarà sicuramente un posto migliore senza di Gheddafi” e che vi saranno “buone notizie per Malta!”
Tutto quello che so è che la questione Libia è un cattivo presagio e che l’eliminazione di Gheddafi è stata la più grande tragedia per l’Occidente.
Lo spirito di Gheddafi non deve mai morire!
“Il nome di ‘riforma’ copre semplicemente ciò che cela un processo di furto del patrimonio nazionale”.
Aleksandr Solzhenitsyn
Traduzione di Andrea B. per civg.it

Siria. I giornalisti occidentali che adoravano i “ribelli moderati” finanziati dagli anglosionisti, oggi riconoscono che sono solo dei terroristi

Crisi siriana, 16 ottobre 2019 – Che dramma per i giornalisti occidentali parlare oggi delle atrocità commesse dai miliziani alleati di Erdogan nel nord della Siria ! Quegli stessi miliziani che esaltavano ieri, quando combattevano contro il legittimo governo di Bachar al-Assad

Reseau International, 16 ottobre 2019 (trad.ossin)
Siria. I giornalisti occidentali che adoravano i “ribelli moderati” finanziati dagli anglosionisti, oggi riconoscono che sono solo dei terroristi
Nebojsa Malic
Dagli “Elmetti bianchi”, a tutti gli altri complici del terrorismo jihadista contro il governo legittimo di Bachar al Assad, oggi che aggrediscono i poveri Curdi vengono finalmente considerati per quello che sono sempre stati: Terroristi
Un fenomeno davvero affascinante che accompagna l’invasione turca della Siria è osservare come i giornalisti occidentali, che all’epoca esaltavano i «ribelli moderati», cadono adesso nella trappola di doverli condannare.
Avanguardie dell’invasione turca sono «l’Esercito Siriano Libero» e altri militanti «moderati» che i principali media occidentali presentano da anni come vittime del «mostro genocida» Bachar al-Assad di Damasco. Oggi, i «ribelli» sono i cattivi e Assad è il salvatore – almeno per quanto riguarda i Curdi, i media hanno condannato il «tradimento» degli alleati da parte del presidente USA Donald Trump. Che casino !
«Quando le forze turche combattono contro i Curdi, i media le definiscono come genocide maniache e supporto dello Stato Islamico», ha twittato l’erudito Max Abrahms. «Quando le forze turche combattono (contro il presidente siriano Bachar) al-Assad, i media li chiamano ribelli e rivoluzionarie»
Giornali come il Washington Post definiscono ormai «folli e inaffidabili» i militanti che, solo qualche mese fa, sostenevano come «ribelli moderati», ha sottolineato il giornalista Aaron Mate.
Da molti anni, alcuni giornalisti di sinistra, e non solo, sono stati denigrati e criticati per avere segnalato ciò che attualmente è apertamente riconosciuto: le milizie assassine — alias «ribelli moderati» — usati per combattere una guerra per procura in Siria, per conto di Stati Uniti, paesi del Golfo e Turchia, sono «folli e inaffidabili»
«Ci sono senz’altro dei fautori della guerra per procura che, in precedenza, hanno esaltato l’Esercito Siriano Libero e che, adesso, sono in pena per le loro atrocità contro i Curdi siriani», ha twittato Mate, affermando che non possono essere presi sul serio, a meno che non chiedano scusa a quelli che denunciavano come «Assadisti», ammettendo che avevano ragione .
Pur non avendo presentato alcuna scusa, i giornalisti occidentali si sono molto agitati nei media. Ecco Danny Gold, di PBS Newshour, deplorare che i combattenti anti-governativi ai quali in passato si era «legato» (quando lavorava per Vice) prendano adesso parte all’invasione del nord della Siria da parte della Turchia:
Ho aperto facebook per vedere che un combattente al quale mi ero legato nel 2013 è adesso attivo in uno dei gruppi sostenuti dalla Turchia, che attaccano il nord della Siria. E’ originario di Ras Al Ayn, militava originariamente in un gruppo misto curdo/arabo dell’Esercito Siriano Libero che ha combattuto contro le YPG laggiù nel 2013
«I falsi esperti di cose siriane si rendono conto di essere stati sempre a favore dei fanatici wahhabiti. Anni di reportage riassunti in un solo tweet. Semplicemente, non riesco a trattenere le risa»
Leggendo i media occidentali di questa settimana, viene da pensare che siano loro le vere vittime degli eventi della settimana scorsa – e non tanto i Curdi siriani di cui deplorano la sorte – perché la narrativa che hanno elaborato e mantenuto dal 2011 non regge più. Non solo l’invasione turca ha rivelato la vera natura dei «ribelli moderati», ma è servita anche da pretesto per un ritiro generale degli Stati Uniti dalla Siria e ad un accordo tra Curdi e governo siriano che Washington ha tentato, per anni, di evitare.
I giornalisti che hanno, per anni, demonizzato Assad come un criminale di guerra genocida e, per una settimana, accusato Trump di abbandonare i Curdi al «genocidio» turco, stanno ora lottando per fare fronte all’intervento dell’Esercito governativo Arabo Siriano per difendere i Curdi dalla Turchia.
Inutile dire che non è molto facile.
«Trump ha spinto i Curdi nelle braccia della Russia», ha twittato Edward Luce, editorialista capo del Financial Times, descrivendo il rafforzamento della Siria come un disastro di proporzioni globali, una disintegrazione dell’ordine mondiale che arreca benefici solo al Cremlino.
«Non lo so se oramai sia troppo tardi per ripristinare l’immagine benevola di cui gli Stati Uniti godevano nella maggior parte delle regioni del mondo. Ma la luce si sta spegnendo», ha dichiarato Luce lunedì nel corso di un thread
Val la pena di notare l’entità della catastrofe provocata da Trump in settimana dopo la sua chiamata a Erdogan 1. Lo Stato Islamico resuscitato. 2. Il controllo di Assad sulla Siria. 3. La Russia approfitta di nuovo di un’altra manna geopolitica. 4. Tradimento dei Curdi. 5. Immenso danno alla potenza USA
Il giornalista Max Blumenthal ha descritto il thread di Luce come «il panico di fronte al declino di un impero». Immagine appropriata ad un simile melodramma. Notate l’assenza quasi totale di preoccupazione per il benessere dei Siriani, che hanno sofferto per più di 8 anni a causa della guerra per procura e del terrore dello Stato Islamico – o anche degli stessi Curdi, che sono stati i primi a mettere nero su bianco, quando hanno stretto un accordo con Damasco.
E’ difficile ammettere che ci si è sbagliati, è per questo che la maggior parte dei giornalisti non lo fanno mai. E’ molto più facile incolpare la Russia, come fanno regolarmente dalle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e il referendum del Brexit, che hanno rivelato fino a qual punto essi siano totalmente disconnessi dalla loro stressa società. Quel che la Siria ha dimostrato, è che sono sconnessi anche con le relazioni internazionali.
Un caso italiano: Lorenzo Cremonesi
“L’inviato speciale” del Corriere della Sera, Lorenzo Cremonesi, oggi si commuove alla storia terribile di Hevrin Khalaf, militante curda, assassinata dalle milizie “in odore di qaedismo” alleate dei Turchi. Eppure, agli esordi della crisi siriana, esaltava il desiderio di libertà e di democrazia delle bande irregolari che combattevano in Siria contro Bachar al-Assad. E definiva gli attuali “terroristi” dell’Esercito Siriano Libero che hanno lapidato la militante curda come “partigiani”.
Consigliamo la lettura di un corsivo di quegli anni, per la penna del nostro terribile  diavoletto Azazello:

1949-2019. Come i comunisti cinesi hanno tirato fuori la Cina dal sottosviluppo

Oumma, 3 ottobre 2019 (trad.ossin)
1949-2019. Come i comunisti cinesi hanno tirato fuori la Cina dal sottosviluppo
Bruno Guigue
I media occidentali possono anche tentare di occultare questa evidenza, ma salta comunque agli occhi: la Cina ha realizzato in 70 anni quel che nessun altro paese è riuscito a fare in due secoli. Nel festeggiare l’anniversario della Repubblica Popolare Cinese, proclamata da Mao Zedong il 1° ottobre 1949, i Cinesi conoscono la situazione del loro paese. Ma sanno anche in che stato si trovava nel 1949. Devastato da decenni di guerra civile e di invasione straniera, era un campo di rovine.
La parata per i 70 anni della Repubblica Popolare Cinese
«La Cina di prima del 1949», ricorda Alain Peyrefitte, «era un paese del Medio Evo, (..) un pullulare di mendicanti coi moncherini, di bambini coperti di piaghe, maiali neri e cani scheletrici; stracci tra i quali si aggirava qualche broccato. Quando gli elementi si scatenavano, la carestia spazzava via tutto. I contadini erano comunque rovinati; in caso di siccità o inondazioni, non disponevano di alcuna riserva» (Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà, 1973, T. 2, p. 85).
 
Il paese era poverissimo, rappresentava solo una parte infinitesimale del PIL mondiale, mentre ne aveva rappresentato il 30% nel 1820, prima che il declino della dinastia Qing e l’arrivo delle potenze occidentali predatrici, cui si unì ben preso il Giappone, rovinassero questa prosperità. Devastati dalla guerra, dighe e canali erano fatiscenti. Priva di manutenzione, la rete ferroviaria era in uno stato pietoso. Riuscendo a stento a nutrire il mondo rurale, l’agricoltura languiva.
Composta per il 90% di contadini affamati, la popolazione aveva il livello di vita più basso del pianeta: inferiore a quello dell’India post-britannica e dell’Africa sub-sahariana. Su questa terra dove l’esistenza era appesa a un filo, la speranza di vita si collocava tra i 36 e i 40 anni. Abbandonata nell’ignoranza, nonostante la ricchezza di una civiltà plurimillenaria, la popolazione cinese contava un 80% di analfabeti.
Oggi, l’economia cinese rappresenta il 18% del PIL mondiale a parità di potere di acquisto, e, nel 2014, ha superato l’economia statunitense. La Cina è la prima potenza esportatrice mondiale. La sua potenza industriale è doppia rispetto a quella degli Stati Uniti e quattro volte quella del Giappone. Per contro, l’indebitamento globale del paese (quello pubblico e quello privato) è inferiore a quello degli Stati Uniti (250% contro 360%) e il debito estero è modesto.
Prima potenza creditrice, la Cina detiene le maggiori riserve di valuta estera del mondo (3 trilioni di dollari). Primo partner commerciale di 130 paesi, ha contribuito per il 30% alla crescita mondiale negli ultimi dieci anni. La Cina è il primo produttore mondiale di acciaio, cemento, alluminio, riso, grano e patate. Con 400 milioni di persone, la classe media cinese è la più importante del mondo, e 140 milioni di Cinesi sono stati in vacanza all’estero nel 2018.
Questo sviluppo economico ha migliorato le condizioni di esistenza materiale dei Cinesi in modo spettacolare. La speranza di vita è passata da 40 a 64 anni durante la presidenza di Mao (dal 1950 al 1975) e si avvicina oggi ai 77 anni (contro 82 anni in Francia, 80 anni a Cuba, 79 anni negli USA e 68 anni in India). Il tasso di mortalità infantile è del 7‰, contro il 30‰ dell’India, il 6‰ degli Stati Uniti, il 4,5‰ di Cuba e il 3,5‰ della Francia. L’analfabetismo è stato quasi del tutto sradicato. Il tasso di scolarizzazione è del 98,9% nella primaria e del 94,1% nella secondaria.
Ancora più significativo, il tasso di povertà, secondo la Banca Mondiale, è passato dal 95% nel 1980 al 17% nel 2010 e al 3,1% nel 2017. Xi Jinping ne ha promesso la cancellazione per il 2020. Secondo Branko Milanovic, ex-economista capo alla Banca Mondiale, la formazione di un’enorme classe media in Cina è la principale causa della riduzione delle diseguaglianze nel mondo tra il 1988 e il 2008. In venti anni, 700 milioni di persone sono state sottratte alla povertà. Il salario medio si è raddoppiato, soprattutto per effetto delle lotte operaie, e le imprese straniere hanno cominciato a delocalizzare le loro attività, alla ricerca di una mano d’opera meno cara.
Una delle questioni fondamentali che si pongono ai paesi in via di sviluppo è quella dell’accesso alle tecnologia moderne. La Cina di Mao ha in un primo tempo beneficiato dell’aiuto dell’URSS, venuto meno nel 1960 a causa dello scisma sino-sovietico. E’ stato per risolvere questo problema cruciale che Deng Xiaoping ha lanciato nel 1979 la progressiva apertura dell’economia cinese ai capitali esteri: in cambio dei profitti realizzati in Cina, le imprese straniere avrebbero trasferito tecnologia alle imprese cinesi.
In 40 anni i Cinesi hanno assimilato le tecnologie più sofisticate, e l’allievo ha superato il maestro! Oggi la quota cinese di imprese ad alta tecnologia tocca il 28% del totale mondiale e supererà gli Stati Uniti nel 2021. Vero è che la Cina dispone di risorse umane considerevoli. Manda 550 000 studenti all’estero e ne riceve 400 000. Con 80 tecnopoli, è il numero uno mondiale per numero di laureati in scienze, tecnologia e ingegneria, e ne forma quattro volte più degli Stati Uniti.
Questa svolta tecnologica del gigante cinese va oramai di pari passo con la transizione ecologica. Firmataria dell’Accordo di Parigi sul clima, la Cina è il primo investitore mondiale nelle energie rinnovabili. Possiede il 60% dei pannelli solari e il 50% degli impianti eolici del pianeta. Il 99% dei bus elettrici in servizio nel mondo sono fabbricati in Cina. Il 50% dei suoi veicoli sono elettrici e ne fabbrica tre volte di più degli Stati Uniti.
La Cina ha anche la rete ferroviaria ad alta velocità più grande del mondo (30 000 km) e si propone di estenderla a 40 000 km. L’azienda pubblica cinese CRRC è il numero uno mondiale nella costruzione di TAV: produce 200 treni all’anno e lavora per 80 paesi. Infine la Cina ha intrapreso la più grande operazione di rimboschimento del pianeta (35 milioni di ettari). Prendendo sul serio il disastroso inquinamento atmosferico nella regione di Pechino, è riuscita a ridurre del 50% le emissioni di particelle tossiche in cinque anni.
Questo spettacolare sviluppo della Repubblica Popolare cinese è il risultato di 70 anni di sforzi titanici. Per riuscirci, i Cinesi hanno inventato un sistema socio-politico originale, ma che le categorie in uso in Occidente non riescono a descrivere in modo razionale. Lungi dall’essere una «dittatura totalitaria», infatti, è un sistema neo-imperiale, la cui legittimità si fonda sul miglioramento delle condizioni di vita del popolo cinese.
Organismo dirigente del paese dal 1949, il Partito comunista cimese sa che la minima deviazione oltre la linea del miglioramento collettivo sarebbe incompresa e provocherebbe la sua caduta. Abituati a pensare che la democrazia si esaurisca nel rituale elettorale, gli Occidentali non comprendono questo sistema. D’altronde molti di loro non si avvedono nemmeno che nella loro «democrazia» i presidenti vengono designati dalle banche, mentre in Cina le banche obbediscono al presidente.
Per dirigere lo sviluppo del paese, i comunisti cinesi hanno costruito un’economia mista pilotata da uno Stato forte. Il suo obiettivo prioritario è la crescita che, dopo le riforme del 1979, si fonda sulla modernizzazione delle imprese pubbliche che dominano i settori chiave, la costituzione di un potente settore privato, il ricorso ai capitali stranieri e il trasferimento di tecnologia proveniente dai paesi più avanzati. Al contrario di quanto si dice talvolta, è stato lo stesso Mao Zedong ad avviare questo processo nel 1972, quando ha ristabilito le relazioni con gli Stati Uniti.
Per sviluppare il paese bisognava accarezzare il diavolo ! E’ evidente che i comunisti cinesi hanno imparato a farlo. Ma questo avvicinamento economico e tattico con l’Occidente capitalista, questo «compromesso acrobatico» preso giustamente di mira da alcuni marxisti, era un mezzo e non un fine. Pur giustificando l’apertura economica, Jiang Zemin ha ricordato nel 1997 che la Cina non perdeva di vista l’obiettivo dell’edificazione del socialismo. E’ la ragione per la quale è lo Stato a dover dirigere lo sviluppo, la proprietà pubblica deve restare dominante e il settore finanziario restare sotto stretto controllo.
Due secoli fa, la Cina era ancora la fabbrica del mondo. Peggiorando le sue condizioni interne, l’imperialismo occidentale distrusse il decadente impero manciù. Le guerre del XX secolo, a loro volta, piombarono il paese nel caos. Agli occhi dei Cinesi, la Repubblica popolare di Cina ha il merito di avere posto fine a quel lungo secolo di miseria e di umiliazione cominciato nel 1840 con le «guerre dell’oppio». Liberata e riunificata da Mao, la Cina si è avviata lungo la stretta via dello sviluppo. Povera in modo oggi inimmaginabile, isolata e priva di risorse, ha esplorato strade sconosciute e tentato, col maoismo, di trasformare radicalmente la società.
Più precisamente, il maoismo si caratterizza per il tentativo, riprendendo la terminologia marxista, di accelerare lo sviluppo delle forze produttive puntando sulla trasformazione rivoluzionaria dei rapporti sociali. In altri termini, di generalizzare la lotta delle classi all’interno del paese per consolidare il socialismo. Questo volontarismo ha avuto effetti positivi, contribuendo a diffondere l’istruzione, ma ha fallito come elemento di stimolo dell’economia. In netto contrasto con la crescita demografica dovuta al miglioramento dell’assistenza sanitaria, il crollo della produzione agricola ha provocato il disastro del «Grande Balzo in avanti», che fu responsabile, insieme alle condizioni climatiche e all’embargo occidentale, dell’ultima carestia che vi è stata in Cina (1959-1961).
Con la Rivoluzione Culturale, il cui punto culminante fu toccato nel 1966-68, Mao e le Guardie Rosse decisero di mobilitare nuovamente le masse, ma contro lo stesso partito per impedirgli di «restaurare il capitalismo» e dare vita ad un «revisionismo» di tipo sovietico. Questa rivoluzione nella rivoluzione ha rapidamente raggiunto i suoi limiti. Coltivando l’effervescenza ideologica di una gioventù fanatizzata, ha dato luogo a violenze inutili e a distruzioni che ostacolavano lo sforzo di sviluppo. Girando a vuoto, questa agitazione ha generato un caos che esigeva fosse fermato, e l’Esercito Popolare di Liberazione si incaricò di farlo.
In una risoluzione adottata nel 1982, il Partito comunista cinese formulò un giudizio severo su questa esperienza storica, definita una «sbandata estremista», ed avviò progressivamente delle riforme. Marxista a suo modo, il «socialismo dai caratteri cinesi» elaborato nel 1997 si basa sull’idea che lo sviluppo delle forze produttive è la condizione indispensabile per la trasformazione dei rapporti sociali e non l’inverso.
Come ha scritto Jean-Claude Delaunay, «la rivoluzione fu concepita dai fondatori del marxismo come un frutto da cogliere quando è maturo, ma per questo occorre che il frutteto sia ben fornito». Ma, per i comunisti cinesi, la rivoluzione è piuttosto «il frutto di un frutteto che bisogna prima coltivare, poi accrescere e solo allora cogliere». (Les trajectoires chinoises de modernisation et de développement, 2018, p. 283). Insomma, il socialismo non è il pauperismo! E per impegnarsi nella trasformazione dei rapporti sociali bisogna prima assicurare un certo livello di sviluppo delle forze produttive.
Dopo avere liberato e riunificato il paese, abolito il patriarcato, realizzato la riforma agraria, avviato l’industrializzazione, dotato la Cina di un ombrello nucleare, sradicato l’analfabetismo, donato ai Cinesi 24 anni di speranza di vita in più, ma anche commesso errori dei quali il popolo cinese ha tratto un bilancio, il maoismo ha passato di mano dopo 25 anni di governo (1950-1975). I suoi successori hanno allora tenuto conto delle inflessioni internazionali e tratto vantaggi dalla mondializzazione, ma senza mai mollare il timone. Forti degli insegnamenti del passato, i Cinesi hanno moltiplicato il loro PIL, industrializzato il paese, vinto la povertà, elevato il livello scientifico e tecnologico del paese in modo inedito.
L’esperienza storica della Repubblica popolare cinese è unica: è il successo di una strategia di uscita dal sottosviluppo ad una scala senza precedenti, e sotto la direzione esclusiva di un partito comunista. Certamente restano immensi problemi (invecchiamento della popolazione), i paradossi incredibili (un socialismo nel capitalismo), le fragilità innegabili (flessione della crescita). Ma la Cina del 2019 intende andare avanti. Vuole costruire una «società di fluidità media», sviluppare il mercato interno, promuovere la transizione. Bisognerà farsene una ragione: decisa a chiudere la parentesi della dominazione occidentale, la Cina aspira a riprendere il posto che le spetta.

Ossin pubblica articoli che considera onesti, intelligenti e ben documentati. Ciò non significa che ne condivida necessariamente il contenuto. Solo, ne ritiene utile la lettura

Preso da: https://www.ossin.org/reportage-dal-mondo/reportage-estremo-oriente/56-cina2/2541-1949-2019-come-i-comunisti-cinesi-hanno-tirato-fuori-la-cina-dal-sottosviluppo

SOROS / 8 miliardi le elargizioni in Italia a varie entità: la maggior parte per promuovere le leggi italiane favorevoli all’immigrazione

Una barca di dollari elargita dalle generose casse della Open Society Foundations griffata George Soros ad associazioni e sigle italiane.
Il totale ammonta ad 8 miliardi e mezzo di dollari e concerne il biennio 2017-2018. A calcolarli l’Adn Kronos.
Ecco alcuni dettagli sui fortunati beneficiari.
In cima alla hit una misteriosa sigla, Purpose Europe Limited, che “non sembra riconducibile direttamente all’Italia – specifica l’agenzia – ma in riferimento al nostro Paese ha tra l’altro pubblicato nel luglio 2018 il rapporto ‘Attitudes towards National Identity, Immigration and Refugees in Italy”. Purpose Europe Ltd ha ricevuto, per questo suo impegno, la bella cifra di 1 milione di dollari. Un autentico terno al lotto.

Attestata al secondo posto, nella speciale classifica, ASGIl’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che si è vista recapitare da Open Society un bel bonifico da quasi 400 mila dollari, per la precisione 385 mila per il solo 2018.
Al terzo posto – udite udite – i Radicali italiani, che hanno ricevuto un cadeau perfettamente infiocchettato: quasi 300 mila, 298 mila per la precisione. Ma la motivazione li giustifica tutti, fino all’ultimo dollaro: dovranno, infatti, impegnarsi a “promuovere un’ampia riforma delle leggi italiane sull’immigrazione, attraverso iniziative che puntino a fornire aiuto agli immigrati e avanzare il loro benessere sociale”.
Sorge spontaneo un interrogativo: come mai neanche una mancia a + Europa della fedelissima Emma Bonino, che siede nell’international board della Open Foundation?
Al quarto posto si colloca IAI, vale a dire l’Istituto Affari Internazionali, presieduto dall’ex commissario europeo Ferdinando Nelli Feroci. Una sigla che non ha bisogno di grossi aiuti, ed invece fa bingo con la non disprezzabile cifra di 230 mila dollari. Il motivo? Deve continuare nella sua fondamentale azione “per educare e favorire il dialogo con gli attori politici sui nuovi approcci all’immigrazione e alle politiche di asilo europee, a beneficio di migranti, rifugiati e società ospiti”. Menù ottimo e abbondante.
Passiamo agli spiccioli. Tra le prime a beneficiarne alcune università di casa nostra. Come quella di Urbino, alla quale vanno 25 mila dollari per un progetto riguardante la “mappatura dell’informazione politica sui media italiani in vista delle elezioni politiche nel 2018”. Non si capisce bene quale sia lo scopo di tale indagine, ma tant’è: le casse targate Open sono davvero “aperte”.
Lo stesso appannaggio, solo qualche dollaro in meno (24 mila 828) per il Dipartimento di Scienze Politiche dell’ateneo di Perugia, per l’allestimento di “un workshop dedicato ai social media e alla comunicazione politica”.
Una spiccata predilezione – quella dei Soros boys – per le politiche d’informazione, soprattutto in vista delle elezioni.
Last but not least, un pensierino per i cittadini di Ventimiglia, scelto fior tra fiori per un regalino da 83 mila 500 dollari, stanziati nel 2018: si tratta di “revitalizzare il parco pubblico”. All’epoca il sindaco della cittadina, Enrico Ioculano, indossava la casacca del Pd.
In totale, la Open Society che fa capo al magnate di origini ungheresi, ha finanziato nel biennio 70 progetti.
Un miliardario filantropo che nel corso degli anni ha tentato la scalata per comprare non pochi paesi ai “saldi”, prima soffocandoli nelle sue spire finanziarie. Cercò un’operazione del genere perfino con l’Inghilterra inizio anni ’90, che costrinse anche l’Italia alla manovra “lacrime e sangue” decisa dall’esecutivo guidato da Giuliano Amato.
La storia si è ripetuta nel tempo, fino agli ultimi tentativi d’assalto alla Macedonia, in forte difficoltà finanziaria.
Ma il pescecane Soros, a bordo della sua corazzata Open Society, è sempre pronto a soccorrere gli immigrati di ogni Paese. In nome della solidarietà…

autore:  MARIO AVENA
link fonte:http://www.lavocedellevoci.it

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/soros-8-miliardi-le-elargizioni-in-italia-a-varie-entita-la-maggior-parte-per-promuovere-le-leggi-italiane-favorevoli-allimmigrazione/

Il governo francese ha collaborato con l’ISIS attraverso l’azienda francese Lafarge

20 ottobre 2019.
Il 16 ottobre 2019, la Coalizione Internazionale ha dato fuoco alla cementeria francese Lafarge a Jalabia (al confine con la Turchia, a nord di Aleppo) prima dell’arrivo dell’esercito arabo siriano nell’area.
Quindi, le tracce di un’operazione segreta, che era di grande importanza, andarono letteralmente in fumo.

 
L’impianto ha permesso di costruire fortificazioni sotterranee da cui poter condurre la guerra contro le forze del governo siriano sulla base della strategia descritta da Abu Musab “siriano” nel suo libro del 2004 “Gestione della barbarie”. Successivamente, la fabbrica fu utilizzata per proteggere le forze speciali norvegesi e francesi, che diedero fuoco alla fabbrica prima di fuggire.
Nel 2016, il sito web turco Zaman Al-Wasl ha pubblicato uno scambio di e-mail tra gli stessi dirigenti di Lafarge, ha confermato l’esistenza di collegamenti tra la multinazionale e Daesh.
Il quotidiano Le Monde  ha pubblicato una sua versione di fatti messi in atto per nascondere:
– le relazioni di Lafarge con la CIA nel contesto di varie operazioni, incluso il trasporto di armi durante la guerra contro l’Iraq;
– Il rapporto tra la società e il segretario di Stato americano Hillary Clinton (precedentemente membro del consiglio di amministrazione di Lafarge);
– le relazioni di Lafarge con il DGSE (servizi di intelligence esteri francesi) durante la guerra contro la Siria;
– la costruzione di infrastrutture jihadiste in Siria [con il cemento di Lafarge]
.

Ci vollero sei mesi perché l’aviazione russa usasse bombe penetranti per distruggere queste fortificazioni – le più grandi sul campo di battaglia dalla seconda guerra mondiale – che permisero all’esercito arabo siriano di liberare il suo territorio.
https://friendsforsyria.com/2019/10/19/france-torches-lafarge-cement-plant-in-syria/ – zinc
Alcuni giorni fa gli Stati Uniti hanno distrutto l’impianto del gruppo francese Lafarge : Aerei della coalizione internazionale contro lo Stato islamico hanno lanciato mercoledì bombardamenti aerei nel nord della Siria (90 km da Raqqa e 65 km da Manbij), che è stato convertito in una base militare che ora è stata abbandonata come parte del ritiro delle truppe statunitensi dalla zona. Il rappresentante della coalizione internazionale, il colonnello degli Stati Uniti Miles Keygins, ha affermato che due aerei F-15E sono stati chiamati dall’Iraq, ed hanno attaccato la fabbrica di cemento Lafarge dopo la partenza delle truppe americane.
Secondo i funzionari degli Stati Uniti, si intendeva distruggere munizioni abbandonate ed equipaggiamento militare per non farle cadere nelle mani di terzi.
Ma ci sono altre possibili ragioni per questo insolito bombardamento.

In primo luogo, si tratta di media: immagini trasmesse sulla rete russa RT di una base abbandonata in fretta e furia dai Marines americani a Manbij (con cibo sul tavolo, ecc.) Non esaltano la parte americana – e, di conseguenza, questo può essere stato deciso che non doveva essere ripetuto .
Il secondo riguarda il futuro ripristino della Siria, dal momento che i bombardamenti sono un duro colpo per la Siria. L’impianto di Lafarge è il più grande in Siria ed è stato il più grande investimento estero diretto prima della guerra (dopo quello per il settore petrolifero, valutato a $ 680 milioni. La sua capacità produttiva ha raggiunto i 3 milioni di tonnellate all’anno, che è significativamente superiore a qualsiasi degli altri sei impianti di calcestruzzo di proprietà statale nel paese. Dopo la sottrazione da parte dei “ribelli” ad Aleppo dell’infrastruttura industriale dell’allora capitale economica della Siria (con attrezzature meccaniche esportate in Turchia), la perdita dell’impianto di Lafarge penalizza grandemente la ricostruzione postbellica ancora già difficoltosa.
Ma c’è una terza ipotesi, molto più oscura sulle possibili cause dell’attentato: è il voler seppellire lo scandalo scoppiato intorno allo stabilimento di Lafarge .
Il colosso francese, fondato nel 1833, si è unito a luglio 2015 con il rivale svizzero Holcim per $ 41 miliardi. Ma il primo CEO di Lafarge-Holcim, Eric Olsen, è stato costretto a rassegnare le dimissioni dopo che la giustizia francese ha intentato una causa nel luglio 2016 in merito alle attività della società in Siria con l’accusa di “finanziamento del terrorismo” e la creazione di una minaccia alla vita delle persone.
In particolare, la giornalista Dorothea Miriam Kellou ha pubblicato sul giornale Le Monde e sulla rete FRANCE 24 i dettagli degli accordi che Lafarge avrebbe concluso con un certo numero di organizzazioni armate, tra cui lo Stato islamico, per mantenere l’operabilità del suo stabilimento di Jalalbia. ,
Ricordiamo che lo stabilimento è stato catturato dall’ISIS nel settembre 2014, che successivamente è stato ripreso a febbraio dell’anno successivo dai militanti curdi YPG che l’hanno trasformata in una base militare.
Secondo l’indagine interna di Lafarge, tra il 2011 e il 2013, il gruppo ha pagato circa 5,5 milioni di dollari ai gruppi armati nella Siria settentrionale e un totale di 15,3 milioni di dollari dal 2011 al 2013 secondo la magistratura francese. Il fatto che la compagnia Lafarge abbia avuto una grande tolleranza al terrorismo è stato rilevato anche da personalità internazionali che hanno partecipato al suo Consiglio di amministrazione nella misura di 15 persone,  durante il periodo di lavoro di Hillary Clinton.
Tuttavia, l’indagine di Olsen è stata chiusa lo scorso marzo, poiché si riteneva che non avesse alcuna responsabilità per ciò che era stato commesso prima della fusione con Holcim. Per questo si è ritenuto che avesse riacquistato il suo onore e quindi di poter riprendere le sue attività commerciali. Ma un’indagine giudiziaria non è chiusa: il 24 ottobre, la Corte d’appello di Parigi deciderà sulle accuse contro la società, mentre l’ex amministratore delegato Bruno Lafon, l’ex direttore della sicurezza Jean-Claude Weyer e l’ex direttore della giustizia della filiale siriana, Frederic Zoliboa sono sotto i riflettori.
Quello che sicuramente vuole tenere le cose aperte è Tayyip Erdogan. Parlando con l’Assemblea nazionale turca alla vigilia del bombardamento dell’impianto a Jalabia, il presidente turco ha affermato che Lafarge svolge un ruolo attivo nella costruzione di fortificazioni nell’area a favore dell’YPG. “Vediamo un tunnel di 90 chilometri nel nord della Siria. Come sono stati costruiti? Da dove viene il cemento? Venivano dalla fabbrica Lafarge, una società francese “, ha aggiunto, aggiungendo che alla Francia e alla NATO sarebbe stata chiesta una spiegazione. ,
Erdogan ha anche chiesto domande simili durante l’operazione turca per occupare Afrin all’inizio del 2018. Ma le sue affermazioni sono ora difficili da verificare.
https://www.capital.gr/diethni/3388678/giati-bombardistike-to-ergostasio-tis-lafarge-sti-suria

Permesso ISIS rilasciato ai dipendenti Lafarge.
Per ulteriori informazioni sui documenti che indicano la relazione di Lafrage con ISIS, è possibile leggere qui https://arretsurinfo.ch/french-cement-company-in-syria-buys-oil-from-isis-documents/

Il gruppo Lafarge è sospettato di aver pagato circa 13 milioni di euro a gruppi jihadisti, tra cui Daesh, dal 2013 al 2014 per mantenere una delle sue strutture in Siria, in un’area occupata da gruppi islamisti in un paese devastato dalla guerra. Il gruppo potrebbe continuare a gestire il suo stabilimento con un’attività molto redditizia, l’azienda  nel 2014 a aveva un fatturato di  12,843 miliardi di euro.
Se ciò è dimostrato, lo stato francese non ha impedito tale pratica, ma piuttosto: ha fatto di tutto per far funzionare l’impianto il più a lungo possibile. È impossibile rifiutare tali investimenti: la fabbrica costa $ 600 milioni. “Vediamo ogni sei mesi l’ambasciatore francese in Siria [a Parigi], e nessuno ci ha detto:” Ora devi partire “, afferma Christian Herro, ex vicedirettore generale delle operazioni del gruppo. Il governo francese raccomanda vivamente di rimanere, è ancora il più grande investimento francese in Siria ed è la bandiera francese. Quindi sì, Bruno Lafon dice: “Restiamo”.
Inoltre,durante l’inchiesta, alcuni degli accusati hanno dichiarato di aver mantenuto contatti regolari con il Ministero degli affari esteri e la direzione generale della Sicurezza esterna. Lo stato sapeva che “il più grande investimento francese in Siria” è stato utilizzato per finanziare Daesh?
Secondo Jean-Claude Veyillard, ex direttore della sicurezza di Lafarge, tutto è abbastanza ovvio. L’argine di Orsay non solo ha spinto la compagnia a rimanere per mantenere i suoi investimenti, ma anche a partecipare alle operazioni militari in Siria. Sostiene di aver inviato informazioni al DGSE contattando l’agenzia al suo indirizzo e-mail creato per questo caso. Sostiene inoltre di aver incontrato agenti per conoscere la situazione in Siria. Sostiene addirittura di essere la loro unica fonte nella regione.
Diverse e-mail e informazioni divulgate da Jean-Claude Weillard mostrano una netta connessione tra il servizio di sicurezza del gigante del cemento e il servizio di intelligence. Il 22 settembre 2014 ha riferito al DGSE che “la fabbrica è attualmente occupata da Daech, che beneficia della nostra mensa, clinica e infrastrutture di base” e che stava cercando “un modo per pagare la” tassa “di Daesh. Il 17 novembre 2014, secondo quanto riferito, ha ripreso i servizi, annunciando che Amro Taleb, uno dei principali intermediari tra Lafarge e Daech, ha proposto di “rilanciare la fabbrica sotto il controllo degli” uomini d’affari “dell’ISIS. Il 23 dicembre dello stesso anno, contattò i servizi e li informò che erano stati stabiliti contatti con i rappresentanti di Daesh. La risposta della DGSE sarebbe categorica: esprime il suo interesse “con qualsiasi rappresentante Daech in contatto con i tuoi dipendenti … Telefono, posta, descrizioni, ecc.” Nonostante il problema della sicurezza delle persone, il servizio ha dato il via libera alle comunicazioni tra il gruppo finanziario internazionale e i gruppi terroristici “.
https://www.revolutionpermanente.fr/On-ne-peut-pas-porter-une-barbe-mais-Lafarge-peut-verser-13-millions-a-Daesh –
Quindi quando l’Isis ha fatti l’attentato in Francia lo stesso governo francese  di sua spontanea volontà ha dato il via libera alla cooperazione con l’ISIS e ha fornito alla società francese l’opportunità di lavorare nel califfato, compreso il pagamento di tasse al tesoro dello Stato islamico.

Preso da: https://www.vietatoparlare.it/il-governo-francese-ha-collaborato-con-lisis-attraverso-lazienda-francese-lafarge/

Perché dire NO alla Cashless Society

di , pubblicato il 20 giugno 2019, alle ore 10:18
In un paper (intitolato The Macroeconomics of De-Cashing) pubblicato nel marzo del 2017 Alexei Kireyev, un’economista da anni al Fondo Monetario Internazionale, traccia una roadmap verso una sistematica abolizione del denaro contante.

In questo paper, Kireyev si dice consapevole che l’abolizione del denaro contante potrebbe essere percepita come una violazione dei diritti fondamentali della persona e suggerisce pertanto ai governanti di perseguire questo obiettivo senza dichiararlo apertamente e poco alla volta, cioè senza fretta.
Il processo di abolizione per Kireyev deve all’inizio basarsi su passi iniziali largamente accettati, come l’eliminazione graduale di banconote di grande valore (chiedetevi giustappunto perché la BCE non stampa più dal 2019 la banconota da 500 euro), la fissazione di massimali sulle transazioni in contanti (già presenti in più paesi) e la tracciatura dei trasferimenti in contanti attraverso i confini.
Ricevere Denaro inaspettato in 24 Ore - Subliminale per ...

Di poi, Kireyev suggerisce che le persone, sia in qualità di semplici cittadini che di imprese, devono essere stimolate ad evitare operazioni in denaro contante.
Kireyev è infine consapevole che il consenso tra il pubblico e il settore privato è la precondizione chiave per giungere ad una società senza contante; senza questa precondizione  il piano non può avere successo.
Di conseguenza, raccomanda un’opera di sensibilizzazione continua per alleviare “i sospetti” relativi all’abolizione del contante; principalmente, che abolendo il contante le autorità stiano cercando di controllare tutti gli aspetti della vita delle persone, incluso il loro utilizzo di denaro, o spingere i risparmi  personali nelle mani delle banche.
Kireyev si basa sulle idee di Kenneth Rogoff un ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale;  in suo libro del 2016, The Curse of Money, Rogoff  raccomanda l’abolizione del contante perché ciò, secondo il suo parere contribuirebbe ad una vera lotta contro l’evasione fiscale e la criminalità
Diritti, evasione fiscale, criminalità  e prosperità
Kireyev e Rogoff vedono soltanto quello che immediatamente colpisce l’occhio, dimenticandosi di o non volendo vedere anche oltre.
Il problema, infatti, non è, come dice Kireyev, che l’abolizione del denaro contante potrebbe essere percepita come una violazione dei diritti fondamentali della persona, ma che l’abolizione del denaro contante è una violazione dei diritti della persona.
Qualora fosse abolito il denaro contante si potrà, infatti, possedere il proprio denaro solo indirettamente, cioè affidandone la detenzione ad altri, e ciò significherebbe imporre un regime in cui ciascun legittimo proprietario del denaro viene messo alla mercé delle decisioni degli operatori che curano la detenzione del denaro.
Oltre a questo problema di lesione del diritto di proprietà sul denaro, c’è poi un problema che concerne la privacy finanziaria.
Anche ammesso, infatti, che una parte dell’evasione fiscale e della criminalità possa realizzarsi solo attraverso l’uso del contante, questa non è una buona ragione per vietarne l’uso, perché questo divieto presenterebbe seri pericoli sul fronte del controllo sociale.
Così come, infatti, viene garantita la segretezza del voto per non esporre gli elettori a una serie di possibili rivalse o ritorsioni, allo stesso modo non si può obbligare la gente a rinunciare del tutto alla propria privacy finanziaria, perché ciò  esporrebbe i cittadini a una serie di possibili rivalse e ritorsioni.
Uno Stato diritto, per essere considerato come tale, deve necessariamente sottoporsi ad alcune sostanziali limitazioni nella prevenzione al crimine dettate dal principio del rispetto della libertà individuale, onde evitare di trasformare la politica in tirannide.
Una volta abolito il contante, non dovremo più preoccuparci di qualcuno che possa entrare in un negozio per svaligiare la cassa, ma state tranquilli che aumenteranno le nostre preoccupazioni in merito ai furti sul nostro denaro fatti attraverso attacchi hacker e frodi informatiche, oltre che ai problemi tecnici per i pagamenti digitali.
Una volta abolito il contante, non avremo posto in essere una vera lotta all’evasione fiscale e nemmeno fermeremo l’attività dei network criminali e terroristici.
Si può fare evasione fiscale senza emettere fattura o scontrino oppure emettendo scontrino o fatture di portata inferiore rispetto al reale pagamento effettuato, ma l’evasione fiscale può assumere anche altre manifestazioni, cioè attraverso manovre elusive che non si nutrono di certo di denaro contante.
L’elusione fiscale, più che violare, aggira la legge (viene, infatti, definita dal diritto come un comportamento extra legem non contra legem) e sfrutta le debolezze dell’ordinamento giuridico.
Le forme di elusione fiscale sono numerose, in continua evoluzione e spesso davvero molto sofisticate, il che significa che l’elusione richiede di frequente un importante uso di tempo e di altre risorse solo per la sua ricerca.
Attraverso operazioni di elusione fiscale si può poi trasferire denaro, senza che si muova alcuna banconota o moneta (viviamo già in un’economia altamente digitalizzata), in luoghi in grado di offrire sistemi, oltre che convenienti dal punto di vista della tassazione, pressoché inviolabili di tutela del segreto aziendale; questo tipo di segretezza attrae non solo grandi evasori, ma anche le risorse delle organizzazioni criminali e terroristiche.
Una vera lotta all’evasione fiscale e ai flussi di denaro che alimentano i network criminali e terroristici andrebbe fatta con sistemi mirati che non annichiliscono la libertà di tutti i cittadini, come è invece la guerra al contante, e tradursi anche in un serio contrasto a certe manovre elusive e a certe legislazioni di alcuni paesi che costituiscono il porto sicuro di certe manovre elusive.
Tuttavia, ciò non è facile che avvenga dato che alcune delle banche e delle big-company che si battono per un mondo senza contante, non soltanto sono delle abili “sposta profitti”, ma hanno anche ramificazioni in molti meandri delle istituzioni pubbliche nazionali ed internazionali a difesa dei loro interessi.
Tutto ciò ci porta a concludere che i “cittadini comuni”, quelli cioè che non hanno particolari mezzi e conoscenze e/o propensioni a sottrarsi al rispetto del principio di legalità, sarebbero nettamente i più esposti a seri pericoli sul fronte del controllo sociale.
Detto quanto, in termini di prosperità di una nazione, contrastare l’evasione fiscale diviene un’azione più controproducente che altro, se poi l’ammontare di spesa pubblica che si vuole finanziare è insopportabile  rispetto ai parametri di un’economia di mercato; il problema di fondo, alla fine, non è, infatti, combattere l’evasione fiscale in sé, ma fare in modo che i cittadini non sentano il bisogno di evadere il fisco per non vedersi mortificare i propri sforzi produttivi o garantirsi un tenore di vita assolutamente decente.
Un minor grado di evasione fiscale o anche un’evasione fiscale uguale a zero non è affatto sinonimo di una nazione prospera.
Ammettiamo, infatti, teoricamente che un paese riesca a sradicare ogni possibilità di effettuare evasione fiscale (in pratica, non potrà mai essere così), questo però non vuol dire affatto che non possa essere stabilita una tassazione oppressiva.
C’è un’idea piuttosto diffusa secondo la quale la tassazione sarebbe certamente più bassa se tutti pagassero le tasse per quanto richiesto.
In verità, lo slogan se pagassero tutti pagheremmo certamente tutti meno, non è vero, nel senso che meno evasione uguale a meno tassazione non è affatto detto che si verifichi, perché quel che viene chiesto di pagare dipende sempre, in ultimo, dalla quantità di spesa pubblica che la politica desidera finanziare e che ha finanziato.
Di conseguenza, è decisamente fuorviante affermare che riducendo l’evasione si ridurrà sicuramente anche la tassazione; in tal senso, quel che, alla fine, conta è la volontà politica e il contesto intellettuale dominante attorno a sé.
Il vero problema della tassazione deve poi essere visto nel paradosso che più la tassazione aumenta, più essa mina il funzionamento del mercato e il sistema stesso di tassazione; ogni tributo specifico, come l’intero sistema fiscale nazionale, diventa oltre un certo limite semplicemente autodistruttore.
Una corretta rappresentazione della realtà economica ci dice quindi che tra tassazione oppressiva, una pressione inflazionistica permanente ed evasione fiscale soltanto i primi due fenomeni sono collegabili attraverso veri e propri nessi logici, cioè sono annoverabili tra le cause e non tra i possibili effetti, a mancata prosperità o declino di una nazione.
Di conseguenza, a fronte di un’abolizione del contante, non avremo soprattutto alcuna garanzia che la tassazione diminuirà o resterà al di sotto del livello di spoliazione, la spesa pubblica seguirà percorsi più virtuosi e quella clientelare diventerà solo un ricordo, dato che non c’è nessun nesso di causa ed effetto tra contante e queste altre variabili.
Infine, ricordiamo che i diversi metodi di stima elaborati per calcolare quante risorse vengono attualmente nascoste al fisco hanno tutti un carattere evidentemente virtuale, dato che l’occultato da un lato deve prima effettivamente esistere e dall’altro, qualora effettivamente esista, resta comunque inconoscibile al fisco fintanto che non viene da questo scoperto.
Denaro contante e tassi d’interesse fortemente negativi
L’abolizione del contante serve anche a perseguire un’idea se è possibile ancora peggiore; Kireyev e Rogoff e i loro commilitoni hanno, infatti, altre idee insane in testa.
Costoro raccomandano tassi di interesse fortemente negativi sui depositi bancari dei cittadini, poiché credono che questi tassi si renderanno indispensabili per reagire ad una prossima e virulenta crisi economica, poiché credono che quando le cose vanno male quello che bisogna fare è spingere il pubblico a far girare il suo denaro, costi quel che costi.
Ricordiamo che una politica di tassi di interesse fortemente negativi trova un suo limite nell’esistenza del denaro contante; più scende il tasso di sconto, cioè il tasso con cui la banca centrale concede prestiti alle banche, più scendono i tassi sui depositi bancari (non avrebbe senso per le banche pagare certi interessi a un depositante se finanziarsi presso la banca centrale costa meno), tanto meno conviene mantenere denaro in banca e tanto più conviene rifugiarsi nel contante.
Il denaro contante ha, infatti, lo stesso potere d’acquisto dei depositi bancari, ma con un interesse nominale sempre pari a zero; in altre parole, il denaro contante ha incorporato dentro di sé un cosiddetto zero lower bound .
Nel caso quindi in cui le banche applicassero sui depositi tassi di interesse negativi, esse stimolerebbero un aumento della domanda di contante, stimolo che ovviamente diventerebbe sempre più forte man mano che questi tassi fossero fatti sprofondare in territorio negativo.
Qualche tempo fa William Buiter, capo degli economisti di Citigroup, spiegò come se non ci fosse stato il denaro contante, le banche avrebbero quantomeno già portato i tassi sui depositi dei cittadini a meno 6 per cento.
Buiter fa parte di un’associazione il cui nome è tutto un programma, cioè Better than Cash Alliance (che tra i suoi membri, oltre Citigroup, annovera, tra gli altri, alcuni governi, diverse agenzie ONU, Bill and Melissa Gates Foundation, Clinton Development Iniziative, Mastercard, Visa, Unilever, Coca-Cola); in Italia, la stessa mission anti-contante di Better than Cash Alliance viene perseguita dalla community Cashless Society – The European House dell’Ambrosetti Forum.
Chi promuove una miscela di tassi di interesse fortemente negativi più abolizione del denaro contante, sta proponendo di deprimere la funzione della moneta come riserva in vista di spese future, pensando che ciò produrrà più vantaggi che svantaggi economici.
Tuttavia, qualsiasi misura che deprime la funzione della moneta come riserva in vista di spese future, avrà come effetto non solo quello di incentivare il pubblico a spendere più velocemente il proprio denaro, ma anche quello di corrodere il processo di capitalizzazione, cioè di accumulazione di ricchezza per scopi produttivi.
Ne discende uno stimolo (tanto più a segno, quanto più forte) allo spostamento del reddito sociale dall’investimento al consumo; questo spostamento produce un maggior livello di consumi per un breve periodo, ma, alla fine, una compressione, e non un aumento, del volume di beni di consumo che l’economia potrà offrire ad un tasso elevato.
Ad una maggiore depressione della funzione della moneta come riserva in vista di spese future, corrisponde una corrosione maggiore del processo di capitalizzazione; in base a quanto, attraverso una politica progressiva di depressione di questa funzione della moneta si può arrivare fino al punto di negare l’accumulazione di capitale e quindi produrre un tenore di vita primitivo.
Detto quanto, non è da escludere poi che tassi di interesse fortemente negativi più abolizione del contante possano produrre il risultato di un potenziamento da un lato del mercato nero e dall’altro di intermediari dello scambio molto più solidi, dato che più le coercizioni si fanno pressanti, più le persone tendono a sviluppare l’intenzione di ribellarsi ad esse.
Può essere, infatti, abolito il contante stampato ed imposto con la forza della legge dalle banche centrali, ma non può essere abolita l’immaginazione dei cittadini a sottrarsi al controllo sociale ed a cercare intermediari dello scambio appetibili, cioè che tendano a conservare il loro potere d’acquisto (lo spirito di sopravvivenza tende ad aguzzare l’ingegno).
In definitiva, Kireyev, Rogoff e Buiter sono degli illusi nella teoria e degli intolleranti nella pratica.
Conclusioni
La guerra al denaro contante non è efficace per ottenere un mondo più sicuro e con una migliore allocazione delle risorse, ma di certo serve ad altro e ad altri.
Esiste un’oligarchia predatoria che sa benissimo che dall’abolizione del denaro contante otterrà vantaggi, quantomeno in termini relativi, qualunque sia invece l’effetto sul benessere economico generale.
Se non c’è più la possibilità di ritirare i propri depositi bancari, allora su questi stessi depositi i governi avranno mano completamente libera di tassarli quanto e come meglio credono, l’industria della tecnologia per pagamenti digitali potrà contare su margini di crescita a spese della libertà di scelta delle persone e, infine, dato che il prelievo e il ritiro dei depositi non sono più opzioni, i cittadini saranno costretti a subire i tassi del sistema bancario.
Sollevare le banche dal rischio della corsa agli sportelli, inoltre, non indurrà queste stesse ad una minore spregiudicatezza finanziaria, semmai l’esatto contrario.
Il primo obiettivo di questa oligarchia predatoria è quello di controllare la maggior quantità relativa possibile di risorse, mentre il secondo obiettivo è quello di portare avanti esperimenti economici anche a costo della morte del paziente.
Questa oligarchia, per portare a termine il suo piano, deve far percepire quelli che, in realtà, sono i propri esclusivi interessi come se invece fossero interessi che appartengono spontaneamente a tutti; usando le tecniche del nudging, del linguaggio privo di collegamento con la realtà e spacciando il proprio punto di vista come verità scientifica, vuole farci credere non solo che questa abolizione è pensata per garantire l’interesse sociale, ma, in aggiunta, che viene incontro soprattutto alle esigenze delle persone meno abbienti.
In tal senso, come esempi, si può ricordare quando la War on Cash diffondeva sistematicamente il messaggio che il contante è superato, costoso, pericoloso, inquinante e scomodo, oppure un recente spot di PayPal  in cui si diceva:
è arrivata la nuova moneta non è di carta, è progresso. La vecchia moneta fa troppe domande, la nuova moneta ha già pagato. La vecchia moneta è solo per pochi, la nuova moneta è per tutti, è per voi. Addiovecchia moneta, c’è una nuova moneta in città. PayPal is new money.
Prosperità e povertà dipendono innanzitutto dalla qualità delle istituzioni politiche ed economiche.
Misure finalizzate a estrarre rendite a beneficio di una più o meno ampia minoranza di privilegiati, non favoriscono e non favoriranno mai la prosperità di una nazione.

Il BLOG di Contante Libero è uno spazio “aperto” in cui tutti i blog che aderiscono all’iniziativa CONTANTE LIBERO possono esprimere liberamente la propria “peculiare” visione sul tema. CONTANTE LIBERO non è un monolito, bensì tante realtà diverse che hanno deciso di unirsi per affrontare una specifica battaglia in comune.

US Launches a New Propaganda Campaign Around the Assassination of Their Asset, Abu Baker al-Baghdadi

Editorial Comment:

Airstrikes that the US claim were instrumental in the killing of their Daesh asset,Abu Baker al-Baghdadi, did not actually happen, according to Maj.Gen. Igor Konashenkov, of the Russian Ministry of Defense:

“No airstrikes performed by US aircraft or aircraft belonging to the so called ‘international coalition’ were detected on Saturday or during the following days.Since the moment of the final Daesh’s defeat at the hands of the Syrian government army supported by Russian Aerospace Forces in early 2018, yet another ‘death’ of Abu Bakr al-Baghdadi does not have any strategic importance regarding the situation in Syria or the actions of the remaining terrorists in Idlib.”

Abubakr al-Baghdadi

This latest announcement follows Russia’s publication of evidence of the US theft and export of Syrian oil and the release of a statement by the Russian and Syrian Joint Coordination Committee on crimes committed against civilians and refugees by the US and their proxies and the obstruction of efforts to free citizens living in inhumane conditions in Rukban Camp.

A.V.

Related:

Quello che non capisce (o che non vuole capire) Il Sole 24 Ore sul denaro contante

di , pubblicato il 25 giugno 2018, alle ore 8:57
E’ bastato che l’attuale Ministro degli Interni (2018), italiano qualche giorno fa affermasse «Fosse per me non porrei nessun limite al contante» per sentire di nuovo in giro la voce della propaganda a sostegno dell’abolizione del denaro contante.
L’abolizione del denaro contante, che tra l’altro, è esplicitamente sostenuta, almeno attualmente, da organismi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europa.
Obiettivo di questa campagna a favore dell’abolizione del denaro contante?
Con la scusa di voler combattere terrorismo e criminalità, facilitare il lavoro dei politici, dei burocrati e di tutti quei gruppi di pressione che aspirano ad ottenere privilegi, a tutto svantaggio dei liberi cittadini.
Visualizza immagine di origine
Tuttavia, i sostenitori dell’abolizione del denaro contante non potendo imporre con la violenza il loro punto di vista, cercano di ottenere l’adesione alla loro posizione o perlomeno una certa passiva indifferenza, facendo circolare costantemente bugie e ragionamenti fuorvianti.

In tal senso, mi ha colpito molto (si fa per dire) un articolo apparso sul Il Sole 24 Ore il qualche giorno fa, dal titolo Limite al contante: perché l’idea di Salvini è anacronistica e allontana l’Italia dall’Europa, del giornalista Biagio Simonetta.
L’articolo in questione è un inno alla disinformazione di massa, ma non mi meraviglia che certi articoli possano uscire anche sul Il Sole 24 Ore, cioè il quotidiano di Confindustria: la principale organizzazione rappresentativa delle imprese italiane, difetta da sempre di una vera e propria coscienza liberale.
Vediamo cosa si afferma in questo articolo e smontiamo ogni affermazione punto per punto.
  1. è abbastanza chiaro che dietro al contante si nasconda spesso la black economy, la corruzione, l’evasione, il denaro sporco che non vuol essere tracciato.

Trattasi di ragionamento fuorviante.
Si cerca di condurre sostanzialmente il fenomeno dell’evasione e della black economy al denaro contante, quando il contante è solo un mezzo è non la causa primaria di questi fenomeni.
La causa primaria di questi fenomeni va rintracciata invece negli eccessi di interventismo statale, che stabilisce regimi di comproprietà forzata nei quali i partners involontari degli apparati statali usano il loro margine di manovra per sfuggire alla sovra-tassazione e/o alla sovra-regolamentazione.
Oltretutto, il denaro contante è solo un mezzo con cui produrre evasione e riciclaggio, non il solo mezzo.
Al giorno d’oggi, l’evasione e il riciclaggio non passano infatti solo attraverso l’uso del denaro contante: i veri esperti di trasferimenti contabili non hanno alcun bisogno del denaro contante per porre in essere pratiche elusive, così come per evadere possono essere usati mezzi fisici alternativi al tradizionale denaro contante come oro e argento fisico, diamanti, lettere di credito, copyright o droga.
Insomma, anche senza denaro contante, la criminalità si adatta, per il semplice fatto che il crimine non ha bisogno del denaro contante per esistere.
Di conseguenza, abolire il denaro contante non assicura l’eliminazione dei fenomeni di evasione e black economy, ma in compenso costituisce un’indebita restrizione delle possibilità di scelta del cittadino.
  1. il contante è sempre più una zavorra all’economia italiana e internazionale.

Cosa?
Zavorra dell’economie sono i troppo elevati livelli di debito rispetto al valore totale della produzione e non è il denaro contante a scatenare questo squilibrio, ma improvvide politiche creditizie del sistema bancario.
Sostenere che «il contante è sempre più una zavorra all’economia italiana e internazionale» è pertanto una bugia grande quanto l’intero universo.
  1. E non è un caso che la maggior parte dei Paesi più evoluti abbia sposato da tempo strategie che mirano alle cosiddette cashless society.

Trattasi di ragionamento fuorviante.
Si cerca di stabilire l’equazione società in cui il contante è stato abolito uguale società più civile, ma questa equazione nella realtà fattuale non esiste.
Infatti, le società più civili sono quelle che permettono la diversificazione e non si appiattiscono sull’omologazione, pertanto ben vengano come opzione tutti gli strumenti di pagamento elettronico, ma allo stesso tempo ben vengano anche i metodi di pagamento più tradizionali, cioè banconote e monete – ben venga quindi sempre la modernità, ma mai in forma patologica.
Il giornalista Biagio Simonetta indica la Svezia come paese evoluto perché in cima alle classifiche per pagamenti elettronici.
Di conseguenza, per Biagio Simonetta, la Svizzera rappresenta un paese di cavernicoli, dato che  negli ultimi dieci anni il denaro contante in circolazione in Svizzera è più che raddoppiato, passando da 35 a oltre 80 miliardi di franchi, mentre il limite ai pagamenti in contanti, cioè senza obbligo di verificare l’identità dell’acquirente, arriva fino a 100 mila franchi.
In ogni caso, affermare che in certi Paesi sono in atto da tempo strategie che mirano alle cosiddette cashless society significa implicitamente affermare che i cittadini di questi Paesi vengono sottoposti da tempo a un’elaborata distopia.
Prendiamo il caso svedese, ad esempio:
A novembre dello scorso anno, la Svezia ha comunicato di aver ridotto le compravendite in contanti a meno del 2 per cento delle transazioni complessive.
Tuttavia, quello che non viene mai detto è che ciò è stato possibile solo attraverso la spinta di anni di propaganda continua da parte del governo – a chi dice che la società con pochi o pochissimi contanti in Svezia ha trovato consenso senza alcuna imposizione dall’alto, consiglio pertanto di riflettere attentamente sulla forza della propaganda governativa, e in tal senso soprattutto il secolo scorso ha molto da insegnare.
Nonostante ciò, sembra che anche in Svezia si stiano accorgendo dei pericoli e delle disfunzioni insiti in una società senza contante: in un recente sondaggio, quasi 7 intervistati su 10 hanno infatti dichiarato di volere mantenere l’opzione di utilizzare denaro contante, mentre solo il 25 per cento desidera una società completamente senza contanti.
Forse perché gli svedesi si sono accorti che:
  • truffe e truffatori non spariscono affatto assieme al denaro contante;
  • che quando hai un sistema completamente digitale non hai armi per difenderti se qualcuno lo spegne;
  • che un sistema completamente digitale implica una restrizione indebita delle libertà individuali e fa quantomeno vacillare lo stesso concetto di democrazia.
  1. Un costo fisso poco conosciuto, e cioè quello relativo allagestione e al trasporto del contante, che secondo le stime diramate dall’Osservatorio Mobile Payment & Commerce del Politecnico di Milano, impatta sul sistema Italia per 9,5 miliardi di euro all’anno.

Trattasi di ragionamento fuorviante.
Ammesso che queste stime corrispondano a valori puntuali, questa enunciazione di dati non è in grado di provare niente.
Parlare infatti di costi senza tener conto se i benefici che scaturiscono da questi costi sono maggiori o inferiori a questi costi è un esercizio decisamente scorretto.
Non c’è modo di quantificare esattamente i benefici derivanti dall’esistenza del denaro contante, ma se per questo non c’è modo di quantificare esattamente neanche i benefici che derivano dal mantenere in essere tutte quelle istituzioni necessarie al funzionamento di una democrazia.
Tuttavia, se comprendiamo che il denaro contante rappresenta una di quelle restrizioni al potere politico che non dipende dalla buona volontà o dall’intelligenza dell’operatore politico di turno, capiamo anche che i benefici che derivano dalla sua esistenza e dalla sua possibilità di utilizzo legale sono maggiori di qualsiasi costo di gestione e trasporto del contante, il che ovviamente non esclude che questo costa debba essere sottoposto a ottimizzazione.
  1. il vero punto riguarda il mancato gettito fiscale derivante dall’utilizzo del cash, che è pari a 24 miliardi all’anno. L’Osservatorio milanese ha stimato che il 34% del transato in contante non è dichiarato, dunque sfugge al fisco, generando un fiume di denaro sporco che alimenta l’economia malata di questo Paese.

Trattasi di ragionamento fuorviante.
Anche qui ci troviamo di fronte a stime che non sappiamo se corrispondano a valori puntuali, ma in ogni caso il punto non è questo, il punto è che si vuol far passare l’idea è che una volta abolito il denaro contante il sistema diventerà automaticamente più efficiente nella gestione delle risorse.
Avviso ai naviganti: non c’è alcuna correlazione tra denaro contante e allocazione efficiente delle risorse, così come azzerare l’evasione fiscale non significa automaticamente un miglioramento nell’allocazione delle risorse, così come più gettito nelle casse dello Stato non significa automaticamente più benessere generalizzato.
Ciò significa che l’economia senza denaro contante potrebbe complessivamente migliorare oppure peggiorare, dato che non è l’esistenza o meno del denaro contante a determinare se le risorse vengono allocate in modo efficiente o non efficiente.
In conclusione, ricordiamoci sempre che se il denaro a corso legale non ha più alcuna possibilità di uscita dal circuito bancario (le banche avrebbero in cassa la totalità dei risparmi liquidi privati a corso legale senza via alternativa di scelta), di fatto la proprietà del denaro, o meglio di questo tipo di denaro,  passa da chi lo ha guadagnato a chi lo custodisce, ossia il circuito bancario e chi ha il compito di regolare tale circuito, cioè gli apparati statali.
Come sosteneva: Paul Claudel:
Chi cerca di realizzare il paradiso in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno.

Preso da: http://www.contantelibero.it/quello-che-non-capisce-o-che-non-vuole-capire-il-sole-24-ore-sul-denaro-contante/1005/

Il Manifesto per il Contante Libero

«Fino a che non diventeranno coscienti del loro potere, non saranno mai capaci di ribellarsi, e fino a che non si saranno liberati, non diventeranno mai coscienti del loro potere».
(George Orwell, 1984)

Il Manifesto per il Contante Libero
(versione short:
10 Punti per Il Contante Libero)

La tecnologia come mezzo di controllo sociale per imporre, attraverso una continua induzione di paure ed ansie, moduli di pensiero e comportamenti umani totalmente spersonalizzati, asserviti e ideologizzati. Obbiettivo finale: annichilire qualsiasi sentire, agire e pensare che possa essere veramente alternativo e concorrente. In sintesi, annichilire la libertà.
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Questo è il pericolo su cui ci ammonisce il celebre romanzo 1984 di George Orwell. Ciò nondimeno, in questi anni di crisi tale pericolo non è lontano da un suo pieno concretizzarsi. Buona parte della società civile e dell’opinione pubblica sembra non voler vedere questo mostro che cresce; lentamente e apaticamente essa sta lasciando la propria libertà nelle mani di un’entità manipolatrice dai tratti allo stesso tempo oligarchici e collettivistici.
Se vogliamo difendere la libertà (la nostra libertà) dobbiamo innanzitutto scrollarci di dosso l’apatia e prendere coscienza del nostro potere. Per far questo è necessario “educarci alla libertà” processo che in primo luogo implica il comprendere e il saper confutare rigorosamente la logica antirazionale propugnata dai nemici della libertà.
E’ nel suddetto contesto che va inserita “la battaglia per la difesa dell’utilizzo del denaro contante”. Una battaglia la cui finalità, pertanto, non consiste nel rivendicare la supremazia in termini assoluti di uno strumento di pagamento su un altro (banconote versus mezzi elettronici), bensì nel riaffermare il diritto delle persone di scegliere liberamente il modo che ritengono migliore di portare a termine i loro scambi economici.
Come tutti sanno nel nostro Paese la soglia al di sotto della quale è possibile utilizzare denaro contante per effettuare pagamenti tra privati o privati e società od amministrazioni non bancarie è stata recentemente abbassata fino all’attuale limite di 1000€ .
Nonostante ciò,  qualcuno non ancora sazio di prescrivere restrizioni alle libertà individuali continua a richiedere l’implementazione di ulteriori “stratagemmi” per disincentivare e ridurre ancor di più gli spazi d’uso del contante, con l’intento più o meno esplicito e consapevole di giungere in un futuro alla totale, o pressoché totale, soppressione di questa modalità di pagamento, affermando contemporaneamente il dominio artificiale della moneta elettronica.
A supporto della bontà della loro tesi, i promotori ed i sostenitori della cosiddetta lotta al contante adducono il fatto che tutto ciò sia pensato e studiato al fine di ottenere gradi maggiori di benessere generale, equità, progresso, giustizia sociale.
La verità, tuttavia, è assolutamente un’altra: la lotta contro l’utilizzo del denaro contante non annovera alcuno scopo nobile e le argomentazioni a suo sostegno sono pure mistificazioni della realtà oggettiva. L’unico vero obbiettivo di questa crociata consiste nel proteggere e consolidare il potere, le prebende e l’influenza di quella variegata casta di soggetti improduttivi che vivono e prosperano soltanto a scapito del lavoro altrui.
Con il pretesto di perseguire buoni propositi si vuole soltanto fare razzia dei diritti naturali dei più inermi.

La lotta al contante in quanto strumento fondamentale per combattere l’evasione fiscale.
Questa è l’argomentazione principale che viene usata da chi si prodiga per avere una società senza contante. Ad una prima analisi questa giustificazione sembrerebbe inattaccabile; tuttavia, mediante una disamina più attenta e approfondita si scopre che il grosso dell’evasione fiscale non ruota affatto attorno l’utilizzo del denaro contante, ma riguarda invece transazioni decisamente più sofisticate.
I fenomeni evasivi/elusivi numericamente più rilevanti, quali l’occultamento di ricavi e compensi o l’indebita deduzione dei costi, vengono, infatti, messi in atto con l’impiego di strutture e comportamenti fittizi che prescindono dall’uso del contante e dall’obbligo di avvalersi del canale bancario per rendere le operazioni tracciabili.
Diffondere l’idea che la maniera più efficace per contrastare l’evasione fiscale risieda nella lotta al contante significa, dunque, pubblicizzare volutamente un erroneo convincimento. L’evasione si combatte mettendo a punto un quadro normativo stabile e facilmente comprensibile, tagliando il numero degli adempimenti, instaurando un rapporto di fiducia tra il Fisco e il contribuente e riducendo in maniera sistematica e ragionevole la pressione fiscale tramite un preventivo calo della spesa e dell’inefficienza pubblica.
A fronte delle sopraccitate misure, l’eliminazione del contante non serve praticamente a nulla se non a privare milioni di cittadini (il popolo minuto) dell’unico formidabile strumento di “dissenso di massa” che essi possono avere a loro disposizione per non essere sopraffatti da inique regole e politiche fiscali.
La lotta al contante non incide direttamente sulla libertà e le abitudini delle persone.
Affermazione semplicemente senza senso. Restringendo le possibilità per gli agenti economici di scegliere come metodo di pagamento ciò che essi considerano più adeguato, si va ad incidere per forza di cose direttamente sulla libertà e le abitudini delle persone.
Contante strumento scomodo ed obsoleto.
L’esperienza sostiene l’esatto contrario. Nella quotidianità solamente l’impiego del contante permette ad alcune transazioni di essere portate a termine in maniera celere e quindi proficua. Di conseguenza, eliminando o riducendo ancor più drasticamente questa modalità di pagamento, si introdurranno necessariamente in più parti del sistema economico rimarchevoli inefficienze che, in ultima analisi, avranno il demerito di rendere maggiormente complicata la vita delle persone.
La lotta al contante è decisiva anche nella lotta ai furti e alle rapine.
«Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza».
Basterebbe citare questo famoso aforisma di Benjamin Franklin, uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America, per dimostrare l’illegittima sussistenza di questo assunto. Ma, poiché è necessario essere veritieri fino in fondo, si deve anche constatare come l’eliminazione del contante non rappresenti sicuramente la panacea contro furti e rapine. Clonazione di bancomat e di carte di credito, manipolazione di conti bancari, furto d’identità o anche le incresciose aggressioni alle abitazioni dei cittadini sono tutti esempi di fenomeni criminali sui quali la lotta al contante non può avere di certo un’incidenza decisiva.
La lotta al contante è una vera e propria battaglia di civiltà.
Alcuni si spingono a definire addirittura la lotta al contante come una  vera e propria battaglia di civiltà, dando sostanzialmente origine ad una nuova forma di polilogismo (Il polilogismo è la dottrina che nega l’uniformità della struttura logica della mente umana): da una parte c’è chi ripudiando l’utilizzo del denaro contante ha sposato la cultura della legalità, dall’altra parte c’è chi non ripudiando tale utilizzo ha deciso di porsi, almeno teoricamente, al di fuori di questa cultura.
Questa presa di posizione è soltanto un grezzo espediente per evitare qualsiasi confronto approfondito, critica o discussione sul merito. Trattasi di falso razionalismo utile a nascondere l’irragionevolezza e l’illogicità di una tesi. Non avendo a proprio sostegno argomentazioni davvero valide, l’esercito della lotta al contante sposta la sua lotta sul terreno della pura ideologia allontanandosi così in maniera intenzionale dalla realtà delle cose.
Dinanzi ad un atteggiamento del genere si può comprendere appieno la posizione di chi ostinatamente porta avanti la crociata contro il contante: trovandosi nell’impossibilità di avere l’avallo della verità scientifica, tenta scorrettamente di plagiare la mente dei propri interlocutori

«Chi cerca di realizzare il paradiso in terra, sta in effetti preparando per gli altri un molto rispettabile inferno»
(Paul Claudel)

“Eliminare il contante rappresenterebbe un atto di spoliazione dei nostri diritti alla libertà”.
La progressiva eliminazione del contante e la simultanea imposizione dall’alto della moneta elettronica alimenta il potere arbitrario e discrezionale delle élites politiche e finanziarie. Il costante consolidamento di questo potere è da ritenersi estremamente pericoloso poiché sottende, in conclusione, l’indotta accettazione di una società dalle caratteristiche distopiche dove l’uomo non è concepito come fine, bensì come mero mezzo.
Per impedire tutto ciò bisogna iniziare a far sentire il nostro grido di disapprovazione.

 Firma per il Contante Libero.
Vai ai 10 Punti per Il Contante Libero il Manifesto in versione short.


Preso da: http://www.contantelibero.it/documenti/manifesto-contante-libero/

Laura Boldrini e la guerra all’uso del contante

Giovedì, 3 ottobre 2019 – 19:53:00

Il Governo prepara una durissima guerra al contante, che traccia il solco per un controllo totalitario sulla libertà finanziaria di ciascuno

di Andrea Lorusso
Laura Boldrini: “L’unica strada che abbiamo è la tracciabilità. Noi dobbiamo sapere chi spende e in cosa”
Laura Boldrini e la guerra all'uso del contante 

Un mondo in cui il contante non sia più stampato né circolante, non è un oscuro presagio, ma una concreta possibilità nel momento in cui questo andazzo legislativo fosse confermato e poi man mano rinfocolato. Si parte dai bonus per le carte di credito alle penalità per il denaro liquido, per poi, una volta invertito il paradigma, arrivare ad obblighi via via più stringenti.
Non è una cosa che si faccia dall’oggi al domani, è vero, ma non reagire ora significa porre la prima pietra per la tomba del contante libero. L’ex Presidente della Camera Laura Boldrini ha fatto una affermazione agghiacciante: “Può sembrare dura, ma di fatto la tracciabilità è l’unica cosa che abbiamo. Noi dobbiamo sapere chi spende e in che cosa, la carta di credito ce lo fa sapere.”

A che titolo lo Stato dovrebbe conoscere ogni spesa del cittadino? Perché dobbiamo partire dalla presunzione di colpevolezza per il consumatore? Dov’è finita la privacy? L’uso obbligatorio delle carte significa tenere traccia di ogni spostamento, ogni bottiglietta d’acqua o caffè consumato, in quale bar, che regali si fanno, ogni anfratto della nostra vita verrebbe tracciato perché – piaccia o no – è dal flusso di denaro che ormai si può comprendere qualsiasi cosa.
Se facciamo una vacanza in Tibet, se il marito compra l’anello alla moglie o all’amante, se un uomo va a prostitute, o ha un problema medico per cui fa una visita specialistica, in qualsiasi posto del globo voi vi troviate, sarete sotto la lente d’ingrandimento del Grande Fratello.
Per non parlare delle implicazioni commerciali, i dati finanziari saranno appetibili e succulenti per i big data, i cookie, per la pubblicità mirata, e tutto si svilupperà a tenaglia per tracciare, riproporre e “carcerare” gusti, piaceri ed abitudini. L’abitudine è la più “bella” forma che ha il mondialismo commerciale per mantenere lo status quo di consumo.
Già oggi i più avveduti si renderanno conto che il loro smartphone tenga traccia di loro, senza avvisi particolari, senza che magari siano attive le mappe, dando alert Google su ristoranti, metodi di pagamento GPAY accettati o altre diavolerie. Un mondo in cui il denaro non è più libero, l’uomo non è più libero. Anche gli aiuti solidali tra conoscenti, gli spiccioli a bordo strada ai mendicanti, saranno inibiti; Qualsiasi forma di prestito tra amici o famigliari, tutto dovrà passare su delle piattaforme.
I nuovi sistemi potranno rendere straccione chiunque di noi con un click, l’insubordinazione non sarà più ammessa dall’Autorità. Immaginate una misura restrittiva – anche sbagliata come spesso accade – che d’imperio spenga i vostri chip, o anche un bug, un errore informatico o gestionale, non saremo più padroni della nostra capacità di spesa. Solo affittuari di pezzi di codice. Una fucilata al cuore delle politiche sociali, allo Stato di diritto liberale e liberista.
La moneta non sarà più legata a nessuna emissione, a nessun valore, a nessun spostamento, sarà un algoritmo a gestire le transazioni, e le transazioni a loro volta saranno soltanto algoritmo. Abbinatelo all’interazione uomo-macchina, ed ecco servita l’estinzione dell’essere umano. Sarà per questo che presto uscirà un nuovo Matrix al cinema?

Di Andrea Lorusso
FB @andrealorusso1991

Preso da: http://www.affaritaliani.it/politica/laura-boldrini-e-la-guerra-all-uso-del-contante-629314.ht