Carla Ortiz, attrice boliviana, racconta la sua esperienza nella Siria devastata dalla guerra tra le menzogne dei media occidentali e la realtà quotidiana.

Pubblichiamo intervista rilasciata da Carla Ortiz ad RT Francia, inizi febbraio 2017.

 

Carla Ortiz : «La guerra in siria é stata inventata di sana pianta»
Testimonianze di abitanti, menzogne dei media occidentali e realtà quotidiana in Siria… L’attrice boliviana Carla Ortiz parla della sua esperienza di parecchi mesi in Siria, devastata dalla guerra.
Carla Ortiz è un attrice boliviana. Ha girato un documentario ( in Siria che sarà diffuso a giugno 2017). 
RT : Avete realizzato un documentario sulla guerra in Siria (Carla Ortiz mostra il vero volto dei media occidentali). Come siete arrivata a pensare  questo progetto?

Carla Ortiz (C. O.) : Se ne parla in continuazione, questo soggetto è costantemente nei titoli di tutti i programmi di informazione. Ci dettano l’idea secondo cui il medio-Oriente è una regione caraterizzata da conflitti continui, una situazione senza via di uscita. La morte delle persone non è altro che statistica. Ho cominciato a cercare delle risposte e mi sono resa conto che la realtà era totalmente diversa. Dopo ciò, ho deciso di andare in Siria per ascoltare la versione dei siriani sul posto.
RT : Una religiosa argentina, Guadalupe Rodrigo, che è in Siria da molti anni, fa parte di quelli che credono che il conflitto in Siria sia stato pianificato, che non si tratti di una sollevazione spontanea del popolo siriano.
C. O. : Dopo aver attraversato il 75% del paese, ho capito che il mio dialogo con i suoi abitanti si ripeteva costantemente. Al di là del luogo, dello stato sociale o della religione dell’intervistato, ottenevo sempre la stessa risposta: la guerra è stata totalmente costruita, volontariamente e con cura. Delle donne mi hanno raccontato che vi erano persone che le proponevano dei telefoni satellitari per poter filmare le provocazioni, gli scontri per poi potere trasmettere alla rete televisiva saudita Al Arabiya.
RT : Guadalupe Rodrigo dice anche che, dal punto di vista siriano, i media occidentali hanno mentito da principio e hanno deformato la realtà. Cosa le hanno detto i siriani dei media occidentali?
C. O. : hanno perso fiducia in questi media occidentali, perché questi ultimi hanno spesso abusato delle informazioni a cui avevano accesso (Come trasformare dei tagliatori di teste in “ribelli”). Hanno deformato le storie, o omettendo  alcune parti di interviste, utilizzando tutto a vantaggio del meccanismo che avevano creato. Di conseguenza, vi sentite perso e non sapete più dove é la verità, tutto diventa molto .
Se andate in Siria, vedrete che i veri Siriani parlano di pace, unità, amore.
RT : Altro fatto interessante: nel vostro film dite che non c’erano giornalisti stranieri sul terreno durante la battaglia di Aleppo…
C. O. : no, non ce n’erano. Ce n’erano in Aleppo, erano nel mio stesso albergo. Li vedevo alla colazione, li ho conosciuti, conosco i loro nomi… ma, per una ragione che ignoro, non erano sulla linea del fronte.
Chi c’era? Dopotutto, ci sono andata e non c’erano bombardamenti sui civili. Ci sono stata e sono sfuggita a numerosi spari. Chi riportava le notizie? Ero ad Aleppo e non potevo dire a mio padre che stavo bene, che ero viva. Ma alcuni militanti strillavano (La fantastica campagna del “messaggio finale” da Aleppo, filmando tutto questo sui loro telefonini. : “ ci uccidono!”, “ Oh, stiamo per morire!” Se avevano una comunicazione satellitare, vuol dire che erano partigiani dell’altra parte. E’ una delle complesse contradizioni dove entrano in gioco il fattore umano e la logica.
RT : C’è anche la storia di Bana, una piccola bambina che avrebbe twittato da Aleppo. Questa storia è molto diffusa in Occidente..Questa storia è credibile, visto che non c’era, molto semplicemente, alcun accesso ad internet?
C. O. : Non riesco ad immaginare questo, semplicemente per il fatto che noi filmavamo senza luce a causa dell’assenza di elettricità. Anche nella parte Ovest di Aleppo, che era sotto protezione, non potevamo utilizzare né prese né ricariche per i nostri apparecchi. Da dove vengono questi video? dove sta leggendo libri elettronici? molto spesso in questi video non si sente neppure un colpo d’arma da fuoco. Come può dire una bambina di 7 anni che se ne infischia di una terza guerra mondiale che tanto Bashar non vince?
Un bambino siriano non sceglierebbe mai tra la guerra e la morte. E’ difficile spiegarlo alla gente.Ma se andate in Siria, vedrete che i siriani parlano di pace, unità, di amore. Ciò assomiglia a della poesia, ma questo si sente nei loro proclami, ovunque andiate. Ho parlato con loro, con dei bambini che sono stai obbligati a combattere dalla parte degli estremisti, che sono stati obbligati ad uccidere, e mi hanno detto “ Non vogliamo altro che la pace. Vogliamo ricostruire il nostro paese”. Trovo difficile credere che questo conflitto non sia il risultato di una manipolazione esterna da parte di certe forze che hanno un altra filosofia di vita.

Ad Aleppo si sentivano esplosioni ogni minuto, ogni 30 secondi. Una notte un bombardamento è durato 4 ore. 
RT : Menzionate anche un fatto interessante: questi video, che si dice siano stati filmati ad Aleppo, dove non si sentono esplosioni, mentre tutto il mondo dice che questa città é costantemente bombardata.
C. O. : E’ divertente, perché durante 8 mesi di viaggi frequenti in Siria, in alcune città, il bombardamento avveniva una volta al giorno o una volta ogni due giorni. Si sentivano spari ogni tre ore..

Quando eravamo Darayya durante la battaglia per il controllo della città, sentivamo esplosioni ogni 15-20 minuti. Ma ad Aleppo sentivamo esplosioni ad ogni minuto, ogni trenta secondi. Una notte, un bombardamento é durato quattro ore senza interruzione.In questo periodo, non volevo che una cosa, svegliarmi viva e poter cominciare un nuovo giorno. In tutti i miei filmati si sentono spari. Dunque, non capisco dove questi video siano stati realizzati se non ci sono questi suoni, soprattutto se questi video sono stati realizzati realmente ad Aleppo-Est…

RT : Secondo voi, la comunità internazionale è responsabile del conflitto siriano? Quale grado di responsabilità ricadde sull’esercito siriano? parlate di una percezione dell’esercito siriano molto diversa da parte del popolo Siriano..
C. O. : Non direi mai che non esiste alcuna opposizione, ovviamente, esiste. E conosco parecchia gente che ne fa parte, ho molti amici nell’opposizione e ci siamo confrontati su questo soggetto. Ma l’opposizione siriana non porta armi.

L’opposizione siriana ama la Siria e non distrugge il suo paese. Oppositori siriani si trovano all’estero sognando di tornare nel loro paese. Penso che ad un certo punto la comunità internazionale abbia deciso che il popolo siriano voleva disfarsi di questa forma di governo, e di conseguenza, attraverso una sorta di complotto, è apparso il movimento in favore della rivolta.
Nonostante ciò penso che in realtà la situazione sia totalmente diversa. Ed è diventato tutto così evidente dopo 6 anni di guerra. Se no, avrebbero già deposto il loro presidente. L’esercito siriano è attualmente composto per la maggior parte da volontari, ragazze e ragazzi di diciotto anni.. Sono ragazzi che, invece di stare a cazzeggiare su whataspp e di farsi dei selfie, si armano e cercano di vincere il terrorismo. Di conseguenza, credo che la comunità internazionale dovrebbe riconsiderare la sua politica straniera, la politica che noi abbiamo condotto in Siria, compresa quella delle sanzioni economiche contro questo paese. Dopotutto, il petrolio siriano si vende ancora, ma chi ne beneficia? E non è la mia immaginazione, si trova tutto ciò e facilmente in rete. Sono i terroristi, i gruppi estremisti che beneficiano di tutto ciò. J
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NON E’ LESERCITO DI BACHAR AL-Assad, è L’ ESERCITO SIRIANO.
RT. : Avete avuto l’occasione di parlare con soldati dell’esercito siriano? Come vivono la situazione? Per esempio quando i media occidentali mettono in circolazione dei rumors secondo i quali, durante l’evacuazione di Aleppo, l’esercito si sarebbe lasciato andare a brutalità contro i civili.
C. O. : Non è vero. Ho ancora dei video sul pio portatile, li ho pubblicati e diffusi. Chi mi ha difeso, secondo voi, quando ero lì? Non chiedevo certo la protezione dello Stato islamico o di Al-Nosra. I terroristi non mi avrebbero protetto. Bisogna sapere che  mai mi avrebbero permesso di spostarmi liberamente e che mi avrebbero imposto vestiti totalmente avvolgenti. E’ l’esercito siriano che mi ha protetto, ho parlato molto con loro. Sono soldati semplici. Tra di loro, ci sono ingegneri civili, molti medici, architetti, anche dei pescatori. Loro mi difendevano. Sono i “cattivi” dell’esercito di Bachar el-Assad. Ma non è l’esercito di Bachar Al-Assad, è l’esercito siriano. Volete che vi dica che che cosa hanno fatto? Si sono messi in fila, formando una sorta di muro umano, perché gli evacuati potessero uscire sani e salvi, mentre i cecchini isolati cercavano di colpirli. La cosa più triste, in tutto questo, é che nessuno guadagna dentro questa guerra, perdiamo tutti. Dopotutto anche i terroristi hanno dei bambini. E per colpa dei loro padri questi bambini restano in casa e muoiono lo stesso. Per ora, i bambini non hanno scelta, non hanno la possibilità di scegliere e questo è il più difficile. Certo, la gente muore, la guerra è quello che é. E molte ingiustizie in futuro ci attendono ancora.
RT. : La partecipazione nel conflitto dei se-dicenti “Caschi bianchi”, questa ipotetica organizzazione non governativa di cui si è detto avesse legami coni governi americani ed inglese,  è stata oggetto di discussione. Siete stata testimone della partecipazione dei “Caschi bianchi” nella guerra in Siria?
C. O. : Certo, volevo intervistarli, quando ero ad Aleppo. Ho fatto domande su di loro. Alle mie domande sui “caschi bianchi” tutta la gente mi rispondeva che non li conoscevano. Parlo di persone che hanno attraversato Aleppo da Est ad Ovest, che sono stati rinchiusi nella città e completamente tagliati fuori dal mondo esterno, durante questi 4 anni, nella parte orientale di Aleppo, Ho mostrato loro delle foto spiegando “ Sono questi i caschi bianchi, l’organizzazione pacifica che vi aiuta. Ma ci hanno risposto: “No, no, Questo è lo Stato islamico”!” Per loro, lo Stato islamico, sono tutti i terroristi e poca importa che ci siano almeno 47 organizzazioni terroristiche…
i “caschi bianchi” candidati all’Oscar, il premio per il “miglior documentario di propaganda” li aspetta

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Syria. Alawiti: il genocidio dimenticato. Bahar Kimyongur

Questo contributo di Bahar è stato scritto a fine 2014. Punta l’obiettivo sulla condizione della comunità alawita in Siria

Siria, il genocidio dimenticato

Bahar Kimyongur

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A partire dall’autunno 2014, si è verificato un cambiamento nella politica estera dei paesi europei. Le capitali occidentali hanno deciso di mobilitarsi per la popolazione siriana, irachena e curda vittime delle follia omicida dello Stato Islamico (ISIS). Sicuramente il contributo alla lotta contro Daech è minimo, ma ogni avanzata in termini di mobilitazione, anche la più timida, merita incoraggiamento. Si é dovuto, comunque attendere la barbara esecuzione di due giornalisti americani perchè USA ed UE prendessero consapevolezza della minaccia jhiadista. D’altra parte, le atrocità commesse in Siria da un Islam pervertito sono lontani dall’essere una specificità dello Stato islamico.

Non si può infatti dimenticare le crudeltà jihadiste subite da molte popolazioni arabe ben prima dell’apparizione dello Stato Islamico.
La guerra contro le “eresie” è stata infatti lanciata da gruppi armati che agivano sotto la bandiera dell’ Esercito Siriano Libero (FSA) dal 2011, primo anno della guerra civile in Syria.
Prima delle persecuzioni che hanno colpito gli yézidis, i ciristiani, i sunniti o i laici, le stesse persecuzioni di cui oggi possiamo essere diretti testimoni, il terrorismo settario ha dapprima colpito gli sciiti per favorire l’occupazione USA in Irak nel 2003 e, subito dopo, gli alawiti all’inizio di quella che tutti conosciamo con il nome di “Primavera Siriana”
Se la brutale repressione nei confronti degli yézidiis e dei cristiani di Siria ed Iraq, ha scatenato lo sdegno e la solidarietà dell’opinione pubblica occidentale, vediamo come la politica di persecuzione sistematica che ha come obiettivo gli alawiti in Siria non ha suscitato affatto la medesiama compassione.
Gli alawiti rimangono infatti gli imbattibili capri espiatori per gli ambienti ortodossi “cacciatori di eretici”.
Numerose ragioni teologiche spiegano l’odio atavico che i gruppi identitari più conservatori sprigionano verso questa minoranza mussulmana dissidente.

Prima di tutto l’Alauismo si fonda sulla credenza nell’essenza divina di Ali, crimine apostatico che i mussulmani sunniti ortodossi giudicano gravissimo, mentre il clero sciita,al quale si sentono relativamente vicini, li definisce “esagerati” (ghoulat).

La pratica religiosa degli alawiti è inoltre minimalista e liberale: le preghiere vengono effettuate in maniera aleatoria, in posizione eretta o seduti e non prevedono la prostrazione. Non praticano le cinque sequenze di preghiera, non vanno alla moschea, non effettuano il pellegrinaggio alla Mecca e si oppongono alla Charia. Il culto alauita è dunque un culto esoterico ed inziatico.

Nemmeno riguardo ai luoghi di culto gli alawiti mancano di originalità: venerano infatti i saggi della loro comunità inumati dentro piccoli mausolei di colore bianco sormontati da cupole. Questi piccoli edifici costruiti su colline verdeggianti sono chiamati “Ziyara” o “Qoubba”.
Il loro culto prevede anche la celebrazione di alcune feste Cristiane, cosa che gli rende ancora più frequenti le accuse di “politeismo”.
La libera interpretazione dei testi islamici e l’ allontanamento dall’ortodossia sunnita condanna gli alawiti ad essere, fin dalla loro comparsa, in testa alla lista delle comunità “sacrileghe” da sterminare.

Nel XII secolo, il pensatore sunnita Aboud Hamid al Ghazali dichiarò gli alawiti “apostati in materia di sangue, soldi, matrimonio e di macelleria” decretando che “era un dovere ucciderli”.

Due secoli più tardi, un giurista sunnita della scuola religiosa Hanbalita chiamato Ibn Taymiyya descrisse gli Alauiti come più “miscredenti degli ebrei o dei cristiani”, emettendo una Fatwa che chiamava a “versare il sangue degli Alauiti per piacere ad Allah”.

Ibn Taymiyya diffuse l’idea mostruosa che uccidere un Alauita valeva più che una giornata intera di preghiera. Questo appello all’omicidio fu accompagnato da una campagna di diffamazione che descrisse gli Alauiti come i membri di una setta orgiastica che praticava l’incesto.

La maggior parte dei gruppi armati oggi in Siria venerano Ibn Taymiyya ed applicano la sua fatwa anti-Alauiti alla lettera. Alcune brigate dell’ ”Esercito Siriano Libero” hanno deciso di prendere il nome dell’inquisitore medievale.

Nel Luglio 2011, i quartieri Alauiti di Homs sono stati attaccati da gruppi jihadisti. L’esercito ha dovuto interporsi per proteggere gli abitanti Alauiti della città.
Nei villaggi di Lattaquié, Aqrab (Hama), Maksar al Hessan (Homs), Maan (Hama) e Adra (Damasco) decine di civili Alauiti sono stati massacrati per il semplice motivo di appartenere a questa comunità.

Nell’ Agosto 2013, lo sceicco Alauita Badr Ghazali è stato catturato da un gruppo di sunniti “moderati” che hanno voluto giudicarlo di fronte a un tribunale dell’inquisizione prima di torturarlo fino alla morte.

I gruppi armati antimoderati hanno abilmente associato le parole “regime”, “Alauita” e “Chabbinhas”, rappresentando i membri di questa comunità come dei mafiosi filo-Assad responsabili di numerose atrocità.
Questa confusione retorica è stata estremamente efficace per creare confusione all’interno del panorama medio-orientale.
Da una parte, ha permesso all’opinione pubblica internazionale di accettare le peggiori angherie commesse dai ribelli contro i civili lealisti. Le stragi di civili innocenti venivano infatti dipinte come un atto di rappresaglia legittimo contro i mostruosi “Chabbinhas”.
Dall’altra parte, ha stimolato il sentimento identitario ed anti-Alauita tra i Siriani sunniti.
Alcuni gruppi terroristi risparmiavano i prigionieri sunniti civili sospettati di lealtà verso il governo e in alcuni casi anche i militari.
Questo diritto di ravvedimento concesso ai sunniti lealisti faceva parte di una strategia di distruzione del piedistallo ideologico e culturale della Siria moderna.

Gli Alauiti catturati dai gruppi armati non hanno avuto, salvo rare eccezioni, la possibilità di uscire vivi dalla propria prigionia.
Praticando questo terrore selettivo, l’opposizione radicale cercava di fare esplodere le fondamenta della società siriana.
Durante gli anni ‘70, i “Fratelli Mussulmani” hanno fatto ricorso allo stesso modus operandi che consisteva nel rapire i lealisti, separando Alauiti e sunniti, e uccidere solo i primi.
In tutta la storia della Siria moderna, gli Alauiti non hanno avuto altra scelta che fondersi nella massa evitando di mostrare qualsiasi etichetta identitaria, vista la loro inferiorità numerica e la loro vulnerabilità.
Mentre gli Alauiti evitano di evocare il piano di sterminio di cui sono vittime per paura di differenziarsi dall’Islam maggioritario e di contribuire così alla polarizzazione confessionale nel loro paese, i gruppi armati di opposizione hanno sistematicamente imputato ogni crimine di stato commesso presumibilmente da un Alauita, a tutti i 3 milioni di Alauiti che vivono in Siria.

Questa propaganda si è dimostrata redditizia su numerosi livelli, compreso quello finanziario. Molti gruppi armati antiregime, per esempio, hanno fatto dell’odio anti-alauiti la loro attività per attirare i ricchi predicatori settari di stanza nei paesi del Golfo dove è di moda accusare gli Alauiti di essere agenti dell’Iran.
Per alimentare l’odio anti-alauita, alcuni provocatori pro-sauditi si sono concentrati su una vittimizzazione permanente che si basava su questa ridicola equazione: visto che la lotta anti-terrorismo è condotta da uno stato che conta un gran numero di Alauiti funzionari e militari alle sue dipendenze, gli Alauiti sono collettivamente responsabili delle nostre disgrazie.

Al contrario, non esiste nessuna base religiosa che giustifichi la violenza Alauita contro un sunnita, né una figura come Ibn Taymiyya o Al-Ghazali all’interno di questa comunità. Non esiste nemmeno una sorta di concezione di “Suprematismo Alauita”. L’idea stessa di proselitismo é inconcepibile perché la preoccupazione degli Alauiti è di sopravvivere e non di imporsi, di conquistare o di convertire.
La tradizione Alauita incoraggia la comunità ad adattarsi all’ambito religioso in cui vivono, vivere da sunniti tra i sunniti e da cristiani tra i cristiani.
Di conseguenza, il soldato Alauita che agisce dentro un quadro nazionale, si batte nel nome della patria, dell’arabismo e della sicurezza a fianco del suo commilitone sunnita e non nel nome della sua comunità contro un altra comunità.

La relativa sovradimensionata rappresentanza degli Alauiti nell’esercito non ha niente a che vedere con un qualsiasi “complotto Alauita” o con la volontà di oppressione delle altre comunità. La loro origine contadina ha fatto sì che gli Alauiti raggiungessero l’esercito per fuggire dalla povertà che inaspriva le già difficili condizioni di vita sulle montagne siriane, vedendo nella carriera militare l’unico sbocco per aspirare ad una vita dignitosa.
L’altra ragione per la quale questa comunità ha aderito in maniera massiccia all’esercito, è da ricercare
nei rapporti tra gli Alauiti e lo stato moderno e alla loro atavica condizione di “ sotto-uomini” all’interno della società feudale siriana.

La costituzione di un esercito nazionale ha quindi permesso agli Alauiti non solamente di sopravvivere alla miseria, ma anche di accedere all’eguaglianza di cittadinanza.

Malgrado l’onnipresenza del confessionalismo in Siria, in tre anni di guerra, nessuna milizia Alauita, rivendicandosi come tale, è apparsa sul fronte siriano.

Per proteggere la loro patria e le loro case, i membri di questa comunità si sono mobilitati in diversi modi: aderendo all’esercito governativo, alle Forze di difesa nazionale, alle brigate Baath e anche alla “Resistenza siriana”, una milizia patriottica creata dal militante comunista turco-siriano Mihrac Ural.
Tutte queste milizie sono multi confessionali e sostengono l’eguaglianza tra Alauiti e sunniti, contrariamente ai gruppi armati anti-regime che non hanno cessato di praticare “l’esagerazione confessionale” proclamandosi pro-sunniti ed anti-alauiti.

Per quanto il conflitto siriano abbia fondamentalmente un’essenza politico- ideologica, i gruppi di opposizione non hanno cessato di imporre la loro lettura confessionale, di differenziare le comunità religiose e di mettere le une contro le altre.
Riducendo la guerra in Siria ad un conflitto tra sunniti e Alauiti, i media occidentali hanno riprodotto la propaganda settaria dell’opposizione.

Il direttore esecutivo del “Centro mondiale per la responsabilità di proteggere” ha definito molto probabile l’ipotesi di un prossimo genocidio nei confronti degli Alauiti.
Questo genocidio è però attualmente già in corso e si sviluppando sotto i nostri occhi in maniera del tutto indifferente.
La barbarie generalizzata del conflitto siriano ha dunque come conseguenza la banalizzazione del genocidio anti-alaouita, facendo passare le persecuzioni di massa che subiscono gli Alauiti come conseguenza ai crimini commessi dallo stato siriano verso i ribelli.
Più di un anno fa, un jihadista si è fatto esplodere davanti alla scuola Makhzoumi nel quartiere di Akrama ad Homs. 8 scolari, per la maggior parte Alauiti, sono rimasti uccisi nell’esplosione. Nel sistema di pensiero jihadista, l’origine di questi bambini è un motivo sufficiente per l’eliminazione. Questa strage non ha però sconvolto l’opinione pubblica occidentale che non ha dato alcun peso alla gravità del fatto.

Oltre agli Alauiti , altre minoranze siriane di origine sciita subiscono la stessa sorte: il 4 agosto 2014, giorno dell’anniversario dell’assalto jihadista ai villaggi Alauiti con il conseguente massacro di numerosi abitanti, una famiglia di confessione ismaelita è sta decimata a Mzeiraa vicino alla città di Salmyia dai gruppi anti-governativi per il solo fatto di appartenere ad un’altra confessione.
Ancora una volta, dei presunti testi sacri hanno permesso e giustificato la strage di un gruppo di individui.
La commissione di inchiesta delle Nazioni Unite, che investiga sui crimini di guerra in Siria, ha promesso di non lasciare alcun crimine impunito.
Ad oggi, i gruppi di terroristi che massacrano deliberatamente donne, bambini e vecchi per eresia non sono mai stati indicati come tali.
L’indifferenza totale manifestata dalla comunità internazionale riguardo gli Alauiti annuncia un periodo molto duro per questa minoranza che lega inesorabilmente la sua sopravivenza a quella dello Stato siriano.

I gruppi di opposizione accusano Mihrac Ural ed il suo gruppo di aver commesso un crimine di massa di centinaia di sunniti nel villaggio di Bayda e nella città di Baniya. Il solo indizio sul quale i gruppi di opposizione si appoggiano per incriminare Ural è un video dove lui consiglia di “pulire Baniyas dai terroristi”. Ora, la parola, “pulizia” è un termine militare utilizzato da tutti i combattenti in Siria e non dà alcuna indicazione sulla responsabilità personale dell’individuo indicato. Inoltre le milizie di Mihrac Ural sono schierate a Nord della provincia di Lattaquié e non nella zona in cui si trova Baniya. Questa frase non può quindi essere considerata come una prova in sé. Mihrac Ural nega categoricamente i fatti spiegando che la sola ragione di lottare è quella di difendere i cittadini siriani di tutte le confessioni dai gruppi terroristi che si infiltrano dalla Turchia.
Da notare che il regime di Damasco ha creato delle milizie d’appoggio che hanno l’obiettivo di aiutare l’esercito e proteggere le loro zone, ma anche con l’obiettivo informale di disciplinare i propri partigiani e di evitare regolamenti di conti legati alla confessione religiosa.
Per quanto nella lingua turca esista una sola parola, Alauiti, che indica questa confessione religiosa, è necessario specificare la differenza tra ALEVITI (Turchia) e ALAUITI (Syria). La confessione Alevita può essere paragonata alla Teologia della Liberazione in America Latina e ha costituito nel corso degli anni la tradizione della sinistra rivoluzionaria Turca.

Bahar Kimyongur

GIornalista turco-siriano Osservatore dei conflitti in Medio-Oriente Autore, fra l’altro, di Siriana la conquista continua. archeologo, ricercatore

 

***

Il genocidio non è terminato…

 

Sarah Bilal uccisa assieme ad altri 25 nel doppio attentato di DAECH a #Zahra nel quartiere alauita di #Homs. Il 26 gennaio 2016.

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Aleppo lì dove la fiction si è frantumata contro la realtà. Intervista a Rudolf El-Kareh (II parte).

Pubblichiamo la seconda ed ultima parte dell’intervista a Rudolf EL-Kareh, sociologo e politologo libanese. La prima è stata pubblicata su queste pagine venerdì 3 febbraio 2017.

Prima Parte

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D. Chi aveva interesse a distruggere la Siria? E perché?
Ci sono state ambizioni politiche e geopolitiche, d’altronde spesso in concorrenza, da parte di Stati dotati di mezzi finanziari. Costoro hanno pensato di poter imporre i loro interessi finanziando gruppi di mercenari con il via libera per distruggere Stati storici o tentare di neutralizzarli, con il fine di accentuare l’oscillazione egemonica verso alcune monarchie del Golfo.
C’è stato, in generale, una convergenza di interessi e di strategie spesso congiunturali, tra alcune potenze internazionali e Stati regionali, attorno alla prospettiva di una distruzione dello Stato siriano o, male che andasse, al suo indebolimento estremo, in conseguenza della sua posizione angolare nell’architettura del Mashrek.

Il presidente turco Erdogan ha pensato dal canto suo che il supposto indebolimento della Siria gli avrebbe permesso di verificare le ambizioni egemoniche sognate da alcuni ideologi  dell’AKP, manipolando le differenti fazioni dei fratelli mussulmani. Il ritorno di Aleppo nel seno dello Stato siriano ha inferto un colpo durissimo a questa ipotesi, come lo evidenziano ad esempio le reazioni delle autorità turche che son oggi nella confusione più totale, anche se questa confusione ha la sua logica.
Un quotidiano vicino ad Erdogan ha pubblicato una cartina della Turchia che integra Aleppo, Kirkouk e Mosul:(http://media.linkonlineworld.com/img/Large/2016/10/19/2016_10_19_11_17_14_689.jpg )

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rimettendo in discussione le frontiere nazionali. Lui stesso invoca la pace ma contesta il trattato di Losanna del 1923che definisce le frontiere della Turchia attuale, con il rischio di un conflitto con la Grecia e con l’UE. Che questo piaccia o no, anche i “progetti storici” sognati dei dirigenti israeliani non sono lontani, e la sollecitudine di questi ultimi verso i gruppi terroristi è pubblica.

D. Quale è il significato politico della ripresa di Aleppo da parte dello Stato siriano?

R. E’ un passaggio basilare, essenziale, anche se restano altri passi da fare, nella ripresa del controllo del territorio nazionale. E’ un dovere costituzionale che spetta a qualsiasi Stato del mondo. Ne va dell’ordine internazionale moderno, frutto delle norme dei trattati di Westphalia in Europa, e che sono notoriamente alle fondamenta delle relazioni internazionali codificate dalla Carta dell’ONU.

Ricordatevi che il caos in questa regione fu annunciato nel 2006 da Condoleeza Rice, allora segretario di Stato USA, che dichiarò perentoriamente che quei trattati erano superati, inaugurando così un nuovo e sanguinante disordine generale. Questo non significa che il controllo ritrovato del territorio nazionale da parte dello Stato siriano si realizzerà sul piano militare. I processi di riconciliazione che continuano, sono uno degli strumenti. Sono complessi, difficili, ma associano sempre la società civile in un quadro di un percorso nella quale le forze vive giocano un ruolo essenziale sotto l’egida dello Stato siriano. Per questo motivo Al Nosra ha assassinato o tentato di farlo coloro i quali conducono le iniziative.

D. Il cessate il fuoco generale, ma nei fatti parziale visto che l’esercito siriano esclude la regione di Damasco, può sfociare in un vero e proprio processo di negoziati di pace, di cui Astana non sarebbe che l’inizio? 

R. Non c’è un cessate il fuoco. Quello che si discuterà durante gli incontri di Astana in Kazahstan è un processo di cessazione delle operazioni di guerra che riguarda i gruppi armati divisi a raggiungere il processo politico eccetto ovviamente DAECH, Al Nosra ed i loro cloni. Questo processo si farà nel quadro delle istituzioni e nel quadro costituzionale dello Stato siriano il che non esclude nulla, tantomeno le loro riforme ma dentro una prospettiva nazionale controllata e pacificata.
Mi dite di Damasco. In realtà si tratta della regione delle vallate di Barada dove si trovano le sorgenti che forniscono l’acqua all’agglomerato della capitale, sei milioni di persone. Le bande di Al Nosra sono state in gran parte sloggiate dopo il tentativo di inquinare le stazioni di pompaggio dove si trovano le sorgenti  e di aver cercato di far fallire i dispositivi della riconciliazione iniziati da gruppi armati locali sotto la pressione della popolazione delle località della vallata.
Ma Astana ha anche un altro obbiettivo: quello di mettere sul terreno un meccanismo operativo per riportare alla ragione le autorità turche  nonostante il loro doppio-giochismo   irresponsabile e permanente e i loro deliri ideologici. Il territorio turco è stata la porta principale della crisi della Siria. Bisogna ri-chiuderla. Ma nessuno ha interesse nell’implosione dello Stato turco. Sarebbe una cataclisma catastrofico. L’incontro permetterà anche di capire in quale modo gli orientamenti della nuova amministrazione americana peseranno nelle evoluzioni sul terreno e nel processo politico.

D. Astana sarebbe quindi solo una prima tappa…
Si, verso il ritorno al rispetto del diritto internazionale e dei principi della Carta che sono le fondamenta dell’ONU. E sopratutto il rispetto dell’integrità territoriale, di sovranità, di indipendenza, di non ingerenza. Principi la cui violazione ha dato origine al formidabile disordine regionale ed internazionale di questi ultimi anni. Questo non impedirà di certo il gioco dei rapporti di forza sul terreno ma questo comporterà la loro regolamentazione  dentro un quadre legale chiaro, cioè quello delle Nazioni Unite. La Carta è chiara. La presenza di forze armate straniere è possibile solo su richiesta delle autorità dello Stato in questione. A volte non è necessario neppure il dibattito. Con il senno di poi comprendiamo ancora meglio le ragioni dell’accanimento iniziale dei provocatori all’origine della crisi di tentare di delegittimare le istituzioni dello Stato siriano e dei suoi dispositivi costituzionali. L’atto di fede di Antonio Guterres che riafferma che la Carta, e solo lei, sarà la bussola di orientamento della sua azione è un straordinaria luce di speranza. La Siria ne sarà il primo territorio simbolo.

24/01/2017

Rudolf El-Kareh

piccola biografia

Sociologo e politologo libanese. Già professore universitario in Libano, Francia e Canada. Co-autore, fra l’altro, di “International Justice and Impunity, the case of the United States”. Membro della “Conferenza di Raboué” che associa l’insieme delle chiese orientali ed i responsabili politici laici.

“Diario siriano” di Anastasia Popova Russia24

The Syrian Diary, documentario realizzato dalla giornalista Anastasia Popova Bourt per Russia24e pubblicato a fine 2012.

Anastasia rimase in Syria da agosto 2011 per 7 mesi a diverse riprese.

Una documentazione, una testimonianza imperdibile sulla reale natura della guerra in Siria. Chi avesse voluto vedere poteva già da allora vedere ma la manipolazione dell’informazione da parte dei media mainstream triturava tutto.

Anastasia fu ferita da un cecchino “ribelle moderato” durante le riprese.

In questo articolo troverete la versione originale del documentario, una sintesi ed una intervista ad Anastasia al rientro dalla Siria.

Oggi Anastasia sta portando a termine il montaggio del materiale girato in Yemen lo scorso anno, sempre per Russia24. Unici giornalisti del globo terraqueo presenti in Yemen.

Intervista ad Anastasia Popova

Aleppo lì dove la fiction si è frantumata contro la realtà. Intervista a Rudolf El-Kareh (prima parte).

Proponiamo l’intervista, tradotta dal francese, al sociologo e politologo libanese Rudolf el Kareh sul ruolo dei media nel conflitto siriano, in particolare sul ruolo rivestito durante la liberazione di Aleppo.

Intervista integrale rintracciabile a questo indirizzo: http://www.afrique-asie.fr/component/content/article/75-a-la-une/10736-alep-ou-le-recit-fictionnel-s-est-fracasse-contre-la-realite

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La Conferenza di Astana é il frutto del ritorno di tutta la città di Aleppo nel seno dello Stato Siriano.

E’ lì, nella seconda città della Siria, che si sono viste al loro massimo splendore le “manipolazioni” del racconto mediatico dominante sulla guerra in Siria.

Così come lo descrive il sociologo e politologo Rudolf El-Kareh, specialista del medio-oriente,consultato frequentemente dalle istituzioni europee.

Secondo lui, la maggior parte dei grandi media occidentali sono stati letteralmente “arruolati” nella guerra riportando “il racconto dominante” conforme agli interessi e alle strategie di alcuni Stati ed infarcito di “disinformazione”.

D. Il recupero della totalità di Aleppo da parte dello Stato siriano, a fine dicembre, è una svolta nella guerra in Siria. Non solo sul piano militare, ma a anche livello del racconto mediatico.

R.  Sarebbe ora di guardare in faccia la realtà. Vi è stato, da parte  di un gruppo di Stati con sistemi di valori opposti, una manipolazione dell’informazione ed una presentazione dei fatti dentro un racconto finalizzato a servire i loro interessi e le loro strategie.

Come tutte le azioni che si sviluppano in questi casi sono stati mobilitati tutti gli strumenti classici della propaganda. Principalmente la disinformazione, la demonizzazione, i luoghi comuni.

I gruppi terroristi affiliati a DAECH ed Al Nosra (oggi Fateh Al Cham, per non dire Al Qaida, Ndr) quanto i loro cloni sono stati presentati come dei simpatici “insorgenti” o come dei “ribelli”.

Senza dimenticare l’occultamento dell’identità dei loro padrini e dei loro finanziatori. Una formidabile macchina, al ritmo di un rullo compressore, è stata messa al servizio di questa strategia.

L’apogeo di questi artifizi ha accompagnato la battaglia per la liberazione dei quartieri della città di Aleppo tenuti, dal 2012, da Al Nosra ed i suoi cloni sotto la direzione di un QG dove operavano ufficiali appartenenti ai servizi di diversi paesi, vicini e non, secondo il meccanismo del “leading from behind”, il “comando indietro”.

Il caso dei “caschi bianchi” con la loro faccia di Giano, allo stesso tempo immagini virtuali dell’umanitarismo mediatizzato e combattenti di Al Nosra organizzati da un vecchio membro dei servizi britannici, sono stati un esempio grottesco.

Oggi la fiction si è letteralmente fracassata contro la realtà.

D. Secondo Lei i media sono stati arruolati in questa guerra?

R. E’ evidente. E non é una novità. Ricordatevi della guerra di invasione all’Iraq. Il Pentagono inventò una nuova forma di giornalismo: il giornalismo “embedded”, il giornalismo “incorporato”. Incorporato in cosa? Nello stesso veicolo del soldato e nella narrazione autorizzata dell’evento. Come potrebbe, un giornalista messo in una tale “condizione”, adottare una postura diversa che non sia quella di empatia verso il militare che rischia la sua vita e, quindi, inscrivere il suo racconto in una dimensione altra, diversa, da quella voluta dalla strategia politico-militare?

Questo non è più giornalismo.

E quando le norme così definite vengono trasgredite, perché un altro racconto si manifesta, intervengono gli errori programmati.

Ricordatevi del bombardamento dell’Hotel Palestine a Bagdad nel 2003, dove risiedevano giornalisti che trasmettevano un altro sguardo dell’invasione.
In fondo, la gestione dell’informazione in questa forma è stata teorizzata da manuali del Pentagono dopo la guerra del Vietnam. il Comando americano considerò aver perso la guerra perché aveva perso il comando del racconto e dell’informazione, cosa che rovesció l’opinione americana contro la guerra.
Dicevano, i manuali, che bisognava impedire a qualsiasi prezzo qualunque nuovo scenario stile vietnamita.
Questi imperativi si sono sommati ai metodi della “soft war” che potremmo tradurre come la “guerra delle menti”, le cui metodiche perniciose mirano dapprima a delegittimare l’avversario.
Da allora questo andazzo ha conosciuto uno sviluppo intenso ed inedito, con una manifattura quasi industriale di menzogne e di operazioni sotto false bandiere, d’altronde totalmente illegali in termini di diritto internazionale. La guerra in Siria è stata un terreno propizio.

D. Pensate ci siano buone e cattive agenzie di stampa?

R. Tutta l’informazione è iscritta dentro una linea editoriale. nessuno può pretendere di possedere il monopolio della verità assoluta. Il legame tra i fatti ei loro significato é una operazione particolarmente complessa. Ma le storie dominanti nelle principali agenzie europee ed americane, le fonti della stampa e dei medi europei, in specifico Francia e Gran Bretagna, e nei giornali chiamati “di riferimento” nord-americani, ricamavano instancabilmente  sui temi dei racconti ufficiali, senza smentite né verifiche. Senza contare le imposture degli ideologi.
Che piaccia o no, il racconto di agenzie come Russia Today o Rossia Segodnya su Aleppo e la crisi siriana si è rivelato essere il più prossimo alla realtà.
E’ questo che sembra disturbare.
Aleppo da questo punto di vista ha costituito uno snodo, mediatico e strategico.

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D. Quale è per voi la frontiera tra finzione e realtà?

R. Cinque anni fa il luogo comune propagandato era quello di un popolo che come nel famoso dipinto  di Delacroix, “la libertà che guida il popolo” si sarebbe lanciato all’assalto di un regime definito dittatoriale. Ora, è emerso, che al di là di aspirazioni reali e legittime per una profonda riforma del sistema politico, che l’obbiettivo era distruggere lo Stato siriano, le sue istituzioni e la società siriana stessa, come si è voluto distruggere lo Stato iracheno  e la società irachena dopo l’invasione del 2003 e come ci si é accaniti fra un tempo e l’altro sullo Stato libico.

D. Per Lei quale é la versione della Liberazione di Aleppo più prossima alla realtà?
R. Quello che é successo ad Aleppo è stata la liberazione della parte della città occupata dalle bande terroriste strutturate attorno ad Al Nosra, venuti dalla Turchia nel 2012 e che avevano occupato alcuni quartieri, senza riuscire a prendere la Cittadella. Una grande parte della popolazione si è rifugiata nei quartieri situati ad ovest sotto controllo dello Stato siriano e delle sue istituzioni. La progressione era stata fermata e dopo un periodo di stabilizzazione dei “fronti”, le operazioni di ripresa del territorio erano state rilanciate dall’esercito siriano, e progressivamente una parte dei quartieri coinvolti, già dal 2014, erano stati ripresi.
La nozione inetta di “quartieri ribelli” era dominante nel racconto della situazione, banalizzando l’idea che le zone occupate si fossero sollevate da sole contro il potere.
In questo immaginario così costruito, la città di Aleppo è stata ridotta a questi quartieri.
Le perdite civili subite nei bombardamenti quasi quotidiani di quello che è stato chiamato Aleppo Ovest da certi ambienti per far credere alla divisione politica della città, sono stati sia passati sotto silenzio, sia imputati… all’esercito siriano.
Il massimo della falsificazione è stato raggiunto con l’invenzione di un personaggio appartenente ad Al Nosra incaricato del titolo di sindaco di Aleppo quando non era neppure di Aleppo e neppure la funzione di sindaco esiste (cosa evidentemente non nota alle istituzioni europee Il ” sindaco” di Aleppo ricevuto dalle istituzioni europee )
Tutto questo allestimento da operetta è crollato quando, dopo un tentativo condotto da Al Nosra e dai suoi epigoni di recuperare il terreno perduto, la resa dei gruppi armati è stata organizzata e la città ha ritrovato la sua unità.
D. Ci sono state, però, pesanti campagne di bombardamenti condotte ad Aleppo dall’esercito russo e siriano, con numerosi morti tra i civili…

Le operazioni di ripresa della città sono state condotte dall’esercito siriano con il sostegno russo. Quello che è stato bombardato sono state le linee di difesa dei gruppi armati. I bersagli erano i depositi di armi, i posti di comando, le colonne di rinforzo venute dal nord vicino alla Turchia. Erano azioni militari condotte secondo le regole dell’azione militare in una condizione di guerra.
Come in ogni caso simile.
Aggiungete a questo che si trattava, se serve, della ripresa del controllo del territorio nazionale nel quadro delle missioni costituzionalmente assegnate ad ogni esercito di uno Stato moderno.
Il diritto bellico, detto “ diritto umanitario internazionale ” implica di proteggere i civili. Questo significa che tutte le guerre, sopratutto nelle aree urbane, possono colpire i civili e per evitarlo devono essere prese tutte le misure necessarie.
Come principalmente la costruzione di corridori di evacuazione che Al Nosra ha tentato di distruggere sia con i bombardamenti sia con le minacce.
La conoscenza pratica del terreno e del terreno umano da parte dell’esercito siriano spiegano allo stesso modo le manovre operative complesse che hanno permesso il crollo rapido dei gruppi armati e la loro resa, evitando combattimenti usuranti di cui i civili sono le prime vittime.

Fine prima parte.

24/01/2017

Rudolf El-Kareh

piccola biografia

Sociologo e politologo libanese. Già professore universitario in Libano, Francia e Canada. Co-autore, fra l’altro, di “International Justice and Impunity, the case of the United States”. Membro della “Conferenza di Raboué” che associa l’insieme delle chiese orientali ed i responsabili politici laici.

Seconda Parte