La vita di Mu’Ammar Gheddafi raccontata nel romanzo di Andrea Sammartano. Articolo e intervista di Luca Bagatin

sabato 13 aprile 2019

La vita di Mu’Ammar Gheddafi raccontata nel romanzo di Andrea Sammartano. Articolo e intervista di Luca Bagatin

Questa è la storia dell’umile beduino della tribù dei Quadhadhfa, figlio di umili beduini del deserto libico. Suo padre combatté contro l’invasore fascista – durante la Seconda Guerra Mondiale – e lui stesso, all’età di sei anni, a causa dell’esplosione di una mina risalente al periodo bellico, rimase ferito a un braccio e due suoi cugini persero la vita.
E’ la storia di come questo umile beduino del deserto, animato di ideali rivoluzionari, laici, socialisti autentici che ebbe modo di scoprire attraverso i suoi studi, divenne l’emancipatore e il leader – dal 1969 sino alla sua barbara uccisione, nel 2011 – della Libia.
E’ la storia di Mu’Ammar Gheddafi, il Rais che – con un colpo di stato antimonarchico, senza alcuno spargimento di sangue, guidato da lui e altri 12 militari di umili origini – il 1 settembre 1969, proclamerà la Gran Jamahirya Araba Libica Popolare Socialista, spazzando via il Re corrotto e la sua corte, servile nei confronti di Gran Bretagna e USA; nazionalizzando le risorse del Paese a beneficio della comunità e dando il via a una repubblica delle masse, ovvero a una forma di democrazia diretta, sulla base degli insegnamenti di Rousseau e di Proudhon.
Gheddafi era ispirato dalla rivoluzione sociale e socialista dell’egiziano Nasser e, come Nasser, il suo ideale era quello di unificare i popoli arabi in una grande repubblica laica, socialista, sovrana, antifondamentalista e antimperialista. Non allineata né all’imperialismo USA né all’Unione Sovietica e con un sistema socio-politico alternativo sia al capitalismo che al comunismo, come peraltro già avvenuto decenni prima nell’Argentina di Juan Domingo Peron.
Quella di Gheddafi è la storia di un umile beduino diventato leader e simbolo di lotta socialista, laica e panafricana. Un umile beduino che – come ebbe egli stesso a scrivere nella sua raccolta di racconti “Fuga dall’inferno e altre storie” – amava le campagne e detestava le città; amava l’ambiente e la ricchezza della terra e rifuggiva l’urbanizzazione; amava le masse, ma detestava la tirannia della maggioranza; amava la sua religione, ma rifuggiva dalle superstizioni e dal fondamentalismo che generava guerre e divisioni.
Sulla base di tali suoi ideali utipici, ma allo stesso tempo concreti, nel 1975, redasse persino un “Libro Verde”, nel quale li mise nero su bianco, sviluppando quella che chiamerà Terza Teoria Universale (vedi http://amoreeliberta.blogspot.com/2015/09/il-libro-verde-di-muammar-gheddafi.html).
La storia di questo umile beduino è raccontata dallo scrittore Andrea Amedeo Sammartano, egli stesso nato a Tripoli, in Libia, nel 1950. Andrea Sammartano lo fa nella forma del “racconto autobiografico”, laddove a ripercorrere la sua autobiografia è lo stesso Gheddafi, attraverso le parole di Sammartano, il quale immagina il Rais libico – costretto a rifugiarsi nel condotto idrico per sfuggire ai bombardamenti della NATO, nel 2011 – mentre riesamina la sua vita.
“Chiudo gli occhi due secondi, miei poveri detrattori. Ecco a voi il mio cammino inviolato”, edito da Italic (www.italicpequod.it), è il racconto della vita di Gheddafi. Dall’infanzia sino alla maturità e all’atroce morte, nelle mani dei suoi nemici, con il concorso di USA (guidati dal tanto ingiustamente osannato Obama), Francia, Gran Bretagna e NATO intera, che non hanno avuto pietà per l’unico simbolo dell’argine contro il fondamentalismo islamico e unico simbolo moderno dell’unità dei popoli africani liberi e sovrani, uniti nella bandiera della laicità e del socialismo.
Il romanzo/racconto di Sammartano, scritto con uno stile letterario piuttosto aulico e forbito, è uno scritto che ricostruisce – con dati storici alla mano – la vita di un uomo considerato, spesso a torto, controverso e, forse non a caso, rivalutato da molti post-mortem. Un po’ come accaduto, peraltro, ad uno dei suoi contemporanei e con il quale ebbe rapporti di amicizia, ovvero al già Presidente del Consiglio italiano, il socialista Bettino Craxi. Altro amico dei popoli e dei Paesi liberi e sovrani, la cui triste fine politica non coincise affatto con la fine del suo pensiero e del suo ricordo, nella mente di coloro i quali lo hanno sostenuto e hanno compreso la lungimiranza della sua azione. Lungimiranza e visione oggi del tutto assente nella prospettiva dei politici odierni, sia italiani che europei.
Questo di Andrea Amedeo Sammartano è il suo secondo romanzo. Nel 2012, pubblicò infatti “Festa grande alla Dahara”, che ha suscitato l’interesse della Stony Brook University e della Hofstra University di New York.
Romanzo ove l’autore si racconta in terza persona, figlio di colonialisti italiani in Libia, il quale cerca in tutti i modi di integrarsi fra i libici. Anche quando sarà costretto a lasciare la Libia, con l’avvento al governo di Gheddafi, nessuna amarezza o risentimento lo toccherà. Rimane infatti in lui l’amore per quella terra e la comprensione che ogni popolo nasce libero e non può mai essere colonizzato e soggiogato da nessun altro popolo.
Andrea Sammartano
Ho avuto la possibilità di intervistare Andrea Sammartano, relativamente alle sue opere.
Luca Bagatin: I due romanzi che hai scritto sono ambientati in Libia, tua terra natia. Cosa ricordi della tua infanzia in quella terra ?
Andrea Sammartano: Alla luce della mia esperienza di vita in Italia, Paese nel quale risiedo dal 1970, potrei affermare di non avere ricordi della vita trascorsa in Libia e tento di spiegare perché.. La mia nascita e poi la mia residenza in Libia durata diciannove anni, hanno determinato all’interno del mio sentire un cambio di identità totale. Da italiano in quanto figlio di italiani e di conseguenza della loro cultura, mi sono trasformato nel corso degli anni in un libico. Cosa ha causato questo totale cambio di identità ? In primo luogo aver saputo molto precocemente la verità nascosta per molto tempo sulla crudeltà della colonizzazione italiana in Libia. Questa ha provocato la forte necessità di una richiesta di perdono, prima nei confronti di tutti i libici con i quali avevo a che fare ogni giorno, e poi nei confronti di tutto il popolo libico. L’unico modo che ho ritenuto fosse valido per raggiungere lo scopo, è stata la mia completa integrazione negli usi, nei costumi e, aspetto più importante, nel loro modo di sentire. In definitiva sposare la loro cultura. Scusa questa lunga premessa alla domanda, ma forse attraverso questa, riuscirò a farti comprendere come mi sono cimentato a vivere qui in Italia come se fossi stato sempre in Libia, quindi evitando, non sempre riuscendoci, i ricordi che oltre a provocare nostalgia non rappresentano la realtà.
Luca Bagatin: Gheddafi, una volta diventato leader della Libia e avendola liberata da ogni colonialismo, esproprierà gli italiani – giunti in Libia per volere del Duce – dei propri beni e delle proprie attività economiche. Tu stesso, come racconti anche nel primo romanzo, sei figlio di colonialisti italiani. Come hai vissuto l’abbandono di quella terra ? Cosa ne pensi di quella decisione presa da Gheddafi, oltre che colonialismo italiano in Libia ?
Andrea Sammartano: La decisione di Gheddafi di espellere i cittadini italiani in Libia nel 1970 è derivata da numerose circostanze. Ne citerò per brevità solo tre. La prima riguarda la crudeltà dimostrata durante la colonizzazione dall’esercito italiano. La seconda il comportamento di indisponibilità del governo italiano nel momento in cui Gheddafi ha chiesto il riconoscimento del nuovo Stato libico e l’indennizzo dei danni provocati dall’invasione coloniale. La terza concerne la supponenza culturale della maggior parte dei residenti italiani in Libia nei confronti dei libici. Credo di rispondere a tutte le tue domande aggiungendo che ho ritenuto legittime le considerazioni che hanno portato Gheddafi a espellere la comunità italiana.
Luca Bagatin: Hai deciso di scrivere un romanzo su Gheddafi, attraverso un ipotetico racconto autobiografico scritto da Gheddafi stesso. Come mai questa scelta ?
Andrea Sammartano: Sono partito dalla condizione più oggettiva possibile. Ho scritto sulla vita e sul pensiero di Muammar al Gheddafi sulla scorta di un lungo studio del suo operato e, grazie a fortunate e numerosissime interviste effettuate presso l’Università di Perugia dove risiede la più consistente comunità libica in Italia. Con un pizzico di presunzione ritengo il contenuto del libro non così ipotetico.
Luca Bagatin: Chi era, secondo te, Mu’Ammar Gheddafi ? Quale la sua eredità politica ?
Andrea Sammartano: Uno dei rivoluzionari più coerenti dei nostri giorni. Riguardo alla sua eredità politica, la Libia ha rappresentato uno Stato unito, sovrano e rispettato in tutto il mondo solamente sotto il suo regime. Aggiungo il tentativo di proporre una democrazia diretta. La realizzazione di una emancipazione scolastica dopo un esagerato analfabetismo. L’emancipazione femminile. Il basso costo della vita ma, sopra tutto, il contrasto spietato al consumismo dilagante nei paesi arabi e la difesa dei valori culturali e religiosi della Libia. Il suo evidente panafricanismo. Aspetti che lo ha portato alla sua condanna a morte.
Luca Bagatin: La Libia, dal 2011, è nel caos. Oggi ancor più di prima. Cosa ne pensi dell’attuale situazione ?
Andrea Sammartano: La Libia è dilaniata nel suo tessuto interno dal sopravvento delle realtà libiche legate a interessi stranieri come ai tempi della Monarchia defenestrata da Gheddafi.
Luca Bagatin: Stai lavorando a un nuovo romanzo o pensi comunque di scriverne un terzo ?
Andrea Sammartano: Sto lavorando con uno storico libico alla stesura di un saggio storico sulla Libia.
Luca Bagatin

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Quando si vogliono sanzionare Stati, li si definisce “terroristi”

Le nuove sanzioni unilaterali degli Stati Uniti contro Iran, Russia e Siria si sommano alle precedenti. L’insieme di queste misure costituisce l’embargo più duro della storia. Per di più, la maniera in cui sono state strutturate vìola la Carta delle Nazioni Unite: sono armi da guerra concepite per uccidere.

| Damasco (Siria)
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Il segretario della Difesa, James Mattis, applaudito dal segretario del Tesoro, Steven Mnuchin.
La missione a Mosca dell’8 novembre dell’ambasciatore James Jeffrey era spiegare la preoccupazione degli Stati Uniti per il progressivo espandersi dell’influenza persiana nel mondo arabo (Arabia Saudita, Bahrein, Iraq, Libano, Siria, Yemen). Ora, proprio mentre Teheran sta organizzando la propria difesa attorno ad avamposti sciiti arabi, Washington pone il problema in termini geostrategici, invece che religiosi (sciiti/sunniti).


Mosca ha quindi creduto di poter negoziare l’allentamento delle sanzioni unilaterali USA contro l’Iran in cambio del ritiro militare di Teheran dalla Siria. Nell’incontro a Parigi dell’11 novembre, in occasione del centenario della fine della prima guerra mondiale, il presidente Vladimir Putin ha ribadito la proposta all’omologo USA, nonché al primo ministro israeliano.
Putin ha tentato di convincere gli Occidentali che sarebbe preferibile che in Siria rimanesse la Russia da sola invece del tandem Iran-Russia. Putin ha però precisato di non poter garantire di avere un’autorità sufficiente sullo Hezbollah per ordinargli il ritiro, come invece pretendono Washington e Tel Aviv.
La risposta di Washington è arrivata nove giorni dopo con l’annuncio dell’undicesima serie di sanzioni unilaterali contro la Russia da inizio agosto, accompagnato da un discorso ridicolo secondo cui Russia e Iran avrebbero congiuntamente messo in atto un vasto traffico per mantenere al potere il presidente Assad e allargare il dominio persiano nel mondo arabo.
Questa retorica, che si pensava desueta, paragona tre Stati (Federazione di Russia, Repubblica Araba Siriana e Repubblica Islamica d’Iran) a congegni al servizio di tre uomini, Bashar al-Assad, Ali Khamenei e Vladimir Putin, accomunati dall’odio per i rispettivi popoli, trascurando il fatto che i tre sono sostenuti da un massiccio appoggio popolare, mentre gli Stati Uniti sono profondamente dilaniati.
Sorvoliamo sull’affermazione stupida che la Russia aiuterebbe la Persia a conquistare il mondo arabo.
Secondo quanto affermato dal segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, presentando il 20 novembre le sanzioni unilaterali, queste ritorsioni non costituiscono l’aspetto economico della guerra in corso, ma puniscono le «atrocità» di questi tre «regimi». Ebbene, con l’inverno alle porte, esse riguardano principalmente l’approvvigionamento di petrolio raffinato che serve al popolo siriano per illuminare e scaldarsi.
È superfluo rilevare che i tre Stati nel mirino negano le “atrocità” di cui sono accusati, mentre gli Stati Uniti pretendono di proseguire di fatto la guerra che hanno scatenato in Afganistan, Iraq, Libia e Siria.

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Le sanzioni USA non sono state decise dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, bensì unilateralmente dagli Stati Uniti. Secondo il diritto internazionale non sono legali perché per renderle devastanti Washington cerca di costringere Stati terzi ad associarsi, il che costituisce una minaccia agli Stati bersaglio, dunque una violazione della Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno il diritto sovrano di rifiutarsi di commerciare con altri Stati, ma non di esercitare pressione su Stati terzi al fine di colpire i propri bersagli. Un tempo il Pentagono affermava che infliggere un trattamento punitivo a una particolare nazione avrebbe indotto la popolazione di quella nazione a rovesciare il governo. Questo ragionamento servì da giustificazione teorica al bombardamento di Dresda durante la seconda guerra mondiale e all’embargo infinito contro Cuba, iniziato con la guerra fredda. Ebbene, in 75 anni mai, assolutamente mai, questa teoria è stata confermata dai fatti. Ora invece il Pentagono considera i trattamenti punitivi contro un Paese armi al pari delle altre. Gli embargo sono voluti per uccidere i civili.
Il complesso delle ritorsioni contro Iran, Russia e Siria costituisce il più vasto sistema di assedio della storia [1]. Non si tratta di misure economiche, bensì, indubbiamente, di azioni militari in campo economico. Con il tempo dovrebbero condurre nuovamente a una divisione del mondo in due, come al tempo della rivalità USA-URSS.
Il segretario del Tesoro Mnuchin ha insistito a lungo sul fatto che le sanzioni mirano innanzitutto a interrompere la vendita di idrocarburi, ossia a privare questi Paesi, soprattutto esportatori, della loro principale risorsa finanziaria.
Il meccanismo descritto da Mnuchin è questo:
-  La Siria non può più raffinare petrolio da quando gli impianti sono stati distrutti da Daesh, nonché dai bombardamenti della Coalizione Internazionale contro Daesh.
-  Da quattro anni l’Iran fornisce petrolio raffinato alla Siria, in violazione di precedenti sanzioni unilaterali USA. Questo petrolio è trasportato da compagnie occidentali che operano per la società pubblica russa Promsyrioimport. Questa società è remunerata dalla compagnia privata siriana Global Vision Group, a sua volta sovvenzionata dalla società iraniana Tair Kish Medical and Pharmaceutical.
-  Infine, Global Vision Group versa parte di quanto riceve allo Hezbollah e a Hamas.
È una storia che non sta né in cielo né in terra:
-  L’obiettivo della Coalizione Internazionale è lottare contro Daesh. Negli ultimi quattro anni numerose testimonianze attestano che essa ha in modo alterno bombardato lo Stato Islamico quando debordava dalla zona assegnatagli dal Pentagono (piano Wright) e gli ha, al contrario, paracadutato armi per poter restare nella zona assegnata. Coalizione Internazionale e Daesh hanno lavorato di concerto per distruggere le raffinerie siriane.
-  Perché coinvolgere il governo russo in trasferimenti di petrolio dalle raffinerie iraniane verso i porti siriani?
-  Perché l’Iran all’improvviso avrebbe bisogno della Siria per far arrivare denaro allo Hezbollah e a Hamas?
-  Perché la Siria farebbe avere denaro ad Hamas quando l’organizzazione palestinese, i cui dirigenti sono membri della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, le fa la guerra?
Mnuchin non si addentra in complicate spiegazioni. Il suo ragionamento è semplice: la Siria è un Paese criminale e la Russia è suo complice; Iran, Hezbollah e Hamas sono tutti quanti “terroristi”. “Terroristi” è la parola magica che taglia corto ed evita ogni ragionamento complesso.
Un proverbio francese dice che «Quando si vuole annegare il proprio cane, si dice che ha la rabbia». Non bisogna perciò sperare che la risposta del segretario Mnuchin alla proposta di mediazione di Putin sia conforme alla logica.
Gli Stati Uniti stanno gradualmente ritirando le truppe dai conflitti in cui le avevano impegnate, sostituendole con mercenari sul campo (gli jihadisti) e con sanzioni economiche, moderna versione dell’assedio medievale.

[1] Nel Medioevo la cristianità ammetteva guerre tra eserciti di sovrani cattolici, condannava però le azioni militari deliberate contro civili. Per questo motivo nel XIII secolo la Chiesa Cattolica condannò tutti gli assedi che riguardavano, oltre ai soldati, anche popolazioni. Questa è ancor oggi l’etica della Santa Sede. Per esempio, papa Giovanni Paolo II si oppose agli Stati Uniti che, al tempo di Saddam Hussein, adottarono sanzioni economiche contro gli iracheni. Il papa attuale, Francesco, sull’argomento tace.
Thierry Meyssan

Thierry Meyssan Consulente politico, presidente-fondatore della Rete Voltaire. Ultima opera in francese: Sous nos yeux – Du 11-Septembre à Donald Trump (“Sotto i nostri occhi. Dall’11 settembre a Donald Trump”).

La Libia, dall’era Gheddafi ai giorni nostri

Nel 1967 il colonnello Gheddafi ereditò una delle Nazioni più povere in Africa ma, al momento in cui il leader libico fu assassinato, aveva trasformato la Libia in una nazione fra le più ricche.


La Libia aveva il più alto PIL pro capite e la speranza di vita nel paese era in costante crescita, nel contempo pochissime persone vivevano sotto la soglia di povertà rispetto ad altri paesi africani. In oltre quaranta anni Gheddafi aveva promosso la democrazia economica utilizzando la ricchezza del petrolio per sostenere programmi di assistenza sociale per tutti i libici. Sotto il governo di Gheddafi i libici godevano di assistenza sanitaria e istruzione gratuita, ma anche l’energia elettrica era a zero costo e i prestiti bancari alle famiglie, per mutui o spese per le normali attività domestiche, venivano erogati senza applicare alcun interesse.

A differenza di molte altre nazioni arabe, le donne nella Libia di Gheddafi avevano il diritto all’istruzione, ricoprivano incarichi pubblici, potevano sposare chi volevano, divorziare, possedere beni e disporre di un reddito. Nel 1969 solo poche donne frequentavano l’Università mentre nel 2011 più della metà degli studenti universitari della Libia erano donne. Una delle prime leggi operate da Gheddafi nel 1970 era la pari retribuzione fra uomini e donne.
Il 4 gennaio 2011 lo stesso Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva riconosciuto ed elogiato Gheddafi (leggi il documento) per la sua promozione dei diritti civili e delle donne. In pratica prima lo hanno lodato e pochi mesi dopo chi lo ha ucciso si è giustificato dicendo di aver liberato il mondo da un pericoloso e sanguinario dittatore. Assurdo!

Il dopo Gheddafi

A seguito del scellerato intervento francese e della NATO del 2011, la situazione attuale è un vero disastro annunciato. La Libia è ormai uno stato fallito e la sua economia è allo sfascio. Non vi è un controllo governativo e l’amministrazione dello Stato scivola tra le dita dei fantocci eletti dall’ONU per finire nelle mani dei combattenti delle milizie locali, facenti parte di tribù islamiste che al tempo di gheddafiana memoria erano dei classici criminali.

In pratica l’occidente ha consegnato le chiavi della nazione a una banda di assassini spietati e senza regole. Tutto questo pur di liberarsi di un Gheddafi che aveva finanziato metà campagne elettorali dei leader democratici europei (Sarkozy per esempio).
Il risultato oggi è ben chiaro: per merito dell’intervento Francia/Nato la Libia ha ora due governi, ognuno di questi con il proprio primo ministro, Parlamento e persino esercito.
Il Parlamento, quello che era stato eletto per volere dell’ONU e riconosciuto dalla cosiddetta ‘comunità internazionale’, è stato spazzato via da Tripoli dalle milizie islamiste che poi hanno assunto il controllo della capitale nonché in altre città. Nella parte orientale del paese, quello che tutti riconoscono come il governo ‘legittimo’ e dominato da coloro che si professano anti-islamisti, è stato esiliato a un migliaio di chilometri di distanza dalla capitale, precisamente a Tobruk, e di fatto non governa più nulla.
La caduta di Gheddafi ha creato tutti gli scenari peggiori del paese: le ambasciate occidentali non esistono più, il sud del paese è diventato un rifugio per i terroristi e il nord un centro del traffico di migranti. Egitto, Algeria e Tunisia hanno chiuso tutti i loro confini con la Libia. Nel paese vi è un contesto di illegalità assoluta, si va dallo stupro diffuso agli omicidi di massa che restano assolutamente impuniti.

La strategia futura della CIA

 L’America, da sempre impegnata a esportare libertà e democrazia nel mondo :-), riesce a contribuire in questo disastroso scenario alimentando una terza via. Non bastano i due governi, ormai totalmente inutili e inetti, ora in Libia ci sono gli Stati Uniti che aprono un nuovo scenario con una terza forza, totalmente indipendente dalle altre due. Ed è la solita CIA, il servizio di maggior intelligence 🙂 esistente al mondo, a individuare la soluzione di tutti i mali libici attraverso la figura del generale Khalifa Belqasim Haftar quale prossimo leader libico e, per questo, l’interessato già mira ad autoproclamarsi ‘nuovo dittatore’ della Libia.
Tanto per capire di che personaggio stiamo parlando, si sappia che il generale Haftar, antico nemico giurato di Gheddafi tanto da dover fuggire dal paese, si era trasferito in USA, in Virginia, guarda caso proprio vicino al quartier generale della CIA, dove si dice sia stato addestrato dall’Agenzia per prendere parte ai numerosi tentativi di golpe in Libia, sempre falliti fino al 2011, per rovesciare Gheddafi.
Non solo, nel 1991 il New York Times riferiva che Haftar era uno dei seicento soldati libici addestrati dalla CIA in atti di sabotaggio e altre azioni di guerriglia per rovesciare il regime di Gheddafi. Questo mini esercito libico/americano è stato costituito dal presidente Reagan e mantenuto integro fino all’intervento francese del 2011.

Il vero obiettivo dell’occidente

In realtà, l’obiettivo dell’occidente non era certo quello di aiutare il popolo libico, asserendo che in Libia si era oppressi e soffocati da un dittatore talmente crudele che aveva la colpa di aver contribuito a far vivere il più alto tenore di vita in Africa, bensì di spodestare Gheddafi, installare un regime fantoccio e ottenere il controllo delle risorse naturali della Libia.
Non ci vuole un Qi troppo elevato per capirlo, eppure dai mass media leggiamo ancora oggi che la Libia è stata liberata da un tiranno per garantire la democrazia e gli equilibri in Medio Oriente. E il bello è che ci credono in tanti.

Un decennio di fallimenti militari giustificato da un business miliardario

Qualche anno fa la Nato ha dichiarato che la missione in Libia era stato “uno dei più riusciti nella storia della Nato”. A parte il fatto che molto del merito va alla ‘furbesca’ Francia e non certo alla Nato, la verità è sotto gli occhi di tutti: questo intervento occidentale non ha prodotto nulla se non fallimenti colossali in Libia, Iraq e Siria. E parliamoci chiaro: prima del coinvolgimento militare occidentale, queste tre nazioni erano gli Stati più moderni e laici esistenti in Medio Oriente e in tutto il nord Africa, con il più alto tasso di godimento dei diritti della donna e del tenore di vita.
Un decennio di fallimentari spedizioni militari in Medio Oriente ha lasciato il popolo americano un trilione di dollari di debito. Tuttavia qualcuno in particolare negli USA hanno beneficiato immensamente per tali costose e mortali guerre: l’industria militare americana.
La costruzione di nuove basi militari significa miliardi di dollari per l’élite militare statunitense. È dai tempi del bombardamento dell’Iraq che gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi militari in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita. Dopo l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno costruito basi militari in Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, mentre dopo la Libia hanno realizzato nuove basi militari in Seychelles, Kenya, Sud Sudan, Niger e Burkina Faso.
In tutti questi paesi a presenza militare americana sono a basso tenore di vita della popolazione e a forte limitazione delle libertà individuali, delle donne in special modo.
Infine, il flusso dei migranti rischia di far ‘scoppiare’ l’Europa. E qui ricordo la profezia di Gheddafi che, a quanto pare, si sta puntualmente avverando quando nel 2011 disse:

“State bombardando il muro che si erge sulla strada dei migranti e dei terroristi verso l’Europa”.

Di ogni intervento americano nel mondo non esiste un fattore positivo per l’Umanità, bensì serve a rendere invincibile chi, come Trump, dice di avere “il pulsante più grande che, tra l’altro, funziona”.
Eh sì, vediamo bene come funziona.
Questo articolo è stato pubblicato qui

Preso da: https://www.agoravox.it/La-Libia-dall-era-Gheddafi-ai.html

Rileggere Lenin per contrastare l’enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista dei fascisti verso la Prima Guerra Mondiale

Rileggere Lenin per contrastare l'enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista dei fascisti verso la Prima Guerra Mondiale
Contro l’enfasi celebrativa, nazionalista e bellicista, di cui si vuol circondare il “centenario della vittoria”, che i fascisti vorrebbero addirittura elevare a “principale festa nazionale”; contro l’esaltazione “guerriera” diffusa da un Ministero della difesa sempre all’attacco, qualunque sia lo schieramento politico impegnato a reclamizzare le armi italiane su tutti i fronti in cui USA e NATO portino la “democrazia” a suon di bombe; contro la retorica patriottarda, che equipara le odierne esaltazioni dei professionisti della guerra al sacrificio dei “nostri nonni”, obbligati ad andare al macello in un conflitto che essi non volevano; contro questo, proponiamo, per chi avrà la pazienza di leggerla, questa nota di Lenin, a proposito delle smanie interventiste italiane di cento anni fa e del ruolo dei riformisti nel voler trasformare le masse popolari in “lacchè della propria borghesia nazionale”, osservando come, sul fronte dell’ “imperialismo della povera gente”, le condizioni dei migranti italiani di un secolo fa non differissero da quelle inflitte oggi agli attuali migranti proprio da coloro che più esaltano la “vittoria indimenticabile”.

IMPERIALISMO E SOCIALISMO IN ITALIA
(Nota)

Per l’interpretazione di quelle questioni che l’attuale guerra imperialista ha posto di fronte al socialismo, non è superfluo gettare uno sguardo sui diversi paesi europei, per imparare a isolare le modificazioni nazionali e i dettagli del quadro complessivo, da ciò che è basilare e sostanziale. Dal di fuori, dicono, le cose sono più evidenti. Perciò, quante meno analogie tra Italia e Russia, tanto più interessante, sotto certi aspetti, è paragonare imperialismo e socialismo in entrambi i paesi.

Nella presente nota abbiamo intenzione soltanto di evidenziare il materiale che offrono su questa questione le opere, uscite dopo l’inizio della guerra, del professore borghese Roberto Michels: “L’imperialismo italiano” e del socialista T. Barboni: “Internazionalismo o nazionalismo di classe?” (Il proletariato d’Italia e la guerra europea ). Il ciarliero Michels, rimasto superficiale come nelle altre sue opere, sfiora appena il lato economico dell’imperialismo, ma nel suo libro è raccolto un materiale di valore sulle origini dell’imperialismo italiano e su quel passaggio che costituisce la sostanza dell’epoca contempo­ranea e che, in Italia, ha un particolare risalto e precisamente: il passaggio dall’epoca delle guerre di liberazione nazionale all’epoca delle guerre imperialiste di rapina e reazionarie. L’Italia democratico-rivoluzionaria, vale a dire rivoluzionaria-borghese che abbatteva il giogo dell’Austria, l’Italia dell’epoca di Garibaldi, si trasforma definitivamente sotto i nostri occhi nell’Italia che opprime altri popoli, che saccheggia Turchia e Austria, nell’Italia di una borghesia rozza, reazionaria in misura rivoltante, sporca, che sbava per la soddisfazione di esser stata ammessa alla spartizione del bot­tino. Michels, come ogni altro decoroso pro­fessore, reputa, s’intende, “obiettività scientifica”, il suo servilismo di fronte alla borghesia e definisce questa divisione del bottino una “spartizione di quella parte del mondo rimasta ancora nelle mani dei popoli deboli” ( p. 179). Respingendo in modo sprezzante, come “utopistico” il punto di vista di quei socialisti ostili a ogni politica coloniale, Michels ripete i ragionamenti di quanti ritengono che l’Italia “dovrebbe essere la seconda potenza coloniale”, cedendo il primato alla sola Inghilterra, per densità di popolazione e vigore del movimento migratorio. Per quanto riguarda il fatto che in Italia il 40% della popo­lazione sia analfabeta, che ancor oggi vi scoppino rivolte per il colera, ecc. ecc., questi argomenti vengono contestati basandosi sull’esempio dell’Inghilterra: non era forse essa il paese della incredibile desolazione, dell’abiezione, della morte per fame delle masse operaie, dell’alcolismo, della miseria e della sozzura mostruose nei quartieri poveri delle città, nella prima metà del XIX secolo, quando la borghesia inglese gettava con così grande successo le basi della propria attuale potenza coloniale?

E bisogna dire che, dal punto di vista borghese, questo ragionamento è inoppugnabile. Politica coloniale e imperialismo non sono affatto deviazioni morbose e curabili del capitalismo (come pen­sano i filistei, e Kautsky tra loro), ma una conseguenza inevitabile dei fondamenti stessi del capitalismo: la concorrenza tra singole imprese pone la questione solo in questo modo – andare in rovina o mandare in rovina gli altri; la concorrenza tra i diversi paesi pone la questione solo così – rimanere al nono posto e rischiare in eterno il destino del Belgio, oppure mandare in rovina e conquistare altri paesi, e farsi largo per un posticino tra le “grandi” potenze.

Hanno definito l’imperialismo italiano “l’imperialismo dei poveri” (l’imperialismo della po­vera gente –in italiano nel testo – ndt), avendo in mente la povertà dell’Italia e la desolante miseria delle masse degli emigranti italiani. Lo sciovinista italiano Arturo Labriola, che si distingue dal suo ex avversario G. Plekhanov solo per il fatto di aver reso patente un po’ prima il proprio social-sciovinismo e per esser giunto a questo social-sciovinismo attraverso il semianarchismo piccolo-borghese e non attraverso l’opportunismo pic­colo-borghese, questo Arturo Labriola ha scritto nel suo libello sulla guerra in Tripolitania (nel 1912):

” … È chiaro che noi combattiamo non soltanto contro i turchi… ma anche contro gli intrighi, le minacce, i soldi e gli eserciti dell’Europa plutocratica, che non può sopportare che le piccole nazioni ardiscano compiere foss’anche un solo gesto, pronunciare anche una sola parola, che comprometta la sua ferrea egemonia” (p. 92). E il capo dei nazionalisti italiani, Corradini, ha di­chiarato: “Come il socialismo fu il metodo di liberazione del proletariato dalla borghesia, così il nazionalismo sarà per noi, italiani, il metodo di liberazione da francesi, tedeschi, inglesi, ame­ricani del nord e sud, i quali, nei nostri confronti, rappresentano la borghesia”.

Ogni paese che ha più colonie, più capitali, più soldati del “nostro”, toglie a “noi” certi privilegi, un certo profitto o sopraprofitto. Come tra singoli capitalisti, ottiene un sopraprofitto quello che dispone di macchine migliori della media, o detiene certi monopoli, così anche tra i paesi ottiene un sopraprofitto quello che è in una condizione economicamente migliore degli altri. È affare della borghesia lottare per privilegi e superiorità del proprio capitale nazionale e imbrogliare il popolo o il popolino (con l’aiuto di Labriola e Plekhanov) presentando la lotta imperialista per il “diritto” a saccheggiare gli altri, come una guerra di liberazione nazionale.

Fino alla guerra di Tripolitania, l’Italia non aveva saccheggiato altri po­poli – quantomeno, non in grande misura. Non è forse questa un’offesa insopportabile all’orgoglio nazionale? Gli italiani sono oppressi e umiliati di fronte alle altre nazioni. L’emigrazione italiana contava circa 100.000 persone l’anno, negli anni ’70 del secolo scorso, mentre raggiunge ora una cifra da ½ milione a 1 milione, e sono tutti miserabili che la fame, nel significato letterale della parola, caccia dal loro paese, sono tutti fornitori di forza-lavoro per i settori peggio pagati dell’industria, è tutta una massa che popola i quartieri più densi, poveri e luridi delle città americane e europee. Il numero degli italiani che vivono all’estero, da 1 milione nel 1881 è cresciuto a 5,5 milioni nel 1910, e per di più l’enorme maggioranza si trova in ricchi e “grandi” paesi, in rapporto ai quali gli italiani costi­tuiscono la più rozza, più “materiale”, più misera e priva di diritti massa operaia. Ecco i principali paesi che utilizzano il lavoro italiano a buon mercato: Francia, 400.000 italiani nel 1910 (240.000 nel 1881); Svizzera, 135.000 (41) – (tra parentesi, il numero in migliaia, nel 1881) -; Austria, 80.000 (40); Ger­mania, 180.000 (7); Stati Uniti, 1.779.000 (170); Brasile, 1.500.000 (82); Argentina, 1.000.000 (254). La “brillante” Francia, che 125 anni fa lottava per la libertà e per questo definisce “di liberazione” la sua attuale guerra per il proprio, e dell’Inghilterra, schiavistico “diritto alle colonie”, questa Francia tiene centinaia di migliaia di operai italiani addirittura in speciali ghetti, dai quali la canaglia piccolo­ borghese della “grande” nazione cerca di separarsi quanto più possibile e che cerca di umiliare e offendere in ogni modo. Gli italiani vengono chiamati col nomignolo dispregiativo di “macaroni” (è bene che il lettore grande-russo ricordi quanti nomignoli spregiativi circolino nel nostro paese per gli “stranieri” che non hanno avuto la fortuna di nascere con il diritto a nobili privilegi imperiali, i quali servono ai Purishkevic quale strumento di oppressione sia del grande-russo, sia di tutti gli altri popoli della Russia). La grande Francia ha stipulato nel 1896 un accordo con l’Italia, in forza del quale quest’ultima si impegna a non aumentare il numero delle scuole italiane a Tunisi! Ma la popolazione italiana a Tunisi è cresciuta da allora di sei volte. Gli italiani a Tunisi sono 105.000, contro 35.000 francesi; ma tra i primi solo 1.167 sono proprietari fondiari, che possiedono 83.000 ettari, mentre tra i secondi ce ne sono 2.395, che hanno saccheggiato, nella “propria” colonia, 700.000 ettari. Dunque, come non esser d’accordo con Labriola e gli altri “plekhanovisti” ita­liani, sul fatto che l’Italia ha “diritto” a una propria colonia a Tripoli, all’oppressione degli slavi in Dalmazia, alla spartizione dell’Asia Mi­nore, ecc.!*

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NOTA * E’ in sommo grado istruttivo sottolineare il legame tra il passaggio dell’Italia al­l’imperialismo e l’assenso del governo alla riforma elettorale. Questa riforma ha elevato il numero di elettori da 3.219.000 a 8.562.000, vale a dire ha “quasi” concesso il suffragio universale. Fino alla guerra di Tripolitania, Io stesso Giolitti, che ha ora attuato la riforma, era decisamente contrario a essa. “La motivazione per il mutamento di linea da parte del governo” e dei partiti moderati – scrive Michels – è stata, per la sua essenza, patriottica. “Nonostante l’antico disgusto teorico verso la politica coloniale, gli operai industriali, e ancor più gli operai non qualificati, hanno combattuto contro i turchi in modo eccezionalmente disciplinato e ubbidiente, malgrado ogni previsione. Questo comportamento servile in rapporto alla politica governativa, meritava un riconoscimento, per spronare il proletariato a proseguire su questa nuova strada. In parlamento, il presidente del consiglio dei ministri ha dunque dichiarato che la classe operaia italiana, con il suo comportamento patriottico sui campi di battaglia in Libia, ha dimostrato di fronte alla patria di aver raggiunto d’ora innanzi il più alto grado di maturità politica. Chi è in grado di sacrificare la vita per un nobile scopo, è anche in grado di difendere gl’interessi della patria in qualità di elettore e ha perciò diritto a che lo Stato lo consideri degno della pienezza dei diritti politici”. (p. 177). Parlano bene i ministri italiani! Ma, ancora meglio i “radicali” tedeschi social-democratici, che ripetono ora questo ragionamento servile: “noi” abbiamo adempiuto il nostro dovere, abbiamo aiutato “voi” a saccheggiare paesi stranieri, ma “voi” non volete dare “a noi” il suffragio universale in Prussia …

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Come Plekhanov sostiene la guerra “di liberazione” della Russia contro la brama della Germania di trasformarla in una propria colonia, così il capo del partito dei riformisti, Leonida Bissolati, grida contro “l’inva­sione del capitale straniero in Italia” (p. 97): il capitale tedesco in Lom­bardia, quello inglese in Sicilia, il francese nel Piacentino, il belga nelle aziende tranviarie, ecc.
ecc. senza fine.

La questione è posta senza mezzi termini e non è possibile non riconoscere che la guerra europea ha recato all’umanità un enorme beneficio, avendo posto, effettivamente, in maniera risoluta, di fronte a centinaia di milioni di individui di nazioni diverse, la questione: o difendere, col fucile o con la penna, direttamente o indirettamente, in una qualsiasi forma, i pri­vilegi di grande potenza o nazionali in genere, o i vantaggi o le pretese della “propria” borghesia, e allora questo significa essere suoi seguaci o lacchè, oppure utilizzare ogni lotta, e soprattutto quella armata per i privi­legi di grande potenza, al fine di smascherare e rovesciare ogni governo, ma prima di tutti il proprio governo, servendosi delle azioni rivoluzionarie del prole­tariato solidale internazionalmente. Non c’è via di mezzo, o in altre pa­role: il tentativo di tenere una posizione mediana, significa di fatto il passaggio coperto dalla parte della borghesia imperialista.

Tutto il libello di Barboni è appunto dedicato, di fatto, proprio a questo, cioè a coprire questo passaggio. Barboni si presenta come internazionalista, perfettamente allo stesso modo del no­stro sig. Potresov; argomentando che, dal punto di vista internazionale, bisogna stabilire il successo di quale parte sia più vantaggioso, o non nocivo, per il proletariato, definisce tale questione, s’intende, contro… Austria e Germania. Barboni, pienamente nello spirito di Kautsky, propone al Partito socia­lista italiano di proclamare solennemente la solidarietà degli operai di tutti i paesi, – in primo luogo, naturalmente, di quelli belligeranti, – le convinzioni internazionaliste, un programma di pace sulla base del disarmo e dell’indipendenza nazionale di tutte le nazioni, con la costituzione di “una lega di tutte le nazioni per una reciproca garanzia di inviolabilità e indipendenza” (p. 126). E appunto nel nome di questi principi, Barboni dichiara che il militarismo è un fenomeno “parassitario” nel capitalismo e “niente affatto necessario”; che l’Austria e la Ger­mania sono impregnate di “imperialismo militaristico”, che la loro politica aggressiva è una “minaccia permanente alla pace europea”, che la Germania “ha respinto in permanenza le proposte di riduzione degli armamenti avanzate dalla Russia (sic!!) e dall’Inghilterra” ecc. ecc., e che il Partito socialista italiano, al momento opportuno, deve dichia­rarsi per l’intervento dell’Italia dalla parte della Triplice Intesa!

Resta ignoto, in forza di quali principi possa preferirsi, all’imperialismo borghese della Germania, che economicamente si è sviluppata nel secolo XX più velocemente degli altri paesi europei e che è rimasta particolarmente “offesa” nella spartizione delle colonie, l’impe­rialismo borghese dell’Inghilterra, che si è sviluppata molto più lenta­mente, ha saccheggiato una quantità di colonie, ricorrendo spesso là (lontano dall’Euro­pa) a metodi di repressione non meno bestiali dei tedeschi, e arruolando, con i propri miliardi, milioni di soldati di diverse potenze continentali, per il saccheggio di Austria e Turchia, ecc. L’internazionalismo di Barboni si esaurisce, in sostanza, come in Kautsky, nella difesa a parole dei principi socialisti, ma sotto la copertura di tale ipocrisia, viene di fatto condotta la difesa della propria borghesia, quella italiana. Non è possibile non sottolineare che Barboni, avendo pubblicato il suo libro nella libera Svizzera (la cui censura ha cancellato solo metà di una riga, a p. 75, dedicata evidentemente a una critica all’Austria), per tutte le 143 pagine non ha sentito il desiderio di riportare le tesi fondamentali del manifesto di Basilea e analizzarle coscienziosamente. In compenso, il nostro Barboni cita con grande simpatia (p.103) due ex rivoluzionari russi, reclamizzati ora da tutta la borghesia francofila, il piccolo-borghese anarchico Kropotkin e il filisteo social-democratico Plekhanov. Per forza! I sofismi di Plekhanov, nella sostanza, non si distinguono in niente dai sofismi di Barboni. Solo la libertà politica in Italia strappa meglio i veli da questi sofismi e smaschera più chiaramente l’autentica posizione di Barboni, quale agente della borghesia nel campo operaio.

Barboni si duole per “l’assenza di un vero e autentico spirito rivoluzionario” nella social-democrazia tedesca (del tutto come Plekhanov); saluta caldamente Karl Liebknecht (come Io salutano i social-sciovi­nisti francesi, che non vedono la trave nei loro occhi); ma egli dichiara deci­samente che “non si può affatto parlare di bancarotta dell’Interna­zionale” (p. 92), che i tedeschi “non hanno tradito lo spi­rito dell’Internazionale” (p. 111), in quanto hanno agito convinti “in buona fede” di difendere la patria. E Barboni, nello stesso untuoso spirito di Kautsky, ma con una certa oratoria da epoca romana, dichiara che l’In­ternazionale è pronta (dopo la vittoria sulla Germania) “a perdonare ai tedeschi, come Cristo perdonò a Pietro, l’attimo di sfiducia, guarire, dimenticando, le profonde ferite inferte dall’imperialismo militarista e tenderà la mano per una pace dignitosa e fraterna” (p. 113).

Un quadro toccante: Barboni e Kautsky – non senza la partecipazione, verosimilmente, dei nostri Kosovskij e Akselrod – si perdonano l’un l’altro!!

Pienamente soddisfatto di Kautsky e Guesde, di Plekhanov e Kropotkin, Barboni non è soddisfatto del suo partito socialista ope­raio, in Italia. In questo partito, che ha avuto la ventura, ancor prima della guerra, di liberarsi dei riformisti Bissolati e C°, si è creata, vedete, una tale “atmosfera, che è impossibile respirare” (p.7) per chi (come Barboni) non condivide lo slogan della “assoluta neutralità” (cioè della lotta decisa contro la difesa dell’en­trata in guerra dell’Italia). Il povero Barboni si lamenta amaramente che individui come lui vengano definiti, nel Partito socialista operaio ita­liano, “intellettuali”, “persone che hanno perso il contatto con le masse, fuorusciti dalla borghesia”, “individui che hanno deviato dalla strada diretta del socialismo e dell’internazionalismo” (p. 7). Il nostro partito – si indigna Barboni – “fanatizza le masse, più che educarle” (p. 4 ).

Vecchio motivo! Una variante italiana del noto ritornello dei liqui­datori russi e degli opportunisti contro la “demagogia” dei malvagi bolscevichi, che “aizzano” le masse contro gli ottimi socialisti della “Nasha Zarja”, del Comitato di Organizzazione e della frazione di Chkheidze! Ma quale preziosa ammissione del social-sciovinista italiano, che nell’unico paese in cui, per parecchi mesi, è stato possibile discutere liberamente sui programmi dei social-sciovinisti e degli internazionalisti rivoluzionari, proprio le masse operaie, proprio il proletariato cosciente si sono messi dalla parte di questi ultimi, mentre gli intellettuali piccolo-borghesi e gli opportunisti dalla parte dei primi!

La neutralità è gretto egoismo, incomprensione della situazione internazionale, infamia verso il Belgio, è “assenza” – e “gli assenti hanno sempre torto”, ragiona Barboni, del tutto nello spirito di Plekhanov e Akselrod. Ma, dato che in Italia ci sono due partiti legali, riformista e social-democratico operaio, dato che in questo paese non è possibile raggirare il pubblico, coprendo la nudità dei sigg. Potresov, Cerevanin, Levitskij e C°, con la foglia di fico della frazione di Chkheidze o del Comitato di Organizzazione, allora Barboni riconosce aper­tamente:

“Da questo punto di vista, vedo più rivoluzionarismo nelle azioni dei socialisti riformisti, che hanno compreso alla svelta quale immenso significato avrebbe per la futura lotta anticapitalista questo rin­novamento della situazione politica” (in conseguenza della vittoria sul militarismo tedesco) “e in piena coerenza, si sono messi dalla parte della Triplice Intesa, che non nella tattica dei socialisti rivoluzionari ufficiali che, precisamente come le tartarughe, si sono nascosti dietro lo scudo dell’assoluta neutralità” (p. 81).

A proposito di tale preziosa ammissione, a noi non rimane che esprimere l’augurio che qualcuno dei compagni che conoscono il movimento italiano, raccolga e elabori sistematicamente l’enorme e interessantissimo materiale fornito dai due partiti italiani, sulla questione di quali strati sociali, quali elementi, con l’appoggio di chi, con quali argomenti, abbiano difeso, da una parte, la politica rivoluzionaria del proletariato italiano, oppure, dall’altra, il servilismo nei confronti della borghesia imperialista italiana. Quanto più materiale verrà raccolto nei diversi paesi, tanto più chiara risulterà, per gli operai coscienti, la verità sulle cause e il significato della bancarotta della II Internazionale.

Osserviamo in conclusione, che Barboni, di fronte al partito operaio, fa di tutto, a forza di sofismi, per cercare di entrare nelle grazie degli istinti rivolu­zionari degli operai. Egli raffigura i socialisti-internazionalisti in Italia, avversi a una guerra che è di fatto condotta per gli interessi impe­rialisti della borghesia italiana, come sostenitori di una vile astensione, desiderosi egoisticamente di imboscarsi di fronte agli orrori della guerra. “Un popolo educato alla paura di fronte agli orrori della guerra, si spaventerà verosimilmente anche per gli orrori della rivoluzione” (p. 83). E a fianco di tale disgustoso tentativo di acconciarsi a rivoluzionario, il riferimento grezzo-mercantesco alle “chiare” parole del ministro Salandra: “l’or­dine sarà mantenuto costi quel che costi”, il tentativo di sciopero generale contro la mobilitazione condurrà solo a un “inutile macello”; “noi non fummo in grado di impedire la guerra libica (in Tripolitania), ancor meno potremmo impedire la guerra con l’Austria” ( p. 82).

Barboni, similmente a Kautsky, Cunow e a tutti gli opportunisti, consapevolmente, con il più infame calcolo di gabbare singoli elementi tra le masse, ascrive ai rivoluzionari lo stoltissimo piano di “far cessare” la guerra “d’un tratto” e di farsi prendere a fucilate dalla borghesia nel momento per essa più comodo – desiderando trovare una scappatoia dai compiti chiaramente posti a Stoccarda e a Basilea: servirsi della crisi rivoluzionaria per una sistematica propaganda rivoluzionaria e per la preparazione delle azioni rivoluzionarie delle masse. E che l’Europa stia ora vivendo un momento rivoluzionario, Barboni lo vede in modo perfettamente chiaro:

“… C’è un punto su cui ritengo necessario insistere, persino rischiando di annoiare il lettore, giacché non si può valutare correttamente l’attuale situazione politica, senza chiarire questo punto: il periodo che stiamo vivendo è un periodo catastrofico, un periodo d’azione, allorché la questione verte non sulla spiegazione delle idee, non sulla stesura di programmi, non sulla determinazione delle linee di condotta politica per il futuro, bensì sull’impiego delle forze vive e attive, per il raggiungimento del risultato nel corso di mesi, e forse addirittura solo di settimane. In tali condizioni non si tratta di filosofeggiare sul futuro del movimento proletario, ma di consolidare il punto di vista del prole­tariato di fronte al momento corrente” (pp. 87-88).

Ancora un sofisma spacciato per rivolu­zionario! 44 anni dopo la Comune, avendo attraversato quasi mezzo se­colo di raccolta e preparazione delle forze delle masse, nel momento in cui attraversa un periodo catastrofico, la classe rivoluzionaria d’Europa deve pensare a come diventare il più in fretta possibile lacchè della propria borghesia nazionale, a come aiutarla a saccheggiare, violentare, mandare in rovina, assoggettare popoli stranieri, invece che a dispiegare tra le masse una propaganda direttamente rivoluzionaria e la preparazione di azioni rivoluzionarie.

Pubblicato sul “Kommunist” N° 1-2, 1915

Preso da: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-rileggere_lenin_per_contrastare_lenfasi_celebrativa_nazionalista_e_bellicista_dei_fascisti_verso_la_prima_guerra_mondiale/82_25938/

[LENIN, Polnoe sobranie socinenij, 5°ed., Moskva 1962; vol. 27, pagg.14-23 – traduzione di fp]

Notizia del:

USA, 31 anni di raid punitivi: una lunga storia dalla Libia alla Siria

Quella decisa da Donald Trump contro la Siria è l’ennesima ritorsione della Casa Bianca, nel suo ruolo di ‘gendarme del mondo’
George W. Bush, 43esimo presidente degli Stati Uniti, certamente tra i più 'interventisti'
Quella compiuta dall’amministrazione Trump in Siria è l’ennesima ritorsione decisa da Washington nei confronti di uno Stato sovrano. Dal 1986 ad oggi, da quasi 31 anni, gli Stati Uniti d’America intervengono puntualmente nel mondo con ‘raid punitivi’. Una lunga storia che inizia esattamente il 14 aprile del 1986 con la Libia. Quel giorno, l’amministrazione della Casa Bianca guidata da Ronald Reagan tentò di uccidere il presidente Mu’ammar Gheddafi. Il nome in codice dell’operazione fu “El Dorado Canyon”, ed aveva ufficialmente lo scopo ( LA SCUSA) di vendicare un attentato MAI commesso da “terroristi libici” alla discoteca ‘La Belle’ di Berlino, notoriamente frequentata da militari americani. Il leader libico sfuggì al raid in cui morì una delle sue figlie adottive. Il giorno successivo, il governo di Tripoli rispose lanciando due missili verso il territorio italiano, obiettivo l’isola di Lampedusa,( ALTRO FALSO, I MISSILI NON ERANO LIBICI)  che precipitarono in mare prima di colpire il bersaglio. Dal Nord Africa all’America Centrale, più di tre anni dopo. Era il 20 dicembre 1989 quando Ronald Reagan, in uno dei suoi ultimi atti, decretò l’invasione di Panama per deporre il presidente Manuel Noriega.

Il lungo braccio di ferro con Saddam

Un nemico ‘cresciuto’ grazie ai finanziamenti ed agli armamenti statunitensi. Tale fu il leader irakeno Saddam Hussein, dapprima alleato degli States durante la lunga guerra tra Iran ed Iraq (1980-1988), nel tentativo di contrastare il governo di Teheran retto dall’ayatollah Ruhollah Khomeini. La pericolosità di Saddam emerse nell’agosto del 1990, quando l’esercito iracheno invase ed occupò il Kuwait. Il 20 gennaio 1991, il presidente americano George H.W. Bush diede inizio all’operazione ‘Desert Storm’ che porterà alla liberazione dell’emirato kuwaitiano. Inizia in quel momento il lungo braccio di ferro tra Washington ed il regime di Baghdad: nel 1996, l’amministrazione di Bill Clinton decreta il raid punitivo dopo l’attacco di Saddam contro i curdi. Due anni dopo, lo stesso Clinton dà il via all’operazione ‘Desert Fox‘ allo scopo di prevenire il pericolo della presunta produzione, in territorio iracheno, di armi di distruzione di massa. Quelle stesse armi, della cui esistenza non ci sarà mai prova, saranno il pretesto per il presidente George W. Bush di portare a compimento nel 2003 ciò che il padre aveva iniziato dodici anni prima. La seconda guerra del Golfo porterà alla deposizione di Saddam Hussein che si darà alla fuga, ma sarà succesivamente arrestato e, poi, processato e condannato a morte.

Caccia ad Osama Bin Laden

La storia di Osama Bin Laden, lo ‘sceicco del terrore’ ispiratore e fondatore di Al Qaeda, è molto simile a quella di Saddam Hussein. Anche il noto terrorista saudita aveva beneficiato del supporto statunitense contro l’esercito sovietico, quando l’URSS aveva invaso l’Afghanistan alla fine degli anni ’70. Successivamente aveva iniziato la sua guerra contro Washington il cui episodio più eclatante è certamente l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Già tre anni prima, però, l’amministrazione Clinton aveva tentato di ucciderlo in un bombardamento aereo effettuato in territorio afghano, il 20 agosto 1998. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza di George W. Bush, attaccheranno l’Afghanistan il 3 ottobre 2001, poco meno di un mese dopo l’attentato al World Trade Center, e l’azione militare porterà alla fine del regime di Kabul retto dai Talebani, ma Bin Laden sfuggirà alla cattura. La sua latitanza durerà fino al 2 maggio 2011, quando sarà ucciso a seguito di un blitz delle forze speciali antiterrorismo ad Abottabad, in Pakistan.

Gli attacchi contro l’Isis

Siamo praticamente ai giorni nostri. Nel 2014 inizia l’espansione dello Stato Islamico che occupa una fetta consistente di territorio tra Iraq e Siria, l’amministrazione Obama ordina due raid a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Il primo viene effettuato in Siria, l’8 agosto, mentre il secondo ha come obiettivo le postazioni dell’Isis in Iraq e ha luogo il 23 settembre. Tutto questo, ovviamente, prima del raid ordinato da Donald Trump contro la Siria di Bashar al-Assad che rischia di avere serissime conseguenze. Perché non c’è dubbio che rispetto a Gheddafi, Noriega, Saddam o Bin Laden, il presidente siriano sia molto più fortunato nelle alleanze.

Con le dovute correzioni dall’ originale: http://it.blastingnews.com/cronaca/2017/04/usa-31-anni-di-raid-punitivi-una-lunga-storia-dallla-libia-alla-siria-001611865.html

Risposta dei sostenitori di Assad a Daniele Ranieri e alla sua costruzione narrativa

Risposta dei sostenitori di Assad a Daniele Ranieri e alla sua costruzione narrativa

Daniele Ranieri nel tentativo di sostenere il verdetto di colpevolezza contro il regime siriano, ha prodotto una ridicola teoria  alternativa, inventando un “cui prodest” degno di un autore della Marvel.

Non è da oggi, che assistiamo al decadimento del giornalismo, bombardati da opinionisti, che vedevano nella fine di Geddafi l’avvento della libertà in Libia,  piuttosto che  pacifiche  manifestazioni in Siria.

Pacifiche manifestazioni e richieste progresssiste ad esempio, come quelle avvenute in Banyas il 10 e 11 aprile 2011, dove si chiedeva obbligo del burqa, classi separate nelle scuole,  e si linciavano contadini alawiti.

Ranieri, pretende  nel suo articolo, di conoscere i problemi di mano d’opera e controllo del territorio che affliggono il Regime siriano. Strana pretesa da parte di chi non si è mai accorto, dell’alleanza tra il Free Syrian army e isis, terminata nel 2014.

Un’alleanza  esposta in video e rivendicata persino dal comandante del fsa in Aleppo, il colonnello Okkaidi, che con isis conquistò la base area di menagh nel 2013, che Ranieri, definito molto esperto dal Post, mai notò.

 

Il fatto che il gruppo ufficialmente sostenuto e armato dall’occidente fosse alleato dello Stato islamico sino al 2014, pare essere un particolare insignificante per questi “esperti”.

Con queste premesse, molto sintetizzate per questoni di spazio, andiamo a vedere quanto fila la teoria di daniele Ranieri, e presentiamo, nuovamente, le nostre contro prove,  che lui,  scrive di non aver visto.

Partiamo dal pilastro portante della sua struttura narrativa, ovvero sia la carenza di mano d’opera, che costringe il rais di damasco a supplire con tattiche terrorizzanti.

https://thecandelabraofitaly.blogspot.it/2018/04/risposte-ai-sostenitori-di-assad.html

 

La carenza di mano d’opera sussiste se l’obiettivo è la riconquista di tutta la  Siria.  Gli Usa tendono a bombardare i siriani ogni volta che si avvicinano al confine iraqeno, e Israele  bombarda ogni volta che Nethanayu ha un mal di pancia.

Spiega però bene Tom Cooper, un esperto giornalista di analisi militare, che l’esercito siriano è piu’ forte oggi rispetto al 2012,  perchè più esperto, meglio armato e organizzato, e Cooper non è un assadista.

https://warisboring.com/whats-left-of-the-syrian-arab-army/

Ranieri sostiene che Assad debba ricorerre alla leva forzata, depredando università e arruolando a forza i giovani, peccato che nel frattempo le curve degli stadi siriane vengano riempite, e pochi giorni prima del fatto di Douma, il ministero della difesa siriano stesse considerando l’idea di congedare migliaia di militari.

Ranieri fa inoltre un paragone alla Vanna Marchi, per vendere il prodotto, quando usa a paragone la battaglia per riconquistare Daraya, dove ci sono voluti 3 anni per riprendere un paese  più piccolo e mal difeso di Douma.

Un paragone idiota in quanto intorno a Douma l’esercito siriano aveva mobilitato 90 mila uomini, inclusa la divisione di elite Tiger,  e non doveva più dividere uomini e mezzi su 130 fronti, come dal 2013 al 2016.

Per dare però  valore alla sua teoria, scomoda una batttaglia avvenuta in libia, che se conosce allo stesso modo della Siria, e con la stessa misura dei suoi colleghi Ricucci e lerner , non sarebbe nemmeno dovuta avvenire:

http://m.dagospia.com/posta-gad-lerner-non-aveva-capito-niente-sulla-libia-ecco-cosa-scriveva-nel-2011-119928

 

Vale la pena ricordare che la tattica preferita dell’esercito siriano inoltre, è sempre quella di lasciare che i favolosi ribelli moderati si ammazzino tra di loro. Questo succede ogni qual volta i vari gruppi, devono coabitare.

Dal 2016 si è registrato infatti un aumento enorme dei combattimenti intestini, dovuti alle divergenze di natura economica, prima ancora che politica.

In goutha Failaq al ramhan (fsa ) e Hts (alqaeda) combatterono insieme lo strapotere di yajsh al islam, mentre in Idlib e Nord Aleppo, alleanze si formano e disfano di continuo, costringendo leader religiosi agli appelli di pace in nome della causa in comune (la Jhad )

 

 

 

https://en.wikipedia.org/wiki/Inter-rebel_conflict_during_the_Syrian_Civil_War

Il punto però più ridicolo di tutto l’articolo di Ranieri e quando dice che tra I ribelli soltanto Isis ha usato in passato il gas, è solo un pochino, ma yajsh al islam non dispone di queste armi e non le ha mai usate.

Yajsh al Islam, fù invece accusata dai curdi di Aleppo di aver usato agenti chimici in un bombardamento  contro civili, mentre Carla DelPonte, alto commisario U.N., il N.Y.T., hanno in passato puntato il dito contro i gruppi ribelli.

Ovviamente tante accuse in tal senso le ha fatte lo stesso esercito siriano, che per Ranieri non è considerabile giustamente, una fonte imparziale, non certamente affidabile quanto i gruppi islamisti e i loro white helmets.

 

http://www.voanews.com/a/kurdish-officials-rebels-may-have-used-chemicals-aleppo/3276743.html

http://www.bbc.com/news/world-middle-east-22424188

http://www.nytimes.com/2015/11/07/world/middleeast/syria-rebels-used-mustard-gas.html.

 

Quindi una volta evidenziato con dovizia di particolari che Ranieri è tutto meno che un esperto di Siria e gruppi ribelli, andiamo a vedere e sottolineare omissioni e falsità.

Ranieri  parlando del Goutha, cita i prigionieri in mano a yajsh al islam, ma evita di raccontare che di questi 5000  prigionieri, in parte donne e bambini, soprattutto di minoranze religiose, sono tornati vivi soltanto 200.

Questo non è un particolare irrilevante, infatti nessuno al  mondo conosce l’identità dei civili morti che si vedono nel video, un fatto strano, visto che ogni comandante morto viene celebrato in rete.

https://www.cbsnews.com/news/syria-rebel-leader-ahrar-al-sham-hassan-aboud-killed-isis-fight/

Non è però così atipico se rapportato ad altri fatti simili, come il supposto attacco chimico in Khan Shejkun.  Anche in quell’occasione, nessun combattente ha celebrato vittima, nessun nome e nessun funerale ripreso.

Considerato che yajsh al islam,  aveva in mano migliaia di prigionieri, presi per differente appartenenza religiosa o sospetto sostegno al governo, sarebbe importante poter dare un nome alle vittime.

Invece dobbiamo acconterarci di due video, uno preso dentro a un ospedale, in cui i pazienti che hanno scelto di rimanere nelle zone del governo, dichiarano una cosa, quelli usciti con yajsh al Islam un altra.

https://www.independent.co.uk/voices/syria-chemical-attack-gas-douma-robert-fisk-ghouta-damascus-a8307726.html

 

Sono  disponibili, e sostanzialmente ignorati, anche le interviste ad alcuni dei dottori e dei bambini, presenti nel video girato all’interno dell’opsedale,  sappiamo  che una testimonianza è accettata da una certa stampa, soltanto se proviene da residenti nelle zone sotto controllo jhadista, quindi non spreco tempo nel riprenderle.

 

Concludiamo con l’ultima accusa che Ranieri rivolge agli assadisti, e sarebbe quella di non portare prove di una eventuale false flag, ma soltanto teorie.

In realtà l’unica teoria è quella di Ranieri, che forse ha visto le prove di Macron, ci chiediamo come possa sostenere che le vittime sono state colpite da  bombardamento aereo o di elicottero.

Intanto il filmato girato dentro all’abitazione dove sono stati rinvenuti i corpi, non presenta nessun segno dovuto a esplosione, caduta di un missile dall’alto o di un barile bomba, ma soltanto dei poveri civili morti.

https://twitter.com/Nidalgazaui/status/982916316419051520?s=19

 

Inoltre nei giorni immediatamente precedenti,  l’esercito siriano,  il comando russo e i mass media non interessati a perorare la causa di Usa e israele, avevano diffuso parecchi prove sul possesso di agenti chimici da parte di yajsh al islam.

Ranieri trova più comodo scrivere però che non è stato presentato uno straccio di prova, ben sapendo che la maggior parte del pubblico occidentale,  fatica più a credere a un giornalista siriano o russo, che a un Foglio diffuso nel cosidetto Mondo libero.

Costruire però un’ora dopo la cattura di un villaggio, uno stabilimento artigianale per la lavorazione di sostanze chimiche , e importare del clhorine dalla Germania, nonostante embargo, per usarlo come prova di difesa, dopo aver gasato 20 bambini innoqui, potrebbe essere un altro diabolico piano del poco astuto Dottor Assad, il tiranno più autolesionista della storia.

Gas clhorine importato dalla Germania trovato nel Goutha pochi giorni dal fatto, dai soldati siriani (ricordo che la Germania applica l’embargo alla Siria ma non all’opposizione).

 

In video uno stabilimento e laboratorio artigianale di agenti chimici trovato nel Goutha prima dell’incidente e filmato poche ore dopo la presa del villaggo

foto diffusa da account di sostenitori della rivoluzione,mostrerebbe l’ordigno chimico lanciato dal regime, che pare più uno scaldabagno appoggiato su un letto intatto.

In conclusione , vorrei porgere questa domanda a Ranieri e a tutti coloro che credono che Assad o i suoi generali, siano così deficenti da fornire pretesti a Usa, Francia, UK, e Arabia Saudita (lo stato democratico che ha pagato le spese del bombardamento ) :

 

Assad , e il comando militare siriano, hanno assistito alla presa delle loro basi aeree in mezzo a campagne e deserti ( Taqba e Menagh), per mano di isis e Alqaeda.

Hanno perso così non solo tanti soldati (alla faccia della scarsità di mano d’opera) ma anche aerei, posizioni strategiche e pozzi di petrolio in mezzo al deserto, ed hanno inoltre dovuto mobilitare uomini per liberare altre basi completamente circondate dopo anni,  dai peggiori terroristi che il mondo abbia mai conosciuto ( Deyr al Zour e Kureilles )

Hanno perso e liberato più volte, località semi deserte, vedendo distrutta la loro linea di difesa esterna (Palmyra, Qaryatyn, Suknha etc..) e non hanno mai adoperato  armi chimiche che avrebbero  permesso loro un reale guadagno militare e uno scarso danno politico, perchè invece si ostinerebbero invece a usarle esclusivamente contro donne e bambini, per ricavare null’altro che danni sotto tutti i punti di vista ?

Agli “esperti” l’ardua risposta.

Francesco Votta

L’incontro del Fratello Guida coi Capi delle Chiese presenti per tutta la Grande Jamāhīriyya, con gli Ambasciatori dei Paesi Amici, e con personaggi della politica, della religione e della cultura della società libica

6/3/2010
In tempi molto recenti, il mondo ha festeggiato la fine dell’anno 2006 e l’inizio dell’anno 2007 dalla nascita di Cristo, la pace sia con lui.

Il giorno di oggi, venerdì, segna la Vigilia al Monte Arafat durante la grande stagione di Hajj e, quasi due giorni dopo, il nuovo anno, che segna il passaggio dei 2007 dopo la circoncisione di Cristo dopo la sua nascita il 24 di questo mese. Inoltre, tra due giorni, saranno passati 1375 dalla morte del Profeta Maometto, ultimo tra i profeti, la pace e la benedizione di Dio siano con lui. È doveroso per noi e per il mondo intero segnare queste due date, la nascità di Gesù, pace sia con lui, e la morte di Maometto, la pace e la benedizione di Dio siano con lui, perché la nascita di Gesù è una delle meraviglie di Dio e un miracolo. Tale data doverbbe essere segnata e impiegata come base per il calendario e dovrebbe essere festeggiata ogni anno. Lo stesso vale per la morte di Maometto, l’ultimo dei profeti, che è un evento di portata cosmica e dovrebbe allo stesso modo venire impiegato come base per il calendario in tutto il mondo.

La nascita di Gesù, coem abbiamo già detto, è una delle meraviglie di Dio e un miracolo. Conoscete bene i miracoli di Gesù, sia pace a lui, come raccontati nel Corano. Gesù parlava al popolo quando ancora era un bimbo in culla, curava i malati e resuscitava i morti, col permesso di Dio. Il Corano afferma che Dio prese Gesù con Sé e lo innalzò a Sé. Dio Onnipotente dice nel Corano: “Io ti prenderò e ti innalzerò a me” e “non lo uccisero né lo crocifissero; solo un sosia fu mostrato loro”. Ed Egli dice anche “… e lo uccisero senza certezza”.

Questi è colui che, col permesso di Dio, risuscita i morti e cura i malati e fa miracoli e meraviglie. Dovremmo rispettare questa data, festeggiarla e impiegarla come base per il calendario. Questa data coincidel con la morte di Maometto, l’ultimo dei profeti. Con la sua morte cessò la rivelazione, il cielo si zittì del tutto e non si sarebbe più rivolt alla terra dopo di lui fino al Giorno del Giudizio.

Il significato della questione storica è manifesto quendo si chiede: “Quando cessò la rivelazione? Quando decise Iddio di non mandare altri messaggeri sulla terra? Quando si è zittito il cielo e ha smesso di rivolgersi alla terra? Quando hanno avuto l’avviso del loro differimento i messaggeri?”La risposta verrà il giorno della decisione. La risposta è che tutto questo è successo con la morte dell’ultimo dei profeti, Maometto, la pace e la benedizione di Dio siano con lui.

In questa realtà di cui noi stiamo facendo esperienza, signori, è difficile dichiarare l’irrefutabile verità, specialmente in materia di religione, assieme alle altre verità in materia di società, economia e politica. Però larealtà che stiamo esperendo è peggiorata e ha finito col porre una minaccia alla pace e alla stabilità del pianeta e alla vita della gente.

D’altra parte, la porta dello sfruttamento della religione è stata spalancata al punto tale che è stata usata per giustificare takfir , terrorismo, distruzione, guerre e omicidi di massa. Perciò chi non dichiara la verita è un demone muto; e visto che nessuno vuole essere un demone muto, ho ritenuto mio dovere incontrarmi con voi.

Stasera abbiamo l’onore della presenza dei capi delle chiese presenti in tutta la Grande Jamāhīriyya e gli ambasciatori degli stati amici e i personaggi guida della politica, della religione e della cultura nella società libica; e abbiamo anche l’onore della presenza della Regina d’Uganda della Repubblica dell’Uganda e della delegazione di dignitari che l’accompagna. Ho ritenuto che questa fosse l’occasione appropriata per dichiarare alcune verità che non sono stato io a scoprire né vi sono giunto in seguito a un’interpretazione, come succede oggi.

Avete visto che il mercato dell’inganno, dell’eresia e della sofisticheria è pronto a sfruttare i sempliciotti, la gente comune e le masse. Tutti quelli che hanno un interesse nell’eresia, i grassatori di guerra e i trafficanti di armi, hanno tratto vantaggio dalla confusione e dagli errori promossi al momento.

Secondo il nostro credo, io sostengo che c’è un grande malinteso riguardo il problema religioso. Ciò che sta succedendo ora è solo una tradizione ereditata basata su opinioni discrezionali di mondo, posizioni di mondo e interessi di mondo. I furbi hanno sfruttato la religione adattandola a servire i loro interessi per poi presentarla a noi. Hanno creato una realtà religiosa che non ha nulla a che vedere con la religione.

Per prima cosa, circolare attorno alla Ka’ba e fare la veglia sul Monte Arafat dovrebbe essere permesso a tutti. Il primo errore è che hanno dato il diritto di officiare il rito solo ai seguaci di Maometto, cosa che non ha alcuno fondamento nella religione, nel Corano o in qualsiasi altro documento originale.

Quando il Corano venne rivelato a Maometto, il popolo aveva circolato attorno alla Ka’ba per 2500 anni per riconoscimento di Abramo, la pace sia con lui. Circolare attorno alla Ka’ba non è ristretto a Maometto e ai suoi seguaci, ma permesso a tutti. Dio dice che la Ka’ba è stata la prima casa mai costruita per l’adorazione di Dio. Ora citiamo versi del Corano che di solito vengono trascurati, specie dai seguaci di Maometto:

“La prima casa istituita per il popolo era quella di Becca, un luogo santo e una guida per tutti”. Dio ci ha detto che la prima casa istituita per il popolo non è solo per gli arabi e per Maometto, ma per tutti. Questa era la casa istituita per tutto il popolo nella terra come guida santa per tutti. Era quella a Becca, che è la Ka’ba della Mecca. È per tutti, non solo per gli arabi, per gli abitanti della Penisola Araba e per gli abitanti della Mecca. Con ciò ci si riferisce al posto su cui poggia la Ka’ba, che è sacro, e non all’edificio stesso, che non lo è.

C’è chi ora si aggrappa ai teli di copertura della Ka’ba e all’edificio e al muro: questo è paganesimo. Se lo si dicesse ora, milioni di quelli che circolano attorno alla Ka’ba farebbero obienzioni. La santità non è nell’edificio, che non venne costruito nel passato remoto, e che potrebbe crollare ed essere ricostruito. È la terra sotto che è pura e santa, e su cui Dio ordinò ad Abramo e Ismaele di costruire la casa per far conoscere quel luogo puro e santo. Altrimenti nessuno saprebbe che cosa c’era un questa valle o in un’altra.

Questa casa di mattoni che ora vediamo e che la gente tocca non ha alcuna santità. Inoltre, circolare attorno al luogo definito dall’edificio non è solo per gli arabi o i seguaci di Maometto, ma per tutti. Fu la prima casa istituita per il popolo. Tutti, da ogni continente hanno il diritto di circolare attorno alla Ka’ba e di vegliare sul Monte Arafat. Di chi vorrebbe fermarli, Dio dice: “Chi, ritenuto eguale tra gli uomini, non crede e sbarra la via di Dio e la Santa Moschea…” Chi impedisce di circolare attorno alla Ka’ba alla gente, che siano abitanti dell’area o che vengano da fuori, è dichiarato non credente da Dio nel Corano. Se il Legato Pontificio vuole recarsi a circolare attorno alla Ka’ba domani, ciò è suo diritto perché la Ka’ba è per tutti. Se qualcuno glielo impedisce, il Corano dice: “Chi non crede e sbarra la via a Dio e alla Moschea…” è considerato un miscredente, perché impedisce alla gente di circolare attorno alla Ka’ba. Chi ha mai detto che al Legato Pontificio non sia permesso di visitare la Ka’ba e di circolarvi attorno? Chi l’ha mai detto? Chi glielo impedisce? C’è un verso del Corano che lo fa? No, non c’è!

Chi sono quelli a cui viene impedito di circolare attorno alla Ka’ba? Sono quelli di cui il Corano dice: “gli idolatri sono del tutto immondi, quindi non li si lascino avvicinare alla Santa Moschea dopo questo loro anno”. L’idolatra è immondo. Perciò chi è l’idolatra a cui si dovrebbe impedire di circolare attorno alla Ka’ba? È quello che non adora solo Iddio, non crede a un solo Dio e adora gli idoli.

La parola “al-mushrekeen” (idolatri) nel Corano denota sempre quegli arabi che adorano gli idoli; erano i politeisti che adoravano ‘Allat’, ‘Alazza’ e il terzo, ‘Mounat’, e poi altri idoli. Quelli sono gli idolatri immondi e, in quanto tali, a loro viene impedito di circolare attorno alla Ka’ba. Quest’ordine deve essere fatto rispettare da ora e tutti debbono poter circolare attorno alla Ka’ba. Ne verrebbero grandi benefici.

Ho parlato di un mondo che ora sta peggiorando. Dio voleva che tutti circolassero attorno alla Ka’ba per una ragione. “Abbiamo istituito la casa come luogo di visita per la gente”, “e un santuario e ‘prendetevi il campo di Abramo come luogo di preghiera’, e facemmo un patto con Abramo e Ismaele”. Purifica la mia casa per chi vi si avvicina e per chi vi si aggrappa, per chi si inchina e per chi si prostra.

Fu Abramo, non Maometto, a cui Iddio ordinò di costruire questa casa, di purificarla e di chiamare la gente a circolarvi attorno “e quando abbiamo deciso di fare di questa casa un luogo di visita” che fosse un punto di incontro per il popolo. Dio vuole che tutti si ritrovino ogni anno attorno alla Ka’ba, così che l’umanità possa riunirsi e conoscersi.

È un congresso internazionale come l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che ha una sua sessione annuale in cui si incontrano le delegazioni, stilano dichiarazioni e cercano di raggiungere la pace sulla terra e l’armonia e la cooperazione tra i popoli. Ciò è appunto quanto Dio vuole che la Ka’ba sia: un punto d’incontro. Dio volle che la Ka’ba fosse un punto di incontro ogni anno per tutti i popoli, non solo per gli arabi o i seguaci di Maometto.

Il monopolio della Ka’ba è razzista. La Ka’ba è per tutti; e ciò è molto saggio. Tutti, da tutti i continenti (America, Europa, Africa, Asia e Australia) debbono venire ogni anno, circolare attorno alla Ka’ba e conoscersi. Questa è adorazione congiunta.

Se qualcuno vi dicessse che circolando attorno alla Ka’ba voi diventereste seguaci di Maometto, costui sarebbe bugiardo e impostore. I popoli dovevano circolare attorno alla Ka’ba per 2500 anni circa prima di Maometto, sin dall’epoca di Abramo. Tutti i popoli erano soliti circolare attorno alla Ka’ba prima del Corano e prima di Maometto.

Dio disse: “è dovere verso Dio di tutti gli uomini di venire alla casa come pellegrini, se sono in condizioni di poterci arrivare.” Non ha detto “solo gli arabi”. Inoltre, non ha detto che fosse dovere verso Dio degli arabi, dei seguaci di Maometto o degli abitanti della Penisola Araba; disse invece: “È dovere verso Dio di tutti gli uomini”. Ciò significa che Egli chiede a tutti gli uomini di andare in pellegrinaggio alla Ka’ba. Disse anche: “… e di diffondere il pellegrinaggio tra gli uomini”, che era diretto ad Abramo e non a Maometto, perché il pellegrinaggio viene prima di Maometto. Quando Abramo costruì la Ka’ba, Egli gli disse “proclamate il pellegrinaggio tra gli uomini e verranno da te a piedi verranno da ogni baratro profondo…”. Egli stava chiedendo ad Abramo di proclamarlo tra gli uomini; non stava chiedendo di proclamarlo tra gli arabi, tra gli abitanti della Penisola Aranica o della Mecca, ma gli chiese di programarlo tra tutti gli uomini. Gli chese di chiamare tutto gli uomini al pellegrinaggio perché nella sua saggezza Dio vollte tutta l’umanità attorno alla Ka’ba, così che ci potesse essere comprensione, pace e fratellanza umana.

Certo, se lo si dovesse dire nella Penisola Arabica, in un contesto politico o diplomatico, sarebbe il terremoto; ma non avrebbero argomenti contrari. Li sfiderei a citarmi un verso solo del Corano che sbarrasse ai seguaci di Gesù, di Mosè o di altre religioni la via attorno alla Ka’ba! Non c’è alcun verso del genere: solo l’infedele immondo è bandito.

Se mai qualcuno dovesse dire che non crede affatto, allora non lo si lascerebbe affatto avvicinarsi alla Santa Moschea. Però monaci, preti, chierici e milioni e milioni del Popolo del libro non sono miscredenti immondi. Allora, come potremmo impedir loro il pellegrinaggio? Ciò va fatto rispettare e deve diventare realtà.

Mi si mostri un altro posto nel mondo dove la gente circoli! C’è solo un posto così ed è la Ka’ba. Fortunatamente, ora ci sono i satelli che trasmettono queste immagini a tutta l’umanità a al mondo intero.

Ora il popolo vede questa immagine maestosa di milioni di persone attorno alla Ka’ba in un rito di adorazione. C’è nient’altro del genere altrove nel mondo? No, ma ci sono sindoni, come quelle in India dove i Sik e i Bramini visitano il Taj Mahal e i Buddisti la statua di Budda e i seguaci di Gesù, Mosè o Maometto visitano Gerusalemme. È una visita.

Il popolo visita il Santo Sepolcro esattamente come noi che crediamo che Maometto sia sepolto nella moschea di Al-Medina, che il popolo visita. È una visita e non un rito di adorazione. E se andate alla tomba di Maometto, allora il vostro pellgrinaggio non è valido, perché visitare la tomba del Messaggero se mai tale tomba esiste, non è parte del pellegrinaggio. Per come la vediamo noi, la tomba non esiste perché tutte le tombe sono state spianate dopo l’emergere del movimento riformista di Wahabi, che ha spianato le tombe ed eliminato tutti i monumenti storici. Io non credo che sia certo che la tomba di Maometto esista. Comunque, che esista o no non ci riguarda.

Una visita in Vaticano è una visita al Papa che si vuole salutare. Una visita alla tomba di Maometto e la lettura di “Al-Fatiha” a lui, o la curiosità di vedere la tomba, è solo una visita.

Comunque, non c’è posto sulla terra oltre la Ka’ba attorno il quale la gente circoli. È il solo luogo in cui Dio ha ordinato che la gente circolasse; e non c’è bisogno di essere seguaci di Maometto, Mosè o Gesù. Dio non ha mai stabilito questa condizione; disse semplicemente che bisogna girare attorno la Ka’ba. Poi si possono officiare i riti di adorazione, che sia in forma di preghiera che abbiamo noi o quella che hano altri nella chiesa in diversa maniera. Uno può meditare e l’altro può fare movimenti, perché ognuno è libero di adorare Dio alla sua maniera. Uno può digiunare dalla mezzanotte al mezzogiorno per quaranta giorni, mentre un altro può digiunare dall’alba al tramonto per trenta giorni. Va bene per ciascuno digiunare e pregare nella maniera a lui prescritta, ma girare attorno la Ka’ba è preghiera comune.

Ora, non tutti i pellegrini visitano Al-Madina e non necessariamente visitano la tomba del Messaggero perché sanno che non è un rito di venerazione. Qualcuno la visita e altri no e non sono in colpa per questo. Si può visitare Gerusalemme o nem, visto che non è stipulato, e lo stesos vale per il Vaticano e per il Taj Mahal, ma girare attorno alla Ka’ba è l’unica stipulazione perché non è una visita, ma un rito di adorazione. È uno dei fatti che dissiperà la situazione distorta che prevale oggi assieme ai credi erronei.

Non possiamo tacere oltre di fronte agli errori, ai sofismi e alle eresie di cui siamo testimoni ora, quando sentiamo di Armageddon e del terrorismo, mentre vediamo coi nostri occhi la distruzione. Non possiamo permetterci di tacere oltre, perché chi conosce la verità la deve proclamare.

La seconda verità è che è un errore dire che i mussulmani sono seguaci di Maometto. Seguaci di Maometto non sono solo i mussulmani. Anche i seguaci di Gesù sono mussulmani e così i seguaci di Mosè, di Abramo, di Noè, di Idriss, di Saleh e di tutti i profeti. Ciò è detto nel Corano.

Forse lo Sceicco Al-Zanati o lo Sceicco Al-Dukali che, Dio li benedica, conoscono il Corano a memoria, possono aiutarci citando quei versi che ci dicono che mussulmani non sono solo seguaci di Maometto. In primo luogo, non ha forse il Corano detto che egli stesso era mussulmano?

La parola allo Sceicco Aldukali:

Intervento dello Sceicco Al-Dukali: Fratello Guida, c’è un verso santo che comanda al Messaggero, sia pace e benedizione a lui, di seguire l’esempio dei profeti che vennero prima di lui, come dice l’Onnipotente: “Questo è la nostra parola, che Noi abbiamo affidato ad Abramo contro il suo popolo. Alziamo di grado chi vogliamo. Certo il tuo Dio è Onnisciente. E gli abbiamo dato Isacco e Giacobbe, e ognuno l’abbiamo guidato noi, e prima avevamo guidato Noè; e del suo seme Davide e Salomone, Giobbe e Giuseppe, Mosè e Aronne. E anche in questo caso Noi premiamo chi ha fatto del bene: Zaccaria e Giovanni, Gesù ed Elia. Ognuno di loro era tra i giusti: Ismaele ed Eliseo, Giona e Lot. Abbiamo preferito ognuno di loro sopra tutti; anche tra i loro padri, tra i loro parent, tra i loro fratelli. E li abbiamo scelti, e Noi li guidammo sulla retta via. Ecco la guida di Dio. Egli guida attraverso colui che sceglie tra i suoi servi; se fossero stati idolatri, avrebbe punito loro e i loro atti.”

Colonnello Al-Gheddafi:Chiedo scusa, ma vogliamo il verso in cui si dice che anche Abramo era mussulmano.

 Sceicco Al-Dukali: Sì, eccolo: “Chi è guidato da Dio. Queste sono le istruzioni per il Messaggero di Dio, la pace e la benedizione di Dio scendano su di lui. Essi sono coloro a cui Dio ha segnato la via, quindi seguite la loro guida”. Ciò significa che egli deve seguire la loro guida così come deve seguire la guida di Abramo. “Certamente, Abramo era una nazione che obbediva a Dio, un uomo di pura fede e non un idolatra; e mostrò riconoscenza per la Sua benedizione. Egli lo scelse ed Egli lo diresse sulla retta via. E gli diede bene al mondo”.

Colonnello Al-Gheddafi: “Abramo inverità non era né ebreo né cristiano; ma era mussulmano e di fede pura e certamente non è mai stato idolatra”. Ciò significa che Abramo era mussulmano. Poi disse “E Abramo così impartì a Giacobbe e ai suoi figli: ‘Figli miei, Dio ha scelto per voi la religione; fate sì di non morire arrendendovi”. In altre parole, Giacobbe disse ai suoi figli di non morire se non mussulmani; e ciò successe prima di Maometto. Cosa dissero i sacerdoti di Faraone quando proclamarono la loro fede in Mosé e Aronne?

Sceicco Al-Dukali: Dissero: “Crediamo nel Dio di Mosé e di Aronne”.

 Colonnello Al-Gheddafi: C’è un verso che dice che proclamarono la loro adesione all’Islam.

Sceicco Al-Dukali: “E a Lui ci rendiamo”.

 Colonnello Al-Gheddafi: I sacerdoti di Faraone, quando riconobbero le meraviglie di Mosé, dissero: “Noi crediamo… nel Signore di Mosé e di Aronne”, che significa che Abramo era mussulmano. E quando la morte visitò Giacobbe, cosa disse egli ai suoi figli?

Sceicco Al-Dukali: “Perché, eravate testimoni quando la morte visitò Giacobbe? Quando disse ‘Chi servirete dopo di me?’ dissero: ‘Serviremo Dio e il Dio dei tuoi padri Abramo, Ismaele e Isacco, il Solo Dio; a Lui ci rendiamo”.

Il Capo: I figli di Giacobbe disssero al padre: “Adoreremo Dio come Mussulmani”. E i sacerdoti di Faraone, quando credettero al Signore di Mosé e di Aronne, dissero “Siamo mussulmani”. E anche Abramo disse “Io sono mussulmano. Chi crede in Dio è mussulmano”. Quindi, quando venne Maometto, chi lo seguì si unì a questa religione e io ho approvato l’Islam come vostra religione.

 Sceicco Al-Dukali: Oggi ho portato alla perfezione la vostra religione per voi, e ho portato a compimento le mie benedizioni su di voi e ho approvato l’Islam come vostra religione”.

Colonnello A-Gheddafi: In altre parole, disse loro: “Non adorate idoli. L’Islam prima di me è l’Islam di Gesù, Mosé e Abramo”. Orbene, perché diciamo che l’Islam è una religione universale? Perché ci sono idoli e c’è Iddio. Adorare gli idoli è adorare il diavolo, i pianeti, le immagini vili, i fenomeni naturali, ecc. Questa idolatria è la parte del Diavolo, mentre la parte di Dio è l’Islam, che sono coloro che credono in Dio. Tutti coloro che credono in Dio erano mussulmani prima di Maometto. L’ultimo gruppo che ha abbracciato la religione islamica, in esistenza dai giorni di Abramo, furono i seguaci di Maometto.

Altra inesattezza è quando si dice che: “I mussulmani sono terroristi… l’Islam è terrorismo”. Ciò significa che si disprezzano tutti quelli che credono in Dio, perché chi si rende a Dio è mussulmano. Se uno dice che i mussulmani sono terroristi, ciò vuol dire che lo sono anche i danesi, gli americani, i canadesi, gli australiani, gli indiani e gli arabi.

Maometto, sia su di lui la benedizione di Dio, non s’è mai rivolto a chi credeva in lui dicendo “O mussulmani”, ma si rivolse a loro come “fedeli”, “servi di Dio” e “popolo”. Si rivolgeva a loro così perché i mussulmani non sono solo quelli che credono in Maometto; invece, tutti quelli che credono in Dio sono mussulmani. Quando ci dicono che “per dio la religione è l’Islam”, ciò significa che chi crede a Maometto segue la religione giusta.

Perché Dio e la religione – siano di Gesù, di Mosé o di Abramo – sono Islam. Rendersi a Dio è la religione giusta agli occhi di Dio e chi non si rende a Dio non è mussulmano. Se qualcuno desidera una religione altra dall’Islam (sottomissione ad Allah) ciò non sarà mai accettato; e nell’Aldilà sarà tra le schiere di chi ha perso.

Chi sarà tra le schiere di coloro che hanno perso, e in chi non si accetterà mai tale scelta? È colui che non crede in Dio, perché colui che crede in Dio è mussulmano. Oggi noi siamo in una situazione positiva per mano dell’uomo, come la Sharia islamica. La Sharia non è islamica, ma il risultato di un’interpretazione discrezionale. C’è stato chi ha applicato la sua interpretazione discrezionale alle pene, un altro l’ha applicato alle procedure e un terzo ai provvedimenti preparativi per la Sharia.

Queste sono interpretazioni discrezionali che vengono chiamate Sharia Islamica, che però non è questa. La Sharia Islamica sono i libri sacri. La Sharia Islamica sono i testi rivelati. Quindi noi siamo davanti a tante distorsioni e falsificazioni.

Nella Bibbia si dice che Maometto è un profeta che viene dopo Gesù. Gesù disse ai suoi seguaci di seguire il profeta che fosse venuto dopo di lui “che confermerà la legge dopo di me”. Gesù disse ai suoi seguaci: “O figli di Israele! Io sono l’apostolo di Allah mandato a voi a conferma della Legge che venne prima di me e che dà la Buona Novella di un Messaggero che viene dopo di me, il cui nome sarà Amhad”. In altre parole, li stava avvertendo di un profeta che sarebbe venuto dopo di lui, così che lo seguissero.

Ciò significa che sarebbero stati felici quando avrebbero seguito quel profeta che sarebbe venuto dopo Gesù, per la Buona Novella; e la parola araba “Injeel”, nella Bibbia, significa Buona Novella. Dov’è scritto? Non è qui; vuol dire che qualcuno l’ha cancellato.

Ho detto che ci sono cose nel Cristianesimo, nel Giudaismo e nel Maomettismo, termine molto più preciso, che sono state distorte col proposito di opprimere il popolo, controllarlo e derubarlo dei suoi averi. Così crearono rituali e varie forme di controllo del popolo. Per esempio, se volete condurre le preghiere dovete coprirvi il capo. Chi l’ha detto? Perché chi conduce le preghiere non può avere il capo scoperto? Lo dicono perché il berretto distingue l’Imam (la guida delle preghiere) e sarebbe per lui come una corona.

Fa questo, vestiti così. No, Gesù non l’ha mai detto e nemmeno Mosè o Maometto, che si vestivano come la gente di Al-Medina o della Mecca. Era solito alzarsi la veste perché c’erano le paludi ad Al-Medina. Di solito piantavano palme, attingevano acqua, lavavano con l’acqua e costruivano moschee e case e quindi dovevano alzarsi la veste. Oggi c’è chi viene e si alza la veste dicendo che così emula il Profeta mentre cammina per il deserto senza paludi. E allora perché si alza la veste? Questa è ciarlataneria, non religione.

Per quanto riguarda il Corano, in questi giorni non si pensa al suo significato, ma ti sorprendono col modo corretto di recitarlo e col suono e l’amalgama delle consonanti. Quindi ci si sente in perdita e si pensa a come si può memorizzare tutto invece di chiedersi il significato del verso. Ci si preoccupa della pronuncia, anche se l’amalgama e il suono delle consonanti dovrebbero venire automaticamente. Quando si parla o si legge, due suoni simili che si incontrano si fondono automaticamente. Per esempio, quando si dice “kibbati”, per la verità si dice “kidbati”, perché la ‘d’ e la ‘b’ si fondono. Però parlano ancora di amalgama delle consonanti e dicono che questo suono diventa muto e che si pronuncia con la punta della lingua, ecc. Sono sicuro che lo Sceicco Al-Dukali ha passato una vita ha studiare la cosa.

Hanno anche fatto differenze tra moschee. Non sappiamo se i Sunniti o gli Sciiti abbiano la loro moschea. In Nigeria i seguaci di Maometto bruciano chiese e i seguaci di Gesù bruciano moschee. Questi sono infedeli: una chiesa è una casa di preghiera e così è una moschea. Se si crede in Dio, allora come si può bruciare un luogo dove il Dio in cui si crede è adorato? Bisogna invece avere tale luogo come sacro e riverire il popolo perché adorano Dio, sia in una moschea sia in una chiesa. Bisogna gioire e dire: “Questi sono credenti come me e adorano Iddio e non il Diavolo”. Però succede il contrario e ciò è dovuto a scarsa comprensione della religione.

Allo stato attuale, la religione è piena di difetti. Ci sono anche tante cose nascoste. Vogliamo ricercare nella Bibbia ogni menzione di Maometto. Dio ci disse che Gesù disse che portò la buona novella di un profeta chiamato Maometto che sarebbe venuto dopo di lui.

Se Mosè fosse stato vivo alla venuta di Gesù, lo avrebbe immediatamente seguito. Lo puoi chiamare cristiano o come vuoi, ma anche Mosè avrebbe seguito Gesù e si sarebbe accordato ai suoi insegnamenti. Inoltre, se Gesù fosse stato vivo al tempo di Maometto, l’avrebbe seguito subito. Se vogliamo parlare di religione, allora questa è la religione. Dovremmo eliminare sciovinismo, razzismo, colonialismo e bigotteria. Un luogo di preghiera è dove si prega Iddio, ed è lo stesso Dio.

Lasciamo che disprezzino i mussulmani e dicano: “i mussulmani sono terroristi”. Non dovremmo mai replicare. I seguaci di Maometto non dovrebbero parlare perché la parola “mussulmano” non denota solo loro, ma tutti i gli altri seguaci delle religioni monoteiste. Quando si disprezzano i mussulmani, si disprezzano i seguaci di Maometto, di Gesù, di Mosè, di Abramo e di Noè. Lasciamoli dire quel che vogliono. I seguaci di Maometto sono solo un gruppo di quei mussulmeni che seguirono Mosè, Gesù, Giacobbe, Isacco, Ismaele, Abramo, Zaccaria, Giovanni ed Elia. Tutti gli altri sono mussulmani.

Quando disprezzano il Profeta Maometto, che venne per tutti i popoli, disprezzano il loro vero profeta. In Danimarca non hanno forse disprezzato il Profeta Maometto? Hanno disprezzato il loro profeta, perché Maometto è il profeta degli arabi, dei danesi, degli australiani, dei canadesi, dei latinoamericani e di tutti, perché fu l’ultimo dei profeti.

Se i seguaci di Maometto non credono in Gesù e negli altri profeti, allora non possono essere detti veri credenti, perché noi non facciamo differenza tra i profeti. A questo proposito, il Corano dice: “loro: e ci inchiniamo ad Allah (nell’Islam)”. Noi crediamo ad Allah e alla rivelazione data a noi, e ad Abramo, a Ismaele, Isacco, Giacobbe e le tribu, e quindi a Mosé e a Gesù, e a quella data a tutti i profeti dal loro Signore. “Non facciamo differenza tra l’uno e l’altro, e a Lui ci rendiamo.”

Se non vi piace, allora non credete a Maometto, perché chi crede a Maometto deve credere a Gesù, Mosé, Isacco e Ismaele. Deve credere a loro e non fare mai differenza tra loro.

Se Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe, Mosé e Gesù fossero vivi oggi, la nostra situazione sarebbe molto diversa. Noi avremmo trovato che i profeti erano fratelli e saremmo stati tutti mussulmani, credenti in un solo Dio. Per coloro che non credessero, la loro stima finale verrà nel Giorno del Giudizio. Se così fosse stato il caso, non avremmo i problemi attuali. Comunque, poiché così non è, il popolo sfrutta la religione per creare sette e denominazioni diverse e causa discordia tra la gente così da poterla sfruttare.

E ricordate, Gesù, figlio di Maria disse: “Figli di Israele, io sono l’apostolo di Allah mandato a voi a conferma della Legge che venne prima di me e vi do la Buona Novella di un Messaggero che verrà dopo di me, il cui nome sarà Amhad”. E disse a Maometto di dire non “O arabi”, ma “o popolo” e “O popolo, io sono il Messaggero di Dio presso tutti voi”.

Per coloro che stanno in Asia, Europa, Africa, Americhe e Australia e negli oceani, Maometto è il profeta di tutti loro. Non si è rivolto solo agli arabi, ma ha detto “Popolo, io sono il messaggero di Dio per tutti voi”. Dice loro che viene nella tradizione di Gesù e Mosè e che essi erano suoi fratelli e che questi erano libri sacri e parola di Dio, in cui debbo credere per poter essere mussulmani.

Perché nella Torah e nella Bibbia non si fa menzione di Maometto? Ciò significa che qualcuno si è messo a cancellare ogni riferimento a Maometto e che ne dovrà rispondere nel Giorno del Giudizio. È un peccato grave, perché dio disse qualcosa e qualcuno la cancellò. Se togliessimo una parola sola dal Corano “dovremmo farti provare una parte eguale di castigo in vita e una parte eguale in morte”: Dio punirebbe chiunque facesse ciò tante volte in vita quante in morte. Gesù ricorre venticinque volte nel Corano e nessun seguace di Maometto potrebbe togliere quel riferimento a Gesù. Se mai qualcuno volesse farlo per lui sarebbe un inferno, perché come si potrebbe mai cancellare una parola che Dio ha detto venticinque volte?

Nel Corano, Mosé ricorre centotrentotto volte e Maria trentotto; e non si possono cancellare. Così il Corano ha delle belle cose da dire sui cristiani, sugli ebrei e sui loro profeti che nessuno potrà mai cancellare. Perché non hanno detto: “No, queste vanno cancellate; dite che solo Maometto e i suoi profeti erano il popolo eletto da Dio”? Ciò sarebbe blasfemia, ma la Torah e la Bibbia vennero scritte molto prima di Gesù.

Ora vediamo la Torah e la Bibbia, in cui si fa menzione di Maometto. “Coloro che non credono e sbarrano la via verso Dio e la Santa Moschea e che abbiamo nominato eguali tra gli uomini”. Quindi chiunque impedisca ai cristiani e agli ebrei o ai seguaci di altre religioni di circolare attorno alla Kaaba è un miscredente.

“I miscredenti, che sbarrano la via verso Dio e la Santa Moschea e che abbiamo nominato uguali tra gli uomini, siano essi locali o provenienti dai territori circostanti…” cioè i residenti dell’area e i visitatori e tutti che hanno un proposito sacro. Attenti: abbiamo dato ad Abramo il sito della Casa Sacra dicendo: “Non associate nulla alla devozione verso di Me; e santificate la Mia Casa per quelli che vi circolano attorno, o restano in piedi, o si inchinano o si prostrano (quindi in preghiera)”. “E abbiamo proclamato il Pellegrinaggio tra gli uomini e verranno a te a piedi e a cavallo di ogni animale verranno dalle più profonde rovine”. Ciò significa che verranno dall’Australia, dal Canada, dalla Svizzera e dalla Finlandia. Ciò si richiedeva duecentocinquant’anni prima di Maometto: “Dalle più profonde rovine” significa da ogni remoto angolo, e non solo gli arabi che credevano in Maometto.

Quando veniamo a coloro che credono in Gesù, sia pace a loro, essi celebrano il giorno della sua nascita e il giorno della sua circoncisione; credono veramente nella missione di Gesù. Cosa disse Gesù quando salì sulla montagna e si rivolse alla gente? Disse: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. In altre parole, chiede al popolo di essere degno e mite, non colonialista, terrorista, bigotto, pieno d’odio per le altre nazioni o invasore e saccheggiatore.

“Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”. Verso chi Iddio non ha misericordia? Ha misericordia per chi ha misericordia verso gli altri. E per quelli che distruggono la gente, colpiscono con razzi, bombe intelligenti e missili cruise, schiacciano bambini contro i cingoli dei carri armati, sono questi misericordiosi? Questi Egli punirà perché non sono tra i misericordiosi e violano gli insegnamenti di Gesù. “Beati i miti, perché erediteranno la terra; e beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Chi è puro di cuore vedrà Dio. E per quelli dal cuore nero, che commettono genocidi, che odiano l’umanità e occupano territori, riducono la gente a schiavi e li trattano come animali, essi non vedranno Dio.

Chi vedrà Dio saranno i puri di cuore, i cui cuori saranno immuni da colonialismo, odio, invida e disprezzo. Questo è il popolo che vedrà Dio. Chi seguirà Gesù sarà puro di cuore, misericordioso e mite. Se crede in Gesù ed è un vero cristiano, questi saranno i suoi principi.

Ma dove sono i suoi insegnamenti, in vista di quanto succede oggi in Iraq, a Guantanamo e in Palestina, e di cosa è successo in Vietnam, nelle Filippine, nelle due guerre mondiali, e dell’uso delle bombe atomiche in Giappone. Hanno il diritto di dire “Siamo cristiani”? Mai!

Beati gli oppressi, perché entreranno nel Regno di Dio, non i saccheggiatori e i tiranni della terra. Loro non hanno posto in Paradiso; verranno invece consegnati nel pozzo più profondo dell’Inferno.

Gesù dice: “A chi vi prende il mantello non rifiutate nemmeno la tunica”. E disse loro: “Avete sentito detto ‘occhio per occhio e dente per dente’” perché lo si trova nella Torah, “ma io vi dico che a chi vi dà uno schiaffo dovete porgere l’altra guancia”. “Per chi fa un passo verso di voi, voi dovete fare un miglio verso di loro”. In altre parole, se qualcuno vuole farvisi amico, cooperare con voi, finire la sua lite con voi e fare un passo verso di voi, voi dovete fare un miglio verso di lui. Questi sono gli insegnamenti di Gesù. A loro disse anche: “Nessuno può servire due padroni… Non potete servire Dio e il denaro”. Come può il capitalismo oggi essere compatibile con gli insegnamenti di Cristo?

Abramo stesso era solito adorare il sole, la luna e le stelle. Non si può fargliene una colpa, perché arrivò a conoscere Dio solo quando Dio gli si rivelò. Dio gli disse: “Li ho creati tutti: il sole, la luna e le stelle che tu adori, e il mondo intero”. Quindi Abramo disse: “Ora ho visto la luce”.

Arrivammo a conoscere la resurrezione, il Giorno del Giudizio e il Paradiso e l’Inferno quando Dio ce lo disse. Altrimenti saremmo ancora rimasti al buio. La sola religione a cui dovremmo aderire è la religione di Dio. Ma se si disobbedisce alla Parola di Dio, allora riguarda solo noi e dobbiamo assumerci la nostra responsabilità.

Nessuno può cambiare nulla nel Corano; altrimenti non saremmo qui. Il Corano dà la colpa a Maometto e parla di Gesù, di Mosé e degli ebrei. Forse all’epoca c’erano guerre e comunque Maometto non poteva cancellare le frasi a loro favore e nemmeno gli scribi che poi redassero la rivelazione o i mussulmani fino al Giorno del Giudizio. Se qualcuno cancellasse una parola del Corano verrebbe consegnato all’Inferno.

Quindi siamo sicuri che questo libro sia veritiero perché ci sono cose in esso che conosciamo solo perché Dio le ha dette a noi. Inoltre, ci sono cose che Maometto non avrebbe potuto mettere di suo, perché non gli sono favorevoli. Egli gli disse: “Come poco saresti stato propenso a loro se non ti avessimo rinforzato”. E gli disse: “In tal caso dovremmo farti provare parte eguale di castigo in vita e in morte”. Questo verso venne rivelato a lui ed egli lo ripeté a tutti. Perché non lo cancellò? Perché non poteva.

Ora arriviamo in breve ai problemi che proviamo oggi e che potrebbero essere dovuti alla ciarlataneria tipica della religione e al fraintendimento della stessa. Siamo giunti a definire mussulmani i seguaci di Maometto, cristiani quelli di Gesù ed ebrei quelli di Mosè. Abbiamo adottato norme di abbigliamento che ci separano gli uni dagli altri e costruito templi diversi. Comunque, nel passato non si poteva distinguere una chiesa da una moschea.

Poi vennero il razzismo e il colonialismo e con loro chi voleva controllare l’umanità. Chiunque voglia che la gente lo segua come un gregge cerca di sfruttare la religione. Dicono: “Costruitevi il tempio per farlo differente dai templi degli altri”. E ora bruciano i templi degli altri in Nigeria e in Palestina. Gesù non ha portato con sé una statua sua e di Maria per metterle in un tempio. Ciò è avvenuto più tardi. Le preghiere, i digiuni, le elemosine ai poveri e i pellegrinaggi alla Kaaba sono riti comuni di adorazione prescritti da tutti i profeti. Il resto è uno sviluppo più tardo. E anche quando la gente si fa il segno della croce fanno qualcosa che Gesù non ha mai fatto; perché significa il crocifisso, ma Gesù non ha mai pregato così. Poiché non c’erano crocifissi allora, questo dev’essersi sviluppato dopo la morte di Gesù, sia pace a lui.

È come quelli che citano i detti del Profeta. Se Dio avesse voluto dirci qualcosa, non ce l’avrebbe detto nel Corano? Questa è un’imitazione del Talmud ebraico. Dicono che queste sono le leggi delle tavole, ma il Talmud non era scritto. Qual è la differenza tra le tavole e il Talmud? Se Dio lo dice, allora è lo stesso. I problemi che ci affliggono oggi sono il risultato degli errori in cui le religioni incorrono. Se una rivoluzione culturale o religiosa si desse oggi, allora, forse, la vita umana sulla terra migliorerebbe e la pace, l’armonia e l’amore prevarrebbero. Altrimenti, continueremmo nella corsa alle armi, nell’inimicizia e nell’odio e nel distruggerci gli uni gli altri con le bombe nucleari.

Purtroppo, in questa felice occasione che riunisce assieme i seguaci di tanti profeti diversi, l’umore è rannuvolato da eventi come i fatti di Palestina e Irak, Abdul Basset Al Megrahi, le infermiere bulgare e Saddam Hussein. Queste sono tragedie. Guardate cosa sta succedendo in Palestina, Afghanistan e Iraq. Queste sono catastrofi che non possiamo ignorare.

Da un lato dicono che non ci dovrebbe essere interferenza nella funzione delle corti. Se un traditore e un lacché dell’imperialismo è arrestato e condannato dalla corte a morte o alla prigione, dicono, “Non avete rispetto per le regole della legge e per le corti. Avete inverferito nel lavoro delle corti e non avete consentito loro di svolgerlo. Perché avete interferito e detto alla corte di condannarlo a morte?”

Bene: abbiamo permesso alla corte di decidere in libertà. Però hanno detto: “Avreste dovuto interferire, cambiare la sentenza, prosciogliere le infermiere bulgare e liberarle subito!” Noi abbiamo risposto: “Questo è quanto deciso dalla corte”. Hanno detto: “No, non vogliamo sentirlo. Proscioglietele”. Noi abbiamo detto: “Non avete detto che la legge dovrebbe regnare suprema e che bisogna stare alle decisioni della corte?”

Quindi le procedure, gli standard e le relazioni tra gli stati sono state sovvertite. C’è un punto che non ho ancora svolto perché è duro e molto triste. In primo luogo, è molto dolorosa un’accusa di omicidio per gli angeli della misericordia e per i medici che curano la gente. È intollerabile, inconcepibile e incredibile. Come può un’infermiera chiamata angelo della misericordia uccidere un bimbo?

Il quesito è se l’equipe medica è stata trovata colpevole o no. Se è stata trovata colpevole dovrebbe essere condannata a morte. Ciò è elementare. Sta alla corte decidere se qualcuno ha commesso un omicidio premeditato oppure no, o se qualcuno ha commesso una rapina o no. Se viene trovato colpevole, va punito, e se non è trovato colpevole va prosciolto.

Questa è la prima volta che parlo di questa storia. Non è importante se le infermiere di Benghazi saranno condannate a morte o no. Se qualcuno ha commesso un crimine punibile per legge con la morte, la corte deve condannarlo a morte. Se il crimine è punibile col carcere, la corte deve condannare il colpevole a un periodo in carcere. Fin qui ciò non risolve la questione. La questione è se i membri dell’equipe medica sono stati accusati di aver deliberatamente iniettato il virus dell’AIDS ai bambini libici. Sono stati trovati colpevoli e quindi condannati a morte. Questa è una questione secondaria e non c’entra comunque col caso.

Che siano stati condannati a morte o no non è rilevante per me. Chiunque perpetra un crimine deve esserne ritenuto resposabile. È un altro problema. Il quesito importante è: perché voi, membri dell’equipe medica, iniettate il virus dell’AIDS ai bambini? Questo è quanto vogliamo sapere, ma non abbiamo risposta. Chi ve l’ha ordinato? Chi ve l’ha detto? Qualcuno è venuto da voi? È stato il servizio segreto libico, quello americano, quello israeliano a venire da voi, a darvi la fiala e a dirvi di fare le iniezioni ai bambini?

Dobbiamo scoprirlo. Se è provato che le infermiere hanno deliberatamente iniettato il virus dell’AIDS ai bambini e quindi sono state condannate a morte, allora ciò non è importante. Le dovremmo condannare a morte se avessero veramente compiuto questo atto deliberatamente. In tal caso, la condanna a morte è conclusione scontata. La pena va impartita sia che si tratti di bulgare, libiche o pachistane. Il nocciolo della questione è capire perché le infermiere hanno iniettato il virus ai bambini. Se è provato che era il risultato della negligenza o dell’ignoranza del fatto che la fiala o il sangue fosse contaminato col virus dell’AIDS, allora è un chiaro caso di negligenza e di mancanza di precauzioni proprie. Comunque, se era provato che era un atto doloso, perché l’hanno fatto?

Perché avete iniettato il virus dell’AIDS ai bambini deliberatamente? Spiegateci quali interessi avete, come equipe medica, a uccidere 400 bambini. Che interesse ha la Bulgaria o la Palestina affinché voi iniettiate il virus dell’AIDS ai bimbi libici?

È essenziale che conosciamo gli interessi delle infermiere e del medico nella morte dei 400 bimbi libici. Debbono informarci del loro interesse nell’uccidere 400 bimbi libici. Come serve gli interessi della Bulgaria sei l’equipe medica bulgara uccide 400 bambini? Se qualcuno è venuto a dir loro di iniettare ai bambini il virus dell’AIDS, diteci chi è. L’avete fatto deliberatamente, ma da dove v’è venuta l’idea? Chi ve l’ha ordinato? Deovete dirci quale servizio segreto vi ha dato la fiala. Ecco il quesito che ancora non ha risposta e la cui risposta è necessaria. Perché avete fatto quelle iniezioni deliberatamente? Chi ve l’ha ordinato? Come ne uscirete? Vi hanno dato denaro? Vi hanno minacciato? Resta un enigma.

Per me, l’enigma è più importante del caso in sé. Che siano condannati a morte o no o rilasciati o no, è del tutto irrilevante. È invece rilevante che motivo ha spinto l’equipe medica a iniettare deliberatamente il virus dell’AIDS ai bambini. Chi gliel’ha ordinato? Chi gli ha dato il virus? Come l’hanno ottenuto? Ciò è molto importante perché potrebbe accadere ancora domani. Non mi interessa che l’equipe sia libica, bulgara o finlandese. Non è importante per me. Ciò che per me è importante è che un’equipe medica ha commesso un atto deliberato secondo il verdetto della corte e noi vogliamo conoscere perché l’ha fatto.

Abdul Basset Al-Mugrahi finì sotto processo in una corte la cui competenza venne messa in discussione da giudici, avvocati e osservatori internazionali che assistettero al processo. E dissero che nella corte c’erano elementi dei servizi segreti dello stato di nazionalità dell’aeroplano e dello stato di nazionalità delle vittime. Ciò significa che la corte non è valida. Il Movimento Non-Allineato, la Lega Araba, la Organizzazione della Conferenza Islamica e le Nazioni Unite hanno detto che Abdul Basset è un ostaggio politico e che non è stato condannato. Gli osservatori internazionali hanno detto che gli elementi di un certo servizio segreto erano presenti in aula e parlavano sottovoce ai giudici.

La competenza della corte che istituì il procesoo ad Abdul Bassett venne messa in discussione, ma nessuno dice che egli debba essere rilasciato. Chi l’ha condannato dice che tutto è finito perché la corte ha già prounciato la sentenza.

Perché non dite che il tribunale di Benghazi ha già pronunciato la sentenza? Piuttosto dite che l’equipe medica dovrebbe essere rilasciata a prescindere dalle decisioni della corte. Anche noi diciamo che Abdul Basset dovrebbe essere rilasciato a prescindere dalle decisione della corte di Scozia. Così dovrebbe essere; voi dite: “No, non verrà rilasciato”. Bene: allora nemmeno questi verranno rilasciati.

Sono standard corrotti. Come si può stabilire amicizia, cooperazione e pace se di norma si usano due pesi e due misure?

Chi dice che si debba stabilire un fondo a cui gli stati contribuiscano per compensare le famiglie e curare i bambini ingannano il mondo intero. Questa è una menzogna, perché nel fondo non c’è niente. Esponiamo al pubblico quegli stati che hanno detto d’aver istituito un fondo e di avervi contribuito per far fronte ai problemi dei bambini. È una menzogna. Il fondo è vuoto e nessuno stato o ditta ha mai versato contributi.

Ora veniamo a un problema che preoccupa il mondo intero. Saddam Hussein è stato condannato a morte. Quando si eseguirà la sentenza? C’è chi dice che avverrà domani e altri dicono dopodomani.

Primo, Saddam Hussein è prigioniero di guerra destituito dalle forze di invasione straniere e non dall’esercito iracheno o dal popolo iracheno. Un’occupazione straniera ha preso possesso del paese e del suo Presidente. Il Presidente venne messo in cella mentre il paese cadeva sotto l’occupazione e patì il genocidio. Così fu.

Il suo processo non fu valido perché era prigioniero di guerra, come era riconosciuto dalla potenza occupante che l’ebbe arrestato. Le Convenzioni dell’Aja e di Ginevra stipulano che è prigioniero di guerra. E allora come lo si può mettere sotto processo? Una volta compiute le operazioni militari, lo si sarebbe dovuto rilasciare.

Se supponiamo, tanto per parlare, che debba essere messo sotto processo, le potenze che l’hanno catturato, gli USA e il Regno Unito, dovrebbero metterlo sotto processo. Ma non è valido che sia processato da una corte irachena. Tale corte è una farsa.

Omar Al-Mukhtar venne arrestato dagli italiani. Non istituirono una corte libabese e chieserlo di processarlo. Gli italiani formarono la loro corte nominale e lo condannarono immediatamente a morte. Occuparono il paese, arrestarono il leader della resistenza e lo condannarono a morte. Tale è la natura della tirannia e del colonialismo e la storia ricordò il martire Omar Al-Mukhtar che cadde in battaglia e venne assassinato dall’Italia.

Se vogliono uccidere Saddam Hussein, che l’America e l’Inghilterra lo facciano e se ne assumano la responsabilità. Che mandino generali americani e inglesi, che istituiscano una corte nominale e lo ammazzino. “Tu, Saddam Hussein, eri Presidente dell’Iraq e hai costruito una bomba nucleare che noi non abbiamo trovato. Abbiamo distrutto il tuo paese e ti abbiamo arrestato. A prescindere dalla nostra prospettiva ora, non ti vogliamo; vogliamo ucciderti e sbarazzarci di te.”

Che si assumano con coraggio le loro responsabilità di fronte al mondo e lo ammazzino. Ma dire: “Forza iracheni: processate Saddam Hussein” è una burla. Chi credono di far fessi? È una farsa. Che ha l’Iraq a che fare con Saddam Hussein quando è occupato? Tutti gli iracheni subiscono l’occupazione, anche i giudici, gli edifici, le leggi e tutto quanto hanno. Anche il giudice è schiavo e sotto occupazione, con la sua casa il suo ufficio, le sue leggi e tutto quanto ha.

Come si possono rompere i trattati internazionali? Se questo mondo ha ancora una coscienza, e, purtroppo, io stesso sono tra i responsabili in questo mondo basso e degradato, il caso di Saddam Hussein dovrebbe essere portato di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia e all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per un consulto.

Forse che la Corte Internazionale di Giustizia non può decidere, sulla base del diritto internazionale, su come affrontare un tale caso? La Corte Internazionale può dare un’opinione di stima riguado l’illegittimità della corte istituita dagli americani in Iraq e la sua mancanza di diritto di processare e condannare Saddam Hussein.

Che la Corte Internazionale si pronunci così e che l’Assemblea Generale dell’ONU entri in sessione e quindi si pronunci. È il Parlamento del mondo e vogliamo che il Parlamento del mondo si pronunci, perché la corte che l’ha processato non solo è stata messa in discussione non solo come procedura, ma anche nella sua stessa validità. Che la Corte Internazionale ci informi se un prigioniero di guerra può essere messo o no sotto processo. Vorremmo anche sapere se i massacri perpetrati ogni giorno sono punibili ai sensi dei trattati internazionali o no. Chi ne è responsabile? Come mai scoprono centinaia di corpi bendati di sconosciuti ogni giorno? Chi sta usando le auto-bomba? Chi colloca le mine? Perché non li identificano se sono una delle organizzazioni di resistenza? Perché non dichiarano: “Noi siamo la resistenza tal dei tali, sciita, sunnita o che?”

Potrebbero dire: “È il nostro nemico e l’abbiamo fatto”. Ma non c’è responsabilità da rivendicare per nessuna operazione. Perché tutte queste operazioni anonime mentre le altre operazioni del mondo sono identificate? Anche Al-Qaeda, che considerano un’organizzazione terroristica, rivendica la responsabilità delle sue operazioni. L’IRA, l’Esercito Repubblicano Irlandese, classificato come organizzazione terrorista, rivendica la responsabilità delle sue operazioni. Tra i baschi, l’ETA rivendica la responsabilità delle sue operazioni. Anche Al-Zarqawi e gli altri considerati terroristi rivendicavano la responsabilità delle loro operazioni

Vogliono mostrare che sono capaci di colpire il nemico e che hanno una leadership efficace e che è nel loro interesse annunciare queste operazioni. Perché nessuno rivendica le operazioni che ogni giorno hanno luogo in Iraq, che tolgono centinaia di vite? Chi sta uccidendo gli esperti e gli scienziati? Che cos’hanno a che fare sciiti e sunniti con uno scienziato o un docente? Un docente di chimica è trovato assassinato? La chimica ha forse a che fare qualcosa con sciiti e sunniti? Il tizio ha insegnato chimica a sciiti, sunniti e quant’altro.

Come può il mondo celebrare questi come giorni gloriosi, i 2006 anni trascorsi dalla nascita di Cristo e i 1374 anni passati dalla morte dell’ultimo dei profeti, mentre una tragedia si spiega sotto i nostri occhi? Cristo disse: “Avete sentito dire ‘occhio per occhio e dente per dente’, ma io vi dico, a chi vi dà uno schiaffo porgete l’altra guancia’”.

Come si può rimanere in silenzio quando si sente ogni giorno della orte di centinaia di iracheni? Qual è la ragione di questo genocidio? Questo è assassinio di massa contro la razza araba. È una campagna di annientamento contro gli arabi e come tale dovrebbe essere documentata.

Vogliamo che la Corte Internazionale e l’Assemblea Generale dell’ONU si pronuncino sul caso di Saddam Hussein e sul problema del genocidio. Chi ne è responsabile? Qualcuno deve esserne ritenuto responsabile e quindi processato.

D’accordo, Saddam Hussein venne processato per il massacro di Al-Dujeil. Ci informano che ci furono centoquaranta vittime. Comunque, ora ci sono centoquarantamila vittime. Chi verrà processato per i mille Dujeil perpetrati ogni giorno? O quello di Saddam Hussein è criminale e gli altri che succedono van bene?

Che farsa è questa? Dov’è il Papa? Dov’è la Chiesa? Dov’è Gesù? Dov’è Mosè? Dov’è Maometto? Dov’è Budda? Dov’è Zarathustra? Dov’è Confucio? Dov’è la coscienza del mondo? Che mondo ipocrita è questo? Se solo quelli che hanno commesso questi crimini uscissero alla luce e confessassero, allora il mondo potrebbe parlare e chiamarli per quello che sono.

Questo è un genocidio, che è punibile secondo il diritto internazionale di fronte alla Corte Criminale Internazionale e secondo tutti i trattati che combattono i crimini contro l’umanità.

Non c’è dubbio che ciò che sta avendo luogo in Iraq è un genocidio. Dopo vent’anni Saddam Hussein è accusato di aver ucciso centoquaranta persone e ora ne muoiono centoquarantamila al giorno. Quanti Saddam si possono trovare per i Dujeil che hanno luogo oggi?

È naturale che il mondo abbia paura. È un mondo ipocrita e meschino, senza importanza e pieno di chiacchericcio inutile. È un mondo codardo, spregevole e incapace di dire la verità. Ci sono diavoli muti tra gli aderenti a tutte le sette e le religioni e in tutte le nazioni e in tutti i popoli. Sono insignificanti e spregevoli. Come può il mondo starsene zitto di fronte a tutti questi massacri?

Infine, in questa occasione, copie del Libro Bianco saranno distribuite agli ambasciatori e ai distinti capi delle chiese. Il Libro Bianco è la soluzione radicale, migliore e definitiva ai problemi del Medio Oriente e della Palestina.

Non c’è altra soluzione che l’istituzione di un solo stato. Chi parla di due stati sta perdendo tempo, non è serio e non sa nulla della Questione. Non conoscono né l’area geografica né la gente. L’area situata tra il Giordano e il Mediterraneo non potrà mai ospitare due stati. Sarebbe un sacrificio per gli ebrei e per i palestinesi. Chi parla di due stati non ha a cuore il futuro né degli ebrei né dei palestinesi.

Cossiga, Presidente dell’Italia, una volta disse a un mio inviato: “Senta! A noi non interessa cosa succede ai palestinesi e agli ebrei domani, non ci interessa nemmeno se vanno all’inferno. Ciò che ci interessa oggi è che vogliamo istituire la pace nei nostri giorni. Possiamo istituire due stati o cos’altro. Comunque, se questa pace si rivela poi una bomba a orologeria, allora che saltino in aria entrambi”. Così la vedevano. Avrebbero voluto dire: “Il problema della Palestina venne risolto durante il governo del Presidente tal dei tali. Aprimmo i negoziati e li risolvemmo. Se dopo di ciò si sono annientati a noi non interessa”. Così chi parla di due stati inganna gli ebrei e i palestinesi.

Uno stato ebraico non potrebbe sopravvivere con uno stato palestinese accanto. Leggete il Libro Bianco; è convincente. Comunque, se gli israeliti stessi lo rifiutano, ciò significa che il movimento sionista è un movimento razzista e si autocondannerebbe come movimento razzista religioso.

Dobbiamo accettare l’ ‘altro’. Dobbiamo accettare i palestinesi. Dobbiamo accettare i cristiani, i mussulmani, i drusi e tutti gli altri. Questo stato sarebbe una mescidanza come il Libano. Il Libano è uno stato e ci sono quote, ma non si annientano a vicenda; alla fine della giornata, tale stato sarebbe un altro Libano, uno stato armonioso come ogni stato unico.

Perché non può esserci un solo stato chiamato “Isratina”o come volete? Perché non uno stato solo? Se gli israeliani dicono “no”, ciò significa che vogliono chiudere la porta in faccia alla pace.

Strage degli innocenti 2.0 ad Aleppo

Una strage di civili innocenti. Senza ‘forse’. Chiara nella sua esecuzione. Certa nelle sue responsabilità.

Attacco terroristico sul convoglio che portava in salvo i civili in fuga dalle città assediate dai miliziani di al-Fu’ah vicino Aleppo. I pullman erano in una area di sosta in attesa di proseguire quando è esplosa una auto imbottita di esplosivo. Secondo la fonte Associated Press, più di 100 persone sono state uccise nell’esplosione. In precedenza l’agenzia aveva riferito  70 morti e 130 feriti.L’attentatore ha fatto esplodere un’autobomba contro la colonna di autobus di sfollati di al-Fu’ah .  L’esplosione è avvenuta nella zona di Rashin controllata dalle bande armate.

Il giorno prima l’esercito governativo aveva fatto un patto con l’opposizione armata ed era stato concordato l’evacuazione di 30 mila abitanti delle città  Zabadani e Madaya circondate dall’esercito siriano. Questa evacuazione era avvenuta regolarmente e senza incidenti . In cambio, le bande armate salafite di al-Nusra, Jaysh al-Fattah, Ahrar al-Sham e Jabhat al-Islamiyah avevano accettato di far uscire dalle cittadine a maggioranza sciita di al Fuya e Krafaya migliaia di persone che tenevano sotto assedio e sotto il costante tiro di mortai e razzi dal 2015.  Ma le bande criminali non hanno tenuto fede alla parola data ed hanno dimostrato ancora una volta la pasta di cui sono fatti.

Questa è la misura della dignità e la lealtà di chi sta distruggendo la Siria.

Quanti attentati deliberati ha fatto l’esercito governativo contro tutto il mondo che cospira? Quanti contro i civili?  Nessuno. Quanti ne hanno fatto dall’altra parte?
Basterebbe questo dato per chiarire la natura degli aggressori.

Molte le domande e soprattutto: gli Usa mostreranno queste terribili immagini alle nazioni Unite? La Francia e la Gran Bretagna chiederanno un intervento? E’ già arrivata la condanna internazionale? Sono pronte le risoluzioni Onu? Le sanzioni contro i paesi che li finanziano sono pronte? Trump davanti a queste immagini come ha fatto in occasione delle vittime dei gas? Ma le bande criminali ancora una volta non hanno tenuto fede alla parola data ed hanno dimostrato ancora una volta la pasta di cui sono fatti.

Non faranno nulla: gli autori di questa ennesima strage, questi vili assassini, sono i candidati che gli USA e l’Europa prevedono di mettere alla guida del paese.

Fonte:http://www.vietatoparlare.it/strage-innocenti-vicino-aleppo-vergognoso-silenzio-della-comunita-internazionale/

Cosa c’è dietro l’Osservatorio Siriano per i diritti umani?

La Russia avanza sospetti sull’attendibilità delle informazioni diffuse dall’organizzazione diretta da Rami Abdul Rahman. Storia di un “fenomeno” mediatico che sintetizza al meglio la guerra mediatica in corso in Siria

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Nella guerra mediatica in corso in Siria, la maggior parte delle informazioni sull’andamento del conflitto passano per le mani di un “uomo solo al comando”. Si tratta di Rami Abdul Rahman, direttore dell’Osservatorio Siriano per i diritti umani, organizzazione con sede a Londra, vicina all’opposizione siriana e considerata una delle fonti più attendibili da agenzie di stampa e giornali di tutto il mondo. Sulla sua figura, e sulla credibilità dell’enorme mole di notizie diffusa ogni giorno dalla sua organizzazione, da qualche settimana ha concentrato le proprie attenzioni il Cremlino. La notizia dei bombardamenti che sarebbero stati effettuati da caccia russi su un ospedale da campo nel nord-ovest della Siria nel governatorato di Idlib, provocando l’uccisione di 13 civili, è stata smentita pochi giorni fa dal portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, la quale ha parlato di una “potente campagna informativa antirussa” e di accuse illegittime a Mosca, “incolpata di perseguire interessi propri e personali nella regione, nascondendoli dietro la lotta allo Stato Islamico”.

 

Non è la prima volta che la Russia critica le notizie fornite dall’Osservatorio Siriano per i diritti umani. Dubbi sono stati posti non solo sul video che testimonierebbe l’attacco russo sull’ospedale di Idlib ma anche su ricostruzioni di altri episodi poco chiari: dall’abbattimento di droni inviati da Mosca nello spazio aereo turco, alle collisioni sfiorate tra caccia britannici e russi in Iraq, fino ai missili lanciati dal Mar Caspio dalle navi da guerra del Cremlino che sarebbero finiti in Iran e non in Siria.

 

Chi è Abdul Rahman

Prima dell’intervento militare russo in Siria a sostegno di Bashar Assad, la storia di Rami Abdul Rahman era stata setacciata da diversi giornali. In un pezzo pubblicato dal New York Times nell’aprile del 2013, il direttore dell’Osservatorio Siriano per i diritti umani è stato definito uno “one man band”. Quarantaquattro anni, diplomato al liceo e con studi di marketing alle spalle, dalla sua casa di Coventry nella contea delle West Midlands al centro del Regno Unito, Rahman rappresenta dallo scoppio della guerra in Siria un punto di riferimento inamovibile per gli analisti militari di Washington, così come per le Nazioni Unite.

 

Eppure dalla Siria è scappato 15 anni fa pagando dei trafficanti, e da allora non vi ha fatto più ritorno. Il suo vero nome è Osama Suleiman. È nato e cresciuto a Baniyas, sulla costa siriana, dove è maggioritaria la presenza della comunità alawita a cui appartiene il presidente Assad. Quando nel 2000 due soci del suo negozio di abbigliamento sono stati arrestati con l’accusa di sostenere attività contro lo Stato, ha deciso di fuggire ed è finito a Coventry.

 

L’Osservatorio Siriano per i diritti umani nasce nel 2006, ufficialmente con l’obiettivo di attirare l’attenzione del mondo sugli arresti e sui soprusi perpetrati dall’esercito di Assad contro gli oppositori del regime. Il salto nel gotha nel circuito mediatico internazionale avviene però con l’inizio delle prime proteste anti-governative nel 2011. Da allora, dai primi rudimentali scambi di email e messaggi la sua organizzazione si è trasformata in una macchina capace di sfornare fiumi di informazioni, percentuali e statistiche sull’andamento del conflitto in Siria, sul numero di morti e feriti, su attacchi di terra e bombardamenti dall’alto.

11539775_720686321373042_4253459331413071724_n(Il simbolo dell’Osservatorio Siriano per i diritti umani)

 

Stando a quanto scritto dal NYT, è Rahman in persona a valutare ogni notizia che arriva all’Osservatorio da una rete formata da oltre 200 informatori sparsi tra il Medio Oriente e il Nord Africa: oltre che in Siria, anche in Egitto, Turchia e Libano. Mentre il suo team è composto da quattro collaboratori più un quinto che si occupa della traduzione delle notizie dall’arabo all’inglese e della pubblicazione dei flash sulla pagine Facebook dell’organizzazione. Rahman afferma di aver coltivato i suoi contatti prima di partire dalla Siria, ai tempi in cui partecipava all’organizzazione di manifestazioni clandestine. Si tratta di attivisti, medici ed ex militari dell’esercito regolare, ma anche di semplici testimoni che entrano in contatto con lui tramite Skype. Finora ha sempre professato la sua neutralità: “Non sono finanziato da nessuno – ha affermato al NYT -. Ho creato questo Osservatorio nel 2006 perché volevo fare qualcosa per salvare il mio Paese”.

 

Eppure è difficile credere che dietro la principale fonte di informazioni sul conflitto siriano vi sia solo lui. Un sospetto avanzato non solo dalla Russia, ma anche da altri attori protagonisti in prima linea in questa guerra. In questi anni la figura di Rahman è stata affiancata a governi, servizi segreti, personalità influenti e centri di potere. Sono stati tirati in mezzo il Qatar, i Fratelli Musulmani – a cui lui stesso ha affermato di essere vicino -, la CIA, Rifaat Assad, zio di Bashar Assad attualmente in esilio, ma anche l’Unione Europea che sosterrebbe con dei finanziamenti la sua attività. E poi c’è l’ombra di un Paese europeo, vale a dire l’Inghilterra, come dimostrano la sede dell’organizzazione a Coventry e una foto scattata il 21 novembre del 2011 in cui Rahman è ritratto mentre esce dal ministero degli Affari Esteri e del Commonwealth.

 

Il rapporto con l’opposizione siriana

Nel dicembre del 2014 un altro articolo interessante su Rami Abdul Rahman è stato postato da Le Monde nella sua sezione dedicata ai blogger. Il titolo scelto non lascia spazio ai fraintendimenti: “La crédibilité perdue de Rami Abdel-Rahman, directeur de l’Observatoire syrien des Droits de l’Homme”. Il quotidiano francese mette in evidenza un particolare su cui pochi altri giornali occidentali si sono soffermati in questi anni, vale a dire la mancanza di fiducia di buona parte dei sostenitori delle opposizioni siriane che continuano a operare a Damasco rispetto al lavoro svolto dall’Osservatorio. Molti siriani sospettano della figura di Rahman e del funzionamento della sua organizzazione, attenta esclusivamente a produrre informazioni senza verificarle in maniera il più possibile esaustiva sul campo, a differenza di quanto invece tentano di fare altre ong impegnate sul campo.

 

Smoke rises from buildings near the national hospital, after what activists said was shelling by warplanes loyal to Syria's President Bashar al-Assad in the town of Jisr al-Shughour, Idlib province(Bombardamenti su Idlib)

 

Dell’Osservatorio viene criticata anche l’attendibilità degli informatori, sulle cui storie personali e sui cui cambiamenti di opinione Rahman non può essere a conoscenza considerato che non si reca più in Siria da 15 anni. E ci sono anche sospetti sui suoi rapporti con i Fratelli Musulmani, sul suo presunto collegamento con i servizi segreti britannici e sulla possibilità concreta che tra le sue fonti vi possano essere addirittura elementi del regime di Damasco che farebbero arrivare alla sua organizzazione notizie impacchettate ad hoc per creare disinformazione.

 

Per tutti questi motivi Rahman apparirebbe in patria non tanto come un difensore dei diritti umani quanto come un manager di successo che sta fabbricando una visione della Siria a uso e consumo esclusivo per i governi e i media occidentali. In questo groviglio di accuse, la logica della guerra mediatica, anche attraverso l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, sta esprimendo al meglio le proprie potenzialità. Non è una scoperta, lo diceva già lo scrittore George Orwell più di mezzo secolo fa: “Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie e rispettabile l’omicidio, e per dare parvenza di solidità all’aria”. La stessa che Rahman starebbe vendendo adesso per buona all’opinione pubblica mondiale.

Sourcehttp://www.lookoutnews.it/rami-abdul-rahman-osservatorio-siriano-per-i-diritti-umani/