Strage degli innocenti 2.0 ad Aleppo

Una strage di civili innocenti. Senza ‘forse’. Chiara nella sua esecuzione. Certa nelle sue responsabilità.

Attacco terroristico sul convoglio che portava in salvo i civili in fuga dalle città assediate dai miliziani di al-Fu’ah vicino Aleppo. I pullman erano in una area di sosta in attesa di proseguire quando è esplosa una auto imbottita di esplosivo. Secondo la fonte Associated Press, più di 100 persone sono state uccise nell’esplosione. In precedenza l’agenzia aveva riferito  70 morti e 130 feriti.L’attentatore ha fatto esplodere un’autobomba contro la colonna di autobus di sfollati di al-Fu’ah .  L’esplosione è avvenuta nella zona di Rashin controllata dalle bande armate.

Il giorno prima l’esercito governativo aveva fatto un patto con l’opposizione armata ed era stato concordato l’evacuazione di 30 mila abitanti delle città  Zabadani e Madaya circondate dall’esercito siriano. Questa evacuazione era avvenuta regolarmente e senza incidenti . In cambio, le bande armate salafite di al-Nusra, Jaysh al-Fattah, Ahrar al-Sham e Jabhat al-Islamiyah avevano accettato di far uscire dalle cittadine a maggioranza sciita di al Fuya e Krafaya migliaia di persone che tenevano sotto assedio e sotto il costante tiro di mortai e razzi dal 2015.  Ma le bande criminali non hanno tenuto fede alla parola data ed hanno dimostrato ancora una volta la pasta di cui sono fatti.

Questa è la misura della dignità e la lealtà di chi sta distruggendo la Siria.

Quanti attentati deliberati ha fatto l’esercito governativo contro tutto il mondo che cospira? Quanti contro i civili?  Nessuno. Quanti ne hanno fatto dall’altra parte?
Basterebbe questo dato per chiarire la natura degli aggressori.

Molte le domande e soprattutto: gli Usa mostreranno queste terribili immagini alle nazioni Unite? La Francia e la Gran Bretagna chiederanno un intervento? E’ già arrivata la condanna internazionale? Sono pronte le risoluzioni Onu? Le sanzioni contro i paesi che li finanziano sono pronte? Trump davanti a queste immagini come ha fatto in occasione delle vittime dei gas? Ma le bande criminali ancora una volta non hanno tenuto fede alla parola data ed hanno dimostrato ancora una volta la pasta di cui sono fatti.

Non faranno nulla: gli autori di questa ennesima strage, questi vili assassini, sono i candidati che gli USA e l’Europa prevedono di mettere alla guida del paese.

Fonte:http://www.vietatoparlare.it/strage-innocenti-vicino-aleppo-vergognoso-silenzio-della-comunita-internazionale/

Cosa c’è dietro l’Osservatorio Siriano per i diritti umani?

La Russia avanza sospetti sull’attendibilità delle informazioni diffuse dall’organizzazione diretta da Rami Abdul Rahman. Storia di un “fenomeno” mediatico che sintetizza al meglio la guerra mediatica in corso in Siria

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Nella guerra mediatica in corso in Siria, la maggior parte delle informazioni sull’andamento del conflitto passano per le mani di un “uomo solo al comando”. Si tratta di Rami Abdul Rahman, direttore dell’Osservatorio Siriano per i diritti umani, organizzazione con sede a Londra, vicina all’opposizione siriana e considerata una delle fonti più attendibili da agenzie di stampa e giornali di tutto il mondo. Sulla sua figura, e sulla credibilità dell’enorme mole di notizie diffusa ogni giorno dalla sua organizzazione, da qualche settimana ha concentrato le proprie attenzioni il Cremlino. La notizia dei bombardamenti che sarebbero stati effettuati da caccia russi su un ospedale da campo nel nord-ovest della Siria nel governatorato di Idlib, provocando l’uccisione di 13 civili, è stata smentita pochi giorni fa dal portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, la quale ha parlato di una “potente campagna informativa antirussa” e di accuse illegittime a Mosca, “incolpata di perseguire interessi propri e personali nella regione, nascondendoli dietro la lotta allo Stato Islamico”.

 

Non è la prima volta che la Russia critica le notizie fornite dall’Osservatorio Siriano per i diritti umani. Dubbi sono stati posti non solo sul video che testimonierebbe l’attacco russo sull’ospedale di Idlib ma anche su ricostruzioni di altri episodi poco chiari: dall’abbattimento di droni inviati da Mosca nello spazio aereo turco, alle collisioni sfiorate tra caccia britannici e russi in Iraq, fino ai missili lanciati dal Mar Caspio dalle navi da guerra del Cremlino che sarebbero finiti in Iran e non in Siria.

 

Chi è Abdul Rahman

Prima dell’intervento militare russo in Siria a sostegno di Bashar Assad, la storia di Rami Abdul Rahman era stata setacciata da diversi giornali. In un pezzo pubblicato dal New York Times nell’aprile del 2013, il direttore dell’Osservatorio Siriano per i diritti umani è stato definito uno “one man band”. Quarantaquattro anni, diplomato al liceo e con studi di marketing alle spalle, dalla sua casa di Coventry nella contea delle West Midlands al centro del Regno Unito, Rahman rappresenta dallo scoppio della guerra in Siria un punto di riferimento inamovibile per gli analisti militari di Washington, così come per le Nazioni Unite.

 

Eppure dalla Siria è scappato 15 anni fa pagando dei trafficanti, e da allora non vi ha fatto più ritorno. Il suo vero nome è Osama Suleiman. È nato e cresciuto a Baniyas, sulla costa siriana, dove è maggioritaria la presenza della comunità alawita a cui appartiene il presidente Assad. Quando nel 2000 due soci del suo negozio di abbigliamento sono stati arrestati con l’accusa di sostenere attività contro lo Stato, ha deciso di fuggire ed è finito a Coventry.

 

L’Osservatorio Siriano per i diritti umani nasce nel 2006, ufficialmente con l’obiettivo di attirare l’attenzione del mondo sugli arresti e sui soprusi perpetrati dall’esercito di Assad contro gli oppositori del regime. Il salto nel gotha nel circuito mediatico internazionale avviene però con l’inizio delle prime proteste anti-governative nel 2011. Da allora, dai primi rudimentali scambi di email e messaggi la sua organizzazione si è trasformata in una macchina capace di sfornare fiumi di informazioni, percentuali e statistiche sull’andamento del conflitto in Siria, sul numero di morti e feriti, su attacchi di terra e bombardamenti dall’alto.

11539775_720686321373042_4253459331413071724_n(Il simbolo dell’Osservatorio Siriano per i diritti umani)

 

Stando a quanto scritto dal NYT, è Rahman in persona a valutare ogni notizia che arriva all’Osservatorio da una rete formata da oltre 200 informatori sparsi tra il Medio Oriente e il Nord Africa: oltre che in Siria, anche in Egitto, Turchia e Libano. Mentre il suo team è composto da quattro collaboratori più un quinto che si occupa della traduzione delle notizie dall’arabo all’inglese e della pubblicazione dei flash sulla pagine Facebook dell’organizzazione. Rahman afferma di aver coltivato i suoi contatti prima di partire dalla Siria, ai tempi in cui partecipava all’organizzazione di manifestazioni clandestine. Si tratta di attivisti, medici ed ex militari dell’esercito regolare, ma anche di semplici testimoni che entrano in contatto con lui tramite Skype. Finora ha sempre professato la sua neutralità: “Non sono finanziato da nessuno – ha affermato al NYT -. Ho creato questo Osservatorio nel 2006 perché volevo fare qualcosa per salvare il mio Paese”.

 

Eppure è difficile credere che dietro la principale fonte di informazioni sul conflitto siriano vi sia solo lui. Un sospetto avanzato non solo dalla Russia, ma anche da altri attori protagonisti in prima linea in questa guerra. In questi anni la figura di Rahman è stata affiancata a governi, servizi segreti, personalità influenti e centri di potere. Sono stati tirati in mezzo il Qatar, i Fratelli Musulmani – a cui lui stesso ha affermato di essere vicino -, la CIA, Rifaat Assad, zio di Bashar Assad attualmente in esilio, ma anche l’Unione Europea che sosterrebbe con dei finanziamenti la sua attività. E poi c’è l’ombra di un Paese europeo, vale a dire l’Inghilterra, come dimostrano la sede dell’organizzazione a Coventry e una foto scattata il 21 novembre del 2011 in cui Rahman è ritratto mentre esce dal ministero degli Affari Esteri e del Commonwealth.

 

Il rapporto con l’opposizione siriana

Nel dicembre del 2014 un altro articolo interessante su Rami Abdul Rahman è stato postato da Le Monde nella sua sezione dedicata ai blogger. Il titolo scelto non lascia spazio ai fraintendimenti: “La crédibilité perdue de Rami Abdel-Rahman, directeur de l’Observatoire syrien des Droits de l’Homme”. Il quotidiano francese mette in evidenza un particolare su cui pochi altri giornali occidentali si sono soffermati in questi anni, vale a dire la mancanza di fiducia di buona parte dei sostenitori delle opposizioni siriane che continuano a operare a Damasco rispetto al lavoro svolto dall’Osservatorio. Molti siriani sospettano della figura di Rahman e del funzionamento della sua organizzazione, attenta esclusivamente a produrre informazioni senza verificarle in maniera il più possibile esaustiva sul campo, a differenza di quanto invece tentano di fare altre ong impegnate sul campo.

 

Smoke rises from buildings near the national hospital, after what activists said was shelling by warplanes loyal to Syria's President Bashar al-Assad in the town of Jisr al-Shughour, Idlib province(Bombardamenti su Idlib)

 

Dell’Osservatorio viene criticata anche l’attendibilità degli informatori, sulle cui storie personali e sui cui cambiamenti di opinione Rahman non può essere a conoscenza considerato che non si reca più in Siria da 15 anni. E ci sono anche sospetti sui suoi rapporti con i Fratelli Musulmani, sul suo presunto collegamento con i servizi segreti britannici e sulla possibilità concreta che tra le sue fonti vi possano essere addirittura elementi del regime di Damasco che farebbero arrivare alla sua organizzazione notizie impacchettate ad hoc per creare disinformazione.

 

Per tutti questi motivi Rahman apparirebbe in patria non tanto come un difensore dei diritti umani quanto come un manager di successo che sta fabbricando una visione della Siria a uso e consumo esclusivo per i governi e i media occidentali. In questo groviglio di accuse, la logica della guerra mediatica, anche attraverso l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, sta esprimendo al meglio le proprie potenzialità. Non è una scoperta, lo diceva già lo scrittore George Orwell più di mezzo secolo fa: “Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie e rispettabile l’omicidio, e per dare parvenza di solidità all’aria”. La stessa che Rahman starebbe vendendo adesso per buona all’opinione pubblica mondiale.

Sourcehttp://www.lookoutnews.it/rami-abdul-rahman-osservatorio-siriano-per-i-diritti-umani/

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Report sull’attendibilità delle “Foto di Caesar”

   Report sull’attendibilità delle “Foto di Caesar” e sulla relativa mostra

A cura di
Redazione di www.sibialiria.org
Redazione di www.lantidiplomatico.it

Documento Pdf Originale

Questo report esamina l’attendibilità delle “Foto di Caesar” (un sedicente fotografo della
Polizia militare siriana “incaricato di fotografare prigionieri dopo la loro esecuzione”), la veridicità del contesto nel quale sarebbero state scattate e, più in generale, l’”Operazione Caesar”: una campagna mediatica basata su queste foto e condotta attraverso innumerevoli articoli, servizi TV, libri, mostre.. finalizzata a supportare la guerra alla Siria.
Ma, prima di inoltrarci nella nostra disamina, riteniamo importante una precisazione. Noi non escludiamo affatto – anzi, le riteniamo probabili – efferatezze all’interno delle carceri di una Siria da anni aggredita da una guerra che ha già provocato 250.000 morti.

Quello che, tuttavia, più ci spinge a mobilitarci contro l’”Operazione Caesar” è che sia stato il Qatar – uno dei soggetti più attivi nel promuovere, tramite i suoi “ribelli”, questa guerra – ad avere finanziato questa campagna mediatica.

Un’altra motivazione è, poi, l’allestimento della mostra all’interno di un prestigioso museo del Ministero per i Beni Culturali. Di un paese, cioè, che , da cinque anni, contribuisce – al pari di altre nazioni occidentali e delle petromonarchie – ad alimentare la guerra alla Siria. Ci riferiamo alla rottura delle relazioni diplomatiche con Damasco, al diniego del visto di ingresso a parlamentari siriani invitati da loro colleghi
italiani, alla partecipazione italiana al “Gruppo Amici della Siria” (oggi “Small Group”, e cioè un gruppo di paesi che in vario modo ha fomentato la guerra dando appoggio a gruppi armati di opposizione e non certo “moderati”) al riconoscimento dei “ribelli” del Consiglio Nazionale Siriano quali “unici rappresentanti del popolo siriano”, all’imposizione di sanzioni che, insieme alla guerra, hanno ridotto alla fame il popolo
siriano (e che, invece, sono escluse per i “ribelli” i quali, ancora oggi, possono di vendere in Occidente il petrolio da essi estratto nei territori da essi “liberati”).
C’è poi un’altra motivazione: l’”Operazione Caesar “(che si colloca sull’onda di altre gravissime manipolazioni dei fatti, in altri contesti, come, ad esempio,  le “fosse comuni di Gheddafi” o quelle di Timisoara), al pari di alcune foto sulle foibe capovolge la realtà, trasformando le vittime in carnefici e i carnefici in vittime.

E prima di andare avanti nella lettura di questo report, vale la pena di guardare questo
breve video, prodotto da un gruppo di attiviste e attivisti siriani – SyrianGirlpartisan – che cercano, faticosamente, di fare controinformazione.
È composto di due parti.  Nella prima – già messa on line da un
gruppo di “ribelli anti-Assad” – vengono mostrati poliziotti e soldati del governo
di Damasco catturati, interrogati e successivamente uccisi.
La seconda parte del video, realizzata da SyrianGirlpartisan, mostra le foto
degli uccisi che vengono presentati da un sito internet antigovernativo come
“ribelli assassinati dal regime di Assad”.

Alcune di queste foto fanno parte delle “Foto di Caesar”.

1) Attendibilità delle fonti del Report Carter-Ruck
Il 20 gennaio 2014, due giorni prima che cominciassero i negoziati sul conflitto siriano a Ginevra, apparve su tutte le televisioni e sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, il sensazionale “Report into the credibility of certain evidence with regard to Torture and Execution of Persons Incarcerated by the current Syrian regime” (“Rapporto sulla credibilità di alcuni elementi di prova relativi a tortura ed esecuzione di persone incarcerate dal regime siriano”).

Era stato commissionato dal Qatar al “prestigioso” (tra i suoi assistiti anche Recep Erdoğan) studio legale londinese Carter-Ruck per “verificare” (tramite suoi
“esperti”) le dichiarazioni di Caesar” (sedicente fotografo della Polizia militare siriana) e delle sue 55.000 fotografie che mostravano, a detta di “Caesar”, circa 11.000 prigionieri politici siriani dopo la loro esecuzione.

Le conclusioni del Report (“Caesar è degno di fede e le sue fotografie mostrano uccisioni su scala industriale”) scatenarono la stampa mondiale contribuendo a far chiudere, sul nascere, i negoziati di Ginevra.
Ovviamente davvero pochi furono i giornalisti ad analizzare il Report della Carter-Ruck e a porsi ovvie domande.

Ad esempio, chi è “Caesar”? Secondo il report <>

Un vero album degli orrori, quindi; anche se gli esperti della Carter-Ruck (che ci assicurano aver visionato ben 5.500 foto) alla fine accludono nel loro Report solo dieci foto (“le più rappresentative”). Sulle quali ci si soffermerà.
Ma perché mai la Polizia militare di Assad avrebbe dovuto trasportare in un ospedale militare i prigionieri, ammazzarli, fotografarli e realizzare così questa macabra collezione?

Secondo il Report della Carter-Ruck (pagg. 6-7 <> Ma per quale motivo le autorità avrebbero dovuto esibire un certificato di morte (“per problemi cardiaci e attacchi respiratori”, pag. 13) alle famiglie degli 11.000 oppositori che sarebbero scomparsi nelle carceri siriane?

Per spingerle ad avere indietro il corpo del loro caro e constatare così i segni delle torture? E poi, quale regime conserverebbe una documentazione così dettagliata sui propri crimini? Da sempre, dai lager nazisti a Pinochet, gli oppositori scompaiono e basta.

Desaparecidos, appunto. Altro che certificato di morte alle famiglie o immensi archivi
fotografici a disposizione di qualche sadico satrapo di regime o di qualche inaffidabile dipendente della Polizia militare.
Ma, visto che nessuna delle dieci foto specifica chi sia la vittima, vuole almeno dire il Rapporto chi sia veramente questo “Caesar”?

No. Non lo si può rivelare “per motivi di sicurezza”, nonostante “Caesar”, da
tempo, (pag. 12) “viva fuori dalla Siria insieme alla sua famiglia”. E meno male che il Rapporto, invece, rivela che per 13 anni “Caesar” ha lavorato come fotografo nella Polizia militare siriana.

Certo, con tant suoi colleghi impegnati a fotografare decine di migliaia di cadaveri martoriati, forse può ancora sperare di mimetizzarsi.

Altre cose ci sarebbero da aggiungere sulla buona fede di “Caesar” attestata in un baleno – l’ultimo suo esame da parte degli esperti della Commissione di indagine risale (pag. 6) al 18 gennaio; il file “version to print” del Rapporto postato sul sito della CNN riporta la stessa data: 18 gennaio -; o su quella del suo (anonimo) parente (pag. 15), garante dell’identità di “Caesar”, che, “stando fuori dalla Siria e militando nell’Opposizione siriana”, avrebbe ricevuto da lui (che, allora, stava in Siria, custode di una documentazione così sconvolgente e, per di più, parente di un oppositore) “decine di migliaia di immagini”.

Forse qualche altro sistema per accertare chi fosse e che mestiere facesse davvero “Caesar” poteva essere tentato:

ad esempio, interrogare alcuni tra i numerosi poliziotti (anche della Polizia militare) che disertando, sono scappati fuori dalla Siria.

Ma considerando l’acume investigativo degli esperti della Carter-Ruck (che si
fidano di due documenti di identità ad essi mostrati da “Caesar” – vedi pag. 12), era chiedere troppo.

2) Analisi di alcune foto 

Ma occupiamoci delle foto. Essendo state scattate dal “regime di Assad” per realizzare il macabro database dei prigionieri uccisi, è ovvio che nella “cinquina” di foto che documentava la tortura e la morte di ogni vittima avrebbe dovuto essercene almeno una raffigurante la faccia del malcapitato.

In realtà, se si analizzano le foto inserite nel Report Carter-Ruck , si evidenzia che non solo nessuna tra queste permette una identificazione del condannato ma che, addirittura, nelle foto più pregnanti per dimostrare l’avvenuta tortura IL VISO È CELATO DA RETTANGOLI NERI. Perché? Il Rapporto ha la sfacciataggine di asserire (pag.
19) che <>

Motivi di sicurezza e di privacy? Per persone la cui identificazione avrebbe
significato, un inequivocabile atto di accusa per i carnefici? Per delle famiglie che certamente avrebbero diritto di conoscere la sorte toccata ai loro cari? Per i condannati stessi, che in questa rivelazione avrebbero potuto esternare la loro ultima testimonianza? Niente.

“Motivi di sicurezza e di privacy”. E così nulla si può dire sull’’identità delle persone martoriate e uccise.


Il Report Carter-Ruck mostra (su un totale dichiarato di 55.000) appena 10 foto e solo 5 tra queste mostrano un qualche segno di lesioni. Foto, per di più, costellate da
ingiustificati rettangoli neri e che se non fosse stato per una  cinghia (vedi foto 5)

– che il Report non specifica se era stata “dimenticata” dai carnefici della Polizia militare o se era stata prestata da questi per scattare la foto – presumibilmente usata per uno strangolamento, avrebbero potuto essere scattate dovunque.

Ad esempio nell’obitorio di un ospedale, come suggerirebbero le altrimenti inspiegabili garze, alcune apposte su ferite (foto 6 e 7).

Questo, verosimilmente, determinò l’esigenza di pubblicare altre foto affidando, nel dicembre 20 15, l’intera collezione delle “Foto di Caesar” all’organizzazione Human Rights Watch (HRW) che le esaminò.
Nonostante che HRW non possa certo dirsi una organizzazione sostenitrice del governo di Assad (basti considerare il suo appoggio a clamorose, quanto menzognere, campagne mediatiche – quali il “Sarin di Assad a Goutha”, il “napalm lanciato da Damasco sulle scuole”, i cecchini di Assad che sparano sulle donne gravide” …) clamorosa è la considerazione iniziale riportata nel suo Report: (HRW pp 2-3) “…oltre il 46%
delle foto (24.568) non mostra persone torturate a morte dal governo siriano ma, al contrario, mostra soldati siriani morti e vittime di autobombe o di altre forme di violenza.”

Come arriva HRW a questa considerazione?

Semplice, verificando il codice di classificazione apposto sui cadaveri: lo stesso utilizzato
dallo stato siriano per queste tipologie di morti.

E le altre foto? Per HRW le restanti 28.707 raffigurerebbero 6.786 individui morti in centri di detenzione del governo, ad attestarlo la particolarità del codice di
classificazione;

una affermazione questa smentita dalla certosina indagine sui codici mortuari in Siria svolta da un ricercatore statunitense, Adam Larson.
Ma, nonostante le iniziali precisazioni e le assicurazioni di aver intervistato centinaia di siriani per dareun nome ai morti fotografati, il Report di HRW, da un nome a solo otto di questi. Ma, anche in questi casi, le sorprese non mancano.

Come nelle presunte foto di Ayham Ghazzoul, Oqba al-Mashaan e Mohammed
Tariq Majid nelle quali la barba del soggetto che sarebbe stato ucciso è esattamente identica – curata, presumibilmente, con un rasoio elettrico – a quella del soggetto vivo. Un dettaglio questo che, insieme alla mancanza di evidenti tracce, sembrerebbe inficiare l’ipotesi di una esecuzione dopo una presumibilmente lunga detenzione.

In più, il Report di HRW, dopo avere, anche esso, riproposto gli stessi ingiustificabili riquadri che celano visi delle persone morte – e, addirittura, le etichette con il codice mortuario – e averci mostrato due cortili pieni di cadaveri (nessuno dei quali si direbbe mostri segni di torture ma tutti sembrano morti per inedia)
che ci viene garantito sono prigioni di Assad – conclude facendo sue le conclusioni del Report Carter-Ruck .
Ne avrà in cambio un cospicuo numero di foto per una sua mostra – “Caesar Photos: Inside Syria Authorities Prisons” – ospitata dal Museo dell’Olocausto di Washington DC, nel Palazzo di Vetro dell’ONU a New York, nel Parlamento Europeo di Strasburgo, in numerose altre istituzioni e musei… – visitata da flotte di persone indignate e commosse.
Del resto, perché mai esse avrebbero dovuto subodorare qualche imbroglio dietro quelle terribili foto?
Rappresentavano inequivocabilmente persone uccise. “Ovviamente”, dal regime di Assad: lo diceva pure il titolo della mostra. E anche organizzazioni dal nome immacolato, che mai si sospetterebbe lavorino al fianco dei Signori della Guerra, come Amnesty International o l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani.

E che altro fare, quindi, davanti a quelle foto se non invocare la distruzione dell’ennesimo stato canaglia?

L’”Operazione Caesar”
Verosimilmente, per sfruttare l’indignazione generale suscitato dalle mostre e i conseguenti, innumerevoli, articoli e servizi TV, nel settembre 2015, sbarca nelle librerie di tutta Europa il libro di Garance Le Caisne “Siria. La macchina della morte” basato su una serie di interviste rilasciate da “Caesar, in persona”.
Un libro davvero grottesco, grondante di incredibili episodi – come (pag. 68) cadaveri di prigionieri trasportati in camionette da Homs a Damasco “certamente per mostrare ai capi dei reparti di sicurezza che quegli uomini erano stati arrestati e uccisi” – incalzanti colpi di scena (“Una storia degna di un romanzo di spionaggio” annuncia Le Figaro in quarta di copertina) e “precisazioni” su quanto finora già detto da “Caesar” che finiscono per essere una toppa peggio del buco.
Ad esempio, alla ovvia domanda perché mai la Polizia militare di Assad avrebbe dovuto trasportare in un ospedale militare i prigionieri, ammazzarli, fotografarli e realizzare così questa macabra collezione,
“Caesar”, messe da parte le sue strampalate spiegazioni riportate nel Report Carter-Ruck, (i certificati di morte da mostrare ai familiari delle vittime) così si esprime: “ (pag. 130) Ma io sono un uomo semplice, non un politico: vi darò una risposta semplice.

I servizi di sicurezza dell’Intelligence (siriana) non sono coordinati direttamente dal regime. Ciascuno di questi dipartimenti non sa cosa fanno gli altri (…)

Il regime documenta ogni cosa per non dimenticare nulla. Perché allora non documentare quelle morti? (…) Ci siamo limitati a seguire la solita routine, senza che il regime sospettasse neanche lontanamente che un giorno tutto questo gli si sarebbe rivoltato contro.(…) A volte mi domando se i responsabili dei servizi di sicurezza non siano in realtà più stupidi di quanto si pensi.”
Ma, al di là di altre stupefacenti affermazioni, la parte più interessante del libro è il sostanziale boicottaggio che l’establishment statunitense ha riservato al “Caso Caesar”. Valga per tutti il fantomatico Dossier dell’FBI che Garance Le Caisne, (a pag. 207) cita: “…l’FBI finirà per annunciare ufficialmente che le foto del dossier sono autentiche. In un rapporto di cinque pagine consegnato al Dipartimento di Stato nel giugno 2015 e di cui il sito Yahoo News è riuscito ad ottenere una copia, l’FBI dichiara che le foto in esame non sono state manipolate…. Bensì ritraggono eventi e persone reali. Una bella patata bollente.”
In realtà, questo ormai celebre rapporto dell’FBI, pur citato anche dall’HRW nel catalogo della sua mostra, al pari dell’Araba Fenice, è introvabile. Yahoo, che lo avrebbe, più o meno, trafugato, non lo ha mai pubblicato e così l’FBI e il Dipartimento di Stato.

Ma perché Garance Le Caisne considera questo Rapporto una “patata bollente”?

Per saperlo bisogna soffermarsi sul davvero penoso capitolo – la “congiura” ordita
dal Congresso USA dopo l’audizione di Caesar – che conclude il libro di Garance Le Caisne; una cinica macchinazione dettata dall’impossibilità di Obama a bombardare la Siria e da non meno precisate canagliate diplomatiche.
Il regista di questo ennesimo tradimento dell’Occidente verso i valori della Democrazia e della Libertà?
Stephen Rapp, ambasciatore americano incaricato alla Giustizia internazionale. Che così dichiara (pag. 206) all’autrice del libro: “Quando abbiamo lanciato il progetto di riconoscimento facciale ero convinto che avremmo riscontrato un centinaio di corrispondenze. Nelle nostre banche dati abbiamo milioni di foto ma alla fine ci siamo ritrovati con meno di dieci corrispondenze.” Ma il peggio Garance Le Caisne lo rivela più
avanti: “Di passaggio a Londra nel marzo 2015, Rapp apre il computer e ci mostra due foto di uomini che in effetti presentano una strana somiglianza: uno è morto in un centro di detenzione siriano, l’altro è vivo e vegeto su una carta di identità.

Rapp continua: ”
In effetti, il battage pubblicitario, organizzato soprattutto dalla Francia, che aveva accompagnato “Caesar” nella sua audizione al Congresso USA (in realtà, una fugace, quanto coreografica, apparizione in una Sottocommissione; apparizione commentata da molti membri del Congresso con dichiarazioni di rito caratterizzati, comunque, da un tono certamente più dimesso di quelle che, anni prima, avevano accolto
un’altra “testimonianza”: quella di “Nayirah”, sedicente infermiera del Kuwait) , si è rivelato un boomerang.

Questa défaillance dell’operazione mediatica ha impedito al “caso Caesar” di approdare alla Corte Penale Internazionale. La Francia, quindi, si è consolata, nell’ottobre 2015, facendo incriminare Assad dalla Procura di Parigi proprio sulle “prove” prodotte dal duo Caesar – Garance Le Caisne.
Intanto l’Operazione Caesar – pur stancamente – procede. Ora tutto l’archivio delle sue presunte foto è proprietà del dal sito “pro ribelli” SAFMCD che, verosimilmente, continua ad alimentarlo, raccattando un po’ dovunque foto di morti; foto, tra l’altro, che il SAFMCD filigrana con il proprio logo, nella verosimile speranza di farsi pagare il copyright se qualcuno va a ripubblicarle sul web o sui media.

E tra le numerose (e spesso, raccapriccianti) che affollano il sito del SAFMCD, due foto non possono che sbalordire:

mostrano, inequivocabilmente, due degenti in qualche ospedale, ai quali, dopo la loro morte è stato apposto sulla fronte l’etichetta per la morgue. Etichetta che, ovviamente, è stata resa illeggibile dai redattori del SAFMCD.

Magari così riescono meglio a vendere le foto a qualche giornalista.

Redazione di www.sibialiria.org
Redazione di www.lantidiplomatico.it

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Le Manifestazioni dei cittadini Siriani che non vedrete mai nei telegiornali

In Siria , fin dall’inizio della rivolta, abbiamo subito un bombardamento di slogan, il cui scopo principale era si sintetizzare la situazione per il pubblico mondiale, ma vendendo contemporaneamente al pubblico una visione chiara e semplificata su chi fossero i cattivi e chi i buoni.

Slogan come “manifestazioni pacifiche” e “ribelli moderati” e ” Regime alawita” e affermazioni quali ” Manifestazioni represse nel sangue dal governo ” hanno fatto si che milioni di persone nel mondo, si facessero un idea precisa della situazione.

In altri articoli abbiamo gia mostrato, soprattutto con prove video, come tali manifestazioni non fossero pacifiche (http://https://suriyayahabibati.wordpress.com/2017/01/17/nidal-janud-linciato-a-banyas-perche-alawita-da-quelli-che-il-mondo-definiva-pacifici-manifestanti-11042011/ )o tale regime non fosse definibile come Alawita, ma soprattutto abbiamo messo in rilievo , molte delle ridicole semplificazioni e delle bufale, che il Main Stream ha prodotto (http://https://suriyayahabibati.wordpress.com/2017/01/31/bufale-disinformazione-e-superficialita/

In questo pezzo, faremo invece una breve panoramica su un altro tipo di manifestazioni,  quelle che vedono cittadini protestare contro i miliziani nei terrirotri da loro controllati, che vedono i miliziani usare le armi contro la folla, e cittadini di villaggi della campagna di Idlib, totalmente sunniti, scendere in strada chiedendo agli islamisti di andarsene, cantando slogan Pro Assad.

Soltanto negli ultimi tempi i cittadini di Kafr Nbula, un paesone tra la regione di Idlib e la regione di Hama, sono scesi in piazza contro i miliziani di Arhar al sham, chiedendo il loro ritiro dalla cittadina. Questo paese è stato più volte teatro di aspri combattimenti, e lo scorso anno passò di mano 3 volte nel giro di 72 ore.

Ultimamente è saldamente in mano ai militanti islamici, che si sono anche allargati verso l’interno di Hama,  e viene sfruttato come retrovia e base di appoggio,  per scatenare le offensive verso le zone controllate dal governo (http://https://www.almasdarnews.com/article/civilians-take-arms-chase-islamist-rebels-town-northern-hama-videos/

3 settimane fa i cittadini, probabilmente temendo di vedere poi il loro paese nuovamente bombardato dall aviazione,  hanno protestato contro i militanti che si assemblavano in loco, per iniziare un’offensiva. La protesta è stata repressa nel sangue, 3 civili almeno sono morti, e altri 20 feriti, gli stessi abitanti hanno però risposto al fuoco, con armi leggere, contro i militanti di Arhar al Sham.

https://mobile.twitter.com/TheDaneChris/status/830601643246886912?ref_src=twsrc%5Etfw

Secondo alcune fonti, i cittadini vorrebbero entrare nel progetto di riconciliazione che ha  toccato decine di villaggi in tutta la Siria, ma ne’ sono impediti dagli islamisti,  chiamati dalla stampa, moderati.

Ancora più eclatante è quello che invece e successo nel villaggio di Tramla il 27/02/2017,  cioè pochi giorni fa.

I cittadini sono scesi in piazza contro i gruppi islamisti, chiedendo loro di andarsene e cantando slogan pro Assad, tra i quali il famoso Birrah Buddam nafdiki Bashar, ovvero daremo il sangue e la vita per Bashar http://https://mobile.almasdarnews.com/article/civilians-rebel-held-idlib-chant-support-assad-video/

Se si pensa che stiamo parlando di un villaggio sunnita, che oltretutto non patisce nemmeno rappresaglie in quanto non è considerato una base strategica delle milizie, la vicenda dovrebbe far riflettere molto i giornalisti del mondo libero, ma sembra che essi non tengano in conto ciò che non viene divulgato dagli uffici stampa dell’opposizione siriana o dal Pentagono,  nemmeno quando questi fatti sono filmati e  provati,  e provocano editti delle milizie con minacce pubbliche nei loro canali, di perseguire chiunque scenda in piazza cantando slogan pro governo.

 

Annuncio della corte islamica di Tarmala sulla persecuzione e punizione di chiunque inneggi a Assad o al governo
Annuncio della corte islamica di Tarmala sulla persecuzione e punizione di chiunque inneggi a Assad o al governo

Che i Media del mondo libero, omettano qualunque notizia contraddica la loro narrativa, fatta di ribelli moderati, pacifici manifestanti repressi nel sangue dal governo e cittadini di Aleppo uccisi da Assad e Putin, lo abbiamo constatato anche lo scorso inverno, in Aleppo, quando centinaia di persone scesero in piazza contro i miliziani, che non permettevano loro né la fuga attraverso i corridoi, né di usufruire gratuitamente degli aiuti umanitari, rivenduti a caro prezzo dalle fazioni, e donati soltanto a miliziani e familiari.

Quella manifestazione venne repressa nel sangue dai ribelli moderati, e ovviamente nessun Media del mondo libero, ha pensato di divulgarla, anche qui, nonostante filmati e testimonianze https://southfront.org/terrorists-shoot-dead-protesters-civilians-in-aleppo-27-killed-40-wounded-video/

Qualcosa solamente è stato pubblicato On Line da Off Guardian, che si è sforzato di riprendere alcuni filmati amatoriali girati con gli iphone , dagli stessi Aleppini, ma Bana ha taciuto, così come CNN, Repubblica,  BBC e il Ghota della libera informazione occidentale http://https://off-guardian.org/2016/11/15/east-aleppo-civilians-accuse-rebel-leaders-of-corruption-storm-aid-center-videos/

protest

 

http://https://mobile.twitter.com/TheDaneChris/status/798527849539969024/video/1

http://https://t.co/sRuH3So7iy

D’altro canto l’informazione non solo ha ignorato ciò che faceva comodo  ignorare in Siria, usando a convenienza la  scusa di notizie che non potevano essere “Verificate in maniera indipendente” (affermazione che raramente si legge verso accuse senza uno straccio di prova mosse dall’opposizione), ma ha anche ignorato quello che succedeva sotto le loro stesse finestre.

Sentire infatti siriani residenti in America cantare ” Dio benedica l’esercito” (Allah ayn Yajsh ), come ad esempio a New York, qualche riflessione,  avrebbe dovuto produrla nella stampa.

In New York,   non soltanto ci sono state parecchie manifestazioni di siriani Pro Assad, ma quando queste manifestazioni si sono affiancate a quelle dei sostenitori della rivoluzione,  i più numerosi erano sempre i pro governo, e i più violenti i pro rivoluzione,  che con bandiere e cittadini turchi o sauditi, tentavano di attuare la ormai nota ” Moderata opposizione” anche sulla quinta strada

Abdul Jabbar Okkaydy, l’anello di congiunzione tra Stati Uniti , Fsa e Isis

Quando mi capita di discutere con persone scettiche verso le informazioni che divulghiamo a proposito del conflitto siriano, l’accusa più frequente che mi sento  rivolgere è la mancanza di credibilità delle fonti russe, iraniane o siriane.

Mi si ribatte che bisogna essere degli ingenui per credere a notizie trovate nel web, in chissà quale sito bufalaro, o credere alla propaganda dei siti pro Assad e pro Putin.

In realtà la stragrande maggioranza delle nostre informazioni,  specialmente riguardo ai gruppi ribelli, arriva dai ribelli stessi e dai Media Internazionali.

La differenza tra il loro quadretto e la nostra esposizione,  è che noi mettiamo assieme i pezzi, in ordine storico anche quando essi portano alla luce verità scomode, loro si limitano a lasciar cadere nel dimenticatoio,  tutto ciò che è dannoso alla narrativa che hanno promulgato, probabilmente anche per evitare di screditare se stessi .

Abdul Jabbar Al Oqaidy (Okkaidy ) è un esempio eclatante,  non solo sull’atteggiamento dei Media, ma soprattutto sulla reale natura del conflitto siriano.

Okkaidy è un ex colonnello dell’esercito siriano,  quindi un ufficiale di carriera dello stesso regime, da cui nel 2012 ha disertato,  e poi scelto di combattere.

Una persona comunque di potere e  parte per tanti anni dello stesso sistema, che in un dato periodo, ha rinnegato, non  certo un individuo che aveva subito abusi e repressione .

Okkaidy è diventato uno dei comandanti più importanti della rivoluzione,  dirigeva migliaia di uomini  in Aleppo e provincia, ed era uno dei portavoce autorizzati dal consiglio siriano in esilio.

Nella veste di portavoce ha accolto in Aleppo, alcuni dei più famosi giornalisti mondiali, come Clarissa Ward e Harry Radcliffe,  è stato fonte affidabile per Network quali CNN, CBS, testate come l’israeliana  Hareetz, e  programmi di fama mondiali quali 60 MINUTES .

Qui possiamo ascoltarlo mentre descrive una situazione favorevole alla ribellione alla giornalista americana Clarissa Ward , intervista  riproposta da 60 Minutes(http://http://www.cbsnews.com/news/inside-syrias-civil-war/)

e qui , sempre nel 2012, Hareetz rilanciava una sua dichiarazione sulla imminente caduta di Aleppo. Dichiarazioni che venivano oltretutto riprese con estrema ingenuità da servizi segreti occidentali e politici, ricordiamo infatti come in quel periodo dalla Clinton a Obama, fossero in molti a sostenere che Assad avesse i giorni contati..http://http://www.haaretz.com/middle-east-news/syrian-rebel-commander-says-aleppo-to-be-liberated-within-days-1.455013

Sei mesi dopo però,  in gennaio 2013, Okkaidy e le fazioni islamiste alleate al fsa (tra le quali all’epoca Isis ) erano impegnate impegnate a contrastare una violenta controffensiva governativa nel quartiere Salah din. Okkaidy dirà che l’offensiva è stata respinta infliggendo grandi perdite nel nemico, e che l’impatto dell’aviazione e dell’artiglieria non colpisce il Free Syrian army,  ma i civili.  Viene da domandarsi come mai se loro non sono stati colpiti, la sua profezia di giugno 2012 dell’imminente conquista dei ribelli di Aleppo, non si sia avverata http://http://english.al-akhbar.com/node/10421.

Quello che però è importante  rilevare , e il fatto che circa 6 mesi dopo questa offensiva respinta, il colonnello Okkaidy,  al comando della prima divisione del Fsa, si trovi a coordinare un offensiva congiunta con lo stato Islamico, contro la base aerea di Menagh.

Soltanto un mese prima Okkaidy aveva avuto un incontro pubblico,  con tanto di foto, con l’ex ambasciatore americano in Siria, Ford, e in giugno, con l’aiuto degli  uomini dell’emiro Jandall di Isis, che operavano in Aleppo e provincia,  attaccava e nel giro di pochi giorni, conquistava una importante  base aerea

 

Non soltanto Okkaidy celebrava la vittoria e la presa della base, con il suo staff e quello del emiro Jandal e ringraziava loro subito dopo la battaglia,  ma addirittura,  qualche mese dopo in novembre,  si permetteva di spiegare a un giornalista,  durante un intervista in arabo,  che gli uomini dell Isis sono dei fratelli, che è consapevole delle accuse di essere Takfiri rivolte loro e di alcune crudeltà,  ma sono per lo più esagerazioni, lui si sente di garantire per la maggior parte di loro, e se capitano dei gesti efferati, sono comunque errori individuali.

Si produrrà in elogi e scuse analoghe anche verso i combattenti di Al Nusra ( Al qaeda ).

Scandaloso, ma comunque molto significativo,  che gli stessi che celebravano in occidente, il  Fsa quale movimento partigiano, laico e moderato, che lotta contro l’oppressione, non abbiano MAI VOLUTO TRASMETTERE QUESTE DICHIARAZIONI PUBBLICHE e QUESTI VIDEO.

Tra l’altro,  tutte prove fornite dagli stessi ribelli, e dai Media che interagivano con loro, eppure si continua a bollare di complottismo e deridere chiunque sostenga il contrario (http://https://www.liveleak.com/view?i=c52_1384950531

Nel frattempo,  l’emiro Jandall continuava nelle sue azioni contro la tirannia e l’oppressione,  nel modo che più gli era congeniale

Qui sopra infatti lo potete ammirare a fianco a svariati combattenti stranieri, provenienti da ogni parte del globo, mentre raccontano le loro imprese a un giornalista,  al grido 《 Takfir: Allah w Akbar ! 》.

Ma questa è un altra storia, in quella di Okkaidy invece,  fa molto riflettere,  come i giornali e Network di tutto il mondo, ci raccontino ogni 2 ore lo scandalo , di un consigliere del presidente Trump che si permette di parlare di embargo in una telefonata con l’ambasciatore russo,  non si fossero invece minimamente interessati di un ambasciatore del presidente Obama e del suo referente nel Free Syrian Army,  che combatteva elogiava e giustificava i miliziani dell ‘Isis.

Eppure, Come dicevo inizialmente per qualcuno la Propaganda la fanno i siti russi … gia,  quelli occidentali sono specializzati soprattutto in Omissis, ma anche in tentativi trepitosi, come questo del inglese Daily Mail, di paventare nelle esecuzioni di membri del clan sunnita Berry, noto per la fedeltà al governo ( e per la morte del suo capo Zeno,  esecutato da oltre 100 pallottole) l’intervento di qualche banda di criminali comuni o shabiba del regime che ucciderebbero i loro stessi sostenitori per indurli a non tradire terrorizzandoli (ossimoro notevole ), e come fonte usano, guarda un po’ il Mitico colonnello Abdul Jabbar Okkaidy http://http://www.dailymail.co.uk/debate/article-2182572/Rebel-atrocities-Syria-rebels-true-colours-given-Assad-boost-propaganda-war.html

Abdul Jabbar Al Oqaidy,  si dimetterà successivamente da comandante verso la fine del 2013, ufficialmente perché frustrato nonostante i suoi continui sforzi, della divisione che si  sta creando tra i gruppi ribelli.

Okkaidy infatti, uno dei più noti e stimati capi dei ribelli moderati dagli occidentali,  tenterà sino all’ultimo di tenere uniti Isis, Alqaeda e Free Syrian Army..(http://http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2013/Nov-03/236696-top-syrian-rebel-commander-announces-resignation.ashx#axzz2ivQ9OK68)

 

 

Carla Ortiz, attrice boliviana, racconta la sua esperienza nella Siria devastata dalla guerra tra le menzogne dei media occidentali e la realtà quotidiana.

Pubblichiamo intervista rilasciata da Carla Ortiz ad RT Francia, inizi febbraio 2017.

 

Carla Ortiz : «La guerra in siria é stata inventata di sana pianta»
Testimonianze di abitanti, menzogne dei media occidentali e realtà quotidiana in Siria… L’attrice boliviana Carla Ortiz parla della sua esperienza di parecchi mesi in Siria, devastata dalla guerra.
Carla Ortiz è un attrice boliviana. Ha girato un documentario ( in Siria che sarà diffuso a giugno 2017). 
RT : Avete realizzato un documentario sulla guerra in Siria (Carla Ortiz mostra il vero volto dei media occidentali). Come siete arrivata a pensare  questo progetto?

Carla Ortiz (C. O.) : Se ne parla in continuazione, questo soggetto è costantemente nei titoli di tutti i programmi di informazione. Ci dettano l’idea secondo cui il medio-Oriente è una regione caraterizzata da conflitti continui, una situazione senza via di uscita. La morte delle persone non è altro che statistica. Ho cominciato a cercare delle risposte e mi sono resa conto che la realtà era totalmente diversa. Dopo ciò, ho deciso di andare in Siria per ascoltare la versione dei siriani sul posto.
RT : Una religiosa argentina, Guadalupe Rodrigo, che è in Siria da molti anni, fa parte di quelli che credono che il conflitto in Siria sia stato pianificato, che non si tratti di una sollevazione spontanea del popolo siriano.
C. O. : Dopo aver attraversato il 75% del paese, ho capito che il mio dialogo con i suoi abitanti si ripeteva costantemente. Al di là del luogo, dello stato sociale o della religione dell’intervistato, ottenevo sempre la stessa risposta: la guerra è stata totalmente costruita, volontariamente e con cura. Delle donne mi hanno raccontato che vi erano persone che le proponevano dei telefoni satellitari per poter filmare le provocazioni, gli scontri per poi potere trasmettere alla rete televisiva saudita Al Arabiya.
RT : Guadalupe Rodrigo dice anche che, dal punto di vista siriano, i media occidentali hanno mentito da principio e hanno deformato la realtà. Cosa le hanno detto i siriani dei media occidentali?
C. O. : hanno perso fiducia in questi media occidentali, perché questi ultimi hanno spesso abusato delle informazioni a cui avevano accesso (Come trasformare dei tagliatori di teste in “ribelli”). Hanno deformato le storie, o omettendo  alcune parti di interviste, utilizzando tutto a vantaggio del meccanismo che avevano creato. Di conseguenza, vi sentite perso e non sapete più dove é la verità, tutto diventa molto .
Se andate in Siria, vedrete che i veri Siriani parlano di pace, unità, amore.
RT : Altro fatto interessante: nel vostro film dite che non c’erano giornalisti stranieri sul terreno durante la battaglia di Aleppo…
C. O. : no, non ce n’erano. Ce n’erano in Aleppo, erano nel mio stesso albergo. Li vedevo alla colazione, li ho conosciuti, conosco i loro nomi… ma, per una ragione che ignoro, non erano sulla linea del fronte.
Chi c’era? Dopotutto, ci sono andata e non c’erano bombardamenti sui civili. Ci sono stata e sono sfuggita a numerosi spari. Chi riportava le notizie? Ero ad Aleppo e non potevo dire a mio padre che stavo bene, che ero viva. Ma alcuni militanti strillavano (La fantastica campagna del “messaggio finale” da Aleppo, filmando tutto questo sui loro telefonini. : “ ci uccidono!”, “ Oh, stiamo per morire!” Se avevano una comunicazione satellitare, vuol dire che erano partigiani dell’altra parte. E’ una delle complesse contradizioni dove entrano in gioco il fattore umano e la logica.
RT : C’è anche la storia di Bana, una piccola bambina che avrebbe twittato da Aleppo. Questa storia è molto diffusa in Occidente..Questa storia è credibile, visto che non c’era, molto semplicemente, alcun accesso ad internet?
C. O. : Non riesco ad immaginare questo, semplicemente per il fatto che noi filmavamo senza luce a causa dell’assenza di elettricità. Anche nella parte Ovest di Aleppo, che era sotto protezione, non potevamo utilizzare né prese né ricariche per i nostri apparecchi. Da dove vengono questi video? dove sta leggendo libri elettronici? molto spesso in questi video non si sente neppure un colpo d’arma da fuoco. Come può dire una bambina di 7 anni che se ne infischia di una terza guerra mondiale che tanto Bashar non vince?
Un bambino siriano non sceglierebbe mai tra la guerra e la morte. E’ difficile spiegarlo alla gente.Ma se andate in Siria, vedrete che i siriani parlano di pace, unità, di amore. Ciò assomiglia a della poesia, ma questo si sente nei loro proclami, ovunque andiate. Ho parlato con loro, con dei bambini che sono stai obbligati a combattere dalla parte degli estremisti, che sono stati obbligati ad uccidere, e mi hanno detto “ Non vogliamo altro che la pace. Vogliamo ricostruire il nostro paese”. Trovo difficile credere che questo conflitto non sia il risultato di una manipolazione esterna da parte di certe forze che hanno un altra filosofia di vita.

Ad Aleppo si sentivano esplosioni ogni minuto, ogni 30 secondi. Una notte un bombardamento è durato 4 ore. 
RT : Menzionate anche un fatto interessante: questi video, che si dice siano stati filmati ad Aleppo, dove non si sentono esplosioni, mentre tutto il mondo dice che questa città é costantemente bombardata.
C. O. : E’ divertente, perché durante 8 mesi di viaggi frequenti in Siria, in alcune città, il bombardamento avveniva una volta al giorno o una volta ogni due giorni. Si sentivano spari ogni tre ore..

Quando eravamo Darayya durante la battaglia per il controllo della città, sentivamo esplosioni ogni 15-20 minuti. Ma ad Aleppo sentivamo esplosioni ad ogni minuto, ogni trenta secondi. Una notte, un bombardamento é durato quattro ore senza interruzione.In questo periodo, non volevo che una cosa, svegliarmi viva e poter cominciare un nuovo giorno. In tutti i miei filmati si sentono spari. Dunque, non capisco dove questi video siano stati realizzati se non ci sono questi suoni, soprattutto se questi video sono stati realizzati realmente ad Aleppo-Est…

RT : Secondo voi, la comunità internazionale è responsabile del conflitto siriano? Quale grado di responsabilità ricadde sull’esercito siriano? parlate di una percezione dell’esercito siriano molto diversa da parte del popolo Siriano..
C. O. : Non direi mai che non esiste alcuna opposizione, ovviamente, esiste. E conosco parecchia gente che ne fa parte, ho molti amici nell’opposizione e ci siamo confrontati su questo soggetto. Ma l’opposizione siriana non porta armi.

L’opposizione siriana ama la Siria e non distrugge il suo paese. Oppositori siriani si trovano all’estero sognando di tornare nel loro paese. Penso che ad un certo punto la comunità internazionale abbia deciso che il popolo siriano voleva disfarsi di questa forma di governo, e di conseguenza, attraverso una sorta di complotto, è apparso il movimento in favore della rivolta.
Nonostante ciò penso che in realtà la situazione sia totalmente diversa. Ed è diventato tutto così evidente dopo 6 anni di guerra. Se no, avrebbero già deposto il loro presidente. L’esercito siriano è attualmente composto per la maggior parte da volontari, ragazze e ragazzi di diciotto anni.. Sono ragazzi che, invece di stare a cazzeggiare su whataspp e di farsi dei selfie, si armano e cercano di vincere il terrorismo. Di conseguenza, credo che la comunità internazionale dovrebbe riconsiderare la sua politica straniera, la politica che noi abbiamo condotto in Siria, compresa quella delle sanzioni economiche contro questo paese. Dopotutto, il petrolio siriano si vende ancora, ma chi ne beneficia? E non è la mia immaginazione, si trova tutto ciò e facilmente in rete. Sono i terroristi, i gruppi estremisti che beneficiano di tutto ciò. J
L
NON E’ LESERCITO DI BACHAR AL-Assad, è L’ ESERCITO SIRIANO.
RT. : Avete avuto l’occasione di parlare con soldati dell’esercito siriano? Come vivono la situazione? Per esempio quando i media occidentali mettono in circolazione dei rumors secondo i quali, durante l’evacuazione di Aleppo, l’esercito si sarebbe lasciato andare a brutalità contro i civili.
C. O. : Non è vero. Ho ancora dei video sul pio portatile, li ho pubblicati e diffusi. Chi mi ha difeso, secondo voi, quando ero lì? Non chiedevo certo la protezione dello Stato islamico o di Al-Nosra. I terroristi non mi avrebbero protetto. Bisogna sapere che  mai mi avrebbero permesso di spostarmi liberamente e che mi avrebbero imposto vestiti totalmente avvolgenti. E’ l’esercito siriano che mi ha protetto, ho parlato molto con loro. Sono soldati semplici. Tra di loro, ci sono ingegneri civili, molti medici, architetti, anche dei pescatori. Loro mi difendevano. Sono i “cattivi” dell’esercito di Bachar el-Assad. Ma non è l’esercito di Bachar Al-Assad, è l’esercito siriano. Volete che vi dica che che cosa hanno fatto? Si sono messi in fila, formando una sorta di muro umano, perché gli evacuati potessero uscire sani e salvi, mentre i cecchini isolati cercavano di colpirli. La cosa più triste, in tutto questo, é che nessuno guadagna dentro questa guerra, perdiamo tutti. Dopotutto anche i terroristi hanno dei bambini. E per colpa dei loro padri questi bambini restano in casa e muoiono lo stesso. Per ora, i bambini non hanno scelta, non hanno la possibilità di scegliere e questo è il più difficile. Certo, la gente muore, la guerra è quello che é. E molte ingiustizie in futuro ci attendono ancora.
RT. : La partecipazione nel conflitto dei se-dicenti “Caschi bianchi”, questa ipotetica organizzazione non governativa di cui si è detto avesse legami coni governi americani ed inglese,  è stata oggetto di discussione. Siete stata testimone della partecipazione dei “Caschi bianchi” nella guerra in Siria?
C. O. : Certo, volevo intervistarli, quando ero ad Aleppo. Ho fatto domande su di loro. Alle mie domande sui “caschi bianchi” tutta la gente mi rispondeva che non li conoscevano. Parlo di persone che hanno attraversato Aleppo da Est ad Ovest, che sono stati rinchiusi nella città e completamente tagliati fuori dal mondo esterno, durante questi 4 anni, nella parte orientale di Aleppo, Ho mostrato loro delle foto spiegando “ Sono questi i caschi bianchi, l’organizzazione pacifica che vi aiuta. Ma ci hanno risposto: “No, no, Questo è lo Stato islamico”!” Per loro, lo Stato islamico, sono tutti i terroristi e poca importa che ci siano almeno 47 organizzazioni terroristiche…
i “caschi bianchi” candidati all’Oscar, il premio per il “miglior documentario di propaganda” li aspetta

Quei ribelli libici poco nobili.

La continuazione dei report sui crimini di guerra dei ribelli e sull’ipocrita “comunità internazionale”

DI TONY CARTALUCCI

Land Destroyer
I ribelli della Libia sono lontani dall’essere motivati da aspirazioni democratiche. Le loro lagnanze si poggiano su divisioni etniche, non politiche. I “sostenitori di Gheddafi” è un eufemismo usato dai media globalisti per descrivere le tribù africane e generalmente scure di carnagione che formano la gran parte della demografia della Libia Occidentale e che devono subire il peso maggiore delle atrocità dei ribelli appoggiati dalla NATO.
Confermando quanto l’esperto di geopolitica Webster Tarpley sta ripetendo da mesi sulle realtà che stanno alle spalle delle rivolte libiche, spesso ritratte come una ribellione “a favore della democrazia” dai media di regime, gli ultimi resoconti ci parlano dei ribelli libici che, ancora una volta, prendono di mira le tribù etniche rivali all’interno delle città catturate con pestaggi, saccheggi, vandalismi e molto di peggio (anche se convenientemente omesso dalle notiziemainstream). Non si tratta di aspirazioni “democratiche”, ma di un conflitto che è separato da linee etniche, perpetuato dal prima coperto e ora aperto supporto militare degli USA e del Regno Unito alle tribù da tempo lungo tempo favorite e coltivate dagli Occidentali della Libia Occidentale che risiedono attorno a Benghazi.

La CNN ha riferito, in “Gruppi per i diritti umani riportano che i ribelli libici hanno saccheggiato e picchiato civili,” che Human Rights Watch finanziata da Soros ha ricevuto informazioni secondo cui “i combattenti ribelli e i loro sostenitori hanno danneggiato le proprietà, bruciato case, saccheggiato ospedali, case e negozi e picchiato alcune persone che loro ritenevano aver supportato le forze di governo”. Mahmoud Jibril, il primo ministro ribelle de facto che di recente si è prostrato di fronte al Brookings Institute, dichiarando che il suo movimento era ispirato dalla globalizzazione, ha confermato queste ipotesi, ma ritiene che rappresentino solo “qualche incidente” e che i responsabili saranno “portati in tribunale”.
Una cosa comunque molto improbabile perché, se anche questi “pochi incidenti” sono stati evidenziati dai tendenziosi media internazionali, simili atrocità sono state rese note in modo continuo da quando le tribù di Benghazi hanno avviato la loro offensiva appoggiata dall’estero nel febbraio di quest’anno. In un articolo del New York Timesdell’aprile 2011 intitolato “Gli armamenti inferiori dei ribelli esitano nella guerra in Libia“, una narrativa lamentevole parla di ribelli disarmati e dominati che sono stati costretti dalle circostanze a commettere orribili atrocità e crimini di guerra. Il New York Times parla di “tolleranza per almeno un piccolo numero di bambini soldato” e si lamenta della mancanza di controlli per “gli episodi di abusi o per la condotta assolutamente brutale”, invece della mancanza di principi etici o della illegittimità della loro causa finanziata dall’estero.
L’articolo del New York Times descrive l’utilizzo da parte dei ribelli dei razzi Grad spesso descritti come armamenti non selettivi e il cui uso da parte delle forze di Gheddafi è stato considerato un fattore scatenante dell’intervento della NATO. L’articolo ha anche menzionato l’utilizzo da parte dei ribelli delle mine terrestri, altro fattore citato dai criminali guerrafondai della NATO per il loro intervento nel Nord Africa.
L’articolo del New York Times sta cercando di scusare e di addolcire un torrente di articoli in uscita che indicano come i ribelli libici, che ammettono loro stessi di avere legami con Al-Qaeda, stiano macellando, decapitando e mutilando i prigionieri delle truppe governative e che sono palesemente colpevoli dell’utilizzo delle stesse armi e delle stesse tattiche per le quali la NATO ha senza alcun fondamento accusato Gheddafi, la giustificazione ufficiale usata dalla NATO per entrare in guerra. Allo stesso modo, il report di Human Rights Watch, finanziato da Soros, tanto citato ultimamente, alterna le scuse per i civili che sembrerebbero sostenere Gheddafi a interlocuzioni che ricordano ai lettori i presunti abusi di Gheddafi. In seconda battuta, il report è stato ancor più edulcorato dai media finanziati dalle corporation con le pittoresche parafrasi che generalmente accompagnano le notizie sulle presunte atrocità di Gheddafi.
Un recente articolo del Guardian, intitolato “I ribelli libici accusati di bruciare le case e di saccheggio“, con il sottotitolo “Human Rights Watch dice che i ribelli hanno depredato le strutture sanitarie e incendiato le case dei sostenitori di Gheddafi”, rappresenta un subdolo meccanismo retorico usata ancora una volta per edulcorare i crimini dei ribelli. All’interno dell’articolo il termine “case ritenute appartenenti ai sostenitori di Muammar Gheddafi” viene usato assieme alla frase finale, “le forze di Gheddafi nella zona sono state accusate di essersi rifugiate indiscriminatamente nelle zone abitate, lasciando sul terreno mine anti-uomo.”
Altri articoli, come quello del Wall Street Journal ”Le città libiche separate dai feudi tribali“, rappresentano la massima concessione dei media mainstream alla realtà e l’inizio della descrizione delle sottostanti tensioni etniche che servono da reali motivazioni, non certo le aspirazioni democratiche, che stanno dietro la violenza accesa e continuamente aizzata dalla leadership dei ribelli libici a Washington. Comunque, l’esperto di geopolitica Webster Tarpley aveva già evidenziato in aprile in un articolo intitolato “Al Qaeda: le impronte di un’insurrezione della CIA dalla Libia allo Yemen” lo storico sostegno britannico per i “monarchici e razzisti Harabi e per le tribù Obeidat del corridoio Benghazi-Darna-Tobruk”. Ha correttamente diagnosticato come le tensioni etniche fossero responsabili delle atrocità generalizzate che vengono ancora offuscate oggi dai media di regime, e ha predetto che le atrocità e il genocidio sono il destino dei villaggi e delle città catturate dai ribelli appoggiati dalla NATO.
Quello a cui assistiamo in Libia non è un popolo oppresso che aspiri alla globalizzazione e alla democrazia liberale , ma ancora un’altra divisione etnico-politica sfruttata dal potere globalista per dividere e distruggere la sovranità di una nazione indipendente. Se e quando Tripoli cadrà per le orde di globalisti e dei loro stupidi eserciti di sempliciotti e di mercenari, l’inconcepibile brutalità, la discriminazione e le atrocità saranno il destino dei loro rivali etnici. Mentre le giustificazioni retoriche della NATO per il loro criminale intervento militare si incentrano sulla protezione dei civili, stanno chiaramente e intenzionalmente agevolando l’individuazione dei civili allineati a Gheddafi non politicamente, ma etnicamente.
È essenziale comprendere chi stia davvero dietro a questi conflitti, tra cui le multinazionali che stabiliscono l’agenda dall’interno di non eletti think tank, i media posseduti dalle corporation che distorcono e giustificano queste agende al pubblico, e i politici delegittimati che realizzano questi ordini del giorno contro la volontà della popolazione che dicono di rappresentare. Per contrastare tutto questo, dobbiamo continuamente lavorare per informare altre persone della verità che viene offuscata dalle immense campagne di propaganda che accompagnano questi conflitti e impegnarci nel boicottare e sostituire interamente le multinazionali che promuovono e traggono vantaggio da questi conflitti. Se le difficoltà della Libia potrebbero sembrare un argomento insignificante ed estremamente lontano per la persona comune, una vittoria globalista in Libia è una vittoria contro tutti i popoli liberi e sovrani.
Fonte: http://landdestroyer.blogspot.com/2011/07/libyas-not-so-noble-rebels.html
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE
Fonte:http://www.blog.art17.it/2011/07/16/quei-ribelli-libici-poco-nobili/

Ancora una volta certi articoli vengono fatti sparire, postato anche qui: http://marionessuno.blogspot.it/2012/07/quei-ribelli-libici-poco-nobili.html

Syria. Alawiti: il genocidio dimenticato. Bahar Kimyongur

Questo contributo di Bahar è stato scritto a fine 2014. Punta l’obiettivo sulla condizione della comunità alawita in Siria

Siria, il genocidio dimenticato

Bahar Kimyongur

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A partire dall’autunno 2014, si è verificato un cambiamento nella politica estera dei paesi europei. Le capitali occidentali hanno deciso di mobilitarsi per la popolazione siriana, irachena e curda vittime delle follia omicida dello Stato Islamico (ISIS). Sicuramente il contributo alla lotta contro Daech è minimo, ma ogni avanzata in termini di mobilitazione, anche la più timida, merita incoraggiamento. Si é dovuto, comunque attendere la barbara esecuzione di due giornalisti americani perchè USA ed UE prendessero consapevolezza della minaccia jhiadista. D’altra parte, le atrocità commesse in Siria da un Islam pervertito sono lontani dall’essere una specificità dello Stato islamico.

Non si può infatti dimenticare le crudeltà jihadiste subite da molte popolazioni arabe ben prima dell’apparizione dello Stato Islamico.
La guerra contro le “eresie” è stata infatti lanciata da gruppi armati che agivano sotto la bandiera dell’ Esercito Siriano Libero (FSA) dal 2011, primo anno della guerra civile in Syria.
Prima delle persecuzioni che hanno colpito gli yézidis, i ciristiani, i sunniti o i laici, le stesse persecuzioni di cui oggi possiamo essere diretti testimoni, il terrorismo settario ha dapprima colpito gli sciiti per favorire l’occupazione USA in Irak nel 2003 e, subito dopo, gli alawiti all’inizio di quella che tutti conosciamo con il nome di “Primavera Siriana”
Se la brutale repressione nei confronti degli yézidiis e dei cristiani di Siria ed Iraq, ha scatenato lo sdegno e la solidarietà dell’opinione pubblica occidentale, vediamo come la politica di persecuzione sistematica che ha come obiettivo gli alawiti in Siria non ha suscitato affatto la medesiama compassione.
Gli alawiti rimangono infatti gli imbattibili capri espiatori per gli ambienti ortodossi “cacciatori di eretici”.
Numerose ragioni teologiche spiegano l’odio atavico che i gruppi identitari più conservatori sprigionano verso questa minoranza mussulmana dissidente.

Prima di tutto l’Alauismo si fonda sulla credenza nell’essenza divina di Ali, crimine apostatico che i mussulmani sunniti ortodossi giudicano gravissimo, mentre il clero sciita,al quale si sentono relativamente vicini, li definisce “esagerati” (ghoulat).

La pratica religiosa degli alawiti è inoltre minimalista e liberale: le preghiere vengono effettuate in maniera aleatoria, in posizione eretta o seduti e non prevedono la prostrazione. Non praticano le cinque sequenze di preghiera, non vanno alla moschea, non effettuano il pellegrinaggio alla Mecca e si oppongono alla Charia. Il culto alauita è dunque un culto esoterico ed inziatico.

Nemmeno riguardo ai luoghi di culto gli alawiti mancano di originalità: venerano infatti i saggi della loro comunità inumati dentro piccoli mausolei di colore bianco sormontati da cupole. Questi piccoli edifici costruiti su colline verdeggianti sono chiamati “Ziyara” o “Qoubba”.
Il loro culto prevede anche la celebrazione di alcune feste Cristiane, cosa che gli rende ancora più frequenti le accuse di “politeismo”.
La libera interpretazione dei testi islamici e l’ allontanamento dall’ortodossia sunnita condanna gli alawiti ad essere, fin dalla loro comparsa, in testa alla lista delle comunità “sacrileghe” da sterminare.

Nel XII secolo, il pensatore sunnita Aboud Hamid al Ghazali dichiarò gli alawiti “apostati in materia di sangue, soldi, matrimonio e di macelleria” decretando che “era un dovere ucciderli”.

Due secoli più tardi, un giurista sunnita della scuola religiosa Hanbalita chiamato Ibn Taymiyya descrisse gli Alauiti come più “miscredenti degli ebrei o dei cristiani”, emettendo una Fatwa che chiamava a “versare il sangue degli Alauiti per piacere ad Allah”.

Ibn Taymiyya diffuse l’idea mostruosa che uccidere un Alauita valeva più che una giornata intera di preghiera. Questo appello all’omicidio fu accompagnato da una campagna di diffamazione che descrisse gli Alauiti come i membri di una setta orgiastica che praticava l’incesto.

La maggior parte dei gruppi armati oggi in Siria venerano Ibn Taymiyya ed applicano la sua fatwa anti-Alauiti alla lettera. Alcune brigate dell’ ”Esercito Siriano Libero” hanno deciso di prendere il nome dell’inquisitore medievale.

Nel Luglio 2011, i quartieri Alauiti di Homs sono stati attaccati da gruppi jihadisti. L’esercito ha dovuto interporsi per proteggere gli abitanti Alauiti della città.
Nei villaggi di Lattaquié, Aqrab (Hama), Maksar al Hessan (Homs), Maan (Hama) e Adra (Damasco) decine di civili Alauiti sono stati massacrati per il semplice motivo di appartenere a questa comunità.

Nell’ Agosto 2013, lo sceicco Alauita Badr Ghazali è stato catturato da un gruppo di sunniti “moderati” che hanno voluto giudicarlo di fronte a un tribunale dell’inquisizione prima di torturarlo fino alla morte.

I gruppi armati antimoderati hanno abilmente associato le parole “regime”, “Alauita” e “Chabbinhas”, rappresentando i membri di questa comunità come dei mafiosi filo-Assad responsabili di numerose atrocità.
Questa confusione retorica è stata estremamente efficace per creare confusione all’interno del panorama medio-orientale.
Da una parte, ha permesso all’opinione pubblica internazionale di accettare le peggiori angherie commesse dai ribelli contro i civili lealisti. Le stragi di civili innocenti venivano infatti dipinte come un atto di rappresaglia legittimo contro i mostruosi “Chabbinhas”.
Dall’altra parte, ha stimolato il sentimento identitario ed anti-Alauita tra i Siriani sunniti.
Alcuni gruppi terroristi risparmiavano i prigionieri sunniti civili sospettati di lealtà verso il governo e in alcuni casi anche i militari.
Questo diritto di ravvedimento concesso ai sunniti lealisti faceva parte di una strategia di distruzione del piedistallo ideologico e culturale della Siria moderna.

Gli Alauiti catturati dai gruppi armati non hanno avuto, salvo rare eccezioni, la possibilità di uscire vivi dalla propria prigionia.
Praticando questo terrore selettivo, l’opposizione radicale cercava di fare esplodere le fondamenta della società siriana.
Durante gli anni ‘70, i “Fratelli Mussulmani” hanno fatto ricorso allo stesso modus operandi che consisteva nel rapire i lealisti, separando Alauiti e sunniti, e uccidere solo i primi.
In tutta la storia della Siria moderna, gli Alauiti non hanno avuto altra scelta che fondersi nella massa evitando di mostrare qualsiasi etichetta identitaria, vista la loro inferiorità numerica e la loro vulnerabilità.
Mentre gli Alauiti evitano di evocare il piano di sterminio di cui sono vittime per paura di differenziarsi dall’Islam maggioritario e di contribuire così alla polarizzazione confessionale nel loro paese, i gruppi armati di opposizione hanno sistematicamente imputato ogni crimine di stato commesso presumibilmente da un Alauita, a tutti i 3 milioni di Alauiti che vivono in Siria.

Questa propaganda si è dimostrata redditizia su numerosi livelli, compreso quello finanziario. Molti gruppi armati antiregime, per esempio, hanno fatto dell’odio anti-alauiti la loro attività per attirare i ricchi predicatori settari di stanza nei paesi del Golfo dove è di moda accusare gli Alauiti di essere agenti dell’Iran.
Per alimentare l’odio anti-alauita, alcuni provocatori pro-sauditi si sono concentrati su una vittimizzazione permanente che si basava su questa ridicola equazione: visto che la lotta anti-terrorismo è condotta da uno stato che conta un gran numero di Alauiti funzionari e militari alle sue dipendenze, gli Alauiti sono collettivamente responsabili delle nostre disgrazie.

Al contrario, non esiste nessuna base religiosa che giustifichi la violenza Alauita contro un sunnita, né una figura come Ibn Taymiyya o Al-Ghazali all’interno di questa comunità. Non esiste nemmeno una sorta di concezione di “Suprematismo Alauita”. L’idea stessa di proselitismo é inconcepibile perché la preoccupazione degli Alauiti è di sopravvivere e non di imporsi, di conquistare o di convertire.
La tradizione Alauita incoraggia la comunità ad adattarsi all’ambito religioso in cui vivono, vivere da sunniti tra i sunniti e da cristiani tra i cristiani.
Di conseguenza, il soldato Alauita che agisce dentro un quadro nazionale, si batte nel nome della patria, dell’arabismo e della sicurezza a fianco del suo commilitone sunnita e non nel nome della sua comunità contro un altra comunità.

La relativa sovradimensionata rappresentanza degli Alauiti nell’esercito non ha niente a che vedere con un qualsiasi “complotto Alauita” o con la volontà di oppressione delle altre comunità. La loro origine contadina ha fatto sì che gli Alauiti raggiungessero l’esercito per fuggire dalla povertà che inaspriva le già difficili condizioni di vita sulle montagne siriane, vedendo nella carriera militare l’unico sbocco per aspirare ad una vita dignitosa.
L’altra ragione per la quale questa comunità ha aderito in maniera massiccia all’esercito, è da ricercare
nei rapporti tra gli Alauiti e lo stato moderno e alla loro atavica condizione di “ sotto-uomini” all’interno della società feudale siriana.

La costituzione di un esercito nazionale ha quindi permesso agli Alauiti non solamente di sopravvivere alla miseria, ma anche di accedere all’eguaglianza di cittadinanza.

Malgrado l’onnipresenza del confessionalismo in Siria, in tre anni di guerra, nessuna milizia Alauita, rivendicandosi come tale, è apparsa sul fronte siriano.

Per proteggere la loro patria e le loro case, i membri di questa comunità si sono mobilitati in diversi modi: aderendo all’esercito governativo, alle Forze di difesa nazionale, alle brigate Baath e anche alla “Resistenza siriana”, una milizia patriottica creata dal militante comunista turco-siriano Mihrac Ural.
Tutte queste milizie sono multi confessionali e sostengono l’eguaglianza tra Alauiti e sunniti, contrariamente ai gruppi armati anti-regime che non hanno cessato di praticare “l’esagerazione confessionale” proclamandosi pro-sunniti ed anti-alauiti.

Per quanto il conflitto siriano abbia fondamentalmente un’essenza politico- ideologica, i gruppi di opposizione non hanno cessato di imporre la loro lettura confessionale, di differenziare le comunità religiose e di mettere le une contro le altre.
Riducendo la guerra in Siria ad un conflitto tra sunniti e Alauiti, i media occidentali hanno riprodotto la propaganda settaria dell’opposizione.

Il direttore esecutivo del “Centro mondiale per la responsabilità di proteggere” ha definito molto probabile l’ipotesi di un prossimo genocidio nei confronti degli Alauiti.
Questo genocidio è però attualmente già in corso e si sviluppando sotto i nostri occhi in maniera del tutto indifferente.
La barbarie generalizzata del conflitto siriano ha dunque come conseguenza la banalizzazione del genocidio anti-alaouita, facendo passare le persecuzioni di massa che subiscono gli Alauiti come conseguenza ai crimini commessi dallo stato siriano verso i ribelli.
Più di un anno fa, un jihadista si è fatto esplodere davanti alla scuola Makhzoumi nel quartiere di Akrama ad Homs. 8 scolari, per la maggior parte Alauiti, sono rimasti uccisi nell’esplosione. Nel sistema di pensiero jihadista, l’origine di questi bambini è un motivo sufficiente per l’eliminazione. Questa strage non ha però sconvolto l’opinione pubblica occidentale che non ha dato alcun peso alla gravità del fatto.

Oltre agli Alauiti , altre minoranze siriane di origine sciita subiscono la stessa sorte: il 4 agosto 2014, giorno dell’anniversario dell’assalto jihadista ai villaggi Alauiti con il conseguente massacro di numerosi abitanti, una famiglia di confessione ismaelita è sta decimata a Mzeiraa vicino alla città di Salmyia dai gruppi anti-governativi per il solo fatto di appartenere ad un’altra confessione.
Ancora una volta, dei presunti testi sacri hanno permesso e giustificato la strage di un gruppo di individui.
La commissione di inchiesta delle Nazioni Unite, che investiga sui crimini di guerra in Siria, ha promesso di non lasciare alcun crimine impunito.
Ad oggi, i gruppi di terroristi che massacrano deliberatamente donne, bambini e vecchi per eresia non sono mai stati indicati come tali.
L’indifferenza totale manifestata dalla comunità internazionale riguardo gli Alauiti annuncia un periodo molto duro per questa minoranza che lega inesorabilmente la sua sopravivenza a quella dello Stato siriano.

I gruppi di opposizione accusano Mihrac Ural ed il suo gruppo di aver commesso un crimine di massa di centinaia di sunniti nel villaggio di Bayda e nella città di Baniya. Il solo indizio sul quale i gruppi di opposizione si appoggiano per incriminare Ural è un video dove lui consiglia di “pulire Baniyas dai terroristi”. Ora, la parola, “pulizia” è un termine militare utilizzato da tutti i combattenti in Siria e non dà alcuna indicazione sulla responsabilità personale dell’individuo indicato. Inoltre le milizie di Mihrac Ural sono schierate a Nord della provincia di Lattaquié e non nella zona in cui si trova Baniya. Questa frase non può quindi essere considerata come una prova in sé. Mihrac Ural nega categoricamente i fatti spiegando che la sola ragione di lottare è quella di difendere i cittadini siriani di tutte le confessioni dai gruppi terroristi che si infiltrano dalla Turchia.
Da notare che il regime di Damasco ha creato delle milizie d’appoggio che hanno l’obiettivo di aiutare l’esercito e proteggere le loro zone, ma anche con l’obiettivo informale di disciplinare i propri partigiani e di evitare regolamenti di conti legati alla confessione religiosa.
Per quanto nella lingua turca esista una sola parola, Alauiti, che indica questa confessione religiosa, è necessario specificare la differenza tra ALEVITI (Turchia) e ALAUITI (Syria). La confessione Alevita può essere paragonata alla Teologia della Liberazione in America Latina e ha costituito nel corso degli anni la tradizione della sinistra rivoluzionaria Turca.

Bahar Kimyongur

GIornalista turco-siriano Osservatore dei conflitti in Medio-Oriente Autore, fra l’altro, di Siriana la conquista continua. archeologo, ricercatore

 

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Il genocidio non è terminato…

 

Sarah Bilal uccisa assieme ad altri 25 nel doppio attentato di DAECH a #Zahra nel quartiere alauita di #Homs. Il 26 gennaio 2016.

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Aleppo lì dove la fiction si è frantumata contro la realtà. Intervista a Rudolf El-Kareh (II parte).

Pubblichiamo la seconda ed ultima parte dell’intervista a Rudolf EL-Kareh, sociologo e politologo libanese. La prima è stata pubblicata su queste pagine venerdì 3 febbraio 2017.

Prima Parte

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D. Chi aveva interesse a distruggere la Siria? E perché?
Ci sono state ambizioni politiche e geopolitiche, d’altronde spesso in concorrenza, da parte di Stati dotati di mezzi finanziari. Costoro hanno pensato di poter imporre i loro interessi finanziando gruppi di mercenari con il via libera per distruggere Stati storici o tentare di neutralizzarli, con il fine di accentuare l’oscillazione egemonica verso alcune monarchie del Golfo.
C’è stato, in generale, una convergenza di interessi e di strategie spesso congiunturali, tra alcune potenze internazionali e Stati regionali, attorno alla prospettiva di una distruzione dello Stato siriano o, male che andasse, al suo indebolimento estremo, in conseguenza della sua posizione angolare nell’architettura del Mashrek.

Il presidente turco Erdogan ha pensato dal canto suo che il supposto indebolimento della Siria gli avrebbe permesso di verificare le ambizioni egemoniche sognate da alcuni ideologi  dell’AKP, manipolando le differenti fazioni dei fratelli mussulmani. Il ritorno di Aleppo nel seno dello Stato siriano ha inferto un colpo durissimo a questa ipotesi, come lo evidenziano ad esempio le reazioni delle autorità turche che son oggi nella confusione più totale, anche se questa confusione ha la sua logica.
Un quotidiano vicino ad Erdogan ha pubblicato una cartina della Turchia che integra Aleppo, Kirkouk e Mosul:(http://media.linkonlineworld.com/img/Large/2016/10/19/2016_10_19_11_17_14_689.jpg )

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rimettendo in discussione le frontiere nazionali. Lui stesso invoca la pace ma contesta il trattato di Losanna del 1923che definisce le frontiere della Turchia attuale, con il rischio di un conflitto con la Grecia e con l’UE. Che questo piaccia o no, anche i “progetti storici” sognati dei dirigenti israeliani non sono lontani, e la sollecitudine di questi ultimi verso i gruppi terroristi è pubblica.

D. Quale è il significato politico della ripresa di Aleppo da parte dello Stato siriano?

R. E’ un passaggio basilare, essenziale, anche se restano altri passi da fare, nella ripresa del controllo del territorio nazionale. E’ un dovere costituzionale che spetta a qualsiasi Stato del mondo. Ne va dell’ordine internazionale moderno, frutto delle norme dei trattati di Westphalia in Europa, e che sono notoriamente alle fondamenta delle relazioni internazionali codificate dalla Carta dell’ONU.

Ricordatevi che il caos in questa regione fu annunciato nel 2006 da Condoleeza Rice, allora segretario di Stato USA, che dichiarò perentoriamente che quei trattati erano superati, inaugurando così un nuovo e sanguinante disordine generale. Questo non significa che il controllo ritrovato del territorio nazionale da parte dello Stato siriano si realizzerà sul piano militare. I processi di riconciliazione che continuano, sono uno degli strumenti. Sono complessi, difficili, ma associano sempre la società civile in un quadro di un percorso nella quale le forze vive giocano un ruolo essenziale sotto l’egida dello Stato siriano. Per questo motivo Al Nosra ha assassinato o tentato di farlo coloro i quali conducono le iniziative.

D. Il cessate il fuoco generale, ma nei fatti parziale visto che l’esercito siriano esclude la regione di Damasco, può sfociare in un vero e proprio processo di negoziati di pace, di cui Astana non sarebbe che l’inizio? 

R. Non c’è un cessate il fuoco. Quello che si discuterà durante gli incontri di Astana in Kazahstan è un processo di cessazione delle operazioni di guerra che riguarda i gruppi armati divisi a raggiungere il processo politico eccetto ovviamente DAECH, Al Nosra ed i loro cloni. Questo processo si farà nel quadro delle istituzioni e nel quadro costituzionale dello Stato siriano il che non esclude nulla, tantomeno le loro riforme ma dentro una prospettiva nazionale controllata e pacificata.
Mi dite di Damasco. In realtà si tratta della regione delle vallate di Barada dove si trovano le sorgenti che forniscono l’acqua all’agglomerato della capitale, sei milioni di persone. Le bande di Al Nosra sono state in gran parte sloggiate dopo il tentativo di inquinare le stazioni di pompaggio dove si trovano le sorgenti  e di aver cercato di far fallire i dispositivi della riconciliazione iniziati da gruppi armati locali sotto la pressione della popolazione delle località della vallata.
Ma Astana ha anche un altro obbiettivo: quello di mettere sul terreno un meccanismo operativo per riportare alla ragione le autorità turche  nonostante il loro doppio-giochismo   irresponsabile e permanente e i loro deliri ideologici. Il territorio turco è stata la porta principale della crisi della Siria. Bisogna ri-chiuderla. Ma nessuno ha interesse nell’implosione dello Stato turco. Sarebbe una cataclisma catastrofico. L’incontro permetterà anche di capire in quale modo gli orientamenti della nuova amministrazione americana peseranno nelle evoluzioni sul terreno e nel processo politico.

D. Astana sarebbe quindi solo una prima tappa…
Si, verso il ritorno al rispetto del diritto internazionale e dei principi della Carta che sono le fondamenta dell’ONU. E sopratutto il rispetto dell’integrità territoriale, di sovranità, di indipendenza, di non ingerenza. Principi la cui violazione ha dato origine al formidabile disordine regionale ed internazionale di questi ultimi anni. Questo non impedirà di certo il gioco dei rapporti di forza sul terreno ma questo comporterà la loro regolamentazione  dentro un quadre legale chiaro, cioè quello delle Nazioni Unite. La Carta è chiara. La presenza di forze armate straniere è possibile solo su richiesta delle autorità dello Stato in questione. A volte non è necessario neppure il dibattito. Con il senno di poi comprendiamo ancora meglio le ragioni dell’accanimento iniziale dei provocatori all’origine della crisi di tentare di delegittimare le istituzioni dello Stato siriano e dei suoi dispositivi costituzionali. L’atto di fede di Antonio Guterres che riafferma che la Carta, e solo lei, sarà la bussola di orientamento della sua azione è un straordinaria luce di speranza. La Siria ne sarà il primo territorio simbolo.

24/01/2017

Rudolf El-Kareh

piccola biografia

Sociologo e politologo libanese. Già professore universitario in Libano, Francia e Canada. Co-autore, fra l’altro, di “International Justice and Impunity, the case of the United States”. Membro della “Conferenza di Raboué” che associa l’insieme delle chiese orientali ed i responsabili politici laici.

“Diario siriano” di Anastasia Popova Russia24

The Syrian Diary, documentario realizzato dalla giornalista Anastasia Popova Bourt per Russia24e pubblicato a fine 2012.

Anastasia rimase in Syria da agosto 2011 per 7 mesi a diverse riprese.

Una documentazione, una testimonianza imperdibile sulla reale natura della guerra in Siria. Chi avesse voluto vedere poteva già da allora vedere ma la manipolazione dell’informazione da parte dei media mainstream triturava tutto.

Anastasia fu ferita da un cecchino “ribelle moderato” durante le riprese.

In questo articolo troverete la versione originale del documentario, una sintesi ed una intervista ad Anastasia al rientro dalla Siria.

Oggi Anastasia sta portando a termine il montaggio del materiale girato in Yemen lo scorso anno, sempre per Russia24. Unici giornalisti del globo terraqueo presenti in Yemen.

Intervista ad Anastasia Popova