«Africani, liberatevi!»

11 ottobre 2018 Ruggero Tantulli
Parla Mohamed Konare, attivista «per l’indipendenza reale» del continente nero. «Sogno gli Stati Uniti d’Africa»
l’intervista

«L’Africa deve tornare agli africani». Ha le idee chiare Mohamed Konare, leader panafricanista che sogna di liberare il continente nero dalle influenze straniere. Originario della Costa d’Avorio, 53 anni, Konare vive a Firenze da 20 anni («Amo l’Italia, ma la mia cittadinanza è solo africana, perché un giorno voglio tornare a casa»). Nella sua vita tanti lavori, dalla ditta di un amico al settore turistico nel capoluogo toscano, compresa una parentesi all’Eni (nella raffineria di Stagno, nel Livornese). Da un po’ di tempo il suo primo obiettivo è sensibilizzare gli africani (ma non solo) sul sistema che consente all’Occidente di «depredare l’Africa, occupata militarmente, culturalmente e soprattutto economicamente».
Non ha dubbi su quale Stato abbia maggiori responsabilità: la Francia, «che di fatto non ha mai interrotto la propria dominazione coloniale, riconoscendo l’indipendenza di facciata di molti Stati solo per placare le rivolte, e scrivendo di proprio pugno le Costituzioni attualmente in vigore in vari paesi». Il principale problema, per Konare, è il Franco Cfa, la moneta inventata nel 1945 da De Gaulle «sulle orme di quella adottata da Hitler in Francia durante l’occupazione nazista»: il Cfa, ex Franco delle colonie francesi, nome che oggi identifica la “zona franco” nell’Africa subsahariana, lega indissolubilmente 14 paesi, tra cui Camerun, Senegal e Costa d’Avorio, alla Francia, «che fino a poco tempo fa deteneva il 100% delle divise, ora il 50%». «Solo per la moneta, la Francia ricava 440 miliardi di euro all’anno. Con quella cifra in Africa si potrebbero fare tantissime cose, ma non possiamo beneficiare delle nostre risorse sul mercato internazionale».
Konare, come può avvenire questa liberazione?
«Gli africani devono prendere consapevolezza della situazione e sollevarsi contro gli Stati imperialisti. L’Africa deve tornare ciò che era prima della Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando l’Occidente ha cominciato a spartirsela».
Sembra molto difficile come obiettivo.
«Lo è, ma se i popoli africani si uniscono possono riacquistare la propria autodeterminazione. Il dominio si realizza in primo luogo con la moneta, ma anche con la cultura: oggi gli africani non hanno più identità, i nomi stessi dei paesi sono occidentali. Anche con la lingua si controllano i popoli».
A chi si rivolge il movimento panafricanista?
«Innanzitutto all’Africa nera, poi se i paesi nordafricani vorranno unirsi saranno i benvenuti. Sogno gli Stati Uniti d’Africa. Oggi, grazie al Cfa, paesi confinanti non possono commerciare con l’estero e nemmeno tra di loro. Il valore stesso della valuta è zero, fuori dall’area in cui circola. Ecco perché, insieme a tanti fratelli, cerco di unire tutti i movimenti panafricanisti che realmente vogliono liberarsi. Ma la nostra lotta riguarda l’umanità intera».
Come agisce concretamente questo movimento?
«Abbiamo creato un gruppo di lavoro, siamo in contatto tutti i giorni con la gioventù africana. Tra poco terremo una conferenza via Skype con i giornalisti africani. Dobbiamo agire, non si può restare soggiogati e non posso accettare di vedere i miei fratelli morire per un’aspirina. In certe zone manca l’acqua potabile, una sigaretta è un lusso. C’è tanto lavoro da fare, ma la priorità è garantire cibo, acqua, istruzione e sanità per gli africani».
Lei accusa in particolare la Francia. Ma i problemi dell’Africa non dipendono solo dai francesi…
«La storia parla chiaro. Basta pensare che il capo dei servizi militari della Costa d’Avorio è francese o che nelle tre banche centrali africane la Francia ha diritto di voto, impedendo qualunque scelta autonoma degli africani, per capire come stanno le cose».
La Cina si sta espandendo sempre di più in Africa.
«I cinesi stanno cercando di penetrare con mezzi diversi, ne siamo consapevoli e ci stiamo preparando per affrontare anche questo. L’Italia, invece, è uno dei paesi che fanno meno male all’Africa, ha un ruolo marginale. Ma il problema è che al governo spesso ci sono fantocci piazzati dall’Occidente. Chiunque abbia cercato di liberare l’Africa è stato ammazzato dai francesi. Ventidue capi di Stati africani, da Thomas Sankara a Patrice Lumumba, senza contare gli attivisti morti in galera. Gheddafi è stata l’ultima vittima».
Perché?
«Stava per mettere 42 miliardi di dollari per creare un fondo monetario africano e uscire dal Fmi, è stato ucciso dalla Francia per questo. Stava creando una banca centrale e una banca di investimenti africane. In Libia c’è stata una manipolazione, non c’era nemmeno una rivolta. È tutto documentato, ma di queste cose non si parla».
Lei ha paura per la sua vita?
«No. Cerco di stare attento, ma quando ho scelto di attivarmi per la causa sapevo a cosa andavo incontro, infatti la mia vita è cambiata. Ricevo minacce, palesi e subliminali, e sono costretto a spostarmi in modo discreto, perché so che qualcuno non sopporta ciò che faccio. Se prendessi un aereo per l’Africa oggi, non oso immaginare che fine potrei fare».
Tanti giovani africani cercano di raggiungere l’Europa.
«È chiaro, ma non è questa la soluzione, se si vuole bene all’Africa. Anzi, l’emigrazione è proprio il progetto delle élite per evitare che gli africani si ribellino. Chi parte rischia la vita, il viaggio è un inferno. Per fare cosa poi? Lavori disumani».
Pensa che ci sia razzismo in Europa?
«Il razzismo c’è dappertutto, anche tra africani o tra italiani stessi. Ma è frutto di ignoranza, la realtà è che siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo lottare per la libertà dei popoli».

Preso da: https://incronaca.unibo.it/archivio/2018/10/11/africani-liberatevi

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Quel sogno chiamato Panafricanismo

 

11 gennaio 2017

“L’imperialismo è un sistema di sfruttamento che non si presenta solo nella forma brutale di coloro che con dei cannoni vengono ad occupare un territorio, ma più spesso si manifesta in forme più sottili, un prestito, un aiuto alimentare, un ricatto. Noi stiamo combattendo il sistema che consente ad un pugno di uomini sulla terra di dirigere tutta l’umanità.” Con queste semplici parole, il soldato rivoluzionario Thomas Sankara, parlò al popolo del Burkina Faso poche settimane prima di essere ucciso il 15 ottobre 1987, insieme a dodici suoi ufficiali, in un colpo di Stato organizzato dall’ex compagno d’armi Blaise Compaoré; un assassinio molto probabilmente – per non dire con assoluta certezza – commissionato dai francesi, dagli americani e da mercenari liberiani, contro un politico africano troppo lontano da quei vizi propri di quell’attuale classe dirigente burkinabè, ultra provincialista e completamente asservita al colonizzatore di sempre.

“Il continente non è in grado di esportare materie prime. Noi investiamo in modo che queste siano trasformate e commercializzate in Africa, dagli africani. Si tratta di creare posti di lavoro e mantenere il plusvalore in Africa. Da un lato gli europei ci incoraggiano, perché si prosciuga il flusso migratorio, dall’altro si oppongono perché dovrebbero abbandonare lo sfruttamento coloniale.” Attraverso queste altre parole invece, il colonnello libico Mu’ammar Gheddafi riferì al Fondo Sovrano Libico (LIA) l’intenzione di voler emancipare la Libia (e con sé gran parte dei paesi africani) verso un’Unione Bancaria Africana. Certamente un’idea molto pericolosa e in forte contrasto con le intenzioni dei paesi Occidentali in quel momento interessati ad investimenti (per non parlare di vere e proprie speculazioni) sul territorio libico: quali la Francia, gli Stati Uniti e – sotto diversi aspetti – l’Italia, quest’ultima poi successivamente scavalcata da diversi paesi nel ruolo di primo partner dello Stato libico dopo la caduta di Gheddafi, per l’incapacità e l’arrendevolezza del governo Berlusconi IV.
Ora, riportate (solo alcune) delle parole di due personaggi storici indiscutibilmente importanti per il continente africano, quali contributi ideali possiamo dunque fornire per una più corretta analisi dei fenomeni geopolitici dell’area africana in virtù del fatto che – beneficiando del senno di poi – abbiamo l’opportunità di revisionare quelle verità dei comodo vomitate dai nostri media nazionali in seguito al colpo di Stato libico del 2011, così come per quello avvenuto in Burkina Faso 24 anni prima? Come possiamo sensibilizzare l’uomo della strada, l’uomo comune, a rivalutare le figure di uomini e condottieri (almeno in Patria) quali il Colonnello Gheddafi e il Rivoluzionario Sankara? Certamente si tratta un tema assai complicato che merita di essere approfondito con le dovute accortezze, per cui non bastano solamente le poche parole contenute in un articolo di giornale, ma è un tema per il quale si deve avere il coraggio di rigurgitare le bugie sulla presunta “primavera araba” o sulle “vendette personali” tra tribù, ed avere uno sguardo più attento e il più possibile lontano dalle mere logiche nazionali, orientato al ruolo che hanno non solo le potenze occidentali ed i singoli stati che lo compongono, ma osservare attentamente anche il ruolo che le stesse multinazionali e gli istituti di credito svolgono con o contro quegli stessi Stati con cui fanno affari d’oro.
Perché non è un caso, non può esserlo, che ovunque ci siano stati uomini che abbiano alzato la testa contro le multinazionali o i sistemi bancari occidentali, proponendo soluzioni volte alla salvaguardia degli interessi nazionali (o in particolari casi continentali), ci sia sempre stata una reazione, magari armata e illegittima, da parte di coalizioni internazionali occidentali, troppo spesso a guida statunitense. “Ogni mattina, in Africa, un rivoluzionario burkinabè si sveglia. Sa che dovrà difendersi dal tradimento di compatrioti al soldo dell’Occidente, o verrà ucciso. Ogni mattina, in Africa, un colonnello libico si sveglia. Sa che dovrà difendersi dai tentativi di destabilizzazione occidentale, o verrà ucciso. Ogni mattina in Africa, non importa che tu sia un colonnello libico o un rivoluzionario burkinabè, l’importante è che cominci a COMBATTERE. Per la sovranità della tua terra, per l’indipendenza della tua nazione, per l’autarchia del tuo continente”.

USA, dopo il terzo mondo, il loro obiettivo e’ depredare l’Europa!

La situazione è molto peggiorata negli ultimi 12 anni, rispetto a quando pubblicai “Confessioni di un sicario dell’economia”.

Cagliari
07:20 del 15/10/2016
Scritto da Luca
La situazione è molto peggiorata negli ultimi 12 anni, rispetto a quando pubblicai “Confessioni di un sicario dell’economia”. Gli assassini economici e gli sciacalli si sono diffusi tremendamente, anche in Europa e negli Stati Uniti. In passato si concentravano essenzialmente sul cosiddetto Terzo Mondo, o sui paesi in via di sviluppo, ma ormai vanno dappertutto. E infatti, il cancro dell’impero delle multinazionali ha metastasi in tutta quella che chiamo la moribonda economia fallita globale. Questa economia è basata sulla distruzione di quelle stesse risorse da cui dipende, e sul potere militare. E’ ormai completamente globalizzata, ed è fallimentare. Siamo passati da essere beneficiari di questa economia assassina ad essere ora le sue vittime. In passato, questa economia di assassini economici era propagandata per poter rendere l’America più ricca e presumibilmente per arricchire tutti i cittadini, ma nel momento in cui questo processo si è esteso agli Stati Uniti e all’Europa, il risultato è stato una enorme beneficio per i molto ricchi a spese di tutti gli altri. Su scala globale sappiamo che 62 persone hanno ormai in mano gli stessi mezzi della metà più povera del mondo.
Naturalmente in America vediamo come il governo sia paralizzato, semplicemente non funziona. Viene controllato dalle grandi multinazionali.

Queste hanno capito che il nuovo obiettivo, la nuova risorsa, sono gli Usa e l’Europa, e gli orribili John Perkins, ex “sicario dell’economia”avvenimenti successi in Grecia, e Irlanda e Islanda, stanno ormai avvenendo anche da noi, negli Usa. Le statistiche ci mostrano una crescita economica, ma allo stesso tempo aumentano i pignoramenti di case e la disoccupazione. Si tratta della stessa dinamica debitoria che porta a amministratori di emergenza, i quali consegnano le redini dell’economia alle multinazionali private: lo stesso meccanismo che vediamo nei paesi del terzo mondo. Quando ero un “sicario dell’economia”, una delle cose che facevamo era concedere enormi prestiti a questi paesi, ma quei soldi non finivano mai davvero ai paesi, finivano alle nostre stesse multinazionali che vi costruivano le infrastrutture. E quando i paesi non riuscivano a ripagare i loro debiti, imponevamo la privatizzazione della gestione dell’acqua, delle fognature e della distribuzione elettrica. Ormai vediamo succedere la stessa cosa negli Stati Uniti. Flint nel Michigan ne è un ottimo esempio.
Non stiamo parlando di un impero degli Stati Uniti, si tratta di un impero delle multinazionali protette e appoggiate dall’esercito Usa e dalla Cia. Ma non è un impero degli americani, non aiuta gli americani. Ci sfrutta nella stessa maniera in cui noi abbiamo sfruttato gli altri paesi del mondo. Viaggiando attraverso gli Usa e nel mondo, vedo davvero che la gente si sta svegliando. Stiamo capendo. Capiamo che viviamo in una stazione spaziale molto fragile: non abbiamo alcuna navetta spaziale, e non possiamo andarcene. Dobbiamo risolvere la situazione, dobbiamo prendercene carico, perché stiamo distruggendo la stazione spaziale. Le grandi multinazionali la stanno distruggendo, ma queste vengono gestite da persone, e queste sono vulnerabili. Se ci pensiamo bene, i mercati sono una democrazia, se li usiamo nel modo giusto. Certo, gli accordi come il Ttip sono devastanti, danno alle multinazionali la sovranità sui governi. E’ ridicolo. Vediamo i popoli dell’America Centrale terribilmente disperati, cercano di uscire da un sistema marcio, in primo luogo a causa degli accordi commerciali e delle nostre politiche nei confronti dell’America Latina.
E naturalmente vediamo queste stesse politiche nel Medio Oriente e in Africa, queste onde migratorie che stanno investendo l’Europa dal Medio Oriente. Questi problemi terribili sono stati creati dall’ingordigia delle multinazionali.

Sono appena stato in America Centrale e quello che da noi viene definito un problema di immigrazione, in realtà è un problema di accordi commerciali. Non si possono imporre dazi a causa degli accordi commerciali – Nafta e Cafta – ma gli Usa possono dare aiuti di Stato ai loro agricoltori. Gli altri governi non si possono permettere di aiutare i propri agricoltori. Perciò i nostri agricoltori Manuel Zelayariescono ad avere la meglio sui loro, a questo distrugge le altre economie, e anche altre cose, ed ecco perché si creano problemi di immigrazione. Tre o quattro anni fa la Cia ha organizzato un colpo di Stato contro il presidente democraticamente eletto dell’Honduras, Zelaya, perché non si è piegato a multinazionali grandi, globali e con legami con gli Usa come Dole e Chiquita.
Il presidente voleva alzare il salario minimo a un livello ragionevole, e voleva una riforma agraria che garantisse che queste persone riuscissero a guadagnare dalla loro terra, anziché assistere alle multinazionali che lo facevano. Le multinazionali non l’hanno potuto tollerare. Non è stato assassinato, ma è stato disarcionato con un colpo di Stato, e spedito in un altro paese, rimpiazzandolo con un dittatore brutale. Oggi l’Honduras è uno dei paesi più violenti e sanguinari dell’emisfero. Quello che abbiamo fatto fa paura. E quando una cosa così accade a un presidente, manda un messaggio a tutti gli altri presidenti dell’emisfero, e anzi di tutto il mondo: non intralciate i nostri piani. Non intralciate le multinazionali. O cooperate e vi arricchite, e tutti i vostri amici e le vostre famiglie si arricchiscono, oppure verrette disarcionati o assassinati. Si tratta di un messaggio molto forte.
Da: Libreidee

Preso da: http://www.italianosveglia.com/usa_dopo_il_terzo_mondo_il_loro_obiettivo_e_depredare_leuropa-b-95951.html

Occidente fariseo

Molte sono state e sono le bugie degli organi d’informazione circa la situazione in Siria. L’obiettivo? Sempre il solito. La conquista delle coscienze e del consenso. E a riguardo non si può dire che questo: il nostro è un Occidente fariseo, dove la menzogna tiene banco di prova. Sta alla vera stampa invertire la narrativa Neocon della guerra.

di Claudio Davini – 10 settembre 2016 

Narrativa manichea: ecco il marchio di fabbrica di certa stampa occidentale. Soprattutto per quel che riguarda l’apologetica dei conflitti scatenati dagli Stati Uniti. Non sono trascorsi troppi anni da quando Colin Powell, segretario di Stato Usa nel 2003, agitava in mondovisione una boccettina da un grammo d’antrace per mostrare come la guerra d’Iraq fosse l’impresa dei giusti contro il male. Sappiamo tutti com’è andata a finire: armi di distruzione di massa inesistenti e Paese devastato. Storia simile per la Siria. Sin dall’inizio del conflitto, Bashar al-Assad – legittimo Presidente della Nazione – è stato dipinto come il diavolo fatto persona, mentre i cosiddetti ribelli moderati sono stati presentati nelle vesti della bontà più sincera. E forse a nulla vale ricordare ciò che la Decima Brigata ha fatto al pilota russo atterrato col paracadute su suolo siriano dopo che il suo caccia era stato abbattuto da un F-16 turco.

Molte sono state le bugie degli organi d’informazione circa la situazione in Siria, tanto che farne una lista completa richiederebbe battute per un saggio più che per un articolo. Escludendo il ritornello sulle armi chimiche – il cui utilizzo da parte del Governo non è mai stato provato, mentre è stato dimostrato l’uso che ne hanno fatto i ribelli qaedisti – alcune delle più clamorose menzogne riguardano la battaglia di Aleppo, decisiva per l’esito della guerra e per lo stesso futuro di Bashar al-Assad, che vincendo si ritroverebbe in una posizione di forza nei negoziati internazionali. Si è scritto ovunque che il secondogenito di Hafiz al-Asad sta assediando la sua capitale, ma questo non è vero che in parte: se fino a luglio erano le forze governative con l’aiuto dei Russi a bloccare completamente l’accesso ai quartieri est della città lardellati di terroristi, non si può certo dire che ad assediare Aleppo siano state le stesse forze governative. Sono stati invero i ribelli jihadisti ad aver circondato la Bigia, dopo esser penetrati in Siria dal confine turco nell’estate del 2012. Si sono poi accusati i Russi di aver impedito la fuga dei civili dai quartieri est: un’altra frottola. Infatti, prima che i ribelli qaedisti rompessero a luglio l’accerchiamento dei quartieri est – come ha ricordato Gian Micalessin su IlGiornale.it – sia i Russi che i soldati della Repubblica garantivano il libero passaggio a tutti i civili che desiderassero abbandonare la zona ribelle e a tutti quei militanti che fossero pronti ad arrendersi. Per non parlare dell’accusa, rivolta al Presidente Bashar al-Assad, di tenere sotto scacco un’intera città d’oppositori sostenuti dalla maggioranza sunnita del Paese. Se così fosse, Aleppo, città di quasi due milioni di abitanti in larga parte sunniti, sarebbe dovuta cadere ormai da un pezzo.
Detto questo, non resta che compatire l’ipocrisia dei MogheBoys: di coloro che hanno pianto lacrime di coccodrillo sulla foto di Omran Daqneesh – il piccoletto siriano coperto di sangue e polverume. E non solo in quanto zimbelli del pietismo mediatico degli Organi d’Infarinatura McMondiani. Ma anche perché incapaci d’avvedersi della burla quotidiana dei vari Teletruffa e FuffaPost, e quindi d’affrancarsene. Poveri piccini, vittime della guerra! Ecco il ritornello che i Me(r)dia fischiettano quotidianamente. Il motivetto col quale i creduloni sciacquano la loro buona coscienza. Nondimeno, dobbiamo domandarci: chi beneficia di questa fantasiosa della guerra in Siria? Di certo ne traggono vantaggio Arabia Saudita, Qatar e Stati Uniti, che dopo aver finanziato i ribelli jihadisti e non esser però riusciti a rovesciare il legittimo governo del Presidente Bashar al-Assad non possono vendere al mondo la versione del vincitore, e debbono quindi distogliere l’attenzione dalle loro gravi responsabilità. Per farlo, come s’è visto, non esitano ad imbracciare le armi della guerra mediatica, una guerra per la conquista delle coscienze e del consenso. E a riguardo non si può dire che questo: il nostro è un Occidente fariseo, dove la menzogna tiene banco di prova. Sta dunque alla vera stampa sbugiardare le miriadi di non banali verità sulla situazione in Siria, condite d’un voluto pressappochismo circa i risultati conseguiti dalle Forze Armate della Federazione Russa e dalle Forze Armate siriane contro l’Isis. Sta dunque alla vera stampa evitare che si butti giù la pillolina lava panni dell’antiputinismo aprioristico e dei posatissimi gentilissimi pacatissimi ribelli moderati. Sta dunque alla vera stampa invertire la narrativa Neocon della guerra in Siria. E questo, in nome della verità.

Preso da: http://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/occidente-fariseo/

Yemen, il genocidio e la vetrina Usa

16 dicembre 2016

La decisione dell’Arabia Saudita di iniziare una guerra contro il vicino Yemen, ha come pretesto quello di eliminare il movimento di Resistenza Ansarullah. Questa decisione arriva dopo che “mamma” Washington ha dato il suo benestare. La realtà, nel mondo arabo, è che nessuno possiede volontà indipendente nei confronti delle decisioni americane. La maggior parte degli Stati arabi, senza la coordinazione con Washington non hanno la capacità di cambiare una virgola sulla mappa politica.

 

 

Yemen

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli Stati Uniti stanno per costruire una base militare permanente, nella provincia meridionale di Lahij. Ciò significa che gli Usa cercano il pieno controllo del Golfo di Aden e dello stretto di Bab el-Mandeb. Questa è una zona strategica in quanto collegamento tra il mare di Oman ed il Mar Rosso. Se gli Stati Uniti riusciranno nel loro intento, oltre ad avere un netto dominio sulle attività marine e le annesse rotte marittime, possono aumentare il controllo e la sicurezza delle coste israeliane. Ecco una delle motivazioni principali.

La destabilizzazione dello Yemen è guidata da una mano americana che si muove alla ricerca di riserve petrolifere. Ci sono voci che danno le risorse yemenite vicine alla fine, ma un rapporto di Sky News riporta che lo Yemen ed in particolar modo le province di Al Jafw e Marib, ospitano ancora ricche riserve di petrolio.
Risultato di tutto ciò è che se Riyadh e Washington riuscissero a controllare lo Yemen, essi saranno in grado di mettere mano su un’arteria petrolifera che è considerata tra le più importanti al mondo.

In questo modo, lo Yemen ha assunto un ruolo “privilegiato” nell’orizzonte americano. Il governo Usa, però, non ha fatto i conti con la Resistenza di Ansarullah ed il sostegno popolare che si è mobilitato dinanzi alle ingerenze di Washington, rendendo i piani iniziali americani un bel po’ più difficili del previsto. Gli sviluppi che si sono avuti negli ultimi 20 mesi, dimostrano che Washington non intende condividere il prezzo della guerra con l’Arabia Saudita. Ciò si è capito quando, gli Usa, hanno evitato di fare pressione alle Nazioni Unite sulla Black List Araba Saudita che vedeva lo Stato alleato come violatore dei diritti dei bambini, facendo ciò si cercava di tenere le Nazioni Unite fuori dall’azione che avrebbero potuto intraprendere.

Riyadh è il miglior alleato arabo nella strategia statunitense di spostamento in Asia orientale. Gli Stati Uniti continuano a non prendere posizione e non attuano nessuna politica stabile neanche nello Yemen. Gli Usa cercano di rimanere in silenzio sulle misure intraprese dai sauditi, ed appare evidente che vogliano ridurre al minimo la loro presenza nei Paesi arabi del Golfo Persico.
Rimane il fatto che le prese di posizione degli Stati Uniti sulla guerra nello Yemen sono molto volubili e volatili, in quanto sono dipendenti dallo sviluppo delle battaglie che verranno.

di Sebastiano Lo Monaco

Preso da: https://www.ilfarosulmondo.it/yemen-genocidio-la-vetrina-usa/

Il “colpo da maestro” degli Stati Uniti contro il Venezuela

Stella Calloni rivela il piano segreto del SouthCom per rovesciare la Repubblica Bolivariana di Venezuela. Il documento, che noi abbiamo pubblicato, contraddice l’impegno del presidente Trump di mettere fine ai sovvertimenti di regime che hanno caratterizzato la politica imperialista degli Stati Uniti. Il documento conferma che l’immagine caotica del Venezuela che si vuole accreditare a livello internazionale è totalmente artefatta ed è frutto esclusivamente dalla propaganda anglosassone.
| Buenos Aires (Argentine)
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L’ammiraglio Kurt W. Tidd, comandante in capo del SouthCom.
Gli Stati Uniti e i loro alleati preparano in silenzio un piano brutale per «mettere fine alla dittatura» in Venezuela. La prima parte di questo «colpo da maestro» (Masterstroke), già predisposta, dovrebbe essere messa in atto prima delle prossime elezioni. Se l’esito di questa offensiva, che sarà sorretta dall’intero apparato propagandistico e mediatico, nonché da azioni violente “in difesa della democrazia”, non sarà la cacciata del presidente Nicolas Maduro, il piano B è già pronto, coinvolgerà molti Paesi per riuscire a imporre una “forza multilaterale” che intervenga militarmente.

Panama, Colombia, Brasile e Guyana, appoggiati dall’Argentina e da “altri amici”, sono il fulcro dell’operazione, con la regia del Pentagono. Tutto è pronto: le basi militari, i Paesi confinanti che forniranno aiuto diretto mettendo a disposizione ospedali e riserve di viveri per i soldati.
Ecco il contenuto di un documento di 11 pagine, non ancora divulgato, che porta la firma dell’ammiraglio Kurt Walter Tidd, attuale comandante in capo del SouthCom degli Stati Uniti [1].

Nel documento si analizza la situazione attuale, si ratificano la guerra contro il Venezuela e lo schema perverso di una guerra psicologica che utilizzerà mezzi come la persecuzione, le molestie, le infamie, non solo per farla finita con i dirigenti politici, ma anche per prostrare la popolazione.
Il rapporto afferma che «la dittatura chavista traballa per i problemi interni, per la grave penuria alimentare, per l’esaurimento del filone dell’esportazione del petrolio, per una corruzione sfrenata. Il sostegno internazionale, ottenuto a colpi di petrodollari, si sta affievolendo e il potere d’acquisto della valuta nazionale è in caduta libera».
Questa situazione, che [i golpisti] ammettono di aver loro stessi creato, favoriti da una sconvolgente impunità, non cambierà. Ritengono quindi giustificate le loro azioni, poiché il governo venezuelano, pur conservare il potere, adotterà nuove misure «populiste».
Nel documento, può meravigliarci il trattamento riservato all’opposizione, un’opposizione manipolata, guidata e pagata dagli Stati Uniti. Vi si legge infatti: «Il governo corrotto di Maduro crollerà, ma, purtroppo, le forze di opposizione che difendono la democrazia e il livello di vita della popolazione, non posseggono le capacità per mettere fine all’incubo venezuelano», a causa di dispute interne e di una «corruzione paragonabile a quella dei loro rivali, con i quali hanno in comune lo scarso senso di appartenenza» che «non permette loro di sfruttare al meglio la situazione e di prendere le decisioni opportune per rovesciare lo situazione di penuria e precarietà in cui il gruppo di pressione, che esercita la dittatura di sinistra, ha sprofondato il Paese».
Nel documento si legge che ci troviamo di fronte a «un’azione criminale, senza precedenti in America Latina». Al contrario, il governo del Venezuela non ha mai agito per ostacolare i vicini, anzi ha sempre dato prova di un’intensa solidarietà regionale e mondiale. Il piano statunitense sostiene che «la democrazia si sta diffondendo in America, continente che sembrava destinato a cadere sotto il controllo del populismo radicale. Argentina, Ecuador e Brasile ne sono esempi. Questa rinascita della democrazia si fonda su scelte coraggiose ed è propiziata dalle condizioni della regione. È venuto il momento per gli Stati Uniti di mostrare di essere implicati in questo processo, in cui la caduta della dittatura venezuelana segnerà un punto di svolta per il continente».
E il presidente Donald Trump deve essere pronto agire: «Si tratta della prima opportunità per l’amministrazione Trump di portare avanti la propria visione della democrazia e della sicurezza. Dimostrare un attivo impegno è cruciale, non solo per l’amministrazione, ma anche per il continente e per il mondo intero. È il momento di agire».
Questo implica, oltre all’eradicazione definitiva dello chavismo e all’espulsione del suo rappresentante, lavorare per «incoraggiare l’insoddisfazione popolare, favorendo maggiore instabilità e penuria dei beni fondamentali, per rendere irreversibile la sconfessione del dittatore al potere».
Se si vuole andare più a fondo nell’arte della perversione contro-rivoluzionaria, basti leggere la parte del documento in cui si raccomanda di «diffamare il presidente Maduro, di ridicolizzarlo e presentarlo come esempio di goffaggine e incompetenza, un fantoccio agli ordini di Cuba».
Si suggerisce anche di esacerbare le divisioni tra i membri del gruppo al potere, di rivelare le differenze fra il loro livello di vita e quello dei loro sostenitori, di fare in modo che queste differenze si accentuino.
Il piano è portare a termine azioni folgoranti, come quelle di Mauricio Macri in Argentina e di Michel Temer in Brasile, due maggiordomi agli ordini di Washington. Personalità corrotte, diventate, per grazia imperiale, «esemplari esponenti di trasparenza», che hanno preso provvedimenti che in poche ore, con la precisione di un missile, hanno distrutto gli Stati nazionali.
Il documento, firmato dal capo del SouthCom, chiede di rendere il Venezuela ingovernabile, per costringere Maduro a esitare, per indurlo a negoziare o a fuggire. Il piano, che dovrebbe portare in tempi brevi alla fine della cosiddetta dittatura del Venezuela, prevede che venga «incrementata l’instabilità interna, fino a un livello critico, intensificando la de-capitalizzazione del Paese, la fuga dei capitali esteri e favorendo il tracollo della moneta nazionale, applicando nuove misure inflazionistiche».
Altro obiettivo: «Ostacolare ogni forma d’importazione e, nello stesso tempo, demotivare gli eventuali investitori stranieri, per contribuire così a rendere più critica la situazione della popolazione».
In questo documento di 11 pagine ci si appella anche «agli alleati interni e alle altre persone, ben inserite nel panorama nazionale, con l’obiettivo di provocare manifestazioni, disordini e insicurezza, saccheggi, furti e attentati, sequestro di battelli e altri mezzi di trasporto, mettendo così a repentaglio la sicurezza dei Paesi limitrofi». È utile anche «causare vittime, addossandone la responsabilità al governo, aumentare agli occhi del mondo le proporzioni della crisi umanitaria». Tutto questo richiede un uso corrente della menzogna. Occorre parlare di corruzione generalizzata all’interno delle istituzioni, «collegarle al narcotraffico per degradarne l’immagine sia sul piano interno sia davanti al mondo intero». Questo senza disdegnare di «incoraggiare lo sfinimento dei membri del Partito Socialista Unificato del Venezuela (PSUV), accrescerne l’irritazione per indurli a rompere clamorosamente con il governo e a rifiutare quelle misure restrittive che li opprimono, come opprimono il resto della popolazione; […] L’opposizione è così debole che bisogna rafforzarla suscitando frizioni tra il PSUV e Somos Venezuela».
E non è tutto, bisogna «strutturare un piano per incrementare la diserzione dei quadri più preparati, per privare il Paese dei professionisti più altamente qualificati; la situazione interna si aggraverà ulteriormente e anche questa colpa ricadrà sul governo».

Ingerenza militare

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Come in un thriller, questo piano esorta a «utilizzare gli ufficiali dell’esercito come un’alternativa per una soluzione definitiva» e a «rendere ancora più dure le condizioni all’interno delle forze armate, per creare le condizioni per un colpo di Stato prima della fine del 2018, qualora la crisi interna non portasse al crollo della dittatura, o se il dittatore si rifiutasse di farsi da parte».
Prendendo in considerazione l’ipotesi che il piano di destabilizzazione interna non abbia successo, con evidente disprezzo per l’opposizione, il documento invita ad «alimentare in continuazione la tensione lungo il confine con la Colombia, incentivando il traffico di combustibile e altre merci, i movimenti dei paramilitari, le incursioni armate e di trafficanti di droga, per provocare incidenti con le forze di sicurezza di confine venezuelane »; chiama a «reclutare paramilitari, soprattutto nei campi di rifugiati della Cúcuta, della Huajira e nel nord della provincia di Santander, vaste zone popolate da cittadini colombiani che emigrarono in Venezuela e ora vogliono rientrare nel loro Paese per fuggire da un regime che ha permesso l’incremento delle attività destabilizzanti alla frontiera fra i due Paesi, sfruttando lo spazio lasciato vuoto dalle FARC [Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, ndt], la belligeranza dell’ELN [Esercito di Liberazione Nazionale colombiano, ndt] e le attività [paramilitari] del Cartello del Golfo».
Ed ecco la pianificazione del colpo finale: «Preparare il coinvolgimento delle forze alleate in appoggio degli ufficiali [ribelli] dell’esercito o per controllare la crisi interna, qualora esitino a prendere l’iniziativa, […] Fissare un termine breve per impedire al dittatore di allargare il proprio consenso e di continuare ad avere il controllo dello scacchiere interno. Se necessario, agire prima delle elezioni del prossimo mese di aprile».
Le elezioni si svolgeranno in realtà il 20 maggio, ma gli Stati Uniti e i loro alleati hanno già fatto sapere che non ne riconosceranno l’esito. Il punto cruciale è «ottenere l’appoggio e la cooperazione delle autorità dei Paesi amici (Brasile, Argentina, Colombia, Panama e Guyana). Organizzare l’approvvigionamento delle truppe, l’appoggio logistico e sanitario da Panama. Fare buon uso dei vantaggi della sorveglianza elettronica e dei segnali intelligenti, degli ospedali e degli equipaggiamenti sanitari del Darién (giungla panamense), dell’equipaggiamento in droni del Piano Colombia, come anche dei campi delle vecchie basi militari di Howard e Albroock (Panama) e di quelle lungo il Rio Hato. Approfittare anche nel Centro Regionale Umanitario delle Nazioni Unite, attrezzato per situazioni catastrofiche e di urgenza umanitaria, dotato di pista d’atterraggio e di riserve proprie».
Siamo di fronte a uno scenario d’intervento che prevede di «Promuovere il posizionamento di aerei di combattimento e di elicotteri, di blindati, di stazioni d’intelligence, di unità militari speciali per la logistica (poliziotti, responsabili militari, prigioni)». […] Bisognerà che «l’operazione militare venga sviluppata sotto bandiera internazionale, con l’avallo della Conferenza degli Eserciti Latino-Americani, sotto l’egida dell’OSA [Organizzazione degli Stati Americani, ndt] e con la supervisione, in ambito giuridico e mediatico, del suo segretario, Luis Almagro». Sarà opportuno «dichiarare la necessità per il Comando Continentale di corroborare la propria azione utilizzando gli strumenti della democrazia interamericana, per evitare uno strappo della democrazia». E, soprattutto, bisognerà operare per «un’unità d’intenti di Brasile, Argentina, Colombia e Panama, affinché contribuiscano a incrementare le truppe, per poter sfruttare la loro vicinanza geografica e la loro esperienza in operazioni in zone di foreste e nella giungla. A rafforzare la dimensione internazionale dell’operazione contribuirà la presenza di unità di combattimento degli Stati Uniti e delle nazioni prima menzionate, sotto il comando dello Stato Maggiore Congiunto, controllato dagli Stati Uniti».
Stupisce che questo piano abbia potuto essere impunemente architettato, a danno delle popolazioni e nell’illegalità più assoluta. Esso chiarisce la ragione delle recenti manovre militari degli Stati Uniti nella regione, lungo la frontiera tra Brasile e Venezuela (Brasile, Perù, Colombia), nell’Atlantico del Sud (Stati Uniti, Cile, Regno Unito, Argentina); nel caso argentino le manovre sono state fatte in ottobre-novembre 2017, senza alcuna autorizzazione del Congresso Nazionale.
«Utilizzare le strutture del territorio panamense per le retrovie e le capacità dell’Argentina per garantire la sicurezza dei porti e delle posizioni marittime […],
-  Appoggiarsi su Brasile e Guyana per servirsi della situazione migratoria, che si intende incoraggiare alla frontiera con la Guyana;
-  Coordinare l’appoggio a Colombia, Brasile, Guyana, Aruba, Curaçao, Trinidad e Tobago e ad altri Stati, per gestire il flusso di migranti venezuelani provocato dall’evoluzione della crisi».
Il piano prevede anche di «promuovere la partecipazione internazionale a questo sforzo, facente parte di un’operazione multilaterale cui contribuiscono Stati, Organizzazioni non governative, corpi internazionali, fornendo adeguata logistica, servizi d’intelligence, supporto per sorveglianza e controllo. Occorrerà precorrere gli avvenimenti, in particolare nei punti più vulnerabili, ad Aruba, Puerto Carreño, Inirida, Maicao, Barranquilla e Sincelejo in Colombia, e a Roraima, Manaos e Boavista in Brasile». Ecco disegnata la mappa di una guerra d’ingerenza annunciata.

Informazione strategica

In quanto alla prospettiva strategica, bisognerà soffocare «la simbolica presenza di Chavez, emblema dell’unità e del supporto popolare», continuare a molestare il dittatore, «additandolo come unico responsabile della crisi in cui è precipitata la nazione», e i suoi più stretti collaboratori, altrettanto corresponsabili della crisi e dell’impossibilità di uscirne.
In un altro paragrafo del documento si invita a «intensificare il malcontento contro il regime di Maduro, […] a mettere in luce l’inefficienza dei meccanismi d’integrazione, voluti dai regimi di Cuba e del Venezuela, in particolare dell’ALBA (Alleanza Bolivariana dei Popoli della nostra America) e di Petrocaribe.
In quanto alla propaganda mediatica, il piano vuole incrementare la diffusione nel Paese, nei media locali e stranieri, di messaggi costruiti su testimonianze e pubblicazioni dal Venezuela, usando qualunque mezzo, inclusi i social network, per disseminare messaggi che «veicolino attraverso i media la necessità di mettere fine a questa situazione, ormai insostenibile».
In uno degli ultimi paragrafi del documento si parla di garantire, o addirittura di mostrare, l’uso da parte della dittatura di mezzi violenti, per acquisire l’appoggio internazionale, utilizzando «tutte le competenze dell’esercito degli Stati Uniti nella guerra psicologica».
In altri termini si tratta di costruire scenari fondati su menzogne, montaggi di notizie, foto e video truccati, insomma di utilizzare tutti i mezzi già usati nelle guerre coloniali del XXI secolo.
Altro punto, «Gli Stati Uniti dovranno sostenere sul piano interno gli Stati americani che li sostengono», risollevare la loro immagine e mettere in evidenza «il carattere multilaterale delle istituzioni del sistema interamericano, strumenti per la soluzione di problemi regionali; infine promuovere l’idea della necessità dell’intervento militare dell’ONU, per imporre la pace dopo che la dittatura corrotta di Nicolas Maduro sarà stata spazzata via».

[1] Documento integrale: «Plan to overthrow the Venezuelan Dictatorship – “Masterstroke”», Admiral Kurt W. Tidd, Voltaire Network, 23 February 2018.

Preso da: http://www.voltairenet.org/article201129.html

Attenzione: pericolo imminente nel Bacino dei Caraibi

Le incredibili reazioni all’articolo da noi pubblicato di Stella Calloni sul progetto del SouthCom contro il Venezuela mettono a nudo la frattura della sinistra latino-americana. Qualora il Pentagono passasse all’azione, non c’è nulla di buono che si possa prevedere per la Resistenza. Eppure è un fatto che le forze armate USA si stano preparando a distruggere Stati e società del bacino dei Caraibi, così come stanno facendo nel Medio Oriente Allargato da 17 anni.
| Damasco (Siria)
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L’ammiraglio Kurt Tidd, comandante in capo del SouthCom, e il presidente Donald Trump.
Due settimane fa abbiamo pubblicato un articolo, estremamente importante, sul piano del SouthCom contro il Venezuela [1].

Il SouthCom è il comando regionale delle forze armate statunitensi in America Latina.
L’articolo è di Stella Calloni, personalità che dagli anni Ottanta non ha mai smesso di denunciare i complotti orditi dagli Stati Uniti contro le popolazioni durante la guerra fredda, insieme ai servizi segreti di Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay e Uruguay: l’ “Operazione Condor”. Calloni, che negli anni Settanta fu una resistente alle dittature, oggi è reputata il migliore storico in materia [2] ed è da trent’anni amica di quasi tutti i dirigenti della sinistra latino-americana.

Eppure quest’icona, tanto rispettata, in molti Paesi è stata violentemente criticata da organizzazioni di sinistra. In mancanza di argomentazioni, la contestazione si discosta dai fatti per mettere in causa l’autrice.
Quel che sta accadendo oggi in America Latina è estensione di quel che abbiamo vissuto in Europa dal 2002, dopo la pubblicazione del mio libro sugli attentati dell’11 settembre [3]: le organizzazioni di sinistra negano i piani e le azioni degli Stati Uniti anche quando se ne forniscono le prove. Cercano di mettere a tacere quelli che lanciano l’allarme su un pericolo imminente. Paradossalmente, il messaggio viene preso sul serio da organizzazioni di destra, un tempo legate a Washington.
L’articolo di Stella Calloni è importante, non solo perché prova quel che il SouthCom sta facendo contro il presidente Nicolas Maduro, ma soprattutto perché dimostra che il Pentagono non sta pianificando un “cambiamento di regime”. Qui non si tratta, come negli anni Settanta, di rovesciare Salvador Allende e di sostituirlo con il generale Pinochet. Si vuole distruggere lo Stato del Venezuela, schiacciare chavisti e ogni tipo di opposizione per impedire a chiunque di governare e affermare così l’incontrastata volontà di Washington.
Di fronte all’articolo di Calloni, non conta essere di sinistra o di destra. Ciascuno è chiamato ad agire in prima persona. Oggi non conta tanto lo scombussolamento che vive il Venezuela: il problema principale non è più economico, bensì militare. Si tratta della questione del Popolo di fronte alle potenze transnazionali, della Nazione di fronte all’aggressione straniera.
Conosciamo il piano del SouthCom [4] e vediamo le truppe disporsi in ordine di battaglia. La circostanza che il presidente Trump vi si opponga esclude per ora la deflagrazione, ma dobbiamo comunque prepararci.
Dobbiamo trarre le conseguenze da quel che da 17 anni sta accadendo nel Medio Oriente Allargato [5]. Laddove la stampa mondiale ha affrontato i disordini e le guerre in Afghanistan, Iraq, Libano, Palestina, Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Siria e Yemen come un’epidemia di violenza, noi invece dobbiamo capire che la guerra non è più contro un determinato Paese, bensì risponde a una strategia straniera riguardante un’intera regione. È già accaduto negli anni Settanta con l’Operazione Condor.
Soprattutto – e questo è un fatto nuovo – dobbiamo renderci conto che non esiste Paese in cui il conflitto sia terminato. Gli Stati Uniti non provocano disordine per issare un partito al potere. La loro priorità non è più il furto di risorse naturali, bensì la distruzione delle strutture dello Stato e delle relazioni sociali [6], anche a costo di far precipitare popoli nella barbarie: questo è il mezzo più sicuro per inibire ogni possibilità di resistenza organizzata.
Le guerre imperialiste moderne sono molto diverse da quelle della Guerra Fredda. Sovvertono i nostri punti di riferimento intellettuali e ci costringono a ripensare la nostra comprensione del mondo.
Indipendentemente da ogni valutazione morale, dobbiamo prendere atto che il Pentagono sta mettendo in opera la strategia dell’ammiraglio Arthur Cebrowski [7], sintetizzata dal suo amico Donald Rumsfeld nella locuzione «guerra lunga» e dal presidente Bush nell’espressione «guerra senza fine».

[1] “Il “colpo da maestro” degli Stati Uniti contro il Venezuela”, di Stella Calloni, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 13 maggio 2018.
[2] Operación Cóndor, Pacto criminal, Stella Calloni, Ciencias sociales, La Havana, 2006.
[3] «L’incredibile menzogna. Nessun aereo è caduto Pentagono», di Thierry Meyssan, Ed. Fandango, 2002; «Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre», di Thierry Meyssan, Ed. Fndago, 2003.
[4] “Plan to overthrow the Venezuelan Dictatorship – “Masterstroke””, by Kurt W. Tidd, Voltaire Network, 23 February 2018.
[5] Sous nos Yeux, Thierry Meyssan, Editions Demi-lune, 2017.
[6] Questa dottrina si appoggia su sperimentazioni israeliane. Si veda « Faire la paix avec les États, faire la guerre contre les peuples », par Youssef Aschkar, Réseau Voltaire, 19 juin 2003.
[7] “Gli Stati Uniti e il loro progetto militare mondiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 agosto 2017.

La guerra sporca contro il Venezuela

Scritto da Fabrizio Casari

Con le annunciate manovre militari nelle Bahamas, gli Stati Uniti mostrano i muscoli al Venezuela. Lo fanno dopo le minacce di Trump, che annunciò avere “varie opzioni sul Venezuela, compresa quella militare”. Minacce reiterate dal Segretario di Stato, Rex Tillerson, nel suo recente tour latinoamericano, dove ha chiamato i paesi satelliti degli Stati Uniti (Mexico, Colombia, Argentina, Brasile, Perù, Paraguay, Cile ed altri) ad isolare il Venezuela, ricordando a tutti che la “Dottrina Monroe” continua ad essere l’essenza pura della relazione tra Washington e l’intero continente americano.

 

 

Alle minacce militari si aggiunge il tentativo d’isolamento politico, per una manovra a tenaglia che isoli politicamente Caracas nel contesto regionale, così da generare il retroterra di consenso ad una possibile avventura militare. Alla ricerca di casus belli, la propaganda ha inventato una migrazione massiccia di venezuelani verso la Colombia che metterebbe a rischio nientedimeno che la stabilità regionale!!

 

E’ esempio mirabile di fake news: non c’è nessuna particolare migrazione tra Venezuela e Colombia. L’unico traffico è quello delle merci che il governo bolivariano distribuisce a prezzo politico e che i commercianti disonesti accatastano per poi cederle agli speculatori venezuelani e ai loro complici colombiani. I prodotti vengono venduti in Colombia guadagnando cifre enormi, mentre lasciano il Venezuela con problemi nella rete di distribuzione degli alimenti e beni di varia natura. Il che genera file e difficoltà di ogni genere che servono ad alimentare malcontento e immagini utili alla propaganda antigovernativa.

 

Sul piano squisitamente politico l’attacco al governo Maduro si spinge alla richiesta da parte di alcuni paesi filo statunitensi di non celebrare le elezioni anticipate venezuelane, previste per il prossimo 22 Aprile, data accordata tra governo e opposizione con la mediazione dell’ex primo ministro spagnolo Zapatero negli incontri svoltisi nella repubblica Dominicana. Qui l’opposizione era pronta a firmare un documento congiunto con il governo ma fu bloccata un momento prima da Washington e Bogotà.

 

Il fatto è che la cosiddetta “opposizione” ha deciso di non partecipare perché lacerata al suo interno e senza speranze di vincere; emergono però, al di fuori della MUD, candidati che tentano di catalizzare i voti antigovernativi, conferendo così ulteriore, definitiva legittimità al confronto elettorale.

 

Alla Casa Bianca sono preoccupatissimi. Una vittoria elettorale di Maduro obbligherebbe al silenzio gli sponsor della destra violenta e l’unico modo per impedirlo è non andare al voto. La storia è sempre la stessa nel filmino dei “democratici”: chiedono elezioni, ma quando arrivano le boicottano perché sanno di perderle rovinosamente, dato che i settori popolari sanno chi sono e da chi prendono ordini.

 

Se l’opposizione riuscisse a rinviare la consultazione, trasformerebbe la propria debolezza in un atto di forza e ridurrebbe la forza politica del bolivarismo. Perché in Venezuela (come lo fu, inutilmente, in Nicaragua) il tentativo è di non validare, con la propria presenza, il confronto democratico interno. E partecipare significa riconoscere, implicitamente ed esplicitamente, che l’agibilità politica c’è, dunque definire poi il governo una dittatura diventa come minimo una contraddizione in termini.

 

Per questo, cosciente della scarsa credibilità dell’opposizione che litiga al suo interno per spartirsi denaro e appoggi, la Casa Bianca ha mobilitato l’osceno Segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro, che verso Caracas ha da sempre una posizione di aperto conflitto che sfocia sovente nell’isteria. A Lima ha riunito i fedelissimi filo statunitensi e ha costruito una posizione di rifiuto alla presenza di Nicolas Maduro al prossimo Vertice delle Americhe previsto per la seconda metà di Aprile.

 

Lo si accusa di “violare i diritti umani”, ovvero di non riconsegnare il Venezuela alla destra filo statunitense ed alle compagnie petrolifere che la supportano. Diversi paesi, circa la metà, non condividono affatto la posizione del “gruppo di Lima” contro il Venezuela e se il corrotto Perù, anfitrione ma non padrone del Vertice, dovesse prestarsi al giogo di non permettere l’arrivo di Maduro, lo scontro diplomatico e politico interno ai paesi latinoamericani diverrebbe furente.

 

Per l’Amministrazione Trump il Venezuela sembra esser divenuto il termometro della sua politica regionale. Anche solo per dimostrare di realizzare ciò che Obama non riuscì a compiere, il tycoon dedica ogni sforzo all’aumento della tensione, soffiando sul fuoco di ogni polemica e gettando acqua gelata su ogni ipotesi di dialogo. Nessuno si è chiamato fuori dal richiamo statunitense contro Caracas, nemmeno la pessima Unione europea, che anzi si è particolarmente adoperata nella costruzione del film che è passato dall’horror alla fantascienza. Con il rovesciamento del tavolo dove si poggiano colpe e meriti, nell’attacco a Maduro la guerra di propaganda dell’Occidente si è scatenata in tutta la sua potenza.

 

Il Venezuela, infatti, è il luogo nel mondo dove si sono concentrate il numero maggiore di fake news. Menzogne a cielo aperto, ribaltamento della verità senza onere di prova, finzione assoluta che ha trasformato i terroristi in democratici e i democratici in autoritari.

 

Che vuole Washington?

 

Cosa cercano gli Stati Uniti nel tentare di provocare un incidente militare che apra il via alla guerra contro il Venezuela? Secondo alcuni analisti l’obiettivo sarebbero petrolio, litio, acqua, gas e coltan, oltre ad un patrimonio straordinario di biodiversità offerto dall’area amazzonica. Certo, sono materie prime che fanno gola ad una economia in crisi come quella statunitense, che sebbene alzi artificiosamente gli indici di borsa non vede nemmeno da lontano la presunta ripresa che il Tycoon col riporto aveva garantito.

 

Ma parallelamente al sogno di rientrare in possesso dei beni venezuelani, l’obiettivo appare anche politico e strategico. Il Venezuela è asse centrale nella struttura continentale democratica ed economica. Essa, con le sue ricchezze e la sua centralità strategica, non è isola sperduta in un oceano, non è luogo remoto sulla cartina dove può esser tollerato il sovvertimento dell’ordine capitalistico.

 

Come Cuba, come il Nicaragua Sandinista, come la Bolivia di Evo Morales, il Venezuela produce paradigmi nuovi, genera prospettive, annulla la rassegnazione atavica, plasma indipendentismo. Ha rappresentato – e nonostante la crisi continua a rappresentare – il ribaltamento dell’ordine delle priorità nelle politiche economiche e sociali rispetto ai regimi conservatori, un’inversione di rotta totale nei confronti dell’obbedienza a Washington.

 

Lasciar prosperare il blocco democratico ed indipendentista diventa esiziale per i prostrati all’impero e pericoloso per l’impero stesso, che ha nell’annessione il suo unico modello di relazione con l’America Latina.

 

La nuova offensiva diplomatica, politica e militare statunitense tende a riposizionare il continente sotto il suo tallone. Una crescente cooperazione Sud-Sud, la rimodulazione delle relazioni commerciali con l’Europa e l’apertura di nuove cooperazioni con Russia, Cina e Iran, avevano caratterizzato sotto la sfera economica e commerciale il nuovo indipendentismo latinoamericano, sancito politicamente dal ritorno di Cuba negli OSA e dalla capacità di parlare con voce unica nel confronto con gli USA.

 

Scenario intollerabile per la parte più retriva e colonialista dell’establishment statunitense, in particolare quello legato elettoralmente agli stati del Sud. Già Obama volle correggere quella che alcuni ritennero una “disattenzione” delle amministrazioni Bush nei confronti dell’America Latina operata in favore dello sguardo ad Oriente e nel Golfo Persico e stabilì come priorità il recupero del comando assoluto sull’insieme del continente, che si era ormai decisamente emancipato dal Washington Consensus.

 

Iniziato con il golpe militare in Honduras per deporre il legittimo presidente Zelaya e proseguito con l’organizzazione della sovversione interna in Venezuela, Argentina e Brasile, il cambio di rotta ordinato da Obama riportò in agenda una aggressiva politica regionale. Si riaprirono ostilità politica e minacce militari da parte di Washington verso il Centro e Sud America.

 

Si implementarono sanzioni economiche e s’investirono risorse enormi nell’organizzazione della sovversione interna ai paesi con governi progressisti, finanziando, armando e sostenendo politicamente la bande militari e paramilitari, coprendole sotto il mantello dell’opposizione politica. Alla bisogna, si ricostruirono antiche logge e consorterie affaristico-mafiose legate all’intelligence statunitense civile e militare.

 

Nei disegni statunitensi la caduta del Venezuela comporterebbe anche gravi ripercussioni economiche su Cuba e Nicaragua, con cui Caracas, oltre ad una alleanza politica, mantiene importantissimi accordi per scambi commerciali e fornitura di servizi sociali utili anche a mantenere un buon livello di welfare. Mettere in ginocchio il Venezuela, cacciare il governo bolivariano, oltre a riconsegnare il Sud America alla mappa dell’obbedienza, riproporrebbe la quinta essenza della Dottrina Monroe come modello di governance del continente. Restituirebbe agli Stati Uniti un pezzo strategico per il dominio sulle economie continentali.

 

La partita che si gioca in Venezuela non ha un epilogo già scritto. Per quanto sia forte e a cerchi concentrici l’attacco alla democrazia popolare bolivariana, le conseguenze sul piano regionale di un’aggressione sono difficili da calcolare ed il rischio per gli USA di restare impantanati in una guerra che non può vincere non può essere sottovalutato dal Pentagono.

 

Sebbene la Colombia governata formalmente da Santos, ma praticamente da Uribe, si candidi a svolgere il lavoro sporco, spalleggiata dall’Argentina di Macrì e dal Brasile del corrotto Temer, una valutazione prudente ed assennata costruita sul terreno inviterebbe a non sottovalutare la capacità di reazione da parte del Venezuela. Caracas, comunque, mentre da anni si prepara a difendersi, cerca in ogni modo di scongiurare la dimensione militare dello scontro. Che, d’altra parte, è tutt’altro che epilogo inevitabile del quadro.

 

Sanno bene, a Washington, che  invece di una passeggiata trionfale statunitense il Venezuela potrebbe trasformarsi in un Afghanistan vicino casa. Una inevitabile quanto prevedibile estensione del conflitto non risparmierebbe nessuno e la presidenza Trump, già traballante, finirebbe rapidamente. E, con essa, i militari che l’hanno sostenuta e che sarebbero i primi a pagare le conseguenze di una ennesima guerra persa.

Preso da: http://www.altrenotizie.org/articoli/esteri/7848-la-guerra-sporca-contro-il-venezuela.html

Clima: l’esistenza umana dell’Africa è a grave rischio

Baher Kamal
23 aprile 2016

“L’esistenza umana e lo sviluppo dell’Africa sono minacciate da impatti avversi di cambiamento del clima – la sua popolazione, i suoi ecosistemi e la sua biodiversità
unica saranno tutte vittime rilevanti del cambiamento globale del clima.”
Così chiaramente si esprime l’ufficio africano dell’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) di base a Nairobi, quando si tratta di valutare l’impatto negativo del cambiamento del clima su questo continente di 54 nazioni con una popolazione totale di 1 miliardo e 200 milioni di abitanti. “Nessun continente sarà colpito così gravemente dagli impatti del cambiamento del clima, quanto l’Africa.”
Altre organizzazioni nazionali sono ugualmente esplicite. Per esempio, la Banca Mondiale, basandosi sui rapporti del Comitato sul Cambiamento del Clima (IPCC), conferma che l’Africa sta diventando la regione più esposta del mondo agli impatti del cambiamento del clima.

Nell’ Africa sub-sahariana il tempo estremo farà sì che le zone aride diventino più aride e quelle piovose più piovose;  la resa in agricoltura  soffrirà di perdita di raccolti, e le malattie si diffonderanno a nuovi alti livelli, dicono gli esperti della Banca Mondiale, avvertendo, contemporaneamente, che nel 2030 si ipotizza che altri 90 milioni di persone in Africa saranno esposte alla malaria, che è “già la più grossa causa di morte nell’ Africa sub-sahariana.”
Queste e altre drammatiche conclusioni non sono una novità per gli specialisti della Banca Mondiale. Infatti 5 anni fa hanno avvertito che il continente africano si era riscaldato di circa mezzo grado nel secolo scorso e che la temperatura media annuale è probabile che aumenti in media di 1.5-4° C nel 2099, in base alle stime più recenti avute dall’IPCC.
Nel frattempo, gli esperti dell’UNEP spiegano che, data la sua posizione geografica, il continente sarà particolarmente vulnerabile a causa della sua “capacità di adattamento notevolmente limitata ed esacerbata dalla diffusa povertà e dagli esistenti bassi livelli di sviluppo.”
Che cosa c’è in gioco?
I fatti sono impressionanti, come si dice  nel sommario dell’UNEP sui previsti impatti
del cambiamento del clima in Africa. Guardate la scheda informativa “Il cambiamento climatico in Africa –Che cosa c’è in gioco?”, che si basa su brani presi dai rapporti dell’IPCC:
Si prevede che nel 2020, in Africa,  un numero di persone compreso tra i 75 e i 250 milioni di persone, saranno esposte a un accresciuto water stress* dovuto al cambiamento di clima.
Nel 2020, in alcune nazioni, i raccolti dell’agricoltura  si potrebbero ridurre fino al 50%.
La produzione agricola, compreso l’accesso al cibo, si prevede che sarà gravemente compromessa in molte nazioni africane e questo influenzerà ancora più sfavorevolmente la sicurezza del cibo e aggraverà la malnutrizione.
Verso la fine del 21° secolo, il previsto innalzamento del livello del mare colpirà le zone costiere basse con grande popolazione.
Nel 2080, si prevede che un aumento del 5-8% di terra arida e semi-arida in Africa sarà parte di una varietà di scenari climatici.
Il costo dell’adattamento potrebbe ammontare come minimo del 5-10% del PIL.
Inoltre, il capitolo sull’Africa del rapporto dell’IPCC sulle Proiezioni regionali del clima, fornisce alcuni fattori chiave:
Temperature:
Nel 2050, le temperature medie in Africa si ipotizza che aumenteranno di 1,5- 3°, e continueranno ad alzarsi ulteriormente oltre questo periodo. E’ molto probabile che il riscaldamento sarà maggiore del riscaldamento annuale medio globale in tutto il continente e in tutte le stagioni; le regioni subtropicali più aride si scalderanno  più dei  tropici che sono più umidi.
Ecosistemi: Si stima che, nel 2080 la proporzione delle terre aride e semi-aride in
Africa, è probabile aumenti del 5-8%. Gli ecosistemi sono fondamentali in Africa, dato che contribuiscono in maniera significativa alla biodiversità e al benessere umano.
Tra il 25 e il 40%  delle specie di mammiferi nei parchi nazionali nell’Africa sub-sahariana, saranno in via di estinzione. Ci sono le prove che il clima sta modificando gli ecosistemi di montagna tramite interazioni e feedback complesse.
Precipitazioni: Ci saranno anche importanti cambiamenti nelle precipitazioni in termini di tendenze annuali e stagionali, ed eventi estremi di allagamenti e siccità.
E’ probabile che le precipitazioni annuali diminuiranno in gran parte dell’ Africa
Mediterranea e del Sahara settentrionale, con una maggiore  probabilità di precipitazioni che diminuiscono quando ci si avvicina alla costa mediterranea.
Siccità: Nel 2080 un aumento compreso tra il 5% e l’8% di terra arida e semi-arida in Africa è prevista in una varietà di scenari climatici. Le siccità sono diventate più comuni, specialmente nei tropici e nei sub-tropici, fin dagli anni ’70.
La salute umana, già compromessa da una varietà di fattori, potrebbe essere ulteriormente influenzata negativamente dal cambiamento di clima e dalla sua variabilità, per esempio la malaria nell’ Africa meridionale e sugli altopiani dell’Africa nord orientale.
Acqua: Nel 2020, una popolazione tra i 75 e i 250 milioni e tra i 350 e i 600 milioni nel 2050, si prevede che verrà esposta al water stress causato dal cambiamento di clima. E’ probabile che il cambiamento di clima e la sua variabilità imporranno ulteriori pressioni alla disponibilità dell’acqua, all’accessibilità all’acqua e alla richiesta di acqua in Africa.
Agricoltura: Nel 2020, in alcuni paesi, i raccolti dell’agricoltura alimentati dalla pioggia, potrebbero ridursi del 50%.
La produzione agricola, compreso l’accesso al cibo,  in molti paesi africani, si prevede che sarà gravemente compromessa. Previste riduzioni di raccolto in alcuni paesi potrebbero arrivare al 50% nel 2020 e le entrate nette del raccolto potrebbero diminuire del 90% nel 2100, e gli agricoltori su piccola scala sarebbero i più colpiti.
Innalzamento del livello del mare:
L’Africa ha circa 320 città costiere con più di 10.000 abitanti e una popolazione stimata in 56 milioni di persone (stima del 2005) che vivono in zone costiere di bassa elevazione (10 m). Verso la fine del 21° secolo il previsto innalzamento del livello del mare colpirà le basse zone costiere con popolazioni numerose.
Energia: L’accesso all’energia è gravemente limitato nell’Africa sub-sahariana, con uno stimato 51% delle popolazioni urbane e soltanto l’8% di quelle rurali che hanno accesso all’elettricità.
L’estrema povertà e la mancanza di accesso ad altri combustili, significa che l’80% della popolazione africana totale si poggia primariamente sulle biomasse per soddisfare le sue necessità domestiche, con questa fonte di combustibile che fornisce più dell’80% dell’energia consumata nell’Africa sub-sahariana.
Ulteriori sfide che arrivano dall’urbanizzazione, le crescenti richieste di energia e i prezzi instabili del petrolio,  peggiorano  ulteriormente i problemi dell’energia in Africa.
L’agricoltura paga il prezzo
Un altro organismo   delle Nazioni Unite con sede a Roma – L’Organizzazione per il cibo e l’agricoltura (FAO) si focalizza sulla minaccia che i cambiamenti di clima pone all’agricoltura. “Il cambiamento di clima sta emergendo come un’importante sfida allo sviluppo dell’agricoltura in Africa,” riferisce la FAO.
Spiega inoltre che la natura sempre più imprevedibile e incostante  dei sistemi metereologici sul continente hanno posto un peso extra sulla sicurezza del cibo e sulla vita rurale.
“Si ipotizza che l’agricoltura pagherà un costo notevole per i danni causati dal cambiamento del clima.”
E’ probabile che il  settore dell’agricoltura sperimenterà dei periodi di siccità prolungate e/o di allagamenti durante gli eventi di El Nino. Inoltre, l’industria ittica sarà particolarmente colpita a causa dei cambiamenti delle temperature del mare che potrebbero far decrescere le tendenze alla produttività del 50-60%.
*Il water stress è la situazione che si verifica quando la richiesta di acqua è superiore alla quantità disponibile in un certo periodo o quando la scarsa qualità ne restringe l’uso (da:
*http://www.eea.europa.eu/themes/water/wise-help-centre/glossary-definitions/water-stress
Nella foto: In Etiopia degli uomini scavano nel letto asciutto di un fiume per cercare un po’d’acqua,
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/climate-africas-human-existence-is-at-severe-risk/
Originale: IPS
Traduzione di Maria Chiara Starace
Preso da: http://znetitaly.altervista.org/art/19848
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Lcenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

I bombardamenti con i gas nell’Africa Orientale Italiana

DATA LUOGO FONTI CARATTERISTICHE
22/12/1935 Dembenguinà (fronte nord)

Tacazzè

Diario storico del comando aereonautica.8°, 9° stormo.

George Steer inviato Times in Etiopia testimonianza di ras Immirù Hailè Sellasse.Relazione Dott. Schuppler, capo ambulanza. Al ministro degli esteri etiopico.

Dott.Melly capo ambulanza inglese.(1)

6 bombe C 500.T a iprite (prima azione di sbarramento C)
Dal 23 al 27 dicembre Telegramma di Hailè Selassiè alla Società delle nazioni (2) 60 bombe a iprite
28/12/35 Autorizzazione di Mussolini a Badoglio sull’uso dei gas telegramma 15081
29/12/35 Risposta di Badoglio “già adoperato iprite”
Dal 2 al 4 gennaio Sokotà; Lago Ascianghi Diario aereonautico 8° 9° stormo 58 bombe a iprite
5 gennaio 1936 Richiesta di Mussolini a Badogliodi arrestare i bombardamenti (sino alle riunioni ginevrine) telegramma 180
Dal 6 al 7 gennaio Abbi Addi e guadi torrente Segalò Diario storico del comando areonautico 45 bombe C 500.T
Dal 12 al 19 gennaio Diario storico del comando areonautico 76 bombe ” “
19 gennaio Nuova autorizzazione di Mussolini telegramma 790
Dal 23 /12 al 23/3 Guadi del Ghevà, Guadi del Tacazzè zone di Quoram, varie carovaniere. Diario storico comando areonautico 991 bombeC.500.T
11/2/36 Amba Aradan Diario storico comando artiglieria Uso di proietti ad arsine1367(3)
aprile Lago Ascianghi Testimonianza Hailè Selassiè ( 4)
1) Steer “Per la prima volta un popolo che si ritiene civilizzato usa i gas tossici contro un popolo che si ritiene barbaro. A Badoglio… la gloria di questa ardua vittoria“.


Immirù Hailè Sellasse (generale di Hailè Selassiè): “Fu uno spettacolo terrificante… Era la mattina del 23 dicembre avevo da poco attraversato il Tacazzè quando comparvero nel cielo alcuni aeroplani… quel mattino non lanciarono bombe ma strani fusti che si rompevano non appena toccavano il suolo o l’acqua del fiume e proiettavano intorno un liquido incolore… alcune centinaia dei miei uomini erano rimasti colpiti… e urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche.”

Dott. Schuppler: “Ho l’onore di portare a vostra conoscenza che il 14 gennaio 1936 delle bombe a gas sono state usate dagli aviatori italiani. Ho curato 15 casi di persone… tra cui 2 bambini“.

Dott Melly: “Tra il 7 e il 22 marzo ….nella regoine di Ascianghi curammo dai due ai trecento casi di ustione da iprite…” in (Del Boca I gas di Mussolini, Editori riuniti, pag. 118 e seg.)

2) “Il 23 dicembre, gli italiani hanno fatto uso contro le nostre truppe, nella regione del Tacazzè, di gas asfissianti e tossici, ciò costituisce una nuova aggiunta alla lista già lunga delle violenze fatte dall’Italia ai suoi impegni internazionali.”

3) L’arsina agiva sulle mucose e sull’apparato respiratorio con effetti che,a seconda della concentrazione, potevano essere irritanti o mortali.

4) Molti moriranno per aver bevuto l’acqua contaminata. Il negus davanti l’atroce visione dei cadaveri dirà: “Sarebbe stato necessario fissare questa immagine per poterla presentare al mondo…

DATA LUOGO FONTI CARATTERISTICHE
15/12/35 Somalia (fronte sud) Autorizzazione di Mussolini a Graziani sull’uso dei gas telegramma 14551
24/12/35 Areri Diario storico del comando dell’aviazione in Somalia 17 bombe a iprite da 21kg 1 a gas fosgene da 41kg
30 /31/35 Dagahbur Sassabanech Bullaleh Diario storico AO

Relazione Graziani all egato 295

71 bombe come rappresaglia per la uccisione di due aviatori italiani
Tra il 15 e il 30 dicembre 35 Malca Dida (Croce rossa svedese) Bullaleh (croce rossa egiziana) Neghelli (croce rossa etiopica)* Relazione Graziani Grande sdegno in Europa.

Telegramma Mussolini a Graziani n 029: “Approvo ma … evitare le istituzioni internazionali della Croce Rossa.”

6 Gennaio 36 Nuova autorizzazione di Mussolini a Graziani tel.334
12 /1/36 Offensiva del Ganale Doria Relazione Graziani

Diario storico del comando brigata aerea

Diario srorico 31° gruppo AO

6 bombeC.500.T a iprite 18 da 41 kg a fosgene
25/1/36 10 bombe a iprite da 21 kg
16-25/2/36 Uebi Gestro Bale Diario storico del comando brigata aerea 10 bombe C500.T a iprite e 92 da 41 kg a fosgene
marzo Sulle difese abissinie nella zona di Harar Diario storico del comando brigata aerea Relazione Graziani 49 bombeC500.T34 da 21 kg a iprite 88 da 41 kg a fosgene
8 aprile Sassabanech Dagahbur 13 bombe C500.T
10 aprile Telegramma di Mussolini 4081con l’ordine di non fare uso di mezzi chimici a Graziani
20 aprile Hamanlei, Bircut, Gunu, Bullaleh Relazione Graziani 12 bombe C500,T
27/4 Nuova autorizzazione Mussolini tel.n7440
27/4 Sassabaneh Diario storico del comando brigata aerea Relazione Graziani 36 bombe a fosgene
Bullaleh Diario storico del comando brigata aerea Relazione Graziani 54 bombe a fosgene
Dal 24dic al 27 aprile 30500kg bombe iprite 13300 kg bombe a fosgene
* Nell’attacco a Malca Dida restò ucciso il medico svedese Lundstrom, 42 ricoverati, alcuni dei quali colpiti da iprite, e altri 50 restarono feriti .Gli attacchi si intensificarono nei mesi successivi e distrussero ambulanze etiopiche a Dagabhur, Ualdià, Macallè, ospedaletti egiziani, inglesi, svedesi e finlandesi e gli unici due apparecchi della croce rossa etiopica a Dessì e Quoram.

Gli attacchi aerei non finirono con la proclamazione dell’impero, ma si intensificarono in molte zone.

PERIODO LUOGO FONTI CARATTERISTICHE
Dal Maggio a Agosto1936 Sud/ovest Sidamo

Zona Tacazzè

Diario storico AOI Bombe C500T
Tra il 7 e il 12 settembre Lasta (roccaforte dei fratelli Cassa) zona Tacazzè.Villaggi tra Lalibelà e Bilbolà. Telegramma Lessona a Graziani n°10724″Autorizzo a impiegare i gas se li ritenga utile”

Telegrammi Graziani a Pirzo Biroli e al comandante dell’aviazione Pinna n°15633 e 15756(1)

Bombe C500T
21/22 Ottobre Zone del Monte Zuqualà e Debocogio villaggi rasi al suolo Diario storico AOI

Relazione Gariboldi a Gallina tel n° 077701 24 ottobre “Zona del monte Debogogio è stata ipritata.Prudente informare le truppe operanti..”

Bombe C500T
Fine 1936/1937 Ovest, Uollega, soprattutto vengono ipritati guadi, torrenti carovaniere. Diario storico AOI Bombe C500T
Graziani “La rappresaglia deve essere effettuata senza misericordia su tutti i paesi del Lasta… Bisogna distruggere i paesi stessi perché le genti si convincano della ineluttabile necessità di abbandonare questi capi… lo scopo si può raggiungere con l’impiego di tutti i mezzi di distruzione dell’aviazione per giornate e giornate di seguito essenzialmente adoperando gas asfissianti.” in Del Boca op cit pag. 60.