I bombardamenti con i gas nell’Africa Orientale Italiana

DATA LUOGO FONTI CARATTERISTICHE
22/12/1935 Dembenguinà (fronte nord)

Tacazzè

Diario storico del comando aereonautica.8°, 9° stormo.

George Steer inviato Times in Etiopia testimonianza di ras Immirù Hailè Sellasse.Relazione Dott. Schuppler, capo ambulanza. Al ministro degli esteri etiopico.

Dott.Melly capo ambulanza inglese.(1)

6 bombe C 500.T a iprite (prima azione di sbarramento C)
Dal 23 al 27 dicembre Telegramma di Hailè Selassiè alla Società delle nazioni (2) 60 bombe a iprite
28/12/35 Autorizzazione di Mussolini a Badoglio sull’uso dei gas telegramma 15081
29/12/35 Risposta di Badoglio “già adoperato iprite”
Dal 2 al 4 gennaio Sokotà; Lago Ascianghi Diario aereonautico 8° 9° stormo 58 bombe a iprite
5 gennaio 1936 Richiesta di Mussolini a Badogliodi arrestare i bombardamenti (sino alle riunioni ginevrine) telegramma 180
Dal 6 al 7 gennaio Abbi Addi e guadi torrente Segalò Diario storico del comando areonautico 45 bombe C 500.T
Dal 12 al 19 gennaio Diario storico del comando areonautico 76 bombe ” “
19 gennaio Nuova autorizzazione di Mussolini telegramma 790
Dal 23 /12 al 23/3 Guadi del Ghevà, Guadi del Tacazzè zone di Quoram, varie carovaniere. Diario storico comando areonautico 991 bombeC.500.T
11/2/36 Amba Aradan Diario storico comando artiglieria Uso di proietti ad arsine1367(3)
aprile Lago Ascianghi Testimonianza Hailè Selassiè ( 4)
1) Steer “Per la prima volta un popolo che si ritiene civilizzato usa i gas tossici contro un popolo che si ritiene barbaro. A Badoglio… la gloria di questa ardua vittoria“.


Immirù Hailè Sellasse (generale di Hailè Selassiè): “Fu uno spettacolo terrificante… Era la mattina del 23 dicembre avevo da poco attraversato il Tacazzè quando comparvero nel cielo alcuni aeroplani… quel mattino non lanciarono bombe ma strani fusti che si rompevano non appena toccavano il suolo o l’acqua del fiume e proiettavano intorno un liquido incolore… alcune centinaia dei miei uomini erano rimasti colpiti… e urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche.”

Dott. Schuppler: “Ho l’onore di portare a vostra conoscenza che il 14 gennaio 1936 delle bombe a gas sono state usate dagli aviatori italiani. Ho curato 15 casi di persone… tra cui 2 bambini“.

Dott Melly: “Tra il 7 e il 22 marzo ….nella regoine di Ascianghi curammo dai due ai trecento casi di ustione da iprite…” in (Del Boca I gas di Mussolini, Editori riuniti, pag. 118 e seg.)

2) “Il 23 dicembre, gli italiani hanno fatto uso contro le nostre truppe, nella regione del Tacazzè, di gas asfissianti e tossici, ciò costituisce una nuova aggiunta alla lista già lunga delle violenze fatte dall’Italia ai suoi impegni internazionali.”

3) L’arsina agiva sulle mucose e sull’apparato respiratorio con effetti che,a seconda della concentrazione, potevano essere irritanti o mortali.

4) Molti moriranno per aver bevuto l’acqua contaminata. Il negus davanti l’atroce visione dei cadaveri dirà: “Sarebbe stato necessario fissare questa immagine per poterla presentare al mondo…

DATA LUOGO FONTI CARATTERISTICHE
15/12/35 Somalia (fronte sud) Autorizzazione di Mussolini a Graziani sull’uso dei gas telegramma 14551
24/12/35 Areri Diario storico del comando dell’aviazione in Somalia 17 bombe a iprite da 21kg 1 a gas fosgene da 41kg
30 /31/35 Dagahbur Sassabanech Bullaleh Diario storico AO

Relazione Graziani all egato 295

71 bombe come rappresaglia per la uccisione di due aviatori italiani
Tra il 15 e il 30 dicembre 35 Malca Dida (Croce rossa svedese) Bullaleh (croce rossa egiziana) Neghelli (croce rossa etiopica)* Relazione Graziani Grande sdegno in Europa.

Telegramma Mussolini a Graziani n 029: “Approvo ma … evitare le istituzioni internazionali della Croce Rossa.”

6 Gennaio 36 Nuova autorizzazione di Mussolini a Graziani tel.334
12 /1/36 Offensiva del Ganale Doria Relazione Graziani

Diario storico del comando brigata aerea

Diario srorico 31° gruppo AO

6 bombeC.500.T a iprite 18 da 41 kg a fosgene
25/1/36 10 bombe a iprite da 21 kg
16-25/2/36 Uebi Gestro Bale Diario storico del comando brigata aerea 10 bombe C500.T a iprite e 92 da 41 kg a fosgene
marzo Sulle difese abissinie nella zona di Harar Diario storico del comando brigata aerea Relazione Graziani 49 bombeC500.T34 da 21 kg a iprite 88 da 41 kg a fosgene
8 aprile Sassabanech Dagahbur 13 bombe C500.T
10 aprile Telegramma di Mussolini 4081con l’ordine di non fare uso di mezzi chimici a Graziani
20 aprile Hamanlei, Bircut, Gunu, Bullaleh Relazione Graziani 12 bombe C500,T
27/4 Nuova autorizzazione Mussolini tel.n7440
27/4 Sassabaneh Diario storico del comando brigata aerea Relazione Graziani 36 bombe a fosgene
Bullaleh Diario storico del comando brigata aerea Relazione Graziani 54 bombe a fosgene
Dal 24dic al 27 aprile 30500kg bombe iprite 13300 kg bombe a fosgene
* Nell’attacco a Malca Dida restò ucciso il medico svedese Lundstrom, 42 ricoverati, alcuni dei quali colpiti da iprite, e altri 50 restarono feriti .Gli attacchi si intensificarono nei mesi successivi e distrussero ambulanze etiopiche a Dagabhur, Ualdià, Macallè, ospedaletti egiziani, inglesi, svedesi e finlandesi e gli unici due apparecchi della croce rossa etiopica a Dessì e Quoram.

Gli attacchi aerei non finirono con la proclamazione dell’impero, ma si intensificarono in molte zone.

PERIODO LUOGO FONTI CARATTERISTICHE
Dal Maggio a Agosto1936 Sud/ovest Sidamo

Zona Tacazzè

Diario storico AOI Bombe C500T
Tra il 7 e il 12 settembre Lasta (roccaforte dei fratelli Cassa) zona Tacazzè.Villaggi tra Lalibelà e Bilbolà. Telegramma Lessona a Graziani n°10724″Autorizzo a impiegare i gas se li ritenga utile”

Telegrammi Graziani a Pirzo Biroli e al comandante dell’aviazione Pinna n°15633 e 15756(1)

Bombe C500T
21/22 Ottobre Zone del Monte Zuqualà e Debocogio villaggi rasi al suolo Diario storico AOI

Relazione Gariboldi a Gallina tel n° 077701 24 ottobre “Zona del monte Debogogio è stata ipritata.Prudente informare le truppe operanti..”

Bombe C500T
Fine 1936/1937 Ovest, Uollega, soprattutto vengono ipritati guadi, torrenti carovaniere. Diario storico AOI Bombe C500T
Graziani “La rappresaglia deve essere effettuata senza misericordia su tutti i paesi del Lasta… Bisogna distruggere i paesi stessi perché le genti si convincano della ineluttabile necessità di abbandonare questi capi… lo scopo si può raggiungere con l’impiego di tutti i mezzi di distruzione dell’aviazione per giornate e giornate di seguito essenzialmente adoperando gas asfissianti.” in Del Boca op cit pag. 60.

I campi concentramento per i civili nell’Africa italiana

Campi di concentramento (16 in Libia 1 in Eritrea 1 in Somalia)

Campi di rieducazione (4)

Campi di punizione (3)

Nei campi vennero inviati sia le tribù allontanate dal Gebel el- Achdar sia gli indigeni appartenenti a tribù seminomadi vaganti attorno alle oasi o all’interno.

I principali campi di concentramento furono Soluch (a sud di Bengasi); Sidi el Magrum (a ovest di Bengasi) ;Agedabia (a 200 km a ovest di Bengasi) nelle vicinanze della primitiva sede della Senussia per dare un segnale alla resistenza senussita della forza dei coloniali italiani;.Marsa el Brega; el Abiar; el Agheila.

Nei campi di rieducazione inviati giovani appartenenti a tribù più evolute per trasformarli in impiegati utili all’amministrazione coloniale.

Nei campi di punizione tutti coloro che avevano commesso reati o ostacolato l’occupazione italiana.


Testimonianza di un sopravvissuto Reth Belgassen recluso ad Agheila (cfr Ottolenghi op. cit.): “Dovevamo sopravvivere con un pugno di riso o di farina e spesso si era troppo stanchi per lavorare… ricordo la miseria e le botte… Le nostre donne tenevano un recipiente nella tenda per fare i bisogni… avevano paura di uscire rischiavano di essere prese dgli etiopi o dagli italiani…le esecuzioni avvenivano… al centro del campo egli italiani portavano tutta la gente a guardare. ci costringevano a guardare mentre morivano i nostri fratelli. Ogni giorno uscivano 50 cadaveri.”

Testimonianza della propaganda fascista “L’Oltremare”: “… Nel campo di Soluch c’è ordine e una disciplina perfetta e regna ordine e pulizia“.
Dopo il crollo della dittatura Canevari, che era stato comandante in Cirenaica, scrive: “Noi non abbiamo mai creato campi di concentramento in Cirenaica ma solo delle riserve in campi splendidamente sistemati e forniti di tutto il necessario dalle tende ai servizi idrici … In tal modo il governo italiano li sottraeva dal dilemma o rifornire i ribelli o cadere sotto le loro vendette. Dopo la permanenza nei campi, le popolazioni della Cirenaica tornarono alle loro terre rinnovate dalla scienza e dalla scuola

La mancanza di volontà nell’ammettere l’esistenza di campi di concentramento in Libia, fa scrivere nel 1965, nel resoconto di G. Bucco e A. Natoli sulla “Organizzazione sanitaria in Africa” dal Ministero degli Affari Esteri, che “La maggior parte degli Auaghir viveva, prima di raccogliersi nella zona di Soluch, nelle zone… del Gebel“, quando invece queste tribù vi erano state deportate.

Motivi di chiusura dei campi

1) riduzione delle rivolte specialmente dopo l’esecuzione di Omar.el-Muktar.

2) coloni italiani già insediati nelle zone assegnate loro del Gebel cirenaico.

3) le popolazioni nomadi e seminomadi non avevano assimilato il tipo di vita sedentario imposto nei campi.

4) pericolo di epidemie per l’alto numero di individui inviati nei campi.

5) costi eccessivi sia dal punto di vista economico che militare.

CAMPI DI CONCENTRAMENTO LIBIA 1930/1933 PROVENIENZA E/OCARATTERISTICHE DEI RECLUSI LAVORI DEI RECLUSI NUMERO RECLUSI ALL’APERTURA NUMERO RECLUSI ALLA CHIUSURA
SOLUCH GEBEL EL-ACHDAR E ZONA ATTORNO BENGASI (TRIBÙ SEMINOMADI) LAVORI STRADALI E EDILIZIA COLTIVAZIONE TERRA ALLEVAMENTO 20000 14500
EL-MAGRUM GEBEL EL-ACHDAR LAVORI STRADALI E EDILIZIA COLTIVAZIONE TERRA ALLEVAMENTO 13000 8500
AGEDABIA NOMADI MOGARBA LAVORI EDILIZI FERROVIARI COLTIVAZIONE ALLEVAMENTO 9000 75OO
MARSA EL BREGA MARABTIN PROVENIENTI DA OLTRE 500 KM MARCIA DI 2 MESI ALTRI VIA MARE NE PARTIRONO13200 NE ARRIVARONO10000 LAVORI STRADALI ALLEVAMENTO 20072
EL-ABIAR TRIBÙ NOMADI ENTROTERRA DI BENGASI COSTRUZIONE DI STRADE PASTORIZIA 8000
APOLLONIA 628
BARCE 438
AIN GAZALA 426
DRIANA 275
EL NUFILIA 225
DERNA 145
COEFIA-GUARSCIA 145
SIDI CHALIFA 130
SUANI EL TERRIA 100
CAMPI DI PUNIZIONE DETENUTI COMPLESSIVI TIPOLOGIA DETENUTI
NOCRA 1895 1930 ERITREA 3000 UOMINI SINO AL1910 DELINQUENTI COMUNI POI DETENUTI POLITICI
EL AGHEILA 1930 LIBIA 30000 UOMINI 4500 DONNE TRIBÙ RIBELLI, NOTABILI SENUSSITI, DEPORTATI

FUGGIASCHI DAI CC

DANANE 1935 SOMALIA 6500UOMINI 500 DONNE VOLUTO DA GRAZIANI PER ACCOGLIERE I COMBATTENTI DELLE ARMATE DI RAS DESTA'(FRONTE SUD) MA POPOLATO DAL 1936 DI NOTABILI DI MEDIO E BASSO RANGO, DI EX UFFICIALI DI MONACI COPTI DI PARTIGIANI ETC. 3175 MUOIONO PER SCARSA ALIMENTAZIONE, MALARIA ENTEROCOLITE,MANCANZA DI IGIENE
CAMPI DI RIEDUCAZIONE ANNESSI AI CC NUMERO DI INTERNATI SCOPO DEL CAMPO
SOLUCH 500 MASCHI 60 FEMMINE INSEGNAMENTO PROFESSIONALE /ECONOMIA DOMESTICA
SIDI EL MAGRUM 200 MASCHI 30 FEMMINE ARTIGIANATO/ECONOMIA DOMESTICA
AGEDABIA 120 MASCHI 10 FEMMINE SCUOLA DI AGRICOLTURA E ORTICULTURA
MARSA EL BREGA 600 RAGAZZI SCUOLA MILITARE COMANDO TRUPPE INDIGENE

La repressione in AOI dopo la proclamazione dell’Impero

Giugno 1936. L’Etiopia resta per quasi due terzi da occupare soprattutto nell’ovest e nel sud dell’impero.
I focolai di guerriglia sono presenti nello Scioa e lungo la ferrovia Addis Abeba-Gibuti. Difficoltà anche a causa della stagione delle piogge che blocca i movimenti nelle strade e rende difficili i rifornimenti.
Graziani è praticamente assediato ad Addis Abeba, mentre Badoglio è in Italia a riscuotere premi e onori.
In complesso il periodo da maggio a ottobre ha un carattere prevalentemente difensivo. Si intensifica la repressione del ribellismo.

Nei primi giorni di giugno Mussolini telegrafa a Graziani i seguenti ordini:

Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi” (tel n. 6496)

Per finirla con i ribelli…impieghi i gas” (tel.6595)

Autorizzo ancora una volta V.E a iniziare e condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici. (tel n. 8103)

Poggiali, nel suo Diario AOI, scrive a proposito di Addis Abeba: “Intorno alla città vi sono bande armate e minacciose. Da una settimana si vive sotto l’incubo di un assalto in grande stile“.
L’attacco viene sferrato il 28 luglio.
Nel timore che la popolazione insorga i carabinieri operano arresti di massa di etiopi adulti e Poggiali afferma: “Probabilmente la maggior parte è innocente persino di quanto accaduto. Trattamento superlativamente brutale da parte dei carabinieri, che distribuiscono scudisciate e colpi di calci di pistola”.

A questo attacco partecipa il degiac Aberra Cassa secondogenito del ras Hailù che gode di grande prestigio sia perché di sangue imperiale, sia perché si è distinto come grande combattente nella battaglia del Tembien e nella difficile ritirata di Mau Ceu. Inoltre gode dell’appoggio della chiesa copta e in particolare del vescovo di Dessiè, l’abuna Petros.
Coadiuvato dal fratello, dopo i primi rovesci, adotterà una politica temporeggiatrice che lo isolerà rendendolo preda di Graziani.

L’attacco ad Addis Abeba fallirà, l’abuna Petros portato in piazza verrà giudicato colpevole da un tribunale militare e giustiziato dai fucili di 8 carabinieri.
Graziani informa Lessona, ministro delle colonie: “La fucilazione dell’abuna Petros ha terrorizzato capi e popolazione… Continua l’opera di repressione degli armati dispersi nei boschi. Sono stati passati per le armi tutti i prigionieri. Sono state effettuate repressioni inesorabili su tutte le popolazioni colpevoli se non di connivenza di mancata reazione” (telegramma n.1667/8906).

Un altro problema per Graziani è l’occupazione dell’ovest ( in particolare i centri di Gore, Lechemiti, Gimma, Gambela) che Mussolini vuole al più presto sotto controllo per allontanare il pericolo di una eventuale pretesa del governo inglese su quei territori in quanto confinanti con il Sudan.
Il problema più urgente è Gore dove da maggio si è insediato un governo provvisorio e dove si sono rifugiati gli uomini del passato regime, gran parte dei Giovani Etiopi, la metà dei cadetti di Olettae, i soldati del ras Immirù (il miglior generale di Hailè Selassiè).
In questo contesto avverrà il rogo di tre aerei italiani da bombardamento, che provocherà grande ondata di indignazione in Italia, ma nessuna rappresaglia perché il 4 luglio la Società delle nazioni revoca le sanzioni all’Italia e il problema dell’Ovest non ha più quella urgenza prima sottolineata.

Dal mese di ottobre Graziani riprende la conquista dell’Ovest, mentre il ras Immirù tenta di sfuggire all’accerchiamento e nello stesso tempo incita le popolazioni contro gli italiani: “Gli italiani che contro il loro diritto hanno ucciso i nostri soldati col veleno e con le bombe, sono forse venuti ora per guardarvi col cuore commosso, per farvi vivere tranquilli? … Se gli italiani avessero un cuore buono e sapessero governare, non avrebbero dovuto combattere per 25 anni a Tripoli … Gli italiani ci vogliono togliere il paese che i nostri avi resero prospero…“(ACS Fondo Graziani).
Il ras Immirù si arrenderà il 16 dicembre e verrà confinato in Italia sino al 1943.

Nello stesso periodo vengono uccisi i tre fratelli Cassa.
Il primogenito Uonduossen si arrese alle truppe del generale Pirzo Biroli e subito passato per le armi. Gli altri due si consegnarono spontaneamente al generale Tracchia contando sulla garanzia fatta dagli italiani di aver salva la vita; furono arrestati dai carabinieri, mentre bevevano il caffè nella tenda del generale Tracchia che così comunica la notizia a Graziani: “Alle 18,35 in Ficcè, sede della loro famiglia e noto covo di rivolta da cui partirono gli ordini per l’attacco alla capitale, Aberra e il fratello Asfauossen cadevano sotto il piombo giustiziatore.

L’unico capo etiope ancora in armi era ras Destà che, a fine novembre, dopo aver abbandonato Sidamo, si ritira al centro in una regione montuosa. Nel dicembre accetta di avviare trattative con gli italiani ma, la notizia della uccisione dei fratelli Cassa e la richiesta della sottomissione senza condizioni fatta dagli italiani, fanno fallire le trattative.
Graziani ordina di bombardare la regione in cui il ras ha trovato rifugio. Si combatte per una settimana. Il ras, inseguito dall’aviazione e dagli autoblindo, viene nuovamente attaccato mentre sosta a Goggetti, ma riesce a scappare.
Secondo gli ordini di Mussolini, tutti i capi catturati verranno passati alle armi e lo stesso villaggio dato alle fiamme.
È inteso che la popolazione maschile di Goggetti di età superiore ai 18 anni deve essere passata per le armi e il paese distrutto” (tel 54000).
Il ras Destà verrà fatto prigioniero nel suo villaggio natale il 24 febbraio da uomini di un degiac collaborazionista.
Consegnato agli italiani fu impiccato dagli uomini del capitano Tucci.

Sulla “Gazzetta del popolo” del 24 febbraio 1938 Guido Pallotta vice-segretario dei Guf, commentando la morte del genero dell’imperatore, scrive: “E nello scroscio del plotone di esecuzione echeggiò la più strafottente risata fascista in faccia al mondo, la sfida più cocente alle truppe sanzioniste. Schiaffone magistrale che il capitano Tucci menò alla maniera squadrista sulle guance imbellettate della baldracca ginevrina”.

Ma dopo il fallito attentato a Graziani si scatena la reazione ancora più violenta degli italiani.
17 febbraio 1937. Graziani invita nel suo palazzo di Adis Abeba la nobiltà etiope per festeggiare la nascita del principe di Napoli e per l’occasione decide di distribuire una elemosina ad invalidi del luogo (ciechi, storpi, zoppi ).
La testimonianza di un medico ungherese presente, sottolinea la dura rappresaglia seguita al fallito attentato. Anche le immagini del filmato Fascist legacy della BBC mostrano come nessun etiope uscì vivo dal cortile dove si teneva la cerimonia.
Una nota dell’ambasciatore USA in Etiopia sottolinea che fatti del genere non si vedevano dal tempo del massacro degli armeni.

Graziani comunica immediatamente ai governatori delle altre regioni di agire con il massimo rigore.
Ad Addis Abeba è il federale Guido Cortese che scatena la rappresaglia.
Testimonianza di Poggiali: “Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada… Vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente”.
Vengono incendiati tucul, chiese copte, terreni coltivati, quintali di orzo Anche la chiesa di San Giorgio viene data alle fiamme “per ordine e alla presenza del federale Cortese“.
Ad Addis Abeba 700 indigeni vengono fucilati dopo essere usciti a gruppi dalla ambasciata britannica dove si erano rifugiati (fatto denunciato dal ministro inglese al Parlamento il 26/3/37)

Vengono inquinati i terreni con aggressivi chimici, abbattuto il bestiame.
Molti uomini bruciati vivi, altri lapidati o squartati.
Mussolini con un fonogramma impone che ogni civile sospettato sia fucilato senza processo.

Il numero esatto delle vittime della repressione è di 30.000 per gli etiopi, tra i 1.400 e i 6.000 per inglesi, francesi e americani.
Graziani il 22 febbraio scrive a Mussolini: “In questi tre giorni ho fatto compiere nella città perquisizioni con l’ordine di far passare per le armi chiunque fosse trovato in possesso di strumenti bellici, che le case relative fossero incendiate. Sono state di conseguenza passate per le armi un migliaio di persone e bruciati quasi altrettanti tucul” (tel n. 9170).

26 febbraio. Graziani fa fucilare 45 “tra notabili e gregari risultati colpevoli manifesti” (tel. N.9894 ).
Nei giorni successivi fa fucilare altri 26 esponenti della intellighenzia etiopica, elementi aperti alla cultura europea. Altri 400 notabili vengono trasferiti in Italia, mentre altri “elementi di scarsa importanza ma nocivi” con a seguito donne e bambini (tel. Graziani a Santini n.20650), vengono confinati a Danane dopo un viaggio durato più di 15 giorni che provocherà morti per stenti, vaiolo e dissenteria. …

19 marzo. Graziani scrive a Lessona: “Convinto della necessità di stroncare radicalmente questa mala pianta, ho ordinato che tutti i cantastorie, gli indovini e stregoni della città e dintorni fossero passati per le armi. A tutt’oggi ne sono stati rastrellati e eliminati settanta.”(tel. 14440).

21 marzo. Graziani scrive a Mussolini: “Dal 19 febbraio ad oggi sono state eseguite 324 esecuzioni sommarie… senza comprendere le repressioni dei giorni 19 e 20 febbraio

30 aprile. Le esecuzioni sono passate a 710 (tel. n.22583), il 5 luglio a 1686 (tel n.33911), il 25 luglio a 1878 (tel. n. 36920) e il 3 agosto a 1918 (tel. n.37784).
Dalla relazione del colonnello Hazon si evince che i soli carabinieri hanno passato per le armi 2.509 indigeni.

Alcuni episodi raccontati dallo stesso Graziani testimoniano che le esecuzioni avvenivano spesso senza la minima prova.

14 marzo. Un nucleo di carabinieri, recatosi in una abitazione per arrestare un ricercato, arresta sia il proprietario che gli 11 indigeni che si trovavano sul posto per non aver favorito la cattura del ricercato.
Graziani scriverà a Lessona “Data la gravità del fatto li ho fatti passare per le armi” (tel. n.14150).

23 aprile. 32 capi amhara e 100 indigeni fucilati per condotta dubbia e Argio bruciata (tel. Graziani a Lessona n.23313)

25 aprile. 200 amhara arrestati, cacciati dentro una fossa e fucilati.

Poggiali scrive: “Nell’Uollamo un capitano italiano ha fatto razzia di bestiame a danno di una famiglia indigena. Il capofamiglia denuncia la prepotenza e il capitano uccide tutta la famiglia compresi i bambini”

A maggio Graziani si vendica del clero copto accusato di connivenza con gli autori dell’attentato.

Secondo la relazione del generale Maletti, che ha sostituito Tracchia nella repressione dello Scioa, in due settimane le sue truppe incendiano 115.422 tucul, tre chiese, un convento, e uccidono 2.523 ribelli, servendosi del battaglione musulmano al posto di quello eritreo composto in gran parte da copti.
Maletti il 18 maggio accerchia il villaggio conventuale di Debra Libanòs, il più celebre di Etiopia.”Questo avvocato militare mi comunica che ha raggiunto le prove della correità dei monaci del convento … Passi pertanto per le armi tutti i monaci compreso il vicepriore” (tel. di Graziani a Maletti n. 25876).
Dopo aver ricevuto da Graziani la conferma della responsabilità del convento nell’attentato, il 20 maggio, trasferisce in un vallone a Ficcè 297 monaci e 23 laici e li passa per le armi”.
Sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale d’ordine… Il convento chiuso definitamente.
” (tel. Di Graziani Lessona n.23260).
Tre giorni dopo invia un nuovo telegramma a Maletti: “Confermo pienamente la responsabilità del convento di Debra Libanòs. Ordino pertanto di passare per le armi tutti i diaconi” (tel. 26609).
In realtà recenti studi hanno fatto salire a 1600 il numero delle vittime del massacro di Debra Libanos.
Intanto continua l’azione antiguerriglia delle truppe italiane nelle regioni dell’impero come si deduce dai bollettini inviati al ministero dell’Africa italiana.
I fatti si riferiscono a esecuzioni, rastrellamenti di armi, distruzioni di paesi ostili.

4 aprile. Bruciato il paese di Atzei e il bestiame sequestrato dopo aver accertata la ostilità degli abitanti contro gli italiani.

12 aprile. Nella regione dei Galla-Sidamo erano stati sequestrati 2.000 fucili, 14 mitragliatrici, 50 pistole; nel territorio di Ambo 6.823 fucili, 16 mitragliatrici, 19 pistole.

18 aprile. Occupato e incendiato il villaggio di Eso dopo che erano stati catturati e eliminati 21 ribelli.

1 maggio. Graziani comunica a Roma che i bombardamenti nel governatorato dell’Harrar proseguivano.

In agosto scoppia simultaneamente una rivolta in varie parti dell’impero. Per Graziani il principale capo è Hailù Chebbedè

Nel settembre del 1937 viene catturato e fucilato; la sua testa infilzata su un palo è esposta nella piazza del mercato di Socotà e Quoram.

Graziani, alla fine dell’anno, verrà sostituito con il Duca d’Aosta che attuerà una politica meno repressiva .

Preso da: http://www.criminidiguerra.it/repressioneimpero.shtml

La guerra di conquista dell’Etiopia: i crimini sulle popolazioni e l’uso dei gas.

Per Africa Orientale italiana si intende quel territorio comprendente Eritrea e Somalia costituito nel gennaio del 1935 dal fascismo in previsione della guerra con l’Etiopia che, dopo la conquista italiana. costituirà parte integrante del territorio.

L’Eritrea fu la prima colonia italiana costituita dopo l’acquisto da parte del governo italiano (1882) della baia di Assab, sul mar Rosso,dalla Società Rubattino che, a sua volta, l’aveva acquistata dieci anni prima da sultani locali.

La colonizzazione italiana proseguirà nel 1885 con l’occupazione di Massaua che porrà sempre più in primo piano i rapporti con l’Impero abissinio.

Nel 1886 l’eccidio di Dogali, compiuto dagli Abissini per contrastare l’espansionismo italiano, ne sarà un esempio.

L’espansionismo italiano continuerà sino ai limiti dell’altopiano etiopico e troverà un atto significativo nel Trattato di Uccialli che, per il governo italiano ma non per quello etiope, stabiliva una sorta di protettorato dell’Italia sull’Etiopia.

Dopo l’occupazione del Tigrè, avvenuta nel1893, il colonialismo italiano subisce una battuta d’arresto con le sconfitta di Amba Alagi, Macallè e Adua.L’Eritrea costituirà la base delle operazioni del fronte nord, guidate da Graziani, nella campagna di Etiopia.

Negli stessi anni L’Italia allargava la sua influenza verso il Benadir, Merca, Mogadiscio (Somalia italiana) previ accordi con il Sultanato di Zanzibar.La Somalia diventerà la base delle operazioni del fronte sud guidate da Graziani, nella campagna di Etiopia.

Nella parte settentrionale gli accordi con l’Impero abissinio stabilivano che tutto “l’Ogaden restasse all’Abissinia”.Fu proprio nell’Ogaden a Ual/Ual, ai confini con la Somalia italiana, che si verificarono quegli incidenti che fornirono il pretesto per l’aggressione all’Etiopia. Mussolini, che aveva già deciso l’intervento, tenta di prendere tempo sul piano internazionale e, nello stesso tempo, di organizzare tempi e modi di attuazione dell’aggressione.

La campagna militare per la conquista dell’ETIOPIA

Ottobre 1935. De Bono ordina ai 3 corpi d’armata di passare il confine del Mareb (confine eritreo) avendo come primo obiettivo Adua e Adigrat.
L’armamento è considerevole in quanto i centomila uomini che stanno per muoversi dispongono di 2300 mitragliatrici, 230 cannoni, 156 carri d’assalto. Dall’Eritra sono anche pronti a decollare 126 aerei.

I militari italiani avanzano senza incontrare resistenza. L’aviazione, intanto, bombarda Adua e Adigrat facendo numerose vittime tra i civili.
L’episodio è registrato nel diario di De Bono, che così scrive: “Il Negus ha già protestato per il bombardamento aereo dicendo che si sono ammazzati donne e bambini. Non vorranno che si buttino giù dei confetti“.

Il 6 Ottobre l’armata italiana entra ad Adua incontrando poca resistenza in quanto Hailè Selassiè ha scelto la tattica del ripiegamento per portare i nemici al centro del paese, lontano dai loro centri di rifornimento.
Il ras Sejum, cognato del ras Cassa, a cui il negus aveva affidato il comando delle armate del nord, ripiega nel Tembien, camminando di notte per sfuggire all’osservazione aerea.

De Bono, intanto, provvede al rafforzamento delle posizioni occupate costruendo strade, impianti di linee telefoniche, allestendo campi…
Ma il comportamento delle truppe di occupazione si fa subito preoccupante, se De Bono il 15 Ottobre, alla vigilia dell’occupazione di Axum, scriverà al generale Maravigna “Allo scopo di evitare che si ripetano ad Axum depredazioni e danneggiamenti come si è verificato ad Adua, prego disporre che l’ingresso della città sia di massima interdetto ai militari sia metropolitani che indigeni, disponendo un servizio di vigilanza e perlustrazione all’interno della città stessa.(ASMAI AOI 181/24)

11 Ottobre. Defezione del degiac (comandante di reggimento) Gugsa, genero dell’imperatore, che produce effetti morali e militari sulle truppe etiopi.

18 Ottobre. Incontro di De Bono con Lessona, ministro delle colonie, e il maresciallo Badoglio inviati da Mussolini in Eritrea per relazionare sull’atteggiamento di De Bono, considerato troppo cauto nel procedere all’avanzata.
Mussolini, infatti, spinge per l’occupazione rapida di Macallè-Tacazzè che, secondo i suoi ordini, deve avvenire il 3 novembre.

FRONTE SUD

Ottobre 1935. Graziani ordina subito massicci bombardamenti. Occupate alcune città tra cui Dolo, Dagnerei, Oddo.

10 Ottobre. Primo bombardamento chimico a Gorrahei, campo trincerato, il più importante sulla strada di Dagahbùr.

2-4-5 novembre. 18 aerei Caproni lanciano 189 quintali di esplosivo, mentre i caccia a volo radente sparano 13.730 colpi.
Tutta la zona pare arata dalle bombe: non c’è tratto che non sia sconvolto, … l’azione aerea è stata formidabile e le sue tracce lasciano facilmente immaginare quale sia stato il tormento degli abissini che, pazzi di terrore, non hanno più resistito e sono fuggiti col loro capo morente.” (Luigi Frusci generale in “In Somalia sul fronte meridionale” Cappelli 1936).
Il capo di cui si parla è il grasmac (comandante di zona) Afeuork che, sebbene ferito, si rifiuta di lasciare il comando e morirà prima di arrivare all’ospedale di Dagabhur.

11 novembre. Hamanlei attacco etiope. Quattro carri armati Fiat-Ansaldo vengono distrutti. Perdite italiane.
Graziani è costretto ad aspettare 5 mesi prima di riprendere l’offensiva nell’Ogaden.

FRONTE NORD

De Bono, spinto da Mussolini, riprende l’operazione di conquista di Macallè.
Non trovando resistenza la città viene occupata l’8 novembre. Ma con questa occupazione la situazione peggiora perché dopo settimane di marcia le armate abissine provenienti dalle regioni centrali sono giunte a contatto con gli avamposti nemici.

18 novembre. Gli aerei italiani scoprono il concentramento di reparti nemici (formato dall’armata del ras Cassia, da quella del ras Sejum) e lo bombardano con 45 quintali di esplosivo.
Gli abissini reagiscono all’offesa aerea e sanno disperdersi in tempo per evitare gravi perdite.

11 novembre. Mussolini spinge De Bono a marciare su Amba Lagi, ma, di fronte alle perplessità di De Bono, acconsente ad una “ragionevole sosta a Macallè“.

14 novembre. Mussolini comunica a De Bono che ha nominato come suo successore Badoglio.

28 novembre. Arriva Badoglio.
Con Badoglio la guerra muta carattere diventando guerra di distruzione.
Verranno colpite le città, gli accampamenti, le strade, gli ospedali. Saranno impiegati per la prima volta i gas asfissianti e l’iprite
.

A dicembre inizia la controffensiva etiopica: le tre armate etiopiche si stanno avvicinando a quelle armate italiane.
A sud dell’Amba Aradan si trova l’armata del ras Mulughietà, quella del ras Cassa si avvia verso il Tembien, mentre quella del ras Immirù ha le sue avanguardie nel Tacazzè.

4 dicembre. Vengono lanciati 45 quintali di bombe sulle colonne di ras Immirù per rallentarne l’avanzata.

6 dicembre. 76 quintali di esplosivo distruggono la cittadina di Dessiè e le tende della Croce Rossa. Nonostante ciò gli abissini hanno imparato a camuffarsi e disperdersi e a metà dicembre sono a contatto con gli italiani su tutto il fronte.

14-15 dicembre. Le avanguardie di ras Immirù attraversano il fiume Tacazzè. Un altro contingente punta al passo di Dembeguinà dove passa l’unica via di comunicazione con le linee nemiche con lo scopo di tagliare la ritirata agli italiani.

La sconfitta di Dembeguinà apre a ras Immirù lo Scirè, mentre il ras Cassia invadendo il Tembiem, minaccia Macallè.

Di fronte a questa delicata situazione Badoglio decide di iniziare la guerra chimica, non solo per fermare l’avanzata delle truppe ma per terrorizzare le popolazioni.

Dal 22 dicembre al 18 gennaio vengono lanciati sul fronte nord duemila quintali di bombe, per una parte rilevante caricate a gas tra cui l’iprite (solfuro di etile biclorurato), che provoca la necrosi del protoplasma cellulare ed è sicuramente mortale.

Testimonianze
Hailè Selassiè dinanzi all’assemblea ginevrina il 30 giugno 1936: “fu all’epoca di accerchiamento di Macallè che il comando italiano, temendo una disfatta, applicò il procedimento che ho il dovere di denunciare al mondo. Dei diffusori furono istallati a bordo degli aerei in modo da vaporizzare, su vaste distese di territorio, una sottile pioggia micidiale. A gruppi di nove, di quindici, di diciotto, gli aerei si succedevano in modo che la nebbia emessa da ciascuno formasse una coltre continua. Fu così che, a partire dalla fine di gennaio 1936, i soldati, le donne, i bambini, il bestiame, i fiumi, i laghi, i pascoli, furono di continuo spruzzati con questa pioggia mortale. Per uccidere sistematicamente gli esseri viventi, per avvelenare con certezza le acque e i pascoli, il comando italiano fece passare e ripassare gli aerei. Questo fu il suo principale metodo di guerra.

Dottor Schuppler, responsabile dell’ambulanza n.3, in un rapporto al ministro degli Esteri etiopico: “Ho l’onore di portare a vostra conoscenza che il 14 gennaio 1936, per la prima volta, delle bombe a gas sono state impiegate dagli aviatori italiani. Queste bombe hanno ucciso 20 contadini e io ho curato 15 casi di persone colpite dal bombardamento a gas tra cui 2 bambini. Le ustioni sono state provocate dall’iprite, usata a sud del passo di Alagi“.

Dottor Melly, responsabile di una delle ambulanze inglesi: “Tra il 7 e il 22 marzo allorché questa ambulanza si trovava nella regione dell’Ascianghi, curammo dai due ai trecento casi di ustioni da iprite. La maggior parte dei gasati era rimasta momentaneamente accecata. Un gran numero di ustioni presentava un carattere particolarmente grave, terribile.”

M. Junod, delegato Croce Rossa Internazionale, testimonia sul bombardamento all’iprite sull’aereoporto di Quorum.

FRONTE SUD

Contemporaneamente all’avanzata del ras Immirù a nord, il ras Destà giunge a contatto con le difese italiane del campo di Dolo.
Graziani decide di utilizzare in modo massiccio l’aviazione, ottenendo da Mussolini libertà d’azione per l’uso dei gas asfissianti.
Su Neghelli, base di rifornimento per gli etiopi, rovescia 177 quintali di esplosivo e di gas.
Testimonianza di ras Destà all’imperatore: “Dal 17 dicembre gli italiani gettano anche bombe a gas, le quali piovono come la grandine… Le lesioni, anche leggere, prodotte da tale gas gonfiano sempre più sino a diventare, per infezioni delle grandi piaghe“.

30 dicembre. Graziani ordina un bombardamento nella zona di Gogorù per colpire lo stato maggiore del ras Destà. Vengono lanciati da tre Caproni 3.134 chilogrammi di esplosivo.
Molte bombe colpiscono le tende e gli automezzi di un ospedale da campo svedese con i contrassegni della Croce Rossa provocando morti e feriti.
La notizia fa il giro del mondo.

La controffensiva di Graziani inizia il 12 gennaio nella battaglia del Ganale Doria che vede il lancio di 1.700 chilogrammi di gas asfissianti e vescicanti sulle popolazioni abissine e l’inizio del disfacimento dell’armata etiope; prosegue con la conquista di Neghelli (20 gennaio) su cui vengono lanciati ben 1.250 quintali di esplosivo. Le armate del ras Destà, bombardate e irrorate di iprite, tentano di raggiungere il Kenya, ma verranno annientate nel cosiddetto “vallone della morte”.

FRONTE NORD

La battaglia dell’Endertà.

Badoglio decide di prevenire l’avversario e dal 19 gennaio inizia la battaglia del Tembien.

23 gennaio. Ras Cassia telegrafa all’imperatore per invitarlo a protestare presso la Società delle Nazioni per l’uso di iprite da parte italiana. La battaglia si conclude il 24 e con essa la controffensiva etiopica.
Hailè Selassiè che aveva il suo quartiere generale a Dessiè decide di cambiare strategia e di andare incontro ai nemici avanzando verso Quoram. Secondo il negus questa scelta fu dovuta anche all’uso degli aggressivi chimici da parte italiana.

10 febbraio. Badoglio inizia l’offensiva sull’Amba Aradan durante la quale vengono sparate molte granate caricate con arsine.
Sull’Amba Aradan vengono catturati due europei al servizio del negus, il medico polacco Belau e il suo assistente che verranno torturati perché ritrattino la dichiarazione inviata alla SdN, che denunciavano il bombardamento indiscriminato di Dessiè.

17-18-19 febbraio. Tutti gli aerei disponibili del fronte nord inseguono l’avversario in rotta, lasciando cadere in una sola giornata 730 quintali di esplosivo. “I piloti sembravano scatenati. Si era data libertà di volo e di azione chi faceva prima a rifornirsi partiva, era una gara continua … Non c’era bisogno di abbassarsi troppo: ogni spezzone piombava in mezzo a loro seminando la morte. Era una bella lezione per quelle teste dure” (testimonianza di Vittorio Mussolini in Voli sulle ambe). Il ras Mulughietà viene ucciso mentre le armate del ras Cassa e del ras Sejum sono avvolti nella manovra a tenaglia di Badoglio.

Febbraio/marzo. Seconda battaglia del Tembien. L’aviazione scaricherà 1.950 quintali di esplosivo. Con una manovra di accerchiamento gli italiani riescono ad annientare le armate abissinie in ritirata che vengono decimate dall’aviazione.
I gruppi marciavano in pieno disordine ma l’obbligatorietà del percorso lungo la pista, la strettezza dei guadi, i binari delle pareti dei burroni, contribuivano inevitabilmente a tenerli addensati in colonna. Anche da mille metri era facile scorgerli. Poi si piombava, il veicolo imboccava il corridoio delle anguste valli, ne obbediva lo zig zag. Seminava intanto, sobbalzando agli schianti, il suo carico mortale”. (Pavolini “Corriere della sera “, 3/3/1936.)

28 febbraio. Viene occupata Amba Alagi.

29 febbraio. Mentre è in corso la seconda battaglia del Tembien, Badoglio attacca l’ultima armata etiopica del fronte nord, quella del ras Immirù nella battaglia dello Scirè. Per fiaccare il nemico Badoglio, come di consueto, all’impiego dei caccia e degli aerei da bombardamento.

2 marzo. Verranno usati per la prima volta i lanciafiamme.

3-4 marzo. Badoglio, vistosi fuggire il grosso dell’esercito del ras Immirù verso i guadi del Tacazzè, ordina all’aviazione di proseguire da sola la battaglia.
Verranno lanciati 636 quintali di esplosivo e di iprite. Lo stesso Badoglio racconta che per rendere più completa la distruzione vengono lanciate piccole bombe incendiarie che trasformano in un solo rogo i fianchi boschivi della valle del Tacazzè rendendo tragica la situazione del nemico in fuga. I piloti che scendono a volo radente per mitragliare i superstiti rilevano notevoli masse nemiche abbattute e grande quantità di uomini e di quadrupedi trasportati dalla corrente.
Intanto il ras Immirù viene inseguito a sud del Tacazzè e i ras Cassa e Sejum si ritirano su Quorum.

19 marzo. Il negus Hailè Selassiè, raggiunto nel suo quartier generale a Quorum, dal ras Cassa e dal ras Sejum, decide di avanzare verso gli italiani e di dare battaglia nel loro campo a Mau Ceu prima che arrivino forze più numerose.
Badoglio, che ancora non sa della decisione del negus, così scrive a Lessona in un telegramma del 12/3/36: “Se il nemico invece di accettare battaglia nei pressi di Quorum mi fa uno sbalzo indietro di cento chilometri, portandosi a Dessì, sono fritto. Allora non rimane che il mio vecchio progetto. Mettere in azione tutta l’aviazione e cominciare da Addis Abeba a tutti i centri importanti. Tabula rasa. Sono convinto che in una settimana metteremmo l’Abissinia in ginocchio“.

21 marzo. Badoglio apprenderà la decisione del negus e si preparerà alla battaglia di Mau Ceu.

29 marzo. Mussolini rinnova a Badoglio l’autorizzazione ad usare gas di qualunque specie (tel n.3652).

30 marzo. La battaglia durerà 13 ore durante la quale gli aerei italiani lanceranno 335 quintali di esplosivo e sparano 6.200 colpi di mitragliatrice.

1 aprile. Hailè Selassiè ordina agli uomini rimasti di ripiegare sulla pianura del lago Ascianghi dove verranno inseguiti e bombardati senza tregua.

4 aprile. Gli scampati alla battaglia di Mau Ceu verranno bombardati con 700 quintali di bombe, molte caricate ad iprite. “Per gli aviatori italiani non era più guerra era un gioco. Quale era il rischio nel mitragliare dei cadaveri e dei morenti i cui occhi erano bruciati dai gas?” ( testimonianza di Hailè Selassiè).
Il giornalista Cesco Tomaselli racconta: “Le bombe esplodono nel fitto degli uomini che arrancano curvi, tenendo le mani sulla testa come si fa quando si è colti da una grandinata sui campi.”

Molti moriranno per aver bevuto l’acqua contaminata dai gas tossici del lago dell’Endà Agafarì.
È Hailè Selassiè che racconta l’atroce visione e sottolinea come “sarebbe stato necessario fissare questa immagine per poterla presentare al mondo e distruggere per sempre nel cuore degli uomini i propositi di guerra“.

FRONTE SUD

L’avanzata di Badoglio preoccupa Graziani di restare escluso dal successo finale; così, non potendo ancora iniziare l’azione di terra, comunica che inizierà la sua offensiva aerea su Harar: “Ho ordinato che oggi 30 aerei da bombardamento distruggano Giggiga… dopo la distruzione di Giggiga distruggerò Harar” (Graziani a Badoglio e Mussolini 2/3/36).

22-23-24 marzo. 56 apparecchi lanciano 240 quintali di esplosivo.

29 marzo. Bombardata Harar, già dichiarata città aperta, e i cui obiettivi di importanza militare sono insignificanti. Sulla città verranno lanciati 120 quintali di esplosivo.
Un inviato del Corriere della sera, Mario Massai, che è a bordo di uno degli aerei scrive: “Per quaranta minuti sono sbocciati sui bersagli, nella massa del colore ocra delle casette di Harar, mostruosi funghi grigio-scuri per le esplosioni delle bombe di grosso calibro e sono sprizzate le lingue di fuoco degli incendi. La popolazione, che fin dal primo avvistamento si era rovesciata in torrenti umani per le strette vie verso l’esterno della città, ha assistito certo terrorizzata all’impressionante attacco aereo“.

Già il 3 marzo Graziani, nella Memoria segreta operativa per l’azione su Harar, tra le condizioni per la riuscita della azione, poneva il “libero uso di bombe e proiettili a liquidi speciali per infliggere al nemico le massime perdite e soprattutto per produrne il completo collasso morale“.

9 aprile. Graziani telegrafa a Lessona (sottosegretario alle colonie) per informarlo del bombardamento a iprite del giorno precedente a Bullalèh, Sassabanèh, Dagahbùr, Daagamedò, Segàg, Bircùt.
Due giorni dopo Mussolini telegrafa a Graziani ordinandogli di non fare uso di gas, ma dopo pochi giorni revoca l’ordine.

15 aprile. Graziani dà inizio all’offensiva su Harar.
Dopo aver gasato e bombardato per un mese la difesa etiope, Graziani inizia l’attacco da terra.
Il vescovo cattolico di Harar scrive ai suoi superiori in Francia: “Il bombardamento che gli italiani hanno fatto contro la città è un atto barbaro che merita la maledizione del Cielo“.

La battaglia dell’Ogaden si concluderà con la conquista delle città precedentemente bombardate.

FRONTE NORD

26 aprile. Badoglio inizia la marcia verso Addis Abeba.

2 maggio. Hailè Selassiè lascia l’Etiopia per raggiungere l’Europa.
La notizia provocherà gravi disordini e saccheggi ad Addis Abeba. La maggior parte dei seimila stranieri si rifugia nelle legazioni. Fonti italiane parlano di 600 morti.
Il cronista G.Steer sciverà: “Di quelli che ho visto morti o morenti, non ce n’è uno solo il cui sangue non ricada sulla testa di Mussolini“.
Si sa, infatti, che l’occupazione di Addis Abeba poteva avvenire la notte del 2 maggio e che il rinvio di tre giorni è da ricollegarsi al desiderio di sfruttare la tragedia in funzione antietiopica, perché fornisce l’occasione di presentare il popolo etiope semibarbaro e incapace di gestirsi da solo.

3 Maggio. Badoglio riceve un telegramma da Mussolini: “Occupata Addis Abeba V.E darà ordine perché: 1) siano fucilati sommariamente tutti coloro che in città o dintorni siano sorpresi con le armi alla mano, 2) siano fucilati sommariamente tutti i giovani etiopi, barbari, crudeli, pretenziosi, autori motali dei saccheggi, 3) siano fucilati quanti abbiano partecipato a violenze, saccheggi, incendi 4) siano sommariamente fucilati quanti, trascorse 24 ore, non abbiano consegnato armi da fuoco e munizioni.“(tel n. 5007)

5 maggio. Badoglio entra in Addis Abeba.

Steer scrive: “Gli italiani istituirono immediatamente la pena di morte per due reati: il primo riguardava la partecipazione al saccheggio, il secondo il possesso di armi… Ottantacinque etiopi, accusati di saccheggio, furono giudicati e condannati a morte da una corte sommaria. Ma le fucilazioni eseguite dai carabinieri sul posto furono molte di più, ed esse vennero fatte senza alcuna parvenza di processo. Se oggetti che essi ritenevano rubati venivano scoperti in un tucul, il proprietario era immediatamente ucciso. Inquirenti francesi hanno calcolato che almeno 1.500 sono stati liquidati in questo modo“.

FRONTE SUD

9 maggio. Graziani incontrerà Badoglio alla stazione di Dire Daua. Con la stretta di mano tra i due e l’incontro tra le armate italiane del nord quelle del sud, si conclude ufficialmente la guerra.

26 maggio. Badoglio lascia definitivamente l’Africa.
Graziani diventa vicerè, governatore generale e comandante superiore delle truppe.

Preso da: http://www.criminidiguerra.it/campagnaetiopia.shtml

La repressione dell’esercito italiano durante la nuova occupazione della Libia

1911 Trattato di Losanna: a conclusione della guerra italo/turca, la Libia restava sotto l’autorità formale della Turchia che demandava alla amministrazione italiana la sua autorità sulla fascia costiera tra Zuara e Tobruk.

1913 influenza italiana estesa a tutto il Gebel tripolino con la scusa di prevenire possibili rivolte.

1914 la resistenza libica costringe gli italiani a ripiegare sulla costa.

1921 discreto stato di pacificazione creato il governatorato di Tripolitania (Volpi)

1927 governatorato di Cirenaica (governatore Teruzzi)

1929 Badoglio governatore unico delle province di Tripolitania e Cirenaica. Attacchi di capi senussiti guidati da Omar el Muktar, simbolo della resistenza cirenaica, nei confronti delle nostre truppe.

1930 Graziani vice governatore a Bengasi. Repressione violentissima (deportazioni, esecuzioni, confino). Viene rioccupato l’entroterra tra Bengasi e Tobruk. Viene costruito un reticolato di 270 km da Giarba a Giarabub atto a impedire che dall’Egitto arrivassero rifornimenti di armi, munizioni e cibo ai ribelli senussiti.

1931 occupata l’oasi di Cufra. Omar el-Muktar viene catturato e impiccato nel campo di concentramento di Soluch dopo un processo sommario che non tiene conto dell’età del prigioniero (73 anni) e del fatto che dovrebbe essere considerato prigioniero di guerra e non traditore visto che non ha mai percepito stipendi dal governo italiano.Ciò rappresentò il colpo di grazia della resistenza senussita. Ancora oggi la visione del film “Il leone del deserto”, del regista siriano Mustafà Accad che narra le vicende di Omar dal punto di vista arabo, è vietato per censura ministeriale.

1934 Badoglio proclama che “la ribellione araba in Cirenaica è stroncata”.
Lo stesso Graziani parla di 1641 mugiahidin caduti tra il marzo 1930 e il dicembre del 1931.

Gli aspetti della repressione

Un aspetto della repressione sia in Tripolitania che in Cirenaica fu rappresentato dai tribunali militari speciali. I processi avvenivano spesso all’aperto in pubblico per confutare le notizie di esecuzioni sommarie. Gli imputati indigeni venivano il più delle volte condannati a morte e le sentenze immediatamente eseguite. Le accuse più diffuse erano quelle relative all’aiuto dato ai ribelli.
A questo proposito Graziani scrive: “Non appena giunge la segnalazione di un arresto in flagranza di reato, il tribunale parte e la Giustizia scende dal cielo. E questo è diventato così nornale che quando un aeroplano giunge nel luogo dove è stato commesso un reato si sente mormorare negli accampamenti la parola tribunale” (in Graziani Cirenaica pacificata pag. 139).

1930 Deportazioni delle tribù che abitavano il Gebel cirenaico (chiamato anche Montagna verde per il clima abbastanza temperato e ventilato e perché luogo con sorgenti d’acqua) e chiusura delle zavie (centri polivalenti senussiti).
Il motivo delle deportazioni era da ricollegarsi alla ripopolazione del Gebel da parte di coloni italiani.Esodo biblico durato 20 settimane. Delle 100.000 persone ne arrivarono 85.000 (relazione del generale Cicconetti al generale Graziani). Anche i capi di bestiame furono falcidiati dalla sete, dalla mancanza di foraggio e dalla aviazione che li mitragliò a volo radente lungo tutto il Gebel per evitare di lasciarli alle bande locali.
Vari episodi di crudeltà tra i quali ricordiamo l’abbandono di 35 indigeni, tra cui donne e bambini, nel deserto privi di acqua a causa di una rissa scoppiata tra loro; altri morti in seguito a fustigazioni, altri ancora morti di sete o per la fatica.Per evitare la sopravvivenza di bande furono avvelenate le “guelte”, pozze d’acqua dove si abbeveravano gli animali, i pozzi d’acqua delle varie tribù, incendiati campi e raccolto (cfr Ottolenghi,op. cit pag 62 e seg).

Badoglio in una lettera a Graziani del 20/6/1930 giustificò le deportazioni perché”occorre creare un distacco territoriale tra le formazioni ribelli e le popolazioni sottomesse onde impedire alle seconde di sostentare le prime…. urge far refluire in uno spazio ristretto lontano dalle loro terre originarie, tutta la popolazione sottomessa, in modo che vi sia uno spazio di assoluto rispetto tra essa e i ribelli”.

In questo modo Graziani cerca di giustificare le deportazioni: “… lasciare le popolazioni nei loro territori di origine e dare ampia libertà di azione alle truppe per scovare e annientare i ribelli ovunque si trovassero. Non mi sfuggivano le tragiche conseguenze cui avrebbe condotto questo metodo perché conoscendo a fondo l’ignoranza delle popolazioni beduine, e l’opera su di essa compiuta dalla propaganda senussita, ritenevo che esse sarebbero state indotte a persistere nell’errore e a continuare a rifornire le masse armate di viveri, uomini, armi, donde sarebbe derivato lo sterminio pressoché totale delle popolazioni beduine della Cirenaica …
La seconda via era quella di mettere le popolazioni in grado di non aver contatto con i ribelli ossia supplire con un intervento coattivo del Governo alla loro ignoranza e deficiente responsabilità risparmiandole agli orrori della guerra … sarebbe stato meglio far sopportare a questa i disagi e le ristrettezze del concentramento … anziché esporle allo sterminio. Questo spirito umanitario divenne oggetto di campagna diffamatrice nei confronti dell’Italia accusata di vilipendio e di offesa alla religione perchè abbatteva i suoi templi, di atrocità e di ogni genere e perfino del getto dell’alto degli aereoplani di gente musulmana! Nulla di più spudorato … Oggi quelle popolazioni a rischio sterminio sono avviate a raggiungere quel livello di vita civile ed economica che ingentilirà i loro costumi nobiliterà i loro cuori e costituirà il primo fattore della loro felicità. Marsa el Brega, Agheila, Sidi hamed el Magrum oggi hanno l’aspetto di piccoli villaggi”.
(Graziani in Cirenaica pacificata pag. 304)

Il 31 luglio 1930 l’oasi di Taizerbo viene bombardata con bombe all’iprite.

Cufra, città santa per gli islamici perché sede della Senussia (confraternita sunnita), considerata da Graziani “centro di raccolta di tutto il fuoriuscitismo libico“.
Il 26 agosto Cufra è bombardata e i ribelli inseguiti, verso il confine con l’Egitto. Graziani parla di 100 uccisi, 14 passati per le armi e 250 prigionieri tra cui donne e bambini. Il bilancio complessivo è molto più alto.Testimonianza del pilota V. Biano (in Del Boca Gli italiani in Libia).
Partiti all’alba … gli apparecchi riconoscono sul terreno le piste dei ribelli in fuga e le seguono finchè giungono sopra gli uomini; le bombe hanno scarso effetto perchè il bersaglio è diluito ma le mitragliatrici fanno sempre buona caccia; mirano ad un uomo e lo fermano per sempre, puntano un gruppo di cammelli e lo abbattono… il gioco continua per tutta la giornata … le carovaniere della speranza diventano un cimitero di morti.

Il 20 Gennaio 1931 Cufra è occupata; seguirono tre giorni di saccheggi e violenze di ogni tipo fatti dai nostri soldati col tacito assenso dei superiori.

17 capi senussiti impiccati

35 indigeni evirati e lasciati morire dissanguati

50 donne stuprate

50 fucilazioni

40 esecuzioni con accette, baionette, sciabole.

Atrocità e torture impressionanti: a donne incinte squartato il ventre e i feti infilzati, giovani indigene violentate e sodomizzate (ad alcune infisse candele di sego in vagina e nel retto) teste e testicoli mozzati e portati in giro come trofei; torture anche su bambini (3 immersi in calderoni di acqua bollente) e vecchi (ad alcuni estirpati unghie e occhi) (Ottolenghi op. cit.pag 60 e seg.).

Grande impressione nel mondo islamico. La “Nation Arabe” scrive: “Noi chiediamo ai signori italiani… i quali ora si gloriano di aver catturato cento donne e bambini appartenenti alle poche centinaia di abitanti male armati di Cufra che hanno resistito alla colonna occupante Che cosa c’entra tutto ciò con la civiltà?”

Il giornale di Gerusalemme “Al Jamia el Arabia” pubblica , il 28 aprile 1931, un manifesto in cui tra l’altro si ricordano “alcune di quelle atrocità che fanno rabbrividire: da quando gli italiani hanno assalito quel paese disgraziato, non hanno cessato di usare ogni sorta di castigo … senza avere pietà dei bambini, nè dei vecchi …“.
Graziani, che riporta il testo in Cirenaica pacificata, lo definisce “infarcito di menzogne tali che non so se muovano più il riso o lo sdegno“.

1933 Balbo sostituisce Badoglio restando in carica sino al 1940.

L’impiego dei gas e delle armi chimiche

Gli aggressivi chimici furono impiegati per la prima volta nella prima guerra mondiale da Germania, Austria-Ungheria, Italia, Gran Bretagna e Russia.
Il 17 giugno 1925 viene firmato da 25 Stati aderenti alla Società delle Nazioni un trattato internazionale che proibiva l’utilizzo di armi chimiche e batteriologiche.
Il trattato fu ratificato dall’Italia il 3 aprile 1928.

Tra il 1923 e il 1931 l’aviazione italiana impiegò fosgene e iprite

 

ANNI LUOGO FONTI CARATTERISTICHE RISULTATI
1924/26 Tripolitania: accampamenti, uadi (letti asciutti di antichi corsi d’acqua) Relazione Mombelli (generale)1 politica della terra bruciata e del terrore bombardate 150 tende coniche, numeroso bestiame nuclei armati intenti a lavori di semina
6/1/1928 Gifa: oasi a sud di Nufilia (Tripolitania) su popolazioni Mogarba Operazioni 29° parallelo per unificare Tripolitania e Cirenaica
(Relazione generale Cicconetti2 a De Bono AUSSME)
10 bombe da 21 kg al fosgene da 3 aerei Caproni 111
4/2/28 Relazione De Bono sugli “esiti bombardamenti in Tripolitania”3 3 tonnellate bombe esplosive e all’iprite 36 indigeni e 960 capi di bestiame
12/2/1928 Hon Uaddan Diario De Bono Bombe al fosgene
19/2/1928 Cirenaica 15 km sud-est dello uadi Engar(Gebel) Relazione governatore Teruzzi4 8 quintali di iprite 42 individui centinaia di capi di bestiame uccisi
Marzo 1929 Zeefran Heleighima Relazione Teruzzi5 Bombe a gas 300 cammelli numerosi pastori
31/7/1930 Oasi Taizerbo Autorizzazione Badoglio (Relazione ten. col. R.Lodi al gen. Siciliani6. Graziani7. 24 bombe da 21 kg a iprite da 4 aerei Romeo 12 bombe da 12 kg e 320 da 2 kg con esplosivo convenzionale Distruzione bestiame e di numerosi ribelli

1Relazione Mombelli: Caproni esplorò regione Uadi el Faregh…avvistò e bombardò grosso attendamento circa 150 tende coniche e rettangolari.Bombardò regione Saunno con esito visibilmente efficace settantina tende e numeroso bestiame al pascolo.Bombardò ripetutamente accampamento due chilometri est Garbagniha … nonchè … nuclei armati intenti lavori semina.“.

2A prova della terribile efficacia dei bombardamenti sta il fatto che basta ormai l’apparizione dei nostri apparecchi perché grossi aggregati spariscano allontanandosi sempre più“.

3Relazione De Bono al ministro delle colonie: 263 Op.UG/Segreto: Stamane come stabilito quattro Ca 73 e tre Ro hanno bombardato Gife con evidente distruzione. I quattro Ca 73 sonosi spinti circa settanta chilometri sud Nufilia bombardando anche a gas circa quattrocento tende….“.

4Relazione Teruzzi: Gebel. Ieri undici, aviazione Mechili bombardato efficacemente noto accampamento con bestiame pascolante …. Risulta da fonte attendibile che recenti bombardamenti eseguiti da aviazione abbiano causato ai ribelli quarantina persone uccise altrettanti feriti e sessantina cammelli abbattuti…“.

5Relazione Teruzzi: Sembra che nello Zeefran i ribelli abbiano abbandonato quaranta tende …. in seguito ripetuti bombardamenti a gas“.

6Telegramma Badoglio a Siciliani e De Bono “Si ricordi che per Omar el Muchtar occorrono due cose: primo ottimo servizio informazioni, secondo, una buona sorpresa con aviazione e bombe a iprite….“.

7Graziani in Cirenaica pacificata a proposito del bombardamento dell’oasi di Taizerbo scrive “Fu effettuato il bombardamento con circa una tonnellata di esplosivo … Un indigeno, facente parte di un nucleo di razziatori, catturato pochi giorni dopo il bombardamento, asserì che le perdite subite dalla popolazione erano state sensibili, e più grande ancora il panico.”

Preso da: http://www.criminidiguerra.it/repressionelibia.shtml

CI SONO LE PROVE: IL GOVERNO DEGLI STATI UNITI E’ L’ORGANIZZAZIONE CRIMINALE PEGGIORE DELLA STORIA DELL’UMANITA’

Postato il Lunedì, 18 gennaio @ 23:10:00 GMT di davide

Fiore
DI PAUL CRAIG ROBERTS
paulcraigroberts.org

Unico tra le Nazioni della terra, il governo americano insiste che le proprie leggi e i propri dettami abbiano la precedenza sulla sovranità delle altre Nazioni. Washington sostiene il potere dei tribunali degli Stati Uniti nei confronti dei cittadini stranieri e rivendica la giurisdizione extraterritoriale dei tribunali USA su attività estere che Washington o gruppi di interesse americani non approvano. Forse la peggiore dimostrazione dello sprezzo che Washington prova per la sovranità degli altri Paesi è l’aver dimostrato il potere degli USA su cittadini stranieri basato esclusivamente su accuse infondate di terrorismo.
Vediamo alcuni esempi.

Washington prima costrinse il governo svizzero a violare le proprie leggi bancarie, poi costrinse la Svizzera ad abrogare le proprie leggi sul segreto bancario. Si presume che la Svizzera sia un paese democratico, ma le leggi di quel Paese sono decise a Washington da persone non elette dal popolo svizzero.
Consideriamo lo “scandalo del calcio” che Washington si è inventato, a quanto pare, allo scopo di imbarazzare la Russia. La sede del calcio internazionale è la Svizzera, ma questo non ha impedito a Washington di inviare agenti dell’FBI in Svizzera ad arrestare cittadini svizzeri. Provate ad immaginare la Svizzera che manda i propri agenti federali negli Stati Uniti ad arrestare cittadini americani.
Si consideri poi la multa di 9 miliardi di dollari che Washington ha appioppato ad una banca francese per non aver ottemperato pienamente alle sanzioni USA contro l’Iran. Questa asserzione del controllo di Washington su un istituto finanziario estero è ancor più incredibilmente illegale in considerazione del fatto che le sanzioni imposte all’Iran da parte di Washington con la richiesta che altri paesi sovrani vi aderiscano, sono esse stesse totalmente illegali. Infatti, questo è un caso di triplice illegalità, dato che le sanzioni sono state imposte sulla base di accuse inventate e menzognere.
Oppure quando Washington impose la sua autorità facendo pressione sul contratto tra un costruttore navale francese ed il governo russo, costringendo la società francese a violare il contratto con perdite di miliardi di dollari per la società stessa e di un gran numero di posti di lavoro per l’economia francese. Solo perché Washington voleva dare ai russi una lezione per non aver seguito i suoi ordini in Crimea.
Provate ad immaginare un mondo in cui ogni paese imponga l’extraterritorialità delle proprie leggi. Il pianeta sarebbe nel caos permanente con il PIL mondiale speso in battaglie legali e militari.
I neocon di Washington sostengono che siccome la storia ha scelto l’America per esercitare la sua egemonia sul mondo, nessun’altra legge conta. Conta solamente la volontà di Washington. La legge stessa non è più necessaria, in quanto Washington sovente sostituisce degli ordini alla legge, come quando Richard Armitage, vice segretario di Stato (non eletto) intimò al presidente del Pakistan di fare come gli veniva ordinato, oppure “vi faremo tornare all’età della pietra a suon di bombe”. (http://news.bbc.co.uk/2/hi/south_asia/5369198.stm)
Provate a immaginare i presidenti della Russia o della Cina dare un tale ordine ad una nazione sovrana.
Infatti, l’America ha bombardato vaste aree del Pakistan, uccidendo migliaia di donne, bambini e anziani. La giustificazione di Washington era di ribadire la extraterritorialità di azioni militari statunitensi anche in paesi con cui l’America non è in guerra.
Per quanto tutto ciò sia orrendo, il peggiore dei crimini perpetrati da Washington contro gli altri popoli è quello di rapirne i cittadini per consegnarli a Guantanamo, a Cuba, o per rinchiuderli in celle segrete in stati criminali come l’Egitto e la Polonia, dove vengono seviziati e torturati in violazione sia delle leggi degli Stati Uniti che del diritto internazionale. Questi crimini aberrranti dimostrano al di là di ogni dubbio che il governo degli Stati Uniti è la peggiore impresa criminale che sia mai esistita sulla terra.
Quando il regime criminale neoconservatore di George W. Bush lanciò la sua illegale invasione dell’Afghanistan, il regime criminale di Washington ebbe un disperato bisogno di “terroristi”, per poter fornire una giustificazione all’invasione illegale che costituiva un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Però non c’erano terroristi, così Washington fece volantinaggio sui territori dei signori della guerra offrendo migliaia di dollari di taglia per “terroristi”. I signori della guerra locali colsero l’occasione e catturarono ogni persona non protetta per rivenderla agli americani intascando così il premio.
L’unica prova che i cosiddetti “terroristi” erano tali era data dal fatto che persone innocenti furono vendute dai signori della guerra agli americani con l’etichetta di “terroristi”.
Pochi giorni fa Fayez Mohammed Ahmed Al-Kandari è stato rilasciato dopo 14 anni di torture da “Libertà e Democrazia in America”. L’ufficiale militare degli Stati Uniti, il colonnello Barry Wingard, che ha rappresentato Al-Kandari, ha detto che “non c’è altra prova contro di lui se non che è un musulmano in Afghanistan al momento sbagliato, a parte le dichiarazioni per doppio e triplo sentito dire, cose che non ho mai visto come potessero giustificarne l’incarcerazione”. C’era anche molto meno motivo, ha ribadito il colonnello Wingard, di torturarlo per così tanti anni nel tentativo di forzare una confessione per presunti reati.
Non aspettatevi che i prostituiti media occidentali riportino questi fatti. Per scoprirlo, si deve andare su RT  https://www.rt.com/usa/328329-kuwaiti-detainee-guantanamo-transfer/ oppure su Stephen Lendman http://sjlendman.blogspot.com oppure leggerli sul nostro sito.
I “presstitute” media occidentali fanno parte dell’operazione criminale di Washington.

Paul Craig Roberts
Fonte: http://www.paulcraigroberts.org
Link: http://www.paulcraigroberts.org/2016/01/09/the-proof-is-in-the-us-government-is-the-most-complete-criminal-organization-in-human-history-paul-craig-roberts/
9.01.2016

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da DA GIANNI ELLENA

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=16127

Venezuela sotto attacco, non possiamo restare a guardare.

15 febbraio 2018
venezuela abranlapuerta

di Geraldina Colotti* – Editoriale Radio Revolucion

da lantidiplomatico.it

In quasi vent’anni di esistenza, il processo bolivariano ha subito ogni genere di attacchi: una guerra di debole intensità che ha avuto un picco nel golpe contro Chavez del 2002 e un’escalation dagli esiti incerti nel corso degli ultimi 5 anni: gli anni seguiti alla morte di Chavez e all’elezione di Maduro, risultata insopportabile per quei poteri forti intenzionati ad approfittare della congiuntura a loro favorevole e dell’arrivo di Trump al governo.

Per far cadere Maduro, l’imperialismo ha messo in campo strategie di vario tipo, tese ad acuire le contraddizioni, gli errori e le debolezze di un laboratorio di ideali e speranze che ha controbilanciato fortemente le mire espansionistiche del complesso militare-industriale, motore del sistema capitalistico mondiale.

Una sfida insopportabile per il gendarme nordamericano in crisi di egemonia, bisognoso di rilanciare il proprio ruolo in un continente ricco di risorse su cui conta di nuovo di rimettere le mani. Il Venezuela sovrano e indipendente, il Venezuela che guarda a sud e commercia con Cina e Russia, è un ostacolo da abbattere.

Dopo averlo minato dall’interno, dopo averne demolito la credibilità politica con ogni mezzo, adesso è venuto il momento della resa dei conti. I cani latrano da ogni parte, la Quinta colonna agisce dall’interno cercando di riportare il capitalismo, il Condor plana aspettando il suo momento.

Tutt’intorno, spettatori complici, dall’Europa a quell’America latina che si vede come “cagnolino simpatico” nel cortile di Trump. In questi anni, i grandi media hanno fatto a gara per negare l’entità del pericolo, facendosi beffe delle denunce pronunciate dal governo bolivariano, e a suo tempo illustrate proprio da quelli che, come l’ex ministro degli Interni Miguel Rodriguez Torres o la ex Fiscal General in fuga, Luisa Ortega, poi hanno deciso di pugnalare alle spalle il socialismo bolivariano.

Nessuno di questi tronfi “analisti” dice che il socialismo bolivariano si misura con i problemi storici che qualunque cambiamento strutturale ha dovuto e deve affrontare. Che nei periodi di più acuta lotta di classe, il popolo deve assumersi il costo da pagare per difendere la propria indipendenza, la propria dignità. Negare la realtà seppellendola sotto le comode verità di regime è l’arma principale della guerra mediatica, che si rafforza cancellando la storia delle classi subalterne e il prezzo pagato da chi ha voluto innalzare la bandiera del riscatto e della dignità. Negare aggressione e guerre mascherandole dietro un qualche intento “umanitario”, è il principale specchietto per le allodole. Che ancora funziona. Funziona anche dopo la distruzione dell’Iraq, della Libia, dopo l’attacco alla Siria. In Italia, le forze del cambiamento hanno interiorizzato la sconfitta. Per questo, una certa sinistra cerca di demolire il Venezuela, dove il popolo vuole vincere fidando ancora nel socialismo. Eppure, eppure, si può vincere ancora. Si può mettere in fuga la peste nera. “Divisi siamo gocce, uniti siamo tempesta”, ha gridato in questi giorni la “nostra piazza” sfilando contro il fascismo e contro chi gli ha spianato la strada.

Ma la lotta dev’essere globale.

Il partito della guerra adesso rivolge le sue grinfie “umanitarie” contro il Venezuela: nel silenzio complice di tante anime belle, pronte sparare a zero sulle scelte del governo bolivariano, ma non a garantire le condizioni affinché il popolo possa decidere del proprio destino in piena autonomia. Un silenzio ancora più colpevole in quanto, questa volta, l’imperialismo nasconde a malapena i suoi veri obiettivi.

Per la prima volta, gli Usa, che di solito organizzano i colpi di stato ma poi nascondono la mano, hanno ammesso pubblicamente che appoggeranno un golpe contro Maduro. Trump ha ricevuto l’aperto sostegno dei paesi vassalli, in America latina e in Europa. Nessuno di questi dispensatori di etica e di umanitarismo pare interrogarsi sull’ ”umanitarismo” di un’opposizione che chiede piombo e bombe nordamericane per la propria popolazione. Chi vorrebbe farsi governare da pagliacci simili? Di sicuro piacciono ai Rajoy, alle Mogherini e ai Tajani, esponenti di quelle destre europee altrettanto impresentabili di quelle venezuelane, di sicuro piacciono a quella sinistra che ne ha ormai abbracciato i programmi, che è pronta a reprimere i movimenti, mentre spalanca la porta ai fascisti.

Quanto vale la testa di Maduro? I finanzieri di Washington promettono finanziamenti miliardari se qualcuno lo spazza via. Anche se vincerà le elezioni, anzi proprio se vincerà le elezioni, continueranno a fargli la guerra. Ma intanto, se possono, cercano di fargli la festa subito.

Per questo, è partita una poderosa campagna denigratoria da parte della Commissione Interamericana dei Diritti umani (Cidh). Gli abusi veri commessi in Honduras, in Messico o in Guatemala vengono silenziati.

I presunti abusi che avrebbe commesso il governo bolivariano mirano invece a inabilitare Maduro per chiudergli gli spazi di negoziato a livello internazionale. Deve entrare in ballo la Corte Penale Internazionale.

La diplomazia di pace del Venezuela dev’essere ridotta a zero. Nei vertici internazionali, Maduro non deve più convincere che esiste un’alternativa per i paesi del sud, quella della pace con giustizia sociale, quella dell’integrazione regionale.

Un’analoga campagna sui “crimini” del socialismo cubano è ripartita contro Raul Castro e contro Cuba.

Il viaggio di Tillerson è servito a preparare la morsa, avvitata insieme a paesi come la Colombia, il Perù, l’Argentina, il Brasile che di “umanitario” nei confronti dei propri popoli hanno ben poco. Un’altra pedina di questa morsa risulta la Guyana, nelle cui acque contese con il Venezuela la Exxon Mobil di Tillerson la sta già facendo da padrona.

Il premio Nobel per la pace (la pace delle cannoniere), Manuel Santos, ha ricevuto nuovi finanziamenti milionari: in piena continuità con il mortifero Plan Colombia mascherato da “guerra al narcotraffico”, mentre guerriglieri e leader sociali continuano a morire . Sono i trenta denari elargiti a ricompensa del tradimento, compiuto dal gruppetto di vassalli che ha effettuato esercitazioni congiunte aperte agli Usa in Amazzonia. Esercitazioni per prevenire “ i disastri”, secondo gli Stati Uniti: per arrivare per primi in caso di “catastrofi umanitarie”. Come quella che si vuole costruire alla frontiera, azionando a questo fine il flusso di venezuelani che lasciano il paese.

Il governo bolivariano ha denunciato un tentativo di invasione degli Stati uniti dal confine con la Colombia. I movimenti di truppe e la presenza del capo del Comando Sur da quelle parti servono a prepararlo. Intanto, sono i ripartiti i tentativi di riattizzare dall’interno il modello Gene Sharp e delle “rivoluzioni colorate”. Gruppi (sparuti) di “studenti” sono ricomparsi in varie città del Venezuela. Una delle strade perseguite dagli Usa, è quella della “balcanizzazione” del Venezuela nelle zone fertili della mezzaluna per arrivare a una sorta di “secessione” negli stati del Zulia, del Tachira, del Merida, di Barinas e di Apure.

Nel bilancio del 2019, depositato questo lunedi, gli Stati uniti intendono destinare 9 milioni di dollari per “promuovere la democrazia, i diritti umani e la libertà” in Venezuela, attraverso il loro Dipartimento di Stato e l’Agenzia per lo sviluppo internazionale (Usaid). Un’altra parte dei fondi, pari a 10 milioni di dollari, sarà destinato alla “promozione della democrazia, dei diritti umani e della libertà” a Cuba.

Vogliono chiudere la porta al socialismo. Non possiamo restare a guardare. Dobbiamo scendere in piazza contro i governi europei.

*Riproposto su gentile concessione dell’Autrice

America Latina, Unione Europea e ingerenza

15 febbraio 2018

di João Pimenta Lopes, deputato europeo del PCP (GUE/NGL)

parlamentoeuda avante.pt
Traduzione di Marx21.it
La natura capitalista dell’Unione Europea, le sue ambizioni imperialiste, determinano le sue pretese di ingerenza in paesi terzi su scala globale. L’UE insiste per imporre la propria retorica moralista, per esercitare pressione, ricattare, sanzionare, aggredire paesi sovrani che affrontano i suoi interessi e sottometterli. L’America Latina è un tema ricorrente, nel contesto delle discussioni nel Parlamento Europeo (PE), in quanto cinghia di trasmissione delle potenze europee, non solo attraverso la discussione, ma anche attraverso l’omissione.

Nell’ultima sessione plenaria del PE si è tenuta una discussione sulla situazione in Colombia, dove la destra ha cercato di sferrare un attacco serrato alle forze progressiste, in particolare alle FARC, l’unica parte firmante l’Accordo di Pace impegnata nella sua scrupolosa osservanza. Già nella prossima sessione, la destra ha preteso di discutere di Cuba, nella sua strategia di indebolimento dell’Accordo di Cooperazione e Dialogo, firmato l’anno scorso, anticipando la riunione tra UE e Cuba, allo scopo di dare continuità alla politica di embargo e isolamento del popolo cubano.

Si pretende anche di promuovere l’ennesima discussione, nel momento in cui si amplificano le dichiarazioni dell’Alta Rappresentante, Federica Mogherini, di interferenza e minaccia al Venezuela, con il varo di sanzioni contro alte personalità di quel paese, che alimentano la destra reazionaria e violenta, insieme alla destabilizzazione economica e sociale, con grave danno per il popolo, e anche per la consistente comunità portoghese.

Cinicamente, si diffondono dichiarazioni blande e di legittimazione della frode elettorale in Honduras e si tace di fronte allo scandaloso processo politico contro Lula da Silva, che si inserisce nella brutale offensiva contro i diritti sociali e lavorativi del popolo brasiliano e nel depauperamento e saccheggio delle ricchezze del Brasile. Silenzi che si estendono a paesi come l’Argentina e il Messico, tra gli altri, dove sono calpestati i diritti dei popoli e si infliggono persecuzioni e assassini di leader politici e sociali.

I deputati del PCP nel Parlamento Europeo sono impegnati nella solidarietà con le forze progressiste, con i lavoratori e i popoli di quel continente (come del resto di qualsiasi parte del mondo).

Mentre esce questo articolo, nel Parlamento Europeo, con il nostro appoggio e collaborazione, si svolge l’iniziativa “Diritti delle vittime e Accordo di Pace in Colombia”, che si propone di segnalare non solo i notevoli ritardi nella sua attuazione, ma anche alcune preoccupanti battute d’arresto. Occorre ricordare che dalla firma dell’accordo, 42 militanti delle FARC e 170 leader e attivisti per la pace sono stati assassinati per mano del paramilitarismo che è aumentato e ha occupato territori precedentemente controllati dalla guerriglia.

Allo stesso modo, nelle scorse settimane, e anche per iniziativa dei deputati del PCP, è stato possibile diffondere comunicati del GUE/NGL di solidarietà sia con la lotta del popolo brasiliano contro la decisione di condannare Lula da Silva, che con il popolo venezuelano e la Rivoluzione Bolivariana, di fronte all’imposizione di sanzioni decise dall’Unione Europea.

CounterPunch: Come Il Capitalismo Americano È Stato Costruito sulla Schiavitù

Counter Punch pubblica un pesante articolo storico sulle origini del capitalismo americano. Gli Stati Uniti sono emersi così rapidamente a superpotenza economica sulla scena mondiale non grazie ai loro ideali e al “sogno” di libertà – ma più prosaicamente grazie allo sfruttamento intensivo della schiavitù. È così che si costruiscono gli imperi. Grandi imprese e banche americane, celebri ancora oggi, hanno costruito le loro fortune sulla schiavitù. Nella seconda parte l’articolo argomenta che la discriminazione razziale presente ancora oggi in America, la profonda frattura sociale, la violenza contro gli afroamericani di cui ci parla quotidianamente la televisione, sarebbero la conseguenza di un passato che non si è ancora concluso, di una mai avvenuta riconciliazione.

di Garikai Chengu, 18 dicembre 2015
Oggi [18 dicembre, NdT] è l’anniversario dei 150 anni di abolizione della schiavitù in America e, contrariamente alla credenza popolare, la schiavitù non è un prodotto del capitalismo occidentale. È il capitalismo occidentale ad essere un prodotto della schiavitù.

L’espansione della schiavitù nei primi otto decenni dopo l’Indipendenza Americana ha guidato l’evoluzione e la modernizzazione degli Stati Uniti.
Lo storico Edward Baptist illustra come, nell’arco di tempo di una vita umana, il Sud crebbe da una stretta fascia costiera di piccole piantagioni di tabacco ad un impero continentale del cotone, e gli Stati Uniti divennero un’economia moderna, industriale e capitalista.
Attraverso la tortura e i maltrattamenti i proprietari degli schiavi ottennero la massima efficienza, che permise agli Stati Uniti di prendere il controllo del mercato mondiale del cotone, la materia prima fondamentale della Rivoluzione Industriale, e diventare così una nazione ricca e potente.
Il cotone era nel diciannovesimo secolo ciò che il petrolio è stato nel ventesimo secolo: il bene che determinava la ricchezza delle nazioni. Il cotone contava per un sorprendente 50 percento delle esportazioni statunitensi, e scatenò il boom economico che l’America conobbe allora. L’America deve alla schiavitù la sua stessa esistenza di paese appartenente al primo mondo.
In termini astratti, il capitalismo e la schiavitù sarebbero due sistemi fondamentalmente contrapposti. Uno è fondato sul lavoro libero, l’altro sul lavoro forzato. Però in pratica il capitalismo stesso non sarebbe stato possibile senza la schiavitù.
Negli Stati Uniti gli accademici hanno dimostrato che il profitto ottenuto dalla schiavitù non riguardava soltanto il Sud, che vendeva il cotone o la canna da zucchero raccolta dagli schiavi. La schiavitù è stato un elemento centrale anche per la creazione delle industrie che oggi dominano l’economia statunitense: il settore immobiliare, il settore delle assicurazioni e la finanza.
Wall Street è stata fondata sulla schiavitù. Furono schiavi africani a costruire perfino il muro fisico da cui Wall Street prende il nome, che costituiva il confine settentrionale della colonia olandese, costruito per respingere i nativi che rivolevano indietro le loro terre. Per formalizzare il colossale commercio di esseri umani, nel 1711 i funzionari di New York stabilirono a Wall Street il mercato degli schiavi.
Molte importanti banche americane, tra cui JP Morgan e Wachovia Corp costruirono delle fortune sulla schiavitù, e accettavano gli schiavi come “garanzia”. JP Morgan ha recentemente ammesso di avere “accettato circa 13.000 persone in schiavitù come collaterale sui prestiti, e di essersi impossessata di circa 1.250 schiavi“.
La storia che i libri di testo scolastici americani raccontano che la schiavitù era regionale, anziché nazionale, e dipingono la schiavitù come una brutale aberrazione rispetto alle regole di democrazia e libertà che l’America si è data. La schiavitù viene raccontata come una sfortunata deviazione dalla marcia del paese verso la modernità, non certo come il motore che ha guidato la prosperità economica dell’America. Nulla potrebbe essere più lontano dal vero.
Per apprezzare davvero l’importanza che la schiavitù ha avuto per il capitalismo americano, basta guardare la scabrosa storia di un’azienda che prima della Guerra Civile Americana confezionava abiti, chiamata Lehman Brothers. Warren Buffet è l’amministratore delegato di Berkshire Hathaway, nonché il miliardario più ricco d’America. L’azienda da cui Berkshire Hathaway è nata era una produttrice tessile dello Stato di Rhode Island, e approfittava della schiavitù.
Nel Nord, New England è stata la patria dell’industria tessile americana e la culla dell’abolizionismo, ma si è arricchita sulla schiena degli schiavi costretti a raccogliere il cotone nel Sud. Gli architetti della rivoluzione industriale di New England controllavano costantemente il prezzo del cotone, e i loro stabilimenti tessili si sarebbero fermati senza il lavoro degli schiavi nelle piantagioni.
Il libro “Complicità: Come il Nord ha promosso, prolungato e tratto profitto dalla schiavitù“, di Anne Farrow, illustra come la borghesia del Nord era collegata al sistema della schiavitù da milioni di fili: compravano la melassa, che era prodotta dal lavoro degli schiavi, e vendevano il rum nel Triangolo del Commercio; prestavano denaro alle piantagioni del Sud, e molto del cotone che veniva venduto alla Gran Bretagna era imbarcato nei porti di New England.
Nonostante sia stato poi dipinto come un eroe dei diritti civili, Abraham Lincoln non pensava affatto che i neri fossero uguali ai bianchi. Il piano di Lincoln era quello di rispedire i neri in Africa e, se non fosse stato assassinato, il rinvio dei neri in Africa sarebbe stato con ogni probabilità la sua politica dopo la Guerra Civile. Lincoln ammise persino che i proclami sull’emancipazione, secondo le sue stesse parole, erano solo “una misura pragmatica per la guerra” finalizzata a convincere la Gran Bretagna che il Nord era mosso “da qualcosa di più che dalla propria ambizione“.
Per i neri la fine della schiavitù, centocinquanta anni fa, è stato solo l’inizio di una ricerca ancora non conclusa di equità democratica ed economica.
Fino a prima della Seconda Guerra Mondiale, l’élite americana vedeva la civilizzazione capitalista come un progetto razziale e coloniale. Ad oggi, il capitalismo americano può essere visto solo come “capitalismo razziale”: l’eredità della schiavitù segnata dal concomitante emergere della supremazia e del capitalismo bianco nell’America moderna.
I neri in America vivono in un sistema di capitalismo razziale. Il capitalismo razziale esercita la sua autorità sulla minoranza nera attraverso l’oppressiva serie dei linciaggi da parte della polizia, incarcerazioni di massa e istituzionalizzazioni guidate dalla disuguaglianza economica e razziale. Il capitalismo razziale è senza dubbio uno dei moderni crimini contro l’umanità.
Vedere un afroamericano al vertice del potere in quella che è stata la terra della schiavitù sarebbe esaltante, se solo gli indicatori sulla disuguaglianza dei neri non si stessero impennando. Di fatto, durante l’amministrazione di Obama il divario tra la mediana della ricchezza delle famiglie nere e quella delle famiglie bianche è aumentato del 7 per cento. Il divario tra la disoccupazione dei neri e dei bianchi si è anch’esso ampliato durante l’amministrazione Obama, del 4 per cento.
La polizia nazionale storicamente ha agito per mettere in atto il capitalismo razziale. Le prime forze di polizia moderne in America furono le pattuglie per il controllo degli schiavi e le ronde notturne, che erano finalizzate a controllare gli afroamericani.
La letteratura storica esprime chiaramente che prima della Guerra Civile esisteva una forza di polizia legittimata che aveva il solo scopo di opprimere la popolazione schiavizzata e proteggere la proprietà e gli interessi dei padroni. Le lampanti somiglianze tra le ottocentesche pattuglie per il controllo degli schiavi e l’attuale brutalità della polizia americana contro la comunità nera sono troppo evidenti per essere ignorate.
Da quando le prime forze di polizia sono state stabilite in America, i linciaggi sono diventati il fulcro della legge e dell’ordine imposto dal capitalismo razziale. Nei giorni seguenti all’abolizione della schiavitù, si costituì la peggiore organizzazione terroristica della storia americana, con la benedizione del governo statunitense: il Klu Klux Klan.
La maggioranza degli americani crede che i linciaggi siano una forma antiquata di terrorismo razziale, che ha macchiato la società americana fino alla fine dell’era delle leggi di Jim Crow. Tuttavia la propensione dell’America verso il massacro sfrenato degli afroamericani è solo peggiorata nel tempo. Il Guardian ha recentemente riportato come gli storici ritengano che tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo, in media venissero linciati due afroamericani ogni settimana.
Confrontate questo dato con la serie incompleta stilata dall’FBI, che mostra che l’omicidio di un nero da parte di un poliziotto americano avviene più di due volte a settimana, ed è chiaro che la brutalità della polizia verso le comunità afroamericane sta aumentando, non diminuendo.
I linciaggi non significano solo l’uccisione. Spesso includono l’umiliazione, la tortura, le ustioni, le mutilazioni e la castrazione. Il linciaggio era un classico rituale pubblico in America, che spesso avveniva davanti a una grande folla, che a volte contava migliaia di persone, tra cui bambini che giocavano.
Poco dopo l’abolizione della schiavitù, nel 1899, il settimanale Springfield Weekly ha descritto così un linciaggio condotto dal KKK: “al Negro sono state tolte le orecchie, le dita e i genitali. Supplicava pietosamente per la propria vita durante la mutilazione … Prima che il corpo fosse freddo, è stato tagliato in pezzi e le ossa frantumate in piccoli pezzettini … il cuore del Negro è stato tagliato a pezzi, e così il suo fegato … si vendevano i pezzetti di ossa a 25 cent …“.
Il terrorismo razziale è fondamentale per la perpetuazione del capitalismo razziale, ed è per questo che ancora oggi il governo americano rifiuta di riconoscere il KKK come un’organizzazione terroristica.
Terrorizzare le comunità afroamericane va a braccetto con l’imprigionamento e il confinamento sistematico dei neri. In gran parte con la scusa della guerra alla droga, gli Stati Uniti incarcerano più afroamericani oggi, in percentuale, che il Sud Africa al culmine dell’Apartheid.
Le prigioni private sono state progettate dai ricchi a vantaggio dei ricchi. Il sistema delle prigioni a scopo di lucro dipende dall’imprigionamento dei neri per sopravvivere. Un po’ come gli stessi Stati Uniti. Dopotutto, ci sono più neri in prigione, in libertà vigilata o condizionale, di quanti fossero in schiavitù nel 1850 o prima che iniziasse la Guerra Civile.
Il decollo economico dell’America nel diciannovesimo secolo non è avvenuto “nonostante” la schiavitù. È avvenuto in larga parte proprio grazie ad essa. Il capitalismo è stato creato con la schiavitù, e la schiavitù a sua volta ha creato una persistente eredità di capitalismo razziale che è ancora presente nell’America di oggi.
Storicamente c’è sempre stato un netto contrasto tra i nobili ideali americani da una parte e lo status di eterna inferiorità degli afroamericani dall’altra. Alla fine del diciannovesimo secolo, per ironia, è stata eretta una statua detta “della libertà” a osservare l’arrivo nel porto di New York di milioni di stranieri, mentre i contadini neri del Sud – non degli alieni, ma profondamente alienati – erano mantenuti in condizioni di schiavitù ai margini della società. È l’ipocrisia di un’ideologia razzista che ha messo apertamente in discussione la dignità della vita dei “negri”, e che è sopravvissuta alla sconfitta del nazismo. Ad oggi l’America non può dirsi una nazione “post-razziale”, e gli indicatori sull’uguaglianza razziale in America sono di nuovo ai minimi.
Il problema razziale in America è ancora un grande dilemma nazionale che continua minacciare l’esperimento democratico americano. Il malcontento nelle comunità afroamericane continuerà a crescere verso un pericoloso punto di ebollizione, a meno che la più grande eredità della schiavitù, cioè il capitalismo razziale, non sarà apertamente svelato e smantellato completamente.

Preso da: http://vocidallestero.it/2015/12/28/counterpunch-come-il-capitalismo-americano-e-stato-costruito-sulla-schiavitu/

Genocidi Washington Style – tocca al Venezuela?

9 febbraio 2018 

DI PETER KOENIG
Ci sarà un motivo per cui nessuno osa parlare di “genocidio” quando si pensa alle atrocità commesse da Washington in tutto il mondo? – Se c’è una nazione che è colpevole di omicidio di massa, questa nazione è gli Stati Uniti d’America insieme ai suoi manipolatori sionisti. Ma sembra che nessuno ci faccia caso, o meglio che nessuno osi dirlo. È diventata una cosa normale che è ormai entrata nel cervello della gente. La nazione eccezionale può fare quello che vuole, quando vuole e dove vuole – può seminare guerre e conflitti, uccidere milioni e milioni di persone e poi dare la colpa a Russia e Cina e, naturalmente, Iran, Venezuela, Siria, Cuba, Corea del Nord … ma potremo andare avanti.
Quando un certo Mr. Tillerson parla apertamente di colpo di stato militare in Venezuela, sta incitando ad un genocidio in questo pacifico vicino del sud. Questo significa, per chi sta ascoltando, come Capriles e Co., che può contare sull’appoggio degli Stati Uniti, cosa che, ovviamente,  sapeva da sempre. Ma ora la cosa è ufficiale, quando il Segretario di Stato USA chiede apertamente un intervento militare – chiede sangue – sta provocando un bagno di sangue. Questo è genocidio. Per definizione, è un assassino.

Eppure, quest’uomo  e ne va in giro liberamente.
Proviamo a immaginare, chiunque altro si permetta di fare una affermazione del genere nel resto del mondo – un qualsiasi altro politico  a livello di Tillerson – uno che non si piega ai desideri di Washington sarebbe subito messo in cima alla lista di Washington, e potrebbe aspettarsi da un momento all’altro che lo colpisca un drone, o una pozione di veleno – o una qualsiasi altra cosa che la CIA sa fare ottimamente per  “neutralizzare” le persone inopportune. Eppure, nessuno nemmeno osa pensare di mandare Tillerson davanti a un tribunale internazionale o semplicemente di provare a neutralizzarlo.
Nelle basi statunitensi – del tutto illegali – che si trovano nel triangolo nord-orientale della Siria, al confine tra Iraq e Turchia, vicino a Raqqa, a Tabqa, dove le forze americane hanno preso il controllo di una base aerea siriana a al-Tanf,  Rex Tillerson chiede di aumentare l’attuale contingente di circa 2.000 soldati, fino a 30.000 – reclutandoli per lo più tra i curdi. Questa dichiarazione suona, e probabilmente è, come una espansione dell’esercito ‘ribelle’ YPG dei curdi o, piuttosto,  dell’esercito di terroristi sponsorizzati dagli USA, completamente finanziato, armato e addestrato dagli Stati Uniti. Un esercito che, in realtà,  appoggia la nuova ISIS, appena addestrata dagli USA con l’obiettivo di riuscire finalmente a mettere a segno il “Regime Change”, spodestando il presidente legittimo e democraticamente eletto Bashar al-Assad.
Ci si potrebbe anche chiedere, come mai il presidente Assad abbia tollerato queste basi illegali nel proprio paese. Avrebbe potuto chiedere di convocare un Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per farle espellere. Ovviamente non sarebbe successo niente, dato che gli Stati Uniti hanno il diritto di veto, ma questo avrebbe fatto molta pubblicità e avrebbe permesso al mondo intero di sapere che gli Stati Uniti stanno occupando il suolo di qualsiasi paese vogliano occupare – illegalmente ovviamente.

“Cambiare il regime” con qualsiasi mezzo – questo è il nome del gioco – questo è l’obiettivo finale dei Maestri del Genocidio – che fa piombare un paese nel caos, in una guerra eterna, in una occupazione eterna per  una usurpazione eterna.
Perché tutti quegli occidentali  che amano tanto la pace non vedono niente?  Perché non gridano contro questi crimini? Solo perché i media occidentali raccontano qualcosa di diverso? – Forse è così. Ma è umanamente impossibile che gli umani abbiano dei  cervelli così mieri da non poter più distinguere quello che è moralmente, eticamente corretto – da quello che è assoluta falsità.
È la “comfort zone” occidentale – stupidi! – Starcene seduti sulle nostre belle poltrone a guardare lo sport e quelle stupide e avvilenti sit-com o qualche spettacolo comico di Hollywood, mentre sorseggiamo una birra, è molto più facile che chiederci: Che cosa stiamo permettendo che accada a gente del tutto innocente? – E’ mai capitato a nessuno di pensare che chi non salta in piedi per protestare contro questi assassini di massa , compresa quest’ ultima minaccia fatta da Tillerson di “cambiamento di regime” in Venezuela con un colpo di stato militare, istigato dall’estero, è correo per complicità, per non aver fatto niente, per aver lasciato che avvenga questo nuovo genocidio ordito dagli USA? Quanto ci vorrà ancora per infrangere questa “comfort zone” ? – Forse,  alzeremo il culo solo quando aremo colpiti direttamente, noi, in Europa o negli Stati Uniti, mentre stiamo  allungati sulla nostra comoda poltrona  ad ubriacarci in un mondo  occidentale consumatore di notizie fresche?  Beh, a quel punto potrebbe essere troppo tardi.
È nostro obbligo nei confronti dell’umanità fermare questi violenti attacchi, questi genocidi che avvengono in tutto il mondo,  condotti sempre dallo stesso autore e dai suoi burattinai e mercenari: gli Stati Uniti, l’Europa, suo vassallo e la NATO.

Possiamo stare sicuri solo di una cosa, gli Stati Uniti non molleranno mai. Hanno un obiettivo e lo perseguiranno fino alla fine – e la fine può essere solo il Dominio Assoluto dello Spectrum o, si rischia la fine dell’impero. Le oscure forze che si muovono dietro gli Stati Uniti e l’esercito alleato non hanno nessuno scrupolo nel commettere un enorme genocidio pur di raggiungere il loro obiettivo. Lo hanno dimostrato negli ultimi 20 anni con una “guerra al terrore” senza fine, che ha devastato il Medio Oriente, l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria e milioni di persone sono state uccise, mutilate o si sono trovate senza casa, senza nome, malati, profughi, gente che muore di fame e di stenti – senza un tetto sulla testa da anni –  gente che viene espulsa dal proprio paese, dagli stessi che hanno distrutto le loro case e tutto quello che serviva loro per potersi sostentare in primo luogo …… e il mondo è così timido che non vuole ammettere che questo genocidio ha assunto proporzioni bibliche?
Ora Tillerson, l’arrogante multi-miliardario, ex capo di Exxon, diventato un diplomatico per the Donald – o per il lungo braccio dell’Oscuro-Stato-Anglo-Sionista, chiede solo un genocidio in Venezuela. Solo pochi giorni fa questo mostro disumano ha espresso piacere e soddisfazione parlando dei nordcoreani che soffrono e muoiono di fame, perché le “sanzioni” stanno funzionando.
Come possiamo immaginare  il livello a cui è sprofondata l’umanità? – Nessuno nemmeno batte più ciglio nel sentire certe atrocità pronunciate dal front-man dell’ imperatore malvagio, per non parlare di chi si fa ammazzare sulle barricate. Ammazzare e il piacere di ammazzare e di far  soffrire e,  contemporaneamente, non dimenticare la massimizzazione dei profitti aziendali è diventata la nuova normalità. Abbiamo digerito il genocidio – e la maggior parte di chi vive in occidente ci convive abbastanza comodamente.
Mondo svegliati! – E’ passato Mezzogiorno! – Anche se non è Tillerson in persona a premere il grilletto, è sempre uno che fa ammazzare la gente, è quello che ordina agli altri chi devono ammazzare. Gente come Tillerson e come tutti i suoi predecessori, i capi del Pentagono e della CIA e naturalmente i capi esecutori, lo stesso Trump e i suoi predecessori, devono essere mandati davanti a un tribunale come quello di Norimberga, dove sarà applicato quello stesso tipo di giustizia  delle forze alleate che presiedettero i processi nazisti dopo la seconda guerra mondiale.
In effetti, molti dei crimini compiuti dai nazisti impallidiscono rispetto a quello che le forze degli Stati Uniti, della NATO e dei loro vassalli europei stanno compiendo – e che hanno compiuto nel corso del secolo scorso – in tutto il mondo, in Africa, in Asia, in Sud America – genocidi a pieno regime. Trump trema per “fire and fury”, Tillerson incita al colpo di stato militare in Venezuela e vuole rovesciare il governo legittimo e democraticamente eletto in Siria e, naturalmente, l’Iran è sempre nel mirino, non importa che si sia firmato e controfirmato un accordo nucleare  dai  5 + 1 , il 14 luglio 2015 a Vienna. Nessun accordo, nessun contratto, nessuna promessa viene onorata da Washington. Chi sarà il prossimo? Forse la Bolivia e, naturalmente, Cuba, dove le relazioni diplomatiche appena ristabilite con la nuova  ambasciata americana a L’Avana non sono altro che un cavallo di Troia appena velato?
Andiamo a guardare gli insulti e le provocazioni infinite di Washington contro la Russia, con le forze USA e della NATO schierate lungo i confini del Baltico, dell’Europa orientale e del Mar Nero con la Russia. Se non fosse per il Presidente Putin e per il suo avveduto ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ci sarebbe già stato qualche scontro  hot and bloody  tra Stati Uniti e Russia.
Quando Nikki Haley dichiarò apertamente che il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, doveva essere rovesciato,  un alto funzionario palestinese presso le Nazioni Unite le disse  “shut up- Statti-zitta!”. Ben detto. È tempo che il mondo cominci a parlare con la pancia e dica ai criminali guerrafondai, come Tillerson,  di stare zitto, quando chiede golpe militari nei paesi che vogliono soggiogare, come il Venezuela e Cuba, le uniche vere democrazie nell’emisfero occidentale. Le uniche vere democrazie, queste non sono parole mie – anche se le sottoscrivo pienamente – ma sono parole di una eccellenza intellettuale, sono del professor Noam Chomsky.
Se qualcuno si preoccupasse di comprendere quale sia il sofisticato processo  della democrazia di rappresentanza delle persone in Venezuela, sicuramente i renderebbe meglio conto di cosa è la nostra democrazia in stile occidentale, una democrazia in cui le persone che vanno a votare, sono totalmente manipolabili e vengono manipolate in modo categorico, è tutto un trucco che ci fa credere di vivere ancora al tempo delle favole. Processi articolati e puliti come quello del Venezuela regolano anche le elezioni a Cuba.

La CIA in tandem con il Mossad e altre forze segrete, oltre alla NATO, recluta, addestra, finanzia e arma mercenari-terroristi  per fare il lavoro sporco di Washington. Il Pentagono, la CIA, il Dipartimento di Stato e la NATO non si fermeranno prima che venga raggiunto il “cambio di regime” in Siria, e prima che il Venezuela soccomba alla calunnia costante, al ricatto, alle manipolazioni valutarie e ad una miriade di altre pressioni dall’estero; e prima che Russia e Cina siano sottomesse – a meno che questo impero sempre più indebolito non si afflosci strada facendo. E alla fine questo imperò si affloscerà. Ma quanta altra gente dovrà morire prima che il mostro morda la polvere e che lasci che la vita e la natura si evolvano e si sviluppino per portare uguaglianza e pace nel mondo?
Ripetiamolo di nuovo: l’unico paese al mondo che commette un  genocidio costante e la fa  sempre franca, è la nazione eccezionale, gli Stati Uniti d’America. Noi, il Popolo, dobbiamo e possiamo ancora fermarlo.

Peter Koenig 
economista e analista geopolitico. Ha lavorato per la  World Bank  e  – ha girato il mondo lavorando molto nel campo dell’ambiente e delle risorse idriche.  Tiene conferenze nelle  università di  USA, Europa e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, PressTV, The 21st Century (China), TeleSUR, The Vineyard of The Saker Blog, ar altri siti internet. E’  autore di f Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – fiction basata su fatti e su esperienze di  30 anni di  World Bank  intorno al globo. E’ anche co-autore di The World Order and Revolution! – Essays from the Resistance.
7.02.2018
Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario