Gli USA addestrano milizie per espellere, con l’aiuto dei curdi, l’esercito siriano e IRGC iraniane dal confine tra Siria e Iraq

Il quotidiano in lingua araba Al-Watan ha riferito che il gruppo armato Gaysh Mughawar Al-Thura, sostenuto dagli Stati Uniti, sta costringendo decine di giovani del campo profughi di al-Rukban ad unirsi ai loro ranghi nel Regione di al Tanf vicino al confine con l’Iraq per un’offensiva contro l’esercito siriano e le IRGC iraniane.

Gli USA addestrano milizie per espellere, con l'aiuto dei curdi, l'esercito siriano e IRGC iraniane dal confine tra Siria e Iraq
Citando fonti del gruppo sostenuto dagli Stati Uniti, il quotidiano Al-Watan ha spiegato che questo nuovo personale sta vivendo un intenso addestramento militare per una grande battaglia nel prossimo futuro.

Il giornale ha aggiunto che queste forze tenteranno di espellere l’esercito arabo siriano (SAA) e il Corpo della Guardia rivoluzionaria islamica (IRGC) dalla città di confine di Albukamal e dalla grande città di Al-Maydeen, situata nella zona rurale di Deir Ezzor.

Il quotidiano Al-Watan ha anche citato fonti informate che affermano che anche le forze democratiche siriane (SDF) sostenute dagli Stati Uniti sono state inviate su questi fronti per contribuire all’offensiva.

Le fonti hanno anche indicato gli sforzi delle SDF di inviare più attrezzature nella regione, aggiungendo che l’obiettivo principale di questa operazione è tagliare l’autostrada internazionale Damasco-Baghdad.

Diversi rapporti dei media  avevano già rivelato che Washington aveva inviato nuovi aiuti militari alle forze democratiche siriane nell’Eufrate orientale dopo aver dichiarato la fine della guerra contro l’ISIS.

Fonte: Al Watan
Notizia del:

“Così gli 007 inglesi lasciarono tornare i jihadisti in Libia”

2 giugno 2017

di Lorenzo Forlani

Una politica della “porta girevole”, quella che secondo alcune rivelazioni fatte al quotidiano online Middle East Eye avrebbe adottato il Regno Unito nei confronti dei cittadini britannici di origine libica e dei libici in esilio in Gran Bretagna. A partire dal 2011 l’Mi5, il servizio di controspionaggio britannico, avrebbe permesso a questi ultimi di uscire ed entrare dal Paese per unirsi alle rivolte contro Gheddafi, nonostante su alcuni di loro pendessero sospetti su possibili attività terroristiche. Alcuni testimoni – combattenti ribelli attivi oggi in Libia, oppure rientrati in Regno Unito – avrebbero rivelato di essere partiti dall’Inghilterra per unirsi alle rivolte contro Gheddafi, senza essere soggetti ad alcun interrogatorio o indagine. Persone potenzialmente come Salman Abedi, il 22enne autore della strage di Manchester, la cui famiglia era rientrata in Libia per prendere parte alla rivoluzione contro il Rais.

Anche Abedi era rientrato nel Paese nordafricano nel 2011 per poi fare ritorno a Manchester in diverse occasioni. La polizia inglese è certa che Abedi sia parte di un più ampio network, certezza che ha portato all’arresto di numerose persone a lui collegate, incluso il fratello maggiore Ismail. Il fratello minore del kamikaze, Hashem, era stato arrestato invece dalle forze di sicurezza libiche poiché intendeva commettere attentati a Tripoli. In manette per presunti legami con jihadisti era stato anche il padre, Ramadan, uno dei tantissimi libici in esilio il cui rimpatrio sarebbe stato facilitato dal governo inglese per ingrossare le fila dei rivoltosi contro Gheddafi.

Da Londra a Tripoli, senza interrogatorio

Un cittadino britannico di origini libiche in condizioni di anonimato sostiene di essere rimasto sorpreso per il fatto di esser riuscito a volare facilmente in Libia nel 2011, nonostante fosse stato fino a pochi giorni prima agli arresti domiciliari per sospette attività terroristiche. “Mi hanno fatto partire, senza farmi alcuna domanda”, rivela, aggiungendo di aver incontrato nel 2011 a Londra molti altri cittadini britannici di origine libica, le cui ordinanze di custodia cautelare erano appena state rimosse, proprio in corrispondenza dell’inasprirsi della guerra contro Gheddafi, in cui Regno Unito, Francia e Stati Uniti in particolare sostenevano i ribelli con una campagna aerea.

“Le autorità britanniche sapevano”

“Si trattava di ragazzi dell’al Jama’a al Islamiyah al Muqatilah bi Lybia (Gruppo dei combattenti islamici libici, LIFG, fondato negli anni ’90 da veterani libici per combattere i sovietici in Afghanistan), e le autorità britanniche lo sapevano”. Il Regno Unito aveva inserito il LIFG tra le organizzazioni terroristiche nel 2005, descrivendoli come una formazione che vuole “stabilire uno Stato islamico radicale”, come “parte di un più ampio movimento estremista ispirato ad Al Qaeda”. Belal Younis, un altro cittadino britannico recatosi in Libia nel 2011, racconta di essere stato fermato al suo ritorno dalla Libia secondo il “programma 7”, che permette alla polizia e agli agenti dell’immigrazione di detenere e interrogare chiunque passi ai controlli di frontiera portuali o aeroportuali, per determinarne il possibile coinvolgimento in attività terroristiche. Younis poi aggiunge che le autorità, nel chiedergli se aveva intenzione di combattere in Libia, gli avevano chiaramente detto di non avere alcun problema con chi volesse andar a combattere contro Gheddafi. Younis conclude rivelando di aver addirittura intimidito due agenti dell’Mi5 che lo avevano fermato di nuovo al suo ritorno dalla Libia, confidando loro il nome e il numero dei loro colleghi che invece avevano quasi caldeggiato la sua partenza per la Libia.

Ma Abedi non c’entrava

“Gran parte dei ragazzi partiti per la Libia aveva circa vent’anni e veniva perlopiù da Manchester. Va precisato che secondo Younis questa politica della “porta girevole” adottata dal Regno Unito non avrebbe un ruolo nei fatti di Manchester, visto che nel 2011 l’Isis ancora non esisteva nella sua forma definitiva, e in ogni caso non c’era in Libia. “Io sono andato in Libia a combattere solo per la liberta’”, aggiunge.
La gran parte dei combattenti libici partiti dalla Gran Bretagna si recava prima in Tunisia, per poi passare il confine libico, oppure viaggiava passando da Malta. “Sono andato e tornato dalla Libia più volte nel 2011, e non sono mai stato né fermato né interrogato”, afferma un altro cittadino britannico di origine libica, che sostiene di aver incrociato Salman Abedi nella moschea di Didsbury e che però quest’ultimo “non era parte della comunità e rimaneva sulle sue”. “Un giorno sono spacciatori, il giorno dopo diventano musulmani”, sostiene un altro libico di Manchester, aggiungendo di essere quasi certo che Abedi fosse in contatto con Anil Khalil Raoufi, un reclutatore dell’Is proveniente dal quartiere di Manchester, morto in Siria nel 2014.

Miliziani minorenni con “un forte accento di Manchester”

Un altro testimone rivela di aver svolto un lavoro di “pubbliche relazioni” in Inghilterra per il fronte ribelle prima delle rivolte contro Gheddafi, occupandosi di montare i video che mostravano i programmi di addestramento dei ribelli da parte delle SAS britanniche e delle Forze speciali irlandesi. Poi aggiunge di aver incontrato una volta in un campo di addestramento di ribelli a Misurata un gruppo di circa otto britannici di origine libica come lui, che gli avrebbero confidato di non essere mai stati in Libia prima di quel momento. “Sembrava avessero 17-18 anni, forse 20. Avevano un forte accento di Manchester”.

Quel “patto nel deserto” tradito

Con l’inizio del ventunesimo secolo, molti libici in esilio in Regno Unito, che avevano legami con il LIFG, erano stati messi sotto sorveglianza in seguito alla firma di un accordo di collaborazione – il “patto nel deserto” – nel 2004 tra Tony Blair e Muammar Gheddafi. Poco prima dell’inizio delle rivolte contro Gheddafi, i servizi di sicurezza britannici avrebbero onorato l’accordo arrestando vari dissidenti libici sul suolo del Regno Unito, oltre a riconsegnare a Gheddafi due leader del LIFG, Abdel Hakim Belhaj e Sami al Saadi. Più avanti, Behlaj sarà uno dei leader della rivolta contro Gheddafi, mentre secondo alcune testimonianze un altro ex esiliato libico già segnalato dai servizi inglesi si occuperà addirittura dell’organizzazione della sicurezza per i dignitari in visita in Libia, come David Cameron, Nicolas Sarkozy e Hillary Clinton. Ziad Hashem, ex membro del LIFG a cui era stato dato asilo in Regno Unito, nel 2015 sosteneva di essere stato arrestato senza capi d’imputazione per 18 mesi prima del 2011, sulla base di informazioni fornite a Londra dai servizi libici. “Quando è iniziata la rivoluzione, le cose sono cambiate in Gran Bretagna”, spiega Hashem. “Le autorità hanno cambiato il loro modo di rivolgersi a me e mi trattavano diversamente, offrendomi benefit, o la possibilità di lasciare il Paese, o quella di rimanere e di ottenere la cittadinanza”.

Preso da: http://www.agi.it/estero/2017/06/02/news/libia_terrorismo_servizi_segreti_jihadisti-1838996/

Così le ambasciate europee aiutano i jihadisti a tornare a casa

20 maggio 2017

Centinaia di foreign fighters intasano i centralini delle rappresentanze diplomatiche europee in Turchia chiedendo aiuto per tornare in patria.

«Pronto, chiamo dalla Siria, sospetto che consultando le vostre liste riconoscerete il mio nome – esordiscono -. Ho combattuto per lo Stato Islamico ma ora sono pentito, davvero, e mi vengono le lacrime agli occhi ogni volta che penso alla mia vera casa».

Sono conversazioni telefoniche – scrive Lerner su La Stampa –  che suonano quasi inconcepibili, quelle raccontate da chi le ha vissute in prima persona, e invece avvengono con cadenza settimanale, a volte perfino ogni giorno.

«In questo momento sto gestendo ben 15 casi di francesi che vogliono svignarsela dalla Siria», racconta un funzionario dell’Ambasciata di Francia ad Ankara. «Alcuni si inventano storie improbabili su come sono finiti lì, altri dicono di avere svolto solo attività umanitarie. Ma dopo aver lavorato su 160 casi ne sono convinto: non c’è rimorso sincero, soltanto stanchezza e paura».

Rientrare in sicurezza non è uno scherzo. Non solo perché lo Stato Islamico ha dichiarato guerra alle diserzioni, condannate alla stregua di atti d’apostasia.
[…]
Secondo un recente rapporto europeo sarebbero circa 1.500 su cinquemila i foreign fighters europei che hanno fatto ritorno, cioè il 30 per cento. Di regola, chi decide di rientrare attraverso canali ufficiali finisce nelle gattabuie turche e poi, dopo l’espulsione, in quelle del paese di appartenenza. «La paura di finire in carcere nel momento del rientro a casa scoraggia molti foreign fighters che farebbero altrimenti ritorno», avverte Veronique Roi, la madre di un convertito francese che è morto combattendo in Siria. «È assurdo che si condannino i pentiti più che i loro reclutatori, come se i foreign fighters fossero al cento per cento responsabili di ciò che hanno fatto».

Preso da: http://www.imolaoggi.it/2017/05/20/cosi-le-ambasciate-europee-aiutano-i-jihadisti-a-tornare-a-casa/

 

I cecchini albanesi di al-Qaeda a Idlib

4 ottobre 2018

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A fine settembre Matteo Puxton, specializzato in questioni di difesa e osservatore del conflitto siriano, ha realizzato per France-Soir un articolo su un gruppo di cecchini albanesi che hanno aderito al gruppo jihadista dominante nella provincia siriana di Idlib, ultima sacca di resistenza dei ribelli anti-Assad.
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Il 4 agosto 2018, il sito Xhemati Alban trasmise un video della durata di 33 minuti e 15 secondi dal titolo “Snajperistat Shqiptar Në gettone Ë Shamit” (cecchini albanesi nello Sham).

Xhemati Alban sembra essere il braccio multimediale di un Jamaat (katiba, battaglione) albanese costituito in Siria sulla base di un reclutamento nazionale e sembra vicino, o meglio integrato, nella milizia in Hayat Tahrir al-Sham (HTC) già nota come Fronte al-Nusra e braccio di al-Qaeda nel paese arabo.
Secondo le fonti, questo katiba riunisce un centinaio di albanesi, guidati da Hattab Albani, che avrebbe guidato il settore operativo orientale di Latakya, è considerato intimo di Jolani, il leader del gruppo jihadista dominante a Idlib.
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Un altro albanese, lo sceicco Abu Qatada al-Albani (vero nome Abdul Jashari, cittadino macedone di etnia albanese) era stato l’emiro militare del Fronte al-Nusra nell’estate del 2014. Un anno dopo dirigeva le operazioni di questo gruppo nel nord della Siria e il  Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti lo aggiunse alla lista nera dei terroristi nel novembre 2016.
Gli albanesi sono da tempo presenti nei contingenti di combattenti stranieri che operano in Siria e in Iraq tra gruppi jihadisti. Nel marzo 2015 c’erano in Iraq e Siria più di 500 foreign fighters di etnia albanese, principalmente provenienti dal Kosovo ma anche dalla Macedonia.
Tra di essi veterani della guerriglia Kosovo o in Macedonia, ma anche gli ex membri dei commando dell’esercito albanese. La Jamaat albanese nei pressi di Tahrir al-Sham Hayat sembra particolarmente attivo sul dall’inizio del 2018.
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Il video di cecchini sui social network (Facebook e Telegram) è sottotitolato in inglese e fa quindi parte di una campagna mediatica per aumentare la visibilità del contingente schipetaro e incentivare arruolamenti.
Il primo tandem da tiratore scelto visibile, prima dell’immagine del titolo, include un osservatore con un binocolo e, accanto a lui, un fucile d’assalto AK-74M con vernice mimetica e mirino ottico.
Gli snipers dispongono di fucili Dragunov SVD e AK-74M ma, ammette un anonimo membro della katiba albanese, ci sono anche vecchi fuculi Mosin-Nagant.
Foto Xhemati Alban via France Soir

Preso da: https://www.analisidifesa.it/2018/10/i-cecchini-albanesi-di-al-qaeda-a-idlib/

L’Isis e il traffico di organi

6 ottobre 2016

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«L’Isis ha creato un mercato in Turchia nel quale sono venduti organi umani presi dai corpi degli iracheni rapiti dai gruppi terroristici». A dare la notizia è l’Agenzia Fars il 6 ottobre.

Secondo l’Agenzia stampa iraniana, gli organi vengono portati «congelati» a «Mosul a Tal Afar a Ninive e a Raqqa in Siria» dove vengono poi rivenduti alla «mafia turca».


In particolare, a interessare i trafficanti sono i reni e il cuore. La fonte dettaglia anche i prezzi: «il rene è venduto ad un prezzo di 5.000 dinari iracheni (4.000 dollari), mentre un cuore vale la bellezza di 6.000 dollari».

Secondo l’agenzia stampa, dall’inizio di questo mese l’Isis sta «mutilando e vendendo gli organi del corpo dei bambini iracheni per compensare le perdite finanziarie».

Anche lo spagnolo el Mundo, ricorda ancora Fars, aveva riportato la notizia, accennando al «redditizio business» che l’Isis ha così creato a livello internazionale.

L’Agenzia iraniana ricorda come lo scorso anno, l’ambasciatore iracheno presso le Nazioni Unite, Mohamed Alhakim, aveva già denunciato l’orrendo traffico, spiegando che i militari di Baghdad, dissotterrando i cadaveri di vittime dell’Isis sepolti in fosse comuni, avevano trovato corpi ai quali erano stati espiantati gli organi.

Nota a margine. Non si tratta solo di denunciare un altro orrore made in Isis il cui catalogo è alquanto variegato. Quanto di denunciare un crimine cui di certo non sono estranei compratori occidentali. 

Se il traffico di reperti archeologici depredati dall’Isis da Iraq e Siria ha portato tali manufatti sui mercati europei (leggi Nota precedente), possiamo immaginare dove finiscono gli organi di cui alla nota.  

Non è la prima volta che si scopre un traffico di organi collegato a una guerra. Era già successo per la guerra nell’ex Jugoslavia, protagonisti i guerriglieri dell’Uck, ai quali l’Occidente aveva dato il compito di “liberare” il Kosovo (analogamente a quel che accade in Siria con i miliziani anti-Assad, anche loro pare dediti a tale lucroso commercio).

Danni collaterali di conflitti nati per portare la “democrazia e la libertà” nel mondo…

Preso da: http://piccolenote.ilgiornale.it/29933/lisis-traffico-organi

2016: Un informatore espone il modo in cui il principale alleato della NATO sta armando e finanziando l’ISIS

DI NAFEEZ AHMED
medium.com
+ Il capo dei servizi segreti della Turchia, Hakan Fidan, è stato nominato membro di un gruppo terroristico legato ad al-Qaeda e all’ISIS
 + L’intelligence turca ha fornito direttamente all’ISIS aiuti militari per anni
 + Il governo turco ha dirottato forniture militari all’ISIS tramite un’agenzia di aiuti umanitari
 + I combattenti dell’ISIS, tra cui il vice di al-Baghdadi, hanno ricevuto cure mediche gratuite in Turchia e “protezione” dalla polizia turca
 + Il capo dell’ISIS in Turchia ha ricevuto “protezione H24/7” all’ordine personale del presidente Erdogan
+ Le indagini di polizia turche riguardanti l’ISIS vengono sistematicamente annullate
 + Il petrolio dell’ISIS viene venduto con la complicità delle autorità in Turchia e nella regione curda del nord dell’Iraq
 + La NATO afferma il ruolo della Turchia come alleato nella guerra all’ISIS

Un ex alto funzionario antiterrorismo in Turchia ha denunciato apertamente la sponsorizzazione deliberata dello Stato Islamico (ISIS) da parte del presidente Recep Tayyip Erdogan, come strumento geopolitico per espandere l’influenza regionale della Turchia ed emarginare i suoi avversari politici in casa.
Ahmet Sait Yayla è stato capo della Divisione Antiterrorismo e Operazioni della Polizia Nazionale Turca tra il 2010 e il 2012, prima di diventare Capo della Divisione per l’Ordine Pubblico e la Prevenzione del Crimine fino al 2014. In precedenza aveva lavorato nella Divisione Antiterrorismo e Operazioni come dirigente di medio livello per tutta la sua ventennale permanenza in carica nella polizia, prima di diventare Capo della Polizia di Ankara e Sanliurfa.
Nelle interviste con INSURGE intelligence, Yayla ha rivelato in esclusiva che aveva personalmente assistito alla prova dell’alto livello di sponsorizzazione dell’ISIS da parte dello Stato turco, durante la sua carriera in polizia, ciò che alla fine lo ha portato a dare le dimissioni. Ha deciso di diventare informatore dopo il giro di vite autoritario di Erdogan, a seguito del colpo di stato militare fallito nel mese di luglio. Questa è la prima volta che l’ex capo antiterrorismo ha messo agli atti le rivelazioni relative a ciò che sa sugli aiuti dati dal governo turco a gruppi terroristici islamici.
L’ex Capo Antiterrorismo della Polizia Nazionale Turca sta alzando la voce, nonostante il notevole rischio per la propria famiglia. Come parte del giro di vite di Erdogan, dopo il colpo di stato militare fallito nel mese di luglio, al figlio diciannovenne di Yayla stato impedito di lasciare il paese ed è, infine, stato arrestato con l’accusa di terrorismo.
Quando ho parlato con Yayla, egli aveva appena lanciato il suo nuovo libro a Washington DC, ISIS Defectors: Inside Stories of the Terrorist Caliphate, scritto in collaborazione con la professoressa Anne Speckhard, consulente NATO e del Pentagono, specializzata in psicologia della radicalizzazione.
“La Turchia sta sostenendo lo Stato islamico e altri gruppi jihadisti”, ha detto Yayla.
“Lo so dapprima come ex capo della polizia nazionale turca e in seguito alle esperienze che ho avuto lì, ciò è il motivo per cui ho finito per lasciare la polizia. E in secondo luogo, a causa di ex terroristi dell’ISIS che ho intervistato come parte della mia ricerca sul fenomeno jihadista – molti dei quali dicono che l’ISIS gode del sostegno ufficiale turco.”
Preso di mira dal contro golpe di Erdogan
 Yayla è il primo funzionario turco antiterrorismo a rivendicare conoscenze di prima mano riguardanti il sostegno segreto di Erdogan, dato a gruppi terroristici islamici. Ha una profonda conoscenza della relazione del governo con l’ISIS, dopo aver lavorato a stretto contatto con i funzionari governativi di alto livello ad Ankara – tra cui lo stesso Erdogan – per discutere le operazioni.
Dopo il mio primo colloquio con Yayla, ho posto innumerevoli altre domande sulle sue specifiche esperienze della sponsorizzazione, fornita dalla Turchia all’ISIS. Ma stavo avendo difficoltà nel raggiungerlo.
Alla fine, ho ricevuto un’e-mail, in data 30 luglio, che chiariva il motivo del silenzio.

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“Mi dispiace non ho potuto tornare da Lei”, ha scritto Yayla: “Stavo cercando di far uscire mio figlio dalla Turchia ed è stato trattenuto presso il confine senza alcuna motivazione. È uno studente del college, un ragazzo di 19 anni. Non spiegano nulla e lo trattengono presso la polizia di frontiera. Naturalmente la ragione sono io, per quello che sto scrivendo e per la mia posizione contro Erdogan. Siamo così tesi all’idea che lui è detenuto. Come sapete, non vorrei pensare che la tortura e altre atrocità siano diventate cosa ordinaria nelle ultime due settimane in Turchia. Mi lasci gestire la crisi e Le parlerò in seguito, se non Le dispiace.”
Il figlio di Yayla è Yavuz Yayla, uno studente in Relazioni Internazionali presso l’Università di Cukurova. Non potevo immaginare che cosa Yayla stesse passando. Poi, in pochi giorni, la situazione è peggiorata:
“Purtroppo, hanno arrestato mio figlio”, Yayla ha scritto in un’ulteriore e-mail.
“L’accusa è avere avuto una banconota da un dollaro nello zaino, un segno per accusarlo di essere tra i sostenitori del colpo di stato. Ha 19 anni, è studente del primo anno di college, non ha connessioni con nessuno, nemmeno con i golpisti, ma è solo per vendicarsi su di me perché sto urlando i fatti e ciò a Erdogan non piace.”
Nonostante la sua conoscenza diretta della corruzione del sistema di sicurezza nazionale della Turchia, Yayla è stato preso alla sprovvista dallo sviluppo dei fatti:
“Non ho mai pensato che sarebbero andati così in basso. Non ci si può fare nulla. Letteralmente, nell’atto di accusa il pubblico ministero ha presentato due prove per considerarlo un terrorista che cercava di lasciare il paese con mezzi legali, per un passaggio di frontiera, dove è stato fermato perché non aveva il passaporto ufficiale (il passaporto verde, lui può andare solo nell’UE senza visti con questo passaporto che mi è stato dato dall’Università), e con una banconota da un dollaro nel suo zaino che aveva preso da me anni fa, quando sono tornato da una conferenza negli Stati Uniti. Siamo a un punto che le parole non possono descrivere la frustrazione che proviamo individualmente o come vittime di questo tentativo di colpo di stato.”
Ho parlato con Yayla a lungo il 4 agosto per telefono. La sua voce era notevolmente sottotono rispetto alla nostra conversazione iniziale. Come prima cosa mi ha detto che non era riuscito a smettere di piangere, a causa della paura di ciò che sarebbe accaduto a suo figlio.
La situazione era difficile. Per ottenere il rilascio di suo figlio, Yayla aveva bisogno di trovare un avvocato capace e coraggioso. Ma gli avvocati erano già stati eliminati da Erdogan – in particolare gli avvocati che hanno accettato di farsi carico dei casi delle persone arrestate dalle autorità, per aver connessioni al colpo di stato.
“Quindi non riesco a trovare un avvocato”, ha detto Yayla. “Gli avvocati hanno paura. Tutto quello che hanno da dire è ‘Anche noi abbiamo una famiglia, arresteranno anche noi’”.
Squadre di agenti antiterrorismo sono state inviate a casa del padre di Yayla ad Ankara. Hanno perquisito la casa, e hanno posto ripetute domande relative allo stesso Ahmet. Da allora, Yavuz Yayla rimane in detenzione a tempo indeterminato con l’accusa di terrorismo, e il procedimento d’appello non ha avuto successo.
Per Yayla, il vero obiettivo di queste azioni è evidente.
“Mi vogliono far tacere”, ha detto in relazione all’amministrazione Erdogan:
“Conosco vari patti interni. Come stavano aiutando l’ISIS direttamente.”
Nei due mesi durante la detenzione di suo figlio, Yayla non è stato in grado di comunicare con il figlio al telefono, anche se i detenuti hanno il diritto di una telefonata di dieci minuti ogni settimana.
Ai primi di settembre, le autorità turche hanno rilasciato temporaneamente Yavuz con tutti i suoi effetti personali, solo per trattenerlo ancora una volta sulla soglia della prigione. Questa volta è stato nuovamente arrestato per il fatto che il suo passaporto era stato annullato dal governo. L’avvocato che Ahmet aveva finalmente trovato per il figlio, ha condotto il caso sotto la pressione esercitata dall’intelligence turca.
In realtà, l’annullamento del passaporto di Yavuz era legato a suo padre. Le autorità turche avevano annullato i passaporti di Ahmet Yayla e dei membri della sua famiglia nel luglio 2016, dopo che Yayla aveva scritto un articolo nel World Policy Journal, sottolineando la prova del sostegno dato da Erdogan al terrorismo.
Ma quest’articolo ha a malapena scalfito la superficie di ciò che Ahmet Yayla sa di prima mano, in merito alla relazione incestuosa del governo turco con l’ISIS.
 Il terrore umanitario
 Yayla ha detto che le accuse controverse nella stampa turca, riguardanti il sostegno ai gruppi militanti in Siria per mezzo di un’ONG turca caritatevole, la Humanitarian Relief Foundation (IHH), sono del tutto precise riflessioni di un rapporto torbido tra il governo turco e i gruppi jihadisti.
Il 3 gennaio 2014, il quotidiano turco centrista Hurriyet ha riferito che una notevole quantità di munizioni e armi è stata trovata dalla polizia turca, in camion che trasportavano aiuti a favore dell’IHH ai ribelli islamici in Siria.
È emerso presto, dal pubblico ministero e dalla testimonianza degli agenti di polizia, nel corso di procedimenti di tribunale, che si presumeva che i camion fossero accompagnati da funzionari dell’Organizzazione Nazionale di Intelligence dello Stato Turco (MIT).
La testimonianza per i documenti in tribunale ha affermato che parti di razzi, munizioni e proiettili da mortaio erano stati trovati in camion che consegnavano le forniture alle zone della Siria sotto il controllo di gruppi jihadisti, verso la fine del 2013 e all’inizio del 2014.
Tuttavia, il governo di Erdogan ha vietato a tutti i media turchi di dare ulteriori informazioni sui procedimenti giudiziari. Le accuse, ha sostenuto il governo, facevano parte di una cospirazione per minare la presidenza di Erdogan, organizzata dal religioso musulmano in esilio Fethullah Gülen, residente negli Stati Uniti.
Secondo Ahmet Yayla, però, le accuse contro Erdogan e l’IHH sono precise, e non hanno nulla a che fare con una cospirazione gulenista.
“Sono stato coinvolto indirettamente nelle prime fasi delle indagini antiterrorismo nell’IHH”, ha detto Yayla.
“Il leader dell’IHH è stato arrestato a seguito di queste indagini, a quel tempo, a causa delle prove che avevamo ottenuto che il gruppo è dietro gran parte del sostegno all’ISIS. L’IHH ha fornito armi e munizioni a molti gruppi jihadisti in Siria, non solo all’ISIS”.
Yayla rileva che la flottiglia di Gaza 2010, dove a un vascello operativo dell’IHH è stato impedito di portare aiuti umanitari a Gaza da parte della Forza di Difesa Israeliana (IDF), era stata organizzata con l’approvazione di Erdogan:
“Erdogan ha voluto che la gente pensasse che stesse sostenendo Gerusalemme e la Palestina, forzando questa nave a Gaza. Si aspettava di diventare un eroe. Invece la gente è stata uccisa. Ma Erdogan ha utilizzato l’incidente per radicalizzare le persone in Turchia intorno a sé.”
Anche prima dell’incidente della flottiglia, l’IHH era diventato partner primario dell’Agenzia Turca per la Cooperazione Internazionale (TIKA) – l’agenzia di aiuti ufficiale del governo turco – per distribuire aiuti umanitari in tutto il mondo.
“Con la sola eccezione che l’IHH non distribuiva solo beni umanitari. Tra i beni, vi erano armi”, ha detto Yayla.
 Radici militanti
Il principale benefattore dell’IHH nel governo turco era Hakan Fidan, che ha guidato TIKA dal 2003 fino al 2007. Ex ufficiale militare turco, è diventato vice sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel 2007. Dal 2010 è stato capo dell’agenzia di intelligence dello Stato turco (MIT).
 Ma secondo Ahmet Yayla, Fidan è stato uno dei sospettati primari di una serie di attacchi terroristici nel 1990, quando Yayla lavorava come ufficiale di polizia di Ankara. Gli attacchi implicavano omicidi mirati di intellettuali turchi di sinistra affiliati al giornale Cumhuriyet, sotto forma di autobombe e pacchi bomba. Tra le vittime il giornalista Ugur Mumtu, l’attivista per i diritti delle donne Bahriye Ucok, e l’intellettuale Ahmet Taner Kislali.
Le operazioni di polizia hanno rintracciato i responsabili degli attacchi, facenti parte di una cellula terroristica gestita dall’Hezbollah turca (TH). Due persone chiave, ora vicine a Erdogan, sono state identificate dalla polizia come membri della cellula: Hakan Fidan e Faruk Koca, uno dei membri fondatori dell’Akp al potere.
L’Hezbollah turca è un’organizzazione terroristica islamista sunnita emersa nel 1980, originariamente gestita da una fazione curda. È particolarmente attiva contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e sostiene apertamente la violenza come mezzo per stabilire uno Stato Islamico in Turchia.
L’associazione non ha legami con il gruppo libanese che porta lo stesso nome. Ma secondo Yayla, operazioni di polizia turca hanno rivelato che TH aveva legami con elementi di alto livello dell’apparato di sicurezza turco, così come forti relazioni con funzionari dell’intelligence iraniana post-rivoluzionaria.
Una riunione informativa di background di Human Rights Watch, pubblicata nel 2000, ha documentato un sistema allarmante di legami tra le forze di sicurezza turche e TH, tra cui le testimonianze di alti funzionari del governo turco, come il ministro del governo Fikri Saglar, che ha sostenuto che l’Hezbollah turca era fin dall’inizio controllata dalle “Forze Armate” e che “si è ampliata e rafforzata sulla base di una decisione del Consiglio di Sicurezza nazionale nel 1985.”
Nell’aprile 1995, un rapporto ufficiale del Parlamento turco ha concluso che “le unità militari” turche fornivano “assistenza” a un campo segreto dell’Hezbollah turca “nei villaggi della regione di Seku, Gönüllü e Çiçekli, nel distretto Gercüs di Batman.”
TH da allora è stata indicata come organizzazione terroristica dal Dipartimento di Stato.
Negli ultimi dieci anni, mentre TH non ha rinunciato al suo impegno per la violenza, si è concentrata anche su attività politiche.
Eppure, la sua eredità di violenza continua a vivere. C’è una linea diretta di discendenza tra TH, al-Qaeda e l’ISIS. Halis Bayancuk, il cui nome di battaglia è Abu Hanzala, è l’emiro dell’ISIS in Turchia. In precedenza, l’emittente nazionale pubblica turca a guida statale (TRT) aveva identificato Bayancuk come capo del ramo turco di al-Qaeda. Ma Bayancuk è anche figlio di Haci Bayancuk, uno dei membri fondatori di TH.
Halis Bayancuk (sulla destra), l’emiro dell’ISIS in Turchia è figlio di Haci Bayancuk, un membro fondatore dell’Hezbollah turca è qui immortalato durante un arresto da parte della polizia turca. Non è ammanettato. Ahmet Yayla spiega che sotto Erdogan, le spie dell’ISIS hanno libertà di movimento e non vengono ammanettate da parte della polizia turca, se vengono arrestate.
Operazioni di polizia nel 2007 a Bingol e Koceeli, e nel 2008 a Istanbul, Ankara e Diyarbakir, hanno rivelato la cooperazione ad alto livello tra i leader di TH e di al-Qaeda. Una rete di al-Qaeda in Turchia, guidata da Muhammed Yasar, è stata colta a operare per conto di TH.
Emrullah Uslu, un ex analista di politica dell’Unità Antiterrorismo della Polizia Nazionale Turca, dice che la maggior parte dei membri della rete di al-Qaeda in Turchia “ha avuto contatto” con TH.
Oggi una fazione scissionista di TH che ha reclutato nuovi salafiti-jihadisti tra le sue file, sta “combattendo a fianco dell’ISIS e di altre fazioni estremiste in Siria”, riferisce il giornalista turco Sibel Hurtas.
“Centinaia di pagine di documentazione sull’Hezbollah turca sono state scoperte nei raid della polizia di Ankara che hanno avuto luogo a quel tempo”, ha riferito Yayla per quanto riguarda l’ondata di omicidi nel 1990:
“I file hanno dimostrato legami diretti tra l’intelligence iraniana e due figure che ora sono molto vicine a Erdogan: Hakan Fidan e Faruk Koca. E hanno dimostrato che sia Fidan, sia Koca facevano parte della cellula terroristica dell’Hezbollah turca dietro a quegli attentati dinamitardi.”
 A causa delle indagini della polizia, Fidan è fuggito dalla Turchia in Germania, si è poi trasferito negli Stati Uniti dove ha continuato a vivere in esilio. Quando l’AKP ha preso il potere sotto Erdogan, tuttavia, Fidan è tornato in Turchia e ha ripreso il ruolo di capo della agenzia di aiuti turca, il suo status di ‘ricercato’ è inspiegabilmente scomparso.
 Daesh: progenie bastarda dello Stato sotterraneo turco
 Grazie alle sue credenziali umanitarie l’IHH, ora in collaborazione con il governo turco sotto la guida di Fidan proveniente da TIKA, ha fornito la “copertura perfetta” a Erdogan per intensificare la sua strategia segreta in Siria.
La strategia segreta è proseguita, mentre Fidan è avanzato fino a diventare capo dei servizi segreti dello Stato turco.
Se le dichiarazioni di Yayla sono corrette, allora l’attuale capo del potente MIT della Turchia, sotto Erdogan, è membro di al-Qaeda affiliata all’Hezbollah turca, responsabile degli omicidi terroristici dei dissidenti di sinistra negli anni ‘90.
Attorno al 2012 in poi, ha spiegato Yayla, diverse centinaia di camion di rifornimenti sono stati inviati dall’IHH in Siria.
Descrivendo diverse operazioni attive di polizia contro l’IHH, a causa di relazioni dell’Agenzia con al-Qaeda, Yayla ha confermato che un’operazione importante che aveva coinvolto i raid antiterrorismo a Gazientep, Van, Kilis, Istanbul, Adana e Kayseri, aveva svelato lo stretto rapporto di lavoro dell’IHH con alti membri di al – Qaeda e dell’ISIS, fornendo armi ai gruppi jihadisti attraverso il confine.
Mentre Erdogan e i suoi ministri hanno condannato l’operazione di polizia, Yayla, che ha informato Erdogan come capo della polizia di Ankara, ha confermato che l’operazione è il risultato di un’indagine di polizia in corso sul sostegno jihadista in Turchia – non una cospirazione gulenista.
Ma l’IHH era soltanto un canale per queste azioni di sostegno ai jihadisti siriani.
“Il resto delle operazioni sono state effettuate direttamente dal MIT”, ha detto Yayla. “Il MIT ha portato varie volte, alla luce del sole, armi ed esplosivi in Siria con camion così come combattenti trasportati con autobus. Alcuni di loro sono stati catturati dalla polizia turca.”
Migliaia di foreign fighters hanno sciamato in Turchia negli ultimi anni per unirsi a gruppi che combattono il regime di Bashar al-Assad in Siria.
Per la prima volta, le interviste di Ahmet Yayla con INSURGE intelligence forniscono conferma diretta privilegiata, non solo che il governo di Erdogan aveva chiuso un occhio per quanto riguarda il movimento di questi combattenti oltre confine in Siria, ma che la polizia turca aveva rilevato il ruolo dell’Agenzia di Intelligence di Stato della Turchia nel trasferimento dei foreign fighters e che aveva implicato assistenza diretta all’ISIS:
“L’agenzia MIT ha trasportato terroristi dell’ISIS da Hatay a Sanliurfa in autobus nel 2014 e 2015. A volte venivano lasciati alla frontiera, altre volte venivano trasportati oltre il confine. Quando i terroristi tornavano in Turchia, venivano spesso fermati per il controllo di routine della droga. Negli autobus, guardie di frontiera turca hanno trovato kalashnikov e munizioni. Gli occupanti sono stati arrestati e interrogati, e gli autisti hanno ammesso apertamente che il MIT li aveva assunti per il trasporto di terroristi e foreign fighters.”
Yayla non era direttamente coinvolto in queste operazioni, ma è venuto a conoscenza dei loro risultati schiaccianti durante il suo alto ruolo in polizia, dato che aveva libero accesso alle registrazioni rilevanti.
Bombe per la beneficenza
L’IHH è stato a lungo sospettato di legami con il terrorismo da parte delle agenzie di intelligence occidentali.
Un cablogramma confidenziale, datato 21 luglio 2006, proveniente dal Dipartimento di Stato dall’ambasciata degli Stati Uniti a Istanbul, ottenuto da Wikileaks, conferma che l’IHH è “sospettato da alcuni per il finanziamento del terrorismo internazionale … Nel 1997 funzionari locali, presso il quartier generale dell’IHH a Istanbul, sono stati arrestati dopo un raid delle forze di sicurezza che hanno scoperto armi da fuoco, esplosivi e le istruzioni per fabbricare bombe.”
Il cablogramma descrive il memoriale funebre per la morte dell’affiliato ad al-Qaeda, il comandante militare ceceno Shamil Basayev, co-organizzato dall’IHH alla presenza del Presidente dell’IHH, Bulent Yildirim.
Basayev è stato indicato dal Dipartimento Statale come terrorista nel 2003 per aver ammesso il suo coinvolgimento in molti massacri di ostaggi civili e attacchi suicidi dinamitardi, così come i suoi “collegamenti ad al-Qaeda.”
In quel contesto, vale la pena notare il resto del cablogramma segreto:
“Coloro che seguivano il funerale continuavano a cantare slogan in arabo, inframmezzati con le seguenti frasi in turco: ‘Killer russi – Fuori dalla Cecenia’, ‘Killer israeliani – Fuori dalla Palestina’, ‘Killer americani – Fuori dal Medio Oriente’, ‘Shamil Basayev – La tua condotta è la nostra condotta’, e ‘Hamas – Resisti’. Come possibile riferimento alla stagione di elezione imminente, Yildirim aveva anche un messaggio per il Governo turco, ‘Non sostenete questi atei – se andate diritto, siamo pronti a seguirvi.’ Nel bel mezzo della cerimonia, i partecipanti hanno bruciato una bandiera, che noi non abbiamo visto, per grande gioia della folla. Per quanto riguarda Basayev, Yildirim ha lodato il fatto che lui non si è compromesso, sostenendo che mirava all’indipendenza ed è morto per Dio e per la causa.”
Yayla ha confermato che il raid di polizia nell’IHH nel 1997 avevano identificato connessioni dirette tra la beneficenza e al-Qaeda. Il personale dell’IHH, ha riferito, si stava preparando a operazioni di combattimento in Cecenia, Bosnia e Afghanistan.
I documenti trovati durante il raid hanno rivelato che le armi erano fornite in segreto a gruppi connessi a Osama bin Laden.
I sostenitori dell’ISIS trasportano regolarmente, con impunità, parti per la costruzione di apparecchiature esplosive attraverso il confine tra la Turchia e la Siria.
Le fotografie fornite in esclusiva da Yayla a INSURGE, ottenute direttamente da ex membri dell’ISIS, immortalano affiliati all’ISIS mentre si occupano delle cosiddette bombe “hell fireball”, prodotte in serbatoi di gas petrolio liquido, le cui parti sono fabbricate a Konya, una città interna in Turchia dove risiede un centinaio di sostenitori dell’ISIS.
“L’ex membro dell’ISIS ha riferito che questi rifornimenti giungono da fonti protette dalle forze di sicurezza turche”, ha detto Yayla.
La fonte del disertore, raccolta da Yayla, ha confermato che le parti sono trasportate da camion attraverso il confine in Siria per fare le bombe. I camion passano di solito attraverso la dogana turca senza problemi. “Hanno ucciso centinaia di civili e bambini”, ha detto Yayla.
“Sono molto efficienti. Il disertore spiegava che le bombe sono almeno dieci volte più potenti e letali rispetto ai mortai regolari. Tutti i materiali per queste bombe sono trasportati in Siria dalla Turchia e sono stati acquistati dalla Turchia.”
Il capo della polizia ha dato l’ordine di sorvegliare l’ISIS
Ma è l’esperienza personale di Ahmet Yayla, riguardante la sponsorizzazione ufficiale turca dell’ISIS, la cosa, forse, più incriminante.
“Sono stato testimone molte volte, coi miei propri occhi ed orecchi, che il Governatore di Sanliurfa [una città prossima al confine tra Turchia e Siria] parlava ai leader di gruppi terroristi in Siria”, ha riferito Yayla.
In molte riunioni di sicurezza di alto livello che coinvolgevano i capi di polizia, Yayla e i suoi colleghi attendevano, mentre il governatore finiva le sue telefonate con i leader ribelli.
“È stato davvero scioccante”, ricorda Yayla. “Parlava apertamente della situazione in Siria e chiedeva ripetutamente al telefono come avrebbe potuto aiutare a fornire tutto ciò di cui avevano bisogno, cibo o medicine, letteralmente qualsiasi cosa di cui avevano bisogno.”
Le cose sono venute a capo quando il governatore, che è un incaricato politico del Ministero degli Interni, ha iniziato a chiedere che Yayla sovrintendesse alla protezione di centinaia di combattenti dell’ISIS che venivano spediti in Turchia per ricevere cure mediche.
“Sono il capo della polizia al quale è stato chiesto, da parte del governatore, di sorvegliare i terroristi dell’ISIS. E ho assegnato gli agenti di polizia per questo compito”, ha detto Yayla. “Ci sono ancora i dati ufficiali della polizia riguardanti questa politica, e possono essere riscontrati nei programmi di assegnazione. Questi dati non possono essere distrutti.”
“Ero l’ufficiale assegnato, affinché la polizia custodisse quei terroristi”, ha ripetuto, l’incredulità era palpabile nel suo tono.
Combattere vicino al confine turco era diventato intenso, a partire dal 2013, anno in cui centinaia di ribelli jihadisti erano stati feriti:
“I combattenti dell’ISIS venivano portati oltre confine, a Sanliurfa, per ricevere le cure mediche negli ospedali turchi. Come capo della polizia, mi veniva chiesto dal governatore di inviare i miei ufficiali a fornire una protezione H24/7 per quei terroristi feriti. Si è giunti al punto che c’erano così tanti membri dell’ISIS in trattamento sanitario, che non riuscivo nemmeno a trovare abbastanza agenti per sorvegliare quei terroristi. Si soffriva di una grave carenza di manodopera a causa di queste richieste. Quando si è raggiunto quel punto, non avevo altra scelta che dire al governatore, eh beh, che davvero di ciò non mi importa più niente e gli ho detto, guardi, non ho forza lavoro, la città è in sofferenza e non riesco a fare la mia professione.”
Il governatore era sconvolto, ha detto Yayla, ma a causa di un vero e proprio volume di combattenti dell’ISIS che entrano in Turchia per il trattamento medico, le sue richieste non potevano essere soddisfatte.
“Era pazzesco, si potevano vedere le ambulanze che arrivavano con targhe europee, le quali trasportavano membri dell’ISIS”, ha detto Yayla.
“In effetti il vice di al-Baghdadi, Fadhil Ahmed al Hayali, è stato ferito in un bombardamento americano. Ha perso una gamba ed è stato portato in un ospedale e curato. Dopo di che è tornato in Siria. Nessuno ha pagato i soldi per le cure. Sono state completamente gratuite.”
La politica di fornire assistenza medica gratuita ai combattenti dell’ISIS è andata avanti per due anni, fino al 2015. La pressione del presidente Obama di chiudere i confini ha condotto Erdogan a distendere i rapporti politici in quell’anno.
Smettiamo di combattere i terroristi
I dubbi manifesti di Yayla circa la compromissione delle operazioni di polizia, alla fine hanno portato il governatore a indurlo a uscire dall’antiterrorismo.
“Ero così entusiasta all’idea di lottare contro il terrorismo, così ho creato un sistema per seguire i terroristi prima che essi stabilissero una cellula”, ha spiegato Yayla.
“Se qualcuno fosse stato coinvolto nel terrorismo, avrei inviato agenti di polizia a intervenire, ad esempio, parlando ai membri della famiglia, per fare in modo di evitare un’ulteriore radicalizzazione. Così i miei agenti avrebbero cominciato a intervenire contro i membri dell’ISIS, non appena rilevate le loro attività.”
 Ma il governatore non era d’accordo.
“Non gli piaceva quello che stavo facendo, così mi ha fatto uscire dall’anti terrorismo. A causa della mia anzianità nella polizia nazionale turca, lui non poteva licenziarmi. Così, invece, mi ha messo a capo del Dipartimento per le Investigazioni e l’Ordine Pubblico.”
Yayla ha continuato a impegnarsi a usare la sua autorità per il giro di vite contro i terroristi. Ha chiesto agli ufficiali nel suo dipartimento di perseguire la politica di fermare e arrestare sospetti terroristi che si aggirano in città, e di consegnarli all’antiterrorismo. Non sorprende che, ha detto, “Nemmeno al governatore piacesse l’idea.”
In realtà, Yayla lamentava:
“La maggior parte delle volte il centro dispacci è stato incitato a non inviare l’antiterrorismo, e perfino non comunicare via radio, perché le comunicazioni venivano registrate. Invece gli ufficiali turchi anti terrorismo avrebbero teso la mano ai nostri ufficiali per mezzo di un contatto telefonico diretto e detto loro di rilasciare solo i terroristi. ‘Perché fermarli? Lasciateli andare’, avrebbero detto.”
 Yayla ha detto che, come conseguenza di questa politica, l’ISIS è riuscito a far decollare la propria presenza in Turchia con totale impunità:
“Fondamentalmente, alla polizia non è stato permesso di fermare l’ISIS in città.”
L’accusa più scioccante di Yayla è che il governo turco ha direttamente protetto il leader delle operazioni turche dell’ISIS, Halis Bayancuk, noto anche come Abu Hanzala, figlio di uno dei padri fondatori dell’Hezbollah turca.
“Le mie fonti di polizia confermano che Erdogan aveva assegnato a Bayancuk, nel 2015, la protezione H24/7 della polizia”, ha detto Yayla. “Sono ancora in comunicazione con altre fonti di polizia e capi. Abitualmente lamentano il fatto che le più alte autorità turche stanno lavorando con l’ISIS, e che i loro sforzi per arrestare i membri dell’ISIS in Turchia sono ostacolati dal dipartimento antiterrorismo.”
Yayla descrive diversi esempi in cui i suoi propri ufficiali avrebbero indagato membri sospetti dell’ISIS senza alcun sostegno da parte dei loro colleghi nell’antiterrorismo:
“I membri dell’ISIS che arrivano in Turchia spesso si radono la barba e si tagliano i capelli in modo da potersi confondere tra la gente. Investigatori di alto livello ne avrebbero seguito i movimenti dal loro arrivo in Turchia e le loro attività in città, raccogliendo e condividendo le prove su di loro con l’antiterrorismo. Ma non avrebbero ricevuto alcun supporto dal reparto antiterrorismo. Al contrario, a loro sarebbe stato detto ‘non li fermate, non è il vostro lavoro.’ E come se non bastasse, la polizia avrebbe aperto poi indagini in merito a questi stessi agenti per aver indagato i terroristi.”
Yayla ha riferito che il fallito colpo di stato ha fornito a Erdogan una perfetta occasione per sradicare gli ufficiali critici su queste politiche, con il pretesto di colpire una cospirazione gulenista: “Molti di questi agenti, semplicemente, non possono parlare – se parlano verranno arrestati.”
Rifugio logistico sicuro – il sangue per il petrolio
 La Turchia, membro chiave della NATO e presunto alleato dell’Occidente nella lotta contro l’ISIS, è ora diventato rifugio sicuro, aperto ai jihadisti: “L’ISIS ha una grande base di appoggio logistico a Gaziantep. Ad esempio, tutte le sue uniformi sono state confezionate dai sarti a Gaziantep, forse oltre 60.000 nel corso degli ultimi due anni. ”
Questo non è del tutto sorprendente, dato che Gazientep in precedenza era la principale base del supporto logistico per TH e più tardi per al-Qaeda in Turchia.
“Ci sono edifici a forma di cupola a Gazientep, in cui vivono i jihadisti – sia l’ISIS che Jabhat al-Nusra [un ex affiliato di al-Qaeda rinominato Jabhat Fateh al-Sham]”, ha detto Ahmet Yayla. “Questi sono enormi appartamenti pieni di jihadisti. Molti di questi jihadisti non si preoccupano neppure di confondersi tra la gente. Conservano il loro aspetto caratteristico, con il loro particolare stile di abbigliamento e le lunghe barbe. E vanno avanti e indietro attraverso il confine liberamente.”
Ma le rivelazioni sorprendenti di Yayla, circa il sostegno del governo turco dato all’ISIS, non finiscono qui. Ha anche fatto riferimento a resoconti di prima mano che aveva ottenuto da decine di interviste sensibili con disertori dell’ISIS nascosti in Turchia. Alcuni di questi resoconti sono esaminati nel nuovo libro di Yayla con la collega accademica Speckhard, ISIS Defectors, così come nel loro recente articolo sulla rivista peer-reviewed (n.d.T. revisione fatta da ricercatori indipendenti), Perspectives on Terrorism.
Accuse che il figlio e il genero di Erdogan sono stati direttamente coinvolti in operazioni di contrabbando di petrolio dell’ISIS, sono apparse sulla stampa turca, ma sono negate con fervore dal governo.
Malgrado queste affermazioni, le proprie fonti di Yayla tra i disertori dell’ISIS hanno confermato il ruolo della Turchia e del governo regionale curdo (KRG) nell’Iraq settentrionale, per facilitare le vendite di petrolio dell’ISIS.
“Il percorso principale per ottenere il petrolio dal territorio dell’ISIS è attraverso il nord dell’Iraq”, ha detto Yayla. “Il petrolio dell’ISIS è trasportato da camion e mescolato con il petrolio dell’Iraq settentrionale. Questo è il motivo per cui il KRG ed Erdogan sono amici. ”
La rete del petrolio dell’ISIS ha coinvolto una combinazione di interessi in competizione – tra cui quelli di Bashar al-Assad, presunto arci nemico dell’ISIS.
“Quando le raffinerie hanno avuto problemi, l’ISIS avrebbe teso la mano a Bashar, che avrebbe inviato ingegneri petroliferi per entrare e risolvere i problemi. I combattenti dell’ISIS avrebbero scortato e protetto gli ingegneri di Bashar, permesso loro di risolvere i problemi, poi li avrebbero inviati, in totale sicurezza, a Bashar. ”
Questo significava, forse, che Bashar al-Assad stava, in effetti, sponsorizzando l’ISIS comprando il suo petrolio?
«Sì e no”, ha detto Yayla. “Bashar non ha controllato direttamente l’ISIS, ma ha bisogno di mantenere l’approvvigionamento sicuro di petrolio, e l’ISIS ha bisogno di mantenere le sue vendite di petrolio. È un rapporto di convenienza. Alcuni disertori mi hanno detto che erano arrabbiati per ciò. La giustificazione ufficiale dell’ISIS è che loro commerciano con altri Stati, anche se sono il nemico. ”
L’ISIS stava facendo così tanti soldi dalle vendite complessive del petrolio, tanto da essere costretti a smettere di contare i soldi per valuta e, invece, a cominciare a pesarli in chilogrammi.
Un ex emiro dell’ISIS ha riferito a Yayla:
“Una certa quantità di petrolio va direttamente alla Turchia, ma soprattutto verso il nord dell’Iraq e viene mischiata con il petrolio iracheno.”
Secondo Yayla:
“Egli [il disertore dell’ISIS] sa che sia in Turchia, che nel KRG, le navi cisterna dell’ISIS venivano protette, non venivano fermate, sono intoccabili. Non solo una nave cisterna – petroliera dopo petroliera dopo petroliera. Le strade sono state bloccate ovunque per mantenere fuori l’ISIS e le altre organizzazioni terroristiche. Eppure lui e poche altre fonti dell’ISIS mi hanno riferito che quei camion e autocisterne sono stati in grado di passare attraverso i checkpoint senza problemi, senza nemmeno essere fermati. Questo dimostra semplicemente che l’ISIS aveva ricevuto l’ordine di non fare confusione con le navi cisterna turche, e viceversa”.
 Il governo turco non ha mostrato i segni che è ancora marginalmente interessato a indagare questi problemi. Richieste multiple per ricevere un commento sono state inviate all’ambasciata turca a Londra, per quanto riguarda le accuse di Yayla e il trattamento di suo figlio. Nessuna risposta è stata ricevuta.
L’alleanza della NATO con il terrore
Ho posto a Yayla la domanda più importante.
Perché?
Perché la Turchia finanzierebbe l’ISIS, soprattutto quando il gruppo terroristico non ha, negli ultimi anni, evitato di colpire obiettivi interni alla Turchia?
Yayla ipotizza che la corruzione politica ai più alti livelli del governo di Erdogan abbia eroso la sicurezza nazionale della società turca.
“Credo che Erdogan voglia stabilire un nuovo stato turco – salafita, sciita e l’Islam politico, il tutto amalgamato,” ha detto.
“Non fraintenda. Per Erdogan, l’Islam politico è solo uno strumento utile per consolidare la sua base di appoggio in Turchia. Ed è ora il suo principale strumento da usare contro ogni opposizione nazionale al suo governo, in particolare i Curdi, che sono una forza potente per combattere l’ISIS.”
La cosa più sconvolgente è il silenzio assordante della NATO.
In risposta alle accuse alla Turchia di essere lo Stato che sponsorizza l’ISIS, un portavoce della NATO era impenitente sul ruolo continuo della Turchia all’interno dell’alleanza di sicurezza, guidata dagli Stati Uniti.
In una lunga dichiarazione, il funzionario della NATO ha detto:
“La Turchia è l’alleato della NATO più immediatamente esposto alla violenza e all’instabilità in Siria e in Iraq. Tutti gli altri alleati contribuiscono a proteggere la Turchia con una serie di misure, tra cui il dispiegamento di sistemi di difesa missilistica Patriot. La lotta contro l’ISIL richiede uno sforzo globale e sostenuto, tra cui il taglio dei finanziamenti illegali all’ISIL e porre fine al flusso di foreign fighters. Tutti gli alleati della NATO stanno contribuendo alla Coalizione Globale guidata dagli Stati Uniti per contrastare l’ISIL. La Turchia sta dando un contributo determinante, tra cui il dare ospitalità a diversi altri alleati presso la base aerea NATO di Incirlik, e rafforzare la sicurezza del suo confine con la Siria. Nel nostro recente vertice di Varsavia, la NATO ha deciso che i nostri aerei AWACS contribuiranno a fornire copertura visiva e radar alla Coalizione Globale. Abbiamo inoltre deciso di intensificare la nostra formazione di ufficiali iracheni, perfino in Iraq. Il governo turco si è offerto di aiutare lo sforzo di formazione presso le strutture in Turchia. ”
La NATO, a quanto pare, non ha alcun interesse a indagare la sponsorizzazione sistematica dell’ISIS proprio all’interno dell’alleanza.
Nel frattempo, Ahmet Yayla sta pagando un prezzo molto alto per aver parlato. Dopo l’arresto del figlio, con l’accusa infondata di terrorismo, il governo turco sta ora intensificando la sua campagna contro l’ex capo antiterrorismo, etichettandolo pubblicamente come terrorista per mezzo dei media controllati dallo Stato.
Mercoledì scorso, Yayla ha testimoniato davanti alla Sottocommissione per l’Europa, l’Eurasia e le Minacce Emergenti del Congresso degli Stati Uniti, circa la prova che il fallito colpo di stato è stato “messo in scena” da elementi del proprio governo di Erdogan. Il giorno seguente, l’Agenzia turca statale Anadolu ha accusato Yayla di essere un “presunto membro della Fetullah Terrorist Organisation (FETO)” presumibilmente guidata da Fetullah Gulen.
Ma Yayla, che ha personalmente informato lo stesso Erdogan nel suo ruolo di capo della polizia, non è, nemmeno per sogno, un gulenista.
“Erdogan etichetta chiunque come gulenista, se è contro di lui”, ha detto Yayla. “Non sono un gulenista. Sono solo un musulmano praticante con regolarità”.
Il vero crimine di Yayla è semplicemente la sua tenacia nel continuare a combattere il terrorismo, non importa chi ne sia il responsabile. Il suo coraggio, però, sta avendo un prezzo per la sua famiglia. E mentre la Nato continua a proteggere il regime sempre più draconiano di Erdogan, la cosiddetta ‘guerra all’ISIS’ continua ad avanzare senza sosta.

Dr. Nafeez Mosaddeq Ahmed è un giornalista investigativo che ha ricevuto un premio per il suo impegno quindicennale, studioso di sicurezza internazionale, autore di bestseller e film-maker.
Nafeez è l’autore di A User Guide to the Crisis of Civilazation: And How to Save It (2010) e del thriller di fantascienza ZERO POINT, tra gli altri libri. Il suo lavoro sulle cause e le operazioni segrete legate al terrorismo internazionale ha dato un contributo ufficiale alla Commissione sull’11 settembre e all’Inchiesta 7/7 del medico legale.
Questa storia è stata rilasciata gratuitamente per il pubblico interesse, ed è stata resa possibile per mezzo di crowdfunding. Vorrei ringraziare la mia straordinaria comunità di sostenitori per il loro supporto, i quali mi hanno dato l’opportunità di lavorare su questa storia. Si prega di sostenere il giornalismo d’inchiesta indipendente per il bene comune globale, per mezzo del sito http://www.patreon.com/nafeez, dove è possibile donare tanto o poco, come gradite

Fonte: https://medium.com/i
Link:  https://medium.com/insurge-intelligence/former-turkish-counter-terror-chief-exposes-governments-support-for-isis-d12238698f52#.x9leu0rj0
16.09.2p016
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org  a cura di NICKAL88

Preso da: http://comedonchisciotte.org/un-informatore-espone-modo-cui-principale-alleato-della-nato-sta-armando-finanziando-lisis/

“Gli Stati Uniti ci finanziano”. La rivelazione di un guerrigliero dell’Isis

8 luglio 2016

Un comandante pakistano del Califfato, Yousaf al Salafi, racconta di ricevere soldi dall’America per reclutare giovani terroristi.
Il Califfato è finanziato dagli Usa. A dirlo è Yousaf al Salafi, comandante pakistano dell’Isis.

La rivelazione, portata alla luce dal The Express Tribune, è arrivata nel corso di un interrogatorio: lo jihadista è stato arrestato dalle forze di sicurezza pakistane – insieme ad altri due guerriglieri – in seguito a un operazione militare a Lahore contro i terroristi.

Si legge: “Nel corso delle indagini l’uomo ha ammesso di ricevere fondi attraverso l’America per far funzionare l’organizzazione e reclutare giovani pakistani da impiegare al fronte in Siria.
La fonte anonima della scioccante confessione racconta inoltre che sia il segretario di Stato americano John Kerry , sia il generale Lyod Austin (a capo del Centcom, Comando centrale delle forze armate a stelle e strisce), sono stati informati di quanto raccontato dal fondamentalista islamico nel corso della loro recente visita a Islamabad, capitale del Paese.
E ancora: “Gli Stati Uniti condannano l’Isis, ma purtroppo non sono in grado di fermare il finanziamento di cui gode il Califfato. Soldi che arrivano proprio dagli yankees. Gli Usa hanno dovuto fugare l’impressione di sostenere economicamente il gruppo per perseguire i propri interessi; per questo hanno lanciato un’offensiva in Iraq, ma non in Siria”.

GLI ACCOUNT TWITTER DELLO STATO ISLAMICO PORTANO AL GOVERNO INGLESE

Pubblicato il: 23/03/2016

Twitter ha bloccato gli utenti accusati di ‘molestare’ gli account collegati allo SIIL [Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, chiamato anche ISIS o “Daesh”, ndr]. Nel frattempo, gli hacker hanno rivelato che gli account Twitter utilizzati dallo SIIL riconducono ad Arabia Saudita e governo inglese. Sorpresa?
Uno degli argomenti centrali utilizzati dai governi che cercano di limitare le libertà su internet e giustificarne la sorveglianza totale è che i social media e le varie piattaforme internet permettono ai “terroristi” di diffondere propaganda e incitare alla violenza. E naturalmente l’unico modo per fermare tale fenomeno orribile, secondo la saggezza comune, sia regolare attentamente gli interventi su internet, così come un’ampia sorveglianza. O almeno così ci è stato detto. È per questo che molti sono disorientati dalla decisione di Twitter di bloccare gli “hacktivisti” accusati di “molestare” gli account collegati a SIIL e altri gruppi terroristici.

La cosa ha fatto notizia all’inizio del mese:

“Rapidamente lo SIIL apre account e diffonde propaganda, secondo gruppi hacker come Anonymus e Ctrl Sec impegnati nella campagna online #OpISIS. Il gruppo segue i followers, i collegamenti degli account individuati dagli appelli ad unirsi allo Stato islamico e riporta i profili dei jihadisti. Ma ora dicono che il social media li chiude. Difendendosi, Twitter vanta che non meno di 125000 account collegati a organizzazioni terroristiche sono stati rimossi. Ma gli attivisti di internet dicono che Twitter ha fatto ben poco, a parte agire su reclamo di utenti: “Una dichiarazione di WauchulaGhost, hacker antiterrorismo del collettivo Anonymus, ha detto: Chi ha sospeso 125000 account? Anonymus, i suoi gruppi affiliati e comuni cittadini. Vi rendete conto che se sospendessimo la segnalazione degli account dei terroristici e dalle immagini violente, Twitter sarebbe inondata di terroristi. Dopo l’annuncio di Twitter, gli arrabbiati membri di Anonymus rivelavano di aver avuto i loro account chiusi, non lo SIIL. Un giorno di febbraio 15 hacker hanno avuto i loro account chiusi da Twitter, nonostante mesi di indagini sui jihadisti”.

Perché Twitter bannerebbe gli utenti che segnalano account collegati allo SIIL? Forse perché alcuni di tali account portano all’Arabia Saudita e anche al governo inglese. Come fu segnalato il 16 dicembre 2015:

“Gli hacker hanno affermato che numerosi account sui social media di sostenitori dello Stato islamico ‘sono gestiti da indirizzi internet collegati al Dipartimento del lavoro e delle pensioni del Regno Unito’. Un gruppo di quattro esperti informatici, che si chiama VandaSec, ha scoperto prove che indicano che almeno tre account filo-SIIL porterebbero al Dipartimento“.

Sopra: la notizia riportata dal Daily Mirror

Ma la storia è ancora più strana. Il governo inglese avrebbe venduto una grande quantità di indirizzi IP “a due aziende saudite”, il che spiega perché lo SIIL utilizza indirizzi IP riconducibili al governo inglese. Sembra che:

“il governo inglese abbia venduto numerosi indirizzi IP a due aziende saudite. Dopo la vendita alla fine di ottobre scorso, sono stati utilizzati dagli estremisti per diffondere il loro messaggio di odio. Jamie Turner, della ditta PCA Predict, ha scoperto la registrazione della vendita di indirizzi IP, numerosi dei quali trasferiti in Arabia Saudita nell’ottobre scorso. Ci ha detto che probabilmente gli indirizzi IP potrebbero riportare ancora al Dipartimento perché i dati degli indirizzi non erano stati ancora completamente aggiornati. L’Ufficio del Gabinetto ha ammesso di aver venduto gli indirizzi IP alla Saudi Telecom e alla Saudi Mobile Telecommunications Company all’inizio dell’anno, nell’ambito della liquidazione di numerosi indirizzi IP del Dipartimento lavoro e pensioni”.

Così le imprese saudite utilizzano gli indirizzi IP acquistati dal governo inglese per diffondere la propaganda dello SIIL su Twitter. Nel frattempo, gli attivisti che cercano di rimuovere tali account vengono bannati. Per coronare il tutto, David Cameron ora celebra la “brillante” esportazione di armi inglesi in Arabia Saudita. Siamo sicuri che i sauditi useranno le armi e gli indirizzi IP inglesi per fare del bene. Altra domanda?

* * *

Rudy Panko, Global Research, 20 marzo 2016 – Russian Insider
Traduzione italiana di Alessandro Lattanzio – Fonte: aurorasito.wordpress.com


Autore:  Rudy Panko  

Preso da: http://www.nexusedizioni.it/it/CT/gli-account-twitter-dello-stato-islamico-portano-al-governo-inglese-5049

Dietro la maschera «anti-Isis»

Un esponente USA getta la maschera e rivela il piano di spartizione degli USA per il Medio Oriente

Bolton John speaks 
L’ex ambasciatore di Washington alle Nazioni Unite, John Bolton, ha dichiarato ieri, Domenica 24. 05 che il suo paese dovrebbe approfittare del caos creato dalla banda terrorista dell’ISIS (Stato Islamico) per creare un “nuovo Stato sunnita”.
Credo che il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di costituire un nuovo stato sunnita a partire dalla regione occidentale dell’Iraq e che comprenda la parte orientale della Siria che dovrebbe essere diretto da moderati, o per lo meno, autoritario che non siano islamisti radicali”, ha dichiarato Bolton nel corso di una intervista con la rete TV Fox News.
L’esponente politico USA, neoconservatore in materia di politica estera, ha criticato inoltre il Presidente Barack Obama, per il fallimento della sua politica di fronte al terrorismo takfiri. “Stiamo perdendo questa guerra di questo non c’è alcun dubbio”, ha aggiunto.


Secondo Bolton, l’amministrazione Obama si rifiuta di riconoscere la sua sconfitta e, di fatto, “viene dagli ultimi 6 anni e più negando la guerra contro il terrorismo”, quello che l’ideologo repubblicano ha spiegato nella sua intervista è che ” Obama ed il suo entourage sono accecati dalla loro stessa ideologia”
Stiamo perdendo e non ci sono dubbi.
“Credono che questo (la guerra contro il terrorismo) ci porterà inesorabilmente a coinvolgere ancora di più gli USA nell’estero”, ha argomentato.
Il presidente dell’Istituto Gatestone ha reclamato inoltre che Washington aiuti la Turchia ed i suoi alleati arabi nel Golfo Persico a distruggere la banda terrorista, visto che questi paesi, ha detto Bolton, necessitano della “leadership americana”.
D’altra parte la caduta di Ramadi (la capitale della provincia di Al-Anbar, nell’Ovest dell’Iraq) nelle mani dell’ISIS dalla la scorsa settimana ha ispirato anche le accuse del segretario alla Difesa statunitense Ashton Carter, contro l’ Esercito iracheno.
“Quello che sembra sia accaduto è che le forze irachene non hanno mostrato una reale volontà di combattere”, ha dichiarato Carter ieri Domenica, alla catena CNN:
Come reazione alla accuse degli statunitensi, l’ex assessore della sicurezza nazionale irachena Mowafak al-Rubaie, ha segnalato proprio ieri, nel corso di una intervista con la catena TV in inglese Press TV, la mancanza di combattività della coalizione formata da Washington per combattere presumibilmente contro lo Stato Islamico. Inoltre ha ricordato che gli USA si fanno pagare per le armi che poi non consegnano.
Dall’anno scorso, Washington comanda una coalizione di alleati regionali che dice di dedicarsi alla lotta contro l’ISIS in Iraq ed in Siria, ma che in realtà secondo i respnsabili iracheni, risulta del tutto inefficace i direttamente favorisce i terroristi.
D’altra parte è noto che la creazione della banda terrorista fu promossa ed appoggiata dagli USA e dai loro alleati con l’obiettivo di rovesciare il Governo siriano.
Da almeno gli inizi della decade del 2000, i circoli conservatori e sionisti cercano di spingere in piano di riconfigurazione delle frontiere in Medio Oriente attraverso la guerra, diretta o indiretta per mezzo di gruppi di affini, o meglio seminando discordia tra i vari gruppi etnici e confessionali.
Questa strategia è stata denominata come “caos costruttivo” o “caos creativo” e si sostiene con slogans come “promozione della democrazia” o “lotta al terrorismo”.
Nota:  In realtà tutti gli analisti indipendenti hanno compreso da tempo che gli USA , in accordo con Israele, agiscono con secondi fini nella regione e l’avanzata dei gruppi terroristi come l’ISIS ed al Nusra, risulta utile per il loro disegno strategico di arrivare ad una nuova suddivisione degli Stati del Medio Oriente, nonostante che questo abbia portato ad alcune guerre prolungate con eccidio di centinaia di migliaia di persone, immani distruzioni e sofferenze per le popolazioni civili  della Siria e dell’Iraq.  Vedi: Il piano di balcanizzazione del Medio Oriente
Nei calcoli di Washington, l’espansione del terrorismo di matrice islamica e la dura contrapposizione tra le etnie e le confessioni  religiose della regione favorisce la strategia di balcanizzazione del Medio Oriente che porta un forte vantaggio agli USA ed a Israele.  Questo rappresenta nella sua essenzialità un già visto nella Storia: il vecchio “Divide et impera”.
Fonte: Hispan TV 
Traduzione e nota : Luciano Lago

Preso da: http://www.controinformazione.info/un-esponente-usa-getta-la-maschera-e-rivela-il-piano-di-spartizione-degli-usa-per-il-medio-oriente/