Noam Chomsky: pennivendolo imperiale. La Libia e la fabbrica del consenso

20 giugno 2013

Dan Glazebrook Ahram Novembre 2011

Ripulendo i ribelli libici e demonizzando il regime di Gheddafi, il leader intellettuale statunitense Noam Chomsky contribuisce all’invasione imperialista? In una lunga intervista con Chomsky, Dan Glazebrook se lo chiede.

noamÈ stato un colloquio difficile per me. Fu Noam Chomsky che per primo mi aprì gli occhi sulla struttura neo-coloniale del mondo e sul ruolo dei media aziendali nel mascherare e legittimare questa struttura. Chomsky ha costantemente dimostrato come, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i regimi militari furono imposti al Terzo Mondo dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei, con lo scopo riconosciuto di tenere bassi i salari (e quindi alte le opportunità di investimento) con l’annientamento di comunisti, sindacalisti e chiunque altro fosse considerato una potenziale minaccia all’impero. Fu in prima linea nel svelare le menzogne e le motivazioni reali dietro l’aggressione contro l’Iraq, l’Afghanistan e la Serbia negli ultimi anni, e contro l’America Centrale e il Sud-Est asiatico prima. Ma sulla Libia, a mio parere, è stato terribile. Non fraintendetemi: ora la campagna è quasi finita, Chomsky può essere molto schietto nella sua denuncia, come spiega nell’intervista. “In questo momento, la NATO bombarda la più grande tribù della Libia“, mi dice. “Non viene sempre detto, ma se si leggono i rapporti della Croce Rossa descrivono una crisi umanitaria terribile nella città sotto attacco, con gli ospedali al collasso, senza farmaci e persone che muoiono, fuggono a piedi nel deserto per cercare di allontanarsi, e così via. Ciò accade sotto il mandato alla NATO di proteggere i civili“. Ciò che mi preoccupa è che questo era esattamente il mandato che Chomsky ha sostenuto.
Il generale statunitense Wesley Clark, comandante della NATO durante i bombardamenti della Serbia, aveva rivelato alla televisione statunitense sette anni fa che il Pentagono, nel 2001, elaborò una “lista” di sette Stati da eliminare entro cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Grazie alla resistenza irachena e afgana, il piano è in ritardo, ma chiaramente non è stato abbandonato. Dovevamo, quindi, aspettarci pienamente l’invasione della Libia. Dato il fallimento dell’ex presidente degli Stati Uniti George Bush, nell’ottenere con la prepotenza il supporto globale nella guerra all’Iraq, con l’impegno dichiarato di Obama al multilateralismo e al “soft power”, avremmo dovuto aspettarci che questa invasione venisse meticolosamente pianificata per darle una patina di legittimità. Data la crescente predilezione della CIA nell’istigare “rivoluzioni colorate” per colpire i governi che non gli piacciono, avremmo dovuto aspettarci qualcosa di simile nell’ambito dell’invasione della Libia. E data la stretta collaborazione di Obama con i Clinton, ci si sarebbe dovuti aspettare che questa invasione seguisse il modello di grande successo istituito dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton in Kosovo: supportare i movimenti ribelli a terra per condurre provocazioni violente contro uno Stato, per poi urlare al genocidio per la risposta dello Stato, al fine di terrorizzare l’opinione pubblica mondiale per farle supportare l’intervento. In altre parole, avremmo dovuto vedere intellettuali di spicco e ampiamente rispettati, come Chomsky, adoperarsi per pubblicizzare le rivelazioni di Clark, avvertire dell’imminente aggressione e attirare l’attenzione sulla natura razzista e settaria dei “movimenti ribelli” che i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno tradizionalmente impiegato per rovesciare governi non conformi. Chomsky non ha certo bisogno di ricordare le atrocità sgangherate dell’Esercito di liberazione del Kosovo, dei Contras del Nicaragua, o dell’Alleanza del Nord afghana. Anzi, fu lui che allertò il mondo su molti di essi. Ma Chomsky non si è adoperato per chiarire questi punti.
Invece, in un’intervista con la BBC, a un mese dall’inizio della ribellione e, soprattutto, appena quattro giorni prima del voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 1973 e l’inizio della guerra lampo della NATO, ha preferito definire la ribellione “meravigliosa”. Altrove, l’occupazione della città orientale di Bengasi da parte di bande razziste, come “liberazione”, e la ribellione come “inizialmente non violenta”. In un’intervista con la BBC, aveva anche affermato che “la Libia è l’unico posto [in Nord Africa], dove c’è stata una reazione molto violenta dello Stato nel reprimere le rivolte popolari“, una rivendicazione così lontana dalla verità che è difficile sapere da dove iniziare. L’ex presidente egiziano Hosni Mubaraq, attualmente è sotto processo per l’uccisione di 850 manifestanti, mentre secondo Amnesty International, solo 110 morti possono essere confermati a Bengasi prima dell’avvio delle operazioni della NATO, compresi i filo-governativi uccisi dalle milizie ribelli. Ciò che rende davvero eccezionale la Libia nella Primavera araba del Nord Africa, è che sia l’unico Paese in cui la ribellione era armata, violenta e apertamente volta a facilitare l’invasione straniera. Ora che Amnesty ha confermato che i ribelli libici hanno compiuto violenze fin dall’inizio, torturando e giustiziando in massa libici neri e migranti africani fin da allora, ho iniziato l’intervista chiedendo a Chomsky se oggi si rammarica per il suo sostegno verso di loro. Lui alza le spalle. “No. Sono sicuro che Amnesty International ha ragione. Vi erano elementi armati tra di loro, ma noto che non ha detto che la ribellione fosse armata, infatti, la grande maggioranza è formata probabilmente da persone come noi [sic], oppositori borghesi di Gheddafi. Era quasi una rivolta senza armi. Si è trasformata in una rivolta violenta, e gli omicidi che vengono descritti in effetti avvengono, ma non è cominciata così. Appena è diventata una guerra civile, è successo.” Tuttavia, in realtà è iniziata proprio così.
Il vero volto dei ribelli è apparso il secondo giorno della ribellione, il 18 febbraio, quando furono arrestati e giustiziati 50 lavoratori migranti africani nella città di Bayda. Una settimana dopo, un testimone oculare terrorizzato disse alla BBC di altri 70 o 80 lavoratori migranti fatti a pezzi davanti ai suoi occhi, dalle forze ribelli. Questi incidenti, e molti altri simili, chiarirono il carattere razzista delle milizie ribelli ben prima dell’intervista della BBC a Chomsky, il 15 marzo. Ma Chomsky lo rifiuta. “Queste cose non erano assolutamente chiare, e non sono state segnalate. E anche dopo, quando sono state segnalate, non si parlava della rivolta. Si parlava di  elementi interni ad essa.” Questo può essere il modo con cui Chomsky la vede, ma entrambi gli incidenti sono stati seguiti dai principali media come BBC, National Public Radio e il quotidiano britannico The Guardian, finora. Certo, erano nascosti dopo pagine e pagine di bile anti-Gheddafi e giustificate con il solito pretesto che i migranti sono “mercenari sospetti”, ma la competenza di Chomsky nell’analisi dei media avrebbe dovuto scorgerne il senso. Inoltre, l’espulsione il mese scorso di tutta la popolazione della città libica a maggioranza nera di Tawarga, da parte delle milizie di Misurata dai nomi come “brigata per l’eliminazione dei neri“, ebbe recentemente la benedizione ufficiale del presidente Mahmoud Jibril del Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT). Presentando questi crimini razziali come una sorta di elemento insignificante, sembra farlo volutamente in malafede. Ma Chomsky continua ad attenersi alle sue sparate. “Parli di ciò che è accaduto dopo la guerra civile e l’intervento della NATO cui sono contrario. Due punti, lo ripeto. Prima di tutto, non si sapeva, e in secondo luogo fu un aspetto secondario della rivolta. La rivolta è opera della stragrande maggioranza della classe media, dell’opposizione non violenta. Ora sappiamo che c’erano elementi armati diventati rapidamente prominenti dopo l’inizio della guerra civile. Ma non sarebbe accaduto se questo secondo intervento non avesse avuto luogo, e forse le cose non sarebbero andate in questo modo.”
Chomsky divide l’intervento della NATO in due parti. L’intervento iniziale, autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire un massacro a Bengasi, che sostiene che fosse legittimo. Ma il “secondo” intervento, in cui il triumvirato Stati Uniti, Gran Bretagna e  Francia ha agito come forza aerea delle milizie di Misurata e Bengasi nell’occupazione del resto del Paese, era sbagliato e illegale. “Dobbiamo ricordare che vi sono stati due interventi, non uno, della NATO. Uno è durato circa cinque minuti. Si basava sulla risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedeva una no-fly zone su Bengasi quando v’era la minaccia di un grave massacro, insieme a un mandato a lungo termine per proteggere i civili. Durò pochissimo [come] quasi subito, non la NATO, ma le tre tradizionali potenze imperiali Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti eseguirono il secondo intervento che non aveva niente a che fare con la protezione dei civili e di certo non era una no-fly zone, ma piuttosto il sostegno alla rivolta dei ribelli cui assistiamo”. “Fu quasi isolata internazionalmente. I Paesi africani sono fortemente contrari. Hanno chiesto negoziati e diplomazia fin dall’inizio. I principali Paesi indipendenti, i BRICS, si sono anch’essi opposti al secondo intervento chiedendo negoziati e diplomazia. Anche nell’ambio della partecipazione limitata della NATO, al di fuori del triumvirato, nel mondo arabo, non c’era quasi niente: il Qatar ha inviato un paio di aerei e l’Egitto, vicino e pesantemente armato, non ha fatto nulla”. “La Turchia ha atteso per un bel po’ e, infine, ha partecipato debolmente nell’operazione del triumvirato. Quindi è un’operazione molto isolata. Si è sostenuto che è stata effettuata su richiesta della Lega Araba, ma è una menzogna. Prima di tutto, la richiesta della Lega araba era estremamente limitata e solo una minoranza vi ha partecipato, solo l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo hanno in realtà anche richiesto due no-fly zone. Una sulla Libia e l’altra a Gaza. Non possiamo parlare di quello che è successo al secondo.”
Nella sostanza siamo d’accordo. La mia tesi, però, è che fu dolorosamente chiaro da subito che la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza era una foglia di fico del triumvirato proprio per quel “secondo intervento” che Chomsky denigra. “Non era chiaro, neanche per cinque minuti, che le potenze imperiale avrebbero accettato la risoluzione. Divenne chiaro un paio di giorni dopo, quando iniziarono i bombardamenti a sostegno dei ribelli. E non doveva accadere. E avrebbe potuto essere che l’opinione mondiale, la maggior parte di esso, BRICS, Africa, Turchia e così via, avrebbe prevalso“. Sembra bizzarro e ingenuo per un uomo dalla visione di Chomsky fingere sorpresa riguardo alle potenze imperiali che utilizzano la risoluzione 1973 dell’ONU per i propri scopi, al fine di far cadere uno dei governi sulla loro lista nera. Che altro avrebbero utilizzato? E’ anche esasperante: se fosse stato qualcun altro a parlare, gli avrei detto loro di leggere Chomsky. Chomsky avrebbe detto che le potenze imperiali non agiscono umanitariamente, ma per impulsi totalitari e per difendere ed estendere il loro dominio sul mondo e le sue risorse. Gli avrebbe anche detto, avrei pensato, di non aspettarsi che quelle potenze attuassero misure volte a salvare i civili, perché ne avrebbero solo approfittato facendo il contrario. Tuttavia, in questa occasione Chomsky sembrava seguire una logica diversa. Chomsky non accetta che la sua ripulitura dei ribelli e la demonizzazione di Gheddafi, nei giorni e nelle settimane prima dell’invasione, possa aver contribuito a facilitarla? “Certo che non ho ripulito i ribelli. Non ho detto quasi nulla di loro.”
L’intervista originale ebbe luogo prima di tutto ciò, quando doveva essere presa la decisione di presentare alle Nazioni Unite la risoluzione per chiedere la no-fly zone, e tra l’altro dissi che dopo che fosse passata, pensavo che sarebbe stata usata per questo scopo, e ancora oggi lo dico.
Eppure, anche dopo che l’aggressione inglese, francese e statunitense alla Libia era evidente, Chomsky scrisse un altro articolo sulla Libia, il 5 aprile. In quel periodo migliaia, se non decine di migliaia di libici erano stati uccisi dalle bombe della NATO. Questa volta il pezzo di Chomsky  criticava apertamente i governi britannico e statunitense, ma non per la loro guerra, ma per il loro presunto sostegno a Gheddafi “e ai suoi crimini“. Questo non alimentava la demonizzazione che giustificava e perpetuava l’aggressione della NATO? “Prima di tutto, non accetto la tua descrizione non la chiamerei aggressione della NATO, è stata più complessa. Il passo iniziale, il primo intervento di cinque minuti, credo fosse giustificabile. C’era una possibilità, significativa, di un gravissimo massacro a Bengasi di cui Gheddafi ha un orribile record, e che dovrebbe essere noto, ma a quel punto credo che la reazione corretta avrebbe dovuto essere raccontare la verità su quello che accadeva.” Non posso che chiedermi perché la responsabilità di “dire la verità su quello che succede” valga solo per la Libia. Non dovremmo anche dire la verità su quello che accade in occidente? Della sua inestinguibile sete di decrescenti riserve di gas e petrolio, per esempio, o della sua paura di un’Africa indipendente, o della sua lunga esperienza nel sostenere e armare gangster brutali contro i governi che vuole abbattere? Chomsky ha abbastanza familiarità di tali esempi. Non dovremmo dire la verità sulla crisi che attualmente avvolge il sistema economico occidentale e che porta le sue élite sempre più a fare affidamento sui guerrafondai per mantenere il proprio fatiscente predominio? Non è tutto ciò, in realtà molto più pertinente sulla guerra alla Libia che raccontare i presunti crimini di Gheddafi di 20 anni fa?
Chomsky ha affrontato l’accademico e attivista statunitense James Petras, nel 2003, per la sua condanna dell’arresto a Cuba di diverse decine di agenti statunitensi e l’esecuzione di tre dirottatori. Petras avevano sostenuto poi che “gli intellettuali hanno la responsabilità di distinguere tra le misure difensive adottate da Paesi e popoli sotto attacco imperiale e le modalità offensive delle potenze imperialiste impiegate nella conquista. È il culmine dell’arroganza e dell’ipocrisia adottare un’equivalenza morale tra la la violenza e la repressione dei Paesi imperialisti nella conquista e quelle dei Paesi del Terzo Mondo sotto attacco militare e terroristico“. In questa occasione, Chomsky ha fatto di peggio. Lungi dall’adottare equivalenze morali, ha semplicemente cancellato i crimini degli alleati libici della NATO, mentre amplificava e distorceva le misure difensive adottate dal governo della Libia nell’affrontare una ribellione armata e appoggiata dagli USA. Ricordai a Chomsky il suo commento di qualche anno prima, secondo cui la Libia veniva pestata dai politici statunitensi per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni. “Sì, è vero, ma questo non vuol dire che non sia stato bello.” Ora lo è molto meno.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2013/06/20/noam-chomsky-pennivendolo-imperiale-la-libia-e-la-fabbrica-del-consenso/

La CIA trafficante d’armi tra Qatar, Libia e Siria

9 agosto 2013

Phil Greaves Global Research, 9 agosto 2013

Qatar-FSAUn articolo di Jake Tapper della CNN ha riportato il “Bengasi-Gate” sotto i riflettori dei media degli Stati Uniti. L’articolo afferma che “decine” di agenti della CIA erano a Bengasi la notte dell’attacco, e che la CIA fa di tutto per sopprimerne i dettagli o che siano resi pubblici. Il rapporto sostiene che la CIA è impegnata in tentativi “senza precedenti” di soffocare fughe di notizie e d’”intimidire” i dipendenti pur di tenere nascosti i segreti di Bengasi, presumibilmente arrivando a cambiare i nomi degli agenti della CIA e “disperdendoli” nel Paese. Si sospetta che ciò abbia un unico e definito scopo, nascondere la colpevolezza della CIA nel fornire armi a noti estremisti in Libia e Siria. Inoltre, l’articolo della CNN allude alla fornitura di “missili terra-aria” della CIA da Bengasi ai ribelli in Siria, ma questo potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. L’articolo prosegue affermando: “Fonti della CNN ora dicono che decine di persone che lavorano per la CIA fossero presenti quella notte, e che l’agenzia fa di tutto per assicurarsi che qualsiasi cosa stesse facendo, rimanga un segreto. La CNN ha appreso che la CIA era coinvolta in quello che una fonte definisce un tentativo senza precedenti di far sì che i segreti di Bengasi dell’agenzia di spionaggio non siano mai resi pubblici. Da gennaio, alcuni agenti della CIA, coinvolti in missioni dell’agenzia in Libia, sono sottoposti a frequenti esami al poligrafo, anche mensili, secondo una fonte con profonda conoscenza del funzionamento dell’agenzia. L’obiettivo dell’esame, secondo le fonti, è scoprire se qualcuno ne parla ai media o al Congresso. Ciò viene descritto come pura intimidazione, con la minaccia che ogni fuga di notizie non autorizzata di un dipendente della CIA ne comporterebbe la fine della carriera. Speculazioni a Capitol Hill comprendono anche la possibilità che le agenzie statunitensi che operavano a Bengasi, stessero segretamente inviando missili terra-aria dalla Libia, attraverso la Turchia, ai ribelli siriani.
Anche se l’Arabia Saudita ha recentemente e gentilmente preso “la carta siriana” dagli Stati Uniti, tramite il principe Bandar, ancora una volta divenuto “principe della Jihad”, è risaputo che dall’inizio della crisi siriana, fosse il Qatar in prima linea nella fornitura di armi e fondi agli elementi politici e militanti della cosiddetta “opposizione”. Questo senza dubbio comprendeva il tacito appoggio degli elementi radicali dominanti nella pletora di brigate in Siria; con Jabhat al-Nusra sempre più evidente beneficiario della generosità del Qatar. All’inizio di quest’anno è stato riferito che la CIA avesse dirette “consultazioni” con la rete dei contrabbandieri di armi della monarchia qatariota, gestita principalmente dal palazzo dell’emiro di Doha. Di conseguenza, sembra certo che sia la CIA che l’intelligence del Qatar fossero coinvolte nella operazione per inviare scorte di armi dai “ribelli” in Libia ai “ribelli” in Siria: entrambi indissolubilmente legati ad al-Qaida e affiliati ai radicali salafiti jihadisti. Un articolo del New York Times del 30 marzo 2011 rivela che la CIA era attiva in Libia “da settimane” nel “raccogliere informazioni per gli attacchi aerei [della NATO] e nel contattare e ‘badare’ i ribelli che combattono “le forze di Gheddafi”. Il New York Times affermava anche che Obama aveva firmato un decreto presidenziale, nelle settimane precedenti, che dava l’autorità alla CIA di armare e finanziare i ribelli. Inoltre, The Independent rivelava nel marzo 2011 che Obama aveva chiesto all’Arabia Saudita di approvvigionare di armi i militanti libici. Obama aveva anche dato la sua benedizione a Qatar ed Emirati Arabi Uniti nell’inviare armi a Bengasi, chiedendogli di fornire armi non fabbricate negli USA per allontanare i sospetti; ciò in violazione della No-Fly Zone e dell’embargo sulle armi che contribuiva a far rispettare, e in totale violazione della Costituzione statunitense e delle leggi internazionali vigenti.
Le attuali autorità libiche hanno fatto pochi sforzi per smentire l’indicazione di suoi legami con grandi spedizioni di armi per la Siria, in partenza dal porto di Bengasi. Come affermato in un rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ampiezza, il costo e la logistica per organizzare tali invii quasi certamente richiederebbero almeno consapevolezza e assistenza locali, e un deputato libico l’ha ammesso apertamente. Inoltre, in un articolo del Telegraph del novembre 2011, si rivela che il comandante militare libico post-Gheddafi, Abdel Hakim Belhadj, riconosciuto ex leader di un ramo di al-Qaida: il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) e figura guida nell’insurrezione islamista contro Gheddafi, aveva visitato in Turchia i membri del “Free Syrian Army” (FSA) dell’opposizione siriana, per discutere l’invio “di denaro e armi” e anche dell’”addestramento delle truppe da parte dei combattenti libici”. In un articolo di Fox News del dicembre 2012, un “International Cargo-Shipper” rivelava candidamente che l’invio di armi dalla Libia alla Siria iniziò “quasi subito dopo la caduta di Muammar Gheddafi” (ottobre 2011) e continuò su base settimanale da più porti, tra cui Misurata e Bengasi. Secondo alcune “fonti”, gli invii avrebbero superato le 600 tonnellate. L’articolo prosegue citando “fonti” anonime di Bengasi sostenere che: “Armi e combattenti erano assolutamente diretti in Siria, e che gli Stati Uniti sapevano assolutamente tutto, anche se la maggior parte delle spedizioni è stata sospesa dopo l’attacco al consolato statunitense.” Inoltre, un ampio rapporto del gruppo di esperti delle Nazioni Unite del Consiglio di sicurezza, dell’aprile 2013, evidenzia anche la diffusa proliferazione indiscriminata di armi in tutta la Libia, che filtrano oltre i confini. La relazione afferma che le armi alimentano i conflitti dalla Siria al Mali e che si diffondono dalla Libia a un “ritmo allarmante”. Qatar ed Emirati Arabi Uniti sono stati individuati, nella relazione delle Nazioni Unite, per le loro palesi violazioni dell’embargo sulle armi durante la “rivolta” contro Gheddafi del 2011; il rapporto ha rivelato che diversi invii di armi del Qatar hanno potuto fluire in Libia con la consapevolezza e la piena acquiescenza della NATO, più o meno nello stesso modo con cui furono autorizzate a fluire in Turchia dal Qatar, con la Siria quale destinazione finale.
Elementi della leadership “militare” libica hanno indubbiamente forti legami con gli ex affiliati di al-Qaida, e sono stati portati al potere grazie alla generosità e alle forze speciali del Qatar, al coordinamento della CIA e alla forza aerea della NATO. Considerando ciò, non è difficile immaginare che gli stessi attori sarebbero disposti almeno a “chiudere un occhio” in ciò che è diventato l’evidente e continuo contrabbando libico di armi in Siria, come dimostrato ancora una volta da un articolo del 18 giugno 2013 della Reuters, dal titolo: “Le avventure di un commerciante di armi libico in Siria”: “Abdul Basit Haroun (ex comandante della “Brigata 17 febbraio”) dice di essere dietro alcune delle più grandi spedizioni di armi dalla Libia alla Siria, che trasporta su voli charter verso i Paesi vicini e che poi contrabbanda oltre il confine… Un reporter della Reuters si è recato in una località segreta di Bengasi per vedere un container di armi in preparazione per l’invio in Siria. Vi si accatastarono scatole di munizioni, lanciarazzi e vari tipi di armamento leggero e medio. Haroun dice che può raccogliere armi da tutto il Paese e organizzarne la consegna ai ribelli siriani per via dei suoi contatti in Libia e all’estero. “Sanno che inviamo armi alla Siria”, ha detto Haroun. “Lo sanno tutti.” Le sue attività con le armi sembrano essere ben note, almeno nella Libia orientale. Alti funzionari dell’esercito e del governo della Libia hanno detto alla Reuters che  appoggiano le forniture di armi all’opposizione siriana, mentre un membro del congresso della Libia ha detto che Haroun svolge un grande lavoro aiutando i ribelli siriani.”
Inoltre, secondo un recente articolo del New York Times del 29 giugno 2013, il Qatar ha inviato  armi ai “ribelli” in Siria dalla Libia, nel momento stesso in cui “intensificava gli sforzi” per spodestare il Colonnello Gheddafi. Di conseguenza, ciò può essere interpretato solo che il Qatar ha iniziato l’invio di armi alla Siria, da Bengasi, prima che Gheddafi venisse ucciso, il che significa prima dell’ottobre 2011. È altamente plausibile che Bengasi sia davvero la ‘base’ del  programma di traffico d’armi della CIA, con l’ulteriore intento di “rendere possibile” inoltrare queste armi in Siria. Mentre il dipartimento di Stato ha confermato di aver stanziato 40 milioni di dollari per l’acquisto e la “collezione” di armi utilizzate durante il conflitto in Libia, compresa una riserva di 20.000 MANPADS “mancanti”, di cui almeno 15.000 ancora dispersi. Una relazione scritta da ex-operatori delle forze speciali statunitensi che hanno prestato servizio in Libia, dal titolo “Bengasi: il rapporto definitivo“, sostiene che il “consolato” e il programma sulle scorte di armi sono stati interamente gestiti da John Brennan, all’apoca Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Obama, e oggi direttore della CIA, al di fuori della solita catena di comando della CIA, con il solo scopo di “inviare le armi accumulate in un altro conflitto, forse la Siria“. Inoltre, si segnala che diverse figure di spicco del governo USA (Clinton, Brennan, Patreaus, e altri) incitavano apertamente tale precisa politica, ciò aggiunge la possibilità che certi elementi del governo o le tante fazioni del complesso militar-industriale possano aver agito al di fuori dello specifico consenso dell’amministrazione Obama, costruendo la logistica per soddisfare tale politica, in futuro. Così, una possibile spiegazione dell’attacco al “consolato”, che ora possiamo supporre essere un deposito di armi gestito dalla CIA, fosse la riluttanza pubblica dell’amministrazione Obama nel fornire MANPADS o altre specifiche armi pesanti ai ribelli che combattono in Siria. Inoltre, gli autori di “Bengasi: il rapporto definitivo“, sostengono che John Brennnan colpisse gli estremisti delle milizie islamiste in Libia attraverso attacchi dei droni ed operazioni speciali, potendo fornire un altro pretesto per l’attacco. Certe fazioni ribelli, i loro sostenitori regionali o i loro affiliati libici possono essersi offesi e deciso di agire contro la CIA, tentando di sequestrare le armi in suo controllo.
L’invio di armi libiche in Siria è molto probabilmente attuato dalle forze speciali del Qatar (e occidentali) e dai loro ascari libici affiliati ad al-Qaida, che controllano Bengasi. A loro volta le spedizioni in Siria sono progressivamente aumentate man mano che gli arsenali di Gheddafi si rendevano disponibili e l’assenza di leggi in Libia s’ampliava. Questi sviluppi potrebbero anche spiegare i combattenti libici che rappresentano una grande percentuale di combattenti stranieri nei ranghi dell’opposizione, con un recente studio che indica che i combattenti libici costituiscono oltre il venti per cento delle vittime straniere. Se il Qatar ha infatti coordinato l’invio di armi dalla Libia alla Siria durante la prime fasi della crisi siriana, nel 2011, e la CIA fungeva anche da “consulente” nelle spedizioni del Qatar e nel loro transito attraverso la Turchia, la semplicistica narrazione ufficiale e la cronologia del conflitto in Siria, che sarebbe dovuto a un’eruzione per la repressione di pacifici manifestanti, trascinando in una vera guerra civile, è ancora una volta messa in dubbio. Scoprendo la catena di eventi che ha portato all’attacco al “consolato” degli Stati Uniti, e la varietà di milizie che gli Stati Uniti e i loro alleati armano in Libia, si potrebbe svelare la vera dimensione del sostegno dell’amministrazione Obama alle forze estremiste fantoccio in Siria. Il che può spiegare i zelanti tentativi dell’amministrazione nel soffocare ogni dibattito o seria discussione sugli eventi riguardanti Bengasi.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2013/08/09/la-cia-trafficante-darmi-tra-qatar-libia-e-siria/

Libia: Seguire il calcio femminile per capire la deriva islamista

di Gianandrea Gaiani23-07-2013

nazionale di calcio femminile libica

Ci sono notizie destinate a restare nell’ombra, ad avere poca visibilità perché riguardano temi considerati spesso marginali o secondari anche se in molti casi ben rappresentano tendenze più ampie. Per farsi un’idea di come la Libia stia sprofondando nell’oscurità dell’islamismo può essere utile seguire le notizie …calcistiche. Le autorità sportive di Tripoli hanno infatti vietato alla nazionale femminile di calcio di partecipare al torneo in programma in questi giorni in Germania. La Federazione libica ha motivato la sua decisione con il Ramadan, dopo che la squadra è stata costretta ad allenarsi in località segrete protetta da guardie armate per le minacce ricevute dagli estremisti religiosi. “La Federazione ha detto che non possiamo giocare in Germania per il digiuno – ha detto al Guardian la centrocampista Hadhoum el-Alabed – noi vogliamo andare, ma ci hanno detto che non possiamo”. La squadra libica avrebbe dovuto giocare contro quelle di Egitto, Giordania, Libano, Palestina, Tunisia e Germania nel torneo “Discover Football”, istituito dal governo tedesco e considerato il più grande raduno di calciatrici del Medio Oriente.  El-Alabed ha sottolineato come il divieto abbia mandato in frantumi le speranze di cambiamenti nella società libica dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi.

La condizione femminile rappresenta un importante indizio dell’involuzione della Libia anche sul piano politico. Il Parlamento libico, nel quale il 20 per cento dei seggi è occupato da donne, ha approvato la legge che istituisce la commissione che dovrà scrivere la nuova Costituzione che probabilmente vedrà ulteriormente rafforzato il peso della sharia. La rappresentanza femminile all’interno della commissione è stata ridotta al 10 per cento, sei donne su 60 seggi. Hana Al Qalall, professoressa di Diritto Internazionale presso l’Università di Bengasi, ha dichiarato all’agenzia Agi che “questa sconfitta è dovuta all’arrivo di deputati che non credono nei diritti delle donne, non le considerano come un vero partner nel processo di transizione democratica e cercano di escluderle dalla scena politica usando un metodo assimilabile alla discriminazione razziale”.

Parlare di istituzioni in Libia è del resto difficile, considerato che parlamento, sedi governative, ministeri vengono spesso occupati da milizie armate e tenuto conto che il governo non ha nessun controllo sul territorio e su quanto avviene nel Paese. Secondo le Nazioni Unite in Libia scorrazzano liberamente oltre 200 mila miliziani, mentre fonti d’intelligence citate da “Il Foglio” riferiscono di una crescente penetrazione di salafiti e gruppi legati alle varie anime di al-Qaeda. Il centro per la lotta al terrorismo dell’Unione africana considera che la Libia sia divenuta un importante snodo logistico e organizzativo utilizzato dai principali gruppi terroristici nordafricani e del Sahel. A questi traffici, riscontrabili soprattutto in Cirenaica e Fezzan, ma tangibili anche in Tripolitania, si sta aggiungendo l’afflusso dall’Egitto di molti militanti dei Fratelli Musulmani che temono di venire arrestati dall’esercito che ha assunto il potere al Cairo spodestando il governo islamista di Mohamed Morsi.

Come se tutto questo non bastasse il confronto politico tra  l’Alleanza delle forze nazionali (liberal-democratici) e il Partito per la giustizia e la costruzione ( Fratelli Musulmani) si mescola alle tensioni tribali e alle interferenze di molti Paesi interessati a influenzare il futuro della Libia per lo più in termini negativi per l’Italia e l’Occidente. Roma, che dopo le pressioni degli Stati Uniti ha accettato anche la richiesta del G-8 a impegnarsi per la stabilizzazione del Paese nordafricano, è in prima linea in un’operazione già approvata dalla Nato per rafforzare le forze armate libiche. Circa 20 mila soldati e poliziotti verranno addestrati all’estero, a quanto sembra in Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia, che da sola accoglierà ben 5 mila reclute libiche.

L’Italia ha già da un anno insediato a Tripoli la missione addestrativa Cirene (finanziata nel 2013 con 7,5 milioni di euro) che addestra i poliziotti destinati alla protezione di aree “sensibili” come i siti petroliferi e i gasdotti ma  in ambito Nato è stato deciso di effettuare all’estero il grosso della formazione delle forze libiche per non esporre istruttori e consiglieri militari ad attacchi terroristici. L’Italia sta inoltre trattando con Tripoli la cessione di equipaggiamenti militari incluse alcune centinaia di blindo Puma, tutte con circa dieci anni di vita ma ormai surplus per il nostro Esercito perché non sono protette contro mine e ordigni improvvisati.

Il vero limite del programma di sostegno militare al governo libico non riguarda però il numero di mezzi o di soldati da addestrare ma la loro ”qualità”. I militari e i poliziotti libici sono infatti per lo più ex miliziani attratti dai buoni stipendi ma la cui fedeltà alla nazione (e non alla tribù di origine) è tutta da verificare così come sarà difficile evitare l’infiltrazione di terroristi come è accaduto anche in Afghanistan. O nel vicino Mali dove delle quattro unità anti-insurrezione addestrate ed equipaggiate negli anni scorsi dagli statunitensi tre sono passate con i qaedisti che l’anno scorso invasero il Nord del Paese e la quarta ha fatto il golpe a Bamako. Insomma, meglio fare attenzione alle reclute libiche che porteremo in Italia per l’addestramento.

Preso da: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-seguire-il-calcio-femminile-per-capire-la-deriva-islamista-6932.htm

Vent’anni di trame – Così Sarkozy fregò Gheddafi (e l’Italia)

Le Monde: Nicolas trascinò l’Europa in guerra per nascondere gli aiuti del Colonnello. Ora cerca di cancellare le prove.

di: Fausto Biloslavo

I servizi segreti sono alla caccia di settanta scatoloni pieni di cassette audio e video che contengono le registrazioni degli incontri e delle telefonate fra il defunto colonnello Gheddafi ed i dignitari di mezzo mondo, quando veniva trattato con i guanti bianchi.

Il primo a doversi preoccupare degli scottanti contenuti delle registrazioni è l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come sostiene il quotidiano le Monde che è tornato sul finanziamento libico alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.
Nel marzo 2011, poche ore prima dei bombardamenti della Nato sulla Libia, Muammar Gheddafi rilasciava a il Giornale l’ultima intervista della sua vita ad una testata italiana. Alla domanda sull’interventismo francese che ha spinto in guerra mezza Europa, compreso il nostro Paese, rispondeva: «Penso che Sarkozy ha un problema di disordine mentale. Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo». E per ribadire il concetto si sporgeva verso chi scrive battendosi il dito indice sulla tempia, come si fa per indicare i picchiatelli.

Il Colonnello non riusciva a comprendere come l’ex amico francese, che aveva aiutato con un cospicuo finanziamento (forse 50 milioni di euro) per conquistare l’Eliseo fosse così deciso a pugnalarlo alle spalle.
Dell’affaire Sarkozy erano al corrente tre fedelissimi di Gheddafi: il responsabile del suo gabinetto, Bashir Saleh, Abdallah Mansour consigliere del Colonnello e Sabri Shadi, capo dell’aviazione libica. Saleh, il testimone chiave, vive in Sudafrica, ma nel 2011 era apparso in Francia e poi sparito nonostante un mandato cattura dell’Interpol. Il caso era stato gestito da Bernard Squarcini, uomo di Sarkozy, ancora oggi a capo del controspionaggio. E sempre Squarcini è coinvolto nella caccia alle cassette scottanti di Gheddafi, che potrebbero contenere gli incontri con altri leader europei. Silvio Berlusconi non ha mai nascosto l’amicizia con il colonnello, mentre Romano Prodi e Massimo D’Alema, che pure avevano frequentato la tenda di Gheddafi cercano sempre di farlo dimenticare.
Lo sorso anno un politico francese di sinistra, Michel Scarbonchi, viene avvicinato da Mohammed Albichari, il figlio di un capo dei servizi di Gheddafi morto nel 1997 in uno strano incidente stradale. Albichari sostiene che un gruppo di ribelli di Bengasi ha sequestrato «70 cartoni di cassette» di Gheddafi. Scarbonchi si rivolge al capo del controspionaggio, che incontra il contatto libico. «Avevano recuperato la videoteca di Gheddafi con i suoi incontri e le conversazioni segrete con i leader stranieri» conferma Squarcini a Le Monde. I ribelli vogliono soldi e consegnano come esca una sola cassetta, di poca importanza, che riguarda il presidente della Cosa d’Avorio. Il materiale è nascosto in un luogo segreto. Pochi mesi dopo Albichari sostiene di essere «stato tradito» e muore per una crisi diabetica a soli 37 anni. Non solo: il corpo di Choukri Ghanem, ex ministro del Petrolio libico, custode di ulteriori informazioni sensibili, viene trovato a galleggiare nel Danubio a Vienna.
La caccia alle registrazioni del Colonnello deve essere iniziata nell’ottobre 2011, quando la colonna di Gheddafi è stata individuata e bombardata da due caccia Rafale francesi. Il rais libico era stato preso vivo, ma poi gli hanno sparato il colpo di grazia. «L’impressione è che dopo il primo gruppo di ribelli sia arrivato un secondo, che sapesse esattamente cosa fare e avesse ordini precisi di eliminare i prigionieri» spiega una fonte riservata de il Giornale che era impegnata nel conflitto. L’ombra dei servizi francesi sulla fine di Gheddafi è pesante. Sarkozy non poteva permettersi che il colonnello, magari in un’aula di tribunale, rivelasse i rapporti molto stretti con Parigi. La Francia ci aveva tirato per i capelli nella guerra in Libia stuzzicando Berlusconi sui rapporti con Gheddafi. Peccato che Sarkozy ne avesse di ben più imbarazzanti.
Delle cassette di Gheddafi non si sa più nulla. L’unico che potrebbe far luce sul suo contenuto è Seif al Islam, il figlio del colonnello fatto prigioniero, che i libici vogliono processare e condannare a morte.

Fonte: ● coriintempesta.altervista.org/blog/
Tratto da: ● IlGiornale.it

Preso da: http://guardforangels.altervista.org/blog/ventanni-di-trame-cosi-sarkozy-frego-gheddafi-e-litalia/#

McCain lascerà presto questo mondo

22 luglio 2017

Ziad Fadil Syrian Perspective 21/7/2017

Non posso trattenere la gioia alla prospettiva di vedere il criminale stragista John McCain morire per un glioma trovatogli nell’occhio sinistro intaccato da un coagulo, senza dubbio piantatogli dall’angelo vendicatore della Siria. Dio possa arrostirlo per sempre nel fuoco inestinguibile dell’Ade. Alla sua puzzolente famiglia di ratti, stendo un fiero dito medio per esprimere il mio disprezzo per tale derelitto. Non è un eroe.
Il Presidente Trump, come ho già scritto, toglie il sostegno statunitense ai criminali in Siria. Se ricordate, nel mio ultimo post citavo gli statunitensi che starebbero riempiendo le valigie di souvenir, rosari e guantiere di Baqlava. Bon voyage a tale spazzatura. D’altra parte, tuttavia, vi sono sempre più rapporti su convogli di mezzi statunitensi riversarsi in Siria dall’Iraq. Prevalentemente blindati progettati per rilevare ed evitare mine terrestri. La dimensione di tale operazione, apparentemente legata all’assalto su al-Raqqa, non sarà stata ignorata dall’esercito iracheno o dai suoi servizi d’intelligence. Sono anche impressionato dal fatto che i russi, che dispongono d’intelligence satellitare della zona, non facciano una piega. È possibile che tale nuovo atteggiamento sia il risultato dell’incontro tra i signori Trump e Putin. Tuttavia, Esercito arabo siriano ed alleati si avvicinano a Dayr al-Zur e al-Raqqa. Quali possibili coordinamenti esistano tra le due forze è solo un’ipotesi.
Nel frattempo è iniziata un’enorme operazione dell’Esercito arabo siriano, dell’esercito libanese e di Hezbollah per scacciare tutti i terroristi dalla zona di confine Falita – Arsal. Testimoni indicano che tutti i gruppi impiegano razzi e artiglieria contro le basi di SIIL e al-Qaida, con i bombardati presi di mira come anatre in una fiera di Coney Island. Esercito ed alleati hanno liberato la zona di Tal Burqan e si prevede che ne libereranno altre nelle prossime 24 ore, poiché le comunicazioni dei terroristi indicano la completa dissoluzione della loro struttura di comando.
Ora torno a casa e stilerò una relazione molto più dettagliata per domenica. Spero che Danny comprenda alcuni problemi sulla piattaforma che utilizziamo. Sarebbe bello postare nuovamente foto e mappe.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preso da: https://aurorasito.wordpress.com/2017/07/22/mccain-lascera-presto-questo-mondo/

Fuga all’ inferno ed altre storie- di Muammar Gheddafi un brano 2

3. Fuga all’inferno e altre storie è indubbiamente un’opera letteraria e, io credo, di apprezzabile qualità. Ma si tratta di un’opera letteraria che insieme al più noto, istituzionale e utopico Libro verde7 costituisce il corpus del pensiero politico di Gheddafi. Il pastore del deserto – così talvolta si autodefinisce – parla di politica al suo popolo nella forma della favola, dell’apologo. I racconti hanno sempre un contenuto politico: si tratti dei problemi del potere e del difficile rapporto con le masse, dell’urbanesimo e del progresso, dell’alienazione della persona di fronte alla prepotenza della modernità. Il leader Gheddafi, come è versatile nell’abbigliamento, parla più di una lingua: quella asserverativa e utopica del Libro Verde, quella fluviale dei suoi discorsi e del suo sito (www.algathafi.org/akrad-fr.htm) e quella poetica di questi racconti, spesso drammatici, nei quali assume la semplicità di un nomade pastore del deserto. «Benedetta sia tu, oh carovana» esclama scaraventato dalle circostanze al cospetto di problemi ardui e terrificanti.
Tutto questo invita a sforzarsi di capire la personalità dell’autore: non sono frequenti i capi di stato che scrivano racconti e si concedano alla letteratura non per vanità salottiera. Dobbiamo partire dal dato di fatto che Gheddafi è un capo di stato a tutti gli effetti, sperimentato nelle avversità (oltre l’embargo, l’accusa di «stato canaglia» e anche un bombardamento Usa) e tra i più longevi (in durata credo lo batte solo Fidel Castro), ha trasformato la Libia in una nazione e governa senza alcun incarico ufficiale: è soltanto il leader, el quaid, ma qui il soltanto è più di un tutto. Ma proprio per questo diventa più stringente la domanda: perché scrive racconti? La risposta la si deve cercare nella personalità di Gheddafi, utopica e realista, capace di avere tutto il cinismo del potere e di soffrirne l’angoscia, al punto di scrivere che vorrebbe fuggire all’inferno, per essere più sereno, riposare dalle fatiche di quel vero inferno che si trova nell’aldiquà.
A chi voglia saperne di più raccomando la lettura di Gheddafi, una sfida dal deserto di Angelo Del Boca e anche Di fronte a Gheddafi di Luciana Anzalone 8. Del Boca dice a Gheddafi che dovrebbe essere deluso dall’accoglienza debole che il suo popolo ha riservato al Libro Verde. La risposta di Gheddafi è secca e di verità. «La sua interpretazione – dice – è corretta. Certamente, sono deluso. I principi contenuti nel Libro Verde sono, ovviamente, principi utopistici. Se però la mia gente li avesse adottati, oggi vivremmo in un mondo più felice, più verde. Ma è difficile, con la gente di oggi, conseguire tali risultati. Di conseguenza il nostro mondo è ancora, purtroppo, di colore nero». L’uomo è utopista e realista: nello stesso Libro verde nel quale esalta la democrazia attraverso il potere del popolo, poi scrive: «Questa è la vera democrazia dal punto di vista teorico; ma nella realtà, sono sempre i più forti che dominano, e la parte più forte nella società è quella che comanda».
Resistere alle delusioni è difficile, ma il leader di delusioni ne ha subite tante, e ha resistito, senza incagliarsi o asservirsi. Ha sostenuto movimenti radicali europei, forse assimilandoli alla tradizione anticolonialista, pensiamo all’Ira e ad altri movimenti, subendo l’accusa di essere sostenitore del terrorismo. Ha sostenuto, impegnando soldi e soldati, tutte le possibili unità arabe, ma sempre deluso dai fratelli arabi, tanto che oggi è in conflitto aperto con la Lega araba. Da tempo è impegnato per l’unità africana, con il sostegno forte, che non è mai venuto meno, di Mandela, ma anche qui con risultati precari. Ma nonostante tutte queste delusioni è ancora attivo e promuove iniziative dalle sue tende di guerriero nomade. Resistere alle delusioni non è da tutti: a me sembra segno di saggezza e di fedeltà ai propri ideali.
Se quest’uomo ha preso il potere, senza spargimento di sangue, a 27 anni e lo ha conservato per 36 anni, fino a oggi è anche perché ha cominciato a pensare e agire per la realizzazione del suo progetto fin da ragazzo, quando studiava nella scuola di Sebha, da dove la polizia di re Idriss lo cacciò perché già allora faceva agitazione politica. E perché poi, anche al potere, ha continuato a studiare, osservare, sforzarsi di capire, realizzando il miracolo di essere il leader indiscusso senza nessun potere formalizzato, ma senza esercitare gli arbitri di un tiranno. Se su un fronte Gheddafi ha avuto la mano dura è stato contro gli integralisti e i fondamentalisti (il primo mandato di cattura contro Bin Laden è di matrice libica), e di questo non possiamo non essergli grati. Certo non ci sono partiti di opposizione e neppure una stampa contraria. Non c’è la democrazia come la conosciamo in occidente, però le assemblee popolari contano e a Tripoli non hai affatto l’impressione di vivere in uno stato di polizia. Non c’è – diremmo noi – la libera stampa, ma sulle case e anche per strada c’è un pullulare di antenne paraboliche che consentono tutte le informazioni possibili. Vorrei aggiungere che nessun capo di stato ha avuto la sincerità e l’ardire di scrivere e pubblicare un testo in qualche modo avvicinabile a Fuga all’inferno. E aggiungo ancora il ritratto che ne ha fatto Guy Georgy, primo ambasciatore di Francia nella Jamhaiyyria, nel suo libro, Kadhafi, le berger des Syrtes: «In uno stile accorto e molto personale, egli maneggia con disinvoltura l’humour, il paradosso, il lato buffo, la riflessione e il dardo assassino. Se a volte gioca ad apparire ingenuo, lo fa per assestare meglio qualche verità ai suoi nemici: gli integralisti arabi, gli europei pusillanimi…». E aggiungo ancora qualche mia impressione avendolo incontrato e intervistato in una delle sue tende. È innanzitutto persona di molte letture, non solo del Corano, quasi sempre presente nei suoi discorsi, ma anche della letteratura occidentale. È un attento lettore di Rousseau e degli illuministi e ama Dickens. È particolarmente attento alla questione dell’ambiente e a quella della liberazione delle donne. Riporto qui la risposta a una mia domanda del dicembre del 1998: «Per quanto riguarda l’ambiente sono enormemente preoccupato per l’indifferenza con la quale il mondo procede verso la catastrofe ecologica. Il capitalismo va alla ricerca del profitto immediato e scava a tutti la terrà sotto i piedi. Grandissima è la responsabilità degli Usa per il buco dell’ozono. Io sono e mi dichiaro alleato di tutti i verdi alternativi. Per quanto concerne la donna dobbiamo dire chiaro e forte che il nostro è un mondo fatto dai maschi, per i maschi e dominato dai maschi. È il mondo che non ci piace e che vogliamo cambiare. La donna è oppressa in Oriente e anche in Occidente, dove, al massimo del buono, la si vuole mascolinizzare. Specialmente nel mondo moderno, capitalistico non si riconoscono alla donna le sue differenze (e quindi i suoi diritti) naturali per poi limitarne, di fatto, i diritti civili e sociali. L’ambiente e la donna sono le grandi questioni dell’avvenire, se vogliamo averne uno».
È un uomo seriamente impegnato, ma anche un grande attore, già nel modo di abbigliarsi a seconda delle occasioni e degli incontri. Il vestito tunica che indossava in occasione dell’incontro con Berlusconi era un capolavoro scenico: una grande tunica con sopra, a stampa, grandi ritratti dei protagonisti dell’indipendenza africana, Nelson Mandela in testa. In questo caso l’abito faceva il monaco, era già un messaggio chiaro.

4. Questi dodici racconti vanno letti con attenzione. Non solo per i continui riferimenti al Corano, ma anche perché questi riferimenti servono a dare forza alla polemica di Gheddafi contro la superstizione e soprattutto contro i fondamentalisti ai quali il leader non ha consentito di fare proseliti in Libia. Vanno letti con attenzione perché vi si ritrovano anche radici culturali occidentali, qualcuno parla di Nietzsche e Freud9, e perché l’autore, a suo modo, si batte su due fronti: contro l’alienazione della modernità capitalistica e insieme contro la superstizione, il fanatismo e il lasciar fare, il disimpegno.
Il primo di questi racconti – La città – è un violento atto di accusa, qualcuno può anche interpretarlo come anticapitalismo reazionario, luddista, ma è difficile contestare la verità della denunzia. È difficile contestare l’autore quanto scrive: «La città spintona, non dice, per piacere», oppure «Questa è la città, un mulino che macina i suoi abitanti», oppure ancora «i miseri passatempi imposti dalla città: si possono trovare migliaia di persone che si divertono ad assistere a un combattimento di galli! Per non parlare di quei milioni che alle volte seguono ventidue individui che non fanno altro che muoversi senza senso dietro un piccolo sacco rotondo pieno di semplice aria». E scrive così pur avendo figli appassionati del «piccolo sacco rotondo». L’alienazione della persona che vive in città, la sua solitudine, sono materia di scritti e canzoni diffuse in occidente. E non va dimenticato che Gheddafi vive non gli antichi e storici processi di urbanizzazione, ma la corsa disperata alla città di persone che fuggono dalla campagna o fuggono dal loro paese. Le rivolte delle periferie di Parigi nel 2005 ci dicono, o dovrebbero dirci, molto sullo stato attuale delle nostre città. «La città è nemica dell’agricoltura… e attrae a sé i contadini lusingandoli, affinché lascino la loro attività per trasferirsi sui marciapiedi della città a fare i mendicanti…».
I due racconti successivi – Il villaggio e La terra sono un seguito, in positivo, a quello sulla città. Ma, stiamo attenti, non si tratta di una esaltazione semplicistica e nostalgica della vita di campagna, del villaggio dove c’è comunicazione e solidarietà, dove nessuno rivendica la privacy cittadina che, per un verso è la difesa necessaria nella città competitiva, ma per l’altro è l’esaltazione acritica dell’isolamento di ciascuno. La privacy, la sua rivendicazione è la conferma della critica alla città. E, sulla terra, la prosa del leader è lirica: «Non caricatene il dorso di pesi, non pavimentate le costole di pietra o di argilla… alleggerite le vecchie spalle da quanto vi hanno gettato gli irriverenti».
Il suicidio dell’astronauta è, a mio parere, un capolavoro di arguzia e ironia. Per un verso ci dice che lo spazio è vuoto, non abitabile, non è una nuova frontiera per gli umani. Ma per l’altro ci dice come l’astronauta abbia ormai una nozione della terra extraterrena, inutile. Quando il contadino chiede all’astronauta che cosa sappia della terra, sulla quale pensa di farlo lavorare e l’astronauta sciorina tutte le sue conoscenze scientifiche, il contadino si addormenta, lo manda via, e l’astronauta si suicida. Insomma il famoso nostro progresso non è illimitato: l’illusione del progresso può stravolgere il nostro intelletto e, addirittura, indurci al suicidio. Ma questo non deve indurci a ritenere che egli sia contro il progresso: nel racconto su L’erba della debolezza e l’albero maledetto si dichiara assolutamente contrario agli imbrogli dei «guaritori» e del tutto a favore della industria farmaceutica: «In realtà – scrive ironicamente – non abbiamo necessità di una casa farmaceutica sita ad al Rabta o a ra’s Lanuf dato che al-Hajj Hasan (il fattucchiero guaritore con la sua erba, ndr.) ha raccolto per noi tutte le erbe che curano qualsiasi malattia, anche i morbi della mente, del cuore e della percezione… della vertebra e della dignità» 10.
Fuga all’inferno, il racconto che dà il titolo alla raccolta, è vero e drammatico, fa pensare a Rimbaud – e non solo per «una stagione all’inferno» – che è uno dei poeti più straordinari del nostro tempo. Il vero inferno è qui, sulla terra, dove anche chi ha il potere deve temere ogni giorno il potere della maggioranza: solo all’inferno, quello vero, forse, si potrà riposare. «Dal punto di vista umano non c’è niente di peggio della tirannia di una moltitudine»: lo scrive Gheddafi e non Tocqueville. E Gheddafi continua: «Così io amo le masse e le temo proprio come amo e temo il mio stesso padre. Nel momento della gioga, di quanta devozione esse sono capaci! E come abbracciano alcuni dei loro figli!! Hanno sostenuto Annibale, Pericle, Savonarola, Danton, Robespierre, Mussolini, Nixon e quanta crudeltà poi hanno dimostrato nel momento dell’ira». Un giorno sugli altari, un giorno nella polvere, diceva Manzoni. C’è la lucida coscienza della drammaticità del potere e se un giorno (che non mi auguro) Gheddafi fosse travolto da una protesta popolare sono sicuro che non si stupirebbe. Il beduino del deserto sa più cose dell’intellettuale di città: sa che la politica non è solo, non può essere, calcolo politico dei politicanti, ma è fatta di passioni e pulsioni di massa, che difficilmente un regista politico può orientare. Fortunatamente il «1984» di Orwell, che in molti temevamo, non si è realizzato.
L’altro racconto, drammatico e di non semplice lettura è La morte, dove – a mio parere – non è tanto da capire se la morte sia maschio o femmina, ma come noi, che siamo tutti mortali, affrontiamo la morte e la accettiamo o la respingiamo. Il racconto è drammatico perché protagonista di questo appuntamento con la morte è il padre, eroico combattente, amato e temuto dal figlio Gheddafi. E anche per questo c’è il peso, il ricordo, la sofferenza nella lotta contro l’oppressione dell’Italia. Quel che mi pare si debba concludere dal racconto è che alla fine ci voglia un consenso alla morte (noi cristiani diremmo rassegnazione) e che fino a quando non c’è questo consenso la morte (per noi maschi) è maschio e quindi non dobbiamo cedere alla sua forza. Quando, anche per nostro indebolimento, ci rassegnamo, allora ci rappresentiamo la morte nel sembiante di donna. Ma questo mi pare consolatorio e un po’ maschilista. E mi scuso con l’autore per questa mia lettura.
Gli altri racconti, da Maledetta sia la famiglia di Giacobbe… e benedetta sii tu, carovana fino all’An¬nun¬ciatore del sahur di mezzogiorno sono molto coranici, e pertanto molto significativi. Siamo su un terreno coranico biblico e dobbiamo stare molto attenti alla lettura, al messaggio che Gheddafi vuole trasmettere, tanto più che questi scritti hanno un più esplicito contenuto politico. Secondo Pierre Salinger in essi più stretto è l’intreccio delle tre fondamentali ispirazioni dell’autore e cioè: letture coraniche, cultura occidentale e nasserismo e più evidente la polemica contro superstizioni e fondamentalismo.
Rompete il digiuno alla sua vista, si sofferma, e con polemica ironia, sulle conseguenze religiose della guerra del Golfo nel 1991 e in particolare della data della fine del digiuno per il Ramadan, decisa quell’anno dal generale Schwarzkopf, comandante delle truppe dell’alleanza occidentale di stanza in Arabia saudita. La preghiera dell’ultimo venerdì prosegue nella polemica contro le superstizioni inutili (se sia meglio mangiare con tre dita o con cinque) e le fumisterie teologiche e fondamentaliste, che porterebbero a negare la scuola, la ricerca scientifica, l’industria. Questi medesimi temi vengono sviluppati ancora negli ultimi due racconti È passato il venerdì senza preghiera e L’annunciatore del sahûr di mezzogiorno.

5. Ma andiamo alle conclusioni. Perché la manifestolibri, componente importante della famiglia del manifesto pubblica questa raccolta di racconti? Non è solo per sanare un colpevole ritardo della grande editoria e della politichetta italiana, ma perché il tentativo gheddafiano ci interessa molto e perché nel suo piccolo (la Libia non è una grande potenza) può essere, può diventare una grande e positiva novità nell’epoca della globalizzazione, che, peraltro, la Libia ha già conosciuto con i fenici e soprattutto con i romani, con Settimio Severo e Leptis Magna.
Il Libro verde e questi racconti ci dicono che ci può essere una innovazione culturale e politica che interessa tutti e che «il matto» – così molti hanno definito Gheddafi – è persona saggia e paziente (ha subito bombardamenti, embarghi, accuse di essere «stato canaglia» senza mai cadere nella provocazione). E di fronte a tutto questo ha tenuto ferme le sue posizioni. Oggi in Europa e in Italia si parla di crisi della democrazia rappresentativa e lui, con tutta la sua autorità, sostiene l’obiettivo di una democrazia diretta e, allo stesso modo, di fronte alle violenze e alle crisi dell’economia capitalistica, lui, libico, nato molto più a sud di Treviri, insiste nella proposta di socialismo. Gheddafi che non è mai voluto entrare nell’orbita sovietica, a differenza non solo di Castro, ma dello stesso Nasser, tuttavia nel suo saggio Il comunismo è veramente morto, dopo una denuncia degli errori e delle colpe del comunismo realizzato, scrive: «Ma noi non diciamo che il comunismo è morto e la ragione è semplice: il comunismo deve ancora nascere». Scrivere che il comunismo deve ancora nascere non è parola al vento.
E, per tutto questo, bisogna tener conto che Muhammar el Gheddafi non è un fiore nel deserto. È un libico e la Libia pur nel suo piccolo ha una storia: fenici, romani, turchi, italiani, teatro decisivo degli scontri della seconda guerra mondiale, governo britannico, monarchia, petrolio, scarsa popolazione, rivoluzione gheddafiana, centralità e sconfitte dell’unità araba, tentativi (difficili) di unità africana, crescita di una gioventù acculturata, intensificazione dei contatti internazionali (anche con le università Usa), centralità della questione ambientale, e, oso aggiungere, laicizzazione del Corano o, più cautamente, lettura non bigotta del Corano. Anche la questione ebraica e quella dello stato di Israele, rimossa o nascosta in molti stati arabi, in Libia è molto presente e viene affrontata in termini di dichiarata tolleranza per le persone di religione ebraica, di contrarietà alla formazione di due stati, ebraico e palestinese, per uno stato unico che garantisca i diritti di tutti i suoi cittadini. E in Libia la questione ebraica non è proprio leggera. Da ragazzo, a 14 anni, sono stato testimone del pogrom del 1945, di inaudita ferocia e vale ancora ricordare che fu il re Idriss a ordinare la cacciata della comunità ebraica, che in Libia aveva più di mille anni di storia. Oggi gli ebrei possono andare in Libia e li incontri nei ricevimenti delle ambasciate libiche.
L’edizione di questi racconti vuole (vorrebbe) essere un messaggio, un appello a intellettuali e politici ad avere più attenzione per la Libia, che non ha solo il petrolio. Occuparsi della Libia è anche occuparsi di noi.

NOTE

1 ERIC SALERNO, Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell’avventura coloniale italiana (1911-1931), Manifestolibri 2005; ANGELO DEL BOCA, Gli italiani in Libia. Dal fascismo a Gheddafi. Laterza. Bari, 1991; SALVATORE BONO, Tripoli bel suol d’amore, Istituto Italiano per l’Africa e l’oriente, 2005.
2 DONATA PIZZI, Città metafisiche, Skira 2005.
3 Già nel dicembre del 1940 le truppe inglesi fanno prigionieri più di 120 mila militari italiani e occupano la Cirenaica fino alla Sirte e i poveri coloni ebbero i loro primi guai.
4 KADHAFI, Escapade en enfer et autres recits. Stanké 1998.
5 È la giornata del ’26, che ricorda insieme «il lutto» per i massacri compiuti dagli italiani conquistatori e «la vendetta», cioè la cacciata dalla Libia di tutti gli italiani.
6 Il 9 luglio del 1998 fu resa pubblica una dichiarazione congiunta dei governi libico e italiano, con la quale l’Italia riconosceva «le sofferenze arrecate al popolo libico» e si impegnava a indennizzare i danni. Era una dichiarazione di pacificazione, ma fino a oggi nessuno di quegli impegni è stato rispettato da parte italiana.
7 MUHAMMAR EL GHEDDAFI, Il Libro Verde. Prima parte: la soluzione del problema della democrazia, «il potere del popolo»; seconda parte, soluzione del problema economico, «il socialismo»; terza parte, base sociale della «terza teoria universale». Tripoli 1984. In una conversazione Giulio Andreotti mi disse di aver offerto il Libro Verde a Reagan, che però non gradì. Vale ricordare che nel 1986 Reagan ordinò il bombardamento della residenza di Gheddafi a Tripoli. L’edificio è stato conservato nello stato in cui era ridotto dopo il bombardamento.
8 ANGELO DEL BOCA, Gheddafi, una sfida dal deserto, Laterza, Bari. LUCIANA ANZALONE, Di fronte a Gheddafi. Arabafenice.
9 Pierre Salinger nella citata edizione canadese di Escapade en enfer.
10 È un gioco di parole poiché in arabo «dignità» (karâmah) e «vertebra» (karûmah) hanno un suono assai simile.

Fonte:http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=375

Fuga all’inferno e altre storie, di Muammar Gheddafi – Un brano 1

Copertina
Gheddafi Muhammar
Fuga all’inferno e altre storie
introduzione di Valentino Parlato

2005 pp.128 14,00 €

Conoscevamo il Gheddafi provocatore, arringatore di folle, profeta; qui ci si rivela, in una dozzina di sorprendenti novelle, un Gheddafi scrittore e poeta, dalla personalità complessa e profondamente riflessiva. In queste storie, tra la favola moderna e la parabola morale, emerge, forse più che nei suoi interventi politici, il carattere particolarissimo di questo personaggio del nostro tempo, tanto attento alle trasformazioni portate dalla modernità quanto legato all’antica cultura beduina con le sue radici nomadi e con il suo attaccamento alla natura solitaria del deserto. Lontani dall’immediatezza della politica, questi racconti non mancano tuttavia, in forma metaforica e visionaria, di bersagli polemici come certi potentati musulmani legati mani e piedi agli Stati Uniti o come gli integralisti, cui Gheddafi imputa un carattere retrogrado e criminale. Alla fine di questa lettura avremo scoperto un personaggio davvero fuori dal comune.

INTRODUZIONE
Valentino Parlato

1. Questa è la prima edizione in lingua italiana (tradotta direttamente dall’arabo) di Fuga all’inferno e altre storie, una raccolta di scritti letterari di Muhammar Gheddafi, il discusso leader che dal 1969 regge le sorti della Libia. Qualche parola su questa Libia, che è sfondo e materia dei racconti e che è anche il paese dove sono nato e vissuto fino all’età di vent’anni.

Senza andare troppo indietro, alle presenze puniche e romane fermiamoci un po’ sull’occupazione italiana del 1911 che già con il governo Giolitti fu ferocemente repressiva (sterminio di villaggi, deportazioni, impiccagioni)1.
Il fascismo diede poi corso con l’annessione all’Italia (la «Quarta sponda», cioè la costa sud della nostra penisola) a una colonizzazione demografica, con l’esplicito obiettivo della progressiva riduzione della popolazione libica, che, peraltro, a differenza di quanto avveniva nelle colonie francesi di Tunisia e Algeria, era esclusa dalle scuole pubbliche, salvo pochissime eccezioni ad personam. La terra coltivabile della fascia costiera, salvo poche piccole oasi, era data tutta in concessione ai cittadini italiani, tra i quali anche mio nonno in quel di Sorman. Un significativo impulso a questa «italianizzazione» si ebbe nel 1938 con la costruzione dei villaggi agricoli e lo sbarco di ventimila italiani poveri provenienti dai territori della Bassa veneta e emiliana (l’attuale vescovo di Tripoli viene da una famiglia del villaggio Breviglieri)2; era il 1938 appena un anno prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, altra prova della «lungimiranza» del governo di Mussolini e di Balbo3.
È con la memoria di questo passato che, il 29 aprile del 1990, Gheddafi annuncia questi racconti per celebrare il 75° anniversario dello sterminio della colonna Miani avvenuto nel 1915. Allora le forze militari italiane erano impegnate sul fronte della prima guerra mondiale e le forze della ribellione libica riuscirono a sconfiggere duramente (a quello scontro partecipò anche il padre di Gheddafi) la formazione militare italiana guidata dal colonnello Miani, il cui nome fu poi dato a uno dei villaggi agricoli del 1938. Vale ricordare che in quegli anni l’occupazione italiana – per la spinta della ribellione libica – si era pressoché ridotta alla sola città di Tripoli e che la riconquista portata avanti da Badoglio e Graziani (con abbondanza di impiccagioni tra le quali da ricordare quella di Omar el Muktar, il famoso «Leone del deserto» (il film non è mai stato proiettato nelle sale cinematografiche italiane) si concluse solo nel 1931 con l’occupazione dell’oasi di Cufra.
Ho scritto queste sommarie note (forse troppo sommarie) sulla storia della colonizzazione italiana della Libia e anche della sua storica dipendenza (penultimi padroni i turchi, che Gheddafi, non a caso, non ama) perché questa storia è il sottofondo, e anche il tormento, dell’autore dei racconti, che ha dato, forse per la prima volta nella storia, alla Libia la dignità di nazione. Il passaggio da «scatolone di sabbia». e poi feudo petrolifero, a nazione non è opera da poco.
La prima pubblicazione a stampa di questi racconti si ebbe nel 1993 a Sirte – residenza preferita dal leader – in forma dimessa, direi quasi clandestina, non ci fu nessun lancio propagandistico, operazioni nelle quali il leader è maestro, quasi a sottolinearne la sofferenza. Questi testi furono ripubblicati in Egitto e nel 1996 a Losanna, in francese, ad opera della casa editrice Favre, con un’introduzione di Guy Georgy, primo ambasciatore di Francia presso la repubblica libica. Subito dopo si ebbe l’edizione in lingua inglese, per una casa editrice Usa e ancora, nel 1998, un’edizione in Canada, in lingua francese, con introduzione di Pierre Salinger, già portavoce di John F. Kennedy e poi protagonista della campagna elettorale di Robert Kennedy e infine senatore della California4.

2. A questo punto è inevitabile – con implicazioni culturali e politiche – una domanda; perché solo ora, dopo tanto tempo e ancora per i tipi di una casa editrice, la manifestolibri, piccola e controcorrente, viene pubblicata quest’opera del leader libico? Perché le culture francofone e anglofone hanno valutato utile tradurre e pubblicare subito questi scritti, mentre la cultura e la politica del nostro paese hanno preferito far finta di niente, ignorare? E tutto ciò nonostante i torti dell’Italia nei confronti della Libia, nonostante gli aspri conflitti del passato, antico e recente? Presunzione o miopia?
Per correttezza vale precisare che di questi scritti la stampa quotidiana italiana si è occupata, anche con firme di prestigio, penso tra gli altri a Igor Man sulla Stampa del 25 giugno 1998. Ma anche questo – sospetto – si è avuto più sull’onda del successo del libro di Angelo Del Boca (Gheddafi, una sfida dal deserto, pubblicato da Laterza nel 1998, con un capitolo sulle novelle) piuttosto che per conoscenza diretta e interesse effettivo all’opera del leader libico.
Ma detto tutto ciò la domanda resta ed è pesante: perché solo ora, a più di dieci anni dalla sua prima pubblicazione arriva nelle librerie la traduzione italiana di questi scritti? La questione non è formale. Tocca il significato di questo libro e parla dell’Italia di oggi: de te fabula narratur.
La mia risposta è duplice e temo che possa suonare schematica e arrogante. Per un verso penso che la nostra attuale cultura sia pigra, succube delle mode che vengono dall’occidente «avanzato» e spocchiosa e supponente rispetto a quel che arriva dal Sud. Per l’altro verso, e la mia critica è più pesante, c’è l’ignavia della nostra politica e anche della nostra diplomazia, che non hanno avuto neppure il sospetto che l’edizione italiana di questi scritti avrebbe potuto essere un’importante iniziativa politica tesa a migliorare i rapporti con la Libia, che vanno piuttosto male. Ora la politica estera e la diplomazia debbono incassare il fatto che Gheddafi abbia ritirato l’ambasciatore presso la Repubblica italiana e, ben di più, abbia restaurato la giornata «del lutto» o «della vendetta»5 in esplicita polemica con il nostro paese.
È dal 1969 che Gheddafi è al potere, sono passati ben 36 anni, i rapporti sono stati anche tempestosi, ma possibile che nel corso di tutto questo tempo il governo italiano non abbia affrontato e risolto la questione dell’indennizzo che, legittimamente, la Libia richiede in riparazione dei danni, delle deportazioni, delle morti a carico del nostro passato coloniale? Nonostante i buoni uffici di Andreotti, di D’Alema e anche di Dini6 non siamo riusciti a costruire un rapporto amichevole e stabile con Tripoli. E adesso, finito l’embargo e restaurati buoni rapporti con le potenze occidentali, Usa in testa, le nostre imprese, se il governo non fa una buona politica, rischiano di essere soppiantate dagli altri concorrenti e, soprattutto, dagli americani.
Noi, stato italiano, ci siamo comportati – anche la mancata edizione di questi racconti ne è un sintomo – come i più miopi degli avari, quelli che per non dare una lira oggi, saranno condannati a darne milioni domani. Quanto ci avrebbe avvantaggiato nei confronti dei libici una grande operazione di sminamento di quel territorio dove italiani, tedeschi e inglesi hanno seminato milioni di ordigni, che ancora uccidono animali e persone; lo stesso Gheddafi porta una cicatrice di questa nostra seminagione. Quanto ci avrebbe avvantaggiato la realizzazione tempestiva di un complesso ospedaliero. E poi, per ultimo la buffoneria di Berlusconi, che, in visita a Tripoli, promette – senza neppur sapere quanto costa – duemila chilometri di autostrada per poi negare e nascondersi. Senza neppure tentare di avviare i lavori, che, peraltro, avrebbero potuto dare alle imprese italiane un bel po’ di profitti.
Ma tutto questo, potrà obiettare il lettore, ha ben poco a che vedere con la raccolta dei racconti pubblicati in questo volume. Rispondo che questa Fuga all’inferno e altre storie ha molto a che fare con i rapporti tra i due paesi. Questo è un libro di narrativa, ma fortemente politica. È letteratura, ma che – come molta buona letteratura – agisce sugli uomini e sulle cose della politica.

Fonte:http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=375

GHEDDAFI E GLI ALTRI.

5 Marzo 2011

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/
La terra è tua madre, lei ti diede la nascita dal suo ventre. E’ colei che ti allattò e ti alimentò. Non disubbidire a tua madre e non tosare i suoi capelli, tagliare le sue membra, lacerare la sua carne, o ferire il suo corpo. Devi solamente aggiustare le sue unghie, fare che il suo corpo sia pulito da ogni lordura. Darle la medicina per curare ogni sua malattia. Non mettere pesi gravosi sopra la sua mammella, fango o cemento sopra le sue costole. Rispettala e ricorda che se sei troppo aspro con lei, non ne troverai un’altra. Non distruggere la tua dimora, il tuo rifugio, o ti perderai.
(Muammar Gheddafi).
Forse è per questo che gira con una tenda. Mentre il nostro viaggia da Arcore in Grazioli in Certosa in castelli in Santa Lucia e costruisce Milano 2 e C.A.S.E.

C’è qualcuno in giro che s’è chiesto perché mai quasi tutti i governanti, i progressisti, rivoluzionari, antimperialisti del Sud del mondo, America Latina in testa, pur non negando critiche al Gheddafi degli ultimi 10 anni sotto ricatto occidentale, si schierano a difesa del legittimo governo libico e del suo leader e denunciano le mire imperialiste di una “comunità internazionale” che da vent’anni, con la scusa dei dittatori e con l’uso di provocatori e provocazioni, assalta e massacra popoli,
stende sul mondo una cappa di miseria sul quale danzano alcune migliaia di ultraricchi, svuota libertà e diritti democratici, sociali, culturali, avvia ovunque Stati di polizia intrecciati alla criminalità organizzata, traffica in droga e armi, distrugge la possibilità di istruirsi e informarsi? C’è qualcuno che pensa che questi siano peggiori di Bush, Cheney, Obama, D’Alema, Fassino, Berlusconi, Netaniahu, Calderon, Karzai, Al Maliki, i golpisti killer dell’Honduras?
Coerenze. Voto bipartisan, salvo IDV, per la missione afghana nel 2010. Missione dei 36 “professionisti” italiani caduti e dei 34mila raid aerei all’anno (il doppio rispetto al 2007), per 25 miliardi e mezzo di euro tra Afghanistan, lotta ai pirati somali (in difesa di pesca di frodo e scarico di rifiuti tossici europei), Unifil, addestramento di ascari vari…62 milioni alla ricostruzione. “Per il buon nome del paese” (Pinotti, PD). Da promuovere ora in Libia
I vernacolari del “Campo Antimperialista“, collaudato il loro pluralismo nell’unione antimericana con i neonazisti di Franco Freda, manifestata la loro chiaroveggenza politica con orgasmatici applausi al trapanatore iracheno-iraniano di resistenti e sunniti, Moqtada, perfezionano la missione schierandosi “con l’insurrezione popolare” in Libia. Loro vestale, Emma Bonino, ancora zuppa di sangue serbo, iracheno, afghano.
Potenza dell’ignoranza. Andrea Camilleri, Luigi Ciotti, Cristina Comencini, Magherita Hack, Dacia Maraini, Moni Ovadia, Igiaba Scego, firmano un appello “Fermiamo il massacro in Libia”. Come si compromette una vita onorata. In arrivo anche gli amici del giaguaro, Saviano, Fazio, Santoro, tutto il PD, il papa, Sgrena, l’intera celebrata “società civile” in marcia per “promuovere i diritti culturali delle popolazioni contro dirigenti corrotti e venduti”. Sono bravi, chiedono di sfasciare ma senza sparare troppo.
Dall’inizio del 2011 Israele ha rapito e incarcerato 80 bambini palestinesi nella Gerusalemme Est occupata e stuprata dai coloni carburati da Obama. Ne invade le case di notte e se li porta via. Innumerevoli sono le denunce di tortura e abusi sessuali. Ieri ad altre 22 famiglie della città è arrivato l’ordine di demolizione delle loro case. Parlarne? Ma se sono riusciti anche a occultare i 500 bambini terroristi sterminati da Piombo Fuso…
Al Jazira pompa le balle dei “ribelli democratici”. Gli editoriali di Al Jazira sono gestiti da agenti dei servizi segreti con targa BBC. Al Jazira trasmette ogni singola patacca del defunto Bin Laden, senza controlli di autenticità, favorendo la “guerra al terrorismo”. E’ dal Qatar che gli Usa lanciarono l’invasione dell’Iraq, visto che Turchia e Arabia Saudita rifiutarono. E’ un pollaio che si fa difendere dal capo volpe
Al Jazira inventa bombardamenti aerei di Gheddafi (smentiti da tutti, compresi i satelliti russi), il delegato libico al Tribunale dell’Aja offre in pasto ai media e ai Obama 10mila morti, subito confermati da Al Jazira (e poi il Tribunale smentisce di avere tale delegato). Ma come, l’emittente del Qatar non era anti-israeliana? Sì, ma filo-americana e, da tv pagata dall’emiro, anche filo-monarchica, ovunque qualche stronzo risusciti un re.
In Sudan, distretto di Abyei, 70 ammazzati e villaggi rasi al suolo perchè il Sud secessionista grazie a USraele, UE, comboniani e Vaticano vuole anche quella regione assegnata al Nord. C’è quel po’ di petrolio che è rimasto al Sudan libero. Se possono somalizzare la Libia, vuoi che non ci provino con il Sudan che, oltre agli idrocarburi, ha il Nilo? Già tengono Etiopia, Ruanda, Uganda, Kenya. Per l’Eritrea, a forza di trattamento alla Saddam, si avvicina l’ora. Usraele ueber alles anche in Africa.
Centinaia di migliaia di iracheni manifestano nel “Grande Giorno della Collera” in tutto il paese “restituito alla democrazia”, ma non a luce, acqua, pane, scuola, vita. Vengono abbattuti come mosche in città militarizzate, sotto coprifuoco e proibite ai giornalisti. Il popolo di Mosul ha cacciato il generale fantoccio con i suoi 450 sgherri. Ovunque vengono costretti alla fuga governatori fantoccio installati dagli occupanti e loro sicari. La rivolta è in prima linea contro l’occupazione, causa di tutto. Ne avete sentito niente?
La Libia si difende da reazionari salafiti e monarchici ansiosi di Occidente e neoliberismo, chiamati “patrioti”. I governatori di Wisconsin, Ohio, Idaho e altri Stati Usa si difendono da centinaia di migliaia di manifestanti che assediano da settimane i palazzi del potere contro leggi neoliberiste che eliminano sindacati, contratti, diritti, chiamati “estremisti”. Un’insurrezione di lavoratori nel cuore dell’impero. Visto come ci si avventano i media?
L’ONU sanziona la Libia e fa scattare orde distruttrici su ordine Usa. L’ONU classifica il Messico primo al mondo per violazioni dei diritti umani. Mortalità materna 5 volte superiore a quella degli altri paesi. Con 35mila ammazzati in quattro anni si muore di più che in qualsiasi paese non in guerra. 2.500 donne uccise all’anno per reprimere l’opposizione e disintegrare il tessuto sociale con la psicosi della paura. 170 incarcerate per aborto con pene fino a 25 anni. 20mila migranti scomparsi o uccisi ogni anno. Zitti, da lì arrivano la droga per il mercato Usa e i dollari per le sue banche, dollari con i quali si finanziano le campagne elettorali dei presidenti. I cinque Stati Usa che risultano i massimi riciclatori di denaro da droga sono i cinque Stati che contribuiscono maggiormente alle campagne presidenziali.
Obama, vindice del diritto internazionale, decide che urge abbattere il leader di un paese sovrano. Non è interferenza. E’ democrazia ai tempi dei Berlusconi e di tutti i masochimbecilli della “sinistra”. Curioso: quelle del governo sono “milizie” e “mercenari” “che “sparano sulla folla”, quelle dei ribelli con istruttori Blackwater sono “truppe” e “volontari”, quando non “civili inermi” (con tanto di RPG e cannoni moderni). Mentre Karzai in Afghanistan e al Maliki in Iraq hanno truppe e gli altri sono “terroristi”. E dal sole piove e di notte ci si abbronza.
‎2010: 10mila afghani, all’80% civili, uccisi da USA e Isaf (160mila mercenari nella più lunga e costosa guerra dell’era democratica), 712 militari occupanti, migliaia di contractors, di cui 36 italiani, morti per le lacrime tossiche del mandante La Russa. 1000 civili pakistani, fatti passare per “taliban”, massacrati dai droni Cia nell’alleato Pakistan. Bombe Cia-Mossad a tutto spiano nelle moschee e città pakistane per destabilizzare un paese dal popolo ostile. Exit strategy di Obama svaporata e quattro enormi basi permanenti annunciate. Ma che mascalzone quel Gheddafi!
Nello Stato di Chihuahua hanno appena ucciso tre famigliari di una donna, Maria Magdalena Reyes Salazar, che si batteva per la giustizia per l’assassinio di suo figlio. Poi le hanno incendiato la casa. I narcos minacciano di sgozzare i bambini di un asilo a Ciudad Juarez. Qui sono state uccise in gennaio-febbraio 79 donne, il 32% in più rispetto ai due mesi del 2010. Quando qualche biasimo al presidente complice o un bell’ “intervento umanitario”?
Israele, che detesta gli anti Ben Ali, anti-Mubaraq, anti-Saleh, anti-Abdallah, adora (infiltra) i “rivoluzionari”, anche un po’ linciatori, di Bengasi. Portatrice, come questi, di diritti umani e democrazia, ha ammazzato altri tre palestinesi a Gaza e ha raso al suolo per la 20esima volta un villaggio beduino nel Sinai, 19 volte ricostruito, per far spazio ai coloni. Chiede ai beduini il costo degli smantellamenti
Antropologia imperiale, ovvero quando le facce spiegano. A Tehran le belle gnocche “verdi” ingioiellate e fresche di stilista. A Brega, Cirenaica, dove lealisti e ribelli si contendono il terminale petrolifero, i “rivoluzionari libici” di Anno Zero. Una turba barbuta armatissima, parossistica, schiumante, urlante in una specie di ballo di S.Vito alla salafita “Allah u Akbar”. Del tutto simile a studenti, operai, donne, poveri del Cairo e Tunisi…
Le lotte nelle piazze arabe sono una lotta transnazionale di proporzioni epiche. Si combatte per dignità, diritti, giustizia e sovranità. Sono lotte che non possono prescindere della consapevolezza del nemico: l’imperialismo globalizzante che sta attaccando la Libia che quelle lotte le aveva vinte. L’ordine globale vive o muore con la rivoluzione pan-araba. Ne fa parte il popolo libico, non chi lo frantuma.
Fidel Castro: “La campagna colossale di bugie sparse dai mezzi di comunicazione di massa, ha creato una grande confusione nell’opinione pubblica mondiale. Passerà del tempo prima di poter ricostruire ciò che è successo realmentre in Libia e di separare i fatti reali dai falsi che sono stati diffusi”. Già, nel frattempo le armate barbare passeranno sulla nostra coscienza nel viaggio verso Tripoli.
Il ”satrapo” Gheddafi, che non ha manco un palazzo d’oro o ville in Sardegna e Santa Lucia. L’ONU pone la Libia al primo posto nel Continente per Indice di Sviluppo Umano, reddito, longevità, istruzione, sanità (tutti gratuiti), distribuzione della ricchezza, la più bassa mortalità infantile, la maggiore partecipazione popolare al potere. Il Libro Verde garantisce la proprietà della terra a chi la lavora e della casa a chi ci abita. Coinvolge i lavoratori nella gestione delle aziende. Ogni decisione politica è presa dai Comitati Popolari e dal Congresso del popolo. Ma la burocrazia era corrotta e faceva affari con i capitalisti. Come a Cuba. Allora diamo addosso a Gheddafi, più tardi a Cuba, noi del popolo sovrano e benestante grazie alla “porcata” di Calderoli, la modernità di Marchionne, la gentilezza di Maroni, il patriottismo di La Russa, la sobrietà di Berlusconi, il socialismo di Bersani. Sono nostri i diritti umani!
Gheddafi ha sottratto la sua gente al vampirismo neoliberista e alle basi Usa, ha sempre avversato i monarchi arabi venduti, ha sostenuto la liberazione di Nicaragua, Cuba, Angola, Mozambico, Sudafrica, Palestina, baschi, irlandesi, ha preso uno spezzatino tribale e ne ha fatto una nazione moderna laica, si batte per l’unità africana. Ma i suoi burocrati erano corrotti e lui pazzo. Diamogli addosso.
Quando Gheddafi, dal solito “bunker” alla Hitler, articolato in ristoranti sul mare, palazzi di congressi e piazze pubbliche, accusa Al Qaida, sa bene cosa dice. Al Qaida in Afghanistan, in Kossovo e Bosnia, Cecenia, Yemen, Somalia, Maghreb, Latinoamerica, Europa. Sempre un bonus per l’imperialismo e un’inculata per arabi e musulmani. Possibile che l’illuminante “cui prodest” non interessi nessuno?
Hanno sequestrato decine di miliardi del “tesoro di Gheddafi“. Fondi del commercio estero del governo libico depositati in banche occidentali. In vista del furto del petrolio finora negato agli Usa, la criminalità organizzata “comunità internazionale” esegue una rapina con scasso (di sicari armati locali) dei beni di un popolo cui i futuri fantocci garantiranno sopravvivenza con Marchionne e narcotraffico. 700 miliardi, invece, Obama li ha cavati dai cittadini per darli alle banche che li avevano rovinati. In 40 miliardi di euro si calcola il “tesoro” del guitto mannaro, questo sì personale.
Il presidente Chavez che, per demonizzare due disobbedienti, era stato inventato ospitante di Gheddafi, ha espresso solidarietà a Gheddafi contro le belve imperialiste. Ha detto: “Sarei un codardo se, sulla base di falsità, condannassi chi è stato mio amico“. Uomo vero. Berlusconi e Frattini, nella tomba dei morti viventi, hanno avuto un sussulto.
La balla risolutrice per i genocidi imperiali: “Il dittatore ha massacrato il proprio popolo”. Chi non interverrebbe umanitariamente, vero D’Alema, Prodi, Berlusconi? Così con le false stragi di Milosevic a Sarajevo e in Kosovo, con i massacri di curdi e sciti da parte di Saddam, con lo sterminio di donne per mano taleban. Ma mai con le Torri Gemelle, il metrò di Londra, il treno di Madrid. Ma quelli li ha fatti Al Qaida, mica i loro governi.
Tre commandos dei marines olandesi, cioè Nato, sono sbarcati dalla nave “Tromp” a Sirte, tuttora in mano libica, per innescare la rivolta anche lì. Le truppe regolari li hanno catturati. E’ spontanea un’insurrezione “Allah u Akbar”, guidata a Bengasi da istruttori e armatori Usa-Nato, coperta da false stragi mediatiche di Gheddafi, incitata dalla moglie di colui che sbranò la Jugoslavia, zeppa di commandos imperiali?
Provasto a normalizzare con militari e fantocci le potenziali rivoluzioni anti-globalizzazione in Egitto e Tunisia, scatenati i secessionisti salafiti in Libia e berberi in Algeria, la Libia, che contrattava alla pari con il mondo e respingeva gli Usa, è bella e incastrata. Si torna, come in Jugoslavia, a mafia-narco-statarelli, come ai bei tempi del colonialismo. Qui Cirenaica, Tripolitania e Fezzan a sbranarsi per gli sghignazzi e il petrolio Usa
Cirenaica come Kosovo. “Consiglieri” Usa a Bengasi stanno già ponendo le fondamenta per una nuova base Bondsteel da cui intervenire sull’Africa tutta, in culo a UE, Cina e Russia. Prima la creazione di una quinta colonna di invasati e banditi islamici, poi le false stragi di Slobo e Gheddafi sovrapposte a quelle vere degli ascari, quindi criminalizzazione del “dittatore”, bombe e squartamento del paese. La globalizzazione funziona. Oddio, se la dovrà vedere con Attac e I Social Forum. Paura!!!
Frattini, amico di Mubaraq, Ben Ali e gaglioffi sanguinari vari, manichino Standa, baciatore di deretani arcoriani, a nome del baciatore di anelli sollecita Piombo Fuso su Gheddafi. Meglio del moralista Chavez.Astuto! Le sanzioni Usa-UE hanno messo sotto scacco Eni, Finmeccanica, banche, cordate varie. Con un colpo gli Usa fanno fuori Libia e Italia, nel giubilo dei nostri media, sinistri e destri. E il guitto mannaro offre le basi d’attacco, come D’Alema con il Kosovo. Taffazzi al posto di Mattei. Che scaltri! Appunto masochimbecilli.

Fonte:http://www.stampalibera.com/?p=23447

Gheddafi attraverso i suoi scritti.

Comprendere Muhammar Gheddafi non era certo compito facile, sia per la complessità del personaggio, sia perché nel corso della sua vita egli ha attraversato diverse fasi personali e politiche. A un anno dalla sua morte nel mondo si registrano varie opinioni sul suo conto e non mancano quelle positive, soprattutto in Africa1. Tuttavia, in Europa e negli Stati Uniti il Colonnello non ha mai goduto di buona fama e la sua 2. Riflettendo su tale tendenza, negli anni ’80 Giulio Andreotti osservava: ” io non penso davvero che gheddafi sia un cherubino, ma non mi piace il sistema di creare una specie di diavolo di turno, su cui riversare anche le colpe che non ha

immagine è stata abitualmente riassunta nei prototipi del terrorista o del buffone
“.
L’invito di Andreotti ad evitare “la drastica e semplicistica classificazione degli uomini in buoni e cattivi”4 non ha raccolto molti consensi. E lo stesso Gheddafi non ha fatto granché per cambiare la sua reputazione, anzi, il suo egocentrismo è stato gratificato dal ricevere un’attenzione mediatica che, sebbene non fosse lusinghiera, era senza pari per un capo di Stato africano.
OLTRE LA LEGGENDA NERA.
Uno strumento utile, ma poco noto, per cogliere alcuni aspetti della complessa personalità di Gheddafi è la sua produzione letteraria (Muhammar Gheddafi, Fuga all’inferno e altre storie, introduzione di Valentino Parlato, Manifestolibri, Roma 2005, pp.128, 14,00 €). In essa il Colonnello mantiene un atteggiamento molto distante dall’iperbole provocatoria delle sue apparizioni pubbliche.
Nei primi racconti (La città, Il villaggio…il villaggio, La terra…la terra, Il suicidio dell’astronauta), l’autore contrappone le dinamiche alienanti della vita in città ai ritmi lenti del deserto e della campagna. Per il beduino Gheddafi la vita in città mette in discussione i valori tradizionali, senza però proporre valori alternativi. “Se ti atterrai a idee, valori e comportamenti non cittadini ti ritroverai isolato, incompreso. Quando cambierai comportamento, trasformandoti in cittadino, diverrai squallido”. Decisamente interessanti sono i racconti sull’integralismo islamico (Rompete il digiuno alla sua vista, La preghiera dell’ultimo venerdì, È passato il venerdì senza preghiera). Il Colonnello biasima i gruppi islamisti come i Fratelli Musulmani per il loro settarismo e per il rifiuto dello sviluppo e del progresso. Sarcasticamente Gheddafi ammette: “Abbiamo sbagliato a creare l’industria del ferro e dell’acciaio e a fondare fabbriche chimiche e petrolchimiche, sborsando per queste imprese miliardi”, mentre si poteva utilizzare quelle somme “per la ristampa di volumi ingialliti”. Gheddafi imputa inoltre agli integralisti un uso strumentale della religione, i cui precetti vengono da essi usati e distorti “per raggiungere il potere e giustificare l’abuso, l’inganno, la senseria e perfino l’ubbidienza supina e l’apertura [a Israele]”. Il Colonnello conclude dunque che gli islamisti agiscono “contro la nazione araba, in nome della religione, per annientare il nazionalismo arabo, (…) e per avversare l’orientamento progressista sociale e radicale [del panarabismo] con un orientamento islamico fittizio in base all’accordo segreto con la Cia e il Mossad”.
IL COLONNELLO E LA MORTE
Al centro del volume si trovano i racconti più personali: Fuga all’inferno, L’erba della debolezza e l’albero maledetto, La morte. In Fuga all’inferno e ne L’erba della debolezza e l’albero maledetto traspare la delusione per le difficoltà di realizzare nella realtà quotidiana i principi del Libro Verde. Il Colonnello affronta inoltre con occhio disincantato la relazione tra un governante e le masse, entusiaste nel momento del trionfo ma irrimediabilmente volubili nei loro sentimenti:

Nel momento della gioia di quanta devozione esse sono capaci! Hanno sostenuto Annibale, Pericle, Savonarola, Danton, Robespierre, Mussolini, Nixon, e quanta crudeltà poi hanno dimostrato nel momento dell’ira! Hanno cospirato contro Annibale e lo hanno avvelenato, hanno bruciato Savonarola sul rogo, hanno mandato il loro eroe Danton alla ghigliottina, hanno fracassato le mascelle di Robespierre, il loro amato oratore, e hanno trascinato nelle strade il cadavere di Mussolini, hanno sputato in faccia a Nixon mentre lasciava la Casa Bianca dopo che erano state loro a farcelo entrare!Ne La morte il Colonnello rievoca la figura del padre e descrive con orgoglio la sua lotta contro l’esercito italiano e i suoi alleati locali, capeggiati dal futuro re Idris el Senussi:

Nonostante la situazione fosse pessima, le possibilità di scampo disperate, la lotta ineguale, mio padre decise senza alcuna riserva di combattere […] proclamò il suo disprezzo per la morte, il suo esercito e ciò che sarebbe avvenuto.Chiude la raccolta L’annunciatore del sahur di mezzogiorno. Nel personaggio di questo racconto sembra riflettersi la figura del riformatore sociale, investito come l’annunciatore di una responsabilità “di carattere morale”, che “ha a che fare con l’animo la coscienza e un profondo senso della propria funzione”. Per svegliare i fedeli durante il mese del ramadan, l’annunciatore prosegue la sua marcia, nonostante gli ostacoli che incontra sul suo cammino, “finché tutti non abbiano udito la sua voce”. Come L’annunciatore del sahur di mezzogiorno, il Colonnello ha sempre creduto di adempiere una missione. Poco dopo il colpo di stato incruento con cui depose re Idris, Gheddafi si dichiarava pronto ad assumere i difficili compiti che lo attendevano, “perché questo è il mio dovere e anche il mio destino”5 E nonostante i ripensamenti, le delusioni e gli errori che hanno marcato la sua esistenza, egli ha voluto rimanere fedele a quella che a torto o ragione riteneva la sua missione. Così, come aveva promesso, il Colonnello è rimasto fino alla fine nel suo paese, preferendo alla fuga verso l’esilio la possibilità di proporsi come un “emblema del dovere e dell’onore”6.
NOTE:Giordano Merlicco è un analista delle relazioni internazionali.

1. Il più esplicito elogio di Gheddafi è probabilmente quello formulato dall’organizzazione giovanile dell’Anc, movimento che da due decenni governa il Sud Africa: The ANC Youth League salutes the Anti-Imperialist Martyr, Colonel Muammar Gadaffi, 21 October 2011; http://www.ancyl.org.za/show.php?id=8103 .
2. Di questo atteggiamento è emblematico il commento del Financial Times all’uccisione di Gheddafi: David Gardner, Nation awakes from nightmare of terror and buffoonery, “Financial Times”, 24/10/11. Secondo Gardner, in 42 anni di potere Gheddafi non ha ottenuto nulla, se non rendere il suo paese “sinonimo di uno sconcertate misto di terrore e buffoneria”.
3. Giulio Andreotti, L’Urss vista da vicino. Dalla guerra fredda a Gorbaciov, Rizzoli, Milano, 1988, p. 286.
4. Giulio Andreotti, Visti da vicino. Terza serie, Rizzoli, Milano, 1985, p. 14.
5. Cit. in: Angelo Del Boca, Gheddafi. Una sfida dal deserto. Laterza, Roma-Bari 2010, p. 33.
6. Gaddafi: The last will and testament, “Asharq Al-Awsat”, 23/10/2011,
http://www.asharq-e.com/news.asp?section=3&id=27056. Fonte:http://www.geopolitica-rivista.org/19261/gheddafi-attraverso-i-suoi-scritti/

CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI? Scritto da: Gianni Petrosillo (14/06/2013)

CHI VOLEVA LA MORTE DI GHEDDAFI?  Scritto da: Gianni Petrosillo (14/06/2013)
Chi voleva Gheddafi morto? Noi, cioè la Nato, ovvero l’aggregazione dei Paesi democratici che esporta la libertà e la civiltà coi bombardamenti e le esecuzioni mirate. Portatori di droni di pace in ogni angolo del pianeta.
L’Italia, che fino al primo raid, in quel fatidico marzo del 2011, era stata amica e partner della Libia, in un interessante quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria (e in un secondo momento anche la Turchia, interessata al progetto di gasdotto South Stream, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria) si schierò con francesi, inglesi ed americani (in ordine inverso di aggressività) per eliminare il dittatore.

Perché lo fece avendo tutto da perdere e niente guadagnare? Perché rimettere in discussione i profittevoli accordi e la strategia vincente, tanto commerciale che diplomatica, concordata col leader arabo-africano, peraltro, dopo aver ammesso le proprie responsabilità coloniali risarcendo i libici?
Il governo italiano, che inizialmente provò almeno a restare fuori dalla guerra, proprio per il rispetto dei patti stretti con Tripoli, all’improvvisò si schierò per l’intervento attivo. Berlusconi non era affatto contento ma i suoi ministri degli esteri e della difesa, dapprima dichiaratisi apertamente contro la soluzione militare perché loro stessi pienamente coinvolti nell’imbastitura di entente con Gheddafi, mutarono atteggiamento. A parere di Umberto Bossi, membro di quel gabinetto, fu il Presidente della Repubblica a fare pressione sugli uomini dell’esecutivo che parlarono, senza mettere B. al corrente, coi vertici della Nato. C’è da crederci se si pensa che oggi Franco Frattini è candidato alla segreteria dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico e che La Russa, dopo aver sostenuto il mero appoggio logistico alla coalizione, fece lanciare ordigni sul territorio libico (secondi solo alla Francia per quantità di missioni e di sganciamenti) tentando di nasconderlo alla pubblica opinione.
Adesso, il Fatto quotidiano ritiene, avendone ricevuto da notizia da ambienti diplomatici e d’intelligence, che B. avesse chiesto ai servizi di uccidere Gheddafi per timore che questi rivelasse fatti compromettenti. In realtà, sempre a detta di Bossi, B. aveva paura che le barbe finte del colonnello si mettessero sulle sue tracce per l’infame voltafaccia. Ma con l’escalation del conflitto e le difficoltà del Rais, sempre più isolato internazionalmente, con Russia e Cina che non opposero il veto allo stabilimento della No Fly zone, questa eventualità risultava piuttosto remota.
Più di chiunque altro, a voler Gheddafi fuori dai giochi, erano gli stessi che lo avevano sdoganato, molto prima dei governi italiani, e che si erano sentiti traditi per i business perduti, a favore di russi e connazionali. Fu George Bush ad abolire, nel 2003, alcune sanzioni decretate da Ronald Reagan, perché così vollero le multinazionali petrolifere americane. Qualche anno dopo, nel 2006, Tripoli sparì anche dalla black list dei rogue state. Nel 2009 la Gran Bretagna restituisce Abdel Basset al-Megrahi, l’ “eroe” Lockerbie a Gheddafi che reclamava un segno di amicizia per favorire gli appalti petroliferi della Bp, la quale si lamentava di essere stata danneggiata dalla concorrenza di altre società estere. Infine, il presidente francese Sarkozy, il vero “nanonapoleone” della campagna di Libia, accreditatosi agli occhi del mondo come il nemico più acerrimo del satrapo della Jamaria. Costui era quello che più di tutti aveva qualcosa da far dimenticare, i finanziamenti del Colonnello alla sua corsa alla presidenza. Furono i rafale francesi ad intercettare il convoglio governativo che scappava attraverso il deserto e a colpirlo ripetutamente. Gheddafi fu preso dai mercenari ribelli che lo torturarono, poi una manina compassionevole, o, forse, fin troppo lesta ad eseguire gli ordini superiori (francesi) premette il grilletto in nome e per conto dell’inquilino dell’Eliseo.
Questi gli eventi. B. non ha mai controllato la Sicurezza nostrana per avanzare richieste così ardite, come l’annichilimento di un leader straniero, tanto che il suo sport più sgradito era farsi fotografare in tutte le pose, presso la sua villa in Sardegna, con gli 007 distratti dal mare e dal sole. Forse, ad un certo punto, anche lui si è augurato la morte di Gheddafi ma non ha mai voluto che il nostro paese s’infilasse in quel meschino conflitto nel quale danneggiavamo la quarta sponda del Belpaese. Questa resterà la macchia più grande sulla sua carriera politica, perché la Storia perdona le scappatelle ma non le fughe vigliacche di fronte alle responsabilità epocali.
Fonte:http://saragio.wordpress.com/2013/06/14/chi-voleva-la-morte-di-gheddafi-scritto-da-gianni-petrosillo-14062013/