Il pregiudizio sulle popolazioni della Libia in epoca coloniale (parte 2 )

«Meglio non fidarsi»
La falsità era vista come costitutiva dell’intima essenza degli Arabi e l’insidia della bugia avrebbe senz’altro colto alla sprovvista il malcapitato italiano in Colonia:

«Con il cristiano […] mancano facilmente di parola e non si fanno scrupolo di mentire, [ed anche gli Ebrei libici], abbastanza solidali fra correligionari, non si fanno scrupolo d’ingannare l’europeo»59.

Con dovizia di esempi storici, si faceva risaltare l’accondiscendenza di facciata degli indigeni, velo di una perenne rivolta covante di nascosto60, perciò alle popolazioni dell’interno, “arretrate” ogni oltre tollerabilità e destinate al non invidiabile ruolo di oggetto di studio delle numerose “spedizioni scientifiche”, spettava il “titolo” di “infide e sospettose”, magari quando emissari dell’Ufficio Fondiario facevano visita alle loro proprietà con l’improbabile intenzione di ampliarle…61.
Del resto, l’azione prefascista in Colonia, sia per non aver tenuto conto dei dati essenziali della “psicologia indigena” che per averne incoraggiato vari “difetti”, si sarebbe rivelata totalmente negativa, suscitando un atteggiamento ostile da parte delle popolazioni locali, determinato dalla “diffidenza propria della razza”62.

Primitivi, quantomeno ingenui
Ma non è finita qui. Gli improvvisati psicologi di turno non potevano fare a meno di definire i Libici irrimediabilmente ingenui.
Alcune manifestazioni d’arte popolare locale, raffiguranti scene tratte da racconti, avrebbero dimostrato in maniera lampante l’ingenuità sia dei loro autori («Ingenua è la costruzione delle scene, scorretto il disegno”; “L’artista ha ingenuamente contrapposto alla nudità e alla mostruosa singolarità delle forme del genio il carattere umano ed eroico di Alì»), che del pubblico al quale erano destinate («È naturale che i quadretti siano oggetto di ingenua curiosità e attrattiva […] per una popolazione di cultura così primitiva, come quella della Tripolitania»63).
In pratica, si era dato dell'”ingenuo” a tutti Libici.
Non è poi difficile notare quanto questi luoghi comuni fossero strettamente legati l’uno all’altro, risultando così agevole scendere dall'”ingenuità” al “primitivismo”, giù giù fino all’inferiorità totale:

«Un movimento di lieta sorpresa desta la vista di queste rozze figurazioni, che colpiscono con l’inaspettato e col drammatico, e sono più accessibili, come tutto ciò che è leggenda e novella, al cuore dei popoli anche di civiltà inferiore»64.

Ad alcune etnie dell’interno –che più delle altre catalizzavano la curiosità dei nostri connazionali– non si davano poi molte chance di venir fuori da un’estrema arretratezza materiale e morale:

«Oggi specialmente, dopo la grande guerra, mentre gli arabi hanno fatto passi notevoli verso la civiltà, i fezzanesi sono rimasti più che mai primitivi, e chiusi nel loro ambiente vegetativo e inerte. Qualcuno che è riuscito a lanciarsi verso Tripoli o Tunisi, bruciando molte tappe nel suo cammino intellettuale, è riuscito ad impadronirsi persino dei segreti del motore a scoppio, pur rimanendo primitivo in tutto il resto: ma trattasi di casi sporadici»65.

Chi si fosse avventurato in una puntata verso le regioni desertiche, avrebbe certo potuto vivere situazioni a dir poco curiose:

«A Tegerhi, estremo presidio del Sud tripolino, il primo autocarro giunse nel 1930, poco dopo l’occupazione. I Tebbu del villaggio, che costituiscono l’aristocrazia locale, fecero un sommario esame del veicolo e lo classificarono senz’altro come un cammello di strano aspetto e di maggior potenza; gli offrirono quindi un cesto di datteri perché il motore, poveraccio, si potesse ristorare dopo la sfibrante traversata del deserto»66.

Anche in questo caso, l’indagine sul tema potrebbe condurci molto lontano; si può per il momento notare che questa fu una versione del mito dell'”indigeno fanciullo”, del “primitivo”, una vera e propria suggestione evoluzionistica messa in circolazione per fini unicamente pratici, di cui si erano serviti tutti i colonialismi67.

Conclusioni
Non possiamo certamente dire di aver esaurito in questa sede l’argomento, ma quel che ci interessava non era redigere una seppur interessante lista di “macchiette”, quanto dimostrare un atteggiamento diffuso in svariati settori della società italiana, dai più ignoranti a quelli maggiormente istruiti ed informati che, nella componente specialistica, della psicologizzazione dei colonizzati avevano fatto talvolta un mestiere. Basti pensare alle relazioni congressuali in cui si esponeva con spavalderia (e in poche pagine) la cosiddetta «psicologia arabo-berbera», per non tacere di scritti a metà tra lo scientifico e l’esotico dove disquisire sull’«anima degli Arabi» non era poi tanto difficile.
Questo, dunque, quel che in Italia si pensava –in buona o in cattiva fede non importa– delle popolazioni della Libia; il fatto importante è che per molti questi scritti risultavano l’unico strumento, l’indispensabile ausilio preliminare per avviarsi alla conoscenza della realtà autoctona della Colonia.

Ora, su una realtà adeguatamente addomesticata (ed esorcizzata)68, si muoveva massicciamente con le “truppe d’assalto” di quella che ipocritamente –perché trasudante moralismo– fu chiamata la «missione civilizzatrice»; a nostro vedere, sussiste un evidente parallelismo tra i luoghi comuni sugli Arabi (e più in generale sui popoli da colonizzare) e la scelta dei settori in cui si dispiegò la «missione di civiltà». «Si ha a che fare con degli scanzafatiche? Che li si metta a lavorare!»69 «Sono sporchi?70 Educhiamoli al sapone (anche metaforico, cioè quello che toglie la patina di “vecchiume” e di obsolescenza)». «Sono fanatici? Volgiamo questo difetto a nostro vantaggio facendoli combattere per noi in Etiopia». Se al Convegno Volta del ’39 dal titolo “L’Africa” si celebrava l’ormai scarsa diffusione in Colonia della “rassegnazione” e del “fatalismo musulmano”, era segno che la “terapia” stava dando i suoi frutti.

Un’ultima considerazione. L’aver dedicato queste pagine al tema del pregiudizio sugli Arabi credendo nella loro opportunità mentre tutto un universo culturale è sottoposto ai fuochi di fila del pregiudizio e dell’ostilità preconcetta, non significa affatto ritenere che «tutto il mondo è paese». I popoli hanno effettivamente caratteri differenti, in buona parte determinati dall’osservanza dei modelli di civiltà da essi adottati; è allorché le tendenze a generalizzare e a semplificare prendono il sopravvento, giungendo alla deformazione vera e propria, che invece ci troviamo nel campo del pregiudizio, che altro non è se non frutto dell’ignoranza; al contrario, il contatto e la frequentazione diretta –senza per questo dover forzatamente rimanere entusiasti di tutto e tutti– di genti e luoghi, ci garantiscono un’idea dai contorni meglio definiti. Si può e si deve comprendere, anche senza condividere; questo per evitare facili irenismi ed esaltazioni.
Chi vorrà accontentarsi di stereotipi, sappia però che –malgrado i suoi roboanti proclami– mal celerà la sua insicurezza e la sua puerile autoconvinzione di “marciare” nella direzione giusta. Il luogo comune serve in realtà a scacciare dei fantasmi, a riversare sugli altri tutto quel che si detesta o si ritiene possa incrinare un fragile castello di certezze di carta.

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Note
1- L’ultima frontiera di un discorso mirato ad educare l’Altro è quella dello “sviluppo”. Cfr. G. RIST, Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, (trad. it.) Bollati Boringhieri, Torino 1997. torna al testo ^

2- Un’indagine a più ampio raggio ci porterebbe a “scoprire” che molti di quei luoghi comuni venivano rifilati con estrema disinvoltura anche ad altri popoli colonizzati; si pensi ai caratteri degli orientali (gli stessi che vedremo attribuiti ai Libici) secondo Lord Cromer, il plenipotenziario inglese in Egitto: imprecisione (mente mancante di simmetria), ingenuità, mancanza di energia, e di iniziativa, spirito intrigante, mendacia, pigrizia, diffidenza. Cfr. E. Said, Orientalismo, (trad. it.) Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 40. torna al testo ^

3- Sulle distorsioni che in sede d’interpretazione della religione dell’Islam si produssero nel campo degli studi specialistici cfr. il nostro L’oggetto misterioso. L’immagine dell’Islàm nell’Italia tra le due guerre mondiali, «Africana», V, 1999, pp. 97-113, adesso consultabile anche sul sito EstOvest all’indirizzo http://www.estovest.net/storia/immagine_islam.html torna al testo ^

4- La degradazione che la nozione di “fato” ha subito in Occidente è ben spiegata in J. EVOLA, L’arco e la clava, Scheiwiller, Milano 1971, pp. 45-50. torna al testo ^

5- E. Petragnani, Il Sahara tripolitano, Sindacato Arti Grafiche, Roma 1928, p. 141, nota 3. torna al testo ^

6- L’Ordine religioso-militare della Sanûsiyya, radicato essenzialmente in Cirenaica, costituì il principale baluardo contro la conquista italiana della Libia. Da una bibliografia piuttosto nutrita, consigliamo l’ottimo E. E. Evans-Pritchard, Colonialismo e resistenza religiosa nell’Africa settentrionale. I Senussi di Cirenaica, (trad. it.) Ed. del Prisma, Catania 1979. torna al testo ^

7- La prigionia non era stata affatto dura, mentre si sa delle differenti e difficili condizioni dei prigionieri libici. Vedi C. Moffa, I deportati libici della guerra 1911-12, in «Rivista di Storia Contemporanea», 1, 1990, pp. 32-56. torna al testo ^

8- E. Petragnani, op. cit., p. 142. torna al testo ^

9- F. Schuon, Comprendere l’Islam, (trad. it.) SE, Milano 1989, pp. 66-67. L’Islam è per l’Autore anche la religione dell’equilibrio, ed ecco come vi si inserisce il “fatalismo”: «L’anima in cerca di Dio deve lottare. […] Ma questa lotta è soltanto un aspetto del mondo, essa svanisce con il piano al quale appartiene; per questo tutto il Corano è pervaso da un tono di possente serenità. Dal punto di vista psicologico, diremo che la combattività del musulmano è compensata dal fatalismo. […] Praticare l’Islam, a qualsiasi livello, significa riposarsi nello sforzo». Ivi, p. 54.
Inna ‘llâhu ma’a ‘s-sâbirîn (Invero Dio è con coloro che perseverano), recita il Corano (II, 153); Sabr è la pazienza, la tolleranza intesa nel suo significato originario. torna al testo ^

10- L’abusata traduzione del termine “Islâm” con «rassegnazione», «sottomissione al volere di Dio», da cui deriverebbe un «fatalismo» caratteristico appunto del mondo arabo-musulmano, non rende affatto – senza alcuna spiegazione ulteriore – il significato che il musulmano gli attribuisce, ovvero l’azione cosciente e attiva del mu’min (il credente) per mettersi in sintonia con il volere divino. È perciò fondamentale, per poter parlare di «sottomissione al volere di Dio» senza incorrere in fraintendimenti, tener presente l’atto di consapevolezza e di scelta da parte dell’uomo che accetta volontariamente il decreto divino, e che in virtù di questo abbandono fiducioso può dirsi muslim (musulmano). torna al testo ^

11- E. De renzi, Nozioni sull’Islam, con speciale riguardo alla Tripolitania, Tipolitografia del Governo, Tripoli 1918, p. 42. Il “fatalismo”, tranne alcune eccezioni, avrebbe inoltre contraddistinto l’intera storia dell’Islam. Cfr. M. GUIDI, Aspetti e problemi del mondo islamico, Settimo Sigillo, Roma 1990 (ediz. orig. I.N.C.F., Roma 1937), p. 29. torna al testo ^

12- M. Baratta, L. Visintin, Atlante delle colonie italiane, De Agostini, Novara 1928, introduzione. torna al testo ^

13- Roghi di bandiere israeliane e americane, concitate manifestazioni in occasione di funerali di attivisti islamici, donne velate che brandiscono fucili: sono solo alcune delle immagini artatamente trasmesse ogni qualvolta avviene una crisi in Medio Oriente. Sul fatto che anche a quelle latitudini vi siano degli esagitati siamo tutti d’accordo, ma è anche vero che una “informazione” di questo tipo produce l’effetto di far perdurare certi pregiudizi. La questione del cosiddetto «fondamentalismo islamico» fornisce poi ad alcuni il pretesto per fortificarsi in determinate prese di posizione, e non è un caso che i “fanatici” di parte avversa vengano definiti, in maniera più sfumata, “ultra-ortodossi” e non “integralisti”, termine quest’ultimo già squalificante in partenza (si pensi al più noto “fascista”). torna al testo ^

14- Bourbon del Monte di Santa Maria, L’Islamismo e la Confraternita dei Senussi, Tipografia dell’Unione Arti Grafiche, Città di Castello 1912, p. 86. torna al testo ^

15- Ivi, p. 198 (cfr. anche pp. 192-198). Per una preoccupazione viva anche ai nostri giorni vedi V. Fiorani Piacentini, Il pensiero militare nel mondo musulmano, Centro Militare di Studi Strategici, Roma 1991, pp. 129-155. Ascoltiamo il parere di un dotto musulmano, neppure dei più “moderati”, secondo il quale il jihâd è obbligatorio per tutti i musulmani solo in caso di aggressione da parte di non-musulmani. In tale evenienza «colui che si sottrae al gihâd è un peccatore. Si può ben dubitare della sua fede islamica. […] Tutte le sue ‘ibâdât e tutte le sue orazioni non sono che un inganno, non sono che una vana finzione di devozione». A. A. Mawdûdî, Conoscere l’Islam, (trad. it.) Ed. Mediterranee, Roma 1977, p. 120. Sul jihâd si veda anche A proposito del concetto di «jihàd», Appendice 9 a Il Corano (Cura e traduzione di H. R. Piccardo, revisione e controllo dottrinale Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia), Newton & Compton, Roma 1996, pp. 582-583: «Allah dice: “Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva. Allah sa e voi non sapete” (II, 216)». La guerra deve perciò essere dichiarata ogni qualvolta dei Musulmani si trovino coinvolti in uno stato di fitna (persecuzione), il quale può essere definito così: «Tutti i fenomeni, i comportamenti e le intenzioni connessi a persecuzione, sedizione, sovversione, scandalo, vizio, inquinamento, corruzione, discordia, disordine, disobbedienza, ribellione, contro Allah, le Sue leggi, le Sue creature”. Ivi, p. 49, nota 153. Tuttavia nel Corano (II, 193) è scritto: &quo;Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia (reso solo) ad Allah. Se desistono, non ci sia ostilità, a parte contro coloro che perseverano”. Difatti “non è la distruzione del nemico l’obiettivo dei credenti, ma la cessazione della fitna […], escludendo in seguito qualsiasi genere di rappresaglia». Ivi, p. 49, nota 154. torna al testo ^

16- Comunicato Stefani del 28 ott. 1911, cit. in Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, F.lli Trèves, Milano 1938 (3 voll.), vol. I, p. 295. torna al testo ^

17- Bourbon del Monte di Santa Maria, op. cit., p.111. torna al testo ^

18- Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, op. cit., vol. I, p. 522. torna al testo ^

19- Ivi, pp. 327-328. torna al testo ^

20- R. Sertoli Salis, Imperi e colonizzazioni, I.S.P.I., Milano 1942, pp. 68 e 75. torna al testo ^

21- A. Malvezzi, L’Italia e l’Islam in Libia, F.lli Trèves, Milano 1913, p. 26. In un certo senso, l’Autore aveva colto nel segno. Un musulmano s’intende senz’altro meglio con un non musulmano aderente alla propria tradizione, che non con un individuo senza alcun legame con essa, vale a dire «l’indifferente, il libero pensatore, l’ateo». torna al testo ^

22- R. Tritonj, Asia ed Europa, in «Oriente Moderno», a. XII, n. 12, dic. 1932, pp. 565-575. torna al testo ^

23- A. Piccioli (a cura di), La nuova Italia d’Oltremare, Mondadori, Milano 1933 (2 voll.), vol. I, p. 22. Un simile ragionamento era debitore dell’immagine di un Oriente perennemente governato da tiranni: «Nella quasi assoluta maggioranza gli Asiatici esaltano e rispettano la volontà dell’autocrate sì come legittima». R. Tritonj, Asia ed Europa, art. cit., p. 568. Notiamo che anche gli Africani potevano risultare sensibili solo alla forza (cfr. G. Leclerc, Antropologia e colonialismo, (trad. it.) Jaca Book, Milano 1973, p. 19), ed è facile capire come anche in questo caso si trattasse di immagini stereotipate mantenute grazie ad appositi studi “dimostrativi”.
Angelo Piccioli, funzionario coloniale attivissimo nel diffondere la già citata “coscienza coloniale”, fu protagonista di un’attività editoriale veramente imperterrita, essenzialmente mirata a convincere i lettori dei miracolosi frutti della «missione di civiltà» fatta di scuole, ospedali, strade, turismo, ecc. torna al testo ^

24- Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, pp. 307-308. torna al testo ^

25- D. Lombardo, Cirenaica del IV e del XX secolo, in «L’Illustrazone Coloniale», a. XVII, n. 1, gen. 1935, p. 29. torna al testo ^

26- A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., Milano 1923 (2 voll.), vol. I, p. 20 (avvertenze e informazioni). Certe idee fisse circolavano davvero a tutti i livelli della società metropolitana e non risparmiavano quindi neppure il direttore degli Osservatori Metereologici della Tripolitania. torna al testo ^

27- «Le popolazioni africane, e in ispecie quelle dell’Africa del Nord, valutano la potenza di una Nazione europea anche in base a quella somma di capacità politiche ed economiche, che viene espressa dal complesso di tutti i rami della produzione». Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, p. 529. torna al testo ^

28- A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. II, p. 862. torna al testo ^

29- Giorgio Vercellin ha dedicato un lungo articolo al «leit-motiv secondo il quale gli Arabi sarebbero un “popolo lussurioso”». Harem e lussuria nel pregiudizio occidentale verso gli Arabi, in «Islam, storia e civiltà», VIII, n. 3, lug.-set. 1989, pp. 177-193. torna al testo ^

30- A. Benedetti, Nella conquistata Mecca della Senussia, la fuga dei tirannelli e le infide proteste di devozione, «Corriere della Sera», 28 gen. 1931. Anche Badoglio considerava i componenti della famiglia senussita dei degenerati. Cfr. Santarelli, Rochat, Rainero, Goglia, Omar al-Mukhtar e la riconquista fascista della Libia, Marzorati, Milano 1981, p. 89. torna al testo ^

31- F. Lattanzio, O. Besesti, Nostre terre d’Oltremare. Brevi cenni storici, geografici, politici ed economici per la gioventù studiosa, Cappelli, Bologna 1936, p. 43. torna al testo ^

32- E. De Renzi, Nozioni sull’Islam, con speciale riguardo alla Tripolitania, op. cit., p. 4. torna al testo ^

33- Bourbon del Monte di Santa Maria, op. cit., p. 111. torna al testo ^

34- Cfr. P. Villari, prefaz. a A. Malvezzi, op. cit., pp. VII-XXIV. torna al testo ^

35- Per la convinzione secondo cui il contatto e lo studio dell’Europa potevano mitigare alcuni “vizi” orientali, cfr. A. Malvezzi, op. cit., p. 174. torna al testo ^

36- Bourbon del Monte di Santa Maria, L’Islamismo e la confraternita dei Senussi, op. cit., p. 215. Edward Said ha osservato come il colonialismo portò a compimento l’idea «di un’Europa destinata a insegnare agli orientali il significato della libertà, concetto che si supponeva che questi ultimi, e specialmente i musulmani [in ragione del “legalismo” islamico?], ignorassero completamente». E. Said, Orientalismo, op. cit., p. 183. torna al testo ^

37- Cfr. A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., vol. I, pp. 19-20. La diversa percezione del tempo da parte degli Arabi si riflette in un’esistenza sicuramente meno agitata di quella proposta dal modello dominante in Occidente: generalmente non sono interessati ai tempi di percorrenza ad es. di un autobus; si può chiedere più volte e ci verrà data un’informazione spesso diversa. È un dato che, il più delle volte, non interessa loro. Si comprende invece come a degli occidentali entusiasti della loro civiltà e dei suoi orari così esatti, tutto ciò risulti particolarmente fastidioso. torna al testo ^

38- A. Malvezzi, op. cit., pp. 23 e 25. torna al testo ^

39- F. Serra, Il viaggio del Re in Cirenaica, «L’Illustrazione Italiana», 23 apr. 1933, pp. 614-616. torna al testo ^

40- «Si incendiavano cantieri di lavoro, si interrompevano linee telegrafiche e telefoniche» …degli invasori. R. Ciasca, Storia coloniale dell’Italia contemporanea, Hoepli, Milano 1938, p. 423. torna al testo ^

41- «Il motivo dell'”attacco a tradimento” è un vero e proprio topos dell’immaginario coloniale italiano e coloniale tout court. Ogni qual volta gli africani attaccano di sorpresa o alle spalle, cosa che ogni buon comandante cerca di fare in guerra, vengono considerati traditori. Nella guerra di Libia 1911-1912 si diffuse l’immagine del perfido beduino, così come cara ad una tradizione coloniale britannica era la figura del perfido afgano». L. Goglia, Le cartoline illustrate italiane della guerra etiopica 1935-1936: il negro nemico selvaggio e il trionfo della civiltà di Roma, in Regione Emilia Romagna — Soprintendenza per i Beni librari e documentari (a cura del Centro F. Jesi), La menzogna della razza, Grafis Edizioni, Bologna 1994, p. 30. torna al testo ^

42- A. Piccioli (a cura di), La nuova Italia d’Oltremare, op. cit., vol. I, p. 121. torna al testo ^

43- F. Beguinot, voce Berberi, Enciclopedia Italiana, vol. VI, Roma 1930, p. 686. torna al testo ^

44- L. Cipriani, Visioni della Libia rigogliosa, «Il Corriere della Sera», 7 mar. 1933. torna al testo ^

45- Cit. in F. Beguinot, voce Libia, Enciclopedia Italiana, vol. XXI, Roma 1934, p. 60. torna al testo ^

46- A. Malvezzi, op. cit., p. 136. torna al testo ^

47- Il termine Tebu riunisce due gruppi linguistici costituiti dai parlanti daza e teda. I primi, attualmente circa 220.000, abitano le distese di pascoli a sud del massiccio del Tibesti, i secondi (circa 15.000), dominano invece le aree montuose. Cfr. R. Schulze, Il mondo islamico nel XX secolo. Politica e società civile, (trad. it.) Feltrinelli, Milano 1998, p. 369. torna al testo ^

48- Cfr. E. Silvani, Il Tibesti e i suoi abitatori, in «Le Vie del Mondo», a. VIII, n. 2, feb. 1940, pp. 113-124, in cui si narra come la tribù dominante si fosse assicurata il diritto di fornire il Dardè (Sultano) solo grazie ad un’astuzia nei confronti delle altre tribù. Resta da chiedersi – come regola generale per non scadere nel pregiudizio – se ciò che a noi può apparire scaltrezza, per altri non possa assumere tutto un altro significato; inoltre, ammesso che la tradizione locale fosse effettivamente colta nel suo significato negativo, rimane il dubbio sul perché non se ne citassero altre in grado di porre in risalto qualità riconosciute come positive dal lettore italiano. torna al testo ^

49- Cfr. A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. I, p. 612, nota. Greci e Romani avrebbero costituito l’esatto opposto in termini di attività, ma la loro considerazione negativa del lavoro era accuratamente taciuta. «Presso i Greci il lavoro –che spettava esclusivamente agli schiavi– era sentito come pena e dolore: prova ne sia che il termine greco che esprime l’idea del lavoro, è ponos, che ha la stessa radice della parola latina poena, che in italiano significa “pena”, “sforzo”, “fatica”. Una tale considerazione negativa del lavoro nasceva dalla consapevolezza che le operazioni materiali pongono inevitabilmente l’uomo in contatto con gli oggetti o con il mondo di fenomeni, proibendogli così di dedicarsi nella profondità del proprio animo alla ricerca della verità. L’opinione che il Greco ed il Romano avevano del lavoro non era diversa da quella relativa all’opulenza». C. Ferri, Il feticcio “lavoro” e le sue vittime, Edizioni di Ar, Padova 1991, p. 38. torna al testo ^

50- A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. II, p. 964. torna al testo ^

51- R. Paribeni, Testimonianze di Roma in Libia, in «Nuova Antologia», n. 1559, 1 mar. 1937, pp. 78-83 (cit. p. 78). torna al testo ^

52- Aa. Vv., La formazione dell’Impero Coloniale Italiano, op. cit., vol. I, p. 522. torna al testo ^

53- L. Cipriani, Razze e costumi del Fezzan, «Il Corriere della Sera», 2 mar. 1933. torna al testo ^

54- P. E. D’Emilio, Il Tibesti, «L’Illustrazione Italiana», 8 gen. 1939, pp. 55-56. torna al testo ^

55- M. Essad Bey, Maometto, (trad. it.) Bemporad, Firenze 1935, p. 4. torna al testo ^

56- F. Lattanzio, O. Besesti, Nostre terre d’Oltremare, op. cit., p. 42. torna al testo ^

57- Persino dopo la fine del dominio diretto – venendosi ad aggiungere l’irritazione per quel che si era perso – questa convinzione continuò a fare presa: «[I Garianesi] portano i segni di una desolazione che prima ancora di essere materiale, sembra consumare lo spirito, intaccarlo ed assopirlo». E. Cione, Fascino del mondo arabo, Cappelli, Bologna 1962, p. 59. Il Gariàn, zona ad altopiano della Tripolitania orientale, fu sede di uno dei primi insediamenti di coloni italiani dediti alla coltura del tabacco. torna al testo ^

58- A. Fantoli, op. cit., vol. I, p. 27. torna al testo ^

59- A. Fantoli, Guida della Libia del T.C.I., op. cit., vol. I, pp. 27 e 25. torna al testo ^

60- Cfr. Aa. Vv., La formazione…cit., vol. I, p. 327. torna al testo ^

61- Cfr. A. Piccioli (a cura di), op. cit., vol. I, p. 540. torna al testo ^

62- E. Brotto, Pacifico rifiorire della Cirenaica, «Il Corriere della Sera», 7 ott. 1933. torna al testo ^

63- G. Crisolito, Spunti di folklore in Tripolitania, in «Rivista delle Colonie», 1930, pp. 729-733 (cit. pp. 129-130). torna al testo ^

64- Ivi, p. 729. torna al testo ^

65- E. Petragnani, Il Sahara tripolitano, op. cit., p. 139. L’Autore credeva poi opportuno di ragguagliare il lettore sul carattere dei fezzanesi, un vero cocktail dei luoghi comuni che abbiamo già passato in rassegna: «Poca o nessuna volontà di lavorare; intelligenza primitiva, seppur abbastanza vivace ed assimilatrice; apatia; generosità impulsiva; spirito di rassegnazione stupefacente; nessun spirito combattivo; profonda immoralità». Ivi, p. 146. torna al testo ^

66- P. Caccia Dominioni, Ricognizione a Tummo nel Sahara, «Il Corriere della Sera», 24 mar. 1932. torna al testo ^

67- «La grande saga dei popoli bambini, creduli, capricciosi o versatili giustifica la missione dei popoli civili: gli africani, gli asiatici, gli arabi hanno troppo bisogno dei nostri lumi perché li abbandoniamo alla loro sorte». P. Bruckner, Il singhiozzo dell’uomo bianco, (trad. it.) Longanesi, Milano 1984, p. 188. Di seguito, riferendosi ad un tipo di “terzomondismo”, l’Autore spiega come a seconda della convenienza possano essere invertiti i termini della questione: «Ma non è un caso nemmeno se, nella nostra epoca in cui “la pedagogia è divenuta teologia”, si affida al bambino l’incarico opposto, quello di istruire l’adulto, così come le società primitive si vedono conferire la missione di guidare il mondo civilizzato. Questa tendenza moderna a considerare la maturità come una decadenza che non ha saputo mantenere le promesse della giovane età è l’esatto corrispettivo dell’adulazione del Sud presentato come unico avvenire del Nord» (ibidem). Dunque, “primitivi” o no, a seconda degli obiettivi. Che il concetto di “primitivismo”, con i suoi sviluppi, abbia avallato numerosi atteggiamenti dell’epoca moderna –non solo in ambito coloniale– è poi messo in luce in J. Evola, Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Edizioni Mediterranee, Roma 1990, pp. 147-155. torna al testo ^

68- «La rappresentazione europea di musulmani, ottomani o arabi fu sempre anche un modo di controllare il misterioso, minaccioso Oriente». E. Said, op. cit., p. 64. torna al testo ^

69- Le opere pubbliche impiegarono moltissima manodopera locale sottopagata, ma anche il regime dei lavori forzati –piuttosto che la galera– avrebbe «educato al lavoro». Alle Fiere Campionarie i Libici avrebbero infine osservato i risultati del «lavoro italiano», diametralmente opposti «alla avversione e alla pigrizia degli arabi e dei berberi». F. Sapori, La VII Mostra Interafricana di Tripoli, «L’Illustrazione Italiana», 26 mar. 1933, pp. 470-471. torna al testo ^

70- «Magari prima di decidere l’acquisto stanno lì a discutere sul soldo e toccano e palpano ben bene tutte quante le paste per trovar quella che li soddisfi: ma ciò non conta, perché presto ci si fa l’abitudine e se lo stomaco è buono si può mangiare tranquillamente». E. Emanuelli, Elogio di una piccola ferrovia, «L’Illustrazione Italiana», 28 gen. 1934, p. 131. torna al testo ^

Enrico Galoppini

preso da: http://www.estovest.net/storia/pregiudizio.html

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Il pregiudizio sulle popolazioni della Libia in epoca coloniale (parte 1)

Uno strumento al servizio della «missione di civiltà»
di Enrico Galoppini

Introduzione
La lettura di pubblicazioni risalenti agli anni della presenza italiana in Libia, trasmettendoci in parte –meglio di quanto possa fare la posteriore storiografia specialistica– il “sentire” di chi quelle pagine scrisse, ci ha indotto a riflettere sul ruolo del pregiudizio nel mondo occidentale moderno, in particolare di quello sugli Arabi ed i Musulmani.
Non del tutto a prescindere dalle differenti fasi in cui si articolò quella presenza, il trentennio 1911-1943 vide una crescente proliferazione di una “letteratura coloniale” tra i cui compiti vi era quello dichiarato di diffondere una sempre latitante “coscienza”, appunto, coloniale. Per chiunque avesse voluto saperne di più sulla Libia e le sue popolazioni, essa costituiva una base di sicure conoscenze, un sapere diffuso il quale forniva gli “occhiali” che il lettore avrebbe potuto “inforcare” al momento di partire per la “quarta sponda» in veste di funzionario coloniale (il tipico autore di questo genere di letteratura) o di semplice turista. Il più delle volte (non a caso) si trattava di opere celebrative dell’azione svolta dai nostri connazionali in Colonia (con gli “indigeni” a far da sfondo), ragion per cui le informazioni contenutevi –non di rado preziose– vanno prese con la debita cautela, soprattutto per quanto concerne l’aspetto storico-politico. Per altri versi esse mettono invece in risalto una mentalità comune, un vero e proprio credo con i suoi dogmi essenziali ed accessori, che negli scritti d’argomento coloniale trovava infinite occasioni d’essere professato e che gli esperti di materie coloniali, cantori della vera “civiltà” da contrapporre alla “barbarie” (di volta in volta asiatica, orientale eccetera), abbracciavano entusiasticamente.
Era, per dirla in breve, sia che si scrivesse nell'”Italietta” giolittiana o negli anni del «rinnovato Impero di Roma», la già stagionata credenza nel “Progresso” –quello con la “P” maiuscola– che viveva in Colonia e nelle pagine ad essa dedicate una seconda ed insperata giovinezza. Messa in soffitta in patria dall’impeto polemico fascista, ma forse semplicemente dissimulata, nelle terre “d’Oltremare” tornava prepotentemente come irrinunciabile corredo ideologico di quella che –al di là degli accorgimenti lessicali1– da secoli rappresenta pressappoco l’unica modalità che l’Occidente ritiene di adottare nel confronto con le altre culture: la «missione di civiltà».

A giustificazione di un così impegnativo compito (che tra l’altro mai i diretti interessati avevano richiesto) si confezionò l’immagine di popolazioni tarate da innumerevoli vizi, riassumibili nel fatto che mai e poi mai, senza la nostra guida, avrebbero potuto incamminarsi verso i benefici del cosiddetto «mondo civile». Ecco quindi che nel presentare al pubblico italiano le popolazioni della Libia, la creazione dello stereotipo dell’indigeno, di un individuo artificiale “colpevole” di aver plasmato un mondo completamente da rifare, forniva agli Italiani l’onere di ridare ossigeno ad una terra, a loro dire, in piena asfissia.
Tuttavia, alla base di tutto questo vi erano alcuni equivoci di fondo, persino di “metodo”. Se da una parte l’opera dei colonizzatori si riprometteva di cambiare tutto in meglio, non si capisce come e quando i luoghi comuni sulle popolazioni della Libia sarebbero scomparsi. Vogliamo dire che anche una volta conquistate completamente le popolazioni autoctone al nostro punto di vista intellettuale («morale», si diceva), nulla lascia pensare che la scorta di immagini preconfezionate da cui attingere di volta in volta sarebbe stata messa da parte.
La verità è che i Libici e l’Islàm dovevano risultare inferiori a tutti i costi. Difatti, addirittura coloro che collaboravano con gli Italiani non potevano sperare di scrollarsi di dosso certi “abiti” confezionati appositamente per la gente a cui appartenevano: al massimo, determinate caratteristiche assegnate loro dagli Italiani potevano in tal caso assumere un segno positivo.

Ma quel che è più curioso è che mentre in Occidente la psicologia moderna dettava i caratteri dell’uomo in generale dopo aver osservato –si badi bene– solo degli occidentali, in Libia, viste le necessità d’ordine pratico, poteva bastare una sfilza di luoghi comuni, in modo da marcare l’incolmabile differenza tra «noi» e «loro»2; dunque, uomo in generale o diverse umanità, a seconda della convenienza.
Per mezzo di appositi studi “dimostrativi” venne così a prendere forma l’immagine di un tipo umano caratterialmente inferiore, la cui mentalità sarebbe stata costituita da tratti distintivi ovviamente giudicabili –dal più ampio numero di persone possibile– in termini negativi.

Ma la cosa più importante, a nostro avviso, è che quanto andiamo ad illustrare ci sembra necessario per comprendere come alla realizzazione della «missione di civiltà» –una delle ragioni d’essere di ogni colonialismo e non una semplice appendice filantropica– si aspirasse di giungere grazie al costante mantenimento di un clima adatto. Alla creazione di tale clima contribuì non poco l’artificiosa unilateralità dell’immagine delle popolazioni della Libia.
Il prodotto di quest’opera paziente, autoriproducentesi, e della quale ciascun contributo amplificava gli effetti, era l’immagine di un suddito coloniale molle e moralmente inconsistente, finanche in grado di compiere le più aberranti bassezze.

La psicologizzazione dell’indigeno
Se per un verso, il compito di ridurre la tradizione islamica entro i rigidi ed inappropriati schemi dell’indagine scientifica risultava esclusivo appannaggio degli studiosi d’islamistica3, al “puzzle” della psicologia media del Libico (variamente indicato come «arabo», «berbero» «beduino», «orientale») si giocava di preferenza nell’ambito di scritti direttamente attinenti alla nostra Colonia.
Numerosi riferimenti all’orizzonte spirituale del musulmano, al suo modo di rapportarsi con l’esistenza, in poche parole alla sua visione del mondo in quanto musulmano, apparvero sulle pubblicazioni più diffuse in materia. In questo modo si scivolò spesso e volentieri verso uno psicologismo semplicistico che si compiaceva di sviscerare le attitudini mentali dei Libici, in buona parte ascrivibili, secondo quest’ottica, al fatto di professare l’Islàm, una religione che avrebbe ricevuto tutti i suoi aspetti “positivi” (cioè graditi) dal Cristianesimo, mentre quelli “negativi” (sgraditi) non avrebbero rappresentato altro che segni di una manifesta inferiorità.
Il viaggio che ora effettueremo attraverso i più diffusi luoghi comuni sugli abitanti della Libia in epoca coloniale sarà anche l’occasione per il lettore di operare un confronto con i nostri giorni: è davvero cambiato il nostro atteggiamento nei confronti degli Arabi e dei Musulmani?

Prigionieri del fato
Un carattere ancor oggi affibbiato ai Musulmani da parte di molti occidentali è quello del fatalismo; si tratta di un pregiudizio duro a morire, le cui radici potrebbero essere rintracciate in quella percezione “superomistica” che la civiltà moderna ha di sé e che porta ad individuare del “fatalismo” ovunque non si scorga una pari volontà di dominio sul mondo. Non è poi da sottovalutare l’influenza della nozione moderna del fato, percepito come una potenza oscura e cieca4.

«La frase kan maktùb o, il semplice participio passato maktùb (scritto) riassume il fatalismo musulmano. Dio –secondo la religione islamica– s’interessa di tutto quello che succede nel mondo (dènia), ed un angelo, nel più alto dei cieli “scrive” le azioni degli uomini e le decisioni della divinità. “Ogni cosa è scritta presso Dio” = kull scèi maktùb and Allah. Nulla deve sorprendere il credente (el-Mùmen): venga la gioia, venga il dolore, bisogna dire: kan maktùb! Con la pronunzia di questa frase il musulmano ha il dovere di rassegnarsi nelle avversità”5.

Lo stesso autore di queste frasi, che, giova ricordarlo, era stato prigioniero dei Senussi6 ed aveva avuto modo di conoscerli piuttosto bene7, attribuiva agli abitanti del Fezzàn (il sud libico) una

«stoica, ammirevole dedizione ad una fatalità che li domina e li opprime»8.

Frithjof Schuon ha ben spiegato in che cosa consista questo “fatalismo” che, per la maggior parte degli occidentali, rimanda alla nota formula In shâ’a ‘llâh:

«Con tale enunciazione, il musulmano riconosce la sua dipendenza, la sua debolezza, la sua ignoranza di fronte a Dio e abdica nello stesso tempo a ogni pretesa passionale; è essenzialmente la formula della serenità. Significa parimenti affermare che il termine di tutte le cose è Dio, che egli è il solo esito assolutamente certo della nostra esistenza; non c’è futuro al di fuori di Lui. […] Il “fatalismo” musulmano, la cui fondatezza è corroborata dal fatto che si accorda perfettamente con l’attività –come è provato dalla storia– […] è la conseguenza logica della concezione fondamentale dell’Islam, secondo la quale tutto dipende da Dio e ritorna a Lui»9.

Che questo fatalismo derivasse dalla religione10, e precisamente da un malinteso principio della predestinazione, talvolta veniva espresso a chiare lettere; per di più, ad esso si amava giustapporre altre consuete peculiarità del musulmano medio e degli Arabi, come logica conseguenza

«[dell’] imperio di quel cieco fatalismo che costituisce una delle più spiccate caratteristiche della loro mentalità e che trova fondamento in altri fattori psicologici, quali l’apatia, l’indifferenza, l’imprevidenza, che più segnatamente differenziano i popoli semiti che professano l’Islam»11.

Questa caratteristica, tra le altre, era additata poi come una delle cause principali di un processo che avrebbe condotto ad un'”arretratezza” che avrebbe trovato numerose “conferme” attraverso gli studi antropologici. Era quindi del tutto ovvio che le attività dei Libici intraprese prima dell’arrivo degli Italiani fossero marchiate da una «mentalità fatalistica» che avrebbe conosciuto «la sottomissione, non la lotta contro le difficoltà della natura»12.

Fanatici guerrafondai
Il fanatismo è un altro difetto imputato solitamente agli Arabi e/o ai Musulmani, ed il termine “fanatico” –per noi rivestendo un’accezione negativa– viene a tutt’oggi associato alla religione islamica13. La cosa è piuttosto curiosa, se si pensa alla vera e propria gazzarra ideologica scatenatasi in Europa negli ultimi due secoli che, in fatto di fanatismo, ne ha prodotte di tutti i colori.
È un fatto però che ci si sentiva in dovere di ricordare «la venerazione fanatica che l’arabo ed il musulmano in generale, nutrono per Maometto e per la sua dottrina»14.

Conseguenza naturale sarebbe stata la tanto temuta “guerra santa”, facile ad essere realizzata da parte di «falsi profeti, che con la parola ardente, in nome della religione e di Maometto trascinano le masse fanatizzanti»15.

Durante i primi giorni dello sbarco a Tripoli, circolava il timore che gli Arabi opponessero resistenza a causa del loro «fanatismo religioso, abilmente eccitato»16, poiché la Sanûsiyya –«setta derivata da una religione a base di fanatismo»17– avrebbe sottoposto i propri seguaci ad una propaganda incessante, rendendoli facilmente intolleranti18.
I pericoli principali sarebbero difatti giunti da una «religione che ha instillato l’odio o il disprezzo per l’immondo cristiano e promette una vita eterna di delizie a chi muore combattendo gli infedeli», con i Turchi che, “per mezzo di fanatici marabutti”, avrebbero sparso «fra le turbe ignorantissime, le più grandi calunnie a nostro carico aizzando così sempre più l’odio già predicato dall’islamismo».
Del resto, logica deduzione era che per i Libici «l’unica distrazione alla perpetua vita d’ozio [fosse] il fare un poco di guerra»19.

Gli Italiani avrebbero quindi dovuto fare i conti con un fanatismo inscritto nel “codice genetico” dell’Islàm:

«Il motivo principe dell’espansione islamica, piuttosto che nella consapevolezza di diffondere una civiltà si deve identificare nel fanatismo religioso, [nella] essenza schiettamente fanatica e conquistatrice dell’Islam»20.

Si era senz’altro di fronte a un popolo di

«unilaterali, tenaci, fanatici. Gli arabi altro atteggiamento di vita non intendono, e, riportando essi ogni cosa alla religione, credono che altrettanto facciano gli altri popoli, e se si accorgono che non lo fanno, li disprezzano. L’indifferente, il libero pensatore, l’ateo sembra loro un essere mostruoso, un essere che va contro la natura, al quale perfino l’idolatra è infinitamente superiore»21.

In una micidiale mistura di religione e nazionalismo, il fanatismo predominante in tutti i popoli asiatici, «caratteristico specialmente tra i Maomettani», era un dato da tenere nella massima considerazione per non vedersi d’improvviso sopraffare da un autentico «potere spirituale malefico»22.

Che cosa rispettano?
Se alcuni tratti del carattere libico erano ricondotti all’influsso della loro religione, altri li avrebbero contraddistinti in qualità di «orientali». In via generale si riteneva opportuno trattarli duramente («gli orientali non rispettano che la forza»23) e sin dal momento delle prime operazioni militari si era battuto con insistenza su questo tasto, con gli Arabi che senza dubbio avrebbero preferito gli Italiani «liberatori» ai Turchi, nel caso i primi si fossero dimostrati più “forti”:

«;Sarebbe un errore credere che una politica di dolcezza, di tolleranza ci cattivi l’animo dell’arabo se non è accoppiata alla inesorabilità. […] Il diritto del più forte è l’unico riconosciuto e sopra loro una meritata lezione colle armi oggi significa la pace solidamente stabilita»24.

La legge della frusta era perciò reputata l’unica in grado di far rigare dritto:

«Né la riconoscenza né i servizi resi, né la dolcezza e l’umanità dei trattamenti, nulla farà che il barbaro dia il suo cuore o la sua fiducia al civilizzato. La forza soltanto lo costringe a rispettare l’opera civilizzatrice del signore ch’egli è incapace d’apprezzare e perfino di comprendere. Ma il giorno che questa forza cede, in cui anche il padrone s’abbandona, ci si può attendere le peggiori catastrofi»25.

Le istruzioni sul comportamento da tenere di fronte all’indigeno valevano non solo per il militare, per il funzionario, ma anche per l’italiano comune, per il turista. È per questo che in Colonia costituiva buona norma

«non fidarsi mai del primo venuto, ancorché la prima impressione ricevutane possa essere ottima; sorvegliarlo invece, dandogli prova di fermezza anziché d’eccessiva bontà»26.

In maldestri tentativi di definire ciò che gli Arabi reputassero superiore, si trova tutto e il contrario di tutto, dalla forza bruta alla capacità economica27, dalla dimostrazione di potenza alla ostentazione di ricchezza. È così che ci si poteva atteggiare a fini psicologi plaudendo alla costruzione di un adeguato palazzo del Governo a Tripoli, capace di «influire […] sulla mentalità araba proclive a riconoscere la potenza della ricchezza»28.

Un popolo dedito al piacere
Lo stereotipo dell’arabo lussurioso29, circondato da diafane fanciulle ed efebi coppieri, in barba alle regole della legge religiosa, fu tra quelli che, con l’intento di castigarne la presunta immoralità, vennero agitati contro i

«santoni senussiti, [uno dei quali] possiede un harem di una trentina di donne […]. Poiché non può essere permesso, nemmeno nel Sahara, un simile sconcio, sarà bene un po’ d’isolamento per questo capo da operetta, vivente in un mondo così poco pulito, [in cui] il traffico più importante era, sino a ieri, quello degli schiavi»30.

La stessa fede religiosa islamica, con il suo realismo scambiato per basso senso pratico, sarebbe stata alla radice della pretesa lussuria degli Arabi. La rottura del digiuno si prestava così (come oggi) a descrizioni ironiche che rafforzavano il senso di superiorità morale occidentale:

«Tutta quella gente che sembrava estatica dinanzi allo spettacolo meraviglioso della natura, si precipita sulle vivande, sul caffè, sulle sigarette, sull’idromele; e con sorprendente voracità divora tali quantità di cibo, che noi non riusciremmo a mangiare in un’intera settimana. Calmata “la furia famelica”, si beve e si fanno “fantasie”»31.

Per rinsaldare quel senso di superiorità, anche un vecchio argomento polemico come la supposta lussuria della raffigurazione musulmana del Paradiso era ancora buono:

«Per la vita futura infine, la religione di Maometto assicurava mollezze, delizie, felicità materiali»32.

Alcune incapacità mentali
Se però andava ravvisato un aspetto particolarmente grave di questa «mentalità araba», si trattava dell’incapacità, «pur nelle persone più intelligenti ed istruite, a comprendere la civiltà occidentale»33, e già all’epoca dell’aggressione ci si domandava il perché di tante difficoltà, da parte di razze giudicate apertamente inferiori, ad assimilare la nostra civiltà34. Che ne sarebbe stato del buon esito della «missione di civiltà», considerato il limitato numero di Libici «intelligenti ed istruiti», ovvero gli educati “all’occidentale”, quelli che i Francesi –con un termine estremamente rivelatore– chiamavano «évolués»35?
L’idea dominante era quella di popoli talmente calcificati nelle loro abitudini da voltare le spalle ad un mondo di delizie offerto amorevolmente:

«È un profondo errore il credere che gli Arabi siano pronti ad apprezzare il valore ed i benefici della nostra civiltà. […] Quei termini di civiltà che per noi sono i telegrafi e le ferrovie, l’agricoltura intensiva e l’industria delle macchine, quella agiatezza che insomma è frutto della nostra quotidiana e instancabile attività di lavoro, rimangono incomprensibili a quei popoli abituati, ormai fatti a una vita misera, sudicia e inerte. Essi sperimentano soltanto, che i ritrovati della nostra civiltà in nessun modo compensano la perdita d’una egoistica ed anarchica libertà individuale, che per loro è il supremo dei beni»36.

Altra insopportabile caratteristica mentale araba era l’incapacità totale di quantificare la lunghezza di un percorso in relazione al tempo occorrente per percorrerlo: l’italiano in Colonia avrebbe perciò fatto bene a diffidare delle informazioni date da un libico prima di mettersi in viaggio37.
Così, dall’esercitarsi in uno psicologismo da quattro soldi al diagnosticare delle patologie, il passo è breve:

«La facoltà di generalizzare, quella di assurgere dallo individuale all’universale e l’associazione costruttiva, si può dire che gli sono, se non ignoti, certo inconsueti; [di qui il] disordine caratteristico che si riscontra nei ragionamenti, nella filosofia, nella letteratura degli arabi. […] Ogni loro manifestazione intellettuale è caratterizzata da un logico e ordinato disordine»38.

Irrequieti e turbolenti per natura
Abbiamo dunque già appreso come differenti luoghi comuni venissero applicati alle popolazioni della Libia a seconda del fatto che se ne mettesse in risalto il carattere “arabo”, “orientale”, “musulmano”.
Il “beduino”, il “nomade” –assolutamente fuori luogo nel quadro dell’opera “civilizzatrice”– non sfuggiva alla regola ed anche per lui vi era la classica scorta di immagini precostituite.

«L’irrequietezza delle genti, per cui fu già famosa in antico la Cirenaica e che provocò memorabili repressioni romane, si perpetua nelle tribù beduine»39.

Il giudizio sui nomadi sconfitti era drastico: il “Bene” aveva avuto ragione di gente “ribelle” che neppure era in grado di immaginare i benefici derivanti dalla (loro) sottomissione e che impediva di estendere l’«opera di avvaloramento» sul Jebel cirenaico40.

Ecco due esempi –tratti da una pubblicazione destinata al grande pubblico– del modo in cui questi venivano descritti:

«Sono gli estremi rappresentanti della barbarie africana che, sospinti nelle solitudini desertiche, tessono disperatamente le ultime trame del loro medioevo: nemici d’ogni legge e d’ogni ordine sociale: che non volendo inquadrarsi con le popolazioni civili, stanno asservite alla volontà di mestatori e di filibustieri, e vivono di guerra, di aggressioni e di rapina: la sola storia che sanno creare”; “Il brigante della tradizione popolare d’occidente era generoso, e si batteva anche ad armi ineguali. Ma il predone libico è un ladro che spia, che sta in agguato, e si lancia sulla preda solo in condizioni di perfetta sicurezza41. [Egli] è di una scaltrezza e di una violenza sanguinaria senza limiti»42.

Inguaribili «predoni» sarebbero stati in particolar modo i Berberi, l’elemento indigeno discendente dagli antichi Libi, caratterizzato da un «minuto incoercibile particolarismo di gruppo, di tribù, di paese, di quartiere»43; individuarne le caratteristiche era un gioco da ragazzi, visto che nei millenni… non erano cambiate di un capello:

«Di fronte a poche doti, quali la sobrietà, il coraggio, la resistenza alla fatica e al dolore fisico, gli antichi li accusarono di essere sensuali, crudeli, dissimulatori, leggeri, incostanti, pigri, turbolenti, vendicativi, tendenti al furto e al saccheggio, non curanti della verità e della parola data, disposti a tradire in caso di convenienza, forti coi deboli e deboli coi forti; né forse, ove fossero lasciati fare, si dimostrerebbe inesatto anche oggi un tanto fosco quadro»44.

Negativo era anche il giudizio dello studioso d’islamistica Leone Caetani (uno dei pochi che in Parlamento si opposero all’«impresa di Libia»), che li dipingeva come

«nomadi, turbolentissimi, ribelli a ogni influenza esterna, avversi a ogni miglioramento della propria condizione morale»45.

Il Malvezzi, riunendo in un collage le supposte peculiarità di vari popoli al fine di giungere alla definizione delle caratteristiche naturali dei Berberi, da quelle dell’arabo sceglieva

«l’egoismo, la violenza, la tendenza all’odio, la sete di vendetta, il senso dell’indipendenza»46.

Com’è facilmente intuibile, da una vera e propria riserva di stereotipi e di pure e semplici ingiurie –adattabili a qualsiasi popolo– il polemista di turno poteva attingere a seconda delle proprie inclinazioni.
La “bocciatura” era poi drastica anche per i Tebu del massiccio del Tibesti47. In un paesaggio spesso paragonato ad un inferno dantesco vivevano popolazioni la gerarchia tra le cui tribù risultava confermata da una tradizione locale: riferirla minuziosamente serviva anche ad illustrarne la scaltra mentalità48.

L’ignavia araba opposta al dinamismo occidentale
Quello della pigrizia degli abitanti della Libia era un vero e proprio ritornello; da una parte, l’intero sistema di vita libico, caratterizzato da tempi tutt’altro che frenetici, veniva giudicato pigro e indolente, dall’altra, si trovava il pretesto per svolgere –con la coscienza a posto– quella missione di cui gli Italiani in Colonia si sentivano investiti.
In quadretti di vita indigena si ritraevano uomini inoperosi e completamente apatici, il cui unico obiettivo sarebbe stato il guadagnare lo stretto indispensabile per la sopravvivenza.

L’ignavia indigena era a dir poco proverbiale: il problema dell’acqua sussisteva a causa di un difetto atavico che, nei secoli, avrebbe fatto sì che le opere idrauliche greche e romane cadessero in un penoso stato49; pascoli, boschi e frutteti del Jebel cirenaico si erano “inselvatichiti per l’indolenza e l’ignavia araba”50.
I resti di Leptis Magna, invasi per secoli da dune di sabbia, non avevano

«scosso l’apatia dei pochi arabi dei dintorni, contenti delle loro tende e delle loro capanne, e ben lontani dall’idea di interrompere i loro riposi per affaticarsi intorno a delle pietre poste una sull’altra»51.

Mettendo in moto l’immaginazione si veniva così a delineare il ritratto di un’intera zona pullulata di sfaccendati: «Il carattere degli abitanti di Giofra è piuttosto mite, tranquillo, indolente»52. Gli abitanti del Tibesti, per i quali «il lavorare è un’onta come per noi il rubare»53, pigri ogni oltre decenza, venivano perciò bollati come «chiusi a ogni influenza della civiltà: […] si beano in un ozio quasi completo, quando non camminano, e si limitano a fabbricare qualche strano e ridicolo oggetto di cuoio e di giunchi»54.

Per spiegare il perché di questa grave tara, non si trascurava quindi di fare appello a considerazioni dettate da un marcato determinismo geografico («La pigrizia orientale è nata nel deserto nelle interminabili traversate a dorso di cammello per desolate solitudini»55) o da un approccio quanto mai semplicistico verso la religione islamica:

«Durante queste ore [del digiuno di Ramadân] i fedeli non possono né bere, né mangiare, né fumare: non possono neanche lavarsi il viso, per téma che qualche goccia d’acqua entri in bocca; si può lavorare, ma il puro necessario per procurarsi il cibo per la notte. […] Del resto gli arabi lavorano sempre così»56.

L’infingardaggine araba –ma in fondo di tutti i popoli non conquistati al nostro modello– era in definitiva qualcosa di ben più grande di una semplice non-voglia di lavorare; era semmai una malattia dell’anima, una vera prostrazione interiore57, al punto che neppure l’«educazione al lavoro italiano» sarebbe servita a molto:

«Generalmente coraggiosi, non sono molto resistenti alle fatiche come si potrebbe supporre. Per i lavori pesanti, in genere sono poco adatti, rendono un terzo dell’operaio europeo e debbono essere costantemente sorvegliati»58.

Elucubrazioni tayloristiche di questo tipo avrebbero comunque trovato una sistematizzazione nell’ambito delle teorizzazioni sul ruolo da riservare agli indigeni in un sistema interamente controllato dagli Italiani.

Fonte: http://www.estovest.net/storia/pregiudizio.html

 

Da notare come anche questo articolo è stato fatto sparire dal sito originale

Disastro Libia: ecco chi dobbiamo ringraziare

16 dicembre 2014
UN FRANCESE, UN’AMERICANA E UN ITALIANO
Un francese, un’americana e un italiano: non è l’incipit di un barzelletta ma coloro che dobbiamo ringraziare per aver imposto con miopia la più assurda tra le assurde guerre che l’Occidente ha condotto in questi ultimi anni in nome dell’imperativo umanitario. Il disastro in Libia e lo spaventoso errore di generare un “regime change” non governato, trasformando quello che era uno dei paesi più stabili e floridi dell’Africa in un cumulo di macerie, hanno tre firme d’autore.

IL FRANCESE
La prima è quella Nicolas Sarkozy, l’ex presidente francese, gollista con velleità napoleoniche. Fu lui a volere con tutta la forza l’abbattimento del regime di Gheddafi nella convinzione che la Francia avrebbe recuperato la sua “grandeur” e lui i sondaggi che lo davano peggior Presidente francese degli ultimi 20 anni (record negativo oggi conquistato da Hollande).
Fu lui a guidare le potenze occidentali al riconoscimento di un governo libico d’insorti che aveva la legittimità di un pinguino nel Sahara e fu lui ad imporre, ad un recalcitrante Obama, i bombardamenti contro l’esercito di Gheddafi che portarono la Nato ad entrare a gamba tesa in una guerra civile schierandosi con uno dei contendenti e violando così il principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Fu lui a recarsi nei giorni della fuga di Gheddafi, a Tripoli con al fianco Bernard Henry Levy il filosofo francese di sinistra da sempre protettore delle bombe umanitarie; ufficialmente per rassicurare i libici sul ruolo della Francia nella costruzione della democrazia e per chiudere qualche accordo sullo sfruttamento delle risorse energetiche del ricco paese africano, ufficiosamente per far sparire le tracce sui rapporti non proprio eleganti tra lui e Gheddafi.

L’AMERICANA
Il secondo artefice del disastro è una donna, americana: la democratica Hillary Clinton. Fu lei a trascinare di malavoglia l’amministrazione Obama nella guerra “francese” in nome della difesa di diritti umani che in Libia erano violati più dai ribelli che dai lealisti di Gheddafi; e lo fece applicando un principio del tutto nuovo: quello della guerra umanitaria preventiva (ne parlammo qui). L’idea cioè, che gli Usa, in Libia, dovessero intervenire non per i punire i crimini commessi dal regime ma per quelli che avrebbe potuto commettere. In altre parole, io ti bombardo non per quello che hai fatto ma per quello che io penso tu farai: una follia nel diritto internazionale.

L’ITALIANO
Il terzo da ringraziare è italiano e si chiama Giorgio Napolitano. Fu lui a spingere l’Italia nella guerra facendoci aderire alla coalizione che doveva applicare la risoluzione Onu, ma di fatto abbattere il regime libico al grido: “non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”. Berlusconi (allora presidente del Consiglio) si era opposto all’intervento militare per ragioni facili da comprendere: primo per un rapporto di fiducia costruito negli anni con il leader libico Gheddafi, fiducia che aveva portato importanti accordi economici tra i due paesi e un impegno della Libia a controllare l’immigrazione clandestina verso le nostre coste (impegno che aveva fatto diminuire gli sbarchi sulle coste italiane del 90%). Secondo, perché sapeva che il vuoto di potere creato sarebbe stato pericolosissimo per i nostri interessi nazionali.
Ma in quei mesi la figura del premier italiano era indebolita, assediata dalle inchieste giudiziarie, dalla perdita di credibilità internazionale dovuta allo scandalo Ruby e dalle manovre in atto di quelle tecnocrazie che avrebbero poi portato al complotto del novembre 2011. Napolitano ne approfittò e, in perfetta obbedienza a quei poteri internazionali per i quali subisce un naturale fascino, impose la nostra entrata nel conflitto non trattando nemmeno i posti a sedere nella gestione del dopoguerra e impedendo che il nostro Paese creasse un’asse neutrale con la Germania (che allo sciagurato attacco alla Libia non partecipò). Anche perché senza le basi italiane e la partecipazione dei nostri aerei nelle missioni di bombardamento e interdizione, l’operazione internazionale avrebbe avuto difficoltà a realizzarsi.

Ed è grazie alle loro resposnabilità che ora l’Occidente sta a guardare la disintegrazione della Libia e la trasformazione della guerra civile in un conflitto regionale con il coinvolgimento già attivo di Egitto ed Emirati Arabi, il rischio di allargamento alla Tunisia e l’espansione dell’islamismo.
Sarkozy, Clinton e Napolitano: ecco chi dobbiamo ringraziare se oggi l’integralismo sta dilagando in Libia e i jihadisti sono ormai a due ore dalle coste italiane.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

Preso da: http://blog.ilgiornale.it/rossi/2014/12/16/disastro-libia-ecco-chi-dobbiamo-ringraziare/

La guerra in Libia di Giorgio Napolitano

di Francesca Romana Fantetti
23 dicembre 2014
“Siamo un Paese ormai in bancarotta” è il comunicato emesso dalla Banca centrale libica a tre anni dalla caduta del regime di Gheddafi. La Libia, Paese produttore di petrolio e membro dell’Opec, “ormai è uno Stato in bancarotta”.

La Banca libica ha emesso queste poche parole in concomitanza della sospensione del dialogo promosso dalle Nazioni Unite a causa della guerra tra le varie fazioni del Paese. La Mauritania, il Mali, il Niger, il Ciad e il Burkina Faso hanno nel frattempo chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu l’invio di una forza internazionale di intervento in Libia in preda al caos. In Libia è allo stato in corso un violento scontro armato tra le milizie islamiche, che controllano la capitale Tripoli e parte della Cirenaica, e le forze del generale Haftar, laico sostenuto dall’Egitto.**** ( ormai è diventato un vizio parlare di Haftar, chiarisco per l’ ennesima volta che il lavoro lo stanno facendo le tribù oneste della Libia ) *** La Libia è un importante fornitore di petrolio e gas dell’Italia, gli islamisti con la guerra hanno costretto tuttavia a sospendere gran parte della produzione del petrolio.

E’ bene tenere a mente chi si deve ringraziare di questa guerra a meno di due ore dall’Italia. E degli sbarchi degli africani tutti, con grandi affari per Mafia Capitale e compagni di sinistra. Il disastro in Libia è lo spaventoso errore fatto con totale miopia da Giorgio Napolitano, Nicholas Sarkozy e Hillary Clinton che, aizzando per un cambio di regime non governato, hanno trasformato uno dei Paesi più floridi e stabili dell’Africa in un cumulo di macerie. Giorgio Napolitano ha infatti spinto l’Italia ad aderire alla coalizione che avrebbe dovuto applicare la risoluzione Onu, esortando nei fatti ad abbattere il regime libico sotto il grido “non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”. Diversamente l’allora presidente del Consiglio Berlusconi, amico di Gheddafi, si era opposto all’intervento militare per gli importanti accordi economici esistenti allora tra i nostri Paesi, oltre che per l’impegno della Libia nel controllo dell’immigrazione clandestina verso l’Italia, con diminuzione degli sbarchi del novanta per cento.

Il vuoto di potere è pericoloso, innanzitutto per il mantenimento e la stabilità dei rapporti economici internazionali, e Napolitano, capo del consiglio superiore della magistratura, ha fatto premere sulle inchieste giudiziarie contro il premier italiano con totale perdita di credibilità, e ha di fatto esautorato del potere chi legittimamente, cioè votato ed eletto dagli italiani, lo deteneva, decidendo in sua vece. In seguito facendolo ancora più alla grande, avendo abolito del tutto voto ed elezioni italiani e rifilandoci Monti, Letta e Renzi non eletti. Napolitano ha in sostanza tramato al fine di imporre l’entrata dell’Italia nel conflitto libico, e miope anche riguardo alla gestione del post guerra, ha impedito un eventuale, possibile asse neutrale con altri Paesi non partecipanti all’attacco scellerato. Adesso Napolitano è in fuga dalla presidenza italiana, e lascia macerie dappertutto; l’Italia infatti a pezzi all’interno, sta a guardare fuori la disintegrazione della Libia e la trasformazione della guerra civile in un conflitto regionale con il coinvolgimento attivo di Egitto ed Emirati arabi, e il fondato rischio dell’allargamento di questo alla Tunisia e all’espandersi dell’islamismo.
Oggi l’integralismo sta dilagando in Libia e i jihadisti sono anche già da noi.

Anche Nicolas Sarkozy, ex premier francese, ha voluto l’abbattimento del regime di Gheddafi e ha guidato parte dell’occidente che l’ha nefandemente seguito al riconoscimento di un governo libico degli insorti, imponendo bombardamenti contro l’esercito di Gheddafi che ha fatto sì che la Nato sia entrata in una guerra civile al fianco di uno dei contendenti in completa violazione del principio di diritto della non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. Sarkozy è andato a Tripoli accompagnato dal sinistrorso nullafacente filosofo Bernard Henry Levy a incentivare, tolto di mezzo Gheddafi, accordi economici per i francesi nelllo sfruttamento delle risorse energetiche, a svantaggio e in danno degli altri Paesi europei, come l’Italia.La guerra francese contro la Libia ha avuto l’appoggio dell’amministrazione Obama con Hillary Clinton che, in nome di malintesi “diritti umani”, violati in Libia più dai ribelli che dai lealisti di Gheddafi, ha istituito e dato applicazione a un nuovo principio mai conosciuto né visto che prevede la guerra umanitaria preventiva. In base cioè a una vera e propria follia si è di fatto applicato un obbrobrio giuridico, inesistente in qualsivoglia diritto internazionale o sovranazionale, che ha previsto si intervenga nei Paesi, non per i crimini effettivamente commessi da un regime, ma per quelli ipotetici ed eventuali che potrebbe essere commessi. Chi risponde oggi del disastro umano, economico, istituzionale e sociale?

Adattamento dall’ originale: http://www.opinione.it/esteri/2014/12/23/fantetti_esteri-23-12.aspx

Sostenere il governo USA “senza saperlo”: il grave esempio di “Avaaz”

18 febbraio 2012
L’associazione non governativa “Avaaz” sta spopolando su internet e nei circoli della sinistra liberal occidentale in nome della difesa dei diritti umani. Pochi conoscono però chi si cela dietro questa organizzazione che di umanitario ha solo l’apparenza e che è stata creata per “coprire a sinistra” gli interessi geopolitici ed economici dei poteri forti occidentali, soprattutto americani. La tattica è molto semplice: si promuovono decina se non centinaia di petizioni su temi umanitari, democratici, anti-corruzione che trovano immediato consenso fra il pubblico di sentimenti progressisti (ad esempio la lotta contro la censura su internet oppure il riconoscimento della Palestina). Fra di essi vi sono anche attacchi ai governi occidentali e contro lo strapotere delle banche, così da convincere questo pubblico particolare della bontà della ONG. Fra tutti questi temi – che poi non sortiranno in gran parte comunque nessun risultato – si inseriscono invece questioni strategiche per i padroni nascosti di “Avaaz” (governi, multinazionali, eserciti) che così potranno più facilmente superare la diffidenza da parte della popolazione genericamente di “sinistra”, che non sospetterà mai che dietro a questi presunti critici degli USA è nascosto proprio il Partito Democratico del presidente Obama e dell’ex-presidente Cliton, attraverso l’organizzazione “MoveOn” che sta alla base di “Avaaz”, e che ha ricevuto un finanziamento di 1,46 millioni di dollari da George Soros per utilizzarla nella battaglia elettorale contro il Partito Repubblicano.

Una ONG schierata coi potenti

“Avaaz” è infatti una ONG creata da Ricken Patel, personaggio politicamente ben schierato a destra che gode del sostegno finanziario del patron della multinazionale informatica “Microsoft” Bill Gates e della Fondazione Rockefeller (il cui ruolo a favore dei governi americani è ben spiegato in quest’altro articolo). Non è tutto: “Avaaz” collabora strettamente con la famosa Fondazione Soros, una struttura vicina all’attuale governo statunitense e ai suoi servizi segreti che viene utilizzata per organizzare disordini e golpi nei paesi che in qualche modo non ubbidiscono ai diktat di Washington oppure che non autorizzano le grandi aziende occidentali a entrare nel loro mercato nazionale. Non a caso la Cina, che dispone di un mercato ancora fortemente controllato dallo Stato, è una delle vittime preferite di Soros e della ONG di cui stiamo parlando. Naturalmente “Avaaz” non parla di “libertà economica mancante” ma attacca la Cina in altro modo, ad esempio strumentalizzando la questione della pena di morte o del separatismo feudale del Dalai Lama in Tibet. Secondo altre fonti dietro “Avaaz” vi sarebbero mandanti di ben più alta caratura come si evince ad esempio da Indymedia Barcellona, dalla discussione interna a PeaceLink, oppure da questo blog molto dettagliato. Proponiamo ora alcuni dei tanti esempi che rendono perlomeno poco credibile “Avaaz” per chi, come la nostra redazione, si dichiara di sinistra.

Avaaz truffa gli ecologisti

A fine 2011 dichiarazioni, articoli, lettere circolano su Internet chiedendo la fine della “distruzione dell’Amazzonia”: “Avaaz” si tinge insomma di verde per ingannare gli attivisti ecologisti che mai si sognerebbero di sostenere i veri mandanti della campagna. 
 L’obiettivo che queste iniziative si pongono, infatti, non è certo quello di colpire le corporazioni transnazionali o i potenti governi filo-americani che le appoggiano, ma il governo popolare del primo presidente indigeno della Bolivia, Evo Morales. Al centro del dibattito c’è la controversa proposta di Morales di costruire un’autostrada attraverso il Territorio Indigeno del Parco Nazionale Isidoro Sécure (TIPNIS).

 Quest’ultimo, che copre una superficie di più di 1 milione di ettari di foresta, ha ottenuto lo statuto di territorio indigeno dal governo di Evo Morales nel 2009. Circa 2’000 persone vivono in 64 comunità all’interno del TIPNIS.

 Il 15 agosto, rappresentanti di tali comunità hanno iniziato una marcia verso la capitale, La Paz, per protestare contro il piano dell’autostrada.

 Sono subito partite petizioni internazionali da parte, naturalmente, di “Avaaz” che solidarizzando con gli indigeni, condannano il governo boliviano per avere indebolito i diritti indigeni.

 La gente del TIPNIS ha preoccupazioni legittime sull’impatto dell’autostrada. 

Disgraziatamente, però, la campagna di “Avaaz” strumentalizza queste preoccupazioni per indebolire politicamente Morales, il cui sentimento ostile al capitalismo americano non piace ai padroni di “Avaaz”. Con una lettera aperta firmata da più di 60 gruppi ecologisti, in maggioranza però fuori dalla Bolivia, “Avaaz” distorce i fatti e con una retorica progressista afferma “che le imprese straniere si spartiscano l’Amazzonia… e si scatenerà una febbre depredatrice su una delle selve più importanti del mondo”. Ma non menziona il fatto che la distruzione ha già luogo nell’area e che proprio il governo di Morales sta promuovendo una legge per aggiungere nuove norme protettive del parco nazionale. 

La legge proposta comminerebbe pene detentive tra i 10 e i 20 anni di carcere per insediamenti illegali, la coltivazione della coca o il taglio degli alberi nel parco nazionale.

 Avaaz questo non lo dice, ma trasmette l’idea alla sinistra e agli ecologisti che Morales (che è di sinistra e pure ecologista) non vada sostenuto. Al resto ci penseranno poi i “dissidenti” interni alla Bolivia.

Dalla Bolivia all’Iran: il caso Sakineh

A fine 2010 parte un appello mediatico globale che chiede di salvare dalla condanna a morte per lapidazione una donna iraniana, Sakineh Ashtiani. In quello stesso periodo l’Iran era il nemico numero uno dell’amministrazione Obama, si stava preparando una possibile guerra e occorreva che l’opinione pubblica avesse un’immagine demoniaca del paese. Ecco allora che “Avaaz” entra in gioco e inventa il caso Sakineh, subito dato in pasto ai giornalisti occidentali (sì, perché i giornalsti latinoamericani e orientali, invece, hanno evitato questa figuraccia andando a verificare le informazioni!). Sakineh sarebbe condannata alla “lapidazione” perché “adultera”. In realtà si verrà a sapere che Sakineh è stata condannata per aver assassinato il marito, non per averlo tradito; e in ogni caso la lapidazione nel codice penale iraniano non esiste più da decenni. Queste confutazioni sono state documentate non solo da siti di approfondimento come quello di “Come Don Chisciotte“, ma ha suscitato qualche dubbio infine anche ai giornalisti dei quotidiani italiani come “La Stampa”. Insomma “Avaaz” ha strumentalizzato politicamente questa vicenda e pochissimi media occidentali, dopo aver demonizzato l’Ira, raccontando notizie non verificate, hanno però avuto l’etica professionale di scusarsi e di rettificare, cosa che peraltro non ha fatto nemmeno l’ONG stessa, a dimostrazione che non si è trattato di un errore in buona fede.

Pacifisti che preparano la guerra

Di recente di fronte alle rivolte di alcune tribù feudali contro il governo della Libia Popolare, “Avaaz” – sempre con la scusa dei diritti umani – ha sostenuto e diffuso la rivendicazione di una “Non-Fly-Zone” contro la Libia, la quale altro non era che il primo passo per l’invasione militare del paese nordafricano da parte delle truppe della NATO che, con bombardamenti a tappeto, hanno ucciso migliaia di civili e hanno permesso ai rivoltosi di assumere il controllo del Paese e di uccidere Muammar Gheddafi. Una scelta duramente condannata, ad esempio, dal gruppo anti-militarista di Alicante (leggi). Va ricordato che oggi in Libia il governo “democratico” sostenuto da “Avaaz” e dalle diplomazie occidentali è di carattere liberista (vedi filmato), ha riabilitato non solo la figura del dittatore fascista Benito Mussolini, ma ha pure definito quale “periodo fiorente” l’epoca in cui il fascismo italiano aveva colonizzato e saccheggiato la Libia. Sul fronte dei diritti umani, inoltre, la Libia odierna si caratterizza per violenza di vario genere spesso di tipo razziale contro i neri accusati di essere tutti “mercenari al soldo di Gheddafi”, come documentato dai video pubblicati dal sito di “Fortresse Europe“. Stranamente, però, “Avaaz” ora della Libia non si occupa più, evidentemente ha raggiunto il suo vero scopo.

Esportare la democrazia e rubare il petrolio

“Normalizzata” la situazione libica al volere delle multinazionali occidentali, ora “Avaaz” si è spostata su altri fronti: anzitutto inventare notizie false su quanto accade in Siria. Secondo l’ONG il governo siriano guidato dal presidente Assad (e composto – guarda caso – da socialisti e comunisti particolarmente invisi a Washington e a Bruxelles) starebbe massacrando la popolazione civile e la starebbe opprimendo. Una falsità smentita non solo dallo stesso ex-cancelliere statunitense Henry Kissinger che anzi ha espresso stupore (e rammarico) per il fatto che il popolo siriano sia fortemente schierato a favore di Assad, ma anche da altre fonti, come il sito d’inchiesta indipendente “Informare per resistere” e come la Federazione Sindacale Mondiale, la quale parla di diritti sociali a favore dei lavoratori molto avanzati grazie al governo siriano che cerca di frenare il capitalismo europeo ed americano. “Avaaz” queste cose non le dice, così come non dice che i ribelli siriani hanno già promesso petrolio gratis alla Francia se invaderà il paese come abbiamo scritto qualche mese fa su questo stesso sito. Al contrario, “Avaaz” impropriamete si fa passare per paladina dei diritti umani, quando i suoi promotori non sono affatto dei benefattori. Il lavoro di “Avaaz” in Siria è molto pericoloso poiché qualora si scatenasse una guerra dell’Unione Europea, di Israele e degli USA contro questo paese mediorientale, molto probabilmente la Cina e la Russia dichiarerebbero guerra per impedire agli occidentali di colonizzare il bacino mediorientale e asiatico. Ognuno, soprattutto chi si dichiara a favore della pace e dei diritti umani, dovrebbe operare non per riscaldare gli animi, ma per disinnescare l’odio fra i popoli. Invece in una situazione esplosiva come questa “Avaaz” ha il compito ideologico di far passare come una lotta per la democrazia e la libertà nella mente dei cittadini dei paesi occidentali e nella sinistra europea e americana, così che non si mobiliti contro la guerra.

Originale, con tutti i link : http://www.sinistra.ch/?p=1627

Gli amici di ieri e di domani: la corsa al petrolio della Libia

25 agosto 2011
Gheddafi non è stato ancora deposto e già è cominciato l’ “affaire”, quello grosso, che richiede l’intervento degli specialisti e dei superanalisti. Quelli come Luttwak che spiega con le mappe e il plastico, quelli che sino ad oggi non ne hanno azzeccata neanche una, ma sono super pagati dalla “Ditta”, l’Agenzia di Informazione e Sicurezza.
E’ una storia che si ripete, con i soldati che presidiano le raffinerie, i ribelli che sono vittime del regime e il “dittatore” che tiranneggia il suo popolo: oggi ci sono i Lealisti di Gheddafi, anni fa avevamo gli ultranazionalisti serbi. Insomma ogni guerra se la studiano bene per fare i loro ‘impicci e imbrogli’. Poi ci sono i giornalisti, come quelli italiani che vengono derubati e poi sequestrati, ma stranamente riescono a chiamare a casa per dire che stanno bene e li hanno messi al sicuro, ma restano sempre in ostaggio. Qualcosa non torna, anche perchè ‘ovviamente’ i sequestratori sono i soldati di Gheddafi e non i mercenari di Bengasi, che maltrattano questi eroici ‘inviati di guerra’. In realtà sono solo delle pedine della macchina mediatica che si è mossa per portare al mondo il messaggio del “nemico della democrazia”. Per far questo si sono mossi giornalisti e producer internazionali, quelli che si bazzicano i ministeri della difesa e le agenzie di stampa, che mandano così i loro fiduciari. Ex agenti ripudiati dalla Ditta, oppure agenti pizzicati a fare il doppio gioco, truffe o anche rapine. In quegli alberghi succede di tutto, prostituzione minorile, droga e alcool a non finire, traffici e affari meschini. C’è chi si fa rubare le telecamere e chi si vende le telefonate, chi si fa rapinare, e poi fatture su fatture, vari business per pareggiare i debito di gioco. Questo è il sottobosco della macchina della guerra, in cui i media sono più importanti degli stessi eserciti. In Libia hanno toccato livelli spettacolari, trasmettendo un film pseudo-realistico tanto per creare confusione tra il mondo arabo e quello occidentale, che deve essere convinto che bisogna combattere un altro “nemico della democrazia.

Assatanati si sono gettati su Tripoli come non mai, messi alle strette dal FMI e dallo spettro del default. Così di punto in bianco si sono mosse Inghilterra e Francia, entrambe ostaggio di un fallimento di fatto mai dichiarato, che vanno poi in giro a fare lezioni di finanza vantando il loro ‘illustre esempio’ di economia forte, quando poi stanno peggio di tutti. Contemporaneamente si muove L’Aja, un aggregato di falsi giudici, tra travestiti e scarsi attori a pagamento. Eppure, se facciamo un passo indietro, non si può negare che Gheddafi veniva accolto con tutti gli onori di Stato da ogni Governo Occidentale, in Italia e in Francia ha anche montato la sua tenda, con tanto di cavalli ed amazzoni. D’altro canto, l’ENI doveva tutelare i suoi interessi, mentre la Areva voleva costruire una centrale nucleare nel deserto. Chissà perchè, tutto d’un colpo il Rais è impazzito e ha cominciato ‘a sparare sulla folla’. O almeno questo è quello che ci hanno raccontato…

Infatti, mentre i soldi nelle casse francesi e britanniche finivano e le pressioni dell’effetto domino della crisi finanziaria si facevano sentire, cominciavano i primi scontri nel Nord Africa. Obiettivo nevralgico della ‘primavera araba’ era proprio scatenare la rivolta in Libia, le cui avvisaglie si erano percepite nelle speculazioni sul caso di Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi, che fugge in Francia e collabora con i servizi segreti francesi per inscenare la rivolta di Bengasi. Questa città infatti costituisce la leva vincente per ribaltare il Colonnello e rimettere in discussione tutti i contratti energetici sottoscritti dalla Libia, che vedono l’Italia come grande partner di Tripoli. Nel capoluogo della Cirenaica ha sede infatti la Arabian Gulf Oil Company (Agoco), creata dalla National Oil Corporation (NOC), ma controllata da diversi mesi dall’opposizione. Essa sarà la prima a riprendere la produzione nelle prossime tre settimane, sfruttando così i giacimenti di Sarir e Mesle. L’Agoco dispone di otto pozzi di petrolio, di un terminal petrolifero e due raffinerie a Tobruk e Sarir, e aspira a divenire la compagnia petrolifera nazionale. Allo stato attuale, è la NOC a controllare il 50% della produzione nazionale, e nessuna azienda straniera può entrare sul suolo libico e intraprendere una qualsiasi attività petrolifera senza creare una filiale in cui la NOC detenga una quota di maggioranza attraverso una controllata, come ad esempio la Agoco. Quindi il primo passo è stato quello di decentrare il controllo dei pozzi petroliferi da Tripoli a Bengasi, per poi riaprire nella Cirenaica i tavoli dei negoziati con il Consiglio nazionale di transizione (CNT). Non a caso il Presidente del CNT, Mahmoud Jibril, è atteso in Europa per un tour destinato a ‘raccogliere’ sostegni al governo dei ribelli. Stranamente è atteso già domani a Roma, per incontrare il CEO ENI, Paolo Scaroni, e lo stesso Silvio Berlusconi, mentre in Francia sarà il prossimo 1° Settembre per partecipare alla Conferenza “Friends of Libya”. Forse sarebbe meglio dire “amici del petrolio della Libia”.

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La Libia ha le riserve petrolifere più grandi dell’Africa, con 1,55 milioni di barili di petrolio al giorno. Dopo ENI (270 mila barili al giorno) collegata con il gasdotto Greenstream, le principali compagnie straniere operanti in Libia sono: Total (60.000 barili), Wintershall (98.600), Marathon (45.800), Conoco (45.000), Repsol (36.000), Suncor (35.000), OMV (33.000 ), Hess (22.000), Occidental (6000) e Statoil (4500), BP (in fase di negoziati).

La Libia dispone di sei terminal petroliferi di esportazione: Es Sider (447.000 barili al giorno), Zoueitina (214 000), Zaouiah (199 000), Ras Lanouf (195 000), Marsa El Brega (51 000) et Tobrouk (51 000). Altri 333 mila barili sono esportati con altri terminal non specificati, mentre fondamentale è il gasdotto con l’Italia Greenstream.

Di fatti, se prima della guerra i principali clienti per il greggio libico erano Italia (28%), Francia (15%), Cina (11%), Germania (10%) e Spagna (10%), dopo la situazione sarà completamente diversa. Francia (la prima a riconoscere Bengasi), Regno Unito e Stati Uniti si lanciano per raccogliere i dividendi economici dei loro sforzi militari. Sarkozy ha già detto che vuole il 35% dei nuovi contratti petroliferi. L’emiro del Qatar, che ha fornito supporto militare e – noi diremmo – mediatico, non è stato dimenticato e avrà per la Qatar Petroleum un accordo commerciale preferenziale per la distribuzione del petrolio. L’olandese Vitol sarà ripagata per per aver assicurato le prime esportazioni di petrolio nel pieno della controversa guerra civile rimpinguando le casse del CNT già nell’aprile del 2011. Poi c’è la Germania, e infine l’Italia. Gli Stati Uniti, che al momento comprano solo il 3% del petrolio libico, sperano in una nuova cooperazione, ma non è da escludere che sarà proprio il Qatar la sua piattaforma commerciale. Per quanto riguarda Cina, Russia e Brasile, si vocifera che perderanno molto terreno, salvo concessioni di Bengasi e spiragli garantiti per vie traverse. Da questo punto di vista, Gazprom potrà sempre contare sull’Italia, visto che è riuscita ad entrare in Libia con l’operazione del giacimento Elephant poco prima dello scoppio del caos.

Fonte: http://etleboro.blogspot.it/2011/08/gli-amici-di-oggi-e-di-domani-la-corsa.html

Libia, l’esempio per eccellenza delle crisi senza fine

16 gennaio 2014
dopo tre anni dall’invasione NATO la Libia racchiude due esempi estremamente significativi.

Il primo riguarda la deriva reazionaria e caotica che hanno intrapreso le Primavere Arabe del Nord Africa, dove movimenti islamici più o meno moderati hanno sfruttato l’ondata rivoluzionaria per accedere al potere e immediatamente dopo trasformarsi in nuovi regimi di repressione, rulli compressori degli spazi democratici faticosamente conquistati.

In Egitto un anno di mandato presidenziale di Morsi e della Fratellanza Islamica é stato sufficiente a trasformare l’esercito nell’apparente unico salvatore della nazione dal caos e dal pericolo teocratico. Il recente annuncio del Generale Sisi riguardante la sua volontà di partecipare alle prossime elezioni Presidenziali é stato accolto con entusiasmo dalla metà della popolazione che teme lo scoppio della guerra civile, compresi i movimenti più radicali e di sinistra che si posero alla guida dell’ondata di cambiamento democratico nei primi giorni della rivoluzione.

Il secondo esempio ci illustra esaurientemente come le interferenze della Francia, costantemente attuate nel Continente, aumentano invece di risolvere l’instabilità nei paesi africani.

La Libia é l’esempio più maturo storicamente del caos prodotto dalla politica estera del Presidente Francois Hollande che supera in ambizione, arroganza e aggressività persino quella intrapresa dal suo predecessore Sarkozy. Al paese nord africano sono seguiti Mali e Repubblica Centroafricana.

Mentre in Libia la France-Afrique ha preferito adottare una strategia indiretta attraverso la NATO e supportando gruppi ribelli che inevitabilmente ora sono la principale fonte di instabilità nel paese, in Mali e RCA, “Pays des Negres” la Francia ha inviato le sue forze armate, liberando gli antichi spettri delle truppe coloniali.

Il risultato é evidente. Un Mali instabile e profondamente diviso su basi geografiche: nord e sud e su basi religiose: mussulmani e cristiani. La Repubblica Centroafricana sta vivendo le peggiori pulizie etniche della sua fragile e contraddittoria storia post indipendenza.

Le milizie cristiane, formate da brutali bande di disoccupati e analfabeti reclutati nei sobborghi più poveri di Bangui e nei villaggi all’interno del paese ma senza alcun apparente appoggio del clero cattolico, seminano terrore e morte nelle comunità mussulmane sia autoctone che straniere (Ciad, Senegal, Mali) in rivincita dei massacri precedetemene compiuti dalla coalizione ribelle dei Séléka. Massacri che sono stati superati, per ampiezza e organizzazione, dagli attuali compiuti da queste milizie cristiane sotto gli occhi indifferenti dei soldati francesi.

Prime timide voci di dissenso internazionale si arrischiano ad affermare che l’esercito francese non solo é indifferente, ma favorisce queste milizie. Secondo il parere di questi osservatori le milizie sarebbero state utilizzate come forma di pressione per costringere il Presidente ad Interim Michel Djotodia a dimettersi. Ora raggiunto l’obiettivo molti si pongono seri dubbi su un loro reale disarmo. Per la prima volta dai tempi del terrore dell’Imperatore Bokassa, in Centroafrica é ritornato il cannibalismo come forma rituale di sterminio totale del nemico.

Ritorniamo alla Libia. Quale é la situazione del paese nel 2014? Il bilancio é così deprimente che molti investitori e governi occidentali iniziano a rimpiangere i “bei tempi” del Colonnello Gaddafi.

Delle milizie tribali dal luglio 2013 controllano le istallazioni petrolifere dell’est del paese. La conseguenza diretta é il crollo della produzione petrolifera. Oggi la Libia riesce ad estrarre 250.000 barili giornalieri di greggio. Quantità ridicola se paragonata alla produzione giornaliera di 1,5 milioni di barili dell’ultimo periodo del regime di Gaddafi.

La Libia dipende esclusivamente dai profitti sui idrocarburi che rappresentano il 95% del Prodotto Lordo Interno. La scarsa produzione ha causato una perdita annuale di 9 miliardi di dollari, secondo le stime “approssimative” del Ministero del Petrolio, facendo sprofondare il paese in una povertà sperimentata dalla popolazione solo nel infausto periodo coloniale italiano. La perdita giornaliera di 1.250.000 barili di greggio sta mettendo a rischio gli approvvigionamenti energetici dell’Europa, tradizionale sbocco commerciale del petrolio libico, creando non poche difficoltà nel reperire fonti di approvvigionamento alternative.

La situazione economica diventa sempre più critica. Il Governo é costretto a ricorrere sempre più a dei prestiti per far fronte ai suoi impegni, ipotecando la futura produzione petrolifera.

L’occupazione dei giacimenti petroliferi all’est del paese é stata originata dalle accuse mosse dalla popolazione locale al governo di corruzione e malversazione economica. Accuse non del tutto infondate, che hanno costretto il Governo ad aprire un’inchiesta ufficiale di facciata.

Una decisione che ha acceso la miccia ai bellicosi sentimenti delle tribù del est che hanno reclamato l’autonomia della Cirenaica inserita in un sistema federale, dando vita ad un movimento armato in cui si é imposto Ibrahim Jodhrane, autoproclamatosi nell’agosto 2013 Presidente del Consiglio Politico della Cirenaica.

Dalla richiesta di autonomia a quella di indipendenza il passo é stato breve. Nel ottobre 2013 la Cirenaica ha annunciato la formazione del proprio Governo a causa del ostentato e miope rifiuto del Primo Ministro Ali Zeidan di negoziare con il movimento locale e concedere l’autonomia in una quadro istituzionale federalistico. La sua dichiarazione del settembre 2013 di illegalità del Consiglio Politico della Cirenaica ha distrutto ogni possibilità di mediazione del Consiglio Generale Nazionale con questo movimento armato e le tribù locali.

Ora il Primo Ministro Zeidan moltiplica le minacce al ricorso della forza contro le tribù dell’est senza però passare all’azione.

“Se il governo dovesse scegliere l’opzione militare per controllare il movimento indipendentista della Cirenaica, rischierebbe di complicare la situazione e far precipitare il paese in una fase estremamente critica”, ci spiega Khalled Al-Ballab, professore di scienze politiche presso l’Università Al-Margab.

Il Governo della Cirenaica si é imposto come entità politica separata dal resto della Libia, tentando di trattare con le multinazionali straniere, tra le quali la francese Total, per la vendita diretta del greggio, attirandosi le ire del Governo Centrale che ha definito il tentativo come un attentato alla sovranità nazionale.

Il Governo Libico é arrivato a minacciare di affondare le navi cisterna che trasporteranno il greggio venduto dai ribelli. Minaccia che evidenzia a che punto é giunto il Consiglio Generale Nazionale che ora nutre forti dubbi sulla lealtà dei suoi alleati occidentali.

Dubbi motivati dalla base di questa alleanza che spodestò il Colonnello Gaddafi: la possibilità di ottenere il greggio libico a prezzi scontati.

Se questa possibilità ora viene offerta da dei ribelli che controllano saldamente la Cirenaica e i giacimenti petroliferi perché le multinazionali europee e americane dovrebbero rinunciare? In nome di una lealtà al Governo Transitorio e dell’obbligo morale di onorare accordi che potrebbero rischiare di non essere più praticabili?

L’atteggiamento di queste multinazionali, che hanno fortemente influenzato le scelte dei governi europei e della Casa Bianca durante la guerra civile libica, dimostra che l’Occidente non era minimamente interessato alla caduta di un regime dittatoriale per instaurare la democrazia in Libia.

Una verità di pulcinella conosciuta fin dall’inizio nonostante le patetiche motivazioni di assistenza umanitaria e ripristino della pace che non fanno più leva nemmeno su mio figlio di 16 anni. Le stesse motivazioni adottate per la Repubblica Centrafricana per assicurarsi la continuità dei rifornimenti di uranio, che rappresentano il 40% dell’energia prodotta in Francia tramite le centrali nucleari.

La ribellione della Cirenaica rischia di portare altra instabilità a quella già presente nel paese.

Varie correnti all’interno del Consiglio Generale Nazionale stanno approfittando della situazione per indebolire il potere del Primo Ministro Zeidan, accusato di essere troppo debole dinnanzi ai ribelli e di non possedere la volontà necessaria per ristabilire la sicurezza nel paese, ormai sprofondato nell’anarchia delle varie milizie che parteciparono alla rivoluzione e che dovevano armoniosamente unirsi in un Governo Transitorio in attesa di elezioni democratiche secondo i rosei scenari dell’Eliseo.

Per tutto il dicembre 2013 vari deputati hanno tentato di far cadere il governo, senza riuscirci. Essi sono principalmente guidati dai Fratelli Mussulmani.

“Il Parlamento non é in misura di provocare la caduta del Governo per la semplice ragione che é incapace di rimpiazzarlo”, afferma l’analista politico libico Farj Najm.

Mentre all’interno del Consiglio Generale Nazionale si consuma il dibattito e il Primo Ministro Zeidan lotta disperatamente per mantenere il potere di quello che gli resta della Libia, la Cirenaica aumenta la sua determinazione all’indipendenza economica e politica mentre il resto del paese progressivamente si disintegra.

Nelle prime settimane del gennaio 2014 due stranieri, di nazionalità Inglese e Neozelandese, sono stati uccisi vicino ad un pozzo di gas a ovest di Tripoli cogestito da ENI e la National Oil Company compagnia statale libica. Vice Ministro dell’Industria, Hassan al-Droui, membro del Governo di Transizione fin dalla caduta di Gaddafi é stato abbattuto durante la visita ai suoi familiari a Sirte.

Violenti scontri sono scoppiati a Sebha tra le tribù arabe locali e i Toubous provocando un bilancio provvisorio di 19 morti e 20 feriti a causa dell’assassinio del Signore della guerra Awled Sleiman. Gli scontri hanno preoccupato il Governo ancora memore della guerra tribale del marzo 2012 dove perirono oltre 150 persone.

I Tobous é una tribù africana transfrontaliera dedita all’agricoltura che vive nel sud della Libia e nel nord del Ciad e Niger. Nel passato sono state vittime di tentativi di pulizie etnica attuati dalle tribù arabe.

I negoziati con le tribù Berbere sono falliti e la milizia berbera ha ripreso le ostilità contro il Governo Centrale rivendicando la partecipazione ai profitti derivanti dalla vendita dei idrocarburi.

Purtroppo l’esperienza della Libia non sembra essere stata seriamente analizzata dall’Eliseo che ora rispolvera il desiderio di regolare i conti con il Rwanda, paese satellite della France-Afrique perduto durante il genocidio del 1994; sostituirsi al Governo della Repubblica Democratica del Congo per le decisioni chiave politiche ed economiche approfittando del coma istituzionale volutamente creato dalla Famiglia Kabila per meglio depredare le risorse naturali del paese e… dulcis in fundis, appoggiare un’accozzaglia di ribelli che si combattono tra di loro contro il regime siriano, supportando a fior di centinaia di miglia di euro un fantomatico Coordinamento rivoluzionario nato e mantenuto a Parigi e Ankara di cui legalitá é confinata unicamente nelle azioni di marketing attuate dai media occidentali e da Al-Jazzera. Un Coordinamento che non ha il minino supporto non solo tra la popolazione siriana ma sopratutto tra la miriade di milizie ribelli che questo ente empirico afferma di rappresentare.

Good Job dear Hollande!

Fulvio Beltrami

Kigali, Rwanda.

adattamento da: https://africanvoicess.wordpress.com/2014/01/16/libia-lesempio-per-eccellenza-delle-crisi-senza-fine/

Libia 2014: il 95% dei libici afferma di stare peggio del 2011

a tre anni dall’ intervento straniero in Libia neanche un terzo dei libici afferma di stare meglio di prima. Una ricerca dell’Istituto danese contro la tortura Dignity, pubblicata dal Guardian, offre una panoramica della condizione del popolo libico tre anni dopo l’intervento della Nato e alle porte di un nuovo possibile intervento delle Nazioni Unite.

COLLASSO DEL PAESE. Le quasi tremila interviste realizzate dall’Istituto hanno portato a questi risultati: quasi un terzo della popolazione soffre di problemi mentali, come attacchi di ansia e depressione. Il 63,6 per cento dei libici teme l’instabilità politica, il 61 per cento il collasso del Paese. Il 56,6 per cento si sente insicuro nella propria città, mentre il 46,4 per cento vede un futuro fosco per il Paese.

POPOLAZIONE MARTORIATA. Inoltre, il 20 per cento delle famiglie libiche ha almeno un componente scomparso, l’11 per cento uno arrestato e il 5 per cento uno ucciso. Delle persone arrestate, il 46 per cento afferma di essere stato picchiato, il 20 per cento torturato e il 16 per cento soffocato. Tra il 3 e il 5 per cento degli arrestati sono stati abusati sessualmente o torturati con scariche elettriche.

UN ALTRO INTERVENTO ONU? In un momento in cui il governo “legittimo” si trova nell’est del Paese, a Tobruk, esiliato dagli islamisti che hanno conquistato Tripoli, a Bengasi si combattono l’esercito regolare e le milizie dei terroristi, mentre la città di Derna è occupata dallo Stato islamico, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha dichiarato: «La Libia è al collasso. Se l’Onu ce lo chiede, pronte le nostre truppe per aiutare il Paese (…) con un intervento di peacekeeping, rigorosamente sotto l’egida Onu».

LA RICETTA EGIZIANA. Come dimostrano i dati sopra pubblicati, il primo intervento sotto l’egida Onu ha prodotto risultati disastrosi. Il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi che ha da poco concluso una visita in Italia e Vaticano, ha chiesto di fare «fronte comune per combattere il terrorismo» e «stabilizzare la Libia» con questo piano: «[In Libia] – ha detto al Corriere della Sera – regna il caos, ma soprattutto si stanno creando basi jihadiste di estrema pericolosità. La Nato non ha completato la sua missione. Perché dopo la guerra che ha eliminato Gheddafi la Libia è stata abbandonata? Non credo a nuovi interventi militari e l’Egitto non ne ha compiuti e non ne compie. Invece la Comunità internazionale deve fare una scelta molto chiara e collettiva a favore dell’esercito nazionale libico e di nessun altro», rifornendolo di armi e intelligence. Anche se il piano del presidente egiziano dovesse funzionare, la sua approvazione dovrà scontrarsi con Qatar e Turchia, che hanno già messo il proprio cappello sopra le milizie islamiste che sconvolgono il Paese.

Informazioni prese da: http://www.tempi.it/libia-collasso-egitto-fronte-comune-islamisti-italia-ci-pensa

Perché l’Occidente voleva la caduta di Muammar Gheddafi?

Gli Africani dovrebbero pensare alle vere ragioni per cui i paesi occidentali stanno conducendo la guerra in Libia, Jean-Paul Pougala, scrive un un’analisi che ripercorre il ruolo del paese.

Per l‘Unione Africana lo sviluppo del continente era la Libia di Gheddafi che ha offerto a tutta l’Africa la sua prima rivoluzione in tempi moderni – collegando l’intero continente attraverso il telefono, la televisione, le trasmissioni radiofoniche e diverse altre applicazioni tecnologiche come la telemedicina e l’insegnamento a distanza grazie al ponte radio WMAX, una connessione a basso costo che è stata resa disponibile in tutto il continente, anche nelle zone rurali.

Tutto è iniziato nel 1992, quando 45 nazioni africane stabilirono RASCOM (Satellite African Regional Communication Organization), in modo che l’Africa avrebbe avuto un proprio satellite e tagliare i costi di comunicazione nel continente.

Questo è stato un momento in cui le telefonate, da e verso l’Africa, erano le più costose del mondo a causa dei 500 milioni di dollari di tassa annuale intascati dall‘Europa per l’utilizzo dei suoi satelliti come Intelsat per le conversazioni telefoniche, comprese quelle all’interno dello stesso paese.
Un satellite africano è costato una sola volta il pagamento di 400 milioni di dollari e il continente non ha più dovuto pagare un leasing annuale di 500 milioni di dollari. Quale banchiere non avrebbe finanziato un progetto del genere? Ma il problema è rimasto; come possono gli schiavi, cercare di liberarsi dallo sfruttamento del loro padrone chiedendo aiuto al capo di conseguire alla loro libertà? Non sorprende visto che la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, Stati Uniti, Europa hanno fatto solo vaghe promesse per 14 anni. Gheddafi ha messo fine a questi futili motivi dei ‘benefattori’ occidentali con i loro tassi di interesse esorbitanti. Lui stesso ha messo 300 milioni di dollari sul tavolo; la Banca Africana per lo Sviluppo ha aggiunto 50 milioni di US $ in più e la Banca per lo Sviluppo dell’Africa Occidentale un ulteriore 27 milioni di dollari. Ed è così che l’Africa ha avuto il suo primo satellite per le comunicazioni, il 26 dicembre 2007.

La Cina e la Russia hanno seguito l’esempio e condiviso la loro tecnologia e ci hanno aiutato a lanciare satelliti in Sud Africa, Nigeria, Angola, Algeria e un secondo satellite africano è stato lanciato nel luglio 2010. Il primo satellite completamente indigeno costruito e realizzato sul suolo africano, in Algeria, sarà pronto per il 2020. Questo satellite è destinato a competere con i migliori al mondo , ma a dieci volte meno del costo, una vera e propria sfida. Questo spiega come un semplice gesto simbolico di US $ 300 milioni abbia cambiato la vita di un intero continente. La Libia di Gheddafi è costato l’Occidente, non solo privandolo di US $ 500 milioni all’anno, ma per i miliardi di dollari di debito e degli interessi che il prestito iniziale avrebbe generato per gli anni a venire e in maniera esponenziale, contribuendo in tal modo a mantenere un sistema occulto al fine di saccheggiare il continente.

30 miliardi di dollari congelati da Obama appartengono alla Banca Centrale Libica ed erano stati stanziati come contributo libico a tre progetti chiave che avrebbero aggiunto il tocco finale alla Federazione Africana – l’African Investment Bank a Sirte, in Libia, l’istituzione del Fondo Monetario Africano che nel 2011 è stata basata in Yaounde con un fondo di capitale di 42 miliardi di dollari e la Banca Centrale Africana con sede ad Abuja, in Nigeria, che quando inizieranno a stampare denaro africano suonerà la campana a morto per il franco CFA attraverso il quale Parigi è stata in grado di mantenere la sua presa su alcuni paesi africani per gli ultimi 50 anni. E’ facile capire l’ira francese contro Gheddafi.

Il Fondo monetario africano è previsto per soppiantare totalmente le attività africane del Fondo Monetario Internazionale, che con soli 25 miliardi di dollari, è in grado di portare un intero continente in ginocchio e fargli ingoiare privatizzazioni discutibili come costringere i paesi africani a passare dal settore pubblico a monopoli privati​​. Non sorprende quindi che il 16-17 Dicembre 2010, gli africani abbiano respinto all’unanimità i tentativi dei paesi occidentali di aderire al Fondo Monetario Africano, dicendo che era aperto solo alle nazioni africane. E ‘sempre più evidente che, dopo la Libia, la coalizione occidentale andrà verso l’Algeria, perché a parte le sue enormi risorse energetiche, il Paese ha riserve di liquidità di circa 150 miliardi. Questo è ciò che attira i paesi che stanno bombardando la Libia e tutti hanno una cosa in comune – sono praticamente in bancarotta.

I soli Stati Uniti, hnno un debito impressionante di 14, 000 miliardi $ US, Francia, Gran Bretagna e Italia hanno ciascuno 2,000 miliardi US $ di deficit pubblico rispetto ai meno di 400 miliardi di dollari di debito pubblico per i 46 paesi africani messi insieme. Istigano guerre sporche in Africa, nella speranza che questo possa rivitalizzare le loro economie che stanno sprofondando sempre più nella stasi della fine e accelerare il declino occidentale che in realtà è iniziata nel 1884 durante la famigerata conferenza di Berlino. Come l’economista americano Adam Smith predisse nel 1865 quando ha pubblicamente sostenuto Abraham Lincoln per l’abolizione della schiavitù, ‘l’economia di qualsiasi paese che si basa sulla schiavitù dei neri è destinata a scendere negli inferi il giorno in cuiquei paesi si risvegliano‘.

UNITÀ REGIONALE COME UN OSTACOLO PER LA CREAZIONE DI UN STATI UNITI D’AFRICA
Per destabilizzare e distruggere l’Unione africana che stava virando pericolosamente (per l’Occidente) verso gli Stati Uniti d’Africa sotto la guida di Gheddafi, l’Unione europea prima ha provato, senza successo, a creare l‘Unione per il Mediterraneo (UPM). Il Nord Africa in qualche modo doveva essere tagliato fuori dal resto dell’Africa, utilizzando il vecchio cliché razzista dei secoli 18 e 19, che sosteneva che gli africani di origine araba erano più evoluti e civilizzati rispetto al resto del continente. Questo non è riuscita perché Gheddafi ha rifiutato di farsi comprare. Ben presto ha capito a che gioco veniva invitato a giocare quando solo una manciata di paesi africani sono stati invitati ad aderire al gruppo del Mediterraneo senza informare l’Unione Africana, ma invitando tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea.

Senza la forza trainante della Federazione africana, l’UPM fallito ancora prima di iniziare, nato morto con Sarkozy come presidente e Mubarak come vice presidente. Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé ora sta tentando di rilanciare l’idea, speculando senza dubbio sulla caduta di Gheddafi. Ciò che i leader africani non riescono a capire è che, fintanto che l’Unione Europea continua a finanziare l’Unione Africana, lo status quo rimarrà, perché non ci sarà nessuna vera indipendenza. Questo è il motivo per cui l’Unione Europea ha promosso e finanziato raggruppamenti regionali in Africa. E ‘ovvio che la Comunità Economica dell’Africa Occidentale (ECOWAS), che ha un’ambasciata a Bruxelles e dipende per la maggior parte dei suoi finanziamenti sull’Unione Europea, è un avversario fastidioso alla Federazione Africana.

Ecco perché Lincoln ha combattuto nella guerra di secessione degli Stati Uniti, perché il momento in cui un gruppo di paesi si riuniscono in una organizzazione politica regionale, indebolisce il gruppo principale. Questo è ciò che l’Europa ha voluto e gli africani non hanno mai capito il piano di gioco, creando una pletora di gruppi regionali, COMESA, UDEAC, SADC, e il Grande Maghreb che non ha mai visto la luce del giorno grazie a Gheddafi che aveva capito cosa stava succedendo.

GHEDDAFI, L‘AFRICANO CHE HA PURIFICATO IL CONTINENTE DALL’UMILIAZIONE DELL’APARTHEID
Per la maggior parte degli africani, Gheddafi è un uomo generoso, un umanista, conosciuto per il suo sostegno disinteressato per la lotta contro il regime razzista in Sud Africa. Se fosse stato un egoista, non avrebbe rischiato l’ira dell’Occidente per aiutare l’ANC sia militarmente che finanziariamente nella lotta contro l’apartheid. Questo era il motivo per cui Mandela, subito dopo la sua liberazione da 27 anni di carcere, ha deciso di rompere l’embargo delle Nazioni Unite viaggiando in Libia il 23 ottobre 1997. Per cinque lunghi anni, nessun aereo ha potuto atterrare in Libia a causa dell’embargo. Nel bisogno era necessario prendere un aereo per la città tunisina di Jerba e proseguire su strada per cinque ore per raggiungere Ben Gardane, attraversare il confine e proseguire su una strada nel deserto per tre ore prima di raggiungere Tripoli.
L’altra soluzione era quella di passare per Malta e traghettare nella notte su imbarcazioni rischiose fino alla costa libica. Un viaggio infernale per un intero popolo, semplicemente per punire un uomo. Mandela non usa mezzi termini quando l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton disse che la visita è stata ‘sgradita’ dagli USA – ‘Nessun paese può pretendere di essere il poliziotto del mondo e nessuno Stato può dettare all’altro ciò che deve fare‘. E ha aggiunto – ‘. Quelli che ieri erano amici dei nostri nemici hanno la faccia tosta oggi per dirmi di non visitare il mio fratello Gheddafi, ci consigliano di essere ingrati e dimenticare i nostri amici del passato‘, infatti, l’Occidente ancora consideravano il Sud africani razzisti per essere loro fratelli che avevano bisogno di essere protetti. Ecco perché i membri dell’ANC, tra cui Nelson Mandela, erano stati considerati pericolosi terroristi.

E ‘stato solo il 2 luglio 2008, che il Congresso degli Stati Uniti, infine, ha votato una legge per rimuovere il nome di Nelson Mandela e dei suoi compagni dell’ANC dalla loro lista nera, non perché si sono resi conto di quanto stupido era la lista, ma perché volevano celebrare il 90 ° compleanno di Mandela . Se l’Occidente era veramente dispiaciuto per il suo sostegno passato ai nemici di Mandela e veramente sincero quando chiamano le strade e i luoghi a suo nome, come possono continuare a fare la guerra contro qualcuno che ha aiutato Mandela e il suo popolo ad essere vittoriosi su Gheddafi? Sono GLI STESSI DEMOCRATICI, coloro che vogliono esportare la democrazia ? E se la Libia di Gheddafi fosse più democratica degli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e altri paesi che muovono macchine da guerra per esportare la democrazia in Libia?

Il 19 marzo 2003, il presidente George Bush ha cominciato a bombardare l’Iraq con il pretesto di portare la democrazia. Il 19 marzo 2011, esattamente otto anni dopoo, è stato il turno del presidente francese a far piovere bombe sulla Libia, ancora una volta, sostenendo che era per portare la democrazia. Il vincitore del premio Nobel per la pace il presidente Usa Obama disse che il suo scopo era quello di spodestare il dittatore e introdurre la democrazia. scatenando missili da crociera dai sottomarini. La domanda che chiunque con intelligenza, anche minima, non può fare a meno di chiedere è la seguente: sono paesi come la Francia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti, Italia, Norvegia, Danimarca, Polonia, che difendono il loro diritto a bombardare la Libia sulla forza del loro auto proclamato stato democratico veramente democratica ? Se sì, essi sono più democratici della Libia di Gheddafi?

La risposta in realtà è un clamoroso NO, per la ragione pura e semplice che la democrazia non esiste. Questo non è un parere personale, ma una citazione di qualcuno nato della città di Ginevra, che ospita la maggior parte delle istituzioni delle Nazioni Unite. La citazione è di Jean Jacques Rousseau, nato a Ginevra nel 1712 e che scrive nel quarto capitolo del terzo libro del famoso ‘contratto sociale‘ che ‘non c’è mai stata una vera democrazia e non ci sarà mai.‘
Rousseau enuncia quattro condizioni per un paese ad etichettare una democrazia e in base a questi la Libia di Gheddafi è molto più democratico degli Stati Uniti, la Francia e gli altri che sostengono di esportare la democrazia:.

1 lo Stato: più grande è un paese, meno democratico può essere. Secondo Rousseau, lo Stato deve essere estremamente piccolo in modo che le persone possono incontrarsi e conoscersi. Prima di chiedere alla gente di votare, si deve garantire che tutti conoscano tutti, altrimenti il voto sarà un atto senza alcuna base democratica, un simulacro di democrazia per eleggere un dittatore. Lo stato libico si basa su un sistema di alleanze tribali, per definizione gruppo di persone insieme in piccole entità. Lo spirito democratico è molto più presente in una tribù, in un villaggio che in un grande paese, semplicemente perché le persone si conoscono, condividono un ritmo di vita comune, che comporta una sorta di auto-regolamentazione o addirittura auto-censura. Da questo punto di vista, sembrerebbe che la Libia si adatta alle condizioni di Rousseau meglio di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, tutte società altamente urbanizzate dove la maggior parte dei vicini non si dicono nemmeno ciao a vicenda e quindi non si conoscono, anche se hanno vissuto fianco a fianco per 20 anni. Questi paesi hanno scavalcato questa fase saltando alla fase successiva – ‘voto‘ – che è stato abilmente santificato per offuscare il fatto che votare sul futuro del paese è inutile se l’elettore non conosce gli altri cittadini. Questo è stato spinto ai limiti ridicoli con diritto di voto che viene data alle persone che vivono all’estero. Comunicare è una precondizione per qualsiasi dibattito democratico prima delle elezioni.

2. Semplicità nelle abitudini e modelli di comportamento sono inoltre essenziali se si vuole evitare di spendere la maggior parte del tempo a discutere su procedure legali e giudiziarie al fine di far fronte alla moltitudine di conflitti di interesse inevitabili in una società grande e complessa. I Paesi occidentali definiscono loro stessi nazioni civili con una struttura sociale più complessa mentre la Libia è descritta come un paese primitivo con un semplice insieme di costumi. Questo aspetto indica che la Libia corrisponde meglio ai criteri democratici di Rousseau di tutti coloro che cercano di dare lezioni di democrazia. I conflitti nelle società complesse sono più spesso vinte da chi ha più potere, motivo per cui i ricchi riescono a evitare la prigione, perché possono permettersi di assumere migliori avvocati e invece organizzarsi per la repressione dello Stato che invece sarà diretto contro qualcuno che ha rubato una banana in un supermercato piuttosto che ad un criminale finanziario che ha rovinato una banca. Nella città di New York, per esempio, dove il 75 per cento della popolazione è bianca, l’80 per cento dei posti di direzione sono occupati da bianchi che costituiscono solo per il 20 per cento delle persone incarcerate.

3. Parità di status e di ricchezza:. Uno sguardo alla classifica di Forbes 2010 mostra che le persone più ricche sono in ciascuno dei paesi che attualmente bombardano la Libia; un esercizio simile sulla Libia rivelerà che in termini di distribuzione della ricchezza, la Libia ha molto più da insegnare a coloro che combattono ora, e non il contrario. Quindi anche qui, utilizzando i criteri di Rousseau, la Libia è più democratica delle nazioni stanno pomposamente fingendo di portare la democrazia. Negli Stati Uniti, il 5 per cento della popolazione possiede il 60 per cento della ricchezza nazionale, il che rende la società più ineguale e squilibrata nel mondo.

4 No lussi:. Secondo Rousseau non ci può essere alcun lusso se ci deve essere la democrazia. Il lusso, dice, fa della ricchezza una necessità che diventa poi una virtù in sé, e non il benessere del popolo diventando l’obiettivo da raggiungere a tutti i costi, ‘il lusso corrompe sia il ricco che il povero, l’uno attraverso il possesso e l’altro per invidia; rende la nazione morbida e preda della vanità; allontana la gente dallo Stato e li rende schiavi ‘.
C’è più lusso in Francia che in Libia? Le relazioni sui dipendenti che commettono suicidio a causa delle condizioni di lavoro stressanti anche in aziende pubbliche o semi-pubbliche, tutto in nome della massimizzazione del profitto per una minoranza e il loro mantenimento nel lusso, accade in Occidente, non in Libia. Il sociologo americano C. Wright Mills scrisse nel 1956 che la democrazia americana è stata una ‘dittatura della elite‘. Secondo Mills, gli Stati Uniti non è una democrazia perché è il denaro che parla durante le elezioni e non il popolo. I risultati di ogni elezione sono l’espressione della voce dei soldi e non la voce del popolo.

Dopo Bush senior e Bush junior, stanno già parlando di un più giovane Bush per le primarie repubblicane del 2012. Inoltre, come Max Weber ha sottolineato, dal momento che il potere politico dipende dalla burocrazia, gli Stati Uniti hanno 43 milioni di burocrati e militari che governano efficacemente il paese, ma senza essere eletto e non sono responsabili per le persone per le loro azioni. Una persona (un ricco) viene eletto, ma il potere reale sta con la casta dei ricchi, che poi vengono nominato per essere ambasciatori, generali, ecc.

Questo è solo una breve accenno del lungo articolo di Jean-Paul Pougala diviso in 5 parti che
puoi leggere QUI in inglese

Originale, con tutti i link: https://africanvoicess.wordpress.com/tag/debito-pubblico/

Haftar: come un traditore viene fatto passare per “salvatore” della Libia

in questi giorni (eravamo a dicembre 2014), si trovano molti articoli, reportage, perfino qualche intervista al generale Haftar, ci viene spiegato che è l’ unica salvezza per la Libia, che combatte gli islamisti, ecco uno di questi articoli.

«Combatto il terrorismo anche per voi: se vince in Libia arriva in Italia»
Parla il leader degli anti-islamici, il generale Haftar, ex comandante di Gheddafi, tornato in Libia nel 2011: «Non sono un uomo della Cia, ma ora mi servono armi»
di Francesco Battistini, Generale Haftar, state per conquistare Bengasi?
«Lo spero. L’importante è che il parlamento libico lasci Tobruk e torni a lavorare nella città liberata dalle milizie islamiche. Il mio compito è di portarcelo. Mi sono dato una deadline: il 15 dicembre…».
Di colpo, salta la luce e gli uomini della sicurezza gli sono subito addosso. Nel buio, il generale dice «è la guerra a Bengasi, afwan»: scusate… L’unico sorriso che ci concede è di sollievo, quando la stanza si riaccende. Vecchio uomo nuovo della rivoluzione libica, una faccia socchiusa alle emozioni, a 71 anni Khalifa Haftar sa maneggiare la paura. Il più osservato dai lealisti di Tobruk e dalle milizie di Zintan, che sospettano della sua ambizione. Il più odiato dai fratelli musulmani di Tripoli, che hanno messo una taglia su di lui temendone i grandi protettori al Cairo e nel Golfo. Vive nascosto tra questa casamatta color senape dell’eliporto di Al Marj, l’antica Barca alle porte di Bengasi, e decine di rifugi che cambia ogni notte. Sospettoso di tutti, irraggiungibile da molti. Ci vogliono due settimane d’appuntamenti mancati, i fedelissimi della brigata 115-S che ti svitano

pure la biro, e controllano ogni pulsante del fotoreporter Gabriele Micalizzi, prima d’arrivare a stringergli la mano e chiedergli un’intervista in esclusiva per il Corriere . Tre figli al fronte con lui. Due figlie all’estero sotto copertura. Dopo vent’anni d’America, a metà fra la guerra lampo e il golpe, lo scorso febbraio il generale è spuntato dal nulla e ha lanciato la sua Operazione Karama (dignità) contro gl’islamisti di Alba libica e Ansar al Sharia. Alle spalle ha un piccolo mappamondo. In mente, una Libia senza barbe fanatiche. Nel cuore, un antico condottiero dell’Islam: «Khaled Ibn Al Walid. Lo conosce? E’ il più grande stratega della storia. Prima combatté i musulmani, poi si convertì e si mise con loro. Senza perdere mai una battaglia. Ancora oggi uso certe sue tattiche…».
Come quella su Tripoli? Ha appena lanciato un’offensiva pesante…
«Con Tripoli è solo l’inizio: ci servono più forze, più rifornimenti. Mi sono dato tre mesi, ma forse ne basteranno meno: gl’islamisti d’Alba libica non sono difficili da combattere, come non lo è l’Isis che sta a Derna. La priorità resta Bengasi: Ansar al
Sharia è ben addestrata, richiede più impegno. Anche se non ha grandi strateghi militari e ormai siamo in vantaggio: controlliamo l’80 per cento della città».
A Vienna i leader mondiali hanno detto che il vuoto di potere, in questa guerra civile, fa paura.
«Finalmente se ne accorgono. Il parlamento a Tobruk è quello eletto dal popolo. Quella di Tripoli è un’assemblea illegale e islamista che vuole portare indietro la storia. Ma la vera minaccia sono i fondamentalisti che cercano d’imporre ovunque la loro volontà. Tripoli s’affida a loro, lascia che combattano contro di noi a Bengasi. Ansar al Sharia usa la spada in tutto il mondo arabo ed è appena finita nella lista Onu del terrorismo. Se prende il potere qui, la minaccia arriverà da voi in Europa. Nelle vostre case».
Vuol dire che lei sta combattendo per noi?
«Certo. Combatto il terrorismo nell’interesse del mondo intero. La prima linea passa per la Siria, per l’Iraq. E per la Libia. Gli europei non capiscono la catastrofe che si rischia da questa parte di Mediterraneo. Attraverso l’immigrazione illegale, ci arrivano jihadisti turchi, egiziani, algerini, sudanesi. Tutti fedeli ad Ansar al Sharia o all’Isis: quanti italiani sanno che davanti a casa loro, a Derna, è stato proclamato il califfato e si tagliano le teste? L’Europa deve svegliarsi».
S’aspetta un sostegno in armi, come quello dato ai curdi?
«Non c’è bisogno di venire e dirvi: per favore, aiutatemi. Siete voi che dovete capire se è il caso di aiutare Haftar. L’Egitto, l’Algeria, gli Emirati, i sauditi ci mandano armi e munizioni, ma è tecnologia vecchia. Non chiediamo che ci mandiate truppe di terra o aerei a bombardare: se abbiamo le forniture militari giuste, facciamo da noi. Il mondo vede i nostri soldati decapitati, le autobombe, le torture: potete accettare tutto questo?».
Vuole ricacciare in un angolo i fratelli musulmani: Haftar si candida a essere per la Libia quel che è stato il generale Al Sisi per l’Egitto?
«L’Egitto e Al Sisi sono una cosa molto diversa dalla Libia. L’unica cosa in comune è che finalmente sono i popoli a scegliere. Poi, c’è la mia posizione politica. Ho iniziato Karama per rispondere alla richiesta dei libici che non ne potevano più. Se sarà necessario, continueremo insieme la nostra battaglia militare e poi politica».
Operazione Dignità: l’ha inventato lei, questo nome?
«Certo. Ci sono due parole: operazione, che significa il percorso militare per raggiungere un risultato; karama, che nasce dalla domanda “di che cosa abbiamo bisogno?”. L’ho chiesto ai miei ufficiali. Molti suggerivano il nome d’Omar Mukhtar, l’eroe libico. Ma quello che stiamo affrontando è più di quel che affrontò Mukhtar. Dignità è una parola che dà la speranza in qualcosa che i soldi o il petrolio non ti possono dare».
Amnesty ha avuto parole molto dure sulle sue milizie. E si dice che lei sia pagato dagli Usa: gli americani che la liberarono da una prigione del Ciad, quando Gheddafi l’aveva mollata; la Cia che le diede casa a pochi chilometri dalla sua sede di Fort Langley…
«Karama non è legata ad altri Paesi. Nasce dai libici. Io sto combattendo una guerra chiara e trasparente a pochi chilometri da dove sono nato. Ho fatto molte campagne, dal Kippur al Ciad, sono abituato alla vita militare, ma questa è la mia sfida più dura. Purtroppo, ci sono politicanti che mestano nel torbido, m’associano alla Cia per screditarmi».
Si può dire almeno che gli americani l’apprezzeranno, se riuscirà a vendicare l’uccisione del loro ambasciatore a Bengasi, Chris Stevens…
«Deborah Jones, l’ambasciatrice Usa, non mi sponsorizza, tutt’altro. Quando l’ho sentita parlare, ho pensato che piuttosto sostenesse i Fratelli musulmani: Washington sta giocando una partita ambigua e doppia, come gli europei…».
Ha parlato della sua guerra del Kippur: accetterebbe un aiuto da Israele?
«Il nemico del mio nemico è mio amico. Perché no? Ma non credo che Israele mi appoggerebbe, sono troppo impegnati a destabilizzare la Libia attraverso il terrorismo».
Preso da: http://www.corriere.it/esteri/14_novembre_28/combatto-terrorismo-anche-voi-se-vince-libia-arriva-italia-194b88b0-76c9-11e4-90d4-0eff89180b47.shtml

Non dimentichiamo mai che Haftar è un uomo della CIA, ha avuto un suo ruolo nella finta rivoluzione, INVASIONE NATO/RATTI del 2011, ed adesso gli stessi invasori vogliono metterlo a capo della loro colonia Libia.
Dalle poche notizie che arrivano dalla Libia ( peraltro tutte presenti sui social media), NON è Haftar che combatte i terroristi islamici, ma le tribù libiche oneste, il popolo, la gente, quelli che non si sono venduti.