Libia: prima e dopo Gheddafi

19 ottobre 2017

A distanza di 6 anni dalla “rivoluzione per la libertà” la Libia è disgregata in diversi territori controllati da vari gruppi armati.
Libia prima e dopo Gheddafi

 

Le due principali forze politiche in conflitto non riescono fino ad oggi a formare un unico governo.

Preso da: https://it.sputniknews.com/infografica/201710195157951-Libia-prima-e-dopo-Gheddafi/

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La Libia, dall’era Gheddafi ai giorni nostri

Nel 1967 il colonnello Gheddafi ereditò una delle Nazioni più povere in Africa ma, al momento in cui il leader libico fu assassinato, aveva trasformato la Libia in una nazione fra le più ricche.


La Libia aveva il più alto PIL pro capite e la speranza di vita nel paese era in costante crescita, nel contempo pochissime persone vivevano sotto la soglia di povertà rispetto ad altri paesi africani. In oltre quaranta anni Gheddafi aveva promosso la democrazia economica utilizzando la ricchezza del petrolio per sostenere programmi di assistenza sociale per tutti i libici. Sotto il governo di Gheddafi i libici godevano di assistenza sanitaria e istruzione gratuita, ma anche l’energia elettrica era a zero costo e i prestiti bancari alle famiglie, per mutui o spese per le normali attività domestiche, venivano erogati senza applicare alcun interesse.

A differenza di molte altre nazioni arabe, le donne nella Libia di Gheddafi avevano il diritto all’istruzione, ricoprivano incarichi pubblici, potevano sposare chi volevano, divorziare, possedere beni e disporre di un reddito. Nel 1969 solo poche donne frequentavano l’Università mentre nel 2011 più della metà degli studenti universitari della Libia erano donne. Una delle prime leggi operate da Gheddafi nel 1970 era la pari retribuzione fra uomini e donne.
Il 4 gennaio 2011 lo stesso Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva riconosciuto ed elogiato Gheddafi (leggi il documento) per la sua promozione dei diritti civili e delle donne. In pratica prima lo hanno lodato e pochi mesi dopo chi lo ha ucciso si è giustificato dicendo di aver liberato il mondo da un pericoloso e sanguinario dittatore. Assurdo!

Il dopo Gheddafi

A seguito del scellerato intervento francese e della NATO del 2011, la situazione attuale è un vero disastro annunciato. La Libia è ormai uno stato fallito e la sua economia è allo sfascio. Non vi è un controllo governativo e l’amministrazione dello Stato scivola tra le dita dei fantocci eletti dall’ONU per finire nelle mani dei combattenti delle milizie locali, facenti parte di tribù islamiste che al tempo di gheddafiana memoria erano dei classici criminali.

In pratica l’occidente ha consegnato le chiavi della nazione a una banda di assassini spietati e senza regole. Tutto questo pur di liberarsi di un Gheddafi che aveva finanziato metà campagne elettorali dei leader democratici europei (Sarkozy per esempio).
Il risultato oggi è ben chiaro: per merito dell’intervento Francia/Nato la Libia ha ora due governi, ognuno di questi con il proprio primo ministro, Parlamento e persino esercito.
Il Parlamento, quello che era stato eletto per volere dell’ONU e riconosciuto dalla cosiddetta ‘comunità internazionale’, è stato spazzato via da Tripoli dalle milizie islamiste che poi hanno assunto il controllo della capitale nonché in altre città. Nella parte orientale del paese, quello che tutti riconoscono come il governo ‘legittimo’ e dominato da coloro che si professano anti-islamisti, è stato esiliato a un migliaio di chilometri di distanza dalla capitale, precisamente a Tobruk, e di fatto non governa più nulla.
La caduta di Gheddafi ha creato tutti gli scenari peggiori del paese: le ambasciate occidentali non esistono più, il sud del paese è diventato un rifugio per i terroristi e il nord un centro del traffico di migranti. Egitto, Algeria e Tunisia hanno chiuso tutti i loro confini con la Libia. Nel paese vi è un contesto di illegalità assoluta, si va dallo stupro diffuso agli omicidi di massa che restano assolutamente impuniti.

La strategia futura della CIA

 L’America, da sempre impegnata a esportare libertà e democrazia nel mondo :-), riesce a contribuire in questo disastroso scenario alimentando una terza via. Non bastano i due governi, ormai totalmente inutili e inetti, ora in Libia ci sono gli Stati Uniti che aprono un nuovo scenario con una terza forza, totalmente indipendente dalle altre due. Ed è la solita CIA, il servizio di maggior intelligence 🙂 esistente al mondo, a individuare la soluzione di tutti i mali libici attraverso la figura del generale Khalifa Belqasim Haftar quale prossimo leader libico e, per questo, l’interessato già mira ad autoproclamarsi ‘nuovo dittatore’ della Libia.
Tanto per capire di che personaggio stiamo parlando, si sappia che il generale Haftar, antico nemico giurato di Gheddafi tanto da dover fuggire dal paese, si era trasferito in USA, in Virginia, guarda caso proprio vicino al quartier generale della CIA, dove si dice sia stato addestrato dall’Agenzia per prendere parte ai numerosi tentativi di golpe in Libia, sempre falliti fino al 2011, per rovesciare Gheddafi.
Non solo, nel 1991 il New York Times riferiva che Haftar era uno dei seicento soldati libici addestrati dalla CIA in atti di sabotaggio e altre azioni di guerriglia per rovesciare il regime di Gheddafi. Questo mini esercito libico/americano è stato costituito dal presidente Reagan e mantenuto integro fino all’intervento francese del 2011.

Il vero obiettivo dell’occidente

In realtà, l’obiettivo dell’occidente non era certo quello di aiutare il popolo libico, asserendo che in Libia si era oppressi e soffocati da un dittatore talmente crudele che aveva la colpa di aver contribuito a far vivere il più alto tenore di vita in Africa, bensì di spodestare Gheddafi, installare un regime fantoccio e ottenere il controllo delle risorse naturali della Libia.
Non ci vuole un Qi troppo elevato per capirlo, eppure dai mass media leggiamo ancora oggi che la Libia è stata liberata da un tiranno per garantire la democrazia e gli equilibri in Medio Oriente. E il bello è che ci credono in tanti.

Un decennio di fallimenti militari giustificato da un business miliardario

Qualche anno fa la Nato ha dichiarato che la missione in Libia era stato “uno dei più riusciti nella storia della Nato”. A parte il fatto che molto del merito va alla ‘furbesca’ Francia e non certo alla Nato, la verità è sotto gli occhi di tutti: questo intervento occidentale non ha prodotto nulla se non fallimenti colossali in Libia, Iraq e Siria. E parliamoci chiaro: prima del coinvolgimento militare occidentale, queste tre nazioni erano gli Stati più moderni e laici esistenti in Medio Oriente e in tutto il nord Africa, con il più alto tasso di godimento dei diritti della donna e del tenore di vita.
Un decennio di fallimentari spedizioni militari in Medio Oriente ha lasciato il popolo americano un trilione di dollari di debito. Tuttavia qualcuno in particolare negli USA hanno beneficiato immensamente per tali costose e mortali guerre: l’industria militare americana.
La costruzione di nuove basi militari significa miliardi di dollari per l’élite militare statunitense. È dai tempi del bombardamento dell’Iraq che gli Stati Uniti hanno costruito nuove basi militari in Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita. Dopo l’Afghanistan gli Stati Uniti hanno costruito basi militari in Pakistan, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, mentre dopo la Libia hanno realizzato nuove basi militari in Seychelles, Kenya, Sud Sudan, Niger e Burkina Faso.
In tutti questi paesi a presenza militare americana sono a basso tenore di vita della popolazione e a forte limitazione delle libertà individuali, delle donne in special modo.
Infine, il flusso dei migranti rischia di far ‘scoppiare’ l’Europa. E qui ricordo la profezia di Gheddafi che, a quanto pare, si sta puntualmente avverando quando nel 2011 disse:

“State bombardando il muro che si erge sulla strada dei migranti e dei terroristi verso l’Europa”.

Di ogni intervento americano nel mondo non esiste un fattore positivo per l’Umanità, bensì serve a rendere invincibile chi, come Trump, dice di avere “il pulsante più grande che, tra l’altro, funziona”.
Eh sì, vediamo bene come funziona.
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Preso da: https://www.agoravox.it/La-Libia-dall-era-Gheddafi-ai.html

Dal tribunale dell’Onu ai crimini di guerra in Libia: ecco come Ocampo ha aiutato Haftar

Dopo aver diretto le indagini della Corte Penale Internazionale, il giurista argentino si è messo a lavorare per una delle fazioni del conflitto. Quella del generale che controlla la Cirenaica. Ben sapendo degli orrori commessi dai suoi uomini sul campo
di Stefano Vergine e EIC Network – Indagine di Hanneke Chin-A-Fo, NRC

29 settembre 2017

Dal tribunale dell'Onu ai crimini di guerra in Libia: ecco come Ocampo ha aiutato Haftar 

È stato uno dei magistrati più importanti al mondo: il primo procuratore capo dell’Icc, la Corte penale internazionale de L’Aia, il tribunale creato dall’Onu per giudicare i crimini di guerra. Ma Luis Moreno Ocampo, argentino classe 1952, non è solo questo. Migliaia di documenti ottenuti dalla testata online francese Mediapart e analizzati dal consorzio giornalistico Eic, di cui fa parte L’Espresso, permettono di svelare retroscena inediti sull’uomo che per nove anni ha diretto le più importanti indagini sui crimini di guerra.  A partire dalle sue società offshore , scatole basate in paradisi fiscali e usate per movimentare soldi, anche durante il suo mandato all’Icc.

Studiando le carte, il consorzio giornalistico Eic ha ricostruito una vicenda che interessa da vicino l’Italia. Una storia che riguarda la Libia, nazione che Ocampo conosce bene avendo condotto le indagini che portarono nel giugno del 2011 a spiccare mandati d’arresto contro Muhammar Gheddafi, suo figlio Saif al-Islam e il capo dei servizi segreti militari, Abdullah al Senussi. Una volta lasciato l’incarico al Tribunale de l’Aia, l’avvocato sudamericano si è messo in proprio. Ha ottenuto un contratto da 3 milioni di dollari per offrire consulenza legale all’uomo d’affari libico Hassan Tatanaki, con l’obiettivo ufficiale di portare “la pace nel Paese nordafricano”.

Peccato che Tatanaki non sia un uomo qualunque. È un alleato di Khalifa Haftar, il generale che controlla la parte orientale del Paese e sta oggi trattando con le potenze mondiali per disegnare il futuro assetto del Paese. Insomma, l’ex procuratore capo della Corte internazionale si è messo a lavorare per una delle fazioni in guerra. E ha continuato a farlo pur sapendo che lo stesso Tribunale stava indagando su possibili crimini contro l’umanità commessi da Haftar e dai suoi luogotenenti.

Il rapporto professionale tra Ocampo e Tatanaki inizia a marzo del 2015, tre anni dopo che il giurista argentino ha lasciato l’Aia. Il progetto si chiama Justice First, un’organizzazione fondata dallo stesso Tatanaki e definita super partes. Il compito affidato all’ex procuratore capo dell’Icc è infatti quello di raccogliere prove sulla violazione dei diritti umani da parte delle fazioni in guerra e portarle all’attenzione della Corte Internazionale, oltre che dei giudici libici. «È un modo per sbloccare i negoziati», spiegò nel maggio del 2015 Ocampo in un’intervista alla Cnn, «senza giustizia in Libia ci saranno più ritorsioni e più sangue». Come dire: se i cattivi vengono messi fuori gioco, si creeranno maggiori possibilità affinché i leader tribali si accordino per la pace.

Per tutto questo Ocampo verrà compensato, e con un paga di molto superiore rispetto a quella che percepiva a l’Aia. Il suo stipendio netto da procuratore capo del Tribunale internazionale era di 150mila dollari all’anno. L’offerta libica prevede invece un contratto di tre anni, con una paga da 1 milione di dollari lordi all’anno più un diaria da 5mila dollari. Il problema non è però lo stipendio, ma il profilo del nuovo datore di lavoro dell’avvocato argentino.

Tatanaki è un miliardario che ha fatto fortuna sotto Gheddafi, collaborando anche personalmente con la famiglia dell’ex leader libico. Proprietario della Challenger Limited, una società che lavora per le grandi compagnie petrolifere, ha presto allargato i suoi interessi all’agricoltura, all’immobiliare e al settore dei media. E subito dopo la caduta del regime, si è messo a lavorare per riportare stabilità nel Paese con il progetto Justice First. Ma Tatanaki non è un semplice peacemaker. È in stretto contatto con Haftar, da lui stesso definito un partner. Insomma sostiene una delle fazioni in guerra.

I documenti analizzati dal network Eic non aiutano a capire se Ocampo fosse consapevole fin dal principio di questo conflitto d’interessi. Ma di certo lo ha capito poco dopo aver iniziato il suo nuovo lavoro da consulente. Il 12 maggio 2015, sei giorni dopo la presentazione ufficiale del progetto Justice First, la Corte Penale Internazionale è al lavoro proprio sulla Libia. Fatou Bensouda, la giurista gambiana succeduta a Ocampo, informa il Consiglio di Sicurezza dell’Onu delle notizie a sua disposizione.

Dice di aver notato che le truppe di Haftar, così come la maggior parte delle fazioni sul campo, ignorano continuamente il rispetto dei diritti umani. La nuova responsabile della Procura de l’Aia si definisce «preoccupata» per l’Operazione Dignità, l’offensiva militare lanciata da Haftar nel 2014 intorno alla città di Bengasi con l’obiettivo ufficiale di combattere l’Isis, ma diretta in realtà anche contro altre milizie coinvolte nella guerra. La preoccupazione di Bensouda deriva dal fatto che, attraverso l’Operazione Dignità, Haftar e il suo “Esercito Nazionale Libico” stanno bombardando aree densamente popolate, causando così la morte di parecchi civili, e non mancano i sospetti di tortura sui prigionieri di guerra.

Sei giorni dopo, il 18 maggio, avviene un altro fatto che dovrebbe far capire chiaramente a Ocampo di aver scelto un cliente sbagliato. L’avvocato argentino riceve una email da una sua ex collaboratrice che lavora ancora presso il Tribunale de l’Aia. «I miei colleghi stanno trovando cose preoccupanti su Tatanaki. Volevo condividerle con te», si legge nel messaggio. Ocampo viene così a sapere che una delle televisioni possedute da Tatanaki poco tempo prima ha mandato in onda un’intervista con uno dei comandanti dell’aviazione di Haftar.

Il colonnello in questione ha dichiarato che ucciderà chiunque non si unirà all’Operazione Dignità. Questi uomini sono traditori e vanno massacrati, è il messaggio, e le loro mogli devono essere violentate. «Questo canale televisivo è di proprietà di Tatanaki», scrive l’ex collaboratrice di Ocampo nella email: «mandare in onda persone che dicono cose del genere è istigazione a commettere crimini vietati dallo Statuto di Roma (il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale, ndr). Sono cose di cui dovresti essere consapevole».

Nonostante l’avvertimento dell’ex collega e il discorso di Bensouda al Consiglio di Sicurezza, Ocampo sceglie di non allontanarsi da Tatanaki. Al contrario: inizia a lavorare per evitare che l’imprenditore libico finisca indagato dalla Corte Penale Internazionale. In una email inviata all’assistente di Tatanaki, l’avvocato argentino scrive che «il comandante non deve dire quelle cose….il canale non deve promuoverle». E aggiunge: «Ora dobbiamo trovare una strategia per isolare Hassan».

L’obiettivo sembra quindi chiaro: la protezione legale di Tatanaki è importante almeno quanto la fine delle ostilità in Libia. Ma pochi giorni dopo quel messaggio sulla necessità di trovare «una strategia per isolare Hassan», succede qualcosa che complica ulteriormente lo scenario. A Tobruk, una città della Cirenaica, il primo ministro del governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale, Abdullah Al-Thinni, sfugge ad un attentato. Qualcuno nascosto in mezzo a una folla di dimostranti ha cercato di sparargli.

Secondo l’agenzia di stampa Associated Press, poco prima dell’attacco un leader tribale aveva minacciato il primo ministro. E ancora una volta il mezzo utilizzato era stato il canale televisivo di Tatanaki: «Questo primo ministro deve rassegnare le dimissioni, altrimenti gli spaccheremo la testa», sono state le parole pronunciate dal leader tribale sul canale di Tatanaki. L’agenzia di stampa scrive anche che, secondo fonti anonime, dietro l’attacco ad Al-Thinni c’è proprio Tatanaki. Un’accusa che non trova riscontri precisi, se non per il fatto che l’imprenditore libico è considerato da tutti un nemico del premier. La settimana dopo l’attentato Ocampo e Tatanaki si parlano. L’assistente dell’imprenditore riassume i risultati dell’incontro in un nuovo piano strategico. Al terzo punto si legge: «Proteggere HT da azioni legali». È in questo periodo che Hassan Tatanaki paga i primi 750mila dollari di stipendio a Ocampo sul suo conto corrente.

Con il passare del tempo l’ex procuratore capo del Tribunale Internazionale si rende conto che Tatanaki vuole raggiungere la pace in Libia solo se questo coincide con la vittoria di Haftar.  «Hassan è troppo fazioso e io non credo che sarà in grado di andare avanti avendo un approccio più inclusivo. Questo mi mette a disagio», scrive l’avvocato argentino in una email inviata a un conoscente americano. Ma le certezze sulle reali intenzioni del nuovo datore di lavoro non sono ancora sufficienti per abbandonare l’incarico.

Il lavoro finirà infatti per volontà dello stesso Tatanaki. Questo almeno è quello che ci ha detto Ocampo. Intervistato sulla vicenda da Der Spiegel, membro del consorzio Eic, l’ex procuratore capo dell’Icc ha ammesso l’esistenza di un contratto di tre anni fra lui e l’imprenditore libico, ma ha precisato che la collaborazione è terminata dopo soli tre mesi per volontà dello stesso Tatanaki: «Non so cosa gli sia successo: mi ha chiamato e mi ha detto: “La finiamo qui”». Ocampo ci ha anche assicurato di aver consigliato al suo cliente di non collaborare con Haftar. «Se dai soldi ad Haftar e sai cosa sta facendo, puoi finire sotto indagine: questo naturalmente gliel’ho detto», sono state le parole di Ocampo. Il quale resta comunque convinto di aver fatto la cosa giusta mettendosi al servizio dell’imprenditore vicino ad Haftar. «Mettere a posto la Libia da un punto di vista legale era una buona causa», è stata la sua risposta, «semplicemente non ha funzionato».

Su questo, in effetti, non ci sono dubbi. A sei anni dalla morte di Gheddafi, il Paese è ancora nel caos e non si vedono soluzioni credibili all’orizzonte. Di certo nel frattempo Haftar ha conquistato credibilità agli occhi della comunità internazionale, come dimostra – ultimo in ordine di tempo – l’incontro avvenuto il 26 settembre a Roma tra il generale libico e i vertici dello Stato italiano. I crimini di guerra commessi dai suoi uomini? Il mese scorso, su richiesta di Fatou Bensouda, la Corte Penale de l’Aia ha emesso un mandato d’arresto nei confronti di Mahmoud al-Werfalli, uno dei comandanti dell’esercito di Haftar, per alcuni omicidi commessi negli ultimi due anni. Segno che anche il secondo obiettivo di Ocampo – evitare le accuse nei confronti degli uomini del generale – non è stato raggiunto.

Gheddafi, 2011: «La scelta è tra me o Al Qaeda e L’Europa tornerà ai tempi del Barbarossa»

Da Ninco Nanco Blog
Una delle ultime interviste a Gheddafi, 2011.
Laurent Valdiguié , Journal du Dimanche
(traduzione di Daniela Maggioni) riportata sul  Corriere.it 2 nel Marzo 2011.

TRIPOLI – Qual è la situazione oggi?
«Vede… Sono qui…».
Cosa succede?
«Tutti hanno sentito parlare di Al Qaeda nel Maghreb islamico. In Libia c’erano cellule dormienti. Quando è esplosa la confusione in Tunisia e in Egitto, si è voluto approfittare della situazione e Al Qaeda ha dato istruzioni alle cellule dormienti affinché tornassero a galla. I membri di queste cellule hanno attaccato caserme e commissariati per prendere le armi. E’ successo a Bengasi e a Al-Baida, dove si è sparato. Vi sono stati morti da una parte e dall’altra. Hanno preso le armi, terrorizzando la gente di Bengasi che oggi non può uscir di casa e ha paura».

Da dove vengono queste cellule di Al Qaeda?
«I leader vengono dall’Iraq, dall’Afghanistan o anche dall’Algeria. E dal carcere di Guantanamo sono stati rilasciati alcuni prigionieri».
Come possono convincere i giovani di Bengasi a seguirli?
«I giovani non conoscevano Al Qaeda. Ma i membri delle cellule forniscono loro pastiglie allucinogene, vengono ogni giorno a parlare con loro fornendo anche denaro. Oggi i giovani hanno preso gusto a quelle pastiglie e pensano che i mitra siano una sorta di fuoco d’artificio».
Pensa che tutto questo sia pianificato?
«Sì, molto. Purtroppo, gli eventi sono stati presentati all’estero in modo molto diverso. E’ stato detto che si sparava su manifestanti tranquilli… ma la gente di Al Qaeda non organizza manifestazioni! Non ci sono state manifestazioni in Libia! E nessuno ha sparato sui manifestanti! Ciò non ha niente a che vedere con quanto è successo in Tunisia o in Egitto! Qui, gli unici manifestanti sono quelli che sostengono la Jamahiriya».
Quando ha visto cadere, in poche settimane, i regimi di Tunisia e Egitto, non si è preoccupato?
«No, perché? La nostra situazione è molto diversa. Qui il potere è in mano al popolo. Io non ho potere, al contrario di Ben Ali o Mubarak. Sono solo un referente per il popolo. Oggi noi fronteggiamo Al Qaeda, siamo i soli a farlo, e nessuno vuole aiutarci».
Quali opzioni le si offrono?
«Le autorità militari mi dicono che è possibile accerchiare i gruppuscoli per lasciare che si dileguino e per portarli pian piano allo sfinimento. Questa è gente che sgozza le persone. Che ha tirato fuori i prigionieri dalle carceri, distribuendo loro le armi, perché andassero a saccheggiare le case, a violentare le donne, ad attaccare le famiglie. Gli abitanti di Bengasi hanno cominciato a telefonare per chiederci di bombardare quella gente».
Le inchieste delle organizzazioni umanitarie parlano di 6.000 morti. Contesta questa cifra?
(Risata). «Le porto un esempio. C’è un villaggio abitato da meno di mille persone, compreso il segretario del comitato popolare. E’ stato detto che lui era in fuga verso l’estero. Invece, era qui, con me, sotto la mia tenda! E’ stato detto che c’erano stati 3.000 morti in questo villaggio che ne conta 1.000, e resta un luogo tranquillo, dove la gente non guarda nemmeno la tv».
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha preso una risoluzione contro la Libia…
«Non è competente per gli affari interni di un Paese. Se vuole immischiarsi, che invii una commissione d’inchiesta. Io sono favorevole».
Dal 1969 lei ha conosciuto 8 presidenti americani. L’ultimo, Barack Obama, dice che lei deve «andarsene» e lasciare il Paese…
«Che io lasci cosa? Dove vuole che vada?».
La Cirenaica è una regione dove lei ha sempre avuto dei detrattori. Non c’è richiesta di una più grande autonomia, di federalismo?
«E’ una regione poco popolata, che rappresenta il 25% della popolazione. Nel piano attuale, le abbiamo accordato 22 miliardi di dollari di investimenti. E’ una regione della Libia un po’ viziata».
Cosa si aspetta oggi?
«Che Paesi come la Francia si mettano al più presto a capo della commissione d’inchiesta, che blocchino la risoluzione dell’Onu al Consiglio di sicurezza e che facciano interrompere gli interventi esterni nella regione di Bengasi».
Quali interventi?
«So che esistono contatti semi-ufficiali, dei britannici o di altri europei, con personaggi di Bengasi. Abbiamo bloccato un elicottero olandese atterrato in Libia senza autorizzazione».
I piloti sono vostri prigionieri?
«Sì, ed è normale».
A sentir lei, tutto va bene».
«Il regime qui in Libia va bene. E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte».
Lei agita lo spettro della minaccia islamica…
«Ma è la realtà! In Tunisia e in Egitto c’è il vuoto politico. Gli estremisti islamici già possono passare di lì. Ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi. Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Non lo consentirò!».
Lei sembra pensare che il tempo giochi in suo favore…
«Sì, perché il popolo è frastornato per quel che accade. Ma voglio farle capire che la situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo? Il rischio che il terrorismo si estenda su scala planetaria è evidente».
Alle democrazie non piacciono i regimi che sparano sulla propria popolazione…
«Non ho mai sparato sulla mia gente! E voi non credete che da anni il regime algerino combatte l’estremismo islamico facendo uso della forza! Non credete che gli israeliani bombardano Gaza e fanno vittime fra i civili a causa dei gruppi armati che si trovano lì? Non sapete che in Afghanistan o in Iraq l’esercito americano provoca regolarmente vittime fra i civili? Qui in Libia non abbiamo sparato su nessuno. Sfido la comunità internazionale a dimostrare il contrario».
Gli americani minacciano di bloccare i suoi beni bancari…
«Quali beni? Sfido chiunque a dimostrare che io possegga un solo dinaro! Questo blocco dei beni è un atto di pirateria, fra l’altro imposto sul denaro dello Stato libico. Vogliono rubare denaro allo Stato libico e mentono dicendo che si tratta di denaro della Guida! Anche in questo caso, che ci sia un’inchiesta, affinché sia dimostrato a chi appartengono quei soldi. Quanto a me, sono tranquillo. Posseggo solo questa tenda».
Da Ninco Nanco Blog

Preso da: http://www.complottisti.com/gheddafi-2011-la-scelta-e-tra-me-o-al-qaeda-e-leuropa-tornera-ai-tempi-del-barbarossa/

A Parigi il 9 settembre 2017 si è tenuta una “giornata in sostegno di Saif al-Islam Gheddafi”

 

 

Lotta dei popoli, unità antimperialista, 11 settembre 2017
È al celebre Teatro della Mano d’Oro di Parigi che sabato 9 settembre si è tenuta una “giornata in sostegno di Saif al-Islam Gheddafi” organizzata dal Comitato Rivoluzionario Internazionale, che difende la continuità politica della Jamahiriya (“stato delle masse”) libica, e dal gruppo militante parigino di LEIA NAZIUNALE. Nell’aprile del 2017 Saif al-Islam Gheddafi è stato eletto Guida della Jamahiriya dal Consiglio Supremo delle Tribù e delle Città. Fra gli invitati e i partecipanti a questa riunione antimperialista vi erano la Federazione dei Siriani di Francia, la rete Voltaire e dei militanti panafricani (pro-Gbabo).
La caduta della Jamahiriya e l’assassinio del colonnello Gheddafi in seguito all’aggressione della Libia architettata da una coalizione costituita da occidente e fondamentalisti islamici, e in seguito il tentativo di smembramento della Siria nazionalista da parte dei medesimi responsabili, hanno avuto per l’Europa delle ripercussioni di una gravità estrema: un’onda di terrorismo islamico senza precedenti e un cataclisma migratorio che minano la sopravvivenza stessa dei popoli europei. La Libia è da diversi anni ormai abbandonata al caos, al terrore delle milizie jihadiste e al traffico di migranti organizzato in collaborazione con le ONG occidentali, l’Unione Europea e le mafie operative in ogni angolo del Mediterraneo.

Ma la Jamahiriya e i suoi principi di emancipazione sono sempre vivi nel cuore del popolo libico e, nonostante l’insurrezione generale non sia ancora stata realizzata, le forze anti-islamiste guadagnano terreno in tutto il paese.
Il portavoce di LEIA NAZIUNALE Vincent Perfetti ha articolato il suo discorso e i suoi interventi intorno al tema del Nemico Globale al di là delle contingenze specifiche. Il Nemico Globale è chiamato da alcuni il Sistema, da altri il Nuovo Ordine Mondiale, ed è definito il Leviatano dagli iniziati alle teorie geopolitiche e metafisiche. Tale entità polimorfa è votata alla distruzione di tutte le identità, di tutte le nazioni, di tutte le trascendenze. Il suo obiettivo è l’instaurazione di una sottoumanità indifferenziata, ridotta in schiavitù dalle oligarchie finanziarie. Il sistema che fabbrica i Sarkozy, i Cameron, i Merkel e i Macron genera anche, in maniera più occulta, i Bin Laden e i Daesh. Tutte queste creature agiscono in sincronia le une con le altre con l’obiettivo di distruggere i medesimi bersagli, dalla Libia alla Russia passando per l’Europa e la Siria.
Vincent Perfetti ha sottolineato l’opposizione del popolo corso alle operazioni terroriste perpetrate dalla NATO sul territorio nazionale (base militare di Solenzara) ai danni della Serbia (1999) e della Libia (2011), ponendo l’accento sulla posizione tradizionalmente antimperialista del nazionalismo corso. Il nostro ospite ha insistito sulla necessità del rafforzamento e dello sviluppo delle reti operative di resistenza alle forze mondialiste in nome di una lotta unitaria per un mondo multipolare, differenziato e improntato all’aspirazione verso la trascendenza.
Il signor Perfetti ha poi manifestato la solidarietà di tutto lo schieramento antimondialista a Kemi Seba, capofila del panafricanismo francofono, militante del ritorno in patria degli immigrati e dello sviluppo separato e indipendente delle civilizzazioni, attualmente perseguitato dalla Repubblica Francese e dai suoi valletti africani.
È vitale che tutte le resistenze imparino a conoscersi, a collaborare, a organizzarsi in maniera solidale, a raggrupparsi sotto l’egida di una forma di internazionale antimondialista che funga da “polmone alternativo”. È soltanto in questa ottica che le lotte dei popoli storici d’Europa e le loro aspirazioni nazionaliste possono costituirsi in maniera compiuta; altrimenti, le lotte verranno neutralizzate e i popoli diluiti in masse anonime e sradicate.
Gli interventi che hanno incorniciato i dibattiti e il lavoro dei partecipanti sono stati apprezzati da tutti. Alti appuntamenti simili sono previsti per i mesi seguenti in tutta Europa. LEIA NATIUNAL rappresenta una concezione globale e ideologica della lotta nazionale corsa e persegue l’obiettivo di una secessione mentale e politica da un sistema che condanna a morte il nostro popolo.

L’acqua inquinata di Al-Awinat

Di Vanessa Tomassini.

No, non avete capito male: quella in questo video è proprio acqua. Una scena a cui sono abituati i residenti di al-Awinat, il centro più meridionale della Libia, nel deserto del distretto di Ghat. L’acqua è contaminata da ossidi di ferro e altre impurità che ne influenzano il colore, rendendola rossiccia.

“Gli abitanti della zona sono stati costretti ad utilizzare metodi primitivi per purificare l’acqua per il consumo quotidiano”. Ci spiega Mansour Khawad, membro dell’organizzazione “Al-Awinat for development”, un gruppo di persone che cercano di fare il giusto in un momento in cui tutto va nel verso sbagliato. “La nostra ultima azione è stata l’installazione di sistemi di depurazione che producono 32000 litri di acqua pulita, dopo che l’inquinamento delle acque ha destato preoccupazioni per la salute dei bambini” ci spiega Khawad, precisando che i fondi per i lavori arrivano da privati cittadini.

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Il nuovo sistema di purificazione produce 32000 litri di acqua pulita.

L’acqua, che raggiunge i cittadini di Al-Awinat, non è idonea per il consumo umano e solitamente la gente usa metodi di filtraggio obsoleti per purificarla, riempiono dei barili e lasciano riposare l’acqua fino a quando i residui non si depositano sul fondo e l’acqua diventa chiara. I pediatri hanno avvertito l’associazione del problema, riscontrando nei bambini evidenze della mancanza di minerali solitamente presenti nell’acqua potabile, come problemi alle gengive o la dimensione del cranio che non è ben formata rispetto alle dimensioni del corpo.

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Prima e dopo il filtraggio.

L’inquinamento idrico è causato da molteplici fattori. Il serbatoio principale dell’acqua è fornito da 11 pozzi diversi ciascuno con le proprie caratteristiche fornendo una combinazione microbiologica sbilanciata, inoltre c’è un problema nella rete di distribuzione che necessita di un grande lavoro di manutenzione. “C’è un grande progetto che avrebbe dovuto correggere il sistema di purificazione, ma si è fermato a causa dell’attuale situazione politica e dei problemi economici”. Prosegue Mansour, mostrandoci le foto per farci capire quanto sia inquinata l’acqua, tanto che i filtri che andrebbero cambiati ogni tre settimane, ad Al-Awinat resistono a malapena tre giorni.

Diversi studi hanno confermato che il consumo di acque contaminate da microrganismi patogeni indesiderabili, senza un adeguato trattamento, può causare l’insorgenza di gravi malattie, quali amebiasi, dissenteria, tifo, ittero, colera, perfino tumori nei casi peggiori. Metalli come piombo, zinco, arsenico, rame, mercurio e cadmio possono addirittura risultare nocivi per la salute umana e i loro effetti possono influenzare non solo la vita della generazione presente, ma anche quella delle generazioni future poiché i suoi effetti permangono a lungo.

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Al-Awinat è un gruppo di persone che si adopera per il bene della collettività.
Preso da: https://specialelibia.it/2018/11/27/lacqua-inquinata-di-al-awinat/

i “successi” dei sinistrati 2017: La mafia in Libia manovra gli sbarchi: con chi negozia Minniti?

23 agosto 2017

di Laura Ferrara, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa

 

“Un gruppo armato guidato da un ex boss della mafia decide se, quando, come e perché le imbarcazioni piene di migranti lasciano la Libia per dirigersi in Italia. Quanto emerge dalle testimonianze rese all’agenzia Reuters è scandaloso e avvalora quanto denunciamo da tempo.
Lo abbiamo scritto nero su bianco nella relazione del Parlamento europeo sulla tutela dei diritti fondamentali in Europa, lo abbiamo evidenziato anche nella relazione sulla lotta alla criminalità organizzata: la mafia si infiltra in tutte le fasi della gestione dell’immigrazione, dalle partenze in Libia agli sbarchi in Italia. Lo abbiamo visto con Mafia Capitale, ma anche con le recenti indagini sul Cara di Crotone. Dove non c’è lo Stato, ecco che subentra la mafia a colmare il vuoto.

Questa nuova testimonianza dell’agenzia Reuters è forse ancora più inquietante. Racconta come si sono momentaneamente fermate le partenze dalla Libia. Dopo l’accordo di collaborazione raggiunto dall’Italia con il governo di Tripoli di Fayez al-Sarraj, sulle spiagge libiche sono spuntati “centinaia di civili, poliziotti e membri dell’esercito” guidati da un “ex boss della mafia”. Sono loro a bloccare per il momento le partenze dei migranti. Cosa vogliono in cambio? C’era la mafia dietro l’ondata massiccia di migranti arrivati negli ultimi anni e c’è la mafia anche adesso che il flusso è momentaneamente rallentato. Chi finanzia e con quali soldi questo gruppo armato dai dubbi confini? Con chi ha negoziato Minniti? Con chi ha preso accordi?
Dobbiamo togliere alla mafia e a tutte le sue ramificazioni il business dell’immigrazione. Il nostro obiettivo è sbarchi zero grazie a una gestione europea e nazionale dell’immigrazione e a una politica che contribuisca a sradicare le cause profonde dell’immigrazione forzata”.

Preso da: http://www.movimento5stelle.it/parlamentoeuropeo/2017/08/la-mafia-in-libia-ma.html

Libia e Gheddafi: le colpe di Napolitano, Berlusconi, La Russa e Frattini

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Di Giancarlo Marcotti Sabato 12 Agosto alle 12:34

Premessa: rivendico, per esser stato uno dei pochissimi a schierarsi, immediatamente e con foga, contro i bombardamenti della Libia, di poter commentare, ed in maniera autorevole, i retroscena svelati di recente dall’ex Presidente della Repubblica sull’adesione del nostro Paese alla guerra contro un Paese sovrano come la Libia. Mi riferisco in particolare a quel “Consiglio di guerra” informale tenutosi il 17 marzo del 2011 al Teatro dell’Opera a margine delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia al quale parteciparono l’ex Presidente Giorgio Napolitano, l’ex Premier Silvio Berlusconi, l’ex Ministro della difesa Ignazio La Russa, l’ex Ministro degli Esteri Franco Frattini oltre al consigliere diplomatico Bruno Archi.

Fu quello un modo ignobile di festeggiare l’Unità d’Italia visto che l’art. 11 della nostra Costituzione recita: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

L’ex Presidente Napolitano ha sbottato, per anni lui è stato indicato come il maggior fautore del nostro intervento militare ai danni della Libia di Muammar Gheddafi. E per anni lui, “democristianamente”, non aveva risposto alle accuse, confidando sul fatto che i media nazionali, tutti dalla sua parte, avrebbero messo a tacere le critiche nei suoi confronti come sempre fanno quando gli “accusati” rientrano in una certa area politica.
E così è stato, ora però, nonostante le pratiche di insabbiamento messe in atto, il bubbone è scoppiato in tutta la sua virulenza. Adesso che il disastro non solo è sotto gli occhi di tutti, ma ha prodotto le nefaste conseguenze che ognuno di noi può giornalmente riscontrare. Adesso che non c’è più nessun personaggio politico che non consideri un colossale errore i bombardamenti e la distruzione della Libia, lui, Giorgio Napolitano, il peggior Capo di Stato che l’Italia abbia mai avuto (oddio, in questa speciale classifica al contrario, i confronti con Scalfaro e Ciampi li ha vinti di misura), ha deciso di parlare.
Ma non lo ha fatto per rivendicare la correttezza della propria scelta, oppure per scusarsi davanti a tutti gli italiani, comportamenti, questi, che sarebbero stati diametralmente opposti ma entrambi rispettabili da un punto di vista etico.
Lo ha fatto per scaricare la responsabilità di quella scelta su altri.
Insomma, potremmo definirlo un comportato da vile, da persona che dimostra mancanza di coraggio e fermezza, oltre che di coerenza.
Egli si è discolpato sostenendo che quella fu “una decisione che spettava al Governo, sia pure con il consenso della Presidenza della Repubblica” ed ancora “non poteva che decidere il Governo in armonia con il Parlamento, che approvò con schiacciante maggioranza due risoluzioni gemelle alla Camera e al Senato, con l’adesione anche dell’allora opposizione di centrosinistra.”
Formalmente, nulla da eccepire a quanto detto da Napolitano, ma da un Presidente della Repubblica ci si attende un’etica superiore, comportamenti moralmente virtuosi e non solo dichiarazioni autoassolutorie.
Detto questo, tuttavia, l’informazione deve essere corretta quindi mi corre l’obbligo di censurare i media, come ad esempio Repubblica.it, che sulle esternazioni dell’ex Presidente della Repubblica hanno titolato « Napolitano: “Le bombe contro Gheddafi? Basta distorsioni ridicole: decise Berlusconi, non io” »
Una frase, riportata fra virgolette, che Napolitano non ha mai pronunciato, ed infatti leggendo l’articolo non compare.
“Sistemato” Napolitano non posso certo esimermi dal censurare anche i comportamenti degli altri personaggi implicati in questa dolorosa vicenda.
Me la cavo con due parole riferendomi a Franco Frattini che al tempo ricopriva la carica di Ministro degli Esteri. Sembra di stare a riferirsi ad un’altra epoca, ad un tempo lontano, ed invece stiamo parlando di avvenimenti accaduti soltanto sei anni fa. Eppure parafrasando il Manzoni ed il suo Don Abbondio potremmo dire “Frattini … chi era costui”. Il personaggio è scomparso dai radar della politica. All’epoca pare che abbia tentato di “nascondersi” dietro all’ombrello dell’Onu, insomma un comportamento pilatesco.
Diversa la critica nei confronti di Berlusconi e La Russa, personaggi che invece sono rimasti sulla cresta dell’onda.
Cominciamo dal Cavaliere.
Caro Silvio, non puoi cavartela semplicemente dicendo che tu non te la sentivi di “dare l’avallo a quella missione di guerra contro la Libia” e che eri arrivato al punto di “minacciare di dare le dimissioni” e di non averlo fatto solo per non innescare una crisi istituzionale, tutto ciò non ti assolve affatto perché come tutti sanno:
le dimissioni NON si annunciano, e tantomeno si minacciano, bensì … si danno!
Anche le tue mani quindi sono sporche del sangue di Gheddafi.
Hai visto poi come ti hanno ringraziato per il tuo “assoluto asservimento” alle Istituzioni? Qualche mese dopo ti hanno dato un bel calcio nel sedere e ti hanno costretto a dimetterti!!! Svegliati una buona volta e cerca di capire di che pasta sono fatti quelli che passano per essere “servitori dello Stato”.
E concludiamo con La Russa, al tempo Ministro della Difesa.
Caro Ignazio anche tu non puoi cavartela dicendo che “Gheddafi era ormai spacciato”, dicendo quelle cose ti sei piegato, anzi genuflesso ad una nullità come Sarkozy, quando dovevi dimostrati forte hai fatto vedere tutta la tua inconsistenza, come uomo e come politico.
Craxi ed Andreotti (ricordi Sigonella?) al tuo confronto si sono dimostrati dei giganti!!!
Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro
P.S. Quei due loschi figuri che vedete in foto sono il francese Philippe Coindreau e l’americano Samuel Locklear comandanti, per i rispettivi Paesi, delle operazioni di guerra nei confronti del popolo libico. Se la ridono dopo aver massacrato bambini, donne e persone inermi

Preso da: http://www.vicenzapiu.com/leggi/libia-e-gheddafi-le-colpe-di-napolitano-berlusconi-la-russa-e-frattini#

Libia, in centinaia assaltano Consiglio presidenziale a Tripoli

02 dicembre 2018
Centinaia di persone hanno assalto oggi a Tripoli la sede del Consiglio presidenziale, il governo presieduto da Fayez Al Serraj e sostenuto dall’Onu. I manifestanti, che sono riusciti a rompere il cordone di sicurezza, sono penetrati nel palazzo e vi sono rimasti per alcune ore compiendo atti di vandalismo che hanno causato vari danni. Motivo della protesta, la mancata assistenza medica ai feriti di guerra e il ritardo nel pagamento di salari e sussidi. Alcuni dimostranti, tra i quali veterani di “Fajr Libya”, una delle milizie che appoggiarono il governo filo islamista sconfitto alle elezioni nel 2014, hanno affermato di non aver ricevuto da allora la loro paga. Tra i manifestanti, anche familiari di vittime del conflitto, che ricevono un contributo di mille dinari al mese, circa 200 euro. Una delegazione di manifestanti, secondo i media libici, è stata ricevuta da Ahmad Maitig, uno dei vicepresidenti del Consiglio presidenziale. La protesta è poi rientrata.

Macron-Libia: la Rothschild Connection

 

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| Roma (Italia)
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«Ciò che avviene oggi in Libia è il nodo di una destabilizzazione dai molteplici aspetti»: lo ha dichiarato il presidente Emmanuel Macron celebrando all’Eliseo l’accordo che «traccia la via per la pace e la riconciliazione nazionale».

Macron attribuisce la caotica situazione del paese unicamente ai movimenti terroristi, i quali «approfittano della destabilizzazione politica e della ricchezza economica e finanziaria che può esistere in Libia per prosperare». Per questo – conclude – la Francia aiuta la Libia a bloccare i terroristi. Macron capovolge, in tal modo, i fatti. Artefice della destabilizzazione della Libia è stata proprio la Francia, unitamente agli Stati uniti, alla Nato e alle monarchie del Golfo.
Nel 2010, documentava la Banca mondiale, la Libia registrava in Africa i più alti indicatori di sviluppo umano, con un reddito pro capite medio-alto, l’accesso universale all’istruzione primaria e secondaria e del 46% alla terziaria. Vi trovavano lavoro circa 2 milioni di immigrati africani. La Libia favoriva con i suoi investimenti la formazione di organismi economici indipendenti dell’Unione africana.

Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – si accordarono per bloccare il piano di Gheddafi di creare una moneta africana, in alternativa al dollaro e al franco Cfa (moneta che la Francia impone a 14 sue ex colonie africane). Fu la Clinton – documenta il New York Times – a far firmare al presidente Obama «un documento che autorizzava una operazione coperta in Libia e la fornitura di armi ai ribelli», compresi gruppi fino ad allora classificati come terroristi.
Poco dopo, nel 2011, la Nato sotto comando Usa demolisce con la guerra (aperta dalla Francia) lo Stato libico, attaccandolo anche dall’interno con forze speciali. Da qui il disastro sociale, che farà più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti.
Una storia che Macron ben conosce: dal 2008 al 2012 fa una folgorante (quanto sospetta) carriera alla Banca Rothschild, l’impero finanziario che controlla le banche centrali di quasi tutti i paesi del mondo. In Libia la Rothschild sbarca nel 2011, mentre la guerra è ancora in corso. Le grandi banche statunitensi ed europee effettuano allo stesso tempo la più grande rapina del secolo, confiscando 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici. Nei quattro anni di formazione alla Rothschild, Macron viene introdotto nel gotha della finanza mondiale, dove si decidono le grandi operazioni come quella della demolizione dello Stato libico. Passa quindi alla politica, facendo una folgorante (quanto sospetta) carriera, prima quale vice-segretario generale dell’Eliseo, poi quale ministro dell’economia. Nel 2016 crea in pochi mesi un suo partito, En Marche!, un «instant party» sostenuto e finanziato da potenti gruppi multinazionali, finanziari e mediatici, che gli spianano la strada alla presidenza. Dietro il protagonismo di Macron non ci sono quindi solo gli interessi nazionali francesi. Il bottino da spartire in Libia è enorme: le maggiori riserve petrolifere africane e grosse riserve di gas naturale; l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, l’oro bianco in prospettiva più prezioso dell’oro nero; lo stesso territorio libico di primaria importanza geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medioriente.
C’è «il rischio che la Francia eserciti una forte egemonia sul-la nostra ex colonia», avverte Analisi Difesa, sottolineando l’importanza dell’imminente spedizione navale italiana in Libia. Un richiamo all’«orgoglio nazionale» di un’Italia che reclama la sua fetta nella spartizione neocoloniale della sua ex colonia.

Estrarre Sotto i nostri occhi, la testimonianza di Thierry Meyssan, un membro del governo libico

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«Per prima cosa, François Hollande fece il punto sulla distruzione della Libia. La Jamahiriya aveva un Tesoro stimato minimo 150 miliardi di dollari. Ufficialmente la NATO ne bloccò circa un terzo. Cosa successe al resto ? I Gheddafi pensavano di usarli per finanziare la resistenza a lungo termine. Ma ad aprile, il prefetto Edouard Lacroix, che ebbe accesso a una parte di questi investimenti, morì un giorno di “cancro fulminante”, mentre l’ex-ministro del Petrolio Shuqri Ghanam fu trovato annegato a Vienna. Con la complicitα passiva del ministro delle Finanze francese Pierre Moscovici, del consigliere economico dell’Eliseo Emmanuel Macron e di vari banchieri, il Tesoro degli USA saccheggiò il bottino ; fu la rapina del secolo : 100 miliardi di dollari.»

Fonte
Il Manifesto (Italia)

Preso da: http://www.voltairenet.org/article197295.html