LONDON SCHOOL OF ECONOMICS: ”TRA DIECI ANNI, L’ITALIA NON ESISTERA’ PIU’, TOTALMENTE DISTRUTTA DALL’EURO E DALLA UE”

31 luglio 2015

“Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampante terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. E peggiorerà”.

Così Roberto Orsi, professore italiano emigrato a Londra per lavorare presso la London School of Economics, prevede il prossimo futuro del Belpaese.

Il termometro più indicativo della crisi italiana, secondo Orsi, è lo smantellamento del sistema manufatturiero, vera peculiarità del made in Italy a tutti i livelli: “Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione”.

“L’Italia – prosegue lo studioso della prestigiosa London School of Economics – non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori. La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. Di conseguenza, l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione un fatto certo”.

Quando si tratta di individuare le responsabilità, Orsi non ha dubbi nel puntare il dito contro la politica: “L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale.

Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio dell’ex Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica , che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano”.

“L’interventismo dell’ex Presidente << Napolitano, perchè non fare i nomi ? >> è stato particolarmente evidente – prosegue il professor Orsi – nella creazione del governo Monti e dei due successivi esecutivi, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale. L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi. L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che solo Monti ha aggravato la già grave recessione. Chi lo ha sostituito ha seguito esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia”.

Micidiale.

Fonte: http://www.quifinanza.it – che ringraziamo.

Tratto da Il Nord

Nota: Questa volta non sono i “complottisti” a fare queste fosche previsioni ma gli esperti dei centri studi economici di Londra.

Preso da: http://www.controinformazione.info/london-school-of-economics-tra-dieci-anni-litalia-non-esistera-piu-totalmente-distrutta-dalleuro-e-dalla-ue/

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11 segni che l’America ha già toccato il fondo

23 luglio 2015
di Michael Snyder

Proprio quando pensiamo che ormai la depravazione degli Stati Uniti non potrebbe essere peggio di così, succede qualcosa che ci sorprende. Molte delle cose che state per leggere sono estremamente inquietanti, ma è importante che guardiamo in faccia la realtà. […] La nostra società è assolutamente dipendente dall’intrattenimento (in gran parte spazzatura totale), decine di milioni di noi sono prigionieri delle droghe (sia legali che illegali), e abbiamo ucciso più di 56 milioni dei nostri stessi bambini. Il nostro sistema finanziario è consumato dall’avidità, trattiamo i nostri veterani militari come rifiuti umani, e gran parte dei nostri “leader” a Washington sono profondamente corrotti.

Oggi in America il 64% degli uomini guarda pornografia almeno una volta al mese, si stima che una ragazza su 4 venga abusata sessualmente prima di diventare adulta, e abbiamo il più alto tasso di gravidanze tra le adolescenti di tutto il mondo industrializzato.

Ci piace pensare di essere un “esempio” per il resto del mondo, ma forniamo solo un esempio cattivo. I seguenti sono 11 segni che l’America ha già toccato il fondo:

#1. In tutti gli Stati Uniti, gli organi dei bambini abortiti vengono venduti e comprati, e il governo USA finanzia l’organizzazione perno di questa “industria” malata con centinaia di milioni di dollari all’anno. Questa settimana è stato reso pubblico un altro video girato di nascosto, incredibilmente scioccante, che ci ha fornito ancora più prove su quale sia il vero scopo di Planned Parenthood (Maternità Pianificata): (Charismanews.com)

“L’ultimo video mostra una conversazione a pranzo con la d.ssa Mary Gatter, attuale presidente del consiglio dei direttori medici di Planned Parenthood alla clinica abortiva di Pasadena. Nel video si sente la Gatter alzare il prezzo da lei richiesto per organi fetali intatti, e si preoccupa che siano ‘sottocosto’. La dottoressa chiede almeno 75 dollari per campione, ma vuole controllare quanto guadagnano altri abortisti di Planned Parenthood per assicurarsi di ricevere un compenso in linea, così potrà comprarsi una costosa auto sportiva. […] ‘Voglio una Lamborghini’, ride la Gatter.”

Questa è immoralità a un livello indefinibile, e viene finanziata dal governo USA. […] Secondo WND, alcuni membri di questa “industria” ricevono perfino dei buoni in base agli organi fetali che raccolgono, suddivisi in organi di categoria A, B o C.

#2. Pochi giorni fa è emerso che degli hacker hanno sottratto informazioni personali sugli utenti di un sito di adulterio conosciuto come Ashley Madison. Sky News riporta che:
“Un gruppo di hacker che si fa chiamare Impact Team ha rubato e reso pubblici i dati di alcuni dei 37 milioni di utenti del sito Ashley Madison, e minaccia di pubblicarne altri. Per ora il gruppo ha rilasciato solo 40MB di dati, tra cui gli estremi di carte di credito. […]”
Ma il punto non è l’operazione degli hacker: è piuttosto il fatto che 37 milioni di noi si sono iscritti a un sito che facilita l’adulterio!

#3. Nel 2015 il tasso dei crimini violenti sta aumentando di cifre doppie in molte importanti città statunitensi, e alcuni crimini sono quasi troppo orrendi per parlarne. […] (http://endoftheamericandream.com/archives/violent-crime-is-surging-in-major-u-s-cities-and-the-economy-is-not-even-crashing-yet)

#4. Sotto l’amministrazione Obama, il nostro governo federale è diventato assolutamente ossessionato dal politically correct, e sta spendendo soldi nei modi più impensabili. Per esempio, i federali hanno recentemente speso 125.000 dollari “per studiare gli aggettivi che potrebbero venire percepiti come sessisti o razzisti”.

#5. Parlando di soldi buttati, il programma telefonico di Obama ne è un esempio perfetto. Salta fuori che, per ricevere un telefono gratuito dal governo federale, basta esibire la carta per i buoni spesa di qualcun altro:
“L’investigazione di CBS4 del 2014 ha mostrato ripetuti casi di attività fraudolente e sprechi nel programma Lifeline a Denver. Il programma è pensato per fornire un servizio mensile di telefono cellulare gratuito ai bisognosi, affinché possono cercare impiego o fare chiamate d’emergenza se necessario. Ai beneficiari viene richiesto di esibire documenti ufficiali come tessera sanitaria, carte di assistenza abitativa o buoni pasto, per verificare il loro reddito. Ma l’anno scorso, degli impiegati di un venditore di Denver che aderiva al programma federale si offrirono di usare le carte per i buoni pasto di altre persone, per fornire un telefono gratuito a un produttore della CBS privo dei requisiti. I venditori solitamente ricevono 3 dollari per ogni telefono fornito. In altri casi, i venditori affermavano che un produttore di CBS4 poteva semplicemente mostrare la carta per i buoni pasto di altri per assicurarsi un telefono e servizi gratuiti.”

#6. Nel frattempo, il governo non vuole nemmeno parlare ai cittadini normali che lavorano duro e hanno solo bisogno di qualche risposta alle loro domande. Secondo un rapporto appena pubblicato, l’Agenza della Entrate USA ha chiuso la telefonata a 8,8 milioni di contribuenti che avevano chiamato per ricevere aiuto durante l’ultima stagione fiscale.

#7. Il governo federale ha reso incredibilmente difficile alla gente onesta immigrare in questo paese, ma nel frattempo ha lasciato i nostri confini completamente spalancati e ha attivamente incoraggiato l’immigrazione illegale. Il risultato è che stanno entrando a frotte criminali, spacciatori di droga, membri delle gang e parassiti del welfare. Secondo un recente resoconto del Centro Studi sull’Immigrazione, durante l’amministrazione Obama sono entrati in questo paese 2 milioni e mezzo di immigrati illegali. […] Questi immigranti commettono alcuni dei peggiori crimini immaginabili, e se ne dubitate leggete questo articolo: Endoftheamericandream.com/

#8. La nostra società sta venendo trasformata in ciò che mi piace chiamare “una griglia di controllo da stato di polizia Grande Fratello”. Pochi giorni fa è emerso un altro esempio di questo fenomeno. Scrive il New York Post:
“Una parte cruciale dell’eredità di Obama sarà la raccolta senza precedenti di dati sensibili sugli americani divisi per razza. Il governo sta curiosando nelle nostre informazioni più personali ai livelli più locali, tutto per fini di ‘giustizia razziale ed economica’. Fatto sconosciuto ai più, gli statistici razziali di Obama stanno furiosamente ricavando dati sulla nostra salute, i nostri mutui, carte di credito, luoghi di lavoro, luoghi di residenza, perfino su come i nostri bambini vengono disciplinati a scuola, e tutto questo per documentare le ‘diseguaglianze’ tra le minoranze e i bianchi.”
La cosa triste è che così pochi americani siano turbati dal fatto che ogni cosa facciamo viene osservata, tracciata e monitorata. Per ulteriori dettagli, leggete questo articolo: Endoftheamericandream.com/

#9. Recentemente avevo scritto un articolo che imprecava sul fatto che il cittadino americano medio trascorre più di 10 ore al giorno connesso a qualche forma di media. Molti di noi si fanno prendere dall’ansia se non c’è qualcosa di acceso almeno di sottofondo. Trascorriamo ore senza fine guardando la televisione, ascoltando la radio, andando al cinema, giocando ai videogiochi, cincischiando con i nostri smartphone e navigando in internet. Purtroppo la maggioranza delle persone non si rende conto che oltre il 90% della “programmazione” costantemente introdotta nei nostri cervelli attraverso questi vari media è controllata da appena 6 enormi compagnie mediatiche (http://theeconomiccollapseblog.com/archives/who-owns-the-media-the-6-monolithic-corporations-that-control-almost-everything-we-watch-hear-and-read)

#10. Mentre l’elite sta introducendo all’infinito i suoi messaggi distorti nelle nostre menti, essa diventa sempre più ossessionata con il controllo di quello che diciamo. In un articolo recente avevo illustrato come in America il supporto alle “leggi sull’incitamento all’odio” sta rapidamente crescendo. Oggi il 51% dei democratici appoggia questo tipo di leggi, ed è solo questione di tempo prima che i politici liberal comincino a sostenere con forza le stesse leggi sull’incitamento all’odio già implementate in Europa e Canada.

#11. Oltre a tutto questo, da quando Obama è entrato alla Casa Bianca abbiamo rubato alle generazioni future di americani oltre 100 milioni di dollari all’ora. Pensiamoci. Se qualcuno scrivesse il copione di un film sul furto di 100 milioni di dollari da una grande istituzione finanziaria, nessuno guarderebbe quel film perché la cifra sembrerebbe semplicemente incredibile. Eppure questo è successo davvero ogni ora di ogni giorno da quando Obama è al potere. Abbiamo preso migliaia di miliardi di dollari che appartenevano ai nostri figli e nipoti e li abbiamo spesi noi. Se vivessimo in una società giusta, diversi “politici al vertice” finirebbero in prigione per questo.

Potrei continuare, ma per oggi mi fermo.

Fonte: Endoftheamericandream.com/
Traduzione: Anacronista

Preso da: http://www.controinformazione.info/11-segni-che-lamerica-ha-gia-toccato-il-fondo/

I dannati del mare prima ti saccheggio, poi ti bombardo e se non basta ti annego

3 luglio 2015

Quello che l’Africa soffre da anni è quello che noi cominciamo a soffrire: non a caso il progetto politico più importante che si discute nel massimo segreto a Bruxelles – il TTIP – è la proposizione di quegli ‘accordi’ per lo sviluppo che hanno devastato altri Continenti

barconi

Nel novembre 1989, al suono delle fanfare di tutto l’Occidente ‘democratico’, cadeva il “Muro” per antonomasia, quello di Berlino. Sono passati 26 anni e, nel mondo, di muri ne sono stati eretti più di una ventina: muri di filo spinato, di cemento, di sabbia e pietra, contornati da fossati, elettrificati, guardati a vista da soldati che sparano…
I più conosciuti sono quelli tra Stati Uniti e Messico (dove le “schiene bagnate” centro-americane cercano di entrare nella terra promessa del dollaro), quello tra Israele e Cisgiordania, la barriera di Ceuta e Melilla in Marocco: Ma ve ne sono altri meno noti, come quello recente tra Bulgaria e Turchia eretto per fermare i profughi siriani, quello tra l’Oman e gli Emirati Arabi, quello tra lo Yemen e l’Arabia Saudita, quello tra la Tailandia e la Malaysia e via dicendo.
Ogni anno migliaia di persone perdono la vita per oltrepassare questi muri.

Ma, secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR), il muro più mortale – fatto d’acqua e non di terra – è il Mediterraneo, il mare nostrum.
Nel 2014, secondo l’Agenzia, nel mondo sono morti 4.272 migranti e ben 3.419 di questi in quel cimitero d’acqua che è diventato il Mediterraneo. Fino a questo mese di maggio 2015 sono morti nelle nostre acque 1.750 migranti, 30 volte di più dello stesso periodo del 2014.
Da anni di discute, almeno in Europa, del problema dei migranti, e via via che la crisi economica si fa sempre più pesante, sembra che questo sia il nostro problema principale. Frontex, Eulex e sigle varie, proposte di militarizzazione del mare, bombardamento degli scafisti… vuote parole che vogliono nascondere due realtà fondamentali, che riguardano da vicino non solo le decine di migliaia di uomini, donne e bambini che cercano di sfuggirvi ma anche noi, qui nella ‘fortezza Europa’: la rapina imperialista e la guerra.

Prima ti saccheggio…
Già, la rapina imperialista, cominciata ben prima delle guerre “umanitarie” che hanno sconvolto l’Africa. Dopo gli anni ’60 e la caduta dei regimi coloniali, l’Africa è stata terreno di una nuova ri-colonizzazione fatta a colpi di accordi commerciali che avevano il fine di riguadagnare il terreno perduto con meccanismi diversi da quelli dell’occupazione militare diretta (anche se poi sarebbero stati ripresi anche questi, vedi Iraq, Mali, Libia per citare gli ultimi esempi).
Tali accordi si basano su un principio ben chiaro: modulare le economie dei paesi africani secondo le necessità del capitale europeo e nordamericano. Questi accordi prevedono, in sostanza, la vendita delle materie prime ad un costo inferiore a quello di mercato e l’abolizione dei dazi di importazione. L’ultimo di questi accordi, firmato tra Unione Europea e 15 Stati dell’Africa Occidentale e chiamato APE (la sigla in francese dell’Accordo di Associazione Economica) proibisce – ad esempio – l’imposizione dei dazi sugli 11.900 milioni di euro di prodotti importati dalla UE nel 2013 (la Francia, grazie alla sua eredità coloniale, è la testa di ponte dell’imperialismo europeo in questa zona). Ciò significa che l’agricoltura di sussistenza locale di questi paesi si trova a competere – per così dire, meglio sarebbe ‘soccombere’ – con l’agricoltura industriale europea. Risultato: la rovina completa di decine di migliaia di piccoli agricoltori e delle loro famiglie.
Come diceva a proposito dell’America Latina il grande scrittore uruguayano Eduardo Galeano, anche l’Africa “ha la disgrazia di essere ricca” di materie prime e di grandi estensioni di terre.
Da anni le multinazionali, sostenute dalle élites politiche locali, espellono gli abitanti per impadronirsene: basta il più vago sospetto della presenza di petrolio o di minerali necessari all’industria occidentale, o la possibilità di impiantare piantagioni per la produzione di bioetanolo ed ecco che decine di migliaia di persone vengono private, con le buone o più spesso con le cattive, delle loro case, delle loro terre e dei loro mezzi di sostentamento. Zimbabwe, Uganda, Namibia, Mozambico, Mali, Nigeria, Tanzania… sono solo alcuni degli esempi.
L’anno scorso l’Inghilterra ha destinato 600 milioni di sterline – denaro dei contribuenti inglesi – ad ‘aiuti allo sviluppo’, concretati in un accordo chiamato “Nuova Alleanza per la Sicurezza Alimentare e la Nutrizione”. In cambio degli aiuti economici e degli investimenti occidentali, i paesi africani coinvolti – in base a tale accordo – devono cambiare le loro attuali leggi in modo da facilitare l’acquisizione delle terre, il controllo della fornitura di sementi e quello dei prodotti da esportazione. Le conseguenze sono chiare. Hanno sottoscritto questo accordo Etiopia, Ghana, Tanzania, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mozambico, Nigeria, Benin, Malawi e Senegal.
L’imperialismo nord-americano non si tiene indietro. Lo scorso marzo a Londra la Fondazione Bill&amp;Melinda Gates (proprietaria – guarda caso – di mezzo milioni di azioni di Monsanto) e l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo (la famigerata USAID) hanno organizzato una conferenza tra ‘donatori’ di aiuti e grandi società, in cui si è discussa la strategia per facilitare la vendita di sementi sotto patente in Africa.
Per generazioni gli agricoltori hanno interscambiato tra loro le sementi. Ciò ha permesso di innovare, di mantenere la biodiversità, di adattare le sementi a condizioni climatiche diverse e di difendersi dalle malattie delle piante. In questa riunione, invece, si è dibattuto come introdurre massicciamente le sementi ibride di Syngenta, Monsanto ecc. che renderanno i contadini africani assolutamente dipendenti dalle multinazionali proprietarie delle patenti e produttrici anche dei pesticidi e dei fertilizzanti necessari a queste colture, provocando quindi anche danni ambientali e problemi alla salute, oltre alla rovina dei piccoli coltivatori locali.

… poi ti bombardo…
Quando questi accordi non sono abbastanza celeri rispetto alle esigenze del capitale imperialista, resta sempre l’opzione militare. Il caso della Libia è esemplare.
Nel novembre 2010 si tenne nel paese il 3° Vertice Africa-UE. Muhammar Gheddafi accolse con gran pompa i dirigenti di 80 paesi africani ed europei, che pianificarono un ‘piano di azione’ per una collaborazione congiunta 2011-2013 in materia di creazione di posti di lavoro, investimenti, crescita economica, pace, stabilità, emigrazione e cambio climatico.
Ma la Libia – che era allora il paese con il più alto livello di vita di tutta l’Africa, è bene ricordarlo – era un boccone troppo ghiotto. Possedeva una riserva immensa del miglior petrolio leggero del mondo, con un potenziale produttivo stimato in più di 3 milioni di barili al giorno (che il governo pensava di nazionalizzare).Nel suo sottosuolo giace una immensa riserva idrica di acqua dolce stimata in 35.000 chilometri cubici che forma parte del Sistema Acquifero Nubiano di Arisca (NSAS), la maggiore riserva idrica fossile del mondo: negli anni ’80 si era dato il via ad un progetto su grande scala di approvvigionamento idrico, il Grande Fiume Artificiale di Libia che, una volta completato avrebbe coperto Libia, Egitto, Sudan e Ciad – regioni sempre minacciate dalla scarsità di acqua per le coltivazioni – e permesso di potenziare la sicurezza alimentare della zona. Il progetto avrebbe anche evitato a questi paesi di ricorrere ai finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale: qualcosa che si opponeva all’aspirazione al monopolio globale delle risorse idriche e alimentari da parte del capitale internazionale.
La Libia possedeva inoltre 200 mila milioni di dollari di riserve internazionali. Com’è andata a finire lo sappiamo tutti.
Uno Stato in completo disfacimento, bande terroristiche (i famosi e celebrati ‘ribelli’) che si contendono militarmente il controllo delle sue riserve (qualcuno a Washington e a Bruxelles ha fatto male i conti…), migliaia e migliaia di lavoratori dei paesi vicini attratti dalle precedenti opportunità di lavoro e rimasti senza possibilità né di integrarsi né di ritornare ai loro – poverissimi – paesi di origine, un territorio aperto alla criminalità più brutale: ecco perché i barconi partono dalle coste libiche… grazie alla nostra guerra “umanitaria”.

… e se non basta ti annego
Alcuni anni fa, con il cinismo ‘di classe’ che lo contraddistingue, il Fondo Monetario Internazionale calcolava che – per la struttura del capitalismo mondiale e le sue esigenze di produzione e riproduzione – più di un terzo della popolazione mondiale era ‘inutile’.
Può sembrare una boutade, ma non lo è. È l’idea vera che sta sotto al fiume di discorsi sui “diritti umani” con cui ci hanno innaffiato in questi ultimi anni, è il substrato ideologico nazista che ci sta avvelenando.
L’esercito di riserva europeo è più che sufficiente per le necessità del capitale, quindi i migranti – gli ultimi degli sfruttati e degli oppressi – sono solo braccia e bocche inutili e dannosi per il profitto. Per loro, i nuovi untermenschen, i diritti umani tanto sbandierati non valgono e così noi assistiamo – troppo, troppo silenziosi – alla carneficina che si ingoia migliaia di esseri, umani tanto quanto noi. Certo non ci sporchiamo le mani di sangue, lasciamo che sia il mare a fare il lavoro sporco.

Ma… attenzione! Questo discorso riguarda anche noi. In forma più sottile ogni giorno ci dicono che anche la maggioranza di noi lavoratori europei – in buona sostanza – stiamo diventando braccia e bocche inutili.
Per ora soffriamo e moriamo di miseria, di disoccupazione, di mala sanità, di super sfruttamento ma lo facciamo uno qua e uno là. La nostra miseria, la nostra morte non appare sui giornali, è un processo che corre sotto traccia. Intanto si prepara l’Esercito europeo unico, nel caso dovessimo cominciare a prendere coscienza del nostro presente e del nostro futuro, ad organizzarci, a ribellarci.

Quello che l’Africa soffre da anni è quello che noi cominciamo a soffrire: non a caso il progetto politico più importante che si sta discutendo nel massimo segreto a Bruxelles – il TTIP – è la proposizione di quegli ‘accordi’ per lo sviluppo che hanno devastato altri continenti.

La faccia più bestiale del capitalismo è oggi rivolta agli immigrati – a quei nostri fratelli proletari la cui disperazione, sofferenza e morte dovremmo sentir bruciare sulla nostra pelle – ma si sta, abbastanza velocemente rivolgendo verso di noi. Quando questa faccia si girerà completamente, nessuno potrà dire di non averlo saputo.

Daniela Trollio per la rivista “nuova unità”

LIBIA: LA LUCROSA CACCIA AL NEGRO PER MANDARCELO

Postato il Giovedì, 11 giugno @ 23:10:00 BST di davide

DI MAURIZIO BLONDET

effedieffe.com

«Siamo qui per essere venduti»: così i migranti – quasi tutti subsahariani – che sono parcheggiati nel centro di raccolta di Zaouia, in Libia, un 50 chilometri ad ovest di Tripoli. Due inviati di Le Monde sono riusciti a avvicinarli (non si conoscono i particolari): come risultati dai loro agghiaccianti racconti, diversi sono rimasti vittime di retate delle ‘autorità’ libiche della zona e del momento.

«Le autorità ci accusano di voler partire per l’acqua, ma è falso», dice uno (Le Monde lo mostra in video): «C’è chi viene preso in casa, negli appartamenti, altri sono presi per strada; come me, io sono stato preso per strada».

«I veri traghettatori sono loro», spiega un compagno. «Dicono agli europei che ci hanno catturato in mare ma è falso! Ci stanno vendendo. Sono loro che gestiscono la prigione e organizzano le partenze per andare in Italia. Sono padroni di appartamenti in riva all’acqua, raccolgono la gente nelle ‘connection houses’. La ‘connessione’ sono loro, la fanno tra di loro, è il loro business. Siamo qui per essere venduti, alcuni a quasi mille dinari (libici). Mangiamo pochissimo, Quando arrivate voi giornalisti, fanno finta, è organizzato».

«Mi chiamo Roland», interviene un terzo, «sono nigeriano. Siamo venuti qui per lavorare, io e i miei amici. Guarda, ho addosso ancora i miei abiti da lavoro. La polizia ci ha arrestato per la strada. Noi non siamo venuti per fare la traversata, siamo venuti per lavorare. Io lavo le auto, questo faccio. Non so più che fare. Tutti i miei soldi, il telefono… tutto! Mi hanno preso tutto, sono in piedi senza niente. Non abbiamo alcun contatto… il mio telefono, tutto! Tutto m’hanno preso. Guardami, sono davanti a te».

«Io mi chiamo Samir, sono somalo. Siamo rifugiati e adesso cerchiamo una vita migliore… ma siamo stati arrestati in Libia. Nove mesi in Libia, capisci, e tre mesi in questa prigione. Cerchiamo la libertà, chiediamo aiuto».

«Mi chiamo Fussa. Sono venuto in Libia tre mesi fa, vivo in Libia, io lavoro. Sono venuto con i miei amici. Ieri tornavamo dal lavoro quando ci hanno arrestati. Ci hanno preso tutti i nostri beni, non abbiamo più niente… e l’acqua qui, è acqua salata. Qui siamo perduti, non mangiamo bene, per favore, domandiamo al Governo di Questo paese di venire in nostro aiuto, e di lasciarci rientrare a casa, nel nostro Paese. Chiediamo la libertà. Prego il Governo di questo Paese di aiutarci. Per favore, chiediamo soccorso, per favore…».

«Se ho l’opportunità di lavorare ancora in Libia lo farò», dice un altro, «se ho questa possibilità lavoro: sono muratore, sono un buon lavoratore».

Un altro ancora: «La sola cosa che vogliamo è tornare al nostro Paese –– è tutto quello che si vuole perché ci hanno affaticato qui, non si mangia, non si beve, non si dorme. Ci sono molte persone malate qui. Abbiamo perduto tutto: il denaro, i nostri passaporti….».

«Ci sono persone che sono qui da più di sei mesi, sette mesi… altri quattro mesi… senza contatto coi parenti. Le nostre famiglie non sanno se siamo vivi o morti».

Il pezzo di Le Monde (qui) non dice molto di più, è costruito come un articolo «di colore», di impressioni e sentimenti (sarebbe come, ai tempi di Stalin, entrare in un Lager siberiano e fare del «colore»). Tuttavia, dal poco si ricava questa visione:

I prigionieri sono tutti negri dell’Africa nera, non vengono dal Medio Oriente, non fuggono le guerre e l’IS.

Molti di loro sostengono essere emigrati per lavoro nella Libia di Gheddafi; si dicono vittime di sistematiche retate da parte di poliziotti (o quel che sono) libici, comunque gente di un qualche «Governo» in combutta con i trafficanti, o trafficanti essi stessi, per essere mandati in Italia su barconi o gommoni.

In Libia c’è la caccia all’africano nero, perché il traffico rende. Siccome l’Italia li accoglie tutti (Manconi e Papa Francesco: «Accogliamoli tutti!») l’industria della tratta libica ce ne manda sempre di più. Se ne procura di sempre nuovi con arresti e retate, li caccia nei suoi campi, e li imbarca –– alcuni contro la loro volontà: quanti? Non sappiamo. Altri di sicuro si sono mossi per venire in Italia via mare. Sarebbe interessante sapere se il business li raccoglie nei loro Paesi, li attrae con la promessa: in Italia vi prendono tutti! Dateci tremila dollari.. .poi furto di denaro, dei passaporti, dei cellulari (tanto in Italia ve ne danno uno nuovo), in compenso un costoso satellitare sul barcone per chiamare i soccorritori italioti.

In un certo senso è una storia di razzismo libico che continua.

Cercando in archivio trovo un titolo del 2011: «È caccia all’africano nero in Libia, ma nessuno lo dice». È un comunicato dell’agenzia Habeshia per la comunicazione e lo sviluppo (un gruppo di eritrei), e parlava di un altro genere di caccia in voga allora: tutti i neri, per lo più immigrati lavoratori nella prospera Libia di Gheddafi (i libici si sa non lavorano; avevano – diciamo – il reddito di cittadinanza, potevano pagarsi i negri come servi e schiavi) quando Gheddafi è stato rovesciato sono stati presi di mira come «mercenari al soldo del colonnello, e per questo inseguiti, perseguitati e uccisi. (…)» . Vi si racconta di «una donna eritrea, picchiata e buttata fuori di casa dal proprietario, a Tripoli, zona Medina, perché nera. Voi neri africani, gli ha detto, siete mercenari del regime. E fatti di questo genere stanno accadendo ovunque, soprattutto di notte».

«A Bengasi due eritrei sono stati linciati e uccisi dalla folla mentre cercavano di portare assistenza a due connazionali gravemente feriti. I profughi rimasti in vita hanno chiesto aiuto ad una nave inglese, pregando che mettesse in salvo almeno i due feriti, ma hanno ricevuto un rifiuto secco».

A Tripoli, «le famiglie di origine sub-sahariana non possono uscire nemmeno a fare la spesa perché temono il linciaggio. Sono le vittime preferite degli sciacalli depredatori. Molti sono stati rapinati, altri sequestrati. È una persecuzione». «Centinaia di richiedenti asilo politico che erano tenuti nelle carceri libiche, con l’aggravarsi della crisi sono stati costretti dai loro carcerieri a imbracciare le armi per colpire la piazza. Chi si è rifiutato di farlo, è stato ucciso».

La pulsione del linciaggio razzista, la caccia al negro di allora, sembra adesso perfezionata in industria del rastrellamento e vendita del negro all’Italia, che li accoglie tutti.

«Dal gennaio 2015 la guardia costiera libica non salpa più in mare per pattugliamenti», scrive Deutsche Welle in un servizio di poche settimane fa. In aprile, Deutsche Welle non ha fatto un pezzo di colore, ha persino parlato col capo della guardia costiera libica, Mohamed Baithi: il marpione, pieno di compassione umana, gli ha detto che i migranti presi in mare «non vogliono tornare in Libia –– e non si fa fatica a crederlo. Sono loro che «vogliono andare in Europa. Certe volte quando li prendiamo e portiamo indietro, piangono o cercano di distruggere le nostre imbarcazioni».

Messe insieme, le asserzioni del brav’uomo con il servizio fotografico-impressionistico di Le Monde, si intuisce che è la guardia costiera libica a fare i business, o almeno a prenderci la sua parte. Infatti Baithi spiega a DW (qui) quel che già sappiamo: «I barconi mandano un messaggio di SOS, le navi mercantili o i pescherecci nelle vicinanze sono obbligati in base al diritto internazionale marittimo a soccorrerli. Devono prender tutta questa gente a bordo». E il gioco è fatto.

«Siamo qui per essere venduti», dicono i negri imprigionati, e gli impressionisti di Le Monde non chiedono dettagli: venduti da chi? E soprattutto: a chi? Chi vi vuole comprare? Per quanti soldi?

Allo stesso modo, i valorosi inchiestisti di DW non chiedono a Baithi: come mai la guardia costiera libica «non esce più in mare dal gennaio 2015»? Si capirebbe avesse detto: non usciamo più in mare dal 2011, perché l’apparato statale è collassato. Invece: dal gennaio 2015, ossia dall’inizio di quest’anno. Perché? E da allora che il numero dei migranti gettati sui barconi volenti o nolenti è aumentato in modo esponenziale. Ancor più dei 17 0 mila del 2014, che erano già quattro volte di più di quelli messi in mare nel 2013. Centinaia e centinaia arrivano ormai ogni giorno, immediatamente soccorsi dall’Italia e dalla UE, la cui operazione è stata potenziata.

Ad alimentare quella che anche Le Monde chiama «una cinica industria. Il numero degli annegati in mare è salito alle stelle: alla data del 7 maggio, 1829 affogati, nove volte di più del periodo corrispondente del 2014. Fanno economie, li gettano in galleggianti marci promessi a naufragio certo. Sulle coste libiche, i trafficanti li parcheggiano in stamberghe dopo averli spogliati, le autorità li arrestano per mostrare all’Europa che fanno qualcosa e mascherare le loro connivenze occulte».

La nostra carità senza limiti aumenta il numero degli annegati? È una modesta domanda. Tanto più urgente visto che anche da noi fiorisce il business sull’immigrato salvato-in-mare: con la differenza che a pagare il business criminale italiota siamo noi contribuenti italioti. Carità pelosa?

Da noi domina l’accoglienza totale, la carità senza limiti, e guai a chi storce il naso; che non sia quello il fomite dell’industria del negro con retate dall’altra sponda? Che più ne accogliamo e più loro ce ne trovano?

«Siamo qui per essere venduti»; dicono i poveri negri del campo di Zaouia: venduti a chi, precisamente? I trafficanti della loro carne hanno preso i 3-4 mila dollari a ciascuno di loro, li hanno depredati del cellulare e del soldino in tasca, li hanno già puliti e spolpati come ossi di seppia: da loro non possono certo prendere altro. E allora da chi aspettano altri soldi? A chi li hanno venduti o intendono venderli?

Chi li compra in Italia, in Europa, in Occidente?

Viene qualche dubbio: che ci siano organizzazioni occidentalissime che «comprano» i negri dai libici. I complottisti più fanatici (da cui mi dissocio) dicono che c’è un interesse globalista ad inondarci di immigrati, un progetto per affondarci nella destabilizzazione che l’Occidente ha portato in Libia, Siria, Iraq, Yemen. Perché «una fonte dell’intelligence di Londra» accredita la stima di “migliaia di migranti” in pericolo e rilancia l’allarme su possibili ulteriori partenzeimminenti, indicando in almeno “mezzo milione” le persone radunate sulle coste libiche in attesa di nuovi imbarchi? Come sanno quella cifra? E perché le navi inglesi che raccolgono gli immigrati dai barconi, prodigandosi in modo eccezionale, poi li sbarcano in Italia? Perché non se li prendono e se li portano? Dopotutto, le navi militari sono pezzi di territorio nazionale.

Maurizio Blondet

Fonte: www-effedieffe.com

8.06.2015

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15166

Hilary Clinton rivela l’agenda occulta del Nuovo Ordine Mondiale

15 maggio 2015

di José Javier Esparza –

Uno scomodo velo di silenzio è stato calato sulle sorprendenti parole pronunciate di recente da Hilary Clinton. Forse la signora ha parlato più di quanto fosse conveniente.
“I codici culturali profondamente radicati, le credenze religiose e le fobie strutturali devono essere modificate. I governi devono utilizzare i loro strumenti e le risorse coercitive per ridefinire i dogmi religiosi tradizionali”.

Queste parole Hilary Clinton le ha pronunciate pubblicamente e senza sotterfugi, nel corso di un convegno pro abortista ed hanno lasciato più di una persona con la bocca aperta.

“Riformare coercitivamente le Religioni”? Dove rimarrebbe quindi la libertà religiosa? “Modificare le identità culturali”? Dove rimane quindi semplicemente la libertà di esistere? Simili intenzioni, messe in bocca a niente meno che alla principale candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti, avrebbero dovuto aprire un forte dibattito.

Non è stato così. Come un fatto molto significativo, i principali media in tutto l’Occidente hanno preferito silenziare le rivelazioni. Fatto rivelatore che i media non abbiano voluto dare risalto a queste dichiarazioni.

Quale significato dare alle dichiarazioni di Hillary Clinton?

Punto uno: che che i ” codici culturali profondamente radicati”, questi sono da intendere come le identità culturali tradizionali, che sono considerati in realtà nidi di “fobie strutturali”, vale a dire pregiudizi che deve essere giusto eliminare.

Punto due: che all’interno di queste “fobie strutturali” si trovano i “dogmi religiosi tradizionali”.

Punto tre: che i governo, ed il potere pubblico sono legittimati per utilizzare la loro forza coercitiva contro i dogmi religiosi e le identità culturali.

Quando si osserva in cosa consiste questa forza coercitiva, questa è, in soldoni, il “monopolio legale della violenza”, allora uno deve iniziare a preoccuparsi. Quando inoltre si constata che per le “fobie” o i “dogmi” si considerano quelli che sono i principi tradizionali della civilizzazione occidentale, vale a dire, la filosofia naturale, (per esempio il diritto alla vita), allora la preoccupazione ascende fino a tramutarsi in allarme. Quello che ha espresso sinteticamente la Hilary Clinton è un progetto politico totalitario di ingegneria sociale e culturale. Nè più nè meno.

Questo progetto è già in atto.

Sorprendente? In realtà non tanto. Questi luoghi comuni non sono affatto nuovi: essi sono già in circolazione nell’ideologia modernista dai tempi della Rivoluzione Francese. Dall’altro lato questi conservano una perfetta consonanza con quello che abbiamo visto crescere in Occidente negli ultimi venticinque anni, dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989: i programmi di ingegneria sociale dell’ONU- di frequente avallati dagli Stati Uniti-, le politiche abortiste ed omosessualiste adottate da quasi tutti i paesi europei e lo smantellamento delle identità etniche nell’area occidentale. Hilary Clinton di è di fatto limitata a rendere manifesto quello che già era latente.

Queste parole della Hilary Clinton sono state interpretate in chiave strettamente nordamericana: sono un progetto di ingegneria sociale- meglio si può dire spirituale- in un paese che si vanta di essere nato sulla base della libertà religiosa. Di sicuro nel contesto nordamericano, simili idee non smettono di essere una rettifica della propria identità delle origini del paese, di modo che potrebbe sembrare incomprensibile lo stupore di molti. Tuttavia i propositi di Clinton fanno parte delle tematiche abituali della sinistra USA dal 1968. Per dirlo così. quello che abbiamo visto fino ad ora è stata la sua “messa in pista”, la sua trasformazione in un programma politico senza camuffamenti.

Allo stesso modo, molti osservatori hanno visto nelle dichiarazioni della Clinton una specie di dichiarazione di guerra contro il Cristianesimo. Questa è una prospettiva corretta ma incompleta: la guerra non concerne soltanto le religioni tradizionali ma si estende anche, come dice la stessa signora Clinton, ai “codici culturali profondamente radicati”.

Questo significa che tutta l’identità culturale e storica, quale che sia stato il suo ambito e la sua natura, devono essere riformate coercitivamente dal potere politico. Non si tratta solo della religione che corre il pericolo: la minaccia si estende a qualsiasi tratto identitario che non coincida con il programma del “tempo nuovo” segnato dalla globalizzazione e dalla sua potenza egemone, che sono gli Stati Uniti d’America.

E noi europei cosa facciamo? In generale si segue la corrente. Bene, sembra sicuro che il percorso presenta delle complicazioni inaspettate e queste non hanno tardato a manifestarsi. Risulta francamente difficile mantenere la coesione sociale in un contesto di smantellamento dei “codici culturali profondamente radicati”.
A questo proposito l’esperienza francese è sommamente interessante : dagli anni ’80 la Francia ha vissuto un processo di costruzione di una nuova indentità sulla base di quella denominata “identità repubblicana” , che in pratica è consistita nella distruzione dei riferimenti classici della Nazione e la loro sostituzione con nuovi dogmi. “La Francia- diceva De Gaulle- è una Nazione europea di razza bianca e di religione cristiana”. Ha iniziato a smettere di essere tale poco dopo la morte del generale. L’europeismo si è convertito in una forma di cosmopolitismo che vedeva la Francia come protagonista in un mondo senza frontiere, in mondo in cui la stessa Europa non è altra cosa che una regione privilegiata in un contesto globale.

Allo stesso modo, qualsiasi fattore di carattere etnico – razziale, culturale, ecc.- ha iniziato ad essere un tabù a vantaggio di una società di nuovo conio edificata sull’affluenza massiccia di popolazione straniera. In quanto alla religione, questa andava ad essere sistematicamente posposta nella scia di un laicismo radicale che non è scemato neppure quando Sarkozy, a San Giovanni in Laterano, scoprì davanti al papa Benedetto XVI i valori del “laicismo positivo”.

Il risultato è stato quello di una Nazione disarticolata sul piano politico, su quello economico e sociale. Il discorso ufficiale continua ad incamminarsi verso il medesimo obiettivo, la realtà sociale già cammina per una strada diversa.

La crescita impetuosa del “Front National” non è un caso. I politici cercano di reagire adattandosi al terreno. L’ultimo è stato il primo ministro Valls, il quale l’anno scorso aveva aperto istituzionalmente il “Ramadan”, mentre adesso si affanna a rivendicare il carattere inequivocabilmente cristiano della Francia. Forse lo ha fatto troppo tardi.

Sia come sia, quello che ha esposto la candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti è molto di più che una dichiarazione di intenzioni: si tratta della trama occulta del programma del nuovo ordine mondiale, che per imporsi senza grandi resistenze necessita, precisamente, di demolire le radici culturali e le religioni tradizionali. Era inevitabile che qualcuno avrebbe prima o poi finito con l’invocare la forza dello Stato per mettere in esecuzione coercitivamente tale operazione. Hilary Clinton lo ha fatto.

La sinistra mondialista europea (e non solo quella), molto probabilmente è già salita sul carro. Così vedremo, alla nostra sinistra, appoggiare la politica mondialista in nome del progresso. Sono le svolte che avvengono nella Storia.

Fonte: La Gaceta.es

Traduzione: Luciano Lago per Controinformazione

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2015/05/15/hilary-clinton-rivela-lagenda-occulta-del-nuovo-ordine-mondiale/

Il piano sionista per il Medio Oriente

Tradotto e curato da
Israel Shahak
L’Israele di Theodore Herzl (1904) e di Rabbi Fischmann (1947)
Nei suoi diari complete, vol. II. p. 711, Theodore Herzl, fondatore del sionismo, dice che l’area dello Stato ebraico si estende: “. Dal torrente d’Egitto al fiume Eufrate”
Rabbi Fischmann, membro dell’Agenzia Ebraica per la Palestina, ha dichiarato nella sua testimonianza al comitato speciale delle Nazioni Unite su richiesta del 9 luglio 1947 “La Terra Promessa si estende dal fiume d’Egitto fino all’Eufrate, include parti di Siria e Libano. ”
da
Oded Yinon di
“Una strategia per Israele negli anni Ottanta”
Pubblicato dalla
Associazione di arabo-americano Laureati, Inc.
Belmont, Massachusetts, 1982
Speciale Documento n ° 1 (ISBN 0-937694-56-8)

Indice dei contenuti
Publisher non e1
L’Associazione di arabo-americano Laureati lo trova irresistibile per inaugurare la sua nuova serie di pubblicazioni, documenti particolari, con l’articolo di Oded Yinon, che è apparso in Kivunim (Indicazioni), la rivista del Dipartimento di Informazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale. Oded Yinon è un giornalista israeliano ed era precedentemente assegnato al ministero degli Esteri di Israele. A nostra conoscenza, questo documento è la dichiarazione più esplicita, dettagliata e inequivocabile alla data della strategia sionista in Medio Oriente. Inoltre, si distingue come una rappresentazione accurata della “visione” per l’intero Medio Oriente del regime sionista attualmente sentenza di Begin, Sharon e Eitan. La sua importanza, quindi, non risiede nel suo valore storico, ma nell’incubo che essa presenta.
2
Il piano opera su due premesse fondamentali. Per sopravvivere, Israele deve 1) diventare una potenza regionale imperiale, e 2) deve effettuare la divisione di tutta l’area in piccoli stati con la dissoluzione di tutti gli stati arabi esistenti. Piccola qui dipenderà dalla composizione etnica o settaria di ogni stato. Di conseguenza, la speranza sionista è che gli stati su base settaria diventano satelliti di Israele e, ironia della sorte, la sua fonte di legittimazione morale.
3
Questa non è una nuova idea, né superficie per la prima volta nel pensiero strategico sionista. Infatti, frammentando tutti gli stati arabi in unità più piccole è stato un tema ricorrente. Questo tema è stato documentato in una scala molto modesta nella pubblicazione AAUG, Sacro Terrorismo di Israele(1980), da Livia Rokach. Sulla base delle memorie di Moshe Sharett, ex primo ministro di Israele, documenti di studio di Rokach, con dettagli convincenti, il piano sionista in quanto si applica al Libano e, come è stato preparato nella metà degli anni Cinquanta.
4
La prima massiccia invasione israeliana del Libano nel 1978 portava questo piano fuori nei minimi dettagli. Il secondo e più barbara e totalizzante invasione israeliana del Libano il 6 giugno 1982, si propone di effettuare alcune parti di questo piano, che spera di vedere non solo il Libano, la Siria e la Giordania, ma anche, in frammenti. Questo dovrebbe fare beffa di crediti pubblici israeliani quanto riguarda il loro desiderio di un governo centrale libanese forte e indipendente. Più precisamente, vogliono un governo centrale libanese che sancisce i loro disegni imperialisti regionali con la firma di un trattato di pace con loro. Essi cercano anche acquiescenza nei loro disegni dal siriano, iracheno, giordano e altri governi arabi, nonché dal popolo palestinese. Quello che vogliono e che cosa stanno progettando per non è un mondo arabo, ma un mondo di frammenti arabi che è pronto a soccombere all’egemonia israeliana. Quindi, Oded Yinon nel suo saggio, “Una strategia per Israele negli anni 1980,” parla “di vasta portata opportunità per la prima volta dal 1967” che vengono creati dal “situazione molto burrascoso [che] circonda Israele.”
5
La politica sionista di spostare i palestinesi dalla Palestina è molto più di una politica attiva, ma viene perseguita con più forza nei momenti di conflitto, come nella guerra del 1947-1948 e nella guerra del 1967. Un’appendice intitolato “Israele parla di un nuovo esodo” è incluso in questa pubblicazione per dimostrare ultimi dispersioni sionisti dei palestinesi dalla loro patria e per mostrare, oltre al documento principale sionista si presenti, altre forme di programmazione sionista per la de-palestinizzazione della Palestina.
6
E ‘chiaro dal documento Kivunim, pubblicato nel febbraio del 1982, che le “ampie opportunità” di cui strateghi sionisti hanno pensato sono le stesse “opportunità” di cui stanno cercando di convincere il mondo e che a loro parere sono stati generati dal loro giugno del 1982 invasione. E ‘anche chiaro che i palestinesi non sono mai stati l’unico obiettivo dei piani sionisti, ma l’obiettivo prioritario in quanto la loro presenza vitale e indipendente come popolo nega l’essenza dello Stato sionista. Ogni stato arabo, tuttavia, in particolare quelli con le direzioni nazionaliste coesa e chiara, è un vero e proprio bersaglio prima o poi.
7
Contrastava con la strategia dettagliata e inequivocabile sionista chiarito in questo documento, la strategia araba e palestinese, purtroppo, soffre di ambiguità e incoerenza. Non vi è alcuna indicazione che gli strateghi arabi hanno interiorizzato il piano sionista nella sua piena ramificazioni.Invece, essi reagiscono con incredulità e shock ogni volta che una nuova fase di esso si svolge.Questo è evidente nella reazione araba, seppur in sordina, per l’assedio israeliano di Beirut. Il fatto triste è che, fintanto che la strategia sionista per il Medio Oriente non è preso sul serio reazione araba a qualsiasi futura assedio di altre capitali arabe sarà la stessa.
Khalil Nakhleh
23 luglio 1982
Prefazione
di Israel Shahak
1
Il seguente saggio rappresenta, a mio parere, il piano preciso e dettagliato del presente regime sionista (di Sharon ed Eitan) per il Medio Oriente che si basa sulla divisione di tutta l’area in piccolistati, e la dissoluzione di tutto l’esistente Stati arabi. Vorrei commentare l’aspetto militare di questo piano in una nota conclusiva. Qui vorrei richiamare l’attenzione dei lettori di alcuni punti importanti:
2
1. L’idea che tutti gli stati arabi dovrebbero essere suddivisi, da Israele, in piccole unità, si verifica di nuovo e di nuovo nel pensiero strategico israeliano. Ad esempio, Ze’ev Schiff, il corrispondente militare di Ha’aretz (e probabilmente il più esperto in Israele, su questo argomento) scrive a proposito del “migliore” che può accadere per gli interessi israeliani in Iraq: “La dissoluzione dell’Iraq in un sciita di stato, uno stato sunnita e la separazione della parte kurda “( Ha’aretz 1982/06/02). In realtà, questo aspetto del piano è molto vecchio.
3
2. Il forte legame con il pensiero neo-conservatore negli Stati Uniti è molto importante, soprattutto nelle note dell’autore. Tuttavia, mentre a parole è pagato per l’idea della “difesa dell’Occidente” dal potere sovietico, il vero scopo del suo autore, e dell’attuale establishment israeliano è chiaro: per fare un Israele imperiale in una potenza mondiale. In altre parole, l’obiettivo di Sharon è ingannare americani dopo aver ingannato tutto il resto.
4
3. E ‘ovvio che gran parte dei dati rilevanti, sia nelle note e nel testo, è alterata o omessa, come ad esempio l’aiuto finanziario degli Stati Uniti a Israele . Gran parte di essa è pura fantasia. Tuttavia , il piano non deve essere considerato non influente, o come non in grado di realizzare per un breve periodo. Il piano segue fedelmente le idee geopolitiche attuali in Germania del 1890-1933, che sono state ingerite intere da Hitler e del movimento nazista, e determinato i loro obiettivi per l’Europa orientale . Tali obiettivi, in particolare la divisione degli stati esistenti, sono state effettuate nel 1939-1941, e solo un’alleanza su scala globale impedito loro consolidamento per un periodo di tempo.
5
Le note dell’autore seguono il testo. Per evitare confusione, non volevo aggiungere eventuali note di mio, ma ho messo la sostanza di loro in questa prefazione e la conclusione alla fine. Ho, tuttavia, sottolineato alcune parti del testo.
Israel Shahak
13 giugno 1982

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Una strategia per Israele negli anni Ottanta
da Oded Yinon
Questo articolo è originariamente apparso in ebraico in Kivunim (Direzioni) , Un Giornale per il Giudaismo e il Sionismo, nessun problema, 14-Inverno, 5742, febbraio 1982 Editore: Yoram Beck.Comitato Editoriale: Eli Eyal, Yoram Beck, Amnon Hadari, Yohanan Manor, Elieser Schweid.Pubblicato dal Dipartimento di Pubblicità / L’Organizzazione Sionista Mondiale , Gerusalemme.
1
All’inizio degli anni ottanta lo Stato di Israele ha bisogno di una nuova prospettiva per il suo posto, i suoi scopi e gli obiettivi nazionali, in patria e all’estero. Questa esigenza è diventata ancora più importante a causa di una serie di processi centrali che il paese, la regione e il mondo stanno attraversando. Oggi viviamo in fasi iniziali di una nuova epoca nella storia umana, che non è del tutto simile al suo predecessore, e le sue caratteristiche sono totalmente diverse da quello che abbiamo finora conosciuto. Ecco perché abbiamo bisogno di una comprensione dei processi centrali che caratterizzano questa epoca storica, da un lato, e dall’altro lato abbiamo bisogno di una visione del mondo e una strategia operativa in conformità con le nuove condizioni. L’esistenza, la prosperità e la fermezza dello Stato ebraico dipenderà dalla sua capacità di adottare un nuovo quadro di riferimento per i suoi affari interni ed esteri.
2
Questa epoca è caratterizzata da numerosi tratti che possiamo già diagnosticare, e che simboleggiano una vera e propria rivoluzione nel nostro stile di vita attuale. Il processo dominante è la ripartizione del, prospettiva umanista razionalista come la pietra angolare di supporto alla vita e conquiste della civiltà occidentale a partire dal Rinascimento. Le opinioni politiche, sociali ed economiche che hanno emanati da questo fondamento si sono basate su diverse “verità” che sono attualmente scomparendo, per esempio, l’idea che l’uomo come individuo è il centro dell’universo e di tutto ciò che esiste al fine di realizzare il suo bisogni materiali di base. Questa posizione viene invalidata nel presente, quando è diventato chiaro che la quantità di risorse nel cosmo non soddisfa i requisiti di uomo, i suoi bisogni economici o di suoi vincoli demografici. In un mondo in cui ci sono quattro miliardi di esseri umani e di risorse economiche e di energia che non crescono in proporzione per soddisfare le necessità degli uomini, non è realistico aspettarsi di soddisfare il requisito principale della società occidentale, 1 cioè, il desiderio e l’aspirazione per consumo illimitato. Il punto di vista che l’etica non ha alcun ruolo nel determinare la direzione Uomo prende, ma piuttosto i suoi bisogni materiali fai da questo punto di vista sta diventando prevalente oggi come vediamo un mondo in cui quasi tutti i valori stanno scomparendo. Stiamo perdendo la capacità di valutare le cose più semplici, soprattutto se riguardano la semplice questione di ciò che è bene e ciò che è male.3
La visione delle aspirazioni illimitate dell’uomo e abilità si restringe a fronte dei fatti tristi della vita, in cui si assiste alla disgregazione dell’ordine del mondo che ci circonda. La vista che promette la libertà e la libertà al genere umano sembra assurdo alla luce del triste fatto che tre quarti del genere umano vive sotto regimi totalitari. I punti di vista riguardanti l’uguaglianza e la giustizia sociale sono stati trasformati dal socialismo e soprattutto dal comunismo in uno zimbello. Non vi è alcun argomento per la verità di queste due idee, ma è chiaro che non sono stati messi in pratica correttamente e la maggioranza del genere umano ha perso la libertà, la libertà e la possibilità per l’uguaglianza e la giustizia. In questo mondo nucleare in cui siamo (ancora) vivere in relativa pace per 30 anni, il concetto di pace e la convivenza tra le nazioni non ha significato quando una superpotenza come l’URSS detiene una dottrina militare e politica del genere non ha: che non è solo una guerra nucleare possibile e necessario per conseguire le estremità di marxismo, ma che è possibile sopravvivere dopo, per non parlare del fatto che si può essere vittorioso in esso. 2
4
I concetti fondamentali della società umana, soprattutto quelli d’Occidente, stanno subendo un cambiamento a causa di trasformazioni politiche, militari ed economiche. Così, la potenza nucleare e convenzionale dell’Urss ha trasformato l’epoca che si è appena concluso in ultima tregua prima della grande saga che sarà demolire gran parte del nostro mondo in una guerra globale multidimensionale, rispetto a cui il mondo passato guerre saranno stati un gioco da ragazzi. Il potere del nucleare e delle armi convenzionali, la loro quantità, la loro precisione e la qualità si trasformerà la maggior parte del nostro mondo a testa in giù nel giro di pochi anni, e noi dobbiamo allinearci in modo da affrontare che in Israele. Che è, poi, la principale minaccia per la nostra esistenza e quella del mondo occidentale. 3 La guerra per le risorse del mondo, il monopolio arabo sul petrolio, e la necessità dell’Occidente di importare la maggior parte delle materie prime dal terzo mondo , stanno trasformando il mondo che conosciamo, dato che uno degli obiettivi principali dell’Unione Sovietica è quello di sconfiggere l’Occidente da ottenere il controllo sulle risorse gigantesche nel Golfo Persico e nella parte meridionale dell’Africa, in cui la maggior parte dei minerali mondiali sono trova.Possiamo immaginare le dimensioni del confronto globale, che ci dovrà affrontare in futuro.5
La dottrina Gorshkov richiede il controllo sovietico degli oceani e zone ricche di minerali del Terzo Mondo. Che insieme con l’attuale dottrina nucleare sovietica che sostiene che è possibile gestire, vincere e sopravvivere a una guerra nucleare, nel corso della quale militare dell’Occidente potrebbe benissimo essere distrutta ed i suoi abitanti fece schiavi al servizio del marxismo-leninismo, è il principale pericolo per la pace nel mondo e per la nostra stessa esistenza. Dal 1967, i sovietici hanno trasformato dictum Clausewitz ‘in “La guerra è la continuazione della politica con mezzi nucleari”, e ne ha fatto il motto che guida tutte le loro politiche. Già oggi sono occupati di effettuare i loro obiettivi nella nostra regione e in tutto il mondo, e la necessità di affrontarli diventa l’elemento importante nella politica di sicurezza del nostro paese e, naturalmente, quella del resto del mondo libero. Questa è la nostra grande sfida straniera. 4
6
Il mondo arabo musulmano, quindi, non è il principale problema strategico che dovremo affrontare negli anni Ottanta, nonostante il fatto che essa eserciti la principale minaccia contro Israele, a causa della sua crescente potenza militare. Questo mondo, con le sue minoranze etniche, le fazioni e le crisi interne, che è sorprendentemente autodistruttivo, come possiamo vedere in Libano, in Iran non arabo e ora anche in Siria, è in grado di affrontare con successo i problemi fondamentali e fa Non quindi costituire una minaccia reale contro lo Stato di Israele, nel lungo periodo, ma solo nel breve periodo in cui il suo potere militare immediato ha grande importanza. Nel lungo periodo, questo mondo non sarà in grado di esistere nel suo quadro presente nelle zone intorno a noi, senza dover passare per veri cambiamenti rivoluzionari. Il musulmano arabo mondo è costruito come una casa temporanea di carte messe insieme dagli stranieri (Francia e Gran Bretagna negli anni Venti), senza che i desideri ei desideri degli abitanti essendo stati presi in considerazione. E ‘stato arbitrariamente diviso in 19 stati, tutti in combinazioni di Minori e gruppi etnici che sono ostili l’uno all’altro, in modo che ogni stato arabo musulmano al giorno d’oggi deve affrontare la distruzione sociale etnico dal di dentro, e in alcuni una guerra civile è già scatenato. 5 La maggior parte degli arabi, 118 milioni su 170 milioni, vivono in Africa, soprattutto in Egitto (45 milioni di oggi).7
A parte l’Egitto, tutti gli stati del Maghreb sono costituiti da un misto di arabi e berberi non arabi. In Algeria vi è già una guerra civile infuria in montagna Kabile tra le due nazioni nel paese. Marocco e Algeria sono in guerra tra di loro sul Sahara spagnolo, oltre alla lotta interna in ciascuno di essi.L’Islam militante mette in pericolo l’integrità della Tunisia e Gheddafi organizza le guerre che sono distruttivi dal punto di vista arabo, da un paese che è scarsamente popolata e che non può diventare una nazione potente. È per questo che egli ha tentato unificazioni in passato con gli stati che sono più genuini, come l’Egitto e la Siria. Sudan, lo Stato più lacerato nel mondo musulmano arabo di oggi è costruito su quattro gruppi ostili gli uni agli altri, un musulmano sunnita, minoranza araba che governa la maggioranza degli africani non arabi, Pagani e cristiani. In Egitto c’è una maggioranza sunnita musulmano di fronte a una grande minoranza di cristiani che è dominante in Alto Egitto: circa 7 milioni di loro, in modo che anche Sadat, nel suo intervento, l’8 maggio, ha espresso il timore che vorranno un loro stato proprio, qualcosa come un “secondo” cristiana del Libano in Egitto.
8
Tutti gli Stati arabi est di Israele sono lacerata, spezzata e crivellato di conflitto interiore ancor più di quelli del Maghreb. La Siria è fondamentalmente non differisce da Libano salvo in forte regime militare che governa. Ma la vera e propria guerra civile che si svolgono al giorno d’oggi tra la maggioranza sunnita e la sciita alawita minoranza dominante (un mero 12% della popolazione), testimonia la gravità del problema nazionale.
9
L’Iraq è, ancora una volta, non è diverso nella sostanza dai suoi vicini, anche se la sua maggioranza è sciita e la minoranza sunnita dominante. Il sessantacinque per cento della popolazione non ha voce in politica, in cui una élite di 20 per cento detiene il potere. Inoltre c’è una grande minoranza curda nel nord, e se non fosse per la forza del regime al potere, l’esercito e le entrate petrolifere, futuro stato iracheno non sarebbe diverso da quello del Libano, in passato o della Siria oggi. I semi del conflitto interiore e della guerra civile sono evidenti già oggi, soprattutto dopo l’ascesa di Khomeini al potere in Iran, un leader che gli sciiti in Iraq vista come il loro leader naturale.
10
Tutti i principati del Golfo e in Arabia Saudita sono costruiti su un delicato casa di sabbia in cui vi è solo olio. In Kuwait, i kuwaitiani costituiscono solo un quarto della popolazione. In Bahrain, gli sciiti sono la maggioranza, ma sono privi di potere. Negli Emirati Arabi Uniti, gli sciiti sono ancora una volta la maggioranza, ma i sunniti sono al potere. Lo stesso è vero di Oman e Yemen del Nord.Anche nella marxista del Sud Yemen c’è una considerevole minoranza sciita. In Arabia Saudita la metà della popolazione è straniera, egiziana e yemenita, ma una minoranza saudita detiene il potere.
11
La Giordania è in realtà palestinese, governato da un Trans-Giordania beduino minoranza, ma la maggior parte delle forze armate e di certo la burocrazia è ora palestinese. È un dato di fatto Amman è come palestinese Nablus. Tutti questi paesi hanno eserciti potenti, relativamente parlando. Ma c’è un problema anche lì. L’esercito siriano è oggi per lo più sunniti con un corpo ufficiali alawita, l’esercito iracheno sciita con sunnita comandanti. Questo ha un grande significato nel lungo periodo, ed è per questo che non sarà possibile conservare la fedeltà dell’esercito per un lungo periodo a meno che si tratta del solo comune denominatore: l’ostilità nei confronti di Israele, e oggi anche questo è insufficiente .
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Accanto gli arabi, divisi come sono, l’altro musulmano Uniti condividono una situazione simile. La metà della popolazione dell’Iran è costituito da un gruppo di lingua persiana e l’altra metà di un gruppo etnico turco. Popolazione della Turchia dispone di un turco musulmano sunnita maggioranza, circa il 50%, e due grandi minoranze, 12 milioni di sciiti alawiti ei 6 milioni sunniti curdi. In Afghanistan ci sono 5 milioni di euro
Sciiti, che costituiscono un terzo della popolazione. In sunnita Pakistan ci sono 15 milioni di sciiti, che mettono in pericolo l’esistenza di quello stato.
13
Questa immagine nazionale minoranza etnica che si estende dal Marocco all’India e dalla Somalia alla Turchia punta alla mancanza di stabilità e di una rapida degenerazione in tutta la regione.Quando questo quadro si aggiunge a quello economico, vediamo come l’intera regione è costruito come un castello di carte, incapace di sopportare i suoi gravi problemi.
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In questo mondo gigantesco e fratturati ci sono alcuni gruppi di ricchi e una massa enorme di persone povere. La maggior parte degli arabi hanno un reddito medio annuo di 300 dollari. Questa è la situazione in Egitto, nella maggior parte dei paesi del Maghreb, tranne per la Libia, e in Iraq. Libano è lacerato e la sua economia sta cadendo a pezzi. E ‘uno stato in cui non vi è alcun potere centralizzato, ma solo 5 de facto autorità sovrane (cristiano nel nord, sostenuta dai siriani e sotto il dominio del clan Franjieh, in Oriente una zona di conquista siriana diretta, nel centro di un falangista enclave controllata cristiana, nel sud e fino al fiume Litani una regione prevalentemente palestinese controllato dall’OLP e lo stato dei cristiani del maggiore Haddad e mezzo milione di sciiti). La Siria è in una situazione ancora più grave e anche l’assistenza che otterrà in futuro, dopo l’unificazione con la Libia non sarà sufficiente per affrontare i problemi fondamentali dell’esistenza e il mantenimento di un grande esercito. L’Egitto è nella situazione peggiore: Milioni sono sull’orlo della fame, la metà della forza lavoro è disoccupata, e l’alloggio è scarsa in questa zona più densamente popolata del mondo.Fatta eccezione per l’esercito, non vi è un singolo reparto operativo in modo efficiente e lo Stato è in uno stato permanente di fallimento e dipende interamente dall’assistenza estera americana concessa in quanto la pace. 6
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Negli Stati del Golfo, l’Arabia Saudita, la Libia e l’Egitto non vi è la più grande accumulazione di denaro e di petrolio al mondo, ma quelli goderne sono piccole élites che non hanno una base larga di sostegno e di fiducia in se stessi, qualcosa che nessun esercito può garantire. 7 L’esercito saudita con tutta la sua attrezzatura non può difendere il regime da pericoli reali a casa o all’estero, e ciò che ha avuto luogo a La Mecca nel 1980, è solo un esempio. Una situazione triste e molto burrascoso circonda Israele e crea sfide per esso, i problemi, i rischi , ma anche ampie opportunità per la prima volta dal 1967 . Le probabilità sono che occasioni perse in quel momento diventerà realizzabile negli anni Ottanta in misura e secondo le dimensioni che non possiamo nemmeno immaginare oggi.16
La politica di “pace” e la restituzione dei territori, attraverso una dipendenza degli Stati Uniti, preclude la realizzazione della nuova opzione creato per noi. Dal 1967, tutti i governi di Israele hanno legato i nostri obiettivi nazionali fino a restringere esigenze politiche, da un lato, e dall’altro a distruttivo pareri a casa che neutralizzate le nostre capacità, sia in patria che all’estero. Non riuscendo a prendere provvedimenti nei confronti della popolazione araba nei nuovi territori, acquisiti nel corso di una guerra forzata su di noi, è il grande errore strategico commesso da Israele, la mattina dopo la Guerra dei Sei Giorni. Avremmo potuto salvare noi stessi tutto il conflitto aspro e pericoloso da allora, se avessimo dato la Giordania per i palestinesi che vivono a ovest del fiume Giordano. Così facendo avremmo neutralizzato il problema palestinese che abbiamo oggi di fronte, e al quale abbiamo trovato soluzioni che sono davvero nessuna soluzione a tutti, come il compromesso territoriale o di autonomia che ammontano, infatti, per la stessa cosa. 8 Oggi, abbiamo improvvisamente affrontare immense opportunità per trasformare a fondo e questo dobbiamo fare nel prossimo decennio la situazione, altrimenti non potremo sopravvivere come stato.17
Nel corso degli anni Ottanta, lo Stato di Israele dovrà passare attraverso i cambiamenti di vasta portata nel suo regime politico ed economico nazionale, insieme a cambiamenti radicali nella sua politica estera, al fine di resistere alle sfide globali e regionali di questa nuova epoca. La perdita dei campi petroliferi del Canale di Suez, l’immenso potenziale delle altre risorse naturali, petrolio, gas e nella penisola del Sinai, che è geomorfologicamente identici ai ricchi paesi produttori di petrolio della regione, si tradurrà in una perdita di energia nel prossimo futuro e distruggere la nostra economia nazionale: un quarto del nostro presente PIL così come un terzo del budget viene utilizzato per l’acquisto di petrolio. 9 La ricerca di materie prime nel Neghev e sulla costa non saranno, in un prossimo futuro , servono a modificare tale stato di cose.18
(Riconquistare) la penisola del Sinai con le sue risorse attuali e potenziali è dunque una priorità politica che è ostacolata dal Camp David e gli accordi di pace . La colpa per che si trova, naturalmente, con l’attuale governo israeliano e dei governi che ha aperto la strada alla politica di compromesso territoriale, i governi di allineamento dal 1967. Gli egiziani non avrà bisogno di mantenere il trattato di pace dopo la restituzione del Sinai, e faranno tutto il possibile per tornare all’ovile del mondo arabo e per l’URSS al fine di ottenere il sostegno e l’assistenza militare. Aiuti americani è garantita solo per un breve periodo, per i termini della pace e l’indebolimento degli Stati Uniti, sia in patria che all’estero porterà a una riduzione degli aiuti. Senza olio e il reddito da esso, con il presente enormi spese, non saremo in grado di ottenere fino al 1982 nelle condizioni attuali e dovremo agire per return la situazione allo status quo che esisteva in Sinai prior di Sadat di visita e l’accordo di pace firmato con lui erronea marzo 1979 . 1 019
Israele ha due vie principali attraverso cui realizzare questo scopo, uno diretto e l’altro indiretto.L’opzione diretta è quella meno realistico a causa della natura del regime e di governo in Israele, così come la saggezza di Sadat, che ha ottenuto il nostro ritiro dal Sinai, che era, accanto alla guerra del 1973, il suo successo importante da quando ha preso il potere . Israele non unilateralmente rompere il trattato, né oggi, né nel 1982, a meno che sia molto fatica economicamente e politicamente ed Egitto fornisce Israele con la scusa di prendere il nuovo Sinai nelle nostre mani per la quarta volta nella nostra breve storia. Cosa è rimasto dunque, è l’opzione indiretta. La situazione economica in Egitto, la natura del regime e la sua pan-
Politica araba, porterà a una situazione dopo l’aprile 1982, alla quale Israele sarà costretto ad agire direttamente o indirettamente, al fine di riprendere il controllo del Sinai come riserva strategica, economica ed energetica per il lungo periodo . Egitto non costituisce un problema strategico militare a causa di conflitti interni e che potrebbe essere guidato indietro al post 1967 situazione di guerra in non più di un giorno. 1 120
Il mito dell’Egitto come leader forte del mondo arabo è stata demolita nel 1956 e sicuramente non è sopravvissuto del 1967, ma la nostra politica, come nel ritorno del Sinai, è servito a trasformare il mito in “realtà.” In realtà, però , il potere dell’Egitto in proporzione sia al solo Israele e per il resto del mondo arabo è sceso di circa il 50 per cento dal 1967. L’Egitto non è più il principale potere politico nel mondo arabo ed è economicamente sull’orlo di una crisi. Senza assistenza straniera la crisi arriverà domani. 12 Nel breve periodo, a causa del ritorno del Sinai, Egitto guadagnerà parecchi vantaggi a nostre spese, ma solo nel breve periodo fino al 1982, e che non cambierà gli equilibri di potere a suo vantaggio, e sarà eventualmente causare la sua rovina. Egitto, nella sua attuale quadro politico interno, è già un cadavere, tanto più se si tiene conto della crescente spaccatura musulmano-cristiano. Rompere Egitto giù territorialmente in regioni geografiche distinte è l’obiettivo politico di Israele negli anni Ottanta sulla sua fronte occidentale .21
Egitto è diviso e lacerato in molti focolai di autorità. Se l’Egitto va in pezzi, paesi come la Libia, il Sudan o anche gli Stati più lontani non continueranno ad esistere nella forma attuale e si uniranno ilcrollo e la dissoluzione di Egitto. La visione di uno Stato cristiano copto in Egitto insieme a un certo numero di stati deboli con potenza molto localizzato e senza un governo centralizzato, come fino ad oggi, è la chiave per uno sviluppo storico che è stato solo arretrato con l’accordo di pace, ma che sembra inevitabile in lungo periodo . 1 322
Il fronte occidentale, che in superficie appare più problematica, è di fatto meno complicato di fronte orientale, in cui la maggior parte degli eventi che fanno i titoli dei giornali hanno avuto luogo recentemente. Dissoluzione totale del Libano in cinque province serve da precendent per tutto il mondo arabo tra cui l’Egitto, la Siria, l’Iraq e la penisola arabica e sta già seguendo quella traccia. La dissoluzione della Siria e Iraq in seguito in aree etnicamente o religiosamente unqiue come in Libano, è l’obiettivo primario di Israele sul fronte orientale nel lungo periodo, mentre la dissoluzione del potere militare di questi stati costituisce l’obiettivo primario a breve termine. Siria cadrà a pezzi, in conformità con la sua struttura etnica e religiosa, in diversi stati, come in oggi il Libano, in modo che non ci sarà uno stato sciita alawita lungo la sua costa, uno stato sunnita nella zona di Aleppo, un altro stato sunnita a Damasco ostile al suo vicino del nord, e le drusi che sarà istituito uno stato , magari anche nel nostro Golan, e certamente nel dell’Hauran e nel nord della Giordania . Questo stato di cose sarà la garanzia per la pace e la sicurezza nella zona, a lungo termine, e questo obiettivo è già alla nostra portata oggi . 1 423
Iraq, ricco di petrolio, da una parte e lacerato internamente, dall’altra, è garantito come candidato pergli obiettivi di Israele . La sua dissoluzione è ancora più importante per noi di quella di Siria. L’Iraq è più forte di Siria. Nel breve periodo è il potere iracheno che costituisce la più grande minaccia per Israele. Una guerra Iraq-Iran si strappa a pezzi l’Iraq e provocare la sua caduta a casa anche prima che sia in grado di organizzare una lotta su un ampio fronte contro di noi. Ogni tipo di confronto inter-araba ci aiuterà nel breve periodo e sarà accorciare la strada per l’obiettivo più importante di rompere l’Iraq in denominazioni come in Siria e in Libano . In Iraq, una divisione in province lungo linee etniche / religiose, come in Siria durante il periodo ottomano è possibile. Così, tre (o più) stati esisteranno attorno alle tre principali città: Bassora, Baghdad e Mosul, e le zone sciite nel sud separerà dal sunnita e curda a nord. E ‘possibile che l’attuale scontro iraniano-iracheno approfondirà questa polarizzazione. 1 524
L’intera penisola arabica è un candidato naturale per la dissoluzione a causa di pressioni interne ed esterne, e la questione è inevitabile soprattutto in Arabia Saudita. Indipendentemente dal fatto che la sua forza economica a base di olio rimane intatto o se invece è diminuita nel lungo periodo, le divisioni interne e le disaggregazioni sono uno sviluppo chiaro e naturale alla luce della attuale struttura politica. 1 625
Giordania costituisce un obiettivo strategico immediato nel breve periodo ma non nel lungo periodo, in quanto non costituisce una minaccia reale nel lungo periodo dopo il suo scioglimento , la cessazione del lungo dominio del re Hussein e il trasferimento del potere ai palestinesi nel breve periodo.
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Non vi è alcuna possibilità che la Giordania continuerà ad esistere nella sua struttura attuale per molto tempo, e la politica di Israele, sia in guerra che in pace, deve essere orientata alla liquidazione di Giordano sotto l’attuale regime e il trasferimento del potere al maggioranza palestinese. Modifica del regime est del fiume causerà anche la risoluzione del problema dei territori densamente popolati con gli arabi ad ovest del Giordano. Sia in guerra o in condizioni di pace, l’emigrazione dai territori e congelare economica demografico in loro, sono le garanzie per il prossimo cambiamento su entrambe le rive del fiume, e noi dobbiamo essere attivi al fine di accelerare questo processo nel prossimo futuro . Il piano di autonomia dovrebbe anche essere respinta, così come ogni compromesso o la divisione dei territori per, dato i piani del PLO e quelli degli arabi israeliani stessi, il piano Shefa’amr di settembre del 1980, non è possibile andare a vivere in questo paese nella situazione attuale, senza separare le due nazioni, gli arabi in Giordania e gli ebrei per le zone ad ovest del fiume . Coesistenza genuina e la pace regnerà sulla terra solo quando gli arabi capire che senza dominio ebraico tra il Giordano e il mare non avranno né l’esistenza né la sicurezza. Una nazione di loro e di sicurezza sarà loro solo in Giordania. 1 727
All’interno di Israele, la distinzione tra le aree del ’67 e dei territori al di là di loro, quelli del ’48, è sempre stato privo di significato per gli arabi e al giorno d’oggi non ha più alcun significato per noi. Il problema deve essere visto nella sua interezza, senza divisioni del ’67. Dovrebbe essere chiaro, in ogni futura costellazione situazione politica o militare, che la soluzione del problema degli arabi indigeni arriverà solo quando riconoscono l’esistenza di Israele nei confini sicuri fino al fiume Giordano e al di là di esso, come il nostro bisogno esistenziale in questa difficile epoca, l’epoca nucleare che ci deve presto entrare. Non è più possibile vivere con tre quarti della popolazione ebraica sulla battigia denso che è così pericoloso in un epoca nucleare.
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Dispersione della popolazione è quindi un obiettivo strategico nazionale di primissimo ordine, in caso contrario, dovremo cessare di esistere entro i confini. Giudea, Samaria e la Galilea sono la nostra unica garanzia per l’esistenza nazionale, e se non diventiamo la maggior parte nelle zone di montagna, non ci devono governare nel paese e ci devono essere come i Crociati, che ha perso questo paese che non era loro in ogni caso, e in cui sono stati gli stranieri a cominciare.Riequilibrare il paese demograficamente, strategicamente ed economicamente è l’obiettivo più alto e più centrale di oggi. Prendendo in mano il spartiacque montagna da Bersabea a Alta Galilea è l’obiettivo nazionale generato dal maggiore considerazione strategica che sta sistemando la parte montuosa del paese, che è vuota di ebrei oggi . l 829
Realizzando i nostri obiettivi sul fronte orientale dipende in primo luogo la realizzazione di questo obiettivo strategico interno. La trasformazione della struttura politica ed economica, in modo da consentire la realizzazione di questi obiettivi strategici, è la chiave per raggiungere l’intera variazione. Abbiamo bisogno di cambiare da una economia centralizzata in cui il governo è ampiamente coinvolto, per un mercato aperto e libero, nonché di passare dalla funzione del contribuente degli Stati Uniti per lo sviluppo, con le nostre mani, di una vera e propria infrastruttura economica produttiva. Se non siamo in grado di fare questo cambiamento liberamente e volontariamente, saremo costretti in esso dagli sviluppi mondiali, in particolare in materia di economia, energia, e la politica, e dal nostro isolamento crescente. l 930
Da un punto di vista militare e strategico, l’Occidente guidato dagli Stati Uniti non è in grado di resistere alle pressioni globali dell’URSS in tutto il mondo, e Israele deve quindi stare da solo negli anni Ottanta, senza alcuna assistenza estera, militare o economica, e questo è alla nostra capacità di oggi, senza compromessi. 20 I rapidi cambiamenti del mondo sarà anche portare un cambiamento nella condizione della comunità ebraica mondiale a cui Israele diventerà non solo in ultima istanza, ma l’unica opzione esistenziale. Non possiamo supporre che gli ebrei degli Stati Uniti, e le comunità di Europa e America Latina continuerà ad esistere nella forma attuale nel futuro . 2 131
La nostra esistenza in questo paese si è certo, e non vi è alcuna forza che potrebbe togliere a noi da qui o con forza o con inganno (metodo di Sadat). Nonostante le difficoltà della politica sbagliata “pace” e il problema degli arabi israeliani e quelli dei territori, siamo in grado di affrontare efficacemente questi problemi nel prossimo futuro.
Conclusione
1
Tre punti importanti devono essere chiariti in modo da essere in grado di comprendere le possibilità significative di realizzazione di questo piano sionista per il Medio Oriente, e anche per questo ha dovuto essere pubblicato.
2
La formazione militare del Piano
Le condizioni militari di questo piano non sono stati menzionati sopra, ma sulle molte occasioni in cui qualcosa di molto simile è “spiegato” in riunioni a porte chiuse per i membri dell’establishment israeliano, questo punto è chiarito. Si presume che le forze militari israeliane, in tutti i loro rami, sono insufficienti per il lavoro effettivo di occupazione di tali territori ampi come discusso sopra. Infatti, anche in tempi di intensa palestinese “disordini” in Cisgiordania, le forze dell’esercito israeliano sono allungati troppo. La risposta a questo è il metodo di governare per mezzo di “forze Haddad” o di “Associazioni Village” (noto anche come “Leghe di Villaggio”): forze locali sotto “leader” del tutto dissociate dalla popolazione, non avendo nemmeno alcun feudale o Struttura parti (come i falangisti hanno, per esempio). Il “stati” proposto da Yinon sono “Haddadland” e “Associazioni villaggio”, e le loro forze armate sarà, senza dubbio, molto simili. Inoltre, la superiorità militare israeliana in una tale situazione sarà molto più grande di quanto lo sia anche ora, in modo che qualsiasi movimento di rivolta sarà “punito” sia per l’umiliazione di massa come in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, o da bombardamento e la cancellazione di città, come in Libano oggi (giugno 1982), o da entrambi. Per garantire questo, il piano , come spiegato oralmente, chiede l’istituzione di presidi israeliani in luoghi focali tra il mini-stati, attrezzate con le forze distruttive mobili necessari. Infatti, si è visto qualcosa di simile in Haddadland e noi quasi certamente vedere presto il primo esempio di questo sistema di funzionamento sia nel Sud del Libano o in tutto il Libano.
3
E ‘evidente che le ipotesi militari di cui sopra, e l’intero piano di troppo, dipendono anche gli arabi continuano a essere ancora più diviso di quanto lo siano ora, e sulla mancanza di un movimento veramente progressista massa tra di loro. Può essere che queste due condizioni saranno rimossi solo quando il piano sarà a buon punto, con conseguenze che non si possono prevedere.
4
Perché è necessario pubblicare questo in Israele?
La ragione per la pubblicazione è la duplice natura della società israeliana-ebraica: una molto grande misura di libertà e di democrazia, specialmente per gli ebrei, in combinazione con l’espansionismo e la discriminazione razzista. In una tale situazione l’elite israeliana-ebraica (per le masse seguono la TV e discorsi di Begin) deve essere persuaso . I primi passi nel processo di persuasione sono orale, come indicato sopra, ma una volta viene in cui diventa scomodo. Materiale scritto deve essere prodotto a beneficio dei più stupide “persuasori” e “animatori” (ad esempio gli ufficiali di medio rango, che sono, di solito, straordinariamente stupido). Hanno poi “imparano”, più o meno, e di predicare agli altri. Va osservato che Israele, e anche il dell’Yishuv dagli anni Venti, ha sempre funzionato in questo modo. Io stesso bene ricordare come (prima ero “in opposizione”) la necessità della guerra con stato spiegato a me e ad altri un anno prima della guerra 1956, e la necessità di conquistare “il resto della Palestina occidentale in cui avremo l’opportunità” è stato spiegato negli anni 1965-1967.
5
Perché si presume che non vi è alcun rischio di speciale da fuori nella pubblicazione di tali piani?
Tali rischi possono provenire da due fonti, a patto che l’opposizione di principio all’interno di Israele è molto debole (una situazione che potrebbe cambiare in conseguenza della guerra al Libano): il mondo arabo, compresi i palestinesi, e gli Stati Uniti. Il mondo arabo si è dimostrato finora incapace di un’analisi dettagliata e razionale della società israeliana-ebraica, ei palestinesi sono stati, in media, non è migliore rispetto al resto. In una tale situazione, anche quelli che urlano circa i pericoli di espansionismo israeliano (che sono abbastanza reale) stanno facendo questo non a causa della conoscenza fattuale e dettagliate, ma a causa della credenza nel mito. Un buon esempio è la credenza molto persistente nella scrittura inesistente sul muro della Knesset del versetto biblico circa il Nilo e l’Eufrate. Un altro esempio sono le dichiarazioni persistenti, e completamente falsa, che sono state fatte da alcuni dei più importanti leader arabi, che le due strisce blu della bandiera israeliana simboleggiano il Nilo e l’Eufrate, mentre in realtà essi sono tratti dalle strisce della ebreo che prega scialle (Talit). Gli specialisti israeliani assumono che, nel complesso, gli arabi non badare a loro discussioni serie del futuro, e la guerra in Libano le ha dato ragione. Quindi perché non dovrebbe continuare con i loro vecchi metodi di persuadere altri israeliani?
6
Negli Stati Uniti una situazione molto simile esiste, almeno fino ad ora. I commentatori più o meno gravi prendono le loro informazioni su Israele, e molto del loro opinioni su di esso, da due fonti. Il primo è da articoli del “liberale” stampa americana, scritto quasi completamente da ammiratori ebrei di Israele che, anche se sono critica di alcuni aspetti dello stato di Israele, praticano fedelmente ciò che Stalin chiamava “la critica costruttiva.” ( In realtà quelli tra loro che pretendono anche di essere “anti-stalinista” sono in realtà più stalinista di Stalin, con Israele che è il loro dio che non è ancora riuscito). Nel quadro di tale culto critico si dovrà ritenere che Israele ha sempre “buone intenzioni” e solo “sbaglia”, e quindi un tale piano non sarebbe una questione di discussione, esattamente come i genocidi biblici commessi da ebrei non sono menzionati . L’altra fonte di informazione, il Jerusalem Post , ha politiche simili. Così a lungo, quindi, come esiste la situazione in cui Israele è in realtà una “società chiusa” per il resto del mondo, perché il mondo vuole chiudere i suoi occhi , la pubblicazione e anche l’inizio della realizzazione di un tale piano è realistico e fattibile.
Israel Shahak
17 Giugno 1982 Gerusalemme
A proposito del traduttore
Israel Shahak è un professore di chemistly organica presso l’Università Ebraica di Gerusalemme e il presidente della Lega israeliana per i diritti umani e civili. Ha pubblicato Le carte Shahak , raccolte di articoli chiave della stampa ebraica, ed è autore di numerosi articoli e libri, tra i quali non-Ebreo nello Stato ebraico . Il suo ultimo libro è globale il ruolo di Israele: le armi per la repressione , pubblicato dalla AAUG nel 1982. Israel Shahak: (1933-2001)
Note
1. americano università personale di campo. Segnala No.33, 1979. Secondo questa ricerca, la popolazione del mondo sarà di 6 miliardi nel 2000. Popolazione mondiale di oggi può essere suddiviso come segue: Cina, 958 milioni; India, 635 milioni; URSS, 261 milioni di euro, degli Stati Uniti, 218 milioni in Indonesia, 140 milioni, Brasile e Giappone, 110 milioni ciascuno. Secondo i dati del Fondo della Popolazione delle Nazioni Unite per il 1980, ci sarà, nel 2000, 50 città con una popolazione di oltre 5 milioni di euro ciascuno. Il ofthp popolazione; Terzo Mondo sarà poi l’80% della popolazione mondiale. Secondo Justin Blackwelder, US Census capo dell’Ufficio, la popolazione mondiale non raggiungerà i 6 miliardi di euro a causa della fame.
2. Politica nucleare sovietico è stato ben sintetizzato da due sovietologi americani: Joseph D. Douglas e Amoretta M. Hoeber, strategia sovietica per la guerra nucleare , (Stanford, Ca, Hoover Institute Press, 1979..).Nelle decine Unione Sovietica e centinaia di articoli e libri sono pubblicati ogni anno, che dettaglio la dottrina sovietica per la guerra nucleare e non vi è una grande quantità di documentazione tradotto in inglese e pubblicato dalla US Air Force, tra USAF: il marxismo-leninismo in guerra e l’esercito: The View sovietica , Mosca, 1972, USAF: Le Forze Armate dello Stato sovietico . Mosca, 1975, dal maresciallo A. Grechko.L’approccio sovietico di base per la materia è presentata nel libro dal maresciallo Sokolovski pubblicato nel 1962 a Mosca: il maresciallo VD Sokolovski, strategia militare, sovietica Dottrina e concetti (New York, Praeger, 1963).
3. Una foto di intenzioni sovietiche in varie aree del mondo si può trarre dal libro di Douglas e Hoeber, ibid. Per materiale aggiuntivo vedere: Michael Morgan, “Minerali di URSS come arma strategica per il futuro,” Difesa e degli Affari Esteri , a Washington, DC, dicembre 1979.
4. Ammiraglio della Flotta Sergei Gorshkov, Sea Power e lo Stato , London, 1979. Morgan, loc. cit. Generale George S. Brown (USAF) C-JCS, Dichiarazione al Congresso sulla postura Difesa degli Stati Uniti per l’anno fiscale 1979 , pag. 103; del Consiglio di Sicurezza Nazionale, revisione della politica di minerali non combustibile , (Washington, DC 1979), Drew Middleton, The New York Times , (9/15/79); Tempo , 9/21/80.
5. Elie Kedourie, “La fine dell’Impero Ottomano,” Giornale di storia contemporanea , vol. 3, n ° 4, 1968.
6. Al-Thawra , Siria 12/20/79, Al-Ahram , 12/30/79, Al Baath , Siria, 5/6/79. 55% degli arabi sono 20 anni e più giovani, il 70% degli arabi vivono in Africa, il 55% degli arabi under 15 è disoccupato, il 33% vive in aree urbane, Oded Yinon, “problema della popolazione egiziana,” The Jerusalem Quarterly , n ° 15, primavera 1980.
7. E. Kanovsky, “chi arabi e non abbienti,” The Jerusalem Quarterly , n ° 1, Autunno 1976 Al Baath , Siria, 5/6/79.
8. Nel suo libro, l’ex primo ministro Yitzhak Rabin ha detto che il governo israeliano è infatti responsabile per la progettazione della politica americana in Medio Oriente, dopo il giugno del ’67, a causa della sua indecisione per il futuro dei territori e l’incoerenza le sue posizioni in quanto ha istituito il fondo per la Risoluzione 242 e certamente dodici anni dopo gli accordi di Camp David e il trattato di pace con l’Egitto. Secondo Rabin, il 19 giugno del 1967, il presidente Johnson ha inviato una lettera al primo ministro Eshkol in cui egli non ha menzionato nulla di ritiro dai territori nuovi, ma esattamente lo stesso giorno il governo ha deciso di tornare territori in cambio della pace. Dopo le risoluzioni arabi a Khartoum (9/1/67) il governo ha modificato la sua posizione, ma in contrasto con la sua decisione del 19 giugno, non ha notificato gli USA dell’alterazione e gli Stati Uniti ha continuato a sostenere 242 del Consiglio di sicurezza sulla base di la sua precedente conoscenza che Israele è pronto a tornare territori. A quel punto era già troppo tardi per cambiare la posizione degli Stati Uniti e la politica di Israele. Da qui la strada è stata aperta al accordi di pace sulla base della 242, come è stato successivamente concordato a Camp David. Vedere Yitzhak Rabin. Pinkas Sherut , ( Ma’ariv 1979) pp 226-227.
9. Esteri e della Difesa Presidente del Comitato Prof. Moshe Arens hanno sostenuto in una intervista ( Ma ‘ARIV , 10/3/80) che il governo israeliano non è riuscito a preparare un piano economico prima degli accordi di Camp David ed era esso stesso sorpreso dal costo degli accordi, anche se già nel corso dei negoziati è stato possibile calcolare il prezzo pesante e l’errore grave coinvolti nel non aver preparato i motivi economici per la pace.
L’ex ministro del Tesoro, il signor Yigal Holwitz, ha dichiarato che se non fosse per il ritiro dai campi di petrolio, Israele avrebbe un saldo positivo dei pagamenti (9/17/80). Quella stessa persona che ha detto due anni prima che il governo di Israele (da cui si ritirò) aveva messo un cappio intorno al collo. Si riferiva al accordi di Camp David ( Ha’aretz , 11/3/78). Nel corso di tutto il negoziato di pace né un esperto né un consulente economia è stata consultata, e il primo ministro stesso, che manca di conoscenze e competenze in economia, in un’iniziativa sbagliata, ha chiesto agli Stati Uniti di darci un prestito piuttosto che una sovvenzione, a causa del suo desiderio di mantenere il nostro rispetto e il rispetto degli Stati Uniti nei confronti di noi. Vedere Ha’aretz1/5/79. Jerusalem Post , 9/7/79. Prof Asaf Razin, ex consulente senior nel Tesoro, fortemente criticato la condotta dei negoziati; Ha’aretz ., 5/5/79 Ma’ariv , 9/7/79. Per quanto riguarda le questioni concernenti i campi di petrolio e la crisi energetica di Israele, vedi l’intervista con il Sig. Eitan Eisenberg, un consulente del governo su questi temi, Ma’arive Weekly , 12/12/78. Il ministro dell’Energia, che ha personalmente firmato gli accordi di Camp David e l’evacuazione di Sdeh Alma, da allora ha sottolineato la gravità della nostra condizione dal punto di vista delle forniture di petrolio più di una volta … vedi Yediot Ahronot , 7/20/79. Energia ministro Modai anche ammesso che il governo non lo ha consultato a tutti sul tema del petrolio durante il Camp David e Blair negoziati casa. Ha’aretz , 8/22/79.
1 0. Molte fonti riportano sulla crescita del bilancio armamenti in Egitto e sulle intenzioni di dare la preferenza esercito in un bilancio un’epoca di pace sui bisogni nazionali che, una pace sarebbe stato ottenuto. Vedere l’ex primo ministro Salam Mamduh in un’intervista 12/18/77, ministro del Tesoro Abd El Sayeh in un’intervista 7/25/78, e la carta di Al Akhbar , 12/2/78 che ha chiaramente sottolineato che il bilancio militare riceverà prima priorità, nonostante la pace. Questo è ciò che l’ex primo ministro Mustafa Khalil ha dichiarato nel documento programmatico del suo gabinetto che è stata presentata al Parlamento, 11/25/78. Vedere traduzione in inglese, ICA, FBIS, 27 novembre 1978, pp D 1-10.
Secondo queste fonti, il bilancio militare egiziano è aumentata del 10% tra il bilancio 1977 e 1978, e il processo continua. Una fonte saudita divulgato che il piano di egiziani per aumentare il loro budget militmy del 100% nei prossimi due anni, Ha’aretz , 2/12/79 e il Jerusalem Post , 1/14/79.
1 1. La maggior parte delle stime economiche gettato dubbi sulla capacità dell’Egitto di ricostruire la sua economia dal 1982. Vedere Unità di Intelligenza Economica , 1978 Supplement, “La Repubblica Araba d’Egitto”; E. Kanovsky, “Recenti economiche sviluppi in Medio Oriente “, Occasional Papers , l’istituzione Siloe giugno 1977; Kanovsky, “L’economia egiziana sin dalla metà degli Sixties, i settori Micro “, Occasional Paper , giugno 1978, Robert McNamara, presidente della Banca Mondiale, come riportato in tempi , Londra, 1/24/78.
1 2. Vedere il paragone fatto dal researeh dell’Istituto di Studi Strategici di Londra, e la ricerca camed nel Centro di studi strategici dell’Università di Tel Aviv, così come la ricerca dallo scienziato britannico, Denis Champlin, militare Review , novembre 1979 , ISS: The Military Balance 1979-1980, CSS; accordi di sicurezza inSinai … da Briga. Gen. (Res.) A Shalev, No. 3.0 CSS; The Military Balance e le opzioni militari, dopo il trattato di pace con l’Egitto , da Briga. Gen. (Res.) Y. ​​Raviv, n.4, dicembre 1978, così come molti articoli di stampa tra cui El Hawadeth , Londra, 3/7/80; El Watan El Arabi , Parigi, 12/14/79.
1 3. Quanto fermento religioso in Egitto e le relazioni tra copti e musulmani vedere la serie di articoli pubblicati sul giornale kuwaitiano, El Qabas , 9/15/80. L’autore Irene rapporti inglesi Beeson sulla spaccatura tra musulmani e copti, vedi: Irene Beeson, Guardiano , Londra, 6/24/80, e Desmond Stewart, Medio OrienteInternmational , Londra 6/6/80. Per le altre segnalazioni vedi Pamela Ann Smith, Guardiano , Londra, 12/24/79;The Christian Science Monitor 12/27/79 così come Al Dustour , Londra, 10/15/79; El Kefah El Arabi, 10/15 / 79.
1 4. Press Service Araba , Beirut, 8/6-13/80. The New Republic , 8/16/80, Der Spiegel , come citato daHa’aretz , 3/21/80, e 4/30-5/5 / 80, The Economist , 3/22/80; Robert Fisk, Volte , Londra, 3/26/80; Ellsworth Jones, Times Domenica , 3/30/80.
1 5. JP Peroncell Hugoz, Le Monde , Parigi 4/28/80; Dr. Abbas Kelidar, Middle East Review , estate 1979;
Conflict Studies , ISS, luglio 1975; Andreas Kolschitter, Der Zeit , ( Ha’aretz , 9/21/79) Economist Foreign Report , 10/10/79, affari afro-asiatico , Londra, luglio 1979.
1 6. Arnold Hottinger, “Gli Stati arabi ricchi di Trouble,” The New York Review of Books , 5/15/80; stampa araba servizio , Beirut, 6/25-7/2/80; US News and World Report , 11/5 / 79 così come El Ahram , 11/9/79; El Nahar El Arabi Wal Duwali , Parigi 9/7/79; El Hawadeth , 11/9/79; David Hakham, Monthly Review , IDF, gennaio-febbraio 79.
1 7. Per quanto riguarda le politiche ei problemi della Giordania vedere El Nahar El Arabi Wal Duwali , 4/30/79, 7/2/79; Prof. Elie Kedouri, Ma’ariv 6/8/79; Prof. Tanter, Davar 7/12/79 , A. Safdi, Jerusalem Post , 5/31/79; El Watan El Arabi 11/28/79; El Qabas , 11/19/79. Sulle posizioni dell’OLP vedere: Le risoluzioni del Quarto Congresso di Fatah, Damasco, agosto 1980. Il programma Shefa’amr degli arabi israeliani è stato pubblicato nelHa’aretz , 9/24/80, e dalla Relazione stampa araba 6/18 / 80. Per i fatti e cifre in materia di immigrazione di arabi in Giordania, vedere Amos Ben Vered, Ha’aretz , 2/16/77; Yossef Zuriel, Ma’ariv 1/12/80. Per quanto riguarda la posizione della OLP verso Israele vedi Shlomo Gazit, Monthly Review , luglio 1980; Hani El Hasan in una intervista, Al Rai Al’Am , Kuwait 4/15/80; Avi Plaskov, “Il problema palestinese,” Sopravvivenza , ISS, Londra Gen. Feb. 78, David Gutrnann, “Il mito palestinese,” Commentario , ottobre 75, Bernard Lewis, “I palestinesi e l’OLP,” Commentario gennaio 75; Lunedi Mattina , Beirut, 8/18-21/80; Journal of Palestine Studies, Inverno 1980.
1 8. Prof. Yuval Neeman, “Samaria-la base per la sicurezza di Israele,” Ma’arakhot 272-273, maggio / giugno 1980; Ya’akov Hasdai, “La pace, la Via e il diritto di conoscere,” Dvar Hashavua , 2/23 / 80. Aharon Yariv, “Depth-An strategico punto di vista israeliano,” Ma’arakhot 270-271, ottobre 1979, Yitzhak Rabin, “Problemi di Difesa di Israele negli anni Ottanta,” Ma’arakhot ottobre 1979.
1 9. Ezra Zohar, In Pinze del regime (Shikmona, 1974); Motti Heinrich, abbiamo a Chance Israele, VeritàVersus Leggenda (Reshafim, 1981).
2 0. Henry Kissinger, “Le lezioni del passato,” The Washington Review Vol. 1, gennaio 1978; Arthur Ross, “Sfida dell’OPEC verso l’Occidente,” The Washington Quarterly , Inverno, 1980; Walter Levy, “Il petrolio e il declino della Occidente “, Affari Esteri , estate 1980; Special Report “La nostra armata Forees-Ready or Not?”US News and World Report 10/10/77; Stanley Hoffman, “Riflessioni sul Present Danger,” The New York Review of Books 3/6/80; Tempo 4/3/80; Leopold Lavedez “Le illusioni di sale” Commento settembre 79; Norman Podhoretz, “The Present Danger,” Commentario marzo 1980; Robert Tucker, “Oil and American Power Sei anni più tardi,” Commentario settembre 1979 Norman Podhoretz, “l’abbandono di Israele,” Commentario ° luglio 1976; Elie Kedourie, “Fraintendimento il Medio Oriente,” Commentario luglio 1979.
2 1. Secondo i dati pubblicati da Ya’akov Karoz, Yediot Ahronot , 10/17/80, la somma totale di episodi di antisemitismo registrati nel mondo nel 1979 è stato il doppio del valore registrato nel 1978. In Germania, Francia e Gran Bretagna il numero di episodi di antisemitismo era molte volte più grande in quell’anno. Negli Stati Uniti e si è registrato un forte aumento di episodi di antisemitismo che sono stati riportati in questo articolo. Per l’antisemitismo nuovo, vedi L. Talmon, “Il nuovo antisemitismo,” The New Republic , 1976/09/18, Barbara Tuchman, “Hanno avvelenato i pozzi,” Newsweek 2/3/75.

Fonte: http://sadefenza.blogspot.it/2013/08/grande-israele-il-piano-sionista-per-il.html

Libia: dieci cose su Gheddafi che non vogliono farti sapere

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Siovhan Cleo Crombie per urbantimes

Che cosa pensi quando senti il nome del Colonnello Gheddafi? Un tiranno? Un dittatore? Un terrorista? Beh, un cittadino della Libia potrebbe anche non essere d’accordo, ma vogliamo che sia tu a decidere.
Per 41 anni, fino alla sua morte, nell’Ottobre del 2011, Muammar Gheddafi ha fatto delle cose davvero sorprendenti per il suo Paese e ha cercato ripetutamente di unire e rendere più forte il continente africano.
Così, nonostante ciò che puoi aver sentito per radio o visto attraverso i media o la televisione, Gheddafi ha fatto cose rilevanti, che poco si addicono all’immagine di quel “feroce dittatore” dipinto dai media occidentali.
Ecco dieci cose che Gheddafi ha fatto per la Libia che probabilmente non conosci…
1. In Libia la casa era considerata un diritto umano naturale.
Nel Libro Verde di Gheddafi c’è scritto: ”La casa è un bisogno fondamentale sia dell’individuo che della famiglia, quindi non dovrebbe essere proprietà di altri”. Il Libro Verde di Gheddafi è la filosofia politica dell’ex leader, fu pubblicato per la prima volta nel 1975 allo scopo di essere letto da tutti i Libici ed era inserito anche nei programmi nazionali d’istruzione.
2. L’istruzione e le cure mediche erano completamente gratuite.
Sotto Gheddafi, la Libia poteva vantare uno dei migliori servizi sanitari del Medio Oriente e dell’Africa. Inoltre, se un cittadino libico non poteva accedere al corso di formazione desiderato o a un particolare trattamento medico in Libia, erano previsti finanziamenti per andare all’estero.
3. Gheddafi ha effettuato il più grande progetto di irrigazione del mondo.
Il più grande sistema di irrigazione del mondo, conosciuto anche come il grande fiume artificiale, fu progettato per rendere l’acqua facilmente disponibile per tutti i Libici in tutto il Paese. Fu finanziato dal governo Gheddafi e si dice che lo stesso Gheddafi lo abbia definito “l’ottava meraviglia del mondo”.
4. Tutti potevano avviare gratuitamente un’azienda agricola.
Se qualunque Libico avesse voluto avviare una fattoria, gli veniva data una casa, terreni agricoli, animali e semi, tutto gratuitamente.
5. Le madri con neonati ricevevano un sussidio in denaro.
Quando una donna libica dava alla luce un bambino, riceveva 5.000 dollari USA per sé e per il bambino.
6. L’elettricità era gratuita.
L’elettricità era gratuita in Libia. Ciò significa che non esistevano bollette dell’elettricità!
7. Benzina a buon mercato.
Durante il periodo di Gheddafi la benzina in Libia costava solo 0,14 dollari USA al litro.
8. Gheddafi ha innalzato il livello dell’istruzione.
Prima di Gheddafi solo il 25% dei Libici era alfabetizzato. Questa cifra è stata portata fino all’87% con un aumento del 25% dei laureati.
9. La Libia aveva la propria banca di Stato.
La Libia aveva una propria banca di Stato, che ha fornito ai cittadini prestiti a tasso zero per legge, e non aveva debito estero.
10. Il dinaro d’oro.
Prima della caduta di Tripoli e della sua prematura scomparsa, Gheddafi stava cercando di introdurre un’unica moneta africana legata all’oro. Seguendo le orme del defunto grande pioniere Marcus Garvey, che per primo coniò il termine di ”Stati Uniti d’Africa”, Gheddafi voleva iniziare il commercio con il solo dinaro africano d’oro – una mossa che avrebbe gettato nel caos l’economia mondiale.
Il dinaro è stato ampiamente osteggiato dalle ‘élites’ della società odierna. E chi potrebbe biasimarle? Le nazioni africane avrebbero finalmente avuto il potere di uscire dal debito e dalla povertà per commerciare solo con questo bene prezioso. Avrebbero potuto finalmente dire “no” allo sfruttamento esterno e pagare quanto ritenevano giusto per le risorse preziose. Si è detto che il dinaro d’oro è stata la vera ragione per la ribellione guidata dalla NATO, nel tentativo di rovesciare un leader dal linguaggio molto chiaro.
Dunque, Muammar Gheddafi era un terrorista?
Pochi potrebbero rispondere in modo del tutto corretto a questa domanda; ma fra chi può farlo, sicuramente c’è chi è vissuto sotto il suo regime. In ogni caso, sembra abbastanza evidente che Gheddafi, nonostante la fama negativa che circonda il suo nome, ha fatto molte cose positive per il suo Paese. E questo è qualcosa che dovresti cercare di ricordare nei tuoi giudizi futuri.
Questo eccentrico video documentario racconta una storia interessante, anche se piuttosto diversa, da quella che crediamo di sapere.
Allora, cosa ne pensi?

(Traduzione di M. Guidoni)

© Agenzia stampa Infopal
E’ permessa la riproduzione previa citazione della fonte “Agenzia stampa Infopal – http://www.infopal.it&#8221;

Preso da: http://www.infopal.it/libia-dieci-cose-gheddafi-non-vogliono-farti-sapere/

La grande ipocrisia

22 aprile 2015 di Alain Goussot*

L’ipocrisia del cosiddetto mondo civilizzato è assoluta, le ‘buone coscienze’ si dicono dispiaciute oppure propongono soluzioni – vedi sparare sui barconi, combattere gli scafisti (come?) – che sono peggiori del dramma in atto. Quello che viene nascosto e non viene detto all’opinione pubblica europea e italiana è quali sono le cause di questa fuga dall’Africa e dal Medio-Oriente.

Basta vedere da dove provengono i profughi che tentano di arrivare sulle coste italiane e greche: Corno dell’Africa (Somalia, Eritrea e Etiopia), Sudan, Nigeria, Mali , Iraq, Siria, Palestina. Stupisce il fatto che nessuno giornalista italiano si ponga la domanda: ma in Somalia, Eritrea e Etiopia non ci siamo stati noi per quasi un secolo? E poi con il dittatore Siad Barre e i militari Etiopi non abbiamo fatto affari, e quali risultati ha avuto l’intervento militare americano in Somalia bel 1991/1992? Gli shabaab somali sono nati in quel caos provocato dall’intervento italo-americano! In Nigeria sappiamo che la questione della guerra civile e interetnica e di Boko Haram nasce anche dalla presenza del petrolio nel più grande paese dell’Africa nera, petrolio sfruttato dalle multinazionali euro-americane, eppure la popolazione vive in una povertà assoluta. In Mali c’è una guerra civile e la rivolta armata dei tuareg e dei gruppi islamisti provengono dalla Libia dopo la distruzione dello Stato libico in seguito ai bombardamenti francesi, inglesi e statunitensi. L’Iraq è stato distrutto dalle guerre Usa, la Siria è al collasso con milioni di profughi perché gli Stai uniti con i loro alleati sauditi hanno armato e finanziato i gruppi di opposizione armata, compreso l’Isis; per abbattere Assad e accerchiare ai suoi confini il ‘nemico’ russo.

Poi se a questo aggiungiamo i paesi dell’Africa centrale e centro-occidentale (dal Congo al Camerun, Costa d’Avorio e il Ghana) piegati, sfruttati e strangolati dalle politiche del Fondo monetario internazionale nonché da chi sfrutta l’oro, l’argento, il rame e il coltan – quello che fa funzionare le batterie dei nostri cellulari e computer (leggi anche Benvenuto coltan nell’Europa vigliacca ndr) – che si trovano soprattutto nella zona dei Grandi laghi della Repubblica democratica del Congo e in repubblica centrafricana, se vediamo il Sud del Sudan con le sue ricchezze in petrolio sfruttato dalle multinazionali euro-americane: se partiamo da questa analisi ci rendiamo conto che i veri responsabili di questo disastro umanitario, di questo vero genocidio si trovano nei governi Occidentali, nei consigli di amministrazione delle multinazionali e delle grandi società finanziarie euro-americane.

Con freddezza e in nome del profitto stanno uccidendo popoli interi. Questo con la complicità delle classi dirigenti corrotte di quei paesi dall’Europa all’Africa.

Se non si mette in discussione radicalmente il modello capitalistico di sviluppo umano il disastro continuerà e non potrà che produrre intolleranza, odio e violenza, cioè disumanità.

* Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è L’Educazione Nuova per una scuola inclusiva (Edizioni del Rosone)

Preso da: http://comune-info.net/2015/04/la-grande-ipocrisia-profughi/

LE GUERRE DELL’OCCIDENTE HANNO UCCISO QUATTRO MILIONI DI MUSULMANI DAL 1990

Postato il Giovedì, 16 aprile @ 12:55:00 BST di davide

DI NAFEEZ MASSADEQ AHMED

middleeasteye.net/columns

Il mese scorso la PRS (Physicians for Social Responsibility) di Washington ha pubblicato uno studio secondo il quale dieci anni di “guerra al terrore” dal 9/11 ad oggi, è costato la vita a circa 1,3 milioni di persone, forse anche 2 milioni.
Il rapporto di 97 pagine del gruppo di medici premi Nobel per la Pace è il primo che cerca di calcolare il numero delle vittime civili degli interventi statunitensi in Iraq, Afganistan e Pakistan nel quadro delle operazioni contro il terrorismo.

Il rapporto PSR è stato realizzato da un team interdisciplinare di esperti in salute pubblica, tra cui il Dr. Robert Gould, direttore del Centro Medico di educazione e ricerca medica dell’ Università della California, e il Prof. Tim Takaro della Facoltà di Scienze Mediche della Simon Fraser University.

Eppure, è stato praticamente oscurato dai canali anglofoni d’informazione, nonostante sia stato il primo sforzo di un’organizzazione internazionale di medici sanità pubblica nel produrre un calcolo scientificamente provato del numero delle persone uccise nella “guerra al Terrore” condotta da USA e UK.

ATTENTI AI DIVARI

Il Dr. Hans von Sponeck, ex vice segretario generale delle Nazioni Unite, descrive il rapporto PSR come “un contributo importante nel coprire il divario che esiste tra il numero reale delle vittime civili della guerra in Iraq, Afganistan e Pakistan e le cifre fittizie, manipolate e talvolta anche fraudolente che vengono fatte circolare”.

Il rapporto esegue una revisione critica delle stime precedenti delle vittime civili della guerra al terrore. Esprime una forte critica della cifra più citata dai maggiori canali d’informazione, come il IBC (Iraq-Body-Count/Conta dei morti in Iraq) di 110.000 persone decedute. Si tratta di una cifra desunta mettendo insieme le varie notizie di stampa sulle uccisioni di civili; tuttavia il rapporto PSR individua gravi lacune e problemi di metodo in tale approccio.

Ad esempio, a Najaf sono stati seppelliti 40,000 corpi fin dall’inizio della ‘Guerra’: l’IBC registra solo 1,354 morti nello stesso periodo. E’ un esempio che mostra chiaramente quale sia il divario tra le cifre dell’IBC e quelle reali – in questo caso specifico di un fattore 1:30.

Divari di questo genere pullulano nel database di IBC. In un altro caso, IBC registrava solo tre attacchi aerei nel 2005, quando invece il numero reale degli attacchi aerei era salito a 120 in quell’anno. Ancora una volta un divario, e questa volta di un fattore 1:40.

Secondo lo studio PSR, il tanto contestato rapporto Lancet che ha stimato 655.000 morti iracheni fino al 2006 (e oltre un milione fino ad oggi per estrapolazione) era probabilmente molto più accurato dei dati forniti da IBC. Infatti, il rapporto PSR confermava un consenso virtuale tra epidemiologi sull’ affidabilità dello studio Lancet.

Nonostante le critiche legittime, la metodologia statistica applicata segue lo standard – universalmente accettato per determinare le morti nelle zone di conflitto – utilizzato dalle agenzie internazionali e dai governi.

NEGAZIONE POLITICIZZATA

Il PSR ha anche rivisto la metodologia di altri studi che indicavano cifre più basse, come il documento pubblicato dal New England Journal of Medicine, che mostrava diversi gravi limiti.

Il documento ignorava le aree colpite da maggiore violenza, come Baghdad, Anbar e Ninive, basandosi su dati inesatti di IBC ed estrapolando quelli di queste aree. Inoltre, indicava “restrizioni politicamente motivate” nella raccolta e nell’analisi dei dati – le interviste erano state condotte dal Ministero della Salute Iracheno, che era “completamente dipendente dal nuovo potere occupante” e si era rifiutato di fornire i dati esatti dei morti iracheni su sollecitazione degli Stati Uniti.

In particolare, il PSR ha analizzato le rivendicazioni fatte da Michael Spaget, John Sloboda ed altri a fronte dell’accusa di potenziale fraudolenza dei metodi di raccolta dei dati utilizzati dallo studio. Tali rivendicazioni sono risultate del tutto inconsistenti.

Le poche “critiche giustificate”, conclude il rapporto PSR, “non discutono i risultati dello studio Lancet nel loro insieme. Queste cifre rappresentano ancora “i dati più veritieri attualmente disponibili”. I risultati del Lancet sono anche confermati dai dati di un nuovo studio di PLOS Medicine, che indica 500,000 morti civili nella ‘guerra’. In generale, PSR conclude che il numero più vicino alla realtà dei civili morti in Iraq dal 2003 a oggi è di circa 1 milione.

A questi, lo studio PSR aggiunge circa 220,000 in Afganistan e 80,000 in Pakistan, uccisi direttamente o indirettamente nella ‘Guerra al Terrore’ condotta dagli USA: una cifra conservativa sarebbe 1,3 milioni di persone, ma la reale potrebbe anche raggiungere i 2 milioni.

Tuttavia, anche lo studio PSR presenta dei limiti. In primo luogo, la guerra al terrore lanciata dopo il 9/11 non era una cosa nuova, ma l’estensione di politiche interventiste precedenti sia in Iraq sia in Afganistan.

In secondo luogo, il numero piuttosto contenuto delle vittime civili afgane mostrato dal PSR, indica che questo ha probabilmente sottovalutato il prezzo umano degli scontri in Afganistan.

IRAQ

La guerra in Iraq non e’ iniziata nel 2003, ma nel 1991 con la prima Guerra del Golfo, seguita poi dal regime sanzionatorio delle Nazioni Unite.

Un precedente rapporto di Beth Daponte, allora demografa dell’ufficio censimenti del governo Americano, mostrava che le morti irachene causate direttamente e indirettamente dall’impatto della prima Guerra del Golfo, fossero intorno alle 200,000, di cui la maggior parte civili (1). Nel frattempo, quel suo studio fu fatto sparire dalla circolazione.

Dopo che le forze guidate dagli Stati Uniti si ritirarono, la guerra in Iraq proseguì in ogni caso sul fronte economico, con il regime di sanzioni imposte dalle N.U. su sollecitazione di USA e U.K., con il pretesto di dover negare a Saddam Hussein i beni e le materie prime necessarie per poter costruire armi di distruzione di massa. Molti prodotti inclusi nella lista delle materie negate comprendevano anche beni di prima necessità di uso quotidiano.

Cifre fornite dalle Nazioni Unite hanno mostrato che 1,7 milioni di civili iracheni sono morti come conseguenza del regime sanzionatorio importo dall’Occidente, e metà di questi erano bambini (2).

Queste eliminazioni di massa appaiono come intenzionali. Tra i prodotti inclusi nella lista delle sanzioni delle N.U. c’erano prodotti chimici ed attrezzature essenziali per la depurazione delle risorse idriche nazionali. Un documento segreto dell’agenzia d’intelligence del Ministero della Difesa statunitense, scoperto dal Prof. Thomas Nagy della School of Business della George Washington University, indicava chiaramente le “intenzioni di genocidio del popolo iracheno.”

In un suo documento per l’Associazione degli Studiosi di Genocidi della University of Manitoba, il Prof. Nagi spiegava che il documento DIA conteneva dettagli minuziosi di un metodo praticamente infallibile per far “degradare il sistema idrico di un’intera nazione” nel giro di una decina di anni. La politica sanzionatoria avrebbe creato le “condizioni per la diffusione delle malattie, comprese vere e proprie epidemie su vasta scala,” causando ”di conseguenza l’eliminazione di una vasta porzione della popolazione Irachena” (3).

Questo significa che solo in Iraq, la guerra condotta dagli USA dal 1991 al 2003 ha ucciso 1,9 milioni di iracheni; poi, dal 2003 ad oggi un altro milione circa: in totale, circa 3 milioni di iracheni morti nel giro di due decenni.

AFGANISTAN

In Afganistan, la stima del rapporto PSR delle morti totali potrebbe anche essere molto conservativa. Sei mesi dopo la campagna di bombardamenti successiva al 2001, il giornalista del Guardian Jonathan Steele rivelò che rimasero uccisi un numero tra i 1,300 e gli 8,000 afgani, ed altri 50,000 morirono come conseguenza indiretta della guerra. (4).

Nel suo libro “La conta dei morti: la mortalità che si sarebbe potuta evitare nel mondo dal 1950 ad oggi” (Body count: global avoidable mortality since 1950) del 2007, il Prof. Gideon Polya applicò la stessa metodologia utilizzata dal Guardian per i dati della Divisione Demografica delle Nazioni Unite sulla mortalità annuale per calcolare cifre plausibili delle morti in eccesso/evitabili (5). Biochimico in pensione della La Trobe University di Melbourne, Polya concluse che il totale delle uccisioni evitabili in Afganistan dal 2001 causate dalle privazioni imposte, ammontavano a circa 3 milioni di persone, di cui 900,000 bambini sotto i cinque anni.

Benchè i risultati del Prof. Polya non siano stati pubblicati in giornali accademici, il suo studio del 2007 ‘Body Count’ è stato raccomandato dalla sociologa Prof. Jacqueline Carrigan della California State University e definito “un profilo ad alto contenuto di dati sulla situazione della mortalità infantile nel mondo”, in una rivista pubblicata dal Routledge journal – Socialism and Democracy (6).

Come per l’Iraq, in Afganistan gli interventi statunitensi sono iniziati molto prima del 9/11, sotto forma di sostegno militare, logistico e finanziario segreto ai Talebani dal 1992 in poi. Questo supporto da parte degli Stati Uniti ha dato un forte impulso alla belligeranza talebana consentendogli di conquistare il 90% del territorio afgano.(7).

In un rapporto del 2001 della National Academy of Sciences su migrazioni forzate e mortalità, l’illustre epidemiologo Steven Hansch [8], direttore di Relief International, osservò che la mortalità evitabile totale in Afganistan causata dagli impatti indiretti delle guerra nel corso degli anni ’90 potrebbe attestarsi ovunque tra i 200.000 e i 2 milioni di morti.

Anche l’ Unione Sovietica, naturalmente, ne fu responsabile, per il suo ruolo nella distruzione intenzionale delle infrastrutture civili afgane, causando indirettamente moltissime morti.

Tutto questo suggerisce che, nel complesso, il numero totale di morti afgane conseguenza diretta e indiretta dell’intervento statunitense nel paese a partire dai primi anni ’90 fino ad oggi, potrebbe raggiungere i 3,5 milioni.

NEGAZIONE

Secondo i dati qui considerati, il numero totale di gente morta a causa degli interventi militari degli Stati Uniti in Iraq e in Afganistan dal 1990 – sia per uccisione diretta o per le conseguenze a lungo termine delle privazioni imposte – si aggira intorno ai 4 milioni (2 milioni in Iraq dal 1991 al 2003, più 2 milioni nella ‘guerra al terrore’) e potrebbe anche raggiungere i 6/8 milioni contabilizzando anche le stime superiori delle morti evitabili in Afganistan.

Sono cifre che probabilmente superano la realtà, ma questo non lo sapremo mai con certezza. Le forze armate degli Stati Uniti e del Regno Unito, per una questione di politica, si rifiutano di tenere traccia del numero di vittime civili nelle operazioni militari – considerate solo degli inconvenienti irrilevanti.

A causa della grave mancanza di dati certi in Iraq, della quasi totale assenza di informazioni per Afganistan e dell’indifferenza dei governi occidentali riguardo alle morti civili, è letteralmente impossibile determinare la reale portata delle perdite di vite umane.

In assenza anche della possibilità di conferme certe, queste cifre forniscono stime plausibili sulla base di metodologie statistiche standard, in mancanza di prove certe disponibili. Pur non fornendo un dato preciso, danno una chiara indicazione della portata della distruzione in queste aree.

Gran parte di queste morti viene giustificata nel contesto della lotta contro la tirannia e il terrorismo. Tuttavia, a causa del silenzio dei maggiori mezzi d’informazione, la maggior parte delle persone non ha idea della reale portata distruttiva della guerra al terrore protratta negli anni da USA e UK in Iraq e Afganistan.

Nafeez Mosaddeq Ahmed

Fonte: http://www.middleeasteye.net

Link: http://www.middleeasteye.net/columns/unworthy-victims-western-wars-have-killed-four-million-muslims-1990-39149394

13.04.2015

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

NOTE

[1] « La mortalità prima e dopo l’invasione dell’Iraq del 2003: indagine su campioni aggregati », di Les Roberts, Riyadh Lafta, Richard Garfield, Jamal Khudhairi, Gilbert Burnham, The Lancet, 11 Ottobre 2006.
[2] “Contando le vittime della Guerra” – Bloomberg Business, 5 Febbraio 2013.
[3]Dietro la Guerra al Terrore: la strategia segreta dell’Occidente e la lotta per l’Iraq – Nafeez M. Ahmed, New Society Publishers (1 Settembre 2003).
[4] “Il ruolo della vulnerabilità della depurazione delle acque in Iraq nell’impedire un genocidio e prevenirne altri” – Thomas J. Nagy, Association of Genocide Scholars,12 Giugno 2001.
[5] “Vittime dimenticate” – Jonathan Steele, The Guardian, 20 Maggio 2002.
[6] La conta dei morti – la mortalità evitabile dal 1950 – Gideon Polya, G.M. Polya, Melbourne (2007).
[7] La conta dei morti – la mortalità evitabile dal 1950 – Jacqueline Carrigan, Socialismo e Democrazia, 13 Aprile 2011.
[8] “Lo stato islamico è il cancro del moderno capitalismo”–Nafeez Ahmed, Middle East Eye, 27 Marzo 2015.
[9] Migrazioni forzate e mortalità – Holly E. Reed and Charles B. Keely, Editori; Tavola rotonda sulla demografia delle migrazioni forzate; Commissione sulla popolazione; Divisione sulle scienze sociali e comportamentali e istruzione; Consiglio Nazionale delle Ricerche – 2001.

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=14932

Assuefatti al male e alla menzogna, viviamo convinti del nulla dietro un branco di illusi

Lunedì,  Marzo 16th/ 2015

di Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo 

Redazione Quieuropa, Sergio Basile, ISIS, Vescovo di Aleppo, strategie mondialiste, Attacco degli Usa e delle forze alleate, Padre Georges Abou Khazen, schizofrenia di Obama e soci, Isis, tagliagole, presepe, rimozione della croce dagli edifici pubblici

Riflessioni su un anniversario – di Mons. Nazzaro,

Vescovo Emerito di Aleppo

Assuefatti al male e alla menzogna, viviamo convinti del

nulla, pronti a disfarci della nostra cultura e delle

nostre croci e presepi.

Pensate davvero che i tagliagole risparmieranno i complici

occidentali di queste nefandezze? Poveri illusi!!

 

di Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo

siria - primavera siriana - mons Nazzaro

Assuefatti al male e alle menzogne, lasciamo che un popolo muoia

Aleppo, Siria – di Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo, Siria  Il tempo scorre inesorabilmente, noi non ce ne rendiamo conto, purtroppo. Ieri 15 marzo, la triste “primavera siriana” ha compiuto quattro anni. Si dovrebbero tirare delle somme ma, avendola definita “triste”, si potrebbe pensare che abbia già detto tutto. Niente affatto vero! Perché, in realtà, il povero popolo siriano continua a soffrire ed a morire tanto che ormai tutto ciò che sta succedendo in quel paese non ci interessa più di tanto. La nostra insensibilità per la sofferenza di tanti nostri fratelli di fede e non, ha raggiunto forse l’apice, così che anche le stesse notizie falsificate o gonfiate per condannare soltanto una parte dei contendenti e che una volta i mass media ci davano con dovizia di falsi particolari, oggi non ci giungono quasi più o se qualcosa ci viene riferito si tratta di una cosa marginale, ormai ci siamo assuefatti. Lasciamo che un popolo muoia, noi stiamo bene. Invece non è affatto così!

 Profughi e terroristi tagliagole

Oggi a noi Occidentali due sole cose interessano e dobbiamo guardarcene: i Profughi che fuggono quella guerra ed arrivano sulle nostre coste, ed i terroristi del neo califfato governato dai tagliagole, laggiù convogliati da varie parti del mondo compresa la nostra “democratica Europa“. I Profughi sono persone che per salvare la propria vita hanno sacrificato tutto rischiando pure di perderla nella traversata delle infide acque del Mediterraneo. Le loro Odissee ci dovrebbero far riflettere: perché tutto questo? chi l’ha provocato? chi l’ha voluto e soprattutto, chi l’ha sostenuto? Sono domande che non ho mai letto sui giornali e tanto meno ho ascoltato in un TG.

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Viviamo convinti del nulla…

Queste domande non ce le poniamo, perché siamo convinti (?) che abbiamo aiutato un popolo a raggiungere la democrazia. E neppure qui ci siamo posti la domanda: quale democrazia? No. Non possiamo porci questa domanda perché siamo convinti che la democrazia sia la nostra. Ma cos’è per noi la democrazia? Faccio un esempio banale per spiegare a me e a chi legge cosa noi intendiamo per democrazia: la democrazia per noi è come l’andare da un sarto e farsi fare un bel vestito sulle proprie misure, una volta confezionato voglio che esso sia indossato (con le mie misure) da tutti, dal magrolino al medio, dal normale al super dotato ed anche da colui che misura di circonferenza 200-250 cm. Questa è la nostra democrazia. Bravi, bravissimi popoli democratici! Visto che la nostra democrazia ha fallito, non è riuscita ad eliminare colui che, pur non dichiarandosi campione democratico, governava il paese secondo un sistema laico applicato ai principi socio-morali di una società che egli conosceva. (Pardon! noi, però, la conoscevamo meglio perché avevamo già il vestito pronto da far indossare a tutti e valido per tutte le stagioni).

Teste tagliate di seria A e di serie B

Non abbiamo capito il pericolo dell’entrata in azione dei gruppi salafiti penetrati dalla vicina Giordania, che attaccarono subito la base di Banias sul Mediterraneo, non abbiamo neppure capito le formazioni terroristiche che convogliavano nel Nord della Siria via Turchia. Non abbiamo capito neppure la loro prima ‘dichiarazione del Califfato’ fatta nella città di Raqqa. Abbiamo cominciato a capire qualcosa quando ci sono state le prime teste tagliate, non ai siriani o agli irakeni, bensì ai nostri, ai due – tre – quattro americani, europei, ecc… (ferme restando tutte le riserve elepossibile commedie ben inscenate dai governi massonico-democratici occidentali – Ndrsolo in questo momento ci siamo resi conto di cosa siamo stati capaci di mettere in piedi, ma nessuno ha il coraggio di dire “mea culpa”. A noi non sono mai interessate le teste cadute dei siriani, degli irakeni, degli yazidi, dei curdi, ecc… erano cose che non ci toccavano, potevano farne cadere quante ne volevano, tanto per noi erano tutti….. animali da macello. Quando, poi, i tagliagole hanno minacciato anche l’Europa e l’Occidente… ci siamo svegliati quasi da un sogno. Abbiamo cominciato a pensare che bisogna essere attenti…. Ma signori, ci rendiamo conto che molti di questi tagliagole sono dei nostri paesi europei? Noi li abbiamo tenuti e coltivati finché si sono uniti al califfo ed alle sue masnade: tutto potenziale che un giorno ritornerà di diritto a casa propria perché nativi locali e nostri compatrioti.

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Croci divelte, croci abolite a casa nostra e battaglia contro il presepe

I TG spesso, però, ci han fatto vedere chiese distrutte o semplicemente croci divelte perché i tagliagole sono allergici ad essa. Noi, paladini della libertà ed in nome della democrazia, in varie zone d’Europa, non esclusa la nostra terra, abbiamo pensato bene di far scomparire la croce dagli edifici pubblici, dalle scuole; abbiamo fatto la battaglia contro il presepe (peraltro introdotto nella tradizione cristiana dal paladino della pace San Francesco d’Assisi). Tutto questo per non offendere la sensibilità di coloro che domani potrebbero essere i nostri aguzzini. La rimozione della croce, il non fare il presepe, a parte tutto, sono gesti stupidi e beceri da parte di chi pretende di essere democratico e propagatore della libertà di espressione.

La croce e il presepe

La croce ed il presepe sono parte integrante della nostra fede e della nostra cultura. L’Europa è nata sotto il segno della croce e nessun può scalfire questo segno impunemente. Chiudo queste riflessioni con un dubbio: quelli che han decretato la rimozione della croce dalle scuole o dagli edifici pubblici, che han proibito di fare il presepe a scuola, ecc… ritengono davvero che un giorno coloro per i quali hanno tradito la loro coscienza, calpestato quella dei loro padri che per generazioni e generazioni hanno creduto in questi due simboli religiosi che non hanno mai fatto male a nessuno, tutt’altro …  questi signori credono che riceveranno un trattamento di favore? Gli risparmieranno la testa?  Fin d’ora si mettano l’animo in pace perché i tagliagole hanno poca stima di gente che si vergogna della propria identità. Non si illudano che disprezzando le proprie radici salveranno la loro testa . Poveri illusi!!!

 

Giuseppe Nazzaro, Vescovo emerito di Aleppo

Partecipa al dibattito – Redazione Quieuropa – infounicz.europa@gmail.com

Preso da: http://www.quieuropa.it/assuefatti-al-male-e-alla-menzogna-viviamo-convinti-del-nulla-dietro-un-branco-di-illusi/