Il “lavoro sporco” del Fondo Monetario Internazionale

30 dicembre 2015

– di James Petras –
Il FMI è l’organismo monetario internazionale leader la cui finalità pubblica è quella di mantenere la stabilità del sistema finanziario mondiale attraverso i prestiti vincolati a proposte dirette a migliorare il recupero economico e la crescita.
Di fatto, il FMI è sempre stato sotto il controllo degli Stati Uniti e dei maggiori paesi dell’Europa Occidentale e le sue politiche sono state progettate per promuovere l’espansione, il dominio finanziario ed i profitti delle principali “corporations” multinazionali ed istituzioni finanziarie.
Gli Stati del Nord America ed europei praticano una divisione dei poteri: i direttori esecutivi del FMI sono europei; le loro controparti nellla Banca Mondiale (BM) sono degli USA.

I direttori esecutivi del FMI e della  BM operano in stretta consultazione con i loro governi di riferimento e specialmente con il Dipartimento del Tesoro nella priorità per decidere, ed in particolare  per definire quali paesi riceveranno i finanziamenti, sotto quali condizioni e per quale importo.
I finanziamenti ed i termini stabiliti dal FMI  devono essere  coordinati  strettamente con la Banca privata. Una volta che il FMI arriva a  firmare un accordo con un paese debitore, questo è un segnale per le grandi banche d’affari per prestare, investire e continuare con una molteplicità di transazioni finanziarie favorevoli.
Da quanto detto in precedenza si può dedurre che il FMI svolge il ruolo di comando generale per il sistema finanziario mondiale.
Il FMI stabilisce le basi per la conquista dei sistemi finanziari degli stati vulnerabili del mondo da parte delle grandi banche.
Il FMI assume l’incarico di fare tutto il “lavoro sporco” attraverso il suo intervento. Questo include l’esproprazione della sovranità, la richiesta di privatizzazione e la riduzione delle spese sociali, stipendi, salari e pensioni, così come assicurare la priorità del pagamento del debito su qualsiasi altra spesa. Il FMI opera come” il cieco” delle grandi banche nel deviare le critiche politiche ed il malessere sociale.
Ci si potrebbe chiedere: quali tipi di persone appoggiano le banche e quali sono stati i direttori esecutivi del FMI? A chi affidano il compito di violare i diritti sovrani di un paese, impoverendo la sua gente e erodendo le istituzioni democratiche?
Tra i direttori esecutivi del FMI hanno incluso un truffatore finanziario condannato; l’attuale direttrice deve affrontare una accusa per denunce di malversazione di fondi pubblici come ministro delle Finanze; un’altro era uno stupratore; un’altro era un difensore della diplomazia delle cannoniere ed il promotore del maggior collasso finanziario della storia di un paese.

Christine Lagarde
Christine Lagarde

L’attuale direttrice esecutiva del FMI (dal Luglio el 20111 al 201), Christine Lagarde, viene portata a giudizio in Francia per appropriazione indebita di un pagamento di 400 milioni di dollari con il magnate Bernard Tapie, mentre lei era ministro delle Finanze nel governo del presidente Sarozy.
l direttore esecutivo precedente (novembre del 2007-maggio del 2011), Dominique Strauss-Kahn, si è visto obbligato a dimettersi dopo di essere stato accusato di aver violentato una cameriera in un hotel di Nueva York e più tardi arrestato e giudicato per sfruttamento della prostituzione nella città di Lille, in Francia. Il suo predecessore., Rodrigo Rato (giugno 2004-ottobre 2007), era un banchiere spagnolo che fu arrestato ed accusato di evasione di imposte, per aver nascosto 27 milioni di euro in settanta banche straniere e la truffa di migliaia di piccoli risparmiatori che aveva convinto a deporre il loro denaro in una banca spagnola, Bankia, che fu dichiarata fallita.
Il suo predecessore, il tedesco Horst Kohler, si dimise dopo aver dichiarato una verità poco probabile- cioè a dire, che “l’intervento militare sull’estero era necessario per difendere gli interessi economici tedeschi”. Una cosa è come opera il FMI, uno strumento per gli interessi imperiali; ed altra cosa è che un dirigente del FMI ne parli pubblicamente.
Michel Camdessus (gennaio 1987 al febbraio 2000) fu l’autore del “Washington Consensus”, la dottrina che finanziò la controrivoluzione neoliberista globale. Nel corso del suo mandato fu testimone dell’ abbraccio e finanziamento del FMI con alcuni dei peggiori dittatori dell’epoca, tra quelli l’uomo forte dell’Indonesia ed autore di assassinii di massa, il generale Suharto.
Sotto Camdessus, il FMI collaborò con il presidente argentino Carlo Menen nella liberalizzzazione dell’economia, nella deregolamentazione dei mercati finanziari e nella privatizzazione di più di un migliaio di imprese argentine. Le crisi che seguirono, portrono alla peggiore depresione nella storia argentina, con più di 20.000 fallimenti, il 25% di disoccupazione ed il tasso di povertà superiore al 50% nei quartieri operai….Camdessus, più tardi, si lamentò dei suoi errori politici in relazione al collasso dell’Argentina. Egli non fu mai arrestato o accusato di crimini contro l’umanità.
Conclusione
La condotta criminale dei direttori del FMI non è una anomalia o un ostacolo per la loro selezione. Al contrario. essi furono selezionati perchè riflettevano i valori, gli interessi ed il comportamento della elite finanziaria mondiale: truffe, evasioni delle imposte, corruzione e trasfrimento massiccio di ricchezza pubblica su conti privati sono la norma per l’establishment finanziario. Queste qualità si adattano perfettamente alle necessità dei banchieri che hanno fiducia nell’accordo con i loro omologhi nel FMI.
L’elite finanziaria internazionale ha necessità che i dirigenti del FMI non abbiano scrupoli nell’utilizzare un doppio standard e nell’infrangere le procedure standard. Ad esempio, l’attuale direttrice esecutiva, Christine Lagarde, ha prestato 30 miliardi al regime fantoccio in Ucraina, nonostante che la stampa finanziaria specializzata avesse descrittto con grandi dettagli come gli oligarchi corrotti abbiano rubato migliaia di milioni con la complicità della classe politica (Financial Times, 12/21/14, pag.7). La stessa Lagarde cambia le regole sul pagamento dei debiti che permette all’Ucraina di realizzare il suo pagamento dei suoi debiti sovrani alla Russia.
La stessa Lagarde insiste che il governo greco di centro destra possa ridurre ancora di più le pensioni in Grecia al di sotto del livello di povertà (Financial Times, 12/21/15, pag. 1).
Sembra evidente che il taglio selvaggio del livello di vita, che decretano i dirigenti del FMI da tutte le parti, non è estraneo alla loro storia personale criminale. Stupratori, truffatori, militaristi, sono soltanto le persone adeguate per dirigere una istituzione, visto che questa fa impoverire il 99% delle popolazioni ed fa arricchire l’1% dei super-ricchi.
Fonte: Global Research
Traduzione: Manuel de Silva
Tratto da: Controinformazione

Preso da: http://www.informarexresistere.fr/2015/12/30/il-lavoro-sporco-del-fondo-monetario-internazionale/

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Rockefeller si fa l’Arca di Noè. Cosa ci nasconde?

30 dicembre 2015

Maurizio Blondet –
Nella gelida isola di Spitsbergen, desolato arcipelago delle Svalbard (mare di Barents, un migliaio di chilometri dal Polo) è in via di febbrile completamento la superbanca delle sementi, destinata a contenere i semi di tre milioni di varietà di piante di tutto il mondo.
Una «banca» scavata nel granito, chiusa da due portelloni a prova di bomba con sensori rivelatori di movimento, speciali bocche di aerazione, muraglie di cemento armato spesse un metro.
La fortificazione sorge presso il minuscolo agglomerato di Longyearbyen, dove ogni estraneo che arrivi è subito notato; del resto, l’isola è quasi deserta.
Essa servirà, fa sapere il governo norvegese titolare dell’arcipelago, a «conservare per il futuro la biodiversità agricola».
Per la pubblicità, è «l’arca dell’Apocalisse» prossima ventura.
Deposito Sotterraneo Globale dei Semi in Norvegia 04

Il fatto è che il finanziatore principale di questa arca delle sementi è la Fondazione Rockefeller , insieme a Monsanto e Syngenta (i due colossi del geneticamente modificato), la Pioneer Hi-Bred che studia OGM per la multinazionale chimica DuPont; gruppo interessante a cui s’è recentemente unito Bill Gates, l’uomo più ricco della storia universale, attraverso la sua fondazione caritativa Bill & Melinda Gates Foundation.
Questa dà al progetto 30 milioni di dollari l’anno.
Ce ne informa l’ottimo William Engdahl (1) che ragiona: quella gente non butta soldi in pure utopie umanitarie.
Deposito Sotterraneo Globale dei Semi in Norvegia 12
Che futuro si aspettano per creare una banca di sementi del genere?
Di banche di sementi ne esistono almeno un migliaio in giro per le università del mondo: che futuro avranno?
La Rockefeller Foundation , ci ricorda Engdahl, è la stessa che negli anni ’70 finanziò con 100 milioni di dollari di allora la prima idea di «rivoluzione agricola genetica».
Fu un grande lavoro che cominciò con la creazione dell’Agricolture Development Council (emanazione della Rockefeller Foundation), e poi dell’International Rice Research Institute (IRRI) nelle Filippine (cui partecipò la Fondazione Ford ).
Nel 1991 questo centro di studi sul riso si coniugò con il messicano (ma sempre dei Rockefeller) International Maize and Wheat Improvement Center, poi con un centro analogo per l’agricoltura tropicale (IITA, sede in Nigeria, dollari Rockefeller).
Questi infine formarono il CGIAR, Consultative Group on International Agricolture Research.
In varie riunioni internazionali di esperti e politici tenuti nel centro conferenze della Rockefeller Foundation a Bellagio, il CGIAR fece in modo di attrarre nel suo gioco la FAO (l’ente ONU per cibo e agricoltura), la Banca Mondiale (allora capeggiata da Robert McNamara) e lo UN Development Program.
La CGIAR invitò, ospitò e istruì generazioni di scienziati agricoli, specie del Terzo Mondo, sulle meraviglie del moderno agribusiness e sulla nascente industria dei semi geneticamente modificati.
Questi portarono il verbo nei loro Paesi, costituendo una rete di influenza straordinaria per la penetrazione dell’agribusiness Monsanto.
Deposito Sotterraneo Globale dei Semi in Norvegia 10
«Con un oculato effetto-leva dei fondi inizialmente investiti», scrive Engdahl, «negli anni ’70 la Rockefeller Foundation si mise nella posizione di plasmare la politica agricola mondiale. E l’ha plasmata».
Tutto nel nome della scientificità umanitaria («la fame nel mondo») e di una nuova agricoltura adatta al mercato libero globale.

I lavori per lo scavo nel granito della Doomsday Seed Vault
La genetica è una vecchia fissa dei Rockefeller: fino dagli anni ’30, quando si chiamava «eugenetica», ed era studiata molto nei laboratori tedeschi come ricerca sulla purezza razziale.
La Rockefeller Foundation finanziò generosamente quegli scienziati, molti dei quali dopo la caduta di Hitler furono portati in USA dove continuarono a studiare e sperimentare.
La mappatura del gene, la sequenza del genoma umano, l’ingegneria genetica da cui Pannella e i suoi coristi si aspettano mirabolanti cure per i mali dell’uomo – insieme agli OGM brevettati da Monsanto, Syngenta ed altri giganti – sono i risultati di quelle ricerche ed esperimenti.
Nel 1946, del resto, Nelson Rockefeller lanciò la parola d’ordine propagandistica «Rivoluzione Verde» dal Messico, un viaggio nel quale lo accompagnava Henry Wallace, che era stato ministro dell’Agricoltura sotto Roosevelt, e si preparava a fondare la già citata Pioneer Hi-Bred Seed Company.
Norman Borlaug, l’agro-scienziato acclamato padre della Rivoluzione Verde con un Nobel per la pace, lavorava per i Rockefeller.
Lo scopo proclamato: vincere la fame del mondo, in India, in Messico.
Ma davvero Rockefeller spende soldi per l’umanità sofferente?
La chiave è nella frase che Henry Kissinger pronunciò negli anni ’70, mentre nasceva la CGIAR : «Chi controlla il petrolio controlla il Paese; chi controlla il cibo, controlla la popolazione».
Il petrolio, i Rockefeller lo controllavano già con la Standard Oil , guida del cartello petrolifero mondiale.
Oggi sappiamo che Rivoluzione Verde era il sinonimo pubblicitario per OGM, e il suo vero esito è stato quello di sottrarre la produzione agricola familiare ed assoggettare i contadini, specie del Terzo Mondo, agli interessi di tre o quattro colossi dell’agribusiness euro-americano.
In pratica, ciò avvenne attraverso la raccomandazione e diffusione di nuovi «ibridi-miracolo» che davano raccolti «favolosi», preparati nei laboratori dei giganti multinazionali.
I semi ibridi hanno un carattere commercialmente interessante per il business: non si riproducono o si riproducono poco, obbligando i contadini a comprare ogni anno nuove sementi, anziché usare (come fatto da millenni) parte del loro raccolto per la nuova semina.
Quei semi erano stati brevettati, e costavano parecchio.
Sono praticamente un monopolio della Dekalb (Monsanto) e della Pioneer Hi-Bred (DuPont), le stesse aziende all’avanguardia negli OGM.
Deposito Sotterraneo Globale dei Semi in Norvegia 03
La relativa autosufficienza e sostenibilità auto-alimentantesi dell’agricoltura tradizionale era finita.
Ai semi ibridi seguirono le «necessarie» tecnologie agricole americane ad alto impiego di capitale, gli indispensabili fertilizzanti chimici Monsanto e DuPont e con l’arrivo degli OGM, gli assolutamente necessari anti-parassitari e diserbanti studiati apposti per quello specifico seme OGM.
Tutto brevettato, tutto costoso.
I contadini che per secoli avevano coltivato per l’autoconsumo e il mercato locale, poco importando e poco esportando, non avevano tanto denaro.
Ecco pronta la soluzione: lanciarsi nell’agricoltura «orientata ai mercati globali», produrre derrate non da consumo ma da vendita, cash-crop, raccolti per fare cassa.
Addio autosufficienza ed autoconsumo, addio chiusura alle importazioni superflue.
I contadini potevano vendere all’estero sì: sotto controllo di sei intermediari globali, colossi e titani come la Cargill , la Bunge Y Born, la Louis Dreyfus …
La Banca Mondiale di McNamara, soccorrevole, forniva ai regimi sottosviluppati prestiti per creare canali d’irrigazione moderni e dighe; la Chase Manhattan Bank dei Rockefeller si offriva – visto che i contadini non producevano mai abbastanza da ripagare i debiti contratti per comprare pesticidi, OGM e sementi ibride brevettati – di indebitare i contadini in regime privatistico.
Ma questo ai grandi imprenditori agricoli con latifondi.
I piccoli contadini, per le sementi-miracolo e i diserbanti e i fertilizzanti scientifici, si dovettero indebitare «sul mercato», ossia con gli usurai.
I tassi d’interesse sequestrarono il raccolto-miracolo; a molti, divorarono anche la terra.
I contadini, accade in India specialmente, dovettero lavorare una terra non più loro, per pagare i debiti.
La stessa rivoluzione sta prendendo piede in Africa.
Chilometri di monoculture di cotone geneticamente modificato, sementi sterili da comprare ogni anno.
E il meglio deve ancora arrivare.
Dal 2007 la Monsanto , insieme al governo USA, ha brevettato su scala mondiale di sementi «Terminator», ossia che commettono suicidio dopo il raccolto: una scoperta che chiamano, senza scrupoli, «Genetic Use Restriction Technology», ossia volta a ridurre l’uso di sementi non brevettate.
La estensione di sementi geneticamente modificate – ossia di cloni con identico corredo genetico – è ovviamente un pericolo incombente per le bocche umane: una malattia distrugge tutti i cloni, ed è la carestia.
Occorre la biodeversità, di cui si sciacquano le labbra ecologisti e verdi radicali.
E qui si comincia ad intuire perché si sta costruendo l’Arca di Noè delle sementi alle Svalbard: quando arriva la catastrofe, le sementi naturali dovranno essere controllate dal gruppo dell’agribusiness, e da nessun altro.
Le banche di sementi, secondo la FAO , sono 1.400, già per la maggior parte negli Stati Uniti.
Le più grandi sono usate e possedute da Monsanto, Syngenta, Dow Chemical, DuPont, che ne ricavano i corredi genetici da modificare.
Perché hanno bisogno di un’altra arca di Noè agricola alle Svalbard, con tanto di porte corazzate e allarmi anti-intrusione, scavata nella roccia.
Le altre banche sono in Cina, Giappone, Corea del sud, Germania, Canada, evidentemente non tutte sotto il controllo diretto dei grandi gruppi.
La tecnologia «Terminator» può suggerire uno scenario complottista fantastico: una malattia prima sconosciuta che infetta le sementi naturali conservate nelle banche fuori-controllo USA, obbligando a ricorrere al caveau delle Svalbard, l’unico indenne.
E’ un pensiero che ci affrettiamo a scacciare: chi può osar diffamare benefattori dell’umanità affamata come Rockefeller, Monsanto, Bil Gates, Syngenta?
Ma Engdahl ricorda le parole del professor Francis Boyle, lo scienziato che stilò la prima bozza delle legge americana contro il terrorismo biologico (Biological Weapons anti-Terrorism Act), approvata dal Congresso nel 1989.
Francis Boyle sostiene che «il Pentagono sta attrezzandosi per combattere e vincere la guerra biologica», e che Bush ha a questo scopo emanato due direttive nel 2002, adottate «senza conoscenza del pubblico».
Per Boyle, nel biennio 2002-2004, il governo USA ha già speso 14,5 miliardi di dollari per le ricerche sulla guerra biologica.
Il National Institute of Health (ente governativo) ha connesso 497 borse di studio per ricerche su germi infettivi con possibilità militari.
La bio-ingegneria è ovviamente lo strumento principale in queste ricerche.
Jonathan King, professore al MIT, ha accusato: «I programmi bio-terroristici crescenti rappresentano un pericolo per la nostra stessa popolazione; questi programmi sono invariabilmente definiti ‘difensivi’, ma nel campo dell’armamento biologico, difensivo e offensivo si identificano».
Altre possibilità sono nell’aria, e Engdahl ne ricorda alcune.
Nel 2001, una piccola ditta di ingegneria genetica californiana, la Epicyte , ha annunciato di aver approntato un mais geneticamente modificato contenente uno spermicida: i maschi che se ne nutrivano diventavano sterili.
Epicyte aveva creato questa semente miracolo con fondi del Dipartimento dell’Agricoltura USA (USDA), il ministero che condivide con Monsanto i brevetti del Terminator; ed a quel tempo, la ditta aveva in corso una joint-venture con DuPont e Syngenta.
Ancor prima, anni ‘ 90, l ’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, ossia l’ONU) lanciò una vasta campagna per vaccinare contro il tetano le donne delle Filippine, Messico e Nicaragua, fra i 15 e i 45 anni.
Perché solo le donne?
Forse che gli uomini, nei Paesi poveri, sono esenti da tetano, e non si feriscono mai con ferri sporchi e arrugginiti?
Se lo domandò il Comite pro Vida, l’organizzazione cattolica messicana ben conscia delle campagne anti-natalità condotte in Sudamerica dai Rockefeller.
Fece esaminare il vaccino fornito dall’OMS gratuitamente e generosamente alle donne di età fertile: e scoprì che esso conteneva gonadotropina corionica umana, un ormone naturale che, attivato dal germe attenuato del tetano contenuto nel vaccino, stimolava speciali anticorpi che rendevano incapaci le donne di portare a termine la gravidanza.
Di fatto, un abortivo.
Risultò che questo vaccino-miracolo era il risultato di 20 anni di ricerche finanziate dalla Rockefeller Foundation, dal Population Council (dei Rockefeller), dalla CGIAR (Rockefeller), dal National Institute of Health (governo USA)… e anche la Norvegia aveva contribuito con 41 milioni di dollari al vaccino antitetanico-abortivo.
Guarda caso, lo stesso Stato che oggi partecipa all’Arca di Noè e che la sorveglierà nelle sue Svalbard.
Ciò fa tornare in mente ad Engdahl (non a noi) quella vecchia fissa dei Rockefeller per l’eugenetica del Reich: la linea di ricerca preferita era ciò che si chiamava «eugenetica negativa», e perseguiva l’estinzione sistematica delle razze indesiderate e dei loro corredi genetici.
Margaret Sanger, la femminista che fondò (coi soldi dei Rockefeller) il Planned Parenthood International, la ONG più impegnata nel diffondere gli anticoncezionali nel Terzo Mondo, aveva le idee chiare in proposito, quando lanciò un programma sociale nel 1939, chiamato «The Negro Project» (2).
Come scrisse in una lettera ad un amico fidato, il succo del progetto era questo: «Vogliamo eliminare la popolazione negra».
Ah pardon, scusate: non si dice «negro», si dice «nero», «afro-americano».
E’ questo che conta davvero, per i progressisti.
Fonte: Disinformazione.it
Tratto da: terrarealtime2

Preso da:http://sapereeundovere.com/rockefeller-si-fa-larca-di-noe-cosa-ci-nasconde/

Genocidi Washington Style – tocca al Venezuela?

9 febbraio 2018 

DI PETER KOENIG
Ci sarà un motivo per cui nessuno osa parlare di “genocidio” quando si pensa alle atrocità commesse da Washington in tutto il mondo? – Se c’è una nazione che è colpevole di omicidio di massa, questa nazione è gli Stati Uniti d’America insieme ai suoi manipolatori sionisti. Ma sembra che nessuno ci faccia caso, o meglio che nessuno osi dirlo. È diventata una cosa normale che è ormai entrata nel cervello della gente. La nazione eccezionale può fare quello che vuole, quando vuole e dove vuole – può seminare guerre e conflitti, uccidere milioni e milioni di persone e poi dare la colpa a Russia e Cina e, naturalmente, Iran, Venezuela, Siria, Cuba, Corea del Nord … ma potremo andare avanti.
Quando un certo Mr. Tillerson parla apertamente di colpo di stato militare in Venezuela, sta incitando ad un genocidio in questo pacifico vicino del sud. Questo significa, per chi sta ascoltando, come Capriles e Co., che può contare sull’appoggio degli Stati Uniti, cosa che, ovviamente,  sapeva da sempre. Ma ora la cosa è ufficiale, quando il Segretario di Stato USA chiede apertamente un intervento militare – chiede sangue – sta provocando un bagno di sangue. Questo è genocidio. Per definizione, è un assassino.

Eppure, quest’uomo  e ne va in giro liberamente.
Proviamo a immaginare, chiunque altro si permetta di fare una affermazione del genere nel resto del mondo – un qualsiasi altro politico  a livello di Tillerson – uno che non si piega ai desideri di Washington sarebbe subito messo in cima alla lista di Washington, e potrebbe aspettarsi da un momento all’altro che lo colpisca un drone, o una pozione di veleno – o una qualsiasi altra cosa che la CIA sa fare ottimamente per  “neutralizzare” le persone inopportune. Eppure, nessuno nemmeno osa pensare di mandare Tillerson davanti a un tribunale internazionale o semplicemente di provare a neutralizzarlo.
Nelle basi statunitensi – del tutto illegali – che si trovano nel triangolo nord-orientale della Siria, al confine tra Iraq e Turchia, vicino a Raqqa, a Tabqa, dove le forze americane hanno preso il controllo di una base aerea siriana a al-Tanf,  Rex Tillerson chiede di aumentare l’attuale contingente di circa 2.000 soldati, fino a 30.000 – reclutandoli per lo più tra i curdi. Questa dichiarazione suona, e probabilmente è, come una espansione dell’esercito ‘ribelle’ YPG dei curdi o, piuttosto,  dell’esercito di terroristi sponsorizzati dagli USA, completamente finanziato, armato e addestrato dagli Stati Uniti. Un esercito che, in realtà,  appoggia la nuova ISIS, appena addestrata dagli USA con l’obiettivo di riuscire finalmente a mettere a segno il “Regime Change”, spodestando il presidente legittimo e democraticamente eletto Bashar al-Assad.
Ci si potrebbe anche chiedere, come mai il presidente Assad abbia tollerato queste basi illegali nel proprio paese. Avrebbe potuto chiedere di convocare un Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per farle espellere. Ovviamente non sarebbe successo niente, dato che gli Stati Uniti hanno il diritto di veto, ma questo avrebbe fatto molta pubblicità e avrebbe permesso al mondo intero di sapere che gli Stati Uniti stanno occupando il suolo di qualsiasi paese vogliano occupare – illegalmente ovviamente.

“Cambiare il regime” con qualsiasi mezzo – questo è il nome del gioco – questo è l’obiettivo finale dei Maestri del Genocidio – che fa piombare un paese nel caos, in una guerra eterna, in una occupazione eterna per  una usurpazione eterna.
Perché tutti quegli occidentali  che amano tanto la pace non vedono niente?  Perché non gridano contro questi crimini? Solo perché i media occidentali raccontano qualcosa di diverso? – Forse è così. Ma è umanamente impossibile che gli umani abbiano dei  cervelli così mieri da non poter più distinguere quello che è moralmente, eticamente corretto – da quello che è assoluta falsità.
È la “comfort zone” occidentale – stupidi! – Starcene seduti sulle nostre belle poltrone a guardare lo sport e quelle stupide e avvilenti sit-com o qualche spettacolo comico di Hollywood, mentre sorseggiamo una birra, è molto più facile che chiederci: Che cosa stiamo permettendo che accada a gente del tutto innocente? – E’ mai capitato a nessuno di pensare che chi non salta in piedi per protestare contro questi assassini di massa , compresa quest’ ultima minaccia fatta da Tillerson di “cambiamento di regime” in Venezuela con un colpo di stato militare, istigato dall’estero, è correo per complicità, per non aver fatto niente, per aver lasciato che avvenga questo nuovo genocidio ordito dagli USA? Quanto ci vorrà ancora per infrangere questa “comfort zone” ? – Forse,  alzeremo il culo solo quando aremo colpiti direttamente, noi, in Europa o negli Stati Uniti, mentre stiamo  allungati sulla nostra comoda poltrona  ad ubriacarci in un mondo  occidentale consumatore di notizie fresche?  Beh, a quel punto potrebbe essere troppo tardi.
È nostro obbligo nei confronti dell’umanità fermare questi violenti attacchi, questi genocidi che avvengono in tutto il mondo,  condotti sempre dallo stesso autore e dai suoi burattinai e mercenari: gli Stati Uniti, l’Europa, suo vassallo e la NATO.

Possiamo stare sicuri solo di una cosa, gli Stati Uniti non molleranno mai. Hanno un obiettivo e lo perseguiranno fino alla fine – e la fine può essere solo il Dominio Assoluto dello Spectrum o, si rischia la fine dell’impero. Le oscure forze che si muovono dietro gli Stati Uniti e l’esercito alleato non hanno nessuno scrupolo nel commettere un enorme genocidio pur di raggiungere il loro obiettivo. Lo hanno dimostrato negli ultimi 20 anni con una “guerra al terrore” senza fine, che ha devastato il Medio Oriente, l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria e milioni di persone sono state uccise, mutilate o si sono trovate senza casa, senza nome, malati, profughi, gente che muore di fame e di stenti – senza un tetto sulla testa da anni –  gente che viene espulsa dal proprio paese, dagli stessi che hanno distrutto le loro case e tutto quello che serviva loro per potersi sostentare in primo luogo …… e il mondo è così timido che non vuole ammettere che questo genocidio ha assunto proporzioni bibliche?
Ora Tillerson, l’arrogante multi-miliardario, ex capo di Exxon, diventato un diplomatico per the Donald – o per il lungo braccio dell’Oscuro-Stato-Anglo-Sionista, chiede solo un genocidio in Venezuela. Solo pochi giorni fa questo mostro disumano ha espresso piacere e soddisfazione parlando dei nordcoreani che soffrono e muoiono di fame, perché le “sanzioni” stanno funzionando.
Come possiamo immaginare  il livello a cui è sprofondata l’umanità? – Nessuno nemmeno batte più ciglio nel sentire certe atrocità pronunciate dal front-man dell’ imperatore malvagio, per non parlare di chi si fa ammazzare sulle barricate. Ammazzare e il piacere di ammazzare e di far  soffrire e,  contemporaneamente, non dimenticare la massimizzazione dei profitti aziendali è diventata la nuova normalità. Abbiamo digerito il genocidio – e la maggior parte di chi vive in occidente ci convive abbastanza comodamente.
Mondo svegliati! – E’ passato Mezzogiorno! – Anche se non è Tillerson in persona a premere il grilletto, è sempre uno che fa ammazzare la gente, è quello che ordina agli altri chi devono ammazzare. Gente come Tillerson e come tutti i suoi predecessori, i capi del Pentagono e della CIA e naturalmente i capi esecutori, lo stesso Trump e i suoi predecessori, devono essere mandati davanti a un tribunale come quello di Norimberga, dove sarà applicato quello stesso tipo di giustizia  delle forze alleate che presiedettero i processi nazisti dopo la seconda guerra mondiale.
In effetti, molti dei crimini compiuti dai nazisti impallidiscono rispetto a quello che le forze degli Stati Uniti, della NATO e dei loro vassalli europei stanno compiendo – e che hanno compiuto nel corso del secolo scorso – in tutto il mondo, in Africa, in Asia, in Sud America – genocidi a pieno regime. Trump trema per “fire and fury”, Tillerson incita al colpo di stato militare in Venezuela e vuole rovesciare il governo legittimo e democraticamente eletto in Siria e, naturalmente, l’Iran è sempre nel mirino, non importa che si sia firmato e controfirmato un accordo nucleare  dai  5 + 1 , il 14 luglio 2015 a Vienna. Nessun accordo, nessun contratto, nessuna promessa viene onorata da Washington. Chi sarà il prossimo? Forse la Bolivia e, naturalmente, Cuba, dove le relazioni diplomatiche appena ristabilite con la nuova  ambasciata americana a L’Avana non sono altro che un cavallo di Troia appena velato?
Andiamo a guardare gli insulti e le provocazioni infinite di Washington contro la Russia, con le forze USA e della NATO schierate lungo i confini del Baltico, dell’Europa orientale e del Mar Nero con la Russia. Se non fosse per il Presidente Putin e per il suo avveduto ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ci sarebbe già stato qualche scontro  hot and bloody  tra Stati Uniti e Russia.
Quando Nikki Haley dichiarò apertamente che il Presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, doveva essere rovesciato,  un alto funzionario palestinese presso le Nazioni Unite le disse  “shut up- Statti-zitta!”. Ben detto. È tempo che il mondo cominci a parlare con la pancia e dica ai criminali guerrafondai, come Tillerson,  di stare zitto, quando chiede golpe militari nei paesi che vogliono soggiogare, come il Venezuela e Cuba, le uniche vere democrazie nell’emisfero occidentale. Le uniche vere democrazie, queste non sono parole mie – anche se le sottoscrivo pienamente – ma sono parole di una eccellenza intellettuale, sono del professor Noam Chomsky.
Se qualcuno si preoccupasse di comprendere quale sia il sofisticato processo  della democrazia di rappresentanza delle persone in Venezuela, sicuramente i renderebbe meglio conto di cosa è la nostra democrazia in stile occidentale, una democrazia in cui le persone che vanno a votare, sono totalmente manipolabili e vengono manipolate in modo categorico, è tutto un trucco che ci fa credere di vivere ancora al tempo delle favole. Processi articolati e puliti come quello del Venezuela regolano anche le elezioni a Cuba.

La CIA in tandem con il Mossad e altre forze segrete, oltre alla NATO, recluta, addestra, finanzia e arma mercenari-terroristi  per fare il lavoro sporco di Washington. Il Pentagono, la CIA, il Dipartimento di Stato e la NATO non si fermeranno prima che venga raggiunto il “cambio di regime” in Siria, e prima che il Venezuela soccomba alla calunnia costante, al ricatto, alle manipolazioni valutarie e ad una miriade di altre pressioni dall’estero; e prima che Russia e Cina siano sottomesse – a meno che questo impero sempre più indebolito non si afflosci strada facendo. E alla fine questo imperò si affloscerà. Ma quanta altra gente dovrà morire prima che il mostro morda la polvere e che lasci che la vita e la natura si evolvano e si sviluppino per portare uguaglianza e pace nel mondo?
Ripetiamolo di nuovo: l’unico paese al mondo che commette un  genocidio costante e la fa  sempre franca, è la nazione eccezionale, gli Stati Uniti d’America. Noi, il Popolo, dobbiamo e possiamo ancora fermarlo.

Peter Koenig 
economista e analista geopolitico. Ha lavorato per la  World Bank  e  – ha girato il mondo lavorando molto nel campo dell’ambiente e delle risorse idriche.  Tiene conferenze nelle  università di  USA, Europa e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, Sputnik, PressTV, The 21st Century (China), TeleSUR, The Vineyard of The Saker Blog, ar altri siti internet. E’  autore di f Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – fiction basata su fatti e su esperienze di  30 anni di  World Bank  intorno al globo. E’ anche co-autore di The World Order and Revolution! – Essays from the Resistance.
7.02.2018
Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario

DROGA E ALCOOL PER I PILOTI DI DRONI

Postato Domenica, 13 dicembre @ 06:55:00 GMT di davide

DI ANDREW BUNCOMBE
The Independent
Degli informatori provenienti dal segreto mondo statunitense dei droni affermano che gli operatori “sono sotto stress e spesso fanno ricorso a droghe ed alcool” in un raro sguardo all’interno del programma.

Quattro uomini si sono fatti avanti per consentire uno sguardo senza precedenti all’interno del programma statunitense dei droni.

Il programma americano dei droni, secondo alcuni degli uomini che hanno passato anni a pilotare da remoto le missioni, è privo di regole, controproducente e condotto da personale sotto stress, il quale spesso fa abuso di droghe ed alcool.
Fornendo un panorama senza precedenti del funzionamento interno del programma controllato dalla CIA, tanto segreto quanto controverso, quattro ex operatori hanno espresso la loro preoccupazione sul fatto che siano stati regolarmente uccisi dei civili innocenti, indicati poi come “nemici combattenti”.

Per vari anni questi “whistleblower” hanno ricoperto ruoli nel programma che fu avviato dal Presidente George Bush come parte della cosiddetta “guerra al terrore”, programma che è stato poi ampiamente esteso da Barack Obama.
Da una distanza di ben 8.000 miglia nella loro base nel deserto del Nevada gli uomini hanno azionato droni senza personale con a bordo missili Hellfire in posti come Afghanistan, Pakistan, Iraq e Yemen.
Ma questi uomini hanno messo in discussione l’utilità del programma, suggerendo come di fatto creassero più militanti di quanti ne uccidessero. Per di più questi attacchi creano profonda avversione nei paesi dove vengono effettuati.
Questi operatori – che appaiono nel documentario Drone di Tonje Hessen Schei – hanno affermato che venivano incoraggiati a disumanizzare i loro obiettivi e persino a far riferimento ai bambini che sorvegliavano con i loro droni come “cretini” o “terroristi in addestramento” o “terroristi formato giocattolo”. I quattro hanno affermato di aver dovuto affrontare depressione e pensieri suicidi dopo le dimissioni.
“Quando non devi davvero lanciare un missile Hellfire, il lavoro è veramente noioso” ha detto Michael Haas, ex pilota di droni ed istruttore, che ha prestato servizio nella 15a squadriglia ricognizione e nella 3a squadriglia operazioni speciali dal 2011 al 2015 ed è stato istruttore alla base Creech Air Force vicino a Las Vegas.
L’alcoolismo non era considerato un problema. Ogni sera, finito il nostro turno, guidavamo fino a Las Vegas e bevevamo per tre, quattro ore. Ho avuto pure problemi con la cocaina. Prendi piccole prese di sali da bagno e poi vai per un giro. [I’d take little bumps of bath salts and then go and instruct a ride]. Cannabis sintetica. “Tenevo una bottiglia di Jack Daniels nella mia borsa di volo e me la tracannavo tornando nella mia stanza. Qualunque cosa potessi fare per non vedere la realtà e pensare di non essere lì”.
La stima delle vittime fatta dal Bureau of Investigative Journalism valuta fra 2.489 e 3.989 il numero delle morti causate dai droni in Pakistan. In Afghanistan si stima che gli attacchi abbiano ucciso tra le 700 e le 1046 persone.
Un altro operatore, l’ex pilota Cian Westmoreland, ha affermato che gli sono state accreditate  “204 morti di nemici”.
“Questa è una stronzata. Non tutti i “nemici” erano nemici, ha detto Westmoreland, che ha lavorato nella base di Kandahar in Afghanistan.
Westmoreland dice di aver sofferto di depressione da quando ha lasciato il suo lavoro ed attualmente assume 5 differenti farmaci per controllare l’ansia e gli sbalzi d’umore.
Dice che il mese scorso era sul Ponte sulle Gole del Rio Grande a Taos, nel New Mexico e “era sul punto di saltar giù”.
“Ho pensato a mia sorella ed alla persona che è oggi la mia fidanzata. Sono andato alla VA (ente di assistenza ai veterani) e mi hanno ricoverato per cinque giorni nel pronto soccorso di psichiatria. Non ne ho tratto alcun giovamento”.

Queste persone, che hanno parlato a New York, il giorno antecedente la prima del film di Ms Schei, hanno offerto anche una panoramica sulla discutibile precisione del processo con cui vengono scelti gli obiettivi.
Gli operatori dicono che pensavano di poter combinare le informazioni ricavate dalle segnalazioni con quelle visive ed umane. Spesso anche quando mancavano di una o più di queste fonti procedevano comunque con le missioni omicide.
Brandom Bryant, ex sergente dello staff delle operazioni speciali, ha portato a termine cinque diverse missioni omicide. Una di esse ha riguardato un missile lanciato su persone che aveva seguito nel passaggio in Pakistan dall’Afghanistan. Gli era stato detto che quegli uomini trasportavano esplosivi da consegnare ad altri militanti.
“Abbiamo atteso che andassero a dormire e quindi li abbiamo uccisi”. Bryant afferma di non aver visto però nessuna esplosione secondaria dopo che il missile aveva raggiunto l’obiettivo, cosa che suggerisce come in realtà non stessero trasportando nessuna munizione.
Bryant, 30 anni e testa rasata, dice di aver partecipato all’operazione di ricerca ed uccisione di Anwar al-Awlaki, il cittadino statunitense e leader religioso musulmano, accusato dagli americani di agire come radicale in Yemen e di pianificare operazioni per al Quaeda.
Questi è stato ucciso dall’attacco di un drone nel settembre del 2011, il primo cittadino americano a subire questa sorte, cosa che ha innescato un dibattito sul diritto legale da parte di Obama di assassinare un cittadino degli USA senza il dovuto processo. Il suo figlio sedicenne, Abdulrahman Anwar al-Awlaki, fu ucciso due settimane dopo in un altro attacco con drone.
Bryant afferma che alcuni membri del team erano scontenti dell’operazione avente al-Alawaki come bersaglio, dato che era un cittadino americano.
“Gli uomini dicevano che avevano giurato di difendere la Costituzione e che persino un traditore aveva diritto ad un giusto processo”. Ha detto.
Un altro whistleblower, l’ex pilota Stephen Lewis, riferisce di aver dovuto lottare per mantenere il suo senso di umanità dopo aver abbandonato il suo lavoro di operatore di droni.
“Ritorni dal lavoro e stai bene. Poi succede qualcosa e vai fuori di testa. Ti fa male, è l’inferno. E’ la peggior sensazione del mondo” dice.
“Il programma perde dipendenti in continuazione. Non ci piace. Non è un  bel lavoro”.

ANDREW BUNCOMBE
Fonte: www.independent.co.uk/
Link: http://www.independent.co.uk/news/world/americas/secret-us-drone-whistleblowers-say-operators-stressed-and-often-abuse-drugs-and-alcohol-in-rare-a6741021.html
19.11.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CLAUDIO DSCOTTI

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15986

Cosa sta succedendo in Libia?

di PANDORA (Federico Rossi) 3/2/18

Il 2018 è appena cominciato e già rappresenta un bivio fondamentale per la Libia, divisa fra una nuova opportunità di pacificazione e un ulteriore aggravarsi del caos. Il 17 dicembre scorso sono infatti scaduti ufficialmente gli Accordi di Shikrat, il trattato firmato in Marocco che aveva dato vita al debole governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj, e si è aperta la strada alla possibilità di nuove elezioni, che dovrebbero tenersi nel corso di quest’anno. I presupposti per questa tornata elettorale sembrano essere però quanto di più lontano in questo momento, alla luce dello sgretolamento progressivo del territorio libico.
Lo scenario che dipingono i media nazionali offre una visione della Libia divisa più o meno in tre con l’Esercito Nazionale Libico di Haftar da un lato, il Governo di Accordo Nazionale di Sarraj dall’altro e in mezzo trafficanti, milizie e estremisti dello Stato Islamico. Sembra un panorama molto complesso, ma se analizziamo davvero tutti gli attori in gioco scopriamo che in realtà questa è una visione estremamente semplificata, che non ci permette di capire la reale entità delle forze in gioco.

Partiamo da governo di accordo nazionale di Sarraj, sostenuto a livello internazionale da Italia, Tunisia, Algeria e Arabia Saudita e appoggiato dalle Nazioni Unite. L’esecutivo di ben 32 membri di Sarraj scaturisce proprio dagli Accordi di Shikrat del 2015 e avrebbe dovuto essere la soluzione alla frammentazione politica della Libia, che in quel momento aveva due parlamenti: uno a Tripoli, espressione del primo parlamento a maggioranza islamista eletto dopo la caduta di Gheddafi, e uno a Tobruk, separatosi dal precedente dopo la ripetizione delle elezioni nel 2014.
Al contrario delle aspettative tuttavia il Governo di Accordo Nazionale è rimasto tale solo di nome, dal momento che entrambi i parlamenti hanno rifiutato la ratifica dell’accordo negando il sostegno a Sarraj, che è rimasto quindi al vertice di un esecutivo monco. Il risultato è stato quindi soltanto quello di creare un nuovo attore nel panorama libico, dotato di una legittimità molto scarsa e di un controllo minore di quello che generalmente si pensa. L’influenza di Sarraj si estende infatti solo ad una piccola parte della Tripolitania e neppure la stessa Tripoli è interamente sotto il suo controllo. Attualmente il mantenimento di questo precario potere si basa prevalentemente sulle figure di Ahmed Maiteeq e Abdulrauf Kara, nonché su fragili accordi con alcuni potenti clan della zona.
Per quanto riguarda Maiteeq, vice-primo ministro misuratino del GNA ed ex rappresentante al parlamento di Tobruk, egli è il collegamento con alcuni gruppi armati tripolini e soprattutto con la cosiddetta Terza Forza, l’alleanza di milizie che governa di fatto la città di Misurata. Questa ha avuto un ruolo di primissimo piano nella lotta contro lo Stato Islamico, tanto da avere il supporto militare statunitense, almeno in un primo momento, e resta ancora un attore influente e abbastanza indipendente dal Governo di Accordo Nazionale.
Il sostegno a Sarraj è dato infatti a fasi alterne, soprattutto per le frizioni con il pilastro del controllo di Sarraj sulla sua parte di Tripoli, la Rada. Si tratta della cupola di milizie tripoline facenti teoricamente capo al Ministero dell’Interno, ma comandate in realtà da Abdulrauf Kara, al centro di numerose polemiche per i legami con gli ambienti più estremi dell’islamismo e per gli abusi e le torture perpetrati dalle sue Forze Speciali di Deterrenza.
Il controllo del GNA sul restante territorio sotto la sua giurisdizione si basa invece su accordi con i clan che controllano le cittadine circostanti Tripoli. Quanto siano fragili questi accordi lo dimostrano i recenti scontri a Sabratha fra le forze governative e quelle di uno dei più potenti di questi gruppi, quello dei Dabbashi. Questi ultimi erano stati parte di un accordo tripartito con il GNA e l’Italia, che era principalmente interessata a ottenere dai Dabbashi, gestori di buona parte del traffico di migranti via mare, un’interruzione dei flussi migratori.
Questo accordo aveva già vacillato negli ultimi mesi del 2017, quando una delle milizie della Libia occidentale vicine ad Haftar aveva preso il controllo di parte della città, che ancora oggi resta contesa. Sabratha è infatti il principale porto di partenza per navi migranti ed è quindi al centro di un mercato molto appetibile, che i Dabbashi si sono impegnati a controllare solo sulla base del sostegno italiano attraverso il GNA. Quanto la situazione sia però fuori controllo lo testimonia la vicenda della Brigata 48, creata da Sarraj nella città per il controllo del contrabbando di petrolio, ma presto presa nella rete clientelare dei Dabbashi di cui è diventata il nuovo braccio armato nella zona.
Il potere e la legittimazione di Sarraj stanno rapidamente scomparendo sotto la spinta di numerose elementi di crisi. A indebolirlo ulteriormente concorrono non solo le frizioni politiche e militari fra i suoi alleati, ma anche il fatto che il mandato del GNA è teoricamente scaduto insieme agli Accordi di Shikrat il 17 dicembre 2017 e che la sua influenza a Tripoli è sempre più insidiata dal crescere dei gruppi salafiti anti-occidentalisti.
A tutto questo c’è da aggiungere infine l’uccisione di uno dei suoi sostenitori più importanti, il sindaco di Misurata Esthewi, recentemente vittima di un attacco rivendicato dallo Stato Islamico. Il GNA resta insomma un governo senza una reale legittimazione, essendo fra l’altro l’unico fra i tre riconosciuti della Libia a non avere alle spalle un parlamento eletto. Gran parte della sua influenza deriva dal supporto internazionale dell’Italia, che in Libia ha la più dispendiosa delle sue missioni militari all’estero.

L’avanzata del generale Khalifa Haftar

Ma Sarraj e i suoi non sono la sola autorità presente a Tripoli. Una parte della città è infatti ancora controllata dal parlamento eletto nel 2012 e riconosciuto ad oggi soltanto dalla Turchia e dal Qatar. Il Congresso Generale Nazionale non ha approvato la ratifica degli Accordi di Shikrat e sostiene attualmente il Governo di Salvezza Nazionale di Khalifa al-Ghawil, la cui forza si fonda su una cupola di milizie islamiste non-jihadiste riunite nella coalizione Alba Libica. Esso mantiene oggi soltanto un potere limitato a parte di Tripoli e ad altri centri minori della Tripolitania, ma rappresenta un attore chiave da coinvolgere in eventuali elezioni.
Il protagonista attuale della guerra civile libica sembra essere però il generale Khalifa Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico. Formalmente Haftar ricopre solo posizioni militari, ma è riconosciuto da tutti come l’uomo forte che controlla di fatto il parlamento di Tobruk e il governo di Abdullah al-Thani, riconosciuto da Egitto, Emirati Arabi e Russia e appoggiato dalla Francia di Macron.
L’esercito di Haftar è al momento la forza militare più organizzata in Libia e sta procedendo alla conquista di uno degli snodi fondamentali nelle lotte di potere, la cosiddetta Mezzaluna Petrolifera, che offrirebbe un vantaggio enorme a Tobruk. L’Esercito di Haftar controlla attualmente una buona parte della Cirenaica, ma estende il suo potere anche sulla Tripolitania e sul Fezzan grazie al sostegno di varie milizie sparse per il paese.
I rapporti più difficili negli ultimi anni di guerra sono stati quelli con Misurata, che nell’ascesa del generale ha visto fin da subito quella di un nuovo Gheddafi e ha provato a contendergli in particolare il controllo sul sud del paese. Ciò nonostante un punto in comune fra questi avversari si è avuto nella lotta contro lo Stato Islamico soprattutto nella regione di Sirte. Se per le milizie misuratine però questa lotta si è fermata allo jihadismo, Haftar ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia e ha esteso la sua guerra a tutto l’islamismo, compresi i Fratelli Musulmani che ancora restano una forza politica considerevole in alcune zone.
Nonostante sia un attore in piena ascesa, non mancano le spine nel fianco anche per le forze di Haftar. Ad essere particolarmente problematiche sono le città di Ajdabiya e Derna, ancora in mano allo Stato Islamico, e soprattutto Bengasi. Qui, oltre al fatto che una buona parte della città resta in mano allo Consiglio Rivoluzionario della Shura, gruppo jihadista legato all’IS, si è consumata anche la rottura con il potente gruppo degli Awakir in seguito all’arrivo del rappresentante di Tripoli Faraj Egaim, ex membro del governo di Tobruk. Haftar ha infine perso anche parte dell’appoggio delle Brigate di Zintan, influente milizia adesso divisa fra i chi sostiene il generale e una componente più moderata.
Tutte queste difficoltà non sembrano tuttavia sufficienti ad arrestare l’avanzata di Haftar, che a luglio dello scorso anno ha centrato un enorme vittoria politica durante il vertice organizzato da Macron. Nell’accordo non solo è riuscito a strappare il riconoscimento della Francia e un vantaggioso cessate il fuoco con Sarraj, ma ha anche ottenuto sostegno alla sua lotta senza quartiere all’islamismo, che è stato interpretato dal generale in maniera piuttosto estensiva ed usato anche per attaccare la Terza Forza misuratina nel sud della Libia.
Nonostante sia in rapida ascesa, Haftar resta comunque dubbioso nei confronti delle elezioni, tanto che ha recentemente dichiarato che, a suo avviso, la Libia non sarebbe pronta per un regime democratico. Tuttavia, qualora le elezioni si svolgessero effettivamente e lui decidesse di candidarsi, sarebbe senz’altro uno dei maggiori favoriti.

Lo Stato Islamico e gli altri attori in campo

Finora ci siamo soffermati soltanto sugli attori che godono di un certo riconoscimento ufficiale, ma essi non controllano che una parte della Libia. Una frazione ancora molto consistente è infatti in mano a milizie di provenienza molto variegata. Fra queste sicuramente un ruolo importante lo hanno quelle di stampo jihadista, non solo lo Stato Islamico, ma anche Ansar al-Sharia, legata alla filiale di Al-Qaeda operante nel Maghreb e diffusa in buona parte del deserto libico.
Lo Stato Islamico in Libia ha perso molto terreno rispetto all’emirato che era riuscito a creare nel 2014 nella regione di Sirte. Gli attacchi delle forze di Haftar e delle milizie misuratine, uniti alla progressiva perdita di consensi fra i gruppi clientelari principali della zona hanno ridotto di molto gli effettivi dell’IS, ma essi sono tutt’altro che scomparsi. Restano infatti presenti in zone circoscritte della regione di Sirte e l’organo di propaganda dell’IS, Amaq, ha fatto sapere che l’espansione in Libia sarà una delle priorità per l’organizzazione jihadista ormai in ritirata da Siria e Iraq.
Oltre a queste sacche lo Stato Islamico resta presente soprattutto in tre città della Cirenaica, almeno parzialmente gestite dai Consigli Rivoluzionari della Shura: Ajdabiya, Derna e Bengasi. Le milizie jihadiste in queste città sono risorte dopo il rallentamento dell’Operazione Dignità lanciata da Haftar in Cirenaica e ora si contendono le città con gli altri attori della zona, restando padroni fra l’altro di quasi tutta Derna. Altri gruppi affiliati all’IS sono poi presenti in varie aree del Fezzan, attorno a Koufra e nella zona di confine con l’Egitto, una nuova crescita che ha portato anche alla ripresa degli attacchi contro personaggi importanti delle forze anti-jihadiste.
Proprio nel Fezzan però le milizie dello Stato Islamico si ritrovano marginalizzate da altri attori informali in grado di controllare una buona parte di questo spazio. Fra questi particolare importanza è assunta dalle fazioni tebu e tuareg, due gruppi etnici originari della zona sahelo-sahariana. I primi in particolare nel 2014 erano riusciti a creare una propria entità territoriale, arrivando a controllare un’ampia fascia da Qatrun a Murzuq grazie a frequenti cambi di alleanza fra gli schieramenti in lotta.
Tuttavia dopo l’uccisione nel 2016 di Barka Wardougu, leader principale dei tebu in Libia, le milizie si sono frammentate in numerosi gruppi indipendenti, solo parzialmente riuniti nell’Assemblea Nazionale Tebu. Queste milizie si contendono oggi i principali traffici del Fezzan scontrandosi coi gruppi tuareg e le forze degli Awlad Suleiman in un conflitto a cui l’Italia, sempre nell’ottica di controllare le migrazioni, ha cercato di mettere fine diplomaticamente.
L’incontro tripartito proposto a Roma tuttavia, molto superficialmente definito da alcuni come un “accordo fra tribù”, ha dimostrato quanto poco si comprenda ancora di cosa accade in quest’area. L’accordo, oltre a non comprendere gli altri belligeranti nel conflitto, i Qadhafa, i Maghara e gli Zwai, è stato accettato per i tebu solo dalle poche milizie di Zilawi Minah Salah e rigettato da tutto il resto dell’assemblea tebu. Attualmente sembra che molti di questi gruppi siano in ripresa grazie a un presunto ruolo di collegamento nel traffico di armi fra Boko Haram in Nigeria e i gruppi affiliati all’IS in Libia.
Per quanto riguarda le milizie tuareg esse sono attive soprattutto al confine con l’Algeria, nella regione sud-occidentale di Ghat, e godono del sostegno dei gruppi secessionisti del nord del Mali. Nonostante alcuni esponenti di queste milizie abbiano preso parte all’incontro di Roma, la loro partecipazione al conflitto per le risorse petrolifere e le rotte del traffico nel Fezzan non si è fermata e adesso controllano un’area significativa del deserto libico, che permette loro di esercitare la propria influenza su una parte dei traffici provenienti dall’Algeria.
Gli altri esponenti della lotta per il controllo del Fezzan sono i principali gruppi formati sulla base di reti clientelari e familiari, che sono stati a lungo la base del potere politico della Libia. La regione di Sebha è quella dove la situazione è più complessa: la lotta per il controllo degli snodi economici (rotte del traffico e giacimenti di petrolio) vede da un lato gli Awlad Suleiman, che hanno recentemente avuto il sostegno dell’Italia, e dall’altro i due influenti clan dei Qadhafa e dei Maghara, il cui potere deriva essenzialmente dalla posizione di rilievo di cui godevano sotto il regime di Gheddafi. Non trascurabile sono infine le milizie facenti capo agli Zwai, forti soprattutto a Koufra.

La riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia

Le possibilità di coinvolgere tutti questi soggetti nelle eventuali elezioni che si terranno nel 2018 sembrano ad oggi molto scarse. Gheddafi si era assicurato la stabilità attraverso una forte alleanza al vertice fra i gruppi di potere principali, una via che oggi, con il cambiare degli equilibri di potenza per effetto dei sostegni alterni degli Stati stranieri, appare poco praticabile. La priorità delle Nazioni Unite e del suo rappresentante in Libia, Ghassan Salamé resta comunque soprattutto la riunificazione delle varie autorità riconosciute della Libia, un punto di partenza indispensabile, ma che rischia di fallire se si baserà sulle attuali fragili premesse.
Oltre al quadro che abbiamo tracciato fin qui esiste infatti un’ultima criticità, che rischia di rendere le elezioni un ennesimo punto di rottura piuttosto che un’opportunità. Il problema riguarda nuovi attori, che sembrano essere attirati in Libia dalla finestra di possibilità offerta loro dalle elezioni. Due in particolare sembrano poter giocare un ruolo rilevante.
Il primo di essi è Basit Igtet, imprenditore libico da anni residente in Svizzera, che può vantare importanti legami con il Qatar e un ruolo non irrilevante avuto nel finanziamento degli oppositori di Gheddafi nella guerra civile e che oggi gode anche di un certo sostegno fra i giovani delle grandi città, come ha dimostrato la notevole manifestazione da lui guidata il 25 settembre scorso a Tripoli.
L’altra incognita è invece il ritorno di Sayf al-Islam, figlio di Gheddafi e a lungo volto moderato del regime del padre, che gode di non poco seguito fra la popolazione libica. Dopo essere rimasto prigioniero fino al 2016 del governo miliziano di Zintan, è stato recentemente graziato dalle autorità di Tobruk e potrebbe essere davvero uno dei favoriti, evocando spettri di un passato ancora molto vicino, nonostante la distanza politica col padre non sia messa in discussione.
Le problematiche sono molte e sicuramente la pacificazione della Libia sembra oggi lontana, ma, malgrado le difficoltà appaiano insormontabili, riuscire a tenere libere elezioni e formare un unico governo riconosciuto internazionalmente rappresenterebbe la base per poter costruire in futuro una pace nel paese. Tutto questo non può però prescindere da una ridefinizione degli obiettivi degli attori stranieri coinvolti, in modo da tenere in reale considerazione l’importanza del coinvolgimento della popolazione libica e da cessare di favorire la destabilizzazione del paese sostenendo alternativamente milizie rivali.

IN CHE MODO ISRAELE E L’ISIS SONO CULO E CAMICIA

Postato Domenica, 13 dicembre @ 23:10:00 GMT di davide

DI F. WILLIAM ENGDAHL
darkmoon.me
Quest’articolo è un altro pezzo del rompicapo. Ci fornisce informazioni cruciali che ci rendono in grado di vedere attraverso la nebbia che circonda le connessioni tra gli USA, Israele, Turchia e l’organizzazione più fanatica a livello mondiale: ISIS, ISIL, Stato Islamico o Daesh.
Il cosiddetto Stato Islamico non è ciò che afferma di essere. Così come la Federal Reserve, che non è federale e nemmeno ha riserve, lo Stato Islamico non è Islamico e nemmeno è uno Stato. È un gruppo terrorista che è stato creato dall’intelligence americana e da mercenari alleati dei sionisti, addestrati presso le basi CIA in Giordania e lasciati a dare libero sfogo sulla popolazione di Siria e Irak, per destabilizzare quei Paesi, in assistenza a Israele.

Ciò non doveva decisamente accadere. Sembra che un soldato israeliano con il rango di colonnello sia stato “colto in flagrante con l’IS.” Con ciò intendo che è stato catturato da soldati dell’esercito iracheno, nel bel mezzo di un branco di terroristi del cosiddetto IS o Stato Islamico o ISIS o DAESH, a voi la scelta. Sotto interrogatorio da parte dell’intelligence irachena ha rivelato, a quanto pare, il ruolo dell’IDF (NdT. Israel Defense Forces) di Netanyahu nel dare supporto all’IS.
Alla fine di ottobre un’agenzia di notizie iraniana, citando un ufficiale superiore dell’intelligence irachena, ha riferito della cattura di un colonnello dell’esercito israeliano, di nome Yusi Oulen Shahak, secondo testimonianze connesso al Battaglione Golani dell’ISIS che opera in Iraq sul fronte di Salahuddin. In una dichiarazione all’agenzia di notizie Fars, un Comandante dell’Esercito iracheno ha affermato, “Le forze popolari e di sicurezza hanno tenuto prigioniero un colonnello israeliano”.
Ha aggiunto che il colonnello dell’IDF aveva “partecipato a operazioni del gruppo terrorista Takfiri ISIL”. Ha detto che il colonnello è stato arrestato assieme a un certo numero di terroristi ISIL o IS, fornendone i dettagli: il nome del colonnello israeliano è Yusi Oulen Shahak e ha il rango di colonnello nella Brigata Golani… con il codice militare e di sicurezza di Re34356578765az231434.”
Perché Israele?                   
Sin dall’inizio del bombardamento molto efficace da parte della Russia di target scelti dell’IS in Siria il 30 settembre, dettagli del ruolo molto sporco non solo di Washington, ma anche della Turchia, Stato membro della Nato sotto la presidenza di Erdogan, del Qatar e di altri Stati, sono venuti alla luce del sole per la prima volta.
Sta diventando sempre più evidente che almeno una fazione nell’Amministrazione di Obama abbia rivestito un ruolo molto sporco dietro le quinte nel dare sostegno all’IS, in modo tale da avanzare la rimozione del Presidente siriano Bashar al Assad e spianare la strada a ciò che inevitabilmente diventerebbe un caos a mo’ di Libia e alla distruzione che renderebbe, in paragone, l’attuale crisi dei rifugiati siriani in Europa solo un’anticipazione.
La fazione di Washington a favore dell’IS include i cosiddetti neo-conservatori concentrati attorno al disonorato ex capo della CIA e carnefice dell’”impeto” iracheno, il Generale David Petraeus. Include anche il Generale degli Stati Uniti John R. Allen, il quale dal settembre 2014 aveva servito come Inviato Speciale Presidenziale del Presidente Obama per la Coalizione Globale per contrastare l’ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) e, finché non si è dimessa nel febbraio 2013, ha incluso il Segretario di Stato Hillary Clinton.
Il 23 ottobre 2015 è stato, in modo significativo, rilevato dall’incarico il Generale John Allen, continuo propugnatore di una “No Fly Zone” guidata dagli Stati Uniti dentro la Siria lungo il confine con la Turchia, un qualche cosa che il Presidente Obama ha rifiutato. Ciò è avvenuto da lì a poco, in seguito al lancio di attacchi russi altamente efficaci sui siti dei terroristi dell’IS siriano e del Fronte Al Nusra di Al Qaeda, che hanno cambiato la situazione nella sua interezza, per quanto concerne il quadro geopolitico della Siria e dell’intero Medio Oriente.
Il Rapporto dell’ONU menziona Israele
Che il Likud di Netanyahu e le forze militari israeliane lavorino strettamente con i falchi di guerra neo-conservatori di Washington, è risaputo, così come l’opposizione veemente del Primo Ministro Benjamin Netanyahu alla questione di Obama sul nucleare con l’Iran. Israele considera il gruppo militante islamista Sciita, Hezbollah, con base in Libano e appoggiato dall’Iran, come nemico giurato. Hezbollah ha combattuto, e continua a farlo, in modo attivo assieme all’esercito siriano contro l’ISIS in Siria. La strategia del Generale Allen di bombardare l’ISIS, da quando gli è stato dato l’incarico dell’operazione a settembre 2014, per quanto il Ministro degli Esteri della Russia di Putin, Lavrov, abbia indicato ripetutamente che lungi dal distruggere l’ISIS in Siria, aveva espanso di gran lunga il loro controllo territoriale del Paese. Ora è chiaro che ciò era precisa intenzione di Allen e della fazione guerrafondaia di Washington.
Almeno dal 2013 le forze militari israeliane hanno anche bombardato a viso aperto, quelli che sostengono fossero target di Hezbollah in Siria. L’indagine ha rivelato che Israele stava infatti colpendo le forze militari siriane e target di Hezbollah, che sta lottando in modo valoroso contro l’ISIS e altri terroristi.
De facto, con ciò Israele stava in realtà aiutando l’ISIS, così come i bombardamenti “anti-ISIS” del Generale John Allen durati un anno.
Che una fazione del Pentagono abbia lavorato in segreto dietro le quinte per addestrare, armare e finanziare quello che oggi è chiamato ISIS o IS in Siria, ora è questione di precedente di dominio pubblico.
Nell’agosto 2012 un documento del Pentagono classificato come “Segreto”, poi declassificato sotto pressione dell’ONG degli Stati Uniti Judicial Watch, ha elencato in modo dettagliato e preciso la comparsa di ciò che è divenuto lo Stato Islamico o ISIS, il quale è emerso dallo Stato Islamico in Iraq, poi affiliato ad Al Qaeda.
Il documento del Pentagono dichiarava, “…c’è la possibilità di stabilire un Principato Salafita, dichiarato o non dichiarato, in Siria orientale (Hasaka e Der Zor) e questo è esattamente ciò che vogliono le autorità che sostengono l’opposizione [ad Assad-w.e.], in modo tale da isolare il regime siriano, considerata la profondità strategica dell’espansione dello Sciismo (Iraq and Iran).”
I poteri a sostegno dell’opposizione nel 2012 includevano allora il Qatar, la Turchia, l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e dietro le quinte, l’Israele di Netanyahu.
Precisamente questa creazione di un “Principato Salafita nella Siria orientale”, territorio odierno di ISIL o IS, era l’agenda di Petraeus, del Generale Allen e altri a Washington, in modo tale da annientare Assad. Ciò è quello che ha messo l’Amministrazione di Obama in disaccordo con la Russia, la Cina e l’Iran sulla richiesta bizzarra degli Stati Uniti che per prima cosa Assad se ne debba andare, prima che l’ISIS possa essere annientato.
Ora il giochetto è di dominio pubblico per il mondo, affinché si veda la doppiezza di Washington nell’appoggiare coloro che i russi chiamano in maniera precisa “terroristi moderati”, contro un Assad debitamente eletto. Che Israele sia anche nel mezzo di questo covo di ratti delle forze terroriste d’opposizione in Siria, è stato confermato in un recente rapporto dell’ONU.
Ciò che il rapporto non ha menzionato, è stato il motivo per cui le forze militari israeliane dell’IDF avrebbero un interesse appassionato in Siria, specialmente per le Alture del Golan siriane.
Perché Israele vuole mandare via Assad
A dicembre 2014 il Jerusalem Post in Israele ha riportato le scoperte di un rapporto ampiamente ignorato e politicamente esplosivo, che dettaglia avvistamenti realizzati da parte dell’ONU delle forze militari israeliane con i combattenti terroristi dell’ISIS. La forza di peacekeeping dell’ONU, Forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite (UNDOF), collocata fin dal 1974 lungo il confine delle Alture del Golan tra Siria e Israele ha rivelato che. . .
Israele lavorava, e continua a farlo, a stretto contatto con i terroristi dell’opposizione siriana, incluso il Fronte Al Nusra di Al Qaeda e l’IS nelle Alture del Golan, e “ha mantenuto contatto stretto durante gli ultimi 18 mesi”. Il rapporto è stato sottoposto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I media mainstream degli Stati Uniti e dell’Occidente hanno insabbiato le scoperte esplosive.
I documenti dell’ONU hanno mostrato che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stavano mantenendo contatto regolare con membri del cosiddetto Stato Islamico, fin dal maggio 2013. L’IDF ha dichiarato che ciò era solamente per prestare cure mediche per i civili, ma l’inganno è stato svelato quando gli osservatori dell’UNDOF hanno comprovato il contatto diretto tra le forze IDF e i soldati dell’ISIS, incluso il prestare cure mediche ai combattenti dell’ISIS. Osservazioni hanno anche incluso il trasferimento di due casse dall’IDF all’ISIS, il contenuto delle quali non è stato confermato.
L’UNDOF è stata creata in seguito a una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 1974, la numero 350, successivamente alle tensioni della guerra dello Yom Kippur, dell’ottobre 1973, tra Siria e Israele. Ha stabilito una zona cuscinetto tra Israele e le Alture del Golan della Siria, che doveva essere governata e pattugliata dalle autorità siriane secondo l’Accordo di Disimpegno delle Forze del 1974. Nessun altra forza militare, che non sia l’UNDOF, è permessa al suo interno. Oggi conta 1.200 osservatori.
Fin dal 2013 si sono intensificati gli attacchi israeliani sulla Siria lungo le Alture del Golan, asserendo che avessero luogo per la ricerca dei “terroristi di Hezbollah”; l’UNDOF stessa, per la prima volta dal 1974, è stata soggetto di attacchi massicci da parte dell’ISIS o dei terroristi del Fronte Al Nusra di Al Qaeda nelle Alture del Golan, di rapimenti, di uccisioni, di furto di armi, munizioni, veicoli, altre disponibilità dell’ONU, il saccheggio e la distruzione di installazioni. Qualcuno non vuole, con tutta evidenza, che l’UNDOF rimanga a pattugliare le Alture del Golan.
LA ZONA UNDOF SULLE ALTURE DEL GOLAN
I soldati ONU in questa zona cuscinetto lungo le Alture del Golan
sono ora sotto attacco, ordinato da Israele,
in chiara violazione della legge internazionale.

Israele e il petrolio delle Alture del Golan
Nel suo incontro del 9 novembre con il Presidente degli Stati Uniti Obama alla Casa Bianca, il Primo Ministro Israeliano Netanyahu ha chiesto a Washington di riconsiderare il fatto che fin dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 tra Israele e i Paesi arabi, Israele ha occupato illegalmente una parte significativa delle Alture del Golan. Durante il loro incontro Netanyahu, apparentemente senza successo, ha invitato Obama a sostenere l’annessione formale israeliana delle Alture del Golan illegalmente occupate, sostenendo che l’assenza di un governo siriano in attività “permetta un pensiero diverso”, riguardo lo status futuro dell’area importante dal punto di vista strategico.
Di certo Netanyahu non ha affrontato la questione in modo onesto, riguardo alla maniera in cui l’IDF Israeliana e altre forze erano state responsabili dell’assenza di un governo siriano in attività, dando il loro appoggio all’ISIS e al Fronte Al Nusra di Al Qaeda.
Nel 2013, quando l’UNDOF ha iniziato a documentare il contatto crescente tra la forza militare israeliana, l’IS e Al Qaeda lungo le Alture del Golan, una società petrolifera poco nota di Newark (New Jersey), la Genie Energie, con una società affiliata Israeliana Afek Oil & Gas, ha iniziato a perforare anche le Alture del Golan per la ricerca del petrolio, con il permesso del governo di Netanyahu. In quello stesso anno, ingegneri militari israeliani hanno revisionato la barriera di confine di quarantacinque miglia con la Siria, sostituendola con una barricata in acciaio che ha incluso il filo spinato, sensori tattili, rivelatori di movimento, macchine fotografiche a raggi infrarossi e radar di terra, mettendosi alla pari con il Muro che Israele ha costruito nella West Bank (NdT. Cisgiordania).
È interessante constatare che l’8 ottobre Yuval Bartov, capo geologo di Afek Oil & Gas, sussidiaria israeliana di Genie Energy, ha raccontato al canale televisivo israeliano Channel 2 che la sua società aveva trovato una notevole riserva di petrolio sulle Alture del Golan: “Abbiamo trovato uno strato di petrolio dello spessore di 350 metri nelle Alture del Golan meridionali. Gli strati, su scala mondiale, hanno in media spessore dai 20 ai 30 metri, e questo in comparazione è di 10 volte più grande; in questo modo stiamo parlando di quantità significative.”
Come ho osservato in un articolo precedente, l’International Advisory Board di Genie Energie include nomi noti come Dick Cheney, ex capo della CIA e l’infame neo-con James Woolsey, Jacob Lord Rothschild e altri.
Di certo nessuna persona sana di mente, suggerirebbe la presenza di un collegamento tra le relazioni militari israeliane con l’ISIS e altri terroristi contrari ad Assad in Siria, specialmente nelle Alture del Golan, la scoperta del petrolio da parte di Genie Energie nello stesso luogo e l’ultima supplica al “ripensamento” da parte di Netanyahu a Obama, riguardante le Alture del Golan. La situazione sarebbe troppo in odore di complotto e tutte le persone sane di mente sanno che i complotti non esistono, esistono solo coincidenze.
In effetti, parafrasando le parole immortali di Brad Pitt nel ruolo del Primo Tenente della West Virginia Aldo Raine, nella scena finale del fantastico film di Tarantino Bastardi senza gloria, sembra che il Vecchio Netanyahu e i suoi amici succhiacazzi dell’IDF e del Mossad, siano appena stati colti con le mani in una marmellata molto zozza in Siria.

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente a contratto, ha un diploma dell’Università di Princeton in politica ed è autore di successo sul petrolio e la geopolitica, esclusivamente per il periodico on-line “New Eastern Outlook”.
Fonte: www.darkmoon.me
Link: https://www.darkmoon.me/2015/how-israel-and-isis-are-joined-at-the-hip/
2.12.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NICKAL88

Preso da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15989

L’Italia in Libia esportò democrazia. Lo dice(va) il PD!

libia
Nelle ultime ore in Libia le ventate di democrazia non si contano più. Esplosioni un po’ ovunque, terroristi che passeggiano per le città come se niente fosse, disastri ambientali come se piovesse e tanto altro.
Ma portiamo l’orologio indietro di poco più di tre anni. Qualcuno ricorda Veltroni? Si, quello che voleva sfidare da solo Berlusconi? Ecco, lui su Facebook, il 6 marzo 2011, scrisse (link): “Perchè nessuno scende in piazza al fianco dei patrioti libici? […] Oltre ad un piccolo sit in del pd a Roma e ad uno delle associazioni, solo silenzio. […] Perchè i partiti democratici , i sindacati, le associazioni di massa non promuovono una grande manifestazione e una campagna di solidarietà? […] Se non ora quando?“.


Questo il pensiero di Veltroni ai primi di marzo. Ovviamente non poteva mancare la cornice antiberlusconiana del “se non ora quando”, ma quello che è più importante è che mette in risalto come, nelle piazze d’Italia, oltre al PD, nessuno stesse sostenendo la “ribellione dei democratici” in Libia.
Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica e importante esponente del Partito Democratico, disse (link): “l’Italia non conduce una guerra né per offendere la dignità di altri popoli né per risolvere controversie internazionali“.
A inasprire i toni tra Italia e Libia non poteva mancare Matteo Orfini (link): “La vicenda degli incroci proprietari tra società del presidente del Consiglio e società partecipate da fondi di stati esteri è già in sé qualcosa che chiarisce quanto il rischio di conflitto di interessi sia reale anche nella gestione della politica estera del nostro paese. Ma ancor di più, in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è indispensabile che il premier recida ogni legame con il fondo sovrano libico. Se nel Pdl fosse ancora rimasto qualche liberale sarebbero proprio i compagni di partito di Berlusconi a chiederlo“.
Ovviamente il problema non è solo la dirigenza del Partito Democratico. Ad esempio Riotta su “Il Sole 24 Ore” scrisse (link): “Gli arabi si battono per la democrazia? Noi stiamo a guardare”.
Insomma, buona parte delle alte sfere italiane spingeva per la guer.., ops, democrazia in Libia.
Ora la Libia sta alla grande. Oddio, c’è qualche piccolo problema legato al terrorismo e ai fondamentalisti, ma per il resto sta benone. Orfini, Veltroni e amici non possono andare di persona (senza scorta eh!) a vedere il successone compiuto dall’Occidente? In fondo buona parte dei paesi NATO ha svolto un ruolo cruciale nell’uccisione (orrida) di Gheddafi. Saranno contenti i libici di accogliere i liberatori bianchi!

Sarkozy, BHL, NATO dietro gli attacchi terroristi in Tunisia e Mali

di Olivier Ndenkop

7dic2015.- Martedì 24 novembre 2015, un attacco terroristico, il terzo del genere rivendicato dal Daesh, ha preso di mira un autobus della guardia presidenziale, uccidendo 12 persone in Tunisia. 24 ore dopo l’attacco kamikaze, il governo tunisino ha deciso di chiudere il suo confine con la Libia. Per il presidente Beji Caid Essebsi, le cose sono chiare: i colpevoli di questa barbarie, qualunque sia la loro nazionalità, provengono dalla Libia, dove, dopo l’assassinio di Gheddafi, migliaia vengono addestrati ed equipaggiati, per andare a seminare la morte in tutto il Nord Africa e oltre. Quando Gheddafi era vivo, nessuno poteva azzardarsi a montare una base di addestramento per la jihad in questo eldorado particolarmente sicuro e sorvegliato giorno e notte da un esercito che era tra i più attrezzati del continente. Gli assassini di Gheddafi sono dunque responsabili dell’aumento della Jihad che colpisce il Nord dell’Africa.

Come ogni guerra, la guerra contro la Libia è stata venduta ai popoli come una guerra di liberazione. Una guerra “giusta”. Dovevamo aiutare i Libici a liberarsi dalla dittatura di Gheddafi, ci hanno detto. Il francese Bernard-Henri Levy, in posa con un ribelle a Bengasi, ha fatto credere che il futuro sarebbe stato radioso per i Libici. L’allora Presidente francese Nicolas Sarkozy è salito sul palco per indicare che la pace nel mondo arabo o nel mondo tout court passava per la neutralizzazione di Gheddafi, presentato come il diavolo incarnato sulla terra! I media del mondo intero hanno adottato questa propaganda di guerra. Peggio ancora, senza alcuna verifica, i media hanno riferito che Gheddafi ha bombardato il proprio popolo; che ha usato armi da guerra e altre bombe letali contro persone inermi.

L’occasione fa l’uomo ladro, un certo Ali Zeidan si è auto-proclamato portavoce della Lega libica per i Diritti Umani. Per mantenere l’attenzione del pubblico, il signor Zeidan ha dichiarato che Gheddafi ha bombardato il proprio popolo, facendo sei mila morti. Nessuna prova di queste affermazioni è stata fornita. Eppure, i media hanno iniziato a diffondere i risultati di queste morti, che esistevano solo nella testa di Ali Zeidan.

Sulla base di queste cifre prefabbricate, la Francia di Sarkozy ha proceduto a strumentalizzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, al fine di ottenere luce verde per uccidere Gheddafi. Così, il 26 febbraio 2011, su richiesta del ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato la risoluzione 1973, che istituisce una no-fly zone sulla Libia. Forniti di questo paravento legale, i paesi dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), guidati dalla Francia di Sarkozy, hanno preso a bombardare intensamente la Libia, uccidendo il suo leader!

Rifiutando tutte le mani tese di Gheddafi, rifiutando il negoziato proposto dal Gabonese Jean Ping (1), Presidente della Commissione dell’Unione Africana, la NATO, dominata dagli imperialisti occidentali, ha fatto fuori Gheddafi.

 

L’uccisione di Gheddafi ha portato il terrorismo e non lo sviluppo promesso 

Dopo la guerra della NATO contro la Libia, il paese più prospero dell’Africa è diventato un cimitero gigante! Una terra di nessuno, in cui gli esseri umani vengono macellati come le pecore del Tabaski (2)! Il paese è diventato una tana di jihadisti. Le scuole e gli ospedali sono stati in gran parte distrutti. Conseguentemente, le persone non possono più andare a scuola né curarsi gratuitamente e su scala di massa, come all’epoca di Gheddafi. I gruppi ribelli rivali si scontrano per controllare i pozzi di petrolio. Il governo di Tripoli contesta la legalità e la legittimità di quello di Tobruk e viceversa. L’economia del Paese è a un punto morto. In Libia, lo sviluppo ha ceduto alla miseria! Ecco come una guerra neo-coloniale, mascherata da “guerra umanitaria (3)” ha spento le speranze di un intero popolo. Le conseguenze di questa guerra neo-coloniale vanno oltre e nessuno è sicuro di esserne totalmente risparmiato, ovunque si trovi.

È ovvio constatare che tutti i vicini della Libia (Tunisia, Algeria, Niger, Ciad e Sudan) gradualmente sprofondano nell’insicurezza. Ciascuno di questi cinque paesi è già stato, almeno una volta, vittima di un attacco terroristico. Il paese di Gheddafi occupa un posto importante nell’internazionale terrorista per almeno tre ragioni: 1- La Libia è uno dei principali fornitori di fondi al terrorismo (soldi provenienti dalla vendita del petrolio e altri traffici, in zone controllate dai barbuti). 2- È una base per il reclutamento e la formazione. 3- È una base di ripiego.

Il cerchio di stati vittime dell’insicurezza in Libia è molto più grande. Per destabilizzare la Repubblica Centrafricana, nel dicembre 2013, la Seleka di Michel Djotodia metteva in atto un progetto franco-ciadiano con armi venute tra l’altro dalla … Libia. Gli specialisti della sicurezza spiegano che Boko Haram deve la sua forza in gran parte al caos libico, che permette al gruppo terroristico di ottenere finanziamenti e armi senza grandi controlli. Gli Islamisti che hanno provocato stragi in Mali sono stati riforniti a buon mercato dagli arsenali libici. Così, negli attacchi di Timbuktu, di Gao e Bamako, troverete che la Libia ha contribuito con l’indottrinamento, la formazione, il finanziamento e/o l’armamento.

Per giungere a decostruire la Libia, i cittadini degli Stati Uniti riconoscono di aver lanciato oltre 192 missili BGM-109 Tomahawk. La Francia si vanta di aver fatto 2.225 attacchi aerei, di cui 11 missili da crociera. Inoltre, al culmine della guerra contro Gheddafi, la Francia ha armato i terroristi, perché combattessero e uccidessero un governante in carica. Come confermato da Tony Cartalucci, l’organizzazione terroristica che ha combattuto il regime di Gheddafi nel 2011, ha beneficiato del sostegno diretto della NATO “che ha formato i suoi membri, ha fornito loro le armi, delle forze speciali e anche aerei per aiutare a rovesciare il governo libico.” (4) Ci sarà un tribunale di Norimberga per queste persone un giorno?

Curiosamente, quando gli specialisti, a volte di circostanza, spiegano l’ascesa del terrorismo in Africa dopo il Telegiornale delle 20h, si trattengono dal dirci perché tutto questo accade, accade così facilmente e con tale frequenza. Come se la legge di causalità, secondo cui non c’è mai un effetto senza una causa, improvvisamente fosse diventata inoperante. Avrete notato che nessuno di questo esercito di “esperti d’Africa”, che sono sfilati sul piccolo schermo a “spiegare” l’attacco al Radisson Blu di Bamako ha ritenuto utile dire che il famoso Mokhtar Belmokhtar, che ha rivendicato l’attacco di questo stabilimento, è un puro prodotto della CIA, che ha reclutato, addestrato, armato e utilizzato su diversi “fronti”.

 

La Libia di Gheddafi: i numeri della verità

Al di là della propaganda condotta dagli imperialisti e dai loro media sulla Libia, è importante dire quello che Gheddafi ha fatto per il suo paese e per l’Africa, con le limitazioni inerenti alla natura umana.

La Libia ottiene l’indipendenza il 24 dicembre 1951, dopo una guerra contro i coloni italiani. Supportato dai cittadini britannici e americani, il re Idriss, capo della confraternita religiosa dei Senoussi diventa presidente della giovane Repubblica. Nel 1951, il petrolio libico non è ancora scoperto, ancora meno sfruttato.

Ma l’Inghilterra e gli Stati Uniti hanno creato delle basi militari in questo paese, che permettono loro di controllare il Mar Rosso e il Mar Mediterraneo. Nel 1954, Nelson Bunker Hunt, un ricco texano, scopre il petrolio in questo Paese (5).

Il potenziale è enorme, di 44 miliardi di barili. E c’è anche la qualità. Per un decennio, il re Idriss petrolio libico cederà il petrolio al 30% del prezzo mondiale. Il poco denaro ottenuto viene utilizzato principalmente per l’arricchimento personale del re e della sua famiglia. Il 1° settembre 1969, un giovane ufficiale militare sotto i 30 anni sale al potere dopo un colpo di stato contro il re Idriss. Il suo nome? Muammar Gheddafi. Come prima decisione, Gheddafi decide di chiudere le basi militari straniere nel suo Paese. Aumenta il prezzo del petrolio libico, che si è affrettato a nazionalizzare. Le grandi somme di denaro generato dalla vendita del petrolio venduto sono ora meglio investite nello sviluppo della Libia.

Sotto Gheddafi, il tasso di alfabetizzazione è aumentato dal 10% nel 1969 all’88% nel 2011. La speranza di vita alla nascita è aumentato dai 57 anni del 1969 ai 74 anni del 2010. Prima del suo assassinio, Gheddafi aveva portato il PIL della Libia a 12.062 dollari pro capite. I Libici beneficiavano di credito per 20 anni senza interessi per costruire la loro casa. Gli sposi ricevevano 64.000 dollari per acquistare il loro appartamento coniugale. Lo Stato concedeva un aiuto finanziario di 20.000 dollari ai Libici che avviavano un’attività privata ​​che potesse avere un impatto positivo sull’economia del paese …

A livello africano, Gheddafi ha permesso al continente di avere il suo primo satellite, pagando la somma di $ 300 milioni nel 2006, per consentire all’Africa di avere un satellite, necessario per la telefonia a basso costo e per la TV su larga scala. E non si è fermato qui. Gheddafi ha costituito una riserva di $ 30 miliardi di dollari, per finanziare la Banca Centrale Africana (Nigeria), la Banca Africana di Investimenti (Sirte) e il Fondo Monetario Africano (Yaoundé).

 

Perché abbiamo abbiamo ucciso un uomo, nonostante il suo bilancio in gran parte positivo?

La guerra lanciata il 19 Marzo 2011 contro Gheddafi ha avuto un unico obiettivo: fermare lo sviluppo della Libia e la liberazione dell’Africa coraggiosamente avviate dal leader libico.

Una precisazione importante: prima del primo satellite africano finanziato per ¾ da Gheddafi, l’Africa pagava annualmente la somma di $ 500 milioni di dollari per affittare satelliti occidentali. Questo vuol dire che Gheddafi ha privato i capital-imperialisti di una rendita di $ 500 milioni all’anno.

Dotando l’Africa di istituzioni finanziarie, come la Banca Centrale Africana, il Fondo Monetario Africano e l’African Investment Bank, il capitalismo finanziario internazionale è stato minacciato di morte. Perché questi istituti puramente africani avrebbero comportato tre conseguenze fatali per gli imperialisti: 1) Fine del ruolo del debito, che genera interessi astronomici per l’FMI e la Banca Mondiale; 2) L’euro e il dollaro avrebbero perso il loro potere di monete egemoniche, indispensabili nel commercio Nord-Sud e talvolta Sud-Sud (la Banca Centrale Africana era incaricata di battere una moneta africana); 3) Rafforzare la cooperazione Sud-Sud, in vista dello sviluppo del continente.

Note:

  1. Jean Ping nel 2014 ha pubblicato un libro dal titolo: Eclissi sull’Africa: si doveva uccidere Gheddafi? Rammaricandosi del fatto che gli stati imperialisti hanno rifiutato qualsiasi soluzione negoziata alla crisi libica, considera questi ultimi responsabili del caos che regna nel paese.
    2. L’immagine dei 20 copti egiziani in Libia massacrati dai terroristi ha fatto il giro del mondo.
    3. Per comprendere meglio la guerra della NATO contro la Libia, leggere il libro di Michel Collon intitolato La Libia, la NATO e le bugie dei media. Manuale di contro-propaganda, Libri Investig’Action-Colore, 2011.
  2. “Il riordino geo-politico dell’Africa: il sostegno nascosto degli U.S. ad Al Qaeda nel nord del Mali, la Francia ‘viene in soccorso’”, Global Research, gennaio 2013.
  3. Michel Collon, Gregorio Lalieu, La strategia del caos. L’imperialismo e l’Islam. Intervista a Mohamed Hassan, Libri Investig’Action-Colore, Bruxelles, 2011, P.203.

Fonte: Investig’Action

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Preso da: https://albainformazione.com/2015/12/08/802151023/

L’associazione Vittime della Nato in Libia lotta contro l’impunità dei potenti

di Marinella Correggia

Dalla guerra in Iraq nel 1991 a oggi, nessun tribunale internazionale ha mai processato e giudicato i vincitori delle guerre di aggressione condotte dall’Occidente e dagli alleati del Golfo.  E dire che la guerra di aggressione è bandita in modo assoluto dalla carta delle nazioni unite ed è considerata il «crimine internazionale supremo» sin dall’epoca del tribunale di Norimberga (che però giudicò solo i vinti).

Alcune volte gli Stati presi di mira hanno provato a reagire ricorrendo a istanze internazionali (si pensi alla Jugoslavia durante i bombardamenti Nato del 1999); altre volte erano i cittadini danneggiati a provare le strade dei tribunali internazionali, sul lato penale e civile. Il primo non ha mai sortito effetti; per il secondo, alle vittime civili – «effetti collaterali» – afghane, irachene, pakistane sono stati elargiti risibili risarcimenti a cura dei responsabili, si vedano gli Usa con gli abitanti dei villaggi sterminati dai droni. Troppo poco, decisamente.

Si sta muovendo con coraggio contro l’impunità  Khaled el Hamedi, cittadino libico,  fondatore dell’associazione Vittime della Nato. Un bombardamento dell’operazione Unified Protector sterminò la sua famiglia il 20 giugno 2011 a Sorman. Dalle macerie furono estratti i corpi maciullati della moglie Safae Ahmed Azawi, incinta, dei suoi due figli piccoli Khaled e Alkhweldi, della nipote Salam, della zia Najia, del cugino Mohamed; uccisi anche i bambini dei suoi vicini di casa e due lavoratori. Abbiamo rivolto alcune domande al legale di Khaled, Jan Fermon, che sta preparando una conferenza stampa a Bruxelles, il 29 gennaio.

Avvocato Fermon, il 23 novembre 2017 la Corte d’appello di Bruxelles (Belgio, sede del Patto atlantico) ha risposto negativamente al ricorso del suo assistito Khaled el Hamidi; l’immunità della Nato è stata confermata…

E’ stata persa l’occasione di un passo avanti storico nell’applicazione della legislazione internazionale sui diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Una grande ingiustizia verso tante vittime. Khaled el Hamidi (che ora vive in esilio, ndr) è intenzionato ad andare avanti finché l’impunità non avrà fine. Il fatto che la sede della Nato sia qui, ha aperto la strada alla possibilità di un processo civile.

Come mai la Nato gode dell’immunità, e dunque dell’impunità?

La Nato è un organismo interstatale e multilaterale; con il trattato di Ottawa del 1951, i paesi fondatori decisero per l’immunità dalla giurisdizione cioè l’impossibilità di processare (cosa diversa dall’immunità di esecuzione cioè l’impossibilità di applicare la punizione). E’ grave, trattandosi di un’organizzazione che può dunque impunemente decidere della vita e della morte delle persone in giro per il mondo. Non è certo un incentivo, per la Nato e per altri, a rispettare il diritto internazionale…Può sfociare nell’impunità per crimini di guerra.

Paradossale. Non ci sono limiti a questa immunità?

Sì, ci sarebbero, e questa è la base della nostra azione legale. Infatti l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti umani e altri strumenti internazionali prevedono che ogni cittadino abbia il diritto di accedere a un tribunale. E, per la Convenzione di Vienna, gli Stati devono rispettare i trattati che hanno firmato. Il diritto di accesso, tuttavia, non è assoluto e può subire limitazioni, appunto di fronte all’immunità delle organizzazioni internazionali, che hanno fini da perseguire. Ma c’è una giurisprudenza, anche da parte della Corte di cassazione belga, secondo la quale la limitazione nell’accesso ai giudici non è accettabile quando l’organizzazione internazionale che dovrebbe essere messa in stato di accusa non ha una sorta di tribunale interno accessibile da parte dei cittadini che hanno subito danni dal suo operato. La Nato è priva di questo meccanismo rispetto alle sue azioni in Libia.

E dunque?

Intanto: la Nato ha rifiutato di comparire in giudizio (loro sostengono di limitarsi a coordinare le azioni belliche degli Stati membri, lo Stato belga l’ha rappresentata (dopotutto se si tratta di risarcire danni, spetterà poi agli Stati membri). Un primo scoglio era che Khaled non potesse invocare l’articolo 6 e dunque il diritto di accesso a un giudice perché non è cittadino europeo e il danno era avvenuto fuori dall’Europa. Ma in due sentenze, la Corte europea dei diritti umani aveva stabilito che si potesse invocare l’articolo 6 perché il paese dove la causa era cominciata lo permetteva. Nel nostro caso, però, la Corte d’appello ha deciso così: «Avete il diritto di accedere alla Corte, ma la limitazione al vostro diritto, dovuta all’immunità della Nato, rimane accettabile, proporzionata, visti gli obiettivi che l’organizzazione internazionale deve realizzare.» La Corte d’appello si è riferita a una Corte olandese che aveva sancito l’immunità per i caschi blu olandesi dell’Onu, nella vicenda di Srebrenica.

Ma l’Onu e la Nato, lei dice, non possono essere messe sullo stesso piano.

La prima è un’organizzazione che almeno in linea di principio non è di parte e riconosce la sovranità e l’eguaglianza di tutte le nazioni; ha per obiettivo l’applicazione del proprio Statuto, che è la base del diritto pubblico internazionale contemporaneo. Inoltre l’Onu dovrebbe avere il monopolio dell’uso della forza, oltretutto solo con il fine di ristabilire la pace. La Nato è praticamente illegale rispetto alla Carta dell’Onu che parla di organizzazioni regionali ma non di patti militari; è un club militare di un gruppo limitato di paesi e ha come obiettivo l’uso della forza.

Non potevate impugnare l’illegalità della guerra della Nato, che andò ben oltre il mandato della risoluzione del Consiglio di sicurezza 1973, operando un regime change e violando addirittura il mandato relativo alla protezione dei civili?

Dal punto di vista politico, è verissimo. La 1973 fu strumentalizzata. Però, questo genere di argomento renderebbe ancora più difficile le cose per un giudice belga. Ho preferito non usare l’argomento della legalità dei quella guerra perché nel caso della famiglia el Hamedi non ce n’era bisogno: prendere di mira un’abitazione civile è un crimine di guerra. La Commissione d’inchiesta dell’Onu sulla Libia al tempo si disse insoddisfatta delle spiegazioni della Nato circa l’episodio…a volte hanno tirato in ballo un errore da parte degli informatori sul campo, altre volte hanno affermato che la casa era una centrale di comando, tutto evidentemente falso.

Quali le vostre prossime mosse? Provare in altri paesi?

Dobbiamo valutare se continuare in Belgio; la Corte di cassazione non può cambiare la decisione nel merito. Altri paesi? Si potrebbe solo conoscendo la nazionalità dell’aereo che ha colpito quel giorno. Il paese è corresponsabile delle azioni. Ma è impossibile saperlo, vista l’omertà in casa Nato.  Pensiamo anche alla Corte europea per i diritti umani.

E il Tribunale penale internazionale (Tpi) visto che si tratta di un crimine di guerra?

Quanto al Tpi, la risoluzione 1970 sulla Libia in effetti lo tirava in ballo …dal punto di vista letterale gli venivano affidati tutti i crimini compiuti in Libia; ma è molto chiaro che ci si riferiva solo a Gheddafi e alla sua ristretta cerchia. Inoltre per le vittime, far ricorso a quel tribunale, significa avere pochissimi diritti; il procuratore spesso non avvia nemmeno l’inchiesta; lo sanno tutti. Ci sono pressioni fortissime.

Ha assistito altre vittime delle guerre occidentali?

Ci ho provato nel 2003 durante l’occupazione dell’Iraq. Il Belgio aveva la giurisdizione universale (cioè estesa ad atti compiuti fuori dei propri confini) rispetto ai crimini di guerra. Difendevo un gruppo di cittadini iracheni contro il generale Tommy Franks e altri militari. Beh, furono impressionanti le minacce. Il Segretario Usa alla difesa Donald Rumsfeld chiese al Belgio di non accettare la mia denuncia; il paese fu minacciato di boicottaggio, di ritiro degli uffici della Nato (100mila posti di lavoro); e siccome il ministro degli esteri si era rivelato un po’ indipendente, fu imposto di estrometterlo dal governo successivo. Del resto, come non ricordare il cosiddetto «Hague Invasion Act» del 2002? Una legge che autorizza l’uso della forza per liberare i cittadini statunitensi o di un paese alleato che fossero detenuti dal Tribunale penale, con sede all’Aia. Ecco, dopo il 2003 è stata minacciata una sorta di «Brussels Invasion Act».

Khaled el Hamedi, che ora vive rifugiato all’estero, ha creato l’associazione Vittime della guerra della Nato in Libia. Quali gli obiettivi?

Vuole aprire una possibilità per gli altri; unire le forze. Intanto per stabilire la verità. Sarà anche utili aiutarli a raccogliere elementi di prova sull’operato della Nato. E la pressione giudiziaria, è anche quella che viene dalle vittime…

Ma l’impunità delle potenze egemoni, è proprio invincibile?

La lotta contro l’impunità, anche in un mondo multipolare, è prima di tutto una lotta di popolo. E’ più politica che giuridica, anche se poi va tradotta in principi giuridici che superino, appunto, l’impunità. E’ un po’ lo stesso nella giustizia nazionale, che non è neutra rispetto al censo, come sappiamo. Comunque sono i popoli a doversi battere per imporre una giustizia imparziale e seria.

 

Marinella Correggia

 

Le foto sono tratte da questo sito:

 

Sul massacro di Sorman, ecco il documentario di Michel Collon:

 

e con sottotitoli in inglese:

Qui un video di RT su familiari di vittime dei bombardamenti in Siria che reclamano giustizia

 

Preso da: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=3471

BERNARD-HENRI LEVY: PURCHE’ GUERRA SIA

di Emmezeta

Il girotondo di Bernard-Henri Levy: nel 2011 con gli islamisti per fare la guerra a Gheddafi, nel 2014 con i fascisti ucraini per  attaccare la Russia, oggi contro gli islamisti ed in alleanza con Putin per arrivare fino a Mosul
 

In Italia abbiamo chi vorrebbe la riabilitazione postuma di Oriana Fallaci. E meno male che siamo in guerra contro il fascismo ed il razzismo, almeno così dicono i trombettieri della «Guerra di civiltà»! In Francia hanno ancora BHL, al secolo Bernard-Henri Levy, di professione guerrafondaio, anche se continua a spacciarsi per filosofo.

Le sue tesi campeggiano, come di sovente accade, sull’ospitale (per i falchi interventisti, specie se sionisti) Corriere della Sera. Il suo ragionamento è semplice quanto prevedibile:  «La pace a Parigi passa dalla guerra», questo il titolo del suo ennesimo proclama. Concetto originale e sofisticato, non c’è che dire, così specificato nel testo: «Come non vedere» – egli dice – «che la pace a Parigi passa per la guerra a Mosul?».

Quello di BHL è un vizietto, perché non c’è guerra imperialista che egli non abbia appoggiato. Soltanto appoggiato? Di più: sollecitato, stimolato, invocato, promosso per quanto nelle sue possibilità. Se non fosse un ricco miliardario, verrebbe da pensare ad un lavoro retribuito da chi di dovere. In ogni caso BHL ha una sua utilità. Così scrivevamo nel marzo 2014, a proposito del suo violentissimo attivismo antirusso in Ucraina:
«Se non ci fosse andrebbe inventato. Di fronte ad una qualunque crisi internazionale, qualora uno si fosse distratto per un attimo, basta guardare cosa dice e cosa fa BHL per schierarsi dalla parte giusta. Cioè quella opposta ai proclami del “nuovo filosofo” francese».

Eh già, l’Ucraina. Ecco uno spunto assai interessante, ma certamente non l’unico, per capire ruolo e funzione del signor BHL.

Egli è da decenni in servizio permanente effettivo sul fronte imperialista, ma è sufficiente limitarsi agli ultimi 4 anni per osservare il suo curioso ed istruttivo girotondo. Nel 2011 egli stava con gli integralisti islamici contro Gheddafi. Ma guarda un po’. L’importante era che si facesse guerra alla Libia. Nel 2014, come abbiamo già visto, gli sarebbe tanto piaciuto un bell’attacco alla Russia dell’«Orso Putin». Oggi quell’«Orso» se lo ritrova come alleato – buffo il mondo! – e per giunta contro i parenti stretti di quegli insorti della Cirenaica così utili 4 anni fa per invocare le bombe su Tripoli. Una coerenza che non fa una piega…

Ma in realtà, al di là degli aspetti palesemente patologici del soggetto, una coerenza c’è. Così la descrivevamo nell’articolo già citato:
«Chi è il nemico per costui? Il nemico di BHL è tutto ciò che sfugge, per una ragione o per l’altra, alla mera omologazione con i presunti valori dell’occidente. Il nemico è l’Islam, ma anche (vedi Gheddafi) il dittatore di turno finito nel mirino dell’imperialismo. Ma nemici sono gli Stati che perseguono una loro, magari parzialissima, autonomia dai meccanismi della globalizzazione capitalistica. E, in ultima istanza, nemiche sono tutte quelle forze che in qualche modo possono competere con il “regno del bene” di BHL: gli Stati Uniti, che egli vorrebbe sempre accompagnati, con servizievole accondiscendenza, dalla “sua” Francia».

Questa descrizione calza a pennello anche adesso, ma ha bisogno di un aggiornamento. Oggi, il signor BHL non può non biasimare una certa riluttanza di Obama nel mettersi a rimorchio della Francia. Insomma, l’America resta il suo modello di società, ma il presidente non è all’altezza delle sue aspettative. Intendiamoci, l’aviazione americana bombarda da tempo le postazioni dell’Isis in Siria come in Iraq, ma a BHL questo non basta ancora.

E questo è il motivo per cui ci occupiamo di lui. Perché la sua foga bellicista non è fine a se stessa, visto che va in parallelo all’iniziativa del pur goffo inquilino dell’Eliseo. Hollande incontra oggi Cameron, domani va da Obama, mercoledì gli farà visita la Merkel, mentre giovedì chiuderà in bellezza recandosi al Cremlino da Putin.  Scopo di tutto questo girovagare? La guerra. Da portare a fondo, nelle sue intenzioni con una «grande coalizione». Una guerra che non potrà essere soltanto aerea. Ecco cosa ha detto al Journal du Dimanche il ministro della difesa francese Jean-Yves Le Drian: «La vittoria passa obbligatoriamente per una presenza sul terreno».

Bella scoperta. Ma chi va sul terreno? Il ministro indica per ora i curdi (che già ci stanno) ed i sempre più evanescenti «ribelli siriani non jihadisti». Quelli che l’occidente ha foraggiato, ma i cui militanti sono in genere passati armi e bagagli con le formazioni jihadiste (non solo Isis, ma anche al-Nusra), mentre i loro capi se la spassavano in qualche albergo a cinque stelle in attesa di prendere il potere a Damasco…

Ovviamente Le Drian non cita né Hezbollah, né gli iraniani, né i resti dell’esercito siriano, né le milizie ad esso collegate. Eppure è questo insieme di forze quello che conta maggiormente sul terreno. Questa reticenza non è molto diversa da quella di Obama, che non può permettersi di mollare Arabia Saudita e Turchia, e deve dunque barcamenarsi tra esigenze difficilmente componibili.

Naturalmente BHL non ha di questi problemi. A lui basta dire «guerra». E difatti non scende nei dettagli, anche perché in quel caso ci dovrebbe parlare della compagnia di colui che meno di due anni fa definiva «Orso». E questo gli secca un po’. Non dice quindi chi dovrebbe comporre la coalizione. Dice solo che l’offensiva dovrà arrivare a Mosul.

Interessante è anche il suo schema di ragionamento, che è vecchio di almeno un quarto di secolo, ma appunto per questo ci svela quanto sia forte il solito trucco dell’imperialismo e della sua ala più aggressiva.

In primo luogo BHL definisce il nemico come «Stato nazista». Un nemico dunque che va semplicemente raso al suolo. Ma perché questo annientamento non è ancora avvenuto? Perché – egli dice – vi si oppongono «tre forze di diversa intensità».

E quali sarebbero queste 3 forze? E’ presto detto: un atteggiamento stile «Monaco 1938», l’esagerazione delle forze del Califfato, ed infine un presidente USA preda della «sindrome di Oslo».

Gli ingredienti della «grande narrazione» bellicista ci sono tutti. Di fronte abbiamo un nuovo Hitler, che per ora non è stato fermato a causa di un atteggiamento capitolardo (tipo Monaco 1938, per l’appunto) dell’occidente. Atteggiamento che BHL vuole superare, anche perché il nemico è semplicemente una «tigre di carta», che però potrebbe diventare pericolosissima se non sarà fermata per tempo. Dunque l’urgenza, alla quale si oppone (anche se solo parzialmente) la politica di Obama. Il quale si muoverebbe con cautela a causa di quel premio Nobel per la pace consegnatogli ad Oslo ormai molti anni fa.

Qui l’argomentazione di questo filosofo dei nostri stivali si fa davvero comica. Per BHL, Obama «sembra domandarsi ogni mattina, quando si fa la barba, come dovrebbe agire un vero premio Nobel per la pace». Insomma, il presidente americano sarebbe vittima e prigioniero di quel premio, come se fosse costretto ad una sorta di «pacifismo» sconveniente assai rispetto al ruolo che ricopre.

BHL finge di non sapere come stanno le cose. Obama pacifista? Non scherziamo per favore. Già le vittime quotidiane dei suoi droni parlano in abbondanza. E BHL sa benissimo che gli USA bombardano l’Isis, sa che le squadre speciali americane sono in azione da tempo, che c’è un accordo abbastanza ampio con lo stesso Putin. Ma sa anche che la relativa cautela della Casa Bianca non dipende da dubbi morali, bensì da un calcolo su quelli che sono gli interessi in gioco.

Ma questo BHL, colui che vorrebbe «moralizzare» non l’Isis, ma l’intero mondo islamico a suon di bombe, non lo può dire. Sarebbe come riconoscere la prevalenza degli interessi delle grandi potenze anche nel tremendo conflitto in corso in Medio Oriente. Egli vorrebbe invece ammantare di nobili ideali le bombe imperialiste che cadono, e che cadranno ancor di più su Siria ed Iraq.

Questo vecchio trucco riuscirà ancora una volta? Questo ce lo diranno i fatti. Intanto orientiamoci come si deve: a 180 gradi esatti dalla linea tracciata da BHL, contro i bombardamenti su Siria ed Iraq, contro l’ennesima guerra imperialista, contro ogni propaganda islamofoba.

E ricordiamoci che chi vorrà battersi sul serio contro la guerra dovrà dire no allo schemino alla BHL, in primo luogo al giochetto sporco della nazificazione preventiva di ogni vittima destinata ad essere rasa al suolo.